PARTE SECONDA. CASTELL’ARQUATO
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Capitolo XVI. Un figlio di Papa.
Rimontando il corso dell’Arda — piccolo torrente, che, insieme all’Ongina, si versa presso il Polesine tra le braccia del padre Eridano — a dieci chilometri circa al disopra della via Emilia, s’una lieta e fiorente collina, che scende col piede sul greto di quel torrente, giace una terra murata, che si fa risalire a parecchi secoli prima dell’êra cristiana e che, dal nome di un cavaliere quirita che ne fu il fondatore, si volle chiamata Castel Torquato.
Siccome, per altro, il mutare non di natura soltanto, ma eziandio di nome, sembra destino di tutte cose quaggiù; dopo essersi detta, volta volta, Castel Torquato, Castel Quadrato, Castell’Alquadro, Castel Visconti; finì a chiamarsi Castell’Arquato.... e speriamo per sempre.
Un tal messer Magno, altrettanto magno di nome quanto di cuore, che apparentemente poteva disporne a sua posta, la regalò nel 770 al molto onorando e reverendissimo capitolo vescovile di Piacenza. — Nel 1307 se ne impadronì il famigerato Alberto Scotto, cui la tolse, dieci anni dopo, Galeazzo Visconti. — Sottrattisi i piacentini alle spire del biscione, quel discendente di Wirtinger di Landau, ch’ebbe nome Manfredo e fu tra’ stipiti del nobile casato de’ Landi, se la prese per sè nel 1324 e la cesse quindi alla città di Piacenza. — La riebbe il marito d’Isabella del Fiasco, che ne edificò la rôcca e la ribattezzò del suo nome. — Finalmente, nel 1527, la Sede Pontificia, che aveva allora allora recuperato i dominî di Parma e di Piacenza, ne dètte l’investitura a Bosio II Sforza, conte di Santafiora, già signore dei dazî della Rocchetta e della Chiavenna e marito di Costanza Farnese, la figlia di Paolo III, la sorella di Pierluigi.
Morto Bosio nel 1535 e perchè degli undici suoi figliuoli, il primo, Guid’Ascanio, ed il terzo, Carlo, erano destinati alla Chiesa, attalchè l’uno non istette guari a divenir cardinale e vescovo di Parma e l’altro ad essere creato cavaliere dell’ordine gerosolomitano, e poi priore di Lombardia, generale delle galee pontifice e proposto della cattedrale di Piacenza, ed il secondo ed il quarto erano femine: Giustina, maritata al conte Gianfrancesco Bentivoglio di Gubbio, e Camilla, che sposò poi Besso Ferrero di Biella, marchese di Masserano e conte di Lavagna; gli succedette nei feudi, il suo quintogenito, Sforza, giovinetto poco più che trilustre, nel cui nome continuò per alcun tempo a governare la madre.
Al momento in cui vi giunse Bianca col suo fedel Terremoto, c’era corte bandita e gran bombanza e gazzarra nella rôcca e nei dintorni di Castell’Arquato. — Terrazzani e forestieri, valvassori e vassalli, festeggiavano lo sposalizio del giovine signore del luogo, che — appunto in quel giorno — impegnava la propria fede alla vedova di Cagnino Gonzaga da Sabbioneta, Luisa, la vezzosa ed unica figlia del marchese Pallavicino Pallavicini.
Congiunti ed amici erano colà convenuti da’ luoghi più lontani.
Non vi mancava che papa Paolo III, perchè donna Costanza potesse dire di vedersi intorno tutta la sua numerosa famiglia.
Per le vie del borgo, adiacenti al castello, giullari, catabanchi e merciaiuoli ambulanti avevano eretto i loro trespoli, i loro scannelli, le loro bottegucce: e qui si spacciavano imagini sacre grossolanamente miniate su pergamena, e rosari, e scapolari, e aquasantini, e reliquie; là, medaglie da tocchi, e catenelle da collo e da ventaglio, e braccialetti, e anelli, e guanti ricamati, e zibellini; e dove, presine di perle compeste, e miracolosi medicamenti, e grasso d’orso col quale ugnersi per scongiurare la insonnia, e candele di sego umano per iscuoprire tesori; e altrove, focacce di farina col miele, e zuccherini indorati, e pasticche, e treggea. — Più in qua stava il Rinaldo canterellando con voce chioccia e stuonata, le sue burlesche e non sempre decenti canzoni, accompagnate da’ suoni del lirone o del piffero; più in là, il giuntatore, che ripeteva il miracolo dell’uova soppeditate senza schiacciarle, o l’acrobata ed il funambulo, che alternavano i loro meravigliosi esercizî.
Ed una ressa di contadini, di servidorame, di sbirraglia, che loro faceva circolo intorno e — ad ogni nuovo sperimento ben riuscito — batteva freneticamente le palme, gridando a tutti polmoni:
— Viva messer Sforzino! viva madonna Luisa!
Comunque accolta nel modo il più cortese dalla contessa di Santafiora e sollecitata dalle gentili premure delle sue figliuole, Bianca non si sentì di prender parte alle sponsali esultanze: i dolorosi pensieri che la ingombravano, la eccessiva stanchezza che la opprimeva, glie ne toglievano a un tempo il volere e il potere. — Laonde si ritrasse in una stanzetta del secondo piano, che le venne assegnata nell’ala estrema del castello verso settentrione, e — nella solitudine — cercò un po’ di calma e di riposo.
Terremoto si confuse alle genti di servizio.
Levate le mense dopo il meriggio; uno de’ convitati che — alla magnificenza del vestire ed alla familiarità del contegno — rivelavasi per uno de’ più ragguardevoli, tolse commiato dalla sala da pranzo e — nell’uscire — rasentando un omicciatto, che tenevasi ritto sopra uno stipite dell’uscio:
— Mi riduco in camera mia — gli susurrò all’orecchio — fate di raggiungermi tosto.... ho da ragionare con voi.
L’omicciatto finse di nulla; si trattenne qualche momento ancora al suo posto; poi — cogliendo una opportuna occasione — sbiettò via inosservato e gli scivolò dietro.
Ma a pedinare chi gli aveva dato quell’ordine non si trovò da solo.
Qualcun altro pedinava lui pure.
Era una giovine donna.
Nascosta nella penombra del corritoio, che, dal tinello, guidava agli appartamenti; costei aveva sorpreso le poche parole del misterioso convegno e — per un sospetto di cui non tarderemo a scuoprir la ragione — non a pena vide muoversi l’omicciatto che si mise, a sua volta, su le sue pedate.
Giunto alla camera che gli era stata indicata, questi vi entrò senza tampoco picchiare.
La donna, invece, s’arrestò in su la soglia e, chinandosi con la faccia contro la toppa, si trattenne ad origliare.
L’individuo alloggiato in quella stanza era un uomo non lontano alla quarantina, di media statura, un cotal po’ allampanato e male aitante della persona. — Il pelame rossigno, la flacidezza delle carni, lo scialbo della pelle chiazzata di brune volatiche e di bitorzi salsedinosi, caratterizzavano di alcunchè di volgare il suo volto, cui la fronte aperta, l’occhio scintillante ed il naso lungo e dantesco avrebbero dato altrimenti un peculiare suggello di nobiltà non disgiunta da qualche bellezza. — Lunghe, ma sottili basette che gli lasciavano quasi tutto scoperto il labro superiore, gli scendevano a’ lati della bocca confondendosi con la barba, che portava intera e puntuta, come i capelli tagliati brevi, seguendo la moda novella indotta da Francesco I di Francia, dacchè un tizzone ardente cadutogli in capo lo aveva costretto a tondersi raso.
Era seduto e — s’un tavolinetto, cui si soffolceva del gomito — aveva riposto il berretto ricco di preziose medaglie e di vaghissime piume. Sotto una corta giubba di droghetto cenerognolo privo di maniche e orlato di vaio portava un giustacuore di setino violetto ricamato in oro, con sparati e rigonfi di raso nero alla maniera spagnuola e simili le larghe brache, e calzoni di seta bianca con piccole scarpe a fibie tempestate di gemme.
Come vide entrare l’omicciatto, che lo aveva seguito, gl’indicò di sedere e:
— Gran diavolo, per mia fe’, che voi siete — gli disse ridendo — non vi ho così tosto desiderato che subito vi ho.... oh, potessi tagliare su la sagoma vostra tutt’i miei servidori!
— Fostre eccellensce sembre mie pone patrone — gli rispose l’altro, nel quale il lettore non metterà pena a riconoscere quella buona lana di mastro Pellegrino di Leuthen — oppetiensce e serfitù mie prime tofere.
— E tanto meglio, Pellegrino, perchè ho appunto mestieri dell’opera vostra.
— Sembre pronte ortini fostri.
— Avete rimarcato quella ragazza che è giunta stamattina al castello?
— Tonna Pianca tella Sdaffa.... nibote pofere conte Ciofanne de’ Camia?
— Esattamente quella.
— Io conoscere molto.... sembre afer conosciute...
— E tanto meglio ancora!
— Perchè?
— Perchè mi genia, perchè ne sono diabolicamente inuzzolito.
— Der teufel!
— È già questa la seconda volta che mi casca tra’ piedi.... la prima fu l’anno scorso a Parma, c’eravate voi pure.... quando le genti sue s’accapigliarono co’ Nicelli per la giumenta di babbo.... mi spiacque solo che ne morì quel malcapitato di Maso, che, per strigliare garbatamente un ginetto, non aveva il secondo.... oh, fu un delizioso affare dassenno!... ed allora la piccola spigolistra mi sguisciò di mano come un gladiatore inoliato.... c’era un farabutto di lanzo che se la tolse sotto il suo patrocinio e, per non levare uno inutile chiasso, la lasciai ire a sua posta.... ma stavolta muta specie!... ella è qui, in casa di mia sorella, sotto il medesimo tetto di me, e converrebbe fossi nato ieri perchè me la lasciassi nuovamente sfuggire!
— Eh! eh! eh! — fece il tedesco grattandosi dietro l’orecchio, com’uomo o che non intenda, o che cominci a sentirsi nello imbarazzo.
— Dico male? — gli domandò riciso il suo interlocutore.
— Anzi, tifinamente!... fostre eccellensce infallipile come sue peatissime patre!
— E dunque?
— Tunque, niente!... io solo tesiterare conoscere fostri intentimenti sopra ti me!
— Oh, sono di poco rilievo: non vi pigli paura!... codesta Bianca, come voi la chiamate, non è intervenuta al pranzo, e penso nemmanco assisterà alle feste nuziali.... mi hanno detto ch’è mesta, dolente, affaticata....
— Crantemente.... poferina.... lo credo!
— A quanto m’è venuto fatto indagare, le è stata assegnata una camera a parte; ma non so ancora quale sia.... ed ecco il servizio che vi richiedo: informarvi del dove abbia il suo alloggio e fare in guisa che questa sera, dopo il coprifuoco, io mi vi possa introdurre, senza nessuna difficoltà.
