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Sciogli la treccia, Maria Maddalena; romanzo

Front matter (continued 5)

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Il calcolo delle probabilità:—ecco invece, cara Litzine, la suprema e filosofica legge della vita. Nella matematica universale degli avvenimenti umani accade quel tanto che deve accadere: null'altro. Per un uomo felice, mille devono patire; per uno che vince, mille devono perdere.

Non è giusto?...

Che importa? È giusto matematicamente.

Il calcolo delle probabilità insegna che, fra i nostri tentativi, dieci almeno debbono essere infruttuosi ed uno solo può riuscire; che, fra i nostri pensieri, uno soltanto può non essere del tutto falso, fra i nostri amori uno soltanto non del tutto inutile, fra le mille strade che percorriamo una sola chiara ed inevitabile: quella del cimitero.

Il calcolo delle probabilità fa intendere che nell'accozzaglia delle vicende umane il caso fortuito è quello che governa tutto quanto avviene, mentre una sola disciplina conta nell'infinito, quella che si riduce ad una espressione, o meglio ad una ipotesi numerica.

Noi siamo cifre, cara Litzine. Il tempo ci moltiplica, ci sottrae, fa di noi un'algebra complicata ed apparentemente esatta, ci coinvolge in sottili formule ove la nostra vana spiritualità cerca un senso ulteriore, mentre una sola cifra è quella che in tutto e per tutti ha ragione d'essere:—la cifra «zero».

E i biscazzieri, che sono grandi filosofi, come vedete l'hanno tenuta per sè.

Non continuate a far cadere i vostri piccoli franchi d'argento nel ventre metallico di questa fiera ingorda; essa, come tutte l'altre soverchierie che dànno la ricchezza nel mondo, ha tenuta per sè la cifra zero.

E poichè siamo stati oggi a Lourdes, cara Litzine, lasciátemi dire un'ultima sciocchezza.

Il calcolo delle probabilità insegna che su mille condannati a morte ce n'è sempre uno, il quale, come dicono anche i medici, guarisce «miracolosamente»; insegna che uno fra gli aspetti clinici della pazzia religiosa è precisamente quello di rendere il corpo atto a supplizi che parrebbero mortali ed a rinnovazioni organiche tuttora ignote alla scienza, ma dovute senza dubbio a straordinarie possibilità della forza nervosa; ed insegna che l'uomo è un vecchio spettatore di miracoli, un vecchio bimbo attonito, il quale ha sempre amato lasciarsi prendere nelle trappole de' giocolieri...

Infine, cara Litzine, per togliere al prossimo i piccoli franchi d'argento il miglior espediente non è già la costruzione di queste macchine infernali, dove, premendo una leva, il disco gira con velocità e si attende, ma sempre invano, il rumore della pioggia di Dánae...

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Lord Pepe non aveva sonno; io neppure. Madlen e Litzine erano salite nelle rispettive camere, dove probabilmente, nello scambiarsi una lunga visita prima di andare a letto, avrebbero incominciato a parlare di noi,—come noi di loro.

La sala del bigliardo e quella del bar non erano divise che da un'arcata. Lord Pepe—uomo calmo, preciso e logico, era un forte giocatore di carambola. Io, sbadato, nervoso, illogico, perdetti con disonore tre partite.

Il bigliardo è geometria; la geometria è logica.

Vedevamo il fantino-antiquario, l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, sorbire con lentezza un quinto, poi un sesto, poi un settimo gin-cock-tail.

Il gin-cock-tail è alcool a novanta gradi; l'alcool è poesia.

Quest'uomo, nato per la velocità e divenuto conoscitore di ruderi, dimenticava nell'ebbrezza del bicchiere le compatte cosce d'una moglie sposata per interesse. Forse vedeva un falso-Rembrandt brillare sul disco del traguardo in un Gran Premio di Longchamps; forse una fisionomia del Velasquez gli si confondeva con quella dello starter, mentre i discepoli del Tiziano entravano a mutarsi la casacca nello spogliatoio de' fantini...

L'alcool distrugge l'esattezza dei confini; per questo l'alcool è superumanazione.

Povero Jo!... non era forse meglio guidare alla vittoria un buon polledro di M.r Edmond Blanc, che studiare con la lente una ipotetica Madonna del Beato Angelico? Non era meglio riscuotere gli applausi deliranti o le minacciose bestemmie del pubblico di Longchamps, che tastare con nocche attente la Vecchia Cina ed inventare il romanzo d'un frammento attribuito a Fragonard?

Povero Jo!... non vi conosco, eppure mi siete simpatico. Mi siete simpatico, perchè in voi c'è un uomo che deve amare il suo passato, i suoi giorni di quando era povero, di quando la sua bellezza era nella velocità...

Tre uomini ed una signora giuocavano al bridge. Prima di risolversi a buttare una carta sul tappeto essi riflettevano con accigliate fisionomie, quasi avessero ponderato un comma del proprio testamento. La loro tetraggine mi faceva pensare ai conciliaboli segreti della Santa Inquisizione, alle congiure notturne del fosco Medio-Evo, ad una fatale partita fra quattro despoti, ove ognuno si giocasse il regno e la vita.

No: stavano solo giocando «un contre à sans atout»—avvenimento che, dicono, sia di capitale importanza nel secolo ventesimo.

