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Terremoto

PARTE TERZA. GUERRA DEL SALE

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Capitolo XXII. Questione di tre quattrini.

Entro una delle più splendide sale del Vaticano, nel cui immenso camino dovuto al poderoso scalpello del Buonarroto arde un fuoco patriarcale, trovansi raunati quattro eclesiastici intorno l’ampio seggiolone coperto di cuoio dorato, su cui distende le arruginite membra un venerando vegliardo, che noi ricordiamo aver veduto altra volta.

Quando non fosse la sua lunga e candida barba, il vigoroso suo naso, la sua fronte scappante e corrugata, sotto cui balenano due occhi sagaci ed irrequieti, il tradizionale berrettino bianco, che gli occulta le calvizie, e lo scapolare di serico sciamito trapunto a chiavi d’oro, che, dalle spalle, gli s’incrocicchia sul petto; basterebbero a farcelo riconoscere per Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese.

Quell’omicciattolo smilzo, gialluto, butterato dal vaiuolo, tutto ravvolto in negra veste talare, che siede alla sua sinistra dinanzi un tavolo, sul quale fanno monte pergamene ed in-folio, e che tiene continuamente una enorme penna di oca fra dita, cui tormenta co’ denti e, per abitudine, intinge tratto tratto nel calamaio, comunque non se ne serva; quello è messer Ambrosio Recalcato, suo segretario particolare.

Dei due porporati, che gli stanno ritti in piedi di fianco, l’uno, il più basso di statura, il più accincigliato e tutto fronzoli e catenelle, è quel capo ameno, quel lezioso e galante cortegiano del veneziano Pietro Bembo, il petrarcheggiante autore degli Asolani, che — per copiare in ogni punto il suo archetipo — aveva cercato, nella leggiadra e men ritrosa Morosina, la sua Laura di Sade: l’altro è il sapiente Gerolamo Aleandro, quel medesimo che andò annoverato tra’ più strenui avversari del celebre agostiniano d’Erfurt e che — fatto prigioniero con Francesco I a Pavia — dovette snocciolare cinquecento be’ ducati di oro per recuperare la libertà.

Il primo tocca i suoi sessantanove anni, cinquantanove ne conta il secondo; e pure e’ non portano il cappello cardinalizio che da pochi mesi; mentre quel giovinetto non ancora trentenne, dall’alta persona, dalla fulva barba puntata, che sta secoloro confabulando, ne è proveduto da ben oltre un lustro.

Ma ciò non può destare la minima meraviglia, quando si sappia che questi è monsignor Alessandro Farnese, uno de’ figli del signor duca di Castro, il più diletto fra’ nepoti del papa.

— E chi sono, dite voi, messere Ambrosio — domandò Paolo III, voltosi al protonotario Recalcato.

— Sono: il dottor Marcantonio Bartolini, messer Sforza degli Oddi e messer Mariano Felice de’ Bizocchetti, che vengono in nome del priorato.

— Ed a che vengono?

— Allo stesso scopo che trasse qui, nel giugno dell’anno scorso, messer Lucalberto Podiani e messer Gerolamo Comitoli: per intrattenere la Beatitudine Vostra super negotio augumenti salis.

— Non è a credersi quanto cotesta gente dell’Umbrie sia cocciuta e recalcitrante quando si tratta di piegarsi a’ balzelli.

— Prova evidente di un fatto incontrastabile — fece sorridendo il forbito scrittore delle Regole grammaticali.

— Quale? — gli chiese il pontefice.

— Che non hanno abbastanza sale.... in cervello!

— Dite piuttosto, monsignore — osservò il protonotario — che il sale e’ non lo pagarono sinora che tre quattrini ogni libra.

— Ed io gliel’ho rincarato del doppio — sclamò Paolo III — gran che, dassenno!.... la questione di tre quattrini....

— Ma di molte libre — soggiunse il Recalcato.

— E perchè se n’hanno giusto a dolere que’ di Perugia?

— Perchè? — gli rispose l’erudito cardinal Bembo — perchè Perugia verso Roma fu sempre come adesso spagnuoli verso francesi... tra il III ed il IV secolo prima di Nostro Signore, alleata a’ sanniti, le mosse guerra per quattordici anni consecutivi e non ci vollero manco di due sanguinose battaglie per ammansarla; nell’anno 41 parteggiò per Antonio e per Fulvia contra di Ottavio, il quale non la ridusse a ragione che ricorrendo a’ sacrifizi umani; nel 1416 sfuggì alla Chiesa per darsi a Braccio da Montone; poi le si sottrasse di nuovo per amoreggiare co’ Baglioni.... e i Baglioni, credo io....

— Cercano sempre rimetterci lo zampino — concluse il segretario.

— Comunque sia — entrò a dire il cardinale Alessandro — è mestieri che Sua Beatitudine prenda il partito che giudica il meglio e risponda qualche cosa a costoro.

— Oh, la risposta è lesta! — soggiunse Paolo III — l’anno cessato s’ebbe a gittar danaro dalle porte e dalle finestre: il mio viaggio in Provenza, le feste pel mio ritorno, quelle pel matrimonio di mio nipote Ottavio con donna Margherita d’Austria, la pazza guerra che ho dovuto muovere a quello scervellato di Guidubaldo dalla Rovere perchè mi cedesse Camerino, insomma: un profluvio di spese.... e poi io non vuo’, certo, smettere da’ lavori del mio palazzo apostolico, perchè codesti muli dell’antica Etruria ci fanno la bocca brincia!

— Se la Santità Vostra è così decisa — fece Alessandro Farnese — e’ mi pare che il più spiccio sarebbe riceverli e rinviarli con Dio!

— Ed è ciò appunto che voglio — disse il pontefice.

E — voltosi di nuovo al suo segretario:

— Messere Ambrosio — continuò — fate, dunque, che vengano.

Il Recalcato — ficcatosi la penna inseparabile tra l’orecchia e la tempia sinistra — uscì dalla sala, con l’aria mesta e compunta di chi s’accinge a cosa onde già conosce l’esito negativo, e dètte l’ordine ad un camerlengo d’introdurre i deputati perugini.

Un minuto dopo il dottore Marcantonio Bartolini, Sforza degli Oddi e Mariano Felice de’ Bizzocchetti si trovavano alla presenza di Sua Beatitudine papa Paolo III, che si degnava ammetterli al bacio della santa pantofola.

Vestiti di semplice pannolano nero, con nudo il capo e dimessi nel volto come negli atti, i tre rappresentanti il priorato di Perugia si prosternarono dinanzi al pontefice, baciandogli, l’un dopo l’altro, la punta del piede destro, ch’e’ protendeva s’un cuscino di velluto chermisino a passamani e nappine di oro: e rimasero in quell’umile giacitura, sinch’egli:

— Su, su, figli miei — disse loro con la sua voce melliflua ed insinuante — rimettetevi della persona e sentiamo quale mai grave argomento vi conduca presso di noi.

— Noi veniamo alla Santità Vostra — cominciò a dire il dottor Bartolini, rizzatosi pel primo — commessi dal capo del magistrato, messere Alfano degli Alfani ed anco dal reverendissimo prolegato, monsignor Mario Aligerio, a deporre ai santissimi piedi della Beatitudine Vostra una rispettosa e fervida supplica in nome dei priori.

E s’inginocchiò una seconda volta per stendere al papa un largo piego di pergamena allacciato in croce da una fettuccia di seta a’ cui lembi erano saldati grandi suggelli di piombo.

Paolo III non lo toccò neppure della punta dell’indice; ma, con questo, fe’ un semplice cenno al Recalcato, che s’avanzò sollecito a riceverlo in suo luogo.

Quindi:

— Qual è il subbietto di cotesta supplica, — chiese dolcemente al Bartolino, che stava raddrizzandosi di bel nuovo.

— Il sale, Santità — gli rispose questi — il sale sempre!.... con la eccessiva carestia di tutte quante le biade e questo alidore ostinato che ne dà il mal prognostico pe’ futuri raccolti; la miseria... una miseria squallida, sempre crescente, tale da stringere il cuore, domina su la nostra povera terra, la quale, per via de’ suoi priori ed anco per l’umile nostro labro; invoca dalla clemenza di Vostra Paternità un sollievo a’ tanti malanni suoi, col dispensarla dal decretato soprassello.

— Che il Divino Padre ce ne dia venia. — osservò finalmente papa Farnese, con un sottile soghigno cui studiavasi dar carattere di bonario — ma sono, dunque, altrettante pecore e capre i compaesani vostri, che non si nodriscono altro che di sale.

— Peggio, Santità — insinuò con qualche amarezza Sforza degli Oddi — perocchè questo loro onninamente non basti e se ne servano solo a rendere meno indigesto e deleterio il poco e pessimo pane di afoca e di fave ch’è l’unico loro guazzinguagnolo di tutt’i giorni.... e lode ancora al Signore quando esso pure non manchi.

— E tutta codesta scarsezza di biade — fece il papa, con un tremolìo della voce che accusava la bizza — e tutta codesta siccità di terreno s’è, dunque, circoscritta intorno intorno al vostro Trasimeno che del soprassello i perugini siano i soli a lagnarsi?

— Perdono, Santità — soggiunse in mal punto il terzo dei deputati — ma e’ ci sono pure i signori Colonna di Palliano...

— I signori Colonna — lo interruppe Paolo III stizzito, battendo forte del palmo della mano sul bracciuolo del suo seggiolone — non sono che facinorosi e ribelli; gente di mal’aqua, che sciaguattano nel torbido in busca di fastidi per sè ed altri e che pigliano i tre quattrini del sale a pretesto del loro maltalento; ma che l’assistenza divina non ci abbandoni e sapremo fiaccarne la petulanza e le matte pretese!

A simile intemerata, gli emissarî perugini chinarono il capo, guatandosi l’un l’altro di sottecchi, come a richiedersi vicendevole consiglio.

E vi fu un momento di silenzio oppressivo; dopo il quale messer Marcantonio Bartolini, come il più autorevole dei tre, riprese la parola e:

— Santità — disse — non è l’altrui operare che noi vogliamo pigliarci ad esemplare o modello.... noi siamo divoti servi e sudditi fedeli della Santa Sede Apostolica e non abbiamo nè pretese da affacciare, nè lagnanze da muovere... preghiamo, supplichiamo; non altro!.... una generosa concessione aumenterebbe i titoli della gratitudine nostra; ma accoglieremo un rifiuto con reverente rassegnazione.

— E codesto — gli rispose il papa ammansato — è linguaggio buono e ragionevole! ma voi stesso, messere, non metterete pena a comprendere come, nella giustizia nostra, non ci sia lecito usare di eccezioni e privilegi a vantaggio di chicchessia.

— Tuttavolta — sclamò in quel punto Sforza degli Oddi, ch’era il più giovine dei tre ed il men temperante per conseguenza — addì quindici aprile dell’anno passato non istette la Santità Vostra per codesti argomenti di giustizia dallo usarne in prò di Capo-di-monte, Visenzo di Tesco, Pignena, Mozano, Pianzano, Arlena, Civitella, tutte le terre, insomma, che fanno il ducato di Castro!

A cosiffatte parole, Paolo III diventò paonazzo; un mormorio cupo, di mal’augurio corse tra i porporati che gli facevan corona ed il giovine cardinale Alessandro Farnese, lanciandosi inanzi impetuoso e posando una mano al petto dello imprudente degli Oddi:

— Voi, messere — gli disse aspramente — voi perdeste reverenza al Pontefice... uscite!

— Oh, sì, sì — soggiunse in pari tempo lo stesso papa a denti stretti — uscite messeri, prima che peggio ne venga!.... Omai so il movente delle suppliche vostre; ho il vostro messaggio fra mani.... andatevene con la pace del Signore che non istarete guari ad avervi le nostre risposte.

E le risposte furono una Bolla delli 21 genaio con la quale s’intimava la immediata esecuzione dello editto sul maggiore aggravio del sale, pena la scomunica a’ ribelli.

Tali erano state le controversie, che sin da più mesi prima avevano consigliato papa Paolo III a richiamare sollecitamente presso di sè l’amatissimo suo figlio Pierluigi, che, in quel torno, come sappiamo, trovavasi a Castell’Arquato, inteso a ben altre faccende che non fosse quella meschinuccia questione de’ tre quattrini di sopraprezzo sul sale.

Capitolo XXIII. Pierluigi Farnese.

Promulgata la Bolla confermatrice dell’odioso balzello, comminati a’ recalcitranti que’ fulmini celesti, che, di que’ tempi, in mano del vicario di Cristo, erano anco destinati a far l’uficio di agenti delle tasse; il papa — come si usa dire — si tenne alla finestra, per vedere in qual modo i bravi perugini accogliessero e giudicassero quelle sue disposizioni e — siccome non stette molto a risapere come le avessero pigliate in pessimo verso e si fossero levati a tumulto strepitando, minacciando, attalchè, senza il predominio grande che esercitava sopra di loro l’Alfani, capo del magistrato, si sarebbero spinti sa Iddio a quali eccessi — egli cominciò a far subseguire i fatti alle parole, scagliando contro di loro l’interdetto, che fu proclamato in Perugia il 18 marzo 1540.

Per dieci giorni consecutivi nessuna chiesa venne aperta a’ fedeli.

