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Scritti politici

PARTE SECONDA. TEMPI COSTITUZIONALI. (continued 3)

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Quanto è a nostri Principi, a me sembra di scorgere chiaramente, che quel cammino che lor conviene di compiere, vada bensì per sentieri aspri e difficili ma non tortuosi ed oscuri, e dopo molte scoscese e sdrucciolevoli chine li meni in luogo ove potrebbe loro mancar la fortuna ma non la gloria, e ove non può abbandonarli l'amore e la riconoscenza eterna de' popoli.

A me va per l'animo, che a Vienna gli ultimi casi di Francia recato abbiano sommo terrore a parecchi; ad altri, apprensione assai, mista di molta speranza:[15] perchè coloro i quali s'ostinano negli antichi pensieri, e reputano ogni rivoluzione un delitto e un furore che presto passa, e debbe quindi espiarsi con servaggio nuovo e lunghissimo, entrano forse in qualche fiducia di veder rinsavire le menti sedotte, rannodar le vecchie colleganze, rifare le congreghe de' principi, la libertà diroccare per li medesimi suoi eccessi, e il mondo spaventato e sconvolto chiedere di riposarsi sotto lo scudo dei paternali governi. Primo di tutti il Metternich move forse, in questi giorni medesimi, tali o poco diverse parole ai Principi nostri: — Ecco, o Signori, avverate a lettera le mie previsioni, ed anzi troppo più che voi ed io non temevamo. A voi piacque, per eccessiva mansuetudine, di carezzare e scaldare nel vostro seno le sètte dei liberali, credendole assai temperate e pacifiche e ben corrette dall'infortunio. Vedetele ora che son cresciute ed ingagliardite coi vostri favori. Avvi egli concessione che li contenti, beneficio che li plachi, liberalità che li riempia e li sazii? Prima mostravano di non vi chiedere se non alquante riforme; poi vollero armi, poi licenza di scrivere ogni enormità ed ogni scempiezza; oggi gli Statuti più larghi, le guarentigie più salde, le libertà più estese e compiute non sembrano loro abbastanza; oggi si tratta delle vostre corone medesime; si tratta dell'essere o del non essere. Or che aspettate, o Signori? Forse che la Francia espedisca di nuovo le fiere masnade de' suoi giacobini a sommuovere tutti i popoli, a rovesciare tutti i troni? Deh facciam senno una volta, e ricompriamoci, se egli è possibile e s'egli è ancor tempo, dal giogo vile delle cenciose democrazie. Quel che vuol dire scostarsi dall'amicizia dell'Austria, nudrire speranze inconsiderate d'ingrandimento, correre dietro agli applausi delle ingratissime moltitudini, stimo che apertamente il vediate. Ma l'Austria scorda tutti gli oltraggi passati, compiange gli errori comuni, e solo desidera e prega che il vostro pentirvi e ricredervi non sia tanto tardi, ch'ella medesima non conosca e non rinvenga spedienti opportuni e bastevoli per riscattarvi. Pensate che se i demagoghi si tacciono di presente, e sembrano ancora avervi in rispetto e in considerazione, ciò accadrà fino al giorno che le truppe imperiali ostinerannosi a custodire e fronteggiare la Lombardia. L'ora in che avranno sgombrato compiutamente l'Italia, sarà l'ultima del vostro regno. —

A me vien pensato che questi debbono essere gli ammonimenti e i consigli del Gran cancelliere di Vienna; e a me pare, dall'altro lato, udire rispondere così i nostri Principi: — Se d'una cosa noi ci pentiamo, si è di avere troppo indugiato a riconoscere la perfidia insieme e la vanità de' vostri documenti, pei quali rischiammo di perdere affatto l'amore de' popoli nostri, che è il solo patrimonio e la sola conquista degna d'un re. Voi procacciate di spaventarci mostrando la crescente smoderatezza e la necessaria incontentabilità delle moltitudini. Ma noi siam di credere, che l'opinione, qualora possa manifestarsi senza pericoli e incitamenti, e non le manchi agio nè tempo di esaminare, d'erudirsi e di avvisatamente concludere, mai non si scompagni dalla moderazione e dalla giustizia: ma come ciò sia, meglio ci sembra di ottemperare al desiderio eziandio indiscreto de' nostri concittadini, che al comando del superbo straniero. Insopportabile a noi s'era fatto il regnare come vostri luogotenenti, e col puntello de' gesuiti; e ci è più dolce spartire col popolo l'autorità della legge, che veder cancellato il nome di lui dal libro delle nazioni, e l'Italia condotta ad essere non altra cosa fuorchè una espressione geografica, come voi testè la domandavate. Col restituire a' sudditi nostri la dignità d'uomo e di cittadino, abbiamo a noi medesimi restituito la monarcale dignità, e sentiamo che d'ora innanzi nella bilancia d'Europa li scettri nostri avranno pondo e valore. Ad accrescere l'uno e l'altro, noi deliberiamo di unirci in istretta e saldissima Confederazione; e presto bandiremo una Dieta Italiana, ove siederanno con buon accordo e amicizia così i nostri commessarj come i deputati delle assemblee. Voi dite che la Francia torna minaccevole per tutti i troni, e che noi saremo continuo tribolati, continuo sopraffatti dall'esorbitanze dei partiti. Ma non vi cada della memoria quel grande sfogo che dar possiamo all'eccesso dell'ardor giovanile e alle improntitudini della plebe. A ciò basteranno, ben vel sapete, queste sole parole: Si passi il Ticino. Ma sentiamo che replicate, che vinta la guerra, affrancata la Lombardia, e vuota l'Italia d'Austriaci, nessuno porrà più argini alle passioni e termine alle speranze e disegni dei democratici. Noi rispondiamo invece, che niuna cosa può aggiungere credito e forza ai nostri governi, quanto l'auge della vittoria, le armi avvezze a obbedire e onorare le nostre persone, il merito sommo acquistato appresso della nazione. O tutto questo può salvare le nostre corone e prerogative, o nessun'arte e spediente lo può. Ad ogni modo, la giustizia procede con noi, e i nostri nomi son consegnati alla fama, e staranno quanto la storia dell'italiano risorgimento. —

AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.[16]

11 aprile 1848.

Giovandomi della sincera e cortese amicizia vostra, piglio arbitrio di mandarvi alcune brevi considerazioni sui fatti di Lombardia, le quali nelle congiunture presenti mi pajono non pur vere ed utili, ma che il trascurarle torni troppo pregiudicioso alla causa italiana. Nè badate, signori, che sieno pensieri d'arme e di guerra; imperocchè, a questi tempi, qual buon cittadino non volge l'animo alle cose militari? Senza dire che la scienza dell'armi non è tutta chiusa ed inaccessibile a chi s'astiene dal maneggiarle, ma v'à alcune parti ove il naturale ingegno può penetrare assai dentro, e scorgere con sicurezza ciò che al buon capitano occorre d'imprendere e di provvedere. Quando, poi, questi miei brevi pareri ed accennamenti non pure si raffrontino coi disegni e le risoluzioni di coloro che al presente governano la guerra santa, ma nemmanco abbiano spazio di prevenirle, io ripeterò in cuor mio Hoc erat in votis, e coglierò grandissima contentezza dalla inutilità delle mie parole.

Io dico, pertanto, che considerandosi da un lato le mosse dei nostri e dall'altro quelle degli avversarj, s'intende assai chiaro, che gl'imperiali procacciano di rannodarsi e difendersi principalmente lungo l'Adige; e quivi, secondo che daranno i casi, o aprirsi una ritirata sicura sgombrando del tutto l'Italia, o ripararsi in Peschiera, in Mantova ed in Verona, aspettando quello che venga loro comandato da Vienna. Possono eziandio tentar la sorte d'una battaglia campale, con questo consiglio, che riuscendo vincitori, acquistino facoltà d'invadere nuovamente gran parte della Lombardia e del Veneto; e quando abbian la peggio, rimanga loro pur sempre un ricovero assai ben munito e ben proveduto nelle dette fortezze. Sperare in ajuti nuovi e gagliardi spediti loro di là dal Tirolo non sembra che possano per al presente, e poco numero di gente non basterebbe al fine di rappiccare le fila interrotte tra Verona e le terre austriache.

Dal lato nostro, conoscesi che Carlo Alberto è in pensiere principalmente di sconnettere in più d'un punto e spezzare quella continuazione di forze che gl'imperiali si studiano di mantenere fra l'Adige e il Mincio; e nel tempo stesso, à l'occhio ai passi meno difesi, e distribuisce sì fattamente le truppe dell'ala sua dritta, da impedire al nemico di rioccupare per soprassalto alcuna città o luogo importante. Con l'ala sinistra, poi, dell'esercito proprio spignesi, a quel che sembra, verso il Tirolo, per soccorrere le popolazioni insorte, minacciare il nemico alle spalle, e togliergli modo così di tenersi congiunto colle terre dell'impero di là da' monti, come di rinfrancarsi con qualche schiera che disegnasse di calare in Italia.

Ciò veduto, io sostengo, che è grandemente mestieri menar la guerra con celerità e vigore massimo nel Tirolo, e far quivi grossa testa di truppe, radunandovi altresì quanta più gente assoldata e disciplinata può fornire la Venezia. Questo fatto, un buon nerbo di milizie scendendo dal Cadorino e dal Friulano, dee spingersi con ardire e prestezza ad occupare Trieste, e porgere ajuto ai partigiani e fautori della causa italiana che sono pure colà. Sembra oggimai certo, che Napoli invia legni e soldati nell'Adriatico; ma nessuno sforzo dalla banda del mare conseguirà prontamente lo scopo della dedizione di Trieste, qualora dalla banda di terra non sia stretta ed assalita con istraordinaria gagliardia. In questa sollecita occupazione di tutta l'Istria raccogliesi, al parer mio, un punto principalissimo della liberazione d'Italia e un gran pegno della sicurezza avvenire; e però è necessità di ciò procurare innanzi che il governo nuovo viennese possa riaversi, e le sue provincie tedesche, paghe delle libertà e guarentigie ottenute, risolvano di sostenere con ogni mezzo la ruinante casa di Ausburgo. Fra poco si riordinerà eziandio la dieta Germanica, e sarà dieta leale di popoli liberi, e quindi tenera sopramodo dell'onor nazionale e gelosa dei vantaggi comuni degli Stati Alemanni. Tra tali vantaggi debb'ella per certo annoverare il porto di Trieste, che è per l'intera Germania il solo uscio aperto sulle acque dei nostri mari, e la sola diretta via e comunicazione con l'ultimo Oriente.[17] Potrebbe, adunque, tutta Lamagna commoversi fortemente per serbar dominio sopra Trieste; la qual città, d'altra parte, rompe in mezzo le terre italiane poste fra l'Isonzo e il Quarnero. Sino dai tempi di Augusto, ànno l'Alpi Giulie e le Carniche segnato i confini d'Italia; e però, tutta l'Istria e il littorale che corre da Pola a Venezia è nostro, e niun vessillo vi dee sventolare salvo che l'italiano. In me, pertanto, è gran desiderio e speranza che le schiere piemontesi e le venete s'accampino presto in tutta quella regione, e chiudano allo straniero ogni passo fra il Tagliamento e la Sava, e dai Monti della Vena sino alle rive del mare. Per rispetto, poi, all'Illiria ed alla Dalmazia, basti per ora il notare, che abita in quelle provincie una gente nel cui arbitrio sta il dichiararsi o per la causa italiana o per quella dei popoli Slavi; imperocchè di schiatta nascono slavi; di costume, di lettere, di governo si sentono italiani. A noi importa sol questo, ch'elli non sieno e non vogliano essere austriaci, e non possa l'Austria nei porti di Dalmazia prepararci continue offese e molestie.

(Dall'Epoca.)

SULLA GUERRA ITALIANA.

14 aprile 1848.

Le operazioni della guerra a me pajono procedere più fortunate che preste e ben consigliate; e le spingono innanzi le popolazioni insorte, più assai che l'attività e l'ardire dei capitani. Dell'esercito di Carlo Alberto, l'ala destra à compiuto l'intento suo primo (difficilissimo per addietro, e divenuto oggidì poco faticoso) di snidare i Tedeschi da tutte le sponde del Po. Col marciare poi raccolta e diritta sopra Desenzano e Montechiaro, e col venir sempre di più spalleggiata da Bresciani, Bergamaschi, Cremonesi e altri popoli circostanti, à forzato gli Austriaci a passare il Chiese, e fermarsi sulla sponda sinistra del Mincio, e propriamente in quel largo triangolo che fanno insieme Peschiera, Mantova e Verona: elli abbandonano persino parecchi posti da lor tenuti a mezzo il cammino tra Vicenza e Verona; e giusta gli ultimi rapporti, sembra potersi credere, che l'armi piemontesi (e questa era fazione men facile) siensi spinte col loro antiguardo tra Mantova e Verona.

