PARTE TERZA. GUERRA DEL SALE (continued 2)
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Messer Bartolomeo lo accolse da quel perfetto gentiluomo che era con ogni maniera amabilità e cortesie e — volendo farlo capace di sua viva riconoscenza per quanti volavano in difesa dell’amata sua patria — lo pregò istantemente acciocchè si compiacesse pigliar stanza in sua casa e posto alla sua mensa.
Tre-Grazie non avrebbe saputo domandare di meglio: toccava il cielo col dito. Tanto per rispetto alla forma, cominciò dal rifiutare l’onorevole invito; ma poi — come cedendo alle gentili sollecitazioni dell’ospite — finì ad accettarlo e — da quel giorno istesso — si trovò insediato in casa dei della Staffa, sotto il medesimo tetto che ricovrava la giovine Bianca, vale a dire: padrone del campo.
Occupata la posizione, lo studiare il piano che lo menasse a vittoria completa, non doveva essere per lui che l’affare di un attimo. E lo fu. Ne scrisse allora diffusamente al Farnese, esponendogli, in primo, il resultato de’ propri maneggi e, quindi, le sue speranze ed i suoi intendimenti per l’avvenire e gl’inviò la lettera col mezzo di Pellegrino, che ottenne ovviamente di far uscire dalla città, sotto colore di spedirlo al capitano Signorelli, con una sua particolare missiva.
Sbarazzatosi del tedesco — che, restando in Perugia, poteva essere riconosciuto e guastargli le ova nel paniere — egli si senti anche più forte. Gli pareva che nulla più al mondo potesse sovraggiungere ad attraversare i suoi progetti, i quali — come il sagace lettore può facilmente imaginario — erano tutti in odio della nostra misera Bianca.
Ai pasti cotidiani della numerosa famiglia della Staffa, egli trovavasi assiso al di lei fianco.
La giovinetta — come lo scorse — ebbe un soprassalto di terrore e un freddo brivido le corse per tutte le ossa. Le sembrava non essere quella la prima volta che si vedeva dinanzi quel volto imberbe e fortemente accentuato e che quegli occhi scintillanti si affisavano in lei. Ma — per quanto frugasse e rifrugasse ne’ più reconditi penetrali delle sue reminiscenze — mai pervenne a scovare un solo ricordo, che coonestasse una tale imaginaria supposizione.
Allora pensò, che quanto stimava rimembranza non fosse, invece, altro che presentimento e — siccome la vista del giovine ufiziale le aveva dato quasi una stretta al cuore — non potè credere che a presagio funesto ed istintivamente alienarsi da lui.
Se ne avvide Tre-Grazie e — mettendo ogni più accurato studio nel far onore al proprio nomignolo — s’industriò quanto più seppe per combattere nell’animo della fanciulla quella prevenzione di repugnanza. E tanto vi si adoprò destramente che non era ancora scorsa una mezza settimana senza che Bianca fossa costretta a mormorare fra sè:
— Perchè mai mi tormento con le strane mie ubbie?.... cotesto capitano è il più garbato giovane che mi conosca; è tutto condescendenza ed affettuose cure pe’ miei ospiti e congiunti; non mi rivolge mai verbo che non improntato della più onesta reverenza; ed io ho a serbargliene rancore?.... e di che? e perchè?.... evvia! bando una volta a queste sciocche idee da feminuccia volgare!
Se in quel tanto di brutale istinto, che pur s’incontra nell’uomo, c’è molto del cattivo, e c’è pur anche molto del buono. Certe spontanee repulsioni, che ci si manifestano inconsapevolmente al primo aspetto di una cosa, o di una persona, appartengono forse a questa seconda parte dello istinto nostro. Ma noi — con la ragione sviluppata dalla educazione e col criterio sviluppato dalla ragione — in luogo di secondarle ci adopriamo del nostro meglio a combatterle, rintuzzarle, annientarle e non sempre col nostro maggiore vantaggio.
Bianca si trovava appunto a far questo: la poverina imponeva silenzio alle provide voci del proprio istinto e — cedendo al fascino di una ben giuocata comedia — si lasciava attrarre come usignuolo dal serpe.
Non andò guari, infatti, che Tre-Grazie se n’ebbe cattivata tutta la confidenza, come già godeva quella dell’intera di lei famiglia.
Il piano di costui era della più grande semplicità. Dal modo, in cui camminavano le faccende, egli comprendeva bene che i perugini non l’avrebbero potuta durare a lungo e che il giorno di capitolare la resa non doveva essere lontano. A questo punto, tornava evidente, che i più de’ Venticinque — come quelli che reputavansi maggiormente compromessi, ed in ispeciale messer Bartolomeo della Staffa, che lo era daddovero e molto — non avrebbero indugiato a mettere il più di strada possibile tra la loro gola e il capestro, che probabilmente gli apparecchiava il Farnese. Egli, dunque, si sarebbe proposto — nella sua qualità di nuovo amico di casa — di tutelare e scortare con alquanti de’ suoi la fuga di messer Bartolomeo e la sua famiglia; avrebbe disposto in guisa che questa si operasse di notte; quindi — aiutato dalle tenebre e da’ compagni — toltasi in braccio Bianca, fatto voltar groppa al cavallo e, via, dàtogli di sprone sino alla tenda di Pierluigi.
Presumibilmente nulla poteva intervenire, che gli sconcertasse un simile piano.
Tutto lo assunto compendiavasi nello accaparrarsi il concorso di quattro o cinque ausiliari, che — per quattrini, s’intende — consentissero a prestargli mano nel divisato rapimento; ed era ovvio che cosifatti satelliti dovesse ricercarli tra le milizie del Baglione, da vari giorni già arrivate in Perugia e che racchiudevano ogni maniera de’ più eterocliti elementi, e non durar pena a trovarli.
In capo della via, allora detta Nuova, perchè costrutta nel 1390, piegando verso l’Arco di Augusto, aprivasi una lurida bettolaccia dalla porta sgangherata, le tavole unte e bisunte, le panche traballanti su’ loro piedi sconnessi, dove i soldati e i capilance di quelle milizie avevano preso l’andazzo di convenire ogni sera, in cui non fossero di guardia alle mura, per accoppare il tempo giuocando a zara e sbevazzando vin cotto delle Marche, o vin crudo delle Romagne.
Ivi trasse una sera Tre-Grazie, nello intendimento di farvi, a bell’agio, i suoi studi.... in anima vili e la sua scelta.
Confidente nel proverbiale in vino veritas, era egli persuaso che, in nessun luogo meglio che alla taverna, avrebbe potuto formarsi uno esatto criterio sul carattere e l’indole vera dei farabutti, cui era sul punto di domandare sussidio.
Tra superiori e subalterni, ce ne trovò, infatti, congregati bene una ventina, gli uni stretti in circolo attorno a un tavolo su cui due loro compagni si garrivano, o ai dadi o alla mora, prima le paghe, poi il cavallo, poi la daga, la spada, il pugnale, il moschetto e — finalmente — la loro parte di bottino... in fieri; altri a cavalcioni di una panca, con le gomita puntellate al sordido desco e gli occhi già imbambolati dalle reiterate libazioni: altri, infine, o accoccolati o stesi addirittura sul terroso pavimento e immersi nel sonno.
I morioni, le barbute, gli elmetti, le partigiane, i centuroni, i cosciali, smessi da’ giuocatori e da’ bevitori, per istar meglio in panciolle, giacevano alla rinfusa in un canto della stamberga, cui davano l’aria d’un magazzino di rigattiere antiquario.
L’ostessa — grossa contadina di Foligno, dall’epa regurgitante, gli occhi lagrimosi e il mento barbuto — s’affaccendava, da destra a manca, qui recando un paio di bicchieri di stagno, là un fiasco di Sangiovese, dove una frittatina grassa al battuto di lardo, dove una lucernetta d’ottone a tre becchi, per meglio rischiarare una partita ai dadi.
Appesa nel mezzo del soffitto a vôlto, nero come quello d’una cantina, un enorme lanternone di ferro, dai vetri fuliginosi e dal lucignolo scoppiettante, spandeva la sua luce tetra e rossastra su quella scena bizzarra.
Quando vi penetrò il giovane capitano Tre-Grazie, la bettola echeggiava de’ più bestiali e assordanti clamori: giuocatori, che si bisticciavano e, dalle parole, minacciavano passare alle busse; capilance, che gridavano più forte, per sedarne la bizza e ricondurli al silenzio; beoni che tempestavano le tavole di colpi, per richiedere nuovo alimento alla loro sete da spugne, o che — in quella beata estasi della prima ebrezza — intuonavano sguaiate ed oscene canzonacce; tutti i dialetti, tutte le imprecazioni e bestemmie più accidentate, che s’incrociavano, come razzi e girandole, in un fuoco d’artefizio; formavano una chiucchiurlaia di suoni, di urla, di strilli, così strepitosa, da disgradarne due locomotive, quando si rasentano, in uno scambio di convogli sotto una galleria ferroviaria.
Tre-Grazie sedette, si fece apprestare un bicchiere di lambrusco riminese e prestò attenzione.
— Bada, Guidalesco — vociava uno de’ giuocatori, mentre agitava il bossolo fatale — se perdo anco questa, che sia impiccato, che sia, se non diserto domani e non piglio su il mio moschettone nuovo della fabrica di Milano e quel famoso colpo di stocco, che m’ha insegnato lo svizzero Gaspardo di Feltz, per andarli a profferire a Sua Grandezza, Monsignor Duca di Castro, che Dio faccia campare mill’anni e che sarà sempre meno tirchio e noioso di questo branco di bottegai perugini!
— Tieni la lingua a posto, Brancaccio! — gl’intimò un capo bandiera — o che io, se la duri, ti fo legare su stretto peggio d’una salsiccia e mortificare le carni, come ad un santo anacoreta!
— Ho detto: se perdo! — fece remessivamente Brancaccio.
— E hai perduto — gli ghignò in volto il suo antagonista.
— Sacramento! — urlò il perdente e s’allontanò dal tavolo, dopo averla quasi sfondata con un pugno.
Tre Grazie lo chiamò a sè.
Aveva cominciato a scegliere.
Per via dello stesso Brancaccio — scampolo di galera che, a furia d’aver mutato padrone e militato sotto tutte le insegne, non ricordava più tampoco il paese dov’era nato — non tardò a stringere lì per lì, conoscenza con altri tre birbaccioni, i quali — udito di che si trattasse e dopo essersi fatti un po’ tirare per quanto al compenso, — consentirono tutti di mettersi a’ suoi ordini e di aiutarlo in ogni sua impresa.
Ma il proverbio dice che se il diavolo fa spesso le pentole non fa sempre i coperchi.
Infatti — tra i frequentatori della taverna — tutti indistintamente o assorbiti dal giuoco, o avvinazzati o dormienti, epperò non in istato di prestare la minima attenzione al crocchio misterioso che Tre-Grazie e i suoi quattro accoliti formavano in un canto — uno per eccezione ve n’era, che vi badava ed anche tendendo molto l’orecchio.
Era costui un giovane capo di lancia, alto, ben fatto, pallido, melanconico, il quale non si trovava in quel luogo che per mero caso, indottovi da uno de’ suoi commilitoni, quello istesso che, poco prima, aveva ammonito Brancaccio. Chiassone e sollazzevole quant’altri mai, questo suo compagno non aveva tardato molto a staccarsi da lui per assistere ad una partita di zara; cosicchè egli era venuto a trovarsi tutto solo in mezzo a un ambiente, che — stando alle apparenze — non doveva minimamente confarsi nè a’ suoi gusti, nè al suo carattere.
Volendo tuttavia — per non mostrarsi scortese — aspettare ad andarsene che la partita di zara fosse finita; e’ s’era addossato frattanto ad una delle pareti e stava là ritto, tutto assorto ne’ propri pensieri; quando talune parole rivolte a fior di labra da Tre-Grazie a Brancaccio, lo scossero vivamente e lo trassero da quel sue meditare.
Tali parole erano le seguenti:
— Quindi passare al soldo del signor duca Pierluigi Farnese!
Il giovine, all’udirle, ebbe come un trabalzo di sdegno; si staccò un momento dalla parete; fece un passo inanzi; ma quindi — mutato aviso — tornò a riprendere la sua postura, mormorando fra sè stesso:
— Sta bene! vi terrò d’occhio!
Capitolo XXX. Il ratto.
Fatto l’accordo, i Venticinque che — malgrado il pattuito — non s’estimavano troppo al securo, si disposero ad abbandonare la città con le proprie famiglie, ricovrando poi, come fecero, quali a Siena e quali a Firenze.
Del numero — e tra i primi — fu naturalmente Bartolomeo della Staffa, che aveva coscienza di essersi adoprato per la santa causa della sua patria assai più che chiunque; epperò certo d’essersi, più che chiunque, attirato sul capo l’odio dei Farnesi.