Solo a Pasqua, che cadeva il 28 — dietro intercessione del legato, monsignor Cristoforo Jacobacci e del suo supplente, monsignor Aligerio — il papa acconsentì vi si riapprissero e durante i tre giorni pasquali si celebrassero messe.

Sinchè l’Alfani si mantenne alla testa del magistrato — e questo fu sino alla fine del suddetto mese di marzo — le cose, tra mal’e peggio, tirarono via senza suscitare gravi apprensioni.. — Ma, co’ primi di aprile, il popolaccio tornò a rimbaldanzire, la ribellione rizzò di bel nuovo alta la cresta ed i più corsero alle armi.

Paolo III comprese allora che a fare il manoso c’era tutto da perdere e, rotti gli indugi, chiamò a sè il capitano Alessandro Vitelli, e gli commise di raggranellare quanta più gente potesse e di marciare sopra Perugia.

Il Vitelli — discendente da quel Vitellozzo, che Cesare Borgia fece proditoriamente strozzare a Sinigalia in uno col Freducci da Fermo — era uno degli ultimi professanti quel così detto mestiere dell’armi, che Werner di Montfort, duca d’Urslingen e nemico di pietà e di misericordia, Giovanni Hawkwood, Witinger di Landau, Anichino Bongardo, Alberto Stertz ed altri predoni stranieri avevano appreso a que’ nostrali che — tra il conte Alberigo da Barbiano e Giovanni de’ Medici delle Bande Nere — si dissero Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobuon Terzi, Andrea Braccio da Montone, Giacomuzzo Attendoli, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino, Bartolomeo Colleoni e via discorrendo; vero mestiere, che consisteva nel vendere il proprio braccio al migliore offerente.

Alessandro Vitelli era un omaccione disgrazioso, dalle estremità elefantili, la faccia schiacciata color di terra, i capelli neri, opachi, lanosi, in grandissima nomea di valente non sappiam meglio se nel condurre battaglie alla vittoria, o nell’allungare le mani al saccheggio. — Per lui tanto, una sconfitta dello inimico, dopo la quale non ci fosse da far bottino, e’ la considerava come sconfitta di sè medesimo.

Tale il guerriero cui la Santa Sede Apostolica affidava il delicato incarico di ridurre a obbedienza i traviati suoi sudditi.

Ed egli vi ci si accingeva di lieto core.

Associatisi i capitani e colonnelli Gerolamo Orsini, Giambattista Savelli, Teobaldo Starnotti da Cerreto ed il conte Niccolò da Tolentino; messi insieme senza capparii quanti uomini gli capitarono sotto; egli era già molto inoltrato ne’ suoi preparativi di guerra e sul punto di porsi in campagna; quando una sera, ad ora già molto tarda, il Recalcato annunziò al Santo Padre che suo figlio, l’eccellentissimo signor duca di Castro, chiedeva istantemente parlargli.

Paolo III ordinò subito lo si facesse entrare e, come si trovarono soli:

— Cosa mai mi volete di quest’ora? — gli domandò.

— Una grazia, Padre mio! — gli rispose Pierluigi.

— Quale?

— Voi siete in sul punto di far attaccare Perugia dalle vostre genti....

— È verissimo: ebbene?

— Ebbene: io vi pregherei di assegnarne a me stesso il comando.

— A voi?.... impossibile!

— O perchè!

— Perchè l’ho già delegato a messere Alessandro Vitelli.

— Ostacolo di lieve conto!.... del Vitelli m’incarico io.

— In qual modo?

— Lo pregherò di rendermi questo servigio, ed egli non mel saprà rifiutare.

— Quando sia così.... ma qual è il segreto motivo che vi spinge?....

— Nessun segreto motivo; ma il desiderio ardentissimo di farmi utile alla Santità Vostra e agl’interessi della Chiesa e della Religione.

Paolo III, ch’era sprofondato nel suo gran seggiolone, a siffatte parole si sollevò alquanto su la persona, folcendosi delle sue mani a’ braccioli, e sporse inanzi il volto guardando negli occhi il figliuolo, con espressione di sarcastica meraviglia.

Pierluigi dovette far violenza a sè stesso per rendersi impenetrabile e, con l’accento della più ben simulata ingenuità:

— Null’altro — continuò a dire — null’altro che questo desiderio!

— Eh! — fece il papa, crollando il capo in aria dubitativa e riadagiandosi sul suo seggiolone — comunque metta pena a comprendervi, non vi vorrò contradire e.... se messere Alessandro non solleva difficoltà, come voi sembrate farvene mallevadore, io consentirò volontieri al piacer vostro!

— Oh, grazie, padre mio! — sclamò il duca di Castro, baciando con effusione la mano del vegliardo — voi coronate uno de’ più caldi miei voti!

E si licenziò tutto pieno di contentezza

Quanto al Vitelli, l’astuto ne conosceva il debole e sapeva benissimo quale il miglior lenocinio per adescarlo. — In compenso della cessione del supremo comando, gl’impromise la metà giusta di tutte quante le prede ed il rapace capitan di ventura si mostrò l’uomo più remessivo e condescendente che mai si potesse.

Però, due dì dopo, dal Pontefice in persona, Pierluigi Farnese venne publicamente confermato gonfaloniere e capitan generale di Santa Madre Chiesa e posto alla testa dello esercito pontificio, che, oltre Vitelli e gli altri capitani e colonnelli ricordati più sopra, constava di ottomila fanti italiani raccolti fra la peggio schiuma, di quattromila spagnuoli ceduti da don Pedro di Toledo vicerè di Napoli, e di ottocento tedeschi.

Con tale esercito, Pierluigi Farnese, si pose subito in via per alla volta di Perugia.

Era il 13 aprile.

Le meraviglie grandi fatte dal papa a proposito della improvisa resoluzione del figlio non erano senza gravi cagioni, ad apprezzare adeguatamente le quali basta conoscere, ne’ loro particolari, i precedenti di costui.

Pierluigi Farnese era nato in Roma al tocco e un quarto circa del diecinove dicembre 1503 — l’anno istesso in cui si combatteva fra Andria e Quarata su quel di Trani il famoso XIII Pugilum Certamen cantato dal cremonese Marco Jeronimo Vida; l’anno istesso, in cui papa Alessandro VI dei Borgia, vittima vuolsi del suo proprio veleno, spirava al demonio, suo patrono, l’anima scellerata; l’anno istesso, in cui la lodevole opera unificatrice compiuta dalle malvage arti del Valentino ricascava in isfascio per riaprire il varco a’ Vitelli, a’ Baglioni, ai d’Appiano, a’ duchi d’Urbino, ai signori di Camerino, di Pesaro, di Sinigaglia, che, a mo’ di lupi, ripiombavono su gli aviti domini.

Legittimato dieci anni dopo con Bolla di Papa Giulio II dalla Rovere; si connubiò nel 1519 a donna Gerolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano, ottima e santa signora che visse poi sempre sequestre dal mondo, tutta onninamente intesa alle pietose sue cure di carità cristiana.

Un dissidio, a cagione della costei dote lo inimicò a’ suoi cognati, talchè collegatosi a Sciarra e Camillo Colonna, che militavano contro la città eterna sotto gli ordini del celebre contestabile di Borbone — si mise al seguito di costui e prese parte a quel terribile sacco di Roma, per cui, secondo il Berni,

. . . . . . . . . Non vide il sole Più crudele spettacolo e più fiero De la città del successor di Piero.

E queste furono le sue prime armi: sanguinosa aurora di assassinî, di stupri, di violenze e rapine, in cui già si leggeva il tramonto; prognostico assai men menzognero di quello che il ciurmadore suo astrologo gli fece dappoi, quando gli predisse: «Mors tua erit naturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione aut nimio coitu post crapulam».

Viste le grandi sue prodezze nello scannare inermi, vituperare le femine e rapinare l’altrui; gl’imperiali — ossia, quella bulima di ladroni d’ogni sequenza raccolti sotto le insegne dello avventuroso figliuolo di Chiara Gonzaga — lo spedirono con altro dei loro sul promontorio del Gargano, alla guardia di Manfredonia, dove Camillo Orsini lo assalì dalla parte di terra e, dalla parte di mare, gli si schierarono contro venticinque galee, e dove — al dire del Guazzo — «attese a ribattere con indicibil coraggio una sì fiera tempesta, e da invittissimo capitano con tanta valorosità, con tanta prudenza in tal assedio ritrovossi che gli soldati, quai per offendere sua signoria erano andati, con più loro danno che utile si dipartirono».

Quindi, secondo ce ne ha lasciato scritto Monbrino Rosco da Fabriano nel suo Poema dell’assedio e bellicosa impresa di Firenze, il principe Filiberto di Oranges

Lettere scrisse al signor del Farnese Venisse con sua gente e belle imprese. Era con le sue gente il signor detto In Nocera di Napoli alloggiato Duo milla seco havea ognun perfetto Nell’arme e experto e pratico soldato Qual subito ne venne assai diretto Per obbedire el principal mandato Passando valle pian cole e pendisi Che arrivò un giorno alli confin d’Assisi.

Ma poi? — Poi non stette guari a ritirarsi dallo esercito «per essere stato casso dal marchese del Vasto con ignominia della milizia».

E così — per allora tanto — si chiuse gloriosamente la sua carriera militare.

Salito al trono pontificio Alessandro Farnese, suo padre, assoluto da questi delle censure in cui era incorso, per aver partecipato al sacco di Roma, e creato prima signor di Montalto, poi di Frascati, quindi duca di Castro, Nepi e Ronciglione, gonfaloniere e capitan generale della Chiesa e, dallo imperatore Carlo V, marchese di Novara; trasse egli sempre dappoi lieta e tranquilla vita ne’ suoi domini, salvo il correre or qua or là, vuoi spedito dal padre a complimentare questo o quel principe, a montar macchine od a sventare intrighi; vuoi trattovi dallo istesso suo sfrenato disio di piaceri e di galanti avventure.

Più di due lustri erano così trascorsi dalle sue ultime imprese guerresche, e però non aveva torto suo padre a stupirsi nel vederlo sì premuroso di ricacciarvisi dentro.

Sotto quel suo intenso desiderio qualche gatta doveva indubiamente covare.

E la gatta era mastro Pellegrino di Leuthen, o — per dire più giusto — era la nostra giovine Bianca della Staffa.

In qual modo?

Poche parole basteranno per spiegarlo a’ lettori.

Tre settimane dopo il suo ritorno nella città de’ Cesari e dei Papi, Pierluigi era stato raggiunto dai suoi figli e dalla nuora che aveva lasciato — come vedemmo nella rôcca dei conti di Santafiora. — Secoloro giungeva pure il Trentacoste da Camerino, con le sue dodici barbute, e gli recava una missiva del sedicente numismatico tedesco, nella quale questi gli esponeva aver esplorato tutte le circostanti campagne, terre e castella, senza che nè dell’uomo dalla buffa calata, nè del gigantesco familiare de’ Camia, nè di madonna Olimpia Marazzani, nè di Bianca della Staffa, gli fosse riuscito raccogliere il più piccolo indizio.

Pierluigi — per quanto glie ne costasse — dovette però mettere il cuore in pace e renunziare alle vagheggiate speranze di rappresaglia e di vendetta.

Senonchè il mattino del giorno istesso in cui lo vedemmo recarsi a sollecitare dal padre il comando delle milizie raunate contro Perugia, il degno Pellegrino di Leuthen era giunto improviso ad annunziargli che Bianca trovavasi appunto in questa città.

Ciò che non avevan potuto le perlustrazioni, le indagini, le astuzie, il caso puro e semplice glie lo aveva fatto scuoprire.

Nel transitare da Firenze a Roma, s’era soffermato per alquante ore in quella città; su la piazza maggiore aveva travisto Terremoto: pedinandolo, lo aveva seguito sino alla casa dov’era domiciliato e quivi — presa voce — risaputo che, insieme a lui, trovavasi pure la sua giovine signora, la quale, da vari mesi, aveva ricetto presso il proprio zio, messer Bartolomeo della Staffa, uno de’ più danarosi ed influenti di tutta Perugia.

Ed ecco qual era stato il recondito movente che aveva trasfuso in Pierluigi Farnese tanto belligero ardore.

Capitolo XXIV. I Venticinque.

Dacchè la furberia sacerdotale ebbe studiato lo espilatorio sistema delle decime, dacchè — vale a dire — la vecchia terra gira intorno a’ suoi poli e che esistono sudditi e governi, le principali scaturigini del malcontento di quelli verso di questi, crediamo noi abbiano sempre risieduto ne’ publici gravami; e tanto più esclusivamente se risaliamo a quando certi sentimenti di nazionale amore e d’individuale dignità ed i conseguenti diritti a libertà ed uguaglianza non erano tampoco in germe nel cervello umano.

Di que’ giorni pròtasi di tutte le ribellioni furono quasi sempre i balzelli.

Ed uno — il soprassello sul sale — lo era appunto stato de’ gravi avvenimenti che Perugia andava incubando.

La vetusta città dell’Umbria, che le sacre consuetudini edilizie della estrusca lucumonìa, ond’era stata duodena frazione, avevano eretto a cavaliero di due colli tra il Tevere e il Trasimeno; non aveva assolutamente voluto saperne di quello aumento di gravezza, «fermamente deliberata — come i suoi patres artium ne scrivevano a’ spoletini — prima supportare ogni estremo supplicio, che condescendere all’impie voglie, et injuste dimande, che universalmente i populi aggravano.»