— Mein God mein her!... — farfugliò Pellegrino, balzando dalla sedia su cui stava seduto, come quei missirizzi che certi astucci fanno scattare dal loro fondo.
— Ebbene? — gli chiese l’altro, inarcando le ciglia.
— Oh, eccellensce.... foi folerfi introdurre?.... ma pofere racazze innocente creature.... sue àfole, quontam conte Ciofanne, amiche sincere, fetel serfitore fostra nopile famiglia.... conti di Santafiore crante inderesse, crante penefolensce, crante tifoscione per lui!
— E con questo, cosa vorreste inferirne?
— Niente, eccellensce.... ma mio tofere....
— Pretendereste forse catechizzarmi e farmi scuola di filosofia e morale?
— Mio tofere, eccellensce, inticarfi bericoli; tirfi: questo essere beccato, questo essere cruteltà, questo essere sacrilegio.... poi, foi patrone, io serfitore; voi figliole sue Peatitutine, io pofere pellecrine benitente; foi fare quel che folete!
— Oh, cotesto si chiama parlar ragionevole!... che diamine!... temete dannarvi?... non ce n’è il rischio!... Sua Santità ha la manica larga.... se assolve me, assolverà anco voi per consenso... non ha fatto altrettanto per la spinosa faccenda di Fano?
— Fero.... fero!
— Sto, dunque, riposato.
— Fostra eccellensce può tormire su tue cuanciali.
— E quando abbiate risaputo il necessario e provisto, me ne verrete a riferire?
— Essere mio prime tofere!
— Egregiamente, mastro Pellegrino!... andate e, se il negozio va a bene, vi saranno dieci bei ducati imperiali, di que’ doppi, da aggiungere al vostro gruzzolo.
— Tucati ed assoluscione?... io non sapere cosa breferire!
Ed, inchinandosi, si licenziò.
Non avrem d’uopo di dire al lettore come l’uomo, che macchinava un sì iniquo tranello a danno della misera Bianca, altri non fosse che Pierluigi Farnese, duca di Castro e di Nepi, il figlio prediletto di Sua Beatitudine, papa Paolo III, allora felicemente pontificante.
Capitolo XVII. Il Cavalier Nero.
Le feste dello sposalizio di Sforza Sforza con Luisa Pallavicino si solennizzarono nel pomeriggio.
Oltre alla madre e a’ fratelli del fidanzato, vi assisteva lo zio Pierluigi, co’ suoi due figli Ottavio e Ranuccio.
Il duca di Camerino, che — malgrado i suoi sedici anni — era già da otto mesi prefetto di Roma e marito alla gentile Margherita d’Austria; tenevasi al fianco della propria consorte, la quale a sua volta, superava di poco il suo terzo lustro, comecchè vedova da più di due anni. — Ottavio ritraeva dall’ottima sua madre, donna Gerolama Orsini; ne aveva l’amabilità, la dolcezza de’ modi e la prestanza della persona: gaio, elegante, cortese, era già quello istesso, di cui, cinque anni dopo, il traduttore della Eneide doveva scrivere da Brusselle al padre di lui, ch’era «stato tenuto e riconosciuto per il più valoroso e gentil cavaliere vi fosse e che riportava onore e generale benevolenza dall’una e dall’altra corte.» C’erano gli Sforza da Castiglione, i Triulzio da Codogno, i Pallavicino da Fiorenzuola, con le loro donne, le loro scorte, i loro familiari.
Pierluigi aveva seco il suo segretario Apollonio Filareto da Valentano, scrittore di lettere apostoliche e abate di San Silvestro di Colupino, ed i suoi capitani di maggior fiducia, Alessandro Tomasoni da Terni e il Trentacoste, con poche barbute.
Era stranissimo e degno di rimarco lo spiccato contrasto che, sì nel carattere come nell’esteriore offrivano tra loro que’ suoi tre seguaci. — Il Filareto, piccolo, sottile, sbarbato, tutto inchini, tutto fioriture retoriche ed evangelica unzione; il Tomasoni, una specie di mastodonte dal naso rosso e bernoccoluto, l’addome cascante, le gambe tozze e sbilenche, che parlava a grugniti e meglio ancora, potendolo, con mosse a pena percettibili della testa e degli occhi; il Trentacoste, finalmente, lungo lungo, magro magro e lanternuto, con due enormi baffi arroncigliati e color di fuoco, che gli davano qualche tratto di somiglianza con l’eroe di Cervantes, ed un continuo, inesauribile ciaramellare, sempre lardellato di oscene amfibologie e di sguaiate bestemmie.
Tali erano i fedeli del signor duca di Castro.
Poche ore dopo il desinare, tutta questa comitiva mosse dal castello, per condursi alla chiesa maggiore, dove lo stesso vescovo di Parma doveva impartire la sua santa benedizione a’ due fidanzati; quindi avrebbe percorso in bell’ordine i cinque quartieri della borgata sino a quello di Monte Aguzzo, dove una truppa d’istrioni aveva eretto le sue trabacche per rappresentare quella salace commedia che è L’Assiuolo di Giammaria Checchi, con intermezzi di cori, riboboli e moresche.
Tra la folla stipata di borghigiani, di contadini, di armigeri e di famigli, che formavano duplice siepe sul passaggio della signorile brigata, distinguevasi un uomo d’alta statura, coperto il capo d’un elmetto di acciaio brunito a visiera calata e tutto ravvolto da capo a piedi entro un lungo ferraiuolo di scotto nero, che, lavorando di gomiti, si sforzava di tenere indietro la calca per mantenersi in prima linea.
Allo scorgere una giovane donna, che procedeva al fianco di Pierluigi Farnese, quell’uomo trasalì visibilmente.
Quella donna, alta ella pure e spigliata della persona, non era di molta avvenenza. — Sottoponendola alle pedantesche stregue del bello, la si sarebbe anche potuta addirittura dir brutta. — Possedeva, tuttavia, qualche cosa di simpatico, di attraente, di affascinante. — Anzitutto era pallida, molto pallida, di quel pallore bigio ed uniforme che contraddistingue le creole; aveva la chioma folta e ricciuta, d’un nero metallico e lucicante, la fronte proeminente, le sopracciglia copiose e traccianti una linea diagonale tra la radice del naso e il sommo delle tempia; il naso un po’ a tromba con le narici dilatate e le papille mobili e frementi; la bocca larga e quasi sempre contratta al soghigno. — Ma queste molte pecche si cancellavano interamente sotto il fulgore delle sue ciglia, che dominavano, per così dire tutto il suo volto. — Quando la si guardava, non si scorgeva di lei che quei suoi due grandi occhi, così infiammati, così radiosi, così promettenti, che conveniva chinare i propri per non restarne abbarbagliati e sedotti. — Non era una donna: era un paio di stelle rapite all’empireo, per farle camminare rasente terra imprigionate s’un corpo feminile ben proporzionato ed aitante. — Nel suo incedere c’era appunto la maestà di una divinità dell’Olimpo.
Come l’ebbe vista dileguarsi verso la chiesa insieme all’accolta di gentiluomini, dietro i quali erasi accalcata la folla; l’uomo dal bruno mantello si trattenne alcuni istanti soprappensieri; poi — quasi si fosse arrestato ad una repentina risoluzione — si rivolse alla direzione opposta e s’avviò frettoloso al castello.
Entro l’àmbito di questo, — oltre il castaldo, un servitore infermiccio e due vecchie cameriste — non rimanevano che tre sole persone; la nostra Bianca, ritirata nella sua cameretta; il suo fedel Terremoto, che, cedendo al peso delle sostenute fatiche, s’era addormito s’un cumulo di paglia in un canto del cortile; e quella cara creatura di Pellegrino di Leuthen.
Costui non aveva seguito i suoi nobili ospiti per un motivo ch’è facile ad imaginarsi. — Volendo ottemperare alle ingiunzioni di Pier Luigi, s’era proposto di pigliar pel ciuffo la propizia occasione della loro assenza, per iscuoprire più facilmente la dimora di Bianca.
E non ci aveva durato molta fatica.
La prima delle due vecchie ancelle, cui ne richiese, glie ne aveva subito indicato la stanza.
Vi salì lentamente e ne toccò l’uscio della mano nel probabile intento di picchiarvi sopra con le nocche per annunziarsi.
Bianca lo aveva visto più volte alla rôcca di Camia, ed una sua visita, ch’egli prefiggevasi di mascherare sotto l’opportuno pretesto della condoglianza, non poteva, per certo, arrecarle stupore.
Ma l’uscio cedette alla sua pressione.
Era aperto.
Egli lo spinse dolcemente ed entrò.
La stanzetta di Bianca trovavasi — come il dicemmo — al secondo piano del fianco settentrionale del castello.
Era un piccolo ambiente tappezzato di pannolano color nocciuola, dal soffitto a piccoli cassettoni ed il pavimento ammattonato, con un tettuccio a cortinaggio di saietta giallognola, una cassa di rovere intagliata poggiante su quattro branche di leone ed un tavolino a gambe spirali. — Un inginocchiatoio, pure di quercia, situato da piè del letto ed un paio di seggioloni a copertura di cuoio naturale saldata al legno per una fitta di chiodi di ottone a larga capocchia, ne completavano l’arredamento.
A giudicarne dalle apparenze, quella stanzetta doveva trovarsi in cul di sacco, poichè non avesse che una sola finestra prospiscente su l’interno cortile ed un solo uscio aperto su l’estremo della lunga chiostrata, che serviva di pianerottolo alle scale.
Il letto sorgeva lungo la parete opposta a quella in cui s’apriva la finestra e alla sinistra di quella in cui trovavasi l’uscio.
La quarta parete era completamente sgombra; ma — a certi segni che ne solcavano la tappezzeria — un attento osservatore avrebbe di leggeri potuto indovinare come essa nascondesse qualche altra speciale apertura: probabilmente una porta segreta.
Ma Pellegrino di Leuthen non si trattenne in quella stanza un tempo sufficente per fare una simile osservazione.
Entratovi a pena e sguaraguardatosi rapidamente d’intorno, e’ s’avvide tosto che la fanciulla, sdraiata sul letto ancora nelle proprie vesti, dormiva profondamente.
La poverina aveva soccombuto a sua volta alla duplice stanchezza dei disagi e delle emozioni.
Tutta l’attenzione di Pellegrino si rivolse, quindi, all’uscio d’accesso, il quale si poteva assodare tanto allo esterno, mercè una chiave ch’era dentro la toppa, quanto allo interno, per via d’una grossa nòttola pendente da una cordicella e che andava incastrata, a mo’ di saliscendo, fra due monachetti, l’uno de’ quali infisso nel legno della imposta e l’altro nel suo telarone.
L’astuto tedesco comprese subito cosa gli convenisse di fare.
