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Scritti politici

PARTE PRIMA. TEMPI DI RIFORME. (continued 3)

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Di cotal vita è sì gran porzione oggigiorno l'economia pubblica, sì poderose diventano le nazioni per attività di traffichi e ampiezza di commerci; tanto gl'ingegni si assottigliano e si travagliano a raffinare le arti e moltiplicare le macchine; tante questioni nuove di scienza da ciò scaturiscono, massime intorno al sostentamento dell'infimo popolo e all'equa distribuzione delle ricchezze; che a noi non si fa lecito di pretermettere alcuna di queste materie, o di sol toccarle di passata e per incidente: e però noi deliberiamo di porle sovente ad oggetto particolare delle meditazioni e disamine nostre, e raccogliere con accuratezza minuta i fatti e le notizie ad esse attinenti.

Degli eserciti e delle marinerie italiane parleremo tanto più spesso e più volentieri, quanto il nostro giornale compare nella provincia meglio agguerrita della Penisola, e in una città che tien viva memoria dell'avere spiegato una bandiera famosa e temuta su tutti i mari.

Faremo eziandio occupazione nostra frequente gli studj e i metodi insegnativi; e delle lettere e delle arti geniali terremo discorso ognora che le faccende politiche ne lasceranno spazio e opportunità. Alle genti italiane, ricordevoli di loro grandezze non ancora eccedute da alcuno, è forse difficile il ricuperare tanto animo ed alacrità e si ferma perduranza in ogni proposito, quanto ne fa mestieri a rigenerare tutto l'essere proprio morale, qualora non sorga loro in mente la speranza generosa e il concetto magnanimo di non solo raggiungere le nazioni più progredite nel corso della civiltà, ma in qualche parte almeno di oltrepassarle e di primeggiare. E ciò proviene eziandio da questo, che la civiltà conseguíta in effetto dagli altri popoli si scorge e si misura quanta è, e molti e gravi errori vi si discuoprono: ma la speranza del primeggiare inchiude una grandezza invisibile e immensurabile, e perciò risponde assai bene a quella eccellenza ideale e a quell'infinito di perfezione, che solo riempie ed infiamma l'attività e l'ambizione innata e sublime dello spirito umano. Ora, per nostro giudicio, sono peranche molto remoti da noi que' tempi in cui l'Italia ridiverrà formidabile ad ogni popolo con gli eserciti e colle armate, ovvero li supererà nei commerci, nelle manifatture e nelle ricchezze. Ma il primato della sapienza civile, e l'imperio altresì delle lettere e delle arti geniali, nessuno può toglierci se noi fermamente il vorremo; dacchè la natura ci à nelle virtù della mente e nell'arcana intuizione del bello sopra ogni nazione privilegiati. In trattenerci, adunque, con grande amore a discorrere così degli studj pubblici come d'ogni incremento e progresso di qual sia parte dello scibile, noi farem opera singolarmente di buoni cittadini, e d'avveduti e prudenti statisti; e in ciò pure avremo animo di avviare gl'ingegni all'amore e al culto delle memorie patrie e delle dottrine italiane, e al saper rappiccare il filo delle tradizioni nostre letterarie ed estetiche, e ad imprimere in ogni fattura della mente i segni e le impronte dell'indole nazionale. Per ultima cosa, noi promettiamo a tutti coloro che volgerannosi al nostro giornale sì con gli occhi e sì col buon animo, che niuna fatica, niuno studio, niuna diligenza, niuna parte di zelo sarà da noi trascurata per sollevar quello all'altezza e alla dignità de' nuovi tempi e dell'Italiana rigenerazione: la quale, dopo tante sventure e tantissime lacrime, standoci alla perfine presente, e non ricercando per divenire compiuta e fruttifera se non l'operosità incessante e l'annegazione sincera e serena dei buoni, chi si fermasse tra via, ovvero nell'impresa magnanima tramischiasse affetti privati, proverebbe di essere stato per innanzi non più che un ipocrita di libertà, e tanto spregio e abbominio si mercherebbe, quanto, concedendolo Iddio, il nome d'Italiano verrà racquistando d'autorità, di venerazione e di gloria.

Genova, il 5 di gennajo del 1848.

FATTI DI MILANO NEL GENNAJO 1848.

15 gennajo 1848.

Abbiamo da testimonio oculare e degno di tutta fede una narrazione esatta e minuta dei deplorevoli casi succeduti in Milano dal 2 al 5 del mese andante. A noi par bene di farla conoscere intera, perchè in quegli avvenimenti ogni cosa è stata grave e afflittiva, e l'Italia debbe sdegnarsene e condolersene profondamente.

Nella mattina del 2, per effetto del divieto che il popolo milanese ha posto a sè stesso, non incontravasi per le vie persona che fumasse tabacco. Ma sulle undici ore uscirono fumando i commissarii di polizia, parte travestiti e parte in divisa, e seguitati da poliziotti. La plebe traea lor dietro in frotta ma silenziosa, e i commissarii voltandosi a quella e parlandole in isconci modi, troppo bene la provocavano, dicendo, in fra le altre cose: vedete che noi fumiamo, e a nessuno di voi dà l'animo d'impedirlo. A questo il popolo rispondeva con mormorii e con suono di fischiate. Allora i commissarii ed i poliziotti agguantavano parecchi che li seguivano più d'accosto, menandoli in luogo d'arresto. Ma ciò non disperdendo la folla, ed anzi ingrossandola, quelli incominciarono a malmenare ed anche a percuotere; e verso le quattro dipoi meriggie, come moltiplicavano le pattuglie de' poliziotti, così crebbero ancora i maltrattamenti; a segno che i capi del Municipio e parecchi cittadini de' più notabili turbandosene ed affliggendosene, lasciate le case loro, s'introdussero alla spicciolata in mezzo alla moltitudine, affine d'interporsi autorevolmente fra essa e le pattuglie.

Adempiendosi cotale ufficio pietoso e lodevolissimo dallo stesso Podestà di Milano conte Casati, ei venne violentemente percosso in viso e quindi arrestato. Poco dopo, essendo molte persone civili adunate in contrada Santa Margherita contigua al maggior teatro, i gendarmi a cavallo fieramente le caricavano; e perchè quelle s'erano ricoverate di là da' quei pilastrini che reggono le catene intorno al detto teatro, furono pure colà investite dai cacciatori tirolesi, schierati dietro i cavalli dei gendarmi. Fra questo tempo, il conte Casati già riconosciuto e sciolto e presto raggiunto dai suoi colleghi, lagnavasi con giustissima indignazione degli strapazzi sofferti da lui e dal popolo; e ricevendo dal Torresani, direttore di polizia, parole vane e mendicate di scusa, si recò dal conte di Spaur, governatore generale di Lombardia. Questi mostratosi dolentissimo dell'accaduto, negava risolutamente di averci parte, e sosteneva che quelle cose non erano di sua pertinenza e non ci poteva quasi nulla.

Così compievasi la giornata del 2. Il dì dopo era nella gente civile molta sollecitudine di conoscere le risposte de' superiori, ma il popolo minuto mantenevasi in quiete.

Quando, alle tre dipoi meriggie, la polizia fece appiccare su tutti i canti un avviso, che cominciava con queste false e calunniose parole: — «Gente irrequieta e facinorosa...... osava jeri d'ingiuriare in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l'uso innocente del fumare tabacco, e ardiva di farlo anche attruppandosi, e violentando i passaggeri colti a fumare.» — Alcuno di tali avvisi fu spiccato o lacerato forse per ira, ed altri il furono con poca o nessuna malizia da que' monelli che, in Milano singolarmente, usano di ciò fare su tutti i muri e d'ogni maniera di stampe. E qui non è da tacere d'un grave accidente; e ciò è, che un agente di polizia, colto un ragazzo nell'atto di squarciare l'avviso, lasciossi andare alla ferocia di percuoterlo con uno stile: il qual fatto affermano e testimoniano cittadini onorevolissimi, che di presente ne hanno scritta una giuridica deposizione.

In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'ordine del giorno esentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade, e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sorta di gente con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se taluno s'imbatteva per caso in essi.

Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti, ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissione bastevole per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna; promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli, ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.

In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere il Club ove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e della Lega Italiana.

Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.

Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal Torresani gente irrequieta e facinorosa, dovè inacerbirla oltremodo, e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo, doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.

Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia, e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.

Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più dipendenti hanno posta da lato la longanimità e la pazienza, e sonosi ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.

A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani, e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto, in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti, concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de' suoi patrioti.»

Infine, dal racconto qui sovrapposto si scorge, che alcuni ingegni perversi vorrebbero sperimentare nel regno Lombardo-Veneto un modo di reprimento diverso nella specie ma simile nella ferocia a quello usato, sono appena due anni, in Galizia. Ma i Lombardi, come si vede, nè cospirano nè si atterriscono. Nel paese loro non v'ha servi di gleba, non v'ha classi nè ordini che si nimicano; e la prepotenza e bestialità soldatesca, qualora volesse farsi durevole e abituale, affogherebbe nel proprio sangue, non nell'altrui.

(Dalla Lega Italiana.)

DELL'ORDINAMENTO NUOVO DE' MUNICIPJ.

15 gennajo 1848.

Tutti tre i principi nostri riformatori ànno avanti ogni cosa pensato a riordinare i Comuni: nel che si vennero mostrando e avveduti e provvidissimi. Il primo, perchè quelle riforme sono accettate più volentieri, le quali toccano gl'interessi prossimi e cotidiani del maggior numero; il secondo, perchè incominciare dal porre sesto e regola al tutto, innanzi di aver bene e fermamente composte le parti, tanto varrebbe per avventura quanto il costruire e l'architettare non badando per niente alla forma e acconcezza de' materiali. Nello Stato della Chiesa il Municipio nuovo romano è già in atto e in autorità: così volle Pio IX, del quale veramente diranno i posteri, che romanam restituit rem. Fino poi dall'aprile dell'anno poc'anzi cessato, una circolare del Cardinal Gizzi raccomandava in ispecial modo alla cura e meditazione dei deputati delle provincie l'ordinamento dei Municipj. In Toscana, alli 25 di questo vertente mese, vedremo adunata una Conferenza di sindaci e altre persone notabili affine di raccogliere i fatti, udire le informazioni, conoscere i desiderj de' popoli, e determinare le massime direttive della costituzione municipale che là si prepara. Negli Stati Sardi, quello che in sul cominciare di novembre fu promesso dal re in ordine a tal subbietto, vedesi ora mantenuto con la promulgazione del Regio editto per l'amministrazione dei comuni e delle provincie.

Noi di questo Editto parleremo tra breve, con la ponderazione e maturità di giudicio che si conviene in tali argomenti. Oggi basterà l'accennare i punti cardinali che porgono il primo criterio e le prime norme per esaminar bene così il fatto come il da farsi; e ciò non solo in Piemonte e in Liguria, ma eziandio negli altri Stati della Penisola. Conciossiachè sarà intento particolare di questo giornale il discorrere con egual cura, e (secondo sue forze) con egual cognizione, di tutte insieme le Provincie italiane e di quelle della Lega segnatamente.

Ottima cosa è certo da reputarsi, che tutti tre i principi riformatori partecipino a questo concetto speciale intorno alle istituzioni comunitative; e ciò è, ch'elle debbono venir fondate con ordini elettivi larghissimi, e coi principj assoluti dell'uguaglianza civile. Nè per rispetto alla larghezza elettiva potrebbesi forse desiderare o più o meglio di quello che si prescrive nell'Editto di re Carlo Alberto. Ma non deesi porre in dimenticanza, che tale franchigia può divenire angusta e povera negli effetti, qualora da un lato il numero de' consiglieri comunitativi sia grande e quello degli elettori grandissimo, e dall'altro sieno circoscritte e inceppate le facoltà e pertinenze di essi consiglieri. Onde gli è da considerare, per la libertà dei Comuni e insieme la spontaneità e il frutto delle opere loro, qual cosa nel fatto e nell'uso torni migliore: se il numero degli elettori larghissimo e più legate le facoltà, ovvero più ristretto quel numero e maggiore la facoltà e scioltezza dell'operare. Per fermo, non si dà franchigia municipale vera e fruttifera laddove non si componga di queste tre parti essenziali; che sono: elezione popolare; giudicio e scrutinio libero d'ogni interesse speciale e proprio del Municipio; azione libera del suo magistrato.

Sotto queste considerazioni, a noi sembra che non tutto sia buono e non tutto largo e lodevole nel Motuproprio del Santo Padre e nell'Editto di sua Maestà Sarda; e fermamente crediamo, che molte disposizioni di tale Editto oltrepassino quel bisogno di unità, di uniformità e di connessione col Principato, che la legge ha avuto in mente di soddisfare.

