PARTE PRIMA. CAMIA E NICELLI (continued 2)
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Un calpestio precipitoso, un vociare confuso, un tintinnìo di spade, uno scoppio frequente d’armi da fuoco, un bagliore rossigno e divampante, che — dalle chiuse imposte dell’uscio — giungeva sino a lei; tenne dietro alla fragorosa detonazione.
Per quanto acuisse la propria perspicacia, Bianca nessun’altra spiegazione sapeva trovare a quel repentino tumulto, se non lo avverarsi de’ suoi presentimenti. — Pellegrino di Leuthen non s’era ingannato: dovevano essere i Nicelli, i Nicelli che invadevano notturnamente la rocca.
Ned alla sbigottita fanciulla s’appresentava partito degno di essere prescelto: restando, un’ansia divorante, una opprimente trepidazione, che le toglieva il respiro; uscendo, mali peggiori.
Ma il clamore cresceva; omai non poteva più restarle alcun dubio d’aver colto nel segno con le sue induzioni: al cozzo delle armi susseguivano urla feroci di minaccia, miste a grida strazianti e, fra queste, una voce che l’era famigliare, quella di suo zio Gilberto, che chiedeva pietà, misericordia. — Allora non ci resse più: balzò dal letto ed affrettatamente si accinse a vestirsi.
La pietà la spingeva: amore vince paura.
Erano, infatti, i Nicelli.
Riconosciuta l’esattezza delle indicazioni del vecchio castaldo, e’ s’erano avacciati, sin dalla notte precedente, a disgombrare l’accesso esterno della via sotterranea ed a cacciarvisi dentro per penetrare nel castello; ma, toccatone il fine, avevano dato del naso contro una muraglia, in cui non era apertura, nè apparenza alcuna di riuscita.
Dovettero allora decidersi ad aggiornare la loro impresa, per avvisare ad altri mezzi, il meglio acconcio de’ quali giudicarono la tremenda polvere, di cui è attribuita la invenzione al benedettino Bertoldo Schwartz: una mina.
Impiegarono però tutto il dì successivo a praticare gli scavi necessari appiè del muro che loro intercludeva il passaggio e — colmatili di polvere fulminante e ristoppati all’orifizio — v’insinuarono le micce, cui — nel cuore della notte — appiccarono il fuoco.
La detonazione, che aveva messo tanto spavento nel cuore di Bianca, altro appunto non era stata chè lo scoppiare di quelle mine, le quali avevano fatto saltare in rottami il pilastro che mascherava il vano d’accesso alla via sotterranea.
Per questa, i Nicelli ed i loro dugento seguaci — con le spade fra’ denti e la pertugiana o l’archibugio, nell’una ed una face accesa nell’altra mano — si precipitarono, come altrettante furie, entro il castello di Camia e, per le due scale, su fino ai merli più alti e via tra’ più riposti penetrali, trucidando proditoriamente nel sonno, o schiacciando col numero, quanti incontravano armigeri o servi.
Per buona ventura di molti di costoro, il castaldo che tuttavia non dormiva, comprese tosto di che si trattasse ed — abbassato il ponte della porta principale e rialzatene la serracinesca — se la dette a gambe prima che gl’invasori giungessero ad azzannarlo; cotalchè, per quell’àdito aperto, non pochi poterono evadersi e scampare alla strage.
De’ primi a svegliarsi fu pure Giovanni il Grosso. — Al frastuono, alle grida, indovinò a sua volta il pericolo che gl’incumbeva e — toltosi subito di letto ed infilata una palandrana, con quella maggior lestezza che gli consentivano i suoi settant’anni e la sua corpulenza, — accorse sul pianerottolo della scala, dove si vide immediatamente affiancato da suo genero Malvicino e da suo figlio Gilberto.
Il maggior nerbo de’ nemici, con alla testa il conte di Monte Ochino, si gittò sovra di loro.
— Scannatemeli quanti sono — gridava ferocemente costui — tutti, tutti, fuori del vecchio!... quello lo voglio vivo!... guai a chi gli torce un capello!
— Scellerato! — gli rispose Giovanni il Grosso — cento contro uno.... la sorpresa e il tradimento!... ecco le gloriose gesta della tua codarda genìa!
— Addosso! addosso! — rintostò il Monte Ochino, animando i suoi dello esempio.
Ma Gilberto Camia slanciossi, in quel punto, a far schermo al padre del proprio corpo e — siccome nel maneggiare una spada non conosceva maestro, addossatosi alla balaustrata, cominciò, con un rapido e vorticoso molinello, a farsi largo tra’ nemici, parecchi de’ quali cacciò a terra feriti.
Taluno di questi lo prese allora di mira con l’archibugio e fece fuoco; ma le palle deviarono dal segno: una tuttavia andò a colpirgli la spada a mezza lama e glie la mandò in ischegge.
Vedendosi disarmato e perduto, Gilberto si curvò lesto per raccogliere lo stocco d’uno dei caduti; ma nel contempo, il Monte Ochino, ch’erasi avanzato di un passo, gli scagliò in faccia la torcia resinosa onde era munito, sicchè il fuoco non solo gli arse i capelli e la barba; ma in breve gli si appigliò alle vesti e alle vive carni.
Lo spasimo gli strappò quelle urla disperate, che avevan sì fieramente impressionato l’animo di Bianca, e — traendolo quasi fuori di senno — lo spinse brancolone giù per la scala, come cercasse fuggire.
Dieci stoccate lo colsero alle reni e gli troncarono, in uno, i patimenti e la vita.
Nel tempo istesso, anche il Malvicino cadeva mortalmente ferito; mentre Giovanni il Grosso — sopraffatto dall’onda furiosa di armati che gli si pigiava d’intorno e costretto ad arrendersi — veniva legato mani e piedi e portato via in groppa da due nicelleschi.
Non più uno de’ Camia che non fosse o fuggito, o prigione, o morto, od agonizzante.
In quella, due nuovi personaggi misero il piede sul teatro di tanta carnificina: il nostro Neruccio, che scendeva da’ terrazzi, dove aveva compiuto il suo mestiere d’uomo d’armi assoldato; e Bianca, che usciva dalla sua cameretta.
Capitolo IX. Prime gesta di Terremoto.
All’apparire di Bianca, il Monte Ochino mise come un ruggito di gioia selvaggia e, chinandosi su la balaustrata, gridò al vecchio prigioniero che i suoi trasportavano altrove:
— Sai, vecchio barbagianni?... ci ho qui anche la tua colombina, che viene a cacciarsi di sua sponte tra gli artigli del nibbio!... ah, ah, povera colombina!
E, ghignando d’un infernale cachinno, si lanciò contro la vezzosa fanciulla, che già s’arretrava atterrita, e:
— Fermati, fermati! — le intimò — e che non ti sorgesse mai per lo capo di opporci resistenza, o di commuoverci co’ tuoi squasilli!... e’ ti tornerebbe come il fare la zuppa nel paniere!... siamo Nicelli, intendi? Nicelli, conti e cavalieri, anco, se vuoi.... ma stanotte, tutt’altro che disposti a metterci in vena nè di cavalleria, nè tampoco di misericordia!
— Ah, messere! — sclamò Bianca, continuando a indietreggiare — le sono ben sconce parole coteste per la bocca d’un gentiluomo!
— Non sono in vena, ti replico.
— Ma del conte Giovanni, del mio povero nonno, cosa ne avete voi fatto?
— Fatto?... nulla!... è anco presto!... e’ viaggia carina!... oh, non pigliarti fastidio di lui! — stà riposata che, sinora, è il meglio sano di tutti!
— E mio zio Gilberto?
— Vedilo laggiù, che scoppietta come un lucignolo annaffiato.... oh, ce n’ha ancora per poco!... due guizzi e.... buonanotte!
— Santi del paradiso! — fece la giovinetta, incrociando le mani in segno d’orrore e mutando un ultimo passo indietro.
— Basta! — continuò il Monte Ochino, incalzandola — non cercar di fuggire!...
E stese il braccio per ghermirla.
— E voi, messere, non cercate toccarla! — gl’ingiunse una voce, armoniosa a un tempo, ma e resoluta, mentre una mano aperta gli si appoggiava sul petto ed un giovine soldato gli sbarrava la via.
Era il nostro Neruccio.
— Per la croce di Dio! — tuonò il Monte Ochino, rinculando di un passo e squadrando minaccioso il temerario, che lo arrestava in tal guisa — e d’onde vieni, e chi sei tu, traditore, perchè ti basti l’animo di dire: non voglio! ove io dico il converso e di levarmi sopra le mani?
— Ero al vostro soldo, messere — gli rispose tranquillamente Neruccio — ma, da questo momento, non più! combatto i miei pari, ma non presto il mio braccio contro femine imbelli.... anzi: le difendo; non le lascio oltraggiare sotto a’ miei occhi!... sono un uomo, come voi, come quanti vi attorniano, messere, e vi ripeto: non toccate a madonna, o vivaddio ve ne avrete pentire!
— Oh, grazie! — mormorò Bianca, riparandosi dietro di lui — qui, come a Parma, sarete voi che mi avrete salvato.
Con vivo sentimento di gioia, Neruccio riconobbe da quelle sole parole, come alla nobile donzella non fossero tornate nuove le sue sembianze, nè caduto di memoria il poco già fatto per lei. — In esse trovava un primo compenso a’ generosi suoi sforzi un maggiore eccitamento al suo coraggio.
— Ed io ti dico — gli gridò intanto il Nicelli — che, se non mi ti levi, e subito, da’ piedi; io ti fo pigliare a vergate da’ miei valletti ed impiccare al più alto merlo di questo nido di gufi.
E mise mano alla spada.
Neruccio fece altrettanto.
— Animo, animo! — soggiunse allora inframmettendosi, il capitano Lorenzo Villa — lasciamo andare le baggianate!
E rivoltosi a Neruccio:
— Che roba è cotesta? — continuò — io t’ho ingaggiato a’ confini, insieme ad altri, che venivate dal genovese, d’onde il signor marchese del Vasto, dopo la tregua, ha licenziato gli avveniticci... e vi ho forse taciuto di che si trattasse?.... no, eh?.... servire i magnifici signori Nicelli contro de’ Camia loro nemici, e di costoro forzare le castella ed ammazzarne quanti più si potesse.... patti: due ducati il giorno, le razioni e, in caso di sacco, bazza alle mani lunghe! chi piglia, piglia!.... o, dunque, cosa ci hai tu a sindacare, se a messer Giovanni, mio buon padrone, talenta per sua parte cotesta tua schifalpoco?
— Ci ho a sindacare — rimbeccò animoso il giovine soldato — che io conosco personalmente madonna, che le sono ligio e divoto e che non lascerò mai, me presente e me vivo le si arrechi fastidio di sorta.
— Fulmini del cielo! — urlò il Monte Ochino, facendo l’atto di avventargli addosso e dibattendosi tra le mani del Villa, che il ratteneva.
— Bella gloria — seguitò imperterrito Neruccio — e degna dassenno di così nobili sèri e di tanto apparecchio d’armi e di armati!.... vincere e vilipendere una misera ed innocente fanciulla, che null’altro saprebbe opporvi se non le sue preghiere ed il suo pianto!.... ma che nessuno di voi abbia nè sorelle, nè figlie?... io faccio bastevole conto degli stessi uomini che vi hanno venduto il loro braccio per non supporre che molti di loro debbano dividere i miei sentimenti e la repugnanza che m’ispira il vostro procedere!
— Sì, sì — esclamarono arditamente taluni, facendosi inanzi — hai ragione! ben detto!
Erano que’ medesimi, ch’egli s’era avuto commilitoni in Piemonte, i quali — per la sua valentia ed il suo alto sapere — s’erano abituati a tenerlo in conto più di superiore chè di semplice compagno.
Avvalorato dalla loro adesione, egli si accingeva già a concionarli, per raffermarne sempre più i favorevoli intendimenti; quando il Monte Ochino, che più non sapeva frenarsi, spigliatosi dalle strette del capitano:
— Una rivolta? — gridò — a me! a me!.... diamo una buona lezione a cotesti marrani!
E gli rovinò addosso, brandendo ferocemente la spada, mentre gli sgherri fidati della sua famiglia s’avventavano alla cernite raccogliticce che s’erano pronunziate per lui.
Ne nacque un’altra orribile mischia.
I lupi divoravano i lupi.
Contro a Neruccio ed alla sua protetta, che si trovavano allo estremo del corridoio parallelo alle stanze di costei, si slanciarono — in uno col Monte Ochino — il capitano Villa, il da Ebbio ed il marchese di Cattaragna; ma fortunatamente per lui, l’angustia del luogo non permise loro di schierarsi tutti quattro su d’una fila: egli però non s’ebbe di fronte che i due primi, e — siccome soltanto il capitano portava una face e che i soldati, nell’arruffarsi, erano scesi tumultuariamente, dall’alto della scala, sin giù nel cortile — venne a trovarsi con Bianca quasi nascosto nella penombra.
Comprendendo di quanto maggiore vantaggio gli avrebbero potuto tornare le tenebre complete, assestò, senza indugio, un vigoroso manrovescio sul braccio sinistro del Villa; gli fece scappar di pugno la torcia e ne spense col piede la vampa.
