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Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Front matter (continued 3)

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Frattanto il custode notturno era venuto a sparecchiare la tavola dai magri avanzi della nostra cena. Litzine era distesa sul divano, leggermente ebbra, e fumava. Fumava con gli occhi sperduti nei circoli azzurri, nelle ondeggianti nuvole della sua profumata sigaretta. Poichè teneva le ginocchia un po' sollevate, si vedevan nell'ombra della gonna le sue belle caviglie delinearsi come lunghi fusi. Que' capelli così biondi, così leggeri, davano al suo viso d'educanda un non so che di celestiale. Madlen le sedeva presso; il capo d'entrambe affondava nel medesimo cuscino. L'avvocato di Nimes, dal bracciolo della poltrona, era sdrucciolato nel grembo di M.me de Lonard, che, sebbene fingesse di respingerlo, pur si lasciava con benevolenza perquisire dalle sue mani curialesche.

Allora, con un altro sospiro, M.me Fellner disse:

—Oh, com'è tardi, amici miei! Vi prego, lasciatemi andar via...

—Sì, avete ragione, contessa. Ora verremo noi pure. Vedo che Litzine e Madlen hanno bisogno di raccoglimento. Questo giovine signore, che purtroppo non è il vostro tipo, le aiuterà probabilmente a spogliarsi, ed è opportuno che noi provinciali, noi, gente a modo, non assistiamo a questi gravi disordini...

—Provinciale io?—brontolò M.me Fellner, gialla di stizza.—Per vostra norma son vent'anni che ho il mio appartamento in Boulevard Hoche!

—Non dico di no, cara contessa. Ma le donne che al giorno d'oggi si contentano ancora di andare a letto con un uomo—voglio dire semplicemente con un uomo—voi, di grazia, come le chiamate? Per conto mio le chiamo provinciali, mentre giudico addirittura prive di educazione quelle che ancora si permettono di avere un figlio... Dopo ciò, non mi rimane altro che augurare a tutti quanti la buona notte!

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Restammo soli, Madlen, Litzine ed io. Apersi una finestra perchè si diradasse il fumo, ed uscii sul balcone.

Un incerto chiarore d'alba scendeva dal promontorio verso il mare; correva giù con impeto, a grandi folate, avvolto in voluminose bufere di nebbia, che si sfasciavano contro l'ondata. Il molo della Zurriola si perdeva nel buio colore del vento. Su lo zoccolo del suo monumento l'Ammiraglio de Oquenda pareva un grand'uomo. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare con un lento ronzìo di corde elettriche il suo globo spento.

Una d'esse mi chiamò:

—Eh bien, monsieur le poëte, que faites-vous là? Inspectez-vous les airs à la découverte d'une nouvelle planète?

—Non, mesdames; cette vieille terre me suffit. J'observais l'Amiral de Oquenda; il vient de s'enrhumer; la rosée matinale dégoutte de son nez historique.

—Mais vous allez bientôt nous quitter, je suppose...

—Jamais de la vie!

—Vous dites?... Ah, par exemple! on appelle ça une violation de domicile.

—Eh bien, soit! En fait de viol, quelle est, dites-moi, la femme qui oserait s'en plaindre?

Risero. Vennero entrambe sul terrazzo, si affacciarono, una contro il mio braccio destro, l'altra contro il mio braccio sinistro. E Litzine disse:

—N'exagerez donc pas, cher poëte!... L'aube est froide, et vous allez vous refroidir vous-même par ce brouillard couleur de taupe...

Madlen soggiunse:

—Dieu! que la nature devient banale... Même les brouillards se choisissent désormais des couleurs à la mode!...

Volsi la bocca verso Madlen e le diedi un bacio; le diedi con irritazione un bacio su la nuca, dove i capelli premuti sul cuscino leggermente si arruffavano.

Madlen non si mosse; rimase a guardare con una specie di fissità nella notte lontana.

—Embrasse-le donc...—la esortò Litzine, con la sua voce carezzevole, premendosi contro la mia spalla.

—Les Anglaises ne savent pas embrasser. I do not. Embrasse-le toi d'abord.

—Voyons! Je ne suis pas sa maîtresse.

—Ni moi non plus.

—Tu as peut-être tort...

—Peut-être.

Il vento mi avvolgeva nel loro indivisibile profumo. Una piccola striscia di cielo divenne in quel momento azzurra. Ma era laggiù, sul mare, al confine dello spazio, e pareva uno spiraglio di eternità nella infinita ombra.

—Dis-lui qu'il s'en aille, Litzine; j'ai très sommeil... l'aube est froide... fermons la fenêtre.

Tornammo nella camera, senza chiudere i vetri. Confidai a Litzine tutto quello che accadeva tra noi da lunghe settimane. Litzine si mise a difendermi.

—Tu es cruelle, Mad. Oui, tu es vainement cruelle. A quoi bon exaspérer un homme? On cède toujours, à la fin des fins... Vois-tu? même la comtesse Fellner, ce vieux perroquet, nous le disait tout à l'heure... Car, ma petite Mad, si c'est vrai que la nature est banale, rien n'est plus banal que de ne pas vouloir lui obéir. Et enfin, moi aussi, toi aussi, nous tous, la nuit, vers quatre heures, quand on a bu du Pomméry...

—Mais alors, puisque tu le défends si bien, couche donc avec lui!—l'interruppe Madlen battendo il piede. Poi soggiunse:—Moi je vous regarderai...

E rise.

Litzine aperse più che poteva i suoi chiari occhi d'educanda, mi guardò, la guardò, poi disse:

—Mais... c'est de toi qu'il veut, ma petite Mad; sans ça... évidemment!

Madlen, con un atto repentino, buttò le braccia al collo di Litzine, mise la bocca vicino alla sua bocca e ripetè, alterata nel viso e nella voce:—Couche donc avec lui... veux-tu, Litzine?

Questa, con molta pulizia, con molta educazione, rispose:

—Je ne vois pas quel plaisir cela puisse te faire...

Poi, dopo una riflessione, osservò senza il minimo rancore:

—Si c'est pour te débarrasser de lui, je veux bien te rendre ce petit service.

—Non, ma foi, non! C'était pour autre chose... Tu me connais, Litzine; j'ai parfois des idées irréalisables...

—Rien n'est irréalisable dans ce sens, Mad. Et, d'ailleurs, Monsieur Claude avait parfaitement raison: nous ne sommes pas des provinciales... voilà tout! Mais enfin, mol, chers amis, je vous dis bonsoir.

—Bonsoir, Litzine...

Ma nonostante questo commiato Litzine non se n'andava. Mi domandò una sigaretta, che io le diedi. Poi, nell'accenderla, toccai la sua mano. La sua mano era morbida, calda, profumata; la sua mano era lieve come un piumino per la cipria. Forse non ho mai veduti occhi di fanciulla più limpidi e più calmi de' suoi. Era gentile come l'innocenza. Il suo labbro superiore non le chiudeva bene la bocca; vi rimaneva sempre nel mezzo uno spiraglio di sorriso. Non so perchè la guardavo, e Litzine guardava me.

Suonarono le quattro di notte. Dal balcone aperto veniva il profumo del mare. Mi ricordo ancora le sue braccia; mi ricordo con precisione la forma delle sue nude braccia. Nel muoversi facevano pensare agli steli dei narcisi, nelle praterie alte, quando il vento di primavera incurva tutto il campo.

Madlen si era sciolta i capelli; ora si spogliava. La sua lunga treccia, colore di vecchia tartaruga, nasceva oscura e diveniva intensamente bionda. Il pettine vi cigolava, sollevando furiosi disordini tra quella ricchezza buia ed incendiata.

Disse a Litzine:

—Dégrafe-moi ça...

Le si era impigliato un uncino dell'abito in un'ásola del copribusto. Per far ciò, Litzine dovette sollevare il peso della sua lunga treccia, che ad ogni mossa variava di colore, ingombrandole tutto il dorso.

Erano entrambe davanti alla grande specchiera, che le rifletteva con fulgore, tra un nembo di elettricità.

Litzine raccolse quella stupenda capigliatura come si raccoglie un grande fascio di fieno fragrante, e, prima di sciogliere l'uncino, profondamente v'immerse la bocca.

Madlen rovesciò la gola, e rise.

Rise forte, rise con una voce sonora, quasi torbida, una voce che udivo per la prima volta in lei.

—Tu es bien gentille de m'avoir aidée; je te remercie, Litzine...

L'abito era slacciato. Litzine si mise davanti a lei contro la specchiera. Madlen ora si pettinava.

—Où est ta chambre, Litzine?

—Que sais-je? elle doit être par là...

Madlen teneva qualche forcina tra i denti; fece un piccolo giro per la camera; poi disse:

—Couche donc ici, Litzine. J'ai un si grand lit et je suis toute seule...

—Vrai?

—Oui, sans doute.

Mi guardarono. Entrambe risero. Ma io guardavo solamente il nastro di fumo della mia profumata sigaretta.

Laggiù, sul mare, qualche stella cambiava onda. Il silenzio immenso che precede l'alba era su l'infinito.

—Je veux bien coucher ici, Mad, puisque tu le désires,—le rispose Litzine dopo una lunga riflessione,—car je n'aime pas être seule dans des lits nouveaux.

Allora Madlen mi disse:

—Tâchez de vous rendre utile, mon ami! Allez vite chercher le sac de Litzine.

Vi andai. E feci tutto questo con diligenza, con docilità, senza produrre strepito, come un uomo desideroso di bene compiere quanto gli si richiede.

La borsa d'automobile della bionda Litzine era molto grande, ma pesava poco. Nel portarla vi si udiva un rumore di sottili boccette. Dalla sua fodera si sprigionava un buon odore di cuoio fino e d'Acqua di Lavanda.

Ritornato nella camera di Madlen posai quella borsa nella poltrona di M.me de Lonard, ove la gloriosa cantante aveva lasciata cadere una sua piccola forcella.

—Oui... mais vous n'allez pas assister à notre toilette, j'espère...

—Pourquoi pas?

Anche Litzine si andava ora sbottonando la camicetta; il suo pudore non le concedeva di lasciar cadere l'abito, perciò camminava nella stanza con un visibile impaccio.

—Tout de même j'ai honte!—esclamò ridendo Litzine.—Les poëtes surtout m'intimident, lorsque je me déshabille.

—Les poëtes?... Oui, je comprends ça. Quand vous leur montrez une épaule très bianche, eux ils ne pensent qu'à l'orner d'une rime décrépite. Oh, je les plains, ces idéalistes! Mais, quant à moi, chère Litzine, je ne serai au pis aller qu'un poëte du vingtième siècle, pour qui Orphée n'est plus qu'un mediocre tzigane, Mercure un employé du téléphone, Apollon un chansonnier de Montmartre et la voluptueuse Vénus une belle fille comme vous.

—Oh! mais alors il ne nous reste qu'à suivre l'exemple de cette Déesse, qui dépensait très peu pour ses toilettes, préférant se promener toute nue sur les plages que fréquentaient les Athéniens. Fermez donc les volets, monsieur le poëte! Madlen est assez belle pour laisser tomber sa chemise, et moi, si vous atténuez la lumière, je vous avouerai tout bas que, pour mon compte, la Grèce n'a eu qu'un poëte: ce poëte était une femme, son nom était Sapho...

Così parlando Litzine frugava nella borsa mezzo vuota; Madlen scioglieva il suo leggero busto. Un profumo di nudità femminile riempiva la soave stanza.

Chiusa la finestra, mitigato il fulgore delle numerose lampadine, or novamente ci fasciava la notte scura e colpevole, ci avvolgeva il suo torbido silenzio, che in sè custodisce ogni folle peccato.

Forse non ho mai vedute insieme due così belle creature. A poco a poco mi dimenticarono. Solamente le donne timorose dei propri difetti si rassegnano mal volentieri a lasciarsi veder discinte. Il pudore non è per la donna che un dubbio di natura estetica, in contraddizione con la sua fondamentale propensione ad essere impudica ed a giacere ignuda. La forma femminile è ciò che deve aver suggerito ai primitivi artefici la tentazione di esprimere un'idea con note musicali. Poichè la musica viene dall'amore. Viene da quell'amor sensuale, da quella tendenza verso l'amplesso, cui tutto l'universo ubbidisce.

Nulla nel mondo è così degno di religione come la bellezza del corpo femminile. La voluttà è sublimazione d'intelletto, stupenda e grave, poichè affaccia verso desiderî ulteriori, che non appartengono alla umana vita. In verità la gioia dei sensi non è mai totale nè perfetta, poichè s'inoltra verso l'ingaudibile.

Così pensavo, guardando lo splendore di nudità che sbocciava dalle tenui biancherie delle due bellissime cortigiane. Que' trasparenti involucri di fino batista si scioglievan dai loro dolci corpi come da un fiore l'involucro; per qualche istante rimanevano pregni e gonfi del lor profumato calore. Un po' assorto nel sogno e nella tentazione, avvolto io pure nella ebbrezza musicale del vino biondo, sommerso in quel profumo di capelli odorosi e di stoffe leggere, di fragranze carnali e di ciprie imponderabili, non udivo che un rumor confuso d'acqua e di braccialetti, un fruscìo di vestaglie, un ridere di parole sommesse, di qua, di là, tra l'urto continuo de' pettini e de' cristalli; tutto ciò nel caldo peso della notte, nel silenzio rumoroso delle mie battenti vene, tra il fuoco delle rifrazioni minutissime che l'unica lampadina ripercoteva nelle specchiere luccicanti.

