IV. Fantasmi notturni
Reading edition
Sansevero, 18 febbraio.
Qui ci sarà mezza Avellino! aveva detto quel prete col suo sorrisetto. Qualche avviso ha dovuto avere quel prete.
Ricordai che in Napoli, alla stazione, stando in sul partire, avevo incontrato un amico. «Se voi partite, verremo tutti.» No, risposi io, dov'è De Sanctis, non voglio vedere nessuno. Venga mezza Avellino, non voglio io con me l'altra metà. Voglio essere io solo.
E che gusto ci avrei, dicevo ora, se venissero proprio domani. Già un discorso debbo fare a questa gente. Avrò un uditorio pieno. Volevo io andare a loro, ed ora sono loro che vengono a me. Essi portano seco i loro rancori e le loro ire di Avellino, ed io offrirò loro il ramo di ulivo. Usciranno dal loro covo anche i miei invisibili. E si farà una pace generale. E avrò raggiunto d'un colpo lo scopo del mio viaggio. E mi benediranno in Lacedonia e mi benediranno in Avellino.
La mia faccia rideva, tanto ero contento, tanto mi lusingava quella fantasia.
Ma non verranno, oh non verranno. A quest'ora sarà giunta la notizia del mio arrivo qui. Figurarsi che musi! come ha detto il sindaco. E diranno: la partita è perduta, non ne faremo niente.
E quei miei cari amici! È proprio il caso: dagli amici mi guardi Dio. E presi il Roma[32]. E rilessi la sentenza incredibile. Considerando e considerando. Caspita! come la trinciano da giudici costoro! Assegnano collegi, e questo a te, e questo a me, come se gli elettori ci fossero per niente. Fossi l'ultimo gregario, pure non dovevano sentenziare senza consultarmi. Ed io che sapevo i loro impegni, e credevo tirarli d'impaccio, venendo qui e addossando tutto sopra di me. Nossignore. Bisognava andare avanti, e passare addirittura il mio corpo... Ora vi darò io una lezione.
E venutami la bizza, vinto dal dispetto, scrissi in fretta questo telegramma al bravo Avezzana presidente del Comitato:
«Protesto contro deliberazione presa, me assente. Non riconosco a nessun Comitato, e a nessun partito, e neppure all'Italia intera dritto decidere quistioni riguardante mio onore, mia posizione morale nel mio collegio nativo».
Ridevo pensando l'effetto di questo telegramma, giunto da Lacedonia. Ma pensai che se uno scandalo avevano fatto loro, non era ragione perchè un altro scandalo facess'io. E uso a giudicare gli uomini con indulgenza, pensai pure che quella sentenza del Roma sarebbe rimasta lì pro forma e per dare una soddisfazione al mio competitore, e che una volta saputomi qui, avrebbero detto: cosa volete? De Sanctis è lì: potete pretendere che noi combattiamo De Sanctis?
Così m'acquetai e stracciai il telegramma[33].
Apersi la finestra per dar luogo a quella nebbia di fumo. Era notte alta, con uno di quei silenzii della natura, che ti tengono il capo basso. Osservavo quel fumo aggiunto a fumo che con leggi sue faceva la colonna e lentamente si scioglieva via. Ecco qui, dicevo, il mistero delle cose. Il sigaro fumato non esiste più, ciò che esiste è il fumo che non formerà nuove combinazioni, nuove esistenze. Ed io che sarò? Un sigaro fumato. Bella consolazione! Niente muore, tutto si trasforma. Una gran frase, sicuro, per farci ingoiare la pillola. E la pillola è che l'individuo muore e non torna più. Dite a quel fumo che si rifaccia sigaro, si rifaccia il mio sigaro, o piuttosto del padrone di casa. Caro Michelangiolo, tu russi, e io fumo i tuoi sigari, e i sigari non torneranno più. Me ne darai dei nuovi domani; ma questi non torneranno più. Mentre tu russi e io fantastico, già quest'istanti non sono più, morti per sempre, e i morti non torneranno più. E mi si ficcò nella mente questo «non torneranno più» come il ritornello della mesta canzone. E più continuavo la canzone, e più il ritornello si ostinava a non volerne uscire.