Tre-Grazie vedeva, dunque, intessersi, filo per filo, tutto quanto il suo ordito. La proposta di accompagnare e scortar nella fuga messer Bartolomeo della Staffa ed i suoi, l’aveva già messa inanzi da vari giorni e vista accettata con la massima premura e coi segni della più viva riconoscenza. I suoi quattro scherani — che ovviamente il Baglione aveagli concesso di trattenere, pur di pensare egli stesso alle paghe respettive — gli aveva già introdotti in casa della Staffa e presentati come suoi fidi seguaci, disposti a tutto ardire, a tutto sfidare, per rendergli servizio.
Non c’era, quindi, il minimo ostacolo da temere, ed egli s’avvicinava a grandi passi, al momento, in cui veder compiuto il progetto, che aveva preparato con l’opera, sollecitato col desiderio.
Correva il 4 giugno.
Nel dì stesso una parte delle truppaglie di Ridolfo Baglioni doveva lasciare Perugia e, due dì dopo, farvi solenne ingresso il signor duca di Castro.
Conveniva, dunque, affrettarsi.
Bartolomeo della Staffa — ottemperando ai consigli o, piuttosto, alle sobillazioni del capitano Tre-Grazie — decise di non lasciar scorrere la notte di quel giorno, senza aver abbandonato la città dove il restare più a lungo sarebbe stata la massima delle imprudenze.
Scesa infatti, la notte; compiuti i debiti apprestamenti; trattasi dietro una mezza serqua di muli, che portavano in groppa i meglio arredi, le meglio suppellettili della casa, e le biancherie, i vestiari, i gioielli e le armi personali, Messer Bartolomeo della Staffa, cavalcando con tutta la sua famiglia — che si formava di un vecchio zio mezzo ebete, di tre figliuole, di un giovane cugino e della nipote Bianca, oltre cinque famigli — uscì chetamente da porta Susanna, accompagnato da Tre-Grazie e da’ quattro sbirri, che gli cavalcavano al fianco.
Fu mesto, doloroso, straziante il distacco di quei profughi dalla loro città natale, che ben comprendevano non avrebbero mai più riveduta. Messer Bartolomeo — il focoso patriota, l’intrepido guerriero, l’uomo aduso ai rischi ed alle sciagure — non sapeva impor la forza al proprio affanno e rompeva in singhiozzi.
È tanto cara la patria.
Padroneggiato quel primo ed inevitabile schianto, e datogli, con le lagrime, alquanto di sfogo e di ristoro; la mesta comitiva de’ fuggiaschi procedè silenziosa per l’aspra via dell’esilio.
La notte — che un repente annebiarsi del cielo aveva reso anche più tetra — aggiungeva tristezza a quella tanta tristezza. I muli del bagaglio andavano inanzi coi servi. Bartolomeo li seguiva a qualche distanza, col capo inclinato sul petto, tutto assorto ne’ suoi dolorosi pensieri. Gli stava al fianco lo zio, che — per lo accasciamento della persona e il modo trascurato in cui lasciava gire la propria cavalcatura — sarebbesi detto altrettanto angosciato quanto il congiunto; ma che, invece, non era che maggiormente istupidito dalla nuovità del caso. Dietro loro, si tenevano le tre figlie del capo-famiglia, elleno pure desolate e piangenti; poi veniva il giovine loro cugino e, finalmente, Bianca, indugiata ultima a bello studio dalle ciance del capitano Tre-Grazie.
Com’è facile a intendersi, per quanto il rammarico de’ suoi cari dovesse pesarle grave sul core; ella — che aveva vissuto tanto più a lungo nel Valnurese, presso dell’avolo, chè non a Perugia, presso di loro — non poteva, per l’abbandono di questa città, provarne altrettanto. — Il suo — per così esprimerci — non era che un rammarico di consenso. Ond’è che, più facilmente di chiunque altro della triste brigata, ella inchinavasi a prestare ascolto alle cortesi parole, che le andava volgendo, ad arte, il giovine capitano.
S’erano così allontanati di circa un miglio dalla città, quando costui — afferrando d’improviso le briglie della giumenta su cui ell’era seduta — la costrinse di botto a fermarsi.
Bianca — un cotal po’ allarmata da quell’atto strano ed imperioso — fu a un punto di mettere un grido. Ma Tre-Grazie la prevenne susurrandole sommessamente col tono il più rispettoso:
— Non vi spaurite, madonna! egli è che m’è parso udire il trottìo di vari cavalli, che camminino a questa volta, e vorrei sincerarmene.... statevi cheta un momento, che presti ascolto.
E scese d’arcione nell’atto di curvarsi a terra, per viemmeglio origliare.
Un rumore s’udiva di fatto ed era proprio — come lo aveva annunziato Tre-Grazie — la pesta di vari cavalli, che s’avvicinavano dalla parte di Perugia.
Comunque — mentre egli origliava — la famiglia della Staffa si slontanasse sempre più sollecitamente, tanto che non si percepiva nemmanco più il calpestio delle loro cavalcature; Bianca, a quel rumore, si tranquillò completamente, scorgendo in esso la giustificazione del modo brusco e quasi violento in cui il giovine capitano l’aveva arrestata.
Costui, per contro, ne rimase siffattamente stupito, che non sapeva prestar fede al proprio orecchio.
Era strano infatti. Egli inventava di sana pianta un supposto pericolo, onde aver pretesto per trattenere un momento la fanciulla e staccarla così dal resto della comitiva che gli tornasse più facile il mandare ad effetto il divisato rapimento; ed ecco che quel pericolo si manifestava reale: gente a cavallo procedeva effettivamente su la strada che, da Perugia, conduce al Trasimeno e — siccome non era probabile fossero pontifici, quali egli li aveva fatti supporre a Bianca per coonestare il proprio fittizio timore — ovvio resultava dovessero essere o baglioneschi o — più presumibilmente ancora — altri perugini fuggiaschi, da’ quali naturalmente nulla poteva ripromettersi di buono pe’ suoi progetti.
In quella — a rendere anche più critica la situazione del capitano — i leggieri vapori, che ingombravano il cielo, si diradarono repentinamente e, fra i lembi delle nuvolette squarciate, la luna piovve su la terra il suo candido raggio.
Bianca si guardò attorno, dall’alto della sua giumenta, e tornò a provare un senso d’indefinibile trepidazione. La carovana de’ suoi congiunti s’era già interamente dileguata dietro una sinuosità della via; inginocchiato su questa e con in pugno le briglie del proprio cavallo, Tre-Grazie stava sempre origliando in silenzio e — tra il gruppo, che formavano eglino due, e il gomito dietro il quale era sparita la famiglia della Staffa — quattro uomini tenevansi immobili, ritti su i loro cavalli.
Erano i quattro scherani di Tre-Grazie.
Tale circostanza fu appunto quella che ravvivò i timori nell’animo della giovinetta.
— Perchè? — pensava entro sè stessa — si sono dessi arrestati a loro volta, piuttostochè continuare il cammino con lo zio e con gli altri?... il capitano non ha fatto loro alcun cenno!... che abbiano notato eglino pure il medesimo calpestio?... sarebbe per lo meno strano, poichè ci andavano inanzi e noi stessi dovevamo impedir loro di avertirlo!.. che sarà dunque, mai, Gesù mio?...
Ma non dovette attender molto a saperlo.
Nell’atto istesso ch’ella rimuginava in cervello tali sue giuste apprensioni, l’uno de’ quattro sgherri, che le davano tanto a pensare, le balzò repentinamente di fianco e — sollevatala a un tratto dal suo seggio — la gettò tra le braccia di Tre-Grazie che, in quel medesimo punto, era rimontato in arcione.
La poverina volle mandare uno strido; ma costui — stringendola vivamente col braccio sinistro, e dando una spronata al proprio cavallo che spinse di nuovo in direzione di Perugia — con l’altra mano, le fece balenare sul petto l’acuta lama di una misericordia, e le intimò con voce rauca:
— O taci, o ch’io ti scanno in su l’atto!
Bianca fu per svenire.
Brancaccio — quel medesimo sbirro che l’aveva strappata di sella — dètte col palmo della mano un forte sculaccione alla di lei giumenta, che, galoppando, riprese lo interrotto cammino. Per tal modo, quand’anco Bartolomeo ed i suoi — non iscorgendo più la loro giovine parente — si fossero, alla loro volta, arrestati e decisi, per avventura, di retrocedere; quel galoppo doveva rinfrancarli e tenerli ancora per alcuni momenti in sospeso.
Poscia Brancaccio, co’ suoi tre degni associati, si slanciò di trotto serrato su le orme di Tre-Grazie.
Il ratto era compiuto.
Capitolo XXXI. Un’altra Clorinda.
Ma — come lo abbiamo già detto — non sempre, quando il diavolo fa le pentole, sa pur farne i coperchi.
I cavalieri procedenti da Perugia ed il cui scalpitare aveva già tanto sorpreso ed allarmato Tre-Grazie, s’erano, nel frattempo, di molto avvicinati e tanto più presto dovevano trovarsi di fronte a’ rapitori di Bianca, inquantochè questi trottassero a briglia sciolta verso di loro.
Non tardarono, infatti, a giungere in vista gli uni degli altri.
I cavalieri non erano che tre; ma erano appunto: quel giovane, pallido e melanconico capolancia, che, nella bettola presso l’Arco di Augusto, vedemmo prestare ascolto al colloquio di Tre-Grazie con Brancaccio; il gioviale suo collega, che lo aveva indotto a mettere il piede, per la prima volta, in quel lurido luogo, ed un altro loro commilitone.
Il giovine, che faceva parte dello esercito baglionesco, sino dacchè messer Ridolfo ne avea formato il primo nucleo, partendosi da Firenze pel Pontassieve e la Incisa, si era sempre distinto per un odio acerrimo, tutto suo personale, contro il duca di Castro.
Il suo ingaggio in quello esercito erasi compiuto in istraordinaria maniera.
Mentre il Baglione faceva tappa al Pontassieve, con tre o quattro de’ suoi capitani e pochissimi ancora de’ primi gregari; se l’era visto apparire dinanzi tutto lacero, scalzo, semignudo.
— Cosa vuoi? — gli aveva chiesto.
— Prima di tutto — gli rispose il misero giovine — due risposte ad altrettante mie domande.
— Parla.
— È egli vero che voi siate su le mosse, per accorrere in difesa de’ vostri compatrioti di Perugia?
— È vero!
— È vero altresì che, contra de’ perugini, militi in persona monsignor Pierluigi Farnese, duca di Castro?
— È vero altresì!
— Ebbene, messere: io vi supplico in grazia di prendermi al vostro soldo.
— Oimè, nol rifiuto; ma tu, poveraccio, se’ lì senz’armi e senza nemmanco vesti di che cuoprirti.
— E voi mi rifornirete del tutto, messere; poi vi risarcirete man mano, col trattenermi le paghe.
— Interamente?
— Interamente.... pur che mi provediate eziandio di un cavallo e di vettovaglie per me e per esso.
Avido come era, il Baglione non poteva desiderare di meglio, e s’affrettò ad accettare il convenevole patto.
In seguito — essendosi il giovine assai distinto e per capacità e per disciplina, — lo creò capolancia e — da quell’ora — gli cominciarono a correre le paghe.
Ne’ pochi fatti d’arme, ch’ebbero luogo durante la difesa di Perugia, egli erasi mostrato sempre primo al fuoco: si batteva con passione, con entusiasmo, con una specie di delirio e — nel più fitto della mischia — si guatava curiosamente d’intorno e a quanti gli stavano presso:
— C’è il Farnese? — soleva richiedere ansioso — c’è il Farnese all’attacco?
Ma giammai gli fu dato vederlo.
Come ci è noto, cotesto giovine ufiziale — dopo aver sorpreso le alcune parole rivolte sommessamente da Tre-Grazie a Brancaccio, allusive ad un qualunque tradimento in pro del Farnese — aveva mormorato fra sè:
— Bene! vi terrò d’occhio!
E lo aveva fatto.
Apparteneva alla istessa sua lancia un napolitano di Santa-Maria-Capua-Vetere, amico intimo d’uno de’ tre birbaccioni, di cui Brancaccio aveva procacciato il concorso a Tre-Grazie. Per mezzo di colui — il quale gli doveva gratitudine perchè gli doveva nientemeno che la vita — egli s’era, quindi, messo a portata di conoscere tutti gli andamenti ed i progetti di costoro. Ignorava, ben vero, a danno di chi fossero precisamente rivolti; ma, in isgrosso, sapeva in che consistessero; sapeva, cioè, come Tre-Grazie lavorasse sott’aqua in prò e forse per conto e per mandato di Pierluigi Farnese, e come scopo precipuo di un tale lavorìo fosse il rapimento di una fanciulla. E non c’è bisogno di soggiungere che s’era proposto d’impedirlo.