Erano due perfette cortigiane, due creature gloriose di tutto lo sfarzo che può essere nella bellezza umana, ed avevano dato sè stesse al piacere altrui. Traverso i lor corpi formati con un raggio di sole era passato il desiderio degli uomini come l'impeto lirico in una concitata poesia. Eran forse due donne vendute, ma professavano la loro sottomissione con una specie di stupenda regalità, esercitavano la bellezza, dispensavano il perfetto piacere, come l'artefice d'un'opera d'ingegno regala sè stesso nel suo felice capolavoro.

Il Codice di Diritto Civile, questo grottesco libro di satira sociale, non possedeva un certo numero di articoli destinati a disciplinare la lor vita insolente, come invece ne ha per incatenare la triste obbedienza delle donne maritate. Nessuno le poteva costringere ad esser madri, nessuno poteva imprimere su la loro nudità scintillante il marchio dell'assoluta proprietà. Nel secolo di tutti i cataloghi e di tutte le classificazioni esse vivevano, libere da ogni casta, franche da ogni servitù splendenti come i loro gioielli, maravigliose come i loro vizi, tuffando crudelmente nel denaro altrui la mano inanellata o regalandosi al primo venuto, se questi era un uomo che poteva, per qualche notte, impadronirsi del loro generoso piacere.

E nel guardarle pensavo all'infinito gregge perpetuo delle madri di famiglia, le opache femmine d'un solo padrone, sovente a lui avverse, umili e pazienti come bestie da lavoro, piegate al giogo domestico da una fredda e necessaria fedeltà. Pensavo a tutta la gioia che si disperde nella soffocante abitudine della coltre familiare, alla distruzione d'ogni poesia che governa le astiose lussurie dei talami coniugali, e mi pareva che qualcosa d'ingiusto fosse ancora nella sorte della umana famiglia, dove un uomo ed una donna, condannati a patirsi per l'intera vita, eran costretti a rifugiare nel silenzio di oscure tentazioni l'insoffocabile amore della ubbriacante novità.

E pensavo al triste adulterio, alle buie camere pomeridiane ove si consuma il tradimento; pensavo ai talami provvisori, dietro i subdoli usci dei quartieri senza portineria, nei calmi vicoli crepuscolari, dove l'infedeltà nasconde con paura i suoi mediocri paradisi.

Ma queste che invece io guardavo, non eran forse le cortigiane sacre delle canzoni primordiali, quelle che le religioni d'Oriente custodiron nei templi scintillanti, quelle che Atene illuminò di gloria nell'apogeo del suo secolo d'oro ed Efeso fece brillare da lungi agli erranti navigatori, ed Alessandria, folle di sapienza, inghirlandò negli immortali conviti, quelle che Roma offerse alla genuflessione de' suoi Cesari e l'Impero cadente circonfuse di più alto miracolo, quando, nella fatale Bisanzio, già tutta pervasa di mollezza asiatica, gli eterni Dei mediterranei cedevano le are fumanti ai pallidi violatori dell'Ellesponto?

Sì, erano ancora le medesime, ed appartenevano a quella dinastia della bellezza che diede le splendide imperatrici, le indimenticabili etere, la rossa fiamma, il sogno delle eterne peccatrici. Da esse nasce la bella poesia di cui vive il mondo, la sorgente piena di natività ove ogni labbro si disseta, ove la febbre dionisiaca del creatore attinge la sua divina inquietudine. Da esse venne la luce dei secoli; nel lor vizio immortale tramontò lo splendore di tutte le dominazioni. Fecero costruire i templi, cantare le più alate leggende, illuminaron de' lor occhi dipinti la storia delle babeliche città; con leggere dita piegarono gli scettri dei monarchi; una d'esse fu anche la più innamorata fra tutte le donne, la più vera fra tutte le amanti,—e si chiamava Maria Maddalena.

Si chiamava Maria Maddalena, ed era la cortigiana di Mágdala, splendente in amore fra tutte le donne perdute, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove rideva il buon vino delle vigne di Galaad, quella che diede il suo corpo al delirio di tutte le contaminazioni, la femmina bionda, coperta di gioielli abbaglianti come l'estate, la più soave di tutte le peccatrici, la fontana della bianca rugiada, il fiore della terra di Galil.

E quando la portarono davanti al bel Dio, che predicava per gli umili nella purità del battesimo, davanti al pallido viandante che appariva la sera su le rive del lago di Genezareth, ella con amore gli disse:—«Ti amo, forestiero che vieni dal paese d'oltre monte. Préndimi! la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Poi andò con lui, perdutamente, una sera d'estate.

E camminaron per la dolce Galilea, nella terra dei cedri e dei carrubi, ove ridono bianche fontane fra i cespugli del mirto selvatico. La sera, presso i campi dei legionari, dormivano sotto il chiarore delle stelle.

Ed un uomo era con essi, che amava la cortigiana di Mágdala e guardava con occhi sinistri la luce de' suoi capelli così biondi; un ruvido maschio di Giudea, taciturno come l'uomo che ha patito, rugginoso come il pugnale che s'insanguinò; un uomo che non trovava parole se non fra le sommosse dei suburbi, nelle tetre taverne, fra i vicoli clandestini, dietro i banchi dei mercati forensi, e là tramava le sue congiure, contro i centurioni, contro il Procuratore di Giudea, contro la moneta imperiale che intascavano i venduti a Roma, contro il peso della forza di Cesare, contro il vile Tetrarca.

Ed egli da tutto il suo cuore amava la cortigiana di Mágdala, quella che i citaredi cantavano più bella fra le donne di Galil, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, quella che tentava di sè il vero liberatore degli uomini, e lui guardava, ed a lui parlava con la sua voce profumata come il vento, e sempre gli diceva con amore:—«Préndimi, báciami, forestiero del paese d'oltre monte... Vieni; la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Allora, nel popolo di Israele, stava per nascere oscuramente la rivoluzione cristiana. Rumoreggiava, in un mondo piegato sotto la forza delle spade, l'eterna rivolta dei miserabili. Ed era in Giuda che il rumore nasceva, nel focolare di tutte le ribellioni, nella stirpe creatrice d'ogni terribile idea. Quando, nei rossi crepuscoli, più ebbre al cielo salivano le canzoni di Tiberiade e Roma lontana esercitava il suo tirannico potere su tutto il mondo conosciuto, la più splendente cortigiana del Tetrarcato di Giudea, la figlia di Mágdala piena di rosai, la etera che negli alti palazzi dalle sale di cedro aveva udito parlare del pallido Nazzareno, scendeva per le strade maestre a camminare coi sollevatori di plebe, con l'uomo che il folle Giovanni aveva detto essere il liberatore da tutte le miserie della vita.

E i credenti nel battesimo erano già mille per tutte le strade, e Roma lontana, quasi barbara, per questa gente che trascinava nella sua paziente anima tanti secoli d'incatenata civiltà, Roma costruttrice d'anfiteatri e di codici, di templi e di strade militari, non vedeva sorgere questa immensa bufera di anime, che infine soverchiò la sua medesima potenza. Ma col disprezzo che Roma aveva per il linguaggio, per le tradizioni, per il terribile Dio semitico urlante dalle bibbie decrepite, Roma ubbriaca di potenza, non si fermava nemmeno ad ascoltare le innocenti parabole di fraternità, che la sera, camminando coi discepoli, narrava il pallido Galileo.

Ma egli aveva con sè la bionda peccatrice di Mágdala e con sè l'altr'uomo insonne, il ruvido maschio d'Israele quegli che fedelmente lo seguiva dall'alba fino alla sera e parlava sottovoce, quando parlava, ed era così perduto nel Maestro da nulla vedere nè conoscere in fuori da lui, e coglieva dai rami le pesche mature per dissetare le sue labbra riarse, e gli dava il suo mantello di lana quando le rugiade cadevano dagli elevati picchi dell'Hermòn, ed era il compagno di tutte le ore, il fedele di tutte le comunioni, quegli che sapeva e taceva, l'uomo dal tetro amore, il silenzioso che più tardi parlò:—Giuda Iscarioth...

. . . . . . . . . . .

E Litzine disse:

—Crois-tu, Mad, que je puisse laisser tomber ma chemise devant ce jeune homme, dont les yeux m'inquiètent?

—Voilà un cas de conscience, ma chère Litzine! Moi, à ta place, je lui dirais: «Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?»

—Ma foi, que tu as des idées intelligentes! Avoir l'esprit si éveillé, à quatre heures de la nuit, voilà ce que j'appelle être une femme supérieure!

Poi si volse a me, con le mani incrociate sul petto, più nuda che se fosse nuda, nella camicia incredibilmente fina, e ripetè con la sua voce piena di un adorabile pudore:

—Monsieur, voulez-vous avoir l'obligeance de fermer pour un instant vos yeux?

Madlen era inginocchiata sul letto e stava per entrare sotto la coltre.

Le risposi:

—Mon précepteur m'a appris, lorsque j'avais douze ans, qu'il ne faut jamais éviter de rendre service à une dame.

E chiusi gli occhi.

Mi pareva così di essere perfettamente in pace con la mia coscienza e di poter continuare, fra me stesso, a trarre conclusioni su gli usi ed i costumi del secolo. Pensai con fervore ai benemeriti Soci e Patronesse della Lega per la Morale Pubblica, personaggi che, dovunque io vada, mai si dipartiscono dalla castigata mia memoria. Pensai con vero conforto alla timoratezza protocollare di questo secolo, nel quale non è lecito scriver libri ove bruci l'ardore dei sensi e dove l'anima de' buoni credenti non trovi pane per la propria elevazione, secolo d'innocenza e di timore in Dio, del quale soltanto un feroce umorista potrà più tardi essere il fedele dipintore.

Fatta questa lieve riflessione, pensai che soltanto la giustizia è bendata, non il buon senso; per il che provvidi a riaprire gli occhi.

Litzine e Madlen eransi coricate; una dolcissima coltre nascondeva l'eterna forma del peccato. Sui guanciali di pizzo, disciolte, si arruffavano le lor dissimili capigliature. Una entrava nell'altra, come il fieno scuro nella paglia bionda.

Spensero il lume. Nella camera, che parve per un attimo buia, vidi la finestra divenire fortemente azzurra: mi levai e la chiusi.

Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria faceva dondolare, con un lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.

Lasciai cadere le tende. Fra l'alba e noi ridiscese pesante la notte. Una lampadina, dietro l'uscio semichiuso dello spogliatoio, mandava nella camera torbida il suo mitigato chiarore.

Sentivo in me salire a ondate, a folate, con una specie di voluttuosa lievità, il fumo del vino biondo, la spuma dorata che brilla sul vertice d'ogni pensiero della vita, quel tremore dell'anima e dei sensi che i poveri di spirito non osano chiamare poesia.

Parlavano. Le lor braccia nude, libere dal peso dei braccialetti, si muovevano con lentezza, con insidia, tuffandosi nel tepore della coltre. Madlen era dalla mia parte; i suoi piedi congiunti sollevavano appena la seta leggera del piumino. Il lenzuolo delineava la sua lunga forma, come la tela umida si avvolge al rilievo d'una statua supina. Litzine, con voce un po' sonnolenta, raccontava una storia veramente noiosa: la storia d'un Commodoro Americano, ch'era giunto a Biarritz con il suo yacht, e portava al guinzaglio un certo suo giovine leopardo, che nell'atrio del Casino aveva morso non so chi...

La luce nella stanza era divenuta così morbida, così trasparente, ch'io vedevo anche un piccolo neo, quasi fulgente, sul braccio sinistro di Litzine. Vedevo bene il diverso colore de' lor capelli. Quelli di Madlen eran pieni di riflessi torbidi, violastri, tessevano sul guanciale una specie di gualdrappa disordinata, nella quale passavan guizzi di oscurità, come nella foltezza di un pesante velluto; quelli di Litzine brillavano compatti, lucidi, pieni di trasparenze, quasi per avvolgere la sua perduta nudità in un colore d'innocenza.

I loro polsi, ugualmente fini, si allacciavano, per dormire in pace. Il sonno le avvolgerebbe, così belle, così nude, sul medesimo guanciale. Sovra i lor grandi occhi orlati di khôl scenderebber le palpebre scure. La gioia che potrebbero dare a chiunque le vedesse rimarrebbe sepolta, addormentata, in quella femminile promiscuità.

I loro polsi, ugualmente fini, si andavano sempre più allacciando, vena contro vena, per dormire in pace. Così l'una sentirebbe dell'altra il cuore delicato battere.

La bocca rossa di Madlen s'immergeva, con una specie di semiriso ebbro, nel respiro di Litzine.

Dalle cortine alte filtrava una trepidazione d'alba incerta e lontana; la stanza, fra quelle due luci, pareva sommersa, dispersa, in un fumo d'irrealità, radunava ne' suoi confusi cristalli un pallido colore d'infinito.

Vedevo, sotto le camice diafane, i loro seni dolcissimi gonfiarsi nei calmi respiri. Qualche parola breve, non afferrabile, nasceva tra quel caldo silenzio. Era forse la voce di una, o d'entrambe, che bisbigliava nel tepore del sonno, tra il fumo del vino biondo, qualcosa di non dicibile, di soffocato quasi con paura nelle trecce calde, voluminose.