Per finirla mi avvolsi sotto le coltri, e buona notte. Ero stanco a morte, ma il cervello non voleva dormire. Pareva una pentola che bolliva, e cacciava vapori, e i vapori si condensavano, prendevano forme varie. Sentivo parlare, vedevo in quella tenebra raggi di luce. Caso simile mi successe la prima notte nelle prigioni di Castel dell'Uovo[34], e molte altre volte. Anzi talora in veglia, in certi momenti di ozio, mi fo io i fantasmi, che sono come un altro me dirimpetto a me, col quale discuto, e so che è un inganno, e mi compiaccio dell'inganno.
Cervello, cervello, stai quieto, dicevo io. Ho bisogno di dormire. Dimani ho a fare un discorso, di quei discorsi che si ricordano per un pezzo. Pensa che debbo convertire mezza Lacedonia, che se ne sta rintanata e non si vuol far vedere.
—Aaaah!
Uno scroscio di risa fu la risposta.
Guardo, e vedo lì in fondo il corpo lungo come un palo del mio Teologo[35].
Aaaah!
—Tu mi beffi, mio caro.
—Una bella predica, una bella predica.
—Già per te, che sei un teologo, la è una predica.
—E finita la predica, finita la messa.
—Questa poi non la intendo.
—Vuoi sentire me, nipote mio. Non curarla questa gente, che, finita la messa, chi pensa più alla chiesa?
—Teologo, teologo, tu mi hai oggi faccia di eretico.
E lui rideva.
Poi mi si avvicina e s'inchina a me, e mi dice: Ciccillo (così mi chiamava fanciullo), tu sei rimasto ancora Ciccillo!
—Eh, questa è bona.
—Hai visto mo. Hai viaggiato tanto, e io ne so più di te.
—Imparerò, imparerò.
—Hai letta la lettera ad Quintum fratrem?
—Credo.
—E anche ne' libri avresti potuto imparare la lotta elettorale. Ne parla Cicerone. E tu credi poter fare le elezioni coi discorsi.
—E co' discorsi le hanno fatte i ministri.
—Cioè, la scena era quella. Ma il dietroscena lo facevano prefetti, pretori, sindaci e che so io.
—Anche questo sai tu! Comincio a crederti.
—Tu mi puoi insegnare molte cose. Ma dell'arte di fare le elezioni io posso stampare un libro. Tu vuoi fare una scena con un dietroscena immaginario. Sai tu solamente cosa sono gli elettori, che con un colpo di bacchetta magica della tua eloquenza pretendi di convertire?
—E perchè no? Già il miracolo è succeduto a Rocchetta.
—Uhm! Sai che dietro il miracolo c'è sempre il prete.
—Teologo, tu stai ereticando.
—E anche lì, il prete c'è, il prete c'è, non dico un prete col collare, ma qualcuno che la sa lunga più di un prete.
—Teologo, tu distruggi tutte le mie illusioni. In verità, la conquista mi è parsa troppo facile.
—Hai visto mo. Tu vuoi fare un romanzo, ed il mondo è storia. E il mondo lo conosco io.
—Spiegami dunque questo dietroscena di Lacedonia.
—Di Lacedonia non so niente io. Fo i fatti miei e sto a casa mia. Ma tutto il mondo è paese. E se in luogo di stare sui libri avessi corso i paesi durante le lotte elettorali, non saresti ora qui a fare un romanzo.
—Io lo farò e lo pubblicherò.
—E se tu fai il romanzo, io fo la storia. La farò e la pubblicherò. E la mia storia farà le fiche al tuo romanzo. Una mezza storia vale più che cento discorsi. Finita la predica, finita la messa. Aaaaah!
Rideva, veggendo la mia faccia farsi oscura. Stavo interdetto, spaventato sotto a quel riso.
Allora, come avesse compassione, raddolcì la voce.
—Via, la maggioranza l'avrai.
—E cosa importa a me la maggioranza? Voglio tutti io.
—E dàlli col romanzo.
—E dàlli con la storia. Dimmi almeno cosa è questa tua storia, o piuttosto questa storia di Lacedonia, che dici di sapere.
