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Scritti politici

PARTE SECONDA. TEMPI COSTITUZIONALI. (continued 4)

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Onorandi colleghi, trenta secoli di storia civile già sono trapassati sopra l'Italia; eppure non vi si rincontra un punto di tempo e una congiuntura di casi forse tanto solenne e tremenda siccome quella in cui c'imbattiamo al presente; imperocchè la Penisola intera può con isforzo gagliardo di volontà fabbricare oggi a sè stessa i proprj destini, il che mai non le accadde. Può l'Italia effettualmente in questi giorni (pensiamoci bene) salir tutta e per sempre alla signoria di sè; e nelle sue monche e lacere membra suscitare e perpetuare la congiunzione del viver civile, státale ognora interdetta, e principio e cagione negli altri popoli d'ogni virtù, d'ogni gloria, d'ogni possanza. Ella può, dico, questi prodigj; ma pareggiar le conviene con l'ampiezza de' sacrificj il bene immenso ed inestimabile della libertà e della indipendenza. Dopo molti sentieri trascorsi, dopo infiniti passi perduti, eccoci alfine al bivio terribile, dove Dio e le sorti e le nostre colpe e le altrui senza riparo e difesa ci àn trascinato. O l'Italia sarà libera e grande, e conquisterà pure alfine un pieno essere di nazione; o ricadrà per sempre nel sonno affannoso d'ogni abbiezione e d'ogni servaggio. E dico sonno affannoso, perchè dopo la tentata risurrezione, forza è a lei che quello trapassi turbato e funestato ad ognora dal rimorso doloroso e profondo della propria viltà.

Miriamo, signori, altresì al debito nostro speciale innanzi a Dio e innanzi agli uomini, e come noi pure siamo posti in fra due estremi, e sceglier conviene senza dimora. O i nostri nomi soneranno alle venture generazioni i più benedetti e gloriosi, o i più miseri e abbominati del mondo. A che giova, in che ci avvantaggia il chiudere gli occhi davanti a questo fiero dilemma? egli non perciò stringe e martella con minor furia le nostre coscienze. Rompiamo gl'indugi, tronchiam le parole; ai fatti, signori, all'opere generose e virili. Se domani stesso io non vedrò seduti in que' loro posti i nuovi Ministri, risalirò in ringhiera affin di proporre all'estremo male un qualche estremo rimedio.

Discorso sopra tre modi straordinarj di difesa

Appena respinti gli Austriaci da Bologna, il Mamiani nella tornata del dì 11 di agosto proponeva tre insoliti provvedimenti, e facevali a pieni voti approvare con le infrascritte brevi parole:

Egli accade delle nazioni come degl'individui per appunto; cioè a dire che v'à momenti dolorosi e funesti, in cui l'animo di tutto un popolo s'abbandona, e casca sotto il peso dell'infortunio. Ma quando la fiamma del viver libero e indipendente arde vivace davvero ed intensa per entro il cuor suo, ella, simigliante al fuoco sacro di Vesta, può talvolta affievolire o negli ultimi penetrali occultarsi; ma non estinguendosi mai, forza è che indi a poco riapparisca più sfavillante, e tramandi intorno maggior luce e caldezza. Così quest'oggi avviene all'Italia, ed è ciò che lo spirito mio à creduto e sperato sempre.

O felice e gloriosa Bologna! o fra le città italiane fortunatissima e da tutte le generazioni invidiata, posciachè tu risvegli la nuova favilla del nuovo e inestinguibile incendio. Noi adempiamo, o Colleghi, un gran debito a renderle grazie solenni, e le più sentite e le più magnifiche che possano uscire dal petto d'uomini riconoscenti e autorevoli. Ma egli bisogna altresì, che questa tornata non si consumi senza compiere qui alcun atto di segnalata cooperazione e d'ajuto efficace, oltre alle cose dai Ministri saviamente deliberate.

Signori, nega questo tempo ad ognuno d'intrattenersi in lunghi ragionamenti: e già non varrebbero mai le parole a bene significare una parte anche minima di quegli affetti veementi e sublimi che premono e investono da ogni lato l'anime nostre.

Bando non che ai discorsi studiati e freddi, agli eloquenti eziandio, perchè corre l'ora del forte operare.

Io propongo, pertanto, senz'altro preambolo, tre provisioni, le quali a me compariscono le più convenienti ed efficaci che la straordinarietà dei casi ricerca.

Per prima cosa, io propongo che in ciascuna città dello Stato, sulle publiche piazze si pongano tavole, alle quali sieda un delegato del Governo ed uno del Municipio, e quivi sia inalberata e visibile a tutti una scritta con le parole: La Patria è in pericolo. Ufficio dei delegati sia di raccogliere e registrare i nomi dei Volontarj che intenderanno di armarsi e combattere.

Per seconda cosa, dico doversi in ciascuna città istituire un Commissariato, a cui spetti di ricevere tutte le offerte e le largizioni dei cittadini e dei comuni per armare e vestire essi Volontarj, e porli in grado di subito unirsi alle respettive bandiere.

Per terza cosa, propongo che sia il Ministero invitato e sollecitato, affine preghi Sua Santità e fortemente il persuada a fare scrivere a tutti i vescovi, e per essi a tutti i parrochi dello Stato, perchè dall'altare e dal pulpito esortino con infiammative parole i diocesani loro ad armarsi a popolo, ed accorrere alla difesa del trono pontificale e della patria comune.

Discorso sullo stato d'Italia

In risposta a un discorso pronunziato dal Ministro Odoardo Fabbri, a dì 14 d'Agosto, per dare notizia dello stato delle Romagne e d'Italia, dopo che la città di Bologna ebbe valorosamente respinto l'assalto degli Austriaci; il Mamiani così parlò:

Le parole che abbiamo udite sono, o Colleghi, degnissime di quell'uomo che per tutta la sua vita non breve combattè, resistette, e travagli e prigionie e proscrizioni sofferse per la libertà e l'indipendenza italiana. Io sentomi lieto ed altero il doppio in questo momento d'essere stretto con esso lui dell'onorevol nodo dell'amicizia. Debbono le sue parole eziandio rinvigorare ed accendere tutti coloro che l'ànno ascoltate, e coloro a cui verranno fuor di questo palagio con fedeltà ripetute. Conciossiachè elle suonano in sostanza, che se gl'Italiani non vogliono con le proprie mani atterrare ed abbandonare la causa comune, questa non sarà mai per cadere.

E che? potea forse la malagevole e contrastata risurrezione del nostro paese consistere tutta in una catena non mai spezzata nè rallentata di felici successi, e dovea forse tenere sembianza d'un marciar trionfale cominciato colà sul Mincio e terminato in pochi giorni sulla vetta del Campidoglio? E in quai libri, in quali storie abbiamo noi Italiani letto e imparato cosa a ciò somigliante? Forse nella storia antica di questa Roma, quando i Galli la saccheggiavano o Pirro ne sconfiggeva gli eserciti, o Annibale la sbigottiva con la vista delle prossime insegne cartaginesi, o la guerra sociale le rivoltava contro tutta l'Italia? E lasciando l'antichità come troppo diversa da noi, troviamo forse miglior condizione di fatti nelle guerre nazionali moderne? in quella di Spagna, per modo d'esempio, o in quella d'America, o nella più recente ancora e terribile della Grecia? V'appellate voi alla fortuna della rivoluzione francese, vale a dire del maggior fatto che si compisse dal popolo più bellicoso e più formidabile e unito del mondo moderno? Eppure a Tournay, in sul cominciar della guerra del novantuno, le truppe incodardite e non vinte d'ogni parte sbandaronsi. L'anno dopo, alla mala prova dell'armi in sul Reno aggiungevasi tutta la Vandea insorta, insorti i Lionesi, sconvolte e riluttanti parecchie provincie, padroni di Tolone gl'Inglesi. Più tardi, a molte e belle vittorie succedettero nuovi disastri; ed era perduta la Francia se il Genio non soccorreva di due sommi italiani, trionfando l'uno a Zurigo, l'altro a Marengo.

No, signori, l'inestimabil bene della indipendenza e della libertà non s'acquista con mediocre fatica, con poco sangue, con poche sventure. Imperocchè è necessità e ragione che sia pagato tanto caro, quanto è grande e infinito il suo pregio; e così tenacemente sia poi custodito, quanto fu duro e difficile l'occuparlo.

Io non venni qui certo per farla con voi da erudito, e rimettervi in mente i gesti gloriosi de' popoli che ognuno conosce ed ammira sin dall'infanzia. Nientedimeno, permettetemi che di passata io vi ricordi quel pugno di gente che abita le ultime arene del mare Germanico; quel picciol popolo Olandese che per la causa nostra medesima insorse e pugnò, ed ebbe ardimento di tener campo contro tutta la potenza spagnuola, tremendissima allora e pressochè smisurata. Quel pugno di gente, o colleghi, proseguì vent'anni la guerra, sostenne rovesci senza numero, tribulazioni senza esempio, e vide con occhio asciutto e spirito fiero ed intrepido diciotto mila de' suoi montare quando i roghi e quando i patiboli. Questo ferocemente vogliono ed operano le nazioni, allorchè ànno vero e santo proposito di sottrarsi al giogo de' forestieri.

Che a questi giorni la Causa Italiana corra pericolo grave non è dubbio; ma ch'ella sia già perduta o prossima ad essere, come osa taluno affermare, io risolutamente lo nego: e qui ciascuno di noi giudica e sente che ciò non è vero; imperocchè ciascuno di noi dispone e sottomette il cuor suo al debito primo ed indeclinabile di tentare ogni prova, reggere ogni travaglio, affrontare ogni rischio per la salvezza comune. Ed è natura di tutti i cimenti, e condizione e legge di tutte le forze morali; è decreto di giustizia, necessità di ragione, ordine di provvidenza, che la ostinata, coraggiosa e magnanima volontà di redimersi e di combattere le oppressioni, esca coronata e felice dal lungo conflitto.

Io so molto bene, che parecchi di noi sarebber saliti in tribuna a pronunziare oggi coteste massime con migliore loquela e con più faconda e potente persuasiva. Ma, d'altra parte, io considero, e i vostri applausi réndonmene certa testimonianza, che la bocca mia ragiona in questo punto e dichiara ciò che ragiona e pensa l'animo di tutti gli astanti. Però son sicuro che a rispetto della Camera intera, io adempio in questo punto non altra opera che quella d'un araldo fedele, il qual riferisce alla moltitudine radunata ciò che viengli commesso di dire, con precisione e semplicità.

Signori, tempo è giunto che noi assumiamo tutta la nostra dignità e la nostra maggioranza, e leviamo l'animo e il senno ad uguagliare l'altezza dei casi, e quella dirò puranco delle sventure.

Roma è virtual capo d'Italia, e nel Parlamento romano è la naturale potestà d'un ingerimento legittimo e salutare in tutti i fatti comuni di tutte le provincie italiane. Se ciò è vero, e la storia e le tradizioni e la pubblica voce e le nostre coscienze e l'universale consentimento il conferma, noi non saremo così vili da ricusare la gravità, le malagevolezze e i pericoli del grande e solenne ufficio.

Prima d'ogni cosa, è debito nostro, o uomini del Parlamento romano, di dichiarare dall'alto di questi scanni e in faccia a tutta l'Europa, che eziandio in vista dell'infortunio di Custoza, in noi non s'è menomata d'un atomo solo la fede piena e inconcussa che abbiamo nella salute d'Italia e nel coraggio de' suoi figliuoli. Per la seconda cosa, o signori, egli appartiene a questo consesso di spegnere affrettatamente le nuove faville di quell'egoismo antico e funesto che à cento volte procurato la ruina della patria, ed è insieme una colpa enormissima e un troppo visibile errore. Quell'egoismo, intendo, che fa credere per passione alle varie provincie d'Italia, e per empietà le fa sperare di salvarsi ciascuna da sè, e nel naufragio comune trovare per sè sola un porto e un asilo. O tutti salvi o tutti perduti; ecco il vero, colleghi onorandi: e il conformarvi i pensieri e le opere non solamente è giustizia e dovere, ma è riconoscere altresì un assioma patente ed irrepugnabile. Egli s'appartiene, per tanto, a noi di svellere con prestezza i germi di cotale egoismo, che pullulano di già e ribarbano in diverse contrade d'Italia; e nel tempo medesimo, spetta a noi di persuadere agli spiriti apprensivi ed irresoluti, ch'ei non v'à cagione niuna di disperare, ma solo di crescere e centuplicar l'energia, il coraggio e l'annegazione. Sopratutto a noi s'appartiene, o colleghi, di dare impulso veemente e dar direzione e coordinazione (quanto in sì fatte cose è possibile) alla sollevazione dei popoli, che qua e là serpendo e avvampando e come vasto incendio allargandosi, supplirà con miglior fortuna alle arti non sempre felici della strategia, e alla sola guerra dei battaglioni.

