XI. Dopo il ballottaggio
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Napoli, 26 aprile.
Il tempo tra sereno e pioggia pareva un matto. S'era rimesso a pioggia. Neppure un cane s'arrischiava fuori, dicevano, e la gente s'era tutta raccolta in cucina, che è il salotto di quei paesi, e vi si faceva una conversazione allegra e clamorosa. Io non avevo lo spirito così libero che vi potessi prender parte, e me ne veniva appena il romore nel salotto.
Il cattivo tempo mi spiegava l'indugio delle notizie. Ma ero inquieto. Non dubitavo già della vittoria. Pure, se aveva rinunziato a quella vittoria splendida che mi promettevo nel mio viaggio, tenevo ad avere almeno tutti o quasi i voti del mio mandamento. Anche questa speranza m'era rimasta debolissima, visto d'appresso l'attitudine degli avversarii: ma ci era andato don Camillo, e che farà don Camillo?[79].
Lo avevo incontrato che andava in Andretta, e gli dissi: «Guardatemi bene negli occhi, don Camillo, confido a voi il mio nome e l'onor mio; guardatemi bene negli occhi». Ma gli occhi rimasero a terra, mentre diceva con quella sua mezza bocca a riso: poichè gli equivoci sono finiti... E finì lì, e io tirai innanzi.
Che farà don Camillo?
O piuttosto, che ha fatto don Camillo? diss'io, correggendo a voce quella confusione di tempo nata nel pensiero.
E dissi: Vediamo un po' se indovino. Anche io so tirare l'oroscopo. Tale è l'essere e tale è il fare. E cosa è don Camillo?
Raccolsi quel che sapevo del suo essere e de' suoi gesti, e me lo ricordai che eravamo tutt'e due giovanissimi.
S'era in pieno quarantotto. Mi sentivo già qualche cosa. E andai in Andretta, pensando che tutti mi dovessero già conoscere e farmi deputato. Ma non ne fu niente, e mi capitò come a Cicerone, tornato tutto trionfo di Sicilia, che a Roma si credeva non si fosse mai partito di città. Nessuno sapeva niente de' fatti miei, anzi parecchi mi credevano ancora uno studente, ed ero già un professore, e di quelli, come pareva a me e a molti altri. Ed eccoti don Camillo, più giovane di me, che mi si fa attorno, e lisciandomi con belle parole, tira me e i miei morresi in un bel concertino per la formazione dell'ufficio elettorale. E come tutta la buona fede era da un lato, e tutta la malizia dall'altro, avvenne che don Camillo entrò e io rimasi fuori[80]. Questo bel tiro mi restò fitto in capo, e non ne è voluto più uscire.
Da quel tempo non l'avevo più visto. E mi tornò innanzi, quando, proposto io consigliere provinciale, scrisse agli elettori un elogio di me, con molti bei ricami e fiori, sì che mi parve una vera esagerazione. Seppi allora che era giornalista e avvocato. Glie ne feci render grazie, e ci cambiammo qualche saluto. E poi? E poi mi scrisse una bella lettera perchè, venuta sul tappeto la mia candidatura alla deputazione, chiarissi la mia intenzione, dissipassi gli equivoci, ecc. E io feci una bella risposta, scegliendo lui a interprete della mia intenzione, con tanti ringraziamenti, ecc.
Conchiusione. D. Camillo si trovò in un bell'imbroglio. Ufficialmente, non era decenza combattere la mia candidatura, e se vi si faceva contro, erano i fratelli, ma lui! Oh lui! e a inchinarsi e a dir tante belle cose di me. Venne il dì. E don Camillo, che fa l'avvocato in Sant'Angiolo, andò in Andretta, e votò, e per chi doveva votare? faceva di me tanta stima. Ma al mondo ci sono sempre le male lingue. E questi attribuirono a lui una scheda su cui era scritto: Soldi non De Sanctis. E l'ufficio disputò a quale dei due andasse quel non, e ricordò il redibis non morieris, e non sapendo risolversi, annullò la scheda, rendendo omaggio allo spirito e alla erudizione del sottile autore. Non vi pigliate collera, don Camillo; quando si ha riputazione di spirito e di rettorica, incontra così, ti si affibbiano tutte le gherminelle. Cosa volete? Vi tengono un grande avvocato, e se si fecero le proteste, chi poteva averle architettate? Don Camillo, l'autore presunto di tutte le malizie.
Come vedete, don Camillo è uno de' caratteri più originali della provincia e più degni di studio. E la sua originalità è in questo che la natura l'ha fatto curvilineo e centrifugo, e gliene ha lasciato il segno su quella faccia bruna, dagli occhi incerti e dal mezzo riso. Sicchè non ti è facile indovinarlo o pigliarlo, salvo che non lo tenga un tratto pel ciuffo. Quale sia l'arte di tenerlo pel ciuffo, parecchi si vantano di saperlo. Per me, ci perdo il latino, e non fu buono neppure ad alzare verso di me quegli occhi bassi.
