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Scritti politici

PARTE SECONDA. TEMPI COSTITUZIONALI. (continued 2)

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Ma più: la dittatura perpetua agli occhi della ragione è contradittoria; perchè ogni specie di dittatura vale come rimedio, non come regola permanente; sospende le pubbliche libertà, ma non può annullarle; compie la educazione dei popoli affine di farli uscir di pupillo, non per serbarveli senza termine. Adoperata eziandio da uomini sommi e santissimi, spegne a poco a poco dintorno a sè l'amore alla causa pubblica, e l'abito delle virtù cittadine; e agli affetti forti, generosi e magnanimi, fa succeder gl'inetti e i volgari. E che? l'impero temporale dei Papi che far dovrebbesi specchio lucente e norma sicura e inerrante di tutti gli altri, verrà condannato alla indeclinabile necessità di non poter esser buono, e d'infiacchire e abbassare l'umana natura?

Ma più ancora: nel comando assoluto è gran pericolo di mal fare, e d'imbattersi in gravi e funestissimi errori; conciossiachè, quanto maggiore è l'arbitrio, tanto cresce la facoltà di abusarne; e quando un solo consiglio move ogni cosa, falso ed errato che sia, nessuna forza il corregge e radduce al bene. Ma, a qual monarchia fa più bisogno di non ingannarsi, a quale di non uscire dal buon sentiero, se non alla pontificia? Evvi cosa al mondo così deplorevole, disordine così tristo a vedersi, sconcezza tanto deforme, quanto che il Vicario di Cristo, la persona più veneranda fra gli uomini, e guardiana e rappresentatrice dell'essenza medesima della saggezza eterna, inciampi in isbagli gravissimi, e pongasi a rischio di governare e imperare in modo che tutto il mondo civile ne rida e si scandolezzi? Pur troppo, non son queste supposizioni assai temerarie; e l'Italia il sa, e ne piange tuttora. Invece, cambiata la dittatura in reggimento costituzionale, nessuna imputabilità può salire fino alla seggia di S. Pietro; e il Principe sacerdote può solo operare il bene e non mai il male: principio, come è noto ad ognuno, e massima direttiva di quel reggimento, e la quale sembra appunto pensata per dignità e decoro del regno pontificale.

Potremmo senza fine moltiplicar le ragioni; ma le più sono state messe in buona considerazione da egregi scrittori, e però ci asteniamo dal ricordarle. Solo qui aggiungiamo, che se all'immortale Pio IX sta veramente in cuore di tramandare intera la potestà regia a' suoi successori, debbesi affrettare di darle per fondamento la libertà, che è oggimai la sola e abbondevole scaturigine d'ogni potere e d'ogni forza.

Certo è, che se il conculcare i popoli con le alabarde svizzere e le bajonette tedesche domandasi pienezza di regno, Pio IX la rifiuta e l'abbomina, e piglierassi piuttosto la parte che il tutto; e se colmar le prigioni, sbandeggiare i migliori, erigere tribunali soldateschi e feroci, armare i centurioni, e tinger di sangue le città di Romagna, sono i soli mezzi rimasti per tramandare a' successori l'integrità del potere, a Pio IX fa ribrezzo e dolore pur di pensarlo; e niuno s'aspetti dalle sue mani innocenti un'eredità cotanto misera ed abborrita. Il sentir dire, poi, e obiettare che, molti secoli fa, giurarono i cardinali per sè e per gli ultimi lor successori di conservare cotal plenitudine di diritti, e che in niuna guisa si può derogare a quel giuramento antichissimo, ciò suona agli orecchi nostri quasi come bestemmia. Questo non giurarono del sicuro i cardinali in lor cuore e pensiero, e se il fecero, malissimo adoperarono, e il peggiore sarebbe mantenere quel sacramento. Eh via, lasciamo una volta i sofismi e i cavilli, che a ogni specie di prepotenza e di tirannia servito hanno di velo e di scusa; e non si meschii, soprattutto, alle faccende laicali la santità inviolabile della teologia. Il padre Boerio e il padre Perrone pensino ad altro: qui non fa duopo il lor magistero. Profani e materialissimi sono coloro che la spiritualità della Chiesa e le condizioni sue eterne e immutabili involgono, in qualsiasi maniera, con le contingenze, le varietà e i casi del potere temporale. La Chiesa di Roma ha esistito e con l'autorità principesca e senza, e ha provveduto a' suoi fini dallato a ogni forma sociale e politica, compresavi eziandio la repubblicana, essendo Roma più d'una volta nel medio evo stata repubblica e affatto signora di sè. A noi fa sdegno veramente il vedere, che uomini i quali pur jeri l'altro riconoscevano nel Pontefice ogni possibile latitudine di facoltà e di arbitrio, sieno disposti a provare la sua impotenza unicamente quando si tratta di largire ai popoli la libertà, e rivocare l'Italia alla grandezza e gloria perduta.[10]

(Dalla Lega Italiana.)

CARTEGGIO TRA METTERNICH E PALMERSTON.

23 febbrajo 1848.

Jeri e jer l'altro la Lega ha riferito e tradotto un carteggio ufficiale e di molta importanza tra il visconte Palmerston e il principe di Metternich intorno ai casi d'Italia. Nel primo dispaccio, dato alli due d'agosto dell'anno scorso, il gran Cancelliere di Vienna comincia, secondo suo stile, a chiamare sconvolgimenti vertiginosi le quiete e ordinate riforme che i Principi nostri han praticato nell'Italia media. Per l'Austria ogni moto è sconvolgimento, perchè simbolo del suo governo è il serpente a sonagli in torpore, e perchè ella si fa gloria di traslatare la Cina in Europa: quindi a Vienna, come a Pechino, ogni mutazione vien riputata sedizione. Dice poi Metternich, che di tali scombujamenti le conseguenze si lasciano indovinare anche troppo. Io non so degli altri, ma se le indovina egli davvero quel gran Tiresia dei diplomatici, e vedele tutte e ben chiare, il buon tempo è finito per lui, e nemmeno può confortarsi col motto di Tiberio che molti pongono sulla sua bocca, dopo me il finimondo. Insomma, avea gran ragione quel Greco di dire a Creso: «Scusami, ma s'io non ti veggio innanzi morire, io non ti posso chiamar felice.» Principe di Metternich, le glorie e i trionfi di Lubiana e di Verona son mezzo affogati, e aspettatevi di vederli ridotti al niente. Oh bel morire, sono già ventisei o ventisette anni, accosto al tappeto verde, in su quel seggiolone a bracciuoli ove con maestà e grazia vi sdrajavate, e l'Europa intera pendeva dal vostro labbro. Ma torniamo al dispaccio. Metternich vuol tastare e sapere come la pensi l'Inghilterra intorno al possesso e all'indipendenza reciproca degli Stati Italiani, e se basti ad essi per piena ed intera malleveria il Trattato di Vienna. Ogni frase ha senso lato e generalissimo, e conoscesi aperto, che il fine di quello scritto è soltanto di scoprir terreno, ed esigere una dichiarazione ex officio. In tal dispaccio stanno pure le famose parole: Italia è una espressione geografica. Metternich pronunzia il vero. Il Congresso di Vienna tolse alla povera Italia qualunque altra significazione, fuor quella d'essere un pezzo di terra europea configurato d'un certo modo, e al quale i geografi impongono per abitudine un nome solo. A ciò non si risponde con le parole, ma sibbene coi fatti; e finchè questi non parleranno, taci, popolo Italiano, taci, ed infrattanto

Fa dolce l'ira tua nel tuo secreto.

La seconda lettera del gran Cancelliere va ripetendo, quanto al costrutto, il medesimo che nella prima; salvo che aggiugnevi una pittura nerissima, ed oso dire grottesca dei moti d'Italia: e badisi che al dispaccio è apposta una data anteriore di molti mesi ai fatti di Sicilia e alle promulgate Costituzioni. Che vogliono gli agitatori d'Italia e que' settarj malvagi che la sommovono da sì lunghi anni? Metternich solo ha scoperto il secreto ed avvolto al dito il bandolo della matassa: ei vogliono fare d'Italia una gran repubblica federata, con un governo centrale de' più stretti e gagliardi. Scuotetevi dunque, o Monarchi, alla voce del vostro amico, e provvedete al pericolo che vi sovrasta. Così parla ed esorta il gran Cancelliere; e sono trent'anni che la cosa stessa ripete; e veramente, chordà obberrat eàdem, nè altro sa figurare il brav'uomo che sétte e pugnali, comitati e congreghe, rivoluzioni e repubbliche. Ciò prova che nelle fissazioni mentali v'ha moltissimi gradi, e non tutti menano alla pazzia: senza di che, il decano degli Statisti d'Europa soggiacerebbe da lungo tempo alle docce fredde e agli altri calmanti.

Lord Palmerston fece da prima una sola risposta alle due lettere di Metternich, e poi mandò una seconda con data degli 11 di settembre, cioè in quel torno di tempo in che l'Austria avea sorpresa Ferrara; laonde v'è inserita questa frase osservabilissima: — L'integrità degli Stati Romani dee venir reputata siccome un elemento essenziale dell'indipendenza politica della Penisola italiana. E non può accadere alcuna invasione di quel territorio senza che ciò non meni gravissime e importantissime conseguenze. — Parole son queste molto significative; e la punta loro è sì acuta e pungente, che i soliti fiori segretarieschi la cuoprono a mala pena.

In generale, Lord Palmerston ristringesi a dire, che l'Austria richiamandosi, come fa, al trattato di Vienna per la conservazione delle province lombarde, ha buon dritto e ragione; e che non solo debbono venire adempite le determinazioni e le clausole di quel trattato, ma il debbono essere tutte; il che vuol dire, a Cracovia come in Italia. D'altra parte, prosiegue Palmerston, considerando che nel congresso di Vienna i Sovrani d'Italia furono riconosciuti liberi e indipendenti nel modo più formale ed esplicito che mai si possa, ne discende che non debbono essi venir turbati in qualunque esercizio di loro sovranità a rispetto del governo interiore; e però, qualunque atto di cotal genere non può fornire all'Austria buona ragione d'invadere con le armi veruno degli Stati italiani.

Questo parlare, nello stile sempre officioso e cortesemente dissimulato delle cancellerie, ha del risoluto e del vigoroso; e però Metternich, che squadernava e citava il trattato di Vienna, è stato benissimo redarguito; e i due dispacci di Palmerston sono, per nostro avviso, un molto leggiadro e continuo ritorcere d'argomenti, ove non manca neppure la grazia dell'ironia, e ricorda quel grave e maliziosetto sorriso de' gran signori, nel quale, eccetto la sincerità, si trova ogni cosa. Lord Palmerston affermando il diritto che l'Austria possiede di proteggere i possedimenti suoi sul Po e sul Mincio, fa pur notare che niuno l'offende e il minaccia, e non si vede chiaro a che proposito sia ricordato con tanta solennità e premura: laddove, per lo contrario, il pericolo che non si rispetti l'indipendenza degli Stati d'Italia è visibile e soprastante.

Quanto poi al disegno dei caposchiera italiani di giungere a fondare o una repubblica sola o molte confederate, confessa il Palmerston, con vera e sentita modestia, che benchè dappertutto abbia consoli, e gente non poca che attende a ben informarlo, egli non ha avuto neppur sentore di tanta e sì grave macchinazione. Ma ciò invece che quel ministro ha da lunghissimo tempo saputo di certa scienza, e per mille vie e per mille organi, si è che l'Italia veniva retta e governata miserissimamente, e bisognavanle riforme pronte e larghissime, soprattutto in Roma ed in Napoli. Laonde, conclude il Palmerston, gli è da sperare che il ministero di Vienna, al quale più che a qualunque altro dee stare a cuore la salda pacificazione d'Italia, vorrà dar mano ai Principi della Penisola per condurre le riforme a termine fortunato, e caldeggerà ogni determinazione loro intesa a quel fine. Qui ognun vede che il velo della socratica ironia divien troppo sottile, e si squarcia. Oh come! il Principe stesso di Metternich dee con le sue proprie mani ajutare gli altri a scavargli la fossa? Questo nol chiediamo neanche noi Italiani, perchè le virtù eroiche non possono domandarsi a veruno. Noi nel servaggio abbiamo bensì perduto parecchie doti, ma non la discrezione e l'urbanità. Il Metternich invecchia assai, e gli sta bene, dopo enormi fatiche, un po' di riposo. E perchè ai molto attempati ogni divertimento si cangia in tedio, la gentilezza italiana preparagli uno spettacolo tanto vivo e patetico, che impossibile è non lo svaghi per qualche poco, e non gli riempia gli occhi e gli orecchi di straordinario e ricreativo diletto. Possa egli vivere tanto da vedere finito il dramma e calato il sipario.

(Dalla Lega Italiana.)

DI NUOVO, DI UNA LEGA POLITICA DIFENSIVA.

16 febbrajo 1848.

