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Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Front matter (continued 2)

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La medesima statura molto alta, snella, il piede fino, il fianco ben segnato, le spalle aperte, un po' rovesciate all'indietro, il collo nervoso, mobile, due stupendi occhi da Carmen, il profilo da ebrea.

Cominciai a passeggiare in su, in giù, per meglio esaminarla da vicino ed attrarre i suoi lucenti sguardi sopra la fronte non elevata dell'ottimo cavalcatore. Questi le raccontava certo qualcosa di molto gaio, perchè ogni tratto vedevo la sua bocca scintillante ridere. Quando bene potei osservare le sue labbra, il suo riso, i denti limpidi, gli occhi fatti a mandorla, più non mi rimase alcun dubbio: quella era Pastora Imperio.

Ma il giovine ufficiale... perchè non pensava egli dunque a coricarsi di buon'ora, visto che la mattina dopo i suoi veloci ed agili destrieri lo avrebbero atteso al primo sole, per compiere il duro percorso volando sotto lo scudiscio dell'intrepido cavalcatore? E non s'accorgeva inoltre, il piccolo Ussero di Alfonso XIII, che gli sguardi luminosi della bella Pastora Imperio non avevano affatto per me quella truce ombra che ben conobbe a' suoi tempi l'innamorato espada?

Passeggiai ancora un poco, indi presi una lodabile risoluzione.

Per la fortuna de' giovini e de' vecchi scapoli sonvi dappertutto, nei luoghi ove convengono donne galanti, certe provvide e sapienti matrone le quali interpongono l'opera della loro saggezza tra il frutto che si vuol cogliere ed il prezzo che se ne vuol offerire.

A mia conoscenza la sala da gioco ne ospitava una in dimora stabile, della quale un impiegato belga mi aveva tessuto i più caldi elogi, dicendola molto accorta nel suo leggiadro mestiere, fidata ne' servizi e conosciuta per tutta la penisola come reggitrice d'una prospera casa di Madrid. Ella era uno sfasciato quintale di rosea carne ribelle ad ogni busto, con un sorriso da vergine folle. Aveva sempre intorno a sè certe sue colombette, da lei menate in Cantabria per far fronte alle occorrenze della stagione.

Doña Beatriz (questo era il dolce suo nome) non di rado mi aveva sorriso, come a tutti gli uomini soli; ed ora me ne ricordai, perchè il sorriso d'una donna contiene sempre qualche vaga promessa.

Abitualmente stava seduta in un angolo, a far la chioccia delle sue pulcine; queste andavano intorno, scodinzolavano, schiccheravano, di qua e di là, un po' dappertutto; indi facevano ritorno a lei per dirle:—Mammina, ho fatto l'ovo!

Con un sorriso quanto mai garbato e con maniere piene di rispetto mi accostai al suo divano:

—Se digne Usted de excusarme...

—Hable, hable, Señorito!

Il mio gergo ed il suo fiorito linguaggio non si potevano intendere senza una certa difficoltà; ma siccome la causa del nostro abboccamento era d'indole alquanto internazionale, giunsi nondimeno a spiegarle ch'io desideravo conoscere la bella Pastora Imperio.

—¿Pastora Imperio?... Donde està Pastora Imperio?...

Il triplice mento e le rosee guance della venerabile Donna si gonfiarono di un solenne stupore; poi si levò, andò a vedere di persona qual fosse la brunissima danzatrice che io le decantavo, e tornò indietro muovendo le braccia, come se disegnasse nell'aria tanti punti esclamativi.

—No, señorito! no, señorito! La niña que Ud. quiere es Socorrito!... Socorrito la Sevillana...

E lì un diluvio di parole per illustrare la perfetta rassomiglianza che tutti riconoscevano alla Sevillana con Pastora Imperio, ed i meriti assai maggiori di Socorrito in paragone dell'altra, senza contarne la più fresca età—nove anni di meno, mi giurava doña Beatriz—e poi «la delicateza» e poi «el desinterès» e poi «la hermosura» e poi tante altre buone cose intime, per le quali era una fortuna impareggiabile quella di poter conoscere Socorrito la Sevillana...

Un po' deluso, le feci tuttavia scorrere nel palmo della benefica mano un biglietto da cinquanta pesetas, ch'ella nascose nel seno, dopo avario sbirciato, e mormorò, quasi arrossendo:

—Señorito, Ud. me humilia!...

Che purezza d'animo! che ineffabile candore!... Fatevi coraggio, doña Beatriz!... Conviene prendere la vita con una certa filosofia. Non vedete? Io sono innamorato di Madlen, volevo Pastora, e dovrò infine contentarmi di una semplice Sevillana. Ma perchè dunque non mi avete lasciato credere nel mio delizioso errore, dicendomi:—«Sì, è Pastora Imperio,»—e facendo a lei stessa dire:—«Sono Pastora Imperio...»? Ebbene, accetterò il vostro consiglio, doña Beatriz. Nove anni di meno... Rassegnamoci. E dunque parlatele voi, doña Beatriz; ditele voi, trovate il mezzo voi di scavalcare quell'intrepido ufficiale. Io vi aspetterò sul terrazzo, nel buio, nell'ombra, come un innamorato, come un reo...

Le donne, in fondo, non sono mai l'amore; sono qualche volta la via necessaria per giungere all'amore.

Uscita che fu la matrona sul terrazzo, non saprei dire come le cose andarono, ma forse, ad un certo punto, la Sevillana stessa dovette far presente all'ufficiale di cavalleria che il giorno appresso, di buon'ora, egli avrebbe dovuto addestrare al percorso un imbattibile saltatore,—pensiero che i begli occhi della Sevillana avevano in lui per un attimo dissipato.

Egli allora tracannò—grave imprudenza!—un ultimo bicchiere di Malaga, strinse la mano di quella che fu per un momento Pastora Imperio, e se ne andò facendo risuonare gli speroni.

Ecco,—ed io mi trovai di fronte all'amore.

Una bella ragazza impacciata ed una pingue affabile donna, che il mondo calunnia di nomi scortesi per l'inoffensivo mestiere che fa...—ecco l'amore.

Dopo tanti sogni, dopo tante follìe dei sensi e dello spirito nel desiderare un'altra non ancora posseduta, ch'era lì, quasi a due passi da noi, dopo le danze di Pastora e la voce di Madlen...—ecco l'amore.

Sì, va bene, va bene, povera Sevillana... se mi attenderete un momento, giù dalle scale, o fuori, nel giardino... ora, fra poco, verrò.

E Socorrito, fiore di Siviglia, con i suoi occhi neri e calmi, fatti a mandorla, belli come l'indifferenza, mi guardò, sorrise, disse di sì.

Non volevo mostrarmi a fianco della Sevillana, in quelle sale medesime ove ogni giorno ero solito venire in compagnia di Madlen Green.

Rientrai. Madlen giocava; era in piena disdetta; Lord Pepe aveva una faccia lugubre.

—Oh, ditele voi che si fermi un poco!—esclamò Lord Pepe.—Sono mazzi terribili! Non si riesce a vincere un colpo.

Le avessi pur dato questo ragionevole consiglio, la mia raccomandazione sarebbe stata inutile. Feci assai meglio. Contai la somma che ancora le rimaneva sul tappeto, la raddoppiai con altrettanto mio denaro e le dissi:

—Ora, vi prego, giocate anche per me. Vinceremo. Io torno all'albergo. Sono stanco; mi duole il capo.

Ella si volse con un movimento veloce, un movimento imprevedibile, che fece brillare la sua nuca e diede una specie di contrazione alle sue spalle nude. Mi guardò, sorpresa, offesa, con i suoi bellissimi occhi dorati, che la maraviglia empiva quasi d'innocenza; poi disse:

—Come? ve ne andate prima di cena? Ma perchè?

—Sono stanco. Poi debbo scrivere molte lettere, molte lettere...

—Dov'eravate finora?

—Là fuori, sul terrazzo.

—Ah?... sul terrazzo?...

E si rivolse, con un movimento più repentino ancora, prese un fascio di denaro, lo buttò sul tavoliere, attese qualche attimo, vinse.

Io dissi:

—Comincia la fortuna. Continuate. A domani, Madlen. E Lord Pepe rideva.

Ella notò nel cartoncino, col suo lungo spillo, il colpo vinto; poi disse, quasi fra i denti:

—Tieni, c'est drôle!... je n'aime pas les gens qui ont la migraine!...

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La Sevillana mi aspettava sul limitare del giardino. Mi aspettava con indifferenza, con pazienza, ed era già ravvolta nel suo mantello verde. Camminava nel chiaro di luna, in su, in giù, lungo il porticato. Quel suo mantello verde non mi piaceva. Era inoltre senza maniche. Non si poteva darle il braccio.

Talvolta è più facile desiderare una donna che rassegnarsi alla gioia di averla ottenuta. Nulla è triste come l'andare così—un uomo ed una donna—meccanicamente a svestirsi. Questo io pensavo, nell'accompagnarmi con la Sevillana, in quella notte calda e profumata, che illuminava di stelle i viali della Concha.

Era certo una bella ragazza. Sì, era una bella ragazza. Ma come potevo io perdonarle di non essere Pastora Imperio? E guardando i suoi occhi fatti a mandorla pensavo con esasperazione agli occhi di Madlen.

Nord e sud: la distanza infinita.

Le domandai se volesse andare a cena. Ma Socorrito non aveva fame, non aveva sete, non aveva niente... Le domandai allora se preferisse camminare; mi rispose di sì.

Scendemmo lungo la riva del mare. L'acqua verde si muoveva come una bene intramata stoffa di seta. Le acacie stormivano; il chiaro di luna dormiva su l'acqua orlata di sottili frange. Un lume rosso brillava sul Castello di Monte Urgull. Le cabine da bagno, addossate le une alle altre su la bianca riva, sembravano in lontananza un gregge addormentato.

«Je n'aime pas les gens qui ont la migraine...»—Questa frase mi picchiava nel cervello, mi esasperava i nervi, volava intorno a me, saliva, serpeggiava nel rumore delle mie concitate vene. Ogni tratto, mentre pensavo a cercar materia di conversazione, quelle sue parole tornavano, aspre, irridenti, con la medesima voce che le aveva pronunziate, con il profumo stesso della bocca di Madlen... «Je n'aime pas les gens qui ont la migraine...»

Allora guardai la Sevillana, volli dirle qualcosa di molto intimo, e le feci questa bella domanda:

—Quanti anni avete, Socorrito?

—Veintecuatro, señor.

—E chi era l'ufficiale con il quale parlavate poco fa?

—El capitano Trebo.

—Di Madrid?

—Sì, de Madrid.

Questa conversazione interessantissima continuò sul medesimo tono sino in fondo alla passeggiata. Parlammo, credo, anche del mare. Io provai, di fronte alle bellezze della natura, una scettica e tetra sfiducia. Così camminando noi cercavamo la via dell'amore. Qualche volta essa è già fra un uomo ed una donna, forse brilla, e non la si vede. Bisogna cercare, frugare; mettervi per caso il piede; sbagliando il passo, inciampare in quel gradino invisibile che porta in alto, verso l'amore.

Qualche gente passava, rada, fra gli alberi, camminando piano. Veramente non sapevo più cosa dire a questa bella Sivigliana, che portava un mantello così verde. Presi a domandarle perchè non l'avevo mai veduta prima di quella sera, e cosa faceva, dove abitava, se avesse un amante, se fosse mai stata a Parigi, se conosceva qualche Italiano, se amava il suo Re...

—Bene, torniamo indietro?

—Torniamo.

Davanti alla terrazza d'una birreria sostammo, perchè mi parve di aver sete.

«Cerveza de Pilsen—Horchata de chufas—Limon helado»

Ci sedemmo ad un tavolino, sotto i plátani. Era tardi; nel locale semivuoto un cameriere scopava, sollevando molta polvere.

—È strana la rassomiglianza che avete con Pastora Imperio! Da principio credevo che foste proprio lei.

—Doña Beatriz me lo ha detto. Vi piace Pastora Imperio?

—Sì, mi piace.

Bagnò il suo labbro carnoso nella schiuma del bicchiere di birra, poi disse:

—Allora, forse, vi piaccio un poco anch'io?

—Perchè dite «forse»?

Quando il sorriso illuminava i suoi calmi occhi, pareva che le spuntasse tra le ciglia un orlo di minutissime scintille. Da principio anch'ella taciturna, divenne improvvisamente loquace. Il suo mantello verde non era più così verde; si spegneva. E cominciò a narrarmi una dopo l'altra, senza pause, con volubilità, un gran numero di cose.

Quando una donna, dopo la mezzanotte, sotto un viale di plátani, ha una mezz'ora di tempo libero per discorrere con voi, ella comincia molto spesso con raccontarvi la sua storia.

Questo fu precisamente il caso della Sevillana. Le biografie delle donne sono molto interessanti, forse perchè mancano di senso comune.