Erano stanche d'aver portato gioielli splendenti, stoffe impalpabili, fiori e piume;—questa, nel mondo, era la lor fatica;—stanche di aver sollevato con mani trasparenti cálici troppo leggeri; stanche di musica e di profumi, di lievi pericoli e di sottili tentazioni:—ora potevano dormire.

Dormire nella gioia perfetta di sè medesime, quasi allacciate, forse innamorate, sentendo il riposo incominciare con una specie di voluttuosa ebbrietà.

Il desiderio d'amore, la tendenza naturale di tutte le cose belle, muoveva con una specie d'insidia le lor mani profumate, istigava in loro, con lenti lamenti, la gioia femminile del conoscersi con esitazione. Gonfie di peccato carnale come il favo maturo è gonfio di caldo miele, sentivano il riso della lor giovinezza nascere, tremare profondamente, nei lor corpi formati con un raggio di sole...

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

Vecchio Adamo, tu eri, col tuo serpente, un personaggio biblicamente necessario nel primordiale giardino zoologico denominato il Paradiso Terrestre. Quell'impudica signorina Eva, che ogni sera, quando, stanco della caccia, ti stendevi sotto alberi fragranti e l'Eden calmo si addormentava sotto il fuoco delle sue stelle primaverili, quella gentile «midinette» preistorica, dai seni rotondi come grappoli d'alveari e dai fianchi snodati come anche di leopardesse, che veniva presso te, odorosa di giaciture selvatiche, risciacquata la sua pelle fulva nei rivoli delle primitive sorgenti, e così tentava persuaderti a ricercare la costola perduta, quella pettegola signorina Eva, che non stava mai zitta da mattino a sera, e si cambiava pettinatura, e portava collane di lapilli splendenti,—vecchio Adamo, non t'illudere!—nella storia del genere umano quella fraschetta incorreggibile poteva benissimo fare a meno di te.

A que' tempi tu eri, vecchio Adamo, un onesto cacciatore d'irsuti bufali e di gazzelle innocenti; pago del grappolo che il sole maturava su le vigne selvatiche, nemmeno pensavi ad inumidire i tuoi labbri nella polpa del frutto proibito nè alcuna tentazione sentivi della compagna che stava con te. Può darsi che già ti piacessero le sue ginocchia dorate come ghiande, le sue braccia esili e deboli appresso alla forza de' tuoi bicipiti; forse ti piaceva udire la sua voce garrula imitar nelle selve il trillo delle capinere, e quando i suoi piedi leggeri camminavano su le foglie cadute, nella tua sorda potenza di maschio forse pur tu sentivi una specie di trepidazione oscura.

Ma ella si mise d'accordo col saggio ed astuto serpente, il quale, nel Paradiso Terrestre, faceva un mestiere certamente poco onorevole. Cosicchè, insieme ragionando, bentosto capirono che tu eri, vecchio Adamo, un debole gigante, il quale, se ancor tutti governava col peso della sua dura forza, indi a poco avrebbe sottomesso l'Eden ai capricci della signorina Eva, ed avrebbe continuato più che mai a sudare grosse gocciole di sudore, a divellere tronchi centenni, a smuovere macigni e rivolger glebe, onde far lei camminare sovra l'erba fiorita.

—Come dovrò io comportarmi?—domandava, perplessa, la innocente signorina Eva.

Ed il serpente, muovendo piano piano le sue belle spirali a squamme di smeriglio, rispondeva con quella voce modulata che riesce tanto bene a persuadere le donne:

—Fate com'io dico, signorina Eva. Questa sera, verso il tramonto, quando il coraggioso Adamo tornerà con gli ómeri a sangue per le spine dei rovi e carchi di bestie uccise, voi levatevi piano piano, facendo muovere il vostro sottile corpo, ed abbiate, vi prego, nella treccia un bel fiore scarlatto, e ditegli con la voce più soave della vostra gentile favella:—«Signore mio, come siete questa sera pieno di polvere! Venite presso me, inginocchiátevi, ch'io possa con un fascio d'erba intrisa nel ruscello rinfrescarvi dalla fatica della caccia e spegnere l'arsura che vi diede il sole.» Adamo s'inginocchierà. E gli farete sentire, nel dargli questo buon refrigerio, leggermente, contro il petto villoso, le cocche dure dei vostri seni, e passerete le dita, leggermente, fra i suoi capelli ispidi, e vi attorciglierete a lui piano piano, come il tralcio s'inerpica sul tronco, e di tutta voi gli darete, leggermente, il peso e la fragranza da sentire, finchè vedrete i suoi occhi ardere, la sua fronte accendersi di rossore; poi gli direte:—«Signore mio, levatevi...» E andrete via, su l'erba, senza volgervi, camminando piano.

La signorina Eva súbito corse in cerca del fiore scarlatto. Lo trovò, tornò, e il saggio serpente le disse:

—Ora, signorina Eva, nei capelli avete messo un fiore. Questo fiore vi sta molto bene. Vi rende più leggera e più alta. Siete bella ora come non foste mai. E vi prego di ricordarvi che la donna deve sempre avere su la sua nudità per lo meno un fiore. Ma io vi dirò, signorina Eva, che dovrete poi attendere l'ora delle stelle. Nel colore azzurro della notte meglio si prova il fuoco della tentazione.

—La tentazione?—mormorò la fanciulla.—Cosa è mai questa parola che io non conosco?

—Ebbene,—le rispose il serpente,—io vi dirò ch'essa è la vostra forza ed è come il profumo della primavera. Dunque, all'ora delle stelle, voi dolcemente vi coricherete presso il grande uomo supino, metterete un piede fra le sue ginocchia e farete in guisa di respirare, dolcemente, vicino alla sua bocca. Poi gli direte:—«Signore mio, le foglie secche stridono e la terra è dura; ponete, vi prego, un braccio sotto la mia nuca, piegatelo, e fate ch'io m'addormenti appoggiata su di voi.» Se la capigliatura v'ingombrasse, buttátela contro la sua bocca. E state ferma; non parlate; chiudete gli occhi; lasciatevi così coprire dal tremore delle stelle.

—Oh, signor serpente,—mormorò la signorina Eva,—io provo già il bisogno di fare tutto quello che voi dite...

—Allora,—concluse il serpente—non importa ch'io vi dica di più.

E raccolte l'una su l'altra le sue belle spirali smerigliate, questo vecchio libertino preistorico pensò al diletto ch'egli avrebbe, la notte prossima, nello starli a vedere...

. . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . .

Ma questa vecchia parabola—direbbe l'avvocato Claude,—appartiene alla letteratura provinciale. Nei paradisi del ventesimo secolo le donne di una certa sensibilità troverebbero mediocri ed inefficaci le astuzie del vecchio serpente. Queste leggere cose io medesimo pensavo, presso la coltre di Madlen, nella stanza ove ancora ondeggiavano i fumi del vino biondo, pesava l'irritazione di quella vita artificiale, di quella vita prestigiosa e logorante che si conduce presso le tavole da giuoco, negli alberghi di tutte le frontiere, tra le orchestre che ridono e trillano, mentre saltano i tappi delle bottiglie di Sciampagna, in quella vita ove tutto brucia, urla, splende, si consuma, e non v'è più amore, non v'è più dolore, ma solamente la gioia di vivere, che diventa ogni giorno più inafferrabile, ove i piccoli pregiudizi, tanto gravi per l'anima dei borghesi, fan sorridere come storielle per i bimbi, e soltanto rimane ancor bello ciò che nasconde un più tremante brivido,—vita che lascerà in noi, dopo tanta fiamma, null'altro che un pugno di cenere...

E voi che sentite ne' miei libri cantare questa irritata crudeltà, fervere questo rogo micidiale, splendere questa povertà infinita, voi direte forse di me che il mio cuore ha camminato per nulla, e per nulla è passato fra gli uomini a ricercare il loro fuggente iddio, e per nulla fu rosso come l'estate, per nulla consumò sè stesso nel rogo della sua folle inquietudine.

Direte allora di me quel ch'io penso d'ogni cosa nel mondo, e troverete il senso della vita in questo freddo e morto peso ch'è la fine di tutte le vicende, la conclusione di tutti i pensieri, la storia di tutte le anime, quel nulla, che ogni cosa riduce lentamente in un pugno di cenere.

Ma or non sentite nell'alba cantare il pallido fiume Urumea?

Sì, canta, canta... E questa è la musica della giovinezza, il rumore delle cose vive, la forza passeggera ed inestinguibile che ha per unica sua meta quella di scendere un pendìo. Come ora canta, nelle origini cantava. Di qui passava e passerà, nei secoli, una riviera lenta. In ciò che da noi si allontana, uomini, è la musica della vita.

E tu, Madlen, se il tuo cuore di donna perduta vuol conoscere questa femmina bionda, sii veracemente quello che sei, chiudi nel semiriso dello sperdimento le tue palpebre scure, muovi su lei con lentezza le tue braccia innamorate, fa che di te si strugga, e fa di te stessa, Madlen, la perduta che sei...

Nel colore della notte, nel fumo della trasparente oscurità, mi pareva che un suo piede si andasse allacciando, piano piano, alle caviglie di Litzine...

Perchè?... Le voleva bene?... Si consideravano forse come due buone sorelle?...

Nell'alba lontana—io pensavo—muoiono le bianche stelle. Qualcosa è laggiù, nello spazio, che gli uomini ancora non hanno definito. Qualcosa avvince tutte le creature all'eterna distruzione, all'eterna aurora. E il mondo si piega, si torce, nel dolore della sua gioia troppo lieve: nulla in sè trova pace; ogni desiderio cerca ulteriori possibilità; la creatura e l'infinito, l'ombra e l'alba, tutto finirà, sparirà... Muoiono le stelle.

E comporranno un giorno, Madlen, la tua treccia bionda e buia, per la eterna supinità, nel grembo della terra santificata; gli anelli mortuari opprimeranno le tue dita spente.

Nell'alba lontana—io pensavo—una vela è partita sul mare. Va per le onde; quasi brilla; incontrerà, fra poco, un raggio di sole. E il mio dolore se ne va con lei, per le distanze che ancora non vidi; ésula, nella trepidazione dell'alba, da questa povera cosa che io sono, e porta me stesso lontano da me, verso il cuore degli altri uomini, e navigando fra stelle troverà, su le criniere delle onde, un raggio di sole, Nell'alba grigia canta il pallido fiume Urumea. E suoneranno fra poco le alte campane dorate, al dio mattutino che incendierà le splendenti basiliche... Una vela è partita sul mare.

Madlen, inquieta, parlava con l'altra sottovoce, sottovoce...

Cosa diceva non so. La sua calda bocca, un po' crudele, un po' amara, le sue narici sottili come le fenditure dei bóccioli, vellutate come l'addome delle vespe, mobili ed ebbre, quasichè fiutassero un profumo troppo forte, si andavano avvicinando, avvicinando alla bocca di Litzine...

Fuori, laggiù, nell'alba, era la distanza infinita; nel mio cuore di navigante saliva, brillava, scintillava la spuma del vino biondo, cantava in me, non distinta, la folle musica dei bicchieri, la poesia felice, ingannatrice, che trilla su gli archi dei violini e scuote via dall'anima la polvere del buio dolore. In me, per ogni atomo, penetrava la gioia della carne umana, lo spasimo del grembo che si contorce, la viva e tremante furia della voluttà inesaudita.

Hai una treccia che ti veste, Madlen, come il fiocco abbrunito dal sole veste la pannocchia del grano.

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa, si levano tutte a stormo e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta musica, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacabile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

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—Bilbao? preferite Bilbao?

—Sì, andiamo a Bilbao.

Questa risoluzione fu presa due giorni dopo. Litzine era tornata a Biarritz; l'avvocato Claude, con la celebre cantante M.me de Lonard, erano ripartiti per Nimes; la contessa Fellner aspettava di giorno in giorno l'arrivo del suo amico parigino, ricco sfondato e pazzamente innamorato di lei...

Quanto a Lord Pepe, egli non aveva nemmeno pensato a mandare un telegramma; vera indelicatezza da parte d'un uomo al quale avevamo dato entrambi tante prove d'amicizia.

Un caldo sole d'autunno dorava l'indolenza del glorioso Atlantico, quando l'automobile mosse dal peristilio dell'albergo, svoltò e corse quasi cantando lungo i dorati alberi della Zurriola. In breve la città regale di Maria Cristina scomparve dietro il lontano Monte Urgull.

Addio, città radiosa dei Baschi di Guipuzcoa!... qualcosa di noi moriva per sempre, là indietro, in quella bianca distanza... forse non udirò mai più, nelle profumate albe, l'Urumea cantare...

Io mi sentivo profondamente male, quasi affascinato e sommerso nella eccessiva luce di quella mattinata sfolgorante. In me, nelle mie stesse vene, sentivo battere la pulsante furia del motore, godevo l'urto, la potenza, di quella inebbriante velocità.

La miss-cameriera, seduta a fianco del meccanico, tutta seria, quasi elegante, molto ben pettinata, portava con disinvoltura un cappellino delle Galeries Lafayette. Madlen, col suo pechinese accovacciato nel grembo, la testa un po' rovesciata sotto la forza ed il profumo del vento, guardava la variata campagna sciorinarsi come una stoffa morbida e scintillante.

