PARTE TERZA. ULTIMI TEMPI.
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Collochiamo in quest'ultima parte ciò che in materie politiche dettò e pubblicò il nostro Autore dall'abolizione dello Statuto Romano in poi.
Viene per primo quel che inseriva Egli del proprio nel sol giornale di opposizione liberale che scrivéssesi in Roma durante il governo republicano, e dove difese la libertà, come prima e sempre avea fatto, e farà in sua vita. Ma interruppe (com'era ben di ragione) la sua dignitosa e franca censura, quando gli stranieri sbarcarono, e la Città ebbe animo di salvar l'onore delle nostre armi e del nostro vessillo.
SULLA DISDETTA DELL'ARMISTIZIO.
20 marzo 1849.
L'armistizio è disdetto; la guerra sacra è intimata; e in quest'ora medesima forse in che noi scriviamo, le aure lombarde spirano nuovamente nel vessillo italiano. Il moto primo del cuor nostro si è di ringraziare umilmente il Padre delle nazioni e il Datore eterno di libertà, per avere infuso ne' Subalpini e nel Principe loro tanta magnanimità e fortezza da non dubitare di rompere una seconda volta la guerra, quantunque si vedano pressochè abbandonati dal rimanente d'Italia, e debban riporre migliore speranza nei popoli del Danubio che ne' proprj fratelli. À pure piacciuto al benigno Iddio di non permettere ch'elli si sgagliardissero per divisione e si scompigliassero per furore di partiti e di sètte, e à lor persuaso di non aspettare che germinassero i mali semi di diffidenza e di fanatismo sparsi di soppiatto da mani abilissime a sconciare e disordinare. Stretti, disciplinati e raccolti intorno al lor Principe, ànno, benchè soli, protetto l'Italia e contro gli stranieri e contro le interne follie. Ora, la spada è di nuovo snudata, e in quegli animi generosi non può capire che un sol pensiero: redimer l'Italia e vendicare le sventure di Somma Campagna e di Custoza.
Non che il frasario ampolloso e superlativo delle nostre gazzette, ma neppur lo stile dei sommi scrittori basterebbe, noi crediamo, a descrivere la gioja coraggiosa e terribile che invade in questi giorni il petto d'ogni Lombardo. Troppo ravveduti e corretti alla scuola dell'infortunio, essi più non son per cadere nelle funeste incertezze, nelle superbie municipali, e negli stolti e ingiuriosi sospetti ai quali eziandio tra l'armi e in mezzo alla guerra sconsigliatamente davano luogo. Deh! l'infortunio e l'esperienza corregga noi pure; e finchè, almeno, dura la prova pericolosa e finale contro dell'Austria, torni la misera Italia a quella invidiata concordia e a quella fiamma di fratellanza e d'amore che fece cara e maravigliosa all'intero mondo civile l'aurora del nostro risorgimento. Anche il medio evo conobbe le tregue di Dio: non conoscerem noi per l'Italia una tregua di partiti e di smoderate opinioni? Certo, per nostro avviso, ciò è tanto più doveroso a coloro i quali, la vigilia medesima della guerra, osarono di suscitare in alcune parti della Penisola nuove e feconde cagioni d'odio, di scontentezza e di dissensione.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLA NECESSITÀ DEL CONFEDERARSI.
27 marzo 1849.
L'Italia, chi può negarlo? ogni dì più si sconvolge, ogni dì più si slega e disgiunge nei fatti, nelle opinioni e negli interessi. Ufficio pertanto del buon cittadino è impedire che scompigliandosi e dividendosi tuttavia, smarrisca i nobilissimi fini a cui vuol pervenire, ed i quali sono principalmente la Indipendenza, l'Unione, e la Libertà. E qui pure sembra mestieri che risovvenga a tutti la massima del Machiavello, che per riordinare gli umani istituti occorre di risospingerli inverso i principj. L'Italia diè cominciamento al risorgere suo con la universale concordia e armonia delle menti e degli animi; mostrò di abborrire da ogni fazione, e di voler conciliare con fina e generosa industria i pensamenti, le mire e i desiderj di tutti. L'ardenza e l'impeto delle passioni non volle adoperati e sfogati nelle sètte e nelle brighe interiori, ma rivolti contro dell'Austria, intesi al magistero delle armi, ai pericoli della guerra e a quelle imprese ardite e magnanime che il riscatto della patria comune ricerca ed inspira. Fra i mezzi e gli apparecchi più acconci per menare a bene il fiero conflitto, conseguire l'indipendenza, acquistare vita e abito di nazione, indicò e raccomandò con ardore tutti i modi e tutte le vie per giungere a qualche notabile grado di consenso e di unione tra i membri della gran famiglia italiana; e desiderò fortemente in fra essi una leale ed intima Confederazione. Volle per ciò medesimo, che in ciascuna provincia le istituzioni fossero tanto larghe, e tanto almeno vi si godesse di libertà, quanto ne bisogna per concorrere speditamente e con buon successo alla cacciata degli stranieri e all'unione confederativa; il rimanente giudicò doversi lasciare, e trattare a guerra finita. Volle poi quella libertà uguale per tutti, avversa ad ogni violenza, amica d'ogni ordine di cittadini, tutrice spassionata d'ogni diritto, d'ogni prerogativa, d'ogni possesso; libertà vera, insomma, e non finta ed inorpellata da nomi e simboli grandi e pomposi; libertà fondata sulla giustizia comune e imparziale, servita da ministri e ufficiali così abili come integri, osservatrice scrupolosa e severa delle leggi, promovitrice della pubblica educazione, massime di quella del popol minuto, calda di spiriti religiosi e caritativi, e informata soprattutto dal sentimento profondo e radicatissimo del dovere.
Noi di queste massime e di queste pratiche, le quali tutte furono fin da principio espresse e acclamate dal buon senso della nazione, saremo indefessi propugnatori. E non è nostra colpa se torna utile ed opportuno, per non dir necessario, il ripetere e raccomandare all'Italia verità così ovvie ad un tempo, e così salutevoli. Noi aderiremo con fede a tutti i governi che mireranno con zelo instancabile ad effettuare l'indipendenza e il patto d'unione; a tutti i governi aderiremo non ripulsivi ed intolleranti, non agitati e predominati da focoso amore di parte, ma professanti equità, moderazione, assennatezza, e capaci di annegazione e di sacrificio.
Da tutto ciò si raccoglie, che noi poco o nulla ci occuperemo in questo Periodico delle forme di reggimento politico, e assaissimo della bontà delle leggi; e però con diligenza e studio ne indagheremo e invigileremo l'applicazione e l'esecuzione. Noi (per venire in ispecialità a Roma e al suo Stato) in qualunque atto dell'Assemblea, e in qualunque del Comitato esecutivo e del Ministero, esamineremo anzi tutto e con massima cura le attinenze che avrà col bene comune d'Italia, con la guerra del riscatto e col bisogno e l'aspettazione del patto confederativo; poi con le condizioni particolari di queste nostre provincie, e sempre con gli eterni principj della moralità, della libertà e della giustizia.
Gli uomini passano, le istituzioni non buone si posson mutare, le leggi oppressive abrogare. Ma le basse cupidigie svegliate, il credito affatto spento, i nodi ministrativi disciolti, ogni principio d'autorità sbandito, il dispotismo sotto nome di libertà, le coscienze violentate, l'odio, il sospetto, la diffidenza, la discordia in ogni canto seminate, sono mali tanto peggiori e più profondi e durevoli, in quanto che rendono inefficaci e tardivi i rimedj, e corrodono e guastano la tempra stessa degli animi e la probità universale, che è il primo e l'ultimo fondamento del viver civile.
Il tempo è giunto che l'opinione dei moderati si mostri aperta ed intera, smettendo le reticenze ed i blandimenti. Tempo è giunto che la lor falange numerosissima raduni e stringa ordinatamente le proprie file, e proceda innanzi a bandiere spiegate, usando per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, quell'attività e quel coraggio che gl'immoderati adoperano per la loro.
Tuttociò, rispetto al generale sistema, e alla franca e ferma ragione di Stato che noi professiamo. Venendo ai casi del dì d'oggi, il che vuol dire alla guerra santa di già scoppiata, le parole e i pensieri nostri non possono nella sostanza differire in nulla da quelli d'ogni buon patriota e d'ogni vero italiano, qualunque sia l'opinione e il partito al quale s'accosta. La guerra è il gran fatto, il nobile scopo, il supremo interesse di tutti; e quanto l'opera della penna, quanto l'ufficio d'un'effemeride la può ajutare e giovare, tanto sarà da noi praticato con sempre viva e premurosa sollecitudine. A noi non istanno in cuore gelosie e sospetti dell'altrui fede ed ingrandimento, nè si fa gravosa e terribile alcuna delle conseguenze della vittoria. Non potrà Carlo Alberto profittare mai tanto de' suoi trionfi per sè e pel monarcato, che non riesca infinitamente maggiore il bene e il profitto recato dalla sua spada all'Italia, dandole seggio fra le nazioni, e arbitrio e impero sopra sè stessa.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
DEL PARTECIPARE ALLA GUERRA LOMBARDA.
27 marzo 1849.
Jeri dal rappresentante del popolo Pietro Sterbini era consigliata l'Assemblea di non punto inviare in Lombardia le nostre milizie, se il governo di Piemonte non dichiarasse prima di riconoscere la nova sovranità della Repubblica Romana. A questa opinione singolarissima noi non avremmo neppur pensato di contradire, se non ci fosse da più bande riferito, tale essere altresì la sentenza del Comitato Esecutivo, o almeno di parecchi de' suoi. Nè per questo, vogliam credere ancora allo strano proponimento. Imperocchè troppo doloroso riuscirebbe all'animo nostro di vedere Roma ed il suo governo in sì basso stato caduti, da patteggiare e mercanteggiare, quando trattasi del riscatto de' nostri fratelli, trattasi dell'indipendenza italiana, anzi di questa medesima libertà nostra, che siam gelosi di dilatare e di mantenere.
E che? la guerra di Lombardia è forse agli occhi dei Triunviri una faccenda monarchica, e non una guerra nazionale e italiana? Se il re Carlo Alberto fu primo a sguainare la spada per la patria comune, gloria a lui in perpetuo, gloria a' que' generosi che fra i cimenti e i pericoli lo seguitarono. Ma ciò non toglie l'obbligo formale e rigoroso a noi tutti di accorrere, almeno secondi, alla comune difesa.
E che? dopo avere sì altamente gridato la guerra del popolo, e riempiuto di frasi magnifiche gazzette e proclami, macchina forse il governo della repubblica di vilmente disertare dalla Causa Nazionale? No, noi ci ostiniamo a non crederlo, e respingiamo con grave sdegno le parole acerbe e ingiuriose che ne' giornali di Francia scagliavansi sopra il Mazzini ed i suoi seguaci, accagionandoli di codardia, e di cessarsi ognora dal luogo dove ferve il combattimento e sovrasta il pericolo. A noi sovviene con gran diletto, come parecchi fra loro marciassero alla guerra lombarda, e d'ésservi prove di bel coraggio e di ardore vivissimo per la indipendenza comune. Ma ora ch'elli soli timoneggian lo Stato, ora che desso il Mazzini col voto unanime dell'Assemblea viene acclamato cittadino romano, e ch'egli è tantissima parte dei pensamenti e provedimenti del nostro governo; che cosa farebbe dire e opinare di lui, che cosa de' suoi proseliti, quando Roma e chi la regge non operasse a questi giorni con la prestezza, lo zelo e la veemenza, che il rinnovarsi della terribile lotta ricerca e vuole dagl'Italiani?
Un sol ricordo daremo al Governo, ed è questo: che se Roma e le sue provincie lasciarono buttare a terra la potestà temporale dei Papi a cagione principalmente che non sembrò fervorosa e infiammata abbastanza per la Causa Nazionale, non rispetteranno certo il potere e i diritti della Repubblica, s'ella mostrerà o lascerà indovinare la benchè menoma esitazione ad ajutare con tutte le forze e tutto lo ingegno la santa guerra Italiana.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLA VERITÀ NELLA POLITICA.
28 marzo 1849.
Una sentenza magnifica si va ripetendo da molti; e questa è, che il fondamento d'ogni sistema politico e d'ogni forma di governo debb'essere la verità. Noi pigliamo volentieri in parola tutti coloro che pronunziano e propagano oggi con gravità e sussiego, tale aurea sentenza, e desideriamo forte che i fatti non vengano a contraddirli giammai. Intanto prenderemo arbitrio di far loro qualche discreta interrogazione, per levar di mezzo i dubj e gli scrupoli che ci molestano, e forse contro ragione.