Si trasse di cintola un suo corto e robusto pugnale; lo insinuò dentro uno de’ monachetti e, servendosene a guisa di leva, l’ebbe facilmente sconficcato e divelto. — Col pugnale istesso recise allora la piccola fune, da cui pendeva la nòttola; intascò i due oggetti; vi aggiunse, uscendo, la chiave e — stupito quasi delle fortunate combinazioni che lo avevano fatto sì ovviamente approdare — ridiscese sollecito, stropicciandosi le mani in atto d’uomo assai contento di sè.
Mentr’egli si trovava occupato in simile bisogna, il misterioso personaggio dal negro ferraiuolo s’era appunto introdotto nel castello.
Penetrato nel cortile, nè scorgendovi che il gigante addormentato, traversò le logge del pianterreno e, per la scala principale, si diresse al piano superiore.
Al sommo di questa, s’imbattè in una delle due cameriere, la quale, allo scorgere quella sua strana foggia e quella sua celata, che gli cuopriva la faccia, si arretrò spaurita e fu sul punto di gettare uno strillo.
Ma egli la prevenne, ghermendola per una mano ed intimandole con voce sovrattenuta:
— Se metti un fiato, sei morta!
— Santi del paradiso! — mormorò la vecchia allibendo — ma che è, dunque, cotesto?.... e chi siete voi dalla parte di Dio?... e che mi volete a quest’ora?...
— Una cosa soltanto — fece l’incognito, togliendosi di sotto al mantello una grossa borsa rigonfia di monete, dalla quale ne estrasse una decina.
E profferendole alla fante:
— Se consenti a servirmi, a giovarmi — continuò — e sovratutto, se mi prometti tacere, queste sono per te.
— E di che avete a richiedermi? — domandò quella, mal sapendosi astenere dall’allungare avidamente quella delle due mani che l’era rimasta libera.
— Di ben poco — le rispose il nero personaggio — tu non hai chè a servirmi di scorta e menarmi alle stanze di donna Olimpia de’ Marazzani.
— Di donna Olimpia?... ma ella non ci si trova nelle sue stanze.
— Non me ne cale!
— È uscita mo’ mo’ con gli altri, perchè... se voi nol sapete....
— Lo so!
— E che volete, dunque, fare in camera sua?
— Vederla, esaminarla.... mi basta!
— E niente altro?
— Nient’altro!
— E que’ zecchini di oro, che mi avete dianzi mostrato?....
— Sono tuoi!
— Mostratemi prima i piedi.
— O perchè?
— Mi dovreste leggere in capo! o che ci si affida al primo venuto e che, per rincaro, vi tien nascosa la faccia, come se fosse il ceffo dell’Orco.... Dio liberi!?.... e ci vuol tanto a mostrarmeli?.... io non vorrei, mi capite?.... non vorrei esser capitata tra l’ugne dell’inimico!
— Evvia, guarda! — fece l’incognito con un ghigno di sprezzo.
E — in ciò dire — si tirò su la visiera, presentando agli sguardi attoniti della vecchia fantesca un bel volto di giovane bruno, dall’incarnato vivace, dalle fattezze nobili e regolari, dal sorriso altero e sdegnoso, con due neri mustacchi che gli ombravano il labro e due occhi limpidi e sfavillanti come carbonchi.
— Ma chi siete? — interrogò quella timidamente.
— Il Cavalier Nero — le rispose lo sconosciuto, tornando a cuoprirsi il viso — non chieder altro e.... conducimi, via!
— E gli zecchini?
— Eccoli qui.
E glie li porse.
La vecchia non indugiò da vantaggio e — fattogli un cenno acciò la seguisse — si volse, per infilare la scala del secondo piano. — Ma in quel punto, un rumore di passi, che veniva dall’alto, la fece arretrar sbigottita.
Qualcuno scendeva.
Era Pellegrino di Leuthen, che aveva allora compiuto la sua opera proditoria.
Il Cavalier Nero misurò, a sua volta, il pericolo di un simile incontro — e trovandosi presso l’uscio semichiuso di un ambiente che sboccava sul pianerottolo — vi si cacciò dentro senza esitare.
La vecchia non si mosse e lasciò che il tedesco le transitasse da canto, facendo le viste di non essersi tampoco addata di lui.
Come il rimbombo de’ suoi passi si fu perduto sul lastrico del sottostante loggiato, ella riaperse l’uscio, dietro il quale s’era appiattato l’incognito, e gli rinnovò l’invito a seguirla.
Questi non se lo fece ripetere e — camminando in punta di piedi — montò secolei le scale dell’altro piano.
La stanza di Olimpia aprivasi sul medesimo loggiato, in capo al quale trovavasi quella di Bianca.
L’uscio n’era aperto perocchè fosse deserta.
Il Cavalier Nero vi entrò, seguendo la fante, che — nel mettervi piede:
— Ecco appagato il vostro desiderio — gli disse.
La stanza aveva molt’analogia con quella della nostra giovine perseguitata: ugualmente il soffitto a cassettoni, il pavimento ammattonato, una cassa, un tavolino, un inginocchiatoio e due sedie; ugualmente il tettuccio a tendine di rascia e le pareti tappezzate di pannolano, senonchè quelle erano di un rosso cupo e questo di un cilestrino sbiadito; ugualmente una sola finestra, senonchè opposta allo ingresso e prospettante verso il giro delle mura esterne. — L’unica differenza rimarchevole consisteva in ciò che, oltre all’àdito principale, aveva — nella parete a destra, contro quella, cui s’addossava il lettuccio — un’altr’uscio, che adduceva ad un piccolo spogliatoio, quindi ad un breve corritoio in apparenza senza sfogo.
Il Cavalier Nero esaminò minuziosamente ogni cosa, si affacciò alla finestra come per orientarsi; aperse i cassetti de’ mobili; palpò il letto, le cortine, le seggiole; poi, ripetendo alla vecchia:
— Sta bene... mi basta! — uscì premuroso e scese rapidamente le scale.
La camerista lo seguì, studiando il passo, sino alle logge del primo piano, dove s’arrestò borbottando fra sè medesima:
— Eh, fosse pure quel che ho temuto, grazie alla madonna benedetta, non ho patteggiato con lui!.... e le sue monete?.... eh, coriandoli.... se mai puzzassero di male bolge, e’ lo si riconosce issofatto!
E, in ciò dire, si trasse di tasca gli zecchini ricevuti in mancia e vi fe’ sopra il segno della croce.
— Non mi cascan di mano — soggiunse allora racconsolandosi — il che vuol dire che non sono di mala venuta, e che lui, malgrado le apparenze, non può essere il diavolo!
In quel punto incominciava il primo imbrunire.
Capitolo XVIII. Olimpia Marazzani.
Esaurito il proprio còmpito, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò il castello e si affrettò a raggiungere l’aristocratica brigata de’ suoi ospiti, che — usciti di chiesa — erano già saliti al quartiere di Monte Aguzzo, per ivi assistere alla rappresentazione dell’Assiuolo.
Su sedie mobili e palchi e gradinate posticce, e’ si tenevano seduti all’aria aperta di fronte al baraccone di tele dipinte, inghirlandato di fiori, che i comedianti avevano eretto su la piazzuola di quel quartiere e che doveva servir di teatro.
Dietro i signori, si stipava in piedi la folla, cui si eran frammisti giocolieri e merciaiuoli, che il bruzzolo impediva dal continuare ne’ loro esercizi e ne’ loro commerci.
Alla comedia dettata dal suo autore in pretto volgar fiorentino e con assai maestria divisata, s’era fatto subire ogni sorta di varianti, di aggiunte e di mutilazioni. — L’un personaggio vi parlava il vernacolo napolitano, l’altro il bergamasco, un terzo un miscuglio di spagnuolo e francese tutto sproloqui e basse scurrilità; le maschere dell’Arlecchino e del Dottore, comecchè nella loro infanzia, vi facevano già capolino: la comedia, insomma, era adimata al semplice uficio di tessera, su la quale ciascuno creava il dialogo a proprio capriccio, innestandovi quanti più proverbi, motteggi e castronerie sapesse.
E signori e vassalli a farne le grasse risa, e comentare e spiattellarsi chiare tra loro le più sfacciate allusioni, ed acclamare frenetici i recitanti.
Nè manco piacquero gl’intermezzi, nel primo dei quali era figurato Sansone, che spiccava i denti alla famosa mascella d’asino con la quale sterminò i filistei e da que’ denti rampollavano amorini a danzare una moresca; nel secondo, un Nettuno trascinato da mostri marini, che finivano a tramutarsi in altrettante vaghissime naiadi, che intrecciavano tra loro una lasciva carola; nel terzo il paradiso e l’inferno, con gli spiriti de’ beati e l’anime de’ dannati ed una grande fiamma al finale; e via, via. — E sempre fanciullini camuffati da angioletti, che — per via di cantari e riboboli — spiegavano l’argomento dell’atto cui s’era per dar principio.
Pellegrino giunse sul luogo poco dopo il cominciare della rappresentazione e — mercè il pretesto d’avere un’ambasciata pel signor duca di Castro — s’aperse un passaggio tra il fitto de’ spettatori e non si diè posa che non avesse tocco della mano lo schienale del seggiolone su cui sedeva Pierluigi al fianco di sua sorella Costanza.
Allora — curvandosi al suo orecchio:
— Fostre eccellensce serfite! — gli farfugliò nel suo bastardo linguaggio — gamere tonna Pianca, uldima gamere seconte biane gastelle ferse sedentrione... chiafistelle li tentre, ghiafe, tutto io bordate fia... niente più bossipile chiutere.... foi poterfi endrare senza bericole.... atesso racazze niente temere.... tormire profontamente come marmotta!
Pierluigi gli strinse la mano e lo ringraziò con uno de’ suoi più significanti sorrisi.
La donna dagli occhi di fuoco, quella istessa, la cui vista aveva prodotto una sì viva impressione su l’incognito dal nero mantello, trovavasi assisa a poca distanza dal Farnese. — Ella notò quello scambio di sorrisi e di confidenze e ne comprese forse il segreto, poichè corrugò la fronte sì fieramente che le sopracciglia le si congiunsero alla radice del naso tanto da non formare che una linea sola: e sotto quella linea nera i suoi due grandi occhi corruscarono di un lampo di luce sinistra.
Terminata la rappresentazione, feudatari e convitati, seguiti dal loro codazzo di valletti e di birri, rientrarono nel castello. — La folla, a poco a poco, si disperse.
Suonò il coprifuoco.
Prima di ritirarsi nel proprio quartiere, donna Costanza di Santafiora volle adempiere a’ doveri dell’ospitalità, salendo in persona a visitare la giovine della Staffa, che i vincoli di sincera amicizia ond’era già legata col vecchio signore di Camia le rendevano sommamente cara ed interessante.
La trovò che s’era da poco tolta di letto; s’informò della sua salute: la richiese se avesse d’uopo di ristorarsi e — avutane in risposta come altro non desiderasse che solitudine e riposo — le fece apportare una lampana da notte e una caraffa d’aqua di fonte e baciatala su le due gote — la lasciò sola, augurandole la buona notte.
