Front matter (continued 4)
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Sì, Madlen, questa luccicante Bilbao diventa in breve una città noiosissima; i suoi teatri sono teatri di provincia, le sue strade fanno troppo rumore, i suoi campanili mancano di spiritualità, i suoi abitatori, a ben guardarli, hanno facce plebee, rapaci ed insolenti... La sola bellezza che riposa l'anima del forestiero è questo lento e calmo Rio Nervion, che trascina fra i moli sfavillanti, su ampie zattere, i tronchi delle sue foreste originarie. Ma camminiamo ancora un poco, Madlen; è dolce camminare con voi, mentre l'afa del pomeriggio svanisce tra gli alberi che profumano il verde Paseo del Arenal. Più tardi, quando saremo lontani, voi da me, io da voi, Madlen, e la distanza ed il passato—le due vere musiche del mondo—avvolgeranno le nostre anime di camminanti, questa bella e profumata sera in noi risalirà, come il sogno d'una bellezza perduta, sarà il tormento sottile, divino, di un amore che perdemmo, il fuoco e la tremante memoria di un lontano amore che passò. Camminiamo ancora un poco, Madlen; cerchiamo di essere attenti: le città sono come le anime, non si lasciano indovinare a prima vista. Bisogna guardarle, ascoltarle, trovare in esse la via della lor confidenza.
Bilbao non vi piace?... Perchè non vi piace? Probabilmente senza una ragione ben definita. Essa vi annoia. Vi sembra una città ricca e malvestita, avara e sfacciata. Sia pure; andiamo altrove. Scegliete una direzione; l'automobile può esser pronta fra un'ora; si partirà. Voi siete un poco stanca? preferite riposarvi, dormire tranquilla una lunga notte?... Va bene; sia come volete; io non ho preferenze; partiremo domattina.
Tuttavia debbo dirvi una cosa, Madlen. Bilbao può essere una città ingrata, come può essere la più felice della terra: i luoghi prendono il colore dell'illusione che noi sappiamo trarre da essi. Chi vuol cercare il paradiso fuor di sè stesso deve rassegnarsi a camminare eternamente. A me qualche volta parve che la felicità ridesse da una piccola finestra, sopra un cortile pieno d'erba, fra i due muri d'una strada nascosta, ove non passava quasi nessuno; e talvolta mi sentii sperduto nel rumore d'una città immensa, ove la febbre della gioia umana pareva salisse a vortici dal cuore della moltitudine, come un riso perpetuo e micidiale.
Non importa. Camminiamo ancora un poco, Madlen. Gli uomini vi guardano; le donne osservano maravigliate le vostre calzature fine; si fermano con sorpresa, e di voi parlano lungamente.
Ora dítemi una cosa:—Dove andremo? Volete girare in automobile, senza una meta prefissa, tutta la Vecchia Castiglia? Passeremo un giorno a Valladolid, un altro a Salamanca. O preferite invece telegrafare a Litzine,—vi ricordate la bionda Litzine?—perchè ci fissi un bell'appartamento, con le finestre verso la Grande Plage, all'Hôtel du Palais? Rimarremo a Biarritz una settimana, due se vorrete; faremo una cura di nervi alle tavole di chemin de fer, poi forse rivedremo Lord Pepe—vi ricordate, ancora, Madlen, quel vostro elegantissimo Lord Pepe?
No?... Ed allora non rimane che una cura d'aria negli Alti Bassi Pirenei: Cauterets, Pau, le Bagnères de Luchon o de Bigorre... Aspettate!... volete fare una cosa davvero assurda, però molto cristiana? Volete visitare Lourdes?
Lourdes?...—Madlen sorrise; mi guardò; poi disse:—Andiamo.
Camminando eravamo giunti sotto gli alberi del Campo de Volantin; il fiume carico di zattere passava con la sua calma onda, che pareva confondersi, perdersi, nelle distanze della sera. Qualche marinaio scamiciato, bruno come il legname della sua zattera, fumava, immobile, seduto su cumuli di mercanzie. Scendeva incontro al mare; portava i tesori della sua città ricchissima verso l'infinita onda. Più lontana, quasi cancellata nel rossore del tramonto, brillava l'attrezzatura di qualche alto naviglio; il Rio Nervion sentiva cantare nella sua terrestre anima, fremere nella sua lentezza dorata, nella sua docile vasta navigabilità, il divino Atlantico.
—Ecco veramente una bella idea!—mi disse ancora Madlen.—Io non sono mai stata a Lourdes. E voi?
—Sì, una volta; ma tornerei volontieri.
—Ebbene, volete credermi? Non so quante volte ho pensato che amerei bagnare le mie dita in quella fontana miracolosa. Ma insieme ho sentito che ne avrei paura, una paura forse invincibile... Non però con voi; mi sembra che andando con voi non avrò alcuna paura. C'è in voi un uomo il quale riesce a deridere ogni cosa, ed io vi amo perchè siete così forte.
—Non è una forza, Madlen; è una maniera dolorosa ed amara di abbandonare agli altri la bellezza che non può esser mia. Veramente forti sono gli uomini che credono ciecamente in cose non vere. Essi cominciano con una conclusione; il dubbio non li tormenta; sono tranquilli perchè racchiudono in sè una certezza definitiva. Ma io, quando penso ad una cosa, vedo sempre mille strade, ugualmente vere, ugualmente false, per le quali ci si perde. La sola verità è questa:—«Chi pensa non può concludere; chi pensa non può credere. Il mondo, per l'uomo, è privo di conclusione. Allora non rimane che una tranquillità: sorridere.»
Mi ascoltava, con i suoi occhi dorati, ove pareva salisse dal fiore dell'anima una luce spirituale; mi guardava come se io possedessi di lei quasi l'amore. Sul mio braccio la sua mano pesava; una docilità, una stanchezza d'innamorata entrava in lei; nell'anima di questa giovine donna oppressa da molte colpe vedevo quasi nascere un senso di purificazione. Ed io mi domandavo se la più perfetta bellezza d'una donna può anche non essere che un vano errore nostro, o se invece questa bellezza è qualcosa di reale, di assoluto, nell'armonia totale della natura, un segno di vita superiore, una forma divenuta musica, una vera elevazione. Solo in tal caso amare una donna può essere una maniera legittima e spirituale d'intendere la vita.
Ma io ripetevo a me stesso:—«Chi pensa non può concludere; chi pensa non può credere...»
Un fiume passa; una città entra nella sera; l'esausta fatica delle officine si alza nell'aria in pesanti nuvole di fumo; la strada è bella, è nuova, confonde in sè mille anime; i giardini ancor pieni d'estate mandano un profumo di maturità; le case diventano azzurre; qualche voce canta, le vetrine brillano; chi è stanco dormirà; chi ama una donna la stringerà nelle sue braccia violente; il fiume passa; ogni uomo trascina con sè la forma della propria ombra, e questa ombra pesa; nel cielo eterno si alza il respiro di una immensa fatica; il fiume passa; una donna mi guarda; un povero, nella sua diseredata libertà, mi sembra quasi felice;—tutto questo è il rumore d'una giornata umana, un po' di giovinezza finita, un po' d'amore disperso... Madlen, e la tua bocca è giovine, la tua mano è calda; il fiume passa, passa...

Da Bilbao avevamo rimandata a San Sebastiano la cameriera di Madlen, perchè s'incaricasse de' nostri bagagli e quindi ci attendesse, con Pompon, alle Bagnères de Bigorre. Colà preferivamo alloggiare, anzichè nei pericolosi alberghi di Lourdes, infestati ormai dalle cancrene di tutti i pellegrinaggi. Noi, con l'automobile, (che un esperto ma non economico guidatore avventava su le ripide strade maestre, assicurandoci che il suo robusto motore non avrebbe fallato un battito neanche nel valicare i selvaggi Pirenei), bene incappucciati, ben serrati l'uno presso l'altra, ilari e curiosi come due giovini amanti, ci recammo da Bilbao a Pamplona, la dura capitale dell'antica Navarra, ove il condottiero Ignazio da Loyola prima conobbe la spada che il saio d'umiltà. Poi da Pamplona salimmo a Roncisvalle, e traversammo il Passo dove Rolando morì. Morì nella battaglia perduta, che fece cantare i poemi di tanti secoli, morì tra le orde fuggiasche di Carlo Imperatore, morì nell'immaginazione dei poeti, nella musica delle canzoni, primo cavaliere della sua gente, usbergo e fiore dei Paladini di Francia.
E rivedevo il suo cavallo di guerra, senza cavaliere, sbrigliato e formidabile, con la gualdrappa e le insegne di Rolando, galoppare dietro bandiere fuggiasche, nella sera della disfatta...
Leggende, leggende... come siete belle!... come siete necessarie agli uomini!...
La valle per dove passò tanto fiume di popoli, e dove tanta forza d'invasori contese la bella terra di Francia, era quel giorno tutta scapigliata, le sue foreste eterne si arruffavano, i suoi freddi ruscelli balenavano tra l'erba delle alte praterie. Valicato un ponte presso il villaggio di Arnéguy, fummo su terra francese. Di là rimaneva la superba e squallida Spagna, il paese delle chitarre e dell'acqua santa, la terra un po' romantica, un po' addormentata, ove il secolo ventesimo, pieno di fumo e d'elettricità, pénetra con una certa fatica. Spade rosse nella cervice dei tori da combattimento, alberghi nuovi, costrutti da ingegneri svizzeri, giardini di mimose e d'aranci, chiese decrepite, strade malagevoli, campi senza fertilità, ove ogni tanto s'incontra qualche mandria errante, di lana scura, che va, che va, dietro il suo pastore senza focolare, lenta e squallida... Addio, vecchia Navarra, e tu, più lontana, più luminosa, bianca terra di Guipuzcoa!...
Da Roncisvalle scendemmo a Saint-Jean-Pied-de-Port, la capitale degli antichi Baschi di Navarra, cittadella incastellata e fierissima, per dove scende, ancor bianco di montagna, un leggero fiume: la Nive de Béhérobie.
Una locanda basca, linda e luminosa, con fiori di ciclamini su la tovaglia finemente lavorata, soddisfece alla nostra fame gagliarda e per qualche ora diede ristoro alla fatica della nostra lunga strada. Un ceppo enorme ardeva su la cenere del vecchio focolare, spargeva, col suo rumore di fiamma umida, nella stanza piena di sole un colore d'autunno. Qualche ospite silenzioso rompeva con le sue mani bianche il pane infarinato. Nessuno parlava; i bicchieri, le stoviglie facevano poco rumore; radi passanti traversavano la strada silenziosa; la grande piazza di «pelota» era quasi deserta. Larghi pezzi di montone, cotti con salvia e rosmarino, venivan dai fornelli rossi dell'antica locanda, fumavano su le tovaglie immacolate. Chi le portava era una bella montanara, svelta e forte come una cavalcatrice della Camargue, pallida, senza ombre nel viso, con gli occhi duri, le trecce ravvolte al capo, le anche magre, il seno piccolo, che tremava leggermente sotto il grembiule di fino merletto. Era difficile farla parlare; non rispondeva che pochi vocaboli, con una pronunzia francese dura e cadenzata. C'era in lei qualcosa di primordiale, una specie di lontananza da noi, quasi un'antichità giovanissima sigillata nella sua razza splendente. Camminava su le scarpe di corda; era attenta, veloce; i suoi occhi immobili sorvegliavano la nostra mensa con una specie di vigilante severità.
Poi, di nuovo, la strada; la strada bianca e lampeggiante, stesa fra immense praterie, che scendevano dagli alti Pirenei come larghi tappeti scossi dal vento, cosparsi di fiori, chiusi da foreste che brulicavano di ciclamini; la strada chiara e violenta, bella come una creatura viva, che batteva nei cancelli delle case, cantando, e lontano spariva, tra gli alberi, in un vortice di azzurrità...
Arrivammo a Lourdes un pomeriggio del mese d'Ottobre, nella più alta ora del sole. Avevamo percorsa in pochi giorni la più bella e felice strada che forse ricordino i miei occhi di viandante.
Ora entravamo in Cristo. L'ala di Dio ricopriva noi, reduci dai luoghi di perdizione. Dove la carne pentita si mondava dalle sue piaghe insanabili, noi entravamo con la nostra infernale anima di peccatori, noi, co' nostri abiti e co' nostri gioielli comperati alle vetrine del diavolo, noi, che andavamo al Santuario come ad un mistico teatro di fanatismo e di esasperazione.
Portavo ad immergere nella sacra Fontana le dita bianche di una vergine offesa da tutto l'amore. Vedrei le sue luminose trecce, bionde e buie, risplendere nella Grotta dei Miracoli. Udrei, nel silenzio della Basilica ove si eterna il sogno di Bernadette, ove a migliaia brillano i voti appesi dagli umili e dai potenti udrei, fra il bisbiglio delle preci, suonare il mazzo de' suoi braccialetti, la sottile musica degli ori e delle sete, che fin presso l'altare scintillante confonderebber nella voce grave degli organi l'eco delle canzoni di Montmartre...
C'era, in un tale contrasto, qualcosa di profondamente iniquo: la gioia perversa dell'incredulo che vuol immergersi nel mistico dolore, intingere le sue dita eretiche nella fontana dell'acqua miracolosa, fissare con i suoi occhi pieni d'infernalità il simulacro della Vergine che fa camminare gli storpi, urlare i mutoli, sorgere i paralitici, tremare in Cristo i lontani da Dio.