Si confidò al suo gaio collega, Jacopo Barizello da Lodi, detto Il Felciata, quello stesso, che lo aveva introdotto nella taverna dell’Arco di Augusto; si aggiunsero un altro capo di lancia, certo Valentaccio Ciprigni di Macerata: e — tutti tre uniti — come seppero Tre-Grazie ed i suoi usciti di Perugia e trovandosi pienamente liberi, perocchè prosciolti dal Baglione; si posero su le costoro pedate.
Tre-Grazie li vedeva inoltrarsi non senza molto dispetto misto a qualche po’ di paura. Perciò, appunto, dava sempre più forte di sproni ne’ fianchi del proprio cavallo, sperando poterli incrociare e passar oltre tanto velocemente, ch’e’ non dovessero badare all’umano fardello, che si recava in braccio.
Ma nella istessa guisa e nello istesso mentre che l’avanzarsi di que’ tre metteva a lui nel cuore dispetto e paura; un debole raggio di speranza s’insinuava, per la medesima cagione, nel core di Bianca. — La poverina, alla loro vista, erasi un cotal po’ rianimata e, facendo forza delle braccia per sollevarsi più alto del suo rapitore, stava già nel procinto di chiamare al soccorso; quando un lungo grido partì dal gruppo de’ tre cavalieri, cui ella rispose con un altro grido:
— Bianca?...
— Neruccio?...
Sì; il pallido e melanconico capolancia, che cavalcava tra il Felciata ed il Valentaccio, non era altri che il nostro Neruccio Nerucci, da noi lasciato ferito ai piedi di monte Osèro, nel povero casolare della Chiappa, in mano del vecchio Luca Rinolfo, padre di Terremoto.
Risanato; ma senza più aver novella nè di costui, nè della sua Bianca; ma senza aver modo al momento di guadagnarsi la vita; e’ si tolse un bel mattino di là, e, pedibus calcantibus tirò via per Parma, Bologna, Firenze, nel duplice scopo di rintracciare l’amata fanciulla e di procacciarsi qualche onesto mezzo di sussistenza.
Durante la sua lunga peregrinazione, sciupò le vesti e quel po’ di quattrini, che gli rimanevano nel borsello; dovette vendere armi ed arredi per ritrarne alquanti altri, che furono bentosto pure esauriti ed a Firenze — nudo, crudo, disperato — sarebbesi visto nel duro stremo di basire d’inedia, se non gli fosse giunta in tempo a salvarlo, la notizia della impresa, cui s’accingeva il Baglione. L’odio suo non mai sopito contro Pierluigi Farnese lo trasse ad accorrere sotto le bandiere di lui e sappiamo in qual modo ed a quali patti: il caso — o la providenza — lo traeva adesso dinanzi alla diletta donzella, con tanta solerzia e sempre indarnamente ricercata.
— Bianca!
— Neruccio!
Al chiaror della luna, i due giovani s’erano riconosciuti e questi — cacciando inanzi a spron battuto il proprio cavallo — erasi già avventato ad arrestare pel morso quello di Tre-Grazie.
L’urto fu violento.
Gli animali s’impennarono, rincularono rovinosamente e misero i cavalieri a un pelo di traboccar giù d’arcione. Malgrado ciò, poterono mantenersi in equilibrio e — risospinti inanzi i cavalli — sguainarono entrambi la spada, apparecchiandosi alla lotta.
Senonchè Neruccio trovavasi nella più sfavorevole situazione, non potendo drizzar la punta contro il proprio avversario, senza correr rischio di ferire, in pari tempo, anche la sua Bianca, della cui persona quello facevasi abile schermo. Tentò, quindi, con una svelta manovra, di buttarsi da un lato per coglierlo alla sprovista.
Ma Tre-Grazie lo prevenne.
Mentr’egli faceva girare il proprio cavallo, che, scalpitando, andò quasi a rasentare quello di Tre-Grazie; questi, che tenevasi aquacchiato dietro il corpo di Bianca e col braccio destro penzolo verso terra, con un rapido movimento, rialzò questo braccio e stese inanzi la spada con tutta la forza della sua gracile persona.
Il cavallo di Neruccio — nel cui ventre la spada del giovine capitano era penetrata fin presso all’elsa — s’inarcò su le gambe deretane e — con un lungo nitrito di dolore — precipitò sul fianco, traendo seco, nella caduta, il proprio cavaliere.
Intanto Brancaccio ed i suoi tre camerati avevano raggiunto il loro comandante e — tratta a lor volta le draghinazze — si scaraventavano su Valentaccio e il Felciata.
Nella loro qualità di capi di lancia, erano costoro assai meglio sperti in ischerma e nel maneggio delle armi, chè nol potessero i semplici ribaldi seguaci di Brancaccio. N’ebbero però ben presto ragione e a suon di stoccate, li cacciarono l’un dopo l’altro giù di sella, mandandoli a vomitar nella polve l’ultima loro bestemmia. Ma rimaneva il più duro; rimaneva Brancaccio, il quale — come il lettore ricorda — aveva imparato da Gaspardo di Feltz certo suo particolare colpo di stocco a cui nessuno sfuggiva. E doveva essere un maledetto colpo dassenno, poichè non andò guari, che — prima il Felciata, poi Valentaccio lasciando redini e staffe, rotolarono anch’essi sul battuto della strada e andarono a tener compagnia ai loro caduti avversari.
Spigliatosi così d’ogni altro intoppo, Brancaccio volò a prestar soccorso a Tre Grazie, che lo chiamava a sè ad alte strida.
E n’era tempo!
Comunque trascinato a terra dalla caduta del proprio cavallo, Neruccio erasi immediatamente raddrizzato, per balzar di nuovo alle briglie di quello di Tre-Grazie ad impedirne la fuga.
Bianca intanto lo aiutava del suo meglio.
Siccome il suo rapitore aveva dovuto abbandonare la propria spada nel ventre della misera bestia proditoriamente scannata, ella pensò di disarmarlo affatto, strappandogli di cintola la misericordia e lanciandola lontano al di là delle siepi. Così Tre-Grazie, completamente inerme, venne a trovarsi senz’altro mezzo di difesa se non il far rinculare la propria cavalcatura e schivare le botte che gli ammenava il suo assalitore, occultandosi il meglio possibile dietro le spalle della fanciulla.
Un tal giuoco per altro, non poteva durare a lungo. Laonde il giovine capitano che prevedeva prossima la propria sconfitta s’era dato a gridare al compagno:
— Ehi, Brancaccio!... smetti, smetti dal battagliare.... accorri qui.... pigliati costei, e, via.... di galoppo!... recala al campo de’ papalini.... nella tenda di monsignor Pierluigi Farnese.... consegnala a lui, a lui solo, e digli....
Ma, al momento, non potè completare la frase.
Nello istesso punto, che Brancaccio — liberatosi degli altri due antagonisti ed obbedendo alle sue ingiunzioni — gli toglieva Bianca di braccio e spronava il cavallo verso Perugia; la spada di Neruccio penetrandogli nel fianco, lo trapassava fuor fuora.
Tre-Grazie rovesciò di sella mandando un gemito e — con flebile voce:
— Digli — mormorò cadendo — che è l’ultimo dono che gli fa l’amor mio.
Neruccio rimase come stupido.
Brancaccio, con la fanciulla rapita erasi già dileguato, rapido come un lampo. Pensare a inseguirlo, duplice follìa, e perchè impossibile raggiungerlo, e perchè, s’era veramente diretto verso il campo pontificio, tanto avrebbe valso il gittarsi a capo inanzi entro un abisso senza fondo. Che fare?
Intanto, a pochi passi di distanza cinque uomini contendevano alla morte i loro ultimi soffi vitali dibattendosi nelle strette dell’agonia, e dinanzi a lui un giovinetto dalle feminili sembianze arrovesciavasi a terra entro un lago di sangue.
— Un dono del suo amore? — pensò Neruccio, stranamente impressionato dalle parole profferite da costui — e quell’uomo, quel mostro, può ispirare di simili affetti!
Poi mutò alcuni passi e chiamò:
— Jacopo?
Era il nome proprio del Falciata.
— Valentaccio?
Ma nessuno gli rispose.
Si avvicinò loro. — Li palpò. — Non davano più segno di vita.
Il colpo di stocco insegnato da Feltz a Brancaccio era davvero tremendo. I due suoi compagni erano morti.
Degli altri tre non credette occuparsi e, riaccostatosi invece a Tre-Grazie, s’inginocchiò a terra al suo fianco, per riconoscere se tuttavia respirasse.
Toccandolo gli surse uno strano dubio.
Gli sbottonò il nero farsetto; gli levò varie carte di tasca; gli sciolse la camiciuola; lo esaminò attentamente e al termine di tale perquisizione:
— Poter del mondo — sclamò, tornando a rizzarsi in piede — una donna?
— Sì, — gli rispose allora, con voce a bastanza secura, il personaggio, che abbiamo conosciuto sinora coi nomi o di capitano Tre-Grazie, o di Pier Schianchino de’ Mattei — sono una donna e però mi confido mi userete, benchè nimica, qualche riguardo.
— Tutti — disse il capolancia — ma.... ad una condizione.
— Quale?
— Che mi direte perchè abbiate rapito donna Bianca della Staffa e speditala adesso a Pierluigi Farnese.
— Oh, è facile!... perchè Pierluigi n’è invaghito ne è pazzo, e la vuole.
— E voi?
— Ed io faccio ogni suo piacere, perchè amo lui a mia volta e perchè quella fanciulla l’aborro!
— Disgraziata! — ruggì Neruccio, mettendo di nuovo mano alla spada — l’aborrite?... perchè?... che vi ha ella fatto?
— Nulla — rispose cinicamente la donna ferita — ma aborro in lei la sua leggiadria, la sua giovinezza, la sua stessa virtù.... Pierluigi l’ama perchè è pura ed immacolata; io voglio cessi di esserlo, affinchè cessi anche l’amore di lui!
— Ah! — sclamò di nuovo Neruccio con un gesto d’orrore, brandendo ferocemente la spada.
— Volete finirmi? — fece la donna — e sia!.... è il vostro dritto!.... se altri poi vi chiegga di me, dite loro che avete ucciso, non il capitano Tre Grazie come mi chiamano tutti, ma sibbene.... donna Olimpia de’ Marazzani.
A quel nome, Neruccio udì risuonare dietro di sè una rauca voce, che mal sarebbesi detto se di gioia o di minaccia.
Il giovane si volse e si vide intorniato da una decina d’armigeri, alla testa de’ quali un uffiziale con la visiera calata e tutto chiuso in bruna armatura.
Era il Cavalier Nero.
Costui — senz’altro chiedere — ordinò agli uomini che lo seguivano di legar ben stretto Neruccio e tenerlo prigione e — d’altro lato — di abattere alcuni rami d’albero, de’ quali formare alla meglio una lettiga.
Composta che fu, vi fece adagiar sopra donna Olimpia de’ Marazzani e — traendosi dietro Neruccio — ripartì con essa in direzione di Perugia.
Poco stante, giunse sul medesimo luogo Bartolomeo della Staffa.
L’arrivo della giumenta di Bianca lo aveva posto in sospetto di qualche sciagura. Fatto però arrestare il rimanente della sua famiglia in sul punto dov’erano pervenuti, s’affrettò a retrocedere per correre alle indagini.
L’incontro dei cinque cadaveri, che trovò stesi al suolo, dov’erasi impegnata la mischia fra Neruccio e Tre-Grazie ed i loro seguaci; lo rese certo della temuta sventura ed — un po’ pel giusto timore di non esporre sè ed i suoi a qualche maggiore pericolo; un po’ per altra ragione, che non tarderemo a conoscere — stimò prudente ritornarsene su i propri passi e continuare la via dell’esilio.
Capitolo XXXII. Terremoto ritorna in scena.
Brancaccio, non ismettendo un attimo dallo stimolare il proprio cavallo, girò in breve ora intorno a Perugia e giunse agli avamposti dello accampamento pontificio. Ivi, senza declinare il proprio nome, si annunziò quale emissario del capitano Tre-Grazie e domandò di essere immediatamente ammesso alla presenza di Sua Grazia, monsignor duca di Castro.
Pierluigi Farnese stava, in quel punto, chiuso nella migliore stanza di un modesto casolare di Pretola, dove aveva posto quartiere, bisticciandosi acremente con Alessandro Vitelli, che non voleva, per nessun conto, menar buoni e ritenere per validi i patti concertati fra l’Orsino e il mandatario di Ridolfo Baglioni. Indarno osservava il Farnese essere troppo tardive le rimostranze: il Vitelli non voleva chetarsi. Ad interrompere il litigio si fe’ inanzi opportunamente la chisciottesca figura del Trentacoste avvertendo il suo signore e padrone del sopraggiungere di Brancaccio.