La notte li avvolse.
Traendo seco la fanciulla, che, in pari tempo, gli serviva di guida, indietreggiò rapidamente ed — infilati, prima il corridoio settentrionale, e, poi, quello a ponente — si propose di toccare il ramo della scala opposto a quello che aveva dato sfogo alla mischia de’ sgherri, prima che i suoi quattro avversari gli fossero alle calcagna.
Nè fallì nel suo intento.
I quattro — rimasi inopinatamente al buio — si impacciavano a vicenda: dovettero abbassare le armi per non correre il rischio di bucarsi l’un l’altro; procedere confusamente tastone lasciare che, intanto, Neruccio si slontanasse.
Seguendo le indicazioni di Bianca, questi, infatti, aveva attinto e superato il primo rampante della scala e già stava per profittare del tumulto dominante il cortile, per tentare d’attraversarlo inosservato; quando — ad un richiamo del Monte Ochino — i suoi scherani, che — sotto il comando del conte di Niceto — erano pervenuti ad aver ragione de’ ribelli; si riversarono in massa nel vestibolo e gli sbarrarono improvisamente il passaggio.
Dinanzi, una fitta siepe di spade, di picche, di partigiane, tutte pronte a ferire; dietro, i suoi quattro inseguitori che s’avacciavano alla riscossa e de’ quali s’udiva già il calpestìo. Neruccio si riconobbe perduto e, stringendo con effusione la mano della fanciulla, in pro’ della quale s’era così temerariamente esposto:
— Il vostro nome, madonna! — le susurrò a bassa voce — che, prima di morire, io sappia almeno per chi do questa mia povera vita!
— Oh, non mi parlate in tal modo! — gli rispose ella con tenerezza — io mi chiamo Bianca della Staffa; ma questo nome mi diverrebbe odioso, se non dovessi più udirmelo ripetere da voi!
— O Bianca! Bianca! — ripetè egli in uno slancio di sublime entusiasmo e, sollevatala sul braccio, mosse resoluto per gittarsi contro la barriera vivente che gl’impediva la via e schiudersi, ad ogni costo, un passaggio.
Ma non aveva così mutato un passo che dovette abbandonar la fanciulla, la quale lo vide vacillare, incespicare, cadere: un terribile colpo di punta ammenatogli alle spalle lo fece stramazzar boccone e ruzzolare sino a pie’ della scala, rigando i gradini di una striscia di sangue.
Era il Monte Ochino, che — sopravvenuto in quel punto — lo aveva conciato in tal guisa.
Povero Neruccio!
Bianca mise uno strido d’orrore e, sentendosi mancar sotto le gambe, s’abbrancò a’ balaustri della scala per non cadere a sua volta; ma il feroce Nicelli le fu subito sopra e — malgrado ogni sua riluttanza — se la tolse in braccio e la levò alto come trofeo. Poi sceso con gli altri nel vestibolo:
— Ed ora — gridò in tono di trionfo a’ suoi cagnotti — un tanto di saccheggio per vostro sollazzo e compenso!
L’agognata proposta venne accolta con un urlo di gioia selvaggia da quella immonda accozzaglia di farabutti, i quali — ringuainati i ferri e gittate l’armi più pesanti in un fascio — s’affrettarono a porsi in moto per l’opera di spogliazione che formava il precipuo obbiettivo del loro ladro mestiere.
In quella, un essere strano, meraviglioso, quasi fantastico, apparve improvisamente tra loro, come se sbucato di sotto terra.
Era un uomo di forme atletiche, di smisurate proporzioni, dal volto diforme e la testa, le braccia e le gambe completamente ignude, il quale — presentatosi appena e senz’altro profferire che una specie di sordo grugnito — s’avventò d’un balzo sul Monte Ochino e gli strappò Bianca della Staffa di braccio.
— Miserabile! — sbraitò questi, traballando per l’urto ricevuto e dando indietro di un passo.
— Ammazza! ammazza! — soggiunse il capitano Villa, precipitandosi con una picca in pugno sul nuovo giunto, il quale rinculava frettoloso tra le due branche della scala.
— Terremoto! Terremoto! — mormorarono sommesso i più paurosi de’ birri ritraendosi in disparte; mentre que’ molti de’ loro compagni, che o nol conoscevano, o non lo avevano ravvisato, inanimiti dalle grida e dallo esempio del capitano, correvano eglino pure sopra di lui.
Terremoto, con la sua preda in braccio, trovavasi già sul vano della postierla, che ammetteva a’ sotterranei, quando il Villa gli giunse presso e gli misurò un colpo della sua picca.
Il gigante, in luogo di continuare a retrocedere, spiccò un salto inanzi, stese il braccio destro che solo gli rimaneva libero ed, afferrata l’arma a mezz’asta mentre scendeva, glie la svelse di mano: poi, ghermitolo al petto, lo sollevò di peso come fosse un bambino e lo scaraventò contro l’onda d’armigeri, che giungeva in seconda linea con le spade appuntate. — Il corpo del capitano, rovinando sconciamente sopra di loro, produsse il medesimo effetto d’una granata: molti ne fe’ tentennare, molti cascare a terra, tutti li sbaragliò.
E Terremoto riprese la sua marcia regressiva.
A ritentare la prova sì mal riuscita al capitano, si fece inanzi il conte da Niceto, con una daga nell’una ed una pertugiana nell’altra mano, e — raggiuntolo quando già dispariva ne’ sotterranei — gli si gittò sopra, con tutta violenza, e con l’armi in resta, nella fiducia di trapassarlo fuor fuora. Ma il colosso — come il dicemmo — ad una forza eccezionale accoppiava una felina destrezza; per cui nè cercò sfuggirgli, nè fargli resistenza, ma — deposta a terra Bianca e respintala garbatamente da parte — si lasciò cader boccone subito al di là della soglia della postierla.
Tratto dalla irruenza della propria corsa, il da Niceto inciampò di tal guisa nell’ostacolo imprevisto, che, a sua volta, andò a dar del naso su’ gradini della scala, fracassandosi la faccia.
Terremoto allora — risorgendo d’un salto nel tempo stesso che quello tracollava — lo aggavignò con la mano destra alle reni, mentre con l’altra risollevava la donzella, e mantenendosi dinanzi il corpo di lui maniera di scudo — tornò a retrocedere, camminando a ritroso e sul fianco sinistro, sino allo sbocco del secreto cuniculo, rimasto aperto e senza presidio.
Malgrado ciò, i nicelleschi si misero ad aormarlo passo passo, nel persuadimento che una volta pervenuto a quello sbocco, o dovesse arrestarsi, o, qualora ne uscisse, offrir loro il modo di attaccarlo di ricapo.
Ma il Monte Ochino, che incoraggiava i suoi alla impresa, confortandoli di simile speranza, anco nello intento di liberare il congiunto; mostrava di non conoscere ancora con qual sorta d’uomo si avesse a che fare.
Costui, infatti, giunto allo estremo della intercapedine e senza punto uscirne, tornò a far sdrucciolare Bianca a terra; quindi — preso per così dire, il rincorso — rinnovò l’esperimento già sì felicemente tentato col corpo del Villa, lanciando quello del da Niceto contro i suoi medesimi difensori. Poscia, dato di piglio agli enormi massi, che costoro istessi avevano smosso dal froldo per schiudersi il varco e quante altre grosse pietre trovò a portata di mano nell’alveo del torrente, cominciò a fulminarli con tanto impeto e frequenza, che, non solo li costrinse a fermarsi ed a rinculare; ma ebbe in breve nuovamente otturato la foce della via sotterranea.
Allora si tolse in braccio anco una volta la sua giovine signora e — traverso stoppie e brugaie — si ricondusse al suo diserto casolare della Chiappa.
Capitolo X. Ciò che Terremoto aveva fatto prima e ciò che fece dopo.
Il lettore ha pieno diritto di domandarci come e per quale miracolosa coincidenza il figlio di Luca Rinolfo fosse penetrato nella rôcca di Camia giusto a puntino per trarre a salvamento Bianca della Staffa, e noi ci affretteremo ad appagarne la legittima curiosità.
Congedato egli pure per la supposta inesistenza di ogni pericolo, n’era uscito sul pomeriggio del giorno istesso, e, ridottosi affrettatamente al suo povero abituro, verso cui lo attraeva l’intenso desiderio di riabbracciare i vecchi suoi genitori.
Lo scorgerne spalancata e penzolante su i cardini la porta, con segni manifesti di subìta violenza, gli fu come funesto presagio. — S’arrestò su la soglia, sporgendo inanzi la faccia a speculare nello interno e tese ansioso l’orecchio: il buio pesto, il silenzio di tomba, che vi dominavano, gli strinsero maggiormente il cuore.
Si avanzò allora, facendosi lume con le mani e andò ad aprire una delle finestruole, che davano luce a que’ miseri ambienti, poi volse intorno un trepido sguardo.
Un grido straziante, che ricordava, in qualche modo l’ululato del cane quando è smarrito o patisce di freddo, gli uscì nel tempo istesso dal petto.
Aveva scôrto la sua vecchia madre, col seno orrendamente squarciato da una sconcia ferita, stesa resupina sul proprio letticciuolo.
Le corse presso; si curvò per sollevarla; era freddo, stecchito cadavere.
Non c’era più da dubitare: sua madre era morta assassinata.
E suo padre?
Questo secondo e altrettanto penoso pensiero gli soccorse, con terrore, alla mente; onde — fatta luce anche per le altre finestre — si dètte a percorrere il casolare in ogni senso, a rovistarne, a frugarne ogni angolo più rimoto, a chiamare il padre per nome con voce sempre più commossa, che finì per ispegnersi in un singulto.
Quel colosso piangeva come un fanciullo.
Asciugatesi le lacrime col dorso della mano e fatto un violento sforzo su di sè stesso per padroneggiare la propria emozione:
— Cosa sarà mai avvenuto? — pensò, tornando a contemplare il cadavere di sua madre — cosa sarà mai avvenuto?... Dio buono e misericordioso, come mai avete potuto permettere che la scellerata mano di un sicario scendesse su questa cara ed innocua creatura, che null’altro ha mai saputo al mondo fuorchè amare e pregare?... oh, c’è un mistero in codesto che io debbo penetrare a ogni costo!... forse, per altri, la sarebbe faccenda subito spiccia; ma io sono di cervello sì grosso, sì ottuso che.... ci vorrà pazienza, tempo maggiore, ma a vederci chiaro ci ho anch’io da riuscire!... intanto, è positivo che gli assassini hanno forzata la porta e si sono introdotti qui durante la notte.... la mamma era coricata, poveretta!... ed il babbo anche.... lo si conosce dal suo letto disfatto....
E, in ciò dire, ne palpò le rozze lenzuola e si mise a girargli lentamente d’attorno.
Alcuni oggetti, che vi si trovavano affastellati dappiedi, chiamarono vivamente la sua attenzione.
Erano gli abiti di suo padre; la camicia di canape, la giubba di bigello, le brache di fustagno verghettato, il berretto di pelo di lepre, le calze di lana nera e gli zoccoli di crudo scheriolo.
— Dunque — così tornò a riflettere a quella vista — egli se n’è ito di qua, senza tampoco darsi il tempo di cuoprirsi la persona delle sue vesti!... oh, ma ci ha ad essere il modo di verificarlo: le pedate.
Ed, uscito fuor del limitare, si gittò carpone a studiare accuratamente il circostante terreno.
Vi si scorgevano, infatti, moltissime orme di piedi incrociate, confuse, sovrammesse le une alle altre, ma tutte recanti il segno de’ grossi chiodi ond’erano munite le scarpe di chi le aveva improntate: non una sola che accusasse un piè scalzo.
E Luca Ridolfo non possedeva altra calzatura eccetto quella che si trovava presso il suo letto.
— Non è, dunque, uscito su le sue gambe! — continuò a pensare Terremoto, rientrando in casa — ce lo debbono aver trasportato a braccia, per forza.... ma chi?... il diavolo?...
E si fece, in tutta fretta e con aria paurosa, il segno della croce.
— Eh, no, no — soggiunse poscia — se fosse stato il diavolo, invece delle pedate di cristiani, vi sarebbero quelle de’ piedi di un’oca!... e’ sono stati uomini, uomini, di carne, di pelle e di ossa, e maledetti per giunta.... ma quali?... e perchè assassinarmi la mia povera mamma?... e lui, il babbo, dove me lo avranno menato?
Un’altra circostanza, che in quel punto, gli accadde rimarcare, lo impressionò, lo allarmò maggiormente. Al letto di suo padre mancava una delle due lenzuola.
Che egli pure fosse rimasto vittima de’ notturni invasori della sua casa e quel lenzuolo gli avesse servito di sudario?
A simil dubio un gelo ricercò tutte le fibre del gigante.