Nella terribile città del dolore, ove giungono gli inguaribili di tutta la terra, noi entravamo sopra una macchina di lunga strada, gagliarda e sottile, avvolti nel rombo del suo motore possente, noi, che venivamo dall'aver danzato su le musiche dei pazzi violini, noi, reduci dall'altra vita, quella che alza la coppa, rompe il bicchiere...
Dissi al meccanico:—Férmati.
E scendemmo.
Davanti a noi, sopra un viluppo di strade anguste, che parevan scendere verso una profondità, si alzava la collina di Lourdes, con la bruna macchia del suo Castello, che aveva ceduto a sovrane Confraternite il vassallaggio della guelfa Contea.
Guardavo quel forte castello, pensavo ai signori che lo tennero, secoli fa, custodi acerrimi di otto vallate, e su cavalli armati salirono la ripida erta, e furono assediati, e di fame patirono, e di buon sangue tinsero l'onda sonnolenta del fiume di Pau, al quale un giorno discese, nel rigore dell'inverno, e camminò solitaria la Vergine Bernadette.
Camminò; ed era una fanciulla di quattordici anni, pallida, un poco emaciata, con grandi occhi scuri, troppo fissi, ove la giovinezza era già spenta; gli occhi terribilmente lascivi e dolorosi delle pazze in Cristo, gli occhi senza umanità ch'ebbero tutte le allucinate, le portatrici di stigmate, le recluse nei monasteri pieni di supplizi, Maria di Magdala e Santa Teresa, Lutgarde e Juana Rodriguez, Maria Villani e Jeanne Boisseau, Bertine Bouquillon e Bernadette Soubirous...
Questa era una pascolatrice d'agnelli, nata nella casa di poverissima gente; nulla sapeva, tranne che recitare il Rosario. Camminando per l'alta erba davanti alla sua mandria bianca, faceva passare i granelli della Corona fra le sue dita scure come ghiande. A quel tempo Lourdes era una borgata selvaggia, un angolo di superstizioso e devoto Medio Evo, sepolto in una dura valle dei Bassi Pirenei, col suo Castello in rovina e la sua chiesa decrepita, con tetre case di sasso in fondo a vicoli bui. Da queste case non si usciva, se non la Domenica, in processione, per cantare a Dio. Le fanciulle andavano spose a chi le guardava per primo. Erano alte, un po' rozze di lineamenti, con lisci capelli neri, e si vestivano di percalli variopinti. La più desiderata era quella che meglio cantava nei cori, quella che a dottrina il parroco designava come la più zelante nel fervore di Dio.
Nessuna bellezza del mondo, nessun rumore del secolo entrava in quella pia solitudine; nulla fuorchè il vasto cantare del vento, che scendeva dalle azzurre cime de' Pirenei; le Gave de Pau, che faceva un gomito burrascoso a piè della collina, ove più tardi sorgerebbero le tre Basiliche; e boschi e silenzio; una religiosa povertà; i prati e le stelle.
Qualche mercante girovago, al passo di vecchie mule grevi di sonagliere, vi giungeva da lontani mercati. Sotto i lunghi portici, nei giorni di festa, l'arcidiacono passava benedicendo le donne inginocchiate. Ogni tre porte una nicchia: su qualche finestra un fiore.
Null'altro.
Ecco i luoghi dove nascon i perpetui miti, le atroci e maravigliose follìe dello spirito umano, ciò che per sempre è vero e per sempre è inammissibile:—Nazaret e Lourdes.
Un miglio più su nella vallata è Bartrès, il villaggio di quaranta catapecchie, ove Bernadette visse i primi anni dell'infanzia, raccolta in una cuna deserta dalla povera donna Lagûes, per alleviare la miseria del mugnaio Soubirous. Là, divenuta grandicella, Bernadette pascolava gli agnelli della povera donna di Bartrès e recitava la corona del Rosario camminando per oscure pinete. D'inverno, d'estate, mai udiva rumore alcuno, fuorchè il rumore delle foglie, la musica primitiva della foresta e del fiume; nulla sapeva della vita; non c'era strada.
Verso la fine d'Aprile tutto si profumava di mughetti; nel Settembre la foresta diventava un prato di ciclamini.
Poi, verso i dodici anni, Bernadette fece ritorno alla sua casa. Dormì sovra un pagliericcio umido, nell'unica stanza del mugnaio Soubirous. I vicini di casa, là, nella contrada buia des Petits Fossés, poco amavano quell'uomo scontroso e miserabile, rintanato nel fosco tugurio, con la sua donna ossuta, con le sue quattro creature mal nutrite, cui ora s'aggiungeva la fame della sua primogenita, la taciturna Bernadette.
Questa oramai era nel suo tredicesimo anno; diveniva sempre più alta, più pallida; i bei capelli neri le scendevano fin sotto gli ómeri. Spesso era scalza; la succinta gonnella rossa, di un vecchio percallo stinto, sfilacciato, con macchie d'erba e di ruggine, le scopriva i nodelli asciutti, esili, delle ginocchia scure. Sui duri ciottoli della contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro, trasognata, senza guardare alcuno. Se una voce la chiamava, ella si fermava di scatto, senza rispondere. Se un uomo la fissava, se una voce d'uomo cadeva su lei, se un riso d'uomo passava nella strada silenziosa, le sue magre spalle trasalivano impercettibilmente, si piegavano quasi con dolore, sotto quella forza temibile. Poi andava, per lungo il porticato, con gli occhi fissi ed il Rosario fra le mani, sperduta.
Di sera, quando tutto il borgo era nella chiesa, ella pure vi entrava, per l'ultima, non tra le fanciulle, non tra gli uomini, sola, in disparte; s'inginocchiava.
Era fredda; i suoi lisci capelli neri le cadevan su gli occhi luminosi; usciva di sè; un colore di paradiso entrava nell'anima di questa pascolatrice.
Qualche volta Marie Soubirous, la sorella minore, veniva presso lei per dirle:—«Ora lévati Bernadette; hai molto pregato; vieni con noi.» Ma ella non si muoveva. Era curva sotto la voce del lettore di parabole, sperduta in Cristo, già presa nella febbre del suo divino amore.
Il cantore del Vangelo, il giovine diacono Ader, aveva notato quella sua devozione; spesso, nel predicare, guardava le sue lunghe braccia nude, allacciate ai polsi dalla Corona del Rosario.
Ed anzi, una sera, il diacono Ader disse davanti a tutto il borgo:—«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
E tutti si volsero, e tutti guardarono la vergine dai lisci capelli neri, che sorrise, umile, nella sua bianchezza di fanciulla malata.
Sì, era malata in Cristo, e negli uomini, e nel dolore della sua fredda verginità; malata nella sua adolescenza bella e fragile, malata nel suo respiro, nelle sue dita scarne, tutta pallore, tutta amore, silenzio ed allucinazione.
Ora, quando cadde l'inverno, Bernadette Soubirous, la figlia del mugnaio, la pascolatrice di Bartrès, quella che dormiva sul pagliericcio umido nel vicolo des Petits Fossés, la perduta in Cristo, compiva i quattordici anni.
Il mugnaio era così povero che non potè farle alcun dono. Però sua madre le pose intorno al collo un suo logoro scialle di lana fulva,—«perchè—disse—il vento del Pic du Midi soffia con troppa forza nella cenere del nostro focolare.»
Fin dentro il tugurio saliva il rumore d'acqua e di ciottoli che dal basso della vallata mandava le Gave de Pau; nessun'altra voce di cose vive; il borgo era sepolto nell'inverno; la dura vallata sbarrava ogni accesso alla vita.
Ed allora, su l'umido pagliericcio, nel tugurio del mugnaio Soubirous, ogni notte Bernadette cominciò a sognare. Vedeva nel suo delirio le bellezze del regno di Dio, vedeva paradisi ed altari, fumi d'incensi ed apparizioni di creature celesti; poi sempre udiva quella voce calda e calma del giovine diacono Ader ripetere davanti a tutto il borgo:
—«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
E la innamorata in Cristo cominciò ad uscire dal mondo. L'anima sua, pura da ogni contaminazione, scorreva nel suo corpo inguaribile come il fiume tra i dirupi della montagna inaccessibile. In lei era Dio; nella sua pallida carne malata era la sorgente inestinguibile del divino amore. Pativa il sogno come una fiamma carnale; si perdeva nel miracolo come tra le braccia di un divino amante. Da lei doveva nascere una grande leggenda; forse la più maravigliosa e terribile dopo il delirio di Cristo; quella che a lei trascinerebbe una emigrazione infinita di sciagure umane, tutto il dolore, tutte le piaghe, tutta l'ignoranza, tutta l'umiltà del secolo che portò nella sua dura effigie il sogghigno sarcastico di Voltaire.
Da lei, da questa pascolatrice di mandrie nelle praterie selvagge di Bartrès, dall'allucinata che mal respirava in fondo al vicolo des Petits Fossés, da lei, povera come un giglio, profumata come la preghiera, semplice come la demenza, innocente come la felicità, da lei che dormiva con sei altri miserabili nel tugurio del mugnaio Soubirous, doveva nascere il sogno più spaventoso che mai abbia fatto splendere i secoli di Cristo; e i disperati di tutta la terra, e i maledetti di tutta la terra, vennero ad intingere le lor piaghe nella fontana della Vergine di Bartrès.
Già una volta questo era accaduto, là sul Giordano.
Già una volta l'Allucinato sorse, e disse ai piagati di tutte le infermità: «Venite a guarire in questo fiume, per il quale sarà cancellata ogni colpa nel lavacro del battesimo.»
E disse ai dolenti, e disse agli inguaribili:—«Io vengo a voi, per voi, da quello che non può essere nella vita.»
E disse ai laceri, e disse ai diseredati:—«Il mio regno non è di questo mondo; la mia speranza non è di questa vita».
Già una volta il Battezzatore medicò di acqua innocente la piaga insanabile, e veggenti fece gli orbi di Dio, e sollevò i tramortiti, e camminare fece i contorti, e vivere nella speranza i percossi da ogni miserabilità.
Allora quel Divino Folle usciva dalle vigne di Galilea, saliva contro la terra di Roma, contro il giogo di Roma, ed entrava, bianco di rusticità, nella insolente Gerusalemme, nei cortili del Tempio, dissoluti e sfarzosi come anfiteatri, e diceva d'esser venuto agli uomini per benedire gli umili di spirito, i soli che vedrebbero in Dio.
Oggi era una vergine inquieta, che scendeva dai pascoli di Bartrès, laggiù, sul limitare della terra di Francia, dove cantava il secolo di tutte le eresìe, dove i miracoli della potenza umana brillavano sui vértici della vita. E nella valle ond'era sgorgata, quasi dalla sua verginità, una leggera fontana, battezzava nella speranza e nel miracolo quelli che il potere degli uomini aveva ormai abbandonati alle ombre sotterranee, squallido pasto per la fame delle cancrene, putredine da raccogliere ne' cimiteri.
Così, dalle buie catapecchie, nascono le eterne religioni; così la sapienza degli uomini cade a ginocchi e tace davanti al sogno d'un'adolescente.
Ora, quel giorno, il fuoco stava per morire nel tugurio del mugnaio Soubirous. Era inverno; inverno freddo e squallido, nel borgo esposto alle bufere de' selvaggi Pirenei. Louise Soubirous, la madre di Bernadette, portò sotto il camino la pentola ove usava ogni giorno cuocere il riso della cena. Ma guardò il focolare, e viste mancar le fascine, disse a Maria, la sua figlia minore:—«Esci, Maria; va giù per lungo il fiume, passa il ponte, portami un grembiule ripieno di legna da ardere.»
Ed anche Bernadette allora si alzò, per scendere con la sua minore al fiume. Però la madre disse:—«Rimani con noi, Bernadette. Non senti come il vento fischia dal Pic du Midi?»
La udiva sempre tossire; vedeva i suoi larghi occhi divenir sempre più immobili nel viso emaciato. Poi si era nel mezzo del Febbraio; l'11 Febbraio dell'anno 1858.
Ma Bernadette si avvolse le spalle nel suo logoro scialle di lana fulva e silenziosa camminò dietro la sorella. Fuor del borgo s'incontrarono con Jeanne Abadie, la figlia d'un vicino, che andò con loro.
Scesero. Le Gave de Pau traversava con impetuose onde la dura vallata. Si udiva il rumor del fiume cantare fino al cielo, gonfiarsi, perdersi nell'inverno scintillante. La bianca erba si accendeva di arcobaleni sotto il gelo della brina. I sentieri lungo il fiume, di là, nei boschi, erano deserti.
Non un rumore d'animali o d'uomini; dappertutto, a perdita d'occhio, lo squallore silenzioso e fertile dell'inverno. Le tre fanciulle camminavano; giunsero al guado; le prime due passarono; Bernadette restò.
Restò presso il fiume, paurosa di mettersi nel guado, e co' suoi grandi occhi d'allucinata guardava la rupe di Massabielle.
Un senso di freddo sgomento l'assalse; non vedeva nemmeno più la sorella, nè Jeanne Abadie, che si erano allontanate per la boscaglia dell'altra riva.
Ella sola, con i suoi capelli pieni di vento, con le sue spalle intirizzite sotto lo scialle di lana fulva, era in mezzo a quel grande inverno; il fiume pareva l'assalisse con il suo fragore di ciottoli e di spuma; lontano brillava le Pic du Midi.