Sì, replico io, al Parlamento romano compete di buon diritto l'ingerirsi e intromettersi nei comuni negozj di tutte l'altre provincie d'Italia; perchè certamente il popol romano quello si fu che nella presente italica guerra mostrò maggiore disinteresse, adesione più intera, intenzioni più pure e sante e immutabili a rispetto del bene de' suoi fratelli. Per fermo, quando voi vedeste scorrere in copia a Vicenza e a Treviso il sangue de' vostri, pensaste forse di chiedere in ricompensa vantaggio e profitto alcuno o d'oro o di terreno o d'autorità? No certo; e quando testè s'ingrandivano i Reali di Savoja ed insignorivansi con mirabile facilità dei Ducati, della Lombardia e del Veneto; avete voi non dirò pensato ma dentro l'animo concepito un'ombra sola di sospetto e di gelosia? Nessuna. Ditemi ancora: quando per opera e zelo del vostro governo procacciavate di stringere un forte patto di lega tra i Principi della Penisola, avete voi comandato ad esso governo di fare alcuna riserbazione o clausola in vostro favore, e di tener pratica per qualche specie di utilità e di guadagno a queste provincie? No, giammai. Un sol compenso, e una sola mercede voi domandaste, a un sol patto vi atteneste con gran fermezza; vedere libera e indipendente l'Italia. Voi siete, adunque, degnissimi di assumere e reggere il primato morale sulle varie contrade italiane. Di ciò fare io vi chiedo con somma istanza; di ciò vi prego e supplico ardentemente e con lacrime: ciò v'è obbligo e necessità d'intraprendere per la salvezza comune.

E perchè, o signori, le mie parole non tornino in vano suono, e i vostri nobili desiderj non giacciano senz'alcun principio d'effettuazione, io piglio arbitrio di sottomettere alla sentenza del Parlamento le due seguenti proposizioni:

1º Che il Consiglio de' Deputati elegga per iscrutinio dieci de' suoi, i quali in termine di tre giorni gli riferiscano e lo ragguaglino su tutto ciò che si possa indicare, trovare e proporre così al Ministero, come ai Consigli deliberanti, per ajutare in modo efficace e immediato la generale resistenza agli Austriaci e la salvezza di tutta l'Italia.

2º Che il Ministero sia pregato a scrivere di presente a tutti i Governi italiani, invitandoli ed esortandoli, udito ciascuno i suoi Parlamenti, a spedir subito in Roma loro deputati per discutere e deliberare in comune, e sotto l'alto patrocinio di Pio IX, intorno al modo migliore di difendere l'Italia ed accertarne l'indipendenza.[25]

ESORTAZIONE AI ROMANI.

I fratelli vostri di Bologna eroicamente combattono, e voi non movete a soccorrerli? Dunque sosterrete ch'ei, soprafatti alfine dal numero, scemati per le morti, le ferite e gli stenti, e sopratutto scorati dal non vedere prossimi ajuti, soccombano all'armi e al furore de' barbari, e sia l'antica, la dotta Bologna sforzata e manomessa dal ferro e dal fuoco? imperocchè il dado è tratto; o la vittoria, o lo sterminio; questa e non altra è la scelta.

Romani! a voi che sortiste il nome più grande e glorioso del mondo, a voi darà il cuore di assistere a ciò riposati ed inerti come a curioso spettacolo? Sorgete tutti, per Dio! armatevi a popolo, accorrete alle insegne, moltiplicate le file; e scoppi e avvampi di nuovo ne' petti vostri quel divino entusiasmo che di là dalle pontificie frontiere vi sospingeva, or fa pochi mesi.

Siamo prudenti almeno e solleciti di noi stessi, se non giusti nè pietosi inverso i fratelli. Alla Causa Italiana, ben lo scorgete, tramischiasi al presente la nostra particolare; e dentro Bologna si disputa ora la integrità e salvezza degli stati della Chiesa, la tutela delle leggi, la guardia della libertà, la vita degli ordini nuovi, la dignità, la pienezza, la inviolabilità del Pontificato. Quindi il Principe stesso vi comanda e prega di pigliar l'arme per la santa difesa, nè scende oggi lenta e dubiosa sulle vostre spade la benedizione di Pio. Sorgete, marciate. Dietro il romano vessillo seguiranno a frotte i popoli delle provincie, e lo Stato si cambierà rapidissimo in un campo di valorosi; e a voi combattenti nell'antiguardo toccherà la gloria invidiata e bella nei secoli, di avere per ogni parte d'Italia risuscitato l'incendio sacro ed inestinguibile della nazionale sollevazione.

Sì, Cittadini, alle arti compassate della strategia e alla sola guerra de' battaglioni, ecco succede e s'alterna la guerra disperata dei popoli, e quella lotta incessante ed universale d'ogni città, d'ogni villa, d'ogni casolare, che à salvata a' dì nostri la Grecia e la Spagna, e salvò l'Elvezia e l'Olanda. Romani, all'armi. Tutta l'Europa vi guarda!

(Dall'Epoca, 12 agosto.)

AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.

Ricordevole della calda affezione e della stima particolare e costante onde vi piace di onorarmi, io vi chiedo di far luogo nel pregiatissimo vostro foglio alla infrascritta dichiarazione, a dettar la quale sono mosso dalla stretta necessità di difendere l'onor mio; e chiedo insieme a voi ed a' vostri lettori infinite scuse dell'intrattenervi per alcun poco della mia inutile persona in giorni così gravosi e minaccevoli per l'Italia.

Molti o ingannati o maligni vanno spargendo da più tempo, che nell'intimo del cuor mio sta l'intenzione deliberata di rovesciare i presenti ordini dello Stato, e giungere alla fondazione d'un Governo provvisorio; a tale occulto ed ultimo fine rivolgere io le cure e i maneggi, ed alla preparazione sua essermi giovato per ogni guisa del Ministero che da me pigliò il nome. A voci così bugiarde e ingiuriose io non poneva, secondo mia costumanza, nessuna mente. Ma ora mi vien riferito da gente proba e autorevole, ch'esse suonano eziandio all'orecchio d'un personaggio, inverso del quale debbemi stringere, oltre a molti altri nodi, quello soave e perpetuo della gratitudine.

Impertanto, a me corre obbligo di formalmente dichiarare, siccome fo, che a quelle voci manca ogni sostegno di verità, e mai non sono state le mie intenzioni quali si fingono dai tristi o si credono dai corrivi, e che tutto è falso e calunnioso ciò che intorno al proposito si va divulgando.

A due fatti poi si accenna più specialmente da' miei detrattori ed accusatori, siccome a prove e testimonianze delle affermazioni loro; e nemmanco di tali due fatti moverei qui o altrove alcuna parola, quando non fossero raccontati nelle anticamere del Quirinale, ed ancora in più secreti ed alti colloquj. Il primo si è d'avere io questi giorni passati concluso un discorso alla Camera con questa frase per appunto: proporrò ad un estremo male un qualche estremo rimedio. Sopra che, affine di dissipare ogni sinistra interpretazione, bastimi di asserire con pienissima lealtà e fermezza, che i rimedj estremi a' quali pensavo non erano nè un Governo provvisorio nè altra cosa somigliante.

Convertonsi da taluni in secondo capo di accusa le parole che io dissi, e i partiti che io proposi nell'adunanza privata la qual si tenne in Monte Citorio la sera del primo agosto.

Ora, come in quell'adunanza si annoverarono non meno di trenta deputati, e ch'ogni varietà d'opinione e di sentimenti ebbevi rappresentanti ed interpreti, ciò ch'io vi discorsi e proposi mai non si potrebbe nè nascondere nè alterare; quindi alla comune testimonianza di que' deputati mi rimetto compiutamente. Di Governo provvisorio nessuno fece motto, nessuno fiatò; e quelle proposizioni che io metteva innanzi molto risolute e gagliarde come i casi portavano, tanto erano legali e accettabili, che vennero il dì poi con leggier differenza approvate e accettate da entrambi i Consigli deliberanti.

Scrissi, è già oltre a un anno, al Segretario di Stato Cardinal Gizzi e promisigli sull'onor mio, tornando nello Stato Romano, di astenermi da qualchessia modo violento di mutazione, e che avrei con sincerità ed esattezza obbedito alle leggi correnti. Quel che promisi ho attenuto e non cesserò di attenere, sì per debito di onestà e sì per utile della patria comune, a cui nuovi sommovimenti e scompigli farebbero danno e ruina.

Se in Roma si tenne proposito di Governo provvisorio, e nacque rischio fondato di vederlo costituito, fu certo ne' primi di maggio del vertente anno; e non si ignora, credo, da alcuno chi fosse colui il quale contribuì con maggior efficacia e prontezza a rimovere ed a cessar quel pericolo.

Terenzio Mamiani.

Di Roma, li 22 di agosto del 1848.

L'Autore venuto in Piemonte a partecipare agli atti della Società per la Confederazione Italiana, ebbe carico di dettare le due seguenti scritture.

RAPPORTO IN NOME DEI COMMISSARJ DEPUTATI A SCEGLIERE E COMPILARE LE MASSIME DI UN PATTO FEDERATIVO.

Signori.

Allorquando molti Italiani convennero da diversi Stati della Penisola al presente Congresso per tenere l'invito che lor ne fu fatto, e dare un qualche principio alla grande opera della Confederazione; venne per prima cosa al giudizio ed esame dei congregati sottoposto un disegno di Patto federativo; e pochi giorni di poi, un disegno di legge per l'elezione di un'Assemblea, la quale assumer dovesse il mandato speciale ed unico di compilare e sanzionare quel Patto.

Il Congresso posesi tostamente ad esaminare con zelo e diligenza il primo dei due disegni, rendendo grazie particolari e publiche agli autori di esso. Ma la intrinseca malagevolezza della materia aggiunta alla sua novità, e, d'altro lato, il desiderio che molti sentivano di produrre cosa piana, semplice e non impossibile a venire accettata e presto condotta in atto, fecero che le discussioni, mosse non pure da diversi pareri, ma da contrarie tendenze, procedessero lente, sconnesse e oltremodo implicate. Perlocchè, considerandosi da una parte la lunghezza di quel disegno e il breve durare del Congresso, e considerandosi dall'altra che mal si poteva sperare che fossero dai governi e da qualunque Assemblea costitutrice del Patto accolte quelle distinzioni e dichiarazioni così particolareggiate e minute, accadde che la vostra adunanza, dopo aver controversi e ammendati il proemio e i due primi articoli, impose ad una Commissione a ciò deputata di scegliere in tutto il disegno quei capi entro ai quali raccoglievasi la sostanza di un Patto confederativo e la somma delle guarentigie costituzionali; e questo, affine che non mancando tempo al Congresso di discutere e pronunziare, ei valesse a produrre un'opera nell'essere suo compiuta e applicabile.

Apprestatasi la commissione ad adempiere all'ufficio imposto, subito le fu bisogno di usare la facoltà conferitale dal Congresso di mutare cioè in parte il dettato degli articoli che doveva scegliere nel disegno; conciossiachè conveniva esprimere la sentenza loro in modo assai più generale; e similmente doveasi dar loro altr'ordine e altra collegazione.

Con tali rispetti la Commissione à delineate le basi di un Patto confederativo, e ne à definiti i principii e le massime direttrici.

Sembra alla Commissione, o signori, che in tali pochi capi racchiudasi veramente ciò tutto che è sostanziale in un Patto confederativo. E per fermo, se l'essenza di qualunque governo consiste nella mente e nel braccio, o vogliamo dire in una potenza che fa la legge e in una che l'eseguisce; voi trovate nei capi IV, VI e VII[26] la sostanza di ciò che informa ed incardina un potere legislativo indipendente e sovrano, e di ciò che compone le sue principali e massime pertinenze, trattandosi di una Confederazione.

Nei capi I e V, poi, scorgete la sostanza di tutto quello che crea ed ordina il potere esecutivo e ministrativo.

Quanto al capo X, sotto cui si registrano tutte le massime di gius pubblico degne di venir confessate dalla Confederazione italiana, noi volentieri abbiamo seguito pur qui la mente ordinatrice del proposto disegno, la quale non solamente stimò di fare rassegna delle massime pertinenti alle relazioni e corrispondenze fra Stato e Stato, ma di quelle eziandio che fondano da per tutto e preservano la libertà civile e politica, e perciò da ogni liberale costituzione venir debbono professate. In tal guisa lasciandosi a ciascuno Stato ogni arbitrio di foggiare e adattare a sè stesso la propria costituzione, ponsi impedimento perpetuo ch'ei non conculchi giammai nè dimezzi o neghi o dimentichi alcun sacro e imprescrittibile diritto dell'uomo.

La Commissione ha procacciato di segnare e dinumerare cotali diritti e cotali massime di gius pubblico, secondo il concetto più compito e migliore che far si possa oggidì delle condizioni morali e politiche d'un popolo libero ed eminentemente civile; come nei pronunziati che mirano specialmente alle relazioni e corrispondenze fra i varii popoli della Confederazione, ha studiato di raccogliere il più importante e il più pratico di ciò che risguarda i due subbietti predominanti di tutta quella dottrina, che sono Unione e Reciprocazione. Da ultimo, i commessarii vostri ànno aggiunto ai nove capi prescelti e coordinati una disposizione transitoria proposta da un vostro collega[27] e approvata da voi nella tornata delli 22 del corrente mese, e la quale à per fine di subito rendere profittevole alla Causa nazionale e alla guerra santa che sosteniamo il primo adunarsi dei Deputati della gran famiglia italiana.