A più riprese — come il vedemmo — i perugini avevano spedito oratori al pontefice, affinchè — in considerazione de’ loro privilegi — li esonerasse da quella nova gabella; ma — non approdando mai ad aversi in risposta che minatori comandamenti e censure — finirono a perdere ogni pazienza e a buttarsi per quella via che doveva brevemente condurli all’aperta rivolta.

Profittando, intanto, della minchioneria del vicelegato Aligerio, ch’era bonario oltre del convenevole gli proposero il partito, ch’egli assentì, di convocare un consiglio generale, il quale nominasse cinque rappresentanti per ognuno de’ cinque rioni della città deputati a trattare del rincarimento del dazio.

E il 26 marzo, raunatosi il popolo nelle chiese principali delle cinque porte, ch’erano: San Domenico, per porta San Pietro, San Fiorenzo, per porta Sole, Sant’Agostino, per porta Sant’Angelo, San Francesco per porta Santa Susanna, e Santa Maria de’ Servi, per porta Borgne, e fatte le votazioni; riuscirono eletti, pel primo rione: Giovanni Oraziani, Lorenzo Maria Baglioni, Bartolomeo di Monte Vibiano, Ciancio Ceccarini e Benedetto Tucci, detto il capitano Bettuccio; pel secondo: il dottore Pier Filippo Mattioli, Bernardino Montesperelli, Malatesta Ranieri, Nicolò Tei ed Alberto di Guidantonio; pel terzo: Vincenzo degli Arcipreti e della Penna, Cornelio degli Oddi-Novelli, Mariano Felice de’ Bizzocchetti, Cesare de’ Merciari e Bartolomeo della Staffa e degli Armanni — lo zio della nostra Bianca: pel quarto: Francesco Maria degli Oddi, Giulio della Corgna, Tindaro degli Alfani, Bernardo Dionigi e Giangirolamo, detto il Guascone de’ Franchi; e pel quinto: il dottor Marcantonio Bartolini, Annibale Signorelli, Polidoro Baglioni, Borgia Sulpizj e Marco Barigianni, che fu poi sostituito da Marco di Boncambio Boncambi.

Il dabben prolegato, che s’era avuta la stoltizia d’annuire a simile popolare manifestazione, s’accorse bentosto d’essersi scavata da sè medesimo la fossa. — I Venticinque, che — non a pena eletti — s’erano pomposamente fregiati del clamoroso titolo di difensori della giustizia di Perugia, s’addestrarono subito a scalzarlo d’ogni autorità: pretesero consegnasse loro le chiavi della città; vollero aprire e leggere prima di lui gli stessi messaggi governativi a lui personalmente diretti; attalchè il pover’uomo, sopraffatto dallo impreveduto, sbigottito dalla mala piega che pigliavan le cose, conscio omai di aver incapato in un grosso sproposito; giudicò prudente allontanarsi alla chetichella dalla città e tôrsi così via dal ginepraio.

I Venticinque, rimbalditi, s’insediarono nella Udienza della Mercanzia e del Cambio, ch’era in piazza di Sopramuro nel pianterreno del palazzo del Priorato e scrissero a Fuligno, a Todi, ad Assisi, a Trevi, a Spoleto, eccitandone i cittadini a collegarsi loro per «resistere alle tyranniche voglie;» ma null’altro conseguirono che vane parole. L’ultima delle mentovate città spinse anzi la mala parata sino ad inviarne la lettera allo stesso pontefice.

Non però i Venticinque si disanimarono. — Sbalzato di seggio il capo de’ priori Alfano Alfani e tratto in carcere il dottor Giambattista Petrucci da Bevagna, perchè — nella loro prudenza — s’erano chiariti avversi alla sedizione; posto in luogo di quello Brunoro Crispolti, con Cecchino Perinelli secondo priore; mutarono di sana pianta le istituzioni della città; non lasciarono che uno solo dei tre uditori di Rota: ordinarono che i delitti si riconoscessero dal Priorato col loro istesso concorso e le pene a publico benefizio; riavvocarono l’entrate del Chiusi e del Trasimeno, delegandovi ministri e controllori a nome del comune; nominarono un tesoriere ed un sindaco e coniarono que’ ducati e quattrini con da una parte, Sant’Ercolano, patrono della città, e dall’altra il simbolo della croce fiorita, che nella leggenda portavano scritto PERUSIA CIVITAS CRISTI, come a significare il carattere divino ch’erasi voluto dare alla rivolta.

Da un lato, un pontefice che, — prevalendosi degli attributi suoi di buono e solerte pastore — voleva ad ogni costo le pecorelle smarrite rientrassero all’ovile, per aver agio di tonderle bellamente e magariddio scorticarle e — siccome, malgrado i suoi richiami, s’impuntavano a brucare errabonde per l’erta dei colli — che s’apprestava a sguinzagliar loro addosso i suoi bravi mastini, bigi tanto da scambiarsi facilmente co’ lupi, e li aizzava così che — a’ fatti — dovevano parer tali daddovero e non badare pel minuto, se, nel rincorrere le agnella riottose, talune ne addentassero e ne sbranassero anche. — E tutto ciò nel nome del Signore, ad majorem Dei gloriam, per una gretta question di quattrini, per la incocciatura di un miserabile soprassello, ch’egli stesso dovette quindi a poco abbandonare, per sostituirvi la imposta diretta del sussidio, che già gli spagnuoli avevano intromesso a Milano, col nome di mensuale, ed a Napoli, con quello di donativo. — E mentre oggi e si strilla e si strepita, e si protesta, quasi ci levassero gli occhi o ci scuoiassero vivi, perchè — se non paghiamo le tasse — un percettore laico ci manda ad appignorare il mobilio, a sequestrare le merci, ad ipotecare gli stabili, e ce li vende al publico incanto, e null’altro ci fa — alla resa de’ conti — se non costringerci con bel garbo, a compiere il nostro dovere di buoni cittadini, senza nè un rimbrotto, nè uno sfregio, nè una villania, nè tampoco quel bricciolino di carcere, che forse ci meriteremmo; allora un rappresentante in terra di quel Dio, che le pagine vangeliche ci dicono tutto amore, misericordia, perdono, non solamente scaraventava contro i suoi sudditi morosi ogni flagello di guerra, ma li malediceva eziandio in loro stessi, ne’ loro ascendenti, ne’ loro discendenti, sino alla decima generazione.

Dall’altro, un popolo che invocava in aiuto Cristo contro il governo del suo Vicario.

Antitesi strane d’irreligione e di fede!

Ma non s’era più a’ tempi di papa Gregorio VII, quando una scomunica maggiore sbalestrata dalle soglie della basilica vaticana era bastevole per addurgli a’ piedi umile e guagnolante, come cagnuolo frustato, un possente imperator di Lamagna, che — scalzo, nudo il capo, co’ ginocchi tra la neve — ne implorava per tre giorni consecutivi il perdono.

Già, dugento anni prima il figlio della siciliana Costanza, quel Federico II di Hohenstauffen, che — italiano di cuore come di nascita — gittava le prime radici del nostro dolcissimo idioma, poetando con Ciullo d’Alcamo, co’ suoi sterponi Enzo e Manfredi e col suo protonotario Pier delle Vigne; aveva cominciato ad aprir gli occhi delle popolazioni mercè i tanti studi disseminati per la penisola ed appreso loro in qual conto si dovessero tenere le minacce e le ire papali, egli che scriveva al pontefice: «Tu vivi unicamente per mangiare; su i vasi e le coppe d’oro hai scritto io bevo, tu bevi; e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che quasi rapito al terzo Cielo, parli ebraico, greco, latino; piena l’epa, ricolmo il sacco, allora ti credi seduto su l’ali dei venti, e che l’impero ti sia sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano tutte le genti:» egli che al sentirsi dichiarato da papa Innocenzo IV ateo, epicureo, sacrilego ed eretico, scomunicato e scaduto dal trono, chiese gli si recasse la corona e — come sei secoli dopo il primo napoleonide — se la pose in capo, sclamando: «Guai a chi me la tocca!»; egli che a Nocera de’ Pagani fece diroccare una chiesa per erigervi sopra un palazzo, e, dov’era l’altare maggiore, ivi aprir le latrine.

Ed a’ giorni di cui ragioniamo l’autorità spirituale de’ papi era però sì scassinata e pencolante che ben conveniva puntellarla con le picche de’ fanti italiani, gli scoppietti de’ raitri e gli archibugi de’ lanzichenecchi, se la si voleva tuttavia far servire a’ temporali interessi.

Ed ecco il come i buoni perugini osassero ribellarsi, ed il perchè papa Farnese si raccomandasse alla persuasione delle armi per recondurli a far senno.

I Venticinque — risaputo dello avvicinarsi di Pierluigi — spedirono il dottore Giulio Oradini e Girolamo Comitoli a sollecitare l’imperatore Carlo V, che trovavasi in Anversa a sedare, a sua volta, la ribellione flaminga, perchè s’intromettesse mediatore di pace; ma il proverbio che lupo non mangi lupo era probabilmente in onore anche a que’ giorni, sicchè l’astuto monarca fece le orecchie da mercante e se ne lavò le mani. — Unico ausilio de’ perugini rimaneva, quindi, il loro compatriota e fuoruscito Ridolfo Baglioni, che tenevasi al soldo di Cosimo de’ Medici, duca di Firenze. Annibale Signorelli si recò presso di lui in nome de’ compaesani scongiurandolo ad accettare il generalato delle loro forze. Ned egli si fece troppo pregare. Senonchè pose tre condizioni, su per giù quelle famose del Triulzio, armi, vettovaglie e paghe sicure, che torna a dire: danari, danari, e poi danari.

Per metterne assieme il maggior dato possibile, i Venticinque si appigliarono ad ogni maniera spedienti: mandarono a pegno le suppellettili e gli argenti del Magistrato; imposero straordinari balzelli, il che fece dire al popolino essere scampati da Scilla per precipitare in Cariddi, e riuscirono così a raggruzzolare un cinquantamila di scudi.

Ma intanto Pierluigi Farnese, col legato monsignor Cristoforo Jacobacci, era giunto a Fuligno.

Capitolo XXV. «Perusia Civitas Cristi».

Rompeva l’alba dell’8 aprile 1540, che era il secondo giovedì dopo Pasqua, ed una fitta di popolo d’ogni condizione — partendosi dall’arco di Augusto presso la porta Sant’Angelo — scendeva giù per la via nuova dalla parte soprana a quella di sotto della città, riversandosi ad oriente verso porta Sole, per arrestarsi prima sul largo della fontana, dov’era la podesteria, la corte di giustizia, le carceri ed il ginnasio, e quindi in piazza di Sopramuro, dove la cattedrale, il palazzo del priorato e le case della famiglia Alfani.

Precedeva la numerosa accolta, lunga ed interminabile processione d’uomini in bianco sacco, alla testa della quale cavalcava il priore, messer Brunoro Crispolti, recando in mano, s’un guancialetto di ormesino, le chiavi della città, e seguito dal vice priore, dai Venticinque, dal podestà, dall’auditore di Rota, dai capitani dell’armi e da molto numero di cavalieri e di gentildonne.

Fra queste notavasi la nostra Bianca. Ella camminava al fianco delle sue due cugine, le figlie di messer Bartolomeo di Giovan Bernardino della Staffa, uno de’ Venticinque, il più ricco, il più generoso, il più influente ed insieme il più caldo dei ribelli.

Su la porta meridionale del duomo sorgeva un grande crocifisso di legno nero collocatovi espressamente perchè servisse alla solenne consacrazione della città e che attualmente può vedersi ancora entro una speciale cappella di quel magnifico tempio: e fu verso di quello che si diresse la folla processionante.

Ivi giunta, il priore smontò d’arcione e — riprese dal collega le chiavi che gli aveva rimesso scavalcando — andò a deporle a’ piedi della croce, indicando così come Perugia, che non voleva più saperne del più o meno alto dominio di un sovrano di questa terra, imitava la sublime sì, ma poco pratica idea mandata ad effetto tredici anni prima da’ fiorentini, con lo affidarsi alla diretta tutela del Redentore.

Compiuta quella pia cerimonia e mentre gli uomini in cilicio si genuflettevano salmodiando intorno intorno al crocefisso, uno dei gentiluomini, che facevano codazzo ai Venticinque, balzò su la scalea, che ammetteva alla chiesa e — voltosi al popolo affollato:

— Fratelli — gridò loro con accento ispirato — ascoltatemi!

Tutti gli si accalcarono in giro premurosamente.

Era egli il giovane Mario di Lucalberto Podiani d’una delle famiglie meglio estimate della città.