A pena udito il nome di Tre-Grazie; il figlio di Paolo III, che ne attendeva forse ansiosamente le novelle, non istette a badar oltre allo impetuoso vocìo del suo immediato subalterno e — pregatolo, più o meno cortesemente di lasciargli sgombero il posto — dètte ordine a Trentacoste d’introdurre il messo del suo prediletto aiutante.
Brancaccio entrò, trascinandosi dietro la misera Bianca più morta che viva.
Quando la poveretta si vide in faccia all’uomo, che già aveva voluto sì villanamente oltraggiarla, una fiamma di verginale rossore le avvampò in volto e dovette appoggiarsi, per non cadere, al braccio istesso di colui, che la teneva stretta come prigioniera.
— Ah! ah! — ghignò Pierluigi, ringalluzzendosi e schizzando favolesche di concupiscenza da’ suoi grandi occhi, iniettati di sangue — ah! ah! la tortorella è, dunque, ricondotta al suo nido... che ti diceva io, mia bellissima, quando nel castello della mia buona sirocchia, ti saltò il grillo in capo di farmi la schizzinosa!.... mi son tale, ti dissi, che, come una volta abbia voluto e sempre ottengo quello che voglio!
Poi, indirizzatosi al berroviero:
— E chi sei tu? — gli chiese aggrottando la fronte — cosa t’ha incaricato Tre-Grazie di riferirmi?
— Io — rispose il malandrino inchinandosi con ipocrita unzione — non sono che un umile ed indegno servitore della Grazia Vostra, monsignore.... uomo d’armi, lancia spezzata, capace anche, se occorra di capitanare una bandiera e, per coraggio tanto, a prova di misericordia e bombarda.... sono nato tra Viterbo e Montefiascone in un luogo di cui non ricordo esattamente... nato in campagna; da chi?... vattel’a pesca.... e mi hanno messo a nome Brancaccio....
— Forse perchè ti piace abbrancare?
— Sì, monsignore... ma sempre per conto e benefizio di chi mel comanda.
— E che t’ha detto Tre-Grazie?
— Poco, monsignore.... poco, perchè il poverino non ha avuto l’agio di dirmene di più.
— Gli è forse intervenuto qualche cattivo incontro?
— Il più cattivo di tutti, monsignore: un incontro, che gli ha mozzato il respiro.
— Come?... che?... — sclamò il principe, facendosi anche più rosso in viso — Tre-Grazie?....
— L’ho lasciato, monsignore — fece Brancaccio — con tanto di spiedo che lo trapassava da parte a parte.
— Per la croce di Dio!.... e com’è accaduto!
Allora lo sbirro gli narrò per filo e per segno tutte le vicende, che avevano preceduto ed accompagnato il ratto della fanciulla.
— Quando io mi son preso costei fra le braccia — terminò — il vostro povero capitano danzava l’ultimo trescone sul suo ginetto e nel cascar giù rovescio: «digli, mi disse, che è questo l’ultimo dono dell’amor mio!»
— Infelice! — mormorò Pierluigi, passandosi una mano su la fronte come per scacciarne un molesto pensiero.
Indi:
— Trentacoste? — chiamò.
Il magro ufiziale sporse inanzi i suoi due baffi auncinati.
— Ti consegno una recluta — proseguì il Farnese indicandogli Brancaccio — mettilo alla testa d’una decina degli uomini di Castel Torsciano e.... te lo raccomando!
— Monsignore! — fece lo sgherro, inchinandosi anche più servilmente — io vi proverò coi fatti la mia inesauribile riconoscenza!
Ed uscirono.
Pierluigi e Bianca rimasero soli.
A pena soli, la fanciulla si lasciò cadere piangendo a’ piedi di lui e:
— Messere — implorò, con voce singhiozzante — non vogliate rapirmi ciò che solo al mondo mi avanzi: il mio onore!... non ho più nulla, nè patria, nè genitori, nè parenti, nè amici!.... abbiate pietà di una meschina!.... il signore Iddio ve ne terrà conto, meglio che d’un pellegrinaggio a’ luoghi santi, poichè chi preserva una innocente, salva un’anima dalle malebolge d’inferno!....
— Hai ragione, hai ragione, figliola — le disse in tono beffardo il Farnese, forzandola della mano a rialzarsi — ned io, se mi fossi in tutt’altra congiuntura, niegherei ascolto a’ tuoi pietosi suggerimenti.... ma, cosa vuoi?... tra me e quel signore Iddio, di cui tu, niente niente, mi minacci le collere, ci corre quasi un grado di parentela.... siamo, per così dire, in famiglia e non ci ho nulla a temere da lui.... vedi, dunque, figliola, che, se dovessi ottemperare al tuo consiglio, io farei un sacrificio che non ha ragione di essere!
— Oh, mio Dio! mio Dio! — mormorò la fanciulla.
— Piuttosto — riprese il duca — siccome tu se’ ancora un po’ troppo agitata e piagnolosa e che, d’altronde, la notte non è per anco di molto inoltrata; ti farò grazie di alquanti momenti per rimetterti; c’è una stanzuccia qui presso, ben chiusa, ben custodita, un vero nido di rondine, dove potrai gemere e sfogarti a tua posta e tutta da sola.... eccola!
E aperse un uscio.
Poi continuò:
— Ritirati qua dentro; fa il tuo esame di coscienza; convinciti che lottare con me è tempo e fatica sprecati e, quando ti sarai un pochino fatta più calma, io ti verrò a raggiungere; ma non ti nasca lo stolto pensiero di sottrarti alle mie volontà... sono generoso: ti concedo una remora, ma, come direbbe il mio messere Apollonio, quod difertur non aufertur!
E spinse la fanciulla nell’attigua stanza, dopo averle posto fra mani un lumicino che accese alla lampada ardente su di un tavolo.
Era una cameretta disadorna, in cul di sacco, col solo uscio per cui Bianca vi era acceduta, una sola finestra sprangata di ferro ed aperta su la campagna, un piccolo e semplice letticciuolo, due sedie ed una panca.
Bianca si lasciò cadere su di questa, appoggiò i gomiti alle ginocchia, il volto alle palme, e stette qualche tempo lacrimando sommessa, tutta assorbita nei suoi dolorosi pensieri.
Pierluigi si affrettò a rinchiudere l’uscio a chiave e ad allontanarsi con la chiave in tasca.
Alla remora concessa alla infelice giovinetta ed alla sollecitudine di nasconderla e di scostarsi da lei, lo costringeva un convegno preso sin dal meriggio co’ suoi due capitani Savelli ed Orsino, i quali lo avevano pregato di riceverli la sera, per concertarsi secolui intorno alla spedizione contro ai Colonna.
L’Orsino era congiunto alla di lui moglie Gerolama di Pitigliano, epperò non voleva potesse essere in alcun modo testimone di quelle sue scapate da discolo.
Non aveva infatti così allontanato la fanciulla, che il solito Trentacoste gli annunziò i due capitani.
Pierluigi li ricevette con ostentata affabilità, udì quanto dovevano esporgli in punto a quella spedizione; assentì ad ogni loro osservazione e proposta, affine di troncare al più presto il colloquio e — a pena l’ebbero lasciato libero — licenziò Trentacoste, si chiuse in camera da solo, e si slanciò ansioso in quella attigua, dove trovavasi Bianca.
La sventurata fanciulla — come abbiamo detto — erasi gittata su di una panca in uno stato di profondo abbattimento. Dopo il primo stupore — durante il quale nemmanco s’era avuta agio di riannodare e comporre le proprie idee scombuiate — la infelice concentrò ogni suo pensiero su lo imminente pericolo, che le sovrastava, ed un brivido freddo, come di morte, le serpeggiò per tutte le fibre sino ad agghiadarle il core. La speranza, ultimo barlume di fede, che scoppietta ed illumina di fuggevoli guizzi anche l’agonia, le suscitò un momento nell’animo l’idea della fuga. Epperò — rizzatasi di sbalzo — corse prima all’uscio, che trovò chiuso di fuori a chiave, poi si dètte a tastare ansiosamente le quattro pareti della stanza nella illusoria fiducia potessero offrirle qualche àdito nascosto, od aprirsi d’improviso al suo contatto per virtù d’arte maga, o divino volere della providenza. Delusa, si ritrasse nel vano della finestra, si provò inutilmente a scuoterne le sbarre di ferro, che — comunque esigue ed arrugginite — non si smossero d’una linea sotto i suoi deboli sforzi e, finalmente, spossata anche più da tale ultimo vano tentativo, si appoggiò de’ cubiti sul davanzale e tornò a rompere in pianto.
Era da poco in quella postura e così assorta nel proprio affanno disperato, da non badare tampoco a quanto cadevagli sotto i sensi; alloracchè sentì sfiorarle la fronte un ardente soffio.
Alzò la testa e si vide dinanzi una faccia d’uomo così orribile e mostruosa, che a tutt’altri ed in tutt’altra occasione, avrebbe fatto rizzare i capelli in testa per lo spavento.
Ma a lei non punto.
Ella, invece, parve tutta rasserenarsi a quella sgradevole vista e — stendendo le braccia fuori della inferriata e soffocando a stento un’esclamazione di gioia, che stava per eromperle dal petto:
— Terremoto? — sclamò il più che potè a bassa voce — oh, salvami! salvami!
— Il Farnese? — domandò il gigante, riassumendo tutte le possibili dimande in questo semplice ed aborrito nome.
— È qui presso — rispose Bianca — nell’attigua stanza.... ma non può tardare a raggiungermi!
Terremoto si pose un dito su le labra indicandole di tacere; lanciò una occhiata d’ogni intorno per accertarsi di non essere osservato; quindi — fatto segno alla fanciulla di scostarsi dalla finestra — ne afferrò le sbarre con le due mani e curvandosi su la enorme persona e puntellandosi de’ piedi contro lo zoccolo del muro esterno — cominciò a trarle a sè.
Le sbarre erano tuttora a bastanza robuste e suggellate sodo nella grossezza del muro; ma la forza di trazione del colosso era, d’altro canto, sì prepotente che non poterono resistervi a lungo, e finirono per piegarsi nel mezzo ed uscire dai fori, cui erano assecurate le loro estremità.
Bianca seguiva i progressi di quella nuova fatica d’Ercole, con l’ansia febrile del naufrago che, esausto di forze, tenta le ultime bracciate a nuoto, per raggiungere la tavola salvatrice.
Finalmente la inferriata si staccò completamente dal muro e Terremoto cadde con essa rovescione sul terreno. L’erba — per buona ventura — attutì il rumore della caduta.
A pena si fu egli rialzato, che Bianca — arrampicatasi nel frattempo sul davanzale della finestra — era già fra le sue braccia.
In quel medesimo punto, Pierluigi Farnese — licenziati i suoi due capitani — penetrava risolutamente nella stanzetta.
Trovandola diserta, mise un grido di stupore; ma, scorgendo in pari tempo la finestra priva della sua ferriata, non durò fatica a indovinare, almeno approssimativamente, cosa potess’essere accaduto. Alla sua volta, si avvicinò, quindi, a quella finestra e guardò fuori per la campagna. A un venti passi, nulla più, scorse, infatti, la fanciulla portata via fra le braccia del suo gigantesco salvatore.
E allora non potè trattenersi dallo erompere in un grido di rabbia.
— All’armi!... ferma!... ferma! — si dette ad urlare.
A simili grida di una voce ben nota, in un batter di ciglia, l’intero campo pontificio fu levato a rumore: capitani, soldati, saccardi, tutti uscirono dalle case, dalle tende, in cui ricovravano; i dormienti, svegliati di soprassalto, s’affrettarono a sorgere in piedi, a balzare alle armi: era una confusione, uno scompiglio generale; pareva fosse imminente qualche terribile conflitto ed, invece, non si trattava che d’inseguire un fuggiasco, il quale, frattanto, correva via traverso i campi, col suo leggero carico tra le braccia e con tutta la maggiore velocità delle sterminate sue gambe.
Capitolo XXXIII. Come Terremoto fosse ritornato in iscena.
Per rendere ragione al lettore del come Terremoto fosse ritornato in iscena e proprio — direbbero i francesi — à point nommé per strappare anche una volta Bianca della Staffa agl’infami abbracciamenti di Pierluigi Farnese, ci è giocoforza retrocedere di alquanto su la via dei casi già da noi narrati e spiegare, anzitutto la presenza del Cavalier Nero sul luogo, che avea servito di palestra al singolar certame combattuto fra Neruccio Nerucci ed Olimpia de’ Marazzani.
Dopo la resa di Castel Torsciano, il Cavalier Nero, in forza della capitolazione della resa istessa, era passato — come ci è noto — a far parte delle truppe pontificie, in uno con Ascanio della Corgna ed Andrea di Arezzo, e gli era stato assegnato il comando di parecchie bandiere in formazione, alle quali appartenevano vari degli uomini, che avevano già militato sotto di lui, nella difesa di quel castello. Solo — e sempre secondo l’accennata capitolazione — ned egli, nè i compagni suoi dovevano partecipare alle offese contra Perugia, ma sibbene venire impiegati nella imminente spedizione contra i Colonna di Palliano e di Rocca di Papa.