S'appartiene ora al Congresso di giudicare se questo schema, a così chiamarlo, di Patto confederativo sia degno del suo suffragio. Ma ciò che il Congresso, discutendo la proposta di una legge elettorale, à già risoluto, si è: 1º Che egli desidera che tale schema (esaminato e riveduto innanzi da lui) diventi un limite e una disposizione non alterabile, e sia materia di un mandato imperativo che i Governi consegneranno a coloro a' quali verrà l'ufficio di terminare e sancire il Patto confederativo: 2º Che il particolare disegno di una legge elettorale per la Costituente italiana si conformi e si acconci con esattezza ai principii e alle massime significate nello schema di esso Patto. E intorno a tutto ciò la Commissione si ristringe a far voti perchè la proposta di legge elettorale, tenuta da voi tuttora in consulta e in esamina, non si dilunghi in nulla da tali due vostre risoluzioni, e riesca altresì la più semplice, la più spedita e la più accettabile che mai si possa.

Per soddisfare al presente, o signori, a quell'altro incarico dato alla Commissione, di determinare cioè e descrivere le vie pratiche le quali à da calcare la Società nazionale per la Confederazione italiana, affine che il programma da lei proposto venga sollecitamente ad effetto; sembra alla Commissione non altra cosa dover fare, se non ricordare al Congresso ciò che nel seno della sua Sezione politica fu discusso e deliberato.

Ei vi si ricorda pertanto, o signori, che pochi di sono, alcuno dei vostri colleghi[28] raccomandò al Congresso di non patire che sia disciolto innanzi di aver fermato alcuna cosa di più effettivo e pratico che un nudo programma. E perchè è forza temere che esso pure il programma della Società venga o dimenticato o respinto o al tutto travisato da alcuni nostri Governi d'Italia, dato ancora che non gli manchi l'assentimento e la lode della nazione, fa gran mestieri, diceva quel vostro collega, di porre in consulta la infrascritta proposizione: — Comunicato e raccomandato nei debiti modi ai Governi il nostro programma, fatto lor sentire e conoscere la necessità di adempire il voto comune intorno alla convocazione di una Dieta di governi e di popoli e all'effettuazione di un Patto confederativo, trascorso non picciol tempo senza vedere incominciamento buono dell'uno e dell'altro; qual cosa resta da procurare e da tentare alla Società nazionale per giungere senza tumulto e rivoluzione all'intento suo? —

Udita cotal proposta, fu da molti con alacrità disputata, e parecchi spedienti e trovati vennero suggeriti pel conseguimento del fine. Pareva ad alcuno che imitar si dovesse la radunanza di Haidelberga, la quale in assai pochi giorni si trasformò in un'Assemblea costituente, riconosciuta e obbedita per tutta Germania. Alcun altro escogitava la convocazione di un consesso nato e formato dal suffragio universale, tacendo però il modo di poter radunare le moltitudini e raccoglierne ordinatamente il voto, contro il divieto dei Governi. Alcuno voleva si facesse richiamo ai Circoli tutti politici per l'Italia disseminati, e dal grembo loro uscissero i deputati alla dieta. In fine, l'autore della soprascritta proposizione, avuta facoltà di parlare, e incominciato dal ribattere ed eliminare ciascuno dei partiti sopra accennati, definì e descrisse due modi, i quali insieme congiunti e coordinati egli reputava molto efficaci, ed anzi, a dir vero, i soli da potersi rinvenire ed usare secondo le vie legali e pacifiche. Il modo primo, disse egli, essere la forza crescente dell'universale opinione; il secondo, un richiamo gagliardamente fatto ai Parlamenti italiani, e un'azione speciale ed assidua sopra essi esercitata. Doversi moltiplicare la forza dell'opinione con lo spandere rapidamente e in guisa ben regolata la Società nostra in ogni provincia, in ogni città, e, se puossi, in ogni borgata, e col darle ajuto continuo di stampe e pubblicazioni periodiche sotto forma di gazzette, di lettere, di catechismi e simili scritti popolari, atti e convenienti a diffondere e radicare in tutte le menti un solo concetto e in tutti gli animi un sol desiderio. Doversi moltiplicare altresì quella forza coll'apporre a memoriali diretti così ai Governi come ai Parlamenti migliaja e migliaja di soscrizioni e più di una volta rinnovellate. La quale opera non bastando, e proseguendo tuttora la resistenza al desiderio comune e al diritto che lo sostiene, doversi allora por mano al secondo modo, e sperimentare ogni via ed ogni arte perchè in un parlamento almeno della Penisola il programma della Società nazionale trovi pluralità di suffragi. Non sorgere appo noi fra i Governi e i popoli altra autorità intermedia legale e dalle moltitudini riconosciuta, salvo che i Parlamenti, i quali tutti o parte di loro od uno almeno impossessandosi del gran fatto, e proponendo e vincendo il partito che si richieda ai Governi italiani l'attuazione di una Dieta e d'un Patto secondo le massime della Società, divenire certissimo che al Programma di lei accrescerebbesi oltre misura il credito e l'efficacia, e sarebbe consegnato a mani siffatte che possono, tentata prima ogni via legale e conciliativa, condurlo all'atto da per sè medesime, e senza grave e pericolosa perturbazione. Diffatto, potere quel solo Parlamento o più d'uno con lui risolvere e decretare, che certo numero di Deputati da lui prescelti s'adunino in tale o tale città, per quivi deliberare intorno al Patto confederativo. E del resto, parere impossibile che una determinazione così ardita e notabile, e un esempio così generoso come quello sarebbe, non traesse dietro di sè, prima gli altri Parlamenti, poscia i Governi più illuminati, in ultimo tutta la Nazione. Tale fu il parere allora significato da quel vostro oratore, al quale aderì pienamente il maggior numero degli astanti.

La Commissione vostra facendovene ora esatta e particolareggiata menzione, siccome n'ebbe l'incarico, si piace d'aggiungere ch'ella pure si accosta con piena fiducia al parere del vostro collega. E però vi propone, dando subito un qualche cominciamento all'impresa, d'inviare il nostro programma così a ciascun Governo, come a ciascun Parlamento italiano, accompagnandolo con parole validate da tutte le vostre sottoscrizioni, e proprie ed acconce a far bene intendere quale sia il concetto, quale il desiderio che vi conduce; e come la necessità estrema dei tempi vi astringe a pregare ed insiememente esortare con istanze caldissime perchè l'opera loro s'affretti, e non vogliano tanta parte della salute d'Italia o negligere o trattare con tepidezza, o permettere che i demagoghi tumultuando la guastino e la snaturino, e sia cagione di discordia e di sangue ciò che dovrebb'essere di fratellanza e di pace. A cotesto primo atto della Società e del Congresso, la Commissione spera e desidera che conseguiti altra maggiore dimostrazione del nostro voto comune. Egli occorre, come notammo qui sopra, che ogni città, e, se è cosa fattibile, ogni borgata e villaggio possieda fra breve una Giunta della vasta e sempre crescente Associazione nazionale, e che per opera di tali Giunte vengasi prestamente ad apporre infinite sottoscrizioni al nostro programma; il quale così fregiato e rinvigorato della spontanea ed universale adesione dei popoli, tornerà ai Governi ed ai Parlamenti con acquisto immenso di morale forza ed autorità.

In risguardo poi dell'azione speciale e incessante che esercitar conviensi sui Parlamenti per condurne alcuno a favoreggiare il programma e disporsi ad effettuarlo; in ogni Giunta della Società nazionale se ne terrà particolare consiglio, e si vorrà profittare d'ogni circostanza, spiare qualunque occasione, usare d'ogni mezzo legale e d'ogni arte onesta e non vile, che la prudenza, l'ingegno, lo zelo, l'attività e la perseveranza forniscono e insegnano; ed a tutte queste parziali e locali industrie e provvedimenti darà poi direzione e collegazione continua quella gerarchia che di necessità costituir fa bisogno in seno di una società vastissima e numerosissima.

Se poi (il che tolga Dio) ai partiti che vi sono proposti, o signori, non seguisse verun effetto notabile, rimarrebbe allora a ciascheduno di noi il dovere di ristringersi colla propria coscienza, e deliberare e risolvere qual sia l'officio del buon cittadino, quando ogni via legale si chiude, ogni espettazione è frustrata, ogni longanimità è senza frutto.

PROGETTO DI UNO SCHEMA D'ATTO FEDERALE, REDATTO DAL CONGRESSO NAZIONALE PER LA CONFEDERAZIONE ITALIANA, RADUNATASI IN TORINO IL 10 OTTOBRE 1848.[29]

Allo scopo di creare unità nella vita politica dell'Italia, di stabilire e difendere l'indipendenza, di conservare la pace interna, di tutelare ed ampliare le libertà politiche e le utili istituzioni civili, e di promuovere l'agricoltura, l'industria ed il commercio, il Regno dell'Alta Italia, il Gran Ducato di Toscana, lo Stato Pontificio, il Regno di Napoli, il Regno di Sicilia, si riuniscono a costituire la Confederazione Italiana.

I patti e le norme di tale unione hanno per base i principj e le massime che qui seguono:

§ I. La Confederazione ha un esercito, una flotta da guerra, un tesoro ed una rappresentanza diplomatica all'estero.

§ II. La bandiera federale è la tricolore italiana.

§ III. La Confederazione è rappresentata da un'autorità centrale, composta d'un Congresso legislativo e d'un Potere esecutivo permanente.

§ IV. Il Congresso legislativo è composto di due Camere; nell'una ogni Stato è ugualmente rappresentato; nell'altra la rappresentanza è proporzionale alla popolazione.

Le due Camere saranno elettive. L'elezione della prima apparterrà ai poteri costituiti di ciascuno Stato. Quella della seconda, ai popoli. A tal uopo l'Assemblea Costituente promulgherà una legge elettorale comune.

§ V. Il Potere esecutivo è composto di un Presidente responsale, con un Consiglio di Ministri similmente responsali. Il Presidente è nominato, a tempo, dal Congresso legislativo. I Ministri sono nominati dal Presidente.

§ VI. Appartiene al Congresso di proporre e deliberare sopra ogni materia d'interesse generale della Confederazione.

§ VII. S'appartiene pure al Congresso d'intervenire:

1. Nei casi di collisione fra uno Stato confederato e l'estero;

2. Nei casi di grave contesa fra Stato e Stato della Confederazione;

3. Nei casi di perturbamento nell'interno d'uno Stato, qualora ad impedire la guerra civile riescano insufficienti i poteri quivi costituiti;

4. Nei casi di violazione del Patto federale.

§ VIII. Non esisteranno dogane fra Stato e Stato. Il sistema comune doganale rispetto all'estero sarà fondato su principj di libero commercio, salvi gli opportuni temperamenti transitorj.

§ IX. Una legge provvederà all'istituzione d'un supremo tribunale federativo per giudicare:

1. Le controversie di diritto fra Stato e Stato;

2. Le controversie fra i singoli Stati e il Governo centrale federale.

§ X. La Confederazione riconosce come massime di gius-pubblico in tutti i suoi territorj:

1. Libertà di stampa;

2. Libertà individuale;

3. Massime guarentigie giudiciali: non giurisdizioni nè procedure eccezionali;

4. Libere istituzioni municipali;

5. Diritto di petizione individuale e collettivo;

6. Diritto di associazione;

7. Uguaglianza civile politica, non impedita da differenza di religione;

8. Libertà politica guarentita dalle forme rappresentative e dalle armi cittadine;

9. Responsalità ministeriale;

10. Svincolameto della proprietà fondiaria;

11. Promozione dell'educazione e beneficenza popolare;

12. Agevolamento della reciprocanza dei diritti politici;

13. Ammissibilità di ogni cittadino della Confederazione italiana a tutti gli uffici di qualunque Stato della medesima;

14. Promozione dell'uniformità in quelle istituzioni che importano relazione di diritto civile fra i cittadini de' varj Stati;

15. Abolizione della pena di morte in materia politica.

Disposizione transitoria.

L'Assemblea Costituente, innanzi di procedere alla discussione e compilazione del Patto, proclamerà solennemente l'esistenza della Confederazione italiana, e l'accettazione dei principj e delle norme qui sopra descritte. E oltre a ciò, proporrà e delibererà sui provvedimenti comuni richiesti dall'urgenza dei casi e dalla necessità della guerra italica.

Presidenti. Mamiani Terenzio. — Gioberti Vincenzo. Romeo Giovanni Andrea.

Vice-Presid. Perez Francesco. — Bonaparte Don Carlo. Leopardi Pietro.

Segretarj Gener. Freschi Francesco. — Borsani Giuseppe. Brignone Giovanni Edoardo.

AL RE CARLO ALBERTO il Congresso della Società Nazionale per la Confederazione Italiana.