In un largo anfiteatro di colline vedemmo ridere Zaraùz. La spiaggia formicolava di bagnanti mattutini; l'onda era cosparsa d'imbarcazioni leggere; le figlie superbe delle matrone cristianissime, gli snelli e bruni adolescenti che più tardi porterebbero con sontuoso squallore i blasoni dei Grandi di Spagna, le procaci ed incipriate dame d'onore della Corte di Madrid, i magnifici dignitari di cappa e di spada, eran là, discinti, nella chiara onda, e liberamente nuotavano.

Un soverchiante profumo di gaggìe vampava dai giardini di Zaraùz.

Pompon fece tre o quattro ridicoli starnuti, imperlando il velo che doveva riparare dalla polvere i suoi occhi rotondi e lucenti come ágate scurissime. Davanti al pericolo che il nobile cane prendesse una volgare infreddatura, Madlen avvolse nel plaid il decadente Pompon ed inoltre lo ricoverse con un lembo del suo proprio mantello.

Madlen, voi siete una bella donna davvero incomprensibile. Oggi mi sembrate una superba miss, terribilmente inglese, che dietro la sua gelida e splendente bellezza nasconda una specie di sorda ostilità contro il genere umano,—me compreso, che sono con voi, e parto, provvisoriamente, con voi.

Abbiamo dunque deciso di andare a Bilbao. Per quale scopo veramente non saprei. Lasciato il numeroso nostro bagaglio all'hôtel de la Reina Maria Cristina con poche valige andiamo a Bilbao. Ieri, nel pomeriggio, camminando lungo la Zurriola, abbiamo scoperto entrambi che San Sebastiano era divenuto un luogo estremamente noioso. Io vi dissi:

—Volete fare con me un piccolo viaggio?

Voi, senza nemmeno riflettere, mi rispondeste:

—Volentieri.

Avrei desiderato condurvi a Pamplona; invece preferiste Bilbao. Avrei voluto rivarcare il Passo di Roncisvalle e riveder la muraglia ove cadde ferito il giovine condottiero Iñigo Lopez de Recaldo, che fu più tardi il monaco Sant'Ignazio da Loyola. E voi, Madlen, or che siamo giunti su la piazza di Motrico, volete fermarvi a guardare con i vostri occhi lionati come due belle ágate il monumento marmoreo del generale Cosme Damian de Churruca, grande stratega d'oceano, che trovò l'abisso e la gloria nella battaglia di Trafalgar. Lo avete guardato abbastanza, Madlen? Sì? Ebbene ripartiamo. Ecco la funzione de' grandi uomini: servir da pretesto a quegli orribili ornamenti architettonici che nelle piazze pubbliche sorvegliano la circolazione degli affaccendati borghesi.

Madlen, in questa bella mattina così gonfia di sole non mi ricordo più se vi amo e nemmeno se vi desidero ancora.

Nella mia irritazione, profondamente esasperata, v'è qualcosa che non trema più, non trepida più, quando la vostra bellezza mi guarda, lo sono quasi un complice, ormai, del vostro tormentato vizio. Ma un complice rimasto con le mani pure, su l'orlo e quasi nella perdizione della vostra magnifica impurità. Litzine... Vi ricordate che bocca innocente aveva la bionda Litzine? Ora io vedo sempre, dappertutto, le vostre braccia così bianche, su la coltre, avviluppate; sento ancora in me la gioia del nodo che vi strinse... Poi, la mattina dopo, voi eravate bella come ogni giorno siete, calma come ogni giorno siete. Con un passo agile, tra un rumore di gioielli, passavate nell'atrio dell'albergo, senza nemmeno degnarvi di guardare quella povera piccola gente.

Litzine fece colazione con noi, tranquilla, come una signorina molto per bene. Aveva gli occhi leggermente cerchiati, e di ogni cosa, mangiando, rideva col suo bel riso d'adolescente. Più tardi comandò l'automobile, discusse, pro forma, sul prezzo della camera; il segretario le portò un gran mazzo di fiori, ed ella fece ritorno a Biarritz. Ecco la vera innocenza: non ricordarsi nemmeno del peccato.

Ma voi, Madlen, voi, suppongo, ve ne ricordate. Voi, Madlen, non siete una stordita fanciulla di vent'anni, che si abbandona o si regala, senza nemmeno comprendere il piacere che dà.

Oh, vi prego, vi prego, lasciatemi dimenticare che vi amai...

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Bilbao, regina di Biscaglia, città fortissima e serenissima, tra verdi montagne adagiata su le rive di un largo fiume. E voi, belle ragazze di Biscaglia, che parlate un idioma incomprensibile, facendo splendere nel riso i denti saldi e limpidi, voi, giovanissime figlie di una gente senza origine, larghe di spalle, di seno e di bacino, con occhi brillanti e fine caviglie, con treccie senza forcelle aggrovigliate su la nuca rotonda, voi bianche di pelle come lini mondi nel bucato, voi, senza goccia di sangue arabo stirpe antichissima del divino Atlantico, il mio cuore di eterno viandante, in questo giorno di gran sole, felicemente vi saluta.

Era passato mezzogiorno; su le due rive del Rio Nervión la città insoggiogabile, che invano assediò per fame la dura pazienza dei Carlisti, si adagiava intorno al suo calmo fiume, pressochè taciturna, sotto una dorata nuvola di calore. Su la riva destra del Nervión un groviglio di vicoli senza fondo si arrampicava tra case decrepite, ove i panni sciorinati tra finestra e finestra pendevano in file innumerevoli come arazzi di mille colori. Alte barche, stracariche di legnami e di cereali, scendevano la pigra corrente muovendo su l'acqua liscia le barre dei loro immensi timoni. Poi, d'un tratto, il fiume svoltava, come se volesse invadere la città, e su la riva destra si apriva in tutta la sua magnificenza l'indimenticabile Paseo del Arenal.

O Paseo del Arenal, fresco ed ombroso, che non potrò nelle mie sere d'esilio, nell'errante mio sogno dimenticare!... La bellezza vera del mondo è giungere dove ancora non si giunse, guardare alle finestre delle case dove non si conosce chi abita, essere per la prima volta nei giardini di una città sconosciuta, frammezzo ad una gente straniera, com'ero fra i tuoi dorati alberi dolce Paseo del Arenal...

La miss cameriera prese in braccio Pompon e scomparve nell'ascensore del Grand-hôtel de Vizcaya, dopo che il segretario dell'albergo ci ebbe destinate due belle camere vicine, con mosquiteros sui larghi letti, en el piso principal, cioè al secondo piano.

Madlen aveva molta fame, io pure; le proposi un almuerzo di color locale in una casa de comidas, e cioè in un ristorante veramente biscagliese.

Madlen, ch'era un'altra donna quando non aveva su le braccia l'orribile Pompon, accolse di buon grado la mia proposta; ed insieme uscimmo dall'albergo, avviandoci verso il Paseo del Arenal.

Le campane di Bilbao, nell'alto sole, battevano il tocco. Un dragone di Alfonso XIII camminava davanti a noi, come se la sua terribile spada governasse l'intero mondo. Tra gli alberi profumati alcuni monelli scalzi fumavano con molta serietà. Una piccola zingara, bruna come le olive mature, c'inseguiva con un paniere di ciclamini. Su l'argine del fiume una lunga fila di scaricatori mangiavan radicchi e pesce salato, mentre un venditore ambulante di bibite ghiacciate li dissetava con horchatas de chufas, agua de cebada e zarzaparilla. Le commesse di negozio, un po' larghe di fianchi nelle attillate gonne parigine, si fermavan tratto tratto a cinguettare con qualche innamorato, snello, asciutto e fresco di rasatura. Poi si vedevano andar oltre insieme, tenendosi a braccetto, sotto un chiaro ombrellino. Qualche bella mula bionda, con forti sonagliere, trascinava piccole vetture coperte da larghi baldacchini. Le tramvie stridenti scampanellavano contro la folla sbadata; certe maestose pingui matrone, per traversare la strada, rialzavano fin sovra i polpacci la doppia e triplice gonnella nera.

Voi, Madlen, non so perchè, mi deste il braccio. Era la prima volta; e questo atto mi parve una deliziosa intimità, un gentile timido sentimento d'amore.

Dopo lungo andare, mi accorsi che avevamo sbagliato strada. Un signore molto grasso, molto amabile, in cappello panama, con un grande ombrello di cotone grezzo, interrogato da noi, ci spiegò cortesemente che il ristorante Antiguo si trovava in tutt'altra calle, poco lontano dall'albergo de Vizcaya. Per maggior chiarezza, questo eccellente uomo chiuse l'enorme ombrello di cotone grezzo e tracciò il disegno dell'itinerario nella sabbia del viale.

—Muchas gratias, caballero!

—Obligado, señor!

Questa volta infatti non sbagliammo. Il ristorante Antiguo puzzava d'olio fritto e di puros peninsulares, micidiali sigari del Regio Monopolio. Nondimeno ci furon serviti ottimi ordubres, con langostinos y jamón en dulce; poi, per terrore della manteca di Biscaglia, comandammo huevos pasados por agua, nome complicatissimo delle semplici uova à la coque, ed un rosso biftec á la parilla, che fece onore all'onesto animale dal quale proveniva.

I clienti del ristorante Antiguo stavan ora giocando a carte con mazzi assolutamente lerci, oppure intrecciavano da un tavolino all'altro conversazioni politiche molto rumorose. Vecchi scapoli, dalla fisionomia di pretori urbani, pensionati governativi, ex-ufficiali od amministratori di qualche Lotteria, lasciando cadere nel piattino della chicchera di caffè la bianca cenere d'un magro Habano, leggevano con accigliata e scrupolosa pazienza i loro grandi periodicos, trovando chissà mai quali sbalorditive notizie nella prosa declamatoria di quei giornali di provincia.

Una matrona forse cinquantenne, rotonda e prepotente come una tinozza, era seduta quasi dirimpetto alla nostra tavola, e, non saprei per quali meriti singolari, tanto la clientela come il proprietario del ristorante Antiguo le andavano prodigando continui segni di rispetto.

Con la sua mole rubiconda ella opprimeva un minuscolo marito, grigio e piatto come una vecchia sardella, il quale, certo naufragando nella sua pinguedine, le aveva pur dato il legittimo orgoglio di tre orribili maschi e d'una bella bambina. Questa era seduta vicino a lei, e per mancanza d'un seggiolone riusciva di ben poco a superare l'altezza della tovaglia. Invece i tre maschi le stavano di fronte, mentre il generatore di tanta fecondità, seduto a capotavola, ogni tanto sogguardava con occhi timidi la sua gloriosa e tremenda metà, che in questo caso avrebbe dovuto chiamarsi per lo meno il suo doppio. Doña Elvira—(questo era il nome che udivo da tutti pronunziare con ossequio)—si lamentava delle pietanze, delle saliere, delle oliere, del pane, del vino, della senape, della tovaglia, del servizio, del marito, de' figli, del Regno di Spagna e della città di Bilbao. I camerieri, un po' altezzosi con tutti, per lei sgambettavano pieni di premura, visibilmente felici di poterla servire. Supposi perfino che fosse la moglie del serenissimo Alcalde, e lui, quell'omiciattolo angusto, con le sue fedine grige, l'Alcalde in persona. Ecco le vere curiosità, cui si ripensa magari dieci anni dopo. Chi era mai quella terribile Doña Elvira, con il suo vecchio abito di raso nero, la sua triplice collana di corallo ed i suoi larghi anelli d'ametista?... Mi ricordo che fece anche abbassare le tende, perchè il riverbero del selciato le dava noia.

I suoi occhi porcini, rigonfi e maliziosi, ogni tanto sbirciavano Madlen, e la sua bocca un po' simile ad un guscio di lumaca non sapeva nascondere un sorriso di riprovazione. Fosse la moglie dell'Alcalde, o la padrona di cinquanta zattere sul fiume, certo era la vecchia Spagna cattolicissima, che guardava con diffidenza e con rancore la forestiera che si dipinge gli occhi e non porta l'abito di raso nero. Dopo essersi empita la bocca d'un copioso boccone, apriva il suo ventaglio d'ebano e ruminava con lenta ingordigia, rinfrescandosi le gote.

Doña Elvira, quando penso che anche voi, nelle vostre lontane primavere, vi sentiste battere il cuore all'uscir di messa, con la mantiglia in capo, sotto la profumata ombra, nel Paseo del Arenal!...

Madlen voleva ora che andassimo ad una corrida. Per soddisfarla consultai un periodico; ma purtroppo in quel mese a Bilbao non si toreava.

—Alors donnez-moi une cigarette,—disse Madlen.

Avevo una certa paura della potentissima Doña Elvira; nondimeno gliela diedi, e per meglio irritare la forse-moglie dell'Alcalde, l'accesi fra le mie stesse labbra, onde risparmiare a Madlen una oziosa fatica.

Doña Elvira guatò la bella forestiera, che stringeva tra le sue labbra dipinte il sottile bocchino d'oro, e vidi gonfiarsi per lo sdegno la sua faccia vendicativa. Non so cosa disse, ma qualcosa tuttavia che fece di colpo volgere i tre maschiacci, figli dell'Alcalde. Osservarono Madlen con insolenza ed anzi le risero in faccia come tre veri babbei.