Se non che tra l'Editto ed il Motu-proprio interviene una differenza fondamentale; essendo che il primo ha virtù generale, perpetua ed irrevocabile; quando l'altro non dà fondamento e principio salvochè a un istituto particolare, qual è il municipio della sola città di Roma: e oltre a ciò, esso dichiara più d'una volta, che le disposizioni sue dovranno concordarsi tutte con l'universal legge riformatrice dei Comuni, alla quale s'affrettano di por mano i deputati alla Consulta di stato. Ei si può dire pertanto, che su tal subbietto nulla è per anco determinato nella media Italia, e la cosa pende tutt'ora dal senno de' principi e de' lor consultori. Il perchè, prevenendo le nostre parole in que' paesi ogni atto deliberativo, e però potendone ancora uscire un qualche lume e profitto immediato, a noi cresce l'obbligo di non tener chiusa la nostra opinione, e di significarla invece con lealtà e franchezza.

Notiamo per prima cosa, che nel Regio Editto, ma più molto nel Motuproprio di Pio IX, le facoltà e pertinenze del Municipio stanno dinumerate e specificate una per una e con gran minutezza: il che non accade quivi per abbondanza di dire e a schiarimento ed esempio delle pratiche del diritto comunitativo, ma si è fatto al fine di circoscrivere con rigore e definire con esattezza il potere che vien largito dal Principe a forma di privilegio; e però le cose che son taciute non possono in guisa veruna venir sottointese in virtù di una qualche generale franchigia in altre parti del decreto espressa e riconosciuta: onde ripetiamo, che in ciò il Motuproprio romano vince in istrettezza l'Editto Regio, dacchè in questo oltre al cominciare il legislatore dal riconoscere in universale la libertà dei Comuni, esprime nell'articolo VIII del capo VII, che il Consiglio Municipale fa gli atti devoluti alla popolazione in massa, ed in generale delibera su tutti gli oggetti di amministrazione locale che, eccedendo la semplice esecuzione, non sono attribuiti al Sindaco; nelle quali parole, e segnatamente nella clausola prima pare sottinteso il principio, che ogni qualunque atto possibile a farsi in comune dal popolo cade sotto la deliberazione dei Consigli Municipali.

Ora, secondo noi, risiede nel Comune, a rispetto dello Stato, una libertà naturale d'azione e di reggimento, appunto come nell'individuo a rispetto del Comune. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle. E però, in genere, la legge non dee (come sotto i governi feudali e dispotici) venir numerando le speciali e singolari facoltà del Comune e prescrivergli ciò che può, ma ciò che non può e non dee. Noi sentiam bene, che poco importerebbero tali rassegne e specificazioni ove s'accompagnassero con formole generali di chiaro ed ampio significato, e in cui lucesse una confessione piena e patente del dritto. Noi sentiamo altresì, che parlare in nome dei principj universali del giure non è stile e consuetudine de' Motuproprj e delle Carte e Statuti alla foggia antica. Ma i tempi ricercano altro linguaggio, e non son queste del sicuro disputazioni di grammatica.

Da siffatto principio della libertà naturale d'azione e di reggimento in che vive ogni Comune a rispetto dello Stato, emerge tutta quanta la idea dell'ordinamento comunitativo e delle sue piene franchigie. Per fermo, se il legislatore accoglie nell'animo quel principio, ei non può non volere costituire il Comune con quanta maggiore larghezza di facoltà e d'esercizio è fattibile; appunto com'egli adopera nel dettare le leggi e le guarentigie della libertà privata di ciascun individuo, ai quali mai non oserebbesi di prescrivere le specie, le condizioni e i modi dell'uso ed eziandio dell'abuso delle proprie loro sostanze. Col principio anzidetto, il legislatore dee confessare, che il limite alle libertà naturali dei Municipj è segnato non dalle restrizioni governative e ministrative arbitrarie, non dal desiderio di certa unità fattizia e più militare assai che civile, non dalle vecchie pragmatiche che, or sotto nome di tutela, or sotto quello di vigilanza e di buon governo, nojosamente comprimono e impacciano, ma bensì dalle necessità universali, e dall'ingerimento legittimo e razionale della potestà legislativa operante a nome della utilità vera e durevole di tutto lo Stato.

Col principio anzidetto, si debbono volere disciolte d'ogni legame non necessario all'ordine e alla salute comune le deliberazioni dei Consigli municipali e l'azione dei lor magistrati. E poichè al governo è ragionevolmente serbato d'interporre l'autorità sua tuttavolta che il municipio o travia dalle forme prestabilite di sua istituzione, o rompe alcuna legge od alcun mandamento legittimo dello Stato, in qualunque altro caso non dee far mestieri l'assentimento dei supremi ufficiali, siccome atto con piena ragione presunto e che vuolsi avere per compiuto. Molto meno poi fa d'uopo l'assistenza e presenza de' supremi uffiziali alle discussioni ed alli scrutinj comunitativi; molto meno il richieder licenza per le ordinarie o straordinarie convocazioni de' Consigli: e il simigliante si discorra per altri vincoli e suggezioni. Nè qui ci è lecito di tacere, che sì in risguardo della libertà di congregarsi, deliberare ed eseguire, sì per la libertà e speditezza d'azione de' magistrati municipali, sì infine per la indipendenza e dignità di loro persone, l'Editto piemontese torna senza misura più restrittivo del Motuproprio Romano, nel quale si legge, in fra le altre risoluzioni, che l'approvazione superiore delle deliberazioni consigliari avrà sempre luogo, tranne il caso della mancanza di forme, dell'eccesso di potere e di contravvenzioni alle leggi. (Titolo 1. § 27.)

E quanto è alla dignità e indipendenza del Magistrato, non v'ha nel Motuproprio Romano neppur vestigio delle prescrizioni del Regio Editto che qui registriamo: Capo II. § 6. Il Sindaco è capo dell'amministrazione comunale ed agente del governo. § 9. Il Sindaco è nominato da noi e scelto fra i consiglieri comunali... Rimane in carica tre anni e può essere da noi confermato. § 10. L'Intendente generale può sospendere i Sindaci. Capo III. § 16. I Vice-sindaci sono nominati per un anno, sulla proposta del Sindaco, dall'Intendente generale, cui spetta di sospenderli e rivocarli.

Non ci è ignoto che la molta suggezione dei magistrati municipali, il fluttuare de' sindaci tra il carattere cittadino e il politico, l'intervenire continuo de' superiori negli atti comunitativi, e la necessità del consenso e della revisione imposta a pressochè ogni spesa ed ogni deliberazione, non qui solamente fra noi ma durano e si perpetuano di là dall'Alpi, appresso di una nazione la quale presume essere specchiatissimo esempio di libertà. Queste cose sappiamo da lungo tempo. Ma duole e pesa all'anima nostra, che volendosi pure imitare i popoli forestieri, non sempre si scelga il lor meglio, ma talvolta eziandio il peggiore e il più strano. Oltrechè, le istituzioni de' popoli molto civili sono una vasta e variatissima architettura, ove la deformità d'alcun membro quasi scompare nella bella simmetria e acconcezza del tutto insieme. Altrove la poca libertà dei Comuni è supplita dalla moltissima dello Stato; ma dove questa scarseggia, par necessario compensarla col dilatare e mallevare la vita franca e spontanea del Municipio.

(Dalla Lega Italiana.)

DISPACCI FRANCESI SULLE COSE ITALIANE.

Il Débats delli 7 ci fa conoscere il testo di alcuni dispacci intorno alle cose d'Italia mandati dal Guizot agli ambasciatori e ministri, ed ora comunicati alla Camera. Sono tre lettere al conte Rossi in Roma, una al conte Marescalchi in Vienna ed un'altra al conte di La Rochefoucauld in Firenze; la sesta è in forma di circolare, e l'ultima è indirizzata al signore di Bourgoing in Torino.

Chiunque si ponga a leggere cotesti dispacci, dee notare a bella prima, quanto nei nostri tempi vada mutando il linguaggio dei diplomatici, ovvero quanta diversa natura d'uomini sia quella che amministra oggi i gran fatti politici. Per fermo, in essi dispacci v'ha un lusso di generalità accademiche e un dissertare così vivo e abbondevole, che la Sorbona li accetterebbe affatto per suoi. Il secolo, adunque, è gentile se non vigoroso; gli uomini forse non grandi, ma pieni di facondia e filosofia.

Noi confessiamo assai volentieri, che in tutte sette le lettere del Guizot scorgesi aperto il buon desiderio del governo francese pel risorgimento italiano. E di tal sentimento non può dubitare alcuno il quale conosca la fine e classica civiltà della Francia, e pensi che non v'è quasi villaggio colà ove non si spieghi Virgilio ed Orazio, e non si stupisca dinnanzi alle tele o copiate od originali di Raffaele e di Michelangelo. Del pari risulta da quelle lettere, che il Guizot vive sempre in grave apprensione di veder trionfare i troppo infiammati, e sembra stimare gl'Italiani non capaci ancora di più larghe concessioni e più sostanziali riforme. Ma d'altra parte, com'egli ammira sinceramente la saggezza insperata del popol romano, nè stenta ad applicare simili elogi agli altri popoli della Penisola già ridestati, a noi pare che se ne debba dedurre ch'essi sarebbero sufficienti a molto maggior grado di libertà.

Sulle cose di Ferrara, spiace particolarmente al Guizot che il governo Pontificio abbia posta la controversia in piazza. Ciò naturalmente sa male a un diplomatico consumato, e gli sembra quasi una propalazione indebita dei misteri e della scienza esoterica. Ma se i Tedeschi invadessero un palmo solo del territorio francese, io sfido il ministro Guizot a mantener quivi il secreto, la riservatezza, e la gravità dei capitolati e dei protocolli. La lettera al Marescalchi, che appunto s'aggira sul brutto frangente di Ferrara, è da un capo all'altro tutta mite in verso dell'Austria, tutta lusinghevole e piena d'unzione; e non v'ha neppure una fiammolina di sdegno, una favilla di giusto risentimento. Certo, se il Papa non colpiva di religiosa paura il capo medesimo dell'Impero, ognun può pensare quale difesa efficace e gagliarda sarebbe uscita dalla dolce e tenera ammonizione del Guizot. Pur troppo, i casi della Galizia ci fanno presumere che a Vienna le orecchie non sono così delicate, e il cuore non così cereo come stima l'insigne autore della Storia dell'incivilimento.

Vero è che nella lettera al La Rochefoucauld il ministro Guizot accenna, così di passata, come il Papa abbia fatto richiedergli se in certe date congiunture potesse fare assegnamento su d'una più attiva cooperazione della Francia, e com'egli il Guizot crede d'avergli risposto in modo da contentarlo. Ma qui il velo diplomatico diventa sì fitto ed oscuro, da simigliare a quello che già copriva la statua d'Iside, e non è più la intelligenza ma il cuore che giudica, e gli si comanda un umile atto di fede.

V'ha però in queste lettere diplomatiche due proposizioni non pure verissime, ma da stare ferme e inchiodate in mente degli Italiani. L'una è nel dispaccio al signore di Bourgoing in Torino, e consiste in dire che gl'Italiani s'ingannerebbero forte sperando la lor salute da un rovescio di cose in Europa. L'altra è nella terza lettera al conte Rossi, e la quale afferma che non bene opererebbono i principi nostri a troppo tardare le riforme e le concessioni le quali fossero divenute un'alta necessità di fatto. «In quella protratta aspettazione, dice il Guizot, gli animi traviano per la foga pericolosa delle speranze e dei timori soverchio aggranditi; e quindi colui che regge sembra cedere, suo malgrado, all'urto popolare, dove in fatto egli obbedisce soltanto alle persuasioni di sua coscienza. Il signor conte Rossi ha più d'una volta ciò espresso con debita moderanza ai consiglieri del Santo Padre, ed al Santo Padre esso stesso.»

Noi ringraziamo del dato consiglio e l'ambasciatore e il ministro, al quale parimente dobbiamo e vogliamo esser tenuti della propensione (quantunque un po' peritosa e non assai procacciante) che mostra al bene d'Italia. Noi non ci poniamo tra quelli che da' forestieri pretendono molto di più e molto di meglio, perchè sempre abbiamo opinato che niuna nazione si salvi mediante l'altrui braccio: ed esigere che le genti straniere vuotino per lo scampo nostro le loro vene ed i loro scrigni, o mettano a repentaglio la pace che godono e i negozj e le comodezze in cui vivono, ci compare, non sappiam bene, se una sfrontatezza o una melensaggine: il rimproverarle, poi, fieramente ed anzi svillaneggiarle perciò di continuo, come piace a molti, ci sembra che senta del fanciullesco insieme e del vile.