Sire

La Provvidenza per nuove ed arcane vie affretta e matura la salvezza d'Italia. Un popolo forte e animoso combatte sul Danubio quel nemico medesimo che noi sul Po e sull'Adige abbiam combattuto. Ecco nelle mani di Jellacich rompesi quella spada che dovea solo ringuainarsi dopo avere le membra del guasto impero tornate alla soggezione degli oligarchi. Ma questi non meno abborriti in casa che fuori, affogan di nuovo nel proprio sangue, e Vienna è testimonia d'una seconda e più terribile vittoria del popolo. Oltre di che, per confusione profonda dei Barbari, e consolazione non pure nostra ma di tutte le genti e dell'umana giustizia, egli piacque lassù che cagione, principio e sostenimento del notabile fatto fosse una schiera di quegl'Italiani sfortunatissimi che l'Austria a colpi di verghe costrigne a guerreggiare la patria e puntellare la sua tirannide. Ma la voce dei lontani fratelli penetrò nel cuor loro, e sentirono e riconobbero che il servaggio Ungherese saria primo anello alle dure catene d'Italia.

In tal guisa, o Principe, la Provvidenza ripara con patenti prodigi gran parte dei danni che il peccato non vostro ma della sola fortuna rovesciò sopra alle armi italiane, e che il vostro petto magnanimo con fermo e sereno coraggio sostenne. Noi sappiamo, o Sire, che ferve nell'animo vostro un'impazienza eroica di prontamente giovarvi delle prospere congiunture, e voi solo (sia lode al vero) o pochi altri con voi non avete guari dubitato delle sorti d'Italia: sicchè, aspettando tuttora dal congresso di Brusselle patti e proferte di pace, mai non avete tolta la mano d'in sull'elsa della spada, e mai non vi esce della memoria l'impavido precessor vostro Emanuele Filiberto; il quale assalito e spinto fuor dello stato, e perduta ogni sua provincia, non disperò, ma riebbesi animoso, e vinse e ricuperòlle. A voi, pertanto, debbe accrescere se non valore ed intrepidezza, conforto almeno e compiacimento lo scorgere a chiari segni, come non solamente ne' popoli vostri ma in tutti gli altri della Penisola sorge ora la stessa impazienza di ripigliare le armi, e romper col ferro i nodi e i viluppi dell'astuta diplomazia. Il Congresso della Società Nazionale per la Confederazione Italiana, che parla a voi rispettosamente per la nostra bocca, ve ne rende ampia e sicura testimonianza; imperocchè, componendosi esso di cittadini qui accorsi e adunati da ogni provincia del Bel Paese, fanno credenza interissima del volere e sentire di quelle. Di giorno in giorno, anzi, a dir più vero, d'ora in ora aumenta e moltiplica il desiderio e la brama ansiosa d'un nuovo conflitto; e una profonda voce dell'anima fa a tutti pensare e conoscere, che l'oscitanza e gl'indugi tanto sono funesti alla Causa nostra, quanto giovano quella degli avversarj. Lode a Dio, o Principe, comincia ad avvampare nei petti italiani una generosa vergogna di aver preso sgomento grave d'un subitaneo disastro, quale arrecano per ordinario le guerre ostinate e non brevi. Eglino, già ricreduti delle troppo vive speranze riposte in altrui, tornano con magnanima risoluzione ad aver fede unicamente in sè stessi. Tal fede, o Sire, riuscirà cotanto più salda e incrollabile, quanto, non di mobil fortuna, ma sarà figliuola di costanza e virtù; e quanto sono moltiplicate le ingiurie e le ferocie dei Barbari; quanto lo sdegno trabocca ora più veemente e legittimo; quanto l'onore delle armi, la gloria del nome italiano, il sangue dei fratelli non vendicato, il frutto di amarissimi sacrifici non ancora raccolto, la necessità stessa dei mali presenti e la certezza ed enormità dei futuri, ci costringono oggimai a combattere con salutare e invincibile disperazione. Il Congresso della Società Nazionale offre e promette alla Maestà Vostra di concorrere alla santa impresa con tutti que' mezzi che le facoltà proprie non solo, ma l'ardore, l'efficacia, lo sforzo e l'ostinazione d'uno zelo operoso e incolpevole sono capaci di porre in atto. La stella che la Maestà Vostra aspettava tiene il mezzo del cielo: trenta secoli di civiltà le hanno preparato il cammino.

Qui, per l'ordine del tempo, intramettiamo l'opuscolo che venne in luce il 49 in Roma, e fu nell'anno medesimo ristampato dai fratelli Pagano in Genova, con Appendice e Documenti, e con una prefazioncella di mano dell'Autore. In questa nuova pubblicazione v'à di giunta alcun documento e parecchie note.

DUE LETTERE DI TERENZIO MAMIANI,

L'UNA A' SUOI ELETTORI,

L'ALTRA ALLA SANTITÀ DI PIO IX.

Le nuove accuse e persecuzioni dalle quali viene infestato e oltraggiato l'Autore di queste lettere, lo persuadono a ristamparle, e a meglio chiarirne il concetto con qualche nota e documento. E ciò, non perchè gli atti di sua corta vita politica valgano l'attenzione e considerazione del secolo, pienissimo di cose grandi; ma solo perchè coloro a cui giungesse voce di lui, de' suoi scritti e dell'altre opere sue, non disconoscano le intenzioni rette ed i fini egregi a cui sempre à mirato con integrità di mente e di animo. Egli non si dorrà mai di vivere oscuro, come comporta la sua mediocrità e insufficienza; ma non vuol tollerare che altri procacci di ucciderne per tempo il nome con la calunnia. Nè debb'esser lecito a coloro i quali ingrassano oggi delle sventure della Nazione, il mentire con impudenza, solo perchè spogliano l'avversario d'ogni facoltà di rispondere, e gli appuntano alla gola le bajonette forestiere. Lecito non debb'esser loro di accusare gli onesti senza giusto richiamo d'alcuno, e senza trovare chi li sbugiardi solennemente, e li disusi dal vezzo che van pigliando di attribuire il titolo di agitatori insidiosi dell'ordine[30] a gente la quale ogni cosa à procurato e tentato appunto per ricomporre l'ordine, far cessare le differenze, scansare gli eccessi. Il che a nessuno è più manifesto che ad essi medesimi detrattori, i quali nelle ultime rivolture d'Italia e di Roma, caduti in odio all'universale e però venuti in paura estrema di raccogliere alfine il merito loro, mai non finivano di ringraziare e lodare di moderazione, giustizia, bontà, modestia e ogni bene l'Autore di queste lettere. Del rimanente, egli stima che non dovrà correre moltissimo tempo perchè si veda chiaro ed aperto da qual sorta di cittadini si commetta opera veramente perturbatrice e sovvertitrice dello Stato: se da quella, cioè, che trascina oggi Pio IX sulle fallaci orme del suo predecessore; ovvero da quella che a mani giunte il pregava di compiere la ben cominciata impresa, separando al possibile le due potestà, e non avversando negl'Italiani il legittimo desiderio di costituirsi in pieno e sicuro essere di Nazione.

TERENZIO MAMIANI A' SUOI ELETTORI.

Le Camere sono dal presente Ministero state prorogate, o, a dir più giusto, disciolte; dappoichè invece loro vien convocata un'Assemblea generale, a cui si commette il pieno riordinamento delle pubbliche cose.[31] A me corre pertanto l'obbligazione, o concittadini elettori, di dichiararvi, almeno in compendio, come abbia io sostenuto il nobile ufficio che mi affidaste, eseguito il geloso vostro mandato, raccolte e interpretate le vostre opinioni, difese in ogni frangente le prerogative e i diritti che vi appartengono Ma innanzi ogni cosa, perchè a voi sia fattibile il giudicare equamente dei consigli e delle opere mie, pregovi di ricordare, che queste provincie romane vivono in condizione civile e politica affatto speciale e straordinaria, e si differenziano perciò da tutte le altre del mondo. A noi popoli dello Stato Ecclesiastico, il conseguire od il conservare quegli istituti liberali di cui l'Europa e le Americhe godono oggimai con saldo possesso, è impresa non pure assai malagevole e travagliosa, ma non mai compita e non mai sicura dell'avvenire. Ciò accade principalmente perchè altrove, presupposta la generalità e maturità di certe opinioni, le libertà pubbliche sono conquistate e fermate per sempre, mediante la mutazione d'alcuni fatti, e abbattendo l'armi prezzolate e l'altre materiali difese che il dispotismo si tiene intorno. Ma contro di noi, sta tutto intero un sistema antichissimo di dottrine e d'interessi, il quale si vuol far parere da molti una seconda religione, ed un tessuto mirabile non di pensieri e credenze assai controverse, ma di dogmi assoluti e intangibili. E, per esempio, è dogma assoluto ed irrepugnabile per cotestoro, che la sovranità temporale dei Papi abbia origine miracolosa, e proceda dai più alti e profondi decreti della Provvidenza, la qual vuole con essa difendere e tutelare la Chiesa, e accrescerle autorità e splendore. Perciò, in quel mentre che in qualunque contrada civile cessa ai dì nostri di venir confessato e creduto il diritto divino dei principi, la potestà temporale dei Papi ne rimane necessariamente e perpetuamente investita. Perciò pure, ogni libertà e franchigia costituzionale che godano o sien per godere i popoli dello Stato Romano, non muove da alcun diritto naturale in essi riconosciuto, ma è dono e largimento spontaneo e revocabile del principe, il quale in sostanza permane mai sempre arbitro supremo e signore assoluto del tutto. Un altro dogma da cotestoro professato si è, che alla sovranità temporale dei Papi conviene una ragione di stato ed una politica diversissima da quella di ogni altro monarca. Nel vero, i Papi, ricordevoli delle prove guerresche riuscite loro quasi sempre infelicemente, non muovono l'armi al dì d'oggi contro a nessuno, non si stringono in leghe, non entrano a parte di alcuna impresa generosa o di terra o di mare, e serban sè stessi in una perpetua neutralità ed immobilità; laonde avviene che gli Stati della Chiesa si separano affatto dalla sorte degli altri regni e non appartengono propriamente ad alcuna nazione, ma tutte le genti invece si debbono accordare a rispettarli e a difenderli; e dove non succeda l'accordo, essi vanno in fascio senza rimedio; e dove succeda, rimangono alla discrezione di chi li ajuta. E però, conviensi porre gran cura che vicino a loro non sorga alcun potentato così poderoso ed armigero da tenerli in sospetto e timore continuo di dipendenza; considerato che alle loro popolazioni tocca di rimanere perpetuamente inermi ed imbelli, e le provincie sono aperte ed apparecchiate ad ogni invasione. Forse l'Italia spartita in più regni e incapace di farsi nazione giova all'indipendenza degli Stati Ecclesiastici; come lor giova assaissimo che i principi più formidabili sieno disposti a proteggerli, in contraccambio del gran sostegno che l'autorità regia e assoluta riceve ora dal papato. Del rimanente, sentenzian costoro, il dominio temporale dei Papi à da natura e per debito d'informarsi tutto quanto della potestà spirituale, ed intendere in ogni cosa a favorire e servire la Chiesa, ed essere il suo braccio e il suo scudo. Perlochè quei fatti e quelle opinioni che la Chiesa censura e altrove non può colla forza impedire, ben li dee impedire con la forza nel proprio Stato; e similmente, quei precetti spirituali che altrove legano e stringono le sole coscienze, la Chiesa nel proprio Stato fa ubbidire e osservare con tutti i mezzi prepotenti di cui il principe si vale e dispone. Laonde v'à certe libertà sostanziali e che dell'altre son fondamento, come, exempligrazia, quella dello stampare e del divulgare, e quella del non soffrire costringimento nella scelta nè nella professione del culto, ambedue le quali in Roma non possono entrare; ed anzi vi sono dannate ed abbominate, e l'encicliche pontificie ne scrivono ogni maggior male e chiamanle detestande. Del pari, di quelle altre franchigie civili e politiche, e di quelle istituzioni popolaresche che dovunque ora vanno sorgendo e convalidandosi, una porzione molto scarsa e in rigido modo temperata ed attenuata può accettarsi da Roma; alla quale veramente, per la libertà pienissima della Chiesa, occorre una libertà pienissima di comando. In fine, per questa ragione medesima della lega e contemperanza dello spirituale col temporale, ogni moto politico il quale intendesse a mutare le forme ministrative e a sottoporre il principato a leggi e ordini ristrettivi, à negli Stati della Chiesa nome e valore di sacrilegio, e sacrileghi ne sono tutti gli autori, e sul capo loro balenano minacciose le folgori del Vaticano.

Tale è il sistema e tali gli adagi e le massime che sino a jer l'altro (può dirsi) ànno governato la sovranità temporale dei Papi; la quale, segnatamente negli ultimi tempi, quanto più scorgeva sè stessa debole e minima a rispetto dei gran potentati, e sentivasi combattuta e scossa nell'interno suo seno da incessanti macchinazioni e congiure, tanto più si opponeva con ira profonda allo spirito di libertà, ed all'apparenza perfino delle liberali istituzioni.

