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Terremoto

PARTE QUINTA. P. L. A. C.

Reading edition

Capitolo LII. I prigionieri.

Su la soglia di quel medesimo e misero tugurio della Chiappa, a’ piedi di monte Osèro, dove già scorreva una vita tranquilla e modestamente lieta la famigliuola dei Rinolfo e che, da lungo — dopo la morte del vecchio Luca — trovavasi muta, diserta, spalancata a’ quattro venti e dominio de’ topi e delle lucertole; teneasi adesso in atto sospettoso e quasi in vedetta il protagonista di questa nostra istoria.

Il verno era in tutto il suo stridore; le circostanti campagne e massime i colli ed i monti, coperti interamente da un altissimo strato di neve, biancheggiavano al raggio della luna, spandendo tutto intorno un luciore vivo insieme e melanconico, su cui spiccavano nere e taglienti le ombre pesanti della notte.

Non percepivasi suono il più lieve per quanto s’acuisse l’udito; la terra pareva una sterminata necropoli, in cui tutto fosse morto; gli uomini come gli animali, gli alberi come le erbe.

Solo — di tratto in tratto — uno squillo lontano, lontano, flebile come il sospiro ultimo di un moriente, fendeva l’aria diacciata e andava a perdersi per le convalli, ripercosso in vibrazioni infinitesimali, che pareano il tremolìo di un’arpa, toccata non dalla mano dell’uomo, ma dal soffio di tramontana.

Era probabilmente la campana di Cogno San Savino, che suonava l’Angelus e le Avemmarie della sera.

Dentro il casolare — nella più riposta sua stanza — ascondevasi una donna tutta imbacuccata in un grossolano ferraiolo virile, tra le pieghe del quale studiavasi amorosamente d’avvolgere una bambinetta poco più in su dei due anni.

Quella donna noi l’abbiamo vista una prima volta a Parma, sin dal principio di questa narrazione, in circostanza del solenne ingresso che vi fece papa Paolo III; l’abbiamo riveduta nella rôcca di Camia, al momento in cui vi facevano invasione e massacro i Nicelli; poi a Castell’Arquato presso i signori di Santafiora; poi a Perugia, durante la guerra del sale, e finalmente l’abbiamo perduta di vista a Castel Leone di Cremona, d’onde l’aveano presumibilmente allontanata le insidie di Pellegrino di Leuthen e di Olimpia de’ Marazzani.

Quella donna, era la nostra Bianca della Staffa.

Ma, ohimè, quanto cangiata!

Era sempre giovine, ma di quella giovinezza infelice che già fievolmente combatte contro gli assalti di una precoce maturità; — era sempre bella, ma di una bellezza pallida, meditabonda, severa, assai più fatta per ispirare la reverenza e la pietà che non i dorati sogni d’amore.

E stava seduta, o piuttosto, accoccolata s’uno scannello, con in braccio quella bionda creaturina, che sbatteva i denti pel freddo, e — a quando a quando — volgeva all’uscio uno sguardo insieme ansioso e trepidante, come sperasse o temesse di là dovesse giungerle qualche fausto od infausto annunzio.

Come accadeva tutto ciò?

Spiegamolo al lettore.

Terremoto — come frequentemente ci corse obligo di avertirlo — non brillava nè per intelligenza nè per perspicacia. Contento però d’aver contribuito — e come! — al rovescio de’ malaugurosi progetti macchinati dai Fieschi ed anche un poco da Pierluigi Farnese; e’ se ne riedeva a Piacenza, preoccupato solo di adempiere allo incarico affidatogli da’ suoi due signori ed amici, ch’era quello di speculare come si trovassero le faccende in seno alla novella corte farnesiana e di riferirne loro a pena fossero di ritorno.

Mai più s’imaginava il dabbene, che qualcuno degli uomini, spediti dal duca in soccorso de’ Fieschi e ch’erano retrocessi prima di lui, si fossero informati, inanzi di partire da Genova, dei particolari della morte di Gianluigi e ne potessero additare in lui l’uccisore.

Invece, tanto appunto era intervenuto e Pierluigi Farnese, che avea risaputo ogni cosa, non solamente sentivasi animato dal più acerbo sdegno contro di lui, ma eziandio contro il conte Anguissola ed il capitano Giovanni Osca, di cui egli era riconosciuto a corte come familiare e valletto.

Ned era questa la prima volta che Pierluigi concepiva sospetti sul conto di Terremoto.

Sin da quando lo rivide in Piacenza a’ fianchi di que’ suoi due capitani, gli parve di riconoscere in lui il formidabile gigante che — a due riprese — prima a Castell’Arquato, poscia a Perugia — gli aveva strappato di mano la giovine della Staffa.

Ma sì lungo tempo era intercorso, da un lato; dall’altro, non stimando di averlo più a temere; punto o ben poco se ne curò.

Adesso, per altro — udendoselo denunziare quale suo perseverante nimico e ministro primo di un delitto di sangue, che rovesciava, a un tempo, uno dei suoi piani meglio combinati — tutto il suo antico livore gli si risvegliò nell’animo feroce e — dal letto, su cui lo teneano chiovato gli abituali malanni — impartì l’ordine al Bombaglino ed al Trentacoste che — se mai quel furfante osasse ripresentarsi a Piacenza — venisse tosto arrestato e tradotto nelle carceri della cittadella.

Quando, dunque, il buon Terremoto — insciente affatto del destino che l’aspettava — fece ritorno in Piacenza, ivi trovavansi già in agguato gli sgherri dei due capitani del duca, pronti a rovinargli addosso a pena venisse loro dato di scorgerlo.

E siccome — dalle descrizioni, che ne avea fatto il medesimo duca, e dal ricordo di quanto era toccato a parecchi di loro nell’osteria della Magione, al Bombaglino in ispecie — sapevano con che razza d’uomo avessero a fare; ci si erano messi in molti, ed armati tutti sino ai denti, e muniti di un intero arsenale di funi e di catene, perchè — ad ogni modo — non riuscisse a scappar loro dall’ugne.

Nè, infatti — malgrado la sua forza fenomenale — egli vi riuscì.

Inerme affatto, sovraccolto alle spalle da mezza serqua di quegli eroi, imbavagliato, stretto da ceppi e da corde, alle braccia e alle gambe, prima ancora che avesse il tempo di orizontarsi e di sapere tra quali mani fosse caduto; egli non potè tentare che una debolissima resistenza e — in onta a questa — venne coricato su d’una carriuola, trasportato a braccia in cittadella ed ivi chiuso nella prima carcere che si trovò sgombra.

Al momento in cui Terremoto cadde in balìa dei sbirri di Pierluigi, che potevan essere intorno alle quattr’ore del pomeriggio, il duca — informato dell’avventuroso caso — nissun provedimento volle, o potè assumere a di lui riguardo, dappoichè stesse contorcendosi sotto gli spasimi delle sue sordide malattie e fosse, frattanto, inteso a farsi ripetere e confermare per la millantesima volta l’oroscopo trattogli dal suo astrologo nel 1537 e che leggeva: «Saturnus genituræ Dominus ab Jove recepitus tibi annos pollicetur 70, vel circiter.... Mors tua erat naturalis, sed provenient ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione, aut nimio coitu post crapulam,» e l’altro trattogli cinque soli anni prima e secondo il quale gli era presagito che Venere «tibi gaudia, et corporis salubritatem solito robustiorem pollicetur, dumodo nimiam bibitionem, crapulam, e crebrum, sive nimium coitum effugias» e simili corbellerie.

Terremoto venne però cacciato — come abbiamo detto più sopra — entro il primo carcere, che si trovò spiccio, ch’era una stambergaccia, al pianterreno della cittadella, avente luce da due piccole finestruole aperte su l’alto delle muraglie verso un cortiletto interno, e ch’era tutta quanta ingombra d’arnesi dalle più strane ed orribili forme.

Quella stambergaccia dal pavimento terreo ed umidiccio, dal vôlto basso, schiacciante ed affumigato era, difatti, la camera dei tormenti.

Gli scherani lo aveano, di prima giunta, buttato là dentro, perocchè tutte l’altre prigioni fossero occupate da altrettante vittime della farnesiana tirannide.

Lasciato solo, il gigante si guatò intorno intorno per riconoscere il luogo; osservò e palpò ad uno ad uno — non senza qualche ribrezzo — i cavalletti, gli eculei, le ruote, i cunei, i brageri e gli altri diversi stromenti di supplizio che a quello faceano da mobiliare e — visto giacere in un canto un saccone rimborrato di paglia, che — in mancanza di meglio — potea fungere da letto; com’era alquanto stracco per la camminata fornita, vi si sdraiò sopra e — con la tranquilla coscienza del giusto, malgrado i pericoli di morte, da cui era intorniato — non istette guari a lasciarsi vincere dal sonno.

Stringendo il verno, la notte era presto calata.

Terremoto dormiva forse da un paio d’ore, quando si destò di sobbalzo sotto l’impero di un pauroso sognaccio, che avea attinto tutte le proporzioni e i caratteri dell’incubo. Pareagli, dormendo, d’essere, a sua volta — come avea visto il misero suo signore Giovanni Camia — legato in croce a due legni e, da un orda di satanassi e di gnomi, che gli sputavano in faccia faville e brage ardenti, mutilato e scuoiato vivo.

L’orrore lo fece levar su un cotal po’ sul suo giaciglio di paglia e starvi alquanto tra lo sdraiato e il seduto, come in trepida attesa.

In quella tenzione de’ sensi, frammezzo il perfetto silenzio che regnava per la cittadella, gli giunse all’orecchio un gemito così fioco, così a pena percettibile, che sembrava un sospiro.

Prestò maggiormente attenzione e il gemito si rinnovò; catellon catellone si trascinò verso la parte, d’onde parea provenisse, e lo udì ripetersi anche più distinto, ed allora — per una di quelle repentine intuizioni, che son pur nel vero, ma delle quali arduo riesce il rendersi un conto esatto — credette riconoscere in quel languidissimo suono la voce della diletta sua signora.

Nè un siffatto pensiero gli ebbe così tosto attraversato il cervello che la riflessione soccorse a dimostrarglielo oltremodo fondato. Bianca era stata rapita da Castel Leone per ordine, al certo, di Pierluigi Farnese; Bianca trovavasi, dunque, in balìa di costui: nulla, quindi, di più naturale ch’ella pure gemesse sepolta entro quella tomba di vivi.

Ma un uomo della devozione, del carattere, della tempra, delle abitudini di Terremoto non poteva, non doveva arrestarsi a quelle semplici deduzioni. Sinchè si fosse semplicemente trattato di lui, egli poteva benissimo, con quella trascuranza ch’era un pochino distintivo de’ tempi, lasciar correre le faccende per la loro china ed anco affrontare indifferentemente la morte; ma — dappoichè si trattava della sua signora — mutava specie; bisognava, a ogni costo salvarla.

Il dubio di pigliar equivoco, di cadere in errore, non gli si affacciò tampoco alla mente: questa — o piuttosto il core — gli aveva detto che la sua vicina di carcere doveva essere Bianca della Staffa ed omai gli parea cosa certa quanto una verità matematicamente provata.

Non gli rimaneva, quindi, che trovare il modo di trarla a salvamento ed — anzitutto — quello di avvicinarla e parlarle, nè per ciò poteva scorgerne uno diverso dallo aprirsi un adito nel muro e penetrare sino a lei.

Chiunque altro si sarebbe sgomentato così ad un tanto temerario proposito, da non tentarlo neppure; ma Terremoto no.

Egli, invece — giovandosi del poco lume, che piovea nello stanzone dalle due finestruole — e che le nevi rendevano meglio efficace — trascelse, fra gli arnesi di tortura, ond’era circondato, tutti quelli che più potevano servirgli alla bisogna, come a dire: cunei e pungiglioni di ferro, mazzuoli e bracci di leva, e — con essi — si riaccostò di nuovo al punto della parete, da cui aveva udito più sensibile il gemito della supposta prigioniera, e si accinse risolutamente all’arduo suo cómpito.

Non rompeva ancor l’alba che egli già lo aveva ultimato.

Un foro riquadro d’un metro circa per ciascun lato lo metteva in comunicazione diretta con l’ambiente, da cui gli era giunto all’orecchio il gemito rivelatore.