Seguendo l’esempio della contessa, quant’altri trovavansi nel castello non tardarono a ritirarsi ciascuno ne’ rispettivi alloggi e a cacciarsi tra le lenzuola.
Anche Bianca si svestì interamente e tornò a coricarsi.
La poverina non dubitava, non temeva di nulla.
Ella non aveva veduto Pierluigi Farnese.
Ma costui vigilava a suo danno.
Simulando voler mettersi in letto, egli aveva licenziato il suo segretario ed i suoi due capitani d’arme. — Ma tale non era il suo intendimento. — Egli attendeva ansioso l’ora propizia in cui avrebbe potuto seguire, con securtà, l’itinerario che gli aveva tracciato Pellegrino di Leuthen.
Mentre si toglieva la sopraveste, il giustacuore e le brache, per rimanere semplicemente con le calze ed il farsetto, egli si anticipava col pensiero le gioie che, a suo credere, quella notte doveva apportargli ed eccitava la propria fantasia ed i propri sensi col figurarsi la sorpresa, lo spavento, la reluttanza, la disperazione della sua vittima.
Imperocchè sia mestieri lo ammettere vi abbiano nature sì fattamente perverse, o pervertite, per le quali gli stessi godimenti riescono freddi, sbiaditi, insignificanti, ove non si maritino all’altrui sofferenza; esseri così profondamente malvagi, che non sanno far scaturire il loro proprio bene se non dal male degli altri.
E di questo novero era Pierluigi Farnese.
Come riconobbe che le tenebre ed il silenzio regnavano nel castello e si ritenne certo che tutti fossero immersi nel sonno; uscì furtivo dalla sua stanza e — sovrattenendo ogni passo per non muovere il minimo scalpore — salì le due branche di scala, che congiungevano il primo al secondo piano, e s’indirizzò tastoni pel buio corritoio, che menava all’uscio della camera di Bianca.
Dal foro della toppa che Pellegrino di Leuthen aveva privato di chiave, trapelava un leggero e tremulo filo di luce. — Quel debole raggio gli giovò come di stella polare.
L’uscio — secondo le previsioni e le promesse dello astuto tedesco — non era minimamente sbarrato.
Il Farnese lo sospinse con garbo ed entrò guardingo, traendolo dietro.
La lampada ardeva sul tavolino.
La fanciulla, coricata, dormiva.
Misera Bianca!
Nondimeno, nel punto istesso in cui egli penetrava, alla maniera di un ladro, entro quella stanza indifesa; dall’uscio di un’altra quasi contigua erasi sporto inanzi un volto feminile che lo aveva seguito avidamente degli occhi.
Era la donna dagli sguardi di fuoco, che — non sì tosto l’ebbe visto sparire — si ritirò frettolosa e disparve a sua volta.
L’ambiente, d’onde aveva fatto capolino, era quel medesimo, che, pochi momenti prima, la vecchia camerista aveva designato al cavalier nero come la stanza di donna Olimpia.
Quella donna era, dunque, Olimpia Marazzani.
A nissuno de’ nostri lettori sarà, per certo, caduto di memoria l’omicidio perpetrato dal marchese Giovanni Anguissola su la persona dello abate commendatizio di San Savino; cagione del delitto lo avergli costui rifiutato in moglie e sottratto una giovine donna, ch’era tenuta in conto di sua sorella.
Rammenterà parimenti il lettore come — qualche tempo prima di tale tragedia — l’abate menasse segretamente quella fanciulla a Castell’Arquato per affidarla alla contessa Sforza e come dappoi non se ne sapesse più nulla.
Ora l’abate commendatizio di San Savino era il Giambattista Marazzani e la sua pretesa sorella questa medesima Olimpia, che si fregiava del suo istesso casato.
A donna Costanza di Santafiora egli non aveva taciuto il grave motivo che lo consigliava ad allontanare Olimpia dal proprio fianco. — In un segreto colloquio, le aggiunse ancora che l’amore dell’Anguissola era un amore sacrilego, infame, e che s’ella gli avesse prestato ogni suo appoggio per salvare quella disgraziata, non se ne sarebbe mai dovuta pentire, poichè questa apparteneva, in qualche modo, alla di lei stessa famiglia.
La contessa di Santafiora avrebbe desiderato saperne da vantaggio e penetrare meglio addentro i misteri, che comprendeva nascosti in quelle mezze rivelazioni; ma — obiettandole la inviolabilità del confessionale — l’abate le mozzò le dimande sul labro.
Unica sua speranza egli diceva essere quella che la giovinetta potesse invaghirsi di qualcun altro e andare prestamente a marito. — Nè reputava la speranza troppo ardua a realizzarsi, dappoichè — sebbene fosse parsa dar retta alle smancerie ed alle calorose proteste dell’Anguissola — egli tenesse prove più che bastevoli a farlo certo che non lo amava punto.
Olimpia, aggiungeva, essere una fanciulla bisbetica, mutevole, di tempra ardente ed imperiosa, bisognevole di espandersi, vaga di emozioni, di affetti. — Un nonnulla tornar forse bastevole a dare un tutt’altro indirizzo alle apparenti aspirazioni del suo cuore.
Tale la pittura che l’abate aveva fatto della sua pretesa sirocchia in sul punto di lasciarla nella rôcca di Castell’Arquato, ignaro allora di non doverla rivedere mai più.
Nè la pittura potevasi tacciare di esagerazione. — Al contrario. — Il colorito n’era piuttosto pallido e freddo, talchè — per conseguire una tanto maggior somiglianza con l’originale — sarebbe convenuto innalzarne le tinte ad una gamma assai più calda e smagliante; sarebbe, in altri termini convenuto dire apertamente che Olimpia non era solo capricciosa e versatile, ma incline addirittura alla dissolutezza, di quella identica tempra, onde — a diciott’anni — dovettero esser formate le Teodore, le Messaline, le Giulie.
Invanamente rattenute, le più perverse tendenze ribollivano minacciose entro il suo vergine cuore, impazienti di sfogo — sino da’ suoi primi anni, gli istinti predominanti del male s’erano in lei sviluppati con una spaventevole precocità. — Non l’età, tanto alla sua superiore, dello abate di San Savino, non il suo sacro carattere di sacerdote, non quello ancora più sacro di fratello, l’aveva impedita da laide concupiscenze sopra di lui; dal fargli scellerate, infami proposte, ch’egli inorridito respinse, cominciando da quell’ora a farla oggetto della più oculata e assidua vigilanza.
Moralmente, Olimpia potevasi considerare come fanciulla devoluta, predestinata alla colpa sin dal suo nascere e, se non era peranco materialmente caduta, lo doveva solo alla vigilanza fraterna, che glie ne aveva sempre fatto sfuggire le occasioni, ma, alla prima le si offerisse, non c’era a dubitare che dovesse affrettarsi di profittarne.
E l’occasione non le mancò.
Saremo brevi.
Ne’ primi tempi, dacchè trovavasi refugiata in Castell’Arquato e poco dopo che ebbe ricevuto il triste annunzio del tragico fine del suo supposto fratello; Pierluigi Farnese — che, insieme a Pellegrino di Leuthen, s’era recato ad esaminare le cave delle Ferriere — si condusse, nel retrocederne, a visitare la sorella Costanza.
Fu allora ch’egli vide Olimpia per la prima volta e — trovandola di suo gradimento — con la subitaneità di propositi ch’eragli tutta peculiare, formò sopra di lei uno iniquo pensiero, identico a quello, che adesso lo aveva sospinto nella stanza di Bianca.
Ed allora riuscì pienamente ne’ suoi progetti.
Per quel pudore, che sta alla vergine, qualunque ella sia, come il profumo a’ fiori di primavera; Olimpia — sorpresa in cotal modo, nel cuor della notte, senza una tutela, uno scampo — provò da principio un moto istintivo di repugnanza e paura; ma, cedendo bentosto alla propria natura ardente e sensuale, finì a lasciarsi agevolmente convincere ed a sminuire la responsabilità e la colpa del suo violatore col farsene complice quasi volontaria.
Era la opportunità già da sì lungo tempo avidamente sospirata, che le si affacciava di un tratto, sotto forma inattesa, in modo affatto imprevisto.
Ed ella l’afferrava con gioia.
Dieci giorni si trattenne Pierluigi a Castell’Arquato e furono per Olimpia dieci giorni di paradisiaca felicità. — Immemore del passato, noncurante dello avvenire, ella non viveva che per la inebriante fruizione di quel fuggiasco presente; — respirava a pieni polmoni la misteriosa atmosfera pregna di rischi, d’infamia e di soffocati rimorsi, per mezzo a cui si svolgevano i suoi primi e colpevoli amori.
Negli eccessi, ne’ raffinamenti del male, cui talvolta sa spingersi l’uomo, si riscontra una delle principali distinzioni fra la sua razza ragionevole e quella dei bruti. — In questi l’istinto non presenta che un unico plasma per ogni genere: la tigre è più feroce del lupo, il lupo più rapace della volpe; ma non si dà tigre più feroce della tigre, non lupo più rapace del lupo: l’istinto bestiale è un livello. — L’uomo, per converso, trascende fino a’ più sconfinati estremi del mostruoso e porge esempi di sì completi pervertimenti del senso morale, che la ragione istessa non s’inchinerebbe ad ammettere possibili, se non coatta dalla irrefragabile evidenza de’ fatti.
Le più strane e ributtanti anomalie dello spirito umano si rivelano sovratutto nel senso voluttuario.
Si dànno esseri così profondamente corrotti e disformi, cui non induce godimento e diletto chè la infrazione d’ogni più ovvia disciplina, i quali — nel soppeditare un dovere, nel ledere una legge di natura o di consuetudine — provano un piacere trionfante e supremo.
Olimpia Marazzani era di codesta tempra.
Se l’uomo, che l’aveva vituperata e perduta, fosse stato un giovine gentiluomo suo pari, padrone di sè e del proprio avvenire, che l’indomani avesse potuto proporle una riparazione con l’offerta del proprio nome e della propria mano; o che ella lo avrebbe mortalmente aborrito, se non vi si fosse prestato; o, quando sì, che lo avrebbe probabilmente preso in uggia il dì dopo, per correre in busca di altri amori, di altri piaceri, di altre emozioni. — Il saperlo, per contro, legato e per sempre ad altra donna, marito, padre e, per conseguenza, nella impossibilità di redimerla, attalchè egli pure, quando l’avvicinava, s’esponeva ad un rischio, sfidava la reprobazione del mondo, gittava, a sua volta, un guanto in faccia alla società; le infondeva una passione esclusiva, infiammata, violenta; le figurava il suo seduttore come un arcangelo decaduto, ribelle al suo Dio; come uno sfolgorante genio del male, che fulmina desolazione e terrore ovunque passi e non dà gioie — gioie arcane, imperscrutate, terribili — che ai pochi eletti dal suo sacrilego amore. — Ed ella se ne sentiva rapita, affascinata ed insieme fieramente gelosa. — Non avendo diritti da far valere sopra di lui, dove si fosse vista derelitta e spregiata; non avendo speranze ch’egli potesse inalzarla sino al suo fianco; altro di meglio non sapeva che tenerselo stretto entro l’abisso nel quale erano insieme tracollati; se c’era fango nel fondo, affondarvisi insieme.