Dunque il padre di Socorrito, a Siviglia, era un maestro di musica; le aveva insegnato il canto. Ma durante un inverno assai rigido ella prese la pleurite; guarì, grazie alla Beata Vergine più che al sapere dei medici. Ma purtroppo non le tornò la voce. Una carriera spezzata!... Ballare non le piaceva; prender marito non poteva, poichè nel frattempo si era innamorata di un baritono, il quale, ammogliato e con prole, non aveva punto esitato a regalarle un figlio. Il bambino se lo presero i nonni; e morì. Quel baritono, l'anno dopo, era partito per l'Argentina con un'altra cantante. Ah, i baritoni, che gente poco delicata!... Ed allora Socorrito, che preferiva la vita onesta, cercò di aprire un negozio di mode, nel Paseo de la Castellana, a Madrid. Ma nessuno comperava i suoi cappelli, onde il negozio in poco tempo fallì. E convien notare che i suoi cappelli costavano poco, non solo, ma erano di buon gusto, poichè molto spesso li copiava dai modelli autentici della rivista parigina L'Art et la Mode. Allora dovette farsi amica di un generale in ritiro, molto ricco, il quale aspettava la morte di tutti i suoi parenti per convolare seco lei a giuste nozze. Glielo aveva promesso. Leale come un vero soldato, lo avrebbe anche fatto. Ma la sfortuna volle che Socorrito, ancor prima di recarsi all'altare, si facesse cogliere in flagrante crimine d'adulterio col nipote del medesimo generale, un bel ragazzo di vent'anni, senza il becco d'un quattrino. Laonde rimase vedova. Tutti, anche a Madrid, le parlavano della sua grande rassomiglianza con Pastora Imperio...

In quel punto la birra finì.

—Camarero, dos otras cervezas.

. . . . e starebbe a San Sebastiano circa un mese ancora, nella speranza di poter giocare alla «roulette». Il «trente et quarante» non le piaceva. Si perde sempre!... Però un'amica di lei, Dolores, conosceva un buon sistema. Quando seppe ch'ero stato a Siviglia, divenne affettuosa. Poi mi domandò con circospezione se fossi l'amante di Madlen Green. Le risposi di no, lealmente. Forse non credette. Aveva pure qualche intimo dubbio su la ricchezza di Lord Pepe. Si udiva mormorare che fosse più ricca lei... Mi fece sapere che fra tutte le pietre amava i brillanti, fra le pellicce lo zibellino. Appunto aveva una costosa pelliccia in deposito a Madrid. Ma non era, purtroppo, di zibellino. Volle sapere se all'hôtel Maria Cristina c'era quell'anno molta eleganza. Poi mi domandò se vi abitava un certo Argentino, piantatore di caffè, che le aveva proposto l'anno prima di condurla seco in America. Gli Argentini, secondo lei, spendono molto ma son poco educati. Gli Spagnuoli, secondo lei, son gentili con la donna quando ne sono innamorati. Ma i forestieri lo sono sempre. Mi raccontò che doña Beatriz aveva il difetto di alzare un po' il gomito. Non era cattiva di cuore, ma per cinque pesetas avrebbe venduto Cristo. Lei, del resto, la conosceva molto poco...

—E in amore?

Oh, in amore, Socorrito fiore di Siviglia non era punto complicata. Quella soverchia erudizione delle donne francesi le pareva cosa riprovevole. Non sempre, ma qualche volta, le piaceva naturalmente avere un bel giovine con sè. Lasciarsi fare:—ecco la sua teoria.

Parlammo anche della castità. Ne parlammo con perifrasi oneste. A lei, dopo una settimana, veniva il mal di capo. Se le veniva il mal di capo, era costretta a farselo passare...

Anche la seconda birra, su questo, era finita.

Ci levammo. I plátani avevano tra le foglie qualche lontana stella. Un buon odore d'autunno saliva dalla terra umida. Il chiaro di luna batteva su la case addormentate.

Un guaio. La bella Socorrito alloggiava in una pensione di famiglia, dove la padrona era donna molto seria, che alle sue clienti non dava licenza di ricevere ospiti. E poi si dice dai pessimisti che non vi sono più case per bene!...

Laonde suonammo ad un certo albergo del Robinson Crosuè, dove, non saprei dir come, il famoso viandante si è fatto locandiere.

Una stanza rossa ed un letto bianco; sul marmo del lavabo due catini sfavillanti; una litografia; qualche seggiola di stoffa; un armadio di noce; un'altra litografia.

Socorrito si tolse il mantello verde senza maniche, si tolse il cappello, i guanti, e mi chiese una sigaretta.

Aveva le trecce così nere che parevano immergere tutta la sua persona in un cerchio d'oscurità. Sedette su l'orlo del letto, con i due gomiti su le ginocchia. Vedevo le sue ciglia brillare, le sue forcelle di tartaruga splendere nelle treccie compatte. La gonna tesa, rialzata fin sopra le caviglie, ben ravvolta contro i fianchi, scopriva la forma del suo grembo, ch'era d'una sanità schietta come il pane.

Le sue calze traforate sparivano in su, nella profonda ombra. Il suo mantello verde, buttato sovra una poltrona, era fra noi la sola cosa estranea. Cominciavamo con esser intimi; la sua bocca, stringendo la sigaretta, mi sorrideva. Le sue mani un po' grandi, mani di una bella Sivigliana che ha dovuto lavorare per vivere, adesso eran lisce, limpide, intrise di pomate, con l'unghie molto rosse, rigenerate ormai dalla sapienza dei profumieri di Francia. Quelle mani tuttavia mi facevano pensare ad una imitazione.

Quando un uomo coltiva un poco la propria sensibilità, riesce facilmente a scoprire nella donna il quadro falso.

Non importa. Ogni collezione ha le sue tele apocrife.

Socorrito fiore di Siviglia fumava come una zingara, con dispregio e con voluttà.

Io frattanto pensai di mitigare la luce, ravvolgendo una sciarpa intorno al lume. La via dell'amore, dicono, è semibuia.

Sedetti anch'io su l'orlo del letto;—e parlammo.

Naturalmente aveva già conosciuto un altr'uomo il quale mi somigliava. Questo accade molto spesso. Tutte le donne han conosciuto un altr'uomo, che le fa pensare a noi.

—Benissimo,—le risposi.—E che mestiere faceva?

—L'agente d'assicurazione.

—Dunque un uomo di spirito. E vive ancora?

—Perchè? v'interessa?

—No, affatto. Ma, visto che gli somiglio, m'informo della sua salute.

Socorrito fiore di Siviglia mi parlava in ispagnolo, io le rispondevo in francese; ogni tanto, una parola che l'uno o l'altra non intendesse richiedeva cinque minuti di elucidazione.

Allora mi permisi di ridomandarle se avesse in quel momento un amante che amava. Domanda oziosa. Ella diede una leggera scrollata di spalle. Socorrito, fiore di Siviglia, da molte settimane—anzi ne fece il conto: da ben trentasette giorni—era casta.

E perchè no? Le donne galanti sono molto spesso incredibilmente virtuose.

Que' trentasette giorni di quaresima ci ricondussero a parlare della castità. Questa volta con perifrasi un po' meno letterarie.

La castità: un digiuno dei sensi che fa venire il mal di capo. Checchè ne dicano i moralisti, è meglio non prendere questa cattiva abitudine. L'uomo casto è ridicolo. Quanto alle donne, sono talora caste quelle che non hanno il dovere nè l'ipocrisia di fingersi tali.

Senza volerlo cademmo nella fisiologia, ponendo lì, frammezzo a noi, su la coltre del letto, qualche problema da risolvere.

Questo, per esempio:

«Come può accadere che le donne, molte volte, troppe volte, si diano all'uomo senza davvero appartenergli?» Risposta:—«Perchè le donne, per loro natura, sono diffidenti e sono rassegnate.»

Ciò rappresenta nondimeno una frode fisiologica molto grave. Però involontaria. La conclusione ch'io le proposi fu la seguente:—Rinunziamo alla castità.

Socorrito, fiore di Siviglia, parve accondiscendere al mio parere. Anzi i suoi begli occhi fatti a mandorla divenivan un po' scuri. Volli sapere dove arrivava il suo busto. Disse:

—Qui...

Poi disse ancora, colla sua bella bocca umida, un «No...» prolungato e opaco, il quale inoltre mancava d'ogni ragione palese.

Aveva il sapore d'un frutto maturo e caldo, un sapore di mela tolta via dal sole. Rovesciata su la coltre, quasi felice di sentirsi, dopo trentasette giorni, supina, mi carezzava i capelli con le sue mani profumate, con le sue dita pesanti e calme.

Portava un paio di scarpine molto leggere; nel muovere i piedi, una cadde. Le sue ciglia troppo nere, curvate, illuminate, ingrandivano le palpebre quasi violette; un riso fermo le scopriva la dentatura scintillante; le narici calde si aprivano, quasi palpitassero ansiose di respirare la voluttà. Nella sua gola senza ombra, nello splendore del suo largo seno, brillava su la medaglia d'uno scapolare da educanda La Virgen del Rosario, quella buona e timida Vergine che il soave Murillo dipinse.

—Ti sciupo l'abito, Socorrito?

—Non importa...

Si profumava la pelle con una cipria di gelsomino; quell'odore mi stordiva; era troppo intenso, impregnava di sè la coltre, i guanciali, tutta la stanza; dalla sua pelle troppo nuda penetrava in me.

Allora chiuse le palpebre; il suo naso leggermente aquilino si affilò come una lama, e stordita mi disse con un gentile pudore:

—Spegni il lume...

La via dell'amore, dicono, è buia.

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Piove. Lord Pepe è andato a Biarritz in automobile. È andato a Biarritz in automobile, con un Russo lungo lungo ed un Belga piccino piccino. Sono le cinque del pomeriggio; forse non torneranno prima di sera.

Voi, Madlen, siete rimasta, e veramente non oso indovinare il perchè. Forse perchè piove. Od invece per addestrarmi nell'amabile gioco del bigliardo inglese?... Quante biglie occorrono e che lunghe stecche per il gioco del bigliardo inglese! Com'è noioso, nei pomeriggi di Settembre, il gioco del bigliardo inglese!

Il profumato Pompon, dandy asiatico d'alto lignaggio, animaletto camuso e petulante, che odio, quanto mi piacete voi, divina Madlen, è seduto nel bel mezzo d'una comoda poltrona, e, senza muovere i suoi rotondi occhi umanissimi, ci osserva con albagìa.

Piove. Convien ripeterlo, perchè la pioggia è un elemento essenziale nel colore, nella poesia di questa lunga giornata. Laggiù, in fondo al corridoio, nella sala di musica, un gruppo di signorine da marito compie la propria educazione perfezionandosi nelle insidiose maestrìe del tango. Non andranno così al talamo del tutto impreparate su quanto al loro ingegno chiederà l'esigenza d'un marito.

Piove. Il mare fuma di pesante nebbia. Io pure fumo con iracondia queste saporite sigarette spagnole, fatte con tabacco dalla foglia nera. Quando vi piegate sul bigliardo per misurare il colpo di stecca, voi, Madlen, nella succinta gonna che vi dondola sopra le caviglie, siete frivola e seria come le figurine di certe stampe assai belle che si disegnano appunto nel vostro paese. Manca il boy, con il suo giubbetto rosso ed il cestello di vimini per raccogliere le biglie; manca e non fa difetto, poichè, per fortuna, siamo rimasti soli, voi, Pompon ed io. Pompon, mi sono accorto, non ama i gentlemen che fanno la corte alla sua padrona; è un custode assai dignitoso del vostro malagevole onore.

Di grazia, Madlen, vorrete continuare a lungo in questo gioco di pazienza e di precisione, che riesce per me ineseguibile? Il bigliardo, come la matematica, è una scienza per la quale bisogna esser nati. Quelle bianche sfere d'avorio somigliano un poco ai concetti puri della filosofia; si urtano, s'intrecciano, corrono, brillano, rimbalzano, per finire—ahimè!—in una buca. È tempo sprecato, Madlen! Io non possiedo il senso della precisione. Purtroppo non è mai l'esattezza quella che mi attrae, ma piuttosto l'armonia, che in fondo è molto spesso un disordine.—Ho ragione? Ho torto?—Non saprei. Ma certo un vostro movimento mi sembra oggi molto più meditabile che tutta la scienza d'Euclide. La teoria degli angoli?... Ah, no! La teoria delle curve... sì, delle vostre curve, Madlen... ecco una bella teoria!

Nel guardarvi, mentre giocate a questo freddo gioco del bigliardo inglese, penso che davvero voi siete come una bella sciarpa, come un guinzaglio perfido e sottile, un ramoscello tórtile, una lama pieghevole, avvelenata.

E vi domando sottovoce:—Madlen, cosa pensate voi dell'amore? dell'amore nei giorni quando piove? dell'amore nei pomeriggi di Settembre? dell'amore a Guipuzcoa? dell'amore fra le nebbie di questo grigio lento fiume Urumea?...

Voi mi rispondete solo che bisogna battere su la biglia rossa. Ecco, ed io sbaglio tutti i colpi. Avete una superiorità indiscutibile, una superiorità schiacciante, come dicono i Francesi.

Madlen, a quest'ora senza dubbio non c'è nessuno in camera vostra. Perchè non vorreste invitarmi a prendere una tazza di tè in camera vostra, oggi che piove—la buona pioggia del mese di Settembre—e che Lord Pepe se n'è andato a Biarritz? Tra il suo Russo lungo lungo ed il suo Belga piccino piccino, chissà mai ch'egli non riválichi la frontiera dopo aver saccheggiato l'oro degli uomini, e delle donne il cuore, alla gran tavola del giuoco di baccarà?

A quest'ora la vostra miss-cameriera è scesa, con un finissimo grembiule di pizzo, nella sala dei corrieri, dove a lei pure servono il tè... Quando mai avranno anche il lor giorno di ricevimento, le signore persone di servizio?