Vi entrò carpone.

Non s’era ingannato.

In quell’ambiente trovavasi Bianca della Staffa, con tra le braccia una piccola creaturina. Senonchè l’ambiente, invece d’una prigione, era una magnifica ed ampia stanza da letto splendidamente addobbata, la quale di prigione non avea altro che i robusti usci serrati e le grosse spranghe di ferro che ne sbarravano le finestre.

Tenuta desta dallo inconsueto e strano martellare di Terremoto — da molte ore — stava Bianca vegliando, sospesa sempre, tra la paura e la speranza.

Dire quale tumulto di affetti suscitasse nel di lei animo l’apparizione improvisa del suo antico e fedele familio, non è attributo concesso alla fredda parola del narratore.

Ella fu sul punto di svenire.

Terremoto si struggeva pel desiderio di interrogarla. Ma, in quel medesimo punto, un pallido raggio di sole, che penetrava per le socchiuse imposte ed uno scricchiolìo, che si fece sentire nella camera attigua, lo consigliarono a temporeggiare e a riguadagnare sollecito la propria prigione, dopo aver mormorato all’orecchio della signora.

— Tenetevi pronta!... bisogna scappare!

Lo scricchiolìo era prodotto da una chiave che girava nella toppa.

A pena, infatti, Terremoto fu rientrato nella camera dei tormenti, che l’uscio se ne schiuse ed un grosso omaccione, dalla grinta tutta butteri di vaiuolo e bitorzoli vinosi, vi si fe’ inanzi, dondolandosi a mo’ d’un papero, e recando nell’una mano una scodella di cattiva zuppa e nell’altra un piccolo orcio ripieno d’aqua.

Il mazzo di chiavi che gli penzolava dalla cintola lo denotava a sufficienza pel carceriere.

Costui s’introdusse sbadatamente nella sala della tortura, senza sapere con quale razza d’uomo si avesse da fare.

I berrovieri che, il dì inanzi, s’erano impadroniti di Terremoto — cacciatolo entro quella sala, come l’unica spiccia, e scioltolo affrettatamente de’ molti vincoli, onde lo aveano stretto — non ad altro pensarono se non ad uscirne, con l’ali ai piedi, ed a rinchiuderne la porta a chiavistello con la chiave che trovavasi di consueto in su la toppa e che — solamente dopo quella cattura — l’uno d’essi tolse dalla serratura e consegnò al carceriere, affinchè l’aggiugnesse allo enorme suo mazzo, ma senza — per altro — porgergli schiarimento ed aviso alcuno circa il novello suo carcerato.

Egli è però — ripetiamo — che costui si fece innanzi, con la sua brocca d’aqua nell’una e la sua scodella di melopia nell’altra, senza dubitare, nemmeno per sogno, d’aversi a trovare di fronte d’un uomo, che — se manco ignorato — potea lasciare di sè la fama istessa del mitologico Ercole e del biblico Sansone.

Questi — per contro — era tanto in su lo aviso che — fossero pur stati dieci, e non uno solo, gli uomini, che sovraggiungevano a visitarlo — egli avea già seco medesimo divisato di combatterli e sterminarli tutti.

Figuriamoci poi trattandosi di uno solo!

Povero carceriere!

Non era egli, infatti, così entrato nella prigione e mentre stava tuttavia girando intorno intorno l’occhio imbambolato, per riconoscere il suo nuovo pigionale; che due branche di ferro lo azzanarono a’ lombi e, sollevatolo di pianta, lo slanciarono a fracassarsi il cranio contro i denti ferrati d’una ruota da supplizio.

Il misero — a pena si sentì, in tal maniera, aggredito — lasciò cascarsi l’orcio da un lato e la scodella dall’altra ed — agitando disperatamente le braccia — raccolse tutto il fiato, che avea ne’ polmoni, per mandar fuori un alto grido d’all’arme; ma fu sì rapido ed inaspettato l’attacco, che il grido gli morì in un rantolo nella strozza.

Battendo con la nuca sul ferreo ordegno, contro il quale Terremoto lo avea scaraventato di tutta forza, l’osso craniale gli si spaccò in due, come una boccia incrinata, e le cervella schizzarono a bruttare le pareti ed il pavimento della lurida stanza.

Vistolo immoto, il gigante gli fu immediatamente sopra, gli staccò dalla cintola il mazzo delle chiavi; indi volò alla porta, rimasta semichiusa.

Ne uscì pian piano, la rinchiuse e la chiavistellò.

Per tal modo, egli assecuravasi che nessuno potesse entrare nella sua carcere e scuoprire la morte del carceriere e la sua evasione.

Benchè tardo di mente, la gravità del pericolo, l’urgenza di scamparne, gli davano una facilità di concezione che non era da lui.

L’uscio della camera de’ tormenti metteva ad uno angusto corritoio, il quale — a destra — andava a sboccare in un’ampia sala, tutta contornata di grezzi seggioloni a cuscini di cuoio e con in mezzo un grande tavolo coperto da un negro tappeto. Probabilmente era la sala de’ giudizi: e questa adduceva ad altre, che poi aveano sfogo su d’un cortile.

Da simil parte non poteva, dunque, convenire lo avventurarsi, imperocchè fosse ovvio che — per quanto si dovesse approdare a un egresso — tornava indispensabile il transitare per ambienti abitati e custoditi sa Iddio da quale sterminato novero di servidori e di sgherri.

Laonde Terremoto retrocesse e tentò l’altro ramo, che si prolungava a sinistra.

Questo terminava ad una stretta e bassa postierla, al sommo della quale, un piccolo occhio di pavone sbarrato di ferro, lasciava scorgere chiaramente come, per essa, si potesse uscire liberamente all’aperto.

Era, di fatto, la postierla per cui si smaltivano i cadaveri de’ morti in prigione, o sotto gli spasimi della tortura: una specie di porta libitinense.

Felice dell’avventurata scoperta, il buon Rinolfo ne osservò attentamente la serratura e si dispose ad esperimentarvi su — l’una dopo l’altra — tutte quante le chiavi penzolanti dal grosso anello, che teneva fra mani. Ma non ebbe mestiere di esaurire tale uggiosa bisogna: al secondo giro della terza chiave la stanghetta della toppa cedette, la pesante postierla girò silenziosa su’ propri cardini ed egli potette convincersi di non essersi male apposto supponendo che, per essa, si avesse direttamente adito fuori delle mura della cittadella.

In due salti, egli ritornò, quindi, alla camera dei tormenti, e, da questa — sgattaiolando pel foro che egli stesso avea poco prima praticato — passò in quella, dove trovavasi Bianca, e — senza trattenersi in perigliose ed inutili spiegazioni:

— Seguitemi — le disse, con tono quasi imperioso — possiamo fuggircene, senza alcun rischio.

La giovine donna lo guatò stupita, come mal sapesse acconciarsi a prestar fede a quelle sue iattanti promesse; ma egli non le lasciò agio nè di muovergli una domanda od una obiezione, nè di smarrirsi nei dubî e nelle paure e — strettala per una mano:

— Seguitemi, madonna — le ribattè — seguitemi subito, o guai per l’anima vostra!

Bianca, dominata, non ebbe cuore di muover verbo; si strinse al seno la bambinetta, che le dormiva fra le braccia, e lo seguì.

Pochi minuti dopo erano fuori della cittadella.

La sera dello stesso giorno ricovravano nel casolare della Chiappa, dove li abbiamo visti al principio di questo capitolo.

Capitolo LIII. Stefanaccio.

Mentre la meschina donna — ravviluppata con la sua creaturina entro un grossolano mantello, che il suo fido servo erasi fatto cedere in cammino da un antico vassallo de’ Camia — cercava un po’ di riposo alle fatiche ed alle emozioni di quella memoranda giornata; egli — Terremoto — teneasi, come abbiam detto, in sentinella su la porta del povero tugurio, affin di vedere se mai — per mala sorte — la sua fuga e quella della sua signora fosse stata troppo presto scoperta e le cavallerie del Farnese sguinzagliate a dar loro la caccia.

Nel caso di quella scoperta non c’era altro d’aspettarsi.

Stava da mezz’ora circa in quella postura, allorchè gli parve vedere inoltrarsi alla sua volta una piccola forma umana che disegnavasi in nero sul bianco della neve nel modo più strano e grottesco.

Le gambe — perchè due sole — comunque torte e bistorte, apparivano pur sempre quelle di un uomo, ma il restante — le braccia lunghe così che quasi toccavano il suolo; la testa avvallata in guisa tra le spalle da non lasciare nessunissimo posto pel collo; i capelli irsuti, scarmigliati, lunghissimi tanto da parere piuttosto un fastello di vetrici o di sarmenti — aveva più che altro dello animalesco e bestiale.

Terremoto che — lunghesso la via fornita — erasi andato agguerrendo ed armando di tutto punto, onde essere parato ad ogni possibile evento; s’impostò all’omero un grosso moschettone, sul quale s’era finallora appoggiato e stette in attesa.

Quando l’ibrido personaggio, gli fu a portata dell’arma:

— Chi sei? cosa vuoi? — gli gridò con voce tonante.

— Ah, vi riconosco — gli rispose una voce rauca e belante — siete voi, finalmente, Arcangiolo!

— Ma io non riconoscovi — fece Terremoto, senza levarsi il moschetto di spalla — e se non vi decidete a ragguagliarmi, e presto, sul vero esser vostro, giuro al cielo che....

— Non vi mettete in collera, per mia cagione... oh, sarebbe il peggio de’ spropositi, in cui poteste incapare!... io non vi sono nimico; al contrario, vengo a voi per faccenda, che v’ha a destare sommo interesse; vengo a voi per incarico espresso di messere il conte Giovanni Camia, il Grosso, buon’anima sua!

— Messere il conte?... ma egli è morto da omai nove anni buoni!

— Ed egli è appunto dal momento della sua morte, che io tengo questo incarico per voi.

— Ma il vostro nome; dunque?

— Domine! e che non l’avete per anco indovinato? ma sono Stefanaccio, il solo superstite de’ batellieri al navalestro della Nure, tra Camia e Borgo San Bernardino.

— Oh, che Iddio vi danni — borbottò Terremoto — e perchè non dirmelo a tutto prima?

E si rimise l’arma al piede, lasciando così che il mal sagomato navichiere potesse accostarglisi liberamente.

Come gli fu così presso da poterne ben scorgere e riconoscere le laide sembianze:

— Ah, siete proprio voi — riprese — non c’è rischio di prendere equivoco.

Forse al lettore sarà caduto di mente; ma noi traemmo Stefanaccio in iscena sin dal principio di questa nostra narrazione. Lo abbiamo visto assistere alla tortura ed alla morte di Giovanni Camia, del quale era, a un tempo e vassallo e figlioccio, e fargli un solenne giuramento, cui la sua natura sovrammodo superstiziosa non gli avrebbe consentito di mancare.

— E voi dite — continuò il gigante — che venite a me con un incarico di messere il conte, già mio ottimo e riverito signore?

— Sì, Arcangiolo mio — rispose il batelliere — ed un incarico che, da nove anni, mi pesa su la coscienza peggio del più grosso tra i sette peccati capitali.

— E qual è, dunque? sentiamo!

Lì Stefanaccio gli narrò, in prima, tutte le sevizie e i maltrattamenti, onde i Nicelli aveano reso vittime il loro antico signore e, quando fu a dire del momento, in cui quella nidiata di malandrini, chiamati dai due dei loro, abbandonarono, d’improviso l’accampamento, non lasciandovi, a vegliarlo, chè un paio di scolte:

— Il conte — seguitò — gemeva e sbuffava corcato supino e col sollione, che gli bruciava dritto dritto la cappa del cervello.... il pover’omo avea una sete da Gesù Nazareno e strillava: «aqua! aqua!» ch’era uno stringimento di core a sentirlo.... Io gliene recai un pochino nella mia fiasca ed, appanciolatomi di costa a lui, glie ne dètti bevere.... Allora e’ mi guatò di sottecche e, riconoscendomi, mi pregò d’un servizio e mi fece giurare su la salvezza dell’anima mia di adempierlo scrupolosamente e di non farne mai verbo se non con la persona, cui m’avrebbe mandato... questa persona, Arcangiolo, siete appunto voi.