Tra la lega de' popoli e la lega de' Principi, qual dee riuscire più malagevole a praticarsi? certamente la prima; ed anzi, ella non può essere menata in atto, salvo che dall'azione lenta del tempo, e da un fortunato concorrere di avvenimenti e di circostanze. Eppure, scorgesi oggi in Italia questa singolare contrarietà e discrepanza, che la lega de' popoli tocca oramai la sua perfezione, laddove a quella de' Principi neppure dàssi cominciamento. Ma che sai tu? mi diranno alcuni; ella è forse molto innoltrata. Lavoransi ed apparecchiansi tali cose in piazza? Gelosi negozj son questi, e da tenersi più che celati. Vorresti tu provocare il nemico senza profitto ed innanzi al tempo? Gran maestri furono gl'Italiani del secreto di Stato; e se la fortuna li abbandonò, l'arte non li abbandona.

Rispondo ai contraddittori in tal guisa. V'ha due metodi, ciascuno de' quali ha sue convenienze e disconvenienze: ciò sono il maneggio occulto e diplomatico, e il pubblico e popolare. Quello da cui bisogna astenersi affatto, si è il confondere insieme od il perturbare l'uno con l'altro; imperocchè allora perdesi la maggior porzione dell'utile, e incontrasi la maggior porzione del danno che sta in ambedue. Ora, gettiamo le illusioni dopo le spalle: pretendere che a quattro Governi italiani sia mai fattibile d'intavolare un patto e un capitolato d'unione e confederazione politica senza che l'Austria nol sappia e non ne conosca le clausole principali, sono supposti troppo innocenti, e che disdicono alle commedie e ai romanzi medesimi, oltrepassando il segno d'ogni naturale verisimiglianza.

Se, dunque, il secreto non è possibile, giovi francamente attenersi al metodo opposto, e ritraendo tutto l'utile proprio della pubblicità, saperne tollerare gl'incomodi. Ma noi soggiungiamo assai fermamente, che quando anche fosse possibile di occultare il maneggio e il trattato, i Principi non lo dovrebber volere. Conciossiachè i popoli nostri sono sovrammodo impazienti di vederli e saperli tutti confederati; e il giorno che ne correrà per Italia la certa notizia, a ciascheduno di essi Principi crescerà la forza, la dignità e la facilità dell'impero, come in ciascheduno de' popoli moltiplicherà la fiducia e il coraggio. In tal guisa, il patto confederativo sarà, al tempo medesimo, effetto immediato della fratellanza de' popoli, e cagione efficace di sopraccrescerla, solidarla ed inanimarla.

Ma si conviene considerare questo medesimo sotto altro aspetto. Ciò che al presente dà virtù e gagliardezza somma al moto italiano, e persuade e trascina seco tutte le intelligenze e acquista di giorno in giorno maggior momento nel giudicio di tutta Europa, si è quell'unione, quella unanimità e quel profondo spirito di nazione che da un capo all'altro d'Italia si manifesta in qualunque atto, in qualunque accidente, con mille variatissime forme e dimostrazioni. Or, che sarebbe un'aperta e solenne dichiarazione della lega de' nostri Principi, se non testificare al mondo intero civile quell'unione ed unanimità, sancirla ed avvalorarla con la importanza e la santità d'un gran patto, porgerle pregio e vigore di ordinamento e di disciplina, sottoporla a una legge costante, generale e uniforme, reggerne e governarne sapientemente il moto e la vita, e farla in tal guisa non che ragguardevole e poderosa a un potentato straniero, ma temuta ed inespugnabile a tutti? La lega politica difensiva di circa diciotto milioni d'Italiani, proclamata e fermata da un patto pubblico e indissolubile, costituirà issofatto la Nazione Italiana, e per la prima volta la farà comparire nel mondo unita, armata ed apparecchiata ad ogni qualunque accadimento.

La diplomazia de' popoli, ne' gran momenti di risurrezione e di ardore politico, procede differentissima dall'ordinaria de' ministri ed ambasciatori: questa è piena di sospetti e riguardi, quella di franchezza e generosità; questa è scaltra, quella è forte; questa intrecciatissima e involta, quella semplice e dispiegata. A noi non bisogna al presente l'arte vecchia italiana di Mazzarino e di Alberoni, ma le pratiche ardite e scoperte degli Olandesi e degli Americani nei bei giorni dell'emancipazione loro. Conciossiachè, questo debbono avere tuttodì avanti agli occhi i Principi nostri, cioè che gl'Italiani conciliano oggi, con ammirazione di tutte le genti, due cose credute impossibili a ben accordare; l'ordine, la disciplina, la pronta e dignitosa obbedienza da un lato; e una profonda rivoluzione e innovazione dall'altro.

Ma coloro che per abito temono il popolo, e vogliono della politica fare un mistero, e d'ogni sala di consiglio un antro di Trofonio, insisteranno dicendo, non essere d'uopo il correre a tali estremi; imperocchè sembra, ed anzi par certo, e oramai non se ne ha più alcun dubbio (queste frasi costumano sempre), che l'Inghilterra e la Francia non consentiranno ad alcuno straniero d'impedire e turbare in nulla il reggimento nuovo costituzionale degli Stati sovrani d'Italia.

E che? dipenderà, dunque, la nostra salute dal consentire o non consentire di Guizot e di Palmerston? E a qual fine, adunque, uscirono di tutela i Principi nostri; a qual fine s'affrettano di dotare i lor popoli di larghi e liberali Statuti; a qual fine s'armano spacciatamente e ordinano da per tutto le Milizie Cittadine, se non sentono in cuore il legittimo orgoglio, anzi il debito sacro di difendersi da sè medesimi? Grazie a Dio, l'un di essi ha pur pronunziato quel detto, che a niuno è per cadere dalla memoria, L'Italia farà da sè. Noi confidiamo nella saggezza di chi mandò fuori quelle parole generose e profetiche. Di già, per togliere ai nemici d'Italia qualunque pretesto di risguardare le concessioni di lui come poco leali e spontanee, egli ha voluto innanzi al tempo, innanzi a qualunque grave dimostrazione, prima d'ogni necessità, attorniato dall'esercito fedelissimo, promulgare le nuove franchigie prontamente e compiutamente. In egual modo, per rimanere saldo nell'armi e d'ogni cosa ordinato ed apparecchiato, egli viene così ben temperando la libertà con la disciplina, la vita pubblica con la quiete, l'ardor nazionale con la prudenza, che ai nemici suoi e della causa italiana non resta speranza veruna nè di sorprenderlo nè di scompigliarlo. Noi di tanta saggezza lo ringraziamo con l'animo; ma, in pari tempo, gli addirizziamo preghiere instanti e caldissime di adoperar quella speditamente e con modi premurosi ed efficacissimi, per porre in atto e proclamare in faccia all'Europa la lega politica difensiva dei quattro Stati sovrani d'Italia.

(Dalla Lega Italiana.)

DI NUOVO, E SEMPRE D'UNA LEGA DIFENSIVA ITALIANA.

26 febbrajo 1848.

Nel mondo politico, rado è che le cose mostrinsi da qualunque aspetto vantaggiose e favorevoli; onde quelle sono da scegliere il cui bene supera di lunga il male. Così diciamo, che della Lega costituita, fa qualche mese, tra l'Austria, Modena e Parma, e al presente pubblicata, è più assai il bene ritráttone dall'Italia, che il male. E primamente, nuocono meno i nemici manifesti, di quello che gli amici dubbj e dissimulati. In secondo luogo, dichiarati come oggi sono Modena e Parma contro l'Italia risorgente e costituzionale, più non hanno campo di richiamarsi agli antichi diritti. E qualora si venisse a spartir la lite col ferro, potrebbesi senza ingiustizia imporre ad esse la legge dei vinti, e far le acque della Parma e del Panaro scorrere tributarie o della Toscana o di Roma.

Ma il profitto maggiore che può l'Italia dedurre da tal lega odiosa ed ostile, gli è senza dubbio avere occasione, ed anzi necessità, di risolversi alla perfine a stringere una Lega Italiana tra i quattro Stati liberali ed amici. Grazie a Dio, le incertezze, i rispetti e l'esitazioni sono fatte impossibili, e ne dobbiam merito al patto delli 24 di dicembre. Oggi, a una lega difensiva dell'Austria, sono i Governi nostri, quanto al diritto, liberissimi di contrapporne una Italiana: e quanto all'interesse lor proprio, dico che sono in dovere e in necessità di farlo al più presto; conciossiachè ad apparecchi gagliardissimi di difesa risponder conviene con altrettanti; ed è poi debito insieme e necessità il soddisfare al voto comune, che è il più legittimo forse, il quale abbiano fino a qui espresso i cuori Italiani. Quanto più ci pensiamo, e tanto ci cresce la maraviglia che una Confederazione strettissima e veramente fraterna non ancora sia pubblicata fra i quattro Principi riformatori: e però ci scusino coloro che leggono, se ci rifacciam sempre a parlare del tèma medesimo; chè qualunque replicazione in tal caso non è soverchia; e pur tornando infruttifera, soddisfa al debito ed alla coscienza dello scrittore. O come? que' Governi stessi che tanto sono solleciti a compiacere a' legittimi desiderj de' Popoli, si peritano e s'indugiano a contentare quest'uno solo, che forse supera tutti gli altri di utilità e ragionevolezza? Che cosa importa l'unione degli animi, la parità delle opinioni, la voglia intensa ed universale dell'operar di conserto, se a tali ottime disposizioni è impedito di giungere all'atto? A che giovano, in che ci avvantaggiono tante dimostrazioni d'amore e fiducia reciproca, e tante proteste di fratellanza e segni e prove di vita nazionale comune, quando tutto ciò si rimanga nel chiuso dei petti o nel suono delle voci, e non ne risulti alcuna notabile congiunzione di forze, nè alcuna bene avvisata cooperazione? Dubitano forse i Principi nostri della generalità e caldezza del desiderio? Ma per Dio, se il modesto pensiero delle moltitudini trasparisse di fuori, e quel che giace dentro dell'animo sonasse distinto sopra le bocche, null'altro udirebbesi replicar dappertutto e sempre, salvo che CONFEDERAZIONE, CONFEDERAZIONE. Nè altro grido noi pure vorremmo innalzare ed espandere, tutta volta che possedessimo quelle cento lingue d'acciaro e quei dieci petti di bronzo di cui parla Omero; e se fossero a nostra requisizione migliaia d'araldi, vorremmo che su dai pinacoli e dalle torri, seguendo l'uso del popolo ebreo, a mane, a mezzogiorno ed a sera, ei dessero fiato alle trombe d'oro, e non altro tramandassero a tutti gli orecchi fuor queste voci: CONFEDERATEVI, O PRINCIPI, CONFEDERATEVI.

Se utile poi si stima il silenzio, utili le cautele dei diplomatici, necessario il tenere occulte le pratiche e i negoziati, noi pensiamo aver dimostrato nel nostro Foglio del 16 l'errore e il danno di tale opinione. Ed ora una nuova ragione ci suggerisce intorno al proposito la Lega patteggiata e conclusa fra l'Austria, Modena e Parma. Di vero, molte ragioni e molti rispetti consigliavano quelli tre Stati ad occultare la Lega loro quanto più tempo si fosse potuto; e pur nondimeno, maggior forza ha avuto sul lor consiglio questa sola considerazione: che, cioè, rimanendosi occulto il Trattato, rimanevano altresì impediti e sospesi in gran parte gli apparecchi e le difese comuni. Ora, il simile si debbe affermare de' Principi nostri, ai quali, infino a tanto che piacerà di tener celato il convegno (supponendosi che sussista), verrà impedita ogni preparazione comune di forte e bene ordinata difesa.

Ministri e ufficiali supremi de' quattro Stati, deh! risolvetevi una volta, e rompete il funesto indugio. Noi non pensiamo che il cuore vi manchi di adempiere il desiderio universale italiano con quell'ardore e sollecitudine che i casi ricercano: ma quando ciò fosse, a voi non dispiaccia che spiriti più coraggiosi e gagliardi suppliscano l'opera vostra. Imperocchè questo è necessario assolutamente, che i Principi nostri riformatori abbiano uomini intorno a sè, così pieni com'essi, di forte e generoso sentire, e così grandi e straordinarj, come i tempi, come l'Italia.

(Dalla Lega Italiana.)

AI LOMBARDI E VENEZIANI.

28 febbrajo 1848.

Quella angosciosa impotenza che sperimentano gli uomini in consolare o l'amico o il parente percosso da estremo infortunio, prova, noi crediamo, l'Italia intera in consolar voi, fratelli sfortunatissimi, e in provvedervi di pronto ajuto e di sicuro consiglio. Ma se può valere per conforto efficace, e per ajuto almeno dell'animo, la compagnia del dolore, sappiate, o carissimi compatrioti, che ogni città, ogni borgo, ogni casolare d'Italia partecipa al vostro lutto e alle vostre amarezze. Abbiamo disdette le mense rumorose, acchetati gl'inni, dato bando a qualunque dimostranza di pubblica contentezza. Nè questo nostro compianto e rammarico è quale si converrebbe ai fanciulli e alle femminelle. In noi lo sdegno pareggia la compassione, e a tutti gli altri affetti prevale. Oltrechè, i tempi fatali maturano, gli apprestamenti moltiplicano da ogni parte, e ogni cosa è pieno d'armi, di sospetto e d'irrequieta preoccupazione. Un popolo intero e il qual somma ventiquattro milioni, freme d'ira giustissima, e a mala pena si può temperare. Poca favilla gran fiamma seconderà: e dove alcuna cosa non fa difetto, salvo che l'occasione, può tenersi per certo, che quella eziandio non è per mancare; tanto di sua natura ella è difficile a rimanere, e facilissima a giungere.