Dunque, Madlen, vi dichiaro che il giuoco del bigliardo inglese mi annoia disperatamente. Basta! vi dò partita vinta, e rifugiamoci presso la finestra, guardiamo per un istante il mare.

Vedete? Poche onde grigie, sonnolente, che fumano tra la nebbia con tristezza infinita. Passa un prete maestoso, che lascia nel fango le larghe impronte de' suoi piedi apostolici. Passa una bambinaia spettinata, con due fanciulli disobbedienti, che si trascina dietro come sacchi. Passa un fabbro, che porta su gli ómeri un pezzo di ringhiera. È curvo e cicca. I suoi calzoni di velluto scuro, larghissimi, sono tenuti in cintola da una fascia rossa. Non amate guardare, Madlen, la povera gente?

Io penso talvolta alla mia vita, se fossi nato in una officina. E non pensate voi alla vostra vita, se foste nata una povera donna, Madlen? una di quelle che traversano i ponti di White Chapel, fra il nebbione di Londra, nelle sere d'inverno?...

Sì, avete ragione: perchè mai si deve perdere il tempo nell'immaginare quello che non è?

Vi siete messa ora con le spalle contro i vetri; la nebbia ch'è fuori delinea senza precisione il contorno de' vostri puri lineamenti, addensa una specie di chiara oscurità ne' vostri capelli color di fumo.

Sì, Madlen, nel rumore di questa pioggia calma e profumata io sento nascere in me l'autunno e la vostra bellezza ed il mio amore come una sola musica. Non vi dovete offendere se vi desidero; ascoltate bene quel che dico: non vi dovete offendere se vi desidero, perchè nel mio desiderio c'è anche un poco di tristezza. La tristezza di sapere che non intenderete mai, mai, come si possa desiderare una donna, proprio coi sensi, e ciò senza offenderla. No, forse non intenderete mai. Eppure la cosa più bella, la cosa più felice, il bene maggiore che la vita possa concedere all'uomo, appunto è questo: un vero desiderio. Sapete voi com'è deserta e fredda la vita quando l'anima non ha più desiderî? quando li uccide in sè, li oltrepassa, prima di averne sentito cantare tutta l'ubbriachezza, fremere tutto il riso?...

C'è chi pone la sua maggiore poesia nella rinunzia e chi nel prendere ciò che gli piace; io, Madlen, amo desiderare. Più che possedere, più che vincere, amo desiderare. In quella musica dei sensi, che si chiama il desiderio, trovo la gioia più perfetta, il rosso fuoco, la perfetta e maravigliosa elevazione della vita.

E voi che regalate al mio cuore,—al mio cuore un po' coperto di cenere—la fiamma di un vero desiderio, siete come colei che al più povero fra gli uomini sapesse regalare una ricchezza infinita.

Son ora molte notti che vi attendo, senza dormire: vi attendo fin dopo l'alba, e non vi odo giungere, non vi odo giungere mai. Talvolta, nello scrivere, mi sembra di far scorrere la mano su la vostra pelle incipriata. E le stelle tramontano, e la dolce notte se ne va, lontana, sul mare che impallidisce. Quando vien su dall'Urumea il fumo bianco del mattino, allora chiudo la finestra, spengo il lume, per dormire. Qualche volta ho freddo. Qualche volta ho voglia di piangere. Non per voi, Madlen; ma invece perchè sono triste, perchè sento che il tempo se ne va, perchè mi sembra di non avere camminato abbastanza, d'essere, nella mia gioventù, quasi decrepito, e penso che nulla di durevole ho finora costrutto nella mia vagante vita, leggera e provvisoria come una striscia di fumo. Ho sciupato: questo sì; la mia vita e quella di altre creature: questo sì. Ho sciupato il tempo, il denaro, l'ingegno, l'anima, le idee, le cose ch'erano mie, le cose delle quali avrei potuto, se avessi avuta costanza, impadronirmi... questo sì!...

Ecco perchè talvolta, la notte, ho voglia di piangere. Ma non piango. Non è da uomo—è vero, Madlen?—non è da uomo, nemmeno quando si è soli, piangere.

Oh, se sapeste come canta, nei mattini del mese di Settembre, il grigio lento fiume Urumea!...

Dítemi solo una cosa, Madlen:—Non verrete mai?

E voi, con la nuca immersa nel pallido chiarore dell'invetriata, mi fate segno di sì, leggermente, senza quasi muovere i vostri grandi occhi pieni di nord, che ora diventano scuri come le violette.

Rabbuia; siamo quasi nell'ombra; piove. Che buon odore manda la terra sotto la fina pioggia del mese di Settembre! Vedo gli alberi della Zurriola scuotere, su l'orlo dei rami bui, qualche foglia d'argento. Il viale deserto scompare nel crepuscolo, si perde nella sera infinita. Lasciatemi prendere una vostra mano, Madlen... solamente una vostra mano. È la forma più crudele che abbiate in voi; nel suo disegno c'è l'attitudine a far male. Invece avete le spalle così morbide, che il guardarle mi dà gioia, quasi mi fa pensare a quel senso di tepore, di morbida foltezza, che ben conosce chi ama gli antichi velluti. Ancora non vi ho dato mai un bacio dal quale possa bene conoscere la forma della vostra bocca. È singolare, ma le donne amano come baciano, pensano come baciano, vivono come baciano, e sono in verità innocenti o colpevoli com'è il loro bacio.

Cosa pensate voi di me? Sarei molto curioso di sapere cosa pensate voi di me. Forse nulla.

—Cosa penso?... Lo volete sapere?

—Sì, ditelo, Madlen.

—Penso che oggi ho fatto male rifiutando a Lord Pepe di accompagnarlo a Biarritz.

—E perchè non vi andaste?

—Per rimanere con voi. Che sciocchezza, non è vero?

Dal vestibolo entrava una striscia di luce elettrica, fendeva il panno del bigliardo, batteva contro i vetri, si frantumava in minute scintille, avvolgeva di un alone biondo il diffuso colore della pioggia.

E d'improvviso Madlen disse:

—Anche voi amate mentire. Perchè volete farmi credere di avermi attesa ogni notte, quando non è vero?

—Oh, se lo dite voi...

—Lo dico, infatti, perchè una sera venni—la sera in cui vedemmo danzare Pastora Imperio—venni, e voi non eravate nella vostra camera.

—Fu semplicemente un caso.

—Vi siete dunque rassegnato a mangiare ancora una volta la cucina all'olio?

—Cioè?

—Non mi avete forse detto un giorno che le donne spagnole hanno il sapore della cucina all'olio?

—Sì... ebbene sì; ebbi ancora una volta questo volgare cattivo gusto. Ma fu solo, Madlen, per dimenticarvi.

—Grazie! E com'era, ditemi, questa cucina all'olio? Saporita? irritante?

—Mancava di sale, ma era in cambio molto genuina, molto semplice.

—Raccontátemi, vi prego, la vostra avventura. Dítemi chi era quella donna.

—Semplicemente una donna. Ben fatta, un po' sentimentale, un po' ignorante, con i capelli molto neri.

—La conosco io?

—L'avrete veduta, suppongo. Mi ha domandato almeno tre volte se io fossi, come tutti credono, il vostro amante.

—E voi le avete detto di sì, naturalmente.

—Le ho detto di no, Madlen. Ma ho pure soggiunto che la cosa mi era indifferente.

—Davvero? E perchè?

—Non supporrete per caso ch'io voglia raccontare a tutti la infelice storia delle notti che veglio nell'attesa d'una donna, la quale probabilmente non si ricorderà mai di picchiare alla mia porta.

—Ho supposto che fosse Pastora.

—L'ho supposto anch'io. Ma si trattava di una imitazione. Poco male. Del resto non oso nemmeno credere che siate venuta nella mia camera. Fu questa una piccola bugìa per costringermi a dire la verità.

—Bene, allora vediamo. Su la vostra tavola c'erano alcune rose, mezzo appassite, come nella camera di una cocotte; poi un grosso vocabolario, un piccolo vocabolario, un terzo vocabolario; ed infine un libro, con questo titolo sacrilego: Les femmes qui aimèrent Jésus.

—Non c'è che dire; è vero.

—Madlen Green non mente mai. Dunque, vi prego, raccontátemi con esattezza, con molta esattezza, la vostra avventura. Quella imitazione poteva per lo meno ingannare l'occhio di un conoscitore?

—Non ricordo. Ero distratto. Non feci che pensare a voi.

—Oh, come siete gentile!... Ve ne sarei grata, se non fosse una ben triste maniera per lasciarsi possedere dall'immaginazione d'un uomo.

—Che volete, Madlen?... era involontario! Ma vi confesso che penso a voi più soavemente quando non c'è nessuno, e meglio ancora quando sono vicino a voi...

—Parole! tutte parole! State fermo; non mi toccate; siete impuro.

—Non più di voi; certamente non più di voi, che al mattino avete spesso gli occhi, e la bocca, e perfino la voce colpevole.

—Oh, non ne sapete nulla, in fondo! Chi vi dice che Lord Pepe sia davvero il mio amante? Potrebbe anche non esserlo, vi pare?

—Francamente Lord Pepe non giustifica una simile calunnia. Però, al mondo, mai nulla è impossibile.

—Dunque raccontate.

—Cosa?

—I particolari; i più sottili, i più intimi particolari della vostra avventura. Non rifiutate, vi prego, non ditemi di no. È forse un capriccio, un cattivo capriccio... ma raccontátemi ogni particolare con esattezza: mi farete piacere.

—Bene, se mi offrirete una sigaretta nella vostra camera, ve li racconterò fedelmente. Qui, mi sembra impossibile.

—Dunque andiamo.

Raccolse Pompon, che ascoltava con un orecchio diritto le nostre parole riprovevoli, e traversammo rapidamente l'atrio affollato. Madlen mi diede Pompon su le braccia, con mille raccomandazioni, e sparì nell'ascensore.

Due bambinelle assai leggiadre, con le gambe nude, mi vennero incontro, curiose dell'arcigno animaletto. Una delle due già sorrideva come una donna che vuol piacere; l'altra, più timida, era molto bellina.

—¿Caballero, que raza de perro es?

—Un perro de la China, nenita; un perro muy raro.

—Come se llama, caballero?

—Se llama Pompon, chiquita.

Ambedue, quella sfacciata e l'altra bellina, salirono con me su per le scale, fin davanti all'uscio di Madlen.

Ella venne ad aprirmi con le mani ancor umide, avvolte in un asciugamano. La stanza era quasi buia solo dal bagno entrava luce. L'argenteria cesellata, l'avorio de' suoi molteplici pettini, brillavano sul vetro; della pettiniera. Si udiva la pioggia battere sul terrazzo con uno scroscio continuo, pieno di sorda musicalità; nella voluminosa nebbia un lampione ad arco brillava davanti al teatro Eugenia Vittoria.

Mi offerse una sigaretta, una delle sue bionde sigarette profumate, nelle quali c'era forse qualche traccia d'oppio, e mi sgomberò il divano dicendomi:—Sedete.

Io pensavo che un uomo non si sente mai tanto straniero ad una donna come presso il letto ov'ella dorme con il suo amante. Invece di esprimerle questa mia sconsolante sensazione, le dissi vagamente che mi pareva di aver freddo.

—Freddo?

—Sì, nell'anima.

Era seduta contro la pettiniera; qualche filo de' suoi capelli pareva prendesse fuoco. E disse:

—Non muovetevi di lì; finisco di curarmi le mani, poi, se permettete, mi cambierò d'abito.

—Va bene. Anzi va molto bene.

—Intanto raccontátemi le cose che voglio sapere. Ma dítele con delicatezza, vi prego, e senza costringermi a provare il desiderio di arrossire.

—Oh, Madlen! perchè volete ancora tormentarmi con queste memorie delle quali non mi ricordo più?

Allora mi venne accanto, e si piegò, e si mise a ginocchi fra le mie ginocchia, e tutto il peso della sua dolce persona, tra quella penombra, si raccoglieva contro la mia persona. Diceva:

—Non credete voi che nell'amore la cosa più bella, più delicata, sia forse il parlarne? Immaginare, tormentarsi, avvolgersi nel peccato fino alla gola, rimanendo quasi puri? Contaminarsi piano piano, squisitamente, con un po' di sogno, con un po' d'esitazione, stando così, come noi siamo, non proprio nell'amore, nel faticoso amore, nel pesante amore, ma su l'orlo di esso, quasi nel profumo di esso, ravvolti nella gioia infinita che il vero abbandono forse non dà?

Ed il suo viso, con tutti i capelli, con tutto il respiro, si empiva di un terribile pallore; la sua bocca si orlava di vizio; nella sua voce, in tutta la sua carne, in lei, entrava una voluttà inesprimibile, quasi un dolore.

Mi pareva d'avere indosso una calda pelliccia, una morbida pelliccia di zibellino; il colore de' suoi capelli somigliava molto a questo colore, la sua pelle mandava il profumo denso, caldo, soffice, che in inverno, quando si esce dai balli, nelle stanze troppo riscaldate, su le spalle troppo nude, mandano le pellicce di zibellino. E diceva:

—Essere amanti non è forse dolce come il pericolo di poterlo divenire. Io cerco un uomo che abbia la pazienza e l'immaginazione d'intendere l'amore come io l'intendo. Non sono fra quelle che possono far dono de' propri sensi al primo venuto e che vuotano il bicchiere d'un fiato, regalando sè stesse all'uomo che per cinque minuti le desidera, poi s'addormenta, o fuma, e pensa con orgoglio di averci fatto conoscere il divino paradiso... Oh, voi dovete perdonarmi se io non sono fra queste! Amo invece l'amore che tormenta i sensi fino all'esasperazione, poi li esaudisce con lentezza, li addormenta, li avvolge in una specie di meravigliosità, nella quale si sente la piccola gioia di noi stessi divenire infinita...

