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Un viaggio elettorale

XIII. Il re Michele[91]

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XIII. Il re Michele[91]

Roma, 24 aprile.

L'ultimo scopo del mio viaggio era Avellino, la capitale. E secondo il mio costume, m'indirizzai al sindaco[92], uomo rispettabile e mio vecchio amico, e quantunque lo sapessi aperto fautore del mio concorrente, domandai a lui ospitalità, e lo pregai a voler destinare la sala comunale, o quale altra gli paresse più acconcia, perchè volevo fare un discorso. Compiuto dunque le visite ufficiali, e andato alla Casina per salutarvi tutti gli amici tornai a casa col proposito di partire il dì appresso per Avellino. Ma trovai a casa alcuni signori avellinesi, venuti apposta a sconfortarmi da questo disegno. Parlavano parole tronche, quanto a loro, anzi... ma... Che ma? diss'io.—C'è certa gente che... insomma non tutti ci hanno avuto gusto; e il basso popolo è con loro, e soffiato vi potrebbe fare un... un... Avanti, diss'io—Uno sgarbo. Questa parola era buttata giù per non dirne un'altra più dura, che non voleva uscire.—Volete dire una fischiata, diss'io guardandoli negli occhi; ma in questo fischierebbero sè stessi.—A ogni modo...

E quell'a ogni modo voleva dire che anche fischiando sè stessi, non sarebbe stato bello. Sopraggiunse un telegramma del sindaco, che prometteva di scrivermi, e intanto si scusava di non potermi fare la debita accoglienza, adducendo la malattia del padre e lo stato gravissimo di un suo congiunto. Fossero malattie diplomatiche? pensai io, e il sindaco di Avellino vuol fare a me con astuzia quello che mi fece il sindaco di Calitri, ma almeno con franchezza? Ma fu indegno pensiero che cacciai via subito, sapendo con quale gentiluomo avevo a fare. Poichè è così, dissi, non verrò in Avellino; ma attendo innanzi la lettera del sindaco. Quei gentili signori si accomiatarono e ripartirono. Rimasto solo e ripensando tutto quello ch'era avvenuto, vidi subito che la mia riuscita era colà temuta come la vittoria d'un partito, e che andando io le ovazioni degli uni avrebbero provocato le villanie degli altri. Gli animi erano ancora troppo accesi, e l'uomo è fatto così. Il mio nome coinvolto in quelle gare non poteva mantenere quel significato che pur volevo dargli. Pure, me ne andrò io come un fuggitivo? Rifarò la via, ripasserò per il collegio, quasi andassi in cerca di ovazioni? Piglierò una terza via, la via di Benevento, guardando a dritta e a manca, che non mi conoscessero? Mi pareva una umiliazione. Fra questi pensieri giunse la lettera del sindaco, e il linguaggio era così franco, così affettuoso che ne fui preso; e cacciai tutte le codarde ombre. Non mi sono mai pentito, quando ho sentito la voce del cuore, e il mio cuore mi diceva: Vai, Avellino non merita così poca fiducia da te. Risolsi dunque di andare in Avellino, di andarci subito, quando nessuno mi aspettava, e di andarci come ho fatto sempre, così alla semplice e alla buona. Mi ricordai che, nominato governatore di Avellino, e sollecitato a far nota l'ora del mio arrivo, per farmi i così detti onori, capitai improvviso di notte, e fui in prefettura che nessuno mi conosceva. «E lei chi è?—Sono De Sanctis.—E chi è De Sanctis?—È il governatore—Ah!» E a questo nome formidabile il povero usciere si levò il cappello, con tante scuse. Così feci pure, vi capitai consigliere provinciale. Perchè ora farei altrimenti? Avellino è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia e non ci vogliono cerimonie. Tenevo a essere colà De Sanctis, un buon comprovinciale, fuori de' partiti locali; era stato così, volevo rimanere così. E come tutti mi chiamavano il professore, prendevo stanza nel Liceo, come volessi dire: Signori, professore è il mio titolo di nobiltà.

Presa questa risoluzione, inviai al sindaco un telegramma, dove fatte le debite condoglianze, dicevo: «Non desidero ricevimenti. Conoscete mia semplicità e modestia. Voglio stima, affetto di tutti gli avellinesi. Vado nel Liceo. Sono stanco. Non fo discorsi. Parto immediatamente».