Fratelli, grande e straordinaria sventura v'incontra; e voi gemete veracemente sotto il giogo d'iniquissimi editti di polizia, i quali non altrimenti sapremmo chiamare, che capricci ed insanie di tirannide inferocita e ubbriaca di paura. Contuttociò, non vi dee recare poco e fuggevole alleviamento il conoscere la indignazione di tutti i popoli civili contro ai vostri oppressori, e l'ammirazione profonda inverso l'opere vostre. Certo, lungamente stupirà il mondo di quella costanza ed unanimità, e di quel coraggio ed accorgimento col quale costretto avete i satelliti del Governo o a ruinare e disfarsi, o a gettar dopo le spalle ogni verecondia e conculcare le proprie leggi; e uscendo d'ogni dritto e d'ogni equità, distruggendo ogni ordine di giustizia, adoperando la dittatura quale non si usa in regioni di barbari, e confidandola alle mani le più abborrite e insieme le più disprezzate, imperare a modo di masnadieri, e tener la spada di Damocle sospesa sul capo d'ogni innocente e leal cittadino. L'Europa vi loda e vi esalta; e la Polizia degli stranieri, per lo contrario, s'invelenisce e s'invipera: chè mentre stimava sulle Lagune e sul Po di premere con poco sforzo e di manomettere un popolo nelle ricchezze e ne' piaceri avvizzato e sepolto, e dalla dispotica dominazione depravato e inschiavito, trova in esso ad un tratto, e riconosce con ispavento i non degeneri discendenti degli eroi di Legnano e di Famagosta. Laonde, in lei è vera paura e sgomento, in lei è il rimordimento e l'obbrobrio; dal lato vostro è dolore con serenità, è strazio con intrepidezza, è oppressione con gloria.

Da tutte queste considerazioni, o carissimi, noi non dubitiamo di vedervi raccogliere nuovo coraggio e nuova fermezza, e nelle accresciute miserie accrescere d'altrettanto la forza, la dignità e l'alterezza dell'animo. In coloro è una criminosa speranza di scombujarvi e atterrirvi; e la scelleraggine loro, ben succeduta in Gallizia, troppo li fa persuasi di conseguire il medesimo, e per qual sia mezzo, in Lombardia e in Venezia. Ma di ciò noi siamo al tutto sicuri che vanno ingannati, e del perfido tentamento rimarrà loro soltanto il vituperio perpetuo e l'abbominazione di tutte le genti.

Non del coraggio, adunque, non dell'intrepidezza vostra sappiam dubitare, o Veneziani e Lombardi, ma sì piuttosto della longanimità e della sofferenza. E certo, a noi manca il cuore di pur consigliarvela; perchè essendo noi liberi e armati, e sentendo forte nell'anima tutto il debito della fratellanza, vergogniamo di recarvi ajuto di solo pietose parole, e pregarvi di pazienza e rassegnazione. Ma gli è affatto impossibile che voi leggendo nel chiuso de' nostri animi, non ravvisiate chiarissimamente, che gl'indugi e i trattenimenti tornano per noi quasi quanto per voi amarissimi. Piaccia a Dio e alla fortuna d'Italia, o d'interromperli presto, o tanto più accrescere e assicurare la felicità e pienezza del buon successo, quanto più lungo e doloroso sarà l'aspettarlo.

A ogni modo, quello che mai dalla mente vostra non dee fuggire, si è che tra la quiete e le armi, tra l'eroica pazienza e l'eroico insorgere, non istà nulla per mezzo; e che il peggiore sarebbe confondere le due cose, e versar sangue infruttifero, e dar pascolo frequente alla rabbia de' vostri oppressori con parziali conflitti ed ammazzamenti.

In secondo luogo, desideriamo e preghiamo che vi sia sempre raccomandato il minuto popolo, massime quello sì numeroso e sì bisognevole del contado; e che non vi paja dura nessuna fatica, nessun dispendio, nessuna sollecitudine per obbligarvelo e affezionarvelo. Senza la plebe, tutte imprese grandi vacillano, e le politiche sono impossibili. Raccogliesi da indizj parecchi, che i vostri nemici si studiano di seminare zizzania e risentimento tra i poveri e i facoltosi, tra i signori e la plebe; e si fa verisimile molto, che qualche nuovo editto di Polizia verrà promulgato, gravoso alli benestanti e lusinghevole alla gente minuta. Rispondete, o fratelli, alle arti malvage, con benefizj e larghezze maggiori inverso le moltitudini; ond'elle s'accorgano e si persuadano, che non già lo straniero, ma voi, e voi solamente siete gli amici loro operosi e sinceri, e il naturale presidio e la durevol tutela. Affrettisi ognuno a istruirle, affrettisi ognuno a beneficarle; e quando spunteranno giorni di grandi prove, e qualcuno di voi, sceso nelle piazze, griderà: Popolo, a me, questo, non mai ingrato nè tiepido, risponderà tostamente: Siam teco, menaci dove vuoi; tu sei il nostro amico e benefattore: teco ritroveremo o la salute o la morte.

(Dalla Lega Italiana.)

CENNI D'UNA LEGGE ELETTORALE.

1 marzo 1848.

Machiavello scrive, che dal fiero strazio e dalle frequenti battiture delle fazioni, Fiorenza in pochi anni di tregua e di pace risorgeva così vigorosa, che non solo rifacevasi largamente de' danni passati, ma lasciavasi addietro quasi ogni altra italiana in prosperità e in ricchezza. La qual cosa, aggiunge quel gran pensatore, procedeva singolarmente dalla partecipazione immediata d'ogni cittadino al Governo ed alla sovranità; il che promoveva in ciascuno un tal senso della dignità e importanza propria, che le facoltà e virtù della mente e dell'animo in supremo grado s'ingagliardivano. I nostri tempi avendo abolito i comizj e l'uso delle imborsazioni, e potendo le moltitudini partecipare al Governo solo indirettamente coi mandati che affida ai rappresentanti, a noi sembra, parlandosi in genere, che sia molto male ristringere il numero degli elettori, e molto bene allargarlo; perchè gli è un diffondere in tutto lo Stato il più importante esercizio e il più nobile della vita politica; e gli è, quindi, un accrescere ne' cittadini quell'alto sentire di sè, che nelle antiche nostre Repubbliche trovasi avere operato tanti prodigj.

Ciò poi s'accorda con la ragione e col dritto; perchè, a dir vero, la ragione non concede l'imperio se non ai sapienti ed agli ottimi, e questi debbono essere dall'universale riconosciuti e salutati: e però, sotto tale aspetto, quella legge di elezione dovrà reputarsi migliore, ch'esclude dall'atto di solenne e spontanea ricognizione coloro soltanto ne' quali difetta compiutamente la facoltà di ravvisare e stimare il pregio degli uomini.

Alle moltitudini accade talvolta d'ingannarsi intorno al proprio bene e profitto; ma più spesso accade che i facoltosi ed i maggiorenti scordino l'altrui bene, o non se ne curino. Da ciò è proceduto, che le moderne Costituzioni poco hanno giovato la parte più numerosa e più sfortunata del popolo. Sotto quest'altro aspetto, adunque, tanto la legge elettorale parrà più giusta, quanto farà giungere al Parlamento più numerosi patrocinatori del popolo minuto.

V'ha nello Stato due specie differentissime d'interessi; il privato de' Municipj, e il generale di tutta la Patria. Il perfetto temperamento consiste nel conciliarli, e non nel sottomettere affatto e senza misura il primo al secondo; come in Francia si fa sovente, ed altri paesi s'avviano a fare. Per tal riguardo, che è pure di gran momento, la legge elettorale migliore si dirà quella che faccia ne' Parlamenti rappresentare, con giusto equilibrio, ciò che vogliono le provincie e i Comuni, e ciò che lo Stato esige e desidera.

Due cose, poi, eccellenti (dicemmo noi, giorni addietro) sono nel mondo; l'istinto e il buon senso delle moltitudini non idiote, e la scienza fine e consumata dei pochi. Gli è, dunque, con ogni industria da procacciare che il consesso dei Deputati raccolga in sè quelle due eccellenze; e v'abbia da un lato chi sia pieno dello spirito popolare; e chi dall'altro partecipi alla sapienza dei pochi; e di questi ultimi v'abbia i pratici ed i teorici, i sommi speculatori e i sommi amministratori. Dove trionfa la sola democrazia e il numero fa la legge come in America, la plebe padroneggia troppo sovente ogni cosa, e sparge da per tutto le sue passioni e preoccupazioni. Quivi, così gli ambiziosi, come coloro a cui preme di servire e giovare la patria, fannosi a corteggiar la plebe, e pensieri affettano ed usi ed eloquenza plebea. Debbesi pertanto studiare un modo, il quale senza togliere al popolo il dritto di concorrere all'elezione e farsi validamente patrocinare nei consessi legislativi, conservi agli uomini d'alto ingegno e d'animo indipendente la libertà d'opinione, e gli esenti affatto o dalla necessità o dall'utile di plebeizzare. Dee procurarsi altresì che le minoranze (come le chiamano) non siano più del convenevole sopraffatte dalle maggioranze; e perciò, dee lasciarsi aperta una qualche via onde alle persone di singolar merito che hanno ottenuto il suffragio di tale o tal municipio, ma non quello del generale scrutinio, si possa ciò nonpertanto ascrivere la dignità e l'ufficio di Deputato.

Infine, forza è consentire, che nelle città dominanti v'è più sapere e maggiore esperienza, e che i pensieri vi si compongono meno angusti, e il modo di giudicare è più franco, e procede con massime razionali ed universali.

Dopo queste considerazioni, osiamo trascrivere qui alcuni cenni d'una proposta di Legge Elettorale Italiana: e diciamo Italiana, non perchè molto diversa da tutte le forestiere, ma perchè pon sue radici nel municipio e negli istituti letterarj, i due più antichi e più peculiari elementi della civiltà italiana. Per mostrar come in rilievo, e quasichè a dire in concreto, il nostro concetto, noi l'applichiamo particolarmente allo Stato Romano, ove preparasi una legge municipale larghissima, e ove la forma attuale della Consulta di Stato ha suo fondamento ne' Consigli comunitativi e nei provinciali.

1. In ogni Comune di mille e più abitanti, chiunque partecipa all'elezione dei consiglieri municipali, partecipa similmente e con egual diritto a quella de' Deputati.

2. Tutti gli elettori sono eligibili.

3. In ogni Comune di mille e più abitanti, ai debiti tempi e con le forme prescritte, tutto il Corpo degli elettori municipali raccogliesi in Collegio elettivo per procedere alla scelta dei Deputati.

4. Son esclusi dal Collegio que' soli elettori che dànno voto nel Collegio elettivo della provincia, come più avanti dichiarerassi.

5. In ogni Collegio di municipio saranno eletti a pluralità di suffragi tre Deputati delli sei che manda ciascuna provincia. Ma gli eletti serbano nome di candidati fino allo spoglio degli scrutinj che adempie il Collegio elettivo della provincia, come dichiarerassi nel numero 9.

6. I nomi dei prescelti, il numero totale degli elettori, quello dei presenti allo scrutinio e il numero dei voti raccolti, saranno da ciascun Collegio inviati al presidente ordinario del consiglio provinciale.

7. Nel giorno stesso che avvengono le elezioni in ciascun Collegio di municipio, convocasi il Collegio elettivo della provincia nella città ove il Consiglio provinciale risiede. Tal Collegio è composto dei consiglieri di provincia ordinarj. Vi si aggiungono: 1º I rettori degl'istituti pubblici d'educazione; 2º I rettori de' Licei; 3º Il presidente e il segretario di ciascuna Accademia o dal Governo riconosciuta, o che sussiste da dieci anni e stampa gli atti delle adunanze; 4º I presidenti de' Tribunali di prima istanza e d'appello.

8. Il Consiglio provinciale, con gli elettori aggiunti, sceglie a pluralità di suffragi due deputati.

9. Due dì dopo l'elezione, il Presidente ordinario del Consiglio provinciale, il Gonfaloniere della città, il Legato della provincia, il primo Segretario di Legazione e due Assessori, rivedono l'atto di elezione di ciascun Collegio, e proclamano i nomi de' tre candidati sui quali cade il maggior numero di voti. Tal numero dee risultare dal paragone di tutti gli scrutinj onde sono usciti i nomi di tutti i candidati.