Dinanzi alla salma materna, aveva mandato un grido di suprema angoscia; aveva pianto; ma sentivasi già più forte del proprio cordoglio. — Su le anime robuste, le sciagure irreparabili hanno codesto di reattivo che le affortificano vieppiù nel tempo istesso che le colpiscono, attalchè — scorso il primo momento — comincia subito per esse quella lotta contro il dolore da cui escono sempre vincitrici. — Ma, dinanzi alle incertezze che avvolgevano il destino del suo genitore, egli si sentiva scoraggiato, debole, inetto.
Quella sventura risguardava unicamente il suo cuore, cui — da lungo — erasi abituato ad imporre: questo mistero, per contro, toccava la sua fantasia che facilmente si scombuiava.
Gli parve, nullameno, che le orme osservate nei pressi del suo casolare potessero giovargli e guidarlo alla scoperta del vero.
Dopo aver baciato in fronte il freddo cadavere della madre e copertone il capo del lenzuolo; rinchiuse alla meglio l’uscio della propria abitazione e si mise ad esaminar di nuovo ed a seguir le pedate che, da questa, declinavano verso la valle.
L’indagine lo trasse sino ad un punto su l’alveo della Nure, che appariva manifesto aver servito di luogo di sosta a molte persone, tanto quelle orme vi si accavalciavano disordinate e profonde, e dal quale si spiccavano, quindi, per due direzioni diametralmente opposte fra loro, le une seguendo, le altre risalendo il corso delle aque.
Per alcuni istanti, Terremoto — che temeva smarrirne lo itinerario — oscillò perplesso nella scelta; ma finì ad optare per le ultime, che — a breve tratto — lo ricondussero sopra la riva ed, in prossimità della parochia dell’Olmo, lo spinsero di nuovo verso la montagna.
Ma la notte cominciava a cadere; il cielo s’infoschiva rannuvolato; nè però gli restava modo di continuare le ricerche.
Valicati gli aridi greppi di Costalta, si trovava già presso le ruine del monastero di San Savino, attrattovi più da una arcana intuizione che dagl’indizi di nessuna traccia; quando il pesante calpestìo ed il sommesso bisbigliare di molta gente, lo consigliò ad arrestarsi ed a sfuggire la curiosità de’ passanti col nascondersi appunto fra quelle ruine.
I sopravegnenti erano uomini armati, la gente dei Nicelli, che da Castel Canafurone — luogo de’ loro convegni — scendevano alla pianura.
Nel rasentare gli avanzi dello antico chiostro:
— Ehi, dico, Bislacco da Grondone — mormorò l’uno di essi ad uno de’ suoi compagni — il vecchio sarà ancora là dentro!....
— Probabile! — rispose questi — pur che i lupi lo abbiano rispettato!...
E tirarono di lungo.
Terremoto provò come una fitta al cuore.
Perchè?
Siamo tutti fatti così.
Quando ci predomina un pensiero esclusivo, qualunque cosa — per casuale ed avventiccia ella sia — ci capiti sotto i sensi; pare a noi debba intimamente connettersi a quanto ci preoccupa.
Laonde:
— Il vecchio?... i lupi?... — pensò il colosso fra sè — che abbiano voluto parlare del mio povero padre?...
E stette ad un pelo di uscire dal suo nascondiglio, per correr dietro a’ sconosciuti, che avevano scambiato quelle misteriose parole e chiederne loro la spiegazione. Ma, in quello istante medesimo, un certo mugolio, che partiva dallo interno di quelle istesse ruine, tra le quali egli trovavasi celato, e che mal si distingueva se d’animale, o se d’uomo, venne a ferirgli l’orecchio.
Era una specie di braìto roco e monotono, che aveva insieme del rantolo e dello sbadiglio.
Terremoto col sudore ghiacciato su la fronte, tanto era il suo terrore, si diresse a tastoni verso il punto donde procedeva la voce, che, a misura egli le si accostava, andava sempre più assumendo il tuono querimonioso del gemito.
Nel mutare un ultimo passo per farlese anche più vicino, urtò del piede in alcunchè di cedevole e molle, che stette per farlo traboccare.
Chinandosi, allungò allora una mano e — dopo aver brancicato un momento per l’aria — riuscì a posarla su di un corpo steso sul lastrico, che non tardò guari a riconoscere per una creatura umana ravvolta entro un lenzuolo.
Quel lenzuolo fu per lui tutta una rivelazione.
L’uomo in esso racchiuso doveva essere necessariamente suo padre.
Si piegò, quindi, su le ginocchia, stringendoselo fra le braccia e susurrandogli amoroso:
— Babbo, babbo.... oh, siete voi, ne vo’ certo!... mi ascoltate, eh!... è il vostro figliuolo Arcangelo che vi sta presso.... fatevi core!... ma cosa v’è mai accaduto?... oh, parlatemi!... ditemi che siete voi per davvero.... rassicuratemi con una vostra sola parola!...
Ma l’uomo non gli rispondeva verbo: solo reiterava, tratto tratto, il suo primo mugolio.
Palpandolo meglio, Terremoto si avvide come, sotto il lenzuolo, fosse completamente ignudo ed avesse gli stinchi ed i polsi legati con due pezzi di fune.
Mercè un largo coltello da caccia che portava sempre alla cintola, il gigante si affrettò a reciderli, nella speranza che — a pena libere — le braccia di quell’uomo, ch’egli reputava suo padre, dovessero stendersi verso di lui per abbracciarlo: invece gli ricaddero inerti lungo le cosce. Le toccò: erano fredde.
Un nuovo terrore lo colse.
Pure quell’uomo non poteva esser morto. Un alitare frequente ed affannoso ne agitava il petto; la voce — comechè fioca e languente — n’era tuttavia bastevolmente sonora; ma perchè non parlava?... perchè non rispondeva alle sue dimande?
Impaziente d’uscire da una sì penosa incertezza lo sollevò di peso d’in sul pavimento e, raddrizzandosi, se lo tolse in braccio e mosse cauto verso gli sfasciati avanzi di un arco a sestacuto, che serviva d’unico accesso e d’unico sfogo alle ruine del monastero.
Pure al di fuori regnavano fitte le tenebre, perocchè l’ora fosse già molto inoltrata; ma quel biancastro bagliore che schiara sempre le aperte campagne, anco nelle notti più buie, doveva bastargli per riconoscere le sembianze dell’uomo che si recava in collo, massime ove questi fosse veramente suo padre.
E lo era.
Allora soltanto, nell’affisarlo in volto, Terremoto potè rendersi ragione del come nè gli avesse risposto, nè mai potuto articolare parola.
Il misero aveva lo sbadacchio.
Era un grosso frammento di legno, che altri gli aveva confitto tra le mandibole a forza sgangherate.
Terremoto gliel tolse subito di bocca; ma non per questo il vecchio potè far altro che ringraziarlo di un tenero sguardo. — Levò una mano, mosse le labra per dir qualche cosa; ma le forze lo abbandonarono di un tratto e si lasciò cadere su la spalla del figlio privo di sensi.
Così, come portasse un bambino, Terremoto, col suo vecchio genitore tra le braccia, ricalcò lento lento la via già percorsa e — schivando la parochia dell’Olmo con l’obliquare a sinistra — lo riportò su quello istesso suo letticciuolo d’onde le avevano strappato i birri del Monte Ochino e sul quale un sorso di vin generoso ministratogli dal figlio valse a farlo rientrare in sè stesso.
Rinunzieremo a dipingerne il dolore quando si vide al fianco la spoglia inanimata della sua donna e ne riseppe la morte.
Non ebbe nè lacrime, nè sospiri, nè parole: rimase muto a contemplarla, poi volse gli occhi in alto e pregò.
Il suo Arcangelo intanto, nell’apprestargli altro vino e un po’ di cibo, lo andava incalzando perchè lo istruisse di quanto gli era accaduto.
Domata la piena del primo affanno e ripreso alquanto delle sue forze, il padre gli espose, infatti, per filo e per segno tutte le vicende dell’abbominevole violenza, onde i Nicelli lo avevano reso vittime, aggiugnendo come lo scellerato Monte Ochino — giunti a Cogno — lo avesse fatto legare da’ suoi e, con un badacchio alla bocca, abbandonare tra le ruine del convento di San Savino, dov’egli lo aveva rinvenuto e dove trovavasi da tre giorni senza nè moto nè cibo.
Uditi que’ particolari, Terremoto voleva accingersi a dar sepoltura al cadavere della madre; ma Luca vi si oppose; disse quella pia bisogna essere di suo esclusivo diritto ed a lui spettarne, invece, altra non manco doverosa ed ancora più urgente: quella di appurare cosa i Nicelli avessero macchinato d’iniquo di prevenire i signori di Camia del sovrastante pericolo.
Padre e figlio mettevano in cima d’ogni loro dovere il rendere servizio a’ loro padroni.
Terremoto non gli fece, per conseguenza, la minima obiezione, ed — abbracciatolo rispettoso e baciata anco una volta in fronte la salma materna — si ripose immediatamente in cammino. — Solo, in luogo di portarsi, difilato al castello, volle riconoscere prima se nulla avessero tentato i Nicelli e — seguendo le indicazioni fornitegli dal padre — si recò anzitutto in sul punto della Nure dove cadeva lo sbocco della via sotterranea.
Trovatolo aperto, penetrò di là nello interno della rôcca, dove lo vedemmo arrivare in buon punto per trarre a salvamento Bianca della Staffa dalle mani de’ nicelleschi.
Quando fu secolei di ritorno alla propria casuccia, trovò Luca Rinolfo che, nel frattempo, aveva compiuto il pietoso ufficio d’inumare i resti della sua vecchia consorte.
Di fianco della casa, un piccolo rialto di terra allora allora remossa ne segnava la tomba.
A pena la scôrse, Terremoto strappò due rami da un giovine pioppo ed, incastratili l’un nell’altro, ve li collocò sopra a maniera di croce.
Indi pregò.
La Bella Perugina — come Bianca veniva chiamata da’ valligiani — trovavasi in preda d’una specie di orgasmo febrile, che non le consentiva un attimo di requie. — Nè tanto l’agitava il dolore pe’ suoi congiunti e familiari miseramente periti in difesa della rôcca, nè tanto il pericolo onde, a miracolo, era stata sottratta, quanto la sorte ignorata dell’avolo, quanto il ricordo del giovine generoso ch’erasi visto scannare sotto gli occhi, mentre le faceva baluardo del proprio petto.
A’ due rispettosi vassalli, che le si affaccendavano attorno con ogni maniera di sollecitudini e profferte, ella non faceva che ripetere:
— E il nonno?.... e il nonno?.... e quel povero giovine?...
— Dio buono — le chiese un volta Luca Rinolfo — ma che gli è dunque intervenuto a Sua Eccellenza?
— È appunto il non saperlo che mi rattrista così — rispose la fanciulla — que’ furibondi se lo hanno levato in collo e portato via secoloro e sa il cielo dove l’avranno trascinato, cosa gli avranno fatto.... ecco ciò che mi accuora!... e quel povero giovine?...
— Chi è, madonna — le dimandò Terremoto — cotesto giovine, per cui sì vi affliggete?
— È un soldato, che incontrai già a Parma, nell’aprile dell’anno scorso, quando ci fummo ad incontrare il Santo Padre.... e non ci fossimo mai stati, che anche allora ci fu sangue e da quella malaugurata circostanza si rincrudirono le inimicizie.... e anche allora egli si levò in mia difesa ed ha fatto altrettanto pure testè, quantunque mi sia parso militasse contro di noi.... e l’ho visto io stessa cadere.... e adesso non so se sia nè vivo nè morto.
— E com’è, madonna? — fece risolutamente il colosso — come si chiama?
— Si chiama Neruccio Nerucci.... ci disse il suo nome quando lo incontrai la prima volta e non m’è più mai uscito di mente... è un giovine che non conterà ancora trent’anni... bello, oh, bello come un angiolo del Signore!.... ha un’aria dolce, nobile, attraente.... alto, bruno di chiome, con due leggeri mustacchi...
— E in qual modo è vestito?
— Allo incirca come un lanzo imperiale.
— E dov’è caduto?
— Poco scosto dal punto in cui mi avete trovato.... su’ gradini dell’ultima scala.
— E Sua Eccellenza?
— Il nonno?.... oh, di lui, lo ripeto, so nulla.... è in balìa di que’ mostri!
— Ebbene, madonna: io vado e, se Dio non m’abbandona, o di tutti due, o dell’uno, o dell’altro, saprò darvi contezza.
— Oh, grazie, buon Terremoto!
E la donzella gli stese affettuosamente la mano.
Il gigante piegò un ginocchio a terra e glie la baciò reverente.
Capitolo XI. Altre gesta di Terremoto.
Affidata e raccomandata la giovine signora alle cure del vecchio castaldo, Terremoto passò in una contigua stanzetta, ch’era sua personale, dove teneva appesa ad un gancio tutta una panoplia di lucide armi che avevano già corruscato a’ soli di Marignano e di Pavia.
Erano un pesante morione spennato ed una corazza con bracciali, guanti e cosciali, che — insieme ad un lungo spadone, una daga ed un pugnale — aveva preso, come sua parte di bottino, ad un cavaliere francese caduto morto d’arcione nell’ultima delle menzionate battaglie e che uscivano dalla rinomata armeria milanese della Lupa.