Ma d'altra parte, dell'ala sinistra non si à nuova nessuna, e non compajono bollettini. Di quegli ottomila fanti inviati verso Salò e Gavarno, e nelle cui mani credesi caduto il forte di Rocca d'Anfo, neppure una voce. Ad essi spettava di dilatare e soccorrere con vigoría il sommovimento tirolese, e chiudere e impedire i passi. Certo è che gli Austriaci mantengono ancora disgombra affatto o con pochi interrompimenti la via da Bolzano a Trento e da Roveredo a Verona. Ma come va tal cosa? come non si tenta ogni sforzo e non si opera ogni bravura per insignorirsi di Trento, vera chiave del Tirolo italiano; mentre insorgono le campagne, il Bresciano ed il Bergamasco si muovono ad ajutare l'impresa, e l'ajuta d'altro lato con forte rincalzo la sollevazione del Friuli e di tutta l'alta Venezia, e possono accorrere al fine stesso i corpi franchi della Svizzera italiana e della Valtellina?

Al presente, gli è ben avverato che il general Zucchi padroneggia Palma Nova ed Osopo, e che que' montanari e segnatamente gli Udinesi ed i Trevigiani sono pieni di ardore, e si armano e si disciplinano. Ora, gran fatto sarebbe che il Zucchi non se ne giovasse quanto bisogna per varcare al più presto l'Isonzo e piombare su Gorizia e Gradisca; Gorizia città aperta in fondo a una valle, e Gradisca picciolo luogo munito di picciol castello. Quella mossa sola basterebbe forse a far succedere la dedizione di Trieste, tanto forte dal lato del mare, quanto debole e sprovveduta dal lato di terra. Nè sembra da temersi che il generale Zucchi e la gente che à seco non vi si potessero reggere; conciossiachè tra breve essi cresceranno delle schiere del generale Durando; e buona porzione delle soldatesche e dei corpi franchi, raccolti qua e là nella bassa Venezia, potrannovisi condurre sollecitamente; e infine, non mancheranno col tempo le truppe ed i volontarj quivi recati dai legni Sardi e Napoletani. Ma, pur troppo, tutto questo ricerca nei capi massima speditezza ed ardire; e ricerca altresì un comune disegno, e una bene ordinata cooperazione. E però Dio provveda, perchè di comuni accordi e disegni vedo pochissime prove, e molte ne vedo contrarie. Certo è, poi, che l'Austria, quanto sentirà più difficile e più rischioso il resistere e mantenersi nelle interiori provincie lombarde, tanto radunerà ogni sua forza sulle sponde dell'Adriatico. L'Istria è tutta intera in sue mani, e Trieste s'acconcia all'antico giogo. Stando a quello che insegnano l'ultime nuove, ogni apparecchio che studia di fare il governo Viennese non è per soccorrere la sua causa in Tirolo, ma sì bene per fronteggiare gagliardamente i nemici sulla sinistra dell'Isonzo, e proteggere la Contea di Gorizia e le terre littorali. Mai non m'è rincresciuto così duramente com'oggi di non possedere autorità di parole nè arte infiammativa di stile; imperocchè io l'adopererei tuttaquanta a persuadere i giovani nostri crociati di accorrere sull'Isonzo e varcarlo coraggiosi, riconquistando a prezzo anche di molto sangue le antiche e naturali frontiere d'Italia. All'Alpi Giulie, griderei loro, all'Alpi Giulie, o militi! là su tutte le cime piantate il vessillo italiano; e non tollerate, per Dio, che attraverso alle nostre provincie, sulle nostre stesse marine, non diviso da monti e da fiumi, non impedito non trattenuto da fortezze e bastìe, possa dimorare il nemico eterno d'Italia, e con quiete e con agio ricominciare le offese e perpetuar le minacce.

(Dall'Epoca.)

DI NUOVO, SULLA GUERRA ITALIANA.

17 aprile 1848.

I combattimenti di Goito e di Monzambano recano alle nostre truppe onor singolare. Il varco del Mincio, qualora gli approcci e le rive del fiume sieno difese e munite secondo l'arte, non solo è aspra cosa e difficile, ma compiuta con tanta prestezza come i Piemontesi ànno fatto, porge prova bellissima di bravura e di abilità; perchè si computa generalmente dai buoni maestri di tattica, che sia mestieri di spendervi il triplo di tempo; e tanto ne spesero nelle guerre ultime d'Italia i Francesi. In Goito s'erano gli Austriaci asserragliati in più strade, e da ogni casa sparavano addosso agli assalitori. Or, chi è pratico del guerreggiare, conosce troppo bene quali rischj e fatiche s'incontrino a smovere e scovare eziandio poca milizia da un luogo in cui ogni muro le serve di parapetto, e l'è il bersagliare e l'offendere così agevole, come difficile l'essere offesa.

Ei pare che tutta la schiera cacciata da Goito retroceda verso Mantova; e quella, invece, che contrastava il passo tra Monzambano e Valeggio, si ricoveri sotto Verona. Ma non più padroni della sinistra del Mincio, e rotta la congiunzione loro tra Mantova, Peschiera e Verona, forse gli Austriaci in cambio di tenere e difendere animosamente quest'ultima, s'apparecchiano di far sicura ritirata lungo il Tirolo, e salvar gente, artiglierie e bagagli. Se il Tirolo fosse tutto in fiamme, come al creder mio poteva essere, accorrendovi i Piemontesi, la ritirata de' nemici o verrebbe affatto impedita, o non accadrebbe loro senza molto sangue e senza perdite dolorose. Ma quando, poi, i Tedeschi indugiassero e dai nostri si trascurasse di proseguir la vittoria e di occupare le Alpi con buon nervo di truppe, certo, commetterebbesi errore assai grave e pregiudicioso. Marciano a quella volta alquanti volontarj comandati dal generale Alemandi; ma perchè marciano soli, e nessuna porzione dell'esercito li accompagna? a quella fazione non bisognano nè cavalli nè artiglierie, ma squadre di volteggiatori e di bersaglieri, che da molti giorni potevano essere in via. A ogni modo, raccomandiamo con somma istanza ciò che le presenti congiunture d'Italia ricercano sopra ogni cosa; vogliamo dire, prestezza, ardimento e buon accordo. Sono nel Veneto i volontarj Romani, Sardi, Napoletani, Veneziani, Lombardi. A chi obbediscono essi? ad uno o a più capi? Nessuno ancora l'à significato, nessuno lo sa. Alle operazioni loro è guida un disegno e un consiglio prestabilito e comune? Speriamo che sì, ma se ne ànno indizj e avvisi contrarj. Napoli manda truppe, delle quali certo non si scarseggia; e trattiene invece la flotta sua, che sarebbe ai Veneziani compiuto ristoro e salvezza.

Ricordiamoci che mai Dio non à mandato all'Italia tempi più fortunati. Ogni giorno che spunta, reca opportunità di gran fatti, e serra nei suoi brevi confini l'efficacia di tutto un secolo. Ora, i trattati son rotti, la diplomazia è dispersa e muta; impaurano i gran potentati per li guai che ànno in casa; l'Inghilterra medesima vive in qualche apprensione delle sue cose; Lamagna non è concorde, e travaglia e suda a ben ricomporsi. In tali condizioni e pressure, l'Europa attende di ricevere nella sua stemperata materia quelle nuove forme che il senno e l'arbitrio delle nazioni stanno per imprimerle, giusta la naturale configurazione dei territorj, e l'indole ingenita e sostanziale dei popoli. Affrettiamoci pure noi, di stender l'armi e le insegne su tutte le nostre frontiere, e sieno per sempre ricuperate.

(Dall'Epoca.)

AL GENERALE CARLO ZUCCHI.

Roma, li 20 di aprile del 1848.

Io non temo, signor Generale, che a voi sembri temerario e importuno che io vi scriva; perchè la vostra cortese natura mi rende certo che il tempo non è bastato ad estinguere quella tanta benevolenza e parzialità che mi mostraste in Bologna nel 1831, quando faticavamo entrambi a ottenere che quel tentamento infelice di libertà e d'indipendenza, non potendo più reggere, cadesse almeno onoratamente. E prima, vi scrivo per dolce sfogo dell'animo; perchè in mezzo alle tante e insperate maraviglie del risorgimento italiano, certo non dee reputarsi l'ultima il veder voi padrone della città che la fredda e lunga vendetta degli stranieri aveavi assegnata per carcere. E non è senza gran mistero del providente consiglio di Dio, che voi per mezzo a infinite sventure e pericoli, e in modi così straordinarj e quasi direi favolosi, foste riserbato a questo giorno novissimo in cui s'adempie la redenzione finale di nostra Patria. Non è senza mistero eziandio, che a voi toccasse per ultimo campo del valore e del senno vostro guerriero cotesta città, e cotesti popoli situati ai confini d'Italia e naturali custodi dell'Alpi. Io non ò meco una sì gran dose di vanità, perch'io presuma non dico di consigliarvi ma di parlare con esso voi di cose militari, e di quelle segnatamente che avete ora tra mani. Solo, ricordandomi dell'indole vostra lontana da ogni albagía, vorrei farvi intendere, che a voi si conviene al presente di porre in disparte la naturale ed abituale modestia, e sentire in modo compiuto il molto profitto ed il gran momento di quella parte della guerra nazionale italiana che a voi cadde in sorte. Chi non vede che l'Austria, ormai disperata di proseguire le sue difese negli aperti campi di Lombardia, e mal sicura altresì di Verona e di Mantova, volterà ogni sforzo dalla banda del Tirolo, e sulle terre frapposte tra l'Isonzo e la Sava? Ma voi ben premunito dentro le mura di Palmanova, e presto fatto capitano (come tutta Italia desidera) d'un giusto corpo di esercito, avrete arbitrio da un lato di soccorrere i Tirolesi insorti, e dall'altro di assaltar con vigore le truppe austriache le quali pretendessero di mantenersi di qua dall'Alpi, vogliamo in Trieste e nella contea di Gorizia, vogliamo nell'Istria e nella Dalmazia. Però, io non dubito che a voi non prema di sollecitamente istruire il re Carlo Alberto sulla molta necessità che vi stringe di venir subito provveduto di numerosa e scelta milizia, e che quanto maggior quantità di truppe italiane sarà schierata sull'Isonzo, tanto riuscirà più certa e compiuta la nostra vittoria adesso e nell'avvenire. E similmente, voi conoscete quello che in tal fazione potrebbe e varrebbe il soccorso del re di Napoli; il sol potentato italiano che sia fornito di molte navi a vapore ben costrutte e ben corredate, e quindi attissime a bloccare i porti, far mostra lungo tutte le rive dalmatiche della nostra bandiera, e trasportare e sbarcare speditamente e dovunque sia l'uopo notabil copia di armi e di armati. Ei bisogna che le Alpi segnino da tutte le bande i confini d'Italia, come volle natura quando primamente configurolla. Ma ei bisogna altresì, che questo s'adempia prestissimamente, e mentre l'Austria giace tutta scomposta e di consiglio sprovveduta, e avanti che la Germania intera non incominci a riordinarsi in forte e omogenea confederazione. A voi non rimane ignoto, che ne' Tedeschi è ora più che mai presente e vivissimo il desiderio di far buona comparsa sui mari, a dispetto quasi della natura; accorgendosi essi, che il poco aver prevaluto sull'altre nazioni, e poco aggiunto di peso e d'efficacia infino al dì d'oggi ai gran casi dell'Occidente europeo, sia proceduto principalmente dal non avere marineria. Il possedere, pertanto, per via di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia buoni porti sull'Adriatico, e mezzo di pronta e diretta comunicazione col Levante e con l'Indie, sembra ai Tedeschi un vantaggio notabilissimo, e circa il quale è impossibile che non si svegli fra breve molta sollecitudine in tutta quanta l'Allemagna.