La mattina il tempo era a neve. Pioggia fitta e minuta che ti cercava le ossa. Strinsi la mano al sindaco che mi aveva concessa una così generosa ospitalità e a tutti quelli che mi facevano cerchio, e montato in carrozza, mandai un bacio a Sant'Angiolo, alla mia città. Mi accompagnavano il simpatico Marino[93] e Romualdo Casitto di Teora, un vecchio patriota. Rifeci la via dello studente, ricordandomi quante volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il capo pieno di grammatica e di rettorica. Nella pianura di Torella si levò un bel sole, ci si scoperse il cielo, ci mettemmo in allegria. Arrivai ch'era ancora chiaro, incontrai una camerata di collegiali, ch'era alla passeggiata e tirai dritto al Liceo, dove mi venne incontro quel buon vecchietto del Preside, modesto quanto dotto, legato con me da antica amicizia.

Nessuno sapeva del mio arrivo, altri che il Sindaco e il Preside. Anzi sapevano che non sarei venuto. C'era tornata della deputazione provinciale, e il Prefetto era colà, quando gli fu annunziato il mio arrivo. Trovai nel liceo un gran moto. Il poeta estemporaneo Brunetti vi doveva dare un'accademia proprio in quella sera, e in casa del Preside c'era un va e vieni di professori, di scolari e di altri invitati. Tutta quella gente parea venisse per me, e invece veniva per il poeta. Venne anche il poeta, già un po' vecchio, il poverino! co' capelli grigi ricciuti che decoravano quella testa pensosa, dov'erano piantati un par d'occhio grandi e senza sguardo, come di chi guarda le rime e non le persone. Sopraggiunse la direttrice della scuola magistrale a cui facevano cerchio alcune giovanette, le quali per la loro buona condotta avevano meritato l'alto onore di farle compagnia e di assistere all'accademia. E i miei occhi s'incontrarono con certi occhi vivi e furbi, che si sforzavano di esser modesti, appena contenuti sotto l'ombra delle folte sopracciglia. Era la mia nipotina, che porta il nome di mia madre. Oh! Ah! Mai più non avrei pensato d'incontrarla colà. Mi venne un impeto di stringermela al petto. Povera fanciulla! quale sarà il tuo destino! Ma le fanciulle hanno altro a fare che pensare al destino. Quel pensiero genera le rughe sul viso, e la gioventù aborre dalle rughe.

Finita l'accademia, piovvero tutti nel salottino del preside e ci fu forza stare tutti in piedi. Sopravvennero molti amici tirati dalla notizia del mio arrivo.

La folla si diradò per dar luogo, e io così in piedi dissi: «Amici miei, volevo fare anche qui un discorso pubblico, ma il modo come sono venuto è abbastanza eloquente, e tien luogo di ogni discorso e dice tutto. Voi mi avete sostenuto nella lotta elettorale, con una abnegazione e una costanza pari al vostro disinteresse, sapendo bene che l'uomo che volevate deputato non è più vostro che d'altri. Nella mia provincia io non veggo partiti; veggo amici e concittadini in tutte le file, e se vi è caro il mio nome, datemi il modo che io possa unire tutte le forze pel pubblico bene. Abbiamo una provincia derelitta, e se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo. I mali di Avellino sono grandi, e i bisogni della provincia grandissimi. Appena un'opera concorde e assidua può inspirare coraggio negli animi, e scuotere quella inerzia ch'è figlia della sfiducia. Che guadagno s'ha da queste lotte, altro che la vergogna aggiunta al danno? E quando la lotta prende aspetto selvatico, e rompe i legami della famiglia e dell'amicizia e sino del rispetto alle donne, una città simile diviene scandalo d'Italia. Sono severo, ma i miei capelli bianchi e l'affetto mio alla provincia mi danno questo diritto. Alziamo dunque la bandiera della concordia, e volgiamo la nostra attività a' progressi agricoli e industriali. L'ozio è il padre di tutte le piccolezze e di tutt'i pettegolezzi che si chiamano lotte, un rimedio ignobile contro la noia, al quale ricorrono gli uomini nati al lavoro e disoccupati. Diamo alla nostra attività uno scopo nobile e benefico, operiamo tutti come buoni amici e buoni comprovinciali, e saremo rispettati più e la provincia ci benedirà».

Quei bravi signori mi ascoltarono con simpatia, e tutti promisero il loro concorso a quest'opera di conciliazione. La quale promessa accettai con beneficio d'inventario, conoscendo bene la natura umana, e non lusingandomi che mali accumulati e aggravati dal tempo potessero essere guariti subito con la buona volontà.

Feci alcune visite. Vidi don Carlantonio Solimene, padre del sindaco, e quella visita mi fece bene. Vedevo in lui l'immagine di una generazione quasi scomparsa, viva ancora nella mia memoria. Giovinetto avevo un culto per certi grandi nomi, De Conciliis, il senatore Capone, e i Lanzilli, e i Vegliante, e i Solimene, e altri, e giudicavo la provincia da quelli, e mi sentivo orgoglio a dire: sono anch'io di quella provincia. La storia copre di un manto pietoso tutte le piccolezze, degne di morire prima che nascano, e non lascia vivo se non ciò che è grande. Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De Conciliis[94].

