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Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Front matter (continued 6)

Reading edition

Là dentro s'immergevan gli eczemi, le pustole, i contagiati dalla malaria, dal tifo, dal mal sottile, dalla dissenteria; vi scendevan le femmine sterili a rendere il lor grembo fecondo, gli ulcerati dello stomaco a far chiudere la piaga vorace, le fanciulle possedute dalla follìa del mal d'amore a cercarvi la innocente castità: vi entravano ancora i fanatici del secolo ventesimo, quelli che in altri tempi di superstizione chiesero ai divino Cagliostro la fontana dell'acqua di gioventù.

Ed ora, dopo notti e giorni d'abluzioni, d'insonnia, d'inedia, di preghiere, storditi dagli organi della fulgente Basilica, ebbri di contagio mistico, saturi di comunione con Dio, prima di tornare alle case distanti, o morir per istrada, o riprendere il gramo giaciglio in fondo alle corsìe degli incurabili, erano là, forse mille, dinanzi alla Grotta fiammeggiante, arringati dal monaco tragico, nell'attesa d'un segno di Dio.

Ed il miracolo si fece.

D'un tratto, nel mezzo di quel recinto macabro che pareva il cortile d'un antico spedale di lebbrosi, un uomo che stava carponi si levò furiosamente. Gettò via le coperte macchiate di sangue, si strappò gli abiti apparve seminudo; urlava.

Urlava con una specie di esaltazione furibonda, scagliando in ogni senso le sue braccia villose, nere, possenti come quelle di un quadrumane. Aveva nel fianco sopra la cintola, una piaga orrenda. I suoi capelli grigi gli cadevano su la faccia imbestialita dal lungo patire Ma un riso convulso torceva la sua bocca dai labbri smorti. Alcuni si precipitaron su lui; ma egli tutti respinse. Metteva i piedi su le barelle dei più vicini questi si rizzavan sui gomiti, per guardarlo. Ed egli, a torso nudo, ancor atletico nella sua magrezza, disciolse tutte le bende, ne fece un pacco rosso, che buttò lontano, sopra lo stuolo degli storpi. Si vide orribilmente la piaga nuda. Ma egli chiuse il pugno, e ve lo immerse. Quasi vi entrava; lo trasse fuori tutto insanguinato, lo agitò in alto, sopra il mare dei percossi, e l'uomo dalla piaga urlava.

Urlava con una specie d'ilarità selvaggia, mostrando le cinque dita insanguinate. Poi strinse il pugno, lo conficcò nella sua piaga viva, una, due, tre, numerose volte. Ma la piaga non grondava più sangue. La piaga si cicatrizzava a poco a poco, visibilmente, non del tutto, quasi per metà...

Egli muoveva il busto, si agitava, rideva, urlava, rasciugandosi ne' calzoni le cinque dita insanguinate; chiamava tutti a guardare la sua piaga; e la sua piaga diveniva più piccola, più asciutta, più sana, più rossa di nascente vita...

Poich'egli svitava il dosso e muoveva le cóstole per provare in ogni modo se ciò gli desse dolore, pareva che il suo costato magrissimo stesse per bucare la pelle. Non provava dolore. No: era tocco dal miracolo, era libero, stava per guarire, camminerebbe, andrebbe da solo per i vicoli del suo villaggio, dentro e fuori la soglia della sua casa, porterebbe un grosso cárico di legno su le spalle, si lascerebbe urtare da tutti, era libero, libero!...

Intorno a lui si formava una siepe umana; chi strisciava, chi si arrampicava su gli altri, chi metteva le dita nel suo sangue; facce sparute si volgevano a lui perfino dai guanciali dei moribondi; preti e medici correvano; gli infermieri, presi nel mezzo della calca, non riuscivano più a proteggere gli storpi dal pericolo del travolgimento; la Grotta fiammeggiava; l'enorme idolo di legno dipinto era là, sorridente; si udiva passare la musica dell'acqua eterna; il monaco scomparve.

—Gloria, Regina Coeli, Mater purissima Dei...

Quello che accadde, nessuna parola può descrivere.