Una cocotte prendeva il tè. Adocchiava un giovinetto biondo. Questi fissava con pudore la punta de' suoi scarpini da ballo.

Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la propria moglie quand'è incinta: ossia con apprensione e con affetto. Il barman discorreva con i clienti ch'erano seduti su alti sgabelli, contro il suo banco; numerava l'incasso, verificando i sigari venduti.

Un'altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman un'ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece l'ultima carambola.

Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.

L'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:

—«Vous êtes l'amant d'un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie femme! Je suis Joe Wallace.»

Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:

—«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»

Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:

—It is your play, mister Jo.

Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord Pepe:

—Good night, sir,—e scomparve.

Tutto ciò in un baleno.

Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz'aver potuto giocare un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:

—Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo l'illustre Joe Wallace, il popolare Jo, era già salito al pian di sopra, forse per addormentarsi un po' ebbro nel calmo tepor coniugale d'una moglie sposata per interesse.

Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell'appartamento di Jo, salire, violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale; voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo d'un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo, appioppandogli una dietro l'altra dodici perfette carambole, senza offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo di stecca.

Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto. Mentr'io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto, quest'uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,—l'illustre e popolare Jo—ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.

E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, tutto giulivo, mi costrinse a dividere con lui quell'ultimo spuntino dell'ágape giornaliera.

Fra le varie marche di Champagne,—generose fontane di sogno e di transumanazione,—quella che più induce alle intime, alle difficili confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era l'opinione di Lord Pepe, ossia l'opinione d'un erudito in materia, che sapeva sottilmente variare i toni dell'ubbriachezza come un sapiente musicista varia le sue musiche preferite.

Questo vino che portava il leggero nome d'una vedova, ci condusse naturalmente a parlar d'amore. Verso le due di notte, non prima,—(le ore che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)—verso le due di notte l'uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti que' discorsi che intesero ad altre cure de' suoi travagli diurni e leggermente si risolve a parlar d'amore. Queste ore prima dell'alba sono per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla critica dell'altro sesso, l'ora spirituale che rende il suo scetticismo proclive a tutte le confidenze.

Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a parlar d'amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del pomeriggio? L'amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un'atmosfera semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole, magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti ad entrare in comunione con gli uomini.

Così press'a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si chiama l'Amore.

Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice, prese a narrarmi le intime storie de' suoi amori con Litzine. Litzine la bionda, la pura come una educanda, l'azzurro-venata come un alabastro, Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...

Io mi ricordavo l'alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza della peccatrice di Mágdala, ove saliva l'ultima canzone grigia del lentissimo fiume Urumea....

E le rondini—pensavo—della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l'ala tesa e ferma traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche di stelle, andranno per le vie dell'altomare. E canterà lo spazio, e i turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell'alta nuvola, dove la strada è bella. Rondini, e l'amore vi porterà verso la stella ultima; vi ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il sole della terra più lontana.

Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell'esilio, e due volte nell'anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...

Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a metà, condito con olio, pepe, sugo d'uovo ed un pizzico di sénape, dev'esser proprio quello che ci vuole.

E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero in un piccolo paniere, che sembrava fosse asperso di rugiada, Lord Pepe mise l'occhialetto—(cosa che non faceva quasi mai)—si rovesciò contro la spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima domanda:

—¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de nuptias?

«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:

—Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...

Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l'umido suo frutto, una foglia di fico.

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Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a raccontarmi questa lunga storia...

«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il miglior tempo della sua vita.

Mia madre morì otto giorni dopo l'anniversario del mio settimo compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli d'un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade, portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte gravi cose vi accaddero.

Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l'agricoltore, infine si era dato alla politica.

Avevamo un grande castello, nell'alta Scozia, presso un vecchio borgo, dove tutti, come noi, eran cattolici.

Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre, assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava il nome d'una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa sua fedeltà verso la terra de' nostri antichi egli desiderava che mi fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.

Questa fu Mademoiselle Odette. M'insegnava, oltre la letteratura francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona educazione. Per mancanza d'altri maestri, il diácono Ralph, ch'era da poco venuto nel borgo, m'insegnava la storia sacra e profana, l'aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l'economia politica... non so bene quante cose m'insegnasse, con la sua voce dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette anni, ebbi tutta l'erudizione che occorre ad una signorina patrizia per trovar marito.

Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c'era nella sua fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava; nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura. Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand'egli, con una voce equilibrata, un po' lenta, muovendo le palpebre de' suoi occhi freddi come l'argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate Savonarola, io, senz'ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.

Avevo allora diciassette anni.

M.lle Odette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si trattasse della culla d'una dinastia. Quando venne al Castello aveva quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di seduzione, di freschezza e di leggiadria. Non già che fosse molto seria, tutt'altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde, il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta in ognuno de' suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche disabitate. M.lle Odette suonava il pianoforte con vera maestrìa; cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza d'una fanciulla di vent'anni.

Una sera, verso l'ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lle Odette nella grande biblioteca ov'egli teneva i registri della sua infelice amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale, mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lle Odette nella sua biblioteca.

Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini. Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su la cartella, e súbito m'accorsi che la mia presenza inattesa gli dava una certa preoccupazione.

—Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,—disse mio padre. Poi soggiunse:—Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.

Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre, mise in ordine alcuni scartafacci ch'erano su la scrivania, poi cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:

—Ma situation financière n'étant plus aussi brillante qu'elle était autrefois, j'ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas entamer la fortune de ma fille...—Poi si confuse, arruffò le parole in modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu questa: che M.lle Odette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lle Odette se ne andasse via da casa nostra.

Mi ricordo che M.lle Odette non rispose parola; solo si coverse la faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere Odette, cominciai a piangere anch'io.

Non so bene cos'accadde: certo è che M.lle Odette non andò via. Non fece neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere. Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lle Odette, la sua lunga faccia scura si rasserenava come per incanto.

Il vecchio James, grigio, un po' curvo, ringhioso, testardo e fedele come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la chiamava lui, ch'era venuta a comandare in casa d'altri ed anzi era stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi tagliuzzate le dita nell'acuminare legnetti e piuoli, era tempo sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il grillo. Così mi rivolsi all'esperienza del vecchio James, che in quel pomeriggio un po' caldo si era seduto sotto il portico interno a prendere il fresco.

—Ora vengo, miss Madlen,—rispose il vecchio James;—lasciátemi solo togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l'avete?

—L'ho chiuso in un cassettone.

—E gli avete dato qualcosa da mangiare?

—Sì, gli ho dato da mangiare.

—Cosa gli avete dato?

—Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.

—Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!

Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie; mentre lavorava, mi domandò:

—E «la signorina francesina» dov'è, che non la si vede?

—Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.

Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti gialli.—Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio la maledica!

Io gli domandai:—James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera Odette?

—La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente! Ma quando lo sarete un po' meno, anche voi domanderete alla «francesina» cosa fa la notte invece di dormire...—Poi si dette un gran colpo su la bocca, onde punirsi dell'aver parlato, e finì la costruzione della casa per il grillo.

Ma quelle sue parole mi fecero d'un tratto indovinare molte cose. Io dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina» invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia camera, mi recai dietro l'uscio della camera di Odette. Accostai l'occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro addormentato.

Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell'uscio, per la toppa della serratura, filtrava una luce che nell'oscurità pareva intensa. Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così male, che per un momento ebbi l'impressione di sentirmi piegare le ginocchia. Stavo su le mattonelle co' piedi scalzi; avevo molto freddo, i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa gioia mi accorsi de' miei seni nascenti.

Mi piegai, misi l'occhio alla serratura; ma per la disposizione dei mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...

Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un'angoscia mai provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare dal letto; era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre; qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò, se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.

Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole, venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare acqua nei catini.

Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati, stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all'anca, impigliandosi e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io, veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.

Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d'irritazione. S'incipriò, si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell'ascella oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.

Volli andarmene; anzi pensai:—«Ora devo andarmene. È tardi; fa freddo; anche Odette fra poco spegnerà il lume...»

Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora, senza bene intendere quel che facevo, d'un tratto la mia mano si alzò fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.

Odette venne all'uscio; vedendomi, s'impaurì.—«Che hai, Madlen? che fai?...»—Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai, Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai male?...»—«Sì...»

E con tutta la mia debole forza m'avvinsi a quel suo braccio nudo. La trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto. Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad affondare il capo nel mio guanciale...

Dormimmo.

. . . . . . . . . . .

In quella stanza era un trofeo d'armi; una immensa tavola nuda, macchiata d'inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.

Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent'anni. Era stato il preferito hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio stava nella rimessa con le stanghe all'aria, carico di ragnateli. Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un braccio. Benchè non l'adoperasse mai, James doveva tutte le settimane lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice, calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:

—Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.

Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua. Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per quest'uomo non si diventa grandi mai.

James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir. Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l'uomo ed il cavallo; avevano qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto un inciampo.

D'improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi guardava con attenzione, quasi volesse indovinare se avevo quella mattina l'anima pura. La sua statura un po' troppo alta s'irrigidiva qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d'un tratto, mi diceva quasi con ruvidità:—«Perchè vi siete lavata i capelli?» Oppure:—«Cos'è questo profumo che ora portate?»

Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione la gioia d'esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m'accorsi del peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio corpo giovine.

Quando non sapevo una cosa, egli s'irritava straordinariamente. Diceva:—«Non va! non va!—e si alzava, camminava per la stanza. Era troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.

Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non per quello che m'insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v'era d'innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.

Veniva la mattina, quand'ero da poco levata. I miei capelli brillavano; io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po' di cipria.

Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate, nei raggi del sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di vento scompigliava d'improvviso tutte le pagine de' miei libri. Ed io ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po' curvato su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno ad una preda. Quest'uomo di trentacinque anni, questo mio educatore, questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio, dall'astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era; sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo dell'umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.

Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando all'amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione; sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse di coricarmi, e v'eran momenti ne' quali mi toccava rovesciarmi all'indietro, chiudere gli occhi, un po' sopraffatta...

Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d'improvviso dal parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me stessa il buon odore della mia nudità.

Una mattina—(era quasi l'estate, faceva caldo, le praterie si muovevano, gonfie di profumo e di rumore)—una mattina io stavo scrivendo su quella tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.

Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito. Avvolse il mio braccio. S'impadronì della mia spalla. Fasciò la mia nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.

Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m'entrò nella bocca, rise ne' miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola, sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.

Quando fui di nuovo tutta nell'ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di sentirsi offendere...

Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi, abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne' miei sensi, nel colore de' miei vivi capelli, entrava, m'irradiava tutto l'essere, mi empiva di estate l'anima...

E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse, li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...

Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una pazza...

Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che avevo tutto imparato. Non lo vidi più.

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Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io potevo dimenticare quella notte già lontana.

Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e dormii.

Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.

Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de' suoi capelli soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata, oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.

Era tardi; faceva un po' freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana cima d'albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un rumore.

Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare ne' suoi gonfi capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava; era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere, pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano, senza rumore, fin sull'anima...

—«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d'un anno che gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l'ho veduto piangere... E tu non sai com'è triste veder piangere un uomo. Allora, per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida... pesare, pesare terribilmente su la mia...»

Forse non l'ascoltavo nemmeno più. Ne' miei sensi traboccava la memoria di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che nondimeno erano state fra lei e me.

Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora, improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio, quando scopriva ne' miei occhi di vergine la traccia notturna de' miei primi peccati.

Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d'amore come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d'oro abbassate su gli occhi splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d'ombra che le scendeva sino agli angoli della bocca.

Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità era maggiore che fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia provincia.

E troppo sovente noi parlavamo d'amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io l'ascoltavo. L'ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante; me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch'ella doveva saper dare ad un amante.

Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi trent'anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch'era impossibile, per lei, far a meno dell'amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po' troppo gli occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la mia vita deserta.

A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di entrare nella camera di Odette sempre battevo all'uscio, e non vi andavo se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in quelle ore d'intimità, quando anche gli occhi d'una sorella possono divenire importuni.

Allora Odette, molto spesso, con l'aria di far quello che faceva quand'ero una bimba, s'impadroniva di me, de' miei capelli, della mia gola bianca e nuda, mi pettinava, m'incipriava tutta la persona, e sul mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.

Alle volte, mentr'io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.

Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella che non potevo guardare l'oscurità del mio grembo innocente, il pallore de' miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...

Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l'orlo del mio letto, finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani strepiti, fra quelle mura disabitate.

Quando sedeva su l'orlo della mia coltre, Odette, nelle sere dell'inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d'amore.

Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.

Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi, molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi ricordo, cominciava così:

«Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi les pécheresses...»

Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca, declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d'esser l'uomo più necessario alla politica dell'Impero Britannico.

Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi, forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell'aria splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di febbre.

Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel camino spento, muovendo la cenere.

Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d'argento. E la macchia de' suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di fumo.

Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale insieme, con lentezza, fermándoci ogni tratto. Siccome l'elettricità si era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle candele.

Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia d'oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere, un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante; cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri. Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.

In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.

Era il vento. Le due candele si spensero.

Il vento c'investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.

Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:—«Spógliati. Verrò da te; leggeremo un libro.»

Dall'invetriata ch'era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio d'una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente. Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a chiudere quella porta spalancata.

Entrai nella mia camera senz'accendere il lume. Nello splendore delle due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille criniere. Gli abeti si piegavano tutti da una parte come grandi vele buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama di vento, sottile. Guardai l'erba dei prati, che scorreva, come se la traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce pesarmi fin su l'anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi sembrava di attendere un'anima straniera che stesse per entrare in me.

Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l'ora. Mi parve di vedere questi larghi rintocchi andarsene per l'aria infuriata come pesanti mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono Ralph, a' suoi bellissimi occhi freddi come l'argento...

Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov'era il diácono Ralph?...

Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono tranquille, che non hanno bisogno d'amore, che vanno a letto con un po' di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...

Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch'io, tranquilla, con le due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il sole...

Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere le scarpe, le calze, mi sedetti su l'orlo del letto. Io non pensavo all'amore; pensavo terribilmente a lei, a me...

In quel momento entrò Odette.

Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più paurosa, che provai nella vita.

Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda... Ella mi disse:—«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia s'aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca, nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.

Ella tornò a dire:—«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava l'ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi restava solo da entrare sotto le coltri.

E mormorò:—«Córicati...»—Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo, mi appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader supina.

Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati; ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.

Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.

Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli occhi freddi come l'argento, alla faccia devastata e bella del diácono Ralph...

Allora ella sedette su l'orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte parole, delle quali sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo, vicino, insistente, gonfio d'una specie di grido represso, che mi toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si dà...

E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l'ascoltavo nemmeno più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere infinito che stava per nascere in me...

A poco a poco, le parole che mi diceva—parole che non ricordo e non so quali fossero—divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr'io sentivo, ed ella pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di felicità...

Nell'urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.

E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:

«Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi les pécheresses...»

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Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, coi veri derelitti, e vestiva il lino tessuto su' telai delle più misere filatrici, e beveva l'acqua di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne' roseti, ne' palmeti, su l'erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil, sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e di erba selvatica.

E quest'Uomo ch'era il più povero fra tutti i poveri di Palestina, passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo; passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti, ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l'insegna dipinta di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d'argento, agli empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di ánfore, ai fini cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di pergamene elleniche, passava nell'empio cuore della città satanica, alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.

In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda corrompevano con un'occhiata la giustizia dei governatori latini, carichi d'anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva la notizia d'una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i commercianti s'impensierivano, pensando all'imminenza di nuovi balzelli. Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata, che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane; sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti, ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de' funzionari cesárei; si parlava di Roma come d'una immensa città coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato, con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.

Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato sotto l'alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti l'intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della gente di Palestina metteva nell'aria un non so che di musicale, una specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di là.

Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e complicata, un motto di spirito, la notizia d'un fidanzamento, la straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie, quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime che i Dottori tenevan ne' cortili del Tempio, dinanzi ad immensi uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un'acca, l'imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù, la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi navigatori o con gli schiavi d'altre terre, le satire nelle quali si tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:—tutto ciò formava l'argomento de' discorsi consueti e pareva occupasse l'anima superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l'epopea mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva sotto il regno del vile Tetrarca.

Ma Egli andava coi poveri, co' gli umili, con i buoni derelitti, e dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l'appressarsi del regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d'un sogno folle poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita miseria del terribile mondo.

E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto vello ebraico dei fanciullini ch'egli amava; e stando vicino ai pozzi, quando l'ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su l'acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli agguantatori che le guardie tenevano d'occhio, e parlava per tutti ugualmente, nella maniera più dolce che mai s'era udita, lasciando un lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.

Sicchè un giorno cominciarono con dire:—Questi è l'uomo che or venne da poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»

Ed un altro giorno dissero:—«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»

Ed infatti, una volta, quando venne l'uomo ossessionato,—e tutta la piazza era davanti—egli disse:—«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai libero da ogni dannazione.»

Così fece l'ossesso—e tutta la piazza vide il miracolo—e rimase prosternata fin quando Egli sparì.

Un'altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse; venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor case, liberi dal morbo che li flagellava.

Poichè sopra tutto Egli diceva:—«Perdonate al vostro male, a chi vi dona il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile, nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»

E v'era tutto un popolo, e v'era tutto un mondo ancor nuovo a questo verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri, pronto anch'esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole del bianco taumaturgo:

«La felicità unica viene dal dolore.»

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Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io, nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.

Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della cattolicità e meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.

Dopo il suo ritorno d'Oltremanica, questo banco di mille marenghi era divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole cimentarsi al gioco in alcun altro modo:—l'esperienza gli consigliava di attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè questa lucida somma, poi sorgere d'improvviso, chiedere il banco, voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.

Maniera in fondo rispettabilissima d'intendere il gioco d'azzardo e, secondo la legge darwiniana della lotta per l'esistenza, tutto quel trascendentale senso dell'uman vivere che il duro Schopenhauer riassumeva nell'istinto di sopraffazione.

Senonchè l'amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche per disavventura fare baccarà e baccarà.

Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il saggio Lord Pepe aveva molta fede nell'allenamento fisico, nel giusto equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della selvaggia montagna:—perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva ora ne' suoi minimi particolari, un'ascensione al Pic du Midi.

Egli riteneva—secondo una esperienza non meno scientifica di quella che governa i miracoli di Lourdes—che la perfetta sanità e la pienezza delle forze fisiche pongan l'umano spirito in uno stato di maravigliosa antiveggenza, la qual consente perfino d'intuire i colpi favorevoli nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.

Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono, brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v'era ombra di dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila marenghi.

Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema ed oscura potenza della volontà umana.

In fin de' conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva nell'influsso dell'aria di montagna su le fortune imprevedibili del baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana d'acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?

In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia nominare folle o giusta quella tentazione che l'uomo prova di voler guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l'esperienza della umana possibilità.

Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c'è sempre un po' di sogno nell'uomo che insegue una chimera. E bisogna infine comprendere che nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose impossibili.

Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere per qual modo esso avvenga.

Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa del miracolo che percoteva la cristianità infinita.

Quanti erano? Quante migliaia erano?

Impossibile a contarsi, quell'immenso numero di cristiani, del quale si gremiva tutta quanta la vallata; uomini e donne, secolari e monaci, cristiani di tutte le terre, facce sperdute in Cristo, nel fuoco della penitenza, nella febbre del digiuno, tutti confessati con l'ostia, mondi come il lino del battesimo, tutti assorti nel veggente amore che accese l'anima della bianca pascolatrice.

Era già questa l'ora, dopo le campane del vespero, quando i pellegrinaggi di Lourdes si adunano intorno alla Collina del Calvario per formare la processione del Santissimo Sacramento. Dai lontani Pirenei scendeva nella vallata un vento scuro, che pareva trascinasse con sè, dai prati alti, un melodioso e grande stormir d'abeti. Il bianco fiume di Bernadette quella sera cantava, come nel tempo quand'ella venne al guado, e la compagna e la sorella passarono per l'altra riva, e sparvero, cercando legna di buona scintilla. Nel vento era un odor confuso di nevai e di violette, un odor soave di bosco lontano e di fragranti resine.

Ora il Vescovo si mise davanti alle bandiere sacre delle varie comunità, e la processione cominciò a salire l'erta del Calvario. Di là dal ponte, sotto il Castello che tenne il vassallaggio delle otto vallate, Lourdes la empia, Lourdes la città monastica dei rigattieri di religione, si andava cancellando a poco a poco dietro un confuso velario di alberi e d'ombra. D'un tratto, sui bianchi steli dei ceri votivi qualche pallida e tremula fiammella s'accese; poi divennero cento, poi mille, poi divennero decine di migliaia; e tutto, nella valle di Lourdes, era un fantastico tremore di piccole stelle, un brillar stupendo che infiammava i marmi della raggiante Basilica, un improvviso ed infinito incendio, che vacillando pavimentava l'immensa Esplanade come una specie di terrestre firmamento.