Dato un don Camillo così e così, il problema era sciolto. Non potevo avere molta illusione sul suo concorso.
Mentre stavo così fantasticando, sentii martellare il portone di casa con forza e con fretta. Erano i reduci di Andretta.
Abbracciai Aniello[81]. E cominciarono le strette di mano, e il che fu e l'io fui.
In cucina, in cucina. E si fece un gran fuoco, e si scaldavano e raccontavano.
E raccontavano i vari accidenti dell'andata. I signori di Morra avevano divisi i contadini in vari gruppi, e ciascuno s'era fatto capo di un gruppo. Il mattino di buonissima ora, sotto una pioggia a secchie, eccoli intorno a riunire ciascuno il suo gruppo, e non ci fu ragione, nè scusa, tutti dovettero marciare. Erano apparecchiate alcune carrozze, e i signori vi ficcarono i contadini o troppo cagionevoli o troppo gravi d'età, ed essi a cavallo, chiusi ne' mantelli. Attraversarono Guardia, acclamando, svegliando quella buona gente, e giunsero in Andretta a ora, fradici di acqua, ma contenti, acclamanti e acclamati. Il guaio era pe' rimasti a piedi. E costoro, pigliando la via dritta e breve, si gittarono alla valle dell'Isca, attraversarono i torrenti, scalarono le alture, dando il grido nelle cascine, raccogliendo per via elettori, e muli e asini, quanti potevano, e giunsero anche a ora tra risa e applausi. La pioggia aveva messo là l'eguaglianza tra contadini e signori, anzi vedevi con rara abnegazione qualche signore a piedi e qualche contadino a cavallo. Fu visto giungere a corsa trafelato, bagnato come un pulcino, un contadino più che settuagenario. Dove vai?—Vado a votare per De Sanctis. Fu visto Marino, fabbro e capo di tutto quel moto, giungere ultimo, quando fu sicuro che tutti erano lì, inzaccherato fino al ginocchio, e grondante acqua, cappello e mantello, che pareva un cencio tolto pesolo dal bucato.
E tutti gli occhi si volsero a Marino, che se ne stava lì accanto al foco, umile in tanta gloria, un personcino asciutto, tutto nervi e muscoli, tempra di acciaio, allegro e simpatico compagnone, primo ne' piaceri dell'ozio e primo nella serietà del lavoro.
Date un bicchiere di vino a questa gente. E fu preso di quel vecchio e generoso. Vino molto vantato del cugino Aniello. È vino di peso e di qualità, denso troppo, che fa nodo nella gola e non si può tutto ingoiare in una volta, e la gente ci stava su con gli occhi, quasi che in fondo al bicchiere vedessero l'innamorata. Zia Teresa[82] contava sospirando i bicchieri che si votavano.
Ci fu un intervallo di silenzio. Poi, come in fondo al bicchiere trovassero i pensieri e le parole, la lingua si fece più sciolta e si venne a' sarcasmi.
—Il presidente questa volta non era così cocciuto. Aveva bocca a riso, e lingua di mele, e non cavillava, c'incoraggiava.
—E già. C'incoraggiava a farne delle grosse, e diceva in cuor suo: ci vedremo a Filippi.
—Appunto. Ci vedremo a Filippi, e sarebbero piovute le proteste. Ma noi, attenti, e con gli articoli di legge avanti, perchè il presidente è una buona pasta, ma dietro a quel riso ci stava...
—Don Camillo!
—Sicuro. Dove non sta don Camillo? Sta dove lo vedi e dove non lo vedi. Ne pensa tante, mentre ti fa quella sua aria innocentina. E dicemmo: questa volta non ce la farai.
—E ce l'ha fatta!
Che? che? Proteste anche oggi?
—Se in questo punto staranno ancora protestando! L'affare piglierà tutta questa notte.
—Perciò il sindaco, che è dell'ufficio, non è venuto.
—E come ha fatto per farvela?
—Quello è un demonio. Ne trova sempre. E ha trovato che s'hanno a dichiarar nulle quelle schede, dove c'è scritto altro che il solo nome e cognome.
—Per Dio! Allora è nulla la mia, dove scrissi: De Sanctis, non vogliamo versipelli.
—E la mia, dove scrissi: De Sanctis, oratore italiano.
—Bravo! come potesse esser creduto un turco.
—E la mia, che ne dite? De Sanctis fratello di Don Vito[83].
—Bravissimo! Don Vito notissimo per far conoscere De Sanctis mal noto.