Tutta la gente cristiana, decine e decine di migliaia, caddero bocconi contro la terra, baciarono la terra benedetta, si picchiarono la fronte contro il suolo dov'era suggellata la Fonte risanatrice. S'intravvedeva nella distanza, fin dove l'occhio poteva scernere, uno stuolo di gente buia e di ceri vacillanti agitarsi come un mare in tempesta. La notizia del miracolo si era propagata in pochi istanti fino alle ultime case di Lourdes; da ogni luogo sbucava gente; una triplice fila d'infermieri, di monaci e di guidatori de' pellegrinaggi, male impediva che la folla crescente si rovesciasse oltre le barriere di corda che limitavano lo spazio destinato agli infermi. Tutti urlavano; la frenesia de' malati, per ottenere a lor volta il miracolo, diveniva una specie di parossismo; sul pergamo salì un vescovo; si mise cantare:

—Exultat domus mea, mea lucet benignitas...

D'improvviso, dal suo congegno d'ortopedica ferraglia, un paralitico sorse. Dapprima stette in bílico sui ginocchi, aprendo le braccia: indi si levò.

Si levò barcollante, nuovo a quell'equilibrio verticale come un fanciullo che discioglie i primi passi; e rideva di un riso ebete, puntellandosi nel vuoto contro la minaccia di ricadere.

Camminò. Fece alcuni passi obliqui, vacillanti come quelli d'un ubbriaco, e si volgeva per riguardare la ferraglia del suo supplizio, l'apparecchio di metallo e di cuoio che aveva contenuta la sua lunga immobilità. Poi si mise a guardare le sue gambe, a tastare le sue ginocchia, le anche, tutto il basso del suo corpo che si raddrizzava, che miracolosamente riacquistava l'elasticità nelle giunture anchilosate, negli ossi fuorviati, nelle caviglie rigonfie, nei piedi morti. E quando fu ben sicuro che il fuoco della vita rifluisse nella sua carne spenta, quand'egli, come un sonnambulo, pur si accorse di camminare, di camminare... una frenetica risata gli eruppe dalla gola singhiozzante, le sue braccia batterono l'aria come le ali d'un uccellaccio colpito a morte, urlò così forte che i più distanti l'udirono, e cadde all'indietro, senza flettersi, con le braccia aperte come un Crocifisso nella catalessi del miracolo, e rimase là irrigidito.

—Notre-Dame de Lourdes!... sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

E squassavano i párgoli rachitici, dalla enorme testa calva, con il collo segnato dalla scrófola, con le orrende macchie indelébili del vino e della pallida lue. Su questi visi di bámboli, átoni di senile imbecillità, batteva il fuoco delle torce illuminando le tragiche devastazioni dei crimini procreativi, sul braccio di quelle madri spettinate, scarne anch'esse, logore dal contagio che inflissero al figlio d'un contaminato.

E su la folla dei cristiani terribilmente passava la sensazione di Dio. Una straordinaria demenza invadeva le turbe dei pellegrini. Davanti all'enorme idolo di legno dipinto, sul limitare della Grotta piena di fiamme, sotto il pergamo di pietra dove il pallido Vescovo alzava un buio Crocifisso, era su tutti, meravigliosamente, l'immensa ala della potenza d'un Redentore.

Adesso i ciechi vedevano, i sordi credevan udire, dalle labbra dei mútoli sgorgava qualche sillaba confusa; il delirio mistico assumeva le forme più assurde, contraddiceva, talora per qualche attimo, talora per sempre, la scientifica impossibilità.

Ciò che i medici ed i chirurghi avevan escluso dalle lor cliniche atee come la verità positiva, qui sgorgava da una polla scarsa d'acqua innocente, brillava nello splendore della Grotta fiammeggiante, ardeva nella divina poesia della fede cristiana. Ciò che il medico non poteva ne' suoi laboratori consci di tutto il sapere d'una secolare investigazione, poteva, su le sventure dei battezzati, il buio Crocifisso nella mano del Vescovo pallido. Ed il miracolo sempre consisteva nella potenza taumaturgica della fede assoluta, nella certezza di dover guarire, ch'è la forza incomprensibile di tutte le guarigioni. La volontà miracolosa passava dall'uno all'altro, si centuplicava nella forza medianica di una gente infinita, poichè nessuna prova esclude che da uno sforzo titanico della volontà si possa ricreare perfino la materia.