Fa grandemente mestieri, adunque, che prima che ciò succeda, la vostra gloriosa spada cacci di là dai gioghi dell'Alpi Giulie quel che rimane di forze austriache, e i non abbondevoli sussidj che possono uscire in questi giorni da Vienna. Affrancato una volta quel territorio, e occupati e muniti i passaggi, tornerà più facile senza comparazione il difenderli, benchè dal lato degli stranieri moltiplicassero le armi e gli assalti. Quanto, poi, alle coste Dalmatiche, e a quelle popolazioni tanto fedeli un tempo a Venezia, ei si conviene adoperare più ancor della spada l'artificio dei negoziati, e subito entrare in pratiche di buon accordo non già con l'Austria ma sì coi Dalmati, con gli Ungaresi e i Croati. Quello che importa all'Italia supremamente, si è che Dalmazia e Illirio non sieno austriaci nè tedeschi. Pel resto, puossi trovar modo e via di accomodamento durevole; nè bisogna mai che la nazione Ungarese, fortissima e potentissima, divenga nostra inimica, ma invece compagna ed amica, siccome ai giorni per essa gloriosi di Mattia Corvino. Per tutto ciò, mi sembra doversi pregare con istanza e premura grande il re di Piemonte a mandar di presente uomini esperti e avveduti appresso i Dalmati, i Croati e gli Ungaresi, con ufficio espresso di dimostrare e persuadere a ciascuno dei tre, — come il nemico loro comune sia l'Austria, e come niun d'essi debba volere che quel potentato o per sè o in nome della Germania possa tener dominio sulle coste dell'Adriatico. L'Italia desiderare e pretendere unicamente ciò che natura le à dato, cioè le sue naturali frontiere dal Varo al Quarnero; del rimanente, non domandare se non buona vicinanza e amicizia. Una lega commerciale e doganale perfetta fra Italia, Dalmazia, Ungaria, Transilvania e Croazia, poter mettere in continua e profittevolissima congiunzione di traffico il Mar Nero con l'Adriatico, il Levante col Ponente, le Indie col Baltico, il Po col Danubio. Nessuna ambizione e interesse avere l'Italia d'uscire de' suoi confini, nessuno di conquistare e predominare sulle popolazioni slave dell'Albania, della Boemia, della Servia, della Bulgaria; in quel mentre che l'Austria le va minacciando tuttavia, e da lungo tempo à in animo di possederle: nè contra l'ambizione di lei potrebbero essi popoli rinvenire altro collegato sincero e migliore fuorchè l'Italia; imperocchè il Russo ajuterebbeli per farli soggetti; il Turco è barbaro e inerme; la Francia troppo remota e incostante. —

Ma io mi stendo di soverchio a parlarvi di cose le quali, dove s'appongano al vero, a voi non son nuove, e meglio e più profondamente di me le scorgete e considerate. Nè il mio nome val nulla per aggiungere a queste opinioni alcun grado di autorità; ma sì vi prego che voi le pigliate a cuore, e Carlo Alberto insieme con voi le caldeggi e fomenti, onde poi l'effetto dell'opera segua sollecitamente alla ferma credenza di entrambi.

Seguitando a distribuire gli scritti del nostro Autore per ordine di tempo, collochiamo qui alcuni discorsi da lui pronunciati nel parlamento romano, detto con ispecial nome Consiglio di deputati; e scegliamo quelli che per la importanza dell'argomento o la caldezza dell'affetto o qualche lume maggiore recato alla storia degli ultimi anni, porgono pure al presente materia accetta e non disutile di lettura. Come poi l'Autore medesimo ne trascrisse più d'uno nell'opuscolo impresso da lui in Genova nel 1850, e ristampato in questo volume, noi ci asteniamo di qui registrarli. Invece, poniamo subito allato ai Discorsi qualche altro breve dettato che in que' giorni medesimi pubblicava il Mamiani nell'Epoca.

A ciascun discorso si premettono poche parole, per notificarne l'occasione e le circostanze. A sminuire la noja del ripeter la data comune a tutti, avvertiamo il lettore, ch'ei furono pronunziati nel corso del 1848. Dalle stesse parole loro, poi, si rileva quando l'Autore discorre secondo sua qualità di Ministro, ovvero da semplice deputato.

Discorso sulla educazione del popolo

Discorso pronunziato nella tornata del 26 giugno, in occasione che alcuni Deputati proponevano di significare nell'Allocuzione al Principe il desiderio del Consiglio, che intendesse il Governo particolarmente a giovare ed educare il popol minuto.

Il voto col quale la tornata di jeri l'altro venne conclusa, riferivasi ad un argomento sì grave e solenne pei tempi nostri, che non si fa lecito al Ministero di non dichiarare sovr'esso la mente sua; e credo opportuno, come testè io diceva,[18] tale dichiarazione accadere innanzi che i commessarj sull'Allocuzione al Principe deliberino intorno al proposito, e trovino quelle espressioni che parranno loro più acconce e più rispondenti ai pensieri e alle massime del Consiglio dei deputati.

Io comincerò dal notare, che sfortunata ed impertinente riesce oggimai l'appellazione di riforme sociali e di questioni sociali, che molti dànno per vezzo e per uso a importantissimi studj e a utilissimi proponimenti. Simili nomi svegliano nella più gente un'apprensione ed una paura non del tutto irragionevole; perchè il pensier loro corre drittamente a quelle moderne utopie che non son lasciate spaziare nel libero campo ed innocuo delle astrazioni accademiche; ma le si fanno con foga e precipitazione discendere nell'ordine dei fatti civili, cagionando, come pur troppo si scorge oltr'alpe, fiere e minaccevoli perturbazioni. Pure, come ciò sia, noi qui non parliamo (od è questa per lo manco l'opinion mia e de' miei colleghi nel Ministero), non parliamo noi qui del mutare e rifare le fondamenta al sociale edifizio, ma del correggere e migliorare la sorte del popol minuto; la quale sarà sempre in cuore a tutti gli animi generosi e compassionevoli e singolarmente al cristianissimo popolo di questa città, in cui, diceva quel nostro,

Giuste son l'alme e la pietade è antica.

Circa l'essere e le condizioni del popol minuto, due estremi debbonsi ugualmente fuggire. Il primo, di non gittarsi a tutt'uomo in quelle fantasie onde sono uscite con parto infelice le teoriche strane e avventate che menano sì gran rumore di sè, ma le quali condotte alle prime e più semplici applicazioni, subito ànno mostrato la vanità loro. No, concittadini, alle questioni, come sono pensate e proposte oggidì in Francia e che piglian nome di sociali, non trovasi, per isventura, risposta veruna assoluta ed affermativa. Certo, io non ficcherò la pupilla mia debolissima tra le ombre, anzi nella notte profonda del più remoto avvenire; ed io non so bene se nel lunghissimo corso dei secoli la provvidenza riserbi all'intelletto degli uomini qualche, dirò così, impensata divinazione, per cui giungano elli a risolvere quei problemi, e interpretare quegli enigmi che alla scienza moderna, e intendo la solida e verace scienza, permangono chiusi ed inesplicati. Pur troppo, considerandosi per ogni parte cotale materia delle questioni sociali, si riconosce apertissimo, che stannovi dentro nascoste certe disuguaglianze, o naturali ed ingenite, o necessarie ed inemendabili, e certe discrepanze e contrarietà d'interessi, di facoltà e di uffici, le quali niun mezzo, niun ritrovato, niuna forma d'istituzioni vale a rimovere compiutamente. Però, chi ben guarda negli spedienti e ne' partiti proposti, e medita i sistemi ambiziosi che i socialisti architettano a lor talento, scorgeli tutti offesi da un peccato medesimo; imperocchè tutti effettivamente rivolgonsi in un perpetuo paralogismo, come la ruota d'Issione. Vuoi tu scemare al possibile l'indigenza? noi siamo nel tuo desiderio. Ma se la vuoi sbarbicare affatto e per sempre, credi che senza arricchire l'universale diverrai povero tu. E se ben poni l'occhio alle tue vestimenta, alle supelletili di tua casa, a quelle minute opere che altri adempiono in tuo sostentamento e servigio ogni dì, affinechè tu possa vacare alli studj tuoi razionali: e se quindi fai ragguaglio di tutto ciò con l'intera famiglia umana, e consideri l'immenso apparecchio di ordigni e manifatture, e il cumulo e la varietà infinita di materiali opere che occorre alla civiltà per sussistere, crescere e perfezionarsi, tu verrai nella nostra sentenza: la quale afferma che la porzione massima del genere umano nasce destinata alle meccaniche faccende, le quali d'altra parte senza fatica e travaglio grave e incessante non si compiscono, e però bisogna cotidianamente agli uomini il pungolo acuto ed amaro della povertà. Che se presumi, o socialista, di possedere l'arte di far soave e desideratissimo ogni lavoro il più ingrato e il più schifo, mediante certi compensi e armonie che dici avere scoperte nell'uomo e nella natura; io affermo assai risolutamente, che tu contempli un'altra natura ed un altro pianeta che questo dove abitiamo.

Io veggio bene che tali ubbie fra i nostri dotti non allignano e non recan pericolo. Ad esse fa ostacolo insuperabile una delle più comuni e più profittevoli doti che la natura à fornito alle menti italiane; l'ingegno pratico, io voglio dire, e lo squisito buon senso. Nè tampoco sono pericolose e attrattive per al presente all'infimo popolo. Conciossiachè le nostre plebi, la più parte, sono campagnole, e vivono frugali e modeste e così semplici nelle lor voglie e ne' loro costumi e pensieri, come la circostante natura, il cui nudo e schietto sembiante guardano e ammirano a tutte l'ore. Oltre di che, la religione vive ancora e trionfa con pura fede nelle moltitudini nostre; e per virtù di lei tollera ciascheduno que' gravissimi mali che crede dovere infallantemente venir riparati in un mondo migliore; e con serena e tranquilla pace di spirito non domanda insino a qui a Dio e agli uomini altra cosa, in compenso del tanto sudore, salvo che uno scarso e rozzo pane cotidiano.

Ma, signori, al dirimpetto dell'estremo di cui vi parlo, ne sorge un altro non meno pernicioso, e consiste nell'incuria e nella dimenticanza del vasto subbietto intorno al quale vi sto intrattenendo. Alcuni se ne spaurano a modo, che via il cacciano dalla mente come cosa nefaria e da porsi in tacere per tutti i tempi. Alcuni invece lo sprezzano e lo deridono, e forse ciò fanno per cortezza d'ingegno e di scienza; altri viene nel medesimo effetto per secreto movimento d'egoismo e d'orgoglio, trattandosi della gente minuta, alla quale non appartiene e che desidera tener soggetta. Altri spera o finge che non badando alle questioni appellate sociali, si torrà loro importanza e rinomo, e stancandosi gli uomini di ragionarne, elle andranno in dileguo. Ma questo guanciale dell'incredulità e dell'accidia mai non à dato un buon dormire e un buon riposare a nessuno, e non si cambiano per esso le condizioni peculiari del secolo. Certissimamente, le questioni dette sociali sono il vero e proprio qualitativo della età in che c'imbattemmo a vivere; e non è lecito a un popolo da lunga mano educato e civile, e similmente a un governo provvido e illuminato, il non curarle quanto è mestieri. Debbe anzi egli cercarne per tempo e con diligenza la parte sincera e operabile, affine appunto di resistere e di combattere con pieno e facil successo ai copiosi e funesti errori che quelle accompagnano. Nè del presente ei si conviene tanto fidarsi da chiuder gli occhi sull'avvenire, forse poco discosto. In niuna parte d'Europa s'alza oggi un incendio che non mandi per tutto le sue faville: e se le materie, per gran ventura, non son qui disposte a contrarre l'ardore, teniamo bene in memoria potere l'esempio, le occasioni, le rivolture, la male usata libertà e gli errori nostri mutarle; e puossi replicatamente diffondere un seme, che in sino a quest'ora o non cadde sul nostro suolo, o vi rimase infecondo. Sopratutto, convien ricordare che quanto succede di là dall'Alpi non è solo da tribuirsi a cagioni locali ed accidentarie, ma sì a parecchie universali e durevoli, di cui vi prego di fare attenta considerazione.

La storia antica, e segnatamente quella di Grecia e di Roma, appena ci à tramandato il nome degl'infimi lavoranti e della più umile plebe, e fatto conoscere alla nostra curiosità che in quell'era vivessero poveri, e come fossero sovvenuti. Del qual silenzio voi ben sapete la cagione. I veri derelitti allora e indigenti erano i servi, cioè gregge umana e non cittadini, cose utili e non persone, enti animati, incapaci di possedere del proprio nemmanco sè stessi e la luce che loro mandava il sole. Ma il cristianesimo à, la Dio mercè, rivendicato per sempre i titoli augusti e inviolabili di tutta l'umana famiglia. E posto ancora, che il proletario de' nostri tempi viva altrettanto o più disagiato dello schiavo greco e romano, la qual cosa in generale non reputo vera; ciò nonostante egli occupa oggi con sicurezza e gode a suo senno un tesoro eccelso ed inestimabile nel conoscere e praticare la dignità della propria natura, obbedire ed assoggettarsi per patto e secondo equità, e trovarsi con gli altri uomini in comunanza perfetta di diritti e di doveri. Ma, come agli altri ordini di cittadini bastava per affrancarsi compitamente e abilitarsi ad ogni vantaggio l'estinzione dei privilegi e l'uso della libertà e dell'uguaglianza civile e politica, comincia il proletario a discernere che ciò a lui non è sufficiente, bisognandogli una tutela assai più stretta e più soccorrevole, e desiderando ch'ella riceva a' dì nostri alcuna forma legislativa e giuridica, nè sia scontata o con qualche specie di servitudine e d'umiliazione, o col ritorno dei vecchi mali sott'altro colore e denominazione. Esce da ciò, come vedete, una condizione non men generale che nuova di tempi e costumi; e la lor ragione è riposta così nella progressiva emancipazione delle classi, e nel perfezionarsi a grado a grado i concetti e la pratica della universale equità e del comune diritto, come eziandio nell'efficacia secreta e incessante delle dottrine evangeliche, dentro le quali stanno veracemente inseriti e racchiusi tutti questi germi benefici di ugualità e di fraterna tutela a rispetto dell'infima plebe.