— E cosa vi commise di dirmi?

— Siamo qui al punto.... Io vi ripeto le sue parole, una ad una, tali quali gli uscirono allora di bocca.... Bada, Stefanaccio; mi disse, a pena tu mi veda, e mi sappia finito, e corri subito a casa di Arcangelo Rinolfo, il figliuolo dello antico mio castaldo, e a quattr’occhi, senza che manco l’aria possa portarti via una parola, digli che, nel core della notte, si rechi guardingo alla torre Farnese... sapete bene dov’è la Torre Farnese?

— Sì, sì — rispose Terremoto.

— Adesso la è compiuta e ci risieggono anco dentro que’ cari commessari di Sua Magnificenza il serenissimo nostro novo duca, che, per spellare i poveri valligiani, sono il flagello vero di questi nostri paesi; ma allora e’ non n’erano gittate che le fondamenta.

— Tirate inanzi, Stefanaccio.

— Che si rechi dunque di notte alla Torre e scenda nella casamatta di destra, verso mezzodì... al piè della scaluccia, che vi conduce, si situi dritto col tallone proprio rasente l’ultimo gradino e muti cinque passi in avanti.... a capo di questi, si pieghi e presso lo zoccolo troverà una pietra del pavimento con in mezzo un piccolo foro.... v’insinui un uncino, un ferro qualunque e tragga a sè la pietra, che cederà facilmente.... sotto, c’è un còfano di legno di sandalo a chiodetti di argento.... lo prenda, lo porti seco cautamente, e vada subito a consegnarlo a donna Costanza Sforza di Santafiora, signora di Castell’Arquato, dicendole: «questo è il cofanetto, di cui voi tenete la chiave?»

— Eh sì, donna Costanza.... ma già da due anni, anche donna Costanza non è più di questo mondo!

— C’è bene sempre il su’ figliolo, messer il conte Sforza Sforza, che, avendone redato tutte le signorie e sostanze, terrà certo in sue mani anche quella tal chiave!

— Per la croce.... che mistero c’è sotto in cotesto?

— Grave di molto, Arcangelo, pe’ giuramenti sacrosanti che il povero messer conte esigette prima di confidarmi il suo segreto.

— E come non pensaste subito?...

— A pena lui morto, corsi diviato qui istesso; ma voi non ci eravate: rimise allora la cosa all’indomani mattina; ma all’indomani il vostro babbo in persona mi disse che avevate preso la via de’ monti, nè sapea quando sareste per ritornare.... vi aspettai, vi aspettai, e son nove anni che aspetto; ma, prima d’ora, non vi ho più riveduto.

— Avete ragione, Stefanaccio: e vi ringrazio anche per conto dell’anima riconoscente del nostro defunto signore, che vi terrà conto di lassù del vostro zelo e della vostra prudenza.

— Lo credete, sì, Arcangelo?

— Ne vo’ certo!

— Egli è che, quando il tiro secco mi colga, de’ conti da regolare con Nostro Signore Iddio benedetto ce n’avrò parecchi e, se non è appunto qualche anima buona che s’interponga a blandirne la collera, temo forte, e dassenno, di non poter scampare a qualche briciolo di arrostitura!

— Sperate! sperate!

— E non vi parrebb’egli che questa notte medesima fosse momento opportuno?

— A far che?

— A compiere la missione che v’ha lasciato messere il conte Giovanni?

— Ma non m’avete detto che la Torre Farnese è già occupata da’ Commessari del Duca?

— Vero; ma io ci tengo le mie entrature.... Mastro Pietrone, il custode, è mio zio dal lato di madre ed è uomo eretico a segno che di vin battezzato non vuole udirne a parlare.... si potrebbe andargli a fare una visita; io vi presenterei e, mentre si stesse trincando e facendogli perdere, com’è facile, il lume della ragione, voi avreste il campo....

— No, no: questa notte non posso....

— Non siete solo qua dentro?

— Non sono solo.

— E, s’è lecito?...

— Non è lecito, Stefanaccio.

— Bene, bene, come vi aggrada.... ma se in alcuna cosa vi posso tornare giovevole.... gretto, salvatico, briacone anche se volete, ma sempre pronto a rendere servigio a un vecchio amico: non avete che ad aprir bocca.

— Vi ringrazio di nuovo, Stefanaccio; ma.... pel momento....

In quella s’udì un lontano rumore.

— Tsitt — fece Terremoto, protendendo inanzi il collo ed accartocciandosi la mano intorno all’orecchio, affine di meglio ascoltare — che è questo mai?

Stettero un momento in silenzio.

— E’ mi pare — fece Stefanaccio — che siano persone, e anche non poche, dirette verso questa banda.

— Vi pare, sì?

— Lo giurerei.... giurerei eziandio che sono gente a cavallo.

— Santi del Paradiso!

— Cos’avete, Terremoto?

— Ho.... ho.... infine vel posso dire: ho che dentro questa misera capanna ci stà nientemeno chè la misera nipote del nostro vecchio signore...

— Donna Bianca della Staffa?

— Appunto.... donna Bianca della Staffa che io sono riuscito a strappare dalle ladre ugne di monsignor il Duca.

— Gesummio.... cosa sento?

— E cotesti, che vengono, sono senza dubio suoi scherani sguinzagliati su le nostre traccie.

— Cosa intendete fare?

— Non lo so, Stefanaccio, non lo so; ma difendere sino all’ultimo respiro la mia giovine signora.

— Ed io con voi, Terremoto.... se nostro Signore Iddio non vuole tenermi conto del poco bene, che ho fatto sinora, ce ne aggiungerò un altro tanto, affinchè non mi possa niegare il suo perdono!

— Non c’è più dubio, Stefanaccio: sono uomini a cavallo.... chiudiamo, chiudiamo la porta, asserragliamola, prepariamoci alla difesa.... oh, perchè siamo d’inverno!

Il superstizioso Terremoto pensava sempre alla predizione di Gerolamo Cardano: temeva si dovesse avverare e, non tanto per sè, come sempre, quanto per l’amata persona, che trovavasi sotto il suo patrocinio.

Capitolo LIV. Preliminari.

Erano, nel frattempo, ritornati di Milano i nostri due amici Anguissola e Neruccio ed inutilmente avevano ricercato di Terremoto, acciocchè gl’informasse della situazione delle cose: Terremoto non c’era. — Voci vaghe e strane correvano, per altro, tra il popolo minuto ed in particolare tra i birri ed i lanzichenecchi di palazzo. — L’arresto del gigante e la sua fuga di cittadella, con una donna misteriosa, ch’ivi il Farnese tenea serrata e prigioniera, non erano omai più un segreto per nessuno. Solamente nulla se ne sapeva di certo: chi diceva bianco, chi nero; chi ingrossava la faccenda sino a darle proporzioni e caratteri fantastici, leggendari, diabolici; chi l’ammenciva al grado di una ridevole farsa.

Posti in sospetto da un sì incerto ondeggiare di dicerie, i nostri due amici pensarono venirne in chiaro col ridursi alla presenza del medesimo duca. — Lo trovarono circondato da’ maggiorenti di corte; il Filareto ed il Caro gli stavano a’ fianchi e — dietro tutti come nascoso nella penombra, tenevasi un giovine paggio, che — al loro ingredere — dètte un trabalzo e subito si allontanò. Non così presto, tuttavia, che il conte Anguissola non avesse prima agio di fissargli gli occhi negli occhi e di ravvisarlo.

Era Olimpia de’ Marazzani.

Partecipò, lì per lì, tale sua scoperta all’amico, il quale — almanaccando in quel punto quale potess’essere la donna, che diceasi fuggita insieme a Terremoto — ne fu tratto a conchiudere che — se non era Olimpia — doveva essere necessariamente Bianca.

E un simile persuadimento gli cacciò una spina nel core.

Il duca li ricevette, con apparenza di cordialità e di sodisfazione; ma non senza un cotal ghignolino sarcastico e malauguroso, che lasciava indovinare com’e’ sapesse, o sospettasse almanco, la parte tutt’altro che propizia a’ suoi fini ch’eglino aveano sostenuto nelle cose di Genova.

E così Neruccio, come l’Anguissola lessero chiaro in quel ghigno la loro sentenza: la mano, che loro stendeva il principe, era coperta di un morbido guanto di velluto; ma quel guanto celava a stento artigli di ferro acuti e retrattili.

Bisognava pensare a uno scampo.

Mentre stavano interrogando questo e quello su i casi, di cui aveano inteso ciaramellare popolino e sbirraglia; un novo personaggio fece irruzione nella grande sala ducale. Era il Trentacoste.

Pierluigi — malgrado gli acciacchi, che lo chiovavano su l’ampio suo seggiolone — si drizzò in piedi sollecito e mutò un passo per muovergli incontro.

— Ebbene? — domandò ansioso al suo capitano.

Costui gli si abassò quasi all’orecchio, susurrandogli alcune parole, che a lui dovettero tornare oltremodo gradevoli, poichè:

— Potenzinterra! — sclamò, giugnendo le mani in atto di gioiosa meraviglia — tu se’ così fortunato e felice nelle intraprese tue, Trentacoste, ch’io vuo’ perderci il nome se non ti fo’ patrizio e cavalier speron d’oro.... comecchè vi si opponga il tuo nascere e poco legittimo e niente affatto illustre!

— Vostra Magnificenza mi ricolma — fece inchinandosi, lo scherano.

— Sei tu, invece — gli rispose il duca, stendendogli amichevolmente la mano e riassidendosi barcollante — sei tu, che ricolmi il tuo sovrano di gioia, e il tuo sovrano, rammentalo bene! non iscorda mai nè i buoni servigi nè i tradimenti e sa, del paro, compensare gli uni e gastigare gli altri!

E, in ciò dire, lanciò una bieca occhiata su l’Anguissola.

Il conte strinse di sottomano il gomito all’amico e gli mormorò:

— È d’uopo romper gl’indugi!

Ed uscirono, senza nulla aver potuto appurare delle dicerie che li interessavano.

Una volta fuori del palazzo, l’Anguissola si portò alla propria casa, d’onde spiccò immediatamente un corriere suo fidato a don Ferrante Gonzaga a Milano.

Con questo principe egli aveva già scambiato molti propositi per liberare Piacenza dalla odiosa signorìa farnesiana e darla in sudditanza dello impero.

Vari — come già ci accadde indicarlo — erano gli argomenti di livore che il governatore di Milano covava in animo contro Pierluigi Farnese. Oltre a’ dissensi avuti secolui pel Priorato di Barletta e i possessi Dalvermeschi del Romagnese, altri motivi di dissidio faceva sorgere egli medesimo adesso, con le sue pretese sul castello di Poviglio e le terre di Soragna scadute dai Lupi nei Meli. Ed, a maggiormente aizzare il suo imperiale signore contro il novo duca di Piacenza, non ristava dal mettergli continuamente sott’occhio i costui amori per la casa e la signoria di Francia, e la sua immistione nella congiura de’ Fieschi, e il malgoverno che faceva delle cose e de’ sudditi, ond’era stato infeudato.

Carlo V chiudeva un orecchio ed apriva l’altro a siffatte denunzie e — se esitava nel dare un assenso alla macchinazione tramata dal suo luogotenente contro colui, ch’egli s’ostinava a chiamar sempre: il duca di Castro — era unicamente in riguardo della propria figlia Margherita, che — volere o volare — trovavasi stretta a costui con vincoli di sangue.

Ma — dinanzi alla ragione di Stato — i vincoli di sangue si allentano sempre e — dàlli e dàlli — anche il sommo monarca di Lamagna finì a lasciarsi cascare il capo sul petto in modo così equivoco, che il Gonzaga s’ebbe tutta agevolezza di prenderselo per un segno adesivo.

S’affrettò, quindi, a intendersi con l’Anguissola e col nostro Neruccio, che il suo fedel Gozzelini gli avea designato come i due uomini meglio acconci a condurre l’ardua faccenda a buon porto.

Ma l’Anguissola — nelle sue trattative col Gonzaga — voleva, a giusto titolo, mandare inanzi il debito di buon cittadino e di patriota alla sodisfazione del proprio risentimento: esigette, quindi, che alla città sua, a lui ed a quanti contava aversi compagni nel periglioso cimento, venissero fatte ampie, profittevoli e secure condizioni.