E più non eravamo nel secolo di tutti i sarcasmi, di tutte le eresie. C'era un angolo del mondo—questa buia Lourdes—ove ancora un Cristo poteva sorgere dalle folle inginocchiate per condurre gli uomini lontano da quella che sarà in eterno la via del dolore. Qui si comprendeva com'era nato, presso le soglie della pazza Gerusalemme, il grande mito che fu sino ad oggi la più divina musica della vita, e qui si rivedeva l'Uomo di Galil salire coronato di spine alla croce dei ladri, sul Calvario.

Da tutte le terre dei cristiani venivano a Lui come una volta i percossi dalle afflizioni del mondo. Quelli che avevano picchiato invano a tutte le porte, ora venivano a Lui. Quelli che la natura crudele foggiava per ischerno con il più guasto rimasuglio della sua creta, quelli che udivan ridere senza mai poter ridere, cantare senza mai cantare,—da tutte le terre dei cristiani ora venivano a lui. Se la pietà umana li aveva dati per uccisi e la sapienza delle umane medicine li escludeva da ogni speranza d'incolumità, quelli che udivano intorno a sè cantare le vendemmie, ridere le primavere,—da tutte le galere del mondo fedelmente venivano a lui.

E questi uomini sciancati, e queste femmine sterili, e questi bimbi senza gioventù, allucinati ancor più di chi beve le droghe dei paradisi artificiali, saturi di una fede spaventosa e mirabile, non si accorgevan ch'erano venuti a lui, solo per carpire dalla sua divinità il piacere della vita, il fuoco gioioso e pagano del terrestre amore, la gioia dei sensi liberi, la felicità della carne. Volevano buttare a Dio le loro piaghe immonde, le lor grucce dolorose, il fetore delle lor bende mádide, il peso dei tumori soffocanti, la bruttezza delle membra contorte, il freddo respiro delle imminenti agonìe;—volevano vivere, splendere, ardere, tornare nei giardini della vita, spegnere nei rivi della felicità la lor sete carnale, poichè, per tutte le creature che nacquero, la transitoria bellezza del mondo è la più limpida forma di Dio.

E quivi ancora, dove al bivio parevano disgiungersi «le due strade»—quella del terrestre amore si nascondeva nel sogno dei pentiti, bruciava di sole infuriato sotto la polvere dell'ascensione spirituale.

Al Cristo che morì per gli uomini, l'uomo eternamente chiedeva il miracolo d'un raggio di sole.

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La trascinai lontano.

Era mia.

Sentivo terribilmente il bisogno d'immergere la mia viva bocca nella sua carne bella. Non potevo più tollerare quell'odor di ceri e di umanità maledetta; sentivo il bisogno folle di lei, de' suoi profumi, della sua fina cipria, della sua bocca giovine, della sua purezza non infranta.

Quella che a me non diedero le canzoni dei pazzi violini, la scintillante spuma de' bicchieri colmi, diveniva or mia presso la Fontana di Lourdes, nel ribrezzo dell'infinito umano dolore.

Fuggimmo.

I boschi erano verdi, erano fragranti; qualche rosa nasceva, chissà da qual giardino claustrale; il buon odore dell'ultima estate scendeva dagli orti chiusi dei bianchi monasteri.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole, e stando così presso alla tua bocca desiderata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu...

Vieni; la notte è quasi profumata come la tua gola che intravvedo. E noi passeremo allacciati sotto i portici di questa vecchia Lourdes, cercando una camera scura, un letto angusto, con due guanciali di freddo cotone, sotto un Crocifisso di legno tarlato. Pregni ancora d'incenso, noi discioglieremo in un tetro albergo di pellegrini questi abiti che portano il segno della nostra insolente paganità. Vieni; così ti amo, così ti voglio, contaminata come sei dal respiro di tutti i patimenti, nuda, come fosti nel Tempio, quando eri la danzatrice di Mágdala...