Il solo pensiero che la sgomentasse era quello di rimanervi sola.
Questo ne spiegherà al lettore il contegno, quando — parecchi mesi dopo il primo incontro con Pierluigi — ritornato egli a Castell’Arquato per lo sposalizio di suo nipote Sforza Sforza di Santafiora, lo vide adocchiare concupiscente la giovine della Staffa, al suo primo ingredire nel castello, e farla oggetto di segreti colloqui col tedesco di Leuthen.
Olimpia Marazzani era in preda ai morsi della gelosia.
Capitolo XIX. Turpe mercato.
Quantunque la eccessiva stanchezza fisica e morale, che opprimeva la nostra povera Bianca, l’avesse forzata — prima ancora che annottasse — a gittarsi sul letto così vestita com’era ed a pigliarsi alcuni momenti di sonno; questo era stato troppo breve, leggero ed intermittente, perchè valesse a ritemprarle le forze estenuate. Ella ne aveva tuttavia mestieri di molto e tranquillo e completo. Ed è però che — a pena donna Costanza l’ebbe lasciata nuovamente sola — non indugiò un istante a spogliarsi sin dell’ultimo indumento, com’era costume de’ tempi, ed a corcarsi di ricapo, e questa volta, non sopra, sotto le lenzuola, e quasi immediatamente si addormentò.
Quel mistero tutto psichico, che si chiama il sogno, imperscrutato pur sempre, malgrado sia questa nostra l’età delle analisi e delle esplicanze, volle aggiugnersi al sonno riparatore del corpo, confortando lo spirito affievolito della gentile dormiente d’imagini gioconde d’amore.
Ella sognava del suo Neruccio.
Sel mirava dinanzi sanato delle sue ferite, bello di tutta quella dolce e pensosa bellezza, che — al primo vederlo — le aveva ispirato pensieri tanto soavi. Egli le stringeva la destra, le fissava teneramente i suoi due grandi occhi bruni negli occhi e — ricordandole le solenni promesse tra loro scambiate nel tugurio del vecchio Rinolfo — le andava mormorando sommesso:
— Il momento è venuto di mantenerle!
Cullata da sì deliziose illusioni, l’anima della giovinetta, immemore delle patite sofferenze, aliava beata per mezzo un eliso tutto splendori, inni, profumi. Un calore sottile sottile, un senso mite di voluttà celestiale, le s’insinuava, le repeva, grado grado, per tutte le fibre. Agitandosi mollemente sul fianco, ella scuopriva in parte di sotto le coltri i tesori della sua vergine persona e — come volesse riafferrare qualche amata e fuggevole visione — stendeva le braccia frementi ed allungava le mani.
In uno di questi suoi moti incontrò alcunchè di morvido e di villoso, che le fece ritrarre repugnante la mano e la svegliò di sobbalzo.
Si guardò attorno spaurita e scorse al suo fianco un uomo, cui, della mano, aveva senza dubio sfiorato la barba.
Mezzo svestito, scalmanato in faccia, con le narici convulse, la bocca semichiusa, il respiro callido e stridente; quell’uomo le stava sopra piegato ad arco, figgendo su le parti svelate del suo bel corpo un occhio iniettato di sangue e pregno di concupiscenza.
Quell’uomo era Pierluigi Farnese.
La fanciulla che — riconoscendo in lui il temerario, da cui era stata inseguita su la piazza della cattedrale di Parma ed alle cui insidie l’aveva sottratta il suo Neruccio — indovinò subito qual sorta di pericolo la minacciasse; allibì di terrore nel rivederselo al fianco e — come la mimosa, che, al più leggero contatto, raggrinza il pudico fogliame — si aggomitolò frettolosa sotto le coperte e se le strinse tremante sopra le spalle, mettendo un piccolo strido.
— Non strillare, sai, bella mia! — le intimò tosto il Farnese, mentre studiavasi inutilmente d’insinuare le dita fra le lenzuola — se meni romore, e’ sarà fiato sprecato per te e pazienza perduta per me, cose, affè mia, nè gaie, nè profittevoli per tutti due!
E rintostò ne’ suoi tentativi.
— Angioli del paradiso — balbutì la giovinetta schermendosi — ma chi siete voi?.... ma perchè qui?.... cosa volete.... cosa pretendete da me?
— Chi mi sia non ti dèe premere — fece il duca, con un suo ghigno che mal giungeva ad atteggiarsi a sorriso — un gentiluomo, un cavaliere, per certo... mi si scorge in volto.... ho il naso ducale!.... e, quel che più rileva, un uomo che t’ama, che è pazzo, farnetico, delirante per te!.... cosa voglio?.... ingenua domanda, in mia fede!.... e cosa posso volere da una bella, da una vaga, da una seducente creatura quale tu sei?
— Angioli del paradiso — ripetè la fanciulla, tremando a verga e cercando ravvilupparsi sempre più tra le coltri.
Ma Pierluigi era riuscito nel suo intento di cacciarvi sotto una mano; sicchè — stringendone solidamente un lembo nel pugno le trasse a sè con impeto sì violento, che la poverina — per non rotolare travolta giù dal lettuccio, — dovette allentare la mano e lasciarsele strappare di dosso.
Il duca le gittò lontano, in un canto.
Vedendosi così denudata sotto il fuoco di que’ sguardi procaci, al contatto di quelle mani insolenti; la misera s’accosciò restringendosi tutta sopra sè stessa e velatosi il volto, ruppe in singhiozzi.
Pareva la statua della disperazione.
Pregustando le ebrezze del suo trionfo, il Farnese la contemplava con un sorriso di satanica gioia.
Era infernale a vedersi.
Ricordava Mefistofele dinanzi a Margherita.
Quello istesso piangere, quello istesso angosciarsi della sua vittima, gli tornavano sovrammodo cari, perchè, in tal guisa, questa sempre più si affiochiva e si rendeva inetta a resistergli.
Impaziente d’ogni maggiore indugio, fe’ un moto inanzi per stringersela fra le braccia. Ma, in quel medesimo punto, qualcuno ne lo rattenne, battendogli sovra una spalla.
Pierluigi si volse come tocco da un serpe.
Olimpia Marazzani gli stava di fronte.
— Tu qui? — sclamò egli stizzito ed interdetto.
— Ti dò noia, eh! — gli rispose quella, crollando il capo melanconicamente — oh, cotesto è l’amore che tu m’impromettesti!... io, per elezion del mio core.... ripeto parole tue.... non mi avrò mai altra donna fuori che te!.... per quanto me lo consentano quelle uggiose convenienze, que’ maladetti doveri, che m’impone il mio stato, io non sarò mai che tuo, sempre tuo, tutto tuo!... ed ecco in qual maniera adempi alle tue promesse!... qui, sotto lo istesso tetto che ne ricovra, sotto i miei occhi medesimi, tu ne vagheggi, ne ricerchi un’altra, mi preferisci un’altra, mi confetti con lo scherno il disprezzo!
— Evvia! — fece il Farnese imbarazzato abbassando i suoi sotto gli sguardi fulminanti di quella donna, che lo dominava — non pigliare le cose per codesto verso.... tu cadi in abbaglio....
— Qualche menzogna, forse? — lo interruppe fieramente la sua ganza.
— No, no, — soggiuns’egli, forzandosi a sorridere, nella speranza di volgere la faccenda in burletta — ma tu mi sospetti a torto.
Perocchè amore no se po vedere, E no se tratta corporalemente.
come cantava Pier delle Vigne!
— Scherzi?
— Dico solo, che tu non sai mettere il debito divario fra amore e capriccio.
— All’incontro ce ne metto uno immenso; ma quale il capriccio?.... quale l’amore?....
— Nol chiederesti, Olimpia, se ti fosse data maniera di contemplare te stessa negli occhi.
— E perchè cotesto?
— Perchè in que’ tuoi occhi, che paiono diamanti, c’è dentro trasfusa tutta l’anima tua.... un’anima grande, bella, robusta.... un’anima di fuoco, che non cura gli ostacoli, che non teme i perigli, che, nel caso, saprebbe tutto sfidare: la morte come l’infamia... ed è all’anima soltanto che il vero amore si apprende... mel credi?....
E — in così dire — la ricinse del braccio e le stampò su le labra un ardente bacio. — Amava dassenno e quasi ugualmente temeva quella donna ancora sì giovine e già sì resolutamente determinata al male; gl’ispirava un misto tra paura e rispetto, e però si avvolpacchiava del suo meglio a mitigarne, con le blandizie, il troppo giusto risentimento.
Ma non per questo Olimpia smise il corrucciato cipiglio. Anzi:
— Per la croce! — soggiunse, respingendolo — non intendo l’amore in codesta maniera.... non ne accetto le speciose tue distinzioni fra spirito e materia... per me vale tutt’uno: è uno assieme individuo, che ha mestieri di questa quanto di quella... o dimmi: cos’è altrimente?.... amor di spirito, platonismo insensato!.... amor di materia, istintiva brutalità!.... dunque?....
— E allo istinto nulla concedi?
— Ah, cotesto solo ti muove?
— Questo solo, tel giuro!
Durante un cosiffatto colloquio, la misera Bianca, che — intravedendo nella sopravvenuta un angelo tutelare — aveva ripreso un cotal po’ di coraggio; trascinatasi ginocchione sino dappiè del letto, dove giacevano le sue vesti su di una sedia, se n’era impadronita furtivamente e se ne andava cuoprendo.
Olimpia, cui le proteste di Pierluigi parevano inclinare a più mite consiglio, talchè si disponesse a lasciar secolui quella stanza, forse per trarlo a la propria, volse fatalmente in quel punto gli sguardi sopra di lei.
Il sentimento di pudicizia, che traspariva vivissimo dalle oneste sembianze e da ogni moto dell’amabile giovinetta, mentre — con l’ansia del naufrago, che tocchi della mano la proda salvatrice — si affrettava ad occultare le proprie nudità; le produsse il medesimo effetto di una rampogna. — Si sentiva umiliata da un sì modesto e verecondo contegno tanto disforme da quello, ch’ella stessa aveva serbato in non dissimile circostanza. — Quella fanciulla tanto tenera del proprio onore, da ributtare gli amplessi di un uomo con sì disperata insistenza e da sorridere di gioia alla sola speranza di poter sfuggire a’ suoi baci; le pareva aver l’aria di volerle infliggere una severa e sferzante lezione e — con la mobilità di affetti che è tutta propria delle nature violenti — dimenticava lo sfregio sanguinoso, che il suo amante era stato sul punto di farle; dimenticava la sua gelosia; dimenticava lo stesso suo amore; per non risentirsi che di quella tacita ed involontaria censura ed opporvi un odio profondo.