(Dalla Lega Italiana.)

DELLO STATO PRESENTE D'ITALIA.

19 gennajo 1848.

Vogliono i pensatori moderni, che la fortuna non abbia nè molta nè poca parte nelle faccende umane. Io non so bene di questo, ma so che qualora ne piacesse di battezzar con quel nome le cagioni occulte ed ignote de' gran casi che avvengono, la fortuna comparirebbe ancora spessissimo nella storia de' nostri tempi. E per fermo, chiunque venisse dicendo di aver previsto punto per punto ciò che ora si compie in Italia, rischierebbe forte di non essere creduto sincero. Comunque ciò sia, l'ignoranza nella quale io confesso di rimanere della più parte delle cagioni a rispetto di quel che accade in Italia, mi piace, perchè ho sempre veduto gli avvenimenti massimi e fecondi davvero portar seco questo carattere del farsi ammirare ma non intendere, e tanto più ammirare quanto ciascuno si assottiglia di penetrarli.

Di tal genere, per mio giudicio, sono i fatti odierni della Penisola. Pur nondimeno, egli sembra potersi dire, che la nostra patria dopo le mutazioni e il conquasso della grande rivoluzione francese, ripiglia oggi con vigore e saggezza virile il largo moto di civiltà e di riforma a cui dava principio poco prima della metà del secolo scorso. Allora, siccome oggi, iniziatori del mutamento furono i principi. Ma in que' tempi, le riforme ampliavano la potestà regia, rovesciando la feudalità, le privilegiate corporazioni e gli arbitrj della Curia Romana: oggidì le riforme assumono, al contrario, per fine di temperare il regio potere, e rinnovano in mezzo di noi quel genere di monarchici che i padri nostri, latinamente e con profondo significato, domandavano civile, come il solo buono e degno effettualmente dell'umano consorzio. In que' tempi ogni sforzo tendeva all'equità ed all'uguaglianza; quest'oggi tende alla libertà. Allora, cavatane l'Inghilterra, nessun principato conosceva il freno degli ordini rappresentativi e dell'altre pubbliche guarentigie; onde Pietro Leopoldo e il Tanucci entrarono innanzi in più cose allo stesso Turgot, il quale in Francia non compariva del certo un rimesso e lento riformatore: ma a questi giorni, in tutta l'Europa è sciolto e cancellato il potere assoluto, se n'escludi la Russia che è barbara, e l'Austria incapace di mutazione. Allora i consiglieri arditi e liberali dei re erano letterati e filosofi cortigiani; e ciò che persuadevano e conseguivano venía dai popoli ricevuto o in silenzio rassegnato o con gioja pura ed immensa, come suol farsi per beneficj inaspettatissimi, e i quali niuno osa non che richiedere ma nemmanco sperare. Al dì d'oggi, se i letterati proseguono a consigliare i monarchi, il fanno discosto, e per mandato espresso e perpetuo delle moltitudini, e segnatamente delle classi mezzane; e parlano e s'interpongono come la divina forza della ragione e della giustizia, che vieta e impedisce il conflitto.

Da queste e da parecchie altre disparità che intervengono tra il moto riformatore antico ed il nuovo, sorge il concetto generale, che ne' principi, alle cui mani è affidato presentemente il governo d'Italia, bisogni maggiore maturità di pensieri, più docilità di animo e minor lentezza di opere.

D'altra parte, nel secolo andato e propriamente in quegli anni in cui s'attuavano le riforme, lo straniero regnava in Italia assai meno poderoso; e piuttosto che minacciare, difendevasi e patteggiava. Patteggiava col re di Napoli e col re di Piemonte, patteggiava coi Genovesi. Quello che oggi ne sia, ciascuno lo sa, ciascuno lo vede. Nel secolo andato esistevano stati e genti italiane riconosciute alla dolce favella del si, ma la nazione italiana non esisteva. Ne' giorni nostri, se badasi alla nuda scorza dei fatti, nazione italiana neppure esiste; se al sentimento, al desiderio, al proposito fermo ed universale, le genti italiane son già pervenute a costituire una sola persona morale. E appunto perchè dal sentimento e dal desiderio vuolsi procedere alla piena realità, e gli ostacoli sono molti e gagliardi; e perchè prevedesi di dovere o subito o non mai molto tardi invocare sul Mincio e sul Po il Dio degli eserciti, e però fa mestieri a noi tutti l'unione e la fiducia perfetta e reciproca; ne segue che abbisogni eziandio ne' popoli altrettanta assennatezza, docilità e prontezza viva e operosa. Saggia debb'essere la moltitudine in frenare all'uopo la naturale impazienza de' suoi desiderj; e frutto primo e salutare di tal suo senno debb'essere la docilità, cioè il saper riverire e ottemperare alla legge, mostrarsi arrendevole ai suggerimenti e alle ammonizioni de' buoni, e comportarsi per guisa che più non abbia verun poeta moderno a poter replicare la sentenza del Tasso:

. . . . . . . . . alla virtù latina O nulla manca o sol la disciplina.

Ma non pertanto, il popolo dee serbarsi pronto ed attivo, non inerte, non freddo, non pusillanime. Distinguiamo sempre e in qualunque cosa l'operosità dal tumulto, la vita dal sonno, l'ordine e la disciplina dalla sommessione cieca ed irrazionale. Nel moto regolare e crescente della cosa pubblica educhiamo l'intelletto ed il cuore; delle concessioni ottenute caviamo buon frutto, le ottenibili maturiamo. Con l'esempio del nostro vivere franco e pieno d'ardore, ma legale, dignitoso e pacifico, con l'aspetto della nostra verace e pacata letizia, con la concordia di tutti gli ordini, ma specialmente di popolo e principe, facciamo impossibile la tirannia, impossibili il negare ostinato e il resistere pauroso nelle rimanenti Provincie italiane. Non si ricerca da noi che ancora un poco di moderanza, di assennatezza, di longanimità; e i figli della gran madre staranno tutti raccolti e tutti beati in un solo amplesso. La santa Lega Italiana avrà compiuto e stretto il suo mistico fascio, nel cui mezzo starà sola una scure, perchè infinite braccia parranno impugnare una sola spada; e miseri quegli stranieri che vorranno assaggiarla.

Come in persone eziandio scorrette e di mala indole sorge tal volta per mezzo all'anima un senso puro del bene e un desiderio generoso di nobili geste, così accade che la Provvidenza spiri per qualche tempo su tutto un popolo l'aura della virtù e del coraggio, e un amore di sacrificio che agli occhi suoi stessi il fa nuovo e maraviglioso. Procacciamo con isforzo continuo, che pur sopra noi, infralita generazione, passi quell'aura sublime; e lo zelo attivo e sincero del pubblico bene invada tutti i seni dell'anima nostra. Sui canti delle strade di Genova (or non sono molti giorni) leggevansi stampate a larghe majuscole queste belle parole: — Ordine, Fratelli; tutta Italia ci guarda. — Ed io dico agl'Italiani: Fratelli, siamo prudenti, disciplinati, operosi; tutta Europa ci guarda; e (facciasi luogo al vero) ci guarda mezzo ammirata ed incredula, e dubita forte se noi siamo ancora i figliuoli dell'eroiche generazioni che vinsero il mondo, ovvero gente spuria e ragunaticcia la qual sogna le grandi cose e le conta per fatte, agitandosi con furore tra le processioni, le luminarie e i banchetti.

(Dalla Lega Italiana.)

DEL FATTO DI LIVORNO.

Adì detto.

Gli ultimi casi di Livorno rattristano l'anima, perchè sono la prima nebbia che sorge a intorbidare il sereno della nostra rigenerazione. Ma forse il male non è tanto grave e profondo, quanto si mostra di fuori: e a niuno poi venga in animo, come scioccamente fu detto, che gl'imprigionati cospiravano a pro dell'Austria. Egli non è possibile ormai in Italia rinvenire dieci persone di mediocre fama, e di vita e condizione alquanto civile, che accolgano in seno un desiderio così vile insieme e così scellerato. Se in quegli uomini si troverà colpa (e speriamo che no), sarà colpa di fanatismo. Non perde subito una nazione i modi e gli usi funesti a cui l'han menata le sventure e la tirannia. Si cospirò per lunghissimi anni, e a mali estremi, e che parevano inemendabili per altra via, si cercarono rimedj violenti e non sempre legittimi. Si brandì il pugnale accanto alla mannaja, il secreto fu contrapposto al secreto, l'inquisizione settaria all'inquisizione di Stato; e, insomma, come i medici temerarj costumano, a fieri veleni riparossi con altri più fieri e mortali. Forse ad alcuni, que' mezzi sono paruti ancor necessarj; forse la inconsideratezza dell'ira e i pungoli dell'orgoglio hanno fatto gabbo alla coscienza e velo al giudicio. Di più non diciamo, e più là non vogliamo andare colle presunzioni e i supposti. È debito di carità e di giustizia il non aggravare coi sospetti e con la baldanza delle parole gente che sia a repentaglio della vita e dell'onore, sebben della vita non crediamo e non paventiamo. Nella felice Toscana, fra gli altri esempj di sapiente mansuetudine che i Principi Lorenesi hanno dato non pure all'Italia, ma sì all'Europa, questo è il maggiore ed il più solenne; di avere, ottant'anni addietro, abolito il crimenlese. Poco stanno discosto da noi que' giusti e benigni tempi, in cui non dico non si puniranno di morte e d'altri gravi castighi gl'imputati di mere colpe politiche, ma si prenderà maraviglia che ciò abbiasi potuto praticare per secoli da tutto il mondo civile e cristiano, come si stupisce oggidì dell'avere cercata e scrutata la verità con l'opera dei tormenti. Dove cessa l'evidenza del reato, là cessa il diritto di punire; e v'ha, pur troppo, infinite quistioni di giure sociale e politico in cui la ragione vacilla, e il comune senso morale non dá risposta patente e assoluta.

Noi non dubitiamo che agli imputati di Livorno non debba, nel processo a cui danno materia, apparire manifestissimo, quanto il dominio della pubblicità torni loro giovevole, e quanto gli amici e fautori di libertà (nelle cui mani sono) procaccino e studino, anzi ogni cosa, la imparzialità e integrità dei giudicii: o se questo vuol esser vero per tutti, maggiormente desideriamo che sia per coloro, alcuni de' quali hanno con noi sospirato e sofferto per la redenzione della patria. Li tenemmo, pur jeri, compagni ed amici; non può il nostro cuore assuefarsi a un tratto a stimarli nemici odiosi ed abbominevoli.

Ma un'altra osservazione importante vien subito fatta a chi bada un poco a cotesto avvenimento. Il Governo Toscano è sembrato scarseggiar sempre di forza, di attività e di speditezza. I tempi, infrattanto, da quetissimi e sonnolenti son divenuti svegliati e vivi. Gli spiriti, prima indolenti e molli, hanno contratto in poco d'ora alcun che dell'antica febbre repubblicana. Tra le città poi toscane, Livorno è la più ardente e più malagevole a governarsi. Un bel giorno, moltitudine grande adunasi quivi in piazza, gridano armi, vogliono armi. Al gonfaloniere ed ai superiori vien meno ogni modo di acchetarli. Creasi a voce di popolo una deputazione, la quale in breve intervallo sembra fatta signora della città ed arbitra delle cose. Le viene comandato di cessare e scomporsi; ed ella, a rincontro, dichiara sè stessa organo e rappresentanza vera del popolo livornese, e pon la sua sede nel palazzo municipale. In questo mezzo, giunge il ministro Ridolfi, che per primo atto fa in ogni quartiere assembrare la Civica: questa obbedisce volonterosa e prestissima, e quattro mila cittadini già stanno accolti e armati sotto le insegne. Entrasi in molte case, imprigionansi cittadini non volgari, e parecchi de' quali erano principalissimi tra i deputati; quindi son menati sul vapore reale il Giglio, e condotti a Porto Ferrajo. Tutto ciò in qualche ora, con risolutezza, con facilità e corampopulo. Ogni cosa ritorna in quiete; la città ripiglia i negozj; in niuna parte è spavento, in niuna è sdegno e rancore. Or che è questo? donde viene al Governo Toscano tanto vigore, tanta prontezza, un fare sì animoso e sicuro, e il sapersi appigliare a partiti forti e recisi? Da due cose ciò proviene: dal muovere che fa il Governo i suoi passi di pari con l'opinione, e dal munirsi e fidarsi compiutamente nell'armi cittadine. La Guardia Civica riesce in Toscana ciò che sempre, ciò che per tutto è riuscita; vale a dire lo scudo e il palladio dell'ordine pubblico, e il sostegno della libertà vera e durevole, non della avventata e mal ferma. Nel Governo Toscano ben rincalzato dall'opinione e dall'armi cittadine, è non solo risorta la gagliardia e l'attività, ma egli porge caparra sicura che di quindi innanzi sarà del corpo della Lega Italiana un membro saldo, sollecito e poderoso.