Ma, signori, cotali germi divini sono dalla provvidenza medesima consegnati alla nostra ragione, perchè gl'illumini e li fecondi. Fu il medio evo caldissimo tutto di carità verso i poveri; ma le tenebre della mente annullavano quasi l'effetto di tanto ardore. A noi s'appartiene col senno civile odierno di riparare l'esorbitanze e gli errori delle vecchie età; e s'ingannerebbero forte coloro i quali stimassero che la meditazione, l'uso e l'esperimento non abbiano altresì da cotesto lato raggiunta a' dì nostri molta perfezione di scienza, nè discoperti di mano in mano e insegnati parecchi progressi sostanzialissimi.

Distinguiamo (giova ripetere) la porzione fantastica e ne' fondamenti suoi mal ferma e cadevole delle teoriche odierne sociali, da quella che pur vi rimane salda, positiva e operabile. Tra i mali veri e presenti del popol minuto, e l'ultimo e inaccessibile punto di agiatezza e prosperità che accennano i socialisti, intervengono moltissimi termini e quasichè innumerevoli, ciascuno de' quali segna od una privazione cessata, od una miglioranza speciale ottenuta; quando un qualche incremento di ben essere materiale, e quando alcun progresso comune d'istruzione e d'educazione. E a questi termini intermedj (notabile cosa) mai non vedesi una piena impossibilità di aggiungerne altri ed altri. Tale, o Colleghi, è l'arringo alle presenti generazioni dischiuso: questo il campo della scienza moderna che tutti con isquisita cura e massima diligenza dobbiam coltivare.

Così e non altramente il Ministero avverte e considera i fatti e le dottrine che riferisconsi alle questioni dette sociali. E per iniziare intorno ad esse l'attuazione graduale di quelle massime e di que' propositi che sembrano a lui non che salutari e degni oltremodo del vostro suffragio, ma praticabili in sin da ora, ed ottenibili in qualche porzione, egli avvisò di proporre ai Consigli, come farà per l'appunto tra pochi giorni, tal disegno di legge, per cui venga costituito fra noi fermamente e con estese prerogative uno speciale Ministero inteso alla beneficenza pubblica e alla educazione del popol minuto. Datemi licenza, onorandi Colleghi, di porre in vostra notizia e considerazione la circolare che il Governo à inviata, in ordine a ciò, a' suoi primi ufficiali.

«Carattere principale del nostro secolo, e titolo vero e degno da lui posseduto alla lode e conoscenza dei posteri, si è la sollecitudine grande e sinceramente caritativa che mostra inverso il popol minuto, nel quale pur troppo s'accoglie la più numerosa e più sfortunata porzione del genere umano. Fervono da per tutto gli studj e le scienze denominate sociali, e ad ogni provida e illuminata amministrazione appartiene l'ufficio d'indurre da quelli ciò che vi si aduna di vero e di praticabile, e per nulla non contradice ai principj eterni e moderatori della famiglia, della proprietà e della libertà umana.

»Il Governo, persuasissimo della gravità e importanza suprema di tal subbietto, à deliberato di proporre ai Consigli legislativi la istituzione d'un Ministero nuovo speciale, con titolo di Ministero della beneficenza publica. A questo spetterà in modo particolare e proprio, la cura gelosa e il carico difficilissimo di emendare e migliorare lo stato delle moltitudini più bisognose, scemarne le privazioni e i disagi, combattere da ogni banda le cagioni dell'indigenza, estirpare l'accatteria, stenebrare le menti, correggere gli animi e incivilirli.

»Per dare un buon fondamento a siffatta impresa, egli è grandemente mestieri che al Governo sieno fatte avere notizie ordinate e ragguagli minuti ed esatti circa le opere e gl'istituti di pubblica beneficenza, quanti e quali sussistono insino al dì d'oggi in ogni provincia dello Stato, e sotto qualunque giurisdizione e denominazione.

»Io però invito e prego la Signoria Vostra Illustrissima a voler commettere ai signori Gonfalonieri, e mediante essi, ai rettori e ministratori dell'opere e istituti di pubblica beneficenza della Provincia sua, che nel più breve tratto di tempo sieno raccolte e bene ordinate le notizie e i ragguagli suddetti, e per mezzo di Lei fatte giungere speditamente in questo nostro Ministero.

»Trattandosi di cosa che tanto importa, io non ho dubbio nessuno dell'assaissima sua diligenza e premura, nè di quella de' signori Gonfalonieri, ai quali le piacerà di vivamente raccomandarla.»

Cotal Ministero, o Colleghi, vòlto al beneficare e all'incivilire le moltitudini travagliate e indigenti, è a noi comparso molto più rilevante e proficuo di altri che in altre contrade ànno conseguito un nome ed un essere proprio e distinto. Scorgesi in Inghilterra (a citar qualche esempio) un Ministro che cura e vigila unicamente i palazzi della Regina. Più volte si veggon Ministri a' quali nessuno ufficio particolare viene affidato, e sembrano se non poco opportuni, certo non necessarj. In parecchi Stati v'ha un Ministero, il cui solo negozio è di reggere e provvedere i lavori pubblici. Nè io, per lo certo, nego la importanza e il pregio di tal reggimento, e nemmanco intendo di scemarli di verun grado nella vostra e mia opinione. Ma come si potrà mantenere che i lavori meccanici dello Stato rilevino molto più che la carità sua e i suoi beneficj nella gente minuta, o che questa porga materia ministrativa meno ampia e meno implicata e difficile, o non debba più forse di tutte l'altre cose stare a cuore al Governo? Eppur mi sovviene, che nelle pagine del Vangelo la persona umana che maggiormente vien ricordata ed accomandata, e posta in cima ai pensieri e agli affetti, non è mai l'uomo savio o il potente, non è il dovizioso o il bello o l'addottrinato o l'illustre, ma sì il pusillo ed il povero; e della plebe minima e povera è naturale e sollecito padre il Principe che noi obbediamo.

Io non vi nascondo, che alla istituzione disegnata e proposta da noi movesi un'altra specie d'accusa. Sostenete che a purgarcene qui brevemente e con manifeste ragioni, io spenda ancora alquante parole; e ciò in considerazione di un ingegno elettissimo[19] che quella istanza accennava.

Dicesi, pertanto, che la beneficenza pubblica affin di recare al mondo spessi e abbondevoli frutti, dee pertenere unicamente al senno e allo zelo dei Municipj.

Io son pieno, o Colleghi, di quest'albagia (nè la voglio celare), che io stimo, cioè, e credo fermissimamente nessuno amare più di me nè più di me prediligere e rispettare le libertà e le pertinenze comunitative: sopra che il Governo presto darà a divedere coi fatti la verità compiuta di tal professione. Ma, d'altra parte, egli accade di giudicare o non vi essere nella società umana bisogno e desiderio alcuno di norma universale e di pratica unità, ovvero che si convien fornire sovente il Governo della facoltà di unire e coordinare lo sforzo e le opere dei privati e dei municipj, e avviarle tutte a uno scopo medesimo, sebbene gli s'imponga di usare in cotale atto la sola efficacia dell'esempio e l'armi della scienza e della persuasione. Che cosa in tale bisogna pretendono i reggitori dello Stato? null'altro che di voltare a bene e profitto delle misere plebi quelle facoltà e quei mezzi che solo essi possiedono. Dall'altezza del loro ufficio non è egli vero che possono come da specula eminente girare all'intorno il sicuro sguardo, e del tutto insieme dei luoghi (per seguir la metafora) farsi un chiaro e distinto concetto, notarne le simiglianze e le varietà, scuoprirne le rispondenze, le congiunzioni, i passaggi, indicar delle vie quanto e come divertono e i possibili raddrizzamenti e le scorciatoie e i tragetti; in quel mentre che ciascun uomo privato e abitante in basso luogo, le parti conosce e non più dove pone i piedi e può tirar d'occhio?

Certo è poi, che i censori, con la sentenza loro poc'anzi allegata, debbono a un tempo scagliare accusa non pure d'inutilità, ma di soperchieria e di danno contra alcun altro Ministero, e contra quello massimamente della pubblica istruzione. Non debbono forse o non possono i Municipj intendere tuttogiorno e con frutto copioso e durabile all'ammaestramento del popolo? Certo lo possono, ed anzi lo debbono. Ma sì nell'insegnamento loro, e sì nella scienza sperperata e sconnessa, e venuta in arbitrio di mille diversi pareri e consigli, mai non s'adempirà quel vasto e perfetto sistema di studj, quella unità e vigorezza di discipline, quell'indirizzo potente e comune degl'intelletti di cui bisogna lo Stato, e il quale nessun uomo particolare e nessun municipio à forza di conseguire con tanta pienezza, costanza, università ed autorità, con quanta è necessaria al mantenimento e progresso di tutto lo scibile, e alla spedita ed equabile propagazione del comune sapere.

In sostanza, egli m'è avviso che tal nostra controversia pigli origine e forza più dal dubbio significato dei nomi, che dall'essere delle cose. Forse a taluni fra noi (nè fa maraviglia) l'azione e l'intervento ministrativo mette apprensione e paura, e sembra dover riuscire, come per addietro, importuno, illimitato e arbitrario, e che scemi pur sempre in alcuna guisa ed inquieti la libertà e l'opera dei privati e dei municipj. Ma i nomi (bontà di Dio) tornano alle loro antiche e naturali significazioni, e Governo più non vuol dire nè signoria nè arbitrio nè privilegio nè forzoso ingerimento nè ipocrita paternità. A voi piace che tutto il negozio dell'educare e beneficare le moltitudini stia nelle mani dei Comuni; altri, in quel cambio, il vorrebbe unicamente affidato e raccomandato al clero. Ed io vi dico che il Governo non punto disegna di esautorare i Comuni ed il clero. Ma se tale individuo o tale altro, se questa o quella congregazione, se parecchi medesimi Municipj ed alcune provincie chiedono, siccome accade, e ottengono dal Ministero, varie maniere di ajuti, e solenne ricognizione e titoli e onorificenze, e stretta e particolare tutela e malleveria e patrocinio, negherétegli voi il diritto d'invigilare e sopravedere l'opere e gl'istituti di quelli? E se dove non giungono le private virtù e il privato avere e la sufficienza e abilità dei Comuni, vorrà supplire e complire il Governo, chiamerete voi ciò soprafacimento ed usurpazione? In fine, se in questa bisogna dell'educare e beneficare, franchi sono e liberi gl'individui, e ciascun Municipio e ciascuna congregazione ed il clero; vorrete voi privare di libertà il Governo, sì che non possa studiare l'arte egli pure di farsi liberale e pietoso al popol minuto, e travagliarsi di porgere a tutti norme ed esempj imitabili d'ottime scuole, ospizj, istituti e prevenimenti e soccorsi d'ogni maniera? Ciò che il Ministero domanda, è troppo discreta cosa; entrare in nobile gara di bene con tutti.

E che? non debbono dunque i più miseri e i più derelitti avere nessuna particolare speranza e fiducia nell'opera del Governo? e questo, che è naturale difenditore e tutore d'ogni interesse, d'ogni diritto e d'ogni ordine di cittadini, non avrà licenza di mostrare in modo effettivo e con segni permanenti e visibili il gran caso che fa della plebe infelice, e le cure continue e diligentissime che disegna di adoperare nel bene di lei? Osservisi, oltre di ciò, che recar sollievo ai mali maggiori e più frequenti del popolo, è somma cosa, ma non è tutto. Gran parte del beneficio consiste nella sua certa aspettazione, e nella distribuzione uguale e ordinata, e nel poterlo ricevere con dignità e senza troppo di stento, e nel non vederlo fluttuare e mutare giusta i mille accidenti di mille consigli, e secondo che porta l'ignoranza in un luogo e l'inesperienza e la fantasia in un altro; ma conoscendo apertissimo, che v'ha una mente superiore ed assidua che da per tutto penetra e invigila, e le fila sparse e disciolte della carità procaccia di adunare e di tessere in larga tela e inconsutile. Mal conosce il cuore dell'uomo colui il quale opina che altrove le moltitudini non siensi inacerbite ne' lor sentimenti, nè indotte più facilmente ad esorbitare, credendosi non protette e incurate, e nessun chiaro ed esterno segno scorgendo della sollecitudine dei governanti inverso di loro. Quindi il contrario operare, come à in animo il Ministero presente, è gran saviezza ne' nostri tempi. E conciossiachè la plebe più numerosa e indigente non manda a sedere su questi scanni i rappresentanti suoi, e nemmanco li manda ne' Consigli delle provincie e de' municipii; concedetele questo almeno, che il Governo pontificio, universal curatore e rappresentante, mostri con ufficio particolare e ordinatamente pietoso di sempre averla in pensiere, e del tacito mandato di lei stimarsi fornito sempre e onorato.