Si vedevano i cristiani salire per le duplici scalinate del Tempio, dietro selve di arazzi e di bandiere che seguivano il baldacchino del Vescovo; ed erano gli incisi di tutte le piaghe, i turiferari della umana calamità, il vecchio popolo di Cristo, la sua carne, la sua crocifissa anima, quel che restava in terra del sogno d'un Dio.

E là, nel fuoco della Basilica, l'altare incendiato folgorava come un braciere splendidissimo.

Gli ori antichi, le gemme di tutti i regni della terra, le collane di perle che cinsero il collo delle cattoliche imperatrici, gli anelli dei Cavalieri di Cristo, conquistati nel tesoro di Bisanzio, i rubini rossi come il sangue, gli smeraldi verdi come l'oltremare, le riviere di brillanti che nessuna donna mai possedette:—questo possedeva la pallida Signora di Lourdes, l'Apparsa con un manto azzurro nel sogno della povera pascolatrice.

Ora, nella grande Basilica, si alzava il canto dei pellegrini, e questa voce gonfia di patimento, accesa di folle religiosità, rintronava contro i marmi tempestati di argenti votivi, traendone un fulgore così abbacinante che la luce medesima pareva divenisse un rumore.

Chiese uscite dalle catacombe, nel barlume fumoso delle torce sotterranee, con vescovi primordiali che battezzavano i condannati alle ugne delle fiere, chiese della prima cristianità, considerata come plebaglia da carneficina, ora voi siete palazzi d'argento, con vescovi regali e scintillanti come tiranni asiatici, dai quali non si appressan le labbra se non a cálici di ben cesellato oro massiccio e non si dona il Paradiso a chi non dona, e solo è fatto il nome di Cristo per suggellare opere ch'egli maledisse!...

Povere turbe fanátiche, voi forse eravate ancor le medesime che s'inginocchiaron nelle buie catacombe, iloti perpetui, che opprime la dura potenza delle città sataniche, vecchia famiglia dei carceri mamertini, dei lazzaretti forensi, dei poderi lavorati al paro con le bestie da giogo, poveri brandelli marci della splendente carne umana, tristezza della dolce terra, dolore del mondo...

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro, un teatro follemente lussuoso della umana povertà, una sala mistica ove le turbe inginocchiate aspettavano la consumazione d'un rito mirabile; un rito nel quale vedrei qualcosa di superumano avvenire, forse il trasmutamento di tutto me stesso in un altro spirito, quello che potrebbe infine prosternare la mia dura fronte contro la fredda pietra e sentire in me nascere la divina bellezza della possessione di Dio.

Forse di là uscirei, acceso io pure dalla demenza dei portatori di fiaccole, servo io pure dell'idolo scintillante, e la mia voce sommessa canterebbe nella grande conclamazione del miracolo, e sarei quel monaco del quale talvolta sorge in me la squallida ombra, e me infine condurrebbe la mia vita di profanatore alla sua perfezione definitiva.

Pensavo:—«Sarò un monaco. Uscirò dal rumore della vita, stanco alfine de' miei giorni dionisiaci, e porterò il capestro dei frati minori.

E tonderò la mia liscia capigliatura, e stringerò nel cordone del saio monástico le snelle mie reni che saziarono il piacere delle gloriose cortigiane. Il piede mio sottile, uso a ben reggersi nelle piccole staffe delle selle di peso leggero, patirà ignudo il gelo dell'inverno, serrato fra le corregge dei sandali d'umiltà. Una squallida barba castana, con qualche filo biondo, contornerà l'inciso pallore del mio volto notturno...»

Pensavo:—«E questa che viene con me, la bella fra tutte le belle, una sperduta in mezzo alle perdute, un fiore lungo la mia strada, una donna oscura che mi guarda con i suoi occhi pieni di nord, forse oggi diverrà la sorella dell'altra peccatrice, quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

Pensavo:—«Siamo stati entrambi freddi e funesti come i gioielli che brillan nelle vetrine diavolo; tutta la nostra vita fu spesa, là dove l'anima perisce, negli ardenti pericoli delle sterili gioie; forse patimmo senza piangere, forse in noi rise un dolore che ci costrinse a vuotare il cálice, a rompere il bicchiere...»

E non udite voi, Madlen, come cantano i devoti pellegrini?

Essi cantano:—«Date a noi, Vergine Maria, la grazia, non di guarire, ma di credere; non di possedere, ma di credere; non di essere felici, ma di credere. Date a noi, Vergine Maria, l'altezza d'amore ch'è sopra il dolore degli uomini; lontanáteci dalle cose del mondo, fate in noi scendere quel che ogni spirito cerca: il vero Dio.»

Essi cantano:—«Il miracolo che noi cerchiamo è la testimonianza che voi non siete unicamente una musica del nostro inginocchiato sogno, ma la eterna luce dell'eterno infinito, la buona e verace ala che noi raccoglierà dal peso della polvere.»