Le prime di tali condizioni, accettate da don Ferrante, erano contenute in una nota d’istruzioni, che egli stesso dètte al capitano Federigo Gazino e che suonavano così:

«La prima, che mandano ad offerire della città (Piacenza) all’Imperatore, et a me, come suo luogotenente, con che dentro il termine di un giorno mi debbia risolvere di accettarla insieme con le altri conditioni, che si dicono appresso, altramente, che, passato il termine di un giorno s’intendono esser liberi di tale offerta; perchè havendo a far con nemici tanto potenti, non si assecureno di star senza patrone, per non haver forze bastanti a poter difendersi per se stessi, et che quando non possano havere Sua Maestà per patrone, come desiderano essi, non ne mancherà loro degli altri.

«La seconda, che vogliono, ch’io prometta loro di far che tutti i feudatarj così di Piacenza, come di Parma, venghino alla devotione di Sua Maestà, et a quelli che recusassero si confiscassero i beni.

«La terza di far, che Sua Maestà non facci relassar Pierluisi per assecurarsi di non haver andar a dar conto a Parma.

«La quarta, ch’io abbia a procurar, che la città di Parma si reduca alla medesima devotione, et obedientia di Sua Maestà, acciocchè rimanendo quella città sotto altro patrone non havesse a causar guerra nel paese con rovina, et destruttione d’ambedue dette città.

«La quinta, ch’io non habbi a disponer de la persona di Pierluisi finchè detta città di Parma non sia in potere di Sua Maestà.

«La sesta ed ultima, che di quello fussi seguito il dì del caso, o di morti homini, o di guadagni facti non si abbia a parlar, nè cercar conto, ma reputarsi, et tenersi come cose fatte, et acquistate di buona guerra.»

Ed è grazioso l’osservare come ad un omicidio ed un sollevamento di popolo premeditati e, con ogni finezza di avvedimenti e cautele, complottati e condotti, si dèsse lo ingenuo e semplice nome di caso; non altrimenti che, de’ giorni nostri, ad un caso di vaiuolo o di colèra.

Ma di quelle sei condizioni, i congiurati non si chiamarono per sodisfatti. E’ sapeano bene — per lunga sperienza — che — nel volersi sottrarre alle prepotenze di un Pierluigi Farnese, per affidarsi alla protezione di un Ferrante Gonzaga — il misero burchiello delle loro aspirazioni e speranze rischiava molto d’andar sbattuto fra Scilla e Cariddi, imperocchè si potesse dire di quei due che, se quello un galeotto, e questi un marinaro. Laonde — mentre si ribellavano contro le bricconate dell’uno — studiavano premunirsi contro le presumibili insidie dell’altro.

Non tornava, per altro, agevole troppo il condurre don Ferrante a fare in tutto e per tutto il piacer loro e — prima che fossero giunti a mettersi secolui di accordo — ce ne volle del bello e del buono.

Intanto sopravenne novella cagione d’indugio.

Il Duca Ottavio — come n’ha lasciato scritto il buon padre Affò — partitosi dalla Corte Imperiale senza aver nulla rilevato delle trame già ordite giunse in questi giorni a Piacenza vicino al padre. Questo inaspettato arrivo parve di grande ostacolo all’impresa, della quale impazientissimo dimostravasi l’Auguissola, e davasi a conoscere deliberato di ultimarla a tutto costo. Conobbe don Ferrante macchinare i congiurati fra loro di voler ammazzare Pierluigi; della qual cosa mostrò dolersi, e chiesta la mente loro, e raccomandata la persona d’Ottavio genero dell’Imperatore a’ medesimi, ebbe in risposta che non si assicuravano di poterlo salvare.

L’odio dell’Anguissola, semprepiù aizzato dalla recente vista d’Olimpia Marazzani, e quello di qualcun altro fra’ compagni suoi, era giunto a tale, che — ne’ loro sanguinarî proponimenti — e’ chiarivansi pronti ad ogni estremo, pur di finirla. Ma il Gonzaga fece tanto «che promisero di star a segno sino alla partenza di Ottavio.»

Il duca di Camerino arrivò a Piacenza su i primi di agosto, poco dopo, cioè, che sua sorella Vittoria fu andata sposa a Guidobaldo Dalla Rovere, duca d’Urbino, e che il suo fratello naturale Orazio s’ebbe impalmato in Francia la figlia adulterina di re Enrico II e della contessa d’Estampes; e vi si trattenne sino al penultimo giorno del mese istesso, nel quale trasse per alla volta di Roma.

Nel frattempo, e col proposito forse di conciliare un po’ al padre l’animo de’ cittadini, che ben gli riconobbe alieno ed avverso, massime in causa del pazzo dispendio occasionato dalla costruzione del castello; e’ si mostrò oltre ogni dire manieroso ed affabile e cercò mansuefarli con ogni maniera divertimenti e sollazzi, tra cui una grande giostra tenuta il giorno di San Bartolomeo. Ma non approdò: pochissime dame v’intervennero e le sue blandizie caddero tutte a terra come freccie spuntate.

Capitolo LV. P. L. A. C.

Oltre il Po, tra Piacenza e Casalpusterlengo, sorgeva allora un vecchio castello feudale, di cui si veggono anche oggidì le ruine, che apparteneva a don Luigi Gonzaga, signore di Castiglione delle Stiviere e cognato del conte Giovanni Anguissola.

Ivi — nella notte del 9 settembre 1547 — trovavasi un grosso di signori, per il più piacentini, radunati intorno a due emissarî di don Ferrante, ossia il suo segretario Gaspare Gozzelini, di nostr’antica conoscenza, ed il suo capitano Federigo Gazino.

I signori, che a questi facevan corona, toccavano circa la quarantina ed — oltre il conte Anguissola ed il nostro Neruccio, sempre celato sotto il pseudonimo di Giovanni Osca da Valenza — erano: altri due Anguissola, il conte Francesco Maria ed il cavaliere Annibale; due Cavalcabò, Vincenzo e Carlantonio; due Pallavicino, i marchesi Alessandro e Camillo da Scipione; il conte Olderigo Scotti, il conte Agostino Landi, Giuseppe del Pozzo, Franceschino Malvicini, Gianluigi Confalonieri, Diogene Doria, Vincenzo da Narni, Giuliano Mancini, Gaspare Paveri, Filippo Arcelli, Giulio Ziani, Pierantonio Gramigna, Giorgio di Verona, Gianluigi Lusardi, Francesco Mandola, Battista Rosignoli, Giovanni Buratto, Antonio Mannini, Pietro da Monza, Francesco Dell’Angiolino, Giacopino Musso, il capitano Antonio Ugoni, Ercole Malerba, Girolamo Solero, Aurelio Buzzoni, Domenico Barili, Francesco Maria Marconi, Andrea Bracco ed Opilio Pallini.

Fatto silenzio, dopo un primo scambio di saluti e di strette di mano, il Gozzelini si trasse un largo foglio di tasca e lesse:

«Oltra gli altri capitoli concessi et sottoscritti di mia mano sotto li 30 di luglio proximo passato al conte Giovanni Angusciolo, e agli altri, che intervengono nel trattato di dar a S. M. Cesarea la città di Piacenza, si concedono li due infrascritti: e prometto che S. M. li osserverà, et farà osservare.

«Il primo, che Sua Maestà ridurrà l’entrate di detta città pertinenti alla Camera a quel segno, che erano in tempo che detta città era ad obbedienza della Sede apostolica, et che si exigeranno in quel modo, et forma, et per quella sorta di officiali, et ministri, che si exigevano in detto tempo senza alterar in ciò cosa alcuna.

«Il secondo, che S. M. farà, che tutte le cause da mille scudi abasso s’habino a decidere in Piacenza per li officiali deputati da S. M. in essa città, senza poter essere tirate a Milano, nè in la prima, nè in la seconda, nè in la terza instanza, così come si osservava al tempo della Sede Apostolica.

«Dato a Milano il 3 di agosto 1547.»

Come si vede, l’Anguissola preoccupavasi principalmente degli interessi della sua città natale. Ma tutto ciò non era ancora bastevole per tranquillare le sospettose paure degli uni e per appagare la cupida avarizia degli altri. Di tutti i tempi, le congiure non sono mai altro che la cospirazione ad un medesimo fine di tanti e disparati rancori, interessi e propositi. Chi mira solo a trar vendetta di un nimico aborrito, chi a liberare la patria da una esosa tirannide, chi a salvare sè stesso da minacciata rovina, chi a sgravar di balzelli e la città e gli averi propri, chi un po’ all’uno, un po’ all’altro, un po’ all’altro ancora. Bisognava dunque contentarli tutti, e gli otto capitoli sino allora concertati non riuscivano sufficienti all’uopo. Però l’Anguissola avea, di bel novo ed a lungo, dovuto tirarsi pe’ capegli col governatore di Milano e co’ suoi delegati e non era approdato a qualche buon risultamento, se non giuocando a rimpiattino con la testa del giovane Ottavio Farnese. Aveva detto: «O concedermi quanto desideriamo od ammazziamo anche lui!» E Don Ferrante — onde salvar la testa al genero del suo augusto signore — aveva dovuto concedere.

Finita che il Gozzelini ebbe la sua lettura:

— Non basta!... non basta! — sorsero a protestare diversi ed, in particolare, i fratelli Pallavicino ed il conte Scotti.

— Lo so, che non basta — fece alteramente l’Anguissola — ed eccovi perciò appunto messer Federigo Gazino, che sta dando mano ad un secondo foglio per leggervi ciò che vi manca.

Il Gazino, infatti, s’era avanzato nel mezzo il circolo de’ cospiratori, e si teneva una carta sotto il naso, in atto di leggere.

— Silenzio!... badiamo!... — mormorarono taluni.

Ed egli lesse:

«Capitoli concessi al conte Gio. Angosciolo in Milano a li VII settembre.

«Oltre gli altri capitoli concessi per me in nome di S. Maestà al conte Giovanni Angosciolo seguendo l’effetto del trattato di Piacenza, si concedono anchora li due infrascritti, cioè:

«Che de li omecidii, che seguissero in la città il giorno del caso (!) non sarà adomandato conto nè ragione, nè similmente di robbe, et denari, che fussero stati acquistati in qualsivoglia modo, ma che tale robbe, et denaro saranno tenuti per acquistati a buona guerra.

«Perchè la città di Piacenza dice, che in tempo dei Duchi di Milano era assai aggravata in le cose dell’estimo, si promette fare, che sia disgravata, et reducta a quello, che si troverà convenirsi di ragione, et oltra questo, che in le impositioni, et graveze extraordinarie, che s’imponeno a lo stato di Milano, sarà sempre della terza parte de la portione, che toccasse ad essa.»

I congiurati si dichiarano pienamente sodisfatti.

— Ora — soggiunse il Gozzelino trattosi in mezzo a loro — l’alto ed illustre mio signore ha già reso d’ogni cosa partecipe l’augusta persona dello imperatore Carlo V e tiene già in pronto quattrocento cavalli bene agguerriti, onde, a pena spiccia la faccenda di Pierluigi, volare all’occupazione di Parma... guai se a questo non si provedesse!... restando Parma in potere del papa non è a dubitarsi che subito guerra ne scoppierebbe e bisogna evitarla a ogni costo.

— E Sua Maestà — interpellò il conte Landi — ha dato l’adesione sua agl’intendimenti del magnifico vostro signore?

— No, messere il conte — fece scaltramente il segretario — ma il mio signore ha saputo trovare il modo di farne senza... ed eccovene la prova in questo brano di lettera, che io medesimo ho scritto per lui alla Maestà Sua.

E lesse ghignando ciò che segue:

«..... come la M. V. vederà, v’è un capitolo, per il quale mi si dà un giorno di tempo, et non più ad accettar o no l’offerta, in virtù del qual capitolo vengo posto in necessità di accettarla senza consulta di V. M. per non lasciarla andare in mano de’ francesi. Et per questa via pare a me, che non solamente io vengo scusato del fatto; ma V. M. molto più justificata, che non seria in caso, ch’el negocio si diferisse fin a poterlo consultare con essa: perchè aspettando a quel tempo a far l’effetto, pareria fatto di ordine et con sentimento di lei; dove facendosi di presente non si può conjetturare che essa vi habbia avuto parte.»