Madlen, impassibile, mandò fuori una larga boccata di fumo, poi disse, con voce molto calma.

—Oh, les chameaux!...

Essi, purtroppo, non compresero; però si rivolsero alla possente genitrice, per assaporare le delizie di una larga torta istoriata con arabeschi d'amarene.

In quel frattempo scoversi nel periodico l'annunzio d'un Circo de gallos, titolo stampato in carattere minuto sotto i resoconti ed il programma d'un Fronton de pelota.

Ne feci parte a Madlen, che súbito arse dal desiderio di veder combattere i galli. Io le spiegai ch'era questo un laido e barbaro spettacolo, nè valeva la pena di perdere una così bella giornata per veder due poveri animali spennarsi ed uccidersi a colpi di sperone. Ma non fu possibile toglierle dal capo questa idea, benchè l'onesto camarero ci avvertisse che il così detto Circo de Gallos era un pessimo luogo e mal frequentato, indegno a parer suo di tam distinguidos huespetes. Ed inoltre lo spettacolo non cominciava che verso le quattro.

«Buon uomo, per la tua cortesia posso darti una mancia ragguardevole; ma non sperare di convincere con buone ragioni questa curiosa e capricciosa donna, che verso le quattro dovrò condurre in ogni modo a veder combattere i galli.»

Nel frattempo feci venire un coche e scarrozzammo traverso Bilbao. Passato il Nervión sul ponte Isabella, scendemmo per il lunghissimo rettilineo della Grande via Lopez de Haro, dove ammirammo anche la statua di questo eccellente Signore della Biscaglia, il quale, non saprei con esattezza quanti secoli fa, si prese la briga di mettere al mondo Bilbao.

Qualche palazzo e qualche chiesa; chiari negozi aperti su marciapiedi affollati; altre piazze; altre statue—infine un bel giardino.

«E voi, Madlen, non guardate la splendente Bilbao?»

No, ella guardava in alto, per l'aria colore d'autunno, verso le grondaie che brillavano come fosser d'oro; guardava alle serene finestre delle case più antiche, ove, ogni tanto, qualche treccia nerissima balenava in un raggio di sole. Il suo sguardo sarcastico e freddo radeva con una specie di antipatia que' marciapiedi popolosi, quella gente verbosa e pigra, che forse non arriverebbe mai a concepire la strada come un semplice luogo di transito, bensì come un ciarliero ed ozioso ritrovo, al quale si affacciano, e ridono dietro vasi di erba cedrina, le fanciulle nascoste nell'ombra del mirador, e dove sboccano i pettegolezzi del patio, dove si guardano le belle donne, dove si fumano le migliori sigarette, sparlando a voce bassa della gente che s'incontra per via.

Ma forse a quell'ora Madlen sentiva la profonda nostalgia d'un mazzo di «trente et quarante». Le aiuole del Jardin Publico, gli alberi dell'Alameda de Mazarredo, non valevano per lei certamente la voce nasale del mazziere, che annunziava brandendo il restello: Incarnado gaña y la color...»

Tornammo a passare il Nervión, e, salendo al passo per vie scoscese, il vetturino ci condusse all'alta basilica di Begoña, costrutta sovra un poggio dal quale si scopre in tutta la sua vastità Bilbao, divisa nel mezzo dal largo nastro della sua riviera.

Immensi e pesanti barconi opprimevano il fiume lampeggiante; qualche officina scagliava nel cielo i suoi cirri di fumo voluminoso; la città ricca e superba diveniva da quell'altura un paziente gioco di rettangoli, una ingloriosa costruzione dell'ingegneria moderna, con dedali di rotaie ne' pavimenti d'asfalto levigato e piazze elittiche o rettangolari tra uniformi case di cemento armato. Aveva ragione Madlen:—la cosa più bella, più nuova, era tuttavia quel lentissimo fiume.

Per contemplare lo spettacolo di Bilbao, Madlen si era poggiata sul muricciuolo del recinto e guardava nel grande spazio come da un balcone soleggiato.

Allora d'un tratto io le diedi un bacio, un leggero bacio su la tempia, tra il velluto fulvo de' suoi capelli nascenti. Non avevamo parlato d'amore, non eravamo forse più nell'amore; questo bacio improvviso ci avvinse.

«Madlen, quel che può esser musica nella storia d'un uomo e d'una donna, certo non è amarsi, non è possedersi, non è quel fatto volgarissimo che perfino i geometri e le dattilografe osano chiamar l'amore. No, in questi nostri linguaggi mediterranei, dove si sente la violenza ed il colore della terra calda, le parole che definiscono questa passione sembrano per noi troppo accese di plebea concupiscenza, e non ora, Madlen, nè mai—come diceste una sera—potranno convenire al caso nostro. Invece voi lo definite così bene, così dolcemente, nel vostro idioma nordico: «To be in love, essere nell'amore.»

Nell'amore come in un profumo: così ero io con voi; nell'amore come in una musica, nell'amore come nel miracolo di un torbido paradiso artificiale: così ero io con voi.

Nel mio paese, Madlen, questa piccola grande cosa porta il nome di un verbo riflessivo, che involontariamente fa pensare al triste lezzo dell'amore democratico: «Innamorarsi.» Oh, non sentite voi come questo verbo sentimentale e proletario somigli terribilmente a quelle cartoline illustrate ove sono dipinte viole del pensiero?

Ma noi, Madlen,—voi ed io, Madlen,—certo non possiamo abbandonarci a questa grave ineleganza. In verità siamo troppo scettici, troppo raffinati, per rassegnarci a far naufragio in questo melodrammatico luogo comune, che dalle Canzoni del Petrarca fino al libretto del Trovatore ingombra tutta la storia della sentimentalità universale.

Quella passione che si trova per solito ne' romanzi—e particolarmente ne' romanzi d'autore italiano—è peccato, ma non fa per noi. Se dovessimo intrecciare un dialogo a parolette sospirose, con frasi dolciastre come il rosolio ed appassite come lo zibibbo, chiamandoci ad esempio: «Anima mia... unica mia... tutto mio bene... vita della mia vita...» credo che voi ed io, Madlen, avremmo financo paura delle nostre ben educate ombre.

E cosa ne dite voi di quella mezzana insopportabile che i letterati moderni usano chiamar Psicologia? Vi siete mai accorta, Madlen, di possedere, fra l'altre seccature, anche una Psicologia? Come ben sapete, non v'è libro moderno di qualche levatura il quale non ne sia, fin ne' punti e nelle virgole, tutto pieno e zeppo. Anzi—dicono i sapienti—non v'è letteratura senza Psicologia. Per ben rappresentare l'anima, poniamo, d'un callista, bisogna saper essere, al giorno d'oggi, profondi psicologi. Dunque vuol dire che, dell'universale malanno, anche noi, figli del secolo, dobbiamo posseder quella parte ch'è di ragione; ma il buon senso ed il natural pudore ci vietano di farne, come il secolo vorrebbe, ad ogni piè sospinto esibizione. Anzi è la sola nudità vostra, Madlen, che io non brami conoscere, fra tutte l'altre che invece mi tentano.

E con voi non sento affatto il bisogno di adoperare que' due avverbi terribili e sfiducianti, che nell'amore adempiono all'ufficio dei gendarmi di Offenbach; poichè l'amore dei borghesi, voi sapete, è tutto quanto un rosario di «sempre» e di «mai».

No, Madlen, io non desidero affatto ingommarmi su la vostra libera vita come un pezzo di antisettico taffetà, e guai se mi diceste ad esempio che provate il mostruoso bisogno di appartenermi per tutta la vita...

No; io sono con voi nell'amore, voi siete con me nell'amore: questa è la cosa più gentile che possa nascere fra due persone di buoni costumi, di elevati sensi e di fina educazione.

La storia che noi cominciamo, non si chiuderà tragicamente con due colpi di rivoltella; eviteremo nel modo più risoluto il dramma classico del vetriolo, e per quanto la fisiologia moderna vada scoprendo in ogni segno del carattere qualche prova dell'atavismo, non c'è in noi, questo è ben certo, alcuna tendenza al suicidio ereditario. Siamo due caratteri calmi, due persone prive di ogni drammaticità, che non amano mischiare nelle proprie vicende amorose i ferri del chirurgo nè gli articoli del Codice Penale. Non siete anche voi del mio parere, Madlen?

Questi lacrimevoli eccessi plebei appartengono al verbo «innamorarsi»; mentre non tentano affatto chi semplicemente vuol «essere nell'amore». Taluno dirà che non siamo personaggi da romanzo; ed è vero, innegabilmente vero. A noi mancano tutte quelle passioni che dànno da vivere all'armaiolo ed al farmacista. Noi, grazie al cielo, non abbiamo istinti sanguinari. Se per caso vi prendesse la tentazione di essermi, ancor prima del possesso, infedele, certo mi guarderei bene dall'immergere le mie dure dita nella vostra dolcissima gola, bollandovi con il letterario epiteto di «sgualdrina», come si usa nei romanzi eleganti e nelle commedie che appassionano i teatri della buona società. Ma invece vi manderei all'albergo un grande mazzo di fiori da vetrina, magari di bianche violette oppure di costose orchidee, poi, come fece l'amico vostro Lord Pepe, anch'io salirei leggermente su l'ultimo treno della sera, benchè—ve lo confesso, Madlen—con l'anima tutta ravvolta in un velo di sottile malinconia.

Poichè—vi ho detto—non sono innamorato di voi come un ricevitore delle imposte, ma sono invece con voi deliziosamente nell'amore.

Sì, deliziosamente. Ora che tutti son lontani, ed una città sconosciuta stringe il nostro amore solitario, mi sembra che sia per cominciare la musica di una vera poesia. Senza davvero amarvi, sono con voi nell'amore. Provo con voi quella sensazione che sta intorno all'amore come il paralume sta intorno alla lampada. Con voi cammino su l'orlo di un pericolo che può da un momento all'altro cessare, di una gioia che può da un momento all'altro spegnersi; anzi, tutto questo è più complicato ancora: sto con voi su l'orlo di una voluttà che non desidera continuare nè finire.

I romanzi... oh, i romanzi!... che noia dover leggerli sino alla fine! Per uno veramente bello, ve ne son diecimila scritti, ahimè, da uomini che non sono stati mai nell'amore.

Noi certo nulla faremo, nulla diremo, di quello che si legge nei romanzi d'amore. È tardi per poter credere a queste piccole vecchie storie, davvero noiosissime. Nel ventesimo secolo, è di gran lunga troppo tardi. Per solito, quando una verità entra nei libri, vuol dire che esce dalla vita. Quel melodrammatico amore, del quale con poca varietà e con molti errori di buon senso, talora di stile, ci intrattengono i romanzatori moderni, se mai ebbe luogo tra l'uomo e la donna, certo al giorno d'oggi è passato di moda. Non c'è più nessuno che prenda sul serio Paolo e Francesca, Paolo e Virginia, Renzo e Lucia. Non saprei dire quando mai gli egregi letterati provvederanno a riformare la lor arte; ma, grazie al cielo, gli uomini e le donne dei tempi nostri hanno già provveduto, per quanto li concerne, ad intendere l'amore con una certa modernità.

Madlen Green, ellenica etera del ventesimo secolo, io non so bene come finirà la nostra piccola storia; nondimeno voi m'avete insegnato a comprendere quanta soavità racchiude, nel vostro idioma nordico, la dolce frase indimenticabile:—«to be in love, essere nell'amore...»

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Il luogo dove andammo per assistere al combattimento dei galli era in tutto simile ad una malvagia baracca da fiera. Tra la gente che assiepava il piccolo recinto si vedevano facce veramente patibolari. Durammo grande fatica a scoprire un angolo dove il contatto plebeo fosse meno stringente. Credetti opportuno mettere in una mia tasca la pesante borsetta d'oro che Madlen portava. Non scorderò così presto il ceffo d'un venditore di dolciumi, tutto butterato dal vaiuolo e rôso da un principio di lupus, il quale alzava davanti a noi un suo largo piatto di zinco, dov'erano pezzi di torrone, frutti canditi e semi di zucca salati. Gli gettai qualche moneta perchè se n'andasse.

Qua e là, per l'emiciclo, soffocati tra la folla, gli scommettitori agitavano i cappelli gridando parole inafferrabili. Una pedana circolare, chiusa intorno da una rete di fil di ferro, stava nel mezzo del Circo, ed un vecchio la scopava, rasciugando chiazze di sangue, raccogliendo ciuffi di penne. Un banditore, presso l'entrata della gabbia, urlava come un indemoniato. Alcune ragazze del popolo, insieme con giovinastri dal viso bello e temibile, pareva lo dileggiassero. Ciascuna portava nei capelli un nastro di colore. Le aride lor braccia scure, nude fino al gomito, avevano ai polsi braccialetti d'argento. Sotto la stoffa tenue delle camicette variopinte si vedevano i lor seni erti oscillare come robusti grappoli.

Qua e là una mantiglia nera. Gli «aficionados», in calzoni di tela bianca e giacca d'alpagà, contavano e scommettevano danaro, tra il fumo delle aspre sigarette. Si giuocava su la vittoria dell'uno o dell'altro competitore, sul numero degli attacchi portati o respinti, su le offese di becco, sui colpi di sprone, su le ferite mortali e su la durata cronometrica delle agonìe.