E Bernadette guardava la rupe di Massabielle. Rossastra, tutta macigno e ruggine, con ciuffi di rovi, essa entrava nel cuore della vallata, costringendo le Gave de Pau a formare un gomito. A piè della rupe, tra le sue forre, quasi dirimpetto al guado, era una vecchia spelonca, una semplice fenditura nel macigno, non profonda, ma obliqua e buia. I caprifogli selvatici l'ostruivano, e gli spini. V'entravan d'inverno le bestie selvatiche; d'estate, qualche volta, i pastori.
E Bernadette guardava i nudi spini, fioriti per il gelo dell'inverno, simili ad un cespuglio di trina. Forse, nell'anima sua di pascolatrice, tra quel fragore immenso della solitudine, ripensava le praterie di Bartrès, quando, in sul finire d'Aprile, tutto si profumava di mughetti, quando, nel dolce Settembre, la foresta diventava un prato di ciclamini.
Ed anche allora quel fiume leggero correva sotto la catapecchia della povera donna di Bartrès; talvolta pareva l'assalisse con il suo fragore di ciottoli e di spuma. Lontano brillava le Pic du Midi.
E mentre guardava, e mentre quella bianca velocità passava, non fuori di lei, ma in lei, dentro il suo cuore di pascolatrice, le pareva d'esser presa nel guado, sollevata nella forza dell'ondata, percossa dai ciottoli, travolta, come i rami neri che scendevano dalle pinete di Bartrès.
Voleva chiamare la sorella, chiamare Jeanne Labadie; ma erano lontane, andate su per il monte a raccogliere fuscelli secchi e sterpi di buona scintilla, per far bollire l'acqua della cena, lassù, nel tugurio del mugnaio Soubirous.
E le pareva ora d'esser lontana da tutti gli uomini, di sentirsi a poco a poco sollevare come da un raggio di sole nell'inverno infinito, e che una voce distante, simile forse a quella del diacono Ader, simile forse alla musica del fiume, andasse cantando per tutta la montagna le parole pronunziate nella basilica dal cantore del Vangelo:—«Bernadette Soubirous è nella grazia del Signore.»
Cadde a ginocchi sul greto selvaggio; in lei passava uno straordinario soffio di amor divino. Era la benedetta, la iniziata, la prescelta; era la sposa del Sublime Possessore; vedeva in Dio, sentiva nel perfetto Bene, aveva il raggio del miracolo ne' suoi capelli pieni di vento.
E questo raggio, davanti a' suoi ginocchi, formava una macchia di sole; e questo sole, traverso il guado, brillava come una spada miracolosa; e questa folgore assaliva la spelonca de' caprifogli, de' nudi spini, bruciava tutta la rupe di Massabielle, era un fiocco luminoso, un alone biondo, la fiamma terrestre del Divino amore, la presenza di Dio...
Lontano brillava le Pic du Midi.
Tornarono le due fanciulle, con i grembiuli ricolmi di fuscelli secchi e sterpi di buona scintilla. Mentre ancor stavano su l'altra sponda e s'appressavano al guado, videro Bernadette inginocchiata, con i due polsi in croce su lo scialle di lana fulva, e le gridarono:— «Bernadette, che fai? Lévati! lévati! ora veniamo.»
Posero il piede ignudo sul primo sasso del guado.
Ma la Santa di Bartrès non si muoveva.
E passarono su l'acqua, tra le frange di spuma, nel pericolo della bianca velocità, con i grembiuli riversi e gonfi, attente ove mettere il piede.
Ora vennero, e le posero la mano su la spalla, e toccarono i suoi capelli pieni di vento, e dissero:—«Lévati! lévati, Bernadette!»
Allora, dal suo povero scialle di lana fulva, Bernadette sollevò, come da un sogno estatico, gli occhi pervasi di un divino sgomento. E le parlavano, ed ella non rispondeva; e le dicevano di levarsi, ed ella stava prosternata.
Poi gridò:—«Inginocchiatevi! pregate con me! Ho veduta la Vergine Maria! Mi apparve da quegli spini, camminando sopra una nuvola bianca. Di là dal fiume, davanti alla rupe di Massabielle, come vedete voi me, così vidi l'Immacolata Concezione.»
E quelle, dopo aver pregato, s'incamminarono. E tremando parlavano del miracolo. E giunsero alle case del borgo. Ed ai primi che incontrarono, dissero che davanti alla rupe di Massabielle, mentre stava Bernadette presso il guado, si era formata una grande nuvola bianca ed erale apparsa, in sembianza di umanità, la Vergine Maria...
Lontano brillava le Pic du Midi.
La perduta in Cristo fu derisa ed imprecata, come quelle che dànno per vere cose vedute nel delirio.
Ma dal borgo il rumore saliva.
Sotto i portici bui, ne' casolari dispersi, ognuno parlava della Vergine di Massabielle, comparsa davanti la caverna degli spini alla segnata nel divino amore, che fu pascolatrice di agnelli nelle praterie di Bartrès, alla pallida figlia del mugnaio Soubirous, a quella che sui duri ciottoli della contrada camminava con un passo di gatta, lungo il muro, trasognata, senza guardare alcuno.
Il rumore ogni giorno saliva.
Quel mugnaio, adirato, parlava di scacciare la figlia. Anzi disse ch'ella aveva nel corpo il dimonio del fuoco degli uomini, e perciò vedeva con doppi occhi, ed era meglio la buttasse per la campagna, con la sua treccia spettinata ed i suoi occhi da trovar fortuna.
Ma dal borgo il rumore saliva.
E tutti volevano che Bernadette ancora tornasse alla rupe di Massabielle, davanti la caverna degli spini, poichè, se apparsa era una volta, certo poteva la Vergine riapparire. E tutti al mugnaio dicevano che non bestemmiasse quelle sante cose, poichè, se la figlia del suo sangue poteva essere il tramite fra loro e Dio, questo era il miracolo più grande nella terra dei cristiani, e già tutta la valle ne parlava, e già da ogni parte si scendeva dinanzi alla rupe di Massabielle, e nessuno più ardiva di passar per il guado alla caverna degli spini, e già un altro pastore, di là camminando, aveva udita una voce arcana ripetere il nome di Bernadette, come il nome di colei ch'era in grazia del Signore.
Dunque la condussero al guado, e Bernadette rivide l'Apparizione.
Anzi, quando ne tornò, il borgo era fermo sul limitare dei campi, e tutti le chiedevan mille cose, toccando la sua veste lacera, i suoi capelli pieni di vento.
Ma ella camminava come un'allucinata, senza guardare alcuno, alta e pallida, con gli occhi visibilmente rapiti nella celeste immagine, sicchè alcune donne si buttaron a ginocchi e baciaron l'orme de' suoi piedi, e il borgo si mosse dietro lei per seguirla, e tutti riconobbero i segni dell'elezione.
Ma ella entrò nella Chiesa, camminò verso l'altare, si pose a ginocchi sul marmo, e stette fino all'alba senza levare la fronte.
L'abate Peyramale, il nuovo parroco di Lourdes, fra così grande rumor di popolo, non osava mettere il suo verbo a servizio dei fanatici ed ancor meno bollare di empietà gli scherni dei diffidenti. Pur sapendo che la visione di Bernadette avrebbe data potenza e gloria all'umile sua chiesa, nondimeno egli era in gravi angustie fra la saggezza de' vescovi e la follìa del suo gregge. Andò per consiglio all'alto episcopato, e venne di ritorno ad annunziare dal pergamo che l'apparizione delle divine sembianze in ogni tempo e luogo è mirabil segno dell'elezione celeste; non però tale da nominarsi miracolo, «ove non sia congiunta con parole atti e fatti che abbiano per sè stessi la specie del miracoloso.»
Ma ora ogni giorno Bernadette andava presso il guado, alla caverna degli spini, e rimaneva lunghe ore in solitudine di preghiera, tra il grande canto delle acque primaverili e la musica del vento nell'alta erba dei selvaggi pascoli d'alta montagna.
Comunicata in questa purezza, ella sentiva il prodigio compiersi e rivedeva l'apparizione della Madre di Dio.
Ed una volta che apparì, questa le disse:—«Bernadette, il Signore ti ama; tu sei chiamata per guarire le piaghe degli infermi, le miserie degli addolorati. Va, Bernadette, e di' ai Vescovi che di questa umile pietra sarà costrutta una grande basilica.»
Già era venuto l'arioso tempo della primavera; per il guado scintillava in bianchezza di spume la neve degli azzurri Pirenei: l'odor nuovo della messe nascente si alzava da tutta la montagna, cosparsa di bianche fioriture.
Ora il caprifoglio selvatico e gli spini della caverna di Massabielle, pur sotto l'ombra della rupe sentivano il nascere delle foglie; incendiato nell'alta lontananza, puro come l'eterna aridità, culmine di tutte le altezze, brillava le Pic du Midi.
Ed un giorno il miracolo si fece.
Or che il Vescovo, e tutto il clero, e tutto il popolo sapevan del messaggio divino, che per il labbro della pascolatrice di Bartrès prediceva la costruzione della Basilica, un numero immenso di fedeli era sempre davanti la grotta, e le visioni de' credenti si moltiplicavano e la speranza del miracolo era in tutte le anime. Quando appariva di lontano la vergine Bernadette, co' suoi capelli pieni di vento ed il suo povero scialle di lana fulva, un immenso grido si alzava da quelle turbe inginocchiate; la Santa passava tra loro, alta, pallida, senza guardare alcuno.
Un giorno camminò fino al limitare della grotta, poi si volse e disse:—«Ora vedrete l'acqua del miracolo.»
Entrò nella grotta, senza ferirsi traverso gli spini. E i più vicini videro la sua mano bianca toccare la rupe arida, ov'era una fontana suggellata.
D'improvviso un rivolo brillò. Dagli interstizi della roccia si vide scaturire il filo argenteo, la polla gorgogliante, il nastro tortuoso, che scivolò per il pendio della caverna e si mise a gemere sotto il cespuglio de' caprifogli e degli spini.
La vergine riapparve sul limitare della caverna, con la pallida mano intinta nell'acqua miracolosa.
E le migliaia di fedeli, ch'erano adunati lungo il fiume per attendere il segno di Dio, veduto il miracolo, si buttarono a terra carponi, ed urlarono, e benedissero la Santa, ed asciugaron con la bocca tremante il rivolo d'acqua della rupe di Massabielle; poi si vide un popolo intero correre per la pianura, per il monte, gridando il miracolo della Vergine di Bartrès.
E dicevano:—«La Santa! la Santa!... Nel casolare del mugnaio Soubirous vive la Santa che può risanarci da ogni dolore. Con le sue dita pure ha fatto scaturire dalla rupe di Massabielle la Fontana Incantata. Correte a vedere il prodigio, uomini e donne di tutte le vallate! Quella che ogni giorno parla con la Vergine dal Manto Azzurro, può, se vuole, risanarci da ogni dolore. Portate alla Fontana i vostri infermi. Conducete i mútoli e parleranno; i ciechi e vedranno. Intingete nell'Acqua Incantata le piaghe antiche, le membra contorte, la carne livida, gli ossi disgiunti; commettete alla Santa di pregare per voi, uomini e donne di tutte le vallate.»
Ma ella non era che una pascolatrice d'agnelli, nutrita con poco pane e qualche ciótola di latte nel tugurio del mugnaio Soubirous; la sera tornava dal rumore delle moltitudini, con la sua treccia piena di vento, alta e pallida, senza guardare alcuno.

«Sì, Madlen, le leggende sono belle come la storia o, per lo meno, la storia non è altro che una continua leggenda. Ed io vi consiglio, Madlen, di non avere inutili curiosità; vi consiglio di non indagare mai cosa è vero e cosa non è vero nei documenti memorabili che di età in età si tramandano gli uomini. Se non ci fosse qualche poeta in mezzo a questa eterna gazzarra di giocolieri e di mercanti che per nove decimi compongono la fiera umana, se non nascesse in ogni età qualche divino illusionista, il quale riesce a colorire di sogno la volgare giunterìa dell'esistenza, oh, cosa mai sarebbe, Madlen, questa buia terra nostra, piena di templi ove si vende Cristo e di postriboli ove si vende l'amore?
Sì, Madlen, lasciate cantare le leggende!... Sono ancora ciò che di più bello noi udremo, in mezzo alle indecenti verità della vita, in mezzo ai cenci ed agli orpelli degli istrioni che recitano la giornaliera commedia umana. Lasciate cantare le leggende, sorgere dai pascoli e dalle catapecchie gli inventori di paradisi!... Questo è ciò che importa. Madlen:—ascoltare una bella favola e credere, come assorti fanciulli, nella divina impossibilità.
Lasciamo ai geometri l'esattezza; per noi basti un poco d'ideale. Vadano gli archeologi ed i conservatori di musei a disturbare le mummie o compulsare i palinsesti:—noi continueremo a credere nei miti. La critica storica non potrà che farci sorridere, come un triste giocattolo di vecchi bambini. La «Weltanschauung» de' filosofi tedeschi e le inestirpabili «Categorie» di quel loico atroce che fu il signor Emanuele Kant, noi le terremo nella tasca del soprabito, come un goffo e pretenzioso Baedecker ad uso dei provinciali moderni che amano viaggiare nell'infinito. Ma su la dolce nostra terra fiorita, noi sempre andremo in cerca di provare qualche brivido,—e questo è ciò che importa.
