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Un viaggio elettorale

IX. L'ultimo giorno

Reading edition

Napoli, 27 marzo.

Quel sogno era stato un adulatore. E come me ne compiacqui! In veglia la villania, in sogno l'apoteosi. Quel sogno era il mio amor proprio offeso che protestava contro gli atti villani e si decretava il trionfo.

A una certa età si comincia a rimbambire. O per usare una frase più rispettosa verso l'amor proprio, a una certa età ritroviamo gli affetti e i luoghi della prima giovinezza. In quel momento una buona accoglienza in Andretta valeva per me qualche cosa più che una buona accoglienza a Parigi. Il disinganno fu amaro, e quel sogno era la mia protesta e la mia vendetta, e me ne compiacqui. Poi, esaminandomi bene, arrossii di quel compiacimento, e vi trovai più vanità che orgoglio, anzi una fatuità puerile.

Però siccome in fondo a ogni orrore si trova la verità, quel sogno, spogliato della sua ridicola esagerazione, voleva in sostanza dir questo, che quella gente non l'aveva proprio con la mia persona, che la era sotto l'incubo di passioni locali e provinciali, travagliata ed educata abilmente a quel modo per parecchi anni; che ostinarsi ora in quella via era un puntiglio, o con parola più nobile un punto d'onore, e che, finita la lotta, e lasciate le cose al loro andamento naturale, noi eravamo tutti predestinati ad essere amici. Sicchè da quel sogno mi venne un bene e fu di purificare il mio animo d'ogni amarezza, e dispormi a guardare le cose con uno sguardo più tranquillo e più giusto.

Sentii dunque con tutta serenità le notizie di quell'ultimo giorno. Il figlio del mio competitore[67], un bravissimo giovane, di cui non avevo inteso dir che bene, mi andava disfacendo alle spalle in occulto quel lavoro che avevo fatto in palese. Piovevano nel collegio da parecchi giorni circolari, lettere e telegrammi in nome del comitato di Sinistra e dell'associazione del Progresso che quella buona gente confondevano insieme. E nessuno capiva un'acca di quella storia. «Cosa è quest'associazione del Progresso? mi domandavano. La si dovrebbe chiamare regresso, poi che combatte De Sanctis». Il loro buon senso rimaneva offeso, veggendomi con tanta persistenza combattuto da colleghi ed amici. Quelle lettere col timbro non mancavano di produrre un certo effetto sui semplici. Ma poi si ribellavano. Alcuni reagivano, e facevano risposte violente. Una finiva così: «Tenetevi voi il vostro amico, noi ci teniamo De Sanctis». Altri facevano gli occhioni e non si raccapezzavano. Chi rideva, chi s'incolleriva. Messi e corrieri attraversavano il collegio in tutte le direzioni. A tarda sera erano giunti in Andretta alcuni, e comunicate le istruzioni, proseguivano per Teora. Qui erano giunti da Avellino amici ed avversarii, e si contendevano aspramente il campo.

Non c'era che dire. Gli avversarii erano disciplinati, e ubbidivano alla consegna come soldati. E riflettei all'inconveniente dei piccoli collegi, dove un volgare cospiratore può far giocare come macchinette quel piccolo numero di elettori che gli basti a vincere. E non aveva poi tanto torto il mio teologo.

Il salotto era già pieno. Trovai lì mezza Cairano. Che bel vedere era quella brava gente, venuta di lontano, e ora col viso aperto, con gli occhi lieti, con le mani tese! Cairano non l'avevo visto mai. Pure sentivo che colà dovevano volermi un gran bene, e non conoscendo nessuno, stetti in mezzo a loro, come conoscessi tutti da lunghissimi anni. Pure avevo una spina. E giravo gli occhi, e non vedevo nessuno di quelli che avevo visitato in casa Alvino. E mi giunse una lettera del giovine oratore, nella quale m'informava come qualmente il Comitato che li dirigeva, contro il suo avviso, aveva loro vietato di venire nella casa comunale. Prometteva però che dopo il mio discorso sarebbero venuti a visitarmi, e mi faceva tante scuse, e mi esprimeva la sua stima, anzi la sua venerazione. Oimè! diss'io, costoro hanno pure un direttorio. E compatii al povero oratore, che voleva non disgustar me e non disubbidire a quelli. In quest'oblìo delle più volgari convenienze concepii cosa sono le passioni settarie.