Perciò — nel frattanto — trovavasi egli senza occupazione nessuna di molto rilievo, quasi nell’ozio. — Ma un fine lo attraeva e — seguendolo indefesso — sua prima cura, non a pena frammisto alle genti del Farnese, quella si fu di pigliar voce su le costui consuetudini, e massime su le persone di maggior riguardo che gli stavano più da vicino. Naturalmente, nel novero di queste, gli venne indicato e descritto il giovine capitano Tre-Grazie, il quale — a dire di chi lo informava — trovavasi allora assente con qualche segreta missione, relativa probabilmente alla presa di Perugia. — I contrassegni di un tal personaggio non lasciarono il minimo dubio nel Cavalier Nero che Tre-Grazie ed Olimpia de’ Marazzani, malgrado la nominale differenza di sesso, non dovessero essere che un solo e medesimo individuo. Fissò, quindi, in cervello un suo piano e — profittando della sospensione di ostilità, che necessariamente accompagnò e seguì i preliminari e le trattative della reddizione — si dètte a perlustrare le vicinanze della città assediata, con un drappello de’ suoi più fidi. — Se vero che il sedicente Tre-Grazie si trovasse dentro di quella o ne’ dintorni, appariva eziandio logico ed ovvio dovesse trar partito, a sua volta, di quella sospensione, per far ritorno al campo de’ papalini. Il Cavalier Nero si proponeva sbarrargli il passaggio, e in qualche modo, impadronirsi della sua persona.
Come fosse in ciò riuscito e fors’anco al di là di ogni sua presunzione, lo abbiamo veduto. Il caso, questo grande artefice de’ più strani avvenimenti lo aveva condotto presso a Tre-Grazie, o meglio, ad Olimpia de’ Marazzani, giusto nel punto che la feroce donna cadeva trafitta dai colpi del nostro Neruccio.
Fattala adagiare su la lettiga improvisata ed affidato alla custodia de’ suoi il povero Neruccio, che costoro si trassero dietro pel capo della fune strettagli a’ polsi, il misterioso Cavaliere, precedendo lo strano convoglio, s’indirizzò verso Perugia e fece sosta presso una misera casuccia a breve distanza dal luogo su cui sorge la bella chiesa di San Pietro.
La casipola, che si formava di due sole stanzette di pianterreno, era completamente deserta; il demone della guerra ne aveva cacciato il suo unico abitatore, ch’era un chierico non per anco ordinato prete.
Ivi s’aqquartierò il Cavalier Nero, facendo collocare, nella prima delle due stanze, la lettiga su cui giaceva donna Olimpia e chiudere a chiave Neruccio nella seconda.
Era questo un piccolo camerino, che il chierico faceva probabilmente servire da oratorio insieme e da studiolo, poichè, unitamente ad un grande crocefisso grossolanamente scolpito suggellato alla parete al disopra di un monumentale genuflettorio di rovere grezzo, vi si scorgesse, da un canto, presso la finestruola inferriata, un tavolinuccio a copertura di corame borchiellata allo ingiro da chiodetti d’ottone, sul quale un enorme calamaio di peltro e varie penne d’oca e, dall’altro, un tarlato e polveroso scaffale contenente alcuni messali e codici in pergamena.
Neruccio sedette al tavolino; vi si appoggiò su del gomito e ripassò dolorosamente col pensiero le diverse traversie di quella notte. Bianca, la sua diletta Bianca, un momento salva per opera sua, poi, di bel nuovo perduta e forse per sempre; gli si riaffacciava del continuo alla mente e gli metteva nel core un dispetto, una rabbia, una tortura d’inferno. Saperla in balìa del Farnese, su l’orlo del precipizio, che doveva inghiottire il suo onore, il suo avvenire, forse la sua vita; ed egli esser là prigioniero, costretto alla inerzia, impotente a difenderla; era tale schianto che il misero non ci reggeva. Gli pareva essere racchiuso dentro un àmbito di fuoco e che le fiamme di questo, restringendo sempre più il loro cerchio fatale, gli scaldassero il sangue, gli bruciassero le vive carni: le sue tempia martellavano, infatti, come per violento parossismo di febre; i nervi gli si contraevano spaventosamente; sognava ad occhi aperti, delirava.
In quello stato di esaltazione, cacciandosi, per caso, la mano entro una tasca del giustacuore; sentì di tenervi chiuse alcune carte, quelle stesse che aveva tolto a Tre-Grazie o, meglio, a donna Olimpia de’ Marazzani, nell’atto che le scioglieva il farsetto. Le trasse meccanicamente e le esaminò. Erano: una lettera senza firma nè direzione, alcune note insignificanti ed un salvocondotto col nome in bianco del suo portatore e in calce la sottoscrizione di Pierluigi Farnese, duca di Castro, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa.
Mentre la vista di questo nome maledetto dava novello alimento alle strazianti sue smanie, Neruccio si udì chiamare sommessamente per nome da qualcuno, che lo stava contemplando dal di fuori della finestruccia.
Volse gli occhi da quella parte e scorse Terremoto.
— Voi qui? — sclamò allora scattando in piedi sollecito — voi qui?
— Sì, messere.... oh, se sapeste?
— Ditemi, ditemi!...
Il gigante si fece allora a narrargli, il più succintamente possibile, tutto quanto era occorso a lui ed alla sua padroncina, dal momento in cui aveva secolei lasciato il tugurio della Chiappa, per affidarla alla protezione dei Santafiora, sino a quando messer Bartolomeo della Staffa — temendo forte il Baglione non mancasse a presi convegni — lo aveva spedito per le terre dell’Umbria a fare ingaggio d’uomini e di cavalli.
A questo punto Terremoto continuò:
— Sono partito alli nove del mese scorso e tornavo stanotte dalle mie infruttuose ricerche.... nessuno, nemmanco una carogna ha voluto seguirmi.... maladetti!.... tornavo, dunque, quando, a mezza la via che mi riconduceva a Perugia, chi trovo?... messere lo zio di damigella Bianca, a cavallo, tutto solingo, tetro come un mare in procella, che andava via lemme lemme quasi sentisse rimorso di staccarsi dalla città dove ha aperto gli occhi.... la luna batteva in pieno su la mia grinta mal sagomata, ond’egli mi raffigurò di primo acchito e, spronandomi incontro il ronzino: — «Ah, Terremoto — mi disse — quale orribile sciagura!» — «Che è stato, messere? — gli domando io» — «la mia nipote, la tua padroncina....» — «ebbene, ebbene, messere?...» — «ebbene: me l’hanno rapita, strappata proditoriamente dal fianco e portata sa il cielo dove» — «dove? — feci io — non ci è nemmeno a stare un attimo a indovinarlo!... sarà quel dannato di monsignore il figlio di Sua Beatitudine che l’avrà fatta rapire» — «Pierluigi Farnese?» — sclamò messer Bartolomeo tutto compreso di stupore — «eh, sì, eh, sì — continuai io — non vi rammenta, messere, delle sue vituperevoli manovre in casa i Santafiora?» — «è vero; hai ragione; ma tanto peggio se la è così, che io nulla posso tentare a salvarla» — «e voi statevi, messere, che lo tenterò io!» — «tu?» — «io.... io!» — e sopra ciò, ci staccammo, lui continuando il suo ambio verso il Trasimeno; io mettendomi a galoppare come un disperato su’ miei due trampoli verso questa parte..... passando per qui, come è questa la prima abitazione che incontro, ho voluto sbirciarvi dentro per pur vedere.... non si sa mai....
— Ed è stato il Signore Iddio, che ve n’ha suggerito il buon pensiero — lo interruppe Neruccio, il cui volto erasi repentinamente illuminato di un raggio di speranza e quasi di gioia.
— Voi dite?
— Sì, Terremoto: come voi lo avete così bene arguito, donna Bianca è appunto nelle mani di Pierluigi Farnese.... ho udito io, con queste mie orecchie, la persona che l’ha rapita dar ordine ad un suo sgherro di portarla nella tenda di quel mostro e vi assicuro, Terremoto, che se io non fossi qui sotto toppa, prigioniero, schiavo....
— Eh, non c’è uopo vi scarmaniate a giurarmelo.
— Andate, dunque voi stesso.... correte.... strappatela, se vi riesce, alle ugne di quel maledetto.
— Non perdo un istante!
— Un momento, qual’è il vostro nome vero?
— Arcangelo Rinolfo, a servirvi, messere.
Neruccio si curvò un tratto sul tavolino; intinse stentatamente una delle penne d’oca nel calamaio di peltro, il cui inchiostro era già a mezzo essicato e, con essa tracciò su la lacuna lasciata in bianco nel salvocondotto tolto ad Olimpia de’ Marazzani il nome di Arcangelo Rinolfo.
Ciò fatto, porse il foglio al colosso e:
— Prendete — gli disse — con questo potrete facilmente introdurvi e liberamente circolare nel campo de’ papalini.
— Cos’è? — gli chiese Terremoto, guardando con stupore il foglio che doveva essere da tanto.
— È un salvocondotto firmato dallo stesso Pierluigi Farnese.
Terremoto non soggiunse verbo; intascò il foglio; traverso le ferriate della finestra, strinse ruvidamente la mano al giovane capolancia, e si allontanò di tutta corsa.
Ed ecco per qual seguito di circostanze era egli venuto a conoscere dove precisamente si trovasse Bianca della Staffa e per qual modo aveva potuto avvicinarsi sino alla stanza in cui ella era racchiusa.
Capitolo XXXIV. Nuove gesta di Terremoto.
Primi ad accorrere alle grida del Farnese furono il Trentacoste, il Tomasoni, il Bombaglino ed altri suoi capitani. Richiesto di che si trattasse.
— Amici miei — rispose loro — io teneva qui una fanciulla.... la figliuola di uno de’ più acerrimi nemici di Santa Madre Chiesa.... volendo serbarla come statico, l’avevo chiusa in questa stanzetta.... ebbene: vedete!... un accidente di uomo, che io non conosco; uno specie di ciclope, ha scassinato le spranghe della finestra e me l’ha portata via, ed ora fugge, fugge secolei, in direzione della città di Perugia.... a voi!... chi si sente d’inseguirli?... su la mia fede di gentiluomo e di duca imprometto mille bei scudi imperiali di oro a chi me li riporti vivi, o viva almeno la fanciulla e sia pur morto il farabutto che me l’ha trafugata!
— Io.... io.... io!... — strillarono dieci voci ad un tempo.
— Lasciate andare, dunque! — sclamò Pierluigi con un gaio soghigno, usando la frase sacramentale delle giostre e de’ torneamenti — la corsa al pallio è aperta!... ma lesti! lesti!... il villanzone ha gambe più lunghe del colosso di Rodi e corre più veloce della gazzella da’ piedi di bronzo.... se perdete un solo attimo, egli vi scappa!
Non aveva il Farnese terminata ancora l’ultima frase di tale eccitamento, che già il Trentacoste ed il Bombaglino, con una serqua di loro barbute, si trovavano in sella, armati di tutto punto, e partivano, come altrettante frecce, nella direzione ch’egli aveva segnato loro del dito.
Terremoto, con la fanciulla in collo, s’era slanciato di tutta corsa verso Perugia; ma — sovvenendogli a un tratto quanto gli aveva detto messer Bartolomeo circa la imminente reddizione della città — stimò imprudenza il procedere più oltre e si gittò di repente, alla propria destra, tra un fitto di giovani querce e di faggi che costeggiava la via.
Dal vociare, che l’appello del Farnese, aveva d’improviso suscitato per tutto l’accampamento, gli era stato ovvio il comprendere come non dovesse tardar molto ad essere inseguito; epperò, abbandonando la strada e cacciandosi tra l’intricato meandro di quella boschina, si sottraeva meglio alla vista de’ suoi inseguitori e poteva tirare inanzi anche un po’ più a rilento, con minor tema di essere raggiunto.
Come si ritenne alquanto al securo, Bianca volle assolutamente scendere dalle sue spalle e camminare ella pure pedestre, per non stancarlo soverchio.
Volle bene opporvisi il divoto vassallo e, con mille goffe proteste e più goffe preghiere, indurla a rimanersene al proprio posto; ma non ci fu modo. La sventura aveva così temprato l’animo gentile della giovinetta, ch’ella non divideva più gli aristocratici pregiudizi della propria casta gentilesca e considerava l’ottimo Rinolfo, non più come un servo, ma come il più affezionato degli amici. Provava, quindi, vergogna e quasi una specie di rimorso nello imporgli quella parte umiliante di bestia da soma.