Parlava con un po' d'angoscia, con un po' di febbre, come chi raccontasse la storia d'un suo lungo ed inesaudibile sogno; vedevo battere piano piano, con insidia, l'orlo delle sue ciglia quasi dorate; vedevo della sua bocca brillare, in un sorriso pieno di sofferenza, la rossa umidità; vedevo, sotto la camicetta quasi diafana, correre il nastro azzurro della sua camicia molto scollata, sbocciare da essa, come dall'invòlucro d'un fiore calmo e pallido, il disegno voluttuoso della sua felice nudità.

E diceva:

—Se volete che sia vostra, non cercate di afferrarmi con ruvidità, come si rovescia e si possiede una piccola cameriera. Invece tormentátemi un poco, fátemi un poco male, persuadétemi sottovoce, parlátemi sottovoce, poichè amo, amo infinitamente, la lussuria delle parole... Ora tacete. Io sola parlerò con voi. Ho molte cose a dirvi, e quasi non me ne ricordo più... Sì, me ne ricordo. Ascoltate. La prima sera, quando eravamo seduti presso la tavola da giuoco, e vi domandai un fiammifero per accendere la sigaretta, ho capito súbito che qualcosa poteva nascere fra voi e me. Provavo una irritazione singolare nel sentirvi così vicino, e fu allora, non dopo, ch'ebbi di voi la tentazione più forte. Quella sera voi eravate veramente un uomo senza cuore, gelido e sciupato, al quale restava negli occhi, forse nell'anima, qualcosa di terribilmente lontano, che altre portarono via, qualcosa di aspro, di amaro, d'insensibile... mi piacevate allora, e dopo di allora non più. Dopo, anche voi, come tutti, non foste altro che un uomo, sì, un comune uomo, che ubbidisce a' suoi piccoli vizi. Quand'ero fanciulla, passavo le notti leggendo libri di voluttà e costringevo i miei nervi disperati a non sentirne alcun fremito. Certe notti mi addormentavo così, fredda e bruciante, con i polsi avvinghiati al guanciale, con le ginocchia, le caviglie irrigidite, come se le stringesse un laccio tormentoso, eppure senz'avere pacificato il mio corpo nemmeno con la più leggera carezza. Più tardi, nei giorni d'estate, andavo per i campi e mi piaceva battere su la loro carne bruna i fanciulli di dodici anni... Anche oggi sono rimasta, come allora, una donna che teme il piacere, forse perchè non trova mai nulla che le possa dare una gioia veramente pacificatrice. Ora, se non vi muovete, se non dite nulla, vi darò un bacio; io sola vi darò un lungo bacio, e non voi, su la bocca...

Fina fina, la pioggia del mese di Settembre batteva sui vetri, nel vespero buio. Il lampione ad arco del teatro Eugenia Vittoria ogni tanto si oscurava, come se vi passasse davanti un continuo volo di rondini.

Sì, avete ragione, Madlen: «Only as long as we are strangers, can Love be a sweet spleen...»—solo fin quando si rimane stranieri può essere l'amore un soave splene...

Se potesse contare il mio solo desiderio vorrei anche spegnere il lume dell'altra stanza, restare con voi nel buio. Taciturni, e quasi navigando nel soave splene,—a sweet spleen—ascoltare sui vetri opachi la pioggia del mese di Settembre, sapere che il vostro bel corpo è mio, conoscere il vostro respiro, ma non averne bevuto che un sorso, l'ultimo sorso ancor mai...

Ed ora si faceva tardi; le prime campane dell'ora di cena suonavano per i corridoi dell'albergo. Madlen si levò e disse:

—Accendete il lume; ora devo spogliarmi; andate via.

—Non ancora; lasciate che v'aiuti a sciogliere i ganci del vostro abito, le fibbie della vostra cintura.

—Sì, provate.

Nel premere fra le mie due mani l'incavo de' suoi fianchi, perchè si slacciassero i ganci, mi pareva di stringere fra le dita il bel collo di un levriero, focoso e docile. In quella fragilità sentivo scorrere una grande vita. La sottana cadde, producendo una specie di soffio, che agitò le frange della gonnella di seta. Portava un busto leggero, quasi una fascia da educanda, che le teneva i fianchi senza premerli, come una bella guaina. Poi slacciò e si tolse la camicetta, molto piano, guardandosi le braccia. Quelle sue braccia splendevano d'impurità, senza un'ombra, senza una incavatura, perfette. Ma in lei c'era qualcosa d'indefinibile, che mi fece pensare alla sua vecchiezza; certo una vecchiezza non d'anni, ma di anima sciupata, ma di carne troppo goduta, ma di lascivie troppo dolorose. Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta, morta nella sua giovinezza, ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata,—e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato. Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa... Era stata un capolavoro, e nessuno se ne ricorderebbe più. Ebbi una immensa pietà, un immenso dolore di questa che doveva morire; avrei voluto in quell'istante farle un dono, dirle qualcosa che la facesse almeno sorridere...

Ma ella d'un colpo sciolse tutti i suoi capelli, e questa magnificenza la vestì.

Disse:

—Non vi muovete, non parlate; voglio darvi un bacio tutt'intorno alla bocca... No, vi prego, vi prego, non toccate i miei capelli. Essi mi fanno così male... Chiudete gli occhi, vi prego, e non guardátemi; tanto più che sono quasi nuda... vedete bene che sono quasi nuda... Oh, lasciate stare, vi prego, i nastri della mia camicia; non li toccate, ho freddo... V'impólvero con la mia cipria?... Sì, v'impólvero. Però amo arrampicarmi su voi... no, lasciatemi stare... non carezzate i miei seni... essi mi fanno più male ancora... E poi v'ho detto: mi occorre lungo tempo, lungo tempo, innanzi d'essere innamorata... Bisogna che nulla di voi mi dispiaccia, nè di me a voi. Ho sognato tutta la vita di poter amare un uomo che fosse nel medesimo tempo un maschio veramente superbo ed un'anima veramente chiara. Ma l'uomo non è mai che una cosa o l'altra: ecco perchè innamorarsi è difficile. Se vi dicessi «tu», sarebbe assai più dolce, anche per una Inglese. Ma non posso ancora dirvi «tu». È molto più facile darvi un bacio su la bocca e dire «voi», e seguitare a chiamarvi, come si chiaman tutti gli uomini, «voi...» Ma ora, vi prego, andate via. È tardi. Quando un uomo parte in automobile non si sa mai a che ora può essere di ritorno. È meglio non ci trovi così... vi pare? Forse non darebbe alla cosa una grande importanza, ma osserverebbe senza dubbio che potrei anche mettere una vestaglia per ricevere i miei amici... E, del resto, vi prometto che durante la notte cercherò di salire da voi. Se non potessi, vi scriverò una lunga lettera... Sapete? scrivo molto bene, anche in francese. Per quasi otto anni fui chiusa in un educandato vicino a Parigi. Mio padre aveva un castello; mia madre, prima d'essere la moglie di un Lord, era stata la più acclamata, certo la più bella, fra le attrici dei teatri metropolitani. Ma tutto questo non importa, poichè oramai è così distante... In quell'educandato c'era una maestra, una bella monaca di ventisei anni, molto bionda, molto pallida, un'Alsaziana, e quand'erano le fredde sere dell'inverno ella veniva molto spesso a ravvolgersi nella mia coltre, perchè, diceva, ho la pelle così fina...

E la pioggia cadeva, cadeva, con un rumore continuo, con un piccolo ridere, con un sottile stridere; là fuori batteva, cantava, sui vetri opachi, la buona e profumata pioggia del mese di Settembre...

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Lord Pepe è tornato assai tardi e si è presa la libertà di pranzare in abito grigio, dopo aver impiegato solamente mezz'ora per lavarsi le mani e lisciare i suoi brillanti capelli. Ormai son divenuto il loro commensale d'ogni giorno, ed anzi, da qualche tempo, la più cordiale intimità regna fra noi.

Ben tornato, Lord Pepe! Se il mio calunnioso intuito non m'inganna, voi dovete oggi, a Biarritz, aver presa una tazza di tè molto intima nella camera ospitale d'un'amica di Madlen. Forse Yvonne Le Hannec? forse Darclea Thibaud, l'attrice del Vaudeville? Forse, Lord Pepe, l'indiavolata Baldwin?... È ancora quel ch'io vado investigando. Me l'hanno fatto supporre alcune vostre celie garbatamente ironiche, poi quello sguardo, affettuoso e compassionevole insieme, con cui l'uomo suol avvolgere la propria amante dopo averla tradita. Voi siete inoltre fra quelli che hanno quasi un bisogno fisico di lasciar sospettare le proprie infedeltà, e dal principio alla fine del pranzo altro non faceste che cercare sottili espedienti per provocare la gelosia di Madlen. Invece, Lord Pepe, voi attizzate la mia, nel timore che un simile gioco possa rinfocolare verso di voi la sua tepidezza.

Il prestigio che vi conferisce in tutta la Repubblica di Francia essere l'amante, l'unico amante, l'invidiato amante di Madlen Green, è tale, che certo nessuna, per quanto ben custodita camera di Biarritz può rimaner chiusa alle vostre nocche irresistibili, quando, Lord Pepe, voi bussate. Inoltre, per un appassionato e negligente amatore della bellezza quale voi siete, nulla in amore supera la varietà.

Su le avventure della vostra gita Madlen vi ha chiesto ragguagli con una voce un po' sardonica. E voi rispondevate sul medesimo tono, anzi alludendo senza ombra di rancore all'innocente flirt che noi due, sotto i vostri benevoli occhi, andiamo intessendo.

Grazie al cielo voi siete un uomo del tutto moderno, e pieno di spirito, il quale considera come una mancanza di buon gusto la volgare gelosia. Ma il fatto strano è questo: ch'io sono invece molto geloso di voi.

Dopo il pranzo siamo andati al cinematografo.

Si rappresentava un dramma di oltre duemila metri, dov'erano esibite in azione le truffe colossali di un finanziere tipo Rochette, con la bellissima riproduzione dal vero della Borsa di Parigi pervasa dal pánico, un giorno in cui precipita il Rio Tinto.

Non erano però queste le sole attrattive del ben architettato dramma. Si vedeva, nella prima parte, un buon numero di vittime innocenti pagare con le proprie lacrime le ricchezze dell'empio frodatore. Indi si vedeva un ponte inabissarsi al passaggio d'un treno, e ciò era fatto in modo che il cuore di tutta la sala per un istante cessava dal battere. L'ignobile Rochette eseguiva poi un tentativo di stupro su la persona d'una bella dattilografa, incredibilmente onesta. Nè il denaro nè la violenza nè la promessa di vestirla da Paquin riuscivano a sedurre questa fanciulla preistorica. Il finanziere ladro andava, com'è immaginabile, su tutte le furie. Poich'era un uomo potente, macchinava orribili vendette. Così assistemmo all'arresto arbitrario del fidanzato di costei, cassiere onesto con fisionomia del giovine povero.

Si svolgevano in séguito infinite altre peripezie, poliziesche-drammatico-sentimentali, così ricche di fantasia e di pathos da potere assai bene reggere al confronto con tutto quanto produce la fertile romanzatura del nostro secolo;—finchè, un bel giorno, verso gli ultimi cinquecento metri, l'audace filibustiere vien preso ne' lacci delle sue proprie rapine; la vendetta covata negli animi per tanto chilometraggio scoppia in modo esauriente; la dattilografa-premio-di-virtù sventa in pochi secondi una rete d'affari assai più complessa che il traffico mondiale della Casa Rotschild; il cassiere onesto con fisionomia del giovine povero esce alfine di prigionìa, mentre, al sopravvenire de' gendarmi, il rovinato ingoiatore di beni altrui apre con mano brancolante il cassetto della scrivania, consegna tremando alla bella dattilografa un grosso fascio di documenti, le domanda perdono con un viso da intenerire i sassi, e negli ultimi cinquanta metri, con una pistola enorme, si fa saltare le cervella...

Esce un gallo che muove il collo, con la scritta: «Pathé Frères»

Lord Pepe ha preso parte vivissima alle alternative di questo palpitante dramma, spesso mormorando improperi contro l'operatore, il quale cancellava dallo schermo con troppa fretta i lunghi titoli che illustravano l'avvicendarsi delle scene.

Lord Pepe è un uomo di principî onesti; quando vide il pseudo-Rochette farsi giustizia, non seppe trattenere il grido verace dell'anima sua e proclamò ad alta voce:

—¡Que muera el ladron!