Dopo ciò, chiedo perdonanza di avervi intrattenuti, o signori, con discorso non pure prolisso, ma seminato di concetti e di voci più cattedratiche assai che politiche. Forse la qualità dell'argomento a sufficienza me ne scusa. Rimane che avanti di scendere di ringhiera, io vi manifesti un voto il quale mi dura fervente e profondo nell'animo; e il voto è questo, che piaccia a Dio provvidissimo di unire e contemperare insieme nello spirito degl'Italiani, e segnatamente nel nostro, il sapere dei moderni con la carità degli antichi. Nei secoli di mezzo ardeva la carità e fiammeggiava, per così dire, insino alle stelle; se non che l'ignoranza e le tetre superstizioni e le crudeli giustizie, con l'ombra ed il fumo loro caliginoso, la cuoprivano e la perturbavano. Sereno invece e splendido come sole è il sapere de' moderni; ma i raggi che diffonde nè sono ardenti nè scaldano i cuori, anzi direi che tornano freddi e infecondi, siccome quelli tramandati la notte dal nostro satellite. Certo, se un simigliante maritaggio s'adempie della carità antica e del sapere moderno, io non so quasi che sorta di umane miserie non sia per trovare valido schermo, e conforto efficace e abbondevole; e sopratutto, quella divina consolazione ch'è la più dolce e cara, e la meglio accolta e desiderata dall'uomo, il sincero amore e il fraterno compianto.

Discorso in difesa del Ministero

Nell'Adunanza delli 27 di giugno, accusato il Ministero di AVERE INIZIATO UNA POLITICA DI SEPARAZIONE, e fattasi la proposta d'inserire nell'Allocuzione al Principe alcune frasi a ciò relative, l'Autore uscì in queste parole:

Io non facea pensiero di parlarvi, o Colleghi, in questo dibattimento sull'Allocuzione vostra al Principe; considerato che ella è materia la quale dee più particolarmente esprimere così il vostro proprio e franco opinare intorno agli atti del Governo, come i peculiari desiderj e disegni che rivolgete per l'animo. Ma poichè il discorso or ora udito d'un uomo illustre[20] sembra chiamare i Ministri a render ragione del loro operato, e di certa diffidenza e separazione che, dice egli, abbiam seminata dappertutto, e per cui proseguiamo a reggere la cosa pubblica come di nostro capo e contro il volere d'una persona augusta e magnanima; io sentomi astretto di addirizzare al deputato di Viterbo, ed a tutti voi, poche parole ma sostanziose e calzanti; e non di discolpa, che sembrami non bisognare, ma di più aperta e schietta dichiarazione. La quale poi sosterrò che possa parere non richiesta ed inutile a molti, dopo la fiducia espressa da voi per voto due volte. In materia tanto gelosa, niuna replicata confessione e dichiarazione può riuscire superflua.

Voi già udiste, o signori, in sull'aprirsi del Parlamento quel discorso pensato, e dalle circostanze fatto solenne, col quale il Governo poneva in luce le massime della politica sua. E voi pure udiste, compiutane appena la recitazione, che il Ministero per la mia voce manifestò essere quella enunciazione di principj direttivi e ministrativi stata pienamente ed interamente approvata dal Principe. Ciò non rivela al sicuro tra i Ministri e lui nè diffidenza nè sconcordia. E di più dico, che se di principj e di metodi al Governo attinenti il Ministero differisse dal Capo inviolabile dello Stato, voi ci vedreste salire affrettatamente in ringhiera per istruirvi che non siamo più in grado di ben servire la patria e il Pontefice.

Che dunque pretendesi dopo ciò? e qual dubbio e quale sospetto non diventa fra queste pareti inopportuno affatto e illegale? Volete voi un Ministero eletto e dichiarato secondo gli ordini e le forme usuali? voi l'avete presente. Lo desiderate sindacabile in ogni atto suo, e punibile a tenore di leggi? ed egli è tale in modo ancor più perfetto che il precedente non era. Lo volete ben adatto ai tempi, partecipe delle vostre opinioni, proveduto della vostra fiducia? ed egli fu giudicato sì fatto da voi medesimi con doppio suffragio, e con la risposta ufficiale e consideratissima che apparecchiate al Principe e a noi. Oh le forme legali non bastano, e le convenienze parlamentari non impediscono che fuor di questo recinto si sospetti e bisbigli. Concedo che sì, e bisbigliano ancora che tali sospetti ed accuse sieno fomentate e accresciute non meno dai poco amici del principato, che dagli aperti nemici della libertà. Ma il sospettare e mormorar della gente mai non à fatto legge a nessuno.

Del resto, guardiamoci, o Colleghi, ne' giorni che corrono dall'incolpar le persone di certe non dirò discrepanze ed oppugnazioni, ma differenze vive d'idee, che l'indole varia degli ufficj e dell'educazione trascina seco; e sopra tutto, asteniamoci dall'accusare e biasimare gli uomini a cagione di quegli elementi dispari e non appieno omogenei di cui si compone l'antica e sostanziale forma della civile comunanza in che ci troviamo. Non possono coteste disparità e dissomiglianze venire abolite da tale individuo o da tale altro, ma vi occorre l'azione occulta, travagliosa e ostinata dei secoli; e parecchi ne sono trascorsi dacchè l'opera ebbe principio, e voi ben sapete che la perfetta e amichevole conciliazione di quegli elementi ancora non è compiuta. Per lo certo, a noi corre debito di accelerare con ogni sforzo e fatica la perfezione e l'assodamento di tale concordia, e di procurare in essa la gloria più bella e al genere umano più salutifera del risorgimento italiano. Ma se le fatiche nostre e vostre riescono in parte manchevoli e non sufficienti al grand'uopo, sieno le scuse e il compatimento schietti, fiduciali e reciproci.

Che cosa siam noi, Colleghi, e le nostre forze e gl'ingegni a fronte di questi alti problemi in cui tutta, può dirsi, la specie umana si occupa e studia da lunghissima età? Spettatori piuttosto che autori, impariamo dalla storia la travagliosa e lentissima trasmutazione. Minuti ed effimeri enti, la ruota immensa del tempo ci preme passando, e trita e confonde con la polvere della sua via, dove appena le intere generazioni lasciano un segno e un vestigio. Io vi ripeto, signori, con gran fermezza, che insino a quell'ultima ora che rimarremo nei seggi ministeriali, nessuna cura, nessuna diligenza, industria e arrendevolezza, nessun'arte di fina prudenza verrà intralasciata perchè la più vera e benevola conciliazione mantengasi tra il Principe e gli esecutori del suo Governo.

Però, a questa sempre cercata e desiderata composizione e concordia, la natura stessa e la necessità delle cose prescrive un confine; e rispetto a noi, lo segnano e lo mantengono i santi principj che abbiam professato tutta la vita, e contro ai quali niuna autorità e possanza del mondo ci farà pensare e operare alcun atto giammai.

Mi sembra pertanto, raccogliendo in un sol concetto le mie brevi parole, che ogni cangiamento od aggiungimento al dettato dell'Allocuzione, proposto con intenzione speciale di far sospettare una qualchessia diffidenza e discordia fra il Principe e i suoi Ministri, nè è savio e accettabile, nè punto conformerebbesi agli usi e alle massime del reggimento costituzionale.

Discorso sulla rotta di Vicenza

Il dì 6 luglio, mentre gli animi erano turbatissimi della sconfitta toccata alle milizie romane sotto Vicenza, e ricalcitravano di assentire ai patti della Capitolazione seguitane, l'Autore si levò in Consiglio e disse: chiedo di compiere la narrazione insieme e dichiarazione fattavi jeri dal Ministro di Polizia. Molte voci allora pronunziarono si udirà con piacere; e quindi il Mamiani salito in tribuna così discorreva:

La materia è molto grave e gelosa; imperocchè inchiude una massima direttiva della nostra politica e s'attiene da più lati ai principj fondamentali del giure delle genti. Datemi arbitrio, pertanto, che io svolga più per disteso i concetti che l'onorevole mio collega Ministro di Polizia significava jeri facendo breve ed acconcia risposta alla quistione del deputato Bonaparte. E prima, occorre che si conoscano interi ed esatti quei casi sui quali dobbiam comporre e fermare la nostra sentenza. Io li verrò esponendo con piano e preciso discorso, accompagnato da tutta schiettezza di animo; imperocchè non voglio nè debbo tacervi o nascondervi nulla, massimamente aspettando da voi un giudicio formale e terminativo, e però pienissimo di matura considerazione. Infrattanto, pregovi di quetare ogni febbre di affetti eziandio generosi e legittimi; e già non dubito che tutti non siamo qui apparecchiati a posporre ogni altro rispetto a quello della verità e della universale giustizia.

Quando al Governo fu nota la capitolazione di Vicenza, subito gli occorse il dubbio (ed era comune a molti) se i termini di quella impedissero alle milizie romane le fazioni altresì di mera difesa. E non venendogli trovato nelle storie più note alcun esempio ben chiaro e bene assestato al caso, rimaneva incerto, e a nessuna ferma risoluzione appigliavasi. Allora ebbesi ricorso all'acuto senno e alla molta esperienza di un pubblicista famoso,[21] il quale confessò prestamente di non conoscere nemmanco esso avvenimenti così conformi al nostro, da porgere lume di autorità ed agevolare lo sgroppamento del nodo. Nè si rimase il valentuomo di sfogliare trattati ed altre opere e scritti all'argomento correspettivi; ed oltre a ciò, mandònne graziosamente una sua carta, in cui venivano toccate da lui parecchie ragioni ingegnose (ma sfornite affatto di quella virtù evidente ed irrepugnabile che conviene si accompagni a tal sorta di prove) per dimostrare che l'armi pontificie, non ostante il divieto della capitolazione di Vicenza, mantenevano facoltà di combattere in difesa del territorio.

In quel mezzo tempo, il Commissario generale appresso l'esercito convocò in Ferrara, sotto la presidenza del Cardinale Legato, gli ufficiali tutti delle milizie che sgombrato avevano Vicenza e Treviso, e fece loro presente il dubbio di cui vi parlo, chiedendo quello che ne pensavano. Tutti concordemente opinarono, non credersi in guisa veruna disciolti dal patto, si voglia per le offese, si voglia per le difese. Di più, aggiunsero in forma di nudo e mero consiglio, che appena (pregovi di notare la cosa) sarebbero bastati tre mesi, cioè lo spazio appunto del vietamento dell'armi, a bene riordinare e ricomporre l'esercito, in cui pur troppo era entrata per cento porte, a così parlare, la diffidenza e la scorrettezza. Non si fermi alcuno a considerare se perteneva al Commissario di adunare quegli ufficiali e di adunarli a quel fine. Nemmanco si badi se lo spiegare ed interpretare la lettera della convenzione competa ai soldati od a voi; nè quanta esattezza e imparzialità sia nel giudicio di gente di cui buona porzione è straniera, e sulle cose d'Italia non può sentire ad un modo con noi. Voglio solo che vi sia manifesto qual'è la lor mente, e dove penda la volontà di tutti essi, liberamente e spontaneamente significata.

Dopo ciò, al Governo giunse copia d'un bando dell'Imperiale e Regia delegazione del Polesine, che così dice: «Dietro ordine del 23 corrente, nº 475, di Sua Eccellenza il Tenente Maresciallo Barone d'Aspre, si richiamano tutti quelli che avessero emigrato in paesi rivoluzionarj o all'estero, a dover ritornare entro otto giorni in patria, sotto la pena di confisca dei loro tesori.»

Alligata con questo foglio giunse altresì una dichiarazione, o protesta che a chiamar s'abbia, del Governo provvisorio di Milano; la cui sostanza viene a dire, che vedutosi dai reggitori temporanei di Lombardia il bando col quale il comandante delle soldatesche austriache contraviene all'ultimo articolo e patto della capitolazione di Vicenza, ei risolvono e decretano che tutti i Lombardi stati partecipi di quelle fazioni militari, sieno riputati come disciolti affatto da ogni qualunque promessa, dacchè (uso le formali parole della protesta) l'infrazione del patto è flagrante.

Signori, che fece allora il vostro Governo, e a qual partito si attenne egli? Trattandosi di convenzioni solenni e dell'universal giure delle genti, opinò che niuno esame e niuna meditazione gli fosse soverchia per colpire nel segno e non dilungarsi punto dal retto e dal vero: Egli non chiuse gli occhi sul debito che gli correva di porre in silenzio il giusto risentimento che noi tutti nell'animo racchiudiamo, e quel bollore di alti e magnanimi affetti da cui provenne e non cesserà, spero, di provenire ogni più nobil fatto e migliore del nostro risorgimento. Lecito è ai privati secondare in tutto e sempre i moti e gl'impeti generosi del cuore inverso la patria; ma chi soprasiede al governo investigar dee le cose pacatamente, e da quell'alta sfera giudicarle, in cui fuor della nebbia delle passioni dimorano il dritto, l'equità, la ragione, e l'utilità certa e durevole dello Stato.