Sì; ella detestava mortalmente quella dolce ed incolpevole creatura, solo perchè la riconosceva tanto migliore di sè. — Si pentiva d’essere intervenuta ad impedire al suo amante che avesse il tempo di contaminarla, di perderla per sempre. — Era tentata di scappar via da sola, per abbandonarla di nuovo in balìa del suo destino. — La irritava la parte di genio benefico, che, suo malgrado, era venuta ad assumere verso di lei.
Un pensiero d’inferno le traversò, intanto, il cervello, e:
— Non era che un capriccio? — chiese ghignando al Farnese.
— Un capriccio, un mero capriccio soltanto! — le rispose questi sollecito, rianimato da quel ghigno, che gli parve un sorriso.
— Ebbene — ella soggiunse — vuoi inaudita prova di amore?... io stessa ti aiuterò a levartene il ruzzo!
— Tu? — sclamò strabiliando il Farnese.
Bianca, che — a malo stento — era pervenuta ad allacciarsi la gonna, si arrestò, a quelle parole, come pietrificata. — Nel suo candido cuore, nel suo vergine intelletto, non c’era posto per sì nefanda mostruosità: si rifiutavano a capirla.
— Tu? — replicò il duca.
— Sì, sì — affermò Olimpia, fulminando la poveretta di una trionfante occhiata di dileggio — io t’amo al punto, vedi!.... da volere tutto quanto a te piaccia... e poi quella spigolistra mi è uggiosa.... l’aborro!.... sentirla fremere, palpitare, dibattersi inutilmente, consumare i vani suoi sforzi sotto la stretta delle mie mani; è una voluttà anche questa!... ed io ti aiuterò, sì.... ma ad un patto....
E si chinò a mormorargli alcune parole all’orecchio. — Quindi:
— Ah, per la croce! — soggiunse, scuotendo il capo in atto di sfida — ella fa la ritrosa?... si estima da più del suo sesso?... minaccia strillare?.... io ne soffocherò le grida, sta certo!....
E si avventò al letto come una belva.
Le parole da lei susurrate all’orecchio di Pierluigi erano queste:
— Ora tua, poi.... morta?.... me lo prometti?
Pierluigi aveva annuito del capo.
Si può dire, per conseguenza, ch’egli si accingeva a violare un cadavere.
Capitolo XX. Per forza.
Consegnata la sua padroncina alla contessa di Santafiora, il nostro buon Terremoto altro pensiero non s’era più dato che di concedere qualche po’ di riposo a quel suo poveraccio di corpo tutto ammaccato e pesto dalle fatiche, ed una maragnuola giacente in un canto del cortile glie ne aveva pòrto il comodo e l’occasione. — Addormitosi su quella, poco dopo il suo giungere al castello, aveva tirato via un bravo sonno da ghiro sino al calar della notte.
Imbruniva appunto, quando un calpestìo concitato lo risvegliò.
Volse l’occhio d’onde procedeva ed — in quel dormiveglia, che, dopo un sonno durato oltre il comune, precede sempre il completo ridestarsi — credette intravedere mastro Pellegrino di Leuthen, avviato verso il portone d’uscita.
Era, infatti, il tedesco, che si rendeva al quartiere di Monte Aguzzo, per informare il suo degno padrone dell’esito felice della sua spedizione.
Il gigante — dopo un par di protendimenti e quattro sbadigli — stava forse per voltar fianco sul suo giaciglio e fare a ripiglino con Morfeo; quando un secondo calpestìo venne a mantenerlo sveglio e ad attirare di nuovo la sua attenzione.
Questa volta partiva d’in su le scale e, sebben frettoloso, leggero leggero come se di qualcuno che camminasse su la punta de’ piedi.
Aguzzò egli lo sguardo trammezzo il morente barlume e — con suo grande stupore — vide sbucare di sotto il loggiato ed inoltrarsi alla sua volta una paurosa figura d’uomo tutto scuro come la notte imminente e con la buffa calata.
Era il Cavalier Nero, che discendeva dalla misteriosa sua visita alle stanze di Olimpia.
Terremoto, messo in curiosità, si tenne quatto a suo luogo, sbirciando di sottocchi il sopraggiunto. Il quale — attraversato il cortile in tutta la sua ampiezza — si dètte a sguaraguardare d’ogn’intorno tra’ fessi della visiera, come se in busca di alcunchè, e ad aggirarsi da destra a manca, sino a che venne a trovarsi sopra di lui.
Allora si curvò ad osservarlo.
Arcangelo Rinolfo chiuse gli occhi.
Quando li riaperse, vide che quello, reputandolo forse addormentato, gli si sdraiava accanto su lo stesso suo cumulo di paglia.
Terremoto sentì un brivido corrergli per tutte le ossa.
Poco stante, il suo compagno di giaciglio prese, o finse prendere sonno a sua volta e si mise a russar leggermente.
Il colosso non era niente tranquillo.
Malgrado il suo coraggio a tutte prove, dovuto per metà alla fenomenale sua forza e, per l’altra allo strambo prognostico di Gerolamo Cardano; era egli pure superstizioso e credenzone come i più del suo tempo e quella specie di negro fantasma, che s’era andato a corcare al suo fianco, non lasciava di suscitargli qualche cattivo pensieraccio per lo capo.
Il demonio tendeva, a volte, di così brutte trappole!
Però decise di non recargli la minima noia, per quello adagio eredato senza benefizio d’inventario da’ romani, che insegna a guardarsi dal cane che dorme; ma e di tenersi in su l’allarme e di non chiudere più occhio.
In tal modo, vide rientrare tutti quanti coloro ch’erano stati di fuori alle bombanze dello sposalizio; e il cortile stivarsi alla lettera di una calca di gente d’ogni cartiglia; ed i signori salire agli appartamenti; poi, man mano, diradarsi anco gli altri per rendersi a’ respettivi dormitori; quindi — ai rintocchi del cuoprifuoco battuti dalla campana del castello, cui facevano eco le altre diverse del borgo — le scòlte dare il loro grido di veglia; cigolare le catene del ponte; i lumi andare, venire, oscillare e, poco a poco, l’un dopo l’altro, smarrirsi ed estinguersi; e finalmente tutto rientrare nelle tenebre e nel silenzio.
Circa mezz’ora dopo, una ronda lo rasentò.
Un degli armigeri — non badando che a lui — chiese a un compagno:
— Chi è cotesto elefante?
L’altro rispose:
— Gli è il familio della signorina di Camia arrivata oggi stesso al castello.
— Briaco?
— Non so: dorme da stamattina!
— Per Iddio.... peggio d’una marmotta!
E tirarono di lungo senza nemmanco avvertire l’altro dormiente.
Terremoto ne trasse argomento per pigliarne un sospetto anche maggiore e — senza considerare come l’ombra istessa dello immane suo corpo proiettata sul suo compagno di letto, fosse stata quella che aveva nascosto costui agli occhi de’ soldati di ronda:
— Poffare! — andava mulinando fra sè — che, per costoro, e’ si sia reso invisibile? gli è uno spediente cotesto, a cui il padrone di giù ricorre assai volte... uno de’ mezzi meglio acconci... quello di non vederlo!
E, intanto — biascicando fra i denti il vade retro Satana — lo dardeggiava di frequenti occhiate furtive.
In questa, l’oggetto delle sue paure parve scuotersi leggermente come si risvegliasse in quel punto e, adagino adagino, curandosi di non muovere il minimo rumore, si levò ritto su in piedi e lentamente, quasi camminasse su le ova, s’avviò alla chiostrata, ch’era vestibolo alle scale.
Ai sospetti, alle superstiziose apprensioni, tenne dietro, nell’animo del giovine Rinolfo, una intensa, indomabile curiosità. — Quell’uomo — seppur tale — che aspettava la quiete e il buio della notte per rimettersi in moto, non poteva mirare a nulla di rassecurante. — Forse quel suo cauto e sospettoso nottivagare racchiudeva un pericolo, una minaccia per qualcuno. — Ned egli era di tempra da rimanersene in panciolle ove reputasse altri bisognevoli di aiuto: e poi considerava trovarsi albergato in casa di buoni amici degli ottimi suoi signori e forse le tenebrose manovre dello incognito esser rivolte contro taluno di quelli; e poi gli soccorreva un pensiero anche più spaventoso: ch’e’ fosse un Nicelli inteso a’ danni della istessa sua padroncina.
E — non vi reggendo — surse egli pure guardingo dal suo poltriccio e, passo passo, si dètte a seguire su per le scale il Cavalier Nero.
Camminavano l’un dietro l’altro, a mo’ di due volpi, studiando, misurando, pesando ogni lor più lieve mossa, rattenendo il respiro, quasi fiutando l’aere.
Come toccarono il secondo piano e furono presso la stanza di Olimpia Marazzani, il cui uscio semiaperto lasciava scappar fuora un largo sprazzo di luce; il primo si arrestò a specularne lo interno dalla socchiuditura e — non iscorgendovi nulla — si spinse inanzi resoluto.
La lampada da notte giacente sul tavolino era l’unico oggetto che potesse testimoniare della presenza di Olimpia. — Del resto, tutto trovavasi nell’ordine identico di quando egli vi aveva fatto la sua prima incursione: non tocco il letto, non smossa una seggiola, non solamente alterata una delle mille pieguzze de’ cortinaggi.
Il Cavalier Nero dovette probabilmente presumere che la donna ch’egli cercava si fosse ritirata nello spogliatoio; poichè ne aperse l’uscio e vi entrò.
Ma ivi pure tutto era immobilità e silenzio.
O fosse per spingere sino all’ultimo le proprie investigazioni, o fosse per nascondervisi nell’attesa di Olimpia, dallo spogliatoio, l’incognito si cacciò per quel contiguo andituccio, che appariva senza sfogo e a tastoni ne toccò il fondo.
Intanto, Terremoto — posto a sua volta l’occhio alla semiapertura dell’uscio esterno — stava inutilmente guatando ed origliando, senza nulla gli riuscisse nè vedere, nè udire, che meritasse attenzione.
Quando d’un tratto, gli ferì all’orecchio un confuso mormorio di voci.
Sembrava procedere da una vicina stanza, cui pure si giungeva per lo stesso loggiato su cui egli si teneva in vedetta.
Anche da quella stanza sfuggiva una sottile striscia di luce lunghesso uno de’ stipiti, il che ne denotava l’uscio non chiuso.
Al bisbiglio successe uno strisciar di piedi, un cigolar di mobili, come lo strepito di una lotta, ed un lamento, un lamento soffocato, un:
— Vergine Santa! — che gli fece dare un trabalzo al cuore.
In quelle due parole gli era parso riconoscere la voce della sua giovine signora.
Non stette ad esitare più oltre e.... si slanciò.