Ora, i popoli sempre facili a sperar bene e il passato dimenticare, credettero (voi vel ricordale, o concittadini) che tutto ciò dovesse mutarsi all'assunzione di Pio IX. E certo egli accadeva così, dove avesser potuto bastare all'impresa la bontà specchiata, le intenzioni purissime, la infinita soavità e mitezza di quella bell'anima; e d'altra parte, fosse stato presente agli spiriti più caldi e animosi, come non si spianta in un giorno solo quello che i secoli ànno radicato, e come l'impeto e la violenza non ajutano a consumare le cose le quali si reggono nella fede.

Ma lasciando ciò stare, certissimo è, che i nuovi e risoluti pensieri dei nostri popoli doveano presto venire in lite con quel sistema di cui ho discorso, e i cui settatori nè per le mutazioni sopravvenute in tutta Europa, nè per le riforme di già compite, nè per lo Statuto medesimo promulgato, erano tanto o quanto disposti a modificare le lor viete dottrine, e sopprimere una sola di loro ambigue giurisdizioni. Voi ben sapete che il primo patente conflitto scoppiò al pubblicarsi dell'allocuzione pontificale del 29 di Aprile, in cui venia riprovata e interdetta la guerra vivissima che le truppe nostre e il fiore de' nostri giovani, mescolati con Subalpini e Toscani, combattevano di là dal Po contro gli stranieri, a fine di riscattare l'Italia e in essere di nazione rivendicarla. I Romani, che tra le file de' Volontarii annoveravano chi il figliuolo, chi il padre, ognuno un parente o un amico, fieramente se ne sdegnarono. La città turbata e sconvolta diè di piglio alle armi, s'impossessò del Castello, mise guardie a tutte le porte, ad ogni crocicchio; proruppe in minacce di morte contro ai prelati che s'imputavano di avere mal consigliato il Pontefice, e sulle piazze e per tutto parlavasi aperto di dare al governo altra forma e altro capo.

Allora fu, come vi è noto, che la Santità Sua si degnò di chiamarmi, e dopo seguito un lungo colloquio in presenza dei cardinali Altieri e Antonelli, mi diè quella il carico di comporre un Ministero tutto di laici, e dal quale fossero per concessione nuova trattati eziandio gli affari esterni secolari. Io, quantunque conoscessi assai nettamente che il conflitto era per rinnovarsi infinite altre volte, e nessuna vittoria formale essersi guadagnata sulle pretensioni e le massime del sistema sopradescritto; pure, volendo la fortuna che il nome mio avesse in quei giorni arbitrio di racquetare la città e ricomporre l'ordine pubblico, e considerando la gran ruina che cagionava l'abbandonarsi affatto da noi Romani la guerra dell'Indipendenza, accettai la datami commissione; e mercè della cortesia ed annegazione degli onorevoli miei colleghi, venne il dì dopo costituito il nuovo governo, e la città e le provincie quasi per incantesimo ricondotte all'usuale tranquillità. Fu in sulle prime nostra gran cura, non potendo mettere in atto se non la minima parte delle riforme ed innovazioni che i tempi chiedevano, di significare almeno e dichiarare in faccia all'Italia ed al mondo cattolico, qual modo noi credevamo più razionale insieme e più pratico per conciliare le differenze, mettere in buon accordo lo spirito dell'autorità assoluta e quello della libertà, convertire tutte le forze dello Stato al fine massimo e santo dell'Indipendenza nazionale, e cavare dalle condizioni speciali di Roma e della civiltà sua un principio eterno ed universale d'inconcussa moralità e di vero sociale perfezionamento: conciossiachè io scorgeva assai manifesto, che alle tante ed inopinate rivolture d'Europa mancava la fede profonda nel bene e nella giustizia, il concetto chiaro degli uffici e delle virtù cittadine, e il sentimento vivo, operoso ed assiduo del dovere.

Le quali tutte cose noi pronunziammo in uno scritto che, il 9 giugno del 1848, aprendosi per la prima volta i Consigli deliberanti, leggemmo pubblicamente dalla tribuna, e fu domandato il programma del Ministero. In esso proposesi quella sola ed unica forma di concordia e armonia sincera e durevole fra la libertà e il papato, la qual consisteva principalmente a distinguere e separare al possibile nella persona medesima il regno spirituale dal temporale; e che il primo si esercitasse dal Pontefice immediatamente con ogni pienezza di autorità, l'altro fosse delegato in massima parte e lasciato all'arbitrio delle due Camere, e dell'opinione più generale e più savia. Il perchè, «se il governo rappresentativo (diceva il Programma) non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.» Dalla quale separazione leale e profonda sarebbersi in ultimo originati quei due gran beni che il mondo moderno desidera e spera di effettuare; cioè a dire, che la religione s'adusi a vivere in mezzo alla libertà, e che questa si purghi, s'infiammi e nobiliti nella religione. In tal guisa poteva da Roma procedere un influsso nuovo e universale di civiltà, e noi Italiani ripigliare qualche insigne porzione della preminenza antica. Essendochè «non sempre (affermava quel nostro scritto) la grandezza dei popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. Epperò, in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose.(A)[32]

Ma tutto ciò non fu che un voto, e una professione accademica di principj: nel fatto, il Ministero che da me prese il nome, sostenne dai partigiani del vecchio sistema tal guerra e così contumace e furiosa, da rendere vano ogni accordo e impossibile ogni transazione. E perchè v'abbiate, o concittadini, un saggio della tenacità e ignoranza con cui le intenzioni nostre e i disegni e le opere si combattevano e denigravano, vi basti di sapere quello che dissero e fecero contro una delle più pure e sante e insieme delle più civili e lodevoli istituzioni da noi proposte, io vo' parlare del Ministero della pubblica beneficenza. Qual cosa, in nome di Dio, era più conveniente a un Pontefice, che dare al mondo l'esempio di reputare la pubblica beneficenza e l'educazione del popol minuto una materia sì degna e pia e sì grave e sollecitosa, da doversi raccogliere in un ministero speciale e a quella sola materia applicato? Massimamente che, nella nostra proposta di legge, gli ordinamenti, i metodi e le pertinenze date a quel ministero mostravano con quanta saviezza (sia lecito dirlo) erano scansati i due scogli in cui rompe il presente secolo; di accettare, cioè, come praticabili e vere mille funeste utopie; o, per lo contrario, di non degnare neppur di uno sguardo quelle quistioni che versano peculiarmente sulla condizione e la sorte delle classi più disagiate, quasi bastasse per attutire e sopprimere i fatti il non tenerne conto e il non ragionarne. Ma gli avversarj nostri ci accusavano al Principe di favorire e promuovere il socialismo, e che era mio pensiero ripetere in Roma le prove sfortunatamente fatte dal Blanc in Parigi.(B)

Con tutto ciò, io non mancava, o concittadini, nè alcuno de' miei colleghi, di sostenere la lotta animosamente, e di proporre in Parlamento profittevoli leggi, seguendo una ragione di stato schietta, generosa e manifestamente amica d'ogni legale progresso. Avanzarsi all'acquisto di più larghe franchigie, svolgendo e applicando le già conseguite, e avvezzando i popoli all'osservanza scrupolosa della legge e del dritto. Iniziare la vita politica vera, sì con l'esercizio intero e comune delle libertà municipali, e sì faticando all'educazione delle povere plebi, e attraendole col benefizio e con l'istruzione inverso i nuovi istituti. Comprimere le sètte, fomentar la concordia, in nulla cosa operare come fazione, ma sempre e in tutto come tutela comune e imparziale. La diplomazia, franca, leale e severissima osservatrice dei patti; come fu mostrato nella capitolazione di Vicenza e Treviso, contro il volere di molti, e il fatto e le suggestioni d'altra Provincia italiana. Primo d'ogni mezzo governativo, la moralità e l'esempio. Suprema cura, l'Indipendenza nazionale e ajutare l'armi di Carlo Alberto senza gelosia e secondi fini, con fede e disinteresse di buoni italiani.(C) A queste mire salutevoli ed alte io volgea la mente e l'azione, allorquando sopraggiunse il gran disastro di Custoza. Il quale richiedendo partiti forti e ricisi, furono dal Ministero risolute alcune proposte di legge da recarsi ai Consigli, vigorose, efficaci ed ai casi proporzionale. Ma dal Principe non vennero consentite. Perlochè apparendo chiaro a me ed ai miei colleghi di non potere più oltre servire lo Stato senza diservire l'Italia, uscimmo dal Governo, e commettemmo quel dì medesimo ad alcuni amici e fautori di recare invece nostra quelle proposte dinanzi alle Camere. Così ebbe fine il Ministero dei 2 di maggio, al quale insino all'ultimo durò ostinato e fedele il favor popolare. Tornato io ai semplici uffici di deputato, credo che non vi siano cadute della memoria parecchie provvisioni da me suggerite e discusse nel Parlamento, e da esso accettate, con sempre un fine medesimo, il quale era di por mano dal lato nostro a tutti i mezzi operabili e a tutti gli spedienti arditi ed insoliti per ristorare la fortuna delle armi italiane Io fo conto che tra voi, cittadini, non sia nessuna di quell'anime fredde e accidiose cui parve allora cosa ridevole che, per virtù d'una mia proposta, le Camere e il Ministero invitassero le moltitudini a crescere e raddensare le file de' nostri soldati, e a combattere tutti alla disperata e per ogni dove contro gli Austriaci. Ma che io non proponessi e le Camere non approvassero alcun concetto vano e fantastico, ben lo provarono i Bolognesi, che soli, inermi e disordinati, cacciarono pur nondimeno dalle porte loro molte migliaja di Tedeschi agguerriti, e per fresca vittoria orgogliosi e feroci. Dal qual fatto è lecito di trarre misura di quello che l'ardore de' nostri popoli avrebbe adempiuto se ajutavali prontamente e gagliardamente il Governo.

Ma i nostri avversarj avevano fermo in cuore di non dare alcun esito alle deliberazioni del Parlamento; il quale, perchè non mai desisteva dal suo proposito e sempre ragionava d'Italia, d'indipendenza e di guerra santa, venne alfine prorogato. Io non mi spiccherò punto dal mio subbietto per raccontarvi come tornato, o compaesani, in mezzo di voi, e fatto pensiero di ripigliare gli antichi studj, mi giungesse invito di recarmi in Torino per assistere di persona a un congresso promovitore della Confederazione Italiana; e come ciò parendomi cosa di gran momento e promettitrice di sommo bene alla patria nostra, io reputassi di dovermi subito metter in via, e sostenere nuovo disagio e fatica.

A voi debbo unicamente e insino alla fine dar conto esatto del vostro mandato. E però vi dico, che giacendo io infermo in Genova di non leggier malattia, pervennemi notizia, che in una grave e sconcia sommossa accaduta in Roma il dì 16 di novembre, s'erano al Santo Padre proposti dal popolo alcuni nomi per un Ministero nuovo, e che il mio era in capo di lista. Colpito dalla singolarità del caso più che da altro pensiero, mossi affrettatamente da Genova, e per via fummi recapitata la lettera in cui, per dispaccio dell'Eminentissimo Segretario di Stato, io veniva dal Papa chiamato a reggere il ministero delle corrispondenze esteriori. Similmente, m'istruivano le gazzette, che i desiderj del popolo non erano andati più oltre di quel Programma che io leggeva già in Parlamento; e solo, facevasi domanda calorosa e formale di vederlo eseguito con lealtà e per l'appunto. D'altra parte, osservando io che nella lista proposta dal popolo il Principe avea cancellato alcun nome e supplito con altri in essa non designati, e che similmente in luogo dell'Abbate Rosmini non accettante avea posto il Decano di Rota Monsignor Muzzarelli, mi recavo a credere che Sua Beatitudine volesse con tali mutazioni mostrare, non avere in ultimo nella formazione del Ministero preso consiglio da altri che da sè stesso. Ma giunto in Roma (il che fu otto dì incirca dopo i tristi casi del 15 e 16), mi avvidi subitamente, che niuna cosa era concordata e accettata, quantunque molte apparenze il contrario annunziassero; e però, non volendo io tornare con eziandio peggior condizioni al conflitto e travaglio del primo mio ministero, mi risolveva del tutto a non consentire all'offerta; quando il 25 a mattina, Roma fu piena della subitanea e soppiatta partenza del Papa. Allora, considerando il pericolo grave in che rimanea lo Stato di non avere chi lo reggesse, e di nuocere notabilmente al successo della Causa Italiana; e considerando più ancora, che il Papa, in luogo d'ogni ordinamento e d'ogni disposizione acconcia al bisogno, erasi ristretto, partendo, a raccomandare al Ministro Galletti e a tutti gli altri Ministri l'ordine e la quiete della città, secondo che vedesi scritto nella lettera autografa al signor Marchese Sacchetti; a me parve quasi atto di pusillanimità il persistere nel rifiuto, e quel dì medesimo entrai al governo.