— Ascoltatemi — ripetè egli, come s’avvide che gli si prestava attenzione — giorno per noi più solenne, più decisivo di questo non s’è mai dato!.... sinora i nostri anziani si sono limitati a piegar le ginocchia, a pregare, a formolare proteste; ma, da questo giorno, noi ci prepariamo a combattere e a combattere nel divino nome di Cristo!... è una lotta a cui ci accingiamo: lotta ardita, disastrosa forse, temeraria certo, ma sempre santa contro la più iniqua, la più odiosa delle soverchierie!...... spregiando le nostre guarentige, sconoscendo i nostri privilegi, soppeditando i nostri diritti, non la intangibile persona del Sovrano Pontefice, ma i malvagi suoi consiglieri, ma quei geni malefici sotto maschera sacerdotale, che Satanasso ha posto a’ fianchi della cattedra di San Pietro, perchè cospirino a sua rovina, perchè lavorino a scredito, a detrimento, a sfacelo della religione de’ nostri padri: vogliono assolutamente farci curvare la testa, umiliarci, avvilirci, calpestarci e, perchè noi, forti in coscienza del nostro buon dritto, rifiutiamo sudditanza ed infrangiamo il violato patto di fede ligia, e’ mettono assieme bandiere e battaglie di efferati mercenarî da spingerci addosso e sperano dalla forza brutale ciò che la ragione e la giustizia loro non consente!.... ma, per la croce d’Iddio, quando s’è gustato un momento solo il soavissimo frutto della libertà, ogni più rude sacrificio ha da sembrarci leggero per difenderne la pianta e, nel santo nome del Redentore, noi la difenderemo!... l’onore e il decoro nostro ci hanno ad importare anche più della vita, perocchè in essi stiano il decoro e l’onor della patria! figuriamoci che cotesta vendereccia accozzaglia di venturieri spagnuoli, italiani e tedeschi, di ladroni d’ogni paese che la Rota Apostolica avventa contra di noi, siano come que’ iattanti francesi che il superbo re Carlo VIII voleva introdurre di viva forza in Fiorenza con l’arme inastata, e, al paro del grande Piero Capponi gridiamo loro, a nostra volta: se voi suonerete le vostre trombe, e noi daremo nelle nostre campane!...

Il popolo scoppiò in un urlo d’approvazione.

— Le città de’ dintorni — continuò l’oratore — Fuligno, Assisi, Città-di-Castello, Città-della-Pieve, Nocera-Camellaria, Trevi, Todi, Spoleti, stanno per imitare l’esempio nostro; gli osservandissimi signori di Siena consentono a rifornirci del sale; Bologna c’inanima alle difese e ci consiglia a non cedere; il serenissimo signor duca di Fiorenza c’impromette suo aiuto; messer Ridolfo Baglioni non può tardare a giungere con le sue genti di guerra; Cristo è con noi; dunque.... coraggio, fratelli e quanti sentano carità cittadina, quanti nutrano dignità d’uomini, quanti abbiano braccio non attrappito da età, da malanni o da vergognosa paura, impugnino un’arme qual sia e si dispongano a combattere, a morire per la loro terra natale!

Un altro grido entusiastico della folla accolse queste parole, con le quali il giovine Podiani diè termine alla sua concione.

Nel punto istesso, un guerriero tutto in armi si slanciò al suo fianco e — volgendosi a’ signori del Magistrato che si teneano in prima linea:

— Intanto — disse loro — io, che non sono perugino e cui non scalda carità di patria, ma solo odio e vendetta, vengo ad offrirvi la mia mano, la mia spada e il mio sangue!

— Voi? — sclamò attonito messer Brunoro Crispolti — e chi siete voi, dunque?

— Uno straniero — soggiunse il sopravenuto — poco vi prema il mio nome che nulla potrebbe impararvi... vi basti che io domando combattere con voi e per voi contra dei vostri nemici!

— E se fosse uno spione — buccinò a fior di labra il cronista Boncambi, forse il più meticoloso e prudente de’ Venticinque.

— No, messere — gli rispose subito lo sconosciuto, che se non inteso, aveva indovinato il suo dubio — e a quiete e securtà vostra vi propongo un mallevadore.

— Quale? — interrogò il capo del magistrato.

— La nepote d’uno de’ vostri maggiori — continuò lo straniero — madonna Bianca della Staffa.

— Bianca — fece Bartolomeo della Staffa, dando un passo inanzi allo udir profferire quel nome e, della mano, accennò alla nipote d’accostarsi.

Questa si staccò dalle cugine e — tutta timorosa e confusa, perchè vedevasi fatta oggetto della generale attenzione — si avanzò sino al piede della scalea.

— Tu conosci costui? — le chiese allora lo zio, indicandole lo straniero.

Bianca lo affisò in volto in atto di stupore e rimase alcuni istanti a contemplarlo, senza far verbo.

I penitenti, genuflessi intorno alla croce, avevano smesso le loro salmodie: il popolo s’era chiuso in quello ansioso silenzio che è tutto particolare della aspettazione.

L’incognito frattanto sorrideva gentilmente del palese imbarazzo di Bianca e:

— Non è dalle sembianze — ripigliò a dire — che madonna mi possa riconoscere: ella non le ha mai scôrte che celate dal ferro di una bruna visiera...

— Oh, sì, sì! — lo interruppe premurosa la giovinetta.

E — stringendo la mano a Bartolomeo, con una effusione di gioia, che le si leggeva scritta su tutto il bel volto:

— È lui, zio! — soggiunse — quello istesso di cui vi dissi al mio arrivo; quello istesso che m’ha aiutato a tormi di casa i Santafiora; quello stesso, cui, non ha guari rinviaste il cavallo e la somma che giovarono me ed il mio servo per trarre sin qui... è il mio salvatore: il Cavalier Nero!

Un mormorio misto di ammirazione e di un non so che di misteriosa paura percorse la folla.

Tutti gli occhi erano rivolti su lo sconosciuto.

Quel nome di Cavalier Nero, che rispondeva sì bene al bruno colore della sua armatura ed alle fosche tinte della sua carnagione, non mancava di produrre una profonda impressione, massime sul popolo minuto sempre proclive allo strano ed al superstizioso.

— Ebbene — soggiunse allora Bartolomeo della Staffa superando la breve distanza, che lo separava dallo straniero, e porgendogli la mano — qualunque sia il vostro nome e la patria vostra, o messere, io vi professo viva e schietta riconoscenza per quanto avete fatto per quest’amatissima congiunta mia... chi adopera come voi, non può nodrire che nobili sensi.... amico nostro voi lo siete di certo, poichè ce ne porgeste già prova.... però il desiderio vostro sarà sodisfatto!

Ed elevando anche più la voce, acciò meglio lo intendessero ed i suoi colleghi ed il popolo:

— Io stesso mi porto vostro mallevadore, e voi combatterete con noi e per noi, per la più giusta e santa delle cause!

— Viva messer della Staffa! — strillò il popolo ad una voce.

— Grazie, messere! — fece l’incognito, inchinandosi — io non domando che d’essere posto in prima linea, dove sia più caldo il pericolo.

— E così sarete! — s’intromise il priore — se i papalini sieguono, com’è certo, la via di Fuligno, chi primamente n’ha a sostenere il cozzo e gli attacchi dev’essere Castel Torsciano.... voi, con Andrea d’Arezzo e Ascanio della Corgna, potrete esser terzo ad assumerne le difese.... vi piace?

— Nulla saprei chiedere di meglio!

E data tale risposta — il Cavalier Nero si tolse al gruppo, che lo circondava, e scese i gradini della scalea, per presentare i suoi ossequi alla giovine Bianca ed alle sue cugine.

Gli uomini in cilicio ricominciarono ad intonare i monotoni loro canti.

Il fitto della popolaglia assembrata s’andò — poco a poco — diradando.

La solenne consacrazione di Perugia al Redentore era compiuta.

Capitolo XXVI. L’esercito di Santa Madre Chiesa.

Ma, nel medesimo tempo — come abbiam detto — Pierluigi Farnese si avvicinava.

Traendo via per la strada, che è tra Campagnano e Castelnuovo di Porto, tra Civita Castellana e Poggio Mirteto, tra Narni e Rieti, tra Cascia e Spoleto, fra Trevi e Montefalco, passando per Fuligno, era giunto sul monte degli Angioli presso d’Assisi, dove aveva posto il suo quartier generale.

Il sistema militare de’ tempi si andava grado grado modificando sì per la importanza sempreppiù prevalente delle armi da fuoco, sì per le profonde e radicali riforme suggerite dall’Arte della guerra di quello ingegno versatile ed aquilino — uom di stato e filosofo, critico ed istoriografo, dramaturgo e stratega ad un tempo — che, per quattordici anni consecutivi, tenne i registri della Magnifica di Firenze.

Comprendendo tra’ primi di quanto danno e pericolo tornasse lo affidare la sorte delle imprese guerresche a’ condottieri e capitani di ventura; aspirando a costituire eserciti nazionali, onde opporre al tristo spettacolo di mercenarî stranieri la forza morale di italiani, che convincessero il prisco valore non essere interamente estinto fra noi; Niccolò Macchiavelli aveva proposto di combinare assieme i due sistemi della falange macedone e della legione romana, dando picche alle prime linee per respingere gli assalti della cavalleria e buone spade alle altre; di surrogare a’ fortilizî i campi trincerati ed i rapidi e decisivi attacchi alle lunghe e cautelose evoluzioni; di meglio regolare e distribuire le marce ed — anzichè scindere i corpi in avanguardia, battaglie e retroguardia, come si usava — di far precedere e seguire qualche manipolo di cavalli, mentre il grosso avanzasse in colonne serrate e parallele: idea cotesta non desunta dagli antichi e che formò poi una delle glorie di quell’altro genio non meno versatile ed eminentemente guerriero di Federico II di Prussia.

Fu il Macchiavello a preconizzare le landwher e le landsturm, col voler sottomettere tutti gli uomini fra i diecisette e i quaranta al deletto, o coscrizione, sicchè tutti a un bisogno, potessero prendere le armi, nè però queste fossero professione speciale di alcuno; tutti il sentissero come un dovere santo, nè però corressero alle fila con improvido ardore; — egli a porre una gerarchia di gradi ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse, ad assegnar tamburi, vessilli, pennacchi, colori ed altri distintivi opportuni a conservar l’ordine; — egli finalmente, a far tradurre in atto dalla Signoria buona parte de’ suoi dettami, con l’armare diecimila contadini, cui dètte abito uniforme biancorosso, armi e suoni a modo de’ svizzeri e tedeschi e che s’esercitavano ogni giorno festivo nel comune e due volte l’anno in grandi mostre generali, come adesso le nostre milizie della provincia e del comune, sostituite alla riserva ed alla guardia civica.

Malgrado ciò — in molta parte d’Italia — l’antico sistema, comecchè imbastardito, era pur tuttavolta in onore.

Ricchi, occupati di arti, di industria, di traffico, gl’italiani non avevano nè tempo, nè voglia di mettersi soldati, preferendo vederseli condotti sul mercato, quasi derrate dell’Arabia e dell’India: ed erano gente senza morale nè sentimento, perchè mestieranti, la cui viltà rendeva sempreppiù spregevole l’uso dell’armi e tra la nazione e l’esercito inalzava una insormontabile barriera.

I grandi condottieri su lo stampo di Braccio e di Sforza erano finiti: non rimanevano più che abietti mercenarî, puri masnadieri, assoldati oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della preda, iattanti, spavaldi molto più a parole che non a fatti. — Solo un momento si tardassero le paghe, e subito rompevano obbedienza, arrestavano il capo, spesso lo costringevano ad azzuffarsi in circostanze disopportune, nell’unico intento di riuscire al saccheggio. Del quale — per poco una terra si fosse difesa — pretendevano al dritto, sicchè talvolta se ne pattuiva il riscatto prima ancora di acquistarla, o la si vendeva ad un appaltatore, come fecero gli spagnuoli nel 1530, che — al dire del Varchi — «vendettero il sacco d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da poi, mettea sequestro su quel comune, e arrestava alcuni terrazzani per averne certi resti.»

Siffatte bulime formavansi a mo’ di tarsio o musaico d’ogni maniera de’ più birbeschi elementi: spagnuoli traditori, maestri nello insinuarsi carponi tra picca e picca e, tutelati dal loro invulnerabile brocchello, pugnalare il nemico; svizzeri sempre disposti a passare con arme e bagaglio alla fazione avversaria per qualche quattrino di maggior soldo fosse loro promesso; — raitri e lanzichenecchi tedeschi, lerci, beoni, impazienti d’ogni disagio, che si ugnevano mani e ferri col grasso de’ cadaveri nemici, e si trascinavano dietro prigionieri, uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code de’ cavalli e spinti a suon di calci e frustate; ladroni, che disertavano ogni tratto per trasportare a casa loro il bottino, attalchè «il n’estoit jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bledz, soyes à filer et autres ustensilles; — » stradioti reclutati fra gli albanesi accasati nel reame di Napoli, cavalieri feroci, che — armati di spada, di mazza e d’un lungo bastone ferrato a due capi, con la cotta di maglia ed un morione senza visiera nè cresta — si battevano ad oltranza, mai concedendo quartiere; — fantaccini nostrali, comandati a ragion d’un uomo per casa e pagati un tanto il giorno; — e villani, che doveano prestarsi a’ trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincere, ed anche far le guardie nelle rôcche e tener saldo al caso finchè giungessero i soccorsi.

E di non dissimile accozzaglia componevasi appunto l’esercito che Santa Madre Chiesa aveva affidato al suo Gonfaloniere e Capitan Generale per militare contro Perugia.