Essi cantano:—«Vergine Maria, dà ora un segno che tu sei, nella nostra carne maledetta; solleva, se non me, il fratello mio che non ha ginocchia, la sorella mia priva di labbra, che non può dire il tuo nome; libera uno dei mille dal marchio dell'inguaribile infermità; muovi la mano per toccare una sola fronte; fa che i nostri occhi vedano quel che i nostri orecchi udirono; sii con noi, prega per noi, Signora di Lourdes, Madre di Dio...»

La chiesa era bella; era tutta un arazzo d'argento, un portico d'oro; i ceri si moltiplicavan tremando nel fuoco del tesoro inaccessibile; da ogni pietra saliva in Cristo l'anima del pellegrino inginocchiato.

Ed io pure sentivo qualcosa di me uscire da questa mia pesante materia, che tutto soffrì e tutto volle, per alimentarsi di quell'anima grande che la folla tramandava, come se il principio della liberazione stesse per invadere la mia spiritualità non ancora trascendente. E questo senso della purificazione mistica era in me tanto più vuluttuoso, quanto più sentivo di essere vicino all'amore di una donna, e quanto più sentivo il braccio di questa mia donna impaurita tremare leggermente sotto il mio, quando, nella splendente Basilica, fra la turba infinita, ella era il solo profumo, la sola presenza che ancora potesse ricordarmi della mia vita lontana.

Eppure, mai come allora, mai con uguale carnalità, avevo sentita la gioia della sua bellezza invadermi, l'ardore del suo desiderio possedermi, essere mio, confondersi nel tremore d'anima che pareva mi volesse dividere dalle gioie della vita.

Forse quest'amante, che non mi diedero le coppe lievi, ricolme di vini biondi, or mi darebbe la Chiesa dove l'organo balenante cantava, e mia diverrebbe davanti alla genuflessione di tutti i percossi, davanti alla miseria di tutti i pentiti, tra quell'incenso pregno d'immaterialità, che salendo in larghi vortici offuscava le gemme dell'idolo scintillante.

In una specie di sogno meraviglioso io pensavo alla liberazione dai sensi e pativo l'odore della sua carne, intravvedevo le altezze della mistica fedeltà e mi accorgevo del suo corpo ignudo, sentivo giungere insieme l'ora di partirmi da ogni desiderio e quella di godere il più logorante peccato.

Forse in lei, più profonda che in me stesso, era questa medesima duplicità, e le sue mani crudeli toccavano me, come un'amante cerca di comunicarsi al piacere dell'amante. Ne' suoi occhi pieni di nord non avevo mai veduta più ombra.

Non so perchè, in quel momento la immaginai qualora fosse morta—morta nella sua gioventù—ed immaginai di vederla giacere sovra un letto pieno di trine, seminuda, co' suoi capelli ancor segnati dall'ondulazione, con tutti i suoi vizi ancora evidenti su la pelle incipriata, e pensai come sarebbe stato lieve il peso di quel corpo da mettere nella bara...

Ma era viva, e diventerebbe vecchia,—una piccola vecchia gialla, col mento aguzzo, lo scheletro accartocciato... Il giorno del suo funerale, quando la porterebbero via, forse da tutti dimenticata, forse in miseria, qualcuno direbbe ch'era stata una prostituta; le darebbero, per marcire, due metri di terra santa...

E la sua bocca nuova come la primavera mi fece pensare alle notti del pallido Uomo di Galil, quand'Egli dormiva sotto le stelle, vicino alla cortigiana di Mágdala, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, bella come la rosa che nasce nei fragranti giardini del Libano, l'intrisa di tutti i peccati, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E fu il mio sogno così veracemente manifesto, che d'un tratto vidi, o mi parve, un largo drappo d'oro sciorinarsi nel mezzo della Basilica, e vidi la danzatrice di Mágdala, senza veli, più bella d'ogni altra che mai portò nome di donna, sciolta fin sopra le anche i suoi capelli biondi e bui, con braccialetti d'oro che si attorcevano a' suoi polsi come fini serpenti, e filigrane di gemme sui vertici dei seni gonfi di voluttuosa pubertà, uno specchio d'argento che brillava sul tappeto scintillante, e per musica unica la bellezza della sua nudità, danzare le sacre danze oscene dei pallidi semiti, quelle che in Giudea svigorivano le dure milizie italiche, e per lei da ogni parte ammucchiavano sul tappeto scintillante le più costose gemme della folle Tiberiade, ove nessuna finestra mai si chiudeva prima dell'alba e nessuna donna era mai posseduta da un uomo solo, anzi a quelli più sfrenatamente si dava, che nello stesso furor dell'orgia la natura vieta...

E questo, ch'io vedevo, era uno splendido abbaglio de' miei occhi, già pieni di quella erroneità ch'è fuori dalle cose presenti, ma che il forte calor dello spirito ágita e crea come un sogno non più dimenticabile. Mai quella chiesa infiammata uscirà dalla mia memoria ed il largo drappo d'oro sul quale mi apparve, nelle sembianze della donna ch'era mia, la danzatrice di Mágdala.

I ceri ardevano, l'organo scintillante alzava il suo canto liturgico sul fervore delle turbe inginocchiate; l'altare, circonfuso di fumo, tramandava dagli ori de' suoi tabernacoli quel senso dell'eterno e dell'immanente che il sogno di tutte le stirpi custodì nelle arche millenarie.