E prima, chiederemo se certi repubblicani, quando parlano di libertà, esprimono il vero od il falso; perchè da una parte accusano ogni governo costituzionale di fondarsi sulle finzioni, e d'impedire e sopprimere molte preziose franchigie; dall'altra, pervenuti essi al comando e póstisi alla prova del maneggiare lo Stato, si vede troppo sovente che la violenza occupa il luogo del diritto. Chiediamo di poi, se operandosi e favellandosi sempre in nome del popolo, qualora la grande pluralità di questo o non curi o dissenta o dispregi, sia mettere innanzi una verità od una menzogna. Chiediamo se lo spacciare per effettivo e legittimo il suffragio universale, qualora in moltissimi luoghi consista nel voto di poche dozzine di uomini, e in altri venga indettato e manipolato dai capi soli di un partito, non debba considerarsi come una certa e patente finzione. Chiediamo se le ballottazioni e se gli scrutinj parlamentarj, eseguiti con pochissima libertà e sotto l'influsso prepotente e continuo di un clamoroso uditorio, debbansi reputare sinceri e spontanei, o rassegnare anch'essi più giustamente nel novero delle finzioni. Chiediamo se l'imporre ad un popolo alcuna forma di politico reggimento, alla quale si sa e vede che la più parte di lui mal volentieri aderisce, e per la quale non è per niente apparecchiato e disposto, sia un recare ingiuria alla verità od un soddisfarla. Infine, ci sentiamo astretti di chiedere con istanza e premura, se da un lato il gridare guerra e indipendenza della patria comune, e dall'altro il produrre uno stato di cose che a quella guerra non si confà, e sturba e difficulta l'unione di tutti gli animi, venga a fondare la Causa italiana nel vero o nel falso.
Noi frattanto non taceremo, che da questo cumulo appunto di dissimulazioni e menzogne nasce lo sconforto e il disdegno generale dei buoni; perlochè temiamo con gran ragione che il popolo se ne stanchi, e pigli ad odiare ed a fastidire la libertà; od almeno si lasci andare al dubio, all'indifferenza, all'irrisione e allo scherno, rinfacciandoci mille superbe promesse, e gridando ad una voce: d'ogni cosa i liberali ànno mentito; promettevano la libertà e ci dierono la violenza; promettevano un buono e santo governo, e ci dieron lo scredito, la povertà, la discordia e l'universale scontentezza.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
INVITO ALLA CONCILIAZIONE.[41]
3 aprile 1849.
Poc'arte e poca dissimulazione bisognerebbe affine di dare al nostro Periodico una sembianza vistosa e gradevole a tutti coloro i quali può la sventura d'Italia mettere in grado fra breve di dispensare dignità ed onori. Ma nessun'arte, nessuna dissimulazione si occulterà mai nelle nostre parole; a cagione che l'intento a cui miriamo è purissimo, e non abbiamo chiesto nulla e nulla aspettato da verun partito. Pregati alcuni di noi e sollecitati a condurre a bene la cosa pubblica, il fecero con lealtà e zelo, usando temperanza e longanimità, insino al punto che non ne venivano offesi i principj da lor professati; ed onesto fu l'uscire come l'entrare, perchè l'orgoglio e l'ambizione non daranno mai crollo alle nostre coscienze. Già disse un Greco, essere troppo rara fortuna veder salire la filosofia accanto al seggio de' principi. Noi diciamo che altrettanto è raro veder salire la libertà vera e compiuta accosto al seggio d'ogni maniera di governanti; perchè, in genere, le passioni, gl'interessi ed il fanatismo così avversano la libertà, come s'insinuano di leggieri nel cuor de' potenti. Da questo deduciamo, che sarà forse ufficio nostro perpetuo lo sgradire ai dominanti e censurarne le opere; ma non muterà per ciò la Impresa che noi scegliemmo, e nella quale sta scritto a grandi lettere d'oro: Tutta la libertà, e per tutti. Ciò basti a significare con piena sincerità e franchezza le nostre intenzioni, delle quali peraltro crediamo istruito e persuaso ciascuno che ci conosce. Il sindacato ch'esercitiamo sugli atti di coloro da' quali al presente riceve il nostro paese e leggi e comandi, non vuol ferire le persone, e non dubita del buon volere. L'inesperienza, la giovinezza, l'accensione dell'animo, l'esorbitanze della fazione contraria scusano per avventura fra noi la più parte dei neo-montagnardi, che, senza troppo avvedersene, menan le cose alla peggio. Ma ci è forza di accusare e di rampognare i frequenti e gravissimi loro sbagli, affine che il popolo, affatto nuovo alla vita politica, odiando la licenza, non odii la libertà, e non confonda la interezza e generosità dei principj con l'uso improvido che alcuno ne fa. Del rimanente, noi sappiamo distinguere i tempi ed i casi; e quella nuda schiettezza di parole o acerbità di giudizio che jeri conveniva assai bene contro la baldanza e la presunzione, può disdire quest'oggi, che le vicende, pur troppo, sono mutate. Noi, certo, non insultiamo la sventura e l'abbassamento di alcuno, non solo perchè è la pessima delle vigliaccherie, ma perchè insulteremmo eziandio noi stessi, colpiti quanti altri mai e crudelmente trafitti dal comune infortunio. Sventura grave non è che una forma di governo perisca, ovvero che tali uomini invece di tali altri ascendano in alto e braveggino. Ma sventura somma e terribile è che la santa Causa Italiana pericoli d'estrema ruina nei campi della Sesia. E tanto siamo alieni dalla volontà di redarguire e recriminare, e dallo spargere tossico sulle ferite dell'animo, che a noi sembra nessun cittadino essere in fatto esente di colpa, e tutti dover confessarsi di molti errori in faccia alle nuove sciagure d'Italia. E che? i moderati ànno forse molto meno degli altri fallito? Ma se nella schiera numerosissima de' moderati fosse comparso di buon'ora quel coraggio civile, quella vigorezza assennata, e quel risolvere pronto e reciso che alle dure emergenze de' tempi si confaceva, sarebbe forse l'Italia trascorsa agli estremi? avrebbero avuto voce o séguito gli ultra-democratici? Sarebbesi ogni cosa empiuta di sospetto, di diffidenza e di confusione? Adunque, candidamente si dica: Iliacos intra muros peccatur et extra; e siamo l'uno inverso l'altro indulgenti e benigni. Purghiamo i nostri affetti e le nostre opinioni nel comune dolore. Poco è naturale, ed anzi impossibile, che scordando affatto noi stessi, e solo pensando e lacrimando d'Italia, Dio non ispiri le menti nostre, e non le consocii e affratelli in qualche concetto salutare, in qualche generosa risoluzione, che a tutti i buoni Italiani debba ugualmente gradire, e venir da tutti voluta e operata con quella pronta efficacia che le paurose necessità della patria dimandano.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLA GUERRA DE' NAPOLETANI CONTRO I SICILIANI.
5 aprile 1849.
In quest'ora medesima che noi scriviamo, la guerra, anzi il fratricidio di Napoli contro Sicilia è già forse incominciato. Avvenimento funesto, e pel quale non si può formar voto e augurio buono e sincero! Vittorie e disfatte sono deplorabili in egual modo, e le bandiere che vi si spiegano debbono andar tutte coperte di negri veli, come dietro i funebri cataletti. A noi muove gran meraviglia che alcune gazzette italiane ne parlino come se non fosse guerra civile; come se il risultamento finale, qual ch'egli sia, non debba crescere di necessità fra i due popoli l'odio, la rabbia e il comune servaggio, e una sete profonda ed abbominevole di mutua vendetta.
Incredibile a dirsi, il medio evo non è peranco finito in Italia. Si mutino solo le date, e crederemo di assistere alle battaglie infami di Chiozza e della Meloria. Appena un poco di libertà è ricomparsa in Italia, che noi scelleratamente ne profittiamo per lacerare le viscere della patria, là con l'aperta guerra dell'armi, qua con l'occulta delle fazioni. E, per nostra maggior vergogna, quel coraggio ostinato e quel furore di popolo che mal sappiamo suscitare ed adoperare contro gli Austriaci, mostrasi vivo e terribile nel civile conflitto.
In Gaeta è un venerando personaggio a cui debbono più che ogni altra cosa del mondo muover dolore ed orrore le guerre fraterne degli Italiani, i primogeniti della Chiesa. Perchè non esce dal suo ritiro, perchè non entra coraggioso fra i due popoli contendenti, perchè non tenta con l'augusta presenza sua di far cadere d'ambe le parti le armi inique e crudeli? Èvvi ufficio più degno del Gran sacerdote? Èvvi coraggio e ardimento speso in causa migliore e con migliore speranza di bene? Chè quando, per cagioni a noi sconosciute, gli sia impossibile di ciò fare e tentare, non sostenga almeno di rimanersi testimonio quasi incurante e impassibile di tante colpe e miserie italiane.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
DEL MODO DI AJUTARE LA GUERRA.
6 aprile 1849.
Nei pericoli estremi della patria comune conviene attutire ogni discussione che non miri alle armi e alla guerra. Ogni governo, purchè sia Italiano e la guerra Italica ajuti di cuore, dee venire obbedito con lealtà e speditezza. Ai sonori proclami, alle enfatiche declamazioni sia fine. Mano ai fatti; e le parole si spendano solamente a suggerire opere utili daddovero, e a consigliare alcun partito praticabile e pronto. Che si può quest'oggi medesimo mettere in atto per ajutare i Piemontesi in modo efficace e sollecito? Ecco, a nostro avviso, l'oggetto principalissimo, ed anzi unico, nel quale dobbiamo occuparci. Apparecchi nuovi, nuovo ordinamento di nostre schiere, metodi migliori d'istruzione guerresca, e simili cose, come sono desiderabili e ottime, così al presente giungebero tarde ed inopportune. Quante milizie regolari, quante guardie mobilizzate, quanti volontarj abbiamo, si mandino tutti oltre Po a congiungersi con le truppe del General Pepe; si mandino a lui subitamente per via di terra o di mare, secondo che torna fattibile. Se l'armistizio non è accettato e la guerra prosiegue, egli ne farà buona cerna, e i meno atti a combattere porrà a difesa della città di Venezia e a guarnigione nei forti; gli altri menerà seco a più ardite fazioni. In tal guisa il Pepe, avendo possibilità di condurre contro al nemico meglio di venti mila uomini scelti e bene ordinati, recherà gagliardo soccorso all'esercito subalpino, o promovendo la sollevazione del Veneto, o assaltando alle spalle alcun corpo smembrato d'Austriaci, o in più altri modi; perchè parecchi ne può scegliere, e, secondo le circostanze, cambiare le mosse e gl'intenti. Appigliamoci a questo disegno, che è il solo proporzionato alle nostre forze, confacente allo stato di nostre truppe, atto eziandio a impedire l'invasione delle Romagne, e che ricerca per eseguirsi nè molto danaro nè molto tempo.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLA PENA IMPOSTA AI CANONICI DI SAN PIETRO.
11 aprile 1849.
Abbiamo, non con le parole soltanto ma col fatto cotidiano, mostrata la risoluzion nostra di non crescere la scontentezza e inasprir le passioni con quelle gravi censure che le pubbliche cose meriterebbero. Ciò nonostante, quando i principj stessi pericolano e l'opinione universale degli uomini può venir pervertita, parlare è necessità; e noi il faremo con quella schiettezza che la verità e la giustizia prescrivono, e con quella moderazione che la temperie dei tempi e consiglia e comanda.
Leggesi nel Monitore di jeri un decreto dei Triumviri, col quale i canonici del capitolo Vaticano sono accusati, condannati e puniti, per avere reiterato il giorno di Pasqua il rifiuto di prestarsi alle funzioni sacre, ordinate dal Governo. Il decreto chiama criminosa cotale ripulsa. È dunque materia non pure di polizia correttiva, ma di giustizia penale e di Corte d'Assise, come direbbesi in Francia. Dopo ciò, vennesi da noi cercando nel foglio, così l'atto d'accusa e il compendio del processo, come la sentenza formale dei giudici, l'allegazione del testo delle leggi rispettive violate, e l'applicazione della pena. Ma il foglio tace di tutto questo, ed è notorio all'intera Roma, che nessun atto di tribunale e nessuna specie ordinaria o straordinaria di giudicio à qui avuto luogo. Or come? s'incolpa e si taglieggia una congregazione intera e numerosa di ecclesiastici senza veruna formalità e legalità di giudicio; e da quelle persone medesime da cui move l'accusa, move altresì la condanna e la punizione? Ma in qual mondo siam noi? nel bel mezzo d'Europa, nella civilissima Roma sotto il più libero de' governi, ovvero in alcun pascialatico della Romelia o dell'Asia Minore?
Una cosa, intanto, è certissima: che, cioè, qualora il dritto comune stato fosse rispettato, e avessero i magistrati ordinarj assunto, secondo lor debito, di conoscere e giudicare l'incolpazione, sarébbene uscita di necessità una sentenza di pienissima assoluzione. Imperocchè nessuna nozione di dritto, nessuna massima di gius publico, nessun principio di equità e di naturale giustizia, indurrà mai il retto e imparziale giudice a riconoscere in alcun cittadino il perfetto dovere civile di compiere certi atti di culto, e recitar certe preci a tal giorno, a tal'ora, per comando di chicchessia. E siamo noi che pigliamo arbitrio di chiamar criminose siffatte ricuse! noi propugnatori d'ogni libertà, noi banditori dell'inviolabile diritto delle coscienze!