Non però ch'io non presentissi la guerra che d'ambo i lati avrei sostenuta, e il difetto pressochè intero di autorità e di forza per superarla; il che mi piacque più d'una volta di esprimere e dichiarare dalla tribuna, e giunsi perfino ad assomigliare quella trista vita ministeriale ad un'agonia:[33] ondechè, lasciando a ciascuno l'arbitrio di giudicarne a suo modo, a me la coscienza testimonia e confessa, che quell'entrare al governo fu dal mio lato un penoso atto di annegazione. Gli ultimi nodi di amore e fiducia tra il popolo e il principe erano spezzati; niun dubitava che a Gaeta i partigiani del vecchio sistema avrebber tenute ambo le chiavi del cuore di Pio IX, e sbanditone a poco a poco i pensieri più miti e più al secolo confacenti. La fuga di Lui dava principio ad un gagliardo e vasto macchinamento di repulse, di proteste, di monitorj, da quei partigiani apparecchiato, e intorno al quale travaglierebbersi con tanta maggior passione, quanto le umiliazioni in Roma sofferte erano state più numerose e pungenti. Scomparso il Pontefice, lo Stato, speravano essi, traboccherebbe nell'anarchia: quindi la stanchezza e lo sdegno dei popoli; quindi un piano e naturale ritorno all'antica dominazione, senza bisogno d'armi straniere; a peggio andare, quelle armi chiamate e sollecitate verrebbero. D'altra parte, accanto a questi errori e perfidie della corte di Gaeta, crescevano in Roma le smoderanze dei democratici; a molti dei quali la sommossa del dì 16, ch'elli chiamavano rivoluzione, pareva non aver recato frutto nessuno; e, secondo l'usato, accusavano il Ministero di timidezza e d'ignavia: attesochè, a giudicio loro, il sol fatto da farsi era proclamar la repubblica; il rimanente valea come nulla. Le altre Provincie Italiane non si attentavano ancora di giudicare; ma la diplomazia europea s'inveleniva contro di noi ogni giorno più. E per vero, un Pontefice stato non molto tempo innanzi il Dio degli Italiani; chiamato da essi tutti Salvatore e Liberatore; creduto un vivente miracolo della Provvidenza, e levato al cielo con lodi tanto superlative, che mai sulle bocche degli uomini non suonarono le maggiori, doveva a forza destare in Europa gran compassione della mutata fortuna, correndo voce per tutto, ch'Egli era costretto a riparare e salvare in terra non sua non pure la maestà del pontificato, ma la persona propria e la vita. S'aggiungeva a questo l'interesse per ciascun potentato di non dispiacere alle sue provincie cattoliche; poi la voglia d'ingerirsi nei fatti nostri, e tirarli ognuno al suo pro. Forse a tali ragioni accompagnavasi un'altra migliore e di più rilievo. Chi regge gli Stati sente più al vivo il bisogno di fondarli in cosa ferma e inconcussa; e tanto esso desidera di conservare e di ristaurare, quanto il popolo, impaziente e voltabile, di demolire e mutare. Meraviglia non è, pertanto, se negli uomini d'alto affare, sgomentati dall'accumularsi rapidissimo di tante rovine, è subito nata una grande sollecitudine per le potestà e prerogative temporali del Pontefice; giudicando che solo dalla religione possa oggimai rampollare alcun principio di autorità, e alcuna virtù permanente, capace di architettare più tardi e ricostruire sul sodo l'ordine intero sociale. E perchè poi non si avvedono come la religione stessa, immobile nella sostanza e nelle forme mutabile, dee con le nuove condizioni civili o innovarsi o scadere, tutta la prudenza loro a rispetto di ciò consiste a voler serbare intatto e inviolato (se fia possibile) ogni muro e ogni pietra della fabbrica antica, e mostrarsene zelatori poco opportuni e poco creduti.

Posta, dunque, tal natura di casi e tale singolarità di opinioni, agevolmente se ne cavava ciò che il Governo dovea volere e tentare. Alla crescente discrepanza degli estremi partiti conveniva procacciare un termine molto sollecito, affine ch'ella non trascorresse tant'oltre da giungere tardo qualunque rimedio. All'incertezze e agli arrischiamenti di quel viver politico, ed alle speranze perverse che fondavano gli avversarj sugl'intestini sconvolgimenti, doveasi opporre una gran cura dell'ordine e quiete pubblica, e l'unione e consenso massimo tra tutti i magistrati e rettori. Alle accuse maligne e alle nemiche intenzioni della diplomazia facea mestieri rispondere con la ragione patente del dritto, e con l'osservanza continua e gelosa della legalità, e serbando scrupoloso rispetto e favore alle cose singolarmente di religione e di culto. Infine, ogni altra diligenza e fatica era d'uopo voltare alle armi, ed apparecchiar gli ajuti alla guerra non evitabile e già soprastante. Tutto ciò per appunto facemmo, od almeno iniziammo e tentammo io e gli ottimi miei colleghi; e tanto parve opportuno e assennato questo operare all'universale, che le Camere, il Municipio ed ogni ordine di cittadini con noi s'accostò e si strinse; nè mai s'è veduto concordia tale in congiunture tanto strane e pericolose; e nulla valse a spezzarla finchè stettero quelle massime, e il Governo lor tenne fede.(D)

Ben vi è nota, o concittadini, la prima protesta di Pio IX, data in Gaeta il 27 di Novembre e giunta in Roma il 3 del seguente mese. Da lei era invalidata qualunque cosa pigliava radice dai fatti tumultuosi del 16 di Novembre; e a dare poi un capo al Governo, rimasto tronco e spartito, chiamavansi a reggerlo sette persone, di cui sole quattro stanziavano in Roma, e di queste una sola non si occultò. Io ed i miei colleghi, appena fummo sicuri che il Santo Padre infirmava ed aboliva l'autorità nostra, subito rassegnammo per lettera gli uffici ministeriali al Pontefice, e da questo lato ogni difficoltà era rimossa. Ma durava l'altra infinitamente maggiore della Commissione nuova governativa, la quale non adunatasi mai, e mantenendosi inoperante e invisibile, avea più forma di sogno che di realtà; tenea nascosto il mandato e gli altri carichi ricevuti, nè in verun modo eseguivali; non parlava, non iscriveva, e interrogata e pregata non rispondeva. Così la città, così le provincie senza governo alcuno si rimanevano. Il che non potendo stare, massime in tempi straordinarj e scomposti, le Camere affrettaronsi a provvedere in buon accordo col Ministero; e questo continuò in via temporanea a reggere la cosa pubblica; quelle decretarono che una deputazione di ottimi cittadini scelti ne' due Consigli fosse mandata al Pontefice, e l'istruisse della condizione vera della città. — La protesta di lui non avere fatto ricredere alcuno, e invece avere inaspriti gli animi e dato ansa agli esagerati: volesse tentare le vie di conciliazione, restituirsi alla sua metropoli, o scegliere alcuna città dello Stato ben accomodata all'uopo. Ciò non volendo, creasse almeno una Giunta di Governo effettiva e non apparente, e le cui facoltà bastassero a farle tenere il luogo del Principe, giusta i diritti e gli usi costituzionali. Non potersi ai due Consigli addirizzare rimprovero alcuno fondato e legittimo. Se le forme costituzionali valevano, le Camere dovere accettare que' Ministri che presentavansi loro con lettera di nomina sottoscritta dal Cardinale Segretario di Stato; ma se il Pontefice avea ceduto alla forza ed all'apprensione del peggio, questa medesima apprensione occupare l'animo dei due Consigli, e scusare gli atti di adesione con cui si evitavano mali ed esorbitanze molto maggiori. L'Europa intera e la più parte de' suoi Monarchi non essere stati esenti da simili coazioni, ed anzi da assai più fiere e più sanguinose.

Ai deputati delle Camere, il Municipio romano volle aggiungere i suoi, l'un de' quali fu il senatore stesso Tommaso Corsini. Ma e questo e gli altri tutti ebbero impedito l'accesso al principe, non per qualche accidente o per arbitrio di subalterni, ma per comando espresso di Pio IX, significato da lettera del Cardinale Antonelli, nuovo segretario di stato. Fu nel parlamento allora vinto il partito, che si elegessero commissarj i quali, congiunti col Ministero, pensassero a proporre alcuna provvisione e risoluzione proporzionata alla gravità e straordinarietà degli avvenimenti. Io posso affermarvi, o concittadini, che da noi ministri e dagli eletti del Parlamento fu, non ostante la cortezza del tempo, ricercato ogni modo di accomodamento, e fatto fare appresso il Pontefice gli ultimi uffici e l'ultime supplicazioni. Alfine, convenimmo nella determinazione di proporre ai Consigli la creazione di una temporanea Giunta di Stato, le cui ragioni, la cui necessità e le cui pertinenze io non mi confido di farvi conoscere con brevità e chiarezza maggiore di quella che appare nel testo medesimo del decreto da noi promosso nelle Camere, e il quale io trascrivo qui tutto intero, perchè confèssovi di averlo per un dettato non indegno della prudenza civile degli Italiani.

«Governo Pontificio — Considerando che gli Stati Romani si reggono a governo rappresentativo, e godono dei diritti e delle guarentigie di uno Statuto costituzionale.

Che lo Statuto ha per fondamento la distinzione e insieme la connessione di tre poteri, e che ove uno di essi faccia difetto, il reggimento costituzionale è manco e non può adempire i suoi fini.

Che nella notte del 24 Novembre scorso, il Pontefice si è allontanato da Roma, e non à lasciato alcuno a tenere le sue veci.

Che il foglio dato in Gaeta il 27 Novembre, in cui si nomina una Commissione governativa, manca delle debite forme costituzionali, le quali servono anche a guarentire l'inviolabilità del Principe.

Che la Commissione governativa nel sopradetto foglio nominata, non à palesata la sua accettazione, e in niun modo e per niuna parte à esercitate le sue funzioni, e neppure si è costituita di fatto.

Che i due Consigli deliberanti, d'accordo col Ministero e col Municipio, ànno procacciato di riparare a tanta perturbazione col mandare messaggi al Principe, chiedendogli istantemente di tornare a reggere la cosa pubblica.

Che i messaggi stessi non solo non furono ammessi nello Stato Napoletano, ma invano adoperarono pratiche per essere dal Principe accolti, e che altre pratiche più recenti, e altri uffici compiti appresso di Lui sono riusciti affatto frustranei.

Che dimorando Egli in terra non sua, ove si vieta l'ingresso per ordine superiore a qualsiasi deputazione a Lui indirizzata, e togliendosi così ai deputati un diritto espresso nello Statuto fondamentale, rimane incerto se egli sia in grado di godere della piena libertà e spontaneità delle sue azioni, e giovarsi d'imparziali e benevoli consigli.

Nè potendo qualunque Stato o città rimanere senza compiuto governo, e le proprietà e i diritti de' cittadini senza tutela:

Dovendosi per ogni guisa e con ogni spediente rimovere l'imminente pericolo dell'anarchia e di civili discordie, e mantenere l'ordine pubblico:

Dovendosi conservare intatto lo Statuto fondamentale, il principato e i suoi diritti costituzionali:

I due Consigli deliberanti, consci dei loro doveri, e obbedendo eziandio all'assoluta necessità di provvedere in guisa alcuna regolare all'urgenza estrema dei casi, con atto deliberato da ciascuno di essi in seno del proprio Consiglio,

Decretano

1. È costituita una provvisoria e suprema Giunta di Stato.

2. Ella è composta di tre persone scelte fuori del Consiglio dei deputati, nominata a maggioranza assoluta di schede dal Consiglio dei deputati stessi, approvata dall'Alto Consiglio.

3. La Giunta, a nome del Principe ed a maggioranza di suffragi, eserciterà tutti gli uffici pertinenti al Capo del potere esecutivo nei termini dello Statuto, e secondo le norme e i principj del diritto costituzionale.

4. La Giunta cesserà immediatamente le sue funzioni al ritorno del Pontefice, o qualora esso deputi con atto vestito della piena legalità persona a tener le sue veci, ed adempierne gli uffici, e questa assuma di fatto l'esercizio di dette funzioni.»