10. Lo Stato è spartito in due divisioni, meridionale e settentrionale: della prima è capo Roma, della seconda Bologna. Roma invia al Parlamento nove deputati, e Bologna sette: l'elezione si fa dal Corpo degli elettori municipali, eccettuati quelli che dànno voto nel Collegio provinciale. I Consigli provinciali di Roma e Bologna costituisconsi, come altrove, in Collegio elettivo, procedono alla scelta di due deputati; e quindi allo spoglio degli scrutinj di ciascun Collegio municipale, eccetto quello di Roma e Bologna.

11. Ma gli elettori aggiunti ai consiglieri ordinarii, sono il doppio di numero; e porzione è levata dalle categorie sopraddescritte; porzione dalle maggiori dignità letterarie e forensi che porgono le due principali città dello Stato, e non sono nelle provincie, come i rettori dell'Università, il Presidente del Tribunale di ultimo appello, ec.

12. Al Collegio provinciale di Roma è inviata la nota dei candidati di tutte le elezioni dei Collegi municipali compresi nella divisione meridionale, e al Collegio provinciale di Bologna è inviata quella di tutti i Collegi municipali compresi nella sua divisione.

13. Dopo ciò, i due Collegi provinciali scelgono su quelle note di candidati o fuori di quelle, a pluralità di suffragi, un Deputato per ciascuna provincia. E così è pieno il novero dei Deputati e consumata l'opera dell'elezione.

Mancano a questo abbozzo di legge moltissimi particolari completivi ed esplicativi. Ma quando il concetto suo generale sia falso, non gioverebbono quelli per raddrizzarlo; e dove, per lo contrario, ei si combaci in buona parte col vero, il pronto ingegno de' lettori supplirà al rimanente.

(Dalla Lega Italiana.)

Fu dettata questa Lettera appena giungeva notizia della sollevazione parigina del 48, e venne qualche dì dopo mandata fuori in Firenze dal Le Monnier. Ciò non pertanto, ella sembra in molte sue parti piuttosto narrazione che previsione; effetto questo del diligente ed assiduo studio che l'Autore à posto a conoscere le condizioni morali e civili della nazione appresso la quale trovò rifugio e ospitalità cordialissima per lunghi anni.

LETTERA AD ANTONIO CROCCO, INTORNO AGLI ULTIMI CASI DI FRANCIA.[11]

Di Firenze, li 10 di marzo del 48.

Questi giorni addietro, essendo io in procinto di lasciar Genova e venirmene giù in Romagna per provvedere alle cose mie, cessai del tutto di scrivere nella gazzetta La Lega, non mi bastando il tempo nè il capo di attendere a parecchie private faccende e di dettar fogli sopra materie gravissime come le dà ora il mutamento avvenuto di là dall'Alpi. Ciò à sembrato a qualcuno una specie d'artifizio per non dichiarar la mia mente e le mie previsioni in subbietto incerto e rischioso. Io m'affretto, pertanto, a manifestare e spiegare al pubblico quel che io ne penso, il più distintamente che io posso e per quanto me ne dà arbitrio la legge;[12] stimando assai minor male il prendere errore nel giudicare gli eventi umani, che l'incorrere taccia d'artificioso e dissimulato: benchè, a dir vero, il silenzio mai stato non sia reputato nè arte nè dissimulazione; ma in tempi difficili, gli animi sono inchinati al sospettare, e i giudicj hanno qualcosa d'immoderato, come gli avvenimenti. Però io studio di difendere la reputazione mia; ed a voi singolarmente la raccomando, amico caro ed egregio, siccome a colui che vincendo tutti di bontà e rettitudine, dovete della lealtà e schiettezza delle intenzioni intendervene più che bene. Quanto è poi al valore di questi miei pareri, se mai in veruna cosa non può esser grande la importanza delle mie opinioni, impedendolo la scarsità dell'ingegno e dell'esperienza, ne' nostri giorni elle debbono assomigliare ai sogni ed ai vaniloquj: perchè ora la scienza stessa consumatissima de' più prudenti sembra divenire inutile; e da un lato, ogni paradosso piglia baldanza di apporsi alla verità; come dall'altro, non v'à raziocinio fondatissimo ed evidente che non pericoli di mentire.

L'ultima rivoluzione di Francia è di sì gran momento per tutta l'Europa, che vi si possono ordir sopra infinite questioni e in infinite parole condurle. Ma io voglio esser breve, secondo mio istituto e come porta una semplice lettera. Senza che, le menti sono a questi dì in sì fatta guisa distratte e preoccupate, che il lungo sermonatore non trova uditorio. Io risolvo, quindi, di far parola unicamente di quelle domande che ricorrono sulla bocca di tutti, ed ànno riferenza maggiore con le cose d'Italia. E per produrre un discorso alquanto metodico, mi torna bene dividerlo per paragrafi, ed a ciascuno apporre la sua rubrica.

§ I. Se la rivoluzione ultima di Parigi sia pel progresso civile un bene od un male.

Per definir la quistione, accade prima guardare se nel governo repubblicano uscito della rivoluzione s'incontrino le qualità e disposizioni dalle quali s'argomenta la fermezza e stabilità delle cose, ovvero il contrario. E per certo, se la repubblica non durasse, come la rivoluzione fallito avrebbe il fine suo, mancherebbe la principal cagione di lodarla e chiamarla un bene e un profitto. Secondamente, occorre considerare, se la repubblica potrà tenere inverso del popolo le promesse singolarissime che gli fa; perchè, quando a lei non fosse fattibile di tenerle nemmanco mediocremente, le opinioni repubblicane scapiterebbero forte, e gli animi in generale perderebbono molto della fiducia e speranza in quel progresso civile che la Francia presume di maturare così prontamente. In fine, egli è lecito agl'Italiani di valutare il male ed il bene dell'ultime mutazioni a rispetto di sè medesimi, e pel vantaggio o il danno che sta per procederne ad essi in particolar guisa. Ciascuna di tali cose noi metteremo in distinta considerazione: ora qui notiamo soltanto alcuni pregi ed utilità, e d'altra parte alcuni demeriti e danni parziali dell'avvenimento straordinario e impensato del quale Parigi medesima sbalordisce.

Io dico, pertanto, che ogni accadimento di simil genere è di gran profitto ed insegnamento agli uomini; ed anzi, è di tanto maggiore, quanto quello arrivò inopinato e contra l'aspettazione e il giudicio dell'universale. Un volume intero non capirebbe forse tutte le dottrinali sentenze e i documenti e precetti politici che scaturiscono dall'ultimo moto francese: ma, per toccare un poco d'alcuni, e di quelli segnatamente che ànno più spessa e facile applicazione, vedesi, per primo, riconfermata con terribil suggello la massima del Segretario Fiorentino, che, cioè, nessun nuovo re dee rischiarsi a combattere quel principio in virtù del quale salì al trono. Ma, certo, Luigi Filippo salito in seggio a nome della libertà e per odio della Santa Alleanza, tanto ristrinse le libertà quanto n'ebbe agio, e carezzò poi fuor di modo e senza pudore i governi assoluti e nemici di Francia. Oltre a ciò, regnando egli principalmente per lo sostegno e i suffragi del ceto[13] mezzano, mai non dovea nè poco nè molto alienarsene l'animo e disamorarlo del suo governo. Per fermo, quello sopratutto che nella giornata memorabile del 24 di febbrajo fece traboccar la bilancia e dar la vittoria alla plebe, fu l'inerzia e lo scontentamento della Guardia Cittadina, composta quasichè per intero del ceto mezzano. Ma re Luigi Filippo è stato da tre principali cagioni indotto in inganno: dall'adulazione crescente ed ipocrita dei governi assoluti; dalla pienezza e facilità dei primi successi; e, in fine, dal troppo basso concetto ch'ei s'era formato degli uomini in generale, e più specialmente de' mezzani cittadini suoi difensori, i quali a lui comparivano non altra cosa salvo che una turba di trafficanti, desiderosi di guadagnare e di spendere e di menar vita grassa e tranquilla. Il perchè, stimava egli con la pace e il riposo a qualunque costo serbati, e con la frequenza e moltiplicazione dei traffichi e delle industrie, tenerseli sempre amici; dimenticando così, che gli uomini, e massimamente i Francesi, mai non sono una cosa intera e omogenea, ma un misto di molte e diverse: senza dire che per resistere alla plebe ardita e scontenta, non basta la pura indolenza degli altri ceti, ma bisogna la vigilanza e lo zelo; e questo non vive se non con l'affetto profondo, o con lo stimolo acuto e incessante degli interessi. Negli uomini è in generale molta fiacchezza, ed ella degenera non radamente in viltà; ma la natura nemmanco permette loro di scordarsi del tutto la parte gentile e generosa dell'animo dalle sue mani medesime fabbricata. Di quindi avviene che i principi i quali si fidano e fan capitale della sola porzione volgare ed interessata del cuore umano, trovansi un bel giorno ingannati: il che molte volte accadde, e moltissime succederà per l'innanzi, conciossiachè i principi per isventura non veggon sovente daccosto a loro risplendere l'alterezza, la dignità e la grandezza umana; e benchè non dovessero misurare il rimanente del mondo dai cortigiani, pure per abito naturale il fanno, e ruinano. Insomma, nessun impero è saldo nel mondo se non à fondamento in alcuna forza morale; nè si dà forza morale durabile veramente, se non concilia con gli interessi la coscienza del bene. Ma troppo era vecchio Luigi Filippo a mutar metodo ed opinione: e così riman vera eziandio l'altra sentenza del Machiavello, che gli uomini pajono grandi e sapienti il più delle volte perchè l'indole loro si conforma affatto coi tempi; ma se questi o mutano o si alterano profondamente, non sapendo quelli fare altrettanto perchè la natura e l'abito non lo concedono, debbono guastare la propria fortuna, e cadere.

Tali e inumerabili altri avvisi ed ammonimenti porge a pensare l'ultima rivoluzione di Francia, ed è questo per sè un profitto molto notabile a tutti i popoli. In essa è altresì un pregio comune con quella del 1830, e che merita singolar lode. Io vo' dire che ambedue sonosi unicamente imprese e compiute per dar ragione e sicurezza al diritto, e per allargare e riconfermare le pubbliche libertà. Per lo certo, nel 30 il ceto mezzano non combatteva dallato al popol minuto per questo fine speciale di conquistare predominio ed autorità; come, parimente nel 48, la plebe non à creduto di vincere per solo difendere e migliorare le condizioni sue proprie. In ambidue i tempi si corse all'armi e si versò molto sangue a nome di alcuni generali principj di giustizia e di libertà, e per ardore di sentimenti generosi e magnanimi: la qual cosa torna ad onore particolare di Francia e della sua civiltà; e a tutte le culte nazioni dee recare conforto e coraggio il sapere che v'à un popolo nel bel mezzo d'Europa il quale fia sempre prodigo del suo sangue per rivendicare alcun diritto comune, e aprir nuove vie al perfezionamento sociale e politico.

Ma d'altra parte, e quantunque io sappia affermando ciò di sgradire e contraddire a moltissimi, pure non tacerò ch'ei non si dee reputare assai ferma e savia l'indole d'una nazione, nè assai progredita e matura la sua vita politica, quando per abolire alcune pessime leggi e impossessarsi d'alcune franchigie, noi la scorgiamo non saper ritrovare altro mezzo che la via del ferro e del sangue: e questo dico in ispecial modo per la rivoluzione ultima del 24 febbrajo; conciossiachè, nell'altra del 1830 fu dura necessità di resistere a un improvviso e violento assalto di tirannide armata. Io pertanto mantengo che in quell'intervallo di diciassette anni compiuti, qualora ai Francesi meglio educati e più autorevoli e savj non avesse fallito il coraggio civile, la perseveranza e l'unione, e quando elli avessero voluto e saputo por mano a tutti i mezzi efficaci e legali che lor porgeva la Carta per conseguire o ricuperare tale franchigia e tal'altra, niuna forza, niuna abilità, niuna scaltrezza, niuna corruttela di governo e di deputati potea frodarli del lor desiderio. Ben è vero che non è da imputarsi cotale errore alla plebe, la quale scorgendo da un lato la pervicacia del principe e dall'altra la inettitudine d'ogni ordine dello Stato a spezzarla e domarla, ebbe ricorso al vigore delle sue braccia, e da sè medesima ricomperossi dell'umiliazione soverchia in cui governo e governati lasciavano lei e la Francia intera in faccia alle culte nazioni che la circondano. Ma perchè la vittoria sembra magnificare ogni cosa e persino gli eccessi, e l'Italia precipita sempre ad imitare ogni fatto straniero, però giova di ricordare, che se la plebe à in Francia compiuto il suo debito in modo maraviglioso ed eroico, avevano innanzi mancato al debito loro tutte le altre parti della nazione: e ciò è quivi accaduto troppo sovente, e non per mera accidenza; il perchè quel popolo vanta infinite e strepitosissime vittorie d'armi, ma vittorie civili assai poche: e pur queste sono le sole desiderabili, e dovrebbero esser le sole del nostro secolo.

§ II. Se la repubblica nuova francese mostri di potersi reggere lungo tempo.