Perchè noi veniamo dalle città piene di baccanali, dai teatri furiosi di luce, dai transatlantici che portano con sè campi da golf e sale da ballo; veniamo dalle inesorabili esperienze di quella vita senza catene che non può tutta contenersi nel puzzo di rinchiuso d'un'aula universitaria nè sul panno macchiato d'inchiostro d'una tarlata scrivania; noi siamo i profani di tutte le cose, ma insieme i perfetti nel vivere, cui nessuno può nulla insegnare; noi veramente sappiamo conoscere quali fiori mandano profumo nei giardini della vita, e di questi, non d'altri, per noi tesseremo la nostra conviviale ghirlanda.
Voi che vestirono le divine abbigliatrici di Francia, con tutto il sogno che può comporre la trama del più sottile telaio, con tutta la lievità che può essere nella morbidezza della pelliccia e dalla piuma, voi che tempestarono di prodigiose fiamme i pazzi gioiellieri, e sovra ogni cosa che toccò la vostra mano lasciaste un poco di profumo, voi ora entrerete con me nella valle de' cancerosi e degli sciancati, vedrete l'immenso dolore della carne umana, offenderete i vostri occhi pieni di lucente impurità con lo spettacolo di tutte le contaminazioni.
E gli anelli vostri, che brillarono sui tavolieri ambigui delle tavole da giuoco, tremeranno per un attimo dentro la polla dell'Acqua Incantata, e curverete sotto i portici di questa vecchia buia Lourdes la fronte vostra di cortigiana che non si diede, la bocca vostra di vergine che amò patire ogni offesa, e forse conoscerete ancora una ebbrezza ultima:—quella di sentirvi crudelmente gaudiosa in mezzo a questa pena infinita.
E forse voi comprenderete, Madlen—ed io pure sentirò con voi—che due sono le maniere di vivere; due strade conducono ugualmente verso la tomba: il piacere, da un lato; dall'altro la genuflessione.
Or io vi conduco ad intendere la ricchezza di chi non possiede, la gioia di chi solo può essere incatenato al patimento, la voluttà meravigliosa dell'astinenza, il sogno dei traditi.
Voi mi diceste una sera,—la sera che io vi conobbi, tra il rumor dell'oro e le musiche dei pazzi violini:—«Ma voi che avete scritto qualche libro, forse qualche libro d'amore, perchè venite così lontano, in questa città piena di perdizione, ad avvelenare nelle case da giuoco il vostro cuore che ama l'Atlantico?...»
Ecco, ed ora vi rispondo:
«Io vado, traverso il piacere, Madlen, in cerca della genuflessione.»

—¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...
Ero fermo con Madlen davanti alla vetrina d'un mercante di paternostri, sul Boulevard de la Grotte, quando mi sentii battere con vivacità un colpo su la spalla ed intesi una voce nota prorompere in quell'allegra esclamazione: «¡Hombre! Usted no conoce mas los amigos!...»
Rivolsi gli occhi dalla vetrina, e mi trovai di fronte il giovine hidalgo Lord Pepe. Appunto egli era venuto su la soglia di quel medesimo negozio e teneva infilato sul braccio un gran mazzo di scapolari.
La mia confusione fu così grande, che guardai Madlen, e per un attimo non seppi cosa rispondere. Ma il delizioso Lord Pepe, tutto vestito quel giorno di uno smorto colore kaki, non concesse gran tempo alla mia confusione.
—¡Deo gratias, caballero! Usted parece en excelente sanidad! Yo llego expresamente de Biarritz para encontrarme con Ustedes!
«Con noi?... veniva egli appositamente da Biarritz per incontrarsi con noi?...» Gli strinsi forte la mano, sebbene cadessi di sorpresa in sorpresa.
Ma Lord Pepe, sempre col suo mazzo di paternostri sul braccio, scese dal gradino del negozio, fece un profondo inchino, e sollevata per l'ápice delle dita la mano destra di Madlen vi depose con impeccabilità il più perfetto bacio che si fosse mai veduto nella cavalleria di tutta la Spagna.
Madlen, ch'era tuttavia rimasta più ferma ed impassibile delle Madonne di cera esposte nella vetrina, gli domandò con molta calma:
—Well? Are you already back, dear Lord Pepe?
E nulla potrebbe mai esprimere la sottile ironia di quella voce tranquilla, con cui gli aveva detto senza turbarsi: «Dunque, siete già di ritorno, caro Lord Pepe?»
—Ma certo! ma certo!...—rispose questi con precipitazione. E poichè la fibbia d'una delle sue ghette si permetteva di lasciar saltare in su il lacciuolo che la stringeva, Lord Pepe si chinò leggermente e rimise in ordine quella fibbia che osava prendersi tanta libertà. Poi disse:
—Cari amici...—anzi aggiunse:—miei cari ed eccellenti amici,—come vedete, sto scegliendo un paio di corone del Rosario. Però mi secca moltissimo di non trovarne almeno due che non sembrino incise dentro gusci di castagne secche. Il gusto francese, in materia di religione, è peggiore del gusto americano in fatto di cappelli a cilindro. Ma questo non è l'essenziale. Tanto più che i rosari di Lourdes saranno certo il monopolio di qualche industria ebraica «Made in Germany». La cosa per me importante è una sola, ed è questa: che finalmente vi ho ritrovati. Pativo la nostalgia di voi. Sì, perdonatemi, cari amici... veramente pativo la nostalgia di voi!
E Lord Pepe, così parlando, esaminava i rosari ad uno ad uno. Li palleggiava tra le sue dita scure, tastandoli e pesandoli, con quel gesto particolare che hanno gli esperti sceglitori di sigari Avana.
Ed egli era più bello che mai, accurato, ben pettinato, fresco di rasatura, senza cappello in testa, come usar deve nel ventesimo secolo un elegante giovine signore, il quale abbia due dita di saper vivere, due granelli di buon senso e di fina educazione.
—L'interno del negozio è tanto scuro,—continuò Lord Pepe,—che non vi si può conoscere la madreperla dalla noce di cocco. Vorreste aiutarmi nella scelta, lady Madlen?...
E disse «lady Madlen» con quel tono protocollare e declamatorio che userebbe, ne' suoi complimenti ufficiali, a Buckingham Palace, il Gran Maestro cerimoniere.
Lady Madlen scelse nel mazzo un degli scapolari più grossolani, e disse ridendo:
—Questo va per voi.
—Grazie,—rispose Lord Pepe;—voi siete sempre stata una donna piena di buon gusto. Però me ne occorron due.
—Due?
—Perchè no? Vi sembra forse che la spesa ecceda il buon senso? Dovete sapere, lady Madlen, che i miei peccati sono molti, e maggiori sono quelli della mia nuova compagna.
—Dunque avete una compagna?... Che fortuna per lei, caro Lord Pepe!
—Non ne dubito.
—E sarà probabilmente quella famosa attrice del Vaudeville...
—Neanche per sogno, lady Madlen. Purtroppo, quando io giunsi a Biarritz, l'attrice del Vaudeville stava già recitando la commedia dell'Europa Innamorata con un certo Commodoro Americano, il quale aveva la pretesa di entrare nelle sale del baccarà conducendovi seco il suo giovine leopardo. Era questo un mezzo radicale per difendersi dai banchieri troppo fortunati. Ma l'Amministrazione del Casino, pedante all'eccesso, lo ha pregato di lasciare il leopardo in guardaroba. «Déposez vos léopards au vestiaire!»—dovrebbe avvertire un cartello affisso nell'anticamera.
—Oh, mio caro Lord Pepe, come diventano insopportabili quei signori di Biarritz!
—È quello ch'io dicevo appunto al Commodoro Americano. Pagare una «cagnotte» disastrosa e non poter nemmeno condur seco il proprio leopardo: ecco una restrizione che deve sembrare davvero insopportabile ad un cittadino della libera America!
—Ma dunque, se non è l'attrice del Vaudeville, diteci chi è mai la vostra nuova compagna,—domandammo a Lord Pepe.
—¡Un misterio, caballero! el mas grande misterio!
E, mentre così diceva, Lord Pepe ci sospinse ad entrare nella bottega del mercante di paternostri. Quale non fu la nostra sorpresa, allorchè, rincantucciata nel fondo, nascosta dietro la siepe de' numerosi avventori, appunto riconoscemmo la bionda Litzine.
Ecco finalmente un matrimonio che poteva dirsi ben combinato!
Le facemmo un'accoglienza festosa e Madlen cominciò ad abbracciarla con effusione. Quel nostro parlar così forte, que' baci, e l'incompostezza delle nostre maniere, disturbavano la pace del religioso negozio; il suo proprietario ci squadrava di sopra gli occhiali a stanghetta, brontolando non so quali parole, tra la barba irsuta e malvagia come quella d'un Fariseo.
Io pensavo intensamente al neo biondo ch'era sul braccio destro di Litzine... Fra quelle medagliette, quelle Madonnine di cera, di stucco, di legno, di bronzo, fra que' rosari variopinti, d'ogni foggia e d'ogni dimensione, fra i ceri grandi e piccini, che davano a quel rinchiuso un puzzo di sego religioso, tra quelle devote in velo nero, tra que' vecchi baciapile dai borsellini enormi e semivuoti, io pensavo intensamente al neo biondo ch'era sul braccio destro di Litzine.
E mi ricordavo l'alba senza stelle, davanti al lampione ad arco del Teatro Eugenia Vittoria, che faceva dondolare, con un lento ronzìo di corde elettriche, il suo globo spento.
Frattanto Lord Pepe, in un pessimo francese, tutto cosparso di vocaboli spagnoli, discuteva da uomo competente sul prezzo de' rosari. Aveva deciso di comperarne almeno quattro; e li scelse con infinita cura, e li fece ravvolgere in carta velina, trattandoli, adesso ch'eran suoi, con particolare devozione.
Chissà?... Fors'egli li destinava ad essere una pia testimonianza della sua devozione presso la zia paralitica e milionaria che governava il feudo di Zaraùz, inchiodata nella vecchia poltrona, con un rosario per braccio, la Bibbia sott'occhi, e il testamento olografo sigillato nel libro dell'amministrazione.
Che malinconia, povero Lord Pepe!... Essere stato elegante come un baronetto inglese, per finire con sposarsi Adelaida, la cugina provinciale, che certo portava con severa cattolicità le opache mutande di cotone! Aver dormito a fianco di Madlen ed immersa la bocca ne' biondi riccioli di Litzine, per slacciare poi, la sera delle nozze, in una camera fredda, presso un fuoco semispento, le dure balene di un busto quasi verticale... Avere quaranta soprabiti, trecento cravatte così bene assortite, saper ballare il tango argentino con le ragazze della Pampa, nella sala del Rat Mort, per seppellire sè stesso all'ombra d'una buia moglie romantica, sul labbro della quale, col volgere dell'età, comincerebbero a spuntare i baffi!... Che malinconia, povero Lord Pepe, que' profumati giardini di Zaraùz!...
Nondimeno, questo figlio d'un banchiere della City, dal quale i Circoli di Regent Street e le sartorie di Piccadilly, gli alberghi del continente ed i balli di Montmartre, le case da giuoco internazionali ed i boudoirs delle cortigiane di Francia andavano man mano cancellando ogni traccia della dura provincia, questo meticoloso buongustaio ed intrepido guidatore di macchine da lunga strada, aveva indelebilmente in sè qualcosa di quella sua razza cattolica ed avara, superba e superstiziosa, che stava ormai tramontando nella poltrona di doña Isabel.
Questo era ben visibile, quand'egli palleggiava come un esperto intenditore i piccoli rosari di Lourdes, o comperava le cartoline illustrate della Grotta Miracolosa, e quando, involontariamente, nelle botteghe di oggetti religiosi, per le vie della sacra Lourdes, non poteva trattenersi dal riverire gli alti prelati ed inchinarsi alle insegne del potere ecclesiastico. L'amabile ironia con la quale parlava di cose della religione, anzichè nascondere, illuminava in lui, ne' suoi occhi di schernitore, l'anima del credente.
Ed un giorno egli sarebbe divenuto senz'alcuna fatica l'onesto marito della buia cugina Adelaida, il duro padrone del feudo di Zaraùz, quegli che avrebbe raccolto dalle mani tremolanti e gialle della zia cattolicissima l'eredità secolare degli Higuera. E il confessore della sepolta doña Isabel, un macilento Gesuita impenetrábile, sarebbe divenuto il braccio destro del giovine vizcomde don Josè; con questo freddo monaco, nella scura biblioteca, d'inverno, sotto il fumo d'una lampada a petrolio, avrebbe riveduti i contratti d'affittanza, i redditi già esosi, quelli da imporre con nuova usura, poi gli sfratti ch'era opportuno dare agli antichi inquilini delle case di Madrid, e gli impieghi da scegliere in titoli esteri, secondo il fluttuare della malcerta peseta...
E la buia cugina Adelaida, or divenuta con severa magnificenza la viscontessa Fernandez de Higuera, lo avrebbe lentamente attratto nella viscosità della sua carne romantica e provinciale, lo avrebbe avvezzo a preferire, fra tutte le ciprie, quella che odora di natural gelsomino, fra tutte le pettinature quella che manca di ferro e di complicazione, fra tutte le gioie dell'amore quelle che approdano alla eterna e sacra maternità...
Dunque sbizzarrítevi ancora un poco, giovine Lord Pepe! Ha ragione vostro padre, banchiere a Londra: per far bene tutto ciò che da voi si richiede, bisogna prima aver dormito nelle braccia folli di questa bionda Litzine!...