E sul guanciale ove discioglierai la tua treccia bionda e buia, dove annoderai le tue braccia nel contorto grido irreprimibile, sentirò salire da me stesso e da te la gioia viva del mondo in mezzo alle piaghe di tutto l'uman genere; mi bacerai con la tua bocca rossa, mi toccherai con l'erto ápice de' tuoi seni lussuriosi come la sterilità, mi farai sentire, nel dolore gioioso del tuo grembo non ancor dissuggellato, battere quell'unico senso della vita che non può disgiungersi da ogni cosa viva, ma traversa come una eterna divinità la bellezza universale...

Vieni; ancora ho voglia d'immergermi sino alla gola nella gioia del mondo, e ridere in mezzo a questo pianto, e vivere in mezzo a questa morte, ove ti condussi per intendere quale musica debba essere la mia.

I mistici organi delle basiliche hanno cantata l'apotéosi del divino amore; vieni; ora forse riudiremo trillare da lungi le canzoni vertiginose dei pazzi violini... E questo avverrà per le scale buie d'un locandiere da pellegrinaggi, in una stanza rimasta vuota, forse perchè aveva qualche vassoio di puro cristallo e qualche drappo di bianca trina.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; un fiume bianco di spuma entra nella sera infinita; per il cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; un fiume passa; il tuo braccio mi stringe; tutto questo è il rumore di una giornata umana, un po' di giovinezza finita, un po' d'amore disperso, Madlen... e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda, il fiume passa, passa...

Vieni; su noi piove il pagano amore del vivere; in questo immenso tentativo dell'andare più in là, una sola cosa è necessaria: impadronirci della barbara vita.

Vieni; troveremo una porta quasi conventuale, con sopra un lume vacillante; se la porta sarà chiusa, noi picchieremo col battente. Scenderà mezzo addormentato una specie di furbo scaccino sessantenne, per vedere chi mai siano, a sì tarda ora, nella buia Lourdes, questi due rumorosi importuni. E guarderà le tue mani accese di brillanti, le tue dita quasi azzurre, con una specie di sdegno avido e scandolezzato, mentr'io gli dirò che siamo due pellegrini del Sacro Cuore di Gesù, rimasti senza tetto e senza giaciglio in questa città così deserta, ove si comprime a stento una immigrazione formidabile. Nella sua casa, ove par che ogni uscio vi chieda il favore di pronunziare un «Amen», troveremo tutto ciò che delicatamente occorre a bene dormire dentro lini di bucato; le mura d'antica pietra, le porte di vecchio noce, le cortine di spesso drappo, ci seppelliranno vivi fra il sonno di questa guelfa città de' conventi, e lontano, chissà dove, nei profondi nostri occhi pieni di febbre ancora vedremo ardere la Grotta Fiammeggiante sul piazzale dei Miracoli, ridere d'un riso immoto l'enorme idolo di legno dipinto e gli ultimi guizzi della vampa lambire il pergamo dove apparve, con i suoi occhi freddi come l'argento, la tragica ombra del diácono Ralph...

Tu ed io guarderemo tacendo il pallore dell'uomo che ti abbandonò.

Vieni; le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo; ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini...

Non tutto è rinunzia e buia preghiera; se due sono le strade, forse la nostra è quella che passa nel cuore della vita.

Vieni; ora ti spoglierai; la tua pelle nuda mi ricorderà che il mondo è pieno di sole...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, ove pesa l'ombra della tragica Lourdes, penserò la sera di Settembre, su la bella Concha, quando la strada scintillante correva sotto i gonfi giardini del reale Castello di Miramar...

Che buon profumo le tue rose mandavano, quella sera, o felice Monte Igueldo!...

In un vasetto d'argento, fra l'orologio e il portacenere, due lunghi rami di tuberose fiorivano da un mazzo di gelsomini. Avrei voluto dirti una parola d'amore, qualche bella parola che non trovai. E tacendo guardavo le tue mani. Pensavo a quelli che ti avevano baciata, alle labbra che si erano immerse nel respiro della tua viva bocca.