Che diranno di tali fatti coloro cui la virtù e il regno della opinione mette sgomento? E quegli altri eziandio che diranno, i quali si ostinano a giudicare e credere la Guardia Civica non più che una istituzione militare, apparecchiata in casi di guerra a supplire e spalleggiare l'esercito?

(Dalla Lega Italiana.)

L'ECO DELL'ALPI MARITTIME.

Adì detto.

Ci corre all'occhio il programma d'un nuovo giornale nizzardo, col titolo l'Eco dell'Alpi Marittime. I compilatori annunziano di aver gran fede nel moto vitale e rigeneratore che penetra e fa risentire di mano in mano le più morte membra di nostra nazione. Desiderano con ardore il risorgimento suo, la vogliono libera e indipendente, e si professano e chiamano Italiani di sangue, Italiani di cuore. Ma, cosa stranissima, ei dicono e ripetono tutto ciò in francese! Per prima testimonianza dell'animo loro italiano, abiurano l'armonioso idioma di Dante; e per primo atto d'indipendenza, fannosi servi d'un linguaggio straniero, il quale tenta di snaturare e viziare sì fattamente il nostro, che sarà dura e lunga fatica a guarirlo e salvarlo. Ei sembra che pur anche a que' giornalisti sia caduto in mente un qualche sospetto della loro stranezza; ma tosto l'hanno cacciato da sè, racchetandosi con questa ragione, che dobbiam cercare un po' meno quello che ci divide, e molto di più quello che ci ravvicina. O bella o bella davvero! Ma, signori giornalisti nizzardi, noi per serbare appunto e convalidare, quanto ci è dato il meglio, ciò che ne può tenere uniti, abbiamo carissima la nostra lingua, solo segno visibile e universale della comunanza del sangue, solo retaggio rimasto della mente e gloria degli avi. Come ad ogni nazione è sortita una forma propria intellettuale, così è sortito da Dio un organo particolare a significarla. In esso, in quell'organo particolare e mirabile, sta la nostra effigie, il nostro stemma, la nostra bandiera; in esso è quel tesero antico ed inestimabile che nè il correr del tempo, nè le somme sventure, nè il servaggio lunghissimo, nè la stessa nostra incuria e viltà ci hanno potuto involare. Signori giornalisti nizzardi, voi ci avete ferito, senza volerlo (crediamo), nella più nobil parte del cuore. Certo, voi siete arbitri e liberissimi di parlare e scrivere la lingua che più v'aggrada. Ma chi non parla e non iscrive la nostra, dee sentirsi dire con qualche sdegno da tutti i buoni Italiani: — A che mentite il nostro nome, o signori? a che v'accostate al nostro banchetto? Uscitene, noi non vi conosciamo. —

(Dalla Lega Italiana.)

NOTIZIE DELLA SICILIA.

21 gennajo.

Dalle nuove di Sicilia tutta l'Italia del certo sarà funestata; e niuna cosa può riuscire più misera ed afflittiva al cuore de' buoni Italiani, come vedere in mezzo al quieto e ordinato nostro risorgimento scoppiare un conflitto la cui fine non può tornare se non infelice ad entrambe le parti. Se la superano i sollevati, chi porrà modo alle lor domande, e chi interdirà loro d'inalberare il vessillo isolano, squarciando e dispiccando un membro di più al corpo già troppo lacero e troppo diviso d'Italia? E se vince la podestà regia, ormai gli è impossibile che ciò succeda senza moltissimo sangue, fiera semenza di sollevazioni nuove e più pertinaci; e niun modo, poi, e niuna misura verrà segnata agli esilii, agli incarceramenti e ai supplizj che già tanto moltiplicavano in quelle provincie sfortunatissime. Dio conosce gli autori e gl'istigatori di tanto male; e certo, a chi ha menate le cose ad estremi così terribili, prepara nella sua giustizia squisiti castighi e vendette.

Primamente, noi sentiam bene per tutto ciò, che gli animi colpiti così a un tratto dalla narrazione di casi lacrimevoli a tutta l'Italia si abbandonino al dolore e allo sdegno, e quasi disperino della salvezza pubblica, od almeno si sentan fallire la dolce speranza di campare la patria dai tumulti sanguinosi, dalle mutazioni violente e immature, e dalle miserie e dal lutto della guerra intestina. Ma dato sfogo al primo impeto dell'affetto, e rimenate le forze della ragione e le virtù dell'animo agli uffici loro, debbono tali forze e virtù, avanti ogni cosa, impedire che noi ci lasciamo vincere all'immaginazione, invece di crescere in attività e in coraggio quanto i danni e i pericoli crescono. Se il vorremo tutti, e gagliardamente il vorremo, niun uomo, e sia pur coronato, potrà contrastarci di ricondurre la conciliazione e l'ordine dove ora sono sbanditi, e di far cadere le armi male impugnate, disfare i patiboli, restituire alla patria i fuggiaschi, assicurare la pace, dar principio e base a riforme larghe ed irrevocabili. Per tutto ove abbondano i buoni e accorrono risoluti e operosi, mai non è mancato rimedio ai più profondi guasti e alle più cangrenose piaghe dei regni. Poniamoci tutti, con quanta efficacia di persuasione e con quanti mezzi possediamo di forza e ingerimento morale, poniamoci in mezzo ai sollevati ed al principe: Dio e la fortuna d'Italia compiranno il restante. Ma noi siamo privati, e l'azione nostra va lenta, dislegata e difficile. Tocca pertanto ai principi nostri riformatori il primo alto e il più vigoroso del morale intervenimento di cui ragioniamo. E che? potrà una sola volontà, potrà una sola mente caparbia turbare e sconvolgere a suo talento l'Italia intera? Permetteranno i principi della Lega, che tante loro fatiche e buoni desideri e savissime opere, che tante speranze e disegni loro magnifici per salvate con progressivi e pacifici mutamenti l'Italia, vadan perduti? No, questo non accadrà, chè sarebbe importabile e mostruoso. Parlino ed operino essi con tutta la pienezza e la vigoria di lor dignità, e con tutta quella che porge loro al presente la necessità delle cose, la santità della causa, il dovere di padri e salvatori de' popoli, l'orrore del sangue civile; e a ciascuno sarà giuocoforza obbedire. Ma lascino addietro (noi ne li preghiamo e gli scongiuriamo) le forme e le lungaggini diplomatiche, e come i fatti sono straordinarj e giungono subitanei, altrettanto sia straordinaria e subita l'azione loro. Guai se non riuscissero, guai. V'ha già chi trae compiacenza di tal prima sollevazione, pigliando fiducia che le cose precipitino tanto al male, da vedere disfatti e poi ricomposti a lor modo i regni e i trattati. Ma noi, corretti dalle lunghe sventure, noi non ignari della bestiale pazienza degli uomini, e che ne' gran rovesci la libertà e i diritti de' popoli quasichè sempre vanno in conquasso, noi speriamo tuttavia che la rigenerazione nostra regolare e incolpabile abbia vita così poderosa e tanto piena di partiti e compensi, da trionfare eziandio di questa prima battaglia, e rimovere questo durissimo inciampo che trova nel suo cammino, semprechè i principi della Lega vi si adoperino di concerto e con intera e pronta efficacia. Deh! movali almeno l'enormità del pericolo, se altro sentimento ed affetto non gli riscuote: sebbene dal cuore de' principi nostri niun sentimento pietoso e nobile rimane escluso; e singolarmente dal cuore di Pio, il quale benchè sia padre di tutti i fedeli, pure sa e sente che gl'Italiani sono primogeniti suoi, primogeniti della Chiesa.

Usi egli, dunque, larghissimamente della più che umana autorità del suo grado e carattere; usi della maestà che possiede e della gloria che ha conquistata; e interceda potentemente e con azione sollecita, e con quanti modi e mezzi e clientele ed ajuti ha seco, interceda, diciamo, per otto milioni e più d'Italiani e compatrioti suoi, i quali pure in mezzo al tumulto e alle armi girano in verso di lui lo sguardo, e ne invocano in ogni istante il nome venerando e miracoloso. Noi non sappiamo quali ragioni distogliessero poco fa il Pontefice dall'interporsi in guisa patente e solenne tra le popolazioni Svizzere in procinto di azzuffarsi; ma questo sappiamo, che niuna ragione, niun dubbio, niuna cautela può stoglierlo legittimamente dall'intromettersi con somma efficacia tra il re delle Due Sicilie e le insorte popolazioni. Quindi egli debb'essere risoluto di ciò; e noi, chinati ai suoi piedi, ne lo supplichiamo con quella istanza e con quel fervore d'affetto e profondità di dolore, che la civile carità e la voce del sangue italiano ci fa sentire e significare.

(Dalla Lega Italiana.)

DELLA SICILIA.

22 gennajo.

No, la felice innovazione delle sorti d'Italia non debbe così a un tratto cangiar natura per la cieca pertinacia d'alcuno e l'ira impaziente di molti.

Nè il sangue di nostre vene dee piovere in guerra fraterna o sotto il ferro del manigoldo, ma bensì serbarsi per causa infinitamente migliore, e spargersi tra le armi nemiche in guerra giustissima, anzi nella sola accettevole a Dio, e in cui quel sangue laverà l'anime nostre quasi un nuovo battesimo.

No, non è lecito ai buoni di starsi con le mani a cintola, in faccia al nascente incendio dell'Italia meridionale. E noi invitiamo tutti i buoni a pensare con zelo, e di stretto accordo, gli spedienti e i ripari migliori e più praticabili: l'amor santo di patria e di libertà vera, e la necessità di salvare il quieto e progressivo risorgimento italiano, assottigli l'ingegno così de' privati come de' principi, e li ajuti a rinvenire ed usare tutte le facoltà e i mezzi morali conducenti a spegnere colaggiù le sollevazioni violente, abolire le condanne e i supplizj, fondare e mallevare le progressive riforme. E perchè l'opinione pubblica cresce ogni giorno di autorità e di efficienza, ed ora ha modo in Italia di farsi conoscere quale e quanta è, giova significare in guisa aperta e solenne il nostro cordoglio ed il biasimo nostro a tutti coloro d'ambe le parti, che vogliono sommerger nel sangue la speranza e la fede di una trasformazione ordinata e conciliativa. Siamo certi che nè le distanze nè l'armi nè le polizie nè il terrore impediranno alla voce di migliaja di buoni Italiani il farsi intendere in mezzo de' combattenti. Ma la voce senza misura più potente, efficace e penetrativa di tutte, debb'essere quella del Sommo Padre e Gerarca. Non ha egli nelle Due Sicilie come nell'orbe intero cattolico la sua sacra milizia, i suoi ministri e ufficiali? E che non potrà la falange de' vescovi e de' sacerdoti inviata da lui, con alto ed espresso comando, a spartire la mischia e riconciliare insieme i popoli e il re, non a nome del dispotismo ma della ragionevole libertà, non col diritto del forte ma con quello della civiltà progredita e delle pubbliche guarentigie?

Noi per questo intento pigliamo arbitrio di trascrivere qui il Memoriale che addirizziamo con debito ossequio al Pontefice, facendo preghiera agli amici nostri, al clero, al popolo ligure e piemontese, a tutte le genti della Penisola di ripetere questo fatto concordemente e sollecitamente, affine che l'anima di Pio IX si senta nell'ufficio santissimo fortificata dal voto manifesto, ardente e affettuoso, di tutti i suoi figliuoli e compatrioti.

BEATISSIMO PADRE.

Gl'Italiani a Voi concittadini per sangue e figliuoli in Cristo Signore, recano ai piedi vostri nelle parole di noi sottoscritti l'espressione e il testimonio di lor profondo cordoglio, vedendo nelle Due Sicilie scoppiare un conflitto il quale minaccia o di riempiere nuovamente quelle contrade di crudeli giustizie e in peggiore servitù sprofondarle, o di pervertire nell'intera Penisola il moto pacifico e bene ordinato di rigenerazione politica.