Ora, di codesto decreto, Pio IX à lasciato scrivere al suo segretario di stato Cardinale Antonelli, essere un'enormità, e la protesta delli 17 di Dicembre lo dichiara e lo pubblica un attentato sacrilego. D'altra parte, i liberali di larga cintola l'hanno chiamata un'occupazione temeraria, e un'usurpazione violenta dei diritti del popolo. Non farò risposta nessuna all'accusa della Protesta, ove scorgesi un abuso grave e patente della parola sacrilegio, e rinnovasi quella perpetua e funestissima confusione dello spirituale col temporale. A riscontro della seconda censura, dirò breve quel che bisogna. In tutto ciò che il Ministero, e con esso i Consigli deliberanti vennero ponendo in atto dalli 17 di Novembre al giorno che altri impresero di governare, che fu il 23 di Dicembre, ciascuno riconoscerà issofatto la pienezza del giure e la legalità perfettissima, qualora gli risovvenga che negli estremi frangenti sorge e prevale una legalità e un diritto superiore a tutti gli altri, e il qual domandiamo necessità sociale e politica. Non può il consorzio umano disgregarsi e disciogliersi mai, nè cessare un attimo solo di correre ai fini santissimi pei quali è costituito. Di quindi nasce che sempre nei popoli è necessario un governo capace di tutelare assai competentemente le proprietà e le persone, e indurre obbedienza alle fondamentali leggi divine ed umane. Ogni volta, pertanto, che i casi portano la cessazione in fatto d'un governo legale e che altro governo legale e attuale non gli succede, a qualunque magistrato quivi presente e il quale per ordine di gerarchia è primario, tocca il debito e viene il diritto d'instaurare l'autorità e reggere lo Stato finchè altrimenti non si provveda. Il suo mandato, più che dagli uomini, procede da Dio; e la potestà di lui, non che regolare e legittima, è sacra e divinamente provida. Ma questa sua direm naturale dittatura, come dalla necessità deriva, così prende da lei confine e misura esatta: il perchè le costituzioni, le leggi e i diritti attuali di ognuno per ogni parte son rispettati e osservati, o tanto solo s'immutano quanto lo impone la urgenza dei casi, vera, estrema e in guisa alcuna non simulata. Or chi chiama tutto ciò occupazione dei diritti del popolo, non considera che per usare dei suoi diritti, fa innanzi mestieri al popolo di esser salvato, salvandosi la società civile e politica; e chi vuole che in siffatte emergenze abbia voce ed imperio non altri che tutto il corpo dei cittadini, sembra dimenticare che non può tutto il corpo dei cittadini unirsi e deliberare ordinatamente, e secondo ragione e giustizia, se a ciò non à provveduto o una legge anteriore divenuta comune usanza, o un governo temporaneo di già formato e insediato; essendo che manca agli uomini la virtù istintiva dell'api di congregarsi e in comune operare quel che bisogna con puntualità e concordia maravigliosa e immutabile.

Insomma, così il Ministero come il Parlamento fu savio e operò legalmente; e ambedue iniziavano un metodo tale di difesa e di resistenza, e una tal forma di reggimento, che povero è del giudicio chi non ne scorge i larghissimi effetti, e il fine raggiunto con quiete e con sicurezza non isperata.

Ma, secondo che io notava più sopra, non potevano questi accorgimenti e queste arti di civile prudenza permaner molto saldi e operare con efficacia. Il Ministero, quantunque non partecipe delle sommosse e delle violenze, pareva da esse procedere; e il titolo di democratico che gli fu apposto, quanto poco chiaramente definiva quel che voleasi ch'egli fosse, tanto più faceva aspettare da lui cose straordinarie e ben consonanti coi desideri degli esaltati. Nè la immoderanza di questi poteva essere temperata dal Ministero con alcun'altra forza morale; poichè le opinioni appresso di noi non sono avvezze ancora a pigliare animo e farsi valere, sostenendo ciascuna con energia le pubbliche controversie, e ordinando intorno al proprio vessillo le schiere de' suoi seguaci. Così avveniva che accanto agli esaltati nessuno parlasse e contraddicesse; ed elli soli tenevano il campo con tanta maggiore sicurezza e maggiore arbitrio, in quanto lo Stato, così pel mutare continuo dei Ministeri e l'incertezza d'ogni cosa, come per l'odio alle leggi antiche e il difetto di nuove e migliori, avea rallentato più che mai tutti i nodi ministrativi e infiacchita oltremisura l'autorità. L'ignoranza de' negozj politici era piena ed universale; inveterato l'abito delle sètte e delle cospirazioni; poche le armi e indisciplinate; profondo e furioso l'odio contro la Casta prelatizia. Al che tutto si aggiungeva la ferma determinazione mia e de' miei colleghi di non trapassare in nulla i confini della stretta giustizia e delle pubbliche libertà, e di non accettare per uscire di quelli il pretesto specioso della salute del popolo. «Tolga Iddio (proferiva io dalla ringhiera del Parlamento il dì 21 di Decembre) che noi, i quali in tutta la vita nostra abbiam travagliato e sudato per vedere alfine spuntar sull'Italia il sole della libertà, noi che nell'esilio profondamente odiammo e abborrimmo le disposizioni violente e tiranniche di cui si giovavano le polizie de' nostri governi dispotici, veniamo ad imitare oggi que' miseri, que' colpevoli procedimenti. Per conseguente, senza lo scudo della legge, no, questo Ministero anche ne' suoi estremi momenti mai non vorrà supplir coll'arbitrio al diritto, mai non farà pensiero nè atto, per quali che siano salutari compensi, contrario agli eterni principj di libertà che ha scolpiti nel cuore.»

Il fatto sta, che in quei giorni medesimi in cui il Ministero, di buon concerto colle Camere, riparava alle più triste e pericolose occorrenze con senno e gagliardia insieme, una voce uscita da alcuni circoli popolari acclamò la Costituente Romana. Quella voce, ripetuta nelle Provincie dagli altri circoli, crebbe tanto di suono, che parve e fu giudicata un comando espresso ed universale del popolo. La Giunta suprema di Stato confermò quel comando, e il Ministero nuovo da lei creato ne fece proposta formale al Consiglio dei deputati; e perchè mostravansi questi renitenti e mal soddisfatti, l'uno e l'altro Consiglio fu in apparenza prorogato, in sostanza disciolto.

A voi non è ignoto, o concittadini, ch'io nel nuovo Ministero non volli aver parte, sì per mie private ragioni, e sì per gran dubbio che la Costituente Romana tentando forme nuove politiche, non crescesse oltre modo i pericoli dello Stato e la divisione degli animi, e maggiormente non implicasse le faccende italiane in quel mentre che il ricominciare la guerra sembrava imminente ed inevitabile. Oltre di che, io sempre avea proceduto in accordo col Parlamento, e la mia ragione di stato era similmente la sua; da lui gli applausi, da lui i suffragi, da lui conseguito aveva ogni mezzo e ogni autorità per ben governare: parvemi onesto, pertanto, di ritirarmi quando egli veniva annullato, e davasi cominciamento ad una politica nuova, con metodo e con principj molto diversi dagli anteriori.

Restami di accennarvi alcuni atti non volgari da me operati nel breve spazio di questo secondo mio Ministero, durato solo ventotto giorni. E quanto alle corrispondenze esteriori, le Gazzette ànnovi ultimamente riferito il disteso di una mia Nota Ufficiale, in cui mi studiava di fare intendere ai Diplomatici la vera e propria significazione degli avvenimenti di Roma, e il nessun frutto che nascerebbe dalla prepotenza e dall'armi de' forestieri.(E) Similmente, avete letto ne' fogli la protestazione mia e de' miei colleghi contro alla minacciata occupazione francese; e alla quale non pure il Parlamento fece gran plauso, ma da me invitato, levòssi a protestare ancor egli con dignità e fermezza italiana, oltre all'approvare le súbite risoluzioni e disposizioni affin d'impedire, a nostro potere, lo sbarco delle truppe di Francia, e la forza respingere con la forza.(F) Ma ciò che non avete raccolto dalle pubbliche stampe, si è l'altra Nota indiritta da me al Bastide, con la quale temperandosi convenientemente l'effetto della protestazione, mostravasi la buona disposizione di questi popoli inverso la nazione francese, il desiderio sincero di averla collegata, non che amica; e come all'interesse e alla dignità di Lei convenisse effettivamente di proteggere la libertà nostra, invece di opprimerla e di turbarla; e che però, non trovando la Francia ragione legittima e presentanea d'intervenire con l'armi nel nostro Stato, spettava alla forza e grandezza sua di vietare vigorosamente ad ogni altra nazione il poterlo fare sotto colore e pretesto di religione. Non furono, dunque, come vedete, da me negletti, da un lato, i diritti sacri del territorio italiano e l'oltraggio recato alla dignità nostra comune; dall'altro, quella prudenza e quell'accortezza che il debole nostro Stato richiede, e le quali procacciano di voltare a profitto proprio l'interesse medesimo altrui e l'altrui albagia. Quel linguaggio e quei blandimenti potean valere, e valsero in fatto, per tutto il tempo che noi non uscimmo dal diritto costituzionale, e dalle vere e strette esigenze della sociale necessità. Per vero, l'ordine d'imbarcare truppe a Tolone fu revocato; alle prime acerbe impressioni succedevano altre più miti e più ragionevoli, e qualche pratica potea condursi fra le due parti, fondata sopra termini di giustizia e moderazione.

Quanto ai negozj interiori, farò menzione sol di due cose come notabilmente utili e degne: delle altre tacerò volentieri. La prima è l'aver presentato al Parlamento un disegno compito della legge sui Municipj. La utilità e l'importanza di simil legge è grande in ogni paese, ed è massima nel nostro Stato; conciossiachè, dove le libertà politiche sono combattute e mal ferme, possono le municipali supplire a buona misura. A questa nuova costituzione dei Comuni confesso di aver posta una singolar cura; e lo studio e la diligenza furono pari così per determinare i principj e le massime direttive di essa legge, come per rivedere e secondo l'uopo mutare e modificare la compilazione fattane dal Consiglio di Stato. Giova sperare che nessun consesso deliberante chiamato a discutere e giudicare quella proposta di Legge, sia per attenuare e impedire lo spirito largo e fecondo di libertà che tutta la informa.(G)

Il secondo subbietto degno di venir ricordato è l'avermi la fortuna conceduto il bene e la contentezza di proporre io primo, dall'alto di una tribuna e fra le lodi e gli applausi di un congresso legislativo, la Costituente Italiana. Ed io chiamo ciò dono e grazia della fortuna; sì perchè nel primo mio ministero ogni fatica e diligenza dal conte Marchetti e da me quotidianamente usata per istringere una forte lega fra i principi nostri era rimasta infruttifera, e sì perchè dalla sola Confederazione Italiana aspetto conforto e rimedio ai mali della patria: da lei sola può fra' popoli della Penisola ingenerarsi concordia durevole, unione sincera e spontanea, fratellanza operosa, impeto e vigore di guerra, fondata fiducia in noi stessi e nell'armi nostre. Per lei debbono tutti gli altri minori interessi lasciarsi in disparte; e ciò che mena all'effettuazione sua debbe con ogni sollecitudine venir procurato; e colui è più benemerito dell'Italia, che più sa spianare le vie a quel fine: conciossiacchè, come prima bisogna essere, e poi procacciare di essere felicemente, così ai popoli fa bisogno avanti l'indipendenza e quindi la libertà e gli altri beni civili; e però quei mezzi debbon venire più ricercati ed usati, che meglio e più drittamente conducono a conseguire l'indipendenza e l'essere di nazione. Ma che diremo del Congresso Confederativo Italiano, il quale ad ambedue i fini dell'indipendenza e della prosperità civile parimente conduce; e non pure fa esistere la nazione e le porge animo e facoltà di combattere e riscattarsi, ma le presta quella forma e quell'assetto politico che può unicamente confarsi con l'indole sua, e rimove tutte le antiche e ostinate cagioni di lite e di divisione? Io sempre ò pensato che i due cardini del risorgimento italiano sono, da un lato, le franchigie municipali larghissime, e dall'altro, la massima unione confederativa; e però ad ambedue ò rivolto principalmente le cure e i pensieri. Voi già conosceste, o concittadini, dai pubblici fogli, qual natura di principj e quali modi discreti e conciliativi venissero per la mia bocca dal Ministero romano proposti affin di attuare il più speditamente che sia fattibile e in maniera accettevole a tutti i Governi la Costituente Italiana; onde alla cosa dovete por mente, non all'appellazione impropria ed amplificativa e di cui la voga popolare stringevaci a fare uso. Poche Note da me mandate al Ministero toscano e poche da esso a me, erano bastate per risolvere ogni difficoltà, e condurre i due Governi ad un solo e medesimo fine pratico. D'altra parte, le dubbiezze, gl'indugi e gli ostacoli d'ogni maniera, che il Piemonte sembrava porre alla santa idea, caddero tutti (or fa un mese) al pigliare che fece le redini dello stato il sommo cittadino Vincenzo Gioberti. Ora, voglia Dio che le ultime mutazioni sopravvenute in queste nostre Provincie, e il tenore della legge toscana testè promulgata in ordine a tal materia,[34] non tardino e non difficultino la tanto sospirata convocazione di un Congresso Confederativo.(H)

Questo è il racconto esatto e sincero, benchè semplice sopramodo e conciso, del civile adoperamento e profitto che parvemi bene di fare del vostro mandato, o concittadini elettori. Nè mi concedevano di star silenzioso il senno e la dignità d'un Collegio del cui suffragio due volte in pochi mesi sono stato onorato, e a cui mi legano durevolmente l'amore e la gratitudine. Dal qual racconto io non ispero che si possa e voglia ritrarre alcun giudizio migliore sull'opere mie, salvo che in nessun tempo mi sia mancata l'onestà e il buon desiderio, e che la custodia delle libertà pubbliche sia nelle mie mani riuscita la più vigilante e la più scrupolosa del mondo. Alli 2 di Maggio dell'anno scorso, nell'atto di assumere il ministero, la guardia civica, pigliandomi bene in parola, volle che io promettessi di governare secondo un programma da me dettato non molto tempo innanzi a nome di un Comitato per le elezioni, e in cui le speranze nostre migliori d'ogni libertà e d'ogni progresso erano assai minutamente registrate e descritte. Ora, chi farà confronto di quel programma colle azioni mie posteriori, troverà ch'elle nol rinnegano in niuna parte e in niuna cosa: il qual fatto non è agli uomini di Stato molto comune. Onesto, adunque, e osservantissimo delle libertà presumo di essere: per ogni altro rispetto io confesserò volentieri la mia insufficienza, grande per sè stessa, e grandissima in comparazione del secolo, il quale domanda ingegni ed animi così vasti e gagliardi, come son vaste, improvvise e terribili le rivoluzioni sue. Oltre di che, ben si può dire, e segnatamente in politica, che nulla ha fatto e nulla ha compiuto colui il quale non si è nè poco nè molto accostato al fine. E il fine, a rispetto di Roma, era concordare la libertà con l'autorità, e il Sacerdozio col Principato; per l'Italia, è l'Indipendenza e l'Unione; per tutto il mondo civile, la riedificazione dei principj e delle credenze. Tutte le imprese che non raggiungono quell'alte mête e neppure le approssimano, forza è giudicare o che mal conoscono quel che fanno, e per la poca utilità loro si confondono con le azioni volgari; o che solo possiedono il pregio incompiuto ed ormai comune di affrettare la distruzione di leggi e istituti già mezzo logori dal tempo e dai nuovi costumi.