È singolare come gli uomini, che son quasi tutti nel lor intimo rubatori e furfanti, amino a teatro e nei libri vedere il vizio punito e premiata la virtù. La letteratura del buon fine manda sempre a casa convinti e soddisfatti gli spettatori. Ciò proviene dal fatto che ogni ladro si crede un altruista e quella che va in letto col primo venuto si considera una donna quanto mai difficile a lasciarsi debellare. In fatto di morale, questo ventesimo nostro secolo si avvia, nelle sue rettoriche, ad incarnare il verbo della perfetta francescanità. Il cinematografo, che per noi tien luogo delle commedie di Plauto e Terenzio, già è sottomesso alle ferule di una illuminata censura. V'è poi chi cincischia e gracchia perchè di uguali cilici si affliggano le disoneste lettere. Per conto mio dubito assai delle persone che hanno in tasca la morale stereotipata, come di quelle che ogni dieci parole vi buttano lì un principio inconfutabile; diffido assai di chi arriccia il naso tutte le volte che vede alcuno vivere in guisa diversa dalla propria, e sospetto gravemente gli uomini integerrimi, le donne incoricabili, tutti coloro che nulla vogliono perdonare al loro prossimo;—per ultimo tengo in accigliata e particolare diffidenza quelle persone davvero spudorate le quali si ascrivono a Leghe di Pubblica Moralità.

Essere onesti è cosa tanto intima e tanto involontaria, che mi sembra impostura il farne pubblico mestiere. Sarebbe, a mio giudizio, altrettanto ridicola una Lega per la universale modestia, o per conoscer bene la sintassi, o per mostrarsi gentili con le proprie mogli, o per reprimere la maldicenza, il pettegolezzo e la bugìa.

Nondimeno, poichè una Lega per la Pubblica Moralità esiste in Italia, e si occupa ogni giorno più di cose deliziosamente amene, vuol dire che io m'inganno, e la moralità è cosa da raddrizzare con buoni opuscoli e con avvisi ne' giornali, fra i prodigi del pneumatico Michelin ed i cachets digestibili del miracoloso Tot.

Ma ecco dove può condurre un dramma veduto al cinematografo, l'odissea del cassiere onesto e della dattilografa-premio-di-virtù!... Corrono tempi ove tutto passa traverso gli apparecchi scientifici, dal siero che guarisce l'avarìa fino a quel sentimento ancora in voga tra gli uomini, che i nostri antenati avevano la dabbenaggine di chiamare amore.

Un guaio grave, questo cinematografo, che riproduce le cose dal vero e minaccia di tramandarle ai più remoti secoli, come troppo fedeli testimonianze della nostra fuggente vita. Esso purtroppo uccide la leggenda, e la leggenda è poesia, che fa risplendere di eterna bellezza l'irrevocabile passato. In verità noi ammiriamo gli antichi, per il fatto che ad essi mancava il cinematografo, quindi non sappiamo com'essi erano esattamente nè di quali realtà, forse umili, si componesse la lor distante vita. Ma come potranno i posteri ammirare noi, ora che la funesta pellicola eternerà davanti ai lor occhi la vicenda e la storia delle gloriose nostre ridicolaggini?

Siamo noi ben certi che un operatore di cinematografo rintanato al passo delle Termopili non potesse bastare a mettere in quarantena la immortale gloria di Leonida? E chi dunque non sorriderebbe rivedendo il macchinario quanto mai scricchiolante del coreografo che inscenò il Cavallo di Troia? E cosa mai fu il secolo d'oro di Atene, retto insomma da un demagogo e da una prostituta? Osereste voi rivedere Babilonia quale in verità doveva essere: una immensa città di caravanserragli, con un palazzo imperiale sontuoso e balordo, costrutto da ingegneri che falsificavano il vecchio Egitto? E la gloriosa Tebe dalle Cento Porte, e Menfi, e la figura di Ramsete II, che forse, come ideatore di imperialismi, non superava in furfanteria il principe di Bismarck? E ditemi, di grazia, che mai sarebbe avvenuto dei venti secoli di vita cristiana, se un operatore della Casa Pathé avesse potuto assistere alla scena della crocifissione di Cristo? Quale sarebbe la nostra opinione su Roma signora delle genti, se ancora vedessimo in pieno Foro Cicerone declamare le sue Catilinarie, o Cesare, il Lord Kitchener dell'Impero, l'amante di Nicomede, cadere sotto il pugnale di Bruto?

Quando penso alla creazione dei futuri musei cinematografici e rifletto che, magari fra duemil'anni, i figli lontanissimi dei nostri più remoti figli andranno a teatro la sera per veder riesumati sul telone commemorativo i calzoni a mantice dell'ex-Presidente Fallières, le cacce affricane dell'intrepido Teodoro Roosewelt, le statue che diede a Berlino il genio artistico di Guglielmo II, l'ossario dannunziano di Ida Rubinstein e la faccia minossiana del parlamentare Filippo Turati, quando penso ch'essi rivedranno due milioni di spettatori assistere al match di boxe tra il pallido Geffries ed il negro Jack Johnson, e tutta Parigi straripare nelle strade in tumulto la sera dell'arresto di Madame Steinheil, e vedranno le Terme di Caracalla divenute il Palais de Glace o le bighe del Circo Massimo tagliare il traguardo al Derby di Epsom, e vedranno Aristotile tenere una prolusione sul Tango all'Accademia di Francia e San Pietro dormire su lo strame nelle undicimila stanze del Vaticano, quasi quasi temo che i figli remotissimi dei nostri più remoti figli quella sera torneranno a casa dicendo con tutto il rispetto: «Che buffoni, poveri noi, que' nostri venerabili antenati!...»

Pertanto eravate assai dolce questa sera, Madlen. Nella sala quasi perfettamente buia, nell'angusto palco, mi stavate vicina con morbidezza, come la vergine appena isposata si preme al fianco del suo defloratore. Vi sentivo respirare contro la mia persona, come se il vostro calmo respiro prendesse origine in me.

Avevate su le spalle una stola d'ermellino, ch'era fredda quasi come l'ápice delle vostre dita. Nulla io potevo dirvi, nè voi a me. Quel ronzìo del proiettore sembrava una musica la quale andasse frugando, frugando, nell'oscurità, in cerca di un'anima dalla quale farsi comprendere. Avevate, credo, un profumo diverso dal consueto, ed io mi sentivo malato di voi sino alle radici dell'essere, ma così deliziosamente malato, che non avrei fatto alcuno sforzo per guarirne; anzi mi affondavo nel mio male come in uno stordimento bello e voluttuoso. Eravate stata così vicino ad esser mia, che già mi pareva di conoscere il suono, il profumo, la musica del vostro più perduto bacio; eravate in me confusa, come s'io portassi qualcosa di voi nelle mie tormentate vene. Sentivo che una piccola grande cosa era nata fra noi: l'intimità, la complicità, la memoria d'essere stati proprio su l'orlo, proprio al confine di quell'istante meraviglioso che scioglie fra due vite ogni paura e le confonde in una.

Ed io non mi sentivo più un errante, perchè la mia casa eri tu; non un solitario, non un deluso, non un disperso da tutte le famiglie, perchè tu divenivi la mia solitudine, e la mia strada e la mia compagna eri tu. Adesso mi si destava nell'anima una grande malinconia, quasi una bontà nascosta, che non sapevo di portare in me. Avevo trovata un'anima nel tuo corpo giovine come il sole; e stando così presso alla tua bocca profumata, meravigliosamente sentivo che la mia bellezza eri tu.

Adesso, mentre scrivo e ti attendo, una chiara notte s'è alzata nel cielo che non piove più. Dai giardini della Zurriola sale ad intervalli un odore voluttuoso d'alberi stillanti. L'Urumea porta nel mare, con la sua lenta ondata grigia, le foglie che l'autunno fa cadere giù...

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Il Russo lungo lungo, amico del Belga piccino piccino, aveva una sorella di media statura. Questa era una signorina ben fatta, poco seria, che andava pazza per il ballo ed era dalla fronte alle caviglie cosparsa di quella indefinibile seduzione che si chiama il fascino slavo. Sopra i suoi fianchi molto ben disegnati già pericolava una minaccia di pinguedine, come una vera spada di Damocle della quale un marito romperebbe il filo.

Non so bene di quali cose in particolar modo si occupasse la signorina Anastasia Mikailovna, figliuola d'un Boiardo ucráino; certo è che tutti gli scapoli dell'albergo, di giorno e di sera, molto volontieri stavano con lei. E la signorina Anastasia Mikailovna, per un senso d'altruismo quanto mai lodabile, trovava il mezzo di regalare ad ognuno qualche bríciola del suo fascino slavo.

Non rimase a mani vuote neanche Lord Pepe; il quale sapeva, beato lui, comprendere il fascino slavo di tutte le nazioni.

Quando una signorina russa nata nella pingue Ucráina balla con un giovine spagnuolo vestito a Picadilly, gli altri popoli della terra non devono far altro che radunarsi all'intorno e tacitamente guardare. Io, per l'appunto, seduto vicino a Madlen, contemplavo le perfette eleganze tersicoree dell'hidalgo Lord Pepe, mentre vedevo dipingersi nella fisionomia di Madlen quella sottile ironia tutta particolare del carattere inglese.

Ciò accadeva pochi giorni or sono. Ma oggi la signorina Anastasia Mikailovna, con la racchetta da tennis in mano, si era invece rifugiata nel più intimo salottino dell'albergo e stava con molta lassitudine appoggiata contro una scrivania; le sue trecce scure brillavano sopra un golf color viola del pensiero, e, forse per pudore, forse per indecisione, guardava con occhi bassi le sue belle scarpette di daino molto fino. Lord Pepe, con una posa da seduttore altrettanto blasé quanto irresistibile, dolcemente le andava parlando, non saprei dire se con le mani oppure con le ginocchia. Le parlava, è probabile, di cose attinenti al fascino slavo e delle pieghe certo involontarie che sul corpo della signorina Anastasia Mikailovna, figlia di Boiardo, prendeva il golf di lana color viola del pensiero.

Ciò avveniva in una piccola sala di lettura; luogo adatto, come ognun vede, a leggere I Fioretti di San Francesco, od a scrivere lettere alla propria famiglia su carta intestata con il regal stemma della Reina Maria Cristina.

Quando entrai nella sala di lettura, fecero entrambi un movimento repentino, poi Lord Pepe baciò la mano della signorina Anastasia Mikailovna, e con il viso ancora compenetrato di fascino slavo venne a prendermi allegramente sotto braccio.

Anzi mi propose—fatto molto singolare, data la sua naturale pigrizia—di fare con lui una passeggiata.

—Volentieri, Lord Pepe—gli risposi.—Ma dove andremo? verso la Concha?

—Sì, verso la Concha, como quiere Usted. Allora, mentre camminavamo sotto il pallido sole ancor soffuso di nebbia, Lord Pepe mi fece con amabilità questo leggiadro discorso, che tenterò di riassumere in breve, saltando, poichè prive d'importanza, le mie numerose interruzioni.

Disse Lord Pepe:

«Voi siete un molto simpatico ed amabile giovinotto, anzi vi confesso che ho molta simpatia per Usted. Voi avete un carattere che va molto bene con il mio, solo vi consiglio di non lavorare troppo la notte, perchè avete spesso la faccia stanca, e non c'è bisogno di prendere la letteratura tanto sul serio quando se ne può far a meno. Poi non dimenticatevi che i libri, tanto quelli di scienza come quelli d'amore, servono sopra tutto alle persone che non sanno trovare altro mezzo per uccidere il tempo. Que sì, caballero!... La donna è poi come la letteratura: più si legge e meno la si comprende.—Pausa—Io mi sono accorto che a voi piace molto la mia piccola amica Madlen. Questo mi fa piacere. Madlen è una donna molto elegante, muy fina, muy dispendiosa, e che ha fatto apposta a lasciarsi fare la corte da Usted, perchè la donna gode mezzo mondo se può vedere il suo amante consumarsi di gelosia. Ma con me questo gioco non riesce, pauvre petite, por que soy un hombre qui s'en fiche!—Pausa—La sola cosa davvero importante è questa: che in otto mesi mi ha fatto spendere un mezzo patrimonio; ragione per la quale mio padre, banchiere a Londra, mi ha telegrafato; «Mas nada.» Le due parole irrevocabili che ogni tanto mi telegrafa in tutte le lingue, secondo il paese dove mi trovo. «Rien plus.» «No more.» In Italia si dice: «Niente più.» Mio padre, banchiere a Londra, quando scrive telegrammi, ha una forza di carattere davvero inflessibile.

«Quando invece parla con suo figlio capisce sempre di aver torto. Dunque bisogna ch'io vada a Londra. Ciò mi secca, per la traversata della Manica, che in questi mesi non è del tutto conforteable, come dovrebb'essere un canale degno del popolo Inglese.—Pausa—Mio padre, banchiere a Londra, con un ordine di Borsa rifà in due giorni quello ch'io sciupo in un anno; quindi potrei benissimo rimanere con Madlen fino al principio dell'inverno, ed anche dopo, se ne avessi urgente necessità. Ma questa mia risoluzione dispiacerebbe forse a Usted, e non divertirebbe affatto il vostro amico don Josè de Higuera, che in amore come in tutte le cose preferisce sempre all'abitudine la novità. È stato un errore innamorarmi di Madlen, ed è la prima volta che ubbidisco per otto mesi ai capricci di una sola donna. Ma il mio amore per fortuna è fatto in modo che solo dura finchè non mi avvenga d'incontrare un'altra donna la quale non sia peggiore della precedente. Ed io posso dire a Usted che questo è il solo modo ragionevole d'innamorarsi. Claro? Dunque volevo riferire a Usted che domani parto per Parigi, e dopodomani traverserò la Manica. Fra otto giorni—poichè ci vuol sempre circa una settimana prima che mio padre voglia riconoscere i suoi torti—sarò di nuovo a Biarritz, con una deliziosa attrice del Vaudeville, ch'essendo amica nel medesimo tempo di un deputato marsigliese e di un sarto parigino, costerà lo stesso a mio padre, banchiere a Londra, ma forse a me, in privato, permetterà di fare una certa economia.—Pausa—Ora penso di aver fatto il mio dovere, informando voi per il primo di questo mio viaggio a Londra. Viaggio che a voi farà piacere, ne sono certo, mentre a me dispiace moltissimo di allontanarmi da un simpatico amico y distinguido caballero como Usted.»