E prima, a noi parve il capitano dell'armi austriache avesse potuto così rispondere a chiunque di noi si fosse fatto ad interrogarlo intorno al proposito. Ma pregovi di tenere ben fermo nella memoria, che in questo punto io piglio a imitare le parole e i ragionamenti d'un nostro nemico. Egli avrebbe, dunque, potuto così discorrere. Verissimo è che l'ultimo articolo della fatta capitolazione annunzia, dovere il popolo vicentino esser trattato con li benevoli principj di Sua Maestà Imperiale; nè io voglio cavillare su questi vocaboli: principj e benevolenza nei quali è una molto estesa e troppo indeterminata significazione. Nel grazioso animo dell'imperatore la benevolenza e umanità dei principj è grandissima; pur non di manco, ella non può contraffare nè sovrapporsi d'arbitrio a tutte le leggi dell'impero e alla general ragione che le informa; e voi sapete che a rispetto delle colpe politiche, il codice austriaco (ben lo confesso) è il più severo di quanti ne sieno stati scritti e pensati in Europa. Ma lasciando le generalità, e scendendo al caso speciale dei Vicentini, io mantengo saldissimamente, che in fatto ei sono trattati con principj di vera e speciale benevolenza, ragguagliandola con le leggi e le massime a noi famigliari e tuttodì praticate. E di grazia, che sono mai i Vicentini agli occhi dell'Austria? Un popolo ostinatamente ribelle, che due o tre volte à con deliberato animo resistito e con gagliardia massima à combattuto le armi fedeli di S. Maestà. Eppure, coteste armi entrate in Vicenza con piena vittoria e dopo un lungo e sanguinoso conflitto, non ànno taglieggiata la città, non ispogliata una sola casa, non appropriatosi nulla. Similmente, la mannaja non s'è bagnata del sangue d'alcun cittadino; nessuno è sostenuto in carcere per colpa politica. Forse non sono i feriti vostri con ogni cura e mansuetudine medicati? ed io Comandante non ò con aspro rigore e difficile sforzo impedito che la sguinzagliata soldatesca si abbandonasse alla preda e al saccheggio, il quale in effetto nè cominciò nè con veruna sua mostra diede spavento? Vero è che abbiamo non già imposta la confiscazione, ma sol minacciata a que' fuorusciti che in certo termine perentorio non ritornassero alla nativa loro città. Ma, signori (seguiterebbe a dire quel capitano), ogni qualunque pietà e benevolenza nei vinti non può tollerare che, non compiuta ancora la guerra, e instando sempre danni e pericoli estremi all'integrità dell'Impero, prosieguano i sudditi nostri senza danno e pericolo niuno ad osteggiarci ed offenderci con ogni possibile mezzo, e militando alla franca ed alla scoperta sotto le bandiere e tra le file stesse de' nostri nemici. Per ultimo, vi risovvenga non si vivere ora in tempi ordinarj, ma in istraordinarj e di guerra. Il governo militare regna qui come altrove, e necessità vuole ch'egli segni alcuna transitoria limitazione alla virtù delle leggi comuni e pacifiche.

Tolgami Dio, Colleghi degnissimi, che io reputi queste ragioni tutte valide e buone; e riconosco, oltre a ciò, che il cuore stesso ci vieta di trovarle ben sufficienti e persuasive. Pur nullameno, elle ci vietano altresì di ravvisare la infrazione del patto così intera, aperta e flagrante, come il Governo lombardo la stima. Ed anzi, quell'opinar suo tanto fermo e assoluto parrebbe quasi incredibile, quando la cotidiana esperienza non insegnasse ad ognuno, come per troppo amore del bene sia facile in politica di travedere e travalicare.

Ma che d'uopo c'è, dirà qui alcuno, di guardarla così per sottile? non è l'amor della patria mantello largo e onorato per cuoprire e onestare sì fatta sorta di errori e di mancamenti? Nelle faccende politiche, poi, il successo è ogni cosa: e quando noi sarem vinti e col giogo sul collo, poco ci avvantaggerà il poter ricordare ai nemici, che nell'osservanza dei patti siamo stati a maraviglia scrupolosi e leali. Bene sta; ma io non posso pretermettere di notare, che mostrerebbe giudicio povero molto colui, il quale si desse a credere che il giure delle genti venga osservato nella più parte dei casi con perfetta scrupolosità, eziandio da popoli mezzo barbari, a cagione d'un sentimento puro e profondo di universale giustizia. La necessità e l'interesse v'à la sua parte, ed anzi ardisco dire, la principale. Abbiamo noi forse cessato di guerreggiare coll'Austria, e sono chiuse con lei le partite del dare e dell'avere; intendo, i danni, le rifazioni e le rappresaglie? o non si prevede in quel cambio, che lunga, ostinata e sanguinosissima dee riuscire la lotta? E nella guerra, per dirla con Cicerone, Marte è comune; e s'io quest'oggi son trascurato ad adempiere i patti, domani potrò dolermi assai d'essere dagl'inimici anche troppo imitato.

Nè questo ancora sarebbe tutto; ed io vi affermo ed assevero, che il voto espresso ed unanime degli ufficiali, l'interesse ben calcolato e la giusta apprensione pei casi avvenire, la dubbia interpretazione del patto e la più incerta e dubbia contravenzione sua dalla parte dell'Austria, bastati non sarebbero ad acquetarci la mente e lo spirito. Conciossiachè al nostro giudicio e alla nostra deliberazione avrebber dato motivo o il sospetto di non venire obbediti dai militi, o il timore delle prossime rappresaglie, o la troppo visibile insufficienza delle ragioni, o tutte insieme cotali considerazioni, molto più atte a indurre nell'animo una gravosa necessità, che un pieno e schietto convincimento.

Ma noi abbiamo pensato, nobili cittadini, che i passi primi della diplomazia italiana dovesser procedere lucentissimi di fede e di lealtà. Noi ci siam ricordati che nelle politiche relazioni e corrispondenze coi popoli accade appunto il medesimo che nelle commerciali e negoziative; in tutte le quali, l'osservanza gelosa dei patti e il pronto e lieto mantenimento di ogni promessa cresce ed accumula a poco a poco quel credito che, in mano soprattutto delle moderne nazioni, convertesi in uno de' più fecondi e maravigliosi strumenti della forza e grandezza loro. Noi abbiamo opinato che mette assai meglio in siffatti casi gittare ogni colpa sugl'inimici, di quello che arrisicare di farcene autori noi, e di non potere alla finale vittoria dell'armi aggiungere altresì la vittoria del dritto. A noi è sembrato che se queste massime tornano vere e sante e profittevoli a qualunque nazione, fannosi tali infinite volte di più alla gente romana, cui sta in capo il sommo Pontefice, tutore e serbatore perpetuo dell'umana giustizia. Infine, da noi fu pensato che il popolo romano, come il discorso ministeriale già l'esprimeva, non valendo a gloriare ed a sovrastare tra le nazioni per la vigoria dell'armi e la vastità dell'impero, farsi almeno doveva al mondo esempio luminoso e specchiato di ogni forma eccellente e perfetta del viver comune.

In una contrada non molto remota da noi scorre e fuma a questi giorni un torrente di sangue, e nella metropoli sua le vie più frequenti e più belle si veggono seminate di strage civile.[22] Quivi non è principio di sociale giustizia che non sembri oggimai vacillare e disfarsi. Quivi le nozioni stesse primigenie ed eterne del bene e del vero pajono ottenebrarsi e travolgersi, e l'impero della forza e lo stato di guerra farsi naturale e proprio agli uomini, quasi avverando l'abborrevole sogno del filosofo di Malmesbury. Signori, a noi tocca nudrire ne' nostri popoli il generoso ed utile orgoglio, che qui nella sacra città, in cospetto del Campidoglio, al lume dell'antica sapienza, que' principj e quelle nozioni sbandeggiate anche da tutto il mondo avranno un certissimo asilo, e poseranno sicure all'ombra augusta del Vaticano.

Dopo ciò, non si stimi da alcuno di voi, che siensi messi in dimenticanza e in non cale i possidenti di Vicenza tra noi rifuggiti e dal bando dell'Aspre percossi. Al contrario, noi ci facemmo debito di scrivere senza indugio al capitano dell'armi imperiali, raccomandandogli con ogni virtù di parole quei miseri; ed anzi, prevalendoci assai della nostra religiosità, poco da esso meritata, nella osservanza dei patti, patrocinammo con tanta più forza e caldezza la causa dei profughi.

Noi pigliamo speranza che quella nostra scrittura non giacerà senza effetto: ma quando pure non conseguisse tutto il bene che il cuor nostro desidera, piaccia a voi di considerare se meglio sarebbero stati ajutati e difesi i profughi rompendo la fatta capitolazione, e togliendo con ciò ogni qualunque ritegno alle austriache vendette. D'altro lato, ricordiamoci che l'Italia tutta è oggimai segnata di sventure e di martirj, nè serba provincia così riposta e queta e sommessa, che molti generosi a questi giorni non tingano delle proprie vene. La via che conduce all'indipendenza e alla libertà (tutte le storie il confermano) è da ogni parte bagnata e molle di sangue e di lacrime; e non sono questi per lo certo i danni e gl'infortunj, sotto il cui fascio l'animo degl'Italiani si piegherà fiaccato e invilito. E similmente, se per due o tre mesi porzione dell'armi nostre dovrà ristarsi dal combattere, non perciò la causa nazionale, che è sacra e perpetua, si verrà meno, o l'armi e le braccia del popolo nostro mancheranno all'estreme e disperate difese.

Pericolo vero e solo e incessante sovrasta alla causa italiana nel dissentire degli animi, nel traboccare delle passioni, nel macchinare dei partiti. Or fa qualche giorno (io nol vo' tacere, o Colleghi, ed anzi sovvienmi di averlo in altro ragionamento significato), l'anima mia era contristata infino alla morte. Perocchè dappertutto io scorgeva spuntare e moltiplicare i germi delle antiche discordie; e il lievito micidiale delle vecchie invidie e dell'abituale orgoglio riprender vigore, e le plebi corrompere e i giovani infatuare.

Ma qualche angiolo tutelare veglia per lo certo alla nostra salvezza; e ne' libri del fato è veracemente scritta l'italiana risurrezione:

Nè sillaba di Dio mai si cancella.

Signori, alle nuove che giungono di Piemonte mal possono i cuori gentili temperarsi da un dolce pianto, e non mandare voci e grida di gioja. Il gran decreto dell'Unione è già sulla Dora dai contraenti popoli sottoscritto, e il Regno formidabile subalpino è fondato. Superò l'Italia un gran punto, mirando coi propri occhi le vecchie gelosie e le ostinate borie municipali dileguarsi innanzi alle necessità della comune salvezza. In cotesto fatto un valor si racchiude ed una efficacia più stupenda e migliore di qual sia battaglia campale guadagnata sugli stranieri.

Discorso in difesa del Ministero

L'infrascritto discorso fu pronunziato nel Consiglio dei Deputati il dì 21 di luglio.

Io salgo in tribuna ad adempiere un debito ed un officio gravoso più che difficile, rispondendo a parecchi e lunghi discorsi che jeri udiva la Camera sull'operare, ed anzi (a dirla più schietta) in accusa del Ministero. Sapete l'usanza mia d'andare diritto al segno e non moltiplicare in parole. Quindi, s'io vi prometto di sciogliere da lunghezza e da tedio l'ascoltazione vostra, mi confido che la vorrete concedere silenziosa ed attenta.

Comincerò dal notare una nuova e singolarissima contradizione che va succedendo tra noi. Sin dal primo suo nascere, il Ministero presente, che vide egli a rispetto del suo governo? Testimonianze di piena fiducia da un lato, pronti e ingiuriosi sospetti dall'altro; lodi magnifiche mescolate a gravi censure, applausi dopo i rimproveri, favore dopo lo sdegno. Tale vicenda e meschianza non è (per quel che mi sembra) cessato un dì solo, e alcuna speciale ragione conviene assegnarle. Io la ravviso in questo, o Colleghi, che il Governo e voi vi sentite in ugual maniera offesi ed oppressi da durissime necessità, e giacete mal domi sotto la forza veemente ed irreluttabile delle cose. Stretta da simil pensiere la coscienza vostra, non che averci per iscusati e per assoluti, giunge sovente a reputarci degni d'encomio. Ma, d'altra parte, quell'aspra necessità delle cose premendo e affliggendo ognuno di noi senza requie ed intermissione, ci fa impazienti ed irosi, e ci trascina a credere ch'ella può essere vinta e sopraffatta dall'arte umana: e perciò, in questo noi rassembriamo un poco agli infermi e alettati, che scorgendo di non guarire o di non subitamente guarire, muovono alte querele contro ai medici loro, i quali non sanno o non possono essere taumaturghi.

Un'altra considerazione, o signori, vogliate serbarvi a mente; e questa è, che nella più parte degli Stati Europei il vocabolo Ministero suona la pienezza delle facoltà e dei poteri civili e politici, e vuole indicare pressochè l'apice e il colmo di quelle forze morali e autorevoli che assicurano e guidano la vita comune d'un popolo. Ma guardandosi al vero, o Colleghi, il presente Ministero possiede egli ed esercita senza contrasto la metà di que' poteri e di quelle forze? Adunque, se giusti e imparziali mantener vi volete a rispetto nostro, piacciavi di proporzionare le incolpazioni agl'impedimenti e alle angustie in cui siamo, e alle avversità dolorose contro le quali dibattesi il nostro coraggio, pertinace almeno, se non fortunato.