E dopo tanto gridare contra ogni maniera di materiale costringimento in fatto di religione, noi stessi diamo ora l'esempio della violenza; e non tolleriamo che altri neghi di porger mano ad un'opera spirituale per timore, o giusto od erroneo, di commettere fallo dinanzi a Dio? Guardando all'intimo della cosa e non agli esterni accidenti, in verità che pochissima differenza si scorge tra queste nuove multe e condanne, e le carceri e gli altri cruciati del Sant'Uffizio; e tanto esce dal dritto e dall'equità il prete il quale usa come argomento di persuasione la forza esteriore, quanto il magistrato civile che pretende con la corporal forza di astringere il prete ad un atto di culto e di mera pietà religiosa. Nella fede e nel culto vive ed opera (chi non lo sa?) un intelletto ed una natura morale e spontanea, e però abborrente da coazione; e la storia del medio evo è piena di sangue e di lacrime, appunto per avere così i principi come il clero dimenticata o disconosciuta, ciascuno dalla sua parte, una tanto solenne e salutifera verità.
Noi di quelli non siamo che disperano facilmente dell'efficacia dei principj, e credono la libertà e la giustizia essere piuttosto un nobile desiderio de' buoni che un'asseguibile realità. Confessiamo pur nondimeno, che questo veder ripetuti gli errori antichi, e ripetuti da coloro che senza dubbio professano massime affatto opposte, ci perturba e ci affligge più che mediocremente.
La salvezza pubblica è grande e famosa parola, e può di molti arbitrj e di molte fiere deliberazioni essere causa e scusa ad un tempo. Ma non si pronunzino almeno in simili casi i nomi di colpa e di pena, di virtù e di dovere; perchè nessuna potenza e nessuna necessità umana potranno alterare e scambiare giammai la indefettibile essenza della verità e del diritto, di ciò ch'è innocente e di ciò che è reo.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
STUDJ SUL PROGETTO DI COSTITUZIONE DELLA REPUBLICA ROMANA.
I.
21 aprile 1849.
Nel disegno di Costituzione che jeri l'altro fu letto dal deputato relatore signor Agostini, molte cose riescono di necessità le medesime che in altri Statuti fondamentali; ma parecchie sono nuove, o, a dir meglio, sono innovate e ringiovanite. Ai compilatori del Progetto è sembrato convenevole, che trattandosi di ordinare e dettare una Costituzione repubblicana in Roma, dovessero ricomparire alcune di quelle forme politiche, venerande di antichità e di gloria, le quali governavano dal Campidoglio tutto il mondo civile. Perciò, parecchi concetti e ricordanze classiche, come direbbero i letterati, campeggiano in questo disegno di legge costitutrice. I Consoli, il Tribunato e i Comizj vi sono risuscitati non solo nel nome, ma, in qualche porzione almeno, eziandio nel fatto. La questione sta a definire se quelle forme vetuste e dagli uomini (rispetto all'uso) dimenticate, posson o tanto o quanto ripigliar vita e recare profitto. Appresso i Romani, Consolato, Tribunato e Comizj erano parti d'un gran tutto bene insieme congegnate e connesse, prodotte e compite dalla invisibile azione del tempo e dalla lenta conciliazione degl'interessi, e conformate a poco a poco alle singolari e non più ricomparse condizioni di quel popolo miracoloso. Tentare oggi di ricondurle fra noi, benchè a pezzi e frammenti, si è come incastrare nella basilica di Firenze un colonnato di Vitruvio, e porre a riscontro del Mosè di Michelangelo l'Apollo del Belvedere.
Oltre di che, ogni pensatore politico è persuaso quest'oggi, che le antiche istituzioni si reggevano molto di più per l'efficacia dei costumi, che per la virtù e maestria delle leggi; e più assai per la forza della religione e dell'uso, che per la sapienza ordinatrice interiore. Per contra, l'età nostra procaccia di supplire con l'intima bontà delle leggi e degl'istituti al difetto delle tradizioni e all'inefficacia de' costumi. I tre libri De Republica scritti dal dottissimo dei Consoli e giaciuti occulti per tanti secoli, poi ritornati inopinatamente alla luce, non ànno niente di più ajutato gl'ingegni a capire e scoprire la economia del governo romano; quella economia intendiamo che induceva effetti e compiva imprese maravigliose a tutto il mondo moderno.
Due consoli in Roma stavano più che bene, e facevano gran profitto alla cosa pubblica, perchè studio cotidiano di quella città erano la guerra e la conquista. Laonde, il più del tempo, l'uno de' consoli guidava gli eserciti, l'altro provvedeva ai negozj civili. Spartivansi parimente fra loro non pur gli ufficj, ma le provincie; e con siffatti temperamenti, e forse con molti altri che mal conosciamo, evitavasi la discettazione e il conflitto in fra due persone investite di egualissima potestà e incumbenza.
Ma i due consoli di questa nostra repubblica, nessuno intende come faranno a procedere sempre d'accordo. Il sì dell'uno vale quanto il no dell'altro, nè più nè meno; e come la legge non partisce fra loro nessun officio e nessuna giurisdizione, così quell'altercazione del sì e del no può insorgere ad ogni momento e per ogni cosa, e non è provveduto alcun modo di farlo cessare.
Manco male, se i consoli venissero eletti dall'Assemblea; perchè quivi i rappresentanti più savj e sperimentati potrebbero convenire, e dare i suffragj a persone il men che si può disformi di genio, d'opinione e di scienza. Ma i consoli, giusta il disegno, escono essi pure dallo scrutinio popolare; quindi, per li diversi umori delle provincie, accadrà sovente di vedere appajati uomini differentissimi. E neppure è lecito di credere che la stanchezza e la noja ovvero l'urgenza dei casi costringali a cedere l'uno all'altro secondo i tempi e gli accidenti, o a convenire in continui mezzi termini per giungere a qualche atto e deliberazione comune. Imperocchè, sopra que' poveri consoli pesa una sì tremenda e incessante malleveria, da spegnere qualunque buon desiderio di mezzi partiti e di mutua condiscendenza. Nelle altre Costituzioni sono i parlamenti che tengono arbitrio di sottoporre a un'imputazione criminale i capi non inviolabili del Governo; ma nella nostra, ogni cittadino può con un semplice suo memoriale promuovere l'accusa e la condannagione dei consoli. Nè solo debbono essi render ragione delle faccende della repubblica ad ogni sei mesi, e quante volte sieno dall'Assemblea ricerchi di ciò; ma usciti appena d'uffizio, vengono per disposizione suprema di legge posti a sindacato dai Tribuni, i quali possiedono facoltà di tradurli di poi in giudicio. In Francia, presidente e ministri incontrano tutt'insieme una pari obbligazione di mallevare; ma la nostra Costituzione fa imputabili di colpe di stato i soli due consoli, e ogni mancamento de' primi ufficiali del Governo rovesciasi loro sul capo.
Abbiamo finito? non già, perchè riman di notare in questo medesimo subbietto un altro grave disconcio. Conforme il disegno di cui parliamo, ogni anno all'uno dei consoli tocca di uscire di magistrato, e vien supplito dal console nuovo. Per tal guisa, colui che rimane, dopo avere per avventura assai faticato e sudato a comporsi nelle massime e nella pratica col suo collega, dee ricominciar l'opera e la fatica con l'altro che sopraggiunge; al quale altro avverrà dopo un anno la sorte medesima; e così senza fine. Oh Consolato degno di poca invidia e di molta commiserazione!
II.
23 aprile 1849.
La vita politica delle nazioni, simigliando a quella dei corpi animati, non può sussistere nè prosperare senza un artificioso contrasto delle sue parti. Ma il contendimento in fra esse debb'essere tale, che invece di uscirne la disgiunzione e la distruzione, e invece che le virtù e le forze contrapponendosi vengano a sminuire e cessare, moltiplichino per lo contrario la lor vigorezza e la loro efficacia, e compongano, quasi a dire, una discorde concordia, piena di varietà e di ordine insieme.
L'arte, pertanto, dei filosofi politici consiste a trovare una felice e durevole antagonía (mi si conceda il vocabolo) delle forze civili, donde provenga continuamente l'ampliazione e la sicurezza delle libertà pubbliche e del comune perfezionamento. Per contra, quelle costituzioni in cui signoreggia un solo principio e una sola forza qualechessia, portano entro sè la cagione dello scadimento e ruina propria. Le monarchie assolute appena ebbero consumate le reliquie della feudalità e ogni specie di gerarchia interposta tra esse e il popol minuto, soggiacquero alla violenza di ripetute sollevazioni, e cessero il luogo ai governi rappresentativi. Per simile, le aristocrazie di Venezia e di Genova, dopo avere in sè accumulata ogni potestà ed ogni diritto, si disfecero nella dissolutezza e nell'ozio. L'aristocrazia inglese, in quel cambio, ponendo argine a sè medesima e alla sua prepotenza con la Camera dei Comuni e con altre popolari franchigie, non solo è ancor sussistente e gagliarda, ma non sembra dar segno nessuno di decadenza e di prossimo disfacimento. Grande errore farebbe colui il quale stimasse che i governi popolari vadano esenti da questa legge. I Fiorentini, quando ebbero divelto dal seno loro ogni ordine di patriziato e ogni autorità senatoria, e raccolto tutto il potere in mano delle Arti, non perciò si quietarono, ma si divisero in sètte più numerose, e la città e lo stato riempirono di tumulti e sollevazioni.
A coloro, impertanto, che si travagliano di ordinare e costituire in maniera durevole le moderne democrazie, debbe star ferma in pensiero cotesta massima fondatissima: di non permettere che la forza e autorità popolare non abbia contrasto legale alcuno, e la vita così politica come civile non esca sempre rinnovata e rinvigorita da un ben congegnato sistema di antagonía.
A rispetto di ciò, debolissima e molto pericolante, a credere nostro, è l'ultima Costituzione di Francia, e sarà tale qualunque altra le voglia rassomigliare. Quivi una sola è la fonte e l'emanazione di ogni dignità e di ogni potere; senza che alcuna prescrizione di legge od ufficio di magistrato curi e provveda se non a impedire, almeno a scemare notabilmente gli sconci assai gravi che il suffragio universale conduce seco, e i quali dal lato degli elettori sono principalmente la volubilità, l'ignoranza e la seduzione. Quivi una sola assemblea, originata da quel suffragio, fa e delibera tutte le leggi e ne veglia l'esecuzione. Quivi il capo del governo trae l'autorità e l'ufficio suo transitorio dallo stesso popolare scrutinio; e non possiede per moderare alcun poco la onnipotenza dell'assemblea verun altro mezzo, che farla richiedere dai ministri entro il termine solo di un mese, di voler sottoporre a nuova deliberazione la legge per innanzi approvata; e può l'assemblea non accedere alla domanda. Quivi, pertanto, è una sola ed unica potenza e dominazione, la volontà delle moltitudini; le quali di lor natura, come dicemmo, riescon voltabili e passionate, nè si posson difendere quanto è bisogno contro la propria ignoranza e l'altrui seduzione. Ora, nessun rimedio à trovato la Costituzione nuova francese ai difetti e all'eccesso del regno assoluto delle moltitudini, e alle esorbitanze del parlamento che discorre ed opera in nome di quelle. Tutt'i poteri sono soverchiati continuo da una forza incircoscritta e infrenabile; e l'antagonía salutare della vita politica è sciolta e annullata.
In America, alla prevalenza cieca del numero e all'arbitrio pieno del popolo minuto contrasta primamente la forma di governo confederativo; la quale induce meno impeto nel consiglio e nell'opere, e commette al congresso centrale la sola trattazione degl'interessi effettivamente comuni, e però assai più larghi e meno mescolati ed intorbidati di passioni e preoccupazioni. Secondamente, l'abbondanza inesauribile del lavoro e l'alto prezzo delle mercedi, fa la plebe di necessità meno inquieta ed astiosa, e ne' suoi pensieri e suffragi più temperata. In terzo luogo, ognun sa che la potestà legislativa è spartita in America tra la Camera dei Comuni e il Senato, e che non procedono entrambi dal suffragio universale, nè sono eletti con una medesima ragione proporzionale; imperocchè il Senato componesi secondo il numero degli Stati, e la Camera de' Comuni secondo quello dell'universale popolazione. E similmente, non dal suffragio delle plebi, ma da certo modo particolare e ristretto di eleggere, esce il nome del presidente a ciascun quadriennio.
Ora, non sussistendo nulla di tutto ciò in Francia, egli occorreva di speculare e indagare altra natura di spedienti e altra efficacia di rimedj: il che non fu fatto nè procurato.