E nonpertanto, in quel ridente mattino d’aprile, la lunga, interminabile striscia di uomini, di cavalli, di salmerie, che dall’imo annebbiato della vallea, saliva tortuosa sino al culmine aprico di monte degli Angioli, offriva un vago, pittoresco spettacolo.

A chi avesse potuto contemplarla dall’alto al basso librato nello zenit su l’ale di qualche favoloso ippogrifo, sarebbe parsa uno di quelli immani serpenti delle foreste d’America dalla pelle variegata e dalle squame a metallici riflessi, tanto era mista e diversa per fogge strane ed eteroclite, per colori cupi e smaglianti, e svolazzo di piume, e scintillio di gemme, e lucicar di spade e di cimieri.

La natura, inconscia o beffarda, sembrava accogliere quel minaccioso apparato di guerra col suo più voluttuoso sorriso.

Primavera le ridava la giovinezza.

L’aria mobile e frizzante rapiva alle pinete i loro acri profumi; un biancastro vapore leggero e diafano, come que’ veli di Coo che avvolgevano cento volte le nudità senza occultarle, mitigava lo sfolgorante azzurro del cielo; la terra si schiudeva a’ primi germi, rorida, imbalsamata, come la vergine che sorrida al suo primo amore.

Nel monistero, annesso al tempio di Santa Maria degli Angioli, dov’era già quella Porziuncula, da cui uno de’ primi a balbettare il dolce idioma italiano, San Francesco d’Assisi, poetava:

Nulla donca oramai più mi riprenda Se tale amore mi fa pazzo gire. Già non è core che più si difenda.... Pensi ciascun come cor non si fenda, Fornace tal come possa patire.... Data m’è la sentenza Che d’amore io sia morto; Già non voglio conforto Se non morir d’amore!

colà aveva preso stanza, col legato monsignor Jacobacci, il duca Pierluigi Farnese, insieme al suo stato maggiore, il quale non componevasi solo de’ comandanti supremi, che ci accadde già menzionare, ma anche de’ suoi capitani particolari, che — oltre al Tomasoni da Terni ed al Trentacoste da Camerino, a noi già noti — erano Antonio da Cortona, Marcantonio da Castello, Giulio d’Ascoli ed il Bombaglino di Arezzo.

A costoro aggiugnevasi un giovinetto ed imberbe ufficiale, che Pierluigi aveva da poco assoldato.

Era un piccolo omettino, gracile, dilicato, tutto in abito di velluto nero alla spagnolesca, con una semplice cotta di maglia, una barbuta brunita ed una spada sottile, che nulla aveva di maschio fuorchè gli occhi neri, sdegnosi, lucicanti.

I suoi colleghi — un po’ per ischerno, un po’ in ossequio alle gentili sue forme — lo chiamavano capitano Tre-Grazie.

Egli non aveva comando; ma era addetto al servizio personale del duca.

Fu alla presenza e col sussidio di costoro, che Pierluigi — sentite le spie, tra le quali primeggiava il nostro Pellegrino di Leuthen — tenne il suo preliminare consiglio di guerra.

La strategia d’allora consisteva in ben poca cosa: tormentare, taglieggiare, spelazzare il nemico quanto più si potesse e indurlo gradatamente alla disperazione.

Però ciascun comandante di corpo ricevette commessione di sbandare le proprie genti per le campagne circostanti a Perugia e d’inviare trombette alle terre, intimando loro la resa e — dove subito non cedessero — pigliarle a forza e menarne rovina.

Tali gli ordini che venivano impartiti dal rappresentante del Vicario di Cristo, in nome di quella religione di pace e di perdono proclamata da’ vangeli.

Ned i prodi capitani e colonnelli militanti sotto il suo comando erano di stoffa da sentir scrupoli di coscienza e da temporeggiare nello eseguire quegli ordini. Alla testa de’ loro cavalli si sparpagliarono per le terre indifese ad oriente ed a mezzogiorno della città devastando i campi, tagliando gli alberi, incendiando case e villaggi, impadronendosi e mandando a sacco Castel delle Forme, San Martino in Colle, Deruta, Bettona, Sigillo, Fossato, Marsciano, Papiano, Cerqueto e Casa Castalda, spargendo ovunque la desolazione, il terrore, la morte.

Capitolo XXVII. Il capitano Tre-Grazie.

Uno solo de’ capitani non aveva seguito i colleghi in quella gloriosa spedizione.

Era il giovinetto, che questi chiamavano il capitano Tre-Grazie.

Costui era rimasto nell’abazia di Monte degli Angioli presso di Pierluigi.

Si trovavano soli.

— Che scritto è quello? — gli chiese il duca indicandogli un foglio piegato in quarto e giacente sul tavolo, inanzi al quale egli stava seduto.

Il giovane lo spiegò e:

— Un rapporto di monsignor Filareto — rispose.

— Ah! ah!... cosa dice?

— Ho da leggere?

— No, no, poffar Bacco!... dimmene il sugo e mi basta!... Apollonio è un fiore d’uomo come se ne danno pochi: dotto, profondo, che scrive latino meglio del Fracastoro e il volgare meglio di messer Agnolo Fiorenzuola.... un tesoro, insomma!... ma quando ho a decifrare le sue zampe di gallina o ad inghiottire que’ suoi periodi eterni, che mozzano il respiro; Dio degli Dei, preferisco ammalar di renella, come m’accadde due anni fa!.... tira, dunque via: cosa dice?

— E’ dice che i perugini, dopo aver spedito il loro Carlo della Penna al signore Ascanio Colonna da Palliano, il quale eziandio di sovradazio sul sale sembra non volerne sentire, gli hanno delegato adesso un tale Lorenzo Bavarini cui messere il conte avrebbe impromesso aiuto di quattrocento cavalli e di diecimila fanti.

— E buuum!... messere il conte di Palliano e di Rocca-di-Papa non è stato per certo dal leggere l’Amadigi di Gaula e le panzane di Matteo Boiardo... ha di molte fanfaluche pel capo, il pover’uomo!... quattrocento cavalli e diecimila fanti!.. eh, non mi fa celia il messere!... come gli bastasse dar del piede nelle sue rocce d’Abruzzo perchè ne scaturissero uomini armati a mo’ di funghi dopo le prime piove d’autunno.... se non hanno altre legna da bruciare nel verno i buoni perugini possono disporsi a schiattare di freddo!... eppoi?

— Eppoi, che messer Ridolfo Baglioni ha lasciato Fiorenza, con permissione di quel signor duca....

— L’ambidestro!

— E per la via d’Arezzo s’è dirizzato a questa volta, raggranellando in cammino buon dato di gregari e di capitani.

— Fisime! fisime! co’ miei lanzi e i miei fanti e co’ lavori d’approccio che mastro Francesco Marchi saprà prepararmi, Perugia non la può durare una settimana!... m’ho solo una grossa paura.

— Quale?

— Che sapendomi qui, a capo dello assedio, colei non s’affretti a svignarsela prima che la città cada.

— Eh! eh!

— Non ti pare?

— C’è un mezzo per impedirlo.

— Dirmelo subito!

— Che qualcuno vi s’introduca prima che le cose siano ridotte a tale estremità.

— Per la croce, hai ragione; ma chi?

— Io.... se ti piace.

— Tu?

— Sai bene: quella donna io l’aborro.

— E ti basterebbe l’animo?

— M’hai conosciuto mai d’animo fiacco e pusillo?

— Oh, no; ma....

— Ho il tuo consenso?

— Ma come intendi condurti?

— Ridolfo Baglioni tiene i suoi quartieri poco più in qua di Cortona nelle campagne adiacenti al Trasimeno.... io ci vo’ senz’altra compagnia che quello scaltrito del tuo Pellegrino di Leuthen.... Ridolfo sta appunto là facendo incetta d’uomini d’arme e capitani di lance, co’ quattrini speditigli dai buoni rivoltosi di Perugia.... noi gli proponiamo di accettarci al suo soldo; non istiamo a stiracchiarla troppo circa le paghe, e non c’è pericolo ci rimandi.... una volta del suo esercito, lascia fare a me per procacciare al restante.

— E tu fa quello che il core ti detta.

— Sai per prova che il core non mi può dettare se non quanto istia col tuo interesse e il sodisfacimento de’ tuoi desideri.

— E perciò me gli affido.

— Forniscimi, intanto, di un salvocondotto.

— Col tuo nome proprio?

— No: di’ semplicemente pel suo latore: assumerò il nome che più mi convenga.

— E sia.

E Pierluigi si chinò sul tavolo e — cosa rara — vergò di suo pugno il richiestogli salvocondotto.

Il Trasimeno non ha del lago che la vastità: del resto — manchevole affatto di rive, di dintorni, di amene accidentalità delle circostanti campagne; con quelle sue aque immote, frigide, stagnanti, che si dilagano a fiore di terra; con quelle uggiose canne palustri che vi crescono, vi muoiono, vi imputridiscono tutto allo ingiro — ha più che altro della immane pozzanghera, intorno alle cui melanconiche prode, il demone della febre sbatte le mortifere sue ali di pipistrello.

Poco più in là di esso lago, in direzione della vetusta Cortona dalle etrusche mura, non lungi dalla vasta e fertile Valle di Chiana, trovavasi abbivaccato sur una diserta radura l’esercito messo assieme da Ridolfo Baglioni, per conto de’ suoi concittadini, dei quali intendeva muovere alle difese. Era un’accozzaglia d’ogni maniera birboni, anche meno cappati di que’ che formavano le schiere di Santa Madre Chiesa; il che è tutto dire: venturieri d’ogni lingua, refrattari d’ogni bandiera, grassatori, tagliaborse, genti al bando di ogni civile convivio, che miravano alle paghe, alle taglie, al saccheggio e null’altro. Sempre — sin’anco addì nostri — quando s’è trattato di improvisare milizie, sia pure per le più sante delle imprese, s’è visto cacciarvisi dentro rifiuti di ergastolo e scampoli di forca. I regolamenti e le discipline che preseggono a qualsiasi organismo militare non si possono naturalmente chiamare in vigore in simili occorrenze, epperò tanto vale tirar via le chiaviche a fogne o cloache: gli scolaticci sturati e sciolti scorrono tumultuosi alla china e bisogna lasciarli colare nel caldaione senza nè foraticcio nè vaglio: tutto là dentro si rimescola e gorgoglia, come i vari e disparati ingredienti, onde le streghe di Macbeth formavano il loro infernale intruglio.

Ridolfo Baglioni, venuto d’Arezzo e Cortona, col principale nerbo de’ suoi, che s’era andato ingrossando per via — aveva posto il suo quartiere in quel sito, per farvi tappa, ed ivi attendere taluni de’ suoi capitani, che aveva spedito pe’ dintorni ad ingaggiare quanti più uomini potessero. E — tratto tratto — qualcuno di costoro ritornava al campo con qualche seguace. Primo era stato il Bettuccio, che veniva da Castel Fiorentino dove s’era attardato; poscia Bino Signorelli, che aveva dato una corsa in direzione di Chiusi; adesso era Giacomo Bigazzini che riedeva dall’essersi inerpicato su su verso Gubbio. E tutti menavano seco bulime incomposte di sgherri e persino di villici avvinazzati, che intronavano i sentieri delle loro sguaiate e sconce canzonacce. Altri due capitani, Girolamo della Bastia e Panta Almenna, fuoruscito perugino, trovavansi già, a mo’ di vanguardo, inoltrati sino a Perugia, dov’erano iti ad annunziare che presso Cortona si stavano raccogliendo uomini, i quali accorrevano a torme.

Scendeva il bruzzolo.

Le aque del lago evaporate sotto la pressione di un caldo sole di maggio ricascavano, all’ora della irradiazione, in una specie di fitta ed umida caligine, che invadeva tutte le circostanti pianure ed anticipava l’oscurità della sera.

I bivaccanti acciapinati per la massima parte su la nuda terra, fra pochissime tende di rascia ed altre poche di pergole e fogliami — avevano acceso vari fuochi e poste le sentinelle e stavano adoprandosi a preparare la cena; quando lo scalpito improviso di due cavalli fece a molti di loro rizzare le orecchie ed acuire gli sguardi verso la strada costeggiante il lago. Non poteva essere nessuno de’ capitani, dappoichè tutti si trovassero già restituiti all’accampamento. C’era solo a temere fossero il della Bastia, o l’Almenna, già spediti a Perugia, nel qual caso si aveva a presentire qualche poco gradevole annunzio, o che, per esempio, i perugini, cedendo alle istanze rivolte loro da molti maggiorenti e specie dal cardinale Gianmaria Del Monte — che aveva congiunti nella loro città ed eravi già stato vice-legato — si fossero risoluti a umiliarsi e domandar pace; o che le truppe pontifice avessero fornito il loro cammino più prestamente di quanto si poteva supporre e ridotto già alla impotenza la città ribellata: due ipotesi codeste che riuscivano del paro sommamente incresciose a quella feroce bordaglia la quale si sarebbe vista nel duro stremo di dover ringuainare, a pena sfoderate, le sue care speranze di rapina e di sacco.

Ma l’incertezza non durò a lungo.

Al grido d’allarme ed alla inchiesta delle scolte, s’intese una voce, melodiosa, argentina, rispondere francamente:

— Viva Perugia e messer Baglione!