Necessariamente una simile risoluzione di Bianca obligò il gigante a restrignere le seste delle proprie gambe e a far passi più brevi e meno frequenti; locchè equivaleva ad una considerevole perdita di tempo ne’ progressi della loro evasione.
A un tratto il calpestio precipitoso di parecchi cavalli giunse alle loro orecchie.
Il rumore proveniva dal campo pontificio. Non c’era, quindi, da prendere equivoco: su ciascuno di quei cavalli doveva tenersi in arcione un nemico.
Terremoto si arrestò. Bianca, sbigottita, si restrinse tutta al suo fianco, com’ellera, che, per reggersi ritta, cerca di abbarbicarsi ai robusto tronco dell’olmo.
Siccome la boscaglia, per cui s’erano messi i nostri due fuggiaschi, andava vie via, assottigliandosi, sino a formare un angolo acutissimo che, alla sinistra, aveva per lato la strada battuta ed, alla destra, l’aperta campagna; tornava inevitabile che quei cavalieri, se pur seguivano la strada, com’era a supporsi, dovessero transitare a poca distanza da loro; attalchè il più leggero scricchiolìo d’un ramo, il minimo stormir di una foglia poteva destarne i sospetti, attirarne l’attenzione e determinare la loro perdita.
La fanciulla perciò dette un buon consiglio al suo salvatore: quello di coricarsi tra le alte erbe e gli sterpai che ingombravano il suolo del bosco e rimanervi immobili sino a che i loro segugi fossero oltre trascorsi.
E così fecero.
Non istette di molto, in fatto, che lo stuolo de’ cavalieri — una dozzina circa — passò, correndo di tutta carriera, a piccola distanza dal punto in cui e’ s’erano appiattati ed, in breve, si dilungò e si perse lontano nel buio e nel silenzio della notte.
Risorsero allora in piedi e proseguirono, più tranquillati, il loro cammino.
Uscendo dal bosco, poco al di là di Perugia, e traversando la strada, per cercare, dall’altro lato di essa, gli alberi, e le siepi de’ campi che servissero loro di schermo, Terremoto — al chiaror della luna che brillava sempre splendidissima — s’accorse d’esser giunto in prossimità della casa, in cui, pochi istanti prima, s’era trattenuto a discorrere col nostro Neruccio, e la indicò a Bianca, che aveva già messo a parte di quel suo colloquio.
La giovinetta, soffusa tutta di un caro rossore e palpitante di speranza e di gioia, espose naturalmente il desiderio di avvicinarsi e rivedere il suo amato; nè il buon Rinolfo — per quanto il tentarlo dovesse essere non immune da rischi — ebbe core di contrariarla.
La fece, quindi, accoccolare a piedi di un’annosa quercia, affinchè non giugnesse a scuoprirla chi, per avventura, fosse venuto a passare per quel punto; poscia, pian piano, in punta di piedi, s’accostò alla povera e antica dimora del chierico perugino.
Riconosciuta la finestra istessa, da cui, poco prima, aveva scorto Neruccio, vi si affacciò cautamente e vi lanciò dentro uno sguardo.
Ma la stanzuccia servente di oratorio e studiolo era completamente vuota; l’uscio, che la metteva in comunicazione con la stanza attigua, spalancato; e questa pure, a ciò che pareva, affatto deserta.
S’inanimì allora a girare intorno intorno alla catapecchia e a scandagliarne i pressi dal lato della porta di entrata.
Anche questa era aperta.
Vi si spinse dentro guardingo e riconobbe che, veramente, anche il primo ambiente trovavasi inabitato al paro dell’altro.
Tutta la casipola era deserta.
Un pensiero gli attraversò allora la mente, non troppo adusa alle pronte concezioni. La sua giovine signora doveva essere stanca di molto; l’alba — poichè s’era in pieno giugno — non indugiar guari a sciorre le dorate sue ali su la volta del cielo, fugandone il pallido raggio della luna e lo scintillìo delle stelle; periglioso, quindi, il restarsene errabondi pei campi e le strade campestri. Laonde pensò ricovrare, con la sua padrona, entro quell’umile casolare e trattenervisi sino a che lo scendere del bruzzolo novello consentisse loro di allontanarsi in maggiore securtà.
Bianca, ch’egli s’affrettò ad istruire di quel luminoso suo proponimento, fu, a sua volta, sollecita di accondiscendervi: il rammarico intenso, ch’ella provava nel dover renunciare alla dolce speranza di rivedere il suo Neruccio, colui che già tre volte aveva posto la vita a sbaraglio per salvarle l’onore, non poteva trovare un refrigerio che nel sostare alcun tempo nel luogo istesso dov’egli aveva dimorato, toccare gli oggetti caldi tuttavia del contatto della sua persona, respirare la medesima aria da lui respirata.
Penetrarono però nella casetta ed ivi soprasedettero alla continuazione del loro viaggio sino al calar della notte.
Nella prima stanza, trovarono un letticciuolo dalle coperte di grossa canepa sordide, sdrucite ed in vari punti chiazzate di sangue, sul quale Bianca — tolte via queste che destavano repugnanza — si sdraiò tutta vestita cercandovi un po’ di riposo; mentre Terremoto chiusa accuratamente e sbarrata la porta tenevasi ad una delle finestre in vedetta.
Durante la intera giornata fu per le campagne e vie circostanti, un continuo andare e venire di soldati, ufiziali, fanti, cavalieri, cittadini, villani, bagagli. Erano le genti di battaglia del Baglione, che uscivano di Perugia e si sbandavano: erano drappelli di papalini, che perlustravano i dintorni della città; erano taluni altri dei Venticinque che si mettevano in salvo, con le famiglie e le robe, prima dell’ingresso del duca di Castro; erano vassalli e servi che la certezza della pace riconduceva alle case disertate, ai ricolti derelitti, agl’interrotti lavori.
Ma Terremoto che — siccome il lettore ricorda — aveva lasciato Perugia, prima vi giungessero le truppe baglionesche, mal sapeva discernere, in quello andarivieni, quali gli amici e quali i nemici; e però tenevasi quatto, nella giusta tema di imbattersi nel lupo, quando appunto gli fosse parso di ricorrere al cane di guardia.
Senonchè lo struggeva il mancare affatto d’ogni vettovaglia, non tanto per sè, quanto per la sua giovine signora. Anche il suo stomaco digiuno da oltre ventiquattr’ore, provava gli atroci stiramenti della fame; ma, da lunga mano, il brav’uomo erasi abituato ad imporre silenzio a’ propri bisogni, per non pensare che a quelli de’ suoi cari.
Contemplava, con tacita angoscia, la nobile fanciulla stesa sul povero lettuccio ed immersa nel sonno e, tratto tratto, mandava un sospirone da far girare le ruote d’un mulino.
Così, nella inazione, nel silenzio, ragionando tra sè e sè col proprio appetito, trascorse per Terremoto quella giornata che gli pareva eterna.
Alla sera, svegliò Bianca tuttora dormiente, e si rimisero in viaggio.
Valicato il monte di Pitignano, senza cattivi incontri, giunsero i nostri due fuggitivi in prossimità della Magione che la notte era nel suo colmo.
L’aria impregnata di aquei vapori — comunque il cielo fosse di quel puro e profondo azurro, che hanno solo le notti estive d’Italia, e la luna splendesse in tutto il bagliore del suo patetico raggio, e le stelle intrecciassero a miriadi la loro mistica danza per gli sconfinati sentieri del firmamento, e una mite e leggera brezzolina mitigasse di alquanto il caldo sferzante ed oppressivo della stagione — era indizio certo non trovarsi molto discosto il lago di Perugia, dal quale, appunto, in tali ore notturne, si sprigionano quelle tremende febri palustri, che sono recate intorno su l’ali de’ suoi mortiferi miasmi.
Bianca sentivasi stanca. Il forzato digiuno della precedente giornata, il lungo e disastroso viaggio, sempre per scorciatoie traverse e sentieruoli da capra, tra brughiere e roveti e tra balze e burroni, l’avevano così rifinita, che, a malo stento, reggevasi in piedi.
Se ne avvide l’ottimo Rinolfo e si affrettò a proporle di recarsela un’altra volta su le braccia e darle così un po’ di riposo. Ma l’istintivo orgoglio della fanciulla non volle piegarsi a quella generosa profferta.
— Piuttosto — ella disse — non sarebb’egli possibile il rinvenire quaggiù, come abbiam fatto presso Perugia, qualche securo abitacolo in cui fare sosta un momento e refocillarci?
Terremoto si arrestò di botto — e montato su una specie di duna di cui si trovavano al piede — sguaraguardò attentamente tutto all’intorno.
A non molta distanza, su la destra della via che costeggia il lago e a mezza costa di un piccolo poggio, gli parve scorgere un lume. Più che un lume, era una fioca e tremolante lineuccia luminosa, che disegnavasi verticalmente all’orizonte su di una massa negra ed informe; ma, comunque, essa era segnale infallibile della presenza in quel luogo di qualche essere umano.
Scendendo dal monticello:
— Là — disse il gigante, con l’indice steso verso il punto, in cui aveva scorto quel tenuissimo faro — là c’è una casa di certo, madonna.... un po’ di coraggio ancora, un ultimo sforzo e ci siamo!
E ripresero l’interrotto cammino a quella volta.
Più si avvicinavano e più evidente appariva come Terremoto non avesse preso un granchio. La linea luminosa era un sottil filo di luce trasparente dalla fessura di una imposta di finestra mal chiusa; la negra ed informe massa, una casa!
Quando le furono anche più presso, un fascio di strame ed una tavoletta di legno probabilmente pitturata, che penzolavano, ludibrio de’ venti, da un grosso ferro infitto al sommo della sua porta d’ingresso, li fece inoltre accorti come quella casa dovess’essere un’osteria.
Se sgombra di nemici e scevra di rischi, non poteva loro capitare di meglio.
Al fine di sincerarsene, Terremoto — fatta soffermare la fanciulla — le si appressò maggiormente studiando il passo, per attutire il proprio calpestio, ed arrampicatosi su lo sprone della muraglia, pose l’occhio alla finestra, da cui scappava la luce.
L’ambiente, che gli si parò dinanzi, era una vasta stamberga a volto depresso; in un canto della quale, su di un gran letto coperto di celone a quadretti, dormivano una giovine donna ed una bambinetta; mentre un uomo, col tradizionale berretto bianco in capo e il grembiale ravvoltolato intorno alla cintola, tenevasi seduto presso un piccolo tavolo, su cui al chiarore di una lampanuccia d’ottone noverava ad una ad una molte monete. Era, senza fallo, l’ostiero che istituiva il computo degli incassi e profitti della giornata, i quali — a giudicarne dal gruzzolo — dovevano essere stati più che mediocri.
La faccia dell’oste — uomo ancor giovane e ben portante — esprimeva un dolcissimo compiacimento senza pur l’ombra di cupidigia. Dagli sguardi amorevoli, ch’egli alternava tra le monete e le due dormienti, chiaro traluceva, come la gioia che gli davano quelle non fosse che in ragione del suo grande amore per queste. Era una faccia che se fosse stata un frontespizio, avrebbe invogliato a leggere il libro, libro che poteva essere poco interessante e fors’anco sciapito, ma buono, sano, onesto, di certo.
E Terremoto se ne invogliò di guisa, che — senza attender altro — picchiò cautamente con la nocca della mano sul legno della imposta socchiusa.
L’oste drizzò le orecchie a mo’ di giovine puledro, si guatò intorno come trasognato e si affrettò a celarsi in tasca i quattrini.
— Fossero ladri? — pensò.
E, siccome i leggeri colpi di nocca non ismettevano punto, prese su da un canto della stamberga un vecchio e rugginoso archibugio a ruota, di cui accese la miccia al lampanino, e s’accostò guardingo alla finestra, schiudendone interamente la imposta col palmo della mano sinistra.
Al vedersi dinanzi la poco rassicurante grinta di Terremoto, trattenne a stento una esclamazione di terrore e, ritraendosi sollecito, imbracciò l’arma micidiale in atto minaccioso.
— Per la beatitudine d’Iddio! — sclamò a tale atto, il gigante, col suo roco vocione, che svegliò di sobbalzo la donna e la bambina — perchè mi volete morto, maestro?... non sono mica un ladro, come voi mi stimate!... ho solo una dimanda a rivolgervi ed un favore a richiedervi e, se mel potrete rendere, ho anche nel borsello tanto che basta per rimunerarvene profumatamente.... sentite!
E con la mano sinistra, che si cacciò entro la tasca del corsetto, mentre con l’altra tenevasi abbrancato al davanzale, scosse e fece risuonare i non pochi ducati, che gli aveva rimesso messer Bartolomeo, spedendolo in giro per fare ingaggi.
— Quando la sia così — fece l’ostiero un cotal po’ rabbonito, abbassando l’archibugio — dite pur su: cosa mi volete?
— In primo luogo: avete gente in casa?