Se ne coperse; calzò due ampli stivaloni di buffalo; s’appese alla cintola il corno della polvere e la borsa de’ piombi; si tolse in ispalla un grosso e rugginoso archibugio a rocchetto e, con tutto quell’arsenale indosso, uscì di casa per cimentarsi all’arduo incarico ch’erasi assunto.
Spuntava l’alba.
Come i Nicelli — accingendosi alla proditoria impresa contro la rôcca di Camia — avevano in pari tempo spedito accozzaglie di berrovieri e soldati a minacciare le altre diverse terre de’ loro nemici e che la novella delle loro correrie s’era diffusa, con la misteriosa rapidità dello elettrico, per tutti i dintorni; non uno de’ sbigottiti villani osava tampoco far capolino da’ proprî abituri, onde le circostanti campagne vedevansi completamente deserte.
Prenunziato da una fresca brezzolina tagliente, il sole s’inoltrava come trionfatore inerpicandosi a’ più alti pinacoli e cacciandosi inanzi i suoi due eterni nemici: le nubi giù dall’opposto orizonte; le tenebre, giù ne’ burroni della vallea.
Grado grado, e tocchi appena de’ rossastri suoi raggi, le vette, le castella, i casolari, le selve spiccavano improvisi quasi emergessero per incanto dall’ombre della notte, evocati dagli scongiurî di un mago, e le alternative mobili e fuggenti di oscurità e di splendori che correvano le campagne davano imagine di flutti incalzati dalla marea.
Era la marea montante della luce.
E l’antica natura — inconscia e noncurante delle umane vicissitudini — accoglieva con un fremito di gioia quel primo bacio del suo antico signore.
Le piante parevano storpidirsi dal sonno e, tra la ridda delle loro frasche, inviargli un saluto: qui il passeraio, là le cicale, di mezzo il folto de’ cedui, un inno interminabili di stridori e pispigli,
E l’augello dal triplice strido Che rammenta l’apostolo infido
faceva eco con le sue chicchiriate.
Era bello e strano spettacolo, per lo mezzo di quelle ondulate pendici, sì gaie di rigogliosa vegetazione e così squallide per l’assoluta assenza d’ogni essere umano; lo scorgere quell’uno solo che le traversava a passo lento e solenne.
La maestà della statura, le titaniche forme, le armi scintillanti e già di mezzo secolo più antiche che non ne corresse la usanza; gli prestavano alcunchè di fantastico e pauroso.
Lo avresti detto la divinizzata statua di Arminio scesa dal granitico suo piedistallo dell’Ereburgo, per passeggiare le fiorenti rive della Prader.
Tutt’altri che il figlio di Luca Rinolfo — nell’appressarsi, com’ei faceva, al castello di Camia — avrebbe dovuto temere di correre incontro a inevitabil morte. — Ma Terremoto no, e non perchè facesse a fidanza con la propria forza, ma per altro anche più strano argomento.
Nel militare in Lombardia, toccando quel di Gallarate, s’era imbattuto, insieme al suo capitano, nel famoso Gerolamo Cardano, il quale — richiesto da amendue di un oroscopo — a lui personalmente, per certo segno nero che gli macchiava l’unghia del pollice sinistro, aveva predetto dover cessare di vivere nel cuore di un verno durante il quale cadesse strabocchevole copia di neve.
Superstizioso come i più del suo tempo, Terremoto teneva i pronostici del visionario pavese in conto di altrettanti evangeli e reputava per fermo non poter morire se non quando scoccasse la profetata sua ora. Ferveva la piena state; dunque nulla aveva a temere.
Malgrado ciò — prima di avventurarsi alla cieca nella temeraria impresa di penetrare nella rôcca — volle scandagliare le adiacenze di questa e tentare di riconoscere da’ segni esterni quali ne fossero le interne condizioni. — Girandole intorno intorno, due cose, infatti, rimarcò: l’una, che non vi si trovava anima viva a presidio de’ merli, sicchè tornava possibile il rasentarne le mura, senza svegliare allarmi; l’altra, che tutti i ponti n’erano abbassati e schiusa la porta maggiore.
Su di questa, tre soli uomini si tenevano a guardia, e l’uno di essi, sdraiato a terra, dormiva.
Terremoto — toccato un punto della via d’approccio, più oltre il quale non avrebbe potuto spingersi senza mostrarsi — s’arrestò su’ due piedi e sovrastette alcuni momenti, digrumando il partito, cui meglio gli convenisse abbracciare, per introdursi, senza troppi ostacoli, nella rôcca.
Paura di perderci la vita non lo premeva — come il dicemmo — minimamente; ma sibbene quella di essere sopraffatto, respinto ed impedito così nello scopo, cui intendeva.
Per questo si crogiuolava il cervello.
Di primo acchito — obbedendo a’ congeniti istinti della sua forza brutale — gli avrebbe sorriso il proposito di gittarsi inanzi a chius’occhi e di passar oltre, rovesciando violentemente quanti ostacoli gli si parassero intorno: ed a simile partito lo eccitava non meno il suo personale rancore, il suo odio. — Ma la prudenza nel ratteneva. — Que’ tre non avevano che a ributtarlo un istante e a profittare d’un suo transitorio sbalordimento per rialzare il ponte levatoio, acciocchè l’accesso al castello gli fosse interdetto e forse per sempre.
Come succede a’ cervelli grossi, incapaci di nessuna spontanea iniziativa, che non giungono mai a concepire un progetto ove non sia suggerito loro, quasi per caso, da una consecuzione d’idee; quella del pericolo cui altrimenti sarebbesi esposto, gli fece nascere l’altra di tentare egli stesso a danno de’ suoi imminenti avversari quanto supponeva e’ dovessero tentare contro di lui.
Tutto stava nel poterli trar fuori della soglia, su cui si tenevano, ed oltre la impalcatura del ponte. A riuscirvi, conveniva ricorrere all’astuzia, ginnastica delle facoltà mentali spesso assai più efficace e possente di quella del corpo.
Aspettarsi artefiziose e ben congegnate gherminelle dal figlio di Luca Rinolfo, ed altrettanto il domandar melagrani ad un salice: e’ non poteva imaginarne e compirne che di grossolane e contadinesche.
Avventurosamente per lui che nemmanco i merli cui stava per tendere il paretaio, erano di perspicacia tanto della sua più sottile e che poteva applicar loro il converso dello adagio francese à trompeur, trompeur et demi.
Terremoto, pertanto, si accomodò pian piano l’archibugio ad armacollo; si calò bene in su gli occhi la visiera dell’elmo; quindi — datosi improvisamente lo scatto — balzò su le tavole del ponte, stendendo inanzi le braccia e gridando con accento tra il querulo e lo sgomentito:
— Gesummaria, che orrore!.... guardate... oh, ma guardate laggiù, subito svoltata la via!....
E, giunto presso le sentinelle, voltò loro confidenzialmente la schiena segnando col dito steso il punto d’ond’era venuto e continuando a gridare:
— Oh, ma guardate.... guardate!....
Alla subitanea sua apparizione, l’uno de’ tre nicelleschi aveva posto in resta la sua partigiana e l’altro portato il pugno in su l’elsa; mentre il terzo — ridesto di trabalzo — stropicciavasi gli occhi e si ridrizzava barellante su le gambe aggranchite. — Ma tutti tre — al veder lui in sembianza così amichevole e fidente, con l’armi tutt’altro che preparate ad offesa e, nella voce e nel gesto, più di preghiera che di minaccia — si lasciarono prendere all’amo e — vinti dalla curiosità, che suscitavano le sue grida e le sue indicazioni — smisero l’atteggio minatorio e mutarono un passo inanzi, domandandogli confusamente.
— Che diamine c’è?.... cos’è, dunque, accaduto?...
È fatto comprovato da frequenti sperienze che, in un duello tra uno spadaccino ed uno affatto ignaro di scherma, chi le tocca è quasi sempre il primo. — Forse per la istessa ragione, il tardo ingegno, la nissuna sagacia del buon Terremoto assai più gli giovarono che non gli nocquero a trarre i suoi nemici in inganno.
Inetto ad improvisare, lì per lì, qualche acconcia fiaba da rispondere alle loro domande — la quale poi, o perchè troppo marchiana, o perchè destituita di ogni fondamento, avrebbe potuto farli insospettire e metterli in su l’aviso — egli si limitò a gesticolare, ripetendo:
— Ma guardate.... guardate che orrore!....
Tra una filatessa di oh, di ih e di ah, da non rifinirne.
L’arte casuale attinse lo scopo.
I tre — l’un dietro l’altro — valicarono il ponte e si slanciarono di corsa su per la strada di approccio.
Terremoto, nel contempo — giovandosi della perfetta sua cognizione del luogo — corse sollecito nella vicina stanzuccia del castaldo; abbrancò i piuoli del verricello e con cinque o sei rapidi giri, tirò a sè le catene del ponte e lo sollevò.
I nicelleschi s’accorsero subito del tiro briccone che loro si preparava e retrocessero a perdilena; ma non giunsero a toccare l’orlo del fossato prima che il ponte fosse già alto e la serracinesca cadesse cigolando a sbarrare la porta del castello.
Terremoto rimaneva padrone della piazza.
Solo gli occorreva riconoscere quanti altri uomini, oltre a que’ tre posti sì felicemente fuori d’azione, vi si potessero trovare racchiusi.
Dalla camera del castaldo, scese, quindi, nel cortile e, mascherandosi dietro un pilastro, tese ansiosamente l’orecchio.
Tutto era silenzio.
Preso da ciò maggiore animo, si fece inanzi in punta di piedi e — sguisciando tra’ pilastri de’ porticati fiancheggianti il cortile — si portò sino all’opposto suo lato, dove si aprivano le scale e dove — secondo le indicazioni della sua giovine signora — sperava rinvenire, morto o ferito, quel tale soldato, cui ella tanto vivamente s’interessava.
Taluni frammenti d’arme sparsi più in qua più in là e varie macchie di un rosso nerastro, che chiazzavano il lastrico, erano testimone della lotta accanita ivi combattuta, ma nessun’altro indizio de’ combattenti, eccetto tre cadaveri che ingombravano i gradini ed il ripiano al sommo delle scalinate.
Quello situato più in basso e che necessariamente si guadagnò pel primo l’attenzione di Terremoto, non presentava omai più che un lurido ammasso di carname arsiccio ed abbrustolito.
Era il cadavere del misero Gilberto Camia; ma in così sconcia maniera reso diforme e ributtante, che — per quando il suo fido vassallo si arrestasse lungamente a considerarlo — non era possibile il raffigurasse; e questo gl’insinuò un primo dubio nel cuore.
Nel secondo ravvisò Cristoforo Chinello e, nel terzo, Alfisio Malvicino, il genero di Giovanni il Grosso.
Salì a’ piani superiori; rovistò gli appartamenti, le sale, le terrazze; non lasciò luogo inesplorato e, quinci e quindi, insieme alle traccie sanguinose, rinvenne cinque nuovi cadaveri: quelli cioè, di Battistino e Franceschino Zazzera, di Domenico de’ Maggi, detto Monte Osero, di suo figlio Marino e d’un birro soprannominato Tiraluscio. Ma del giovine soldato, che ricercava, non il più leggero vestigio.
Laonde si ribadì viemmaggiormente nel suo dubio che a costui dovesse appartenere lo sformato cadavere giacente a’ pie’ delle scale, tanto più che vi concorreva anche il luogo su cui Bianca diceva averlo visto cadere.
Simile persuasione stava per deciderlo ad abbandonare sollecitamente il castello, dove le sue indagini avevano fallito lo scopo, per condursi altrove a raccogliere notizie del suo disgraziato signore.
Era già sceso di nuovo nel cortile e lo attraversava frettoloso, allorchè il suono di una voce, che usciva da una stambergaccia a terreno, dov’era il dormitorio del servidorame, lo rattenne di botto e richiamò tutta la sua attenzione.
Si accostò a piccoli passi a quel dormitorio e — postosi in ginocchio — applicò l’occhio ad una finestrella ferrata che gli dava luce e vi mise dentro gli sguardi.
Sei uomini, e tutti di parte nicellesca, occupavano il vasto stanzone: quattro corcati su di altrettanti grossolani pagliaricci, e due, che parevano servir loro da custodi — o meglio — da infermieri, essendo chiaro come quelli fossero o feriti o malati.
Terremoto non istette guari a dar loro un nome a ciascuno. — De’ giacenti, nell’uno riconobbe il capitano Lorenzo Villa, nell’altro il conte Melchiorre da Niceto, que’ medesimi ch’egli aveva sì spietatamente malconci, buttandoli a mo’ di proiettili, contro la linea irta di spade e di picche de’ loro istessi seguaci: nel terzo un venturiero lombardo, che sapeva a’ soldi del marchese di Cattaragna, e nei due, che fungevano da serventi, due suoi convalligiani servi a’ Nicelli. — Solo il sesto gli rimaneva ignoto, nè poteva scernerne le fattezze del volto, perchè sdraiato in modo che gli voltava le terga.
Il suo vestito era, tuttavia, quello di un lanzo.