Voi foste, Santo Padre, il glorioso principiatore di quel moto regolare di civiltà, e a Voi s'appartiene di mantenerlo in sua via. Nè certo noi veniamo a supplicarvi di ciò per bisogno che faccia di consigliare e spronare la carità e saggezza vostra, ma solo per isfogo dell'anima, e per accompagnarvi nell'opera santa con l'ardore de' nostri voti, e affinchè sappiate essere noi apparecchiati e desiderosi di ogni qualunque maniera di cooperazione.

Poco fa, uno tra' maggiori potentati d'Europa si scosse alla vostra voce, e facendo luogo al diritto, risparmiò a sè e a' suoi regni di assaggiare gli effetti della vostra lesa giustizia. Non potrà un altro principe, che è doppiamente vostro figliuolo e si professa religiosissimo, resistere alle preghiere di tanto padre, e ai consigli e alle istanze di tanto pacificatore. Nè i popoli dall'altra parte ricalcitreranno ostinati ed immoderati, ognora che Vostra Beatitudine entri mallevadrice dei patti e serbatrice della fede. Voglia, per altro, la Santità Vostra richiamarsi alla mente, che a lei fu fatta promissione larga ed esplicita di concedere miglioranze e riforme subitochè le sommosse di Calabria venissero a fine; le quali venute, non pertanto è apparita nessuna volontà di riforme, e nessun decreto che le annunzi almeno ed accerti per l'avvenire.

Ei si conviene, adunque, alla Santità Vostra nell'alto secreto di sua prudenza investigare e trovare modi assai più efficaci e solleciti d'intervenimento, e praticare rimedj tanto maggiori, quanto qualunque indugio diviene sopramisura funesto, e i danni e i pericoli sonosi fatti ogni giorno più gravi e ogni giorno meno evitabili.

Pieni di fiducia nella Vostra virtù e sapienza, umilmente ci rassegniamo di Voi, Padre Santo e glorioso, devotissimi obbligatissimi servi e figliuoli

Il Direttore e i Compilatori della Lega Italiana. (Dalla Lega Italiana.)

Iscrizioni dettate pei funerali che Genova celebrò, il 22 di gennajo 1848, alle anime dei Lombardi uccisi in Milano e in Pavia.

Rimpetto alla porta.

DEL RISORGIMENTO ITALIANO GENEROSO INCOLPABILE INIZIATO DAL GRAN PIO SALVETE O MARTIRI PRIMI

Dall'uno dei lati.

ALLE ANIME DE' MILANESI NOSTRI FRATELLI NEL DÌ TERZO DI GENNAIO DEL MDCCCXLVIII UCCISI DAL FERRO STRANIERO INERMI E NON RELUTTANTI ALLE LEGGI PREGATE LA GLORIA DE' MACCABEI

Dall'altro lato.

ORATE PEI GIOVANETTI STUDENTI CHE NEL DÌ NONO DI QUESTO MESE IN PAVIA CADDERO SOTTO LE PUNTE DE' BARBARI IN ZUFFA DISUGUALISSIMA PRELUDENDO AHI TROPPO ANIMOSI AL FINALE COMBATTIMENTO

Rimpetto all'altare.

BEATISSIMI VOI CHE NEL SENO DI DIO OVE DAL MARTIRIO SALISTE SCORGETE D'UN SOLO SGUARDO TUTTA LA FUTURA GRANDEZZA D'ITALIA

(Dalla Lega Italiana.)

DEL MEMORIALE AL PONTEFICE PEI FATTI DI SICILIA.

24 gennajo.

Nella vita politica è gran bisogno che le opinioni si manifestino, e ciascuno caldeggi la propria con lealtà e franchezza e con buon coraggio civile. Da ciò nasce il profitto comune che la verità sia discoperta e conosciuta con più sicurezza; e la discussione schietta e libera sminuendo col tempo gli errori, le discrepanze, le ambiguità e le amplificazioni, produca nell'universale un giusto criterio pratico: oltrechè gli uomini politici sostenendo con dignità ed a viso aperto i proprj pareri, possono divenire avversarj ma non nemici; e in quella parte in cui tutti convengono, che per lo più sono i principj ed i sentimenti d'amore patrio, d'indipendenza e di libertà, congiungono il consiglio e l'azione con vigore e concordia maravigliosa.

A ciò abbiamo noi inteso con l'atto che jer l'altro compimmo di addirizzare un Memoriale al Pontefice; il quale atto fortemente suggella le nostre opinioni, e dichiara la via che vogliamo calcare con indeclinabile lealtà e franchezza. E nostro pensiere non è stato al sicuro, come stima taluno, di versar biasimo sulle insorte popolazioni; e chi leggerà la Lega del 19 conoscerà bene sino a che punto (secondo il nostro giudicio) sieno esse scusabili, ed a qual grado di fiera disperazione abbiale trascinate la mala signoria che pure altra volta

Mosse Palermo a gridar mora mora.

A noi non fu presente se non solo questo concetto; che, cioè, la sollevazione de' Siciliani da un lato e l'ostinazione cieca e feroce dall'altro, mettevano del pari a pericolo estremo il risorgimento pacifico e progressivo d'Italia; e però convien tentare ogni modo d'intervenire fra esse, e porre ordine ai moti incomposti e freno agli sformati voleri.

Noi non siamo di quelli che desiderano e sperano di vedere oggidì in Italia rinnovarsi alcun che del furore repubblicano francese; il quale, con eccessi inauditi e con ispaventevole vigoria, tenne fronte agli eserciti collegati e domò le intestine discordie; ma poi, stanco e della metà consumato, si riposò sotto una ferrea dittatura. E di grazia, dove sono appo noi le oppressioni feudali, le proprietà conculcate, i diritti sociali offesi che infiammino le moltitudini? dove l'aspettazione certa ed universale d'un secolo d'oro di civiltà vicinissimo, e più bello del sogno di tutti gli antichi filosofi? dove il senso e l'essere di nazione, nudrito appresso i Francesi da mille anni di vita comune? dove le tradizioni guerresche, dove l'animo oltremodo disciplinevole, e le vittorie strepitose e continue, generanti in quel popolo un salutare orgoglio e una fede invitta in sè stesso? dove, in corpo smisurato, un solo e gagliardo capo, e membra numerosissime avvezze a obbedire con alacrità e con ardore? dove, infine, lo spazio dato alla Francia di parecchi anni bastevole ad educare le moltitudini e prepararle per ogni guisa al combattimento? E che? noi mezzo inermi e divisi, noi inesperti e indisciplinati, noi tutto fuori di quelle singolarissime condizioni poc'anzi rassegnate, sfideremo non che l'Austria ma pur l'Europa, e vinceremo ad un tempo il nemico esteriore e interiore?

Chi farà questo enorme prodigio? forse lo immenso vigore della stessa rivoluzione? Ma quel vigore onde nascerà, se le cagioni anzidette nè sono nè hanno tempo di sorgere?

In somma, la salute d'Italia intera estremamente pericola se le manca tempo e opportunità di unirsi, di educare le plebi, d'armarsi e apparecchiarsi d'accordo co' suoi governi, d'accordo con tutti gli ordini dello Stato. E però, a lei conviene fuggire le violenti rivolture, e l'esorbitanza delle pretese e delle passioni che ne conseguono, e il porsi in nimistà e in discordia co' principi suoi, con la diplomazia europea, col Papa e la miglior parte del clero. Questa è la credenza nostra invittissima; e se in lei sta il vero, e la pluralità degl'Italiani così la pensa, dico che debbe loro rincrescere fuor di modo così la caparbietà dell'uno come le sollevazioni degli altri; dico che il disperar subito di salvare l'ordine e la concordia, e di raddrizzare il moto delle miglioranze e riforme pacifiche, è debolezza ed avventatezza; dico che dobbiamo invece por mano a tutti i rimedj, quanti ne sono in facoltà nostra.

Obbiettano ancora, che l'intervenzione e ingerimento morale de' principi e del Pontefice, e qualunque nostra cooperazione ed azione privata, quando farà sentire gli effetti suoi, le sorti del Regno saranno già consumate; imperocchè, o la sollevazione avrà ceduto alla forza regia, o questa alla sollevazione.

E noi rispondiamo, che ciò per appunto dimostra la grande proficuità del proposito nostro, riuscendo ugualmente opportuno e ugualmente utile in ciascuno dei casi. Perchè, se la superano i sollevati, l'intervenimento morale procaccerà con ogni sforzo di temperare i vincitori e ricondurli all'ordine ed all'unione; e se il principe rimarrà superiore, l'intervenimento del pari procaccerà di non pur scemarne lo sdegno e il risentimento, ma di rompere l'ostinazione sua contro le larghe riforme ed innovazioni. A chi, poi, estima che l'una e l'altra cosa sono affatto impossibili ad ottenere, noi rispondiamo, anzi tutto: che il procedere regolato e concorde del nostro risorgimento è si bello, sì necessario e sì salutevole, porge tal nuovo esempio ed arreca tal maraviglia all'Europa, innalza a siffatta grandezza di fama e d'onore il nome e la sapienza italiana, che merita sia tentata ogni prova per mantenerlo e difenderlo, e sia prevenuto col nostro proprio l'intervento degli stranieri. Rispondiamo in secondo luogo: che mai le cose umane, e massime le politiche, non riescono tanto assolute ed inesorabili, quanto considerate in astratto appariscono; e la forza del pubblico voto, qualora sia saldo, manifesto ed universale, e si conformi affatto col desiderio dei buoni e coi principii eterni della giustizia e del bene, acquista ne' nostri tempi un valore ed un'efficacia tanto maggiore ed inestimabile, quanto sembra celare l'azione sua, ed usar solo le armi spirituali e invisibili della verità e della persuasione.

(Dalla Lega Italiana.)

L'ALLOCUZIONE DEI PARI DI FRANCIA.

Adì detto.

I Pari di Francia proseguono da qualche giorno a discutere, con la pacatezza loro ordinaria, l'allocuzione al re, o, come dicono, l'indirizzo. Il solo incidente gradito e favorevole a noi Italiani è stato un paragrafetto che vi si volle inserire, dove si parla con lode di Pio IX e delle riforme iniziate da lui in Italia; cosa dimenticata affatto nel discorso regio, non senza un po' di maraviglia di tutti i Francesi. Ai ministri è paruto bene, scorgendo l'assentimento pressochè unanime, accettare la cosa con garbo, e come se non inchiudesse biasimo del silenzio. Il Guizot ha ragionato a un dipresso come ne' suoi dispacci; e a riassumere la generale sentenza del suo discorso, basterà di notare questo concetto, che mentre il popolo romano va intorno al cocchio del Papa sclamando: «coraggio, Santo Padre, coraggio;» il Guizot, in quel cambio, sembra dirgli ed anzi espressamente gli dice: «adagio, adagissimo, Santo Padre. Oh Dio, vedete quanti pericoli e quanti malanni. Ecco qua i Trattati, chi può toccarli? L'indipendenza è delirio, la libertà non è matura, le teste bollono, l'Austria minaccia: giudizio, per carità.» E se ciò consiglia il Guizot al Pontefice, in cui (secondo suo dire) di costa al punto di movimento v'ha per necessità un punto di resistenza continua ed invincibile, quali avvisi ed ammonizioni andrem noi presumendo che porga ai principi secolari?

Ciò non ostante, noi ripetiamo che la buona propensione del governo francese ci è cara, e gliene sappiam grato. Ma vedesi aperto, ch'ella non può contentare l'opposizione parlamentaria, perchè questa dee reputare che a un sì potente e sì liberale paese come è la Francia conviene qualche cosa di più attivo e di più gagliardo. Onde, agli occhi degli opponenti il sistema politico del Guizot dee far la comparsa d'un guardiano di serraglio, alla custodia del quale sia consegnata la pace d'Europa, bellissima favorita del suo signore.