Ed ora noi camminavamo per le vie di Lourdes, frammezzo a quella densa folla che sempre vi conduce il tempo dei pellegrinaggi. Litzine raccontava in qual modo Lord Pepe aveva saputo del nostro viaggio a Lourdes, e come in séguito avevano entrambi deciso di venirci a ritrovare nel mistico eremitaggio.
—La mia gita oltre Manica,—diceva Lord Pepe,—non durò che pochissimi giorni. Trovai mio padre d'eccellente umore. Le azioni d'una certa ferrovia paraguayana, carta straccia ne' forzieri della Banca, si eran messe d'un tratto a rendere il cento per cento. Che allegro paese questo Paraguay, il quale sembra inventato apposta per concedere un po' di buon umore ai tetri banchieri della City! Quando confidai a mio padre che, rimasto privo di ogni altro espediente, mi ero deciso ad imbarcarmi per il Paraguay come rappresentante del suo gruppo d'azionisti, mio padre disse:—«Tu es experto de chemin de fer, no de ferrocarriles, hijo mio,»—e con la sua penna stilografica mi firmò seduta stante uno chèque. Io non guardai nemmeno la cifra, e gli risposi:—«Siempre respetuoso de los vuestros órdenes, señor padre.» Tornato súbito a Biarritz, trovai Litzine, che regolarmente faceva colazione con Crisópulo il Greco, pranzava con Ned l'Americano e prendeva il tè con il marchese Sciogátsu, ovverossia il Marchese Capo d'Anno, plenipotenziario del Mikado. Le dissi:—«Poichè vi rimane libera solamente l'ora di cena, vi prego, bellissima Litzine, di accordarla finalmente ad un Europeo.»
—Mais les Grecs sont aussi des Européens,—osservò Litzine con profonda persuasione.
Lord Pepe non era di questo parere. Un tentativo di studî classici, interrotti a metà onde permettergli di coltivare forme d'erudizioni più moderne, gli aveva lasciata un'invincibile animosità contro il paese di Sofocle e di Platone. Per punire questi molteplici ed antichissimi seccatori, egli addirittura li radiava dalla carta d'Europa.
—Del resto,—concluse,—i giocatori di vantaggio, che son nati molto spesso a mille miglia dalle Termopili, on les appelle aussi «des Grecs».
Passò in quel momento un Arciprete, seguito da due chierici, e Lord Pepe gli fece largo. Invece, con la sua larga sottana, l'Arciprete sfiorò quella di Litzine, ch'era d'un taglio molto più elegante.
—Dunque,—riprese a dire Lord Pepe,—Litzine mi concesse dapprima una cena;—molto cattiva, per dire la verità, poichè il rimbambito maître d'hôtel del Pavillon Henry IV sbagliò di sana pianta tutta la mia ordinazione. Quel povero Cyprien! Si gloria d'aver servite le cene galanti di Edoardo VII, quand'era Principe di Galles, e non sa nemmeno che il «caviar gris» dev'essere servito nelle sue originarie scatole di latta, conficcate in una montagna di ghiaccio trito, e con fettine di pane anch'esso grigio, appena rosolate—burro a parte—ed un bicchiere di Vodka, marca Smirnoff, che ne perfeziona il sapore; mentre il caviale nero si può benissimo servire su piattini da antipasto, perch'esso è ormai divenuto una ghiottoneria da Bouillon Duval. Ci ha poi fatto gustare, quel povero Cyprien, un suo certo «Soufflé à la Reine», del quale mi ricorderò sino alla fine de' miei giorni, tante furono le incongruenze della sua composizione. Ma nessuno può tutto avere su la terra; mangiare deliziosamente, quando si è già con una deliziosa donna, sarebbe come voler andare nel paradiso de' Cristiani passando per quello di Maometto. Non vi pare?
Madlen gli rispose:
—Vous avez une âme gastronomique, cher Pepe, et votre appétit a tellement de style, qu'on devine par là toute la finesse de votre esprit.
—Oui, c'est ça. Quant à vous, lady Madlen, c'est bien le contraire: vous avez toujours très faim, mais «les entrées» vous effrayent...
—Oh, what a horrible men!...—esclamò, arrossendo, questa bellissima «lady Madlen», che un vero pedante avrebbe dovuto chiamare «Miss».
E Lord Pepe continuava, imperturbábile:
—Il giorno dopo Litzine invitò nella mia automobile Ned l'Americano, Crisópulo il Greco, ed il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno. La mia ottima cinquanta-cavalli, divenuta per tal modo una piccola Babele, ci condusse tutti quanti a San Sebastiano, con la duplice speranza di trovare ancor voi al Maria Cristina e di poter finalmente giocare alla «roulette». Speranze ugualmente vane! L'amore vi aveva già involati verso il dolce Paseo del Arenal, mentre il signor Maura, quando sale al potere, fa chiudere, non dico tutte le roulettes di Spagna, ma per lo meno quelle che usa invece tollerare il Conte di Romanones. E viceversa. I Governi del giorno d'oggi si dividono in Ministeri di roulette, Ministeri di baccarà, e Ministeri di roulette con baccarà. L'uomo di stato che davvero tentasse di sopprimere ambedue queste forme di governo, sarebbe rovesciato in un batter d'occhi e non tornerebbe mai più al potere. Di voi dunque nessuna traccia, come de' milioni di Thérèse Humbert. Senonchè, nel passeggiare davanti al peristilio dell'albergo dopo la colazione, intravvidi, o così mi parve, un antico ed intimo conoscente. Chi per primo lo scoverse fu appunto il marchese Sciogátsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno, che anzi volle trattenersi a scambiare con lui qualche parola nell'idioma di Confucio. Poichè appunto si trattava del vostro Pechinese, lady Madlen, il quale mi fece una pessima accoglienza. Non si degnò nemmeno di muovere la coda, e seguitò imperturbabile a beneficare di fresche rugiade le aiuole polverose. Poco dopo vidi anche la vostra miss-cameriera, dalla quale seppi ch'eravate a Bilbao, mentr'ella doveva partire quel giorno stesso per le Bagnères de Bigorre, con i vostri bagagli, poichè avevate deciso—nientemeno! che di fare a Lourdes un sacro pellegrinaggio.
E Lord Pepe soggiunse:
—Madlen e voi a Lourdes? La cosa parve a Litzine tanto fuori dal comune, tanto nuova e straordinaria, che, tornati a Biarritz, ella mi propose di venirvi a rintracciare. Anche mi parlò, in termini molto confusi, d'una cena fatta con voi e con altri nella camera di Madlen, dopo la qual cena vi sareste messi tutti e tre sul balcone a veder nascere l'alba tra le nebbie del fiume Urumea. Dev'essere stata un'alba molto interessante, perchè Litzine, dopo quel giorno così pieno di nuvole, non fa che parlare di Madlen e di voi.
E disse ciò senza ombra di malizia; ma le due donne accelerarono il passo. E Lord Pepe riprese:
—Quando poi giungemmo ieri alle Bagnères de Bigorre, la vostra cameriera ci disse che di voi ancor nulla sapeva. Le Bagnères de Bigorre non sono divertenti, e già Litzine esprimeva il dubbio che i Bassi Pirenei fossero il Dipartimento più noioso della Repubblica. Per toglierle questa falsa opinione, la condussi a fare un giro in automobile. Strada facendo risolvemmo di fermarci a Lourdes, e il caso volle ch'io vi riconoscessi, mentr'eravate fermi davanti alla vetrina del mercante di paternostri. Ora concluse Lord Pepe,—anche Litzine finirà con ammettere che la bellezza di un Dipartimento non dipende quasi mai dalla sua carta geografica.

E il pallido Galileo era entrato nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoníaci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!
E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.
Nel cerchio delle infinite sue mura Gerusalemme la pazza, Gerusalemme l'ingorda, Gerusalemme la dipinta come una cortigiana, chiudeva tra i suoi palazzi di cedro e di marmo il secolo di tutti i piaceri, la foia di tutte le colpe, la dorata e venale decadenza della sua voluttuosa civiltà.
E lungo le sue mura, il Battista, l'Iscariota e gli altri suoi fedeli discepoli andavano ripetendo:—È venuto il Battezzatore che sciacquerà le colpe d'Israele; è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei profeti, Quegli che parla co' doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio.
«Levátevi su dai tugurî e portate a Lui tutto quanto è dolore. Sul labbro del Nazareno è avverata la predizione di Elia. Quelli che tutti frustano, Egli chiama suoi fratelli prediletti; chi manca di un denaro, Egli dice possieda la sublime ricchezza; chi non ode, in Lui ode; chi più è stremato, Egli fortifica; dalla sua mano è medicata la piaga insanabile; i ciechi hanno per Lui veggenza; i muti per Lui dissuggellano la voce spenta, dov'è lacrima Egli fa nascere allegrezza; la donna sterile per Lui concepisce; anche i morti, anche i morti, per Lui, se dice:—«Lévati!—risorgono.»
E Gerusalemme la turpe, Gerusalemme l'ignava, Gerusalemme la carica d'oro mal guadagnato, Gerusalemme offertasi mancipia de' centurioni prepotenti, applauditrice di retori, innamorata dei mimi e degli efebi imbellettati, co' suoi magazzini che straripavano di mercanzie asiatiche, le sue mense che ingaudiavano di vini attici e del Metaponto, le sue cortigiane maestre di lussurie crudeli, le sue case piene d'adulterio, le sue caserme piene di viltà, la sua gente tutta venduta all'amore dell'ozio e del lucro, Gerusalemme sapiente, paurosa, lasciva, da un capo all'altro piena di splendori e di miseria, da un capo all'altro rumorosa di urli e di canzoni, Gerusalemme che possedeva l'Arca Intangibile, ascoltò con una specie di millenaria paura la voce del pallido Viandante, ch'era venuto al suo tempio di marmo dal selvatico paese di Galil, ed ora entrava nei cortili de' mercanti, e rovesciava le tavole del mercimonio davanti agli occhi degli attoniti Farisei.
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Erano passati duemill'anni, e tutto ciò rinasceva; e questo era di nuovo un sobborgo dell'antica, empia Gerusalemme; una turba immensa di flagellati camminava per le sue strade anguste; una superba dinastia sacerdotale raccoglieva óboli opimi; l'Arca Intangibile faceva scorrere una Fontana Miracolosa; e là fuori, a centinaia di leghe, impazziva la Capitale scintillante, brillava il secolo di tutte le perdizioni: Babilonia e Tebe, Roma e Bisanzio; l'eterna caducità degli uomini e la più eterna speranza in Dio.
Nelle botteghe dei rigattieri di religione, ora come allora, si vendeva Cristo. Dagli ospedali rigurgitanti, dalle chiese gremite, dalle sentine, dalle cloache, dai penitenziari della umana carne, ora come allora, la speranza dei miserabili affluiva con tutte le sue piaghe verso il mito intramontabile, cercava di medicare in un rivolo d'acqua le maledizioni della vita.
Questa vergine che s'era inginocchiata presso il deserto guado, raccogliendo nello scialle di lana fulva i suoi capelli pieni di vento, era forse un'ultima sorella del pallido Galileo: da entrambi eran nate basiliche, sogni e preghiere, persecuzioni e miracoli, scherni e paradisi.
Vergine di Bartrès, tu hai veduta la Madonna del Rosario; e così pure il Divino Folle udiva la voce de' Profeti nominarlo Figliuolo di Dio; vedeva sul popolo d'Israele, sui popoli di tutte le frontiere, la sua regalità coronata di spine; vedeva sè stesso vivere per sempre nella immensa forza del dolore umano. Ed Egli parlò per uccidere ciò che nel mondo è gioia terrestre, fuoco di amore che passa, urlo di voluttà che si consuma.
Tu eri, Vergine di Bartrès, la sorella del più divino e del più dolce uomo che mai abbia traversate le vie della terra; in entrambi voi era l'innocenza dei grandi sollevatori d'uomini, quella forza di fedeltà nel sogno che le razze attendono per secoli e per millenni; era la semplicità universale di que' pensieri che riescono a divenir eterni, la bellezza del dolore che s'inginocchia e sente in sè discendere l'invisibile Dio.
Lévati, Vergine di Bartrès!... Dal monastero dove ti hanno sepolta, lévati ancora una volta, co' tuoi capelli pieni di vento; vieni alle rupe di Massabielle e guarda l'opera che hai compiuta.
Fuori dalla vallata selvaggia urlano le città satániche; il fragore dell'oro maledetto piove sugli asfalti lampeggianti; la forza crudele degli uomini curva metalli e pietre; il secolo è pieno di miscredenti; si adora la nudità, si vende la gioia; si fornica senza pudore, si ruba senza vergogna; i tálami son pieni d'adulterio; i preti mentono, i tribunali mentono, i governatori mentono... Lévati, Vergine di Bartrès!