—Io? Ma sei rimasto Ciccillo! Vai dunque a parlare a fanciulli. Di Lacedonia non so niente io. Sto a casa mia e fo i fatti miei.
—Che razza dunque di storia è la tua?
—Non è storia di Francia o d'Inghilterra. È storia generale come la filosofia.
—Dì ugualmente.
—E mi maraviglio come tu, che sei un filosofo, consulti un teologo.
—Dì ugualmente, mio caro.
—Farò io il filosofo. Guardiamo ai piccoli centri elettorali. Credi tu che là ci sieno tutte le idee e tutti i sentimenti del romanzo che ti frulla pel capo? Piglia paesi su per i monti, dove si va talora a dorso di mulo, senza circolazione di merci e d'idee, e miracolo se ci arriva un giornale o un mercante che vi rinnovi un po' l'aria. Gruppi di paesi intorno a qualche paese più grandetto, dove appena è se sopra a quel bassofondo si elevi uno strato meno superficiale di mezza coltura e di mezza fortuna. Vai innanzi, in centri più popolosi, meglio accarezzati da natura o arte, e troverai nuovi gradini di quella scala sociale, alla cui sommità è il tuo romanzo. Capisci ora?
—Non capisco niente affatto. Vuoi farmi il ritratto del collegio.
—E da capo. Fo storia generale io. E poichè hai il cervello duro, puta caso che siamo in America. Tutto il mondo è paese. O credi tu che anche in America non ci sieno questi bassi gradini della scala sociale? E se tu capiti là, che cosa è De Sanctis? È uno scrivano, dirà qualcuno che ha saputo che tu scrivi. No, è un letterato; correggerà il saputo del paese. E cosa è un letterato di rimpetto a un avvocato? ripiglierà tutto impettito qualche azzeccagarbugli. E per poco non ti farà una lezione di grammatica qualche sugainchiostro...
—Oh, oh, oh, questo poi...
—Questo non sarà in Italia, ma siamo in America. Non ti piace la storia? fai il romanzo.
—Prosegui la tua storia che la trovo gustosa.
—Vammi dunque a fare i tuoi discorsi colà, e diranno che sei un piagnoloso, che fai per accattar voti, che la è una predica...
—E finita la predica, finita la messa.
—Ma non finito il ridicolo della bella figura che vai a fare.
—Mi pare che il torto sia loro e non mio.
—Tuo il torto e il ridicolo. E in verità, non è da ridere vedere un omo della tua età così nuovo degli uomini e delle cose, e metterti ad abbaiare alla luna?
—Come dunque ho a fare per essere un omo serio?
—Capire con chi tratti e a chi parli, e se vuoi il fine, volere i mezzi.
—Intendo. E' quella tale arte, su cui puoi stampare un libro.
—Sicuro. E in primis hai a sapere che ogni elettore è sovrano, e se ne tiene, e vuol essere trattato col lustrissimo, e più è giù in quei tali gradini, e più gli hai a fare la corte e te gli hai a professare umilissimo servitore. Tu non hai scritto, metto pegno, nessuna letterina così inzuccherata. E vuoi essere un omo serio. E poi ci vuole il poscritto, qualche cosa che più lo solletichi e gli vada ai versi. T'hai da fare un modello, un segretario ad uso degli elettori, secondo tendenze, caratteri, bisogni. Senza questa statistica non hai base. Che dolce cosa vedersi un sarto o un barbiere capitare a casa un bel dì un bel biglietto di visita, o una letterina profumata, sì che l'incenso gli monti al cervello, e se ci fosse un timbro poi, oh che cosa! farà gli occhioni, e dirà: dee essere un pezzo grosso costui! E più le sballi grosse, e più ne hai credito. Essere il barbiere di una eccellenza! ma il barbiere si mirerà allo specchio, e si liscerà i baffi, e dirà: quanto son bello! Sul collegio pioverà oro da tutte le parti, false monete che parranno di zecca a quei grulli. E che bei sogni vorranno fare!... Che bel tocco di sottoprefetto sarò io!—Agente delle tasse! Scorticato, scorticherò io a mia volta! Sostituto procuratore del Re! meglio non ci pensi, che il capo mi gira.—Cavaliere! mi chiameranno cavaliere! gli è come dire conte o barone, e sarò barone anch'io.