Parecchi in tal discussione son venuti tratteggiando lo stato e le condizioni d'Italia; ma, per nostro avviso, chi meglio di tutti ne ha giudicato, è senza dubbio il Cousin. Il luogo ed i tempi, le ricordanze di sua passata dignità e forse l'aspettazione della futura, hanno fatto il suo parlare moderatissimo e assai contegnoso; ma, non pertanto, egli ha dimostrato abbondevolmente, che la risurrezione italiana e il bene stare dell'Austria implicano contradizione, se pure a ciò facea mestieri dimostrazione alcuna. Oh quante parole per provare che la luce risplende! Anche il ministero ha gli occhi, e la vede: pur nondimeno, che può far egli volendo tenersi amici e l'Austria e le popolazioni italiane? Ma del discorso del Cousin, la parte che accogliamo più volentieri è quella dov'egli ci porge consigli sinceri e non superbi, affettuosi e non imperiosi; diverso non poco in questo da qualche altro Pari, e segnatamente dal Montalembert, che mal conosce l'Italia e male la giudica: il qual errore in sè non farebbe caso, considerandosi che ai forestieri riesce poco men che impossibile il conoscere con giustezza e il ben valutare le cose nostre. Ma perchè allora tanta sicurezza nel sentenziare, e tanta solennità e autorità nell'ammonire? Stima egli forse il Montalembert, che basti essere nato francese ed aver seggio nel palazzo del Luxembourg, per assumere quell'aria boriosa, e far cadere così dall'alto le sue parole su ventiquattro milioni d'uomini? Chè se la nazione francese operasse alcun gran sacrificio per la emancipazione de' popoli, potrebbesi pigliare in pazienza l'alterigia de' suoi oratori. Ma dappoichè ella si ristringe nel suo diritto e pensa solo all'utile proprio, noi consigliamo il Montalembert e gli altri colleghi a dismettere affatto il linguaggio che usano da protettori e da Mentori; chè l'Italia potrebbe a ragione finire col prenderne un po' di spasso. In quel loro linguaggio si sente chiaro ch'essi ci trattano, sottosopra, come fanciulli inesperti. E per fermo, noi non possiamo saper daddovero ciò che dal tempo e dalla pratica sola viene insegnato. Ma, di grazia, non doveasi perciò appunto ammirare quella specie di virilità e di senno precoce, e quella divinazione della scienza politica di cui dà prova al presente la nazione italiana, involta come è, pur troppo, in casi ed in circostanze le più intricate e le più malagevoli che dar si possano?

Per vero, il conte di Boissy à lodato la nostra saviezza, e ha contraddetto con zelo l'esagerate paure e i sospetti non ben fondati che molti Pari hanno fatto intendere circa alle mene settarie, e all'immoderatezza dei desiderj e delle opere negli Stati della Lega. Ma il bel cuore e il retto senso del vero non sempre sortiscono il dono delle belle parole; e quell'egregio signore ha confermato un poco il proverbio, che un mal destro amico equivale a un nemico.

Noi dobbiamo, poi, ringraziamenti caldi e pienissimi alle parole d'incoraggimento e di affetto che Vittore Hugo ha pronunziate. Il risorgere dell'Italia è di necessità una vivente e magnifica poesia; e però nel cuor d'un poeta doveva essa spegnere tutti i pensamenti politici e tutte le arguzie parlamentarie, per solo lasciar campeggiare e risplendere una ammirazione durevole e una speranza sublime.

(Dalla Lega Italiana.)

RIFORME NEL REGNO.

25 gennajo.

Dio protegge l'Italia; e perchè veggasi viemeglio che tutta opera delle sue mani è il risorgimento di lei generoso e incolpabile, l'ha lasciata gire fin sull'orlo estremo ove s'apre l'abisso delle rivoluzioni e della guerra intestina; e poi tutt'a un tratto ne la ritrae, mutando con salutari paure le volontà pertinaci, e schiudendo la via delle conciliazioni e dei provvidi consigli.

Ieri l'anima nostra gemeva nel lutto; oggi si riconforta e quasi gode e trionfa, non perchè non sovrastino ancora pericoli gravi e timori di nuovo inciampo e di nuovo sangue, ma perchè a tali timori e pericoli v'è tempo e modo di riparare, ed è validissima la speranza del buon successo.

Il re di Napoli fa promessa d'un'amnistia; concede a' suoi Stati larghezza di stampa; aumenta le pertinenze e prerogative della Consulta di Stato; accresce il numero dei Consultori e cávali da ogni condizione di cittadini; dilata le facoltà dei Consigli provinciali, e dà loro adito alla Consulta di Stato.

Commette ad essa Consulta di far la proposta d'un ordinamento nuovo di Municipj, al quale dia base: 1º La libera elezione dei Decurioni conferita agli Elettori; 2º Ogni attribuzione deliberativa conceduta ai Consigli comunali; 3º Ogni incarico di esecuzione affidato ai Sindaci.

Con altro decreto, re Ferdinando concede ai Siciliani governo, amministrazione ed esercito proprio, rimettendo in atto ciò che fu statuito nel 1816; epoca dolorosa per l'Isola, dacchè in quell'anno appunto fu consumato l'annullamento della Costituzione siculo-inglese.

Di tal regio decreto noi prendiamo consolazione, non perchè ottimo, spiacendoci forte la divisione nuova che ne risulta tra le due Provincie italiane, ma perchè ne dee conseguire almeno un pronto armistizio, e guadagnasi tempo ed agio ad usare mezzi più efficaci e più accomodati per ricondurre la pace, l'unione e l'affratellamento.

Noi, dunque, non avemmo il torto a sperare che il moto pacifico e progressivo della nostra rigenerazione, benchè scomposto e quasi interrotto, poteva essere ancora raddrizzato e riordinato. I tempi corrono velocissimi, e i casi nostri s'incalzano e quasi direi s'accavalcano; onde ai provvedimenti d'un giorno convien dare il dì dopo modificazione ed assetto nuovo: ma la sostanza non muta, e bisogno è tuttora d'un morale intervenimento.

Quel che sappiamo finora delle tarde concessioni di re Ferdinando in risguardo della Sicilia, non dà certezza di credere che gl'insorti s'accheteranno e terrannosi per soddisfatti. Sembra, in quel cambio, probabile assai, che, poichè sono in armi e non domi, ei richiedano la Costituzione loro del 1812, giurata da Ferdinando il vecchio, e poscia da lui sospesa e infine abolita di proprio arbitrio. Oltrechè, non può il rimanente d'Italia vedere senza rammarico, che nel regno delle Due Sicilie risorga di nuovo uno stato nello stato, invece di quella unità di governo e perfetta riunione di membra che una larga e libera legislazione potea solo ottenere. Molti nodi pertanto sono ancora da sciogliere, ed è nostro debito di procacciare che non li tagli la spada, nè la malvagità e l'ostinazione li ravviluppi, ma l'amore ingegnoso e paziente della concordia e dell'italiana fraternità si travagli e sudi a disfarli. Disponiamoci ad ogni maniera di sacrificj, ricorriamo ad ogni spediente, imploriamo ogni ajuto così dal Pontefice come dai principi della Lega; e niuna cosa rimanga intentata, perchè lo straniero nè perturbi nè si intrometta nelle nostre faccende, e gli estremi e sanguinosi cimenti sieno rimossi e fatti impossibili.

Noi non vogliamo sollevazioni e guerra intestina: ecco quello che intese significare il Memoriale nostro al Pontefice. Noi non le vogliamo, e con tutte le forze dell'animo, e con quanti mezzi legittimi e usabili sono in nostro arbitrio, le allontaneremo da noi. Perchè, tralasciando il discutere de' diritti e de' principj, e ragionando solo di pratica, a noi sta fermamente fitto in pensiere, che l'Italia di sconvolgimenti gravi e funesti è capace pur troppo, ma di vera e generale rivoluzione non mai; e s'anco potesse farla, impossibile le sarebbe condurla a buon fine: quindi gli stranieri disporrebbero a lor talento delle sue sorti, rompendo e impedendo con forza e violenza bestiale il suo felice comporsi in essere di nazione. Sta poi del pari nel nostro animo una fede saldissima, che posto che tutti coloro i quali assentono a tal verità vogliano porsi all'atto di scostare con ogni mezzo e sperdere la tempesta delle rivoluzioni e dei sanguinosi conflitti, ei del sicuro riusciranno nel nobile intento, raccogliendosi in loro (per quel che pensiamo) la prevalenza altresì del numero, e potendosi dalla volontà universale onesta e operosa trovar sempre qualche riparo ai pubblici danni e qualche sorta di compromesso tra le parti contendenti. E questo fu il secondo significato del Memoriale nostro al Pontefice; conciossiachè l'esperienza fa, pur troppo, vedere che ne' momenti difficili e quando l'azione de' buoni diventa più necessaria, come ora in Italia, ella suole invece far difetto, o almeno rallentarsi e rattiepidirsi, perchè la bontà comune non è coraggiosa, e la comune virtù più presto s'astiene dal male di quello che osi attuare il bene: quindi accade che gli spiriti turbolenti o fanatici tengono solo il campo e sgomentano gli avversarj. Noi, dunque, intendemmo e tuttora intendiamo di fare ai probi e savj Italiani una chiamata solenne in quest'ora quasi direi formidabile, in cui l'Italia può correr rischio di lasciare le vie di progresso pacifico e di mutua confidenza, per entrare alla cieca nei cupi e inestricabili labirinti delle rivoluzioni; alla porta dei quali, per seguitar la metafora, sta un mostro biforme: cioè la discordia civile e l'intervento straniero, pronto ed armato ad uccidere chi per avventura ne uscisse salvo.

Iddio, inverso l'Italia misericordioso, dischiude, dicemmo, fra le tenebre che s'addensavano sopra il Regno una via di luce che mena a salvezza. Guai, se tutti i prudenti e gli onesti non entrano in quella. Ora fa d'uopo risolvere, e non occorrono declamazioni e sofismi. In noi pure è il senso delle passioni generose, e freme in petto a noi pure l'odio sacro e veemente contro i tiranni; a noi pure vengono a schifo le prepotenze soldatesche, le bindolerie de' diplomatici, e la fiacchezza e ignoranza del volgo. Ma più che la passione e il risentimento, più che il desiderio del meglio e della perfetta libertà, più d'ogni cosa, insomma, e più di noi stessi abbiamo a cuore la salute estrema d'Italia.

Ripetiamo, pertanto, che gli è gran mestieri ordinare tutte le forze morali omogenee, e raccogliere tutti i pensieri e gli affetti comuni, onde n'esca poi l'unità e l'efficacia delle opere. Probabilmente, non sono ancora di là dal Faro cadute le armi di mano de' sollevati, e forse vi dura un'ira profonda e implacabile, una diffidenza cupa e troppo scusabile, una voglia cocente di certe e irrevocabili guarentigie. Forse al re non parrà fattibile abbandonare le forme del governo assoluto; forse per resistere ai Siciliani tenta di amicarsi i popoli di qua dal Faro, conoscendoli di più miti pensieri e più facile contentatura. Per ricomporre e sedare sì gran tumulti, sciogliere tanti viluppi e a tanti e sì vecchi mali recare rimedio stabile, appena sarà sufficiente la viva e sollecita azione e cooperazione di tutti i buoni, nè già timida e dislegata, ma stretta, coordinata e animosa.

Noi, nell'atto di jeri l'altro, arbitrammo di seguir l'uso d'ogni buon capitano, il quale volendo ordinar la milizia e riempierne meglio le file, fa, innanzi ogni cosa, la chiama, e così impara quanti accorrono e quanti mancano al suo vessillo. E noi, del pari, desiderammo conoscere quanti fra coloro che reputano inopportune e funeste in Italia le rivoluzioni si dispongono ad operare concordi, vigorosi e costanti per arretrarle. I tempi son fieri, il momento è più che mai minaccevole. Innalzi ciascuno la insegna de' principj e delle credenze sue proprie. Noi, col Memoriale al Pontefice, abbiamo innalzata e spiegata la nostra. Chi vuol salvare davvero l'Italia, s'accosti a quella e combatta; se no, adocchi un'altra bandiera e sott'essa si arruoli. Ma, per Dio, non se ne rimanga indifferente ed inerte; e pensi alla bontà e necessità della legge ateniese, la quale nelle politiche alterazioni faceva delitto a ciascun cittadino il ritrarsi e il non iscegliere la sua parte.

(Dalla Lega Italiana.)

CONSIGLI AL RE DI NAPOLI.

27 gennajo.

Alle concessioni di re Ferdinando si è fatto mal viso, non solo perchè carpite a lui dalla subita paura, ma pel medesimo essere loro. Elle aggiungono qualche larghezza e perfezionamento a quegl'istituti che da ormai quarant'anni non diciamo governano il Regno, ma dimorano scritti nelle sue leggi. Ognun sa che dal 1821 in poi è durata in Napoli questa contraddizione sconcissima; leggi e istituti, cioè, tanto buoni quanto possono stare in assoluta monarchia, e un Governo ed una amministrazione pessima e inemendabile. E a ciò ha dato cagione principalmente la veemenza sconsigliatissima con cui tutta l'opera del 21 fu atterrata e distrutta. Da indi in poi, i reggitori di quelle provincie hanno comandato ed amministrato a guisa di setta, e con la diffidenza e la rabbia di una fazione che schiaccia la sua contraria e lasciasi vincere alla paura. Questa ha fatto che il reprimento e le concussioni eccederono tutti i termini comportabili; e d'altra parte, i pensieri di libertà erano penetrati così addentro nell'animo dell'universale, che il Governo non ebbe intorno di sè, salvo che i più ignoranti od i più corrotti.