Ai degnissimi cittadini che lungamente meditarono l'idea della Costituzione romana, sembra che siffatti pensieri e difficoltà o non sieno sorti nell'animo, o non li abbiano piegati ad altre cogitazioni e risoluzioni. Certo è, che nel lor disegno di legge fondamentale incontrasi, come appunto nella francese, una sola assemblea, una sola forma di elezione, una sola origine di autorità e di potere. Ma in Francia ogni proposta accolta nel parlamento dee, per avere forza di decreto, venir messa a partito e vinta tre volte consecutive; e oltre di ciò, il presidente, innanzi della promulgazione a lui affidata, possiede come notammo, la facoltà di richiedere una quarta e ultima deliberazione. Giusta il disegno di Costituzione di cui parliamo, un consimile temperamento può venire usato dai Tribuni. Di questi, adunque, diremo un po' alla distesa, e con sempre uguale franchezza e sincerità di discorso.
III.
25 aprile 1849.
Chiunque ricorda il tribunato romano antico, pensa una tremenda magistratura che, per effetto delle sue interdizioni, de' suoi giudizj e de' suoi plebisciti, non solo la forza contrappesava e l'autorità del Senato, ma non di rado soprapponeva il diritto e la volontà della plebe alle giurisdizioni e alla potenza di tutto l'ordine dei patrizj. Nel nostro Progetto dì Costituzione il tribunato è cosa molto più innocente e leggiera, e tra tutti gli ufficj della repubblica è del sicuro il più scioperato ed agevole; tanto che sembrerebbe costituito per serbare in Roma alcuna memoria e figura dei Benefizj Semplici, quando il tempo e i costumi li sopprimessero. Per vero, ad esso non è attribuito altro incarico peculiare e continuo, se non quello descritto dall'articolo 33, con queste formali parole: «Sopra le leggi adottate con maggioranza minore di due terzi, possono i tribuni richiamare il suffragio dell'assemblea; e se dopo la seconda discussione sono adottate con meno di tre quarti di suffragi, i tribuni hanno il diritto di richiamarle a nuova discussione. Dopo la terza discussione, se la legge è adottata a qualunque maggioranza, viene eseguita.»
Nella proposta neppure è indicato l'idoneo modo col quale il tribunato esercita cotal suo diritto; cioè se il debba mettere in atto per messaggio all'assemblea, o se per organo dei consoli od altri primi ufficiali, ovvero presentandosi egli medesimo nel parlamento, e quivi annunziando essere sua volontà che la discussione di tal legge o di tal altra, benchè compiuta, si rinnovelli. Ma certo è che la legge fondamentale non gli fa obbligo nemmeno di significar le ragioni ond'è mosso a chiedere la rinnovazione dei dibattimenti e la prova del bossolo.
Ciascun vede, pertanto, che comoda magistratura sia quella del tribunato, scarica affatto di pensieri e di occupazioni, e non dovendo ragione ad alcuno del proprio operato; imperocchè ella sola, secondo la proposta, non incorre in veruna malleveria, e non riconosce potere alcuno che le stia sopra.
Dicemmo nel primo Articolo, che in questo disegno di legge fondamentale, chi porta davvero un basto ingrato e pericoloso, sono que' tapinelli de' consoli: onde qui Cicerone non avrebbe per lo certo di che compiacersi oltremodo, e non morderebbe sì spesso ne' suoi discorsi que' tanto numerosi e protervi qui honori inviderunt suo. E si avverta di passata la ingiusta parzialità che interviene tra i consoli ed i tribuni. La proposta di Costituzione prescrive nell'articolo 22, che i consoli debbono conseguire nei generali comizj non meno di centomila suffragi; ai tribuni basta la pluralità ordinaria; e ciò non pertanto i consoli sottostanno al sindacato dei tribuni. Questi poi, come i prediletti e i beniamini dello Stato, sono mantenuti e spesati dalla repubblica; del mantenimento dei consoli la Costituzione non parla: eppure la lor bisogna e la briga è grandissima; quella dei tribuni è pressochè nulla. Onde ci par di sentirli ogni giorno, desinando nel nuovo Pritaneo, sclamare per gratitudine: Populus nobis hæc otia fecit.
Ma, rivenendo al primo proposito, egli si può dire che l'officio sopradescritto del tribunato poco importa al corpo da' cittadini se riesce lieve o gravoso a chi lo sostiene, quando torni in effetto di gran momento e di gran salute per la repubblica. Ma qui appunto la mente nostra si smarrisce in cercando i principj e le massime che ànno condotto i compilatori della proposta ad immaginare questo lor tribunato; il quale è inopportuno e soverchio per un rispetto, e per un altro è inefficacissimo e vano. Soverchio, all'intento di conseguire nuove discussioni e nuovi scrutinj, e soverchio altresì, come vedremo più tardi, per sindacare l'azione dei consoli; inefficacissimo e vano, per porre limitazione alla prepotenza popolare, e introdurre nello stato una saggia e provvida antagonia; inefficacissimo, infine, per mantenere nella repubblica una giusta misura fra i due elementi costitutivi d'ogni progresso civile, la conservazione vogliam dire e l'innovazione.
Tanto è discosto da verità, che l'ufficio di domandare una discussione nuova esiga la creazione di una sì alta e insigne magistratura qual'è il tribunato, che in Inghilterra viene a ciò soddisfatto e supplito da un semplice articolo di regolamento parlamentare, e in Francia da una speciale prescrizione della legge costitutrice, là dove tratta delle pertinenze e funzioni dell'assemblea. Ma sì in Francia e sì in Inghilterra tale precetto di rinnovare i dibattimenti e dare più d'una volta i partiti, non ad altro serve, salvo che ad impedire la troppa sconsideratezza e precipitanza delle deliberazioni. Nè l'opera dei tribuni può recare in ciò maggior bene, eziandio per questa considerazione, che l'autorità loro appresso i deputati del popolo è men che mediocre, venendo eletti, siccome quelli, dagli stessi comizj e a pluralità ordinaria di voti: quindi, a rispetto del valore e dell'importanza morale, i tribuni agli occhi dell'assemblea sono dodici contro dugento; sono dodici muti ed inoperanti, contro dugento che discutono e che risolvono.
Secondo la proposta, i consoli, terminato l'ufficio loro, ne rendono conto ai tribuni. A questi poi appartiene o approvarli o proporne l'accusa. Con ciò, non v'à dubbio, il tribunato ritroverebbe, una fiata almeno ogni due anni, qualche giorno di briga e di occupazione. Ma si consideri che innanzi a quel termine, ai consoli tocca per quattro volte di render conto all'assemblea dello stato de' pubblici affari; la qual cosa include di necessità l'esame e il giudicio minuto e specificato dell'opere loro: ed anche intralasciamo di ricordare che debbono i consoli ripetere punto per punto quell'atto, sempre che ciò venga nel desiderio dell'Assemblea.
Posto, dunque, ch'essi della ministrazione loro sieno usciti netti e incolpevoli, e niun cittadino gli abbia accusati od abbia potuto far giungere l'imputazione insino alla forma del giudicio, la quinta ispezione e indagine de' lor fatti e portamenti diventerà di leggieri, piuttosto che altro, una formalità ed una sovrabbondanza. In caso poi che il contrario avvenisse e proponessero i tribuni l'accusa dei consoli, l'assemblea sarà pochissimo disposta ad approvarla e continuarla; perchè moverebbe da gente non guari mallevadrice dell'atto, sprovveduta di autorità grande, chiamata a supplire i consoli per tutto il tempo del giudicio; e più ancora, perchè l'assemblea confesserebbe la incapacità propria e la negligenza, col non aver saputo o voluto prevenire i tribuni intorno al sindacare le azioni dei consoli.
Rimane di far parola d'una straordinaria incombenza data ai tribuni; d'invigilare e conoscere, durante la dittatura, se il pericolo della patria è cessato. Merita la cosa che noi ne discorriamo a più bell'agio nel prossimo foglio; e vedremo quanto curiosa e piacevole invenzione riesca questo aborto di Tribunato.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLO SBARCO DEI FRANCESI A CIVITAVECCHIA.
26 aprile 1849.
Lo sbarco delle truppe francesi in Civitavecchia è avvenimento gravissimo, nel quale sta inchiusa una questione di fatto e una questione di alto diritto. Sebbene, in quanto al diritto, la parola questione è forse impropria ed equivoca; imperocchè, al sentir nostro, la violazione del diritto è patente, e non può muovere alcuna ragionevole controversia. Per ciò noi ringraziamo di cuore i Triumviri per avere prontamente e con solennità protestato; ed altre grazie avremmo ad essi reso, se per compire lo sbarco fosse ai Francesi tornato necessario il venire a qualche atto di forza e all'uso dell'armi, e i superiori e magistrati del luogo fossersi ritratti in Roma o in altra terra sicura, secondo che in simiglianti frangenti è costume di fare. Sì nel proclama dei Triumviri e sì in quello dell'Assemblea, per ciò che spetta all'invasione del territorio, sono adoperate parole piene di giusta indignazione e di romana alterezza. Ma ci avrebbe gradito assai che le legittime rimostranze non fossero unicamente state fatte nel nome nostro, ma di tutta la Nazione Italiana; perchè non è lecito mai di scordare che noi siamo provincia d'Italia e nobile parte del territorio nazionale comune, il quale gli stranieri ànno offeso e violato, offendendo e violando il nostro particolare. E in questi sensi per appunto fu dettata la protestazione del Ministero del 16 di novembre contro il minacciato invio di truppe francesi; in questi sensi parlò il ministro Mamiani al Consiglio dei deputati, i quali tutti nella sua sentenza convennero con pieni applausi ed unanime deliberazione.
Ma, salvato il principio, e fatto conoscere agli stranieri che alla Nazione Italiana se manca tuttora il nervo non manca il senso, e che l'altrui forza può bene opprimerla ma non ingannarla, nè indebolire in cuor suo la coscienza piena che à racquistata del proprio diritto, deesi considerare con gran diligenza la questione del fatto.
Noi preghiamo strettamente ogni buono e leal cittadino a ponderare con fermo giudicio, se nelle condizioni presenti d'Italia e nella disposizione più generale degli animi, e dopo cadute le armi subalpine a Novara, sia probabile o no di trovare mezzi copiosi, séguito e ardore di gente, ostinazione invitta e magnanima non diciamo per far trionfare il diritto, ma per difenderlo con dignità. D'altro lato, è grandemente mestieri di porre eziandio in esame, se la calata de' Francesi non abbia per cagion vera e impellente la necessità di prevenire altre violente occupazioni, ben davantaggio odiose e malefiche, e di gente nimicissima d'ogni libertà nostra e del sacro nome d'Italia. Uopo è di considerare se nel pericolo sommo in cui si travaglia la patria, e sul punto di naufragare e perire, non le corra debito di gettar via nell'onde qualche insigne parte del carico perchè tutto il restante si salvi. Infine, veggano e considerino gl'ingegni integri e imparziali, se in tanto bisogno di concordia e di fratellanza, non divenga ufficio doveroso e pietoso insieme di rimovere quelle poche cagioni di differenza che peranco insorgono in mezzo di noi, e impediscono che noi ci stringiamo tutti in un sol pensiere e ci affatichiamo in un solo studio, e il qual sia di campare ed assicurare alcuna porzione di libertà, e quanta almeno i nuovi infortunj d'Italia e la prepotenza degli stranieri ne posson lasciare intatta e sincera . . . . . .
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
ELOGIO FUNEBRE DI RE CARLO ALBERTO
detto da Terenzio Mamiani nella Metropolitana di Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX.
In sul cadere di giugno del 1849, entrati i Francesi in Roma, e appresso a pochi giorni intimato insolentemente all'Autore di uscirne, egli si rifuggiva in Genova, dove ogni maniera di ospitali dimostrazioni e carezze lo accolse e riconfortò. In quel mezzo tempo, giunse nuova della morte di Carlo Alberto, e Genova si apparecchiava a riceverne le amatissime ceneri con riconoscente dolore e con funebre pompa. Allora fu scritta al Mamiani la seguente lettera:
«Chiarissimo signor Conte.
«Il Municipio di Genova, mosso dal desiderio di tributare un estremo omaggio di devozione riconoscente alla memoria del Propugnatore dell'Italica Indipendenza, del Monarca Legislatore, cui i Popoli Subalpini sono debitori dello Statuto, deliberava che in occasione del passaggio per questa città delle venerate spoglie di Carlo Alberto, gli fossero celebrati solenni Ufficii di espiazione nella Chiesa Metropolitana.
«Bramoso, oltreciò, il Municipio che i pregi e le azioni del Principe magnanimo e sventurato formassero in tal congiuntura il subbietto d'una Orazione funebre, e che i sentimenti da cui i Genovesi sono animati per Carlo Alberto fossero espressi da chi sapesse rendersi degno interprete d'un dolore che tutti i veri Italiani debbono partecipare, ebbe ad ascrivere a sua ventura che la presenza in Genova di un Terenzio Mamiani gli porgesse il modo più acconcio di soddisfare all'intento.