I Francesi di maggior conto, e d'ingegno e studio più consumato, tenevano per impossibile il buttare a terra Luigi Filippo, propriamente per questo, che tra la repubblica e lui non rimaneva altro termine a cui appigliarsi. Ora, quella impossibilità stessa di mettere alcuna cosa in mezzo fra il governo presente e la discendenza di Luigi Filippo o di Carlo decimo, terrà in piedi la repubblica. Conciossiachè il frutto più naturale della vittoria ottenuta, si è di volere sperimentare il governo nuovo che n'è uscito, e che è il solo espediente non messo in uso da lungo tempo e non caduto di credito: però, niuna forza può ora subito ricondurre i Francesi a rifar quello di cui a gran pena si sono disfatti. E per questa necessità che sente ciascuno, vedete come tutti riconoscono a gara il governo temporaneo repubblicano, maravigliati insieme e orgogliosi di possederlo. Ma esaminando la cosa alquanto più addentro, io porrò prima in ricordazione, che la plebe parigina non professava da sedici anni a questa parte altre opinioni politiche, salvo le schiette repubblicane. Ben si potea giudicare che non isperasse di condurle ad effetto; e come viveasi fuor modo scontenta ed amareggiata di tutto quello che intorno di lei si operava, così facea mostra, massime negli ultimi anni, di poco o nulla attendere alla politica. Ma non però cangiava, o temperava le opinioni ed i desiderj. Al presente, avendola il coraggio suo proprio e l'altrui cieca ed inesplicabile improvedenza fatta signora ed arbitra dello Stato, e posseditrice di quella forma di governo che secretamente agognava, noi non iscorgiamo cagione e potenza alcuna capace di prontamente dispossessarla della conquista: e a quel che pare, ne vive non poco gelosa; e nulla varrebbero appresso di lei i nomi, le lusinghe, le promissioni, le vie mezzane e i termini conciliativi che altra volta la sedussero; imperocchè l'esperienza è tanto vicina, la memoria tanto viva, e l'illusione così poco durata, da non lasciare speranza veruna di ritessere le arti medesime. Oltre che, la repubblica in Francia è l'ultimo effetto e il termine ultimo di quel corso preordinato e fatale che ivi ànno proseguito le cose. Perchè in antico vi fu spiantata col ferro la grossa feudalità; poi col ferro, con l'arte e col dirozzare le moltitudini, caddero l'uno vicino all'altro i corpi privilegiati. Nel 30, il terzo stato (come il domandano) raggiunse il colmo delle sue libertà e del suo predominio. Nel 48, infine, comparisce la plebe, e segna l'ultima evoluzione di quel riscuotersi ed affrancarsi di tutte le classi, il quale è testimoniato da ogni pagina della storia moderna, e in cui forse si adunano e si sustanziano i fatti più eminenti e cospicui dell'èra presente. Ora, perchè la plebe trovi suo luogo allato agli altri ordini e le sia conservata una qualche balía, fa duopo imprimere nello Stato la forma più popolare che dar gli si possa; e questa o risolvesi nella dittatura, la qual carezza la gente inferiore per combattere chi sta sopra; ovvero risolvesi in pretta democrazia. Ma uscendo di tali generalità, e riducendo il discorso al fatto della sussistenza della repubblica nuova francese, a me non si lasciano immaginare se non quattro cagioni per virtù delle quali potria essa repubblica venire atterrata: e sono, il volere della plebe e della nazione mutato; il volere e la forza d'alcuna classe speciale di cittadini ovvero di tutte, levatane solo la plebe; la stanchezza delle continue mutazioni e dell'anarchia; la violenza delle armi straniere. Il primo supposto per niente non è probabile, perchè un desiderio sì vivo e ostinato di sì gran moltitudine non può cangiare per lievi cagioni, ma per molto straordinarie ed inopinabili; e tuttochè le provincie si differenzino alquanto dalla metropoli, e in alcune parti della Bretagna e in alcune del mezzogiorno i campagnoli favoreggino tuttora in cuore la causa regia, io non dubito che dalle assemblee primarie non esca una pluralità più che grande di voti per la repubblica. Nessuna probabilità si accompagna neppure col secondo supposto, cioè che le classi agiate insorgessero contro la plebe per ristorare la monarchia; conciossiachè, o non sarieno tanto ardite, o venendo pure alle armi ed al sangue, del sicuro, soccomberebbono. Nel terzo supposto ci è molto minore inverisimiglianza; ma solo il tempo vale a condurre la sazietà e la stanchezza; e innanzi di giungere all'ultimo effetto di queste, ricercasi una lunga serie di prove e di tentamenti sfortunatissimi. Il quarto supposto, poi, dell'intervenimento della forza straniera, troppo è difficile ad avverarsi e a mettersi in atto nel presente stato d'Europa, come presto discorreremo. Seguita da tutto ciò, che, per mio avviso, cagione molto prossima ed efficiente della caduta della repubblica, non appare e non si conosce. Forse taluno vorrà tra esse annoverare lo sgomento e il ribrezzo che à lasciato di sè la repubblica sanguinosa del 93. Ma ciò potea valere a non farla nascere, ma è insufficiente a distruggerla; perchè i mansueti ed i timidi non oseranno affrontare il pericolo che va insieme con quella caduta, ed invece si volteranno a sperare che la repubblica d'oggidì dissomigli al tutto dalla passata; e al governo provvisorio si scorge che sta molto a cuore di insinuare negli animi cotal concetto, e però ha decretato l'abolizione della pena capitale per le incolpazioni politiche. Insomma, il volgo che sempre è credulo e speranzoso, e scambia di leggieri il fatto col desiderio, mostra di rinnovare sotto a' nostri occhi la favola della volpe, la quale la prima volta che s'imbattè nel lione, ebbe a morir di paura, ma la seconda si fece un po' animo, e la terza gli stiè discosto sol dieci passi ed entrò seco in parole. A me poi sembrano alquanto curiose eziandio le nostre gazzette, le quali si sbracciano a dimostrare che le stragi e i supplizj della passata repubblica non possono ricomparire, unicamente per questa ragione, che i tempi nostri sono umanissimi e vincono tutti gli altri di dolcezza, di tolleranza e magnanimità. Questa presunzione che à ogni secolo di soprapporsi agli antecedenti in ogni bel pregio della mente e dell'animo, a me si rappresenta come una gran vanità, e nessun vero filosofo la può menar buona. Oh non sanno costoro quanto era umano e benigno il secolo scorso, massime in sull'ultimo scorcio suo? Forse che non predicavasi contro la pena di morte dal Beccaria, con lode e compiacimento di tutta Europa; e Caterina II e Leopoldo I non la sbandivano da' loro codici? Per certo, nessuno avrà ingegno da vincere gli enciclopedisti in soavità di affetto e in mansuetudine di consigli; e con le parole sul labbro di fratellanza e d'amore iniziarono i democrati del secolo scorso le lor repubbliche transitorie e non innocenti.

Per buona ventura, ciò che rimuove da' nostri tempi il rischio e il sospetto di veder rinnovate le calamità e le stragi onde ancora si piange e si teme, non consiste meramente nella bontà e tenerezza dei cuori odierni, ma nell'essere dappertutto cessate le cagioni precipue degli odj profondi, e delle ostinate e risorgenti persecuzioni. Veramente, una caparra di lunga pace e di agevole conciliazione e concordia, fu data agli uomini il giorno che l'uguaglianza civile entrò nella ragion delle leggi e nella pratica della vita. Sembrano, adunque, mancare nel governo nuovo repubblicano le intestine provocazioni alle passate violenze ed atrocità; e mancherannogli poi le esteriori, se i regni circonvicini risolveranno di non minacciarlo e di non costringerlo a disperati partiti e difese.

§ III. Se la repubblica può mantenere quel che promette.

Ciò che moltiplicar potrebbe in Francia i disordini, e produrre prestamente fastidio e stanchezza negli animi, e quindi preparare la lor soggezione a un governo dittatorio assoluto, sarebbe se la repubblica in niuna guisa potesse appagare ed affezionarsi la moltitudine ond'ella è sorta. E però, noi dobbiamo con più diligenza riandar la materia da questo lato. Nel dì stesso della vittoria, la plebe mandava attorno un Programma ove son registrati i suoi desiderj, e ove s'accenna in qualche modo il nuovo diritto pubblico ch'ella intende di promulgare. Il qual Programma è da curarsi e da esaminarsi in ogni sua parte; perchè, quanto difetta di formole ministrative e di ordinamento scienziale, tanto mostra alla scoperta il moto primo dell'intelletto del popol minuto, e c'insegna con sicurezza i voti e l'esigenze più vive ed universali. Tre specie di enunciati son nel Programma: l'una discorre delle istituzioni interne politiche; l'altra delle corrispondenze esteriori; l'ultima di alcune novità ed istituzioni interne sociali, come si usa chiamarle al dì d'oggi.

Delle innovazioni politiche, non sarà troppo malagevole contentare la plebe; ma ne risulterà una tale democrazia, e sì fattamente pura e gelosa di sue potestà, che il popol minuto sempre farà prevalere la volontà propria su quella degli altri ceti, e l'impero del numero non avrà verun contrappeso. In America è tuttociò temperato dalle condizioni peculiarissime di quella contrada, che porgono modo di provveder sempre alla sussistenza dell'infimo popolo: un altro temperamento viene colà dalla forma confederativa, la qual reca meno impeto nei consigli e nelle opere, e lascia al congresso centrale il trattar solo i negozj effettivamente e universalmente comuni, e però più larghi e meno mischiati di passioni e preoccupazioni. Il Senato eletto a ragione di Stati e non di popolazione, e le franchigie comunitative estese e intangibili sono un terzo e validissimo temperamento. Ma in Francia, sino a che la plebe rimarrà sveglia e manterrà suo potere, le assemblee vestiranno un carattere tribunizio assoluto, e i deputati più ambiziosi vedrannosi astretti a plebeizzare, quanto in America e più. Non àvvi, al parer mio, buona e leale rappresentanza di tutto il popolo, e non è in questa potere e virtù efficace e fruttifera del bene comune, che allorquando nelle assemblee raccolgonsi i due elementi migliori dell'universale intelligenza: cioè a dire, l'istinto morale e il buon senso pratico delle moltitudini dirozzate; e la fina e meditata sapienza dei pochi, la qual dee giungere al parlamento per la sua propria virtù e valentía, e non mendicando il suffragio di chi non sa e non può giudicarla. Egli è forte da dubitare che le assemblee sovrane e costitutrici in Francia trovino un ordine di elezione il quale risponda al nostro concetto.

Il Programma soprannotato, racchiude altresì alcuni enunciati, o, a dir meglio, alcuni voti e proposte delle dottrine sociali moderne. Esso vuole che tra i lavoranti da un lato e chi li adopera e paga dall'altro, intervenga un accordo tale, che il maggiore utile del secondo mai non si converta in iscapito o in profitto minore de' primi, ed, e converso, il profitto di questi torni eziandio a bene di quello. Vuole il Programma in secondo luogo, che l'educazione morale e intellettuale diffondasi nel popolo di maniera sì larga, imparziale e compiuta, da non impedire ad alcuno il franco e pieno esercizio d'ogni diritto civile e politico. Esso vuole, infine, che ai giornalieri e braccianti mai non sia per mancare il lavoro: e dove i privati non lo porgessero, provveda lo Stato, e il fornisca egli di continuo ed a tutti.

A rispetto della prima pretesa, che, cioè, il governo concilii ed unifichi gl'interessi de' lavoranti e di chi li adopera nelle officine e in altre bisogne, è follia di sperare che cotal fatta di accordi e di aggiustamenti possa procedere da una legge. V'à molte forme e guise d'associazione tra gli artigiani, e quella pure vi si conta la qual consiste a fare insieme le spese, insieme faticar il lavoro e insieme spartire il guadagno. Ma, tuttavolta che da una banda sarà il capitale e l'ingegno, e dall'altra la nuda opera delle braccia, nessuna legge e nessuno spediente varrà a rimuovere l'antagonia tra le due parti; e quello che finora fu speculato intorno al subbietto, o riuscì insufficiente, o illusorio e non praticabile affatto. Piacesse a Dio che si potesser levare da entro il consorzio umano le antagonie! ma ve n'à delle necessarie ed irremovibili, perchè pongon radice nell'intima costituzione dell'uomo: ed anzi, che è la natura senza contrasti? Ei pare che rimosse le contrarietà cesserebbe ogni moto, e i germogliamenti e gli effetti dell'universal vita s'ammortirebbono essi pure, e di mano in mano dileguerebbero.