Sul mare sonnolento si adagiava una striscia di sole, vaporosa e calma; lungo il Paseo de la Concha ferveva un corso animatissimo. E noi tornammo indietro, allegri, senza la più piccola ombra di disagio, per comperare dal primo tabaccaio che incontrammo quelle grosse ed aspre Elegantes emboquilladas, delle quali entrambi eravamo sprovvisti.

Su la soglia della tabaccheria mi parve necessario dirgli, prendendolo a braccetto:

—Cher ami... non ho purtroppo un padre, banchiere a Londra, nè una Manica da passare con tanta facilità; ma se quello che il «trente et quarante» finora non mi ha tolto può esservi utile per qualche settimana, vi prego di trattare con me come fareste con un vecchio amico...

Egli rifiutò indiscutibilmente, con un sorriso da Grande di Spagna.

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Ella tese a Lord Pepe la sua lunga mano inguantata, con un saluto sobrio e semplice, come se quella partenza definitiva non dovesse durare che lo spazio di ventiquattr'ore. A piè del treno, presso il montatoio, ella stava immobile vicino all'amante, lasciandogli nella mano la sua mano aperta e guardandolo negli occhi senza il minimo segno di dolore.

—Good bye. Friend. Kiss for me London...

Non v'era in lei turbamento visibile, ma neanche la più piccola simulazione. Otto mesi d'amore o di giornaliera intimità finivano per lei senza una lacrima, invece con una stretta di mano, con un sorriso da signorina, da miss inglese, limpido, illibato, sarcastico.

—Good bye, Friend. Kiss for me London...

Il marciapiedi bianco d'elettricità rifletteva la sua lunga ombra; il cappellino frivolo e serio, l'abito a giacca, gli stivaletti luccicanti, parevano stranamente adatti ad accrescere la sua impassibilità. In quel momento era più che mai onesta, più che mai signora, e signora inglese in tutta l'estensione del termine; tantochè ripensavo, quasi per amore del contrasto, alla sua bella camicia di linon, fina come un ragnatelo.

L'express Paris-Madrid allungava sotto la tettoia della stazione imbandierata le sue vetture luccicanti, collegate insieme da un passaggio a mántice; nel mezzo del treno il salon-restaurant sfavillava di luce come una sala da ballo. I pranzi ormai eran finiti, le tavole sparecchiate; nel lunghissimo corridoio del treno molte cuccette chiuse custodivano il sonno dei viaggiatori già coricati. Altre lasciavano intravvedere dagli sportelli aperti i preparativi notturni d'una coppia inglese che ammobigliava il proprio home, d'una parigina irrequieta che trasformava il suo scompartimento in un profumato boudoir, con bagaglio ad armacollo e piuma tirolese, infine d'un diplomatico turco in perpetua vacanza, che avrebbe offerto molto volentieri alla sua vicina di parete una bottiglia di Champagne...

Ormai, pare impossibile, non v'è treno di lusso che solchi l'Europa in qualsiasi direzione senza contenere la Parigina e il diplomatico Turco, questi due esponenti così caratteristici dell'umanità del ventesimo secolo.

Gli eleganti controllori della Compagnie Internationale des Wagons Lits, bei giovani, che talvolta, nel cuore della notte, una viaggiatrice solitaria chiama con romantiche scampanellate, ora ciarlavano fumando a piè de' montatoi; altri andavano preparando i lettini candidi, altri esaminavano fasci di tessere o facevano saltare il tappo d'una bottiglia di Pale Ale. Sopravvenne un Herr Doctor bavarese, viaggiatore di seconda classe, con occhiali a stanghetta e fasce di lana verde ai polpacci, uno di quelli che il Creatore stampò con la creta che gli rimase dall'ippopotamo. Costui andava da una vettura all'altra agitando uno scontrino dell'Agenzia Cook. Dopo aver seccata molta gente, alla quale non spettava occuparsi di lui, trovò finalmente un capotreno che gli diede retta, ed osservato il numero dello scontrino, gli disse in un tedesco irreprensibile che la sua cabina era stata riservata per un Ispettore Generale della Compagnia—sede di Bruxelles—qualcosa come il vice-padrone di tutti i treni a dormitoio che ánsano e vólano traverso l'Europa. Altro dunque non rimaneva per lui che rassegnarsi alla suprema ragion di Stato.

Da ultimo il capotreno si volse ad un impiegato che passava, e gli disse con l'aria più serena del mondo:

—Fous-moi que'que part ce sacré diable d'Alboche!

Un cuoco enorme, il quale sporgeva con tutta la pancia dalla finestrucola della sua cucina, sfogliava un numero dell'Assiette au beurre, fumando con regale voluttà un eccellente sigaro Avana.

Trofei di bandiere appese dappertutto ostentavano le sigle unite del Regno Iberico e della Repubblica Francese;—tra pochi giorni il Primo Cittadino di Francia, con i suoi Ministri, avrebbe traversato i selvaggi Pirenei per volgere a profitto delle tariffe doganali e del «Mediterraneo lago francese» quella simpatia che il giovine Re Alfonso, nel frequentare le regate ed i five o' clock di Biarritz, aveva saputo inspirare alle belle donne che governano la Francia.

La Compagnie Internationale des Wagons Lits mi sembra, nel ventesimo secolo, un organismo sociale d'importanza e di significazione per lo meno equivalenti a quelle ch'ebbe nei secoli trascorsi la benemerita Compagnia di Gesù. Essa è davvero una forza, una ruota, un'ala della vita moderna, come l'altra era una catena ed una potenza della vita medioevale.

Quel treno lungo, sottile, snello, fatto d'acciaio terso e di legno levigato, che trascinerebbe nel cuore delle montagne ciclopiche una fantasmagorìa di specchi e d'elettricità, che brucerebbe la distanza come il fuoco arde la miccia d'una mina, quel treno pressochè ingioiellato, carico di belle donne, d'uomini ricchi e di bagagli costosi, per cui le frontiere dei regni più non divengono che fermate frettolose, quel treno dove corrono tutte le monete, dove si parla ogni linguaggio, dove s'intrecciano avventure veloci, e che al mattino si profuma nel suo tepido corridoio di soave cipria e d'Acqua di Lavanda, era, per chi bene sapesse intendere, un segno dei tempi nostri, della vita nostra, di quella nuova e transitoria bellezza verso la quale ora cammina il mondo. Roma costruiva con la pietra millenaria, noi costruiamo con la delebile velocità:—e questo mi pare più grande.

Per quanto gli spiriti amici del palinsesto, coltivatori instancabili della polvere di museo, trovino che su la terra nulla di nuovo accade, ma tutta la bellezza e tutto l'esempio a noi provenga dagli antichi, pure io sono profondamente persuaso che nessuno fra quei sapienti selvaggi che a noi diedero la seccatura di possedere una tradizione potè mai concepire l'eleganza, o nulla d'equivalente all'eleganza d'una lady inglese che saluta il proprio amante con un semplice shake hand sotto i finestrini di un velocissimo express. Cleopatra e l'amica di Petronio mi fanno sorridere quando penso a Madlen Green. Povere belle donne d'una volta!... ormai servite al cinematografo, per sollazzare gli ozi domenicali delle nostre ancelle, che al buio sopportano con brividi la mano dell'innamorato contrabbandiere...

Lord Pepe indossava, per traversare la Manica, un soprabito da viaggio così ampio e così adatto all'emigrazione, ch'era impossibile chiedere alla fantasia d'un sarto qualcosa di più conforme alla fuliggine dei treni ed alla inclemenza dell'acqua marina. Portava inoltre un berretto scozzese, ben calzato fino ai sopraccigli, una camicia floscia, un collettino di seta chiuso da una spilla doppia, che lasciava dondolare con il voluto disordine la gala d'una cravatta ferroviaria.

Lord Pepe rappresentava in quel momento l'uomo che viaggia; perfino le sue ghette sembravano fatte apposta per andare in treno; chiunque l'avesse veduto in quel perfetto abito da grand-express, avrebbe detto senz'altro:—Ecco un uomo che traverserà l'Europa.

Egli teneva tra le sue la mano di Madlen, senza dirle cosa alcuna, e tuttavia sembrava turbato. In lui nulla esprimeva il turbamento, fuorchè la sua bocca ben rasata, che si stringeva ogni tanto come per formulare una impronunciabile parola.

Allontanarsi da una donna è sempre cosa triste, perchè ogni donna possiede un poco della nostra gioventù. Quello che fu con una, certo non sarà con altre; l'amore che finisce è un'illusione perduta, un gioiello che non si ritroverà mai più. E lo sentono anche le anime semplici, se pure non comprendono il senso di questa grave tristezza.

La cosa più amara che sia nell'amore non è forse l'abbandono in sè stesso, quanto il suono indefinibile della parola: addio. Si può talvolta essere giunti fino alla sazietà, fin quasi all'avversione, ma nel momento in cui ci si dice addio, nel momento in cui la donna che fu nostra ridiviene per noi la forestiera, e quando pensiamo che l'amore d'un altro l'inseguirà, la gioia d'un altro la possiederà, ecco, ritorna in mente un bacio, una parola, una musica del passato, e nasce nell'anima di chi parte una desolata voglia di piangere.

Povera piccola Madlen!... s'era innamorata di lui per avergli veduto ballare il tango argentino con una ragazza della Pampa, in una sala del Rat Mort—e questa era senza dubbio una cosa molto gentile;—povera piccola Madlen!... aveva cambiati al suo fianco centinaia d'abiti uno più bello dell'altro, stritolate co' suoi dentini scintillanti un infinito numero di «crevettes grises», sorseggiate con le sue rosse labbra tante coppe di amaro Sciampagna, giocato vicino a lui, con una storditaggine ammirevole, tanti e poi tanti fasci di que' larghi biglietti da mille, che a lui mandava il suo ricco sfondato padre, banchiere a Londra... povera piccola Madlen!... aveva inoltre fatto con lui tanti gentili capricci, tante adorabili sciocchezze, tante piccole civetterie... si era lasciata per così lunghe notti baciare, stancare da lui... tutto questo non valeva dunque la pena ch'egli sentisse, nell'abbandonarla, una piccola malinconia?...

Sì, certo; poichè queste cose per l'appunto sono l'amore; sono l'amore di tutti gli uomini e di tutte le donne, anche se la forza del buon senso cerca di reprimere in noi questa insoffocabile poesia. Forse Lord Pepe se ne sarebbe dimenticato in poche ore, perchè il suo cuore non aveva memoria, i suoi sensi non avevano fedeltà; ma in quel momento era triste; io lo vedevo.

Ed infine le disse:

—Ecrivez-moi une lettre, Madlen, si vous n'avez rien de mieux à faire...

—Yes, dear.

—Je serai votre ami tout de même...

Le dava del voi, con un rispetto sincero. Fece tuttavia un movimento, come se volesse baciarla su la bocca; ma il braccio di lei, teso, lo trattenne. Egli piegò il capo sovra la sua mano inguantata, vi pose leggermente le labbra, e salì nel treno.

Ella disse ridendo:

—Ecco, il treno parte in ritardo.

E non so perchè ridesse, non so perchè ripetesse ancora due volte questa osservazione, che non era nemmeno esatta:—Il treno parte in ritardo.

Lord Pepe, venuto al finestrino, si abbottonava i guanti. I suoi guanti erano color fuliggine; gli stavano bene. Mentre le ruote cigolavano, accese una sigaretta. Io vidi a poco a poco allontanarsi, biancheggiare nell'ombra il cuoco del Salon-restaurant, che fumava con regale voluttà un eccellente sigaro Avana. Poi non vidi altro, laggiù nella notte, che un fanale rosso trascinato verso il mare di Francia; un fanale rosso, un po' d'amore, nulla: un punto sottile come l'oblìo, pallido come la distanza, che disperdeva la cenere d'un amore nella polvere della strada infinita...

Rimanemmo lì, noi due, silenziosi, a guardare le bianche rotaie. E la voce di Madlen ripeteva nel mio cuore un po' deserto:

—Good bye, Friend...

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—Cosa facciamo alla stazione ora?

—Nulla; andiámocene.

—Sì, e dove?

—Ritorniamo a piedi, se volete.

—Ritorniamo.

—Che ore sono?

—Le undici.

Il vento agitava le stelle disseminate nel lontano spazio; un odore forte d'ondata marina investiva la terra buia. Nel passare frammezzo a due nuvole un filo di luna batteva su qualche fredda invetriata.

Le diedi il braccio; e camminammo.

Si muoveva con leggerezza, quasi con gioia, rovesciando un po' la fronte all'indietro per immergere la bocca nel vento profumato. Era stranamente simile a qualcosa che avevo già veduto, ad una sensazione che avevo già provata. Non so dove, non so quando, forse ne' miei lontani anni, quando credevo all'amore; all'amore come ad un miracolo che ogni giorno può nascere per via, all'amore come ad un profumo che venga da fuori di noi.