V'era una bilancia, su la quale pesarono dapprima uno stupendo gallo, irsuto e ricciuto, che si dibatteva urlando, nell'impazienza di combattere. Il suo pennaggio era nero e luccicante, con riflessi verdi; aveva una piccola cresta, ritta, scarlatta; una sottilissima lingua scura tra il becco ricurvo e crudelissimo. Lo sprone d'acciaio luccicava come un terribile pugnaletto.

Indi pesarono il suo competitore. Più snello, più alto, irto e scarmigliato, con occhi rossastri nel pennaggio fulvo, qua e là spiumato, con il ventaglio della coda mozza per metà, si scuoteva sbattendo il bargiglio, gonfiando le ali, arrotando il becco sul piatto della bilancia, mentre, nel suo pelo tutto a brandelli, ancor rosseggiavano le cicatrici di numerosi combattimenti.

Quest'ultimo era, per quanto potei comprendere, il favorito del pubblico; da ogni parte udivo gridare:

—Blas! Blas! Blas!

E questo grido si ripeteva continuamente, intorno alla gabbia, sui gradini e fra le scranne della baracca, mentre gli scommettitori agitavano i cappelli ripieni di monete. Blas era il nome di questo glorioso gallo; Inglés il nome del suo competitore,—come poi seppi da un vicino compiacente.

Infine il banditore diede un lungo ed acutissimo fischio, dopo di che i due furiosi avversari furono scagliati nella gabbia, ove piombarono quasi di volo. Per un istante, abbassate le ali, spazzarono il pavimento; poi s'azzuffarono. Si presero per il becco, ed incominciarono a roteare come intorno ad un perno. D'improvviso Blas dette all'altro una beccata che gli spennò il cranio; Inglés rispose con una speronata che fece volare in aria qualche penna. Un filo di sangue fresco rigò l'assito; gli scommettitori ed i puntatori si misero a fare un baccano indiavolato, a urtarsi, a dimenarsi, cosicchè pareva di assistere al principio d'una rissa della malavita.

Blas era ferito leggermente; lasciava pendere un'ala e si piegava su le zampe, tuffando nel filo di sangue il ventaglio della sua coda mozza. Allora tosto Inglés gli balzò addosso, e cominciò a beccare, a speronare, ad infierire su l'avversario con tanto accanimento, che già credevo di veder Blas soccombere. Ma egli si proteggeva aprendo le ali, torcendo il collo, sicchè, d'un tratto, vidi una zampa d'Inglés presa nel becco del suo fulvo avversario, che dovette abbandonarlo e retrocedere per liberarsi da quella crudele morsura.

Vi riuscì. Tutti i partigiani di Inglés proruppero in alti clamori; gli altri a lor volta rispondevano con fiere invettive, con lazzi e gesti osceni. Più accanite fra tutti parevano quelle ragazze del popolo, in trecce, con sottanelle nere, che si mettevan braccio sotto braccio e scuotevano con irritata celerità i loro piccoli ventagli variopinti, su le camicette procaci, adorne d'un fiore di camelia. Pareva che da un istante all'altro qualche lama di pugnale dovesse brillare tra quelle facce sinistre. Ma il peggio era quando alcuno tra il pubblico si alzava diritto, in guisa da impedire la vista a chi gli stava dietro le spalle. Allora tutto un gergo vituperevole di orrende contumelie scoppiava tra i mucchi di scranne accatastate sui ripiani della baracca; facce pallide si voltavano per rispondere all'ingiuria ed il vociferìo continuava, sin quando gli altri pure s'alzavano, e tutto il pubblico era in piedi, su l'assito scricchiolante.

Era in piedi, e si curvava con frenesìa verso la gabbia circolare, sparsa di penne, di sangue, di polvere.

Nulla è paragonabile, fra uomo ed uomo, fra bestia e bestia, al coraggio, al furore, all'implacabilità di due galli che stanno di fronte per togliersi la vita. Nè i circhi di pugilismo nè quelli di tauromachìa nè alcun altro spettacolo di umana barbarie, di umana sanguinarietà, nemmeno le partite di coltello cui usan cimentarsi alcune consorterìe negre del Nord-America, può dare una visione di efferatezza e di odio che superi questi mortali assalti fra due galli da combattimento. È una vita che vuol prendere il cuore d'un'altra vita, e resisterà combattendo fino all'ultimo respiro, pur d'infliggere all'avversario la beccata che lo soffochi, la speronata che l'uccida. Son due formidabili organismi fatti nascere per dare la morte; non sentono il dolore, non le ferite, nessuno strazio, nessuna mutilazione. Pare che il sangue li acciechi, li renda inaccessibili al dolore, sia l'unico ed ultimo senso di tutto ciò che per essi vuol dire il mondo. Seguiterebbero a colpire anche dopo aver data la morte, così profonda è la voluttà che provan nello spegnere un cuore, nel tormentare un'agonìa. Il coraggio de' nostri eroi più sanguinari è cosa ridicola davanti a questo furore implacabile.

Ne ho veduti ch'erano già trafitti, e combattevano, già dilaniati, e combattevano, già percossi a morte più volte, acciecati, sgozzati, con il cranio aperto, i tendini mozzi, orribili fasci di spasimo e d'agonìa, ma che nel freddo sperone d'acciaio radunavano con insania l'ultimo calore della vita, e ferocemente combattevano.

Questo è ciò che davvero si chiama uccidere; il resto, in confronto, può sembrare una parodia.

Da secoli, coltivando la loro generazione come quella di perfetti assassini, questi animali furono educati ad odiare il proprio simile, anzi a volerlo spegnere; il loro corpo non conta, il proprio dolore non c'è: nel becco robusto, nel sottile sprone d'acciaio, è tutta l'anima sanguinaria di questi animali da combattimento. Son nati per immergersi nel rantolo d'un'altra vita; ciò che amano è trafiggere:—sono crudeli quasi più dell'uomo.

Ed ora tutta la gente urlava di nuovo:—Blas! Blas! Blas!... Questo vecchio e prodigioso omicida pareva che intendesse il proprio nome, s'inebbriasse di quegli urli selvaggi. Aveva confitto lo sprone due volte nel corpo d'Inglés; questi perdeva sangue a flotti e combattendo inciampava in un'ala stroncata. Ma vedendo gli occhi rossastri di quei due piccoli animali, noi, robusti uomini, si aveva paura. Paura di vederli com'erano: chiazzati, scarlatti, quasi fosforescenti, aizzati ancor più dal proprio dolore, dal proprio sangue, dalla gioia feroce di quel mortale combattimento. Le lor penne lacere, contorte, impiastricciate di sangue, nascondevan brandelli di carne ed orrende ferite. Ormai non era più possibile, almeno per un profano, intendere quel che accadeva, ossia valutare le fasi del combattimento: era un viluppo mostruoso di due bestie mutilate, che inciampavano, cadevano, si scavalcavano, la prima soggiacente, poi l'altra vittoriosa, poi questa e quella di nuovo sopraffatta; due becchi rossi di sangue, un turbinìo di penne, le creste a brandelli, e tutto ciò frammezzo ad una cloaca di gente che urlava, ridendo, battendo le mani, scagliando improperi, contando monete, premendosi, eccitandosi, nell'infuriata gioia di veder scorrere il sangue.

Poi, d'improvviso—e non so bene come ciò accadde,—io vidi lo sprone d'Inglés, vidi chiaramente lo sprone d'Inglés, immergersi nel collo di Blas, rimanervi confitto, anzi per qualche passo trascinare l'animale sgozzato, che cadde, sbattendo furiosamente il capo su la pedana, mentre invano cercava di liberarsi dallo sperone dell'avversario che lo teneva prigioniero.

Inglés gli fu sopra con l'altra zampa, e cominciò a beccarlo con tanta furia che gli tolse completamente gli occhi, gli rosicchiò fino all'osso il rimasuglio di cresta, mentre lo sperone dilaniava la ferita e l'altra zampa teneva la strozza di Blas come un ferocissimo artiglio.

Tuttavia Blas, cieco d'entrambi gli occhi, de' quali non v'era più traccia, riuscì a liberarsi da quella stretta ed a rizzarsi ancora, spaventosamente.

Mai, per quanto io viva, potrò dimenticare quella insanguinata sembianza d'animale, che brancolava cercando la luce, non per vivere, ma tuttavia per uccidere. Dalla sgozzatura gli pendeva una specie di borsa flaccida, gonfia di sangue, che a poco a poco diveniva più voluminosa, più pesante, più irremediabile. Ad ogni passo egli cadeva giù, incespicando, come un uomo cui manchino i ginocchi, e doveva mordere il pavimento per riuscire a sollevarsi.

—Blas es hecho! Blas è ucciso!—gridava, con orrende bestemmie o con forsennati applausi tutto il pubblico della baracca infernale, secondochè avevan scommesso per la sua vittoria o per la sua morte in combattimento.

Anche l'altro gallo era quasi cieco, a metà spennato, e saltava su le zampe trafitte, che sembravan due moncherini sanguinolenti. Ora, per incontrarsi e mordersi tra quel velo di sangue, dovevano entrambi cercarsi lungamente, cosicchè andavano alla cieca, brancolavano, starnazzavano qua e là, come anitre su le ali infrante. Ma non appena s'accorgevan d'essere a contatto, la furia d'entrambi e quella dei loro partigiani così fortemente aizzavan la lor vita esausta, che l'uno all'altro s'avvinghiavano, si tenevan disperatamente, quasi tentassero con una presa d'artigli di supplire alla vista perduta.

Ma ora Blas moriva. Blas il vittorioso, Blas l'omicida, il gallo fulvo, pieno di cicatrici, Blas l'intrepido, Blas l'incoricabile, ormai cadeva, rantolava, non poteva più reggersi... ancora un passo, due passi, l'ultima beccata, l'ultima speronata nel vuoto, e la vescica di sangue si gonfiava, pesava troppo, lo trascinava giù... Blas moriva.

E cadde. Aperse le ali monche, si piegò da un lato, giacque. Inglés lo andava cercando. S'intese un fischio. Le popolane ridevano. I loro ventagli, i loro braccialetti, le belle camelie che avevan nella cintura, le lor trecce così ben pettinate, i lor occhi neri, pieni di limpida crudeltà, tutto si muoveva, si agitava, sollevava una specie di sanguinario palpito intorno a quella formidabile agonìa.

Inglés cercava l'avversario morente. Torcendo il collo implume per vedere ancora un po' di luce, lo andava dappertutto cercando a piccoli salti, qua e là, frammezzo alle penne recise, alle pozze di sangue, perdendo la direzione, come un ubbriaco. Finalmente lo trovò. Blas agonizzava sul pavimento. La vescica di sangue era divenuta enorme; la zampa armata di sprone ogni tanto sferrava un colpo nel vuoto. L'ala infranta gli si era piegata sotto, come un tabarro lacero. E c'eran uomini tutt'intorno alla gabbia, con l'orologio alla mano, che contavan gli attimi della sua agonìa. Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

Si udiva contare:—Venti seis... trenta y dos... quarenta y ocho...

Le popolane ridevano. Il venditore di dolciumi, con il suo ceffo butterato dal vaiolo, rôso da un principio di lupus, ricominciò a camminare tra la gente, alzando il suo largo piatto di zinco dov'erano pezzi di torrone, frutti canditi, semi di zucca salati.

Ogni tanto si fermava, per numerare anch'egli, ad alta voce, i minuti ed i secondi dell'agonìa:—Uno y tres... uno y medio... uno y trenta seis...

Blas era morto.

Ciò voleva dire denaro, molto denaro...

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Una notte all'Hôtel de Vizcaya.

Doveva essere la nostra notte d'amore. Finalmente nulla più ci divideva dal necessario epilogo d'ogni storia d'amore. Un uscio. Un uscio chiuso con la sola maniglia, fra due camere quasi uguali. Pompon dormiva nella sua cuccia di raso celeste. La miss-cameriera, dopo avere lungamente preparata Madlen a questo rito nuziale, indugiava ora nella stanza, riordinando le biancherie, vuotando l'acqua dai catini, e parlava, e camminava con leggerezza;—finalmente uscì.

La finestra della mia camera dava sopra un balcone; m'ero affacciato verso la Plaza Nueva. Nel chiaro di luna poche ombre si dileguavano per le vie deserte; la vettura dell'albergo arrivò, carica di bagagli. Scese un pastore anglicano, con sua moglie, con sua figlia, con l'istitutrice di sua figlia, col cane dell'istitutrice di sua figlia; scese un vecchio; scese un ufficiale.

Nessun vento muoveva il nastro di fumo della mia sigaretta. Pensavo a me stesso con un poco di commiserazione. Madlen?... Chi era Madlen?... Una donna che fra poco sarebbe mia. Seppellirei tra le sue braccia bianche la stanchezza di un desiderio troppo a lungo inesaudito; soffocherei nelle sue trecce calde, nel profumo della sua carne fino allora vietata, il sogno che le dava bellezza e mi dava tormento; conoscerei quel piccolo grido che i poeti chiamano amore.

Io non sono un poeta; ecco, non sono un poeta. La poesia, quando sta per avvenire, mi esaspera e mi stanca. Di ogni desiderio bisogna impadronirsi repentinamente; bisogna godere, possedere, quando il cuore batte. Se un uomo ragiona, si accorge che ogni ragionamento conduce alla fine di esso, alla inevitabile sua distruzione. Guai ad esaminare da presso ciò che desideriamo. Quel che più ci tormenta è sempre una povera cosa, una bellezza vuota e monotona, leggera e dimenticabile.