Quanto alla seconda richiesta della pubblica educazione, a me non par dubbio che un governo popolare davvero, e caldo zelatore dell'utile dell'infime classi, propagar non possa e moltiplicare quel bene infinitamente di più e meglio che non s'è fatto fino al dì d'oggi in Europa. Ma due cose son da notare su tal proposito. L'una è che l'educazione è termine relativo, e relativa è la convenienza e proporzione di lei con l'esercizio di tutti i diritti civili e politici. Quindi, se vuolsi in Francia che la repubblica renda, a breve andare di tempo, ogni cittadino capace di entrare al parlamento e scrutarvi le leggi, non chiedonsi più fatti umani ma sovrumani, e d'altro pianeta che non è questo il quale abitiamo. Se vuolsi, invece, che la repubblica proceda con metodi tali, che la cultura dell'ingegno e dell'animo sempre più s'accresca e si spanda nel popol minuto, ciò non solamente è fattibile, ma sta segnato fra gli uffici e le obbligazioni primissime d'ogni virtuoso e illuminato reggimento. L'altra considerazione da compiere e da tener qui presente, si è, che per isventura tutto ciò che riferiscesi in diretto modo all'intelligenza ed al cuore, à natura tanto spontanea ed incoercibile, che mal si può domandare a un governo e ad una legislatura di porlo ad effetto per vie immediate e mezzi imperiosi. Possono i reggitori e i legislatori mettere in arme un esercito, costruire una flotta, decretare spedizioni e conquiste; non possono per via d'impero e con sicurezza di frutto costringere un sol villaggio a lasciar l'ignoranza ed addottrinarsi.

Per ultimo, ha domandato la plebe in Parigi, che ad ogni operajo venga cotidianamente e senza pericolo d'interruzione fornito il lavoro, e col lavoro accertata sussistenza. Ma di ciò, come di materia gravissima e ancora molto involuta, faremo discorso distinto e particolare.

§ IV. Se la repubblica può fornir lavoro cotidiano agli operai che ne mancano.

Per prima cosa, chi entra a speculare su tali argomenti e non à grande uso, badi di non iscambiare le dispute e le speranze de' comunisti con quelle de' socialisti. Ai primi sta fitto in capo di credere che possa il mondo civile pervenire alla comunanza dei beni, e quindi abolire affatto la povertà. Questa teorica è tanto disforme non pure dai fatti fin qui durati fra gli uomini, ma dall'essere intrinseco delle cose, che non diviene pericolosa se non fra genti di grosso ingegno e selvatiche, o pel soverchio dei mali e dell'oppressione accecate e infreneticate. Non vive a questi dì in veruna città d'Europa una plebe così pronta d'ingegno, provveduta di cognizioni, accorta, sperimentata e di buon giudicio come la parigina: il che ha bastato per disseccare le barbe del comunismo in sul primo mettere che facevano; e tutto il lor succo è stillato nella repubblica Icaria, i cui cittadini, come s'impara dal nome, hanno l'ale appiccate con un poco di cera, e mai non esciranno del labirinto che sonosi compiaciuti d'architettare a lor posta.

Ma un'altra generazione di scrittori è in Francia, che ha per intento speciale di meditare su quelle forme comuni di vita socievole, e su quegli istituti generalissimi che appajono in ogni parte del mondo cristiano, rimangono quasichè inalterati per mezzo alle mutazioni e alle rivolture politiche, e compongono tutti insieme l'ordine e l'assetto primo ed elementare in che si riposa da secoli la parte più civile e più culta del genere umano. A tali scrittori suolsi dar nome di socialisti; e non ostante che parecchi di loro trasmodino e corrano a immaginare sistemi speciosi d'umana socialità, pur nondimeno il concetto che sveglia le lor fantasie è nobilissimo e fondatissimo; e in quello s'appuntano tutte le investigazioni della filosofia civile; in quello fermò la mente Platone, e gli altri insigni intelletti che guardano come da specola eccelsa i moti, i portamenti e le condizioni della intera famiglia umana. Ma da un lato, sonosi questi scrittori imbattuti in fieri problemi che sembrano chiusi e sepolti a qualunque intelletto; e dall'altro lato, l'indole peculiare degl'ingegni francesi mal si confà e si proporziona con essi: imperocchè l'acume non basta ove domandasi profondità; nè la perspicacia analitica, ove si desidera il sicuro sguardo sintetico; nè l'ordine, la lucidezza, il minuto distinguere, il presto concludere, il facile concepire, ove bisogna per vie implicate e tortuose aggirarsi, ove la minutezza, la facilità e la speditezza non colgono e non abbracciano se non la buccia e le foglie. Da ciò è seguito, che i libri de' socialisti francesi con molte parole recano poca sostanza, e filosofano poetando, e fabbricano castelli incantati. Ma in Francia ove ogni cosa si volgarizza, e la scienza è trattata in modo assai piano e con favellare accessibile all'intendimento comune, quelle gran parole droit de travail, organisation du travail, solidarité de tous pour tous, e altrettali, non furono dette al sordo: raccolsele il popol minuto e ne fe capitale; ed oggi che à l'arme in pugno e sente l'aura della vittoria, volgesi non minaccioso, ma instante e autorevole a coloro medesimi dalla cui bocca uscivano quelle avviluppate sentenze, e lor dice con gran franchezza: — Cittadini e maestri, noi vi tenemmo fede; teneteci voi le fatte promesse, dappoichè la Francia è a vostra requisizione, e or potete quel che volete. Agli altri ceti à bastato la libertà e l'uguaglianza: a noi bisogna altra cosa; che la libertà sola non ci disfama e non ci disseta: noi domandiamo alla repubblica un pane in cambio del nostro sudore. — Così à discorso la plebe. Or che poteva il governo rispondere ai vincitori armati, se non quello che disse un officioso ministro ad una regina: — Vostra maestà stia certa che se la cosa è possibile, ella è fatta; e se impossibile, si farà? —

Ma esaminando il subbietto ne' suoi principj, ei vi si trova subito una dolorosa contraddizione. Che all'operajo voglioso della fatica non debba mancare la sussistenza, comparisce un diritto così patente e un debito così essenziale del consorzio civile, che vedendosi tuttogiorno accadere il contrario, l'animo se ne sdegna profondamente, e viene indotto a proferire quel medesimo che io scriveva, parecchi anni fa; cioè «che ogni comunanza di uomini la quale non sa trovar modo, o non vuole, di riparare dalle necessità estreme della vita gl'individui suoi innocenti e non istanchi mai del lavoro, non può dirsi con rigore nè sapiente nè civile, ma sotto sembianze molto contrarie è barbara tuttavia e insipiente.» D'altra parte, le difficoltà di ben soddisfare a tali diritti ed esigenze degli operai diventano in pratica così sformate e quasi direi formidabili, che a pochi governi in sino al dì d'oggi è bastato l'animo di affrontarle, a nessuno di vincerle; essendo che noi intendiamo di ricordare i soli provvedimenti e i soli rimedj conciliati con gli altri diritti umani, e massime con la libertà; e non chiamiamo spedienti veri e legittimi quelle case di ricovero (a citar pure un esempio) in cui l'uomo perde sua libertà naturale, disciogliesi dalla famiglia e gli s'interdice di procrearla. Sta per compiere il terzo secolo da che sotto il regno di Elisabetta, l'Inghilterra udì pronunziare la sentenza medesima la quale oggi si va ripetendo dai socialisti; che, cioè, il povero à buon dritto e buona ragione di sempre poter barattare con un tozzo di pane il lavoro e la fatica delle sue braccia. Eppure, quella sentenza fu per addietro e tuttavia si rimane sì mal praticata e avverata nel suolo stesso ove fu proferita, che ne dovremmo ritrarre un troppo sinistro augurio, e disperare da questo lato del progresso del genere umano. Nel vero, assai poco giova che il governo provvisorio di Francia siasi tanto sollecitato a mandar decreti per costruire officine e iniziare i pubblici lavorii: qui, per lo certo, cade in acconcio il trito proverbio, che dal detto al fatto corre un gran tratto. Ciò non ostante, qualche notabile cosa è da credere che porranno in istato, perchè a loro fa gran bisogno di contentare le moltitudini. A noi rimane per al presente l'ufficio di spettatori; nè l'esempio, comunque riesca, fia mai perduto. Di questo, peraltro, io mi persuado e vivo certissimo, che quantunque tra i componenti medesimi del nuovo governo siedano alcuni filosofi socialisti, ad essi non va ora pel capo di mettere in atto la strana dottrina dell'organisation du travail quale la c'insegnano alcune loro stampe ed opericciuole, e che ad effettuarsi e compirsi non è più spedita e facile o più durabile e profittevole delle utopie de' sansimonisti e della repubblica Icaria. Niente ancora à trovato l'ingegno umano di positivo e di pratico in ordine all'economia pubblica, salvo i principj che si domandano della libera concorrenza; la qual verità non ci vieta di riconoscere i danni e gli stenti che ne procedono molte fiate al popolo degli operai. Ma rimane ad indagare ancor più sottilmente, se la virtù medesima di quei principj sia capace o no di rimuovere in buona parte, o di sminuire e stremare quelle pregiudiciose e afflittive conseguenze; ovvero elle sieno tali da non potersi emendare, eccetto che da riforme ed innovazioni profonde ed isconosciute. Infrattanto, il senso morale e la intuizione immediata dei sommi veri ci persuadono, che la libertà e la spontaneità debbono pure in economia, come in qualunque altra disposizione sociale, essere il germe fecondo e l'efficienza prima ed inesauribile d'ogni progresso, d'ogni salute, d'ogni prosperità. Poco importa che il costringimento s'adempia in nome di pochi, o d'uno, o di tutti: nell'ultimo caso, è salva la dignità umana, non la spontaneità; e quindi l'energia, la copia, la varietà e la perduranza dell'opere di mano in mano decadono e si rallentano. Certo, fa gran maraviglia che quella nazione stessa a cui in fatto di politiche libertà sembra di mai conseguirle nè larghe nè sicure abbastanza, pretenda in fatto d'industria di procedere coi divieti, e con l'intervenimento importuno e dispotico della legge.

Ciò presupposto, e tornando più strettamente al subietto de' pubblici lavorii, noi diciamo che l'attuazione compiuta e perpetua di quelli o tornerà affatto impossibile, o sommamente diverrà perniciosa allo Stato, se non si conformi con le massime della libera concorrenza, e in troppa gran porzione impedisca e conturbi la operosità economica dei privati. Perchè ciò non accada, ricercansi principalmente le quattro condizioni infrascritte.

1º Le pubbliche officine debbono istituirsi universalmente, e poco meno che in qualunque grosso comune. Altrimenti, egli succederà molto presto un'accumulazione tragrande di popolo in quelle sole città ove saranno pubblici lavorii. Diciamo poi, che fatto anche che tali opificj e lavori sieno per ogni luogo moltiplicati, ciò nondimeno rischiasi forte di veder le campagne vuotarsi di gente e mancare le braccia all'agricoltura, massime nelle provincie più montagnose e più sterili; conciossiachè il trovare ne' luoghi murati ad ogni tempo e ad ogni qualità di persone apparecchiato il lavoro e accertato il salario, non può non accrescere a dismisura la propensione de' contadini per ricoverarsi nelle città e lasciar la villa. Converrà, dunque, in sull'aprirsi le officine per tutto lo stato, cercare compensi e provvedimenti nuovi e gagliardi perchè le genti sparse per lo contado, vi si mantengano.

2º Necessità vuole che si decreti e si fermi, i pubblici lavorii venire costituiti per supplimento e riparo alla insufficienza delle industrie private, e però ricevere da queste limitazione e misura; cioè a dire, che nelle officine della repubblica sieno raccolti quegli operai solamente a' quali nessuna privata industria ha potuto fornir lavoro. E ciò si dovrà riconoscere dai commessarj, o in virtù di certificati de' capo-maestri, o con altri metodi e discipline, secondo si troverà più agevole e più sicuro. Chi si consigliasse altrimenti, vedrebbe in cortissimo tempo ogni sorta di lavoranti sgombrare le officine private; perchè, poste pari tutte le condizioni, ciò nondimeno la sola maggior sicurezza e stabilità del salario, e il non servire ad uomo particolare ma sì al pubblico, e non all'umore del principale ma sì agli ordini disciplinati prestabiliti, indurrebbe gli operai ad abbandonare a mano a mano il lavoro de' cittadini per quello del comune.

3º Se il governo non vuol menare a ruina di molte industrie private, dovrà procacciare che i lavori da lui condotti, sieno di qualità da non potersi dai particolari cittadini imprendere con profitto: la qual cosa importa che le pubbliche manifatture quanto più crescono, e tanto più costino e sieno a maggiore scapito del tesoro. Ogni altra specie di lavori condotti dal pubblico renderebbe impossibile la concorrenza privata in quella cotale specie. Ma, d'altra parte, al governo fa gran bisogno d'assai varietà di lavori, perchè dee dar salario ad ogni generazione di operai. Tutti questi nodi sono difficili a sciogliersi, ed esigono nuovi temperamenti e partiti.

4º Avviata la generale istituzione dei comuni opificj, mai non potrà il prezzo della mano d'opera (come usan chiamarla) sminuire tanto e sì presto, quanto si vede ne' paesi ove il numero delle braccia soverchia l'uopo che se ne à. Però, tutte quelle industrie le quali competono con gli stranieri, mercè del buon mercato e del potere scemare fino all'ultimo estremo i salarj, cesseranno e s'annulleranno. Tanto più è comandato al governo di non recare perturbazione ed impaccio alle industrie che valgono ad avvantaggiarsi e a fiorire non ostante il prezzo più che mezzano della mano d'opera.