«Al Corpo Civico non solo son noti i meriti letterarii e scientifici che rendono la S. V. uno de' più specchiati ornamenti d'Italia, ma stanno dinanzi i servigi segnalati ch'Ella generosamente prestava alla Patria Comune, ed insieme il particolare affetto ch'Ella nutre per questa città, la quale tanto si pregia di essere da V. S. Chiarissima stata eletta a sede ospitale.
«Queste considerazioni determinando l'unanime assenso del Consiglio Delegato a commettere a V. S. l'incarico della Orazione da recitarsi dopo la sacra cerimonia, fanno concepir la fiducia ch'Ella vorrà accondiscendere alla preghiera che per mio mezzo Genova tutta Le porge.
«Gradisca, chiarissimo signor Conte, l'attestato del riverente ossequio con cui ho l'onore di proferirmi
«Di V. S. Chiarissima
22 agosto 1849
Devotissimo Obbedientissimo Servo Il Sindaco Antonio Profumo.»
L'Autore rispose:
«Signor Sindaco.
«Di tutti gli onori e favori segnalatissimi che questa Città insigne e ospitale si è degnata parteciparmi, il maggiore senza dubbio è quello che la S. V. mi proferisce col suo foglio di jeri, invitandomi nelle prossime esequie di Re Carlo Alberto a recitarne publicamente le lodi. Ragionare convenientemente di quel gran Personaggio, e farsi organo fedele e diserto del popolo Genovese in tanto suo lutto e dolore, è certo impresa da sgomentare non pure il mio povero ingegno, ma quello eziandio de' più provetti e felici oratori d'Italia. Ma d'altra parte, ricusare un sì nobil ufficio e un'offerta capace da per sè sola d'illustrare tutta la mia bassa vita e fortuna, e in cui risplende un carissimo testimonio della rara predilezione per me di tutto questo glorioso popolo, ha sembrato al mio giudicio più presto un atto d'orgoglio che di modestia, e il quale non passerebbe senza qualche odiosa apparenza d'ingratitudine. A me corre obbligo, adunque, accettando l'onore ed il carico, di fare ogni sforzo ed ogni fatica per rimanere meno discosto che io potrò dalla grandezza del têma, e con lo zelo almeno e lo studio mostrare alla S. V., a suoi Colleghi onorandi e alla intera Città, che la riconoscenza mia e la devozione inverso di loro, se negli effetti è scarsissima, è somma e perpetua nel sentimento e nel desiderio.
«Mi creda pieno d'osservanza e d'ossequio
«Della S. V.
«Li 23 di agosto 1849.
Umilissimo e Obbedientissimo Servo Terenzio Mamiani.»
I.
Dei veramente grandi e buoni è l'orazion funerale dettata prima d'ogni altro dal popolo; e dove questo si tace, non vale facondia e abilità d'oratore. A niun tristo principe, morente sicuro in suo letto, è accaduto mai di non avere accanto al suo feretro un gonfio panegirista, il quale osi di adulare e mentire eziandio tra le pareti del tempio, alla presenza più viva e più manifesta di Dio. Se non che, in quel caso, l'ostinato silenzio del popolo accusa e sbugiarda il celebratore. Per lo contrario, dove l'amore e l'ammirazione delle genti accompagna la morte d'un giusto re, nessuna eloquenza pareggia forse il buon sentimento di quelle; come alla vista del feretro suo, nessuna forza, nessuna astuzia, nessun pericolo potría ne' petti stagnar le lagrime, e il lutto e il rammarico seppellirvi. Quando le ceneri di Germanico per mare venute toccaron terra, da ogni loco eziandio non vicino piovean le turbe accorate, e con ansia amorosa di vederle e onorarle; nè astenevasi alcuno di mostrare e provare al mondo, che lui sfortunato e tradito avean caro sopra tutti i potenti e felici, e volevanlo glorificato al par d'un Iddio. Ora, quell'accoramento medesimo, quell'affollarsi da tutte bande, quel gemere luttuoso ed universale s'è pure udito e veduto in questo porto di Genova, appena vi salía la nave che riconduce a noi dall'esilio la salma d'un re sventurato ma grande, e la quale accoglievano afflitti e in gramaglia que' Senatori e Rappresentanti a cui lasciava egli in perpetuo retaggio la libertà; e circondavanla le milizie di que' segni stessi e di quelle bandiere (ahi dimesse oggi e abbrunate!) ch'egli volle sopra tutte le torri della Penisola inalberare, e farle in ogni terra e sopra ogni mare franche, temute e trionfatrici.
Ma quanto è maggiore la perdita, più sentito il dolore, il tribolo più generale e sincero, altrettanto l'anima del dicitore se ne sgomenta; perch'egli non può fare come il pittore Timante che figura Atride nascondentesi dentro le palme il viso; ma sì è costretto di ragionare mentre non vorrebbe che piangere, e mentre in cambio di parole, gittar vorrebbe muti sospiri e flebili suoni interrotti. Or che dirò della povera mia loquela, o Signori, innanzi a sì alto subbietto, e in faccia a sì grande, sì vero e non esprimibil dolore di tutta questa città, che nell'ardore de' nobili affetti a niun popolo cede, a moltissimi entra innanzi? Ma d'altra parte, io vo pensando che qui non si tratta di sole funeree lamentazioni, e di solo sfogo al comune e soverchiante cordoglio; e nemmanco si tratta di esimia palestra oratoria, e di spiegare innanzi alla vostra curiosità sfoggiate bellezze d'arte e di stile. Ben altra cosa domandano la santità e solennità del luogo e del rito, l'anima augusta per cui preghiamo, l'Italia infelice che a questa terra rimira, ultimo asilo e sostegno della sua libertà e delle sue speranze, ahi già tanto superbe! Lasciamo alle prefiche e alle femminette l'abbondanza del pianto e le inconsolabili nenie. Nessuna cosa è più degna d'un popol civile raccolto d'intorno alla spoglia mortale di strenuo principe, che il chiudersi in grave mestizia e meditabonda, piena d'alti documenti e consigli, e che sia lume e preparazione di migliori destini.
II.
Suole gran parte di coloro che studiano nelle storie, uscire dalla notizia e considerazione di quelle con l'animo troppo diverso e fuor misura disingannato, e odiando quasi la luce che d'indi è lor balenata. Imperocchè stimano averne raccolto questo insegnamento più generale e più certo: che, cioè, il genere umano vive e si pasce, come durevolmente fanciullo, di perpetue illusioni; la fortuna governare le cose nostre con usuale insolenza e perfidia; quei popoli acquistare grandezza e quei principi venir lodati e famosi, che son fortunati. Le imprese comechè giuste e nobili, gli sforzi comechè dolorosi e magnanimi, quando il buon successo non gli accompagni, o si estinguono nel silenzio, o con dispregio son ricordati. Se il cuore fu schietto e sublime, il tentamento generoso, le intenzioni benefiche, la volontà invitta e incrollabile, non si chiede. Invece, molti nomi permangono illustri e molte opere ricordate nei secoli ed ammirate, le quali la giustizia condanna, e la bontà deplora ed abbomina. Insomma (sentenzian costoro), la lealtà, il coraggio, la rettitudine, la bontà e l'annegazione sola valgono nelle storie meno che nulla, e di lor si fa caso unicamente allora che menano seco la forza, l'ingegno, l'abilità, la fortuna; e l'abilità, l'ingegno, la fortuna e la forza valgono, pur troppo, e prevalgono anche sole. Ora, a tale sentenza sconfortatrice e del sicuro non tutta falsa, ognun sa che dovrebbe il virtuoso e il cristiano non si perturbare; essendo notissimo a lui, che il mondo è cieco e strano dispensiere di fama, e il volgo si lascia pigliare alle splendide e strepitose apparenze; notissimo è a lui, che la virtù è rara e divina cosa per ciò appunto che tragge i premj da entro sè stessa. E fuori di sè, non agli uomini li domanda ma sì a Dio immortale, e dei parziali e sciocchi giudizj umani alteramente sorride. Ciò resta vero; ma la virtù comunale e generalmente usata non è profonda nè coraggiosa; e d'altra parte, ànno le storie del medio evo mostrato e provato assai, quanto torni pericoloso il porre tutte mai le speranze e tutti i pensieri fuori del mondo. Ei si fa necessario, pertanto, che qualche preludio almeno di gloria, qualche cenno di spiritual premio, qualche segno e testimonianza visibile di laude e di onore, segna presto o tardi l'animoso ed il buono eziandio quaggiù in terra, e gli tenga luogo di lieti successi e d'ogni altro bene.
Al presente, io mantengo che quel preludio di gloria, quel segno d'onoranza più, direi, celeste che umano, e il quale o non mai o rarissimo può mancare alle virtù grandi benchè infelici, sì è l'amore appunto di tutti i buoni, e la compassione e insieme l'invidia di tutte l'anime generose e gentili; si è il giudicio e la sanzione del popolo, il quale tuttavolta che non vien soprafatto dalle arti maligne degli ambiziosi e de' prepotenti, serbasi retto nell'assegnar la sua stima, e scuopre e indovina assai bene la probità delle intenzioni e dei fini; e dove non possa altrimenti, sfoga con segrete rammemorazioni e qualche nascosta lacrima l'affetto riverente e pietoso.
In tal guisa, e contro i ludibrj della fortuna e a preferenza d'altri re abilissimi e potentissimi, l'amore, l'ammirazione, l'encomio, il compianto di tutta Genova, di tutto il Piemonte, di tutta l'Italia accompagna, circonda, onora e quasi non dissi adora l'estreme reliquie di questo Re, e lui caduto due volte nel santo intraprendimento, udiam tuttavia chiamare e salutare un eroe.
Insegnamento sublime e più che altri mai profittevole, il quale esce da queste esequie! Oggimai dee sapere qualunque Italiano, che quando anche o dagli accidenti o dalla natura fossegli contrastato e interdetto di segnalarsi per doti peregrine ed eccelse d'ingegno e d'arte, sempre gli rimarrà, se lo voglia, il tesoro non dissipabile d'un eroico sentire e d'un forte operare; e che gl'infortunj più fieri e impensati mai non varranno a frodarlo della tacita maraviglia e dell'affezione ossequiosa di tutti coloro che il pregio dei pensieri e dell'opere umane indagano e pesano alla stadera e al lume della coscienza, e riscontrandole esattamente coi dogmi eterni della giustizia e del bene. Il qual lume e il quale riscontro c'insegnano oggi appunto con gran sicurezza, che il peccato dei destini, la crudele indifferenza d'Europa, gli eccessi delle fazioni e i funesti errori di tutti, contrastarono e soprafecero le intenzioni più alte e schiette e magnanime che sieno sorte e dimorate pur mai nel petto d'un re; e che sì le opere, i benefizj e i tentamenti di Carlo Alberto inverso la patria comune, sì ogni mezzo voluto e prescelto da lui nell'adempimento di essi, furono tutti impressi e lucenti di quella prodezza antica e di quella civile santità, che sola può salvare e riordinare, non che l'Italia, ma il secolo, e queste viventi e le nasciture generazioni.
III.
Famoso è nelle storie d'Erodoto quel discorso di Solone a Creso re dei Lidj, col quale fece il savio ateniese divisare e conoscere, come per dar giudicio della bontà e felicità della vita convenga soprattutto aspettarne e considerarne il termine; e che le ultime parti di quella (quando già non sia dalla vecchiezza troppo consunta) ne racchiudono il maggior pondo e valore, perchè ne sono, come a dire, il portato a cui preparare trascorsero gli anni antecedenti. E sebbene questi non paressero tutti laudevoli, o non quanto gli ultimi, fannosi di leggieri dimenticare, sembrando tener simiglianza con quelle foglie e quei tegumenti che bene allegato che abbia il frutto, si diseccano e cadono. Per contra, dove l'ultima maturità della vita non riesca corretta e gloriosa, poco o nulla stiman gli uomini le virtù e i pregi anteriori. Certo, non è senza maraviglia il pensare, come i trascorsi e la ferità di Ottaviano Augusto vengano quasi tenuti in non cale per considerazione della sapienza e liberalità posteriore. Nè comparisce meno strano, che il saper morire da forte e da generoso tramandasse ai posteri il nome di Ottone pressochè mondo d'ogni sozzura. Ma, per lo contrario, trapassò dubia e macchiata in sino a noi la fama di Teodorico, soltanto per avere una vita tutta bella e incolpevole bruttata, in sul finire, d'un fallo unico, incrudelendo contro que' due gran giusti, Simmaco e Boezio.
Ciò bene osservato, a voi non parrà disdicevole che io, stretto dal tempo e dal proseguimento del rito e di sue cerimonie, e sceglier dovendo il meglio e il più sostanzioso della vasta materia, raccolga il mio ragionare quasi tutto negli ultimi anni della vita di Carlo Alberto; ne' quali, d'altra parte, un secolo intero sembra esser trascorso, e ai quali porterà invidia in qualunque età qualunque principe d'alto sentire, e che abbia cuore d'innamorarsi della sventura e di non tremare il martirio.