Era, infatti, quello istesso momento in cui la svergognata concubina del Farnese si avventava su Bianca ed — abbrancatala alle spalle — la rovesciava supina sul letto; mentre l’infame suo amante le cacciava una mano su la bocca per soffocarne gli strilli.
Un attimo ancora e la misera giovinetta sarebbe stata perduta, perduta per sempre.
— Inutili squasilli! — le susurrava schernendo la feroce complice di Pierluigi — o t’accheti, o ti stràngolo!
E questi:
— Bada che qui sono il padrone, che omai nessuno può più strapparti dalle mie braccia!
— Eccetto me! — sclamò una voce in quel punto.
E i due scellerati rotolarono a un tempo sul pavimento, lasciando libera Bianca.
Era Terremoto.
Balzato nella stanza al gemito della sua signora, egli aveva sferrato i due pugni stretti delle sue enormi manacce sul petto di Olimpia e sul capo di Pierluigi.
I due percossi rovinarono rovesci sul pavimento come se saettati da una catapulta.
La donna, nel cadere, mise un lagno straziante e... svenne.
Il sangue le eruppe dalla bocca e dalle narici.
Pierluigi, per contro, non ne rimase che sbalordito, sicchè giunse subito a raddrizzarsi ed a curvarsi sopra di lei, stendendole le braccia per prestarle soccorso.
Ma una mano ne lo rattenne.
Si volse allora persuaso fosse di nuovo il gigante.
Ma s’ingannava.
Era, invece, il Cavalier Nero, entrato in quello istesso mentre, per l’usciolino segreto, che — dal picciol àndito in cui lo vedemmo impegnarsi — ammetteva alla stanza di Bianca.
La giovinetta — sottratta a pena ed in modo sì miracoloso alla propria infamia — s’era gittata fra le braccia del suo salvatore, il quale — sorreggendola:
— Scellerato! — sclamava, mostrando il pugno stretto al Farnese.
Il Cavalier Nero accorso al lamento della caduta e che — fuori di questo — null’altro aveva inteso della scena precedente; alle parole ed al gesto del colosso ed allo stesso atteggiarsi di Pierluigi sopra di quella, suppose che il sangue e lo svenimento di Olimpia fossero dovuti onninamente a quest’ultimo.
Laonde, scuotendogli bruscamente il braccio per cui lo aveva ghermito:
— Ah! — gli disse con voce sorda e minacciosa — messer Pierluigi si sbizzarrisce nel recare oltraggio alle donne?.... ma bada, che l’esser duca di Castro e di Nepi, e marchese di Novara, e gonfaloniere di Santa Madre Chiesa, e spurio rigetto dello stesso pontefice... bada che non potrebbe bastare a sottrarti alla mia vendetta!
— Strozzatelo, messere! — soggiunse il gigante, dando un passo inanzi — se vi occorrono le mie mani, eccole tutte e due al vostro servizio.
— Ed io le accetto — fece il Cavalier Nero — ma solo per affidarlo alla loro custodia.... a voi!
E lo invitò ad impadronirsi dell’altro braccio del duca, mentr’egli si piegava a raccogliere Olimpia, che giaceva sempre svenuta sul pavimento.
Intanto continuò a dire:
— Se, tuttavia, o tenta sfuggirvi o solo fa l’atto di mettere un grido; nessuna misericordia.... servitevene come meglio vi aggrada!
— Oh, non istate in temenza, messere! — sclamò il colosso, stringendo il braccio del principe sì da illividirgli le carni.
All’aspetto, agli atti, a’ propositi di rappresaglia e di morte di que’ due sconosciuti, l’uno più misterioso e minacciante dell’altro; il Farnese — sbiancato in viso quanto il pannolino della sua camiciuola — si arretrò sgomento, girando intorno sguardi smarriti come in cerca di refugio e di scampo.
Di prima giunta, gli aveva sorriso il progetto di acclamare a gran voce i suoi due capitani o le scôlte e provarsi così a volgere in fuga i suoi due aggressori; ma le ultime parole dirette dal mascherato al gigante e la costui stretta brutale, glie ne fecero ben presto abbandonare il pensiero.
Frattanto il primo dei due aveva deposto la caduta su l’uno de’ seggioloni e — con ogni maggiore sollecitudine — le si affaccendava d’intorno, detergendole la schiuma sanguigna che le bruttava le labra e studiandosi di richiamarla in sè stessa.
Ma Olimpia non dava cenno di vita.
Allarmato, ansioso, egli le situò una mano sul petto.
Stette in ascolto.
Il cuore le batteva.
Non era morta.
Allora si volse nuovamente a Terremoto e:
— Ditemi ora — gli chiese — cosa contate voi fare?
— Sono il suo servo — disse il gigante indicando la sua giovine signora.
— Oh, fuggire!.... fuggire!... — rispose questa, sostituendosi premurosa al suo familiare.
— Sul momento?
— Oh, sì.... sì.... sul momento.
— Tale è pure il mio desiderio.... però è mestieri che costui ci serva di salvocondotto!
— Io? — balbettò Pierluigi, meravigliando.
— Tu stesso — gli rispose il Cavaliere Nero, riafferrandolo per l’altro braccio, mentre traeva di sotto il ferraiuolo un lungo ed acuto pugnale.
Pierluigi allibì.
— Ho da lasciarlo? — interrogò Terremoto.
— Sì, basto io solo — gli rispose l’incognito, assumendo un fare più altiero dacchè lo sapeva vassallo — e poichè la signora vostra può reggersi in piede e sostenersi, senza uopo di voi, caricatevi madonna sopra le spalle.
— Colei? — fe’ Terremoto segnando Olimpia.
— Appunto!.... voi mi seguirete con le due dame, io vi precederò con costui!
— E che pretendete io mi faccia? — chiese tremando il Farnese.
— Oh, ben poco! — gli rispose il Cavalier Nero — ci guiderai sino alla castellania e là... giovandoti del dominio tuo, come fratello alla signora del luogo, darai ordine al castaldo di aprirci le porte e scendere il levatoio.
— E null’altro? — osservò Pierluigi, già un po’ tranquillato dalla speranza di cavarsene a sì buon patto.
— Noi ti faremo grazia della vita — continuò l’incognito — purchè tu ci dia modo di uscire issofatto da questo maladetto castello.
— E sia pure.
— E purchè tu medesimo n’esca un tratto con noi.
— Io?
— Oh, so troppo con quale razza di astuti io m’abbia a fare, per affidarmi alle tue concessioni e promesse!... non saremmo così sull’impalcatura del ponte, che tu daresti contrordine di rialzarlo, per precipitarci quanti siamo giù nella fossa, o ci sguinzaglieresti alle calcagna le tue barbute per acchiapparci!.... ma da galeotto a marinaro!.... i Farnesi e la volpe sono nati a un sol parto; ma, se vuoi salva la pelle, dovrai accompagnarci sin dove a noi convenga lasciarti, securi di poter proseguire il nostro cammino, senza paura di frodi.... consenti?
— Per forza!
— E, bada, ve’!... non un tentativo di tradirci!... io ti camminerò di costa con questo ferro sempre snudato nel pugno.... al minimo atto tu faccia, che solo m’ispiri un dubio, un sospetto, e te lo pianto quanto è lungo nel dosso.... m’intendi?
— Eh, gli è chiaro... ma, penso, ho a scendere, ho ad uscire in questo arnese.... in semplice farsetto.... senza nulla in capo?.... lasciate almanco....
— Oibò, oibò! — lo interruppe l’incognito, girandogli su le spalle il proprio ferraiuolo — prenditi questo; tiratene il capperuccio sul capo, e non pensar altro!... il verno è ancor lontano e non c’è rischio ti buschi imbeccate!.... ti sta bene così?
— Eh, per forza! — replicò di malumore il Farnese, avviandosi fuor della stanza, incalzato da presso dal Cavalier Nero.
Terremoto — trattasi in groppa Olimpia sempre priva de’ sensi — tenne loro dietro, insieme a Bianca, che, intanto, erasi data cura di completare il proprio abbigliamento.
Mille argomenti di dispetto s’accavalciavano nel torbido cervello di Pierluigi: avrebbe pur voluto trovar maniera di uscire con manco sfregio da quella umiliante sua situazione; ma comprese facilmente come ogni resistenza gli tornasse impossibile, azzardoso e pieno di pericoli ogni altro tentativo.
E si decise a subir rassegnato la propria sorte.
Scesero pian pianino ed in silenzio le scale e traversarono cauti il loggiato fiancheggiante il cortile sino alla castellanìa.
Ivi Pierluigi chiamò sommesso il castaldo, il quale toltosi di letto e fattosi in su l’uscio, agli ordini del possente fratello della signora, non seppe opporre la menoma osservazione.
Abbassò il ponte e schiuse la porta.
Nell’uscire, il Farnese, dietro assenso del Cavalier Nero:
— Rientrerò fra due ore — gli disse — per segnale darò tre lunghi fischi.... sta in guardia.
Ed uscirono tutti cinque all’aria aperta.
Capitolo XXI. Gli affari di Stato.
Dalla riva sinistra dell’Arda, i nostri tre fuggiaschi, con Pierluigi Farnese come mallevadore e Olimpia sempre recata in collo da Terremoto, presero a ponente, per un angusto sentieruolo che, dopo non quattro miglia di cammino, li condusse a breve tratto da Vigolo de’ Marchesi, su la destra della Chiavenna.
Al di là di questo torrentello sorge un chiostro di Benedettini erettovi nel secolo XI da Oberto II Pallavicino.
Un uomo stava sdraiato a piedi di una grossa quercia che velava del suo fogliame uno de’ fianchi di quel monistero, ed al cui tronco erano allacciati per le briglie due cavalli insellati.
Giunto su la sponda del torrente e messo piede nel suo alveo, che, in quella stagione, trovavasi completamente a secco; il Cavalier Nero mandò fuori dal taglio della celata un acutissimo sibilo, inteso a pena il quale, l’individuo corcato si rizzò di repente e, staccati i cavalli dall’albero, s’avanzò in direzione della Chiavenna, menandoli a mano.
Il Cavalier Nero si volse quindi al Farnese ed:
— Eccoci giunti! — gli disse — ora sfido te, sfido i tuoi cagnotti, sfido l’inferno, ad aver mie novelle.
— E son libero? — domandò Pierluigi con ansia.
— Sì — gli rispose quello — puoi ritornarne al tuo covo.
E — strappatogli il ferraiuolo di dosso — lo respinse con piglio disdegnoso.
Il Farnese divorò il suo maltalento per tema di peggio e — senz’altro aggiugnere — si avacciò a ribattere la strada percorsa per restituirsi a Castell’Arquato.
IL Cavalier Nero lo segui dello sguardo sin che gliel permise la notte, poscia, volgendosi a Bianca:
— E voi, madonna — le chiese — per qual parte sareste diretta?
Incerta della risposta, la fanciulla guardò trepidamente il suo familiare quasi per dimandare il consiglio.