Mi avviai alla casa comunale con grande accompagnamento di elettori. Lì presso vidi due fanciulli, tirati dalla curiosità, e con l'aria di chi faccia cosa proibita. Al mio comparire sulla piazzetta l'uno si tirò indietro, come per darsela a gambe, e l'altro guardava me che andavo a lui, con un certo sdegno negli occhi, e con un certo riso sardonico, che non poteva uscire sulle labbra, tenuto indietro, rispetto o paura che fosse, e che pur dava alla sua fisonomia una espressione ironica. Era un bel fanciulletto[68], e mi pareva in quell'atteggiamento un piccolo Farinata. Che gran male gli avranno detto di me! pensai, e lo presi per mano, e gli dissi: «chi è tuo padre?—Miele.—Ebbene, ti auguro che sii migliore di tuo padre». Quel motto era una riminiscenza de' fanciulli di Calitri, i buoni padri debbono desiderare figliuoli migliori di loro. Pure, preso alla lettera, quel detto poteva sonare una ingiuria, e lo spiegai subito a' vicini per tema che mi attribuissero una così bassa intenzione.

Entrai. Sala pienissima, grande aspettazione. Sbirciai verso la porta quel tale amico Diogene, che a volte faceva capolino dentro, situato in modo il nostro filosofo da poter dire di esserci e di non esserci. Non uno di quei della sera. Il Direttorio era stato ubbidito. Vidi però con piacere qualcuno di Cairano ch'era lì malgrado il Direttorio e glie ne tenni conto.

Cosa dissi? Poco me ne rammento. Avevo già detto la sera tutto quello che era a dire. E a ripetere non mi ci trovo. Non ho mai ripetuta una lezione. E un dì che gli studenti vollero un bis, riuscii freddo e sguaiato, pur dicendo quel medesimo che il dì innanzi aveva mossi tanti applausi. Doveva ora dire altro o trattare la stessa materia in altro modo. Ma non ci ebbi tempo, nè voglia.

Avevo innanzi un uditorio simpatico, già commosso e mezzo intenerito, gli applausi erano in aria, prima che aprissi bocca. C'era in quel punto una specie di parentela tra le nostre anime, m'indovinavano prima che compissi il pensiero, e applaudivano e non si saziavano di applaudire: l'affetto rendeva veloce l'intelligenza. Abbandonato al caso, commosso, smarrito, trasportato come un fuscello di paglia in mezzo alle onde, io mi sentiva dolcemente annegato nel mio uditorio. Mi pareva che non parlass'io: o piuttosto ch'io fossi una eco, una voce del coro; così mi sentivo uno con tutti. Posso io rifare quei momenti deliziosi? rigenerare con la volontà quella generazione spontanea?

Tornai tutto esaltato in me. Lo avevo detto spesso: ma allora mi sentivo davvero tra miei concittadini. Dall'alto di quel piedistallo che mi aveva alzato il loro affetto, quanto mi parevano piccoli i miei avversarii!

La folla mi seguiva nel salotto, e stavo così bene in mezzo a quell'amabile confusione, prodotta da un affetto impaziente, che tutti nello steso tempo volevano espandere. E viene a me quel caro Mauro, il padrone di casa, zitto, zitto, piano, piano, e mi tira in disparte, e mi susurra all'orecchio ponendosi l'indice sul labbro, che mi pareva don Abbondio, quando diceva: per amor del cielo! Cosa è nato? dicevo, alzando la voce, e mezzo stordito. E lui: Mio cognato! e mi tirava, guardandomi con certi occhi pietosi e abbassando più la voce.

Questo signor cognato era giunto di Avellino, ed era il capo nominale della parte avversaria, bonomo, tenuto un pezzo grosso in paese, e vano di quell'onore, di esser dietro lui il capo. Ora il signor cognato era un gentiluomo, e teneva a mostrarsi gentile e voleva sì farmi visita, ma zitto, zitto, piano, piano, che nessuno ne sapesse niente. Ed entrò per una porticina secreta, e lo trovai in un salottino. Viso magro, lungo e scuro, privo d'ogni espressione, come d'ogni colore. Modi civili, se non distinti. Finite le generalità della conversazione, promise... ma zitto, e il bravo Mauro accompagnava quel zitto cogli occhi, promise il suo voto, e... il suo voto solo. Posso fare di più? pareva dicesse, allargando le mani e chinando il petto. Risposi che non ero venuto a carpir voti.—Ah! e cacciò fuori un grosso sospiro, come chi si senta alleviato, e dunque? Dunque non tenete a' voti! e posso dirlo anche agli altri. Voi non siete venuto qui per avere i voti! E posso dirlo anche agli altri.—Servitevi.

Il bonomo, che aveva presa alla lettera quella forma di dire delicata, era fuori dei panni, e la gioia comparsagli sulle labbra dava una certa espressione a quella fisonomia. Mi levai freddo, e gli diedi una stretta ufficiale di mano. E dicevo: il teologo aveva ragione. Qui la gentilezza è presa a rovescio, e vogliono loro si parli a lettere di scatola.