—Sicurissimo. Tra noi don Vito chi non lo conosce?
—E io che scrissi: De Sanctis professore a Zurigo.
—E io?
—E io?
—Ma allora tutte le schede saranno nulle. Oh che guaio! Ciascuno ci ha voluto mettere qualcosa di suo.
—Ma se l'altra volta si è fatto pure così, e nessuno ha fiatato.
—Ma ora il fiato si è perso a gridare, e stanno ancora gridando.
—O che guaio! o che guaio!
—E dicono che la Camera ha annullata un'elezione, dove ci erano schede così.
—E don Camillo si fregherà le mani, e dirà: annullata anche questa, e si dee alla mia gran testa.
—E bene sta. Perchè volere il Santo?
—Cosa? diss'io.
—Il Santo, che è a dire un segno, un che sulla scheda convenuto tra due.
—Anche questo? Ma allora siete tutti gente senza fede, e non è segreto il voto, e l'elezione è nulla.
—Che santo e segno? saltò su Marino, che vide la mia faccia annuvolarsi. C'è bisogno il Santo tra noi? Ma non si parla così a casaccio.
—E girava gli occhi, che parevano saette.
—Ed ecco giungere a noi un rumore confuso.
—Si spara in Andretta! Vittoria!
—Che Andretta? Questo è un rumore che cammina, e si avvicina.
E si aperse il portone, e venne gran gente. Festeggiavano la vittoria di Teora. Viva Teora! usciva da cento petti.
—Quel povero corriere pareva un morto che cammina.
—E che bella lettera che ha portato!
Viva Teora! Viva Teora!
—E anche lì violenze e proteste. Quel presidente è un uomo di ferro. Pare che si voleva rapire l'urna, e ha fatto venire i carabinieri.
—E quel Cantarella, come ha ragionato bene! E tutti con l'orecchio teso. Non si sentiva un zitto.
—Abbiamo riportato una bella vittoria. Il doppio dei voti. Viva Teora!
Tra questi viva mi addormentai e li avevo ancora nell'orecchio.
Il dì appresso, avutasi notizia della vittoria con novantasette voti in maggioranza, fu festa in tutto il collegio.
Si sparò in Andretta e Cairano, si sparò in Lacedonia e Teora, si sparò a Monteverde, e vi rispondevano gli spari de' pochi amici di Aquilonia. Dove la lotta era stata più viva, la gioia era più impetuosa.
Festa in tutto il collegio, fuori che in Morra. Lutto era nell'anima mia, e lutto era in Morra.
Nel primo ballottaggio avevo avuto in più settantasette voti. Ora erano novantasette. La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque—venti voti! Metti che il mio avversario aveva avuti più voti che l'altra volta nel mio mandamento[84]. Io dunque mi sentivo umiliato sino in quel mandamento, dove mi promettevo l'unanimità. Aggiungi le proteste d'Andretta, e non ne potei più, traboccò la mia indignazione, e maledissi l'ora e il momento che mi trovai in questo ballo.
Che gente è questa, dicevo, che non intende cortesie e non convenienza e non sincerità, e spinge la lotta a un punto, dove tutto ciò che in noi è umano deve arrossire? Non voglio saperne di questa gente.
Dunque, per il peccatore deve soffrire il giusto? mi dicevano attorno.
E vedevo giungere nuovi amici di Andretta, di Cairano, di Teora, di Sant'Andrea, di Conza, mai Morra non fu così popolato. E tutti avevano sul viso quel punto interrogativo: Dunque, per il peccatore dee soffrire il giusto?
La mia indignazione ebbe i suoi periodi, come una febbre. Giunse alla massima intensità la sera, che la casa era piena di gente. Uscii di stanza, salutai in silenzio, nessuno parlava, gli era come in un mortorio. Finalmente, prese la parola uno di quei signori di Avellino, iti a Teora, e fece un vivo racconto della lotta ivi sostenuta, e della gioia che vi scoppiò in ultimo. Di tutto parlò, fuorchè di sè e dei suoi amici, a cui bastò l'animo, giunti in Morra il sabato, e non ci trovando alcun conoscente, venutimi tutti incontro, di fare a piedi il cammino sino a Teora per sei lunghe miglia e per vie impossibili.
Pure ero così cieco di collera, che tutto questo non mi commosse, anzi accresceva il mio dispetto, e più parlavano e più montavo. Cosa dissi e di che dissi, non ricordo più. L'orgoglio offeso delirava in me, i nervi tremavano, gli occhi scintillavano, avevo la voce dell'esaltato, l'accento appassionato ed eloquente di quella febbre interiore. Mentre, sentendomi calpesto, ponevo me sul piedistallo, ero ben piccolo.
La serata passò tristamente.