Io dico e ripeto, impertanto, con gran fermezza, che i concetti e le mire di Carlo Alberto, quali segnatamente negli ultimi anni si palesarono a tutto il mondo, ed alle quali accomodò ogni pensiero e ogni azione, furono le più pure insieme e le più eccelse e benefiche a cui può voltarsi una elevatissima mente e un petto generoso ed intrepido; e al mio giudicio, procede da esse sole tal merito, da tenere viva e onorata in perpetuo la sua memoria. Nel vero, di molte e varie accidenze di guerra e di molti imprendimenti formidabili e strepitosi ragiona la storia; e più a lungo ed enfaticamente assai, con quanto maggior sangue e maggiore perturbazione e ruina di cose si consumarono. Ma se dalla giustizia ed utilità del fine lecito fosse di misurare la bellezza e splendenza loro, quante di esse imprese pensiamo, o Signori, che si rimarrebbero degne d'encomio e di ammirazione? Certo, lasciando pure intatta ed inesplorata l'antichità, io vorrei che in qualche dotto e prudente uomo fosse stato arbitrio d'interrogar d'improvviso o Carlo quinto, o l'emulo suo Francesco, o Luigi decimoquarto, o Carlo di Svezia, o (mi si dia licenza d'aprir tutto il vero) quel Genio stesso tragrande che regnò, non à molti anni, dal mare germanico al mar siciliano e dalla Loira alla Vistola, e osò portar guerra ad un tempo medesimo sulle terre Gaditane e sulle Moscovite. Io vorrei, dico, che in alcun giorno de' più radiosi e beati del viver loro, quel savio che io mi figuro avesse inopinatamente potuto a ciascun d'essi addirizzare queste o somiglianti parole: — Creatura mortale e peccabile, che pensi, che imprendi, ove guardi? Veggo gesti rumorosi e magnifici; veggo battaglie e conquiste, paesi sconvolti, ordini antichi mutati; ma i fini proporzionati del bene e dell'utile, e la necessità e giustizia delle cagioni non veggo. Degna mostrarmi il largo e perpetuo profitto che il genere umano intero, od almanco la tua nazione, è per trarre da sì gran copia di sangue, da sì profondi guastamenti, da guerre sì lunghe e sì disastrose. — Del sicuro, a interrogazioni cotali non avrebber fallito risposte ingegnose e magniloquenti da ciascuno di que' famosi. Ma negli occulti del cuore e negli ultimi penetrali della coscienza un subito scompiglio sarebbe pur nato, e una involontaria e amarissima dubitazione intorno alla bontà e legittimità del proposito. Interrogato in quella vece di ciò medesimo Re Carlo Alberto in qualunque tempo e in qual sia frangente di cose, chi di noi nol vede e non l'ode speditamente rispondere, con pacata serenità e alterezza dal profondo dell'animo attinte: — Chiedi quello che io voglio e ch'io fo? io la più santa e legittima voglio e procuro di tutte le imprese, l'affrancamento d'Italia. —
D'ogni e qualunque azione civile, la principale e migliore per merito, per dignità, per bellezza, per santità, per fama, sempre fu reputato il procacciare, con arduo sforzo ed eroico, la liberazione della patria dalla tirannide dei forestieri. Imperocchè, fondamento d'ogni libertà e d'ogni diritto è la politica indipendenza; rimossa la quale, può solo sussistere un'apparente libertà e un apparente diritto. Del pari, nella indipendenza è il principio vero e spontaneo e la cagione efficace e sempre ubertosa di ogni prosperità e grandezza sociale; essendo che l'ordine morale del mondo à determinato e prescritto ab eterno, che le nazioni, primamente e originalmente da natura costituite, rimanendo signore ed arbitre de' proprj destini, arrechino all'intera famiglia umana quella stessa varietà d'indole e quella eccellenza stessa speciale di attitudini e di talenti, che può ogni singolo uomo arrecare alla propria città; onde risulta l'armonia portentosa delle differenze, il cambio e la mutuazione degli uffici e dei comodi, e in fine l'incremento e il progresso del comun bene. Il perchè, oppressare l'autonomia naturale dei popoli si è rompere guerra scelleratissima alla Provvidenza, la quale a ciascuna nazione liberalmente concesse di veder meglio che tutte le altre una sembianza del vero e del bene eterno, e assegnò qualche proprio e nobile ascendimento su per l'immenso scaleo della perfezione civile. Da ciò procede, che l'antichità e la modernità puntualmente concordano ad anteporre ad ogni specie di nome illustre quello di coloro che, impugnata con retto animo la spada di Matatia, spesero i sudori, il sangue e la vita per purgare la terra degli avi dal contatto pestifero degli stranieri. Da ciò procede eziandio, che il tempo e la vecchiezza consumatrice di tutte cose, in luogo di nuocere e logorar come tarlo le memorie di quelli, le riforbisce di mano in mano, e le cinge di lampi e splendori: tanto che si trasmutano in simboli e in figure ideali ed archetipe, e sono segno e subbietto alle tradizioni popolari e alle fantasie de' poeti; i quali, in tal caso segnatamente, la storia e la favola tessono insieme non già per trastullo, ma con intuito secreto d'una verità più alta e più vera della storia medesima. Così d'Erminio è accaduto appresso i Germani, così di Guglielmo Tello appresso gli Svizzeri, così di Giovanna d'Arco in mezzo a' Francesi, e di Giovanni da Procida tra' Siciliani, e del Cid e de' suoi cinque figliuoli tra' Castigliani. Ed io stimo medesimamente, che dai nostri tardi nepoti non verrà nelle canzoni loro popolaresche taciuto il nome di Carlo Alberto, nè andrà egli senza onore di simboliche figurazioni; chè anzi, quanto più travaglio e sangue e sudore costerà agli Italiani il vendicarsi in essere di nazione, con quanta maggiore felicità e amplitudine ripiglieranno di poi il corso delle preterite glorie e ritroveranno le orme dell'antica fortuna, altrettanto diverrà chiara e di giorno in giorno più rinnovata e ringiovanita la tragica memoria di questo principiatore eccelso della risurrezione italiana; conciossiachè gli uomini delle cose grandissime ammirano sopra modo i principj, e gli reputano come divini.
IV.
Ma io non vorrei, uditori, lasciarvi pensare che io vo derivando in parte le lodi del mio personaggio dalle fonti della poesia. Chè anzi, spiacemi oltre misura di non possedere parole tanto significative e semplici insieme, da mostrare la materia che tratto nella sua nuda e maestosa grandezza, fuggendo i fiori e gli stratagemmi della rettorica.
Pericle pregato dagli Ateniesi di dir le lodi solenni e publiche de' cittadini morti nel primo anno della guerra peloponesiaca, usò d'un artificio notato dai buoni maestri dell'eloquenza; e ciò fu lo spaziarsi da prima con isplendente e copiosa orazione nelle lodi d'Atene e della republica, descriverne i pregi, dinumerarne i gran capitani, narrarne i gesti più chiari, espor la sapienza delle leggi, i miracoli dell'arti e dei monumenti; poi, con subito trapasso e non aspettato, conchiudere: — per sì fatta città e republica, per sì gloriosa cittadinanza sono combattendo caduti e morti costoro. — Convenientissima cosa a me pur sarebbe, o Genovesi, il misurare dalle grandezze, come dalle sciagure estreme d'Italia, la nobiltà e grandezza dei fini, dell'ardimento e dei beneficii di Carlo Alberto. A me pure, dove il subbietto chiedesse ornamenti ed amplificazioni, bello sarebbe stato entrar nelle lodi d'Italia, e concludere dicendo: — per questa patria comune, la più gloriosa fra tutte, come altresì la più sventurata; per questa madre onoranda della civiltà dell'intero Occidente; per l'Italia due volte dominatrice del mondo e legislatrice; per la culla sublime de' più sacri ingegni che la stirpe umana abbiano mai decorato; per gli eredi del nome latino e della magnitudine vera e pur non credibile del romano impero, è insorto, à combattuto, à sofferto, è dal trono disceso, à la vita in travagli e angosce trapassata e chiusa l'Eroe che qui celebriamo. —
Ma non sono ben degne di Carlo Alberto le lodi che a molti si possono accomunare. Assai gli basta (e vel proverò) ciò che à di singolare e di proprio; e vi giuro con sincerissima lingua, che io il miro collocato in una cima di gloria, ove abita solo. E per rispetto all'Italia, potrebbesi egli tacere ciò che il distingue veracemente fra tutti, e che forse non tutti ànno a dovere considerato? Io vel dirò molto in breve. Antichissima è certo la gentilezza di nostra patria, e comparsa adulta e matura fra gli uomini infinito tempo prima di quella delle moderne nazioni; imperocchè poco meno di trenta secoli di civiltà ricorda e narra, giù per continue trasmutazioni, la storia italiana. In tanto corso, adunque, di tempi e di avvenimenti, egli è da cercare a quanti principi e capitani (chè degli uni e degli altri è innumerevole copia) à gradito di sguainare il ferro e pericolarsi a morte per salvare e redimere la patria comune. A quanti? Dio immortale! a nessuno. Ricorderemo noi forse gl'imperatori tedeschi che, facendo d'Italia un feudo alemanno, assumevano come per ischerno il titolo di romani e di augusti? O, per lo contrario, ricorderemo gli autori e conducitori della Lega Lombarda? Ahi lombarda l'appellarono con ragione, e non italiana, dacchè tanta parte d'Italia ne venne esclusa. Gran dicería si fa (e torna utile che si faccia) del proposito fermo e virile che dicesi avesse Giulio secondo di smorbare l'Italia dai barbari. Pienamente voglio credere all'alto e animoso disegno, non malagevole ad effettuarsi in quel tempo dai Papi, quasichè onnipotenti. Ma mentre il fatto non à provato la verità di quel desiderio, bene col fatto si prova, che da verun altro ricevè Carlo VIII impulsi più frequenti ed acuti per iscendere alla conquista di Napoli, da veruno gli furono più raccorci gl'indugi, e meglio acchetati e rimossi i dubbj e vinte le esitazioni, quanto da esso Giulio, allor Cardinale: e certo, divenuto Pontefice, non incominciava egli da buon italiano la impresa italiana, collegando seco Francesi e Tedeschi a danno e sterminio dei Veneziani. Fu inutile presente della fortuna, che quel magno e terribile delle cui vittorie l'età nostra non si stanca di ragionare, uscisse dal nostro sangue, e stringesse in pugno tutti i nostri destini. Sotto il costui impero, Roma, Firenze, Torino, e tu, Genova, foste città francesi; e il Regno che portava il sacro nome d'Italia, stringevasi tutto fra l'Olona e il Clitunno. Da ultimo, menzioneremo noi quel soldato forestiero e audacissimo, che, certo di cadere dal trono regalátogli poco dianzi da Buonaparte, gridò per estremo suo scampo — Indipendenza italiana, — pronto a spartire di poi col cognato la illustre preda, qualora quegli non ruinasse? Chiudiamo il discorso. Questa meraviglia dovranno attestare i futuri, di questa nessuna storia potrà tacere: che, cioè, tra l'immenso numero de' potenti a cui venne per li tempi commesso il freno d'alcuna parte delle Belle Contrade, tu, CARLO ALBERTO, fosti il primo e il novissimo che snudavi la spada per riscaldare tutta quanta la terra Ausonica; nè leggiermente o per poco il pensasti e volesti, ma sempre, e con tutte mai le potenze dell'animo e le forze della mente e del braccio; nè porzione alcuna dell'essere tuo rimásesi non addetta, non devota, non sacra all'Italia insino alla morte; e morte desiderasti nella guerra liberatrice, e che qualche salvezza ed onore all'Italia fruttificasse.
V.
Proviene da ciò, che ne' funerali questo dì celebrati nessuno scorge una solennità genovese o ligure o piemontese, ma italiana ed universale; e vi assistono in desiderio e in ispirito le genti della Penisola quante ci sono. E al nostro gran lutto risponde per ogni intorno il lutto della Nazione, e in ogni cuore trapassa il nostro compianto, e da innumerabili petti esce un solo sospiro. Che se al giusto e pio dolore degl'Italiani non fosse dalla violenza o straniera o domestica vilmente interdetto il manifestarsi con publico rito, in qual parte riposta e remota del Bel Paese, in qual minima città, in qual villaggio, oso dire, non vorrebbesi suffragare ed esequiare in comune, e con accompagnamento di vere e caldissime lacrime, l'anima gloriosa di questo Monarca? il quale unico tra gl'infiniti signori di nostra patria, e quasi non dissi fra i privati cittadini altresì, amò tutte le genti italiane con dilezione ugualissima di fratello e di padre; e, contro l'esempio e le inclinazioni de' suoi medesimi precessori, in cambio di aver cari gli altri Italiani come prossimi e consanguinei, ebbe cari i suoi Subalpini solo perchè Italiani. Ma le sciagure stesse d'Italia, e le ingiurie e gli sforzamenti del crudele inimico, questo effetto non malo producono almeno: che intorno al feretro augusto s'adunano in folla i miseri sbandeggiati d'ogni nostra provincia, e qui degnamente le figurano e rappresentano, e nel proprio e manifesto rammarico attestano il secreto pianto e cordoglio di tutte le latine città. Qui voi pure state presenti, ahi sventura! o fratelli di Venezia, o invitto e intrepido retroguardo dell'armi italiane, rifatti degni di rivestire la gloria di quattordici secoli, arditi di combattere soli contro tutto un impero, manomessi non dal ferro ma dalla fame, cedenti per accordo, non per disfatta. Sia luogo alla verità; di niun corrotto e di niuna lacrima trarrà l'anima benedetta di questo Martire più compiacimento e più onore, che delle vostre, o prodi come incolpevoli, o per ogni virtù militare e civile insigni e specchiatissimi Veneziani.