Segue dal fin qui ragionato, che più malagevole assai è per riuscire al governo repubblicano il soddisfare e piacere alle moltitudini, a rispetto delle nuove opinioni sociali, di quello che negli ordini della politica; delle quali opinioni sorgerà una copia e una varietà esorbitante, e così belle d'apparenza e lusinghevoli agli occhi del popolo, quanto poco fondate e lontanissime dalla pratica. Ma perchè le maggiori difficoltà della lor materia risiedono nelle viscere della cosa, e in certe impossibilità naturali e invincibili, l'ingegno molto svegliato e penetrativo della plebe francese non può non avvedersi, dopo le prove iterate della discussione ed esaminazione patente e comune, che il governo non à in pugno una verga da taumaturgo: e però io penso che tali malagevolezze ed ostacoli non basteranno a mettere giù la repubblica, ma sì basteranno a commuoverla ed agitarla continuo, e a crescere l'inquietezza ed il malumore degli operai, i quali per lungo tempo non poseranno, e correndo poi agli estremi, prepareranno (com'io diceva in principio) la lor soggezione a un governo dittatorio assoluto.

À la repubblica nuova tra mani le sue utopíe, come ebbe l'altra del secolo scorso. Ma in quella era più arbitrio e più facoltà di appagare il popol minuto. Conciossiachè, l'estinzione dei privilegi, lo spezzamento e ripartimento che ne seguiva dei beni stabili, e l'attuazione compiuta e súbita della libertà e uguaglianza civile, erano novità ed effetti visibili a tutti, e di presto e general giovamento. Ora, alla presente repubblica, per empiere i desiderj di tutta la plebe, occorre di affaticarsi in miglioramenti male studiati, mal definiti e poco o nulla operabili. Ma d'altra parte, la repubblica antecedente armava contro di sè profonde passioni e non placabili inimicizie: la presente fa male a pochi o a nessuno; del pari, che crescere molto la somma dei beni, massime delle classi inferiori, s'accorgerà di non potere. Ma quello che non eccede le sue facoltà, ed entra innanzi a tutte le obbligazioni sue, si è l'ajutare per ogni guisa la purgazione degli animi e dei costumi; perchè della corruttela è tollerante la monarchia, intollerante la repubblica. E la plebe francese presente, non così bene à serbato la severità e la modestia come l'energia e il coraggio, e nella vita pubblica è assai migliore che nella domestica. Usanza generalissima degli operai di Parigi si è lo scialacquare in due dì della settimana il salario degli altri giorni. La santità del matrimonio conoscono poco o nulla, e in grossolani piaceri s'ingolfano senza misura e quanto i guadagni cotidiani il concedono. Della religione serbano un sentimento confuso e fugace, e mai non si affaccia loro il pensiere ed il desiderio di meditare intentivamente sulle ultime sorti dell'uomo. A queste male disposizioni ànno gli scrittori di là piuttosto aggiunto incentivo che recato rimedio. E per fermo, nella più parte de' libri loro, che altro s'incontra, salvo una pittura vivissima dei patimenti della plebe, e un'amplificazione continua delle oppressioni e delle avaníe ch'ella sostiene dai potenti e dai facoltosi? Quante parole spendono essi per dimostrare all'infimo volgo i suoi diritti e le doti e i pregi segnalatissimi che la fregiano, e quante poche per istruirla de' suoi doveri e ammonirla delle sue colpe! Indicassero almeno le vie dirette e pacifiche per condurre le moltitudini dalla povertà all'agiatezza, dalla miseria alla giocondità: ma in quella vece, dopo avere accresciuto alla plebe la cognizione e il sentimento de' proprj mali, o si tacciono affatto, o propongono tali compensi e partiti, ai quali essi medesimi non porgono fede. Medici veramente crudeli ed improvvidi, che si dilettano di palpar le piaghe del popolo e inasprirle e dilatarle, senza prima fornirsi di neppure una stilla di balsamo sedativo e salubre! Insomma, in questi ultimi quindici anni gli scrittori francesi ànno in troppa gran parte mancato all'ufficio loro; e la dignità delle lettere ne à scapitato assaissimo; e la repubblica nuova trovasi ora sulle braccia una plebe molto più adulata e guasta dai libri che illuminata e corretta, ed emmendar la quale non pensò nè punto nè poco Luigi Filippo ed il suo ministro, benchè loro non mancasse tempo quieto ed accomodato.

§ V. Massimo impaccio per la repubblica sono le corrispondenze esteriori.

Contro forse l'opinione di molti, noi reputiamo che tra gl'impacci maggiori del nuovo governo repubblicano sono da computarsi le corrispondenze esteriori. E prima, si voglia notare che a tutti i governi veduti sorgere in Francia, massime da cinquant'anni addietro, le malagevolezze maggiori e i pericoli più imminenti e più gravi sono provenuti dal di fuori; e ciò per l'intima connessione che i fatti e le disposizioni esterne acquistano in quella contrada con gl'interni fatti e disposizioni. La Francia tocca da ogni lato le più vitali parti d'Europa, e mai non è sorto conflitto in alcuna nazione circonvicina, che la spada del popolo francese non siasi snudata.

Ad ogni grandezza civile tengono dietro molti rischj e gravezze; e la Francia grandeggiando in Europa, segnatamente per certo imperio morale che esercita sugli animi e sugli intelletti, non può in niuna maniera ristringersi in sè medesima, e goder pace se gli altri non l'anno: e come ogni suo moto à consenso e ripercussione di fuori, così non possono i suoi vicini rimanere indifferenti e neutrali, ma o caldi amici o caldi nemici; e bisogna o ch'elli accettino i suoi principj e le forme del suo vivere sociale e politico, od ella i loro in massima parte.

Ora, venendo al caso presente, volentieri riconosciamo che una nuova colleganza europea contro la Francia repubblicana non par probabile, ma nemmeno scorgiamo su che fondamento saldo e durevole possa costituirsi la pace, e come annodare leali e amichevoli corrispondenze tra la repubblica e i regni circostanti. La diplomazia della plebe è differentissima da quella dei principati e delle aristocrazie. Per solito, non vuol secreti e non sopporta dissimulazioni; s'impazienta agl'indugi, abborre i mezzani partiti, e (ciò torna a perpetua lode sua) sempre à nelle risoluzioni dell'ardito e del generoso: testimonj gli Ateniesi ed i Fiorentini. Aggiungasi a ciò il naturale de' Francesi audace e mal sofferente, e quello spirito d'antica cavalleria che mai non li fa quietare, e cacciali volentieri in difficilissime imprese. Ma oltre di questo, la Francia, avanti ogni cosa, è armigera e battagliera; à un esercito grosso, avidissimo di romper guerra, e a cui vengono meno al presente le fazioni dell'Affrica, le quali se abbastanza non l'occupavano e intrattenevano, pure gli ànno sempre tenuto vivo il gusto e il senso della vita guerresca, e acceso un desiderio smanioso di fatti grandi e di gloria un po' meno dispari e dissomiglievole dall'antica. Ora, come potrà il governo far languire nell'ozio delle caserme un esercito così fatto, e il cui ardore e la cui ambizione è di tanto accresciuta dagli ultimi avvenimenti!

Una cosa è inevitabile al governo nuovo repubblicano; il dovere, cioè, fare scelta fra due partiti in ugual modo pericolosi. A lui bisogna o non più riconoscere i trattati di Vienna, e con questo solo perturbare tutta l'Europa, e nimicarsi fin l'Inghilterra; o riconoscerli, e smentire nell'atto suo primo tutte le massime insino a qui predicate con solennità e veemenza da' suoi partigiani. Probabilmente, e malgrado degli animi fieri e audacissimi, il governo provvisorio manderà fuori un manifesto pieno d'ambigue parole e di mezzane opinioni, e dove negherà da un lato ciò che dall'altro verrà affermando; e sopra ogni cosa, protesterà fermamente di voler vivere non che in pace, ma in buona concordia e amicizia con tutti i governi.[14] Se ciò sopportasi dalla plebe, un grande frangente è tolto di mezzo, e può l'Europa serbarsi in pace per ancora buon tempo. L'Inghilterra, nelle cui mani sia ora la somma dei comuni destini, non dubiterà punto di mantener con la Francia amichevoli intelligenze, e avere per legittimo e rato il nuovo governo repubblicano. Conciossiachè le sue immense armate, e le enormi ricchezze e l'animo coraggioso ed intrepido non le bastano a' nostri giorni per rinnovare e assoldare la lega Europea contro Francia: mancale altresì l'intensione e l'unità del volere, perchè sono mutati in gran parte i suoi pensamenti e consigli; ed anche appresso di lei le forme sono antiche ed intatte, ma la sostanza tutto dì si altera e si trasmuta. La Russia, non ispalleggiata dalla Germania, non può nulla di grave e di minaccioso intraprendere contro l'occidente europeo; e la Germania si quieterà, ed anzi farà ottima diversione chiedendo riforme e franchigie, qualora ne' Francesi stia tanta saviezza e prudenza da non fiatare nemmanco delle provincie del Reno: chè, quando accadesse altrimenti, i tre potentati del Norte possono ancora trovare obbedienti i popoli loro, e collegarli e moverli contro la nascente repubblica.

Tutto ciò, ripeto, va per li primi tempi ne' quali la sospensione stessa degli animi, la stravaganza dei casi, la preoccupazione e il timore reciproco, il non essere i governi apparecchiati nè consigliati a nessun gran cimento, ajuteranno il desiderio e il bisogno di conciliazione. Ma si fermi pure la pace tra Francia e i contermini potentati, rimangano in piedi i trattati di Vienna, dichiarisi l'Inghilterra amica del nuovo governo, si queti la Germania e riposi la Russia; pur nondimeno io manterrò sempre, che tal pace e buona amicizia è vacillante e inferma di sua natura, e che in questo dimorerà di continuo l'impaccio maggiore della repubblica. A' tempi che corrono, non può sussistere, massime in un vasto paese, autorevole e influentissimo, come è la Francia, un governo non pur differente da quello degli Stati finitimi, ma di natura così attrattivo, e così caro e invidiabile a tutte le moltitudini. Dico, non può sussistere molti anni; e chi pensa altrimenti, e crede tra le due forme governative di scorgere differenze poche e superficiali, fa visibile inganno a sè stesso; e scorda, fra l'altre cose, che la picciola Svizzera così divisa e disforme nei suoi elementi, e mista d'istituzioni moderne e di viete e proprie del medio evo, pur nonostante à dato sospetti gravi e durevol paura ai governi circonvicini. Come, dunque, non può l'Europa quetare tanto che dura la repubblica appresso i Francesi, così a questi, pure ordinandosi e componendosi a casa loro, sempre giungeranno di fuori nuove perturbazioni, e pericolo instante di scompiglio e di guerra.

§ VI. Conclusione di ciò che precede.

Ei si dee concludere primamente, che guardata e considerata parte per parte ogni condizione dello stato presente di Francia, non appare cagione alcuna per la quale si giudichi facile e molto vicina la caduta della repubblica. Questa poi fu fondata per la vittoria e il voto unanime della plebe; e però al nuovo governo dee stare a cuore principalmente di farsi a quella grazioso e accettevole, come ai passati reggitori era principale necessità di contentare e favorire i borghesi. Ogni cosa, pertanto, in Francia prenderà aspetto arci-democratico, e verserà intorno ai pensieri, ai sentimenti ed agli interessi del popol minuto.

Secondamente, si dee concludere, che al nuovo governo aprirannosi vie meno erte e scabrose per soddisfare i desiderj del popolo intorno alle riforme interiori politiche, di quello che a rispetto delle sociali ed economiche: e altrettanto spinoso e difficile gli sarà di condurre a pace e a concordia i negoziati e le intelligenze esteriori; ed anzi ciò gli tornerà impossibile affatto, quando dalla parte de' potentati del Norte non superi tutti gli altri rispetti il timore incessante di perdere e inabissare ogni cosa, e dalla parte dell'Inghilterra il bisogno grande e non transitorio di accrescere e dilatare i suoi traffichi.

Contuttociò, dall'alterazione continua delle attinenze esteriori può scoppiare una general guerra e un totale sconvolgimento d'Europa, nè alcuna di quelle alterazioni avrà luogo senza commuovere profondamente tutti gli ordini governativi di Francia.

Oltrechè, il governo repubblicano non può rimanersi solitario per lunghi anni; ma non cadendo per forza d'armi straniere, e non iscompaginandosi con l'anarchia, dee di necessità propagarsi per tutto ove la materia sarà disposta. Quindi non può col tempo non inquietare e spiacer sommamente all'Inghilterra medesima; conciossiachè la perduranza d'una perfetta e vigorosa democrazia pone in gravissimo compromesso le aristocratiche istituzioni dell'isola.