Non c'è nel mondo più luogo per il dolore; la sofferenza diviene ira, diviene speranza di vendetta; quasi nessuno ha tempo di soffrire. Vivere vogliono! urtarsi, calpestarsi vogliono! Le chiese brillano come teatri; anch'esse divengono esibizioni di fasto e di potenza; non si prega nelle chiese; nelle chiese prega soltanto chi ha tempo da perdere. L'umanità sente il bisogno che venga innanzi un nuovo Dio. Forse il medesimo d'una volta, ma che abbia sembianza e spirito d'un Dio del ventesimo secolo. Gli uomini han troppo orgoglio; la potenza del loro ingegno, dei loro eroismi e dei loro delitti, giustifica un tale orgoglio. Si aspetta la nuova Incarnazione, che forse uscirà dal campo, dall'officina o dalla catapecchia. Non senti, vergine di Bartrès, come urlano le città infernali? Non vedi come tutte árdono d'incandescenti fornelli e di bianca elettricità? Non odi come splendendo cantano i loro terribili supplizi? Non vedi che una immensa marea di rivoltosi già viene da tutte le strade, bestemmia da tutte le glebe, ha sete anch'ella dei rossi vini che ubbriacano i pazzi conviti? È la infinita miseria che torna dal fuoco e dalla vanga, dal dolore antico ed inestirpábile verso il miraggio della eterna rinnovazione... Lévati, vergine di Bartrès!
Esce la plebe cristiana dalle nere catacombe. Dio cammina. La forza delle moltitudini è immensa come la forza del mare. Hanno vessilli che bruciano come fiamme. Sono i piccoli uomini di tutte le età, che emigrano da un errore verso un altro errore. L'urlo è immenso. L'urto è immenso. Finirà con creare nuove potenze, nuove miserie; forse, per la speranza dei miserabili, un nuovo Dio.
Ma si troveranno ancora davanti a due strade: una che va incontro alla gioia, l'altra verso il dolore. Son l'uniche due strade che siano tracciate chiaramente nella polvere della vita: la via pagana, dionisiaca, soleggiata, ilare, invereconda;—la via della rinunzia, del pentimento, dell'attesa, del gelo, dell'estinzione.
Due strade, sempre due strade, che dividon gli uomini fra loro, e nell'anima loro. Quella che dice: «Io debbo godere nel tormento;»—quella che dice: «Io debbo umiliarmi nel piacere.»
Due strade, che cercano entrambe la bellezza ed il senso della vita, senza forse intendere ch'entrambe conducono alla stessa finale uguaglianza: il cimitero.
Due strade: l'ostensorio ed il bicchiere di Sciampagna; Petronio e San Francesco; la Maddalena e Manon Lescaut...
Due strade.
In entrambe manca il senso definitivo.

Erano gli ultimi giorni dei grandi pellegrinaggi che invadono la sacra città nel mezzo dell'estate. Una folla immensa, forse di quaranta o cinquantamila pellegrini, occupava ogni luogo abitabile, si accalcava negli alberghi, negli ospedali, negli ospizi, nelle baracche provvisorie, ne' corridoi de' conventi, nei dormitori delle Confraternite: spesso accampava, di notte, per le strade.
Venivano a cercare il miracolo da ogni lontananza della terra cristiana; camminavano in lunghi reggimenti, con abiti scuri, con facce devote, a passi lenti, seguendo le insegne dell'Ordine al quale appartenevano. I malati erano stesi nelle barelle, seduti nelle portantine, che a forza d'omeri sorreggevano i penitenti lettighieri; ogni gruppo li custodiva con gelosia, come preziose reliquie, nel compatto nucleo del pellegrinaggio. Queste fanatiche schiere di credenti avevan con sè talvolta il loro Vescovo, talvolta un umile parroco; poi tutto uno stuolo di preti minori, dame della Misericordia, medici, suore di carità, ed ubbidivano a comandanti laici. Solo per mantenere l'ordine tra queste folle promiscue, albergarle, nutrirle, disciplinare la forza dei validi e mitigare le pene degli infermi, occorreva un reale genio di condottiero, sebbene Lourdes fosse tutta preparata a ricevere questi immensi pellegrinaggi.
Confraternite possenti, ricche a milioni, vere dinastie sacerdotali che tenevano il potere della sacra città, onnipresenti ma invisibili, attente ma silenziose, governavan tutto quel mare di cristianità, quelle turbe di mistici emigranti, quelle fiumane d'oro e di miseria, stando fuori da esse, dietro le muraglie dei freddi claustri, ov'erano incastellate.
Dalla universale povertà, l'avarizia degli Ordini traeva rapine incalcolábili; un pazzo furore di lucro assillava gli abitatori della nuova Gerusalemme; tutte le strade riboccavano di negozi religiosi; i dintorni della grande spianata, ch'è di fronte alla collina del Calvario, davano l'impressione di una terribile fiera. Ciò che si vendeva era la grazia e la misericordia di Cristo; ad ognuno che passava di là dovevasi, per forza o per amore, togliere qualcosa dal borsellino. Lungo tutta la strada si ergevano baracche di legno e di tela, banchi, edicole, cantine, ristori, capannette, friggitoi, tutte le specie di mense adatte a sfamare o dissetare la moltitudine, tutte le specie di malizie adatte a far denaro mungendo la pietà dei credenti. E il rumor dell'argento, il nome delle varie monete, il prezzo de' mille oggetti che si vendevan per onore della Madre di Dio, era ciò che più si udiva, che unicamente si udiva, in quella immensa marea di cristiani scendenti verso la Grotta del Miracolo. Nulla poteva scampare dal nugolo de' venditori e delle venditrici ambulanti, che v'imprigionavan nel lor numero, vi tiravan per l'abito, vi mettevano in braccio per forza la loro mercanzia: ceri dipinti, medagliette, statuette, scapolari, libercoli, fasci di fiori, ex-voti, sacre immagini, bottigliette ripiene dell'acqua miracolosa di Lourdes... Mi pareva di ritrovarmi nei vicoli tortuosi dei bazars coloniali, tra la folla degli Arabi, insolente e variopinta, che vi copre di sorridenti ingiurie e di viscide carezze quando passate in mezzo a loro con le tasche ripiene di buoni scellini, e bisogna farsi largo alzando il bastone, se incominciano quelle accanite zuffe, quelle eterne contrattazioni, che altrimenti non finirebbero mai più. E socchiudendo gli occhi sopra una immensa fuga di secoli, mi pareva d'essere, col mio presente spirito, nella vera, nell'antica Gerusalemme, frammezzo alla turba dei mercanti che travolse lo sdegno di Gesù, negli spaziosi cortili del Tempio indistruttibile, un giorno di sagra, sotto l'imperio delle aquile di Roma splendente, quando nella reggia di Erode stava prigioniero il Battista e il turpe amore del Tetrarca perseguiva la figlia di Erodiade...
No: ero in una valle religiosa della pagana Repubblica di Francia, e venivo dalle città infernali, ove splendono le vetrine del diavolo, sorgono le case della vita perduta, e la musica dei pazzi violini esalta la nuda voluttà, il folle sperpero, l'eterno piacere... Venivo dai roghi ove arde la torbida fiamma dell'amor profano, ed ero io stesso pieno d'infernalità, sazio d'ogni colpa, uso ad ubbriacare tutto me stesso nei fumi e nelle musiche dei falsi paradisi.
Ed una di quelle donne diceva: «Comprate alla Vergine un cero», ed una soggiungeva: «Portate alla Vergine un fiore»; altre vendevano statuette per le quali si era salvi da tutte le epidemie, altre vi davano, con mezzo franco d'acqua miracolosa, la certezza di ottenere una grazia ineffabile, per voi stessi o per i vostri congiunti... E il mare della moltitudine vi spingeva innanzi, vi sbatteva come un rottame, senza che fosse possibile resistere ad essa; vi premeva in sè, dandovi l'impresione, il terrore, d'essere divenuto uno de' suoi, irremediabilmente uno de' suoi, una preda lieve della infinita sua miseria, una povera cosa inerte nel potere immenso della cristianità. Questa folla camminava recitando preghiere, vi opprimeva col lezzo de' suoi corpi devoti e sudici, vi comunicava un poco della sua anima disperatamente accesa di miracolo, e fra quel mare di umana gente che tutta credeva in una sola follìa, voi stesso comprendevate che non era niente affatto assurdo inginocchiarsi davanti ad un simulacro di legno, credere che i morti possano risorgere, le piaghe insanabili sparire, i ciechi riaprire gli occhi al sole perduto.
Erano vecchie donne, lente e curve, che non si comprendeva qual forza le reggesse in piedi; uomini gagliardi e barbuti, che non si comprendeva come potessero cincischiar rosari con tanta devozione; dame di carità, giovini e belle, che lenivano con mani bianche i dolori della gente povera; fanciulle di campagna, ristrette in quegli abiti lunghi, rigidi, che taglia e ricuce con solidità la sartina di provincia; bifolchi legnosi come vecchi tronchi d'alberi, adolescenti emaciati, con quell'occhio spaurito e fisso della creatura giovine che sente sfuggirsi la vita; gentiluomini cattolici, con la croce rossa cucita su l'abito nero; povere donne con un bimbo in collo, e sciancati su le grucce, orbi a mano d'un infermiere; qualche figlia scarna che reggeva il suo genitore paralitico, qualche zitella asciutta che teneva per mano i figli rachitici della tabe altrui; famiglie intere, comitive d'interi villaggi, i sani e gli infermi, quelli che mandavano a frotte gli ospedali monastici e le congregazioni di carità; poi, frammezzo a robusti lettighieri, una fila di barelle coperte da lenzuoli o da scialli; e grassi monaci con il parasole aperto, e signorine troppo eleganti, che portavano il velo della penitenza per mettere in luce i lor capelli ben pettinati; qualche devota marchesa paralitica, sotto un ombrellino di raso nero, con grossi diamanti su le dita gibbose di senilità, che faceva spingere la sua sedia a rotelle da un domestico in livrea; cappuccini svelti e súbdoli, medici ch'erano lì come funzionari, a tutela della salute pubblica; ed i Cavalieri di qualche Ordine religioso, in guanti neri, con cravatte del vecchio regime, fedeli a Cristo, alla politica del Vaticano, ai misteri delle congiure monarchiche, destinate a finire nelle canzoni dei cabarets...
Ogni tanto passavano gonfaloni e stendardi, bandiere di Congregazioni, emblemi dei vari gruppi d'un solo pellegrinaggio; e chi li portava era l'alfiere d'un grande sogno, il condottiero d'invalidi ai perenni tabernacoli della superstizione umana.
Scendevano verso l'immensa Esplanade, ov'era la Collina del Calvario, ov'eran le tre Basiliche, la Grotta e la Fontana. Il sole infiammava le alte finestre del Castello di Lourdes; i bianchi monasteri costellavano le alture della sacra vallata; la città dei mercanti sciorinava i suoi moderni edifici costrutti con gli óboli dei pellegrinaggi, ed il fiume di Bernadette scorreva su le ghiaie bene arginate, non più come quando vi scese in un ventoso giorno dell'inverno la pallida Vergine di Bartrès. Ora ponti maestosi allacciavano il sacro terreno del Calvario alla nuova città dei mercanti; giardini stupendi si aprivano di fronte alle tre Basiliche; dalla visione leggendaria d'una povera figlia del mugnaio Soubirous, laggiù, presso la rupe di Massabielle, era sorto il miracolo del Tempio Universale. Da ogni terra distante veniva il popolo dei Cristiani; l'acqua eterna della speranza fluiva dalla rupe inesausta.
Ed io mi lasciavo portare come un freddo peso inerte in quel mare di umiltà; scendevo insieme coi percossi, coi fervidi, con gli esclusi, verso il fiume sacro dove nacque il sogno di Bernadette. Nel mio cuore non cantava la musica della preghiera; ne' miei sensi era unicamente l'odio contro il peso ed il lezzo della nera moltitudine, contro il pensiero del tristo inganno che adunava tutto quel gregge alla fontana medicatrice. Il mio senso scientifico della vita, il mio doloroso raziocinio di uomo logico e diffidente, non mi permettevan di credere a queste inspiegabili magìe d'un filo d'acqua sorgente, la qual valesse a ripristinare i tessuti distrutti, le ossa disgiunte, le articolazioni spezzate, le piaghe per sempre sanguinanti, le pupille spente.
Dal mio cuore di uomo del ventesimo secolo, freddo e beffardo, che sapeva di poter ridurre a formule chimiche tutti i fenomeni della vita, che intendeva l'universo come una specie d'immenso laboratorio chimico e cercava di rinchiudere i confini dello spirito umano entro le serrature anguste della possibilità scientifica, dal mio cuore dove non c'era spazio per l'intendimento religioso dei miti, si alzava una specie di addolorata pietà per questi orrendi e sublimi spettacoli di fanatismo,—cieche rinunzie dell'uomo al coraggio d'intendere la vita come un'avventura transitoria e distruttibile.
Ma più andavo, e più il fervor mistico della moltitudine lentamente s'impossessava di me. Quella medesima demenza che portava migliaia di miserabili a purificare la carne maledetta nella sorgente medicatrice, ad esaltare i sogni dell'allucinato spirito nel fuoco della divina comunione, quella medesima demenza entrava sottilmente nel mio cuor di pagano, apriva le porte del miracolo davanti a' miei freddi e vigili occhi di profanatore.
Io sentivo a poco a poco la mia limpida carne invecchiarsi, dolere di tutte le infermità; ero, come quei diecimila, un percosso dai morbi ereditari, un brandello della umana putredine; il dolore dell'antica mia gente pesava nel mio cuore angusto; la moltitudine mi comunicava il bruciore delle sue ferite insanabili, piegava le mie salde ginocchia sotto il peso della immane sua miserabilità.