Tale osservazione lo impressionò.
Che fosse appunto colui, per raccapezzare il quale erasi sobbarcato alla perigliosa impresa d’introdursi nella rôcca di Camia?
Non c’era nulla d’inverosimile. — Bianca gli aveva espressa la sua convinzione ch’egli pure militasse contra de’ suoi: dunque, a sua volta, egli apparteneva a’ nicelleschi; ovvio però che costoro lo avessero raccolto quando era caduto e se ne pigliassero pensiero.
Nè Terremoto mal si apponeva.
I nicelleschi, che lo avevano incalzato lungo la via sotterranea — riconosciuta la impossibilità di raggiungerlo — s’erano decisi a battere in ritirata e — nel farlo — avevano man mano raccattato di terra i loro qualche feriti. — Tra questi — oltre a’ due ricordati — trovavasi appunto il nostro Neruccio, di cui — se nissuno doveva interessarsi — ebbero pietà i suoi commilitoni di Piemonte.
Quantunque la spada del Monte Ochino — penetrandogli tra le spalle sotto la scapola destra e scendendo in linea verticale — gli fosse andata a riuscire poco più giù della mammella; egli respirava ancora.
L’uno sotto le ascelle, l’altro sotto le anche, così se lo pigliarono i compagni, e, insieme a’ tre ricordati più sopra lo trasportarono nel dormitorio dei servi, dove, pressati com’erano dal Monte Ochino, impaziente di attendere ad altre bisogna, li affidarono tutti quattro al governo di due de’ loro, non feriti, ma per urti e cadute, rimasi alquanto pesti e contusi.
Vedremo nel seguito come e perchè abbandonassero poi tutti la rôcca, non lasciandovi che altri tre uomini a guardia ed anche de’ meglio noti per gli attributi del coniglio e del lepre.
Ritorniamo intanto a Terremoto.
Le vesti che indossava lo sconosciuto giacente gli avevano posto in capo l’idea dovesse essere non altri che l’uomo ricercato dalla sua padroncina.
Fosse stato più arguto, e molti diversi avvedimenti gli sarebbero forse soccorsi per accertarsene; ma egli non era nemmanco da tanto da trattenersi ad escogitarli. — S’appigliò, quindi, al più elementare e più spiccio: quello di richiederne coloro istessi che vedeva far da custodi.
Si drizzò in piedi, s’appoggiò delle larghe palme al davanzale della finestruola, e, col fare più naturale di questo mondo:
— Ehi, voialtri!... — gridò loro, con la sua rauca voce taurina.
I due guardiani si volsero trasalendo, e:
— Chi è là? — sclamarono, nello affisare estatici, ed anche un po’ atterriti, il colosso che otturava col suo immenso torace quasi tutto il vano della piccola finestra.
In pari tempo, taluni de’ feriti mutarono fianco su loro giacigli e rivolsero eglino pure la faccia verso di lui.
Del novero fu il nostro Neruccio.
Al primo scorgerlo, Terremoto constatò come rispondesse esattamente a’ connotati, che Bianca gli aveva fornito, e prese maggiore animo; tanto più che, nel contempo, si avvide del come i due guardiani lo considerassero ad occhi sgranati e in atto di sempre crescente paura.
I due guardiani credevano di riconoscerlo.
— Sono io! — rispos’egli al loro appello — sono un uomo che non ha nissuno intendimento di arrecarvi male; patto siate secolui compiacenti e rispondiate esatto ad una sua domanda.
— Quale? — balbettò uno dei due.
— Che mi diciate chi sia e come si nomini colui de’ vostri compagni, che giace là, alla vostra mancina.... quello che adesso mi guarda fiso e che ha la corazza di bufalo tutta imbrodolata di sangue.
— Io?... — domandò con flebile voce lo stesso Neruccio.
— Appunto voi, messere, se non vi dispiace — fece placidamente il colosso.
— E perchè cotesta dimanda? — tornò a chiedere il ferito, sollevandosi a gran fatica su l’uno dei gomiti.
— Perchè? — gli rispose Terremoto — oh, il perchè lo saprete, ma lo saprete a suo luogo, messere!... per adesso tanto, comanda chi può e obbedisce chi deve: questo vi basti!... e ditemi solo: siete voi, o non siete, un tale ser Neruccio Nerucci?
Il ferito non ebbe mestieri di rispondere.
Il vivo incarnato di cui si soffusero improvisamente le sue pallide guance, ne constatavano a bastanza la identità, perchè il gigante — malgrado la sua corta intelligenza — avesse duopo di prove più evidenti.
— Lo siete, dunque — egli soggiunse.
— Ebbene? — gli dimandò timidamente l’altro dei due scherani.
— Oh, un nonnulla, figliuoli.... sono venuto a pigliarlo e me lo porto con me!
E — senz’altro attendere — Terremoto girò alla sua sinistra, dov’era l’ingresso del dormitorio, e vi si cacciò dentro resolutamente.
I due non fecero altri moti, che per slontanarsi da lui; non mutarono altri passi, che per indietreggiare sin contro la parete opposta alla porta d’entrata.
Il terrore li rendeva imbecilli.
— È lui, è lui! — si andavano susurrando l’un l’altro all’orecchio — è Terremoto.... che Gesù buono e la Madonna Santissima ci scampi!
E osavano a pena guardarlo.
Il figlio di Luca Ridolfo, addatosi — siccome si era — della battisoffia che la sua presenza aveva incusso ne’ suoi nemici, stimò prudente ribadirgliela viemmeglio in corpo col distruggere ogni avanzo di dubio che loro potesse restare sul conto di lui. Nello entrare, si alzò, per conseguenza, la visiera mettendo in luce le sue sgraziate sembianze, cui le cicatrici del naso e della bocca davano impronta di ributtante ferocia.
Quindi si avvicinò al pagliariccio, sul quale il giovine soldato erasi lascialo ricadere supino, e, situando un ginocchio a terra:
— Messere — gli disse, con voce sovrattenuta così che gli altri nol potessero udire — io vengo a voi, per ordine e conto di madonna Bianca della Staffa, mia ottima signora e padrona.
Ad un tal nome, le guance di Neruccio tornarono ad imporporarsi e:
— Salva.... — mormorò egli sommessamente, rizzandosi di nuovo sul fianco — ella è salva?...
— La è stata, messere; la è stata, mercè il Dio buono, che ha voluto assistere e secondare gli sforzi di questo indegno suo servitore... e com’ella lo è, vuole che voi pure, per mio mezzo, lo siate!
— Che dite mai?... ella vuole?...
— Vi trovate voi tante forze che bastino a sostenere gli strapazzi di un trasporto da qui a più di un miglio di distanza?
— Oh, sì, sì... l’un di costoro m’ha assai valentemente medicato le mie ferite e.... pur che qualcuno mi sorregga....
— Ma io stesso, messere, vi porterò su le mie braccia.
— Voi?
— Oh, non temiate che vi lasci cascare.
— Non è codesto.... ma una sì rude fatica per voi?
— Croce del Gesù benedetta!... ma non sapete ch’ei mi parerà d’avermi in collo un marmocchino da latte?
— Quando così vogliate.
— Siete pronto?
— Pronto ed ansioso!
Terremoto si rimise su le sue due gambe, poi — come appunto una mamma avrebbe potuto farlo col proprio poppante — sollevò il giovine soldato dal suo pagliariccio e delicatamente se lo recò su le spalle.
In quella, uno scoppio fragoroso rintronò pe’ chiostri del cortile e gli tenne dietro un confuso vociare.
I due birri si rincantucciarono anche più allibiti di spavento; il capitano Villa strabuzzò gli occhi e il da Niceto uscì in una truce bestemmia, mentre l’altro ferito mormorava una preghiera.
Costoro pure avevano raffigurato Terremoto, e s’imaginavano fosse il vanguardo de’ Camia, che ritornassero alla riscossa.
Il gigante, tuttavia — col suo umano fardello tra le braccia — erasi affrettato ad uscire, per raggiungere la porta maggiore.
Suo intendimento era quello di riabbassare il levatoio e di trarsi dalla rôcca.
Ma, a pena nel cortile, s’avvide d’aver fatto male i suoi calcoli.
La porta — giusto in quel momento — cedendo al formidabile impeto di una bombarda, volava in schegge e — per la breccia — una mano di nicelleschi, capitanati dal Monte Ochino in persona e dal marchese di Cattaragna, erompevano furibondi nel cortile, brandendo ferocemente le spade e mettendo urla bestiali.
Capitolo XII. Il pozzo dalle cento taglie.
Diciamo un tratto come fossero andate le cose.
Vendicare la morte del cugino Stefano — se il principale — non era stato l’unico movente del conte di Monte Ochino, il quale — impadronendosi della rôcca di Camia — mirava eziandio ad altro scopo e — come si suol dire — a pigliare due colombi ad una fava.
In quell’anno medesimo, tutta la valle erasi vivamente commossa per un’atroce scena di sangue, ond’era stata teatro l’abazia di San Savino, discosta un tiro di freccia da quelle ruine, entro cui vedemmo Terremoto rinvenire legato ed abbavagliato il proprio genitore.
Reggeva quell’abazia un conte Giambattista Marazzani, uomo bisbetico ed originale che — al dire de’ valligiani — occupavasi più assai di scienze occulte e d’alchimia che non del proprio breviario, e nelle quali occupazioni aveva spesso compagno e confidente il conte Giovanni il Grosso de’ Camia.
Col Marazzani conviveva una giovine donna — non bellissima — ma sovrammodo piacevole ed attraente, ch’egli faceva passare come propria sorella, ma che le dicerie de’ villici accusavano di ben altro.
Malgrado ciò, uno de’ meglio illustri e valenti cavalieri piacentini, il conte Giovanni Anguissola, erasi così perduto di amore per lei, da porre in dimenticanza il livore antico che — per ragioni di parte — divideva la sua famiglia da’ Marazzani, e destreggiarsi in ogni più acconcio modo per rendersi propizio l’abate ed insinuarsi in sua casa.
I loro buoni rapporti non ebbero tuttavia che la durata dell’ignoranza dell’ultimo circa i veri motivi che gli traevano l’altro sì di frequente tra’ piedi.
Come li indovinò, provide subito a’ casi propri, allontanando segretamente da sè la sorella ed affidandola alla custodia di donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, senza che anima viva ne trapelasse e senza mutare però il suo contegno verso del nuovo amico.
Ma altrettanto non accadde dell’Anguissola.
Com’era consueto fare un giorno almeno ogni decade, costui si rese una volta ancora all’abazia, nello esclusivo intento di rivedere l’adorata sua Olimpia, — che tale era il nome della sorella.... o quel che altro fosse del Marazzani. — L’abate lo accolse con l’ordinaria benevolenza, gli fece festa, lo convitò anche, ma di Olimpia non gli tenne parola.
Olimpia non c’era.
L’altro attese paziente l’ora del desinare, persuaso che, a questo, non dovesse mancare d’intervenire. — E l’ora ne giunse, e la campana refettoriale l’annunziò con la sua chiama, e i vari convitati, tra’ quali Giovanni Camia, si assisero a mensa. — Ma non un segno di Olimpia; nemmanco la posata al suo solito posto.
Decisamente Olimpia non c’era.
Messo in sospetto e desioso in pari tempo di uscire d’incertezza, l’Anguissola si volse all’abate, che gli siedeva presso, e francamente glie ne chiese. — L’abate, sbirciandolo di sottecchi con uno sguardo maligno, tutto suo peculiare, crollò un momento la testa in aria beffarda, poi gli rispose Olimpia trovarsi così lontana, che neppure su l’ippogrifo del mago Merlino avrebbe potuto raggiungerla, e si togliesse bene dal capo la matta speranza di mai più rivederla.
Tale risposta risvegliò tutto l’antico e mal sopito odio gentilizio nel cuore dell’Anguissola e gli fece montare il sangue al cervello. — Non disse verbo, non mise fiato; ma — sgranando tanto d’occhi spiritati e digrignando i denti — si scagliò su l’abate e — trattosi di cintura il pugnale — glie lo immerse replicatamente nel petto.
Il Marazzani dètte uno strillo e cadde rovescio.
I convitati accorsero a sollevarlo.
L’Anguissola — quasi uscito di senno — gittò il ferro sanguinolento sul desco, corse alle scuderie, inforcò il suo cavallo e si evase.
Poche ore dopo l’abate spirò.
Ma corse voce che — prima di spirare — egli consegnasse in segreto e gelosamente raccomandasse al Camia un cofanetto di sandalo, borchiellato d’argento, entro il quale indubiamente custodito un tesoro. — Chi diceva diamanti e zaffiri e smeraldi a dovizie già appartenenti a quello infelice Zizimo fratello di Bajazet II, che vuolsi papa Alessandro VI facesse avvelenare; chi preziosi amuleti e talismani, riportati di Terra Santa da un Ugo Marazzano, che aveva seguito Carlo d’Angiò all’ultima crociata; chi, finalmente, lo specifico infallibile per fare la grande opera.