—Le son tutte baronate coteste, mio caro.
—Lasciami dire. Poi, in questi piccoli centri, il mondo comincia e finisce lì. Il campanile è la stella maggiore di quel piccolo cielo. E in quelle gare, in quelle gelosie, in quelli che tu chiami i pettegolezzi municipali è tanta passione, quanta è, poniamo, tra Francia e Germania. Ciascuno ha la sua epopea a modo suo. L'epopea del fanciullo è il suo castello di carta. E l'epopea loro è l'assalto al municipio. E tu chiami tutto questo pettegolezzi. E vuoi essere deputato di tutti, che è a dire di nessuno. E vuoi essere un omo serio. Ma un omo serio dee usare ogni industria per tener vive quelle gare, e vellicare le passioni, e incensare le vanità, e suscitare le rivalità tra un paese e l'altro, tra una famiglia e l'altra. Così ti farai il partito. L'entusiasmo è fuoco fatuo. Passioni e interessi, questa è la pasta umana, lì è la base di operazione.
—Basta, basta.
—Ma noi siamo appena all'abbicì. Bada alle chiavi.
—Che chiavi?
—Alle chiavi delle posizioni. Tutti questi sovrani hanno poi chi è sopra a loro, e li fa ballare, ed essi credono di ballare loro, e ballano il ballo suo. Ciascuno di questi centri ha qualche ricco sfondolato, qualche leguleio cavilloso, qualche camorrista, che anche in America ci sono i camorristi, un sopracciò che comanda a bacchetta e lì è la chiave. E il punto sta ad indovinare la chiave. Il tuo romanzo ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e sconclusionata. E se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti, leoni o volpi che sieno, e meno hanno scrupoli, e più sono efficaci, gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila...
—Ah cinico di un Teologo, proruppi io.
E mi passai la mano sulla fronte, come per cacciarne quei fantasmi, e mi gittai di letto, e apersi la finestra, e presi una boccata di aria fresca. Era già l'alba, quel po' di luce dissipò le nebbie del cervello e mi parve di aver fatto un cattivo sogno.
Povero Teologo, pensai, la brutta figura che io ti ho fatto fare! Tu te la dormi saporitamente, e immagineresti mai più che se' stato la mia comparsa, la comparsa del mio cervello. Ma onde mi vengono tante ubbie? e che pazzie son queste?
E passeggiavo. E di cosa in cosa, non so come, mi tornò innanzi quel: niente muore e tutto si trasforma. L'immaginazione mi ha ingrandito gli oggetti, pensai, e per disfare un romanzo ne ho fatto un altro. Tutta questa roba notturna non è che un cattivo romanzo, messomi nel cervello dal malumore, dal sentirmi contrariato nella mia aspettazione. E volere sfogare il mio malumore pigliandomela con questi miei concittadini, i quali non hanno in fondo altro torto, che di esser nati qui! Tutto si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia e in piccol numero d'anni si farà il lavoro di secoli[36]. La industria, il commercio, l'agricoltura saranno i motori di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono vivi e le tempre sono forti. Questa stessa resistenza che incontro, questa durezza che talora chiamerei rozzezza, questa fedeltà a impegni presi, a parola data, non mi prova che qui carattere c'è? E dove è carattere, c'è la stoffa dell'avvenire. E io non debbo pure fare qualche cosa che affretti questo avvenire? Non è bello consacrare a loro questi ultimi anni della mia vita? Non è mio dovere? Non so, ma questa stessa loro resistenza più mi attira, più mi lega a loro. Essi credono indispettirmi, e dicono forse: ci faremo così brutti, così rozzi, che De Sanctis si sdegnerà, e non vorrà saperne di noi, e daremo la vittoria al nostro amico. E non mi indovinano, e non sanno che più accendono in me il desiderio di farli miei, di essere il loro amico. Mi sentiranno oggi, e le mie parole saranno seme che frutterà nei loro cuori.
E con questi propositi mi posi a meditare cosa avevo loro a dire.