Ma scendiamo tosto ai fatti che fornivano jeri ragione molto apparente e occasione pronta ed accomodata alle accuse. Il più rilevante di tutti è la sventura dell'esercito nostro. Rendeteci trentamila uomini, voi esclamate, tutta bella e fiorita gente, che dalle nostre braccia si sciolse e partì volontaria per combattere gli stranieri. Voi, come Ottaviano Augusto, gridate: rendimi le mie legioni, o Crasso. E certo, è sommo infortunio e sempremai lacrimevole vedere il fiore de' nostri giovani, che, or fa qualche mese, moveva a una santa guerra tra gl'inni, le feste, le luminarie e i popoleschi tripudj, tornare scemato per le morti, col volto dimesso, le vesti lacere, scorato, affralito, disfigurato; e oltre a ciò, vedere iti in dileguo in un giorno solo (può dirsi) i lieti successi, le prosperità e le glorie che nel partire ei si tenevano in pugno. Parmi, narrando, di non isminuire dramma alla gravezza del male, e m'industrio di non ammorzar per nulla i colori vivissimi che jeri usava taluno in certe sue dipinture con maestria e caldezza pennelleggiate. E pur nondimeno, oso affermarvi, o Colleghi, che volendosi far giudizio equo e prudente, debbesi un tanto infortunio recare non agli uomini, ma solo al destino. E crediate che io sono, in siffatta opinione, non che imparziale, ma sommamente discreto e benevolo; perch'io non voglio che la colpa levata di dosso a me, vada a percuotere alcuno. Ma, come ciò sia, questo rimane certo ed irrefragabile, che a qualunque altra persona si può tentare di chieder ragione del tristo caso, eccetto che ai presenti Ministri. E veramente, ruppero essi la guerra agli Austriaci? No. L'apparecchiarono essi di lunga mano, la promossero con ardore, le porsero adatte occasioni? No. Ascrissero, almeno, i soldati ed i volontarj, dieder loro gli ufficiali, ordinarono l'esercito, miserlo in via, condussero di là dal Po? Nemmanco. Ma in fine, salendo essi in grado, non ebbero a continuar la guerra già incominciata? E neppur questo propriamente; perchè il primo atto loro fu di condurre l'esercito sotto il comando immediato di Carlo Alberto, e le cagioni vi son note. A noi rimase un ufficio pien di fatica e sollecitudine, ma senza pericolo, e perciò senza gloria; e fu, di provvedere ogni giorno agli armamenti, alle paghe, alle salmerie, alle promozioni e alle altre bisogne ministrative: nè su queste alcuno ci chiama in colpa; e dove non fosse debito rigoroso del buon cittadino di adempiere ogni consimile incumbenza il meglio che può, forse avrebbe il Ministero di che compiacersi e lodarsi, guardando alle strettezze massime del Tesoro, alla precipitazione dei casi, alle distanze, alle dispari abitudini e a cento altri contrarj accidenti. Ma io ripeto, che nella sventura di cui tutti piangiamo, non ci fallisce almeno questo conforto, di doverla recare necessariamente al solo destino. Ricordatevi come fu composto ed elementato quell'esercito nostro; ricordatevi (ed altre volte ne feci menzione) ch'egli s'adunò quasi a furia di popolo e in modo affatto tumultuario; e che, appena legate insieme le sue parti, o, a dir più giusto, accozzate, mosse alle fazioni di guerra, e guerra lunga e campale; e contro a nemici soverchianti per numero, per artiglierie, per uso, scienza, e vecchia e provatissima disciplina. La scelta degli ufficiali cadde, la massima parte, sopra uomini designati non dal criterio e dall'esperienza di buoni giudici e competenti, ma dall'aura fugace e voltabile del favor popolare. Ricordatevi che i giovani nostri (colpa dei subiti avvenimenti e del vivere sfaccendato ed imbelle) corsero alle bandiere mezzo cittadini e mezzo soldati. Io vo' dire che i giovani nostri, per la inerzia passata, per la cortezza del tempo, e ancor da vantaggio pel modo di ordinamento, non erano abbastanza disvezzi dalle comodità e abitudini casalinghe, nè abbastanza avvezzi allo stento, ai disagi, alla sommessione, e ad altre esigenze ed asperità della militare disciplina. Nacque da tutto ciò, e, non poteva non nascere, che alla prima fazione gagliarda e difficile veramente, e al primo cozzo di schiere agguerrite e con abilità e ardire capitanate, le nostre sformaronsi in poco d'ora, e da ogni lato scompaginaronsi.

Ma v'à di più: l'infortunio è gran pietra di paragone degli eserciti veterani o novelli, bene o male apprestati e composti. Non ostante le dure percosse e gli scontri sanguinosi e infelici, i ben apprestati ed antichi cedono, ma non si scompigliano; e se pur questo accade, si riordinano e si rifanno: ma per contrario, i mal composti e ordinati, una volta rotti e dispersi, non più mai si raccozzano e si rassettano; ed anzi, come materia poco omogenea e da poca cera appiccata, rapidamente pervengono all'ultima dissoluzione. Di ciò appunto fummo noi tutti, e con gran dolore e rammarico, testimonj. Tornarono non più le schiere dei nostri, ma gli avanzi di esse; giunsero tumultuando e disordinando assai peggiormente che non usavano durante la guerra. Giunsero con mente accesa e avventata, ciascuno accusando i suoi proprj ufficiali, accusando il Governo, i compagni, i Commissarj, i Piemontesi e tutti, fuor che sè stessi. E replico che ciò sempre avvenne e avverrà tuttavia tra soldati subitarj ed accogliticci da somma avversità sopraggiunti.

Nè io voglio con tali parole menomare il pregio della fortissima resistenza e dei gagliardissimi combattimenti che ottomila de' nostri ànno avuto animo d'imprendere e di sostenere contro a più di 40 mila soldati austriaci: e basterà solo, io credo, la memoria de' monti Berici per dimostrare al mondo come facilmente può ritemprarsi all'antico valore, e la virtù de' suoi padri ricuperare questo popol latino infelice e caduto, ma sempre a risorgere apparecchiato. Io noto, pertanto, ed accuso non la virtù e il coraggio degl'individui, ma quegli accidenti e difetti che nessuna bravura è bastevole ad impedire, e la cui riapparizione è certissima dovunque mai l'esperienza, l'arte, l'esercizio e l'efficacia del tempo, delle regole e delle tradizioni, non fan riparo.

Dopo quel caso, e visto quel deplorevole scombuiamento, che altro rimaneva da praticare al Governo? Voi tutti con esso e ad un animo il venite pronunziando: scioglier l'esercito e con altri metodi ricomporlo. Ma io prestamente m'appello a coloro, quanti pur ve ne sono e di quante specie e generazioni è possibile ritrovare, i quali ànno fiore di cognizione delle cose guerresche, e sentenzino essi se dentro lo spazio di venti giorni una così complicata e malagevole opera sia fattibile mai; e venti giorni soltanto, o Colleghi, nè un'ora di più è trascorsa dal tornar delle truppe a quel frangente improvviso e funesto che l'anime vostre à con giusta ira commosse.[23] Quello a cui non varrebbe e non basterebbe uomo nessuno, reputo che voi non convertirete in errore ed in colpa solo ed unicamente per noi. Credo invece, che ogni spirito gentile e benevolo senta di doversi astenere non pur dalle accuse, ma dalle superbe e gravose parole contro di tali, cui la fortuna fa scontare coi subiti rovesci quel po' di bene che prima ella lusinghevolmente proferse loro, di render la pace a questa città e nelle provincie serbarla, ristaurarvi l'ordine, ampliarvi le libertà e con l'impero delle leggi contemperarle.

Ma io sento voci che gridano: la patria è in pericolo, e questo estremo frangente non pure debbe eccitare tutte quante le forze e gli spiriti di chi ci governa, ma suggerir loro partiti straordinarj ed eroici; e se bisognano prodigj, che i prodigj sien fatti.

Sta bene; ma le imprese eroiche e i miracoli umani altresì debbono avere cagioni certe e proporzionate. Osserviamo. Per me, la patria è solo tutta l'Italia, e non applico quel nome augusto ad alcuna delle provincie sue, per insigne e bene amata che sia: similmente, non bado a dove io nascessi, o dove abbia le cose mie o i parenti o gli amici, ma sì ò per amici e parenti e per carissimi compaesani coloro tutti che nacquero e vivono nella terra sacra che Appennin parte e il mar circonda e l'Alpe. Ora l'Italia, bontà di Dio, non corre pericolo estremo insino a che ordinato e gagliardo rimane l'esercito di Carlo Alberto. E se alle schiere di quel re generoso toccasse grave sconfitta, ondechè la patria nostra vera, cioè l'Italia tutta quanta, venisse a rischio dell'ultima sua salute, il meglio sarebbe, o Colleghi, interrompere queste nostre disputazioni, prendere popolarmente le armi, e moverci tutti di buon accordo, e senz'altro pensiere che di ristaurare le sorti mutate e periclitanti. In questo mezzo, rivocando il discorso ai nostri paesi, i quali pure bisogna difendere, due mezzi di fare ischermo e riparo avea tra mano il Governo, ed entrambi mise ad effetto. Il primo, di scambiare subitamente le truppe che ritornavano con le poche disseminate per le nostre città. Il secondo, di fare istanze sollecite e ferventissime al re di Piemonte, perchè mandasse ajuti di gente; ed anche pregarlo di voler permutare porzione de' pontificj soldati, costretti dai capitoli di Vicenza, con altrettanti de' suoi distribuiti per le fortezze, i quali accorressero freschi di forze, animosi di voglie, specchiati di disciplina a custodire le nostre frontiere. Fu il primo atto adempiuto, o signori, con prestezza e premura maggior dell'effetto: perchè sapete voi a qual novero per appunto è da recare la milizia allora rimasta indietro a presidiare le più interne città? appena a quattro mila uomini. Arrogo che non furono potuti movere tutti immediatamente, perchè in Spoleto e in Civitavecchia fece mestieri lasciarne più compagnie a custodia di circa mille forzati, abbandonando i quali, giudica ognuno che danno gravissimo sovrastava non pure a quelle città, ma sì allo intero Stato. Poteansi dunque, or domando, munire e fronteggiare in guisa valida e sufficiente con due o tre mila uomini le rive del Po, che nel nostro Stato corrono per la lunghezza di poco meno che ottanta miglia? Ne dia sentenza chiunque è tanto o quanto perito nelle militari faccende; anzi chiunque à sentimento delle cose, ed occhi per vedere e senno per giudicare.

L'altra parte di nostra opera nemmeno fu da noi pretermessa, o tardata o trascurata in veruna guisa, ma con fervore e con la massima diligenza tentammo di adempierla. Ricorremmo affrettatamente a re Carlo Alberto, e, come testè io diceva, gli domandammo pronti soccorsi non solo, ma la permutanza di buona porzione delle soldatesche nostre con altrettante delle sarde. Mostrammo per noi la necessità dell'ajuto, per esso l'utilità; ricordammo la devozione di questi popoli alla sua persona, la fede nella sua causa, i mali della guerra lombarda incontrati sì lietamente da noi, i nostri apparecchi, il sangue sparso, il lutto di nostre famiglie; quanto danno e pericolo arrecherebbero alle armi sue le rive del Po signoreggiate dall'Austria, invase le Romagne, minacciati i Ducati, non sicura la Toscana. Che avvenne? il re Carlo Alberto assentì, il Ministro della guerra risolutamente negò. In ultimo, una specie di permutanza ci è stata offerta. Ma quale? Non è da tutti l'indovinarsela. Spedire gli Svizzeri nostri in Modena, e i Piemontesi che quivi stanziavano mandarli a Venezia: che è come chiedere ad uno che ti presti il mantello, e quegli invece proponga di accomodarne il compare; senza qui aggiungere che gli Svizzeri nostri, condotti in Modena, abbastanza non si scostavano dall'occasione e pericolo di combattere; il che per tre mesi è vietato loro dai patti. L'offerta, dunque, non profittava per niente alla guardia e difesa delle nostre frontiere. Tacerò d'alcun partito da noi pensato con poca speranza, ed a fine soltanto di non lasciar cosa del mondo possibile e immaginabile di cui non facessimo esperimento. Come lo scrivere, per esempio, al general Pepe in Venezia, e proporgli o di spedire qui a noi que' soldati nostri che là combattono; o di spesseggiar le sortite e ingrossarle sì fattamente, da mettere in seria e vivissima suggezione gli assediatori, talchè non sia loro più agevole l'assottigliarsi di uomini, e minacciar d'invasione le nostre provincie.