Un mormorio d’ammirazione scorse per l’assemblea. Tutti s’inchinarono dinanzi alla politica scalabrina del duca di Guastalla, il quale preludeva, trecento anni sono, all’arti oggidì tanto decantate dei Talleyrand, dei Metternich e dei Bismark.

— Egregiamente! — sclamò il Confalonieri.

— E come divisate menare a fine l’impresa? — ripigliò il Gozzelino.

— Oh, semplicemente — fece l’Anguissola — domani istesso la faremo finita.

— Domani? — susurrarono alcuni meravigliando.

— Sì, sì — continuò il capo del complotto — ogni remora ormai può tornarci fatale e disastrosa.... domani!... Cinque di noi, designati dalla sorte, capitaneranno i restanti.... procediamo immediatamente al sorteggio.

Francesco Maria Marconi che — come uomo di lettere — aveva recato seco il necessario; trasse la carta, le penne d’oca ed un piccolo calamaio di peltro e — situato il tutto s’un largo tavolo, che occupava un canto dello stanzone — invitò i compagni a scrivere ciascuno il proprio nome su di altrettanti quadrucci, che, arrotolati, vennero quindi raccolti, come in un bossolo, entro il morione del capitano Antonio Ugoni.

Opilio Pallini — perchè il più giovine de’ radunati — s’ebbe allora l’incarico di rappresentare la cieca figlia del caso ed estrasse cinque rotoletti dall’elmo.

Lo stesso Gozzelino — come il più imparziale, perchè non attivamente implicato nella congiura — sciolse le cartoline e ne proclamò ad alta voce il contenuto.

Il primo rotoletto diceva:

— Pallavicino conte Alessandro.

Il secondo:

— Pallavicino conte Camillo.

Il terzo:

— Landi conte Agostino.

Il quarto:

— Anguissola conte Giovanni.

Il quinto:

— Confalonieri Gianluigi.

— Fatalità e destino! — gridò il conte Scotti, a pena ebbe udito que’ cinque nomi.

Il conte Olderigo Scotti si dilettava un poco d’alchimia e di scienze occulte ed era però tenuto nell’alto concetto di una sorta di mago.

— Perchè? — gli chiesero alcuni.

— Badate alle iniziali di que’ cinque nomi — rispose lo Scotti — Pallavicino, Landi, Anguissola, Confalonieri; PLAC.... Placentia: nessuno meglio di loro avrebbe potuto rappresentare e fare le vendette della nostra città: è Dio che lo vuole!

— Plac.... Plac!... — ripeterono molti — ebbene: sia questa la nostra parola d’ordine, il nostro segno d’intelligenza.

— Domani mattina all’alba — fece solennemente l’Anguissola — troviamoci tutti su l’altra sponda del fiume.

— A domani!... a domani!... — risposero i congiurati.

— Ed ora.... separiamoci!...

Ed uscirono dal castello alla spicciolata.

Capitolo LVI. Dio non paga il sabato.

Arrivato il primo al castello di Luigi Gonzaga, il nostro Neruccio fu l’ultimo ad uscirne. E fu l’ultimo per molte e diverse ragioni. Anzitutto il suo amico Anguissola lo avea incaricato di regolare e dirigere tutto ciò che concerneva quel loro notturno e misterioso convegno. Gli era occorso però di precedervi gli altri, affine di disporre alquanto la sala, che li doveva accogliere, e le scuderie, in cui riporre le loro cavalcature. Così gli facea d’uopo rimanervi dopo tutti, onde chiudere le porte dietro di loro ed invigilare a che nulla mancasse al momento della loro partenza.

Il castello, di cui Luigi Gonzaga avea rimesso le chiavi al proprio congiunto era affatto inabitato e diserto.

Poi, a trattenere Neruccio, concorreva una serie di tristi pensieri, di penosissime conghietture.

Un segreto impenetrabile erasi sempre addensato intorno a Terremoto e alla donna, che, secondo il dire della gente, il colosso avea strappato dalle carceri della cittadella.

Chi poteva essere questa donna?... cos’era accaduto di lui?

Tali le domande, che, da lunga pezza, gli mulinavano in cervello, ed alle quali non avea mai potuto fare nessuna risposta.

Nel convegno di quella notte, per altro, qualche sprazzo di luce s’era insinuato fra le tenebre de’ suoi dubî e delle sue paure. — Taluni de’ congiurati credeano saper qualche cosa di quanto sì vivamente lo interessava. — Chi diceva la donna una delle molte concubine di Pierluigi, che — stanca di vivere al di lui fianco — avea fatto scappare di cittadella un prigioniero, mettendogli a patto di pigliarsela seco nella fuga: gli uomini del duca li avrebbero inseguiti, raggiunti e massacrati tutti due. — Altri pretendevano, invece — ed era tra questi il capitano Ugoni — che quella fosse una povera creatura, rapita e tenuta captiva dal duca, e da un antico servo di sua famiglia, un gigante, a ciò che si narrava, tratta prodigiosamente a libertà ed a salvamento. E questa versione rispondeva a puntino alle supposizioni di Neruccio, o — direm meglio — all’intima voce del suo cuore.

Il misero giovine sbattuto da un continuo alternìo di timori e speranze per mezzo il pelago delle incertezze; era rimaso a meditare su i proprî casi, dimentico omai che i suoi compagni lo avessero da lungo abbandonato.

Si scosse, finalmente, ed uscì dal castello; ma — nel mentre girava intorno alla sua muraglia esterna, per raggiungere il proprio cavallo, che aveva attaccato ad un albero, onde non ingombrare di troppo le anguste scuderie — un romore improviso lo colpi e lo trattenne.

Era il calpestio di due persone, che s’avvicinavano, camminando caute e sarebbesi detto in punta di piedi. Egli si schivò rapido dietro il pilastro di una stecconaia e stette ad osservare.

Quando gli furono presso, scôrse ch’erano due uomini di bassa statura, i quali si accostavano in silenzio a un punto della campagna, in cui spiccavano due forme nere: i loro cavalli.

Nel passargli accanto, l’uno richiese all’altro sommessamente:

— Afete botute ascoldare?

— Parola per parola — gli rispose l’interrogato — a momenti vi narrerò tutto: oh, è una cosa tremenda!

La voce di costui produsse uno strano effetto su l’animo di Neruccio: credette riconoscerla e — senz’attender altro — sgattaiolò pian piano sino a raggiungere il proprio cavallo e gli balzò in sella.

Nel tempo medesimo i due sconosciuti avean fatto altrettanto e già si slontanavano di trotto.

— Sono spie! — pensò Neruccio.

E — cacciati gli sproni ne’ fianchi del suo cavallo — si slanciò a briglia sciolta dietro di loro, gridando a squarciagola:

— Traditori! traditori! fermatevi!

A tale intimazione, anche coloro, cui veniva indiretta, si dèttero a scappare con tutta velocità e si sarebbero indubiamente sottratti amendue al pericolo, che li minacciava, se il cavallo di uno di loro — incespicando contro un grosso macigno — non fosse d’improviso traboccato a terra.

L’altro tirò via ed, in breve, disparve.

Neruccio raggiunse il cavaliero caduto, scese di sella e lo sollevò.

Affisandolo in faccia, comunque al debole chiarore della notte, subito lo riconobbe: era la stessa persona, con la quale s’era scontrato e battuto ne’ pressi di Perugia, era la terribile Olimpia Marazzani.

Come?... perchè in quel luogo?

Facile a spiegarsi.

Da parecchio tempo, profittando della circostanza che l’Anguissola, suo spauracchio, trovavasi a Genova per la faccenda de’ Fieschi; ell’aveva lasciato Castro e gli abiti muliebri, per rimettersi in ispoglie virili e recarsi a Piacenza. Pellegrino di Leuthen le era — come di solito — compagno.

Ritornato il conte, la prudenza avrebbe dovuto consigliarla ad allontanarsi di nuovo; ma il contegno di lui e di alcuni altri gentiluomini di corte la pose in allarme. Ella sola per prima e forse unica concepì il sospetto che qualche oscura cosa stessero insieme macchinando a pregiudizio del suo amante e signore e si propose spiarne, scuoprirne, sventarne le trame.

L’astuto tedesco serviva egregiamente a’ suoi fini: e’ sapeva — come suol dirsi — dove il diavolo tenesse la coda e le forniva i più esatti e minuti particolari su le abitudini e le pratiche di coloro ch’ella si prefiggeva di tener d’occhio.

Per tale via seppe del convegno loro al castello di Luigi Gonzaga. Vi si recò di buon’ora; fece nascondere il proprio ed il cavallo di Pellegrino dietro un fitto d’alberi e — mentre questi stava in vedetta, acciocchè nessuno potesse sovraccorli e sorprenderli alla sprovista — ella s’insinuò strisciando carpone fino al vano di una finestra, d’onde si ripromise, e le riuscì, infatti, di udire e vedere tutto ciò che si dicesse e facesse dai congiurati.

Terminati i loro armeggiamenti, ella si trattenne ancora a lungo al proprio posto, non volendo scostarsene, sino a che tutti, insino all’ultimo, se ne fossero iti. Ma non fece attenzione o — per meglio dire — non potè pensare a Neruccio, che accidentalmente soltanto erasi tanto più degli altri indugiato.

Come l’ebbe riconosciuta:

— Ah! ah! — sclamò egli in tono di trionfo — la Marazzani?... colei, che io ho scannato alle porte di Perugia?... colei, che è morta e seppellita nel convento de’ padri Agostiniani?... ah! ah! ora tu più non mi sfuggi!

Ed — abbrancatala a’ fianchi — la sollevò di peso e la trasse con sè sul proprio cavallo.

Olimpia fremeva di rabbia: era pallida come un cadavere.

— Per Iddio! — fece il giovine capitano, come si fu messo all’ambio — è un onorevole mestiere quel che tu fai; ma la tua mala stella ti vieta di cavarne alcun frutto!... Tu se’ la druda di quello scellerato del Farnese; tu hai voluto interessarti più che a donna non si competa delle faccende sue; hai sperato scongiurare la tempesta, che si aduna sovra il suo capo maledetto, hai sperato prevenirlo in tempo; sottrarlo al pericolo, che lo minaccia; salvarlo; ma tutto indarno: eccoti ridotta all’impotenza!

— Lo so; oh, lo so! — disse la donna, co’ denti stretti — traggiti pure lo stile di cintola ed assestamene un colpo nel cuore, ch’io nè implorerò misericordia, nè metterò il più debole lagno: sono parata a tutto!... La vita è guerra continua che gli uomini si menano a vicenda: quando l’un prevale e l’altro soggiace, questo, se ha senno, non debbe dare a quello anco il godimento della propria umiliazione. Ed io non tel darò, stanne certo. Uccidimi, è il tuo dritto; ma non allegrartene tanto, che, prima che io muoia, t’ho già fatto tanto male in prevenzione, da lasciartene grossa parte in retaggio.

— Che male m’hai tu fatto?

— Non se’ tu l’amante di Bianca della Staffa?

— Sì... lo sono, lo fui!

— Ebbene, mio bel capitano, conosci tu quale sia attualmente la sorte di quella dilettissima tua?...

— Oh, darei una parte del mio sangue a saperlo.

— Non darai nulla e lo saprai parimente.... Ti ricorda della sua disparsa da Castel Leone di Cremona?... fui io, io con Pellegrino di Leuthen, che la indussi in abbaglio, la eccitai a seguirci e la tradussi in balìa di Pierluigi Farnese.

— Oh, ma perchè... scellerata?

— Perchè la sua ritrosia, la sua castimonia mi ferivano nell’amor proprio; m’erano come un rimbrotto; perchè volevo avvilirla.

— Iniqua.

— E ci sono riuscita, e più ancora di quanto non isperassi.... Ella volle bensì scampare, per tutte le vie, al destino, che le sovrastava; strillò, si svelse i capegli, battè del capo nel muro per darsi la morte; ma a nulla le valse; c’ero io, io, che prestavo mano ed aiuto al mio vendicatore e, fra tutti due, riuscimmo ad averne ragione.

— Infame!