VI.
Bello e magnifico è tutto ciò, e sufficiente, mi sembra, a far venerando ai venturi qualunque nome di re. Pur nondimeno, se in voi mantiensi, uditori, l'onesto desiderio di più avanti considerare l'essere sostanziale della virtù, seguitando a bene distinguerlo e segregarlo dagli accidenti, massime dagli esteriori assai più soggetti all'arbitrio dei casi e al torto giudicio degli uomini, le lodi che mi rimangono a dire di Carlo Alberto riusciranno maggiori e più rare; e se ne riverbererà un lume d'insegnamento da spandersi con profitto grande non pure fra i popoli italici, ma sì fra tutte le genti civili e cristiane. Il perchè, quando mi fosse fattibile, io chiamerei volentieri ad udire questa parte seconda del mio discorso gli uomini tutti che ànno in Europa autorità e ingerimento continuo e principale nelle faccende publiche, ed assai facoltà d'informare e allevare l'animo e l'intelletto delle moltitudini. Io dico ed assevero, che io farei ciò premuroso e senza paura d'orgoglio; conciossiachè la imperizia e la ruvidezza del ragionare non potrebbe dal lato mio esser tanta, da spegnere affatto il fulgòre delle verità che fuor del mio têma di per sè traluce e sfavilla.
Per fermo, tra i vizj molti e gravissimi che incattivirono la nostra età, e onde marciscono in poco d'ora i frutti delle sue fatiche e de' suoi tentamenti, il pessimo, al mio sentire, si è quella inerzia della gente mezzana a combattere il male e zelare il bene; quel difetto di fede profonda ed inconsumabile nella verità e nella giustizia; quei concetti o dubitosi o travolti, così intorno ai diritti ed alle franchigie, come intorno agli uffici ed alle virtù e imprese cittadinesche; quello scarsissimo sentimento dell'annegazione e del dovere, e quell'insorgere invece con infinita baldanza ed avventatezza contra ogni autorità ed ogni titolo di primazia. Quindi, pur troppo, è nato che l'eguaglianza civile e politica viene professata e voluta più assai per invidia dei beni e delle preminenze altrui, che per ispirito vivo e sincero di dolce fraternità: quindi, piuttosto che affaticarsi ad alzare ed accostare gl'infimi ai sommi, abbattesi rabbiosamente ogni cima, e a quella gretta mediocrità, che riman di poi, d'ogni condizione e d'ogni intelletto, dàssi lo specioso nome di pura democrazía: quind'infine, spogliato e nudato l'animo delle speranze sopramondane, e lasciatogli le sole mondane e caduche, l'amor dei piaceri e delle ricchezze predomina e tiranneggia, e nel volgo si fa bestiale, ed ogni promettitore d'un paradiso in terra acclaman profeta e levano in sullo scudo. Dopo ciò, non è da stupire, se in tanta declinazione ed alterazione del senso morale, e, d'altra parte, in tanto sdegno ed irrequietezza di spiriti, il mondo come tutto si è scosso e scomposto, così nessun ordine e nessun assetto naturale e durabile abbia per anche trovato; e nessun termine di moto e di mutazione al cominciamento loro consenta e risponda. Agli impeti coraggiosi e alle sollevazioni formidabili e quasichè generali, subito sottentra tedio, diffidenza e stanchezza; alla bontà e interezza delle prime intenzioni succedono, tra brevissimo, esorbitanze e tristizie: in secolo della sua civiltà e de' liberi suoi concetti superbo e fastoso, vedesi ogni questione di ordini e istituti politici vinta e risoluta dal ferro; e quei governi rimanere al di sopra, che meglio conversero le milizie loro in automati armati, e in cittadelle sè moventi, e costrutte e murate di uomini. In cotal guisa, le idee del bene e del retto appajono dall'una e dall'altra banda manomesse e sconvolte, e la forza è il Dio dello Stato; e a quella nazione che vive
Mai sempre in ghiaccio ed in perpetue nevi,
e geme tuttora, per iscandalo della civiltà e del Cristianesimo, in abbiezione di schiavitù, sono concedute al presente le prime parti e il supremo arbitrato d'Europa.
VII.
Ora, a siffatto pervertimento dell'ordine, e a tale nuova dissipazione delle più care speranze del genere umano, non sarà posto compenso nè termine, insino a quando non ritorni trionfante nei petti nostri la religione. E d'altro lato, non mai questa gl'impronterà del suo saldo e lucente suggello, insino a tanto che, permanendo eguale ed immobile nella sostanza sua, non muteràssi in parecchie disposizioni e accidenti, e non piglierà a santificare e validare con divina sanzione quei pensamenti vasti, quegli affetti virili e quelle nobili propensioni, le quali sveglia la libertà, la ragione approva, illustra e nudre la scienza, e le quali confidansi di menare il consorzio umano in più franca e spaziosa via di progresso e di perfezione. Da tutto ciò risulta quello che mi sembra doversi chiamare assai convenientemente la Religione Civile. E perchè non mi accade qui di spiegare e chiarire come in aula accademica i larghi e fecondi concetti adunati sotto tale denominazione, ve ne darò con qualche acconcia definizione e similitudine un cenno ed un saggio. La Religione Civile, pertanto, che è dal secolo desiderata più che altro bene, e si va nelle menti e nei cuori ogni dì più rivelando, non reca (e mai nol potrebbe) alcun detrimento ed alterazione alla santissima religion nostra, e alla moralità perfetta degli Evangeli; ma, per opposto, ella è un incremento leggiadro e mirabile, e una nuova faccia della virtù e del bene, poco avvertita per innanzi e male intelletta: chè la virtù umana procede ella pure con legge di spiegamento e di ampliazione, non forse a rispetto delle sue interiori disposizioni, il cui pregio raccogliesi tutto per avventura nella perfezione della volontà, ma sì certo a rispetto delle esteriori manifestazioni, e della potenza ch'essa virtù acquista maggiore e più celere di effettuare il bene e moltiplicarlo, e crescere la universale eccellenza del genere umano. La Religione Civile, pertanto, dilata e sublima con nuovi uffici la cristiana pietà, in quanto che alle virtù mansuete e private aggiunge ed innesta, assai meglio che per addietro, le pubbliche, e alle famigliari le cittadine; santifica tutti i negozj politici con puro consiglio operati; insegna, più schiettamente che in ogni passato tempo, i termini dell'obbedire e del comandare; nè si ferma, come insino a qui parean fare i buoni, ai lamentevoli libri di Giobbe, ma prosiegue oltre, e legge e medita assai intentivamente e con fervoroso animo nei santi libri de' Maccabei. Insomma, la Religione Civile infonde e sveglia nella mistica lira dell'uman cuore una nuova e celeste armonia, stata finora sentita da pochi spiriti eletti, e solo con segni e colori simboleggiata dal divino Raffaele, quando alla forma greca soavemente trasmise e congiunse la idea e il sentimento cristiano. Resta che nel mondo morale la medesima contemperanza si effettui, e la immacolata luce degli Evangeli penetrando di sè le virtù greche e latine, le ammendi e purifichi, e tanto valore lor porga, quanto le virtù ascetiche ed eremitiche ànno paruto sino a qui possedere per proprio ed unico privilegio.
VIII.
Io sembro, o Signori, avere di mille miglia scostato il discorso dal suo subbietto; eppure, mai non mi è partito da sotto gli occhi, e, senza bisogno alcuno d'artificiosa transizione, torno a lui d'un sol passo. Conciossiachè di quella fede inconcussa nel bene, nella verità e nella giustizia; di quel senso coraggioso, immutato ed assiduo del dovere, di cui dicemmo soffrire inopia grandissima la nostra età; di quella religione civile, insomma, che nell'esercizio delle virtù publiche ammaestra e infiamma il buon cittadino, e il fa nei pensieri e nelle opere riuscire stupendo ed intemerato; io non mi diffido di asserire, che il primo e solenne testimonio ed esempio dato a questi tempi vanissimi e fluttuanti nel dubio, è Re Carlo Alberto. Costui, negli ultimi anni del suo regnare, diventato modello a sè stesso, e trovato nella sua rigida e guardinga coscienza un nuovo aspetto di virtù, quale l'indole propria e il rimutarsi dei casi e i moderni concetti e le necessità d'Italia e il corso e perfezionamento della ragion morale gli dimostrarono, visse singolare e straordinario come principe e come uomo, e a tutti gli avvenire porse subietto imitabile. Gloria invidiata d'Italia, potere, in tanta caduta ed umiliazione, farsi per lui, in materia gravissima, norma salutare all'Europa, e scuola e ammaestramento ai popoli d'una pietà eroica, e d'un abito di religione, con solo il quale varranno le odierne generazioni a ricomporre la forma dell'animo, e, con l'animo, i sociali e politici ordinamenti. Fu Carlo Alberto devoto e pio quanto il nono Luigi, quanto lui valoroso e leale, al par di lui penitente: ma fu datore e servatore di libertà come un re di Sparta; amò la patria e la gloria come un antico; sentì il debito di cittadino ed ebbe concetti magnanimi e smisurati come un romano. Il perchè, chi vuol far ritratto fedele di questo Principe, cerchi le credenze più sane e più inviscerate del medio evo, e raccolga in uno le cavalleresche virtù dei Crociati; componga il rimanente con le luminose pagine di Plutarco e di Tito Livio. Darà prova e conferma di tutto ciò quanto son per narrare.
IX.
Pochi anni dopo il 1840, apparvero i primi indizj dell'eminente e riposto pensiero del Re. Al libro delle Speranze d'Italia e all'altro del Primato civile degl'Italiani, mostrò di fuori buon viso, nell'animo fece festa e plauso vivissimo, godendo di veder gli scrittori persuadere e muovere la nazione a più savj consigli e a praticabili proponimenti. In quel mezzo, le riforme moltiplicava; e ampliando gli studj, massimamente di storia e di giure, promulgando i Codici troppo lungo tempo aspettati, promovendo le industrie e i commerci, l'arti geniali erudendo e premiando, suscitava ne' popoli le infingardite facoltà dell'ingegno e del sentimento, adusavali all'impero imparziale e non rimutevole della legge, e alzava a cose magnifiche le loro speranze e i lor desiderj. Concordi, operosi e disciplinati serbava gli ordini ministrativi, integerrimo il magistrato. Altrettanto di bene volea succedesse nell'esercito e negli armamenti, dove o l'imperizia o la trascuraggine, o molto peggior cagione frustrato non avesse l'intento premuroso e continuo del buon Principe. In sostanza, ogni cosa avviavasi, benchè lentamente, a preparare i Subalpini a gran fatti, e a prove (può dirsi metaforeggiando) non da uomini ma da giganti. Già nel 1846 scoppiavano molte faville del nazionale ardore che in petto al Re divampava. Già al Congresso degli Scienziati raccolto in Genova, e festeggiato a cielo da questa ospitalissima cittadinanza, dava il Principe libertà di discorso e di stampa; tanto che parve la radunanza accademica tramutarsi affatto in politica, e l'Italia udire, racconsolata ed attonita, la voce congiunta e concorde di tutti i suoi figli. A detti e a sentimenti poco dissimili porgeva occasione il primo congregarsi altresì de' Comizj Agrarj, dal Re consentito e voluto. Già, senza uscir del buon dritto, ricusava Carlo Alberto di più oltre osservare certi patti gravosi temporalmente convenuti tra l'Austria e il Piemonte circa ad alcune merci e derrate dall'uno nell'altro Stato trasmesse. All'Austria, avvezza a signoreggiare in ogni corte italiana, ciò parve nuovo ed acerbo, e fieramente se ne sdegnò; ma non sì che intendesse le mire ultime e generose nascoste in que' fatti: imperocchè non possono i despoti figurare e credere in altri quel che non sentono essi o dispregiano, e che alla volgare loro ambizione d'infinito spazio sovrasta. Di tal modo le cose maturavano nel Piemonte. Ma, ciò non pertanto, versava l'animo di Carlo Alberto in molte dubiezze; non a rispetto del fine sovrano, e del volerlo (quando che fosse) interamente e con gagliardezza raggiungere ed adempire; ma sì bene intorno alla scelta dei mezzi, e all'indirizzo da darsi all'eroico intraprendimento, e al come condurlo in guise ottime e conformi alla sua pietà, e fermate sopra principj d'irrefragabile bontà e giustizia. Conciossiachè molti fra suoi cortigiani, e fra' religiosi più intramettenti e troppo da lui caldeggiati, veniangli mostrando e raccomandando una sorta di pietà, di giustizia e di carità oppostissima al concetto che l'indole sua, naturalmente diritta e nobile, s'avea foggiato. Ciò più che altro il teneva perplesso. Però scolpiva in una medaglia il leone Sabaudo pronto a percuotere con l'alzato artiglio l'aquila spuria e difforme, solo che vedesse spuntare in cielo l'astro aspettato, cioè un segno precursore e fatale ch'egli credeva non dovergli a tempo fallire, e non esser remoto. Ed ecco, veracemente, sorgere un lume improvviso e sfolgorantissimo in Vaticano, ai cui lampi ed al cui tepore sembrano nel miserando deserto d'Italia rigerminar tutte le antiche semenze di onore, di libertà, di sapienza e di gloria. Certo, nessuno salutò quella luce con più di appagamento e letizia, che Re Carlo Alberto; avvegnachè da quel punto a lui cessarono le esitanze, e ogni oscurezza si dileguò, e raccolse entro l'animo il pieno e sicuro criterio morale d'ogni futura opera sua. Stimò allora ed ebbe per fermo, nè per qualunque mutare d'uomini e d'avvenimenti cangiò egli di poi sentenza, che Dio medesimo gli rivelasse in modo patente e straordinario, a quale specie di pietà e a quali virtù ardite e maschie e fruttuose fosse chiamato ed eletto. Compiersi, alfine, il felice connubio tra la libertà e il papato, tra il progredimento civile e la Chiesa; Roma cessare di troppo blandire i potenti, e verso i popoli nuovamente accostarsi; già riconoscere nelle Nazioni il dritto primitivo ed ingenito di possedere sè stesse; già spandere benedizioni sulle armi che quello difendono, e più validamente venir sancito da lei quel pronunziato antichissimo, che combattere e perire a pro della verità e della giustizia torna a un medesimo che combattere e morire per Cristo Signore, cum Christus sit veritas et justitia.[42] Allora Carlo Alberto, abbracciando la sublime impresa d'Italia con la fede viva ed inestinguibile d'un Buglione e d'un Riccardo, subito pose in disparte le troppe cautele, i viluppi, gli ondeggiamenti e gli artificj dell'usuale diplomazia. Quanto più generosi ed aperti i mezzi, tanto gli parevano da preferire; la calcolatrice prudenza de' Gabinetti spregiò, e neppure si volse indietro a guardare i maneggi e le pratiche del passato: così diverso volea che fosse il presente, e di così animosi e solleciti fatti ripieno. Gran caso, vederlo scostarsi ad un tratto da quella ragion di stato avveduta e scaltrita, che mena ordinariamente i negozj di tutte le corti, nella quale sono allevati e formati i principi, fatta a lui parere più necessaria dalla malagevolezza dei tempi, predicatagli da tutta la storia di Casa sua.