E pensavo:—«Adesso è tardi; la fontana che in me cantava ora si è spossata; il mio cuore non è più così giovine; per troppe strade ho trascinata questa mia deserta anima di navigatore.»

La città era sepolta sotto un grande velario di stelle; nuvole azzurre, trasparenti, vi correvano sopra, si urtavano, si sfasciavano, senza riuscire a spegnerle. Gli alberi, gonfi di notte, carichi d'autunno, facevano stridere sotto i nostri piedi qualche foglia gialla. Nei giardini della terra di Guipuzcoa la vecchia estate si andava consumando in nuvole di profumo.

E allora Madlen si fermò, chiuse gli occhi, mi tese la bocca. Un orlo di leggera umidità bagnava la sua fina veletta. Mi disse:

—Non dovete credere che vi ami...

—Appunto non lo credo; ma che importa? C'è forse bisogno d'essere innamorati per provare tutto quello che può essere nell'amore?

—Ecco, voi dite assai bene. Voi dite come si dice da noi: «to be in Love—essere nell'amore.» Questo mi piace. Vivere con un poco d'ansietà, fra il desiderio e l'immaginazione; stare con l'anima e coi sensi nel pericolo di provare un grande brivido. In fondo è sempre l'immaginazione quella che dà le gioie meno volgari e più sottili. Ma io non vi amo, siate certo, non vi amo. Anzi voi siete qualche volta così lontano da me...

—Questo è preferibile. Così non correremo il rischio di abbandonarci alle ineleganze del vero amore. Due persone come voi e me, se per caso provano un sentimento hanno anche il dovere di nasconderlo. È il dovere della nostra buona educazione, il senso di quella giusta misura in tutte le cose che deve a noi proibire l'uso del «sempre», del «mai»—le due famose parole tanto ridicole, che fanno somigliare i dialoghi di tutti gli innamorati alla prosa del Segretario Galante.

—Cos'è il Segretario Galante?

—Non lo sapete, Madlen? Oppure questo libro non si trova nelle biblioteche d'Inghilterra? Può darsi. La vecchia Inghilterra è certo un paese molto ragionevole. Ma l'Italia, penisola piena di fuoco, possiede fra l'altre dovizie anche un amabile prontuario delle frasi d'amore. Siccome in Italia il parlarsi d'amore è un'abitudine nazionale come quella di giocare al Lotto, così cápita che la persona più eloquente finisca una volta ogni tanto con rimanere senza parole. In questo caso un tale che, per esempio, ha un'innamorata e non sa più cosa dirle, si compera il suo bravo Segretario Galante, vi dà un'occhiata prima di abboccarsi con lei, quindi le snócciola tutto il più dolce frasario, le più infocate e pittoresche immagini che mai seppe mettere in carte l'ardente fantasia de' poeti d'amore. Non solo; ma dovete per esempio sedurre qualche bella recalcitrante con mandarle una epistola gonfia di sospiri?—Ebbene, guardate l'índice:—a pagina tale, eccovi la lettera conveniente al caso vostro, una lettera che struggerà il cuore della donna più agghiacciata e produrrà un effetto altrettanto rapido quanto infallibile.

—Oh!—disse Madlen—come dev'essere comodo far l'amore nel vostro paese!

—Così è di fatti, amica mia. Non solo comodo, ma variato e pieno di originalità. Le frasi d'amore che dicono le donne italiane, come del resto quelle che si leggon ne' libri de' romanzieri d'Italia, son dolci come la liquirizia, profumate come il muschio, ed hanno tal forza di persuasione che, per resistere alla loro seduzione, bisogna proprio possedere un cuore sette volte impermeabile. È per questo che noi Italiani abbiamo all'estero la fama di far bene all'amore, come gli Inglesi hanno quella di bene giocare al foot-ball.

—E, ditemi: voi pure vi considerate un «champion»?

—Non ancora, Madlen. Pur troppo non ho mai saputo far uso del Segretario Galante. Questo è il mio difetto. E siccome non riesco a farne uso neppure nei libri che scrivo, così da molti è vituperata la leggerezza ed il mal costume della mia letteratura.

—Vi compiango, mio povero amico.

—Oh, non importa, Madlen! Chi ama le proprie idee, può anche far a meno di vederle applaudite; come si può far a meno di tutte le cose davvero superflue, tra cui l'amore.

—Dunque non datemi il braccio... preferisco.

Le case che dormono sembrano tutte uguali. Gli uomini che dormono tengono i piedi verso le finestre, il capo al muro, per vedere in faccia il sole non appena tornerà. Anche le umili case, nella notte, sembrano solenni. Il loro colore invade lo spazio. Il respiro di chi dorme trema nelle finestre. La notte confonde ogni fisonomia, distrugge i limiti, che consistono sempre nei colori; cerca in tutte le cose il loro profondo scheletro.

—Dove mi conducete, amico mio?

—Non so; perdiámoci.

Si fermò a guardare dentro un vicolo, dove la notte, la luna, il silenzio, davano l'impressione che si dovesse d'un tratto vederne sbucare l'ombra d'un assassino. Poi disse:

—Chissà quante persone fanno l'amore in questo momento su la faccia della terra...

E disse queste parole senza un brivido, senza riso, ma con una specie d'angustia involontaria, di tentazione opaca. Io risposi:

—È questo un vizio antichissimo della razza umana. Bisogna credere che ciò diverta gli uomini, e, qualche volta, anche le donne.

—Diverte anche voi?

—Forse... ma non sempre. E voi?

—Non vi saprei dire con esattezza la mia opinione.

—Peccato! È la sola che oggi vorrei conoscere.

—Le opinioni cambiano...

—Beninteso, Madlen. Ed è ridicolo, in tutte le cose, avere un'opinione costante. La bellezza del mondo è nella sua mutabilità. I desiderî hanno un valore perchè sono provvisori. Ma dove andremo a finire camminando così? Volete che torniamo?

—Sì, torniamo.

Il rumore dell'ondata rotolava su la Zurriola deserta; l'oceano scuro, immobile, se ne andava sempre più in là, in là, e continuava dopo l'ultima stella. Le nostre ombre camminavano sotto gli alberi, davanti a noi. Pensavo al treno di Lord Pepe, sfavillante come un lungo proiettile d'acciaio e di cristallo, che su bianche rotaie perpetue come la distanza traversava le dune del litorale di Francia. Forse anch'ella pensava con un po' di dolore, con un po' di sogno, al veloce treno di Lord Pepe. Sentimmo entrambi ch'egli era necessario al nostro amore; partendo aveva lasciata fra noi una grande solitudine. La sua scomparsa uccideva un poco del nostro desiderio, ci abbandonava, liberi e soli, davanti all'improvvisa cessazione di un divieto. Questo, in ogni cosa, è delusione.

La Zurriola bianca si perdeva tra gli alberi distanti; la città di Maria Cristina pareva uno scenario di cartapesta elevato contro il mare. Questo solo era grande, vivo, eterno: si vedeva con esattezza la disparità fra l'opera della natura e quella dell'uomo. Una ondata conteneva più sogno che le infinite case bianche, i ponti dalle aquile d'oro, i monumenti superbi e ridicoli degli uomini vittoriosi. Ed anche noi, anche noi, eravamo due piccole figure tracciate su quel delebile scenario, grotteschi eroi da melodramma, sui quali pesava l'artifizio, l'intreccio, il dialogo di quel vecchio libretto d'opera che si chiama l'amore. Oh, che noia dover ripetere, con qualche perifrasi più o meno elegante, queste vecchie due parole, sciupate da tutte le bocche, melense di tutti i sospiri, consumate come i sedili dei trams, sfiducianti come le viole del pensiero, false come la cassa d'un rémontoir di oro doublé, queste vecchie due parole che i parrucchieri dicono, le commesse dicono, i fattorini del telegrafo le adultere i dentisti e perfino le poetesse dicono:—«Ti amo!...»

«Ti amo...» Ah, che noia! Si apre un libro, e, dopo una ventina di pagine, se non prima, éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...» Un povero diavolo carico di grattacapi vuole svagarsi, va a teatro, dove si recita una commedia; egli ascolta un paio di scene: c'è un uomo, c'è una donna, i lumi si spengono... éccoci arrivati a queste vecchie due parole: «Ti amo...»

Altrove si scopre un delitto, un bel delitto, un tenebroso delitto; si poteva sperare che l'uomo avesse ucciso per imbrattarsi di sangue fino al gomito... No! Fruga e fruga, l'uomo ha di nuovo ucciso per queste vecchie due parole: «Ti amo...»

Ah, basta per l'amor del cielo! Liberate noi, poveri uomini, da questa eterna freddura! Salvate noi peccatori da questo malanno inestirpabile! Basta, per l'amore del cielo!... non scrivete più, mai più, queste vecchie due parole: «Ti amo...»

Ed allora la guardai. Non si vedeva, nel suo volto impenetrábile, che una specie d'irritazione calma, di crudeltà sigillata e splendente. Passammo davanti alle finestre del nostro albergo. La facciata impallidiva di smorta e fredda luna; certi vetri parevano convessi come globi d'elettricità. Di nuovo le presi un braccio, e camminammo nel dedalo delle vecchie strade, verso l'altra spiaggia di San Sebastiano, la bella Concha, ove pensai che fosse più vita.

Là il mare dormiva; dormiva nella custodia del golfo serenissimo, tra beate ville, sotto i poggi calmi che tremolavano di nascosti lumi. Non la più piccola frangia di spuma orlava il lento fruscìo dell'onda notturna su l'arena di velluto. Laggiù, dietro gli alberi, un orologio illuminato segnava un quarto alle due; sui terrazzi del Casino ancora si muoveva gente; le sale da gioco sfavillavan nel mezzo dell'edificio, come le bocche di una rossa fucina. I Baschi di Guipuzcoa traversavano la Concha senza far rumore, con le lor scarpe di corda, bianche, soffici, sotto i calzoni di velluto scuro. Il piccolo faro, annidato su la torre dell'isola di Santa Clara, girava il suo fascio di elettricità sul distante oceano, forse cercando le paranze dei contrabbandieri.

—Vi prego, non andiamo al Casino,—disse Madlen.

—No? E dove andremo?

—Non saprei. Ho sete.

Lungo la Calle de Alameda le terrazze dei caffè rigurgitavano ancora di pubblico rumoroso. Là c'incontrammo con alcune persone, le quali tornavano dal Casino ed erano dirette verso l'albergo Maria Cristina. Ci unimmo a questa comitiva: quattro donne con un uomo.

Costui era un Francese, avvocato a Nimes, piccolo di statura, molto largo di spalle, con la cravatta nera svolazzante, come usano i poeti che fanno il bardo nazionale nei cabarets di Montmartre. Egli ora tormentava la sua amante, incolpandola di aver giocato male.—«Vous avez joué comme un pied, ma chère... oui, comme un pied!»

La sua amante, M.me de Lonard, si professava per una celebre cantatrice; subiva le rimostranze dell'avvocato di Nimes solfeggiando qualche leggera nota. Era molto alta, un po' matronale, non bellissima di lineamenti, però con una stupenda capigliatura. Vicino a lei camminava una piccola donna, dalla faccia viziosa ed artefatta, che certo era passata senza volersene avvedere oltre l'età canonicale, anzi aveva l'aria di credersi ancora molto vezzosa, molto appetibile. Non lo era. I tacchi esagerati rialzavano la sua piccola statura; un busto ingegnoso cercava di costringere all'obbedienza i suoi mal conservati centri di gravità. Parlava un francese duro ed ingrato, nel quale ogni tanto faceva capolino qualche residuo di un caparbio accento tedesco. Perciò la contessa Fellner si diceva russa di nascita, come in genere si dicono russe rumene o scandinave tutte le tedesche stabilite in Francia. Ma la contessa Fellner era un'assidua delle case da giuoco; avrebbe saputo far a meno del cibo, non delle carte. Pretendeva di avere a Parigi un amico serio ed altolocato, un ricchissimo finanziere, innamorato di lei come un pazzo...

La terza donna della comitiva era la sua cameriera, tanto bellina e tanto giovine quanto la contessa invano pretendeva di essere ancora. Ho detto contessa, poichè sopra il suo astuccio per le sigarette, legato al polso, figurava una corona di diamanti con nove punte. Nelle case da giuoco e negli alberghi eleganti è difficile incontrare personaggi che non portino titoli di nobiltà. Certo è questa una nobiltà creata dagli albergatori e che finirà lentamente con invadere l'Almanacco di Gotha. I domestici, quando ricevono buone mance, non sanno far a meno di rispondere:—«Merci, madame la Comtesse; à vos services, Monsieur le Marquis!»—A furia di sentirsi attribuire questi lusinghieri appannaggi, un tale finisce poi con iscoprire tra i suoi bisavoli un glorioso Cavaliere delle Crociate. Il suo patriziato figura con eleganza nell'albo de' forestieri, ed in fin dei conti anche la nobiltà è un'opinione, come tutto il resto.

L'ultima era Odette Litzine, la quale aveva da qualche anno perduto il suo illustre e munifico protettore; però di lui conservava, con i vestigi della sua liberalità, l'ultime sillabe del suo nome: un principe Galitzine.