Così gl'istituti ottimi di cui fu fornita la monarchia, son rimasti una lettera morta; e le poche larghezze che ora v'aggiunge il re, sono comparse agli occhi del popolo come membra vive appiccate a un gran corpo cangrenoso e disfatto. Per farli utili ed accettevoli, conveniva, la prima cosa, chiamare al governo persone di fama integra e di spiriti liberali, e però capaci di render vigore al cadavere delle leggi: oltrechè avrebbero cominciato da ciò che è prima e fondamentale necessità d'ogni accordo in quel regno; vogliamo dire dal ricondurre negli animi un po' di fiducia, la quale n'è tutta uscita da lungo tempo, ed a gran ragione.

Da tutto ciò è proceduto che ai nuovi decreti di Ferdinando, non pure i Siciliani insorti, ma i popoli ancora di qua dal Faro, ne' quali si stimava essere maggiore arrendevolezza, sembrano voler tutti rispondere fieramente: «gli è troppo tardi;» terribil parola che muta e travolge affatto il movimento delle cose italiane. Già l'animo infiammato dei giovani esulta; già nella baldanza de' lor pensamenti e de' lor desiderj applaudono ai nuovi successi, e gridano pure a noi, fautori e propugnatori dell'ordinata e progressiva rigenerazione: «gli è troppo tardi.»

Dunque, la ostinazione cieca d'un solo uomo avrà potuto non che mettere a repentaglio la sua corona e sè stesso, ma la concordia e salute di tutta l'Italia? Dunque, un risorgere così bello per misuratezza e virtù, e degno d'essere dato ad esempio in ogni secolo ad ogni popolo, verrà guasto e annullato dalla colpa di un solo? Quell'amicizia e cooperazione mirabile di tutti gli ordini, quel consenso perfetto e continuo di tutti gli animi, quella fratellevole congiunzione d'ogni città, di ogni provincia, d'ogni Stato, non fia possibile salvare in alcuna guisa dalla procella che, scoppiata nel mezzogiorno, non tarderà guari ad invadere tutto il cielo italiano? Se ciò è destino, non sì ammirino i lettori nostri sentendoci tornare più d'una volta sulle medesime lamentazioni. Chè mai l'Italia non aveva visto e goduto di giorni non dico sì fatti ma neppur somiglianti. Nel clero come ne' laici, nella plebe e nei rozzi come nei dotti e civili, dalle officine ai palazzi, dalle città ai villaggi, sempre, per ogni luogo ed in tutti era un sol sentimento; la gioja, vo' dire, del nuovo stato, e la certa e dolce speranza di veder fra breve l'Italia intera tornata libera e grande. Nelle feste il pudore e il contegno, nella vita pubblica la moderazione e l'ossequio alle leggi, in ogni atto politico la pietà religiosa e la santità e pompa dei riti cattolici. Un aspettare non inquieto, un domandare dignitoso, un obbedire ragionevole, un giudicare assennato, un armarsi ed apparecchiarsi senza tumulti e con precoce maturità di pensieri e d'affetti. E tutto ciò sparirà, dunque, in un giorno? Tanto merito di prudenza, tanta fatica per riparare agli eccessi, sì lungo studio per evitarli, finirà (com'è da temere) nello scompiglio e nel sangue? Noi, benchè quasi sentiamo il rumore dell'armi e le grida delle insorte popolazioni, benchè ogni corriere e ogni nave che giunge rechi nuove più gravi e più avverse alla pace e alla conciliazione, noi non possiamo disperarne del tutto, e mai non caleremo il vessillo onorato che poco avanti spiegammo.

I mali sono profondi: mano, dunque, agli eroici rimedj. Tre ne proporremo fallibili ed efficaci. L'intervenzione del Pontefice; la immediata istituzione per tutto il Regno della Guardia Cittadina; l'abdicazione di Ferdinando in favore del suo figliuolo.

Se il re di Napoli invece di comparire ne' nostri tempi, fosse nato in quelli favolosi di Grecia e uscito dalla famiglia de' Pelopidi o degli Atridi, i poeti, parlando di lui, avrebbero immaginato che tutte tre le Eumenidi siedono invisibili accanto di lui, accecandolo in ogni consiglio ed in ogni impresa, per vendicare e punire nella persona sua molti ed antichi misfatti.

Molte fïate già piansero i figli Per le colpe de' padri.

Certo è che ogni cosa ha pensato ed eseguito a rovescio; e quando era bello di resistere ha conceduto, e quando di concedere ha resistito. Mai nè i tempi nè gli uomini, nè il valor delle cose, nè i pensieri e le esigenze del secolo gli sono comparse nell'aspetto loro verace e istruttivo. Sedici anni d'impero assoluto, invece d'illuminarlo, son venuti vieppiù annebbiando la non molta intelligenza che à da natura. Al presente, a lui mancano per intero i due soli mezzi d'ogni regno e d'ogni comando, il farsi amare o il farsi temere; e similmente, gli vien fallita quella facoltà che è base e strumento d'ogni transazione e riconciliazione, il dare e il ricever fiducia. Per nostro avviso, è necessità suprema di fatto, che re Ferdinando abdichi volontariamente, e lasci in suo luogo il figliuolo con una reggenza. Noi ripiglieremo presto il discorso e la trattazione di sì grave materia.

(Dalla Lega Italiana.)

IL PASSATO E IL PRESENTE DI NAPOLI.

I.

31 gennajo.

Delle Provincie italiane la più disgraziata ci è sempre paruta la terra di Napoli. In tutte l'altre, la fortuna girando sua ruota, ha spinto i popoli, almeno per qualche tempo, in sull'alta cima. In Napoli io non so quando quella ingegnosa e stupenda natura di uomini abbia potuto mostrare appieno ciò che sente e che vale. Ogni sorta di gente straniera ha corso e occupato il paese loro, e trattatolo come conquista: onde tutte le specie di tirannide ha sostenute, tutte le forme più improvide di governo ha provate; e quelle che lo potevano prosperare e difendere, sono cadute appena comparse. Nel mentre che nella rimanente Europa civile la feudalità rovinava, nel Regno, per contro, parea col dominio Spagnuolo accrescersi e fortificarsi; od almeno crescevano le angheríe e i soprusi, cresceva la boria e l'insolenza dei baroni inverso de' popoli: certo mai non ha pesato sopra una colta nazione e ricca d'intelletto e di cuore un reggimento più funesto e più distruttivo di quello dei Vicerè Castigliani. Si giudichi dopo ciò, qual tempra robusta d'animo e d'intelligenza sia stata dalla natura impartita ai Regnicoli per avere non che resistito a sì gran cumulo di sventure, ma dato a quando a quando segni tanto mirabili or di energia e fermezza, or di eroica magnanimità, or di luminoso e rapido incivilimento.

Ma, da ormai mezzo secolo le vicende del reame di Napoli corrono più del consueto straordinarie e terribili; e variando sempre d'aspetto, questa sola simiglianza hanno mantenuta con sè medesime, di non mai riuscire a bene ed a salvamento di quella tanto nobile parte d'Italia. Chi non sa le stragi del 99, la formidabile sollevazione delle Calabrie, il tempestoso regno di Gioacchino, e la guerra infelice da lui tentata nel 1815 a nome dell'indipendenza italiana? A chi non è noto l'insorgere del ventuno, l'invasione degli Austriaci, il modo sì deplorevole con che cadde la libertà, le vendette e oppressioni di poi succedute, gli sforzi e i tentamenti per iscuotere il giogo, sempre con audacia rinnovellati e sempre conchiusi con le prigioni e i patiboli? Veramente, quella provincia è stata ed è tuttavia terra vulcanica, e il Governo ha di continuo camminato

per ignes Suppositos cineri doloso.

Ma in ventisei anni già corsi dall'annullamento della Costituzione, è mancato affatto a quel Governo il senno e l'abilità di procacciarsi altro migliore sostegno che i gendarmi e gli Svizzeri: onde per lui nessuna forza morale può supplire alla materiale; quando non si voglia chiamar del nome della prima quella prostrazione di animo in cui gli onesti e generosi spiriti eran caduti, e lo sgomento rimasto in essi dell'armi straniere, e il sentirsi e il vedersi sfregiati innanzi all'Europa e innanzi a' proprj occhi: tutte cose di cui il Governo non arrossiva di farsi arme e puntello.

L'effetto peggiore e più amaro di tal traviamento e di tal servaggio è stato l'abbiezione e la corruttela. Diciamo l'effetto peggiore, perchè dove l'animo non è troppo corrotto, le buone leggi tosto il risanano; ma dove la depravazione abbonda, le buone leggi e le libere istituzioni non bastano, ed anzi rischiano forte di essere contaminate e guaste esse stesse. Gli è un fatto, che ovunque l'ingegno e la fantasia sono più pronti, il sentire più vivo, l'indole più passionata e focosa, quivi la servitù reca danni molto maggiori; perchè la scaltrezza vuol supplire alla forza, la simulazione e la frode s'assottigliano all'infinito; e quanto sono vietati i piaceri dell'animo e l'esercizio delle maschie virtù cittadine, altrettanto l'accensione naturale del sangue e le blandizie del clima trascinano l'universale ai piaceri del senso, alle sconce libidini e alle intemperanze d'ogni maniera.

Nondimeno, rispetto al Regno, è da distinguere con gran cura le provincie dalla città capitale. In questa poco rimane, a dir vero, di sano e d'intatto; e quella plebe singolarissima, la quale insorse tanto animosa nella metà del cinquecento per cacciar dal suo seno l'Inquisizione; e un secolo dopo tenne fronte ella sola, può dirsi, a tutta la gran potenza Spagnuola; e più tardi, in sul primo invadere delle truppe francesi, mostrò a Championnet come in una città non murata e senza armi rimanevano ancora nel nudo petto e nelle pronte braccia del popolo fortissimi baluardi; quella plebe, diciamo, perdendo il rozzore della barbarie, non per ciò ha contratto la dignità e gentilezza civile, e con lo smettere a grado a grado le sue vecchie e profonde credenze, nessuna nuova ne ha guadagnata: onde rimane una cosa informe e scomposta, che non ha sembianza nè nome, e più s'approssima al vizio che alla virtù.

Ma nelle provincie, massime negli Abruzzi e Calabrie, lo stesso vivere appartato e poco socievole, le ricchezze men che mediocri, le possidenze minutamente spartite, il trarre pressochè ogni sussistenza dall'arti agrarie, certa semplicità di costumi durata per mezzo a mille mutazioni, hanno conservato, per gran ventura, fra quelle genti molta vivezza di affetti nobili e di pensieri liberali, accanto a molta naturale bontà e schiettezza.

A ogni modo, noi siamo di quelli che reputano, che in popolazioni eziandio guaste e degeneri, il numero dei non corrotti è infinitamente superiore, e valgono a riparare ogni male e ricondurre ogni sanità, posto che il vogliano fermamente, e che la bontà loro (nol ripeteremo mai troppo) sia coraggiosa ed attiva. Per ciò ardentemente desideriamo, che a qualunque altra innovazione nel Regno preceda la istituzione della Guardia Cittadina. Imperocchè, tra gli altri profitti notabilissimi che reca tal Guardia, debbesi annoverare la fortunata necessità in cui pone gli onesti e assennati a divenire solleciti ed operosi del bene comune, e a compiere una intervenzione gagliarda e continua tra la tirannide e la licenza.

Per la ragione medesima, desideriamo e con calde istanze chieggiamo l'intervenire del Pontefice; essendochè la sua voce e l'autorità sua serviranno d'esempio e di sprone a tutti quei tepidi, benchè buoni, i quali altrimenti starebbersi muti ed inerti, e lascerebbero andare le cose a seconda delle immoderate passioni, e come la temerità e improntitudine dei partiti le vuol condurre.