Tra il sole morente le tue trecce divenivan color di fumo. La tua pelle prendeva il colore della infinita sera. Vedevo le tue forcelle di brillanti ardere come bianche fiamme nei capelli scuri.

I tuoi occhi mi fecero pensare al profumo che mandano le violette.

E nel guardarti pensavo:—Questo è forse l'amore.

La distanza è l'amore. Ciò che per noi fu tale in un'ora di bellezza e finì. La donna che passa è l'amore; la donna senza storia, senza nome, senza il peso inevitabile de' suoi mediocri peccati. Quelle che andarono via, scomparvero, travolte nella musica d'un treno. Quelle che a noi diede il mare, di notte, nel grande spazio, laggiù, sotto le stelle, quando canta il maestrale.

Con noi passarono, risero, nel turbine d'una città sconosciuta. Forse un teatro le portò, un albergo, una strada buia.

Erano molte; fra molte rimase una.

Aveva negli occhi e nell'anima il colore della terra d'esilio; portava in sè la primavera, e come la primavera passò.

Parlava con un po' di fatica, sottovoce, della sua casa lontana, di gente che voi non conoscete, di luoghi belli e distanti che forse non vedrete mai; parlava con una voce piana, senza ombra di timore, come una buona sorella...

E fu la vostra amante in una camera d'albergo, dopo una sera troppo calma od un bicchiere troppo colmo...

Chi era?

Forse nessuno; la donna più bella che vedeste, il colore della terra d'esilio, l'unica forse che v'innamorò...

Sul vostro guanciale disciolse, per qualche notte, la sua treccia profumata; vi disse molte cose di sè, molte cose poco importanti, che saranno fors'anche vere...

La mattina, prima del sole, come venne uscirà da voi, leggera, in punta di piedi, trascinando sul lungo tappeto la sua bella vestaglia di seta. E troverete forse di lei, nella coltre, una forcella dimenticata...

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, penserò a quel giorno di pioggia sul finire del mese di Settembre, quando entrai la prima volta, Madlen, nella tua stanza quasi buia. Dal bagno filtrava un po' di luce; l'argenterie cesellate, l'avorio de' tuoi molteplici pettini, scintillavano sul vetro della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo, con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.

E dicevi:—«Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Se volete che sia vostra, tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadendomi sottovoce, parlandomi sottovoce... poichè amo, amo, amo la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più. Sì, me ne ricordo... Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso, alla tavola di giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me; provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di amaro, di aspro, d'insensibile... Mi piacevate allora, e dopo di allora non più...»

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avevi ragione, Madlen:—«only as long as we are strangers can love be a sweet spleen...»

Non so perchè, in quel momento t'immaginai qualora tu fossi morta, morta nella tua giovinezza, ed immaginai di vederti giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, con i tuoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i tuoi vizi ancor evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe lieve il peso del tuo corpo da mettere nella bara...

E dicevi:—«Non vi muovete, non parlate... voglio darvi un bacio tutt'intorno alla bocca... no, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli... essi mi fanno così male!... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi, tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia, non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi, v'ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d'essere innamorata... Se vi dicessi «tu» sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca, e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...»

E la pioggia cadeva, cadeva, con un piccolo ridere con un sottile stridere; batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre.

In questa camera vecchia, fra queste mura stinte, nel profumo del tuo grembo disciolto, nel calore delle tue braccia innamorate, penserò all'altra peccatrice, quella che in te confusi quando eri la danzatrice di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il gráppolo delle vigne di Galaad, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la verde Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Allora, nel popolo di Giuda, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea.

Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade, e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, si abbigliava come le portatrici d'ánfore per camminare al fianco del pallido Galileo.

Poich'Egli aveva con sè la teoria di tutti i miserabili e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere infuori da Lui; e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano dai lontani picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva l'uomo dal tetro amore, il violento che d'un tratto impallidiva nel guardare la danzatrice di Mágdala:—Giuda Iscarioth...

In quella camera vecchia, fra quelle mura stinte, mi pareva riudir lontane le canzoni di Tiberiade, e più lungi, con sordi strepiti, rumoreggiare in un mondo piegato sotto la forza delle spade l'eterna rivolta dei miserabili...