Or, raccogliendo il tutto, io vi chiedo, se queste vi sembrano ragioni sode, schiarimenti precisi, allegazioni certe, fatti evidenti e palpabili? Sa Iddio, quanto io desidero che possibile fosse di contradirli e negarli, e quindi scemassero i nostri danni e i sospetti, di quanto crescerebbe il torto e l'errore dei presenti Ministri. Imperocchè nessuno de' miei avversarj mi reputa così vile e perfido, che io posponga la salute della carissima patria al mio leso amor proprio. Ma io sento bene, che la imparzialità de' giudicj non è unque sperabile laddove il cieco entusiasmo e le offese e i danni di già sofferti e l'apprensione del peggio farà di nuovo gridare ai più caldi, e a proposito o no: la patria è in pericolo, e noi vogliamo che ad ogni costo ella sia salvata.

Signori, giunto il discorso a questi ultimi termini, io vi pronunzio che due sole specie di guerra conosce e pratica il mondo; due sole, ripeto, e non più; e sono di esercito contro esercito, e di popoli armati contro armate milizie. Ora, nettamente e fermissimamente dichiaro, che guerra di esercito contra esercito, guerra promettente non dico bella vittoria, ma lungo e onorato combattimento, non siamo oggi, non saremo domani o il dì dopo in grado alcuno di fare. No, verun Ministero ritroverete (e cercatelo pure per tutti i canti d'Europa e d'America), il quale premendo col piede la terra, ne faccia balzar fuori un esercito. Non v'à Ministero che possa (come usa dirsi) improvvisare buoni soldati, esperti capitani e ben guerniti arsenali.

Ma dell'altro genere di guerreggiare, cioè quello delle moltitudini che s'armano, e s'azzuffano coi soldati d'ordinanza, certo, non si nega che può sempre venire in atto; nè altro che una condizione ricerca per far probabile il buon successo, ma la vuol piena, la vuol permanente, la vuole assoluta; e questa è il coraggio e la fierezza intrepida e disperata delle popolazioni. Qualora ogni città di Romagna convertasi in una Saragozza, o in qualcosa di somigliante, e debbano gl'inimici pigliar d'assalto le mura, indi le strade asserragliate, poi ciascheduna casa dalle canove alle antane; non dieci, non venti, non forse cento mila bajonette imperiali varranno a sforzarle ed a sottometterle. Però, d'un ardore siffatto, ogni qualunque Ministero è piuttosto l'effetto che la cagione; il docile e acconcio strumento, piuttostochè il fondamento e il principio.

Io so, nullameno, che da un Governo energico veramente e leale, sempre vigile ed operante, franco, ardito, ingegnoso, e non inferiore, insomma, alla gravezza minacciosa e straordinaria dei casi, può accrescersi ed avvivarsi oltremodo la fiamma del popolare entusiasmo; io lo so. Ma un Governo cotale à gran bisogno della pienezza d'ogni potere e della libertà intera dell'opere sue; e se a voi piace di guardar dentro alle cose, confesserete a marcia forza, che non è così fatta la condizione dei presenti Ministri, i quali già da un mese sono rinunzianti, ed a cui non è stato mai lecito di proferire nemmeno quella parola che suona oggi sulla bocca d'ogni verace italiano, e si attua in fieri e nobili gesti sulle rive del Mincio e dell'Adige.[24] A questi dì, più assai della consumata politica e della sapienza legislativa, occorrono le arti con le quali si eccitano e fomentano le generose passioni. Di tali arti, nudrici del coraggio e della magnanimità, dar saprebbe qualche saggio onorevole ed utile anche il presente Ministero; perchè sempre il cuore infiammato avvisa e indovina ciò che risveglia ed infiamma il cuore; e voi potete vederne forse gl'indizj leggendo nelle gazzette quel che parliamo e ordiniamo ai nostri ufficiali nelle provincie. Ma il forte volere non basta; e al forte operare non abbiam sufficienti le facoltà.

Egli m'è avviso di avere non iscarsamente risposto alle accuse più generali e più appariscenti che jeri lanciavansi da taluni contro il Governo. Delle censure particolari e minute, alcune sono di assai poco rilievo, altre emergono dall'ignoranza dei fatti, ad altre manca ogni precisione e somigliano a colpi tirati senza pigliar la mira. Tuttavolta, non vo' tacere di una, e importante per sè e gravosa al cuore di tutti i Ministri.

Questa è di aver noi invitato a sedere nel Consiglio di amministrazione e di disciplina il generale Durando, chiamato da taluno in quest'assemblea ed apertis verbis traditore alla patria. Osservisi, anzi tutto, ch'egli, per ciò che affermano parecchi deputati, viene accusato al medesimo tempo e qui e in Piemonte; qui come lancia di Carlo Alberto, in Piemonte come troppo tenero del Pontefice. Chi dunque tradisce costui? Nessuno, perch'egli non può ad una ordir frode al Pontefice e a Carlo Alberto. Io credo convenga andar molto a rilento nel proferire sentenze cotanto odiose e terribili; e per fermo, così la pensa la più gran parte de' soldati e de' volontarj che sotto i vessilli suoi combattevano. Essi (domandatene, o signori) gli conservano stima grande ed amore cordiale. E sapete voi la cagione principalissima? La cagione è questa, che dove la mischia ferveva più calda e più sanguinosa, dove il pericolo era imminente, le bajonette nemiche più numerose, il grandinar delle palle più spesso, là brillava pur sempre la spada del Durando, il quale, con nuovo genere di tradimento, ponevasi tuttogiorno al rischio di affogare la sua frode nel proprio sangue.

Ora, ditemi, in nome di Dio, se veduto l'aveste fra tante palle e tante austriache bajonette cadere ferito ed estinto, sarebbe nessuno di voi stato ardito di domandarlo traditore, e nel cadavere suo ancor sanguinante e dal ferro dilacerato imprimere un marchio d'infamia? Ebbene, voi pigliate arbitrio e baldanza di atrocemente accusarlo, solo perchè la fortuna à conservato quel braccio e quella spada onorata al profitto d'Italia. Queste sono le ragioni per cui pensò il Ministero di dar luogo al Durando in seno del consiglio testè mentovato: e con tutto ciò, abbiamo premesso all'atto una diligente ed esattissima investigazione dell'opera sua; e in fede di onesti uomini, vi assicuriamo, che non v'è ombra di colpa e di trascuranza in tutte le recenti fazioni di guerra del generale Durando. Egli commetteva forse qualche errore di previdenza e di tattica; ma, con vostra pace, qual generale non ne commise, o non fu a risico di commettere?

Dopo ciò, io reputo di toccar già la fine del mio troppo lungo ragionamento; conciossiachè a rispetto dell'avvenire, di cui pure moveste discorso, o Colleghi, poco o nulla ci conviene rispondere. Noi da un mese non siamo solo in istato di rinunzianti, ma con viva istanza e più d'una fiata abbiamo richiesto e pregato che la rinunzia nostra si accetti. Jeri stesso abbiamo, ad un animo, rinnovato e compiuto l'ultimo e risolutissimo atto di tale rinunziazione. E però noi rimaniamo in sin da ora Ministri unicamente per conservazione e custodia dell'ordine e quiete pubblica, e per tutela dei comuni diritti. D'ogni rimanente ricade a voi la cura e il consiglio; e ci è forza da quindi innanzi di non tollerare che si rovesci sul nostro capo la più ponderosa e formidabile malleveria che premer possa la coscienza d'un uomo onesto e d'un incolpabile cittadino.

Io mi dispenso dal giudicare se a voi venga meno la volontà o il potere o l'opportunità o l'unione, per ispalleggiare e protegger quegli uomini che la fiducia popolare condusse al governo, e, più costante di molti di voi, sembra non abbandonarli ancora. Ma io so questo assai bene, che i censori ed accusatori del Ministero, cercando una verità e una utilità molto dubbia ànno indubbiamente peccato di grave imprudenza; e quando sieno buoni e leali patrioti, com'io li stimo, tardo e doloroso rincrescimento cagionerà loro il vedere e conoscere che il nostro uscire di governo non sarà senza manifesta letizia dei nemici eterni della libertà e indipendenza italiana.

Discorso sulla necessità della guerra

Il dì 7 d'agosto, occupandosi il Parlamento d'alcuna proposta di legge con fine di sopperire alle necessità della guerra italiana; e volendosi da parecchi sottometter quelle a nuova consulta nelle Sezioni; il Deputato di Pesaro parlò in questi termini:

Io spero dalla vostra usata prudenza, o Colleghi, che le proposte di legge le quali verrannovi presentate quest'oggi perchè si discutano e vadano quindi a partito, non saranno rimesse in esame nelle Sezioni, o di nuovo rimandate ai commissarj, conforme è il parere d'alcuni.... Odo che si mormora che io voglio sopprimere la libertà del vostro suffragio: nulla di ciò mi sta in mente. Ma io non son fuori, credo, del mio diritto, se io fo notare alla Camera che quando una Proposta di legge fu discussa innanzi nelle Sezioni, quindi consegnata ai commissarj scelti da quelle perchè ne giudichino e ne riferiscano, e da ultimo fu da essi commissarj emendata accuratamente, dopo maturo e libero esame, secondo il migliore lor senno e il frutto raccolto delle varie opinioni udite; la Camera, tramutando quasi per intero l'opera di quei commissarj, sembra a me che pongasi in qualche contradizione con sè medesima; e ad ogni modo, dichiari e testimonii assai manifestamente la poca stima che fa de' giudici e relatori prescelti da lei.

Io dico, pertanto, a voi e a me stesso: abbiamo ciò in considerazione quest'oggi, trattandosi massimamente di leggi la cui opportunità è sì fatta che dimanda una somma, anzi un'estrema sollecitudine. Trattasi, ben vel sapete, di provvedere alle bisogne, ai pericoli ed alle urgenze della gran Causa italiana; le quali dopo il disastro di Custoza crescono poco meno che d'ora in ora. Quanto a me, io non mi périto di dichiarare in sin da questo momento, che le proposte di legge, segnatamente quali vi furono jeri significate dai commissarj, mi piacciono assai e m'appagano. Ingegnose mi sembrano nella invenzione, acconce al tempo ed al luogo, bene ordinate, sopratutto, e in ogni lor parte e membro rispondenti e connesse. Quindi, se vi arrecherete voi mutazione un po' sostanziale, romperete, del sicuro, quell'armonia che le governa, e quel dritto filo raziocinale con cui vennero pensate e dedotte.

Nè porzione di loro vi è nuova; perchè presentòlla a voi, se ben vi ricorda, il passato Ministero: se non che, allora fu sottomessa al vostro giudicio con forma e nome di tassa, non comportando i tempi che senza pericolo niuno ragionar si potesse di prestazioni forzate. Oggi le sventure sopravvenute dànnoci questa non desiderabile facoltà e balía.

Concludo, pertanto, ch'egli bisogna, colleghi miei, affrettarsi. Nè basta che ognuno di voi senta e ripeta nell'animo cotal verità. Conviene vi rispondano i fatti, e rimanga delusa e scornata la speranza d'alcuni infelici che vorrebbono far vani i vostri disegni indugiandoli. Forse ch'ei fa mestieri ch'io vi stimoli e infiammi con nuove e speciose ragioni? e non è suprema ragione il dire: affrettiamoci, perchè ogni giorno che passa, reca non leggier detrimento al successo della italiana risurrezione? Certo, io non salgo a questa tribuna per crescere impacci al Governo; ed anzi saluterò con vivissima compiacenza il novello Ministero, quando io vi vegga rilucere il nome del conte Odoardo Fabbri. La sua veneranda e incolpata canizie mi rassicura. Quella sua vita spesa tuttaquanta in soffrire e combattere per la libertà e l'Italia, porgemi abbondante caparra che il Ministero nuovo non tenterà nulla contro le pubbliche guarentigie, nè contro il finale successo della guerra italiana. Ma per qual cagione non compare esso qui e non siede fra noi? perchè si cela e non parla? perchè ad ogni momento, in ogni occasione, sono l'esigenze e gli usi d'un libero e rappresentativo governo manomessi e frustrati? perchè taluno de' Ministri non reca, com'è suo debito, a questa o all'altra Assemblea il disegno di quelle leggi che ambedue i Consigli ànno già, non nella massima solo, ma nelle principali disposizioni puranco approvate? Afflittive incertezze, dannose e inesplicabili esitazioni son queste; ed in ciascun'ora di tale specie d'interregno cresce il nostro comune pericolo.

L'esercito di Carlo Alberto dall'Adda e dall'Oglio ci guarda ed aspetta soccorso. Genova (corre voce) si vuota di popolo, e fanno il simile le città di Piemonte e di Lombardia. Un grido solo risuona per quelle provincie, e da tutte le bocche ripetesi un grido solo: al campo, Italiani, al campo. In me è gran fede, o signori, che se piace al Governo, se voi lo volete, se i popoli vi udranno parlare, le città di Romagna, le città delle Marche, e questa Roma medesima alzeranno tutte insieme quel salutare e magnanimo grido: al campo, al campo.

Notes in this chapter

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