X.
Di tal guisa, e per opera di tanta trasmutazione, eragli fatta facoltà di pronunziare le parole stesse di Dante Alighieri: In quella parte del libro della mia memoria, dinnanzi la quale poco si potrebbe leggere d'impensato e straordinario, si trova una rubrica la quale dice Incipit Vita Nova. Non però, che Re Carlo Alberto non avesse di lunga mano addestrato sè stesso all'eroica trasformazione con abiti malagevoli di virtù, e con pratiche disciplinari, cotidiane e durissime. E quantunque Egli siasi imbattuto a nascere d'una progenie di re, severa quasi sempre di spiriti e austera di costumi e di usanze, ciò non pertanto rimarrà notabile ed esemplare a moltissimi principi il tenore della sua vita. Levarsi mattutino, e alle cure del regno attendere tuttodì, fino alla tardissima notte, con applicazione indefessa ed assidua. Non feste, non cacce, non isvagamenti, non teatri, non balli: in tanta abbondanza d'agi e piaceri, in tanta facilità di trovarli o crearli, niuna specie di singolari solazzi, niuna voglia sregolata, niuna vanità. Frugale e parsimonioso per sè, splendido negli altri e regalmente cortese, e delle arti geniali munifico protettore. Presto infermato di quel malore lento e cupo, che al sepolcro dovea menarlo molto innanzi del tempo, non pure il sostenne con pazienza e serenità inalterabile, ma costantemente gli si oppose con tale sobrietà ed astinenza, che ai testimonj giornalieri soltanto del vivere suo si faceva credibile. Nè stimando, con tutto ciò, spianata ogni ruga dell'anima, e meritato lume e soccorso da Dio per la sacrosanta impresa che meditava, venne per parecchi anni moltiplicando i digiuni e il fervore delle orazioni; le quali più volte fu veduto ripigliare nel silenzio delle notti invernali, rompendo quei sonni brevissimi che al logoro corpo suo concedeva. Così questo eroe cristiano si persuase e credette, a parlare con l'Apostolo, di vestir l'uomo nuovo, e riuscire perfetto campione della causa d'Italia, che è pure causa di Dio.
XI.
Io m'accorgo, e nol celo, che le cagioni le quali ritrovo ed espongo de' fatti che vo raccontando, sembrar possono troppo insolite, e troppo tenere del maraviglioso e del mistico. Ma, d'altra parte, io sono scusato compiutamente, se necessità mi sforza ad attribuire a quei fatti le cagioni proprie e impellenti, ancora che al primo aspetto elle ci compariscano nè bene congeneri nè proporzionate nè prossime: e ch'io le desuma dalla natura vera ed intrinseca del personaggio di cui discorro, vi diverrà chiaro e patente, quando l'attenzione vostra non si ritiri dalle ultime narrazioni che imprendo. Certo, non ò io fabbricato quel forte sorprendimento dell'animo, e per poco non dissi quello stupore che induce in tutti vedere Carlo Alberto in sul mettere le prime orme nell'arrischiato e non mai battuto sentiero; vederlo, dico, alle più ricise e ferme e sollecite risoluzioni appigliarsi, quando per addietro, predominato dal vizio stesso della sua complessione, e dalle infermità che dentro le forze gli consumavano e i più vigorosi spiriti del sangue mungevangli, pareva troppo sovente rivolgersi e travagliarsi tra opposti consigli, ed éssersegli fatto ordinario ed abituale l'esitare e il temporeggiare. Intelletto assegnato e prudente, in nessuna cosa eccessivo, in nessuna impetuoso, avvezzo a temere il male più che il bene a sperare, negli uomini poco fidante, del rivolgersi dei casi estimator non corrivo; diviene, per carità d'Italia, speditissimo e confidentissimo, e imprende fatti così audaci e zarosi, che temerarj dimanderebbonsi dove men liberale e men santo fosse lo scopo. Altrettanto prodigioso à sembrato vederlo ad un tratto spogliare quell'apprensione continua dei popolari movimenti, e quella voglia ed inclinazione a resistere loro, statagli per lunghi anni accresciuta e avvivata da sleali consiglieri, che tante volte ànno procurato ingannarlo, tante divertirlo da' suoi nobili concepimenti, e d'una in altra contraddizione trabalzarlo. In fine (e ciò gli antichi avrebbero quasi chiamato un trasumanarsi), dopo consumata la maggior parte di sua vita in mediocrità di fama e di opere, non un pensiero, non un atto, non una parola lasciar quindi innanzi udire e conoscere, che eroica non sia, nè battuta (a così parlare) con lo splendido conio della immortalità, e la qual non trascini seco la dilezione, la maraviglia e la gratitudine di tutte le Genti Italiane.
XII.
Correva la fine del 1847, e crescevano i pegni dati da Carlo Alberto dei suoi liberalissimi intendimenti. E per fermo, quel principe à larghi e veri spiriti liberali, e desiderio sincero di spianar la via alle pubbliche libertà, il quale scioglie dai vecchi legami la stampa, e inizia in tal guisa l'educazione comune politica, e il regno non contrastabile dell'opinione. Dalla quale franchezza di stampa incominciò il Re, per appunto, l'emancipazione dei popoli suoi; la quale dovea per lo meno esser tanta, da suscitare quelle potenze migliori della mente e dell'animo, che sono mezzi necessarj all'opera somma e finale dell'Indipendenza. A rispetto poi di questa, i colloquj degl'Italiani eran tali, e le vistose e pubbliche dimostrazioni del comun voto e proposito sì fattamente moltiplicavano (fra l'altre, la bellissima e strepitosa dei Genovesi il dì decimo di dicembre), che doveano presto o tardi le cose precipitare alla guerra; e però alle armi pensava il Re più che mai studiosamente.
Ma Dio gli tolse di poter maturare il gran caso, e con molto più forti apparecchi emendare il fallo de' suoi ministri. Per vero, al misurato e savio procedere degli Italiani di riforma in riforma e d'una in altra miglioranza, fece prima interrompimento la sollevazione di Palermo, poi l'altra male augurata e tempestosissima di Parigi. Pure, per la rivoltura di Palermo, divenne (mercè dell'affaticarsi de' buoni) il moto riformativo italiano più concitato d'assai, ma non fazioso nè ruinoso. Imperocchè le Carte ottriate dai principi ottennero che alla piena subito cresciuta e già traboccante dei desiderj e delle esigenze, fosse aperto un letto molto capace, e dove il corso di quella pigliar potesse velocità equabile e regolare. Invece, il soqquadro di Francia fu seme esiziale e non estirpabile de' nostri danni, facendo le menti vertiginose, dissolutissimi i desiderj, sbrigliate le passioni, audaci e soverchiatici le sètte.
Ogni buono se ne turbò. Carlo Alberto ne pianse in cuore, ma nulla cambiò del proposito, nè indietreggiò nè si ristette nè schiuse l'animo alle diffidenze ed alle paure. — Dio, con impulsioni interiori e con l'esterno e lungo portento d'inopinabili fatti, comandami (pensava egli) d'incominciare; eziandio a prezzo della vita e della corona, il risorgimento italiano; e il cenno dell'alto verrà adempiuto. Se gli uomini e la ventura sconceranno in gran parte il gesto sublime, esso Dio, col tempo, docile ministro suo, e con l'arti ineffabili di sua provvidenza, il ricomporrà. — In tale giudizio s'adagia Egli tranquillo ed imperturbato. Ma ciò non toglie che, da buon cittadino e da ottimo re, non provveda via via secondo l'urgenza e la pressura dei casi. Arrola nuove truppe; a nuovi e solleciti apprestamenti fa metter mano. Abolisce per le stampe ogni magistrato censorio; pone a guardia delle pubbliche libertà le armi cittadine; promulga lieto e spontaneo il Patto costituzionale, e affidane l'esecuzione ai più caldi e provati fautori e promovitori. E perchè io non ritorni altra volta su tale materia delle franchigie politiche largite e mantenute da questo Re legislatore, io toccherò qui di volo, come Egli, con diligentissima cura, anzi con gelosa e scrupolosa vigilazione sopra sè stesso, mai non trasandò d'un attimo quei confini ch'egli medesimo avea prescritti all'autorità regia, e sempre fece consiglio e volontà propria la volontà e il consiglio del Parlamento e dei Ministri: il che adempieva egli appunto in quei giorni in cui maggiore sorgeva il bisogno d'una leale dittatura, e dopo contratto per diciotto anni di quieto regno l'abito cotidiano dell'assoluto comando. Forse nei negozj civili gli era comodità e riposo il dimetterlo: gli fu duro assai ne' militari, antica e domestica occupazione di tutti della sua Casa, e de' quali avea riempiuto le men tristi ore della sua vita. Pur nondimeno, così volle al nuovo Statuto obbedire e star sottomesso, che quando venne domandato da' suoi Ministri di cedere altrui l'impero supremo dell'armi, mansuetamente rispose: — Se a voi par bene e giovi alla patria e la legge il comandi, si faccia. — E non è dubbio, che qualora a lui fosse venuto trovato tra' suoi capitani alcuno tanto degno di quell'ufficio da spegner l'invidia e gradire all'universale, egli avrebbe, simigliante a quel greco, ringraziato publicamente Iddio del dare alla patria cittadini di sè più valenti: nè mancò di supplire al difetto, chiedendo a Francesi, a Svizzeri, a Polacchi, ripetutamente e con somma istanza, un esperto e già vittorioso conducitore. Tanto la pietà, lo zelo e il debito sempre vivo e operoso inverso la dolce sua terra, facea modesto e premuroso costui, e dimentico di sè stesso e d'ogni passato. Proficuo precetto alle genti italiane, ed anzi rimprovero fiero e solenne, quando si pensa il presumere loro insolente, e l'acuta febbre d'invidia che continuo le travaglia e le rode. Nell'altro esempio dell'osservare puntualissimamente i patti e le leggi, molti principi si specchieranno, speriamo, con buon profitto: a noi rimane la felicità di sapere, che alla Maestà di Vittorio Emanuele II non fa bisogno, e che in ciò principalmente vuol esser egli del padre suo non allievo e seguace, sì bene compagno e competitore.