Già il modo di fabbricare oro ispanico era divenuto il segreto di Pulcinella. — Conveniva riporre due galli vecchi tra i dodici e i quindici anni entro una camera sotterranea tutta di pietra, con due finestruole, per cui appena si vedesse traverso, ed ingrassarli di guisa che prendessero caldo ed accoppiatisi insieme facessero ova. A covare queste ova — tolti via i galli — mettere rospi, nutrendoli di mollica di pane, sicchè ne nascessero pulcini maschi, come quei delle chiocce, ai quali, in capo a sei o sette giorni, spuntavano code di serpente. — Questi erano basilischi. — Si pigliavano allora, s’intromettevano in certe bombole di rame a bucherelli, che si sotterravano, lasciando che i basilischi si nodrissero di terra per sei mesi consecutivi: quindi si traevano e, circondate le bombole di fuoco, si faceva che vi abbrustolissero dentro. Macinati poi, vi si misturava aceto, sangue umano e rame rosso, — e l’oro ispanico era fatto.
Ma molti vi si erano cimentati, senza a nulla approdare.
Più de’ gioielli, più delle reliquie di Terra Santa, sarebbe quindi stato prezioso il contenuto di quel cofanetto, se realmente avesse potuto insegnare la vera ricetta per fabricare quell’oro.
Qualunque fosse, d’altronde, tutti convenivano nello attribuirgli uno immenso valore, epperò tra le mire del Monte Ochino eravi appunto quella di venirne in possesso.
Vinti completamente i Camia, allontanato ogni pericolo di nuove sorprese, sua prima cura fu, dunque, rovistare da capo a fondo la rôcca, facendo man bassa su tutto quanto gli parve valerne la pena.
Ma il cofanetto non giunse a trovarlo.
Chiese allora di Giovanni Camia e — risaputo come un drappello de’ suoi gli avesse fatto traghettare la Nure e trascinatolo nell’aperta campagna poco stante da Borgo San Bernardino — vi accorse con tutti gli altri, non lasciando a guardia della rôcca che i tre soli sgherri, che vedemmo sì bene mistificati da Terremoto.
Giunto in sul luogo dove trovavasi il Camia, steso boccone su la nuda terra e con le mani legate al dorso, cominciò a punzecchiarlo con la punta della spada alle reni gridandogli brutalmente:
— Ehi, maledetto stregone, sono qui, perchè regoliamo i nostri conti.... e ne abbiamo di assai vecchi ed infogniti!
— Datemi la morte! — gli rispose pacato il vegliardo — io non vi chiedo altro!
— Ma io ti chiedo di più — gli mormorò all’orecchio il Nicelli, che, per far questo, erasi posto su le ginocchia.
— E che mai?
— Ti chiedo dove tu abbia riposto quel famoso còfano, che ti venne consegnato prima ch’egli morisse, da monsignor abate di San Savino.... che il Signore abbia in gloria.
— Il còfano?.... e quale còfano?.... io di còfani mi so nulla!
— Bada! — ruggì il Monte Ochino — bada che, di grosso che ti si chiama e che sei daddovero, io ti fo divenire sì mingherlino ed allampanato da passare a tuo agio pel taglio delle catene di un ponte!... bada che, se non mi indichi, e subito, dove posso raccapezzare quel còfano, io ti faccio soffrire tali e così acerbe torture, che quelle della Corte di Giustizia.... cosa dico?.... gli stessi spasimi dello inferno, saranno carezze al paragone.
— E voi obedite alla collera vostra, conte Giovanni; ma non isperate con ciò darmi possibilità di sodisfare il vostro desiderio.... di quanto voi dite, ve lo replico, conte.... io so nulla!
— Tu menti per la gola, come un dannato di facitore d’ubbìe, che tu sei!
— Dio mi ascolta e mi giudica!
— Invoca Dio a tutore dell’anima tua scellerata, non delle tue menzogne.
— Conte, io vi dico il vero.
— Sei ben deciso al silenzio?
— Non posso fare altrimenti.
— Preparati, dunque...
— A morire?
— No, ma a penare, come fosti tra le ugne di Satanasso.
E, profferite fra’ denti queste tremende parole, il Monte Ochino si raddrizzò in atto d’impartire a’ suoi birri qualche iniquo comando.
Ma in quel medesimo punto, giunsero correndo dalla banda del torrente i tre, che Terremoto aveva sì felicemente burlato.
Alle dimande che rivolse loro il Monte Ochino, e’ risposero con le esclamazioni di chi sa d’aver fatto una triste figura e vuole non apparire dappoco, e narrarono, esagerando, come fossero stati sovraccolti da uno spaventoso gigante tutto ricoperto di piastre di ferro, il quale li aveva ghermiti, ad uno ad uno, pel collo e lanciati venti passi al di là del ponte; poi — sollevato questo quasi per incanto — precluso loro il reingresso.
La tema di qualche imprevisto tentativo e d’una sorpresa in sul meglio del ballo da parte degli altri Camia, o de’ loro parziali; fece sì che il Nicelli smettesse, pel momento, i suoi crudeli propositi contro Giovanni il Grosso e, col maggior nerbo de’ suoi, si riconducesse alla rôcca.
Prevedendo, per altro, quali ostacoli gli convenisse superare per rientrarvi — transitando pel casolare di Borgo San Bernardino, dove giaceva grosso deposito di materiali edilizî e di arnesi da guerra, destinati alla costruzione ed al munimento di una torre, che papa Paolo III faceva erigere lì presso, per albergarvi i suoi commessarî di giustizia — eccitò taluni de’ suoi birri a provedersi di tavole e scale e a pigliar su una petriera e trascinarsela dietro a forza di braccia.
Sul luogo, la caricarono sino all’orifizio della sua tromba, con la polvere che ciascuno teneva nel fiaschino e con pietre raccattate intorno intorno; poi, — lanciate le scale e le tavole sul fossato — ve la spinsero sopra sino a farla combaciare della bocca co’ ritti della serracinesca, ed allora le misero fuoco.
Fu lo scoppio di quella bombarda che mandò in fascio la porta e che sorprese Terremoto, nel mentre usciva dal dormitorio col suo giovine ferito sovra le spalle.
Al vederlo, i nicelleschi, che il riconobbero perchè teneva la visiera ancora alta:
— Dàlli! dalli! — si misero a urlare.
E gli corsero sopra in massa serrata.
Terremoto comprese d’un tratto come non potesse lottare contro tanto nugolo di gente, senza esporre — se non sè stesso — il suo protetto ad inevitabile morte.
Unico scampo, gittarsi di nuovo per quella via sotterranea, che già una volta gli aveva servito per trarre a salvamento la sua signora.
E non esitò.
Ma la foce esterna di quella via, egli stesso l’aveva nuovamente otturata.
Consci di ciò:
— Bene! meglio! — sclamavano intanto molti dei suoi avversarî — il lupo s’accalappia da sè medesimo!... lo sfogo è ristoppato!.... addosso! addosso!
E si cacciarono inanzi con maggiore irruenza.
Ma — perchè giorno chiaro — non avvisarono di procacciarsi lume, e dentro quel cunicolo, angusto così, che due costa a costa penavano ad inoltrarvisi, regnava il buio cieco della notte.
Malgrado ciò, proseguirono animosi ad accalcarsi sotto la sua volta depressa, tra le sue umide pareti, pigiandosi l’un l’altro alle reni, nell’ansia che animava gli ultimi di raggiungere i primi.
Alle grida clamorose, era susseguito un bisbigliare sommesso, quasi il silenzio.
Era il portato delle tenebre.
Quella infornata di carne umana spariva lenta lenta per l’entratura della intercapedine. — Si capiva che i primi procedevano tastoni. — Ormai non rimaneva più al di fuori che una coda di pochi, i quali marcavano il passo, scalpicciando come i cavalli impazienti.
Quando improvisamente si manifestò un moto regressivo e come di regurgito.
Al riguardoso pissi pissi tornò a succedere il clamore; ma questa volta non erano più voci di collera e di minaccia: erano strida di spavento, d’orrore.
Cos’era accaduto?
Giunto a capo della via, senza che — per una ragione che non tarderemo a spiegarci — i suoi aggressori fossero pervenuti a raggiungerlo; Terremoto aveva, con bel garbo, deposto a terra Neruccio, indi erasi dato a sgomberarne l’uscita, col trarre a sè e gittarsi a tergo le grosse pietre, ch’egli stesso — poche ore prima — vi aveva accumulato.
In breve n’ebbe remosse già tante da schiudersi un primo varco, pel quale uno impaziente guizzo di luce s’insinuò nella via sotterranea e — lambendone il terroso pavimento — la rischiarò, come pallido raggio di luna, sino all’opposto lato su cui scendeva la scala.
Un’orribile vista si affacciò allora a quel tanto di nicelleschi che tuttavia vi si accalcava.
Nello spazio che li divideva da Terremoto, spalancavasi una nera voragine, entro la quale erano andati man mano precipitando tutti coloro che li avevano preceduti.
Quella voragine era un pozzo riquadro, coperto d’una specie di cateratta collegata a cerniera ad uno de’ suoi cigli e che — facendo girare sopra sè stesso un caviglione di ferro infisso alla parete — gli cascava nello interno, tutto irto di larghe lame ricurve a mo’ di falci fienaie suggellate alla camicia e co’ taglienti e le punte rivolti allo insù.
Era il così detto pozzo delle cento taglie, del quale, Luca Rinolfo aveva confidato il segreto al figliuolo, anche prima che questi s’introducesse la prima volta nella rôcca, ma senza che allora se ne fosse potuto servire, e perchè incalzato troppo da vicino, e perchè con ambe le mani occupate, l’una nel sostenere Bianca della Staffa, l’altra, il da Niceto.
In compenso se n’era valuto adesso e con qual esito è facile imaginarlo.
Il primo de’ suoi inseguitori erasi improvisamente trovato a mettere un piede in fallo e traboccare nel vuoto. Chi gli stava alle reni aveva necessariamente dovuto fare altrettanto: poi un terzo, un quarto, un quinto, e via via. — Le falci — ingegnosamente alternate così da non lasciar passare nè trattenere alcunchè — facevano il resto: li squarciavano, li mutilavano, li affettavano. — E tutti vi sarebbero andati a finire come pecore di Panurgio, se la provida striscia di luce, inviata loro dallo stesso Terremoto, non fosse giunta in tempo da trattenere i sopravenienti, che arretrarono esterrefatti.
Un moto istintivo di paura li respinse fuori del sotterraneo a cercare l’aria libera, la chiara luce del sole. — Ivi si chiamarono a nome l’un l’altro, si noverarono: ventun di loro mancavano all’appello; altrettanti doveva averne inghiottito il baratro traditore.
Scemato tuttavia il primo terrore, un sentimento di vergogna a un tempo e un desiderio di vendetta, li animò a tentare la riscossa. — Le tavole, su le quali avevano valicato la fossa circuente il castello, potevano medesimamente servire per traversare l’orifizio del pozzo. — Accorsero a munirsene e scesero di nuovo nella via sotterranea.
Ma troppo tardi.
Il colosso, nel frattempo, ne aveva sgombro completamente lo sfogo esterno e se l’era dato a gambe trasportando seco il loro commilitone ferito.
Capitolo XIII. Amore.
Sul medesimo lettuccio, che accoglieva poco prima il cadavere della madre di Terremoto, giaceva adesso il nostro Neruccio, che — nel tragitto dal castello di Camia alla capanna dello antico castaldo — era uscito di sentimento.
Al suo capezzale tenevasi seduta s’uno scannello Bianca della Staffa; da’ piedi del letto, lo stesso castaldo.
Esaurita la prima parte della missione affidatagli dalla sua padroncina, Terremoto erasi immediatamente riposto in cammino per adempiere alla seconda: la ricerca del suo vecchio signore.
Nè Luca Rinolfo stette guari a seguirlo, per andarsi a situare come in vedetta su la soglia della propria casipola.
A ciò lo aveva consigliato il figliuolo, suggerendogli che — qualora vedesse accostarsi qualcuno in apparenza nimica — aiutasse il giovine ferito a trarsi di letto ed, insieme a Bianca, lo facesse nascondere entro una piccola grotta naturale, che s’incontrava a breve tratto al di là della Chiappa sul piede di monte Osèro.
Per conseguenza, quando Neruccio — riavendo i sensi — aperse gli occhi e li girò intorno meravigliati, si trovò solo con Bianca.
La vista della gentile donzella gli richiamò d’un subito alla memoria tutte le traversìe della notte e di quella istessa mattina; onde — giungendo le mani quasi in atto di rendimento di grazie:
— È, dunque, a voi, madonna — le disse, con tenera voce — che io vo’ debitore della mia salvezza?
— Tsitt! — fece la giovinetta, toccandosi con l’indice della mano destra la punta del naso e profferendogli, con l’altra mano, una ciòtola colma di un liquore giallastro — prima che vi fatichiate, bevete di questo cordiale, che vi rimetterà in forze, e poi applicatevi alla ferita queste filacciche imbevute di balsamo imperiale, che vi saranno un tocca e sana.