— Chi siete? — domandò una delle sentinelle.

— Gente di buona volontà — riprese la voce.

— Cosa desiderate?

— Null’altro che unirci a voi, per militare al vostro fianco in prò della città di Cristo, contro le scellerate bandiere del suo Vicario.

— Siate i benvenuti! — fece la scolta, raddrizzando la pertugiana inastata.

E lasciò che i due cavalieri entrassero nel campo.

Inutile il soggiungere, che erano Pellegrino di Leuthen e il capitano Tre-Grazie.

Il Baglioni dormiva, per cui i due sopraggiunti vennero, da un capolancia, guidati dinanzi a Bino Signorelli, che ne aveva la luogotenenza.

Costui, non appena li ebbe scorti e risaputo dal capolancia a quale scopo traevano allo attendamento:

— Menar le mani con noi? — disse loro — ma sarete appagati, gaglioffi miei.... noi non chieggiamo altro di meglio che uomini!.... solo, ho una lieve difficoltà da affacciarvi.

— Quale? — interrogò Tre-Grazie.

— Dall’un canto, che tu mi pari un cosettino mo’ mo’ svezzato e, più che a far la barbuta in campo e contra dell’inimici, adatto a giocarellare alla palla e addestrar cagnuoli od aironi in paggeria di qualche potente gentiluomo o di qualche dama leggiadra; dall’altro, che il tuo compagno, mal’atticciato com’è e poco in gambe, m’ha più l’aria di un merciaiuolo ambulante chè d’una lancia spezzata.

— Non precipitate i giudizi vostri, messere!.... le apparenze traggono assai soventi in errore e, quando m’abbiate visto alle prove, dovrete farvi un ben diverso criterio di me: vi convincerete ch’io sono tutt’altro da ciò che vi appaio....

E, nel dir questo, Tre-Grazie soghignò maliziosamente, mettendo in evidenza due file di denti piccoli ed uniti d’una smagliante candidezza. Indi continuò:

— Non sarà sotto di voi, messere, che io farò le prime mie armi.

— E sotto chi le hai fatte, le tue prime, di grazia?

— Sotto il duca d’Herbosa, l’anno passato, nelle Fiandre, d’onde ritorno.

— Diavolo! diavolo! e di qual terra sei?

— Di Valle di Nure, messere, in quel di Piacenza.

— E ti chiami?

— Ho veramente nome Pier Schianchino de’ Mattei; ma i miei commilitoni m’hanno ribattezzato con quello di capitano Tre-Grazie e così mi chiamo.

— Giuggiole!.... capitano, tu dici?

— Tanto io era almeno nello esercito di Sua Maestà Apostolica e Cattolica, l’imperatore di Lamagna, re delle Spagne e delle Indie.

— Ma io non posso pigliarti come tale anche fra noi, primo: perchè tutte le bandiere sono coperte; secondo: perchè mi vieni pressochè solo, non contando io per un uomo la specie di scimia, che ti fa da compagno.

L’onesto Pellegrino mise fuori un sordo grugnito di malcontento. S’intendeva facile che la qualificazione di scimia non gli andasse troppo a fagiuolo.

— Nè tanto io richiedo — fu sollecito a rispondere Tre Grazie — sono senza ingaggio e bramo impiegar bene il mio tempo: capitano o soldato m’è indifferente; solo desidero ispirare a voi ed al magnifico messer Ridolfo Baglioni qualche speciale fiducia, acciocchè mi abbiate a tenere in onore e non confondermi con la ciurmaglia e il canagliume, che brulica, senza dubio, sotto gli ordini vostri.

— E sta riposato — sclamò ridendo il capitano — che tanto io quanto messere ti adopreremo a buon conto!... la tua cera mi garba; poi, mi garbano anco que’ tuoi fari spicci e disinvolti e quel non so che di frizzante e di rodomontesco, che ti balena negli occhi... hai le fattezze d’una donnina; ma gli occhi, poffare, sono quelli di un diavolo!... se nissun altro ti voglia fare buon viso, ci sono io, Bino Signorelli, che ti accetto come mio secondo e luogotenente.... ti va?

— Capitano, io non saprei desiderare di meglio.

— Solo, se ho trovato subito il collocamento per te, non so davvero che farmi di quella tua segrenna di commilitone.

Pellegrino fece un’altra smorfia.

— È un tedesco — mormorò allora Tre-Grazie chinandosi all’orecchio del capitano — segrenna sin che vi piace, ma destro, astuto, fino come l’oro.... aggiugnete, messere, ch’e’ conosce questi luoghi palmo a palmo, meglio ancora che se vi fosse nato: voi potrete trarne il maggiore profitto come indagatore, come esploratore....

— O come spia, t’ho mangiato — concluse sghignazzando il Signorelli.

— Per cui — continuò il giovinetto — se pigliate me, come luogotenente, e tutti due noi pigliamo lui come nostr’uomo di confidenza.

— Si avrà la tua, se t’aggrada; ma la mia no, di certo.

— Mi faccio suo mallevadore!

— Oh, non scaldarti il fegato, ragazzo!.... che se ne vada, o che resti poco men cale: se hai tanto attaccamento per quel tuo tedesco del malanno e tu tientelo pure, in buona pace.... non mi domandi un baiocco, per altro!.... darò a te la tua paga: quattro ducati il giorno, il doppio ne’ giorni di battaglia e un decimo del bottino convenuto per la mia gente; ma a lui, bada bene, nemmanco un sesino: ci avrai a provedere tu stesso.... ti va?

— È quanto appunto stava per proporvi io medesimo.

Il giovine capitano sapeva bene, che le controversie co’ venturieri di quel tempo si riducevano pressochè tutte a question di quattrini.

Signorelli non aggiunse verbo; accolse il giovine nella sua tenda e disse brutalmente a Pellegrino che, se voleva coricarsi, si procacciasse un po’ di posto in su l’erba. Tre-Grazie, dal canto suo, lo incaricò, di aver cura dei cavalli.

L’indomani mattina lo stesso Signorelli veniva chiamato a sè dal Baglioni, il quale gl’intimava di spedire immantinente qualcuno de’ suoi a Perugia, che avertisse della Bastia e l’Almenna del loro prossimo arrivo.

Ormai tutto il più d’uomini su cui si potesse contare era raggruzzolato e non eravi più ragione per non rompere gl’indugi e mettersi in via.

Il Signorelli — ritornato alla propria tenda — chiese a Tre-Grazie se fosse proveduto di buon cavallo.

— Ho un nero ginetto di Spagna, — gli rispose il giovine — che va come il vento.... quando gli sono in groppa, e’ mi pare d’aver messo l’ale alle spalle, tanto mi fischia l’aria impetuosa sul viso.

— E il tuo tedesco?

— Dove io vo e lui viene, il che significa, messere che il suo cavallo non è da manco del mio: e di fatto è un eccellente puledro maggiaro.

— Se così è, figliuolo, io ho subito trovato bisogna per te.

— Ne ringrazio Iddio.

— O il diavolo ch’è tutt’uno!...

— Che si tratta di fare?

— Di montare in sella del tuo famoso ginetto e col tuo malnato tedesco alle terga, che ti faccia da scudiero o valletto, qual più ti aggrada, dare una brava corsa di tutta lena sino a Perugia.

Tre-Grazie dovette impor freno a’ moti del proprio cuore, affinchè un trasalimento improviso ed inopportuno non isvelasse la gioia che quello annunzio gli cagionava.

— A Perugia? — domandò, invece, con aria d’apatica curiosità — e che ci andrò a portare a Perugia?

— Null’altro che l’annunzio del nostro prossimo arrivo.... a pena giunto in città, ti recherai in piazza grande all’Udienza della Mercanzia, dove hanno sede i Venticinque, e chiederai loro de’ capitani nostri messer Gerolamo della Bastia e messer Panta Almenna e, come ti sia dato avvicinarli, istruiscili che ci hai lasciato sul punto di levare il campo e d’avviarci, cosicchè, se oggi siamo a’ dieci di maggio, posdimani, dodici, contiamo averli raggiunti.

— E null’altro?

— Null’altro.

— Ma, dico, messere, que’ vostri capitani di lassù mi vorranno e’ riconoscere e prestar fede?

— No, certo, se tu ci andassi così di tuo talento; ma io vo’ a fornirti del necessario, perchè non ti abbiano a pigliare in sospetto.

E, da un gregario, fece chiamare un tale messer Teodosio Arricciabene, piccolo e gramo chierico che, nell’esercito raccogliticcio del Baglione, serviva da segretario, e gli commise di scrivere le patenti, che dovevano fare rispettare ed accogliere amicalmente il suo emissario.

— Tornami a dire il tuo nome — chies’egli a Tre-Grazie — come ti chiami?

E questi:

— Pier Schianchino de’ Mattei, detto Tre Grazie.

— E il tuo sbilenco tedesco?

Il giovine stette in forse un momento. Probabilmente pensò che, sotto il proprio vero nome, il pseudo-antiquario fosse troppo noto anche in Perugia e suoi dintorni per non essere esente da pericolo il declinarlo.

— Ebbene? — fece il Signorelli.

— Eh, messere — rispose il giovane, sorridendo e dondolando il capo, tanto per guadagnar tempo — non vi state a spazientire... se non v’ho subito risposto, egli è che mi facevo ritornare in mente il modo in cui quel suo dannato di nome è scritto.... e’ pare un kirieleisonne!

— E com’è dunque?

— È Volframo di Rautzengrachenberg.

— Accidenti!

— Vedete!

E Teodosio Arricciabene, s’ingegnò del suo meglio — dietro le indicazioni del giovinetto, che glie lo dettò lettera per lettera — a scrivere il finto nome appioppato da questi a Pellegrino di Leuthen sul foglio di ricognizione che dovea servir loro per introdursi in Perugia.

Munito di un tal foglio, Tre-Grazie inforcò il suo negro cavalluccio e, seguito dal fedel Pellegrino, prese la via di Perugia.

Poteva così mantenere ciò che aveva impromesso a Pierluigi Farnese e senza avervi durato grande studio, o fatica.

Capitolo XXVIII. Castel Torsciano.

L’arrivo dei due emissari del Baglione venne accolto da’ perugini col massimo entusiasmo e tanto più che, nel frattempo, le schiere pontifice — dopo aver messo a ruba il circostante paese — s’avanzavano a marce forzate sopra la città assediata, gli spagnuoli scendendo dal monte di Assisi, gli altri prendendo la via del ponte di San Giovanni.

Nella tema che il Baglione o non attenesse la data parola, com’era suo costume, o che l’esercito assediante riuscisse a circuire interamente la città prima dello arrivo de’ suoi e ad intercluderne loro l’accesso; messer Bartolomeo della Staffa — lo zio della nostra giovine Bianca — come il più dovizioso ed influente de’ Venticinque — aveva spedito suoi creati e fedeli — tra’ quali Terremoto — a correre i dintorni per assoldare, in suo nome e per suo conto, fanti e cavalli, ed a messer Valerio Orsino, perchè, dal canto suo, armasse altra gente. Intanto si afforticavano gli spalti e si drizzavano bastite e beltresche, massime in Borgo San Pietro, presso lo Spedale del Cambio, e in quella parte delle mura che riguardano San Cataldo.

E con gli apparecchi della difesa e il crescere delle paure, cresceva eziandio il foco ascetico degli assediati, i quali, nudo il capo, a piè scalzo e ravvolti in bianco saio, come i flagellanti del secolo XIV, ivano notturnamente processionando per le strade della città e sostavano in lunghe orazioni dinanzi al crocefisso eretto su la scalinata della cattedrale.

Correva il 12 maggio.

Ad una bella e splendida mattinata di primavera era susseguito un pomeriggio scuro e annuvolato promettente nulla di buono. I nembi, incalzati da un gelido e furioso vento di tramontana, scendevano a precipizio giù giù dal vertice delle montagne fumiganti quali altrettanti vulcani, e s’andavano ad addensare nella valle, come falangi al momento della battaglia. Il buio della procella era sì intenso da non lasciar più scernere nè case, nè alberi, nè vie. Le raffiche dell’aquilone s’insinuavano con un lungo e funebre gemito, tra le chiuse imposte delle abitazioni e mettevano un freddo presagio nel core degli abitanti. La piova cominciò a cadere, prima a larghi, rari e chiassosi goccioloni, poscia a rovesci, a torrenti, come se tutte le cataratte del cielo fossero state tolte ad un tempo.

Era uno sbigottimento generale.

Ad ogni folata della impetuosa tramontana, le antenne, le travi, le tavole dei lavori di difesa, cigolavano sul loro asse, si schiodavano, si schiantavano minacciando rovinare in isfascio: persino le bombarde le colubrine, le cortane, i passavolanti, oscillavano sordamente su i loro affusti. L’aqua scorreva a rigagnoli lunghesso il lastrico delle vie e, in taluni luoghi, intercettando le comunicazioni, tanto il rigagnolo era presto convertito in canale.

Le donne gemevano, si strappavano i capelli. Le compagnie de’ penitenti continuavano a processionare sotto la pioggia battente percotendosi e flagellandosi le nude carni, affine d’implorare dalla suprema providenza il cessare di tanta jattura. Gli avversi alla guerra, cui erasi inconsultamente cimentata Perugia, ne traevano argomento per malaugurare della temeraria impresa ed erigersi ad altrettante Cassandre de’ loro concittadini.