Era una squisita giovine creatura, molto bionda, con la carnagione trasparente come se fosse in porcellana di Sèvres. Aveva due magnifici occhi, appassionati come gli occhi d'una educanda la quale si strugga di solitario amore; il suo corpo era esile ma ben formato, voluttuoso più de' suoi occhi, attraente come la sua pericolosa innocenza. Quel giorno era venuta in automobile da Biarritz verso l'ora del tè; anch'ella, come Socorrito fiore di Siviglia, sperava che si giocasse alla «roulette». Aveva trovato invece quell'orribile «trente et quarante,—«où jamais je n'ai été fichue de gagner une thune!...» Si era messa a giocare verso le sei e terminava ora, senz'aver mangiato che qualche «sandwich», con un bicchiere di Porto, nell'intervallo fra un mazzo e l'altro.

—Pense donc!—ella diceva a Madlen;—j'avais sur moi plus de huit mille francs, et je les ai perdus en vingt minutes. Blanche m'a prêté mille francs; Garigou, tu sais, Garigou le tenor, m'en a prêté encore mille... J'ai voulu taper la Direction, mais le caissier, ce vilain chameau, m'a dit qu'il n'y avait pas le Directeur. Penses-tu!... Pour me prêter cinquante louis il fallait déranger le Roi d'Espagne! Alors Blanche a été tout ce qu'il y a de plus gentil; n'ayant plus le sou elle-même, elle a demandé vingt-cinq louis à un monsieur qu'elle connaît à peine. Ça m'a fait encore vingt-cinq louis de dette, mais Blanche est tout de même un noble coeur. En voyant ma déveine, elle a fini par taper de quinze louis le maître-d'hôtel; puis elle m'a dit: «Fiche-les donc à inverse! Il va y avoir une série.» La série vint en effet: douze inverse! J'avais tout rattrapé, avec du bénéfice... mais, zut! pourquoi n'ai-je pas écouté Blanche? Il fallait à ce moment quitter la table et m'en aller dîner avec elle. Non: j'ai voulu faire sauter la banque, pour voir la tête du caissier, ce mufle à lorgnon... et voilà! je sors à présent sans une pièce dans mon sac. Regarde donc, Madlen: quarante sous et ce guignard de fétiche.... c'est gai! Avec ça, le chauffeur qui m'attend à l'hôtel, tandis que je me meurs de faim, n'ayant pas déjeuné le matin ni dîné le soir... charmante journée!»

Per l'allegria si mise a ballare in mezzo alla strada, facendo risuonare i quaranta soldi che le restavan nella borsetta vuota. Madlen le disse:

—Non penserai tuttavia di ritornare a Biarritz durante la notte, Litzine?

—Ma certo lo penso!

—È una pazzia.

—Forse; ma cosa vuoi che faccia qui ora? Non ho portato neppure una camicia da notte, e domani dovrei far colazione al Carlton con Crisòpulo, il Greco e pranzare con Ned, l'Americano.

—Ma neanche per sogno, Litzine! Rimani qui a dormire. Ti darò io tutto ciò che ti occorre, anche il denaro per rifarti domani, se vuoi. Quanto a Ned, gli puoi telegrafare di venire a prenderti. È molto più semplice, non ti pare?

—Credi?...—fece Litzine, dubitosa ed allettata.

—Ma certamente.

—Bene, facciamo così. È infatti più semplice. Ti rimanderò il denaro da Biarritz per telegrafo,—et je te dis merci, chère...

—Mais, voyons, quelle blague!

La contessa Fellner fece una piccola smorfia, perchè forse aveva già premeditato di chiedere un prestito a Madlen, e Litzine complicava le cose. Allora, sotto un lampione, si mise a rivedere il cartoncino d'una «taglia» di «trente et quarante» ove c'erano state quattordici intermittenze.—«Voilà où je devais me faire une fortune, l'imbécile que je suis!...»

Frattanto l'avvocato di Nimes continuava il suo bisticcio con la celebre cantante, M.me de Lonard, la quale, dall'alto del suo bel portamento, guardava con indulgenza il piccolo uomo testardo e cavilloso. La leggiadra cameriera camminava qualche passo dietro la nostra comitiva, seria seria, fissando il marciapiede. Credo ella stesse facendo il suo tirocinio di futura bella donna; ormai non le mancava che d'incontrarsi con il protettore di buona volontà.

Nel giardino dell'albergo il meccanico di Litzine aspettava pazientemente, fumando.

—Oh, voilà Madame!—fece con tranquilla impazienza.—Je suis là depuis 10 h. du soir, ainsi que Madame m'avait dit.

—Vous avez bien raison de vous plaindre, mon pauvre ami!—disse Litzine, con un tono commosso.—Voyez-vous, c'est la vie!... Allez à présent garer votre voiture et vous coucher de suite, car je reste.

—Ah... très bien, Madame! Bonne nuit, Mesdames et Messieurs!—rispose il meccanico, senza ombra di malumore.

Ciò mi fece pensare che vi son uomini fatti come il tassametro, come l'ascensore, come i becchi dell'acqua potabile, come i cavalli di piazza,—uomini che vanno e stanno, salgono e scendono, aspettano e camminano, senza perdere mai la pazienza.

Non sono forse i più infelici. Hanno capito che il tempo ha una ragione d'essere, ha un pregio, solo in quanto serve a far guadagnare il prezzo che costa la vita. Perciò, guadagnarlo stando fermi, è certo il miglior sistema.

Una camera fu trovata per Litzine, non lontana da quella di Madlen; ma difficile fu commuovere il custode notturno spiegandogli che Litzine non aveva pranzato, perciò moriva di fame; anzi avevamo fame in parecchi e si desiderava cenare. Dopo avere sollevate mille difficoltà, il custode rispose infine che sarebbe andato a frugare nella dispensa.

—Porterete in camera mia tutto quello che troverete,—gli disse Madlen, mentre l'avvocato di Nimes protestava d'aver sonno e di volersene andare a letto, non senza, beninteso, la compagnia della celebre cantante, M.me de Lonard. Però venne anch'egli nella camera di Madlen; anzi tutti vennero, fuorchè la giovine cameriera.

Questo avvocato si chiamava Claude; era spiritoso cattivo e maldicente come un perfetto avvocato meridionale. Quello che fece per prima cosa fu di sedersi familiarmente sul bellissimo copripiedi che occupava quasi per intero la coltre di Madlen. Là si mise a contare con iracondia i biglietti ch'erano rimasti nel suo portafogli. Litzine si era sdraiata sul divano e canticchiando fumava; M.me de Lonard aveva chiesto il permesso d'entrare un momento nella stanza da bagno, della quale serrò l'uscio. La contessa Fellner, toltasi il cappello davanti allo specchio, si dava un po' di cipria sul mento e si ricomponeva con civetteria la capigliatura tinta.

—Dio mio!...—sospirava—cosa direbbe ora il mio amico di Parigi se mi vedesse in uno stato simile?

—Poichè vi ama, egli direbbe innanzi tutto: «Quanto hai perduto stasera, carina mia?»—rispose, chiudendo il portafogli, l'avvocato di Nimes.

—E Pepe?—fece allora, improvvisamente, Litzine.

—Pepe...—volle rispondere Madlen, con un certo impaccio,—come, non sai? È partito proprio questa notte, poche ore fa.

—Per dove?

—Per Londra. È andato a Londra ove dimora suo padre. Tornerà, credo, fra una decina di giorni. Ma non più con me. Siamo divorziati. Era deciso da un pezzo, come ti avevo già detto.

—Sì, mi ricordo... mi ricordo.—Litzine fece una pausa, poi soggiunse:—Tanto meglio.

Allora si mise a guardarmi con curiosità, pensando probabilmente di scoprire in me il successore. Io conoscevo pochissimo Litzine; a Biarritz avevamo giocato alla medesima tavola qualche rara volta. Ed un giorno, appunto al Casino di Biarritz, mentre stavo per prendere la mia mano ella mi aveva detto, come spesso accade fra giocatori:—«Cinq louis dans votre main, Monsieur?»—«Si vous voulez, Madame...»—Ed avevamo perduto.

Questa era la nostra piccola storia. Breve, lieve, sfortunata. Ma non si sa mai cosa possa accadere fra un uomo ed una donna i quali abbiano perduto insieme un colpo di baccarà.

M.me de Lonard, tra un rumore d'acqua corrente, rientrava nella camera con aria più soddisfatta. Si era tolta ella pure il cappello ed ora sedeva in una poltrona con posa meditabonda. Accese una sigaretta, poi disse:

—Dans un mois je serai en Amérique...

La cosa non fece colpo su alcuno. Ond'ella soggiunse con un sospiro:

—Ah, les concerts classiques!... je me sens née pour les concerts classiques!...

Allora l'avvocato di Nimes, dopo qualche minuto di raccoglimento, espose questa ferma convinzione:

—Les concerts classiques, c'est la chose la plus bête qu'il y ait au monde.

—Vous croyez?...—rispose con benevolenza l'angelica M.me de Lonard.

Intanto sopraggiungeva il custode notturno, con un vassoio pantagruélico. E nomenclò:—«Uova, carne fredda, formaggio, burro, frutte, pasticceria. Pomméry Gréno, extra-sec.»

Fece verificare l'«extra-sec» sul collo delle bottiglie non ancora sturate: al che l'avvocato di Nimes rispose con irritazione:

—Io dunque berrò l'acqua del rubinetto, perchè questa marca di Sciampagna mi dà i crampi allo stomaco.

—Poverino, com'è delicato!—lo compianse Litzine. E presa una coscia di pollo, si mise ad imprimervi con avidità la sua bella dentatura luccicante. L'avvocato Claude neghittosamente si provvide d'un paio d'uova sode e tornò sul letto.

—Ebbene,—disse Madlen,—non mangerete sovra la mia coperta? Venite, vi prego, a sedervi con noi.

—E dove?

In verità non c'era posto; ma l'angelica M.me de Lonard lo invitò a sedere sul bracciolo della sua poltrona. L'avvocato di Nimes era piccolo; ci stava. Sbocconcellò sbadigliando le uova sode, poi ne prese altre due. Avvenne questo: ch'egli solo mangiò per quattro e si bevve quasi tutta una bottiglia di quel Pomméry extra-sec che gli dava i crampi allo stomaco.

La contessa Fellner, dopo il gioco e la cena, si lasciava prendere da non so quale desiderio di sensazioni ulteriori.

—Oh...—sospirava—quanto mi struggo e mi sciupo in questo maledetto paese! Non solo perdo al giuoco tutto quello che possiedo, ma purtroppo sono anche disperatamente casta fin dalla vigilia del mio arrivo: ecco a momenti due settimane...

—Appunto lo s'indovina dai vostri occhi, povera contessa!—rispose con malizia l'avvocato di Nimes.—Per una donna di temperamento la solitudine costituisce un vero guaio... Ma infine, perchè no?...—soggiunse, facendo segno alla mia persona.—Ecco un giovinotto che certo aspetta solo una strizzatina d'occhi...

La contessa Fellner arricciò il naso.

—-Prima di tutto, caro signor Claude, io non sono per vostra regola una donna così facile!... Poi questo signore non è il mio tipo.

—Oh! oh!... illustráteci dunque il «vostro tipo»,—la incitò l'avvocato, che ancora stava trincando.

—Io credo quasi di conoscerlo,—rispose Litzine.—Voi, contessa, amate il tipo di Ned, il tipo Americano del Nord, non è vero?

—Oh, oui...—confessò, con un brivido artificiale ma prolungato, la casta M.me Fellner.—Sì, è vero, è vero! Amo il tipo di Ned: biondo, sbarbato, molto solido, molto energico...

—Molto ricco!—soggiunse l'implacabile Claude.

—Insolente!

—Che insolenza c'è nel dire che Ned è molto ricco? Ma infine, cara contessa, poichè fra voi e Ned c'è una frontiera, mentre fra voi ed il signore non vi sarà, suppongo, che un mezzo corridoio... spegnete i lumi e pregatelo di parlare inglese.

—Andiamo, andiamo, caro avvocato...—lo ammonì la contessa Fellner con una voce grave;—non sapete forse che a Parigi ho un amico il quale mi adora e che io adoro?

—Noi sappiamo tutto questo!...—le accordò l'avvocato con enfasi declamatoria.

—E quanto poi al signore,—aggiunse la contessa, guardandomi e guardando Madlen,—egli è molto occupato altrove...

—Vous croyez, madame?—fece Madlen, con una voce tagliente.

—Ah... je ne crois rien, je suppose...

Litzine si mise a ridere. M.me de Lonard mi contemplava con occhi svenevoli, forse perchè avevo ascoltato per un quarto d'ora le storie de' suoi trionfi americani.

M.me Fellner si rovesciò contro la spalliera della seggiola, gonfiando il suo seno vedovile, poi disse con il suo più profondo sospiro:

—Ah, mio Dio, che buona cosa è stringersi accanto ad una persona di fiducia, la sera, quando ci si addormenta... Solamente, volete credere? io sono ormai avvelenata... sì, proprio avvelenata! Nel momento più decisivo dell'amore, quando si perde la testa, mi accade spesso di udir la voce del mazziere, che annunzia d'un tratto:—Rouge perd et la couleur...

—Alors, assurément, le coup est perdu!—fece, con diabolica prontezza, l'avvocato di Nimes.

Pudica, M.me de Lonard si coverse gli occhi; ma Litzine, Madlen, la contessa ed io ne ridemmo di gran cuore.

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