E glie le porse, dopo ch’egli s’ebbe bevuto il cordiale. Indi continuò:
— Io non so davvero se quel nostro fedele di Terremoto, nel trasferirvi qui, vi abbia più presto giovato che nociuto.... i miei intendimenti non si spingevano tant’oltre; ma solo ad avere vostre contezze... è già la seconda volta che voi mi rendete servigio, per cui vi sono legata da un debito di riconoscenza, che mi tarda di solvere.... siete voi lieto che vi si abbia tolto via di frammezzo a’ vostri?
— Non lieto: felice!
— Se la è così, tanto meglio, perocchè mi torni oltremodo piacevole il potervi giovare.... ma voi soffrite della vostra ferita!
— Al contrario, madonna!.... oltre il balsamo imperiale che v’è piaciuto offrirmi, ho, per sanarmi, il balsamo della vostra presenza!.... se ho avuto uno schianto è stato quello di cadere laggiù, senza potervi nè difendere, nè salvare; ma adesso, al fianco vostro io sono così contento che mi sarebbe gioia il morire!
— O perchè dite.... perchè pensate codesto?
— Perchè la mia esistenza è sì misera e triste, che non merita nissun rimpianto.
— Non più della mia, certo!
— Permettetemi di dubitarne.
— Ormai, sono tutta sola al mondo.
— Ed io, dunque?
— Voi pure?
— Non mi resta nemmanco il conforto della vendetta, cui avrei potuto consacrare il mio intelletto ed il mio braccio, dove la reverenza dovuta a un estinto non me lo avesse vietato.
— Avete, dunque, molto sofferto?
— Oh, tanto, tanto!
E qui il giovane soldato narrò per diffuso la dolorosa istoria delle sue vicende alla vezzosa fanciulla, che — di rimpatto — gli espose le sue.
C’era una strana e quasi fatale conformità ne’ casi di que’ due giovinetti: orfani amendue, del paro allevati dalla loro terra natia, del paro nati di gentilesco casato e man mano scesi così in basso, che ormai la miseria rimaneva il loro unico retaggio.
Terminando la propria narrazione, Bianca si celò il volto tra le mani e ruppe in singhiozzi.
— Perchè piangete, madonna? — le domandò con premura Neruccio ch’erasi, nel frattempo, sollevato a sedere sul suo letticciuolo.
— Perchè piango? — gli rispose tra le lacrime la giovinetta — ma se Terremoto non giunge a salvare il mio vecchio nonno come ha potuto fare di voi; se i Nicelli me l’avessero ucciso, come mi hanno ucciso lo zio Gilberto e lo zio Malvicino; cosa volete che avvenga di me?
— Non avete verun altro congiunto?
— Qui, che mi voglia bene, nissuno!.... de’ Camia ce n’è disseminati per tutta la valle, ma la benvolenza e la predilezione del conte Giovanni hanno fatto sì che m’invidiassero assai più che non mi amino... oh, se il nonno mi manca io sono abbandonata!
— Badate, madonna, che Dio c’è per tutti!... so bene anch’io come le parole di conforto e le promesse di assistenza, che un meschino ferito pronunzia dal suo letto di dolori, non possano avere bastevole autorità a tranquillarvi!... ma, fra non guari... lo spero almeno.... sarò risanato, ed allora, quanto varranno queste mie due povere braccia, e le poche capacità della mia mente, e i molti.... e tutti gli affetti dell’animo mio; io ve li offro, madonna.... voi potrete disporne come meglio vi paia opportuno.
— Oh, grazie, messere!... voi siete un nobile e generoso cuore!... ma, a quale titolo.... ditemelo voi stesso... potrei io accettare coteste vostre proposizioni?
— A quello che più vi tornasse gradito: sarò, per voi, un amico, un fratello....
— Un fratello?....
— E vi amerò come tale.... e anche più, Bianca, inquantochè vi giuro, per la santa memoria di mia madre, che... dal mio nascere sin qui... nissuna donna valse mai ad ispirarmi i teneri e soavi sentimenti che voi mi destaste... e sino dacchè c’incontrammo l’anno passato a Parma.... il solo vedervi bastò per darmi come un trabalzo al core!.... mi pareva non fosse quella la prima volta che in voi m’imbattessi... avervi visto altrove, non fosse che ne’ miei sogni di fanciulletto, ne’ miei dormiveglia di adolescente....
E Neruccio diceva il vero.
Sono misteri dello spirito umano codesti, mille volte osservati, ma inesplicati sempre, che forniscono argomento a cui mette fede nella palingenesi e nelle nuove dottrine di Alano Kardec e di Flammarion. Certo che da essi non si giunge a trarre veruna diretta illazione; sfuggono ad ogni analisi psichica e fisiologica e si smarriscono in quello sterminato oceano che si chiama: il caso. Certo parimente, tuttavia, che esercitano soventi una grandissima influenza su le umane vicende.
Gli amori improvisi, subitanei, determinati da un semplice sguardo, quasi scintilla determinante lo incendio, noi mal sappiamo spiegarceli, se non per via di cosiffatti amori, i quali — nella genesi dell’amore — sono come i tempi preistorici in quella dell’uomo.
Quando una di cotali donne, che — relativamente a voi potrebbesi chiamare predestinata e fatale — vi cade la prima volta sott’occhio, voi non avete più indagini a fare, nè dimande a rivolgere al vostro cuore: amate già, amate quasi di un affetto antico, congenito: quella donna pare che, in qualche guisa, o sia già stata o debba indubiamente esser vostra, sicchè vi appartenga ad ogni modo; onde voi — da quel primo istante — la seguite, pigliate interesse ad ogni suo moto, ad ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, non diversamente appunto che se si trattasse di persona a voi legata dai vincoli più sacri.
Tanto era avvenuto di Neruccio a proposito di Bianca.
E la giovinetta subiva tanto più il fascino degli orizzonti affatto nuovi e completamente ignorati, che le andavano schiudendo le calde dichiarazioni del suo amatore, inquantocchè la situazione istessa in cui si trovava rimpetto a lui, aggiugnesse loro irresistibili attrattive.
La circostanza che glie lo aveva fatto incontrare la prima volta, era stata di natura da legarla a lui con un nodo indissolubile: quello della riconoscenza. Il transito da questo affetto, già per sè medesimo sì dolce, a quello anche più dolce dell’amore — sovratutto col valido efficente delle idee disperate che la predominavano — doveva necessariamente operarsi spontaneo e rampollare come cosa da cosa.
L’isolamento da cui sentivasi minacciata, le paure che le ispirava l’avvenire, non potevano che concorrere a spingerla tra le braccia dell’uomo, che in tanta miseria le profferiva, come refugio, il suo amore.
— Ebbene, sì — ella gli rispose, arrossendo — vi sono grata, messere, de’ sentimenti vostri, e li accetto tanto maggiormente di cuore, che non è più alla nepote invidiata del ricco e possente castellano, ma alla povera orfanella, priva omai di tetto come di famiglia, che si rivolgono le generose vostre proposizioni!... noi uniremo insieme i nostri dolori, per formarne una gioia: quella del nostro reciproco amore; poichè anch’io vi amo, Neruccio, ah, sì.... e anch’io sino da quella sera funesta che fu l’origine di tutte le mie sventure.... ci staccammo allora l’uno dall’altro e per sempre, e pure un’arcana voce del core mi andava susurrando tratto tratto che vi avrei riveduto.... la vostra imagine mi stava sempre dinanzi!
— E così a me la vostra, madonna! io la serbava nel più intimo del core, siccome reliquia di Terrasanta, e ogni giorno le inalzava una prece, un voto, che in questo punto Dio mi concede la suprema gioia di veder sodisfatta!
Con quelle rapide transizioni, a cui — auspice amore — si abbandona così facilmente l’età giovanile, i due innamorati dimenticavano d’un tratto, l’uno le proprie ferite, l’altra le proprie sventure, per slanciarsi a volo nello sconfinato empireo de’ loro sogni amorosi ed intessersi un avvenire tutto di fiori.
In simili affettuosi ragionari — sospesi solo un momento dal rientrare del vecchio Ridolfo, che ammanì loro qualche poco di pasto — i giovinetti trascorsero tutta quanta la giornata.
Neruccio contava — appena le sue ferite gli consentissero di trarsi di letto — di pigliare ingaggio come capo bandiera negli eserciti imperiali, che — malgrado la tregua — tornavano ad ingrossarsi per le spedizioni contro de’ turchi e de’ barbareschi; e l’ardimentosa fanciulla — qualora veramente il suo avolo fosse rimasto vittima dei Nicelli — si proponeva seguirlo dovunque.
Nella loro miseria, nelle loro sventure, que’ due poveretti si sentivano felici.
Tuttavia, man mano che s’inoltrava la notte, i tristi pensieri riprendevano il sopravvento nell’animo trangosciato di Bianca, che, dal prolungarsi dell’assenza di Terremoto, traeva i più funesti presagi.
Poco prima della mezzanotte e mentre le pupille del ferito cominciavano a farsi pesanti sotto un sonno riparatore; il colosso — con l’aria stravolta ed i segni del più profondo dolore impressi su le laide sembianze irruppe finalmente nella stanzetta.
— Ebbene.... ebbene? — gli si fe’ incontro a chiedergli ansiosamente la giovinetta.
— Ah, eccellenza, — le rispose, con voce rotta e tremante il suo fedele vassallo — quale orrore, croce del Gesù benedetta!... io n’ho la pelle anserina!...
— Il nonno, forse?... — interrogò quella con visibile trepidazione.
Terremoto rivolse i suoi occhioni cerulei al soffitto, mettendo un fragoroso sospiro.
— Sola? — gemè la fanciulla accostandosi istintivamente a Neruccio, che, ridesto di trabalzo al sopraggiungere del gigante, erasi rimesso a sedere sul letto — sola!... non mi resta dunque, più nulla!
— E qui ci scotta, eccellenza! — riprese a dire Terremoto. — questo, madonna, non è più luogo per voi.... bisogna ve ne allontaniate al più presto!
— Perchè?
— Perchè i Nicelli hanno giurato di sterminare quanti avanzano di vostra famiglia, di non darsi requie sinchè un Camia respira!
Capitolo XIV. Il cofanetto dello abate di San Savino.
Il punto nel quale i nicelleschi — dopo la presa della rôcca di Camia — avevano posto il loro bivacco, era una sorta di forra desolata, tutta paduli e fratte rimbrullite, schiusa tra Borgo San Bernardino e Roncovero sul margine di un picciol rivo, che sbocca nella Nure e che — d’allora in appresso — assunse il nome di Barbarone.
Quando — per lo allarme recato da’ tre corbellati da Terremoto — il grosso dell’orda si restituì tumultuariamente al castello con alla testa il Monte Ochino ed il marchese di Cattaragna, pochi scherani soltanto rimasero a custodia del prigioniero, che giaceva sempre nel bel mezzo del campo, steso boccone e co’ polsi allacciati alle reni.
Le fatiche della notte e — più ancora — il caldo della stagione che — sin dalle prime ore del giorno — si manifestava soffocante; aveva indotto il più di quegli uomini a sdraiarsi in su l’erba, dove l’un dopo l’altro, non istettero molto a cadere immersi nel sonno.
Due soli — a mo’ di sentinelle avanzate — teneansi ritti, dando le terga allo accampamento, l’uno rivolto a mezzodì, l’altro a settentrione.
Costretto dalla sua scomoda postura a premere il suolo col buzzo enorme ed a pungersi la faccia contro i brocchi e le ortiche; Giovanni il Grosso penava crudelmente. — In giunta, un raggio obliquo del primo sole lo feriva in pieno nel mezzo del capo che aveva scoperto e nudo così di cappello come di capelli.
A breve andare, si sentì divorare da una sete ardente, e cominciò a rangolare, chiedendo a bere in carità, prima con calma e dignitosa preghiera, indi con alto e disperato vociare.
I dormienti non però ruppero il sonno, nè gli badarono i vigilanti.
Solo uno, ch’era pur esso sdraiato a terra e pisolava, o fingeva — al reiterarsi di quelle grida strazianti — si levò su le ginocchia, e, sguaraguardato sospettosamente in giro per farsi certo che nissuno lo avertisse, strisciò carpone sino al ciglio del Barbarone e — dal filo d’aqua che in esso correva — tanta ne attinse da ricolmarne una sua borraccetta che portava a tracolla.
Con questa in mano, sempre catellon catellone, si avvicinò al prigioniero, e:
— Bevete, padron mio! — gli susurrò a voce smessa — bevete!
E gli profferse il refrigerio.
Giovanni il Grosso piegò la faccia di sguincio, e, raffigurato il suo Longino:
— Ah, sei tu Stefanaccio? — gli disse — ti ringrazio sai, il mio figlioccio.... oh, ti ringrazio molto!
Ed avidamente pose le labra alla fiasca.
Stefanaccio non apparteneva alla geldra nicellesca. Era uno dei navichieri della Nure, il quale — dopo aver aiutato il proprio padre e uno zio traghettare i conquistatori del castello di Camia — aveva lasciato i burchielli e mischiatosi loro un po’ per curiosità, ma molto più per lo interesse grande che gl’ispirava il suo vecchio signore.