— La mia donna, la mia piccina, che voi m’avete rideste, come vedete; il Cennamella, mio familio, che adesso dorme nel fenile, e Geppetta, la guattera, che dorme in cucina.
— E non forastieri?
— Oh, nissuno, nissuno!... ce n’ho avuto durante tutta la giornata, ch’è stata una processione vera.... ed anco di prepotenti ce n’ho avuto.... soldatacci, Dio guardi! di que’ raccapezzati da messere il Baglione per l’impresa di Perugia e che adesso, che la è andata come doveva andare, si buttano per le terre, senza nè rispetti umani, nè timore di Dio.... i quali, dopo avermi succhiato barili interi di vino, e di quello della chiavetta, per giunta, non c’era più verso di farselo pagare... maladetti!... ma ora, salvo noi della casa, non ci ho più neppure una mosca.
— In tal caso, ecco il servigio che vi devo richiedere: darmi alloggio, per questa notte insieme alla mia signora che è qua da basso che attende?
— La vostra signora?
— Eh, sie, maestro: una giovine dama, bella come un angiolo del Gesù benedetto, buona come la Madonna Santissima e sventurata come una martire!
— Sventurata? — interloquì la moglie dell’oste, ponendosi a sedere sul letto e ricominciando a vestirsi.
— Tanto! — le rispose Terremoto — tutti i suoi sono scappati di Perugia, dov’ella era; non ha più nessuno al mondo che la protegga, non parenti, nè amici, fuori di questo povero straccio di servo!
— E falla subito salire, Luca — riprese la donna, con uno slancio di affettuoso interessamento.
— Solo — aggiunse il marito, deponendo l’arma ed apparecchiandosi a scendere per schiavistellare la porta — noi non avremo modo ad albergarla, come si addirebbe a persona della sua sorta.
— Eh, mastro Luca — sospirò il colosso, scivolando a sua volta giù dallo sperone del muro — la sventura e il bisogno non sono schifiltosi di troppo.... apriteci e non pensate ad altro!
Mastro Luca non si fece ripetere l’invito e Bianca e Terremoto entrarono nell’osteria.
Intanto l’ostessa s’era tolta di letto ed aveva fatto levare la Geppetta, nel contempo che mastro Luca chiamava a sè il Cennamella.
I garzoni — con la sonnacchiosa malavoglia di chi è strappato bruscamente ai dolci amplessi di Morfeo — prestaron mano a’ loro principali per approntare alla meglio una frugalissima cena di ova, cacio montanino e prosciutto affumicato, che i nostri due profughi — auspice un appetito da suonatori — divorarono a quattro palmenti. Poi l’ostessa acceso un lumicino alla lampana — introdusse Bianca nella stanzuccia che doveva servirle di dormentorio e mastro Luca fece altrettanto con Terremoto.
Mentre quella entrava in un modesto ambiente del piano superiore, a cui si perveniva per una scala di legno suggellata al muro co’ suoi due capi, il gigante dovette accontentarsi di una specie di bugigatto, che aprivasi appunto tra quell’ambiente e la camera da letto degli osti, a metà e al disotto della scala di legno.
Pochi momenti dopo, tutto in quella casa era rientrato nella quiete e nel silenzio di prima.
Mancava forse non molto al primo rompere dell’alba, quando Terremoto, che — stanco qual’era — aveva ceduto allo imperio di un sonno profondo; venne repentinamente ridesto da un alto e confuso alternìo di voci, che saliva dal piano sottostante.
Tese l’orecchio e gli giunsero distinte le seguenti parole, pronunziate con fare aspro e brutale:
— Un villanzone alto, sterminato, una specie di servitor di Vulcano, ed una giovinetta?... son loro.... son loro.... indicaci subito dove li hai intanati!
Susseguì un silenzio.
L’oste, cui erano dirette quelle intimazioni, esitava indubiamente a rispondere.
Terremoto comprese tosto il pericolo. Erano persone giunte nell’osteria, mentre egli dormiva, che cercavano di lui e della sua signorina. Non potevano essere altri che gli uomini spiccati su le loro tracce da Pierluigi Farnese.
E mal non si apponeva.
Erano, infatti, il Trentacoste ed il Bombaglino, coi loro dodici seguaci, che — dopo aver battuto inutilmente la strada sino al confine toscano — ritornavano scornati ed avviliti, a render conto dello scacco subìto al loro eccelso signore.
La vista dell’osteria aveva attratto pertanto la loro attenzione, non già nella fiducia di trovarci cosa che potesse lenire il loro dispetto; ma per ridarsi un po’ di lena con qualche fiasco di vino.
Il resto s’intende.
Udito parlare dall’oste degli altri due e soli suoi ospiti, Trentacoste gli addimandò chi fossero e, alla risposta ch’erano una giovine signora ed un colossale suo servo, non ebbe d’uopo di chieder altro per andar certo di esser stato servito da messere il caso assai meglio che non da’ propri occhi e dalla propria furberia.
A tale certezza, un concerto di grida gioiose scoppiò fra quella bulima di scherani e fu quello appunto che trasse di soprassalto Terremoto dal sonno.
L’imminenza del pericolo acuì, come soventi accade, la grossa perspicacia del gigante o, per lo meno, lo ammonì della necessità di non indugiare un solo istante le difese, se voleva tentar modo di sottrarre sè e Bianca ad una irreparabile perdita.
Si levò, quindi, in piedi, tenendosi ritto su la persona quanto meglio gliel consentiva il depresso solaio dello stambugio che gli aveva servito di cubicolo; poscia — formatosi in testa un suo particolare progetto — abbrancò dei due montanti la scala di legno, che, dal piano sottoposto, ascendeva alla stanzetta della sua giovine signora, e si dètte a tirarli a sè violentemente con tutta la forza delle nerborute sue braccia. La scala, vecchia, tarlata, sconnessa in più punti, non poteva resistere a lungo a simile poderoso attacco e, con un formidabile scricchiolìo, che, per buona ventura, venne in quel punto attutito dalle urla feroci e dalle imprecazioni di Trentacoste e de’ suoi, che, allo unisono, minacciavano l’oste; finì, di fatto, a schiantarsi in due pezzi, l’uno de’ quali, il superiore, si staccò, in pari tempo, dal limitare della stanzuccia di Bianca e sarebbe anche andato a rovinare fin giù sul pavimento, ove Terremoto non fosse stato lì, pronto a ghermirlo e a gittarlo orizontalmente entro il suo buggigatto.
Fatto ciò, in un batter d’occhi, dètte di piglio ai due tronconi dell’altro pezzo di scala, rimasti infissi alla soglia della camera nuziale dell’oste, e, sveltili dalla loro base, li trasse pur essi nel proprio stanzino.
Così, fra i due piani della casa e l’ammezzato interposto non rimaneva più nessuna possibile comunicazione.
Quando, sotto gli urti de’ birri di Trentacoste e del Bombaglino, l’uscio da basso si spalancò; Terremoto aveva a pena compiuto la sua ardimentosa demolizione ed era tornato ad accovacciarsi entro il suo buco su i medesimi frantumi della scala allora allora demolita.
I primi a sbucare dall’uscio guatarono stupiti allo insù, e, voltisi a’ compagni, che li spingevano alle reni da stare tuttavia nella camera dell’oste:
— Canchero! — gridarono — non si può andare più oltre.... questa bicocca del malo augurio manca di scale, come il suo maladetto padrone manca d’onestà nella coscienza e di vino pretto negli orci!
— Ma la scala — osservò l’uno d’essi, curvandosi ad esaminare il pavimento — è stata portata via or ora.... peggio che portata via, smurata di peso!
— Ah! ah! — ghignò il Trentacoste, azzanando l’ostiero per un orecchio — il mascalzone che ci ruba la figliuola ha dunque degli alleati anche fuori della sua fortezza.
— No, no, per le viscere di Cristo — gemè il povero mastro Luca, facendosi paonazzo in viso pel bruciore acuto, che gli cagionava quel brutale strapazzo.
— E s’è no — lo interruppe il lanternuto capitano, infliggendogli un ultimo e più sgarbato strappo — e tu insegnaci maniera di arrampicarci su quella tua colombaia.
— Ma, in verità, messere, che io non saprei....
— Ah, non sapresti?... poffare il mondo, te la insegneremo noi la via del sapere!
— Non hai dunque una scala? — domandò il Bombaglino.
— Una scala?.... una scala? — balbettò mastro Luca, al colmo dell’impiccio.
— Sì — fece il Trentacoste — una semplice scala a piuoli.
— Ve n’ha una, fuori — interloquì il Cennamella — una lunga, lunga presso il pollaio!
Luca e sua moglie lo fulminarono di un’occhiata, che pareva una maledizione.
Ma il ragazzo vi badò tanto meno, che, senza lasciargli tempo di soggiunger altro, il Trentacoste lo aveva intanto ghermito, a sua volta, per un orecchio, e, facendo cenno a due soldati, di seguirlo, avviavasi, con essolui fuori della stanza, gridandogli:
— Menami, dunque, dov’è cotesta tua scala.
La scala venne, di lì a poco, recata su le spalle dalle due barbute; ma — come lo aveva annunziato il Cennamella — essa era così lunga, così lunga, che non ci fu verso di farla penetrare, dalla camera da letto degli osti, nello esiguo vano che già conteneva quella improvisamente distrutta.
Trentacoste e il Bombaglino, sagrando peggio di due eretici, ci si provarono inutilmente in diversi modi; ma dovettero, alla fine, capacitarsi che meno arduo sarebbe forse tornato loro il fare entrare una trave per la cruna di un ago.
Uno de’ soldati allora suggerì un spediente segnando del dito l’uscio della stanza di Bianca.
— È lassù — domandò — che si tengono chiusi?
— Ma, di certo, — rispose Trentacoste — è lassù!
— Io penso, dunque — proseguì il soldato — che la stanza debba pure aversi una finestra.
— Ebbene? — chiese il Bombaglino.
— Ebbene — concluse quello — entriamoci per la finestra!
Un urrà di gioia feroce accolse l’eccellente suggerimento.
— Per la finestra! per la finestra! — sbraitarono taluni di loro, impadronendosi della scala e riportandola fuori della casa — le daremo la scalata meglio non ci sia riuscito a quel maledetto Castel Torsciano!
— Ma occhio alla ragazza! — soggiunsero altri — acchiapparla sì; ma guai a farle male.... monsignore il duca non ce ne darebbe venia!
— Ci rimane il servo!...
— Il villanzone!...
— Quello pagherà per tutti!...
E, tra simili propositi di rappresaglia e di vendetta, i più de’ seguaci di Trentacoste e del Bombaglino — lasciati quattro de’ loro in guardia alla stanza degli osti — uscirono all’aperto, co’ loro due capitani, e — riconosciuto al fioco chiarore dell’alba il punto, in cui trovavasi la minacciata finestra — vi postarono contro la scala e cominciarono a salire all’assalto.
La finestra della stanza di Bianca aprivasi verso la campagna, al disopra di un altro piccolo finestruolo riquadro, cui gli scherani non degnarono di nessuna attenzione, ed era munita solamente di quadrelli di grossa tela di canepa chiovati a rozzi telaioni di faggio.
Con un pugno, la grazia era fatta.
Primo a cimentarsi alla grande e nobile impresa fu il Bombaglino con la spada sguainata tra i denti, poi gli tennero dietro, piuolo per piuolo, cinque de’ suoi berrovieri. Così, della geldra — ch’era in tutto di quattordici uomini — sei trovavansi su la scala, quattro a terra a mo’ di corpo di riserva ed altri quattro di guardia nello interno della casa.
Il foro riquadro, sottostante alla finestra, era quello che dava luce al ripostiglio, entro cui tenevasi sempre accovacciato Terremoto. Strisciando col ventre su gli sfasciami della scala e la poca paglia, che gli aveva servito di letto, costui s’avvicinò pian piano con la faccia a quel finestruolo e, spingendo fuori cautamente lo sguardo, potè mettersi in istato di seguire, passo passo, tutte le manovre de’ suoi dieci avversari, che ignoravano la di lui presenza in quel luogo.
Il pover’uomo, osservando i costoro preparativi, sudava freddo e si crogiuolava invanamente il cervello per strizzarne un pensiero, uno spediente, uno stratagemma, che potesse trarlo incolume del cerchio di brage, entro cui vedevasi rinchiuso. Ma, per quanto premesse le proprie facoltà mentali, nulla gli riusciva di farne scaturire. Non aveva che la fenomenale sua forza bruta ed a questa — in difetto di meglio — decise di interamente e ciecamente affidarsi.
La situazione, d’altronde, era sì estrema e disperata da non ammettere nè studi, nè preparativi, nè temporeggiamenti: tutto avendo a temere, tutto bisognava osare; non potendo vincere, conveniva morire; ma vendere almeno la vita a caro prezzo.