— Da quel giorno, o.... piuttosto.... da quella notte, ella languì in un ritiro della cittadella di Piacenza; ma, da quella notte.... fu madre.

— Che dici tu?

— Il vero, mio bel capitano, null’altro che il vero.

— Anima d’inferno!

— Ultimamente, uno de’ suoi antichi vassalli, il suo fedel Terremoto, giunse a strapparla da quel ritiro e la trasse, con la sua creatura, nella propria casuccia del Valnurese....

— Ah, non mi hanno, dunque, ingannato!

— No, no; ma a nulla le valse.... gli sgherri del duca s’ebbero ragione del formidabile villano e gli ritolsero la sua signora.... Ti ricordi il giorno, in cui tu e l’Anguissola, reduci da Milano, veniste alla presenza del duca?... ti ricordi che, in quel momento, arrivò il Trentacoste e gli mormorò all’orecchio una notizia, che parve ricolmarlo di gioia?...

— Ebbene?

— Ebbene: Trentacoste gli annunziava appunto che Bianca della Staffa era stata ritolta al gigante e riconfinata nella sua muda.

— Maledizione!

— Nevvero ch’io t’ho preparato un sorridente avvenire?

— Ma vero è altresì che io ti scannerò in questo punto medesimo.

E sguainò ferocemente il pugnale.

— Fallo — disse Olimpia imperterrita e quasi con un soghigno di sfida — ci sono pronta.

Neruccio era demente d’odio. Stette un momento col ferro sospeso sul petto di quella femina scellerata; poi — rinvaginandolo:

— No — soggiunse, crollando il capo — la morte è troppo poco pe’ tuoi misfatti: ci vuole di peggio.

Olimpia allibì.

— Cosa intendi fare? — gli chiese.

— Lo saprai fra breve!

E spronò il cavallo al galoppo, e non disse più verbo.

Traversato il Po s’un burchiello menato da quattro uomini della sua compagnia d’arme; e’ giunse pochi istanti dopò a Piacenza.

Nella sua qualità di capitano a’ soldi di monsignore il duca, e’ comandava un corpo di ottanta lanzi, che tenevano caserma presso l’entratura della città. Il suo pensiero di vendetta era infernale.

Arrivato dinanzi alla caserma; smontato d’arcione, trascinandosi dietro Olimpia; penetrò, con essa, dentro i quartieri e — a mezzo del trombetta — fece svegliare e raccorre i propri uomini d’arme.

Come se li ebbe tutti d’attorno, affollati nella più grande sala del luogo, e’ spinse loro trammezzo la Marazzani, sciamando:

— Figliuoli! costei, che vedete sotto abiti d’uomo, non è, invece, che una donna, una giovine donna, che vi abbandono.... fatene ciò che volete.

Olimpia mise un urlo.

E noi tireremo una pietosa cortina su ciò che ne fecero ottanta lanzichenecchi, la maggior parte spagnuoli, svizzeri e tedeschi.

Ed egli — Neruccio — tenendosi, con le bracci conserte, su la soglia del vasto stanzone, assisteva al mostruoso saturnale.

La misera — cui, nella lotta, erano cadute di dosso sino all’ultime vesti — anelante, sfinita, più morta che viva, si dibatteva, si trascinava carpone, cercava inutilmente svincolarsi da’ sordidi amplessi di quei brutali: e’ se la palleggiavano come monelli un cervo volante.

Alla fine Neruccio credette prudenza lo intervenire e:

— Figliuoli — soggiunse — badate che la presenza di costei in questo luogo è un periglio per tutti... se l’accaduto si conoscesse, io n’avrei il patibolo e voi le vergate.

Non avea conchiuso il suo dire, che ottanta ferri balenavano sinistramente su l’ignudo corpo della misera vituperata; ed uno le penetrava dritto nel core; e l’altro le spiccava, d’un manrovescio, il capo dal busto; ed altri la colpivano, la frastagliavano, la recidevano in cento pezzi.

Di lì a un istante, di quella giovine donna feroce e superba non rimaneva più chè un ammasso di informe carname, che quei bestiali, altrettanto vili e paurosi quanto malnati, seppellivano in un canto del cortile entro una buca scavata lì per lì e coperta di poca terra.

Non solo Olimpia Marazzani non era più, ma nessuno poteva nemmanco sapere od imaginare cosa ne fosse seguito.

La vendetta di Neruccio s’era compiuta.

Dio non paga il sabato.

Capitolo LVII. Ultime gesta di Terremoto.

Abbiamo lasciato il protagonista di questa nostra narrazione al momento, in cui rinchiudevasi affrettatamente, col navichiere Stefanaccio, entro la propria casuccia e ne sbarrava ed asserragliava accuratamente la porta. — Egli non avea preso abbaglio circa il rumore, che lo spingeva a quelle sollecite cautele: erano veramente gli uomini di Pierluigi, che s’inoltravano nella notte in busca di lui. — Li capitanava il Trentacoste ed il Bombaglino ed erano in numero di sedici, tutti a cavallo. — Chi li avea posti su la via era stato un villano presso cui Terremoto avea sostato un breve momento, per farsi prestare un cencio di mantello, col quale la sua signora potesse riparare dal freddo intenso sè e la propria creaturina. — Il villano stupido — assediato dalle interrogazioni de’ sgherri — non avea saputo schermirsi e s’era lasciato andare a narrar loro tutto quanto avea visto e sapeva sul conto de’ fuggitivi. — Il gigante — così avea detto — era persona del luogo, abitante al di là di borgo San Bernardino, al di là dello antico castello de’ Camia, in una piccola catapecchia del villaggio della Chiappa, che incontravasi alle falde di monte Osèro. — Trentacoste e Bombaglino non desideravano di più.

Erano scorse forse meno di dieci minuti, dacchè il gigante ed il navalestro s’erano ritirati, quando quelli giunsero sul luogo. Raccomandarono le loro cavalcature a un gruppo d’alte ed annose querce, che sorgevano alla loro destra, nel luogo istesso dov’era l’umile tomba della vecchia Rinolfo; quindi si sparsero in giro dintorno al tugurio e lo circuirono come d’assedio.

Trentacoste picchiò alla porta sbarrata.

Nessuno rispose.

Tornò a picchiare.

Uguale silenzio.

— Ah, ah! — disse allora — vônno fare i sordi? ebbene, ragazzi miei, introniamo loro le orecchie con un linguaggio più persuasivo.... gittiamo a terra la porta.

E — col calcio del moschetto — cominciò ad arietarla tremendamente, mentre quattro o cinque de’ suoi, che gli si erano aggroppati intorno, facevano altrettanto.

A quell’attacco, risposero tre o quattro colpi di fuoco e due di loro, mortalmente feriti, dovettero ritirarsi dalla impresa. I colpi partivano dall’alto del tetto, dove Terremoto erasi inerpicato col suo grosso archibugio.

Ma non era provisto di munizioni. Fece altri cinque o sei colpi, bucò la pelle ad altri due o tre de’ suoi persecutori; poi dovette gittare l’arma come uno inutile peso.

Gli armigeri farnesiani — sgomentiti al principio di quella improvisa aggressione — ritornarono ad assalire la porta ed anche con maggior furia di prima.

Terremoto era salito sul tetto, perchè il casolare non avea finestre, da cui poterli offendere e tener lontani. Da stare lassù ordinò a Stefanaccio che gli passasse per l’abbaino i pochi mobili e le poche suppellettili e masserizie, che si trovavano nella casa, e si dètte a scaraventar loro su la testa tutti quanti i diversi oggetti che questi, man mano, gli rimetteva. Erano frammenti di panche e di sedie, arpioni e cunei di ferro, accette e penniti, orci ed orciuoli, ch’egli lanciava a dovere, mirando e colpendo giusto, poichè il piano nevoso, su cui coloro spiccavano stipati dinanzi alla porta gli permettesse benissimo di distinguergli ad uno ad uno, il che essi non poteano fare di lui, che si perdeva, per così dire, tra l’ombre pesanti del cielo grigiastro.

La lotta durò per qualche tempo, durò — vale dire — sino a tanto che Stefanaccio ebbe un oggetto da consegnare a Terremoto. — Ogni novo proiettile, che rovinava su gli assedianti, spaccando a questo la testa, a quello schiacciando un occhio od il naso e molti mettendone però fuori di combattimento; causava loro momenti di confusione, di scompiglio, d’incertezza e li sforzava a tante successive remissioni de’ loro tentativi, dimanieracchè il complesso di questi mai poteva approdare a nissun resultato.

Ma quando Stefanaccio — pur rifrugando e rovistando ogni più riposto e recondito canto della casa — si fu avveduto che essa nulla più racchiudeva, allo infuori del modesto scanno, su cui teneasi accoccolata Bianca, con in braccia la sua bambina; — quando Terremoto dovette, di conseguenza, smettere dal mitragliare e tenere a stecco i proprî nimici; — questi, che non duravano fatica molta a indovinare il motivo di tale desistenza dalle ostilità, rimbaldanzirono di rimpatto e — con sempre maggiore accanimento — si gittarono tutti — meno due rimasi a guardia del posteriore della casa — a tempestarne la porta. — La porta — solidamente affortificata e puntellata nello interno — opponeva loro una seria resistenza. Ma l’impeto loro faceasi così forte e continuo, ch’essa molto a lungo non avrebbe potuto durarla. — Già, infatti, barellava su i cardini e — cigolando con malauguroso lamentìo — pareva essere giunta allo stremo delle proprie forze. Il chiavistello schiodato, la toppa smurata, sbalzavano sul pavimento; una parte della imposta si frangeva piuttosto che cedere e volava in ischegge; un urto ancora e il varco sarebbe stato dischiuso.

Stando inoperoso, acciapinato e pencolante dalla grondaia, Terremoto — se non vedeva od udiva — intuiva tutto ciò. — Il pensiero che — tra poco volgere di minuti — quella bulima di manigoldi avrebbe irrotto entro la sua povera casa, per impadronirsi e trarre nuovamente prigione la sua giovane ed amata signora; gli mise per tutto il corpo un fremito di sublime disperazione, quello istesso, che dee provare il suicida, quando — dal sommo della eminenza o della sponda del fiume — misura la sterminata altezza, o la profondità delle aque, per cui od entro cui sta per gittarsi a volo, onde spegnere anzitempo il corso dei travagliati suoi giorni. Gli parve che lo spettro del vecchio Giovanni il Grosso gli sorgesse inanzi mutilo scuoiato, lurido, come già n’avea visto l’osceno cadavere penzolo dalla croce presso le rive del Barbarone, a rimbrottargli la sua inazione, la sua vigliaccheria. Un sentimento, che avea quasi del rimorso, lo addentò al cuore e lo fece drizzar stecchito sul tetto, come se uno scatto lo avesse sospinto su di repente. In quel punto, i farnesiani davano l’ultimo cozzo alla porta, che, sfasciandosi, si spalancava: e in quel medesimo punto, Terremoto — dato nuovamente di pugno al suo archibugio — si lanciava giù a pie’ giunti sovra di loro, schiacciandone, massacrandone altri due col proprio peso.

La caduta impensata di quel vivente proiettile spaurì siffattamente i cinque o sei uomini, che soli si trovavano ancora a far forza dinanzi alla porta, da costringerli a rinculare in disordine, — Terremoto — che, nel cadere, aveva saputo mantenersi eretto — profittò di quel primo moto regressivo, per impugnare il moschetto a due mani nell’estremità della canna e girarlo intorno vertiginoso, percotendoli sconciamente del calcio. Così ad uno spaccò il cranio d’un colpo, a un altro lacerò in orrido modo la faccia. Quattro soli nimici gli restavano di fronte: il Trentacoste, il Bombaglino, che digrignava i denti e bestemmiava come un ossesso, memore tuttora delle botte cieche, che quel medesimo avversario gli aveva inflitto all’osteria della Magione, presso il Trasimeno, e due semplici scherani. Altri due tenevansi sempre a custodia della parte posteriore del casolare. I restanti della geldra o erano morti, o si trascinavano boccheggianti su la neve, contorcendosi fra spasimi atroci, o rantolando nell’agonia. Quattro soli nemici! Terremoto reputavasi già certo della vittoria e — roteando sempre il formidabile archibugio — s’avanzava minaccioso sopra di loro, omai securo di sterminarli.