Ma oltre a tutto questo, a noi non esce dell'animo, che nelle nostre provincie meridionali, se la natura sensitiva e delicatissima degli uomini sembra con facilità stemperarsi e corrompersi, altrettanto guarisce con celerità, e risorge e trasformasi in meglio, con istupore di chi n'è testimonio. E certo, noi non crediamo che poco prima dello scoppiare della rivoluzione francese i costumi della città di Napoli tenessero dell'austero e del forte; chè anzi nella reggia e nelle case de' grandi e sin nei chiostri e ne' seminarj v'era mollezza, ignavia e dissolutezza non poca. Venne il turbine delle guerre e della rivoluzione, corsero tempi e vicende le più rischiose del mondo, e fu agli spiriti non volgari offerta occasione frequente di dure lotte e di arditissime prove. Ora, egli avvenne che in seno di quella terra voluttuosa e indolente, apparvero tutt'a un tratto uomini non solo non disformi dal secolo, ma grandi come i suoi casi e forti come i suoi rischi. Noi non possiamo se non accogliere in cuore speranze liete e magnifiche di quella Provincia italiana ove il Cirillo, il Conforti, il Caraffa, il Serio, Mario Pagano e cento con essi vestirono in un momento l'animo antico, e porsero agli scrittori moderni materia degnissima della penna di Plutarco.

Noi seguiteremo altra volta a spiegare a quali mezzi e provvedimenti debbano por mano i nostri fratelli di Napoli per condurre a bene il nuovo risorgimento loro, e uscire delle gravissime e difficilissime condizioni in cui la cecità sventurata di alcuni gli ha posti.

(Dalla Lega Italiana.)

PALERMO BOMBARDATA.

31 gennajo.

Il supplemento dell'ultimo nostro foglio ha dato notizia che Palermo da parecchi giorni era bombardata, e che aggiugnendosi ciò alli scontri frequenti delle soldatesche coi cittadini, cagionava una terribile mortalità. Ier sera poi ci venne riferito da testimonio oculare, che il tredici dal Forte di Castellamare furono scagliate sulla città 132 bombe.

Nel 1821 Palermo insorse, e domandò di avere governo proprio sotto la corona medesima, con la medesima costituzione. Nel Parlamento un'ira ingiustissima accecò affatto il giudicio, e fu risoluto di vincere con la forza la sollevazione Palermitana. Sbagliò il Parlamento, come ora il Governo Napolitano; ma gli è impossibile di non osservare e notare le differenze fra li due errori. Palermo nel 21 insorgeva contro Napoli fatta libera, già venuta in possesso d'una forma di reggimento politico, che in que' tempi volevasi la migliore di tutte e la perfettissima. Oggi Palermo insorge contro un dispotismo violento ed improvvido, e che s'incera l'orecchie per non udire richiami e supplicazioni, e fa rispondere con le sciable agli evviva il re e le riforme. Allora, capo della spedizione fu il generale più reputato delle Due Sicilie, uomo di nobil cuore e di sentimenti e pensieri liberalissimi, D. Florestano Pepe: oggi, capo e governatore è il generale Majo, uomo spregevole affatto, e soldato inetto, e dall'universale troppo mal visto. Allora il Pepe non accettò i sussidj che Messina e Catania gli offrivano, abborrendo dal vedere spargere dai Siciliani il sangue siciliano; potea tagliare i condotti dell'acqua e nol fece; i mulini già occupati dalle sue truppe rendeva all'uso cotidiano, in benefizio e ristoro della città; era già penetrato in Palermo e poteva al tutto sforzarla, e non volle; e impose alle navi di non danneggiarla, e a tutti di risparmiare al possibile le vite de' lor fratelli.

Oggi, il Governo di Napoli non usa alcuno di tali rispetti; e incapace di sforzar la città, la fa bombardare spietatamente; ed avventa il fuoco su quelle venerande basiliche, in cui l'arte italiana conserva gli avanzi e i testimonj maravigliosi di ciò che potè il nostro Genio nella notte barbarica del medio evo. Tanta è la furia che pone a domare gl'insorti, che rompe le costumanze e i buoni procedimenti d'ogni nazione civile, e i quali son divenuti regole certe e costanti del gius delle genti. Diffatti, la protesta dei Consoli da noi ristampata jer l'altro, dà prova che niun tempo è stato lor conceduto di riparare e provvedere così a sè stessi come ai loro compaesani. Le dimostrazioni di fratellanza, il far luogo all'amore e alla compassione in mezzo al conflitto medesimo, il saper temprare lo sdegno e reprimere il risentimento, sono questa volta dal lato de' Siciliani. Dio protegga la causa di chi fra l'armi e nel sangue non iscorda i doveri di buon Italiano, e sente nel danno dell'avversario il danno e il dolore della patria comune.

(Dalla Lega Italiana.)

IL PRESENTE E IL PASSATO DI NAPOLI.

II.

2 febbrajo.

Le cose di Napoli, chi ben le guarda, s'avviano verso d'un termine che le assomiglia a quelle del 1820. Parecchie differenze per altro intervengono, le quali son tutte, la Dio mercè, in favore della innovazione presente. Noi ne darem conto ai lettori con brevità e chiarezza, secondo il nostro istituto.

E primamente, diciamo che se l'Austria non fa disegno d'intervenire, questo sol caso porrebbe tra oggi e il venti sì gran differenza, che lascerebbe ai due tempi una mostra di simiglianza, e non altro. Ma nell'Austria la voglia d'intervenire non può mancare, qualunque volta non manchino la opportunità e la potenza. Divisiamo, adunque, per bene quali condizioni nuove di cose difficultano la intervenzione austriaca in Napoli.

Nel venti, la lega dei re assoluti, che per antifrasi fu detta sacra, toccava il colmo della sua fortuna e potenza. Oggi, quella cospirazione veramente inaudita e novissima contro le libertà dei popoli, non solo è sconnessa e mezzo annullata, ma i governi rappresentativi maggioreggiano in guisa da occupare ormai tutta l'Europa civile. E se tu ne cavi la Turchia la quale è barbara, e la Russia ove ancor dura la schiavitù, l'Austria sola accenna di voler, dove può, conservare il pieno arbitrio monarchico: ma in Ungheria nol può, e in più altre parti del vecchio e scrollato impero cesserà di poterlo.

L'Austria nel venti predominava in Germania, predominava in Europa; pendevano dal suo labbro i gran consiglieri dei re; parea rinsanguata, robusta e piena di vita. Al presente, è sopraffatta in Germania dall'arti prussiane, poco ascoltata in Europa, incresciosa all'universale, massime pei casi di Galizia e Cracovia e per gli orrori dello Spielberg; la stimano tutti esausta, vacillante e decrepita: la quale opinione, fosse pur falsa, riesce dannosa oltremodo, infin che i fatti non la smentiscono.

Avea l'Austria nel venti quete le provincie, fedeli i popoli, strette con vigore le redini del governo. Al di d'oggi, neppur ne' Circoli austriaci è piena tranquillità, e dalle rupi del Tirolo alle foci del Danubio non v'ha un palmo di suolo in cui si rincontri buona contentezza e fidanza. Quel malumore, poi, che nel regno Lombardo-Veneto serpeggiava qua e là al tempo della Costituzione Napolitana, e non parea farsi intenso e profondo salvo che negli uomini colti e bollenti d'affetto patrio, ora scoppia da tutte parti, invade le moltitudini, e manifestasi con tali prove di virtù e coraggio civile, da superar di gran lunga l'aspettazione medesima de' più caldi Italiani.

Allorquando in sul principiare del ventuno l'Austria, poco dubbiosa dell'esito, fece movere le sue truppe, lasciavasi dietro alle spalle il Piemonte travagliato da sétte ma non insorto, e che non parea prossimo a insorgere; e quantunque l'esercito Sardo ponessesi di poi in sollevazione, subito discordò e si divise e tutto scompaginossi; onde pochi reggimenti tedeschi bastarono a spegnere quel primo incendio di libertà. Quest'oggi, l'Austria trova Liguri e Piemontesi tanto infiammati quanto concordi, e così bene in arme e in assetto, come docili alle leggi, ordinati nel loro ardore, e affidatissimi ne' loro capi.

Nell'anno venti e ventuno, l'Austria scorgea buona parte d'Italia commossa dalle opinioni liberali più in superficie che nel profondo: v'avea società secrete estesissime, cospirazioni di ufficiali d'esercito, scontentezza di molte provincie; ma ardor popolare assai poco, e il sentimento nazionale appena spuntava, e, per isbaglio quasi comune, più pensavasi alla libertà che all'indipendenza; ogni Stato viveva in disparte e per sè, e il concetto di unione e collegazione di popoli o non nacque o non si mantenne. Oggi, per lo contrario, il desiderio d'indipendenza entra avanti a tutti gli altri; gli Stati si confederano, i popoli chiamansi ad alta voce fratelli, e la vita morale della nazione è già una, e ferve in tutti i suoi membri vigorosa e omogenea.

Nel venti, in fine, i Principi nostri o alla scoperta o di soppiatto tenevan con l'Austria, e taluni non vergognavano di confessarla solo sostegno e salute rimasta alla persona e potestà loro. Al presente, più d'uno fra essi sta dalla parte de' popoli, accetta ogni buon progresso civile, sdegnasi dell'ingiuriosa tutela di Vienna, e gode di avere a capo e scòrta il nome glorioso e la venerabile autorità del Pontefice.

Ora, di tutte queste notevoli differenze in fra i due tempi paragonati, alcune rimangono ferme e indipendenti dai casi, altre si legano all'andamento e alla fine che avranno le sollevazioni del Regno. Felice l'Italia, se ne' popoli delle Due Sicilie sarà tanto di virtù e di senno, da porre insieme due cose nate veramente per procedere bene unite, ma che il volgo e i partiti disgiungono assai di leggieri: noi vogliam dire l'energia e la prudenza.

Occorre a que' popoli l'energia, per rimovere la possibilità d'ogn'inganno e sventare ogni trama cortigianesca, e mostrando la gran fermezza e unione di lor desiderj, conseguire sufficiente malleveria dell'ordine nuovo di cose. Occorre poi sopramodo a que' popoli la prudenza, per non trascendere in cotesti atti il segno e il termine della necessità, e saper tornare sollecitamente nell'ordine e nell'obbedienza alle leggi.

Adoperando essi in tal guisa, e guadagnandosi e mantenendosi piena ed intera la propensione e amicizia degli altri Stati Italiani, nè dando ai Principi della Lega cagione legittima alcuna di spaventarsi; l'Austria avrà tuttora contro di sè la unione che sì la sgomenta de' cittadini d'ogni ordine, la consonanza perfetta degli animi, la tenace confederazione di tutti gli Stati, il desiderio comune ed inestinguibile d'indipendenza e di libertà, protetto oggimai e santificato dalla maggiore e miglior parte del Clero, difeso da eserciti disciplinati, e dalla mutua fede e assistenza di ventiquattro milioni d'uomini.

Ma un'altra difficoltà, e forse la maggiore di tutte, debbono procacciare all'Austria i nostri fratelli del Regno; e questa è di toglierle ogni presunzione ed ogni speranza di veder rinnovati gli errori gravissimi in cui la fortuna nemica d'Italia lasciò cadere i Napoletani nei nove mesi che vissero di risorgimento e di libertà. Distingueremo altra volta cotesti errori, e accenneremo i mezzi e le pratiche più confacenti a bene evitarli.

(Dalla Lega Italiana.)

IL CARROCCIO, GIORNALE DELLE PROVINCIE.

31 gennajo.

Con gran piacere leggiamo il Programma d'una nuova Gazzetta Politica che sta per uscire in luce in Casale, e alla cui direzione intenderà il conte Pier Dionigi Pinelli; nome che per se stesso è pegno grandissimo della bontà del Giornale, e ne accerta particolarmente che quel periodico mai da verun altro verrà sorpassato nella integrità e nobiltà delle massime e delle dottrine. E veramente, quando vediamo persone così specchiate e generose come il conte Pier Dionigi Pinelli porsi a capo di tal sorte d'imprese, debbe ognuno augurare con sicurezza un bene copioso e durevole per la nostra Italia; ricordandosi, fra l'altre cose, come appresso molte nazioni, e in Francia segnatamente, la stampa periodica sia venuta a mano di gente non molto onorevole, e povera soprattutto di ferme e radicate credenze. Il titolo del giornale Casalese sarà il Carroccio, bello e bene appropriato battesimo; perchè, volendosi con quel Giornale prender cura peculiare dei municipj e degl'istituti provinciali, doveasi riporre in mente ai popoli italici quel simbolo antico de' nostri gloriosi Comuni; e il quale fu loro sì sacro e cagionò tanto profitto, quanto forse ai Romani quell'ultimo adito del Pretorio, ove, a modo di reliquie e di numi indigeti, stavano raccolte le aquile e le altre insegne delle vincitrici legioni.

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