Il desinare mi parve lunghissimo. Sentivo nell'orecchio Morra, il mio paese nativo, che mi gridava: Vieni! Dovetti combattere con l'estrema gentilezza de' padroni di casa che volevano trattenermi, e con tanti bravi elettori, che mi facevano istanza perchè rimanessi anche il dì appresso.

—Ma vi pare? è il giorno della votazione. Il mio posto domani non è qui.

—Prendete ancora un bocconcino, mi suggeriva Mauro cheto, cheto. Ad andare c'è tempo.

—Grazie. Ne ho presi tanti di bocconcini. Andiamo.

—E il caffè? Non volete prendere il caffè? diceva un terzo in aria di scandalo, come volesse dirmi: una tavola senza caffè, dove s'è letto?

—Hai ragione, compare.

E così, tra bocconcini e caffè e bicchierini e chiacchiere, avvenne che ci mettemmo in via tardi, ed era notte quando giungemmo in Guardia Lombardi.

Guardia è il paese della provincia più alto sul livello del mare, e la strada che vi menava non era una gran bella cosa. Mi pareva non giungessi mai, ed era già bujo.

Mi avvertì dell'arrivo un gran rumore, confuso tra una luce fosca. Erano torce, e scalpitare di cavalli, e spari di mortaretti, e vive acclamazioni. I signori di Morra m'erano venuti incontri fin lì, accompagnati da una folla di popolo minuto, coi soliti monelli, che con l'energia curiosa delle loro mosse, saltando, vociando, davano vivezza allo spettacolo. Volevo scendere, ma non vollero; ci è tanto ancora da andare, dicevano. E mi caracollavano intorno, e poi via a corsa, tra l'infinito vocìo della turba, estatica innanzi allo spettacolo, ed essa medesima spettacolo. Andammo così un pezzo, quando mi apparve in lontananza una gentile collina tutta illuminata, sì che parea giorno. È Guardia quello? diss'io, meravigliato che ancora tanto lontano. «Che Guardia? Guardia l'abbiamo passato. La è Morra, guarda, parato a festa». In quella confusione ero passato per Guardia, e non me n'ero accorto.

Ecco, nuova gente, a dritta e a manca, e ingrossarsi più e divenire folla in piazza. Non scesi, mi precipitai, e caddi nelle braccia del mio piccolo cugino Aniello, e lo tenni stretto al petto.

Rividi amici, compari, parenti, famiglia, ad ogni passo nuove strette di mano. Oimè! mancava uno, a cui avrei dovuto baciare la mano. E in quella gioia non ci pensai.

Fui alla casa paterna, entrai nella stanza dov'ero nato, assegnatami con gentile pensiero da quel mio cugino, piccolo di statura, non d'ingegno e di coltura. Avrei voluto abbracciare, baciare que' di casa, dire tante cose, ma la folla si faceva più fitta e le acclamazioni più vive. Mi convenne uscire, e piantato sui gradini di casa, dissi: «amici miei, grazie. Voi mi decretate il trionfo prima della vittoria. Pensiamo a vincere, e domani non un solo morrese manchi all'appello.» Levarono le mani, promisero e mantennero la promessa.

«Ora andate che è tardi. Domani vi converrà levarvi per tempo, che la via è lunga». Piovigginava già. Il tempo mantenutosi tra sereno e fosco, sempre asciutto in quei lunghissimi sei giorni, sembrava volesse perder la pazienza e farne una delle sue proprio nel dì del combattimento.

Rimasti soli, abbracciai la nipotina e zia Teresa[69] e la cugina, e riabbracciai Aniello. Visto la sorella[70] «e a te, dissi, un bacio a te, martire di casa mia». Quella povera donna, morta la madre, non s'era voluta maritare, ed era madre a tutti noi. Piangeva, e quel pianto era il racconto della sua gioia e delle sue pene, piangeva ridendo. Mi parve ben mutata dal dì che la vidi. Aveva sulla faccia la fresca morte di nostro padre.

Non potei chiuder occhio. Quella stanza era piena di memorie. Il letto era proprio a quel posto, dove era già il letto di padre e madre. E lì, in fondo, presso la finestra, era il mio letticciuolo, fanciullo appena di sei anni. Mi ricordo. Avevo sogni spaventosi, piangevo e strillavo forte, e la madre[71] era là, che mi vegliava o mi asciugava gli occhi. E ora non c'è più. Mi lasciò ch'ero ancora giovane. E anche mio padre[72] m'ha lasciato.

Notes in this chapter

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