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...

Pensavo:

—«E domani—forse domani—come venisti partirai da me. Una stazione fredda, ravvolta in un nembo di elettricità, chissà dove, chissà quando, forse in un villaggio di frontiera, vedrà partire lentamente il treno tutto acceso di cristalli, che disperderà per sempre il mio sogno nella musica delle infinite rotaie.

Domani—forse domani—ridiverrai per me la forestiera, quella che ha smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

Non so dove, non so quando, una sera, mentre, affollato, rumoroso, il treno del nord cigolerà, suoneranno fra noi le parole che diceste al signore Lord Pepe, calme, su la bocca impassibile, con l'anima forse ravvolta in un velo di grigia malinconia:—Good bye, Friend...

Ed io vedrò—tu vedrai—la tua ombra—la mia ombra—sparire.

Un fanale rosso, un punto, una striscia di fumo, nulla, diverrà il nostro amore sparente nella notte infinita...

Quel treno lungo, sottile, fatto d'acciaio terso e di legno levigato, che trascinerà nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di specchi e d'elettricità, quel treno pressochè ingioiellato, carico di belle donne, d'uomini ricchi e di bagagli costosi, trascinerà per sempre nello spazio il suono pesante, indefinibile, della parola: addio...

Tornerai nei balli scintillanti, nelle dorate case delle avventure d'una sera; invecchierai presso le tavole da giuoco, strofinando i tuoi gomiti nudi sui tavolini delle cene, appressando le tue labbra tinte all'orlo dei bicchieri che avvelenano; riderai, splenderai, come una creatura che per vivere senta il bisogno dell'eccitazione artificiale; qualche uomo prepotente sarà il tuo padrone, di qualche altro sopporterai la lascivia indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i tuoi occhi splendenti, e nella dolce tua carne coltivata come un fiore da vetrina trasalirà più cruda la forma dello scheletro, e sarai vecchia, e sarai povera, i denti falsi brilleranno d'una luce opaca nelle gengive pallide, la sottile tosse dei tisici tormenterà i tuoi polmoni arsi dal fumo delle sigarette oppiate; un giorno avrai un deliquio, morrai sopra un divano, ti porteranno al cimitero... È triste.

Sì, è triste, come il pensiero d'ogni cosa che tramonta, nella fredda vita. Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nei sepolcri vegetali della terra il seme di domani sta per nascere; solo una cosa è bella nel mondo, solo una cosa è giovine intramontabilmente:—la poesia di ciò che va oltre.

Nell'alba lontana—io pensavo—anche le stelle muoiono. Qualcosa è laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince tutte le creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora... e il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve; nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà... Muoiono le stelle.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...

Nell'alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi, ésula, nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa ch'io sono e porta me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini; e navigando fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole. Nell'alba grigia canta il fiume della divina Bernadette, e suoneranno fra poco le belle campane dorate al Dio mattutino che incendia le splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.

Forse un giorno, quando saremo lontani, tu da me, io da te, Madlen, e la distanza ed il passato—le due vere musiche del mondo—avvolgeranno le nostre anime di camminanti, questa lenta e voluttuosa notte in noi risalirà come il sogno d'una bellezza distrutta, sarà il tormento sottile, divino, d'una illusione che perdemmo, il fuoco e la tremante memoria di un lontano amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando i bastimenti escono dal porto, quando le città straniere, come lontane isole, diventano buie, tu ridiverrai per me, io per te, Madlen, il colore del sogno che fu nostro; e la distanza ed il passato—le due vere musiche del mondo—avvolgeranno le nostre anime di camminanti nel triste, perduto incantesimo della bellezza d'un amore che finì.

Forse, talvolta, la sera, quando la strada passa traverso l'anima di chi va via, quando, nel cuore degli erranti, lontane, brillando si alzano le foglie gialle del passato, qualcosa di noi riudirà, fra le musiche dei pazzi violini, trillare sotto l'archetto dello zingaro le strofe della Chanson du Missouri:

Et j'eus souvent

d'autres romans,

j'ai connu d'autres baisers,

trop vite épuisés...