In questo mezzo uno improviso squillo di campana pose tutti gli animi in sospeso.

Era la campana di porta Susanna, che dava, in tal modo un ben noto e ben sospirato segnale.

Annunziava l’arrivo del magnifico messer Ridolfo Baglioni e delle sue genti.

Infatti, in su lo scoccare delle ventitrè di quel medesimo giorno e mentre la tempesta infuriava anche più violenta, il nobile fuoruscito, alla testa de’ suoi capitani e dei molti uomini d’arme, ch’era andato vie via raccogliendo, penetrava nella città assediata e prendeva stanza nelle case che sono tra il Priorato ed il Duomo.

Con quella mutevolezza subitanea, che fu, è e sarà sempre carattere distintivo delle masse popolari, all’arrivo di quel forte nerbo di difensori, i buoni perugini — comecchè la procella infierisse tuttavia — convertirono in altrettanto giubilo il loro sgomento di poco prima, e vi dèttero libero sfogo, con spari di mortaretti, luminarie, fiammate e festivo sguinzagliamento di tutte le campane della città.

Intanto le milizie papali s’inoltravano sempre e, sino da due giorni prima, erano giunte in vista di Castel Torsciano.

Castel Torsciano, giacente a cavaliere del colle, ben munito ed afforzato, formava per così dire, la chiave di Perugia, ed era affidato in primo luogo alla guardia dei capitani Ascanio della Corgna e Andrea d’Arezzo ed, in secondo — come sappiamo — a quella del Cavalier Nero.

Le maniere distinte, il saper grande di costui, massime nelle cose militari, gli avevano subito assecurato un alto ascendente sopra i suoi due compagni nel comando, i quali non istavano mai dal consultarlo per tutto ciò che concerneva la difesa del castello. Su l’albeggiare del 10 maggio, i pontifici, capitanati da Alessandro Vitelli e dallo stesso Pierluigi Farnese, vi si accostarono improvisamente, senza piantar bastite, nè mettere approcci, e, con un forte impeto di artiglierie tentarono impadronirsene per sorpresa.

Ma fallirono nello intento.

I difensori del castello — comunque colti alla sprovista — non dormivano. Addatisi a pena del sovraggiungere de’ nemici, furono tutti quanti erano a presidio delle mura e, di lassù, cominciarono con le spingarde e i moschetti a sfolgorarli così che quelli dovettero rinunziare issofatto alla temeraria impresa e battere incompostamente in ritirata.

Primo fra i primi ad accorrere sul punto peggio esposto ai colpi de’ papalini, fu il Cavalier Nero, il quale — tutto chiuso nella sua bruna armatura e con nuda in pugno la spada — si dètte a postare una grossa colubrina, mentre impartiva l’ordine ad una parte de’ suoi di stendere lungo l’esterno delle mura sacconi e matterassi immollati d’aqua, per ammortire i proiettili, che venivano lanciati contro il castello, e ad altri dividersi in due schiere, l’una, in seconda linea, che caricasse le armi, l’altra in prima, che le scaricasse. Così determinò un fuoco continuo e ben nodrito di moschetteria, al quale precipuamente si dovette di mettere in isbaraglio i nemici.

Mentre questi valicavano in disordine il ponte sul Chiagio, il Cavalier Nero rimarcò uno dei loro uffiziali che inutilmente cercava arrestarli e risospingerli all’attacco. Dalle ricche vesti, dalle splendide armi, niellate di aurei rabeschi, dal variopinto cimiero, facile indovinò esserne egli uno de’ capi supremi, ed acuì viemmaggiormente lo sguardo, per distinguerne le sembianze.

Era Pierluigi Farnese.

Il Cavalier Nero, riconoscendolo, mandò un grido, una specie di ferino ruggito e — strappato l’archibugio di mano ad uno de’ gregari, che lo aveva allora ricaricato — gettò la spada e glie lo appuntò contro, mirando a lungo per non fallire il colpo.

Scorgevasi chiaro che l’odio il più intenso gli guidava la mano, gli dava fermezza al polso e sicurezza allo sguardo.

E il colpo partì.

Nè avrebbe mancato il bersaglio se — in quel medesimo punto — il signor duca di Castro — fattosi capace della inutilità de’ proprî sforzi — non si fosse deciso ad allontanarsi, gittandosi a sua volta sul ponte del Chiagio.

Nel mentre istesso che il Cavalier Nero girava la miccia dell’archibugio per accostarla al focone; Pierluigi, con un colpo di sproni e una strappata di morso, faceva girar di fianco il proprio cavallo, nella cui groppa andò a configgersi la palla, che altrimenti gli avrebbe traversato il petto.

Il Cavalier Nero spinse lo sguardo ansioso tra il bianco volitare del fumo; vide il cavallo del Farnese impennarsi, rinculare un momento, quindi traboccare sul fianco, trascinando seco il proprio cavaliere; e non potè astenersi dal mettere un alta esclamazione di gioia.

Ma quella gioia fu di breve durata.

Il cavaliere rialzavasi tosto, soccorso da varî dei suoi subalterni, l’uno de’ quali gli cedeva il proprio cavallo e lo aiutava a montarvi in groppa.

Pochi istanti dopo non lo si scorgeva digià più. Era disparso al di là del ponte.

A guardare i dintorni di Castel Torsciano rimase solo Alessandro Vitelli, con alquante bandiere e il grosso dell’esercito pontificio si ridusse alla Villa di Pretola. Ma l’archibugiata, che gli aveva morto sotto il cavallo, era caduta su Pierluigi come una sfida ed una derisione ad un tempo. Non volendo lasciare agio a’ perugini di maggiormente affortificarsi, tanto più che i suoi spioni lo avevano già reso inteso dello approssimarsi di Ridolfo Baglioni, egli giudicò, pel momento, opportuno ritirarsi dalla impresa di assaltare il castello, per avvicinarsi e minacciare la città; ma fermò resolutamente in cuore di non ismetterne il proposito e di tornare ben presto alla riscossa.

Infatti non istette guari a tradurre in atto un simile suo divisamento.

I perugini — malgrado il rialzo de’ spiriti, procacciato loro dal giungere delle milizie baglionesche — non si sentivano troppo tranquilli e securi, e sapendo il Farnese, col forte delle sue truppe, già inoltrato sino a Villa di Pretola — i Venticinque si radunarono nel palazzo del Priorato, insieme al Baglione ed a’ suoi più ragguardevoli capitani e dibatterono a lungo il da farsi. Molti di quelli — tra’ quali segnatamente Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani — opinavano lo si dovesse lasciar procedere, senza intoppi, sino alle mura della città, profittando intanto del tempo ch’egli v’impieghierebbe, per provedere viemmeglio alle difese di queste, e attendere gli uomini impromessi da Valerio Orsino e da Ascanio Colonna — Bartolomeo della Staffa — per contrario — era di aviso si dovessero prendere immediatamente le offensive, e fare ogni sforzo per respingere e sgominare lo esercito assediante, prima che avesse campo di trincerarsi e di drizzare le sue macchine da guerra contro le mura della città.

Lungo fu il diverbio. Da principio anco il Baglione schieravasi sotto il vesillo de’ pusillanimi e sosteneva esso pure il partito de’ temporeggiamenti; ma talune punte di sarcasmo sferrategli contro dal focoso della Staffa lo consigliarono a mutar di proposito e ad abbracciare, a sua volta, lo aviso di questi.

La sortita così deliberata ebbe luogo nel pomeriggio del giorno 18.

Occultati dal dosso di colle, che divide Pretola da Perugia, i difensori della città di Cristo giunsero sin presso gli attendamenti de’ pontifici, senza che questi si addassero del loro accostarsi. Colti alla impensata, mentre badavano a prepararsi il rancio, il primo impeto de’ perugini li pose nel più completo disordine e li costrinse a sbandarsi, seminando di cadaveri il terreno. Ma le grida e gli eccitamenti de’ rispettivi loro comandanti non tardarono molto ad arrestarne la fuga, cosicchè — padroneggiato il panico della sorpresa — si riannodarono prestamente in ischiere serrate ed opposero tale un vallo irto di picche e di spade all’onda degli assalitori, la quale — nella illusione di una troppo facile vittoria — rovinava loro addosso furiosa ed incomposta; che questi istessi dovettero ben presto convincersi di aver preso a pelare una gatta assai più cattiva di quanto, da principio, non si fossero imaginato.

Il cozzo fu terribile.

Gli echi delle convalli ne ripeterono a lungo l’altissimo frastuono: atriti di ferri, scoppî di bombarde, urla di minaccia, grida di disperazione, gemiti di agonia, tutto un lugubre insieme.

E il cozzo si rinnovò più volte senza che nè l’una nè l’altra delle due schiere ostili indietreggiasse di un passo.

Solo, fra di esse, andò, grado grado, sorgendo, a mo’ di linea di demarcazione, una specie di baluardo continuo, come una cresta di monte, che non tardò guari ad elevarsi sino al petto de’ combattenti.

Erano altrettanti cadaveri.

Le perdite risultavano forse maggiori dal canto de’ pontifici e, probabilmente, un nuovo cozzo avrebbe dato il sopravento a’ perugini.

Ma, quando stavano appunto per cimentarvisi — il sovraggiungere improviso di altre milizie li consigliò ad arrestarsi e a battere in ritirata.

Era Alessandro Vitelli che — avertito nel frattempo da una staffetta — accorreva da Castel Torsciano in aiuto de’ suoi commilitoni.

La ritirata fu disastrosa.

Inseguiti da presso dalle rimbaldanzite legioni del Farnese e più da presso ancora dalla cavalleria, che giungeva in quell’atto — i miseri perugini durarono la più grande fatica del mondo a mantenere qualche po’ di ordine nelle loro file; dal passo accelerato, passarono a quello di carica, dal passo di carica alla fuga precipitosa: si affollarono, si accavalciarono, si pestarono a vicenda per penetrare i primi entro la porta della città e tracciarono anch’essi un sanguinoso itinerario, rigando di morti e di feriti la strada percorsa.

Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani si ravvolsero pomposamente nel peplo de’ profeti.

Era ciò che desiderava il Capitan generale di Santa Madre Chiesa.

Occupati a bisticciarsi tra loro, a sanare i loro feriti, a seppellire i loro morti, a rimarginare le gravi piaghe aperte nel corpo delle loro milizie da quel primo e funesto scontro; i perugini potevano essere lasciati qualche tempo in riposo, senza rischio che, nel frattempo, si rissanguassero e divenissero più forti. Intanto egli poteva pensare a prendere la sua rivincita su Castel Torsciano.

E vi pensò.

Raccolte tutte le sue truppe, tenuto consiglio co’ suoi capitani e colonnelli, la presa del castello venne decisa.

Con l’alba del dì successivo i tre difensori dello antemurale perugino si videro di bel nuovo circondati dal grosso dell’esercito pontificio.

Ma questa volta Pierluigi non procedeva più alla impazzata; non chiedeva più consigli all’ardimento, ma alla prudenza; da leone erasi fatto volpe; e volpe era dassenno.

Da Jacopo Meleghino di Ferrara e da Antonio Picconi del Mugello, detto Sangallo, valenti meccanici ed architettori del tempo, che virtù del quattrino raccoglieva sotto una medesima bandiera, comechè amici tra loro quanto cane e gatto — Pier Luigi fece apprestare i necessari lavori di approccio e non riposò tranquillo se prima non si vide securo co’ suoi tra bastite e trinceramenti al sommo de’ quali vennero situate le artiglierie.

L’indomani queste cominciarono a fulminare il castello e, per una settimana continua, non cessarono un momento dal vomitargli contro enormi proiettili infuocati, che ne sfiancavano, ne diroccavano le antiche muraglie.

Con lo spirare del settimo giorno, alla sera del 26, un’ampia breccia vi era già spalancata.

Non rimaneva che montare allo assalto. E quattro volte, ne’ successivi due giorni, vi si provarono i papalini; ma sempre inutilmente.

Sul più alto del castello si aggiravano, senza posa, tre uomini che sembravano l’anima della difesa, la cui vigilanza non pareva potersi mai cogliere in fallo.

Erano Ascanio della Corgna, Andrea d’Arezzo ed il Cavalier Nero. Qualcun di loro trovavasi sempre dove minacciava il pericolo, pronto ogni volta e suggerire spedienti e a prestare direttamente l’opera propria, per mettervi un riparo.

Sino a che aveva durato il bombardamento, il Cavalier Nero, facendo prevalere una sua particolare veduta, erasi sempre opposto a che gli uomini del castello cercassero — nascosti dietro i merli — di cogliere al bersaglio qualcuno degli assedianti coi colpi de’ loro moschetti. A suo vedere, sarebbe stato uno inutile spreco di altrettanta munizione, di cui non c’era troppa dovizie, e che dovrebbesi poi rimpiangere, al momento dell’assalto, il quale non poteva nè causarsi, nè venire indugiato, per la morte di alcuni bombardieri caduti sotto que’ colpi. Inoltre aveva consigliato di raccogliere accuratamente tutte le sugne, i grassami, ed ogni maniera di sostanze oleose che si trovassero nel castello e di porle a liquefare entro i caldaioni della cucina e della cura, mischiandovi certa quantità di cenere e di pece, per formarne un ranno infiammabile e spellante. Infine, tutto allo ingiro della sommità delle mura, ordinò si disponessero quanti più sassi e scaglie di pietre e grossi macigni si poterono rinvenire ne’ cortili e nelle dipendenze del castello ed anco ritrarre dalla demolizione di alcuni interni suoi fabricati.