Volevo sottrarmi a quella prigionìa, sfuggire a quella contaminazione, tornare indietro, verso la vita splendente, verso i liberi paradisi, là, dove le donne giovini si profumano di ciprie scintillanti, ove i bicchieri brillano, l'oro sfavilla, i pazzi violini cantano... volevo essere ancora una volta l'uomo di piacere, l'ingaudiatore, l'artefice di voluttà, il pallido e inghirlandato celebratore di tutti i conviti; volevo tornare agli uomini:—e più non potevo.
Questa immensa folla di credenti mi stringeva nella sua forza disperata; la preghiera di tutte quelle anime penetrava nel mio freddo spirito; l'eterno dolore dei diseredati inginocchiava, dinanzi alla collina del Calvario, la mia stanchezza di uomo felice.
Ad essa giungevo per lunghe strade; il rumore di tutte le onde cantava nel mio cuore di navigante. Stelle senza numero avevano brillato nel cerchio della mia anima infinita; i peccati gloriosi erano stati miei, mia la bellezza d'ogni cosa fuggente, le ghirlande lievi che si colgon dai giardini terrestri, mia l'esclusione di tutti i cilici e mia, con lo splendore d'una gemma, la serena, dolce, inafferrabile vita che passa...
Ora entravo nel buio dolore di Cristo. C'era nel mondo un altro mondo, che tu pure imparasti a conoscere, Maria Maddalena. Da tutte le case usciva un grido; nell'anima di tutti gli esclusi era il bisbiglio della insoffocabile preghiera.
E il pentimento eri tu, Maria Maddalena. Tu eri la fredda rinunzia, il raggio di sole che diventa ombra; il cimbalo ed il sonaglio della danza nell'orchestra del canto liturgico; eri la ghirlanda sfogliata, il mazzo reciso, la semenza fuor dal granaio, il rosaio spezzato dal vento.
E l'ultimo rifugio eri tu, Maria Maddalena. In questa vita rossa e calda come il succo delle rosse melagrane, tu eri la via dell'altra sponda, il passaggio all'altra fedeltà; eri l'addormentata che apre gli occhi e vede il sole nascere nel lontano infinito. Brillasti nei conviti ed umiliasti nella polvere la tua treccia bionda. Su te furono ghirlande, su te gli spini; la tua carne denudata urlò, e pianse di fredda solitudine. Ne' tuoi capelli profumati si torsero le dita crudeli degli amanti, e la treccia tua si sciolse per avvolgere il sonno del Liberatore.
La tua treccia è gonfia di rugiada, le tue mani han l'odore dei mandorli, Maria Maddalena...
E tu sei quella che tiene me prigioniero, in questa moltitudine che si raduna davanti al Calvario; tu sei quella che risorgesti nel cuore della pallida Bernadette, musica eterna dell'umano amore, peccatrice di Mágdala, innamorata dell'Uomo di Galil...
Egli ti disse:—«Lévati; ora è l'alba. Se nel sonno hai peccato, scendi alla fontana e detérgiti. Hai la veste orlata di brina: la tua treccia è gonfia di rugiada; il sole sta per nascere dietro la neve dell'Hermòn. Lévati; è già tempo di andare.»
E così, nella verde Galilea, fecero molta strada insieme. E camminando ella era sempre con lui, spesso a fianco, talora nella sua ombra. E l'amore della cortigiana di Mágdala fu l'amore che seppe andar più lontano traverso la memoria degli uomini: pallido e voluttuoso amore della rinunzia, eterna poesia del mito cristiano.
Ma ora tu risorgevi, cortigiana di Mágdala, dalle buie distanze dei secoli; venivi tra quell'immenso gregge di umiltà, e novamente perduta nell'amore di Cristo, me, davanti al Calvario, conducevi per mano.
Tu eri stata la povera figlia del mugnaio Soubirous, dai capelli pieni di vento, che andava per vicoli umidi, rasente il muro, alta e pallida, senza guardare alcuno. Tu splendevi, con la tua treccia bionda e buia, nel sogno dei miserabili, e la carne tua che possedettero i centurioni prepotenti, e l'amore tuo fedele che seguiva l'Uomo di Galil, era ciò che nelle favole millenarie ti rendeva, o peccatrice, così umana.
Non la moglie vergine del falegname di Nazareth, ma tu sola eri, o peccatrice, la divina bellezza del mito cristiano.
E il mare umano scendeva, con me prigioniero, verso il terreno sacro del Calvario, alla Fontana dei Miracoli. Giunto in vicinanza del ponte che varca il fiume di Bernadette, cominciai con veder allargarsi lo spazio della dura vallata, e le montagne ovali scostarsi, chiudendo in sè una specie di fantastico anfiteatro, dove nel fondo si alzava, nuda a solenne, la Collina del Calvario. Pareva che la natura previdente avesse voluto erigere uno scenario da leggenda intorno ai sacri misteri della fede cristiana. E là poteva una gente senza numero trovare spazio per le sue genuflessioni; tutto era costrutto con il senso dell'immensità, quanto era travaglio de' secoli od opera prodigiosa della fatica umana. Vedevo dall'estremo angolo della vallata scendere il fiume balenante, che pareva urtasse in un rogo di sole contro il macigno della rupe di Massabielle. Lontana, quasi cancellata nell'azzurrità, immersa in un vapor di sole, brillava di guglie d'oro la catena de' Pirenei.
Su per la vallata, nelle alte praterie, nei boschi pieni di odorato silenzio, erano i candidi monasteri delle pallide Carmelitane, gli ospedali colmi di sofferenza inguaribile, gli oratorî delle Confraternite, le piccole chiese bianche di umiltà, inginocchiate anch'esse davanti allo splendore delle tre Basiliche.
Ed ecco vidi questo miracolo apparirmi, non appena fui giunto nella immensa Esplanade, oltre il ponte che unisce Lourdes al terreno del Calvario. La folla estatica si fermò davanti all'apparizione splendente.
Erano tre cattedrali, costrutte una sovra l'altra, con una immensa duplice scalinata che le abbracciava insieme, salendo sino alla Basilica, l'ultima, la più alta, ch'era sul vertice della collina e pareva il raggiante culmine della potenza cristiana.
Percosso in pieno dalla veemenza del sole pomeridiano, il triplice tempio avvampava ne' suoi marmi e nelle sue vetrate; pareva uno scenario meraviglioso, composto di oro e di fiamma, che tutto rivestisse con la sua pietra incendiata lo sprone della dura montagna. Ed erano tre immense chiese, anzi tre santuari sovrapposti, che sorgevan dalla rupe medesima ove nacque il sogno di Bernadette. Nel pieno sole, davanti a' miei occhi abbagliati, brillava l'Arca del Divino Amore, splendeva il Tempio verso il quale giunsero, a centinaia di migliaia, con Vescovi e stendardi, con infermieri e parenti, gli storpi di tutta la terra, gli inguaribili di tutte le infermità, i condannati al male perpetuo dalla crudele sapienza delle cliniche infallibili, quei moribondi che prima di spegnersi chiedevano il battesimo dell'acqua santificata, quei maledetti che venivano a cercare in Dio l'ultima folle speranza della miserabilità umana.
E il Tempio ardeva, splendeva, nel sole giovine come la vita, con le sue gradinate di marmo spaziose al pari di strade maestre, costrutte nel sasso della montagna, simili a terrazzi aerei d'una reggia incoricábile; il Tempio adunava in sè tutte le ricchezze dei centomila pellegrinaggi, tutto il dolore delle innumerabili agonie; aveva ingoiate la pietà e la speranza degli umili, tramutandole in voti splendenti; era la collana delle infinite miserie, la gemma della universale povertà.
Ad esso venivano i cristiani, laceri di piaghe, corrosi dai cancri, gonfi di oscene idropisie, già fetidi e violastri di carni necrotiche, pregni fin nelle midolle dalla tabe dei mali ereditari;—e lasciavano al Tempio splendente il triste oro che i medici e le farmacie non vollero, che la fatica di un parente raccolse, o fu risparmiato giorno per giorno sul pane, su l'olio, sul fuoco:—Dio riceveva quell'oro dalle mani povere de' suoi figli.
E il Tempio era là, davanti al mare della moltitudine, davanti ai giardini dell'Esplanade, ove i mercanti assalivano a torme la folla dei pellegrinaggi, scuotendo mazzi di medagliette miracolose, persuadendo con raggiri e con minacce l'avarizia dei fanatici. E venivano le fioraie co' lor pieni canestri, le venditrici d'acquasanta con le bottigliette suggellate, i figurinai con le Madonne di cera, i mercanti di paternostri, addobbati solo di scapolari e di rosari; venivano gli smerciatori di sacre immagini, con ogni specie di stampe o di tavolette ov'erano le sembianze della divina Bernadette, mentre alcuno, parlando sottovoce, vi proponeva per un prezzo indecente l'ultima camera mobiliata... Il merciaiuolo vi prendeva per un braccio, costringendovi ad esaminare i suoi astucci pieni di minute gioiellerie, di penne stilografiche, di catenelle d'oro «doublé», mentre v'inseguiva la turba dei falsi miracolati, ossia di coloro che fingevano d'aver ottenuta in passato una guarigione miracolosa, e vi dicevan con qual fervore d'elemosine avevan potuto acquistarsi la benevolenza divina; o tenevan per mano un fanciullino rachitico, del quale andavano mostrando qualche membro cicatrizzato, e si udiva dappertutto, accidiosamente, senza requie, senza un attimo d'interruzione, quella voce lamentosa e monotona dei mercanti di religione, che si attorcigliava intorno ai vostri nervi come la cantilena di una feroce litanìa, e non faceva che ripetere sui vostri passi: «Monsieur, Madame, achetez-moi quelque chose! Monsieur, Madame, ça vous portera bonheur...»
E il tempio era nato, pietra su pietra, da questi lamenti; aveva trasportati, a forza di lacrime, i suoi bianchi alabastri, aveva, con il rame dei poveri, comperato l'oro de' suoi frontoni splendenti, e man mano era divenuto nell'ombra delle sue cripte una selva d'arazzi, un cófano di gioielli, un favoloso corredo nuziale della Sposa Divina. Le sue pareti, all'interno, non eran più che una tappezzeria d'argento; i ricchi ed i poveri di tutte le terre cristiane avevano gareggiato nell'abbellire la Casa del Miracolo. Ed era quella opaca voce dei mercanti di religione, lenta e continua, dolorosa come uno stillicidio, che si alzava da mattino a sera nel cielo di Lourdes nè lasciava partire i pellegrinaggi prima di averli spremuti; era quella voce inesorabile, sotto la quale si nascondeva l'altra, più sommessa, più súbdola, pei monaci asseragliati nei freddi monasteri, l'unica fattrice di tutte le opere, quella che alimentava l'insaziabile fame del Tempio, gremiva i suoi forzieri, tempestava d'oro i suoi marmi, volgeva in tremenda potenza il sogno dell'umile pascolatrice.
Così un giorno era entrato il pallido Galileo nel Tempio della dissoluta Gerusalemme, ed aveva gridato:—Fuori i mercanti! Fuori i simoniáci! Siano distrutti i banchi dei venditori di Dio!
E con la sua mano scarna, e con la sua forza debole, aveva egli stesso rovesciate le tavole, disperse le mercanzie, vuotate sul pavimento le borse degli attoniti Farisei.
Ma ora chi entrerebbe a disperdere i mercanti della nuova Gerusalemme? Chi apparirebbe su la scena del teatro dove si rappresenta il dramma dell'umano dolore, a dire, come diceva il Battista:—«Uscite fuori dai tuguri, o percossi da tutte le sventure! Adesso è venuto il Messia vestito di bianco, il Redentore dalla mano trasparente, l'Annunziato nelle visioni dei Profeti, Quegli che parla coi doganieri ed amano le belle cortigiane, il Salvatore nostro, l'Uomo di tutte le penitenze, la Carne di Dio»?...
Ed ora giunsi vicino alla rupe di Massabielle, dov'era, nei giorni di Bernadette, la caverna de' caprifogli e degli spini.
Lentamente si avvicinava il principio della sera; una fluente musica d'acqua rupestre cadeva dai monti lontani. I bianchi monasteri, alti nella vallata, parevano confondersi tra il color del cielo. Qualcosa di eterno pioveva su quel sacro anfiteatro di monti: la vera luce dell'ombra, la paurosa elevazione dell'anima verso il pensiero di Dio.
Qualche mandria invisibile faceva risuonare i suoi campani per i boschi distanti e la folla sterminata pregava nella grande Esplanade; pregava con una specie d'immobile fervore, curva davanti alla Basilica, nel musicale silenzio del giorno che moriva.
E le Chiese di Lourdes cantarono. Questo rumore di bronzi e di anime volò per l'infinito. Era la sofferenza eterna che si alzava dal cuore degli uomini, usciva dalle piaghe della carne, dalle convulsioni dello spirito, cercava il senso del dolore nella musica della eterna poesia.
Ciò che poteva parere assurdo, ecco diveniva una sublime possibilità. La luce morente spegneva nelle fisionomie degli uomini la lor vana collera d'incatenati al giogo terrestre; solo ed infinito rimaneva, sopra una grande folla di anime, il senso del dolore.
Chiese di Lourdes!... povere chiese degli uomini, poveri templi d'oro e d'alabastro, teatri della speranza, rifugi della umana paura... cantate, o chiese di Lourdes!...

Sarò un monaco.
Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.
Un bel monastero, chiuso nella pace di alte solitudini, mi sarà l'ultimo esilio dalle tentazioni del mondo, la tomba ove seppellirò il mio cuore di navigante.