Solo i poveri di spirito hanno desiderî tenaci, apprezzano la durabilità e si appendono al proprio cuore come ad una forca. Ma chi possiede immaginazione, chi può e vuole rinnovare sè stesso, ha sempre il logico timore che un sogno si disperda in cenere quand'esso diviene realtà.

Il bello nella vita è giungere al limitare di tutte le gioie; non varcarle, non possederle, non immergere in esse la nostra fugace anima. C'è una parola che mi sembra definisca tutte le bellezze; questa parola è: «altrove». Sì, la vera bellezza—il vero sogno—è sempre altrove.

Questa notte all'hôtel de Vizcaya chiuderà la storia mediocre d'un uomo e d'una donna, ravvolgerà sotto una leggera coltre il peso d'infinite illusioni.

Guardo le case di Bilbao. Splendono. Dormono. Son case mediocri, ove regna l'abitudine. Anche in esse, come dappertutto, un uomo ha sposata una donna; dalla consuetudine de' loro amplessi è nato, com'era prevedibile, un figlio. Questo figlio è capriccioso, ingrato, ingordo. Il triste odore della cucina pesa nei loro grevi appartamenti; ogni sera, prima di addormentarsi, contano il denaro guadagnato; lo porteranno alla Cassa di Risparmio; diventeranno vecchi e devoti; per entrare nella grazia di Gesù inviteranno a cena, la domenica sera, il prevosto che maledissero...

Buona gente, perchè siete venuti al mondo? Cos'è per voi la fiamma di questa meravigliosa vita?... Qui, come altrove, il terreno vale un prezzo. Vi cresceva l'erba; ora vi sorgono case. Da una, divenner diecimila e formarono questo grande alveare umano che si chiama città. Fra muro e muro avvengono cose le quali sembrano importanti; ma nessuno si accorge che tutta questa fatica, tutto questo rumore, finisce miserabilmente in un piccolo immondezzaio sotterraneo:—il cimitero.

Sono passato per mille strade, ho veduto le piazze di mille città, ho inteso parlare tutti i linguaggi, sono entrato nelle case umili, nelle case lucenti, ho mangiato il pane che si cuoce con tutte le farine, sono andato in cerca di qualcosa che potesse dare veramente un senso alla vita... ma tuttavia dovrò cercare più lontano, camminare più lontano:—il senso della vita è altrove.

Queste sono le case di Bilbao. Brillano. Dormono. È tardi. Una bella notte passa. Ma io chi sono? Io che faccio? Dove mai sarà la piccola fossa definitiva, il metro quadrato sotterraneo, che fra pochi anni racchiuderà me stesso, il mio cuore spento, il mantello di carne che porto, e con me, per me, l'infinito cerchio dell'universo nella irrevocabile ombra?...

Credete voi davvero nelle favole dei taumaturgi che vi promettono il paradiso?

Davvero voi credete ne' paradisi?

Cominciamo a parlare seriamente, uomini! Tutte queste favole sono vecchie, vecchie, decrepite...

Sì, Madlen, voi avete una bella vestaglia, e siete veramente profumata come il calore di questa notte d'autunno. Le vostre calme braccia sono quasi nude. Guardando voi, penso che vi sono due maniere d'intendere la vita. Sempre due maniere. L'uomo non dovrebbe chiedere alla vita più di quanto essa gli offre. Dovrebbe godere la gioia senza esaminarla, e nel dolore medesimo cercare un poco di poesia. L'uomo, al suo cervello, deve dire:—«Non tormentarmi.» A' suoi sensi deve dire: «Ubbriacátemi!» Ed all'anima, se pure c'è un'anima, deve dire:—« Sii tranquilla; un giorno riposerai.»

Per quanto pensiate, uomini, per quanto voi facciate calcoli assurdi e meravigliosi con la geometrìa de' vostri alfabeti, l'universo è una prigione della quale non riuscirete mai ad evadere su le ali del vostro pensiero.

Ebbene, che importa? I vostri capelli, Madlen, hanno il colore degli abeti quando la sera li veste; mi sembrano—eppure non sono—scuri come le violette. Mandano il profumo dei prati quando è caduta, nelle sere d'estate, la rugiada. Voi siete bella: ecco una limpida verità. Come le prime volte, ora che mi siete presso, desidero il vostro corpo. L'odore che manda il vostro seno così bianco pénetra nelle mie vene, sopraffà il torpore del mio desiderio esausto. Da voi si comunica in me una specie di maravigliosa inquietudine. Penso a quelli che vi ebbero, e vorrei quasi potervi possedere con la fatica di un altro, per custodire in me all'infinito l'ebbrezza che non vorrei disperdere. Più non siete come le altre donne:—ora siete per me la donna che possiede il mio piacere. Sciogliétevi, svestítevi; coricate su molti guanciali, morbidi e alti, le vostre spalle così bianche. Togliete ora da voi tutto ciò che non è vostro; basteranno a vestirvi, nella penombra del paralume, i vostri capelli dolcissimi. Perchè non volete?

Oh, che stranissima cosa!... una donna bella come voi, una donna che appartenne a molti uomini, e fu talvolta quasi mia, e parlò con me di tutto quanto il pudore vieta, e mi disse all'orecchio parole torbide, parole che sorpassano la voluttà... una donna come voi, Madlen, la quale ora si confonde, si turba, quasi mi dimostra una specie d'invincibile pudore...

Cosa vi trattiene, Madlen? Forse ancora troppe lampade sono accese? Avete paura che la vostra gola bianca sia, tra questa mitigata luce, troppo nuda e troppo giovine?... Parlate! parlate! Non è questa la ragione? Allora dítemi qual'è. Siate sincera. Vi ascolto. Dítemi... Ma perchè piangete? Cos'è mai questa improvvisa commozione? A chi pensate? Cosa debbo fare? Nulla?... Sedere vicino a voi? Sì? volete?...

Bene; mi siedo, vi ascolto. Anzi, vi prenderò su le mie ginocchia, vi terrò fra le mie braccia; saremo così più intimi, voi mi parlerete sottovoce...

Dátemi la vostra bocca, Mad, e parlate in modo che ogni parola, ogni respiro entri, scenda, nel mio respiro.

Ma no!... ma no!... voi dite una cosa che non posso credere! No, Madlen, questo no!... è assurdo! è infinitamente assurdo! Raccontátemi quello che volete; io potrò ascoltarvi, potrò sorriderne... ma non questo! non questo! È davvero una cosa impossibile... non credo, non credo!... via... non credo!

Lo giurate?—Sia pure. Non voglio contraddirvi... non voglio essere un uomo scortese ed irritante, sebbene dovrei supporre che vogliate burlarvi di me.

Oh, allora, se questa mia supposizione vi offende, non so proprio cosa pensare... Uno scherzo, una pazzia... come devo chiamarla? un caso davvero inimmaginabile, davanti al quale dovrò, per cortesia, rispondere che vi presto fede. Ma, scusatemi... e Lord Pepe? cosa faceva di voi Lord Pepe in questo caso?...

Nulla?... Come nulla?...

—Questa è la pura verità,—voi rispondete.—Nè Lord Pepe nè altri.

—No, vi prego, parliamo seriamente! Questa è una cosa che non può essere, una cosa che voi dite per tormentarmi ancora un poco, per divertirvi ancora un poco di me. Lord Pepe non è uomo da tenersi per otto mesi un'amante, la quale sia stata per lui solamente una sorella... via!...

—Non ho detto questo. Vi ho detto che non gli appartenni. È un'altra cosa.

—È una cosa peggiore.

—Forse. Ma non gli appartenni.

—Allora spiegatemi la ragione, Madlen.

—Io non amavo Lord Pepe. Questo è molto semplice.

—Ma essere fra le braccia d'un uomo, ravviluppata con lui nella medesima coltre, od essere del tutto sua, non vi pare, Madlen, la stessa cosa?

—No, affatto; non mi pare la stessa cosa. Ed è un'altra; infinitamente un'altra. Essere nelle braccia d'un uomo vuol dire permettergli d'intingere le labbra nel nostro medesimo bicchiere, quand'egli suppone di aver sete, o magari ha sete... Voleva dire, per me, scegliermi un compagno di cena, un coraggioso guidatore d'automobili, un ragazzo calmo ed elegante che sapeva ballare molto bene il tango argentino, e pregarlo di lasciar credere al mondo ch'io fossi davvero, come invece non fui, la sua amante. Voleva dire abbandonargli qualche volta, per curiosità, o magari per indifferenza, non me stessa, ma la fredda superficie di me stessa, e retribuire, con una specie di odio silenzioso, il denaro che spendeva per me, la pazienza che aveva nel sopportare i miei capricci... voleva dire insomma, che per quanto avessi provato a concedergli tutta me stessa, in me c'era un'altra donna che terribilmente non voleva... Anzi non dovete maravigliarvi: sono già quattro anni che vivo a questo modo, fra donne che vendono e regalano l'amore; appartenni di nome a cinque o sei amanti, ma il mio corpo non si concesse ad alcuno, perchè la gioia, la vera e più forte voluttà, per me consiste nel non appartenere a chi sta per prendermi. Questo vi sembra incomprensibile? Può darsi. Ma è tuttavia molto semplice. Volete sapere perchè piangevo? Volete proprio saperlo? Ebbene piangevo perchè ho sentito per un momento, anzi per la prima volta nella mia vita, il pericolo, quasi la tentazione, di rovesciare indietro la testa, e chiudere gli occhi, e dimenticare tutta me sotto il pallore della vostra faccia che mi guardava, la vostra faccia cattiva ed ironica, sì, come ora, come ora, sotto le vostre dure mani, che mi piegano... così... così... Nella stanza entrava la notte, calda, pesante, a continue folate. In me, in lei, si propagava l'irritazione di queste parole, serpeggiava l'odore della sua bellezza; io sentivo con una specie d'inerte coscienza fisica, sentivo con una tentazione opaca e tormentata, che questa incredibile cosa era esattamente vera, e mille particolari quasi dimenticati risalivano d'improvviso nella mia memoria; sentivo che una creatura non posseduta era nelle mie braccia, si premeva contro il mio desiderio, mi faceva intravvedere una forma nuova dell'amore, una forma inattesa del vizio, quella di passare immacolata su l'orlo d'ogni voluttà e negare ai propri sensi la naturale pacificazione.

Pensavo:—«Ecco una donna che può sembrare inammissibile, quando invece mi confessa la sua storia più vera; una donna che io chiamerei, se dovessi darle un nome, l'esasperazione.»

La guardai, e mi pareva così lontana dalla purezza, ma nel medesimo tempo così diversa dalle altre peccatrici, ch'io dissi, quasi per deridere il senso delle mie parole:

—Dunque voi siete ancora imposseduta, e siete anzi, per me, impossedibile?...

—Sì, la parola è questa: io sono veramente impossedibile. Tutto il mio corpo non vuole, forse non può. Mi sono educata al piacere imparando a rinunziarvi. Sano pazza di questo desiderio continuo, che i miei sensi non vogliono esaudire. Ho atteso terribilmente questa grande cosa nuova, che forse è nulla. Voi dovete sapere ch'io lasciai la mia casa molti anni or sono, perchè volevo andare in cerca di un amore che non c'è, di un godimento che non si trova; e sin da quando ero fanciulla sentivo l'attrazione di questa vita notturna, che forse m'invecchierà in pochi anni e mi lascerà il dolore di ricordarmi che sono stata bella, che ho avuta un'anima limpida, e che forse amai questa vita perchè appunto non doveva essere la mia. Infine, benchè la cosa mi sia indifferente, non dovete nemmeno credere ch'io viva con il denaro altrui. Io sono ancora molto ricca, forse più ricca di tutti i miei amanti.

Le sue mani, allacciate alle mie spalle, si muovevano con una specie di dolore; ne' suoi occhi era una luce innaturale, perversa, un'espressione la quale mi faceva pensare alle orribili forme che assume talvolta la sensualità nelle donne mal possedute.

Tutto ciò—pensavo—era colpa del primo che non la seppe genuflettere, che male desiderò e male conobbe la sua bellezza tormentata. In fondo era una povera donna, forse una donna malata, che cercava con esasperazione d'immergere i suoi vivi sensi nella gioia della vita. E gli uomini, più ciechi di lei, erano passati accanto alla sua complicata innocenza, nè si erano mai dati la pena di guardare se in lei fosse nascosta un'anima, forse un'anima profondamente offesa da quella fredda e brutale realtà che per ogni fanciulla rappresenta il principio dell'amore.

Adesso, in lei, questa parola suonava come il rumore di una moneta falsa; era divenuta, non la beatitudine, ma l'angoscia de' suoi sensi. Forse il grembo inesaudibile di questa vergine perduta cercava nell'amore una gioia che l'amore per sè stesso non può dare.

Una tentazione lenta, calma, piena di novità, gonfia di sperdimento, saliva nel mio turbato spirito, innamorava il mio cuore trepido, mi faceva sentire, confusi nella tentazione delle sue pesanti colpe, il singolare pregio della donna che non fu di nessuno.

E volevo domandarle mille cose, che mi parevano anche inutili...