In quella, il Bombaglino — che, al repentino assalto del gigante, era stato il primo ad indietreggiare ed a farglisi più d’ogni altro discosto — si trasse di cintola un pistolettone, lo prese alla meglio di mira tra lo incerto bagliore delle nevi e ne fece scattar la rotella.

Colpito proprio nel mezzo del petto, Terremoto mandò un urlo disperato, si rigirò su i talloni e traboccò a terra boccone, mormorando:

— Ah, l’inverno! — l’inverno!

Era morto!...

La predizione di Gerolamo Cardano s’era avverata.

Stefanaccio che — da stare dentro la casa — non poteva nè sapere, nè imaginare cosa accadesse al di fuori — trattovi da stimolo d’irresistibile curiosità — osò, in quel punto, affacciarsi e sporgersi inanzi dalla porta scardinata. Non lo avesse mai fatto.

Il Trentacoste, che — visto cader Terremoto — ritornava in quel medesimo istante alla riscossa, lo passò fuor fuora col proprio spadone.

Il misero navalestro stramazzò a sua volta tra i legni ed i ferri, che già sbarravano la porta e — portandosi le mani al seno trafitto:

— E il còfano!... il còfano!... — sospirò.

— Quale còfano? — gli chiese il Bombaglino, che dopo essersi assecurato con un calcio che il gigante era ben morto per davvero — sovraggiungeva tutto esultante.

— Il còfano — tornò a gemere Stefanaccio — quello.... della Torre Farnese.... oh! oh!...

E la voce gli si spense in un vomito di sangue.

I due capitani passarono sovra il suo corpo, seguiti da’ pochi satelliti che i colpi di Terremoto aveano risparmiato, e s’inoltrarono nello interno della casuccia.

Bianca della Staffa, pallida come una statua, tremante come una canna, sempre assisa su l’umile suo scanno, sempre con la sua bambina tra le braccia; li stava, per così dire, aspettando, come la vittima aspetta il carnefice, che dee tradurla allo estremo supplizio.

I due fidi di Pierluigi se la tolsero in ispalla, la posero in sella d’uno de’ loro corridori e — lasciati i loro uomini a curare i compagni feriti e a dar sepoltura ai morti — si rimisero di galoppo su la via di Piacenza.

CAPITOLO LVIII. Il fine di Pierluigi Farnese.

Siamo agli sgoccioli.

Neruccio, che — da tanti mesi — si struggeva indarnamente su la presumibile sorte di Terremoto e della sua Bianca; Neruccio, cui le ciniche rivelazioni di Olimpia Marazzani avean posto l’inferno nel core; fu de’ primi a trovarsi al convegno, che i suoi complici nella ordita cospirazione contro Pierluigi, s’erano indetto pel dì successivo al loro ritrovo nel castello di Luigi Gonzaga.

Era il 10 settembre 1547.

Radunati tutti prima ancora del rompere dell’alba, l’Anguissola espose il proposito di compiere la impresa entro quel medesimo dì e di scegliere il mezzogiorno, siccome l’ora, «nella quale solevano le guardie di cittadella parte tornarsene alle case loro, parte spensierate, e disattente impiegarsi nelle ciarle, e nel giuoco.» Un buon numero de’ più animosi, fra’ quali — oltre agli altri quattro designati dalla sorte, vale dire: il Confalonieri, Agostino Landi ed i fratelli Alessandro e Camillo Pallavicino — si contavano il nostro Neruccio e Francesco Maria Anguissola; doveano essergli compagni nell’arduo cimento. Egli stesso, con altri pochi, proponevasi di penetrare nello interno de’ quartieri e di adossarsi il più grosso della faccenda. «Gianluigi Confalonieri prese l’assunto di stare alla sala per sopraffare le guardie, e impadronirsi del posto; e il conte Agostino Landi, ed Alessandro e Camillo fratelli Pallavicini si disposero a prender la porta di cittadella, levarne il ponte, e frenar coll’armi alla mano chiunque avesse ardito di far ostacolo.»

Ciò prestabilito si sciolsero, per intendere ciascuno ai dovuti apparecchi nell’attesa dell’ora deputata.

Ed ora diamo la parola al buon padre Ireneo Affò.

«Era da qualche tempo costume del Duca d’uscir la mattina per visitar i lavori della fortificazione; onde anche nel fatal giorno seguito da’ suoi cortigiani fece lo stesso. Pretendevasi dal Goselini, e scritto fu anche dal Villa, che il giorno addietro fosse a lui mandato da Cremona l’avviso d’una vicina congiura: contro alla quale volendosi premunire nell’atto, che ritornò alla cittadella per girsene a pranzo, diede ordine segreto al mastro di campo Alessandro da Terni, che avvertisse i cavalleggieri suoi di star pronti ad ogni comando, e ritornasse poscia dopo il desinare a lui.»

E qui osserveremo, che l’avviso della congiura non fu già mandato a Pierluigi da Cremona; ma datogli bensì da Pellegrino di Leuthen, il quale — sebbene nulla avesse potuto risapere di quanto la sua disgraziata compagna di spionaggio era giunta a scuoprire nella loro notturna escursione al castello Gonzaga — tanto, per altro, già conosceva della procella, che andava addensandosi sul capo del duca da potergli dire.

— Fostre Magnificensce stare molte ficilante.... suoi centilfomini stare macchinanto cranti macchinascioni... tonna Olimbia afer sorprese iersere crante complottascione.... io niente sapere positife; ma crante bericole minacciare Fostre Magnificensce!

Ed ecco il perchè Pierluigi aveva impartito ordini segreti a mastro Tommasoni da Terni.

Ma ritorniamo all’Affò.

«Il conte Giovanni, che seguito egli pur l’aveva nel giro della mattina, fermossi nell’anticamera, quasi in atto di volersi trattener ragionando col Duca, poichè avesse pranzato, e gli altri tutti dell’accompagnamento sbandati, e dispersi andarono pei fotti loro. Anche un buon numero di cortigiani mancava in quel dì, o partissi allora di corte dietro al segretario Apollonio Filareto, che per occasione di certe nozze dava di fuori un solenne banchetto. Sicchè non rimanevano che alquanti Lanzi alla sala, i quali deposte le armi attendevano a ragionare, e giuocare, e le guardie della porta, e del ponte a tutt’altro attente che a badare a chi entrava, ed usciva. Il conte con aria d’uomo spensierato guatava da’ balconi risguardanti la piazza della cittadella, quando venissero i compagni. Ed ecco giugnere il Confalonieri con alquanti del suo seguito, che montate le scale unironsi a ragionare con quei soldati che le guardavano. Di poi entrarono con altre persone Alessandro e Camillo Pallavicini, che a guisa d’uomini di varie faccende parlanti fermatisi abbasso, ed aggirandosi nel cortile stavano attenti all’arrivo di Agostino Landi; il qual poichè venne, e ritiratosi in un salone terreno diè segno con un tiro di pistolla, esser venuto il momento di far faccenda, sorse per tutta la cittadella un feroce tumulto. Lanciatisi alcuni più forti, e risoluti alle catene del ponte, l’alzarono in un momento, ed occupate l’armi delle atterrite guardie a un tratto le sottomisero. Lo stesso fece nella sala il Confalonieri.»

Il conte Giovanni Anguissola colse il destro di quel momento di confusione e di trambusto, per penetrare con altri due, nella stanza del duca, il quale — al dire dell’autore delle Tre Congiure — trovavasi con Camillo Fogliani e col dottore in leggi Giulio Coppelato. Per quanto all’uno dei due compagni del conte, lo stesso autore dice: «Accompagnava l’Anguissola, Francesco Maria Anguissola.» Per quanto all’altro, ce lo indica il Rossi, nelle sue Storie Piacentine, con le parole: «Il conte Anguissola entrò con Giovanni Osca da Valènza (vale dire: il nostro Neruccio) che dètte il primo colpo, e un altro.»

Fu, dunque, il nostro Neruccio — siccome colui, che, più d’ogni altro, sentivasi animato da odio acerrimo e profondo — quello, che si avventò pel primo su Pierluigi Farnese e lo trafisse d’una pugnalata. Allo infelice suo zio, al moriente Cosimo Gheri, vescovo di Fano; egli aveva quasi promesso di perdonare; ma non lo aveva ugualmente promesso alla tradita sua Bianca: con quel colpo, e’ vendicava, ad un tempo, e l’amante e il congiunto.

I due Anguissola seguirono il suo esempio e, con altre due pugnalate, stesero morto il Farnese.

Egli erasi drizzato a stento d’in su la sedia, che sosteneva le attrappite sua membra e — come Cesare alla vista di Bruto — aveva sclamato, scorgendo, l’Anguissola:

— Voi.... signor conte?

Ma non gli ressero le forze a dir altro; s’accasciò su la persona e ricadde cadavere a terra.

Facciamo parlare di nuovo il buon biografo bussetano.

«Udendosi un tanto sconvolgimento da’ cittadini si alzò ben tosto rumore. Alessandro da Terni venne con mille fanti sulla piazza, e dall’incerta plebe gridavasi = Duca! Duca! = I congiurati a chiarir il popolo, che il duca non v’era più, ne appesero fuori d’una finestra l’insanguinato cadavere, indicando d’aver tolto dal mondo un tiranno, e liberata la patria dall’oppressione. Nè per questo acchetandosi il tumulto, forse perchè non credevasi, che veramente quel fosse il corpo di Pierluigi, lasciato che l’ebbero penzoloni per alcuni momenti, precipitaronlo nella sottoposta fossa, onde in quelle sfigurate sembianze ravvisassero i cittadini, essere estinto colui, che chiamavano. Intanto Girolamo Pallavicino da Scipione, che aveva il segreto della congiura, girando per la città, e promettendo al popolo giorni in avvenir più tranquilli, fece non solo che ognuno si ritirasse, ma eziandio che una gran parte si disponesse alla difesa della libertà. Armata quindi la cittadella coll’artiglieria si diè segno co’ spari della medesima alle vicine città di Lodi, e di Cremona, esser il colpo già fatto, onde Girolamo Pallavicino di Busseto, il quale era governatore in Lodi, subito mandò la novella a Don Ferrante in Milano....

«Ma per dir le cose occorse la stessa giornata in Piacenza, osserveremo, che in quel primo tumulto volendosi il Priore, gli Anziani, e i Richiesti della città tener fedeli alla Chiesa, scrissero dolentissime lettere al Papa, ed al Cardinal Farnese pubblicate dal Fontanini, e dal Poggiali, ove manifestando l’acerbo evento, protestavano essere la città innocente, e voler perseverare nell’ubbidienza consueta. Fecero poi quanto poterono affin di tener vivo il partito farnesiano, ma con assai poco successo perchè prevalendo il favore de’ congiurati, e facendosi già creder vicine l’armi spagnuole, lo stesso Alessandro da Terni si ritirò nel castello, e lasciò di opporsi ad una piena; che non avrebbe potuto affrontare.

«Aveano saputo i congiurati impadronirsi d’una porta della città: però spogliata ch’ebbero, e saccheggiata delle cose più preziose la cittadella uscì l’Anguissola accompagnato dal Confalonieri, e da lui poscia dividendosi, e lasciandolo a guardia di dètta porta, recossi, come si crede, a Lodi ad incontrar il Gonzaga. Giaceva intanto inonorato, e vilipeso il cadavere del Duca in quella fossa con alcuni altri rimasti morti nel conflitto: del che prendendo compassione Barnaba del Pozzo dottor di leggi, e Prior del comune, andò con servitori suoi a levarlo, e fattolo portare nella vicina chiesa di S. Maria degli Speroni, detta di S. Fermo, ve lo fece tenere a porte chiuse tutta la notte, e la mattina seguente collocatolo in una cassa di legno, diedegli sepoltura.

«Radunato la stessa mattina, che era giorno di domenica, il popolo nella chiesa di S. Francesco per ordine degli altri congiurati, apparvero eglino a giustificarsi pubblicamente, e a protestare, che per solo amor della patria avevano posto a sì manifesto pericolo la vita loro. Fu il conte Agostino Landi, che arringò, e propose esser necessario di darsi sotto protezione di qualche gran potentato, per la difesa comune, escludendo però il Papa come di Casa Farnese, la Francia come troppo lontana, e lodando il collegarsi coll’Imperatore signor tanto potente, e vicino. Il tutto fu conchiuso in questa maniera, che il popolo ad essi, ed al conte Giovanni diede ampia autorità di capitolare con quella potenza, che loro fosse paruta più propizia, e meno dannosa alla città.