— Eh, messere — sclamò allora costui, invitato a rompere il silenzio da quello sguardo della sua signora — egli è che qui madonna la non ci può rimanere, poichè quel satanasso non istarebbe dal rimetterle le unghie sopra, e che nemmanco a casa sua la ci può ritornare, poichè vi si trovino altri suoi malevoli forse ancor peggio a temersi: per cui e’ mi sembra uno imbroglio, ma di que’ più maladettamente arruffati che mai si diano da distrigare!
— Altro di meglio io non saprei — interloquì in quel mentre la stessa Bianca — chè ricovrare presso li miei zii di Perugia.... e’ sono omai i soli congiunti che tuttavia mi rimangano.
— E voi corrervi tosto, madonna — cominciò a dire con grande animo il dabben Terremoto — ed io sempre servirvi di guida....
Ma s’arrestò d’un tratto perplesso e:
— Gli è, piuttosto — soggiunse con voce raumiliata — gli è ch’io ci vedo di mezzo due grandi e grosse difficoltà!
— Quali? — interrogò il Cavalier Nero.
— La prima che non c’è a contare madonna possa trascinarsi sin là, così appoggiata al mio braccio, alla bella pedona.... e la seconda....
— La seconda?
— Eh, la seconda che nè lei ned io abbiamo intorno nemmanco la croce di una baiocchella.
— Per inquanto a ciò — fece nobilmente l’incognito, togliendosi di scarsella quella medesima borsa, d’onde aveva tratto le monete date alla vecchia camerista ed offrendola a Bianca — madonna non vorrà farmi lo sfregio di rifiutare....
— Oh, messere... volle interromperlo la giovinetta.
Ma quello prosegui:
— Posso conoscere il vostro nome?
— Bianca della Staffa — gli rispose la fanciulla.
— Nepote a messer Giovanni di Camia — aggiunse premuroso il gigante.
— Ebbene, madonna Bianca — conchiuse il Cavalier Nero — que’ vostri zii, presso cui intendete recarvi non mancheranno, vuo’ credere di sodisfare il picciol debito che vi propongo contrarre verso di me.
— E a chi dovranno spedire il valsente? — dimandò Bianca, accettando questa volta la borsa, che le veniva profferta in modo tanto squisito.
— Al Cavalier Nero — rispose l’incognito — nella torre di Gropparello.
— Sarà fatto, messere! — asseverò Bianca.
— Ed in quanto al modo di viaggiare — continuò quello accennando all’uomo, che s’era, intanto avvicinato con le cavalcature — io dispongo di due corridori; ma, siccome madonna è tuttavolta svenuta, l’uno non m’è più necessario e di buon cuore ve l’offro.
— Oh, messere.... — sclamò Bianca confusa da tanta cortesia, volendo forse affacciargli qualche obiezione.
Ma quello:
— Me lo rimanderete con la persona che si avrà incarico di riportarmi il danaro.
— A codesto patto — fece la giovinetta — nol saprei rifiutare.... accetto e ve ne ringrazio.
— Ed ora, — riprese quello, balzando in arcione — non più indugiare un momento!
E, voltosi a Terremoto:
— Datemi in braccio madonna — gli disse.
Il gigante eseguì l’ordine e del suo miglior garbo s’ingegnò di adagiargli sul davanti della sella Olimpia de’ Marazzani sempre fuori de’ sensi.
L’uomo venuto da’ pressi del convento s’era di nuovo allontanato.
— Dio vi governi! — sclamò allora il Cavalier Nero e, dato di sproni, si gittò verso mezzogiorno traverso le agate che ingemmano il rio Rimore e le madrepore disseminate fra la Chiavenna ed il Chero sino in riva al Vezzeno, nel piccolo villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una casa de’ marchesi Tedaldi.
Rimasti soli, Terremoto aiutò la sua giovine signora a salire in groppa dell’altro cavallo, poi — montatovi sopra a sua volta — lo spinse di trotto in tutta opposta direzione, fra Vigostano e la Sforzesca, verso la grossa terra di Fiorenzuola.
Avventurosamente per Pierluigi, quando fece ritorno alla rôcca di Castell’Arquato le tenebre erano ancora profonde e tutti più che mai immersi nel sonno. — Dètte egli i convenuti tre fischi, in seguito a’ quali gli venne calato il levatoio, attalchè potè restituirsi al suo quartiere senza che — ad eccezione del castaldo, cui pose in mano varie monete di oro insegnandogli cosa dovesse rispondere se interrogato — nissun’altro sapesse di quella notturna sua uscita.
La facilità somma con la quale, prima in compagnia, poi solo, aveva potuto andarsene, e ritornare, era naturalmente tutta dovuta alle speciali circostanze del momento, al trovarsi la terra in festa ed il castello popolato da tanto numeroso stuolo di dame e cavalieri, amici e congiunti de’ castellani. — Altrimenti il solo stridore delle catene del ponte avrebbe bastato per attirare l’attenzione delle vedette e degli uomini d’arme ed assoggettare lui e le persone cui forzatamente aveva giovato di salvocondotto e di scorta al più rigoroso controllo.
Malgrado la rabbia che lo divorava, era tanta la stanchezza indottagli dalle emozioni della giornata e particolarmente dalla lunga gita coatta allora fornita che, — a pena in camera — si gittò sul letto e si addormentò.
L’indomani non riaperse gli occhi che a giorno alto e quando tutto il castello era già in subbuglio per la improvvisa sparizione delle due fanciulle.
Donna Costanza, non veggendole apparire in onta dell’ora già tarda, aveva spedito alle loro stanze le due minori sue figlie, Giulia e Faustina, le quali l’erano ritornate pallide in viso e tutte tremanti, dicendole non solo quelle stanze deserte, ma sfatto il lettucciulo di Bianca e quello di Olimpia no, gli usci d’ingresso e di comunicazione, aperti, spalancati, le lampane tuttora accese e scoppiettanti consunte.
Donna Costanza inquisì quanto servidorame trovavasi nel castello; ma nessuno valse a darle il minimo schiarimento. — Fece ricerca del familio che aveva accompagnato la giovine della Staffa. — Tutti rammentavano averlo visto dormire s’un mucchio di paglia nel cortile; ma di raccapezzarlo non ci fu verso. — Chiamò allora il castaldo. — Indettato da Pierluigi, costui rispose, durante la notte, non essere uscito e rientrato chè il signor duca di Castro.
Donna Costanza non sapeva più che pensare, e le inevitabili versioni di un genio malefico, di un gran diavolo sceso dall’alto del mastio, e scappato via pel fumaiuolo, soffolcendo ciascuna delle due fanciulle disparse con una delle sue ali da pipistrello, cominciavano a circolare tra il minutame de’ valletti e delle fantesche.
Pierluigi, che già mulinava entro sè di muovere a questo e quello dimande, per tentare se pure gli riuscisse scuoprire chi fossero i due temerari, che lo avevano in modo sì umiliante oltraggiato e schernito, — non a pena ebbe sentore del turbamento e dell’agitazione della sorella, che vi renunziò, per tema di non richiamarne i sospetti su di sè stesso.
Nullostante, non volendo renunziare del paro al desiderio che lo pungeva e di riavere Olimpia sua, e d’impadronirsi di Bianca, e di vendicarsi de’ suoi insultatori; chiamò nuovamente a sè Pellegrino di Leuthen, il solo che alcunchè di chiaro travedesse in quella buia faccenda, e gli espose per filo e per segno tutto quanto gli era accaduto.
Com’ebbe terminato la sua narrazione:
— Jesus mein god! — sclamò il tedesco, giugnendo le mani in atto di estremo stupore — quanto crante diafole foi afere puttate terre con pugno, intofinare, intofinare.... essere Derremote, antiche serfitore pofere Ciofanne li Camie... ma quanto ome fisciere galate, niente capire... niente sapere fostre penefolensce matonne Olimbia!
— Ed è di costui in particolar modo — fece biecamente il Farnese — che m’importa conoscere il volto, il nome, la dimora... due cose io voglio: recuperare Olimpia ed anco quella vostra leziosa nepote dei Camia.... non patirò mai che una meschina feminuccia possa menar vanto d’essersi in simil guisa fatta giuoco di me: mai!... l’altra: avere in mie mani e vendicarmi di que’ due manigoldi.... oh, come pagheranno caro il loro ardimento!... e voi solo, Pellegrino mio, voi solo potete giovarmi a raggiungere il mio duplice scopo.
— Pellecrine sempre umilissime serfe fostre eccellensce!
— Voi avete l’odorato del segugio, l’occhio della lince, la furberia della volpe....
— Troppo pone, eccellensce!
— Vi lancerete subito su le loro tracce.... il mio Trentacoste con le sue barbute verrà con voi, obbedirà ciecamente ai vostri ordini, ed io non dubito....
— Troppo pone, eccellensce!.... io fare tilicentemente, foi precare Tio pone risultamente mia spetiscione.
Poco stante, col più lungo e lanternuto dei due capitani di Pierluigi e una serqua d’armigeri, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò la rôcca per battere le circostanti campagne, promettendo al suo nobile signore, che, dove gli tornasse di metter la mano su qualcuno degli evasi, o solo di averne indizio, non mancherebbe di spedirgli tosto un pedone a dargliene lo annunzio.
Tormentato a un tempo dal livore contro gli sconosciuti che gli avevano inflitto tanto vilipendio, dal rammarico della sua Olimpia e dalla foia bestiale, che la vista e il contatto di Bianca gli avevano eccitato, Pierluigi Farnese — anima cupa e vendicativa se mai ve ne fu — si contorceva, per così dire, sotto l’ansie cocenti di un’attesa febrile. — Al più leggero calpestìo di chi entrasse nel cortile, al minimo rumore che salisse in direzione delle sue stanze, egli supponeva dover’essere un inviato di Pellegrino che gli apportasse le sospirate novelle.
Così trascorse tutta la giornata.
A tarda sera, battuto già il coprifuoco, si udì improvisamente il suono di un corno. Pierluigi trasalì.
Era, senza dubio, l’emissario di Pellegrino.
Il sopravenuto chiedeva, infatti, di lui.
Era una staffetta.
Ma, in luogo di giungere da’ dintorni, come il duca confidava, procedeva direttamente da Roma ed era apportatrice di una lettera del Santo Padre.
Paolo III faceva vive istanze al figliuolo di restituirsi immediatamente a Roma, dove la sua presenza era richiesta da gravi affari di Stato.
Addio amori e vendette!
Comunque di malincuore, — Pierluigi dovette decidersi ad obbedire.
Lasciando presso la sorella i figliuoli e la nuora, che, lo avrebbero raggiunto più tardi; egli parti da Castell’Arquato, con l’alba del dì successivo, accompagnato solamente dal suo segretario Apollonio Filareto e dall’altro suo capitano Alessandro da Terni.
Trentacoste e le barbute rimanevano in giro con Pellegrino di Leuthen senza che egli potesse averne nissuna contezza. Ed era ciò che maggiormente il cuoceva.
Fine della seconda parte.