Roma, li 15 di gennajo del 1849.

ALLA SANTITÀ DI PIO IX, TERENZIO MAMIANI.

Duolmi, Padre Beatissimo, che la doppia persona la qual sostenete di Principe e di Pontefice non renda possibile di ragionare all'una siccome all'altra. Io m'inchino devotamente al Pontefice, e non ò per la santa persona sua se non parole di encomio, di riverenza e di religione. Al Principe non sento di poter favellare così umilmente; e nelle opere sue non iscorgo sempre la santità, e nei suoi giudizj la sapienza. Però, avendo intenzione con questo foglio d'indirizzarmi al Principe solo, io prego Vostra Beatitudine di non si sdegnare se i miei concetti saranno assai liberi, e le parole, quantunque assegnate e rispettose, non parranno tali abbastanza in comparazione del vostro augusto carattere.

Fu per benefizio di Vostra Beatitudine, che dopo sedici anni d'esilio (gran porzione della vita), io potei rivedere la provincia natale, e i pochi congiunti ed amici stati dal tempo e dalla fortuna serbati a que' tardi e desideratissimi abbracciamenti. Nè un tanto bene mi costò altra cosa se non di promettere alla Santità Vostra quello che gli onesti fanno ordinariamente per proprio istituto, cioè di ubbidire alle leggi correnti e di non perturbare lo Stato; il che importa, con altre parole, di mai non uscire nelle cose politiche dai termini della legalità. Vero è che, a riscontro di tal promessa, io mai non ottenni nè per iscritto nè a voce di vedermi sciolto affatto dal bando, e tornato in ogni diritto di cittadino. Solo mi si concedette di poter visitare i miei, e convivere con esso loro lo spazio di tre mesi. E per fermo, consumati che furono questi ed io tornátomi a Genova, il Console di colà ebbe ordine di non mi concedere da indi innanzi il passo per lo Stato Romano. Più tardi, e per effetto d'un grave infortunio domestico, ebbi licenza (chiesta per me dagli amici) di altri tre mesi; durante i quali avendomi la voce del popolo e la necessità delle cose chiamato al governo, quel resto d'insolito sbandeggiamento andò a forza in dimenticanza, mal potendosi conciliare la condizione di ministro di Stato e quella di esule. Io non erro, dunque, ad affermare che l'obbietto e l'intendimento per cui quella promessa fu pronunziata, rimasersi mezzo non adempiuti. Ma, come ciò sia, la probità naturale m'insegna di dover essere d'ogni promissione stretto e non cavilloso mantenitore. E in più d'un caso, Beatissimo Padre, io l'ò col fatto mostrato. E quel giorno che la Giunta Suprema di Stato, acclamando la Costituente Romana e la universalità de' suffragi, trascendeva i termini dello Statuto, ed anzi abolivalo virtualmente; io con piena spontaneità, e del contrario pregato e sollecitato, rassegnai l'incarico di ministro con atto assoluto ed irrevocabile.

Ma ciò non pertanto, io noto che l'ubbidire alla legge e l'accompagnarsi in qualunque atto con lei, sono un modo di operare il quale ne' governi assoluti à un carattere, ed un altro differentissimo ne' costituzionali. E per fermo, nei primi le scaturigini della legge stanno da ultimo nel volere e nell'arbitrio del Principe: quindi, chi mai non vuole scostarsi da quella, dee sempre alla volontà del Principe sottomettersi. Ma ne' reggimenti costituzionali, interviene tra il popolo e il suo Sovrano un patto sinallagmatico, che ad ogni legalità porge fondamento e principio: ed anzi, ogni legalità è quivi, come a dire, bilaterale, ed obbliga e stringe così il popolo come il Principe. Nè dove questi mancasse al patto e contraffacesse alle leggi, avrebbe diritto nessuno che il popolo dall'altra parte non travalicasse egli pure le convenzioni, nè trasgredisse le leggi che ne derivano.

Ora, appresso di noi lo Statuto fondamentale, quel gran patto di fiducia e d'amore voluto e sancito dalla Santità Vostra, segnava per tutti il cammino certo e drittissimo della legalità. Del qual vero parevano più che gli altri guardiane gelose ed osservatrici esatte le Camere legislative, siccome quelle che riputavano di aver trovato nell'osservanza dello Statuto una salda difesa contro l'enormezze passate, e un adito piano e legittimo ad attuare a grado a grado le speranze dell'avvenire. Perciò, quando lo Statuto fu sì profondamente scrollato dalle violenze del dì 16 di novembre, e di poi dalla infausta ed inopinata partenza della Santità Vostra, i due Consigli deliberanti, misurando l'opera loro da un lato con la necessità, dall'altro con la legge e il diritto, mostrarono di volere salvo a ogni modo il patto fondamentale; ed eziandio nelle novità transitorie che vennero ad introdurvi, imitarono il più strettamente che fu possibile gli esempj e le pratiche d'altri paesi costituzionali. Di presente, la forza del vero mi stringe a dire alla Santità Vostra, che illusi e sventuratissimi furon coloro i quali mossero Voi, e il cuor vostro sì temperato e benigno, a riprovare con parole tanto assolute e sdegnose le savie deliberazioni de' due Consigli, alle quali tutte mi onoro e compiaccio di aver largamente partecipato. E che giudicio recherete, Beatissimo Padre, d'altri men discreti cittadini, e quale fiera appellazione cader lascerete sovr'essi, quando pure le Camere sono accusate di fellonia e di sacrilegio? Sacrileghi, adunque, e felloni que' cospicui prelati e quegli onorandi patrizj che siedevano nell'Alto Consiglio, e alle anzidette deliberazioni non ricusarono il lor suffragio?

Tanto è sembrato all'universale più dura cotale sentenza, quanto tutti ànno visibilmente riconosciuto nelle due Camere uno zelo e una cura diligentissima di non uscire dai termini del patto fondamentale; dove, per lo contrario, nelle tre proteste non brevi della Santità Vostra neppure un cenno s'incontra, e neppure il nome di esso Statuto, e delle pubbliche libertà e guarentigie; le quali il popolo, affatto innocente degli eccessi e ingiurie di pochi, à diritto patente e pienissimo di veder conservate; massime da Colui il qual dee porgere a tutti i Principi chiaro e continuo esempio di lealtà, e di fede gelosa e incontaminata. Laonde, qual maraviglia se in tempi pieni di dubbio e sommamente corrivi, quel silenzio (al certo stranissimo) induce le moltitudini a credere che il vostro ritornare non avverrebbe senza la morte delle libertà, e l'annullazione delle franchigie costituzionali? Di queste tacciono tutti gli scritti che giungono di Gaeta; e, per amaro compenso, dei diritti del principato ragionano magnificamente, e con tali sentenze e con siffatta forma di stile, che sembrano pensati e dettati quando i regni si governavano con l'autorità del giure divino, e qualunque concessione rimanevasi revocabile; atteso che niuna d'esse riconosceva i diritti del cittadino, ma ogni franchigia era privilegio, e ogni privilegio era grazioso largimento dell'assoluto signore.

Nè mosse, del sicuro, da altro spirito quel consiglio pure infelice dato alla Santità Vostra di sopprimere dentro di voi la gentilezza innata dell'animo, la pronta compassione, l'affabilità e modestia che sempre mai vi governano, e di rispingere indietro non ascoltati, non veduti, i messaggi delle due Camere e del Senato Romano. Che se ciò era contrario alla naturale benignità di qualunque Principe, sembrava poi importabile e fuor del diritto movendo da un Principe, come voi siete, Costituzionale. E dove è più la Costituzione, tuttavolta che gli organi diretti e fedeli del popolo, gli autori e conservatori delle leggi, i primi e inviolabili patrocinatori di qualunque cittadino aggravato ed offeso, trovano interdetto l'accesso e chiuse le orecchie del Capo e moderatore dello Stato?

Ei pare (e tutti i buoni se ne rammaricano) che nella corte di Gaeta o non s'intenda o non si curi di intendere la ragione e l'essenza d'un Governo Rappresentativo, la qual consiste principalmente nella mutua limitazione dei poteri e dei diritti, e nell'impero assolutissimo della legge, che obbliga tutti, e non privilegia neppure il Principe. Che se la intendessero e la curassero quella ragione, non farebbero forza alla Santità Vostra per tirarla ad atti illegali, e di diretto contrarj allo spirito dello Statuto. Certo, ai tempi di Niccolò V e di Giulio II, od a quelli più antichi e più tenebrosi di Adriano IV, nei quali il Principe era lo Stato, e ogni mezzo tornavagli lecito per rimenare al giogo i sudditi sollevati, perchè in lui solo credevasi raccolto il giure di tutti; potea non parere indegno e sleale chiamare l'armi forestiere, e col sussidio di quelle ripigliarsi la corona. Ma ne' dì nostri, e nel reggimento Costituzionale, nessun'azione si può commettere maggiormente odiosa e illegale, ed anzi più sovvertitrice dell'ordine e della giustizia. Conciossiachè, quando nel Principe Costituzionale fosse l'arbitrio di chiamare a sussidio proprio, e senza il consentimento spontaneo della nazione, le armi straniere, niuna libertà troverebbe difesa contro alla material forza; le pubbliche guarentigie sparirebbono tutte dinanzi all'ardore e all'impeto soldatesco, e il giudicio della spada risolverebbe le questioni del buon diritto e della ragion civile; senza qui discorrere l'oltraggio che recherebbesi alla dignità della patria, e il mettere a repentaglio estremo la sua indipendenza. Eppure, v'à di molte persone, Beatissimo Padre, in cotesta corte, le quali non contente di avere interrotta fra voi e il popolo vostro ogni corrispondenza, e frustrato ogni tentamento di composizione e d'accordo, studiansi con ostinazione d'indurvi a chiamare le armi straniere, ondunque vengano e quali che sieno. Tolga Iddio che mai questa persuasione possa entrare nell'animo vostro, e sostener vogliate di rivedere Roma ed il Quirinale circondato da bajonette che non sien quelle de' vostri figliuoli. Ma non è poco errore, Padre Santissimo, il lasciare i popoli in dubbio e in trepidazione sopra tal cosa. Imperocchè mi si condoni la soverchia franchezza, a Voi principe legato a un patto Costituzionale correva l'obbligo di dichiarare e di pubblicare, come, per sentimento e dovere di buon italiano e di buon cittadino, l'animo vostro leale abborra dall'intervento armato di qualunque straniero, e però averne sollecitamente ringraziato le corti che il proferivano. Ma in luogo di ciò, spandesi notizia che sono giunte carissime ed accettissime le esibizioni spagnuole, e che ànno mosso a vivo dispetto le offerte di Francia, da prima sì larghe e sì pronte, poi diversamente spiegate e venute a nulla.[35] Perlocchè, io replico, cresce di giorno in giorno l'apprensione e il timore de' popoli; e si giunge persino a credere dalla moltitudine, che la Corte di Gaeta, disperata d'ogni altro soccorso, non ricuserebbe da ultimo quello stesso dell'Austria. Al quale torto giudicio del volgo porge occasione, pur troppo, il vedere accettato e riconosciuto appresso della vostra sacra persona un ministro e rappresentante della odiata Casa d'Ausburgo, come pegno e testimonio della concordia e amicizia che corre fra li due Stati. Fatto, che la più comunale prudenza doveva almeno indugiare ad adempiere, affine di non avversare ed esacerbare in modo così irritativo il sentimento degli Italiani, e quello in ispecie de' Romagnuoli popoli vostri, ed ancora in considerazione della legalità; essendo che i due Consigli deliberanti ànno sempre, ne' lor discorsi e nelle proposte di legge e negli scrutinj, dichiarato in modo aperto e solenne, essere infensi nemici dell'Austria, e consistere il sommo de' lor desiderj nel vederla sconfitta, e gli avanzi dell'esercito suo costretti di rivalicare l'Isonzo ed il Brennero.

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