«Poco dopo giunsero milizie condotte da Alvaro di Luna, castellano di Cremona, ed altre ne arrivarono da Lodi, che introdotte dal Confalonieri per la porta da esso lui custodita si distribuirono in varj posti della città. Don Ferrante giunto da Milano a Lodi, non solo fu ivi incontrato dall’Anguissola, ma da altri malcontenti piacentini, già dal Farnese esiliati, tra’ quali qui si trovarono specialmente Girolamo Pallavicini da Cortemaggiore, ed Oliviero dalla Casabianca, cui avea posto il Farnese gravissima taglia; e da questi, e da molti signori accompagnato cavalcò a’ 12 verso Piacenza, ove assai bene accolto dai cittadini fece l’entrata. La prima delle sue cure fu di chieder conto del cadavere del Duca, e avendo inteso come fosse stato sì poco nobilmente sepolto, lo fece disotterrare, e visitato che fu, coll’intervento ancora di Girolamo e d’Oliviero già mentovati, i quali in quelle lacere spoglie trovar dovettero compiacimento della tanto desiderata vendetta, ordinò, che riposto in altra cassa chiusa, e munita del suo proprio sigillo, e di convenienti arredi coperta si trasferisse alla chiesa della Madonna allora de’ minori osservanti, e oggi de’ riformati.»

E.... parce sepulto!

EPILOGO.

E Pellegrino di Leuthen?..

Il maliziuto tedesco, non così fiutò il poco respirabile aere, che per lui si faceva in Piacenza, e vide la mala piega che pigliavano le faccende di casa Farnese, se la svignò alla chetichella e viaggiò diviato per alla volta di Roma, dove recò al pontefice la sconsolante novella. Intesa l’atroce morte del figlio, tardi conobbe il vecchio Paolo III di averlo amato troppo e troppo secondato coloro che incitato lo avevano ad ingrandirne sempre più la potenza e i possessi. Allora — come ha lasciato scritto monsignor Girolamo de’ Rossi — «si cacciò dinanzi il Gambara, et non lo volle mai più vedere, come quello che era stato autor di tanto male et per la Chiesa, et per la casa Farnese, a tal ch’egli (il Gambara) se ne andò a casa sua tanto sconsolato che in pochi giorni miseramente se ne morì, dicendo altro: Io insegnai bene al Papa et a P. Aluisi come dovevano fare per aver Piacenza et Parma, ma non gl’insegnai già che non vivesse da principe, e senza guardia come faceva».

Nè a ciò arrestossi il furore del Sommo Gerarca Cattolico. In pubblico concistoro uscì a dire: «Di Pietro Luigi Farnese Duca di Parma e Piacenza io Alessandro padre di lui, come padre non piglierò mai vendetta per tempo alcuno, ma sibbene come Paolo III Pont. Mass. e capo della Chiesa, di Pietro Luigi figlio, e Confaloniero di Santa Chiesa farò io vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andar al martirio come molti altri».

Senonchè anche i papi propongono, ma chi dispone è spesso quel Domeneddio, di cui si dicono vicari.

L’anno dopo tentò ben egli stringersi in lega con Enrico II di Francia contro Carlo V di Spagna, per forzarlo alla restituzione di Piacenza; ma nell’anno successivo, còlto da gagliarda febre su le prime ore del giorno 10 novembre, verso l’imbrunire del giorno stesso, cessò di vivere nella rispettabile età d’oltre ad ottantadue anni.

Lo scaltro tedesco lo servì sempre nel duplice uficio d’indagatore ed intracciatore di preziosi cimelî e di preziosi segreti, vale a dire: d’antiquario e di spia. È a lui che si dènno le prime escursioni e scoperte metallurgiche nei monti del piacentino, percorrendo i quali a quando a quando «potè accorgersi che il nostro suolo raccoglie nelle viscere, non che ferro e rame, ma anche oro ed argento» sicchè più volte avrà dovuto sclamare, col poeta delle Georgiche:

«Suolo felice, che

.......... argenti rivos, ærirque metallos Ostendit venis, atque auro plurimia fluxit!

Morto il papa, Pellegrino volle pur continuare parimente nelle sue antiche funzioni; ma — come ne ha scritto il chiaro archivista Amadio Ronchini — era travagliato spesso dalla podagra e affralito da altri malanni, che indi a poco ne spensero la vita, non sappiam bene se in Bologna od in Modena.»

E il còfano dell’abate di San Savino?

Dopo il conte Giovanni Camia, Stefanaccio e Terrremoto n’avean recato il segreto sotterra. Anche donna Costanza Farnese di Santafiora, che di quel còfano teneva la chiave era premorta due anni inanzi. Nessuno però ne sapeva più nulla.

Ma ciò che nessuno avrebbe più avuto ragione di imprendere, lo fece casualmente il furor popolare.

Caduto a pena l’esoso Pierluigi sotto il ferro de’ congiurati, varî del popolo uscirono dalla città ed — unitisi a moltissimi della campagna — trassero in quello di Borgo San Bernardino, sino alla Torre Farnese — odiato covo de’ gabellieri farnesiani, da cui procedevano tutti i balzelli, le taglie e le angarie — e la diroccarono dalle fondamenta.

Nel menarla a sacco, nello scassinarne le costruzioni, qualcuno smosse la famosa pietra riquadra di cui il morituro Giovanni il Grosso avea dato le precise indicazioni al navichiero della Nure e sotto la quale giaceva appunto il prezioso còfano di legno di sandalo borchiellato, a lui rimesso morendo dall’abate Marazzani di San Savino.

Chi primo lo scorse se ne impadronì, ma altri sopravennero a contenderglielo ed impegnarono con quello un litigio; conchiusione del quale si fu che — mancando la chiave e dovendosi ripartire il contenuto del còfano tra quanti avean partecipato alla demolizione della torre — lo si avesse ad aprire con la violenza anche a costo di mandarlo in ischeggie: l’importante era vedere e toccar con mano ciò che chiudesse nel corpo.

Ma — forzatane la serratura con la punta di uno stilo — rimasero amaramente delusi: esso non conteneva chè una ciocca di capelli bruni ed un grosso piego di pergamene e di carte scritte.

Imprecando, bestemmiando, taluno si studiò di deciferare quest’ultime; ma non potè riuscirvi, perchè scritte in latino ed anco assai male. Solo, quinci e quindi, gli parve rilevare il nome della famiglia Anguissola, misto a quello de’ Marazzani e de’ Sforza di Santafiora. Altri opinarono perciò fosse buon consiglio il recare il tutto al conte Giovanni, che — se mai vi trovasse alcunchè di confacente a’ suoi interessi — non avrebbe mancato di compensarli.

E così fecero.

Il conte Giovanni Anguissola, ch’era appunto reduce da Lodi, gittati a pena gli occhi su quelle scritture, riconobbe che, in qualche modo, lo risguardavano. Laonde fece pagar loro qualche ducato di oro e se le tenne. Scorrendole poscia a suo agio, apprese da esse un segreto che, più volte, gli fece correre un sudor freddo lungo la spina dorsale. Quell’Olimpia, ch’egli aveva tanto amato; quell’Olimpia, per cui avea concepito tant’odio contro il Farnese; quell’Olimpia, che si era sempre e quasi prodigiosamente sottratta a’ suoi amplessi, a’ suoi baci; non era già la nipote, o — com’altri volevano — l’amante dell’abate di San Savino; ma sibbene una figlia adulterina del defunto Bosio Sforza di Santafiora e della istessa contessa Anguissola, sua madre; Olimpia era però sua sorella. Quelle carte ne contenevano le prove.

Il misto di attaccamento insieme e di repugnanza, ch’ella gli aveva sempre dimostrato, potevasi, quindi, spiegare come una mistica voce del sangue.

Ma dov’era Olimpia?...

Neruccio non ebbe il core di palesargliene il misero fine, ned egli lo seppe mai.

E Bianca della Staffa?...

Al momento istesso, in coi Neruccio ed i due Anguissola trafiggevano Pierluigi Farnese, il più de’ loro complici, cui s’erano aggiunti anche molti individui del popolo, si sparsero con l’arme in pugno, per ogni più riposto ambiente della cittadella, impadronendosi delle più preziose suppellettili; liberando i prigioni, che gemeano in carcere; tutto mettendo a soqquadro.

Alcuni popolani, teneri delle gemme e delle coppe di oro e di argento, assai più chè della emancipazione de’ carcerati; si lanciarono nella parte più nobile del quartiere ducale e via — di stanza in stanza — giunsero dinanzi un uscio serrato, di là del quale credettero udire una voce. Con le piccozze, le partigiane e l’accette, ond’erano armati, abbatterono in un istante quell’uscio e procedettero inanzi; ma una giovine donna signorilmente abbigliata, pallida in volto come un cadavere, coi capegli irti in capo pel terrore, si oppose risolutamente al loro passaggio, respingendoli con tutte le sue forze e gridando disperatamente:

— No, no, scellerati.... no.... piuttosto morire!

Quella giovane donna era la misera Bianca.

Ella si conteneva in tal guisa, a cagione di un tremendo diverbio, che avea avuto il dì inanzi col suo tiranno, carceriere e carnefice.

— Comprendo — le avea detto il Farnese — comprendo il perchè de’ tuoi eterni sospiri e delle uggiose tue reluttanze: è quella disgraziata bambina; ma ch’io ci perda il mio nome se non te la fo strappare dal fianco per affidarla alle aque del Po.

— Oh, no, monsignore — avea gemuto la meschina — voi non farete una sì orribile cosa!

— È il solo mezzo che mi resti a farti mansueta; da lungo mi gironzola per lo capo e, un dì o l’altro, stanne certa, lo metto ad esecuzione.

E la lasciò sotto il peso di tale atroce minaccia.

Ella credeva però che gli uomini armati, che avevano fatto violentemente irruzione nel suo ritiro, fossero gli sgherri del Farnese, incaricati da lui di trarre a fine quel suo crudele divisamento.

Perciò s’opponeva al loro inoltrarsi; perciò li ributtava con tutta la vigorìa delle sue gracili braccia; perciò ripeteva con voce rauca e disperata:

— No, no.... piuttosto morire!

— E tu muori, dunque! — le rispose uno di que’ mascalzoni.

E — in pari tempo — le cacciò tutta quanta la lama della sua partigiana nel petto.

La meschina strabuzzò orrendamente gli occhi; levò alte le braccia e — barcollando — andò a cascare a piè del lettuccio, sul quale dormiva la sua creatura.

Compiuto il principale atto della propria vendetta, anche Neruccio s’affrettò a gittarsi per gli appartamenti ducali.

Col cuore anelo, ansiosamente sospeso fra le speranze e i timori, egli volava in traccia dell’amata sua Bianca....

Transitò, a sua volta, per le medesime sale, d’ond’erano passati, poco prima, i rivoltosi del popolo; giunse anch’egli dinanzi l’uscio scassinato; penetrò anch’egli nella stanza fatale....

— Nessuno!....

Solo — nel mezzo del pavimento — giaceva boccone una donna immersa in una larga pozza di sangue.

Un tremendo presentimento lo punse al cuore.

Si avanzò premuroso, piegò un ginocchio; sollevò quella caduta; la mirò in volto....

Era Bianca, era la sua Bianca....

Ma non era più che un cadavere.

E la bambina?

Disparsa!

Chi interroghi Le famiglie illustri del Litta potrà forse rinvenire una traccia della figlia di Bianca della Staffa e di Pierluigi, in quell’Antea Alessandra Farnese, di cui il Litta fa menzione e della quale non è improbabile ci prenda vaghezza, altra volta, di narrare le vicende e la storia.

Neruccio Nerucci, ossia: il capitano Giovanni Osca da Valenza morì quattro anni dopo, nel difendere, contro l’armi francesi, il castello di Torchiara, sotto gli ordini del principe di Macedonia, che ne comandava il presidio.

FINE.

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