Dalle questioni poi economiche, e più ancora dalle sociali agitate in seno di popolaresche assemblee, pericolo è di veder sorgere in Francia cagioni copiose di mutamenti e di rivolture, massime non si conoscendo nessuna via piana e nessun mezzo efficace per attuare certi concetti fantastici, e giungere a certi fini a cui la plebe si ostina di pervenire. Però, la salute della repubblica, nell'interior suo, sta tutta nell'illuminare le menti, evitare le sètte, e all'agitazione somma degli animi e alla discussione procellosa de' nuovi problemi trovare sfogo e andamento ordinato sì, che le mutazioni medesime non compajano eccessi, e non inducano l'anarchia.

Che poi la repubblica sia per ispiegare tanta virtù e saviezza di quanta è mestieri per tenere da una banda appagata la plebe, dall'altra fuggir la guerra e innovare i trattati, e ogni cosa adempiere con autorità di leggi e senza tirannide di fazioni, è cosa oltremodo ardua, e assai più da desiderare che da sperare. Contuttociò, mal si può affermarlo o negarlo assolutamente; imperocchè le storie non ci offrono esempio nessuno dello stato civile e politico in cui di presente è la Francia, e la più parte delle proposte che fa e degl'instituti che va disegnando, riescono nuovi e impensati, segnatamente in Europa; e quel simigliante che se ne vede in America, riesce, all'ultimo, dissimilissimo, a cagione della sostanzial differenza che corre tra i due continenti in ogni abito e forma di vita comune. Solo, non è temerario di sentenziare, che in tanta incertezza ed oscurità di dottrine, e in tanta esorbitanza di desiderj e improntitudine di domande, non è punto credibile che possa trovarsi alla prima e con quiete il meglio e il più praticabile, e ciò che mostri facoltà di durare e di solidarsi: impossibile è, poi, che questo s'adempia o con la guerra o con la perpetua sua minaccia o con l'imperversare delle fazioni.

In genere, la Francia, dal lato degli studj e delle teoriche, è mal preparata alla politica e sociale trasformazione in cui vuol entrare, e però non istimo che per gran tempo valga ad allargar molto il circolo delle cognizioni correspettive e ad approssimarle alle ultime soluzioni; e chiaro è che ella ondeggia fra due sistemi di ordinamento civile non pur diversi, ma opposti. Il primo produsse e governò la rivoluzione dell'età scorsa; l'altro risulta, benchè tuttora mal definito, dai pensamenti e dalle tendenze nuove della filosofia civile, e dai nuovi fatti che il natural-progresso delle nazioni compie e mette in considerazione. Il primo s'accorda troppo bene con l'indole e l'attività del popol francese; l'altro l'è troppo contrario. Il primo può dirsi consistere singolarmente in tre cose: nella rivoluzione entro casa; nella propagazione sua di fuori per via dell'armi; nella negazione ardita di tutto ciò che l'analisi acuta ma frettolosa e imperfetta non trova e non riconosce in ogni materia di scibile e nelle più chiuse parti del cuore. Certissimo è, che nelle gare politiche, quando bisogni venire alle ultime prove, nessun popolo s'agguaglia al francese in bravura e in ardore. Similmente, nessuno il pareggia in impeto bellicoso; e tutti i pregi di sua natura risplendono vivi e abbaglianti nelle fazioni di guerra. Nell'acume poi della critica, nella perspicacia e ordine dell'analisi, e nella baldanza del negare e del confutare, nessuno vince e neppur raggiunge l'ingegno francese. Ma d'altro lato, i costumi nuovi e la nuova filosofia vanno ognor da vantaggio persuadendo che le rivoluzioni violente distruggon sè stesse e più non sembrano necessarie; che la guerra abituale è mestiere da barbari, e affoga nel sangue la libertà; che le conquiste pesano come cappe di piombo addosso agli occupatori; che la critica à ormai compiuto il suo magistero, e vuolsi far debito luogo all'autorità delle tradizioni, e scandagliare giù nel profondo la scienza arcana che si raccoglie e si occulta nei suggerimenti mirabili dell'istinto: che le libertà individuali e municipali son fondamento a tutte le altre, e con esse dee misurarsi, ad esse adattarsi la potestà e l'arbitrio legislativo; che, infine, dai subitanei consigli, dai mezzi veementi e forzosi e dai metodi dittatorj mal può germogliare la libertà vera, e che alla tirannide riesce non rade volte di mascherarsi col nome di Convenzione, di sovranità popolare, e d'altri titoli strepitosi.

Dal contrasto di tali due sistemi procedono le contraddizioni molte che appajono a questi giorni tra uno e altro atto del governo provvisorio, tra uno e altro enunciato del Programma popolare, e così in ogni parte e manifestazione della vita politica. Non può da simil conflitto non provenire assai confusione ed incoerenza nelle deliberazioni e nei fatti che sono per seguitare. Contuttociò, egli è da sperare e sembra probabile che mai non verranno al sangue e alla guerra intestina. Conciossiachè il pericolo maggiore da questo lato può stare nella porzione più rozza e più indocile della plebe; ma perchè ogni suo moto armato minaccerebbe l'avere così dei privati come del pubblico, ci par naturale che tutto il rimanente del popolo sia per essere pronto ed unito a resistere a quella furia. A tutti gli altri umori è credibile che la uguaglianza perfetta civile e l'uso interissimo d'ogni maniera di libertà dischiudano qualche sfogo, e impediscano che alcuna fazione signoreggi, ed opprima talmente le altre, e s'impadronisca in sì fatta guisa dell'imperio e dell'armi pubbliche, da ingaggiare battaglia con gli avversarj, e insanguinar Parigi e la Francia.

Con tal condizione soltanto di saper fuggire lo sdrucciolo dell'anarchia e fuggir la guerra civile, la repubblica nuova francese avrà porto a tutti un esempio imitabile, e adempiuto un grande e salutifero esperimento; e in solo quel caso potrà fermarsi ciò che in principio di questa Lettera molto dubbiosamente si proponeva: cioè, se l'ultima rivoluzione francese sia per riuscire al progresso civile d'Europa un bene od un male.

§ VII. Quello che dee l'Italia pensare degli ultimi casi di Francia.

Lodi chi vuole ed esalti a cielo la vittoria fortunatissima del popolo parigino; e confidisi pure ch'ella tornerà fra non molto a progresso grande e magnifico di tutta l'Europa: io, come Italiano, confesso che me ne dolgo, e la reputo, almeno, avvenuta pel nostro paese nel tempo più disacconcio ed inopportuno che dar si possa. Dopo tre secoli di silenzio e di sonno, e dopo aver toccato l'ultimo fondo delle umiliazioni, dell'ignavia e delle sventure, l'Italia risorgeva in modo sì bello e insperato, con portamenti sì ordinati e pacifici, con tale pienezza e coscienza della giustizia e del dritto, con un senso di virtù e di religione tanto istruttivo e tanto esemplare pel mondo, che forzava i popoli tutti a maravigliarsene. Risorgeva l'Italia e rigeneravasi per moto sì fattamente proprio e spontaneo, che in cambio di aspettare e ricevere come l'altre volte, ella dava altrui l'impulso e l'eccitazione; e tale impulso era tutto civile ed umano, pieno di moderazione, di prudenza, di longanimità. La nazione stata più afflitta dalle discordie e più tenuta divisa dalle arti di stato, dalla fortuna e dalle colpe sue stesse, quella nazione, dico, ritempravasi per prodigio nella fiamma d'amore, e in amplesso spirituale si unificava: di ventiquattro milioni d'uomini uno solo era l'animo, una la mente, uno il fine; e in tanto profondo rivolgimento e in così subita innovazione, tu non rinvenivi un sol uomo il quale avesse potuto chiamarsene offeso, e a cui il popolo, uscito appena di servaggio e inesperto di libertà, avesse torto un capello, recato il sopruso d'un obolo, fatto segno fugace di risentimento e vendetta. Spettacolo certamente insolito a tutte le genti, e onorevole non che per l'Italia, ma per l'intera famiglia umana. Quindi l'Europa e il mondo non potevano trattenersi dall'encomiarlo: e già riconoscevano in noi le discendenze e le propaggini auguste di Roma; già domandavano l'Italia la terra perpetua de' prodigi; e s'annunziava per mille segni, ch'era oggimai nostro ufficio introdurre le nazioni in nuovo corso di civiltà, e loro fare scòrta su per li gradi d'altissimo perfezionamento.

Ora, tanta speranza vien sopraffatta in un subito dagli avvenimenti di Francia, e siamo della nobile capitananza dispossessati: il mondo torna all'idolatria antica, e, tra pauroso ed attonito, tien fermo lo sguardo nella Francia repubblicana. Sieno pure questi nostri lamenti non degni dell'uomo filosofo, e mantengasi pure con invitti argomenti, che il bene, dovunque venga e comunque, è sempre avventuroso e accettabile. Io fui Italiano molto prima di tentare d'esser filosofo, e sin dalla puerizia ò pianto con isconsolata amarezza le umiliazioni e li sfregi della mia patria: il perchè, della cara speranza che or balenava del suo primato esultarono tutti gli spiriti del cuor mio, e chiunque strappa di mano all'Italia quella sublime lusinga, mi fa dolore e non gioia; e se questo è colpa o gran debolezza, io sento una forza soave che rende amabile alli miei sguardi la colpa e invidiabile la debolezza.

Ma oltre di ciò, a nessuno è lecito di negare che la rivoluzione presente di Francia non ispanda per Italia un seme funesto di divisione, il quale, per occulto ed inerte che si rimanga, non perde facoltà di scoprirsi e di germogliare laddove i popoli sieno men giudiziosi o i governi meno prudenti: e questo accade per appunto quando abbisogniamo vie più dell'unione compita ed universale degli animi, e quando al misericordevole Iddio era pur piaciuto di prepararla per tutto, e disporre ogni cosa al finale conseguimento suo.

Ma perchè qualunque lamentazione non à virtù di cambiare i fatti e arretrare gli avvenimenti, meglio è di condurre i pensieri su quello che a noi importi di praticare e di fermamente volere dopo gli straordinarj casi di Francia.

§ VIII. Stato presente d'Italia, e ciò che conviene di fare a' suoi popoli ed a' suoi principi.

E primamente diciamo, che intorno ai consigli, alle risoluzioni ed ai portamenti che agl'Italiani possono meglio convenire nelle congiunture nuovissime in cui la rivoluzione francese gli à collocati, è cosa di gran conforto vedere che l'opinione di tutte l'effemeridi nostre, variando assai nell'aspetto, non differisce guari nella sostanza, ed in tutte sembra spirare il senno e l'avvedutezza antica. La quale opinione, a scioglierla dalle diversità dei modi e ridurla in brevi concetti e persuasibili ad ogni mente, ci pare dover essere così espressa. Sta il nerbo principale d'Italia in Piemonte, e l'esercito di colà è la nostra spada: esso à dirimpetto lo sforzo intero dell'Austria. Ma fino a che serbasi, come ora è, unito, disciplinato e volonteroso, non si fa luogo a serj timori. Per lo contrario, tutto quello che sconnettesse l'esercito e ne rompesse la disciplina, volterebbesi in danno estremo di tutta la Patria comune; perchè l'Austria profittando dello scompiglio, piomberebbegli addosso col fiore delle sue truppe, e vedremmo un disastro non molto dissimile da quello del 1821. Lo stesso caso, e con maggiore facilità e prontezza, si compirebbe nell'altre provincie Italiane confinanti con l'Austria. Nè dicasi che i Francesi repubblicani calerebbero in nostro ajuto. Conciossiachè (presupposta pure come certissima la loro pronta calata e la piena vittoria) io sostengo, che quello più non sarebbe ajuto d'amici e contribuzione di collegati, ma occupazione e conquista; e ciò che avverrebbe di noi tapini, tra la prepotenza e la ferocia degli uni, e l'orgoglio e l'ambizione degli altri, la storia medesima de' nostri tempi lo insegna, e ancora ne permangono i tristi effetti. Necessario è, dunque, che la Liguria, il Piemonte, la Toscana e gli Stati romani non tumultuino e non si scompongano, per infino a tanto che alle frontiere di ciascuna di tali Provincie italiane stanno grosse e minacciose le truppe austriache. Da ciò segue, che in esse Provincie chiunque pensi a mutar la natura degl'istituti e imitare le nuove forme politiche altrove comparse, fa opera pessima, e di turbolento e reo cittadino. Manifesto è, poi, che se le Provincie meridionali si sollevassero per mutar forma di reggimento, l'Italia media e la subalpina non posson quetare: però, a tutti gl'Italiani incombe oggi un medesimo debito; fuggire le novità che ci disordinano e ci disuniscono. Abbiam guadagnato pur tanto di libertà, quanto bisognava per dar dominio sicuro all'universale opinione, e proseguire ordinatamente di migliorazione in migliorazione, sino a vedere attuato appresso di noi tutto il più scelto, il più liberale ed il più proficuo delle odierne istituzioni. A tre cose dobbiam ora voltar la mente con ardore di zelo e fermezza incrollabile di volontà. La prima è stringere ed afforzare l'unione; la seconda, armarci; la terza, consumare l'opera santa e solenne dell'indipendenza. Quelle mutazioni, pertanto, che a tali tre fini possono recare nocumento o ritardo, si abborrano e si respingano, qualunque nome e colore specioso e allettativo portino seco.

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