Eppoi, non s’era di verno, non nevicava, e Terremoto — secondo la predizione di Gerolamo Cardano — non poteva temere la morte.
Egli però si dispose ad attendere il momento opportuno per tradurre in atto il suo divisamento.
Acciapinatosi il meglio possibile su la persona e trattenendo persino l’alito, affine di non destare sospetto di sè; lasciò che il Bombaglino ed i cinque suoi seguaci salissero, l’un dopo l’altro, la scala; lasciò che il primo toccasse quasi della mano il davanzale della finestra di Bianca, mentre l’ultimo gli giungeva coi ginocchi contro la faccia; ed allora — scattando repentinamente col torso fuori dal suo finestruolo ed afferrata, pei due ritti, la scala — la scostò, con titanico sforzo, dal muro e — dopo averle impresso una tremenda squassata, come ad albero di cui si vogliano far cascare i frutti maturi — la respinse violentemente lunge da sè, tanto da farla precipitare rovescia giù dal pendio e, con essa, i sei disgraziati che vi stavano sopra.
Un terribile urlo, misto di strazianti grida di dolore e di diaboliche bestemmie, echeggiò per tutta quella diserta campagna e si diffuse per le bassure del Trasimeno ripetuto in mille guise dall’eco.
Pareva che la casa dell’onesto taverniere della Magione fosse convertita in un girone delle male bolge.
Il Bombaglino, tracollando di peso dal sommo della scala, s’ebbe una gamba rotta in due punti; gli altri cinque, qual più qual meno, ne andarono con la testa o le costole fracassate; l’uno d’essi rovinò a capofitto su d’un pietrone e rimase cadavere in sul colpo: un altro, il quale assisteva, da stare in basso, alla scalata, con un piè fermo su l’ultimo piuolo, pronto a montare a sua volta, non fece in tempo a ritirarsi, e la scala, cadendo, lo schiacciò col suo enorme peso, spezzandogli la spina dorsale.
Trentacoste e gli altri due suoi sgherri come i soli rimasti incolumi, non pensarono, pel momento, ad altro chè a prestare aiuto a’ loro malcapitati compagni ed a rimuovere la scala che opprimeva il misero agonizzante.
Era una scena straziante.
Il luogo sembrava un campo di guerra subito dopo la battaglia.
Bianca — ridesta a sua volta dai primi rumori ed affrettatasi a rivestirsi — balzava in quel punto alla finestra, per conoscere che fosse. Colpita penosamente dalla orribile vista, si ritrasse tutta tremante e — come il suo unico sostegno e rifugio era Terremoto — volò immediatamente all’uscio, per correre in traccia di lui ed a lui chiedere spiegazione del sanguinoso caso; ma là pure, non iscorgendo più la scala, dovette arrestarsi attonita, spaurita, perplessa.
In quella, i quattro scherani rimasti nell’osteria e che, dal luogo in cui si trovavano, nulla potevano vedere di quanto accadeva al di fuori; allarmati dalle strida di spavento e di angoscia, che giunsero d’improviso alle loro orecchie; si consultarono un momento tra di loro più che a parole ad occhiate; quindi due uscirono affrettatamente dalla stanza dell’oste, lasciandovi gli altri due di guardia.
Nel tempo medesimo — o prevedesse ciò che doveva succedere, o comprendesse, piuttosto, che, senza trarre immediato profitto della prima confusione de’ suoi nemici, impossibile riusciva il salvarsi — Terremoto, aggavignatosi delle mani alla soglia del suo ripostiglio, si lasciò sdrucciolare giù nella cassa della scala distrutta e — siccome nell’atto istesso che scendeva levò gli occhi all’insù e scorse Bianca, affacciatasi in quel punto all’uscio della propria stanzetta:
— Madonna — le susurrò — se volete scamparla, c’è un solo modo: annodate insieme le due lenzuola del vostro letto ed assicuratene ben sodo l’uno de’ capi al chiavistello dell’uscio.... ma subito, subito!
E, senz’altro attendere, toccato il pavimento dei piedi, si slanciò nella contigua camera coniugale dell’oste, dove, coi padroni della taverna ed i loro due famigli, non trovavansi più che due barbute.
Penetrarvi di corsa, abbrancare ciascuno di costoro pel petto e cacciarli supini a terra d’un manrovescio, fu per Terremoto l’affare di un attimo.
— Serra l’uscio, ragazzo! — gridò intanto al Cennamella — ma serralo bene, con tanto di chiavistello.
Il familio obbedì.
— E voi, mastro Luca — continuò quello, mantenendo atterrati i due sgherri — favoritemi qualche brandello di fune, ma solida, solida il più che possiate.
Prima ancora del taverniere, fu l’ottima sua consorte che porse a Terremoto i pezzi di corda domandati.
Con questi il gigante legò ben stretti piedi e mani ai due scherani, poi — lasciatili distesi sul pavimento come piattole arrovesciate — ritornò sollecito al vano della scala di legno.
La giovinetta non aveva mancato di ottemperare al suo giudizioso suggerimento: le due lenzuola aggroppate insieme dondolavano al catenaccio dell’uscio e giungevano quasi sino a terra.
— Lasciatevi calare, madonna! — le disse allora Terremoto a bassa voce — non vi prenda timore!
Bianca non esitò a secondare un tale invito ed, un momento dopo, scivolava pei lini penzolanti fra le braccia del suo fedel servitore, il quale rientrò immediatamente nella stanza degli osti, domandando a Luca:
— C’è nessuno altro buco per uscire di qua?
— Sì — gli rispose l’ostiero — c’è questo.
E segnò un usciolo che aprivasi di fianco al letto.
— Dove mena?
— Al portico sotto al fenile, dall’altra parte della casa!
— Bene.... addio.... e grazie!
E, profferendo tali parole, Terremoto uscì, con la sua signora sempre in braccio, dall’àdito che gli veniva indicato, dopo essersi tolto di tasca ed aver deposta una grossa manciata di oro su lo stesso tavolinuccio, presso cui, qualche ora prima, mastro Luca stava istituendo i suoi conti.
Giunti sotto al fenile, Terremoto vi scorse un certo numero di cavalli legati, per le briglie, agli anelli infissi nei pilastri del porticato.
Erano i cavalli degli sgherri di Pierluigi Farnese.
— Il buon Dio benedetto è con noi — sclamò il brav’uomo a quella vista.
E, in ciò dire, estrasse un largo coltellaccio, unica arma di cui si trovasse munito, e, con esso, recise i sottopancia e tutte le altre cinghie, che assodavano i finimenti di quei cavalli, non risparmiandone che due soli.
Su l’uno di questi fece montare la sua giovine signora, poi, montato egli stesso su l’altro, lavorò di calcagno e fece partire i due animali al galoppo.
Capitolo XXXV. La resa.
Ed ora saremo brevi.
Il magnifico messer Ridolfo Baglioni, che — senza essere papa come Paolo III, nè figlio di papa, come Pierluigi Farnese — la sapeva a bastanza lunga da poter trarre la castagna dal fuoco con la zampa del gatto, lasciò, come dicemmo, Perugia, traendosi dietro la sua soldatesca raccogliticcia, che si sbandò poscia per le propinque campagne, e tutto quel maggior gruzzolo che gli era venuto fatto di raggranellare, ficcando la mano un poco dovunque, sino nelle suppellettili di chiesa tantocchè «fu infamato di avere in prima (d’andarsene) rubate tutte le argenterie sagre e profane».
Col mattino del giorno 6, vale a dire pochi momenti dopo che Terremoto si fu liberato, nel modo per noi descritto, dalle zane degli emissari di Pierluigi Farnese, questo principe fece il suo trionfale ingresso in Perugia, montato s’un bellissimo cavallo turco, color isabella, tutto bardato in velluto cremisi a frange e borchielli di oro, con a fianco Alessandro Vitelli, Giambattista Savelli e Gerolamo Orsino, e, dietro, millecinquecento fanti e trecento cavalli.
Discese e mise seggio nel palazzo del Magistrato, d’onde — trinciandola da assoluto padrone — s’affrettò ad infrangere i medesimi patti allora allora convenuti, col sopprimere lo antichissimo istituto civico de’ Priori, dichiarare ribelli i Venticinque e rei di alto tradimento e con lo impadronirsi di tutte le publiche argenterie ed oggetti preziosi sfuggiti alle ladre ugne di Ridolfo Baglioni. — Nè da un figlio di prete c’era da attendersi altro!
Per tal modo, i delusi perugini vedevansi posti a ruba da amici e nemici, in ischerno d’ogni più elementare diritto delle genti e d’ogni dichiarata stipulazione.
Nè ciò è ancora tutto.
Come ci è noto, l’avido Alessandro Vitelli non aveva consentito a lasciarsi supplantare dal Farnese nel comando della spedizione, se non pattuendo di beccarsi per sè solo la metà del bottino. Laonde, come ci è pur noto, lo avea seccato non poco lo annunzio che, tra l’Orsino e l’araldo di Ridolfo Baglioni, si fossero concertate le clausole della reddizione della città, senza c’entrasse un po’ di saccheggio, od — a peggio andare — una briccica di sovrimposizione e di taglia.
Si sentiva derubato.
Non volendo, però, a niun costo lasciar scorrere l’aqua cheta alla scesa, senza che passasse in prima pel suo molino e gli facesse macinare alcunchè di suo peculiare tornaconto; e’ provide subito a’ casi propri col far postare due passavolanti contro Porta San Pietro e tirarvi dentro alla distesa tanto che — apertavi una breccia — potesse dire la città essersi presa per forza ed esigerne in compenso la campana maggiore.
Da ciò un battibecco da non rifinirne. I maggiorenti si opposero alle pretese del Vitelli; questi tenne sodo; quelli anche; cosicchè Pierluigi dovette immischiarsene personalmente, e — tutto vagliato — decidere che — avendo torto sì l’uno che gli altri — si dèsse il male in mezzo e si scambiasse la campana con uno dei candelabri di argento della sala del Magistrato.
Ma nemmanco ciò — comunque, per quattro colpi di passavolante sparati a bambera, fosse un guadagno da non disprezzarsi — nemmanco ciò valse a sodisfare il Vitelli, che aveva le ingorde brame istesse della lupa di Dante e che pensò ricattarsi, col mezzo poliziesco di trarre la popolaglia a tumulto e profittarne per allungar le mani in mezzo al disordine.
Provocata da taluno de’ suoi sgherri più audaci, la gente minuta surse, infatti, a romore; corse all’arme; barattò qualche colpo di stocco e di moschetto e il Vitelli si cacciò in mezzo alla mischia, incitando i suoi uomini a dare intanto il sacco alle case degli Alfani e a ciascuna di quelle de’ Venticinque. Ma se c’è proverbio sciocco ed insussistente è quello che dice: lupo non mangia lupo. — Pierluigi Farnese — il principal lupo in parola — non voleva che altri mangiasse nel suo piatto, o sottraesse alla sua rapina personale alcuna parte della preda. Però si fece venire inanzi gli altri suoi capitani e colonnelli e comandò loro di far correre le vie dai loro fanti con le pertugiane inastate e — fossero popolani di Perugia, fossero cernite del Vitelli — peggio per chi le toccasse; purchè s’acchetasse il trambusto e.... l’ordine regnasse a Varsavia!
Ricondotte le cose al silenzio, Pierluigi si occupò di far gittare le fondamenta della nuova fortezza papale, che doveva sorgere, a spese de’ perugini, presso Porta Sant’Angelo, nel luogo istesso dov’erano le case de’ Baglioni, sopra disegno di Francesco da Viterbo, e a costruire la quale vennero preposti il Sangallo iuniore ed il Meleghino; poscia — scorse due settimane — abbandonò la città, lasciandola al governo di Bernardino Castellari, vescovo di Casale, detto Monsignor della Barba, più guerriero che sacerdote, e diremmo più carnefice che prete, se la Santa Inquisizione non si fosse tolto l’uficio di far sparire il divario.
Costui inferocì. Mise a morte sei de’ più cospicui cittadini, pretese si consegnassero tutte le armi, si levassero le catene che avevano servito a sbarrare le vie, si radessero al suolo le case de’ Venticinque e si cangiasse il nome del supremo magistrato in quello di Conservatore dell’obbedienza alla Chiesa.
E tutto ciò a dimostrare a’ perugini quanto parlasse sul serio Papa Paolo III, quando — il 20 febraio dell’istess’anno — inviava loro un suo breve, — nel quale — secondo il Bontempi — era detto: «Sub pœna ribellionis, interdicti, confiscationis bonorum, privationis privilegiorum et Comitatus, che la Città subbito et incontinente, dovesse accettare e comprare il sale a tre quattrini più la libbra, di quello, è solito comprare.»
E, diffatti, dovette a tale prezzo comprarlo e.... pagarlo.
Oh, per farsi pagare lasciarli fare a loro.... i preti!
Fine della parte terza.