La sua famiglia era suddita di Giovanni il Grosso, ed egli personalmente gli professava una particolar devozione, perchè s’era degnato servirgli di padrino al fonte battesimale.
Stefanaccio godeva fama di briacone e malvagio. — Forse non l’era; ma nissuno lo amava, nemmanco i suoi di famiglia ch’egli ripagava a misura di carbone.
D’un unica virtù gli si faceva concessione, quella di attenere scrupolosamente le promesse, quante volte lo avesse giurato per la salvezza dell’anima sua.
Stefanaccio era sovrammodo superstizioso.
Bassotto, tarchiato, tozzo, con le gambe alquanto sbilenche e le braccia più lunghe del convenevole e così male appiccicate alle spalle che le gomita gli toccavano costantemente i fianchi, e con una faccia olivigna, dalla fronte depressa, il naso camuso e le labra sottili e sbiancate, quas’interamente offuscata da’ cerfuglioni della lunga ed arruffata capellatura e dalle setole dell’ispida barba, che gli rampollavano sin dal sommo de’ zigomi; tal’era l’uomo ch’erasi di traforo accostato al prigioniero.
Come si fu dissetato:
— Figliuolo — soggiunse questi in tono insinuante di prece — io avrei mestieri parlarti, dimandarti un servigio che confido non sarai per niegarmi.
— Quando, santolo? — interrogò il navalestro.
— In su l’atto.... so io, per avventura, se mi avanzi solamente un’ora di vita?
— Canchero, messere!.... ma come ho a fare adesso?.... mi sbirci solo uno di que’ scampaforche, ed aggravignarmi e conciarmi per il dì delle feste, e’ sarebbe tutt’uno.
— Ripóniti appanciolato a due passi da me, fingi dormire, e non temere di nulla!... nessuno ti baderà!.... una tua risposta mi basta.... io t’ho a richiedere di cosa, che non ti costerà nè fatica, nè scomodo, nè timori, nè rischi.... mi giuri tu di compierla nel modo che t’indicherò io?
— Sì, padrone.
— Per la salvezza dell’anima tua?
— Per la salvezza dell’anima mia.
— Bene! dammi retta! ormai non ti domando altro!
Stefanaccio s’avvoltolò due volte per lo lungo su di sè stesso tanto da scostarsi un cotal poco dal vecchio Camia e s’acconciò in sorta da parere addormentato.
— Io non mi fo’ illusioni — cominciò questi allora, tenendo la bocca rivolta verso di lui e soffiando, per così dire, le parole sul suolo — tra poco, dacchè il Nicelli da Monte Ochino sia di ritorno, io avrò cessato di vivere.... ho i miei settanta ben conti e di tribolazioni a questo mondo ne ho già patito più che nol comportasse misura.... la morte, dunque, può canzonarmi di poco!.... ma ho un segreto, figlioccio, un segreto del più alto momento, il quale mi pesa abbia a scendere sotterra con me!.... però badami bene!.... a pena non ci sia proprio più scampo.... e non ce ne può essere! e che tu mi vegga e mi sappia finito; renditi difilato presso di Arcangelo Rinolfo.... tu lo conosci; Terremoto, il figlio del nostro antico castaldo.... lo rinverrai alla Chiappa, in casa del suo vecchio padre.... trovatolo, piglialo a quattr’occhi, ma così bene in disparte, che nissuno, manco l’aria, possa rubarti una sillaba, e ripetigli quanto adesso avrai udito da me.... sai dov’è che si sta costruendo la Torre Farnese?
— Lo so, padrone — mormorò Stefanaccio — lo so!
— Finora — continuò Giovanni il Grosso — non ne sono che gittate le fondamenta; ma a destra e sinistra vi si trovano già praticate due brevi ed anguste scalucce, le quali menano sotto i vôlti di sostruzione, che hanno a servire di casematte.... ebbene: che Terremoto lasci venire la notte, poi vi si rechi guardingo e scenda per quella a destra, verso mezzodì.... giunto al piè della scala, si ponga ritto con le calcagna proprio rasente l’alzata dell’ultimo gradino e dia cinque passi misurati in avanti in linea dritta al suo naso.... al fine di questi, si pieghi e troverà vicino allo zoccolo della muraglia una pietra riquadra del pavimento più larga delle altre e con un piccolo foro nel mezzo... vi conficchi un ferro auncinato.... gli basterà un grosso chiodo alquanto ricurvo in punta.... e tiri a sè con tutta forza chè la pietra non mancherà di venire.... bada bene a non dimenticare la minima indicazione!.... ripeti!
— La torre Farnese...
— La scaletta a destra...
— Noverare dal suo pie’ cinque passi....
— In linea diritta...
— Chinarsi presso il muro e trovare una pietra dello impiantito più larga dell’altre...
— E con un bucherello nel mezzo...
— Piantarvi dentro un rampino e tirare a sè.
— Bene!... e allora, prenda su ciò che vi troverà sotto: è un cofanetto di legno di rosa con capocchiette di argento.... lo porti seco gelosamente e, subito subito, senza darsi un attimo di riposo, lo vada a consegnare a donna Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, e le dica solo: questo, eccellenza, è il cofano di cui voi tenete la chiave.... hai inteso?
Ma Stefanaccio non gli dètte risposta. Un nugolo di polve ed un confuso bisbigliare lo aveva in quel punto avvertito del retrocedere dei Nicelli e — per scansare ogni rischio — s’era stimato in dovere di sbiettare quatto quatto dal suo posto per ritornarsi a sdraiare sul margine del Barbarone.
Giovanni Camia mise un profondo sospiro.
A un grido di allerta dell’uomo in vedetta verso mezzogiorno, i dormienti si scossero e balzarono in piedi in subbuglio, stirandosi e sbadigliando mentre riafferravano le armi.
I loro compagni riedevano sminuiti di numero e maledettamente rabbiosi per quanto era loro intervenuto nella rôcca di Camia.
Il conte Giovanni Ochino li capitanava sempre.
Scorgendo il prigioniero:
— A costui adesso! — gridò.
E, fattoglisi vicino, gli assestò un formidabile calcio alle costole.
— Non vi sapessi di ritorno — gemè il meschino mal trattato in tal guisa — e me lo annunzierebbe codesto vostro nobile tratto, conte di Monte Ochino!
— Per la croce! — sclamò questi ghignando — non mi stimare in uzzoli da badare alle tue ciance!... ormai dobbiamo intenderci e non altro....
E — come aveva fatto la prima volta — gli si piegò ginocchioni presso, dopo averlo rivoltolato con la faccia allo insù.
— Sai che t’ho detto — continuò abbassando la voce — o rivelarmi dov’hai riposto quel tuo còfano, o preparati a subire le più atroci torture.
— Sono pronto.... disponete!
— T’incocci assolutamente al silenzio?
— Ve lo ripeto: io so nulla di quanto esigete da me.
— Per non rimetterci di coscienza, ti vuo’ anzitutto particolareggiare quanto ho in animo di farti patire; poi ti deciderai!... spogliato che ti avremo di quelle tue vesti, ti farò vergare a sangue.... la pena de’ valletti, a te, nobiluomo!....
— Fate! fate! sono pronto!
— Quindi, così ignudo, impiccare pei piedi ad un albero, e strappare ad una ad una le ugne, ed applicarti il fuoco dove più ci senti e mazzerare in ogni parte del corpo....
— Fate! fate! sono pronto!
— Infine.... gloriati!.... configgere per le mani e pei piedi ad un legno come Gesù Salvatore e così, a poco a poco, scorticar vivo!
La voce morì in un rantolo tra le fauci infuocate del misero, sottoposto in prevenzione a quella tortura morale.
Non ebbe forza di rispondere una terza volta:
— Fate! fate! sono pronto!
Tuttavia non mutò avviso.
Tacque.
— Ebbene! — soggiunse fra’ denti, dopo la pausa di un momento, il Monte Ochino — la tua risposta definitiva!
— Fate!.... sono pronto!.... — susurrò a fior di labra il vecchio Camia.
E chiuse gli occhi.
Il Monte Ochino si rizzò in piedi e, voltosi, con impeto, a un gruppo de’ suoi:
— Un po’ di svago, figliuoli — gridò loro, con un cachinno infernale — martirizziamo costui!
Quegli uomini — come un’orda di demoni — si slanciarono sul disgraziato Camia, gli sciolsero le braccia, lo denudarono completamente e — dietro gli ordini del loro signore — cominciarono a menarne il più orribile strazio.
È strano che un essere umano potesse tollerare, senza piegarsi, sevizie tali, che oggi lo stesso narratore nemmanco ha l’animo di esporre, sì che la penna gli sfugge inorridita di mano.
Ma tanto potevano i tempi.
L’assuefazione alle cose atroci, come attutiva il sentimento — per quel misterioso legame che aggiugne al fisico il morale — doveva eziandio rafforzare sì fattamente le fibre da renderle suscettive di patimenti, che oggi farebbero cedere o perire chiunque.
Capitolo XV. Il Crocefisso.
Nel proposito di attendere all’altra parte della grave missione che gli era stata imposta da Bianca; Terremoto — subito dopo aver posto in salvo Neruccio — erasi affrettatamente allontanato dal casolare paterno e risospintosi di nuovo nella rôcca di Camia, passando per la via sotterranea, della quale inanzi tutto ebbe cura di richiudere il pozzo traditore.
Ma la rôcca di Camia era completamente deserta. — Gli stessi feriti non giacevano più su i sacconi del dormitorio de’ servi.
Conveniva ammettere che i Nicelli avessero definitivamente abbandonato quel luogo per far ritorno ai loro covili.
Questa volta, però, invece di scendere al basso verso tramontana, e’ s’inerpicò a monti verso mezzodì, nella ferma fiducia che queglino pure avessero dovuto prendere la medesima direzione.
Varie circostanze concomitavano a ribadirlo in simile persuadimento.
In prima linea, lo aver divinato come fossero eglino istessi che avevano rasentato le ruine di San Savino, nella tremenda notte in cui egli faceva ricerca del proprio padre; in seconda, le indicazioni di Pellegrino di Leuthen, udite ripetere durante il suo soggiorno alla rôcca, secondo le quali designavasi Castel Canafurone siccome il luogo de’ loro convegni.
Rimontò, quindi, il corso della Nure, costeggiandone la ripa sino a Cogno San Savino, poi — divergendo alla propria destra traverso i ricchi pascoli di Vediceto e Mareto — guadò le sorgenti della Lobbia e si lanciò su gli aspri pinacoli di monte Acereto, che — frammezzo i bruni cespugli di lichene islandico onde si rivestono i suoi versanti meridionali tra Metteglia e Ciregna — lo condussero alla mèta della sua escursione.
Ma — al paro della rôcca di Camia — anche Castel Canafurone era muto e deserto.
S’aggirò allora pe’ dintorni, spingendosi — da un lato — su le rive della Trebbia sino alla stradicciuola bordata dal narcotico giusquiamo che mena a quella chiesetta dell’Ozzola che Lanfranco da Parma arricchì poi de’ tesori del suo pennello; — dall’altro — fra le nude rocce, e gli sfiancati burroni delle Ferriere, alle falde di Monte Nero, al Roccone dell’Orso e, su su, sino a Cassimoreno, dove nidificano le aquile e si rintanano i lupi.
Ma tutto inutilmente.
La natura selvaggia di quelle inospiti regioni pareva aver cacciato in bando gli uomini, che pure, su quegli alti cacumi, avrebbero dovuto credere d’essere tanto più vicini a Dio. — Ma forse è legge che l’uomo cerchi sempre di allontanarsene.
Nella lunga sua corsa, il gigante non s’era imbattuto che in pochi villani nessuno de’ quali aveva saputo rispondere alle sue domande.
Solo — mentre rifaceva la sua via a capo chino come il segugio quando ha smarrito la pesta del selvaggiume — una vecchia comare, che saliva dalla pianura, potè dargli qualche vago indizio de’ Nicelli che — diceva lei — da parecchi giorni tenevano in isgomento e mettevano a soquadro tutta quanta la valle. — Un navichiero della Nure le aveva narrato molte brutte faccende di loro e che si trovavano tutti insino all’ultimo raccolti ed accampati ne’ pressi di San Giovanni di Bettola.
Terremoto non chiedeva di più.
Ripigliò la strada tra le gambe e ridiscese frettoloso al piano.
Ma, nel lungo e faticoso suo viaggio, aveva sciupato la massima parte della giornata; poi — a Cogno San Bassano — s’era dovuto arrestare a refocilarsi in una grama tavernaccia, chè si sentiva affiochire di fame; per cui, quando girò di nuovo intorno intorno alla rôcca di Camia, per recarsi a Borgo San Bernardino; la notte era scesa da più ore.
Più s’accostava al punto, dove — secondo altre notizie raccolte nella taverna — aveva ragione di supporre che si trovassero radunati i nicelleschi; e più un malessere indefinibile, una malinconia profonda s’impadroniva di lui.
Era stanchezza?... era quella misteriosa sospensione dell’animo, che ingombra quasi sempre chi si trova nottivago per le campagne deserte e silenti?... era presentimento di non lontana sciagura?