Lontano dal claustro, di là dal cancello sprangato nella bianca muraglia, oltre il silenzio delle buie pinete, ancora sentirò con follìa ridere il mondo, le orchestre cantare, le giovini donne urlare nelle coltri sconvolte, ove uccideranno, sotto il bacio degli amanti, la pallida loro verginità...
Ivi sarà la pace, la fredda pace, la perpetua lontananza dai paradisi della vita, il finale oblìo.
Sarò un monaco.
Ne' miei timpani rumorosi di lontani tripudii batterà il fragore delle città oceaniche, l'urto infinito, pericoloso, della umana gente, la forza de' commerci terribili, delle imprese violente, il grido pazzo e formidabile della umana volontà.
Nel mio cuore disamorato splenderà la rinunzia, brucerà il dolore della solitudine, come sul giogo altissimo arde il nevaio scintillante.
E sarò il vero oltrepassato, il calmo, l'annoiato, il passato al di là, quegli che non dovrà più ardere nei roghi e negli inferni della vita. O donne belle come i vent'anni, profumate come il vizio, voluttuose come l'odor del cínnamo ne' cálici gonfi d'estate, donne sepolte per sempre nel mio cuore di navigante, la muraglia bianca del claustro mi dividerà dai vostri caldi tálami, e il vento notturno porterà nella mia cella disperata l'odore forte come l'assenzio della vostra nudità perdutissima...
Passerò le mie giornate oziose guardando il filo d'acqua scaturire, il seme dare germoglio, la formica diligente ordinare la sua città laboriosa; e conoscerò le stelle, conoscerò le azzurre meditazioni delle veglie davanti all'infinito; una vecchia biblioteca sarà l'universo del mio spirito disumanato; ne' libri degli antichi solitari cercherà l'esilio definitivo quest'anima fredda in cui pesa la cenere d'ogni fiamma che mi arse.
Dopo essere stato lo squassatore di tutte le fiaccole, sarò il monaco delle più nere discipline. Il sole dei rossi desiderii tramonterà nella mia carne spenta. Io, diviso da ogni voluttà che brucia, non sentirò mai più contorcersi nel serpaio di me stesso la gioia infernale di crocifiggere alle infamate gogne del mondo l'anima del mio passante iddio.
Sarò un monaco.
E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monastico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo del l'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno.
E la sera, talvolta, quando le stelle dei mesi d'estate invadon le celle dei claustri, e trema di folle rinunzia nei monaci la deserta solitudine, io, che discinta e nuda possedetti la folle giovinezza, sentirò il peso di tutta la miseria umana affondar nella cenere del mio cuore spento, e sarò con gli offesi, con gli umili, per sempre, in comunione di dolore.
Povero monaco, frate minore, spegnerò la carne maledetta nel gelo della vera estinzione.
E nell'inverno, e nei mesi del vento, e quando l'autunno trascinerà sui mattoni della mia cella qualche ape morta, io, desolato come la rassegnazione, arido come il ragionamento, povero come il mio capestro, penserò a voi, beate ore che trascorsi nelle perdizioni della vita, giorni luminosi e caldi come il peccato carnale, a voi, divine ingannatrici, che al petto ignude strinsi come fasci di fiori selvaggi...
Monaci, e nel mio cuore suonerà la campana del mio De Profundis...
Monaci, e se a me chiederete chi ero nel folle mondo, prima di portare come voi la bianca tonsura e l'umile saio, dirò:—Monaci, uno straniero in me stesso, che amava lo stupendo rumore. Un saggio, innamorato della follìa. Un pazzo, un pazzo, che voleva trovare, chissà perchè, nelle fogne della vita il colore delle stelle...

«Signore mio Lord Pepe, non posso che darvi ragione. Lourdes è una triste fiera dei miracoli, dove si vende Cristo e si esorcizzano le piaghe de' cristiani; una bottega di atroce medievalità, ove governan senza pudore il fanatismo e la superstizione. Questa insolente impresa di alberghi e di monasteri, di ceramica sacra e di candele istoriate, ha per sua fondatrice involontaria la figlia d'un povero mugnaio, che disturbò notevolmente, con il rumore de' suoi miracoli, gli ozî parigini del terzo Napoleone.
Signore mio Lord Pepe, voi siete—come io ben conosco—l'ultimo rampollo di una vecchia gente cristianissima, e siete un gagliardo possessore di femmine disoneste, un fino artefice del lieto vivere, un amabile fanatico della religione di Vatel:—questa buia Lourdes, invasa di storpi e di catecúmeni, certo non è il teatro che si conviene ad un giovine hidalgo pari vostro. Sebbene imbevuto di ortodossìa fin dentro le midolle degli ossi, pur, nel cattolico epicureismo del vostro felice ubi consistam, non è luogo per l'umano dolore. Il senso del mondo per voi si compendia—unica teologia—nel perfetto piacere.
Signore mio Lord Pepe, voi siete un vero credente.
Nel passare davanti ai tabernacoli non dimenticate il segno della croce; per istrada lasciate il passo al maestoso clero cattolico; fors'anche recitate il Pater e l'Ave, ogni sera, prima di coricarvi con Litzine. Gesù Cristo vi serve inoltre a formulare qualche sonora e pittoresca bestemmia; la vostra fede, altrettanto superficiale quanto inestirpabile, vi aprirà la via del Paradiso, allorchè, al termine di tutte le gioie della vita, voi pure dovrete comporre la vostra spoglia elegante in un freddo cimitero.
I pellegrinaggi, la follìa mistica, il traffico delle mercanzìe religiose, la Fontana dei Miracoli:—ecco, signore mio Lord Pepe, un certo numero di cattoliche seccature, alle quali, voi credente, preferite i miracoli dello scomunicato baccarà. Per avere il capriccio di strofinarsi a que' mille contaminati, bisognava esser pazzi come la folle Madlen, od essere—voi dicevate Lord Pepe—«un extraño caballero como Usted.»
Orbene, in questo gran disordine della fiera umana, quali dovremo noi scegliere, per disciplina dello spirito nostro, fra i sacri ed i profani mercanti di paradisi? Chi è nel giusto? chi è più presso alla vena d'oro, fra questi cercatori di felicità?
Gli uni e gli altri méntono; questi e quelli méntono. La vita è una volgare sciocchezza. Mente il dolore, mente il piacere.
Lasciate gemere le campane, cantare le orchestre: tutto questo non è in fondo che un po' di rumore...
Si passa, Lord Pepe. La strada è ciò che importa; la polvere della strada è ciò che pesa; voi sarete un uomo giusto quando saprete perdonare al mondo l'infinita sua vanità.
Perchè sorridete ora, vedendo migliaia di pellegrini che vanno ad intinger le dita nella Fontana della rupe di Massabielle? Vanno ad ubbriacarsi d'un sogno,—il sogno dell'umile pascolatrice—e tutti camminando cantano:
—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...
Si passa, Lord Pepe!... Il sogno è ciò che importa; la delusione d'un sogno è ciò che pesa.
Ed io vi dico:—Non ridete; se davanti a noi cammina un vecchio uomo, scarno e gigantesco, tutto vestito di nero, col bracciale dei servi di Gesù e nel pugno un cero enorme che sembra la clava di Ercole...
Questo gigante non fa che ripetere con profonda umiltà:
—Libera nos a malo, Sancta Dei Genitrix...
Porta un solino di celluloide, i guanti bianchi, di buio cotone; la sua mascella scarna trema, tagliata nel mezzo dal colore falso de' suoi lunghi baffi tinti.
Non è che un pellegrino fra mille, una vecchia bestia paurosa e docile, un cristiano che regge col suo braccio stanco la pesante fiaccola bene istoriata, e prega, umile, infaticabile, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti.
Ha forse una figlia inferma, un parente in agonìa, taluno de' suoi che marcisce dentro una barella oscillante, sopra una gruccia complicata; forse porta egli stesso un male giallo e nascosto che rode la sua vecchia carne o gli scava l'incurabile anima; forse non è che un devoto, un pio, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con il solino di celluloide, il bracciale dei servi di Gesù...
Signore mio Lord Pepe, siamo nel millenovecento dodici; la terra di Francia è una repubblica dove si coltiva il libero pensiero; le sue città infernali bruciano di fredda elettricità; l'oro d'ogni terra fluisce dietro le sue vetrine scintillanti; è il secolo nuovo dello Stato laico e della plebe tiranna; si muovono dalle catene infrante le orgogliose democrazie; gli altari divengono teatri; la giustizia è recitata con sfarzo da magnifici istrioni; è l'ora dei commerci terribili, delle ricchezze brutali, delle cáttedre positive, delle cliniche infallibili, dei laboratori onde forse uscirà, imprigionato nel crogiuolo di un divino alchimista, l'elettrone della vita... e v'è ancora un pellegrino di Cristo, che viene cantando alla Fontana di Lourdes, l'uomo dai guanti bianchi di buio cotone, con la mascella scarna che trema sotto i lunghi baffi tinti...
Sono centomila e centomila; vengono da tutte le chiese, affluiscono dalle corsìe degli incurabili, dalle galere di tutte le infermità; nei loro immobili occhi splende la follìa dei portatori di stígmate; nella loro carne macerata s'incidono le piaghe del Calvario; un paralitico si alza: e il popolo grida; i ciechi vedono, i muti parlano, i lebbrosi guariscono:—e il popolo grida; entro la piscina fredda e letale il cadavere assiderato riacquista il calore della vita... è il secolo di tutte le irriverenze:—cantate, o chiese di Lourdes!...


«Cara Litzine, confidate a me le vostre pene. Vedo che siete questa sera tutta rannuvolata, e si direbbe che la gita a Lourdes vi abbia lasciato sul cuore il peso d'una mistica malinconia. Continuerete ora per un pezzo ad introdurre franchi d'argento nel ventre insaziabile di questa macchina infernale? Persuadétevi, Litzine: è un passatempo disastroso, che ingoierebbe franco per franco il tesoro delle miniere di Golconda. L'ingegneria moderna costruisce con matematica inesorabilità questi balocchi pericolosi che allietano le ore d'ozio nei vestiboli dei grandi alberghi. Non dáteli a questa macchina ingorda; fate una pia elemosina con i vostri lucidi franchi d'argento.
Eccoci tornati alle Bagnères de Bigorre; Madlen è ancor sopra che si veste per l'ora di cena; Lord Pepe... dov'è Lord Pepe? Cos'è accaduto fra voi e Lord Pepe? Una piccola scena?...
Sì, una piccola scena di gelosia. Nuvole d'estate nel cielo sereno dell'amore; violente irritazioni che si risolvono in bufere di baci.
Ed io ne so la causa; Lord Pepe ha ragione. Quando si ama un uomo, bisogna odiare tutti gli altri. La donna che appartiene ad un uomo deve segregarsi dal genere umano. Invece voi siete rimasta non meno di un quarto d'ora a discorrere, a sorridere, a fare insomma la civetta con Joe Wallace.
Come dite, Litzine? Che voi conoscevate Joe Wallace prima di Lord Pepe?—Sia pure; non è questa una buona ragione. Lo avete conosciuto probabilmente quando Joe Wallace, il popolare Jo, era un jockey di cartello, ed a Longchamps, per entrare nelle vostre grazie, vi comunicava i suoi favoriti. Ma non è questa una buona ragione. Ora egli ha sposata una donna molto ricca, si è lasciato crescere di peso e fa l'antiquario. Questa è tutt'altro che una buona ragione. L'arte ha i suoi conoscitori, lo sport le sue vere glorie, ma voi potevate contentarvi di fargli un piccolo saluto, e camminare via con quell'aria intangibile delle donne che appartengono ad un amante serio. Invece vi siete fermata, gli avete sorriso, ed io, con l'udito fino che mi distingue, ho benissimo inteso il principio della vostra conversazione.
Joe Wallace vi ha detto:—Buona sera, Litzine!—Gli avete risposto:—Buona sera, Jo!—Vi ha domandato:—Siete sola, Litzine?—Gli avete risposto:—Ho un amico, Jo.—Ha insistito:—Siete innamorata, Litzine?—Avete risposto:—Niente affatto, Jo!... In quel momento passava Lord Pepe.
Egli, da perfetto gentleman educato a Londra, finse di non dare alcun peso a questo leggero inconveniente ma più tardi, quando fu nella vostra camera, il sangue della Vecchia Castiglia ribollì nelle sue vene britanniche.
Si capisce, mia cara Litzine! In quell'uomo c'era un jockey ed un antiquario: due mestieri singolarmente pieni di attrattive, che divengono irresistibili quando il caso li fa convergere in un uomo solo.
Io pure amo i fantini e prudentemente vénero gli antiquari; ma debbo confessarvi, Litzine, che al simpatico Lord Pepe non saprei dar torto. Per vedervi così leggermente farfalleggiare col popolare Jo, non valeva la pena che il nobile hidalgo vi contendesse al fior fiore di due continenti, quando a Biarritz dividevate il vostro giorno solare fra le colazioni di Crisópulo il Greco, le cene di Ned l'Americano, e i tè intimi del marchese Sciogatsu, ovverossia il marchese Capo d'Anno.
Adesso vi consiglio, cara Litzine, di abbandonare la macchina infernale, perchè in tutto l'albergo non si trova più un solo franco d'argento. Poi, la casella azzurra con la stella d'oro—quella che fa cadere la pioggia di Dánae—uscirà forse una volta su mille, se pur non succede nulla di ancor meno propizio nel regolare calcolo delle probabilità.