Fatte le visite, ancora irrequieto ed un po' eccitato, mi raccolsi con un amico intimo, e stemmo un pezzo solo con solo.

Costui dotato di un senso retto, in gioventù era ardente al biasimo, veggendo le cose storte, e ci pigliava una passione che gli consumava la carne. Ora a forza di vederne tante ci ha fatto l'abito, ed è venuto su tondo e rubicondo, fatto scettico e anche un po' cinico, e smessa la parte di attore, fa il comodo mestiere dello spettatore, e se la ride, e carica e motteggia, come se, fosse un fanciullo. A sentire il mio nome, mi corse incontro, maravigliato che in mezzo a tanti accidenti pensassi a lui.

S'intende, diss'io. Noi due siamo i più spassionati in questa gazzarra. E come io mi ci intendo poco vengo all'oracolo.

—Gli è come chiamare il medico quando, il malato è agli sgoccioli. Troppo tardi.

Feci gli occhioni.

—Ma sì, l'hai fatta grossa, quanto sono ora gli occhi tuoi. La bella impresa davvero! Chi frenerà più il Re Michele?

Stavo lì come capissi nulla.

—Non sai chi è Re Michele? quel basso tarchiato, con quel panciotto in avanti e con quegli occhi sempre su quel panciotto come se fuori di quello non ci fosse altro mondo. Mi par quel panciotto in avanti come un tamburo, che suona a raccolta e dice: marche.

—E voi marciate.

—Io, no. Se altri vuol farla da re, non io voglio farla da suddito.

—E che colpa ha lui, se si sente nato il primo, e vuol farla da primo?

—La colpa è tutta tua. C'era il re e c'era il pretendente. Tolto di mezzo il pretendente, tolto è il contrappeso alla bilancia, don Michele andrà in aria e cascherà.

—Questo è il futuro. Sarà e non sarà. Ora come ora, gli hai fatto il compare, o come dicono, il gatto che cava le castagne dal foco, un bel mestiere! e hai reso un bel servigio a lui e un bruttissimo a noi, cioè agli altri. Quanto a me guardo e rido.

—Sicchè, nella tua opinione, o come dici; degli altri, vi faceva proprio bisogno un pretendente, per farlo re a sua volta. Vuol dire che siete nati sudditi, e che se non ci fosse il re bisognerebbe crearlo apposta per voi. Re per re, a dirla schietta, preferisco l'angiolo Michele a tutt'i Serafini.

—Ah! ecco perciò...

—Come corri subito al perciò! Perciò cosa?

—Perciò gli hai dato una mano. E hai tolto a lui il pruno dagli occhi e a noi il contrappeso.

E dalli col contrappeso. Lascio stare che specie di contrappeso era quello, da rendere accetto il re di oggi per non cascare nel re di ieri. Certi uomini sono, anche senza loro colpa, debolezza degli amici, e la forza degli avversarii... Ma poi, come non vedi che il contrappeso è appunto la vita, così nel fisico, come nel morale, sicché, tolto il contrappeso, viene la congestione, o come tu dici, il capogiro?

—Sicchè tu miravi ad ammazzare il povero Michele. E ti sei fatto aiutare da lui contro lui.

—Michele, come voi lo chiamate, è troppo acuto per cadere in questa pania, e io sono troppo leale per fare questi tiri. Non ammetto lo scherzo su questo punto.

—Parliamo dunque serii. O come ti è venuto il grillo di ficcarti in questa baraonda? Non ti bastava Sansevero? Presentarti ai tuoi concittadini, proprio quando non pensavano a te e pensavano al re e al pretendente! E tu col peso e col contrappeso. Prima non avevi che amici, e ora hai nemici. Credi tu che non ci sia salito il rossore sul viso, quando noi s'è inteso il tuo nome bruttamente mescolato in queste passioncelle locali, e che taluni perfino non sono voluti venire a sentirti?

—Ammiro la tua filosofia. Ma io vecchio sento come tu sentivi giovane. Cosa vuoi? Combattere è la mia divisa, dove c'è a fare un po' di bene. Capisco che si guasta il sangue. Ma questo guardare e star da parte non mi va. E mi parrebbe, come la vecchia zia che filava, mentre Graziella non voleva e si faceva pigliare la mano. Certe cose non mi fanno ridere. M'indegnano, mi attizzano, e mi ci sento tirare in mezzo.

—Tu pigli l'offensiva. Ma ti fai illusione. La tua opera è un agitarsi nel vuoto. E non c'è sugo. Il solo costrutto che ci vedo è di aver dato più forza a Michele[95], che noi si voleva gettar giù.