A quel tempo il signore Lord Pepe sarà il monarca del feudo di Zarauz; la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa cattolicità la viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrà lentamente attratto nella viscosità della sua carne romantica e provinciale; a governo di tutto il latifondo siederà il Gesuita macilento ed impenetrábile che fu il ministro-confessore della sepolta doña Isabel.

E Litzine, la bionda come il sole, con i suoi voluttuosi occhi da educanda, seguiterà nondimeno a far cadere nei tranelli di Dánae i suoi piccoli franchi d'argento; in estate a Deauville, d'autunno a Biarritz, d'inverno a Cannes, di primavera sotto le acacie di Armenonville, seguiterà nondimeno a dividere le sue laboriose giornate fra le colazioni di Crisópulo il Greco, i pranzi di Ned l'Americano e le cene del Marchese Sciogatsu, ovverossia il Marchese Capo d'Anno...

E mentre tutti noi consumerà la pesante polvere della strada, ogni anno torneran le rondini su la bianca terra di Guipuzcoa, dove gonfie di maturo pólline le tue rose ubbriacheranno l'estate, o felice Monte Igueldo...

E torneranno alle Fontane del Miracolo i greggi degli eterni miserabili, a dimenticare nel sogno d'un'umile pascolatrice il sogghigno freddo e sarcastico dell'uomo che si chiamò Voltaire.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano...

Eppure le rose nascoste ancora fioriscono dai fragranti rosai; nostra è ancora la gioia del mondo; in noi sale scintillante la spuma del vino biondo, ridono, tremano, cantano gli archi dei pazzi violini... Domani—forse domani—ridiverrai la peccatrice di Mágdala, quella che ha smarrito un fiore nella polvere del mio cuore di viandante.

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare...

Álzati ancora ignuda, com'eri sul drappo d'oro nel mezzo della Basilica scintillante, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov'erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vórtice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisíaca della vita...

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, peccatrice di Magdala!...

Nell'alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare.

Álzati ancora e danza, ignuda, sul cuore del mondo, e sii la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Forse, talvolta, la sera, quando i treni si addormentano, quando la strada passa traverso l'anima di chi va via—tu per me, io per te, Madlen—chissà dove, chissà quando, riudiremo sottovoce cantare la musica dei pazzi violini; e dell'amore che ci portò e del dolore che ci strinse non rimarrà che una striscia di fumo, nulla, un po' di sogno, l'azzurra ombra d'una sera d'estate, su la bella Concha, davanti al sole che moriva nel divino Atlantico... e sarà una striscia di fumo, nulla, un poco d'anima dispersa nel rumore della strada, qualcosa di troppo lieve, di troppo azzurro, la memoria d'una sera d'estate, una striscia di fumo, nulla...

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FINE

DELLO STESSO AUTORE

L'amore che torna—1908

Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio Romanzo

Colei che non si deve amare—1910

Ultima ediz. dal 131.º al 180.º migliaio Romanzo

La vita comincia domani—1912

Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio Romanzo

Il Cavaliere dello Spirito Santo—1914

dal 41.º al 70.º migliaio Storia di una giornata

La donna che inventò l'amore—1915

Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio Romanzo

Mimi Bluette, fiore del mio giardino—1916

Ultima ediz.: dall'111.º al 160.º migliaio Romanzo

Il libro del mio sogno errante—1919

Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio

Sciogli la treccia, Maria Maddalena—1920

Terza ediz: dal 101.º al 150.º migliaio Romanzo

Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A. ne vieta la ristampa.

Nota degli Editori.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali, così come le grafie alternative (cofano-cófano, diacono-diácono, ozi-ozî e simili) sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi [tra parentesi il testo originale]:

123—n'ayant pas déjeuné [déjeûné]

125—Allez à présent garer [gârer]

137—préférant [préferant] se promener

144—ma chère [chere] Litzine!

168—dei gendarmi di Offenbach [Offembach]

220—La «Weltanschauung» [Weltanschaung]

229—no de ferrocarriles [ferro cariles]

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