Così, quando i pontifici al rompere dell’alba del 27 maggio — ardirono avvicinarsi a quelle mura, e situatevi contro le loro scale, montarvi su resoluti per tentarne il primo assalto; una pioggia di olio bollente mista a grandinata di ciottoli ed a fuoco continuo di moschetteria, si rovesciò loro sul capo e li costrinse a dare indietro e refugiarsi ne’ loro trinceramenti.

E altrettanto accadde del secondo assalto, altrettanto del terzo, altrettanto del quarto.

Pierluigi — come direbbe un francese — se ne rodeva le mani sino a’ gomiti tant’era il dispetto che quella eroica resistenza gli metteva nel core. Non c’era supplizio a bastanza crudele, non morte a bastanza tormentosa, che, nel feroce animo suo egli non si proponesse d’infliggere a que’ strenui campioni di una causa santa, una volta fossero caduti in sua balìa. E siccome — malgrado i loro sforzi disperati — tornava indubitabile che, a simile estremità, ci sarebbero dovuti venire; egli già pregustava, e quasi diremmo voluttuosamente, l’atroce piacere delle sanguinose rappresaglie cui li avrebbe assoggettati viventi e fors’anco cadaveri.

In quell’uomo c’era assai della tigre.

Ad onta, infatti, della loro pertinace resistenza, i difensori di Castel Torsciano trovavansi ridotti allo stremo. Per respingere — come lo avevan fatto con tanto buon esito — il quadruplice assalto de’ papalini, era stato loro d’uopo lanciare sino all’ultima pietra versare sino all’ultima goccia del liquido ardente, bruciare fino all’ultimo loro granello di polvere. Non avevano più mezzi offensivi. Solo potevano prepararsi a vender cara la vita in una lotta disperata corpo a corpo, combattendo con le picche, le spade, i pugnali, con le mani, coi denti. Ma anche a ciò si opponeva un altro guaio: prima ancora delle munizioni da guerra, s’erano esaurite quelle da bocca, cosicchè correvano già tre giorni che i disgraziati non avevano toccato cibo. Ne’ primi giorni di carestia, avevano sopperito alla mancanza assoluta di vettovaglie, sgozzando e squartando i tre cavalli dei capitani e spartendosene tra loro le carni coriacee; poscia erano ricorsi ai gatti, ai sorci, persino al cane del castaldo; finalmente avevano fatto bollire i cuoiami delle selle, le suole de’ scarponi, le cinghie delle armature; ma, da tre giorni, non rimaneva loro più nulla e ne contavano già due, durante i quali non avevano potuto smettere un momento dalle aspre fatiche della difesa.

Scorse tutta la giornata del 29 senza che i pontifici ritornassero all’attacco.

Da un canto, i più di essi stavano occupati nella triste bisogna di sotterrare i loro morti, ch’erano assai; dall’altro, un proposito infernale era surto, frattanto, nel cervello di Pierluigi, per cui altri correvano i dintorni, onde procacciare i mezzi di mandarlo ad effetto. Tali mezzi consistevano in grossa copia di rami secchi, che costoro andavano raccogliendo per le siepi e le boscaglie e di cui formavano fascine; il proposito era quello di circuire con queste fascine il castello e di appiccarvi il fuoco, per costringerne la guarnigione a darsi vinta, o bruciarvela dentro.

Ma la fame e Sua Beatitudine il Papa disposero altrimenti.

Ed ecco il come.

Quel giorno di sosta, impiegato da’ papalini in un pio uficio ed in un esecrabile preparativo, era stato il colpo di grazia per gli assediati. Affiochiti dalle fatiche de’ precedenti due giorni, privi, da quattro, di ogni più tenue sostentamento; i miseri cadevano l’un dopo l’altro, a terra, accasciati dalla stanchezza e dallo sfinimento; lo stesso Ascanio della Corgna, lo stesso Andrea d’Arezzo sentivano mancarsi sotto le gambe e non avevano più nè il core, nè il senno di avisare ai pericoli della dimane. Il solo Cavalier Nero sembrava indomabile. Con le braccia incrociate, le linee del volto fieramente rattratte, egli s’aggirava, tetro e pensoso, per l’ampio cortile, sul cui lastrico giacevano quasi tutti i suoi compagni d’armi prostrati dalla più completa inanizione, e, a quando a quando, crollava superbamente la testa, come per scacciare un molesto pensiero.

— No — ripeteva egli — no, per la croce!... scannarci a vicenda tra noi, come fecero i prenestini per non arrendersi a Silla, piuttosto che darci in mano di cotesto malnato.

Ma un sordo mormorìo di malcontento rispose a quella balda dichiarazione. I suoi compagni non dividevano punto un simile aviso; l’idea di capitolare la resa s’era già impadronita dell’animo di tutti. E non ci fu modo: con l’alba del dì successivo un cencio bianco, che avrebbe voluto essere una bandiera, sventolava sul mastio di Castel Torsciano.

Pierluigi, intanto, era pur stato costretto di mutare, a sua volta, i propri divisamenti.

Nel cuore della notte gli era giunta una staffetta da Roma, con una lettera dell’ottimo e massimo suo genitore, nella quale Paolo III lo istruiva degli apparecchi belligeri che andavano facendo i Colonna di Palliano e di Rocca di Papa, insorti eglino pure a motivo della sovrimposta sul sale, e lo esortava a finirla presto co’ perugini e a trovar modo di chiamare sotto le proprie bandiere tutto quel maggior numero di capitani e di lance, che questi avessero preso al loro soldo, attesocchè — conchiudeva — fosse suo intendimento lo affidare a lui anche il comando di quella nuova spedizione.

Per due distinti motivi, il Farnese accolse non senza dispetto un simile annunzio, e perchè gli prescriveva di allontanarsi subito di Perugia, non a pena l’avesse ridotta alla impotenza; e perchè lo forzava a renunziare al suo diabolico progetto di fare un auto-da-fè dei difensori di Castel Torsciano. Ma non c’era molto a dibattere: le notizie di Sua Beatitudine erano troppo importanti, non solo per gl’interessi di Santa Madre Chiesa, ma anco per quelli — più da curarsi — della gloriosa casa Farnese e le ingiunzioni di lui troppo esplicite e perentorie; perchè potesse frullargli in capo di non far caso delle une, o di contravvenire alle altre.

Stava quindi già per impartire contrordini a quelli tra’ suoi, che si preparavano a trascinar le fascine intorno intorno al castello, per appiccarvi il fuoco: quando scorse il bianco segnale ondeggiante sul mastio.

Il cacio — come suol dirsi — gli cascava su i maccheroni.

Siccome tornava evidente che i torscianesi domandavano di capitolare, egli spedì loro il suo capitano Bombaglino, con una trombetta, a mo’ di parlamentario. Patti: o s’arrendessero a discrezione; o promettessero tutti, insino all’ultimo, di tornare all’obbedienza delle Sante Chiavi e di pigliar soldo sotto gli stessi suoi ordini, di lui, Pierluigi, che li avrebbe spediti — non contra Perugia — ma contra i colonnesi di Rocca di Papa e di Palliano: altrimenti sarebbesi compiuto il proposito d’intorniare il castello di legna secche e d’incendiarlo; scegliessero.

E — com’è naturale — scelsero il meno peggio dei mali: quello, cioè, di riassoggettarsi al pontefice e di militar col Farnese.

Solo il Cavalier Nero avrebbe voluto opporsi a simile vergognosa arrendevolezza; ma le proteste, i clamori, le minacce de’ suoi compagni gli mozzarono sul labro i sermoni e lo fecero piegare a sua volta.

Del resto — nella stretta dell’ultimo momento — a lui pure soccorse un pensiero, che gli fece intravedere quella capitolazione sotto un tutt’altro rispetto e lo trasse a prestarvisi quasi di buon grado.

Così venne in potere de’ papalini l’antemurale della Città di Cristo nel mattino del 30 maggio 1540.

Capitolo XXIX. La taverna.

Caduto Castel Torsciano, Perugia non poteva più resistere a lungo.

Panta Almenna dette sibbene una brava pettinata ai cavalli di Alessandro Vitelli, che — preso quel forte — s’erano avviati al Ponte Pattolo per devastare le campagne. Gli altri difensori della città, condotti dal Baglione e dal dalla Staffa tentarono sibbene una nuova uscita, con la quale, — meglio avventurati che non nella prima — giunsero a respingere e sbaragliare il grosso dell’esercito farnesiano che — dopo il fatto di Pretola — s’era cotanto avanzato da cacciarsi sin dentro il Borgo di Fontenuovo e — per gli oliveti del monistero di Monteluce — accostarsi alla porta di Sant’Antonio. Una batteria situata sul monte di Porta Sole li coglieva in pieno lungo la via scoperta de’ Cappuccini, per la quale si erano volti in ritirata e ne faceva macello. Giunse sibbene da Rimini messer Roberto Malatesta, col soccorso di qualche barbuta. Ma erano — diremo — pannicelli caldi.

Le spelazzate alle campagne, l’esaurimento de’ quattrini — a grande fatica — accattati, fecero scarseggiare, poi difettare totalmente le vettovaglie e mancar le paghe a’ soldati. Il Baglione, ch’era mosso da ingordigia di bottino e da avidità di salario più che da nissuno amor patrio, strepitava, minacciava, a ogni tratto d’andarsene e di sciorre la sua mal cappata accozzaglia. Un consiglio generale, tenuto il primo giugno — nell’atto istesso che le milizie respingevano i primi attacchi nemici — deliberava spedire a Roma il cavalier Gian Benedetto Montesperelli e messere Orazio della Corgna, a chiedere perdonanza e indulgenza. N’ebbe vento il popolame minuto e se n’adirò, sbraitando per le vie di voler impiccare a gueffi delle case quattro quinti de’ traditori Venticinque. Taluni di costoro, e primissimi quel Giulio della Corgna e quel Tindaro degli Alfani, che avevano sempre parteggiato per gl’indugi e.... la manna del cielo, n’ebbero la tremarella, ed il primo così potente, che lo trasse a fuggir furtivo dalla città; l’altro si preparò ad imitarne lo esempio col mandar fuori tutto il meglio delle sue argenterie, arredi e supellettili, il che scoperto, venne arrestato, posto prigione e poco mancò la bordaglia irritata e schiamazzante non lo mettesse a pezzi. I maggiorenti — gli uomini del commercio, del lavoro, del danaro che ce n’è sempre — si sgomentarono di tutto un simile arrugginìo e cominciarono a sobillare il Baglione perchè trattasse della resa. Il Baglione non domandava omai di meglio e, due dì dopo, il 3 giugno, la resa venne trattata.

Contava egli tra’ suoi medesimi avversari un congiunto — Gerolamo Orsino. A costui spedì, quindi, un suo araldo proponendo una capitolazione. Il trattato venne discusso presso il monistero di Monteluce e stabilito come segue:

1) che Ridolfo Baglioni si partisse securamente, con le sue genti di battaglia e con le bandiere spiegate;

2) che il duca Pierluigi Farnese entrasse in Perugia, con una guardia d’italiani a lui convenevole, senza alcun spagnuolo;

3) che prendesse possesso della città per il Papa e la conservasse in quello stato in cui era avanti la ribellione, salva la roba e la vita di tutti e l’onore delle donne.

Ma non corriamo troppo oltre ed arrestiamoci un tanto, per ritornare ai principali personaggi della nostra istoria, che il desiderio di tener dietro passo passo alle vicende politiche della Guerra del Sale, ci ha fatto, per avventura, dimenticare oltre il convenevole.

Non così Pier Schianchino de’ Mattei e Volframo di Rautzengrachenberg, o — a più giusto dire — il giovane capitano Tre-Grazie ed il vecchio Pellegrino di Leuthen, ebbero adempiuto allo incarico loro, annunziando ai capitani Panta Almenna e Gerolamo della Bastia ed ai Venticinque il prossimo arrivo di Ridolfo Baglioni; che quello — seguendo le indicazioni dello astuto tedesco — si mise tosto in giro per iscuoprire le tracce della nostra giovine Bianca.

Nè il compito doveva tornargli difficile, dappoichè Pellegrino — nella precedente sua sosta a Perugia — avesse scoperto come la fanciulla si trovasse albergata presso lo zio Bartolomeo della Staffa e dove sita la casa di costui.

Tre-Grazie non ebbe che a rendervisi, con un pretesto, per sincerarsi della esattezza di tali scoperte. E il pretesto fu subito trovato. Da’ medesimi capitani baglioneschi, a’ quali era stato commesso, aveva risaputo come il della Staffa — impaziente e dubitoso qual era del sollecito arrivo de’ richiesti soccorsi — si fosse deciso a spedire ingaggiatori suoi propri per le circostanti borgate in busca di gregari e cavalli. Trasse quindi partito da ciò per recarsi a fargli visita ed assecurarlo in persona che quei soccorsi erano in sul punto di giungere.

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