—Gettar giù è presto detto. Come si fa a gettare giù Michele?

—Se rimaneva l'altro prefetto!

—Come se un prefetto potesse dare a voi una forza che non avete. Lascio stare il lato ignobile. Un paese che invoca l'intervento di questo o quel prefetto per cacciar via il tiranno, è degno del tiranno. Se non si sente la forza di farlo esso, vuol dire o che è nato servo o che il tiranno non c'è. Venne il Prefetto Niente Paura, come lo si chiamava, e ruppe guerra al re. Un gran brav'omo quello, e che aveva le intenzioni giuste, ma ricordatevi quella sua fronte piccola e stretta e quegli occhi rigidi, come presi dal tetano, e ditemi se c'era lì dentro altro cervello che scarso di fosforo e a idee fisse, rigido come quegli occhi. La quale rigidità chiamano carattere, ed è monomania. E di là veniva quella sua volontà di granito, pari alla sua alpe. Quella testa alpina andò a cozzare contro la testa irpina, dura non meno, dura come quei macigni, che incontri in certe strade de' nostri paesi e fanno gridare i piedi. E cosa nacque? La provincia fu messa a soqquadro; si accese la guerra civile fin nei più piccoli comunelli; venner fuori le più infami accuse, non ci furono vinti e vincitori, furono tutti vinti, demoliti tutti.

—Ma se rimaneva, il demolito era don Michelino.

—Rimpiccinitelo, come volete. Fatto è che se è rimasto in piedi dopo quella guerra, non dee essere poi un tartufo, delizioso a mangiare e nulla più.

—Anzi è lui che vuol mangiare noi.

—Proprio così? O come ha fatto costui per salire sì alto? Io mi ci perdo. Alla Camera non l'apprezzeresti un soldo.

—Gli è che ha la monomania anche lui. E la sua monomania è che ha da essere lui il re, e tutti gli hanno a star sotto. Come Cesare, don Michelino vuol essere primo in Avellino, anzi chè secondo in Roma. E se sale nelle alte sfere, gli è come chi va in pallone per raccogliere notizie intorno alla terra. E qui la terra, come vedi, è Avellino[96].

—Proprio. Don Michelino, come tu lo chiami, ha la sua polizia, e non so come, ma ti penetra tutto, fino i pensieri.

—Gli è che non pensa altro da mattina a sera. Non so se dorma. Ma quell'uomo lì ha la febbre. Non si contenta di essere un uomo. Vorrebbe essere un telegrafo, un vapore.

—Giusto. Se hai una lettera con un'urgentissima, pressantissima, metti pegno che è don Michelino. Apri, e che è? Talora è una freddura.

—Ha la febbre e fa venir la febbre. Perchè vuol far ballare tutti a suo modo. E amici ne tiene e di molti.

—Segno che sa farsi gli amici.

—Unico nell'arte. E sono fanatici e si farebbero ammazzare per lui. Sanno che si fa di foco, se ha a rendere loro un servigio.

—E come non si può fare tutti contenti, e i malcontenti sono i più, avreste buon gioco. O come va che la maggioranza cresce intorno a lui? E ci sono là dentro uomini di qualche valore, e che non hanno bisogno dei suoi servigi.

—Contate per nulla la sua posizione sociale, la sua attività, la sua sagacia, il suo fiuto, la sua intelligenza e l'esperienza, e la conoscenza di ogni materia che ha tra mano?

—Caspita! Tu mi fai il ritratto di un piccolo uomo di Stato.

—Il bene saprebbe farlo se fosse nato al bene.

—Poteva essere un serafino, e non è che l'angiolo Michele.

—E dalli da capo coi serafini. O cosa c'importa?

—Ma insomma cosa volete?

—Vogliamo demolirlo, stritolarlo, annientarlo.

—Tu esci di carattere. Non guardi e ridi. Ti stai scaldando.

—Gli è che quest'atmosfera è così pregna d'elettricismo che move tutti, anche me, così pacifico. E anche te, se non scappi subito.

—Va via. E non mi vedrete più, se non fate giudizio. Detronizziamo il re, ma conserviamo il cittadino, se ha tutte le buone qualità che tu dici. A fare il bene dobbiamo essere tutti. Non voglio ostracismi, soprattutto de' capaci e degl'intelligenti.

—E chi dice di no?

Sia cittadino e tornerem fratelli.

Ma giù il re. Abbasso il re Michele!

—Bravo! E in questo, qua la mano. Ci siamo tutti.

—Per bacco! Siamo tutti eguali.

—E non vogliamo re.

—E non vogliamo Michele.

—E non vogliamo serafini.

E così scaldandosi, alzò gli occhi a me, e io a lui. E scoppiammo in una grande risata.

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