Pensavo alla prima sera quando la vidi, quando eravamo seduti presso, nel Casino di San Sebastiano; e ricordavo la fisionomia di Lord Pepe, là, dirimpetto, che apriva e chiudeva con nervosità il suo bellissimo astuccio d'oro scintillante, mentre si pavoneggiava con serietà, con eleganza, davanti agli occhi di tutta la Spagna, orgoglioso di mostrarsi con una donna tanto ammirata, benchè non sapesse nascondere la sua palese inquietudine davanti allo sciupìo di quel denaro che le crudeli mani dell'amante, quasi azzurre come le perle, raddoppiavano sul tavoliere ad ogni messa perduta.

Di lei mi ricordavo con esattezza, quasi con dolore.

Il suo braccio nudo impolverava leggermente la mia manica nera; una gran folla si muoveva; il denaro pesava sul tappeto, esagitava le convulse anime dei giocatori; dai lampadari d'ottone oscillanti sopra i tavolieri cadeva su noi, su tutti, una opprimente fiamma un alone caldo, una specie di rossa eccitabilità, che alterava le cose, i lineamenti, perfino i pensieri. Dalle finestre aperte verso il terrazzo entravano i densi profumi, la pesante serenità della sera d'autunno; io mi sentivo a disagio, sentivo quasi la tentazione di piegare la bocca sovra la sua spalla così nuda... Perchè mai? Altre donne, forse belle come questa, passavano davanti a' miei occhi, vicino a' miei sensi; ed io le guardavo come si guarda un bel quadro, una bella vetrina, un gioiello che abbia valore, ma nel medesimo tempo sia profondamente inutile...

Invece sentivo che c'era in lei qualcosa di non afferrabile, una specie di novità funesta, un'attraenza contagiosa e perversa, che mi dava, quasi ubbriacandomi, un senso di confuso dolore.

Pensavo a' suoi movimenti, ch'erano così diversi da quelli delle altre donne, alla sua voce, che rimaneva nei sensi come una ondata di musica, e pensavo alle parole che mi aveva dette con la sua bocca rossa, quella prima sera, mentre stava con i gomiti nudi appoggiati sul tavolino della cena:—«... voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro d'amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da gioco il vostro cuore che ama l'Atlantico?...»

Infinite altre cose pensavo; e la voluttà, l'attesa di possederla, svaniva in un desiderio mille volte più profondo, più dolce, più intimo, si alterava in una specie di riconoscenza fisica per questa donna così piena di colpa ed ancor nuova all'amplesso; diveniva una specie di soave dolore, di lenta musica, un'aspettazione vasta e grande, nella quale io stesso riuscivo quasi a nascondere un senso indefinibile di purità.

E la notte cadeva su noi, ci avvolgeva nel suo musicale silenzio, ci faceva godere la gioia d'esser tranquilli, d'essere vicini, d'essere veramente giunti su l'orlo dell'amore, nella poesia di questa bella favola eterna e lieve che si chiama l'amore, nella infinita, beata ilarità che prova l'anima quand'essa può svegliarsi, può ridere, può splendere, giovine ancora come una volta e piena di sole, di sole...

Nè io volevo essere per lei quello che altri furono. Custodisse ancora il suo vizio indocile, la gelosia dell'ultimo suo peccato; fosse ancora per altri, e non per me, una dispensatrice di tormenti, una perfetta e ingaudibile amante; portasse ancora, illeso dal mio desiderio, quella oscura febbre del suo grembo, quel tesoro di ebbrezza non goduta, dopo il quale, forse, non diverrebbe che una povera donna di piacere, irritata e ingrata, come altre mille che si piegano con la bocca fredda, con gli occhi serrati, sotto la forza nemica di un possessore che le opprime.

Sì, è tardi... è tardi... Ora posate il capo su la mia spalla, Madlen; chiudete gli occhi, dormite... L'ora del sonno è bella quando la finestra impallidisce.

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Ora cominciava il pericolo. Il pericolo di prendere sul serio questa leggera, fragile, inutile cosa, che tutte le donne possiedono, almeno per brevissimo tempo:—una verginità.

Pare nulla, ed è quasi la storia del mondo. I popoli sono divisi dalla maniera d'intendere questa fondamentale origine delle famiglie. In Europa, e sopra tutto ne' paesi latini, si dà un valore certo esagerato a questo velo di purezza, che per la sua tenuità è facilmente soggetto agli strappi. Ma il focolare non arde come dovrebbe ardere, là dove il suo custode non fu quegli che accese la prima vampa. È una sciocchezza voi dite?... Sì, forse. Un pregiudizio medievale, un residuo di barbarie che la letteratura coltiva prodigiosamente?... Sì, forse. A bene pensarvi, la cosa manca di serietà. Ma in ogni caso è un pregiudizio importante, una inciviltà caparbia, un difetto per ora non superabile dalla natura umana. Può darsi venga un giorno in cui le vergini non saranno più di moda e spariranno queste imprecise distinzioni fra donna e donna, tessute molto spesso dalla sola impostura. Io penso che un tal giorno verrà; anzi lo credo e spero fermamente. Oggi nondimeno bisogna riconoscere che la famiglia del ventesimo secolo è tuttora fondata su questi due pregiudizi gravi:—l'obbligo della originaria purezza e della conseguente fedeltà.

Quando s'incontra un uomo, il quale dice che può far a meno di entrambe queste cose, noi riteniamo che sia un disonesto. In fondo lo è. Talvolta può essere un semplice millantatore. L'ombra di un altro, che fu prima di noi, è sempre funesta nella donna che si ama, e persino in quella che solamente si desidera.

Dunque può darsi che ciò non sia un pregiudizio degli uomini, ma veramente un pregiudizio della natura. Forse, quand'ella stava lavorando a quell'invenzione pratica e geniale che poi nel mondo finì con chiamarsi amore, si accorse che per renderla eterna bisognava coinvolgere in essa il pensiero ed il segno del divieto. La natura fu provvida, e sarebbe davvero peccato se la malizia degli uomini riuscisse a mettere in quarantena questo leggero e dolce inconveniente.

Il secolo ventesimo è il secolo dei paradossi; piace a tutti confondere in speciose negazioni le antiche verità. Ma questa è letteratura; provvisoria ed acrobatica letteratura. Quando poi si viene al caso pratico, ognuno di noi s'accorge d'essere nuovo e moderno su per giù come un uomo preistorico.

Le teorie passano, i concetti puri sono miraggi che svaporano; l'uomo rivolgerà, sovvertirà in ogni modo possibile i principî della vita;—ma se v'è cosa che mai gli uomini riusciranno ad intendere con altri sensi e con altra immaginazione, questa è certamente l'amore.

I seduttori di mestiere, i Don Giovanni da strapazzo, tutti coloro che dispensano la propria irresistibilità come un sovrano munifico dispensa le croci da cavaliere, poi gli annoiati, gli scettici, quelli che vi parlano della donna come se conoscessero prodigiosamente i più solleticabili cantucci della sua dolce anatomìa, tutti costoro appartengono spesso a quel numero d'ingenui che un bel giorno finiscono poi con riabilitare una prostituta o condurre al talamo la propria cameriera.

Un solo uomo può non temere il pericolo della donna: ed è quegli cui mancano le tentazioni della virilità. Ma gli altri dovrebbero guardarsi bene dall'esprimere giudizi o teorìe, poichè nell'amore c'è sempre il caso imprevedibile. Questo caso imprevedibile turba l'immaginazione, piace più di tutti gli altri, è insomma il natural fuoco e la buia tristezza dell'amore. Al mondo c'è una sola cosa veramente nuova: ed è la donna della quale ci s'innamora. Ma quando non troverete più, fra mille, una sola che vi piaccia, una che sia per voi bella come la primavera e di sè infiammi con splendore tutto il cerchio del vostro infinito, allora sarete per sempre una fredda cosa inaridita, un fuoco morto sotto la cenere, una fontana esausta, un giardino distrutto, un campo senza fiore, una sorgente senza vita.

Ora per me cominciava il pericolo. C'era in lei qualcosa d'innocente, una purità insospettabile, una gioia non ancora posseduta. Questa maravigliosa cortigiana aveva saputo custodire intatto il suo grembo di fanciulla; si era data senza lasciarsi prendere, aveva tormentato senza esaudire. Per quanto ciò paresse incredibile, io sentivo con esattezza che ciò era vero. In questa femmina di piacere, perversa e complicata, c'era un senso di verginità insoffocabile, che le impediva d'essere un'amante. Quelli ch'erano stati vicini a possederla, di lei conoscevano soltanto il vizio, non l'amore. Aveva lasciata la sua famiglia troppo severa, per immergersi nel rumore delle orchestre, per vivere nella soffocante atmosfera delle case da giuoco, per alzare col polso un po' tremante i cálici che traboccano di vini biondi; aveva cercato nei balli notturni, fra le donne perdute, come una libera cortigiana, l'amore divino ed introvabile che ogni vergine sogna d'incontrare nell'amante al quale si dà. Ma invece il suo freddo cuore dormiva nei sensi terribilmente innamorati; ella si avvolgeva nel vizio con una specie di opaca ira, voleva essere una dura e splendida cortigiana, per avvicinare il suo corpo al fuoco di tutte le tentazioni e salvarlo dal pericolo di gioie troppo lievi.

Io compresi perfettamente che una donna potesse custodire la sua purità come un supremo vizio, e non per renderla ad altri, ma solamente a sè stessa, più lenta e più pericolosa.

Ella mi raccontava queste cose, io l'ascoltavo; anzi, per meglio dire, indovinavo tra le sue parole confuse una verità complessa e difficile, assurda e verisimile, che solamente in lei, vicino a lei, nel guardare la forma del suo corpo, il colore de' suoi occhi, trovava una spiegazione del tutto ammissibile.

Era—io pensavo—una donna che amava patire, una folle che andava cercando su la terra l'introvabile paradiso, nell'amore una gioia così forte che potesse ucciderla, mentre in lei si nascondeva, forse organicamente, una specie di divieto ad esser femmina, quasi un oscuro ed incancellabile segno di sterilità.

Per quanto si usi dire che ogni vera madre è una vera amante, forse un medico potrebbe dimostrare il contrario. Nella vera amante c'è' spesso il desiderio, più ancora l'intenzione della sterilità. Il suo grembo non vuol sottomettersi al peso, alla deturpazione della fertilità materna. La infinita bellezza ch'ella prova e regala con i suoi sensi non vuole giungere ad assorbire la vita, ma preferisce soffocarla, deluderla, poichè le sembra sia questo un bene superiore alla vita medesima. La perfetta voluttà esclude ogni altro fine; c'è in essa una tendenza verso l'uccisione.

Le dispensatrici d'amore, quelle che posero ingegno ed anima nel raffinare la tepida gioia della procreazione, quelle che fecero de' propri nervi uno strumento complicato e mirabile, quelle che superarono il loro natural destino e patirono la bellezza dell'amore come la bellezza di un'opera d'arte, non sentirono mai, anzi rifiutarono, il bisogno di perdere sè stesse in un'altra vita. Essere madre vuol dire impoverirsi, vuol dire sommergere la propria vita in quella che nasce; la vera madre sopporta il procreatore, non cerca l'amante.

Io pensavo:—«E questa non potrà guarire, se non trova chi le dia l'amore inatteso, involontario, per una creatura sua. Forse la fatica materna potrebbe ricondurre alla pace il suo grembo esasperato. Chi fu il primo a baciare la sua bocca, doveva impadronirsi di lei, o con la violenza o con l'amore. Sarebbe divenuta un'altra. Ma quel primo le permise di non abbandonarsi; ed ella da lui si levò come una fanciulla che avesse provato invano ad essere un'amante.»

Pensavo:—«Un giorno, dopo tante immaginazioni sterili e dolorose, forse troverà, nel fumo d'una sigaretta oppiata, nella spuma d'un bicchiere troppo colmo, nella fuggitiva illusione d'una parola d'amore, l'uomo che saprà d'un tratto farle terribilmente male, contorcere fino allo spasimo la sua perduta e bianca nudità. Allora sarà di lei quello che doveva essere il primo giorno. Ma troppo tardi. Quando non potrà più incamminarsi per la via naturale, fredda, calma dell'amore; quando i suoi sensi avranno imparato a cercare la gioia sempre più oltre, dove l'esaudimento non può essere, dove non è. Questa bella creatura, che in sè nasconde forse un ideale, andrà cercando fra mille uomini chi le dia l'amore, quell'amore che non è nei sensi, ma è nell'anima, e che l'anima di una creatura così delusa non può nè dare nè conoscere. Invecchierà presso le tavole da giuoco, strofinando i suoi gomiti nudi sui tavolini delle cene, appressando le sue labbra tinte all'orlo dei bicchieri ubbriacanti, riderà, splenderà, come una creatura che per vivere senta il bisogno delle droghe artificiali. Qualche uomo prepotente sarà il suo padrone, di qualche altro sopporterà la lascivia indelebile; e gli anni passeranno, e la vita notturna incaverà i suoi occhi splendenti, e dalla sua carne luminosa uscirà, più cruda, la forma dello scheletro, e sarà vecchia, e sarà povera, e i denti falsi brilleranno di una luce opaca nelle gengive pallide, e la sottile tosse dei tisici tormenterà i suoi polmoni arsi dalle sigarette oppiate; un giorno avrà un deliquio, morrà sopra un divano, la porteranno al cimitero... È triste.

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