Dietro quell'altare, come se ogni cosa di Dio fosse trasparente, mi pareva di vedere il bianco Taumaturgo allontanarsi per la terra di Galilea, fin là dove ancora splendevano le rosse finestre di Tiberiade; là era steso, tra incensieri che fumavano, il largo drappo d'oro della danzatrice di Mágdala, cosparso di gemme che cadevano intorno al suo specchio d'argento...

Era il peccato del mondo che si trascinava sin davanti gli altari, la gioia della umana carne che non voleva dar pace nemmeno al cuore d'un Dio.

Or vedevo la donna splendente, inginocchiata nel mezzo della Basilica, sul drappo d'oro, immergersi nuda nel fumo degli incensieri, mentre saliva, tra il dolore della umana gente, la voce del grande organo avvolto in una musica di fiamme, e l'alta chiesa bruciava come un padiglione di sole—di fuoco e di sole—ov'erano tutti i peccati, le gioie della carne, tutto il rossore della umana voluttà, il riso ebbro della perdizione che vuota il cálice, spezza il bicchiere... più su, più su, in un vortice di sole—di fuoco e di sole—ubbriaca, nei paradisi terrestri, l'infernalità dionisiaca della vita...

E la voce del mio spirito a lei gridava

—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più bella fra tutte le donne; il mio dolore è con te; il mio amore è con te; sciogli la treccia, Maria Maddalena...»

La chiesa era bella; era un arazzo d'argento, un portico d'oro, una vetrata gloriosa di eccelsi cristalli, ove ogni fiamma si rompeva nel fuoco settemplice dell'arcobaleno.

E la voce del mio spirito a lei gridava:

—«Sciogli la treccia. Maria Maddalena; tu sei la più soave di tutte le peccatrici; dalla tua carne bianca si diffonde il profumo delle rose di Galaad; nel giardino che tu sei nasce la fontana del terrestre amore; esso è vivo, e trema nel tuo grembo di peccatrice, nel tuo grembo di posseditrice... Sciogli la treccia, Maria Maddalena!...»

Dai sacri incensieri, appesi a doppie catene d'argento, dal suo drappo d'oro steso nel mezzo della Basilica, quasi da lei, dalla inazzurrata sua nudità, saliva lento e ricamato il fumo dell'incenso cristiano, trasparente come l'elevazione dello spirito, casto come l'anima delle creature comunicate, lieve come la speranza degli uomini, ascendente come l'umano dolore.

Tra il fumo, che pareva le formasse una tenue veste azzurra, le sue forcelle d'oro bruciavan nella capigliatura scintillante.

Ma d'un tratto le sue dita vive sciolsero il nodo che avvinceva quella ricchezza disordinata, quel mantello biondo e buio, che pareva stellato come sono i firmamenti nel mese d'Aprile.

Cadde.

Su lei cadde. Maravigliosamente la vestì. Nelle sue trecce disciolte penetrò la nuvola degli incensieri. Vidi una striscia di vapore cingerla come una clámide bianca. La musica, divenuta fumo, s'immerse ne' suoi capelli scintillanti. Non era più nuda, non era più la danzatrice di Mágdala, ma quella che disse una sera al pallido Uomo di Galil:—«Préndimi! báciami!... la strada è bella; e tu scioglierai la mia treccia per farne il tuo guanciale profumato...»

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Or io vedevo, nel celestiale dirupo, quella che un tempo chiamavasi la caverna de' caprifogli e degli spini.

Quando scese al guado Bernadette, la Gave de Pau scorreva sotto la rupe di Massabielle, rasente il greto selvaggio. Ma ora la sagacia idraulica dell'ingegneria canonicale aveva respinto il fiume nel mezzo della vallata e spaziose murature circondavano l'accesso alla Grotta del Miracolo. Questa non era paurosa nè profonda; nulla in sè aveva dell'antro o della spelonca, nulla dei sinistri abitácoli di uomini primordiali o di fiere scomparse; ma solo appariva per due fenditure nella roccia, che ne formavan l'entrata e l'uscita; odor rancio di candele consunte appestava l'aria sotto la volta affumicata; le labbra dei fedeli avevano intaccato e reso liscio il sasso delle pareti; nel fondo era una specie di strozzatura, dalla quale pullulava un filo d'acqua, scarso, debole, che ogni tratto s'interrompeva.

Questo era il sublime rivolo, che dissuggellò dal macigno la mano lieve della pascolatrice.

Davanti alla fiacca sorgente vacillava un triste tabernacolo ed infinite migliaia di lettere si ammucchiavano dietro un cancelletto, in una specie di natural paniere. Là in fondo erano appese ancora le grucce e gli ordigni ortopedici dei primi che furon tocchi dal miracolo, e tutta la rupe, intorno all'accesso della Grotta, se ne vestiva come d'una tragica e squallida reliquia di martirio.

I fedeli si stipavano all'ingresso, ov'era, contro il palco del predicatore, un rozzo ed enorme simulacro della Signora di Lourdes. I cristiani entravan come sonnambuli, dopo avere compresse follemente le labbra su la pietra luccicante; compivano il giro dell'angusto presepe, che doveva sanarli da ogni patimento: alcuni stramazzavano al suolo, tramortiti, nel vedere l'acqua celestiale. Venivan tolti su di peso; il lezzo era insostenibile; il cancello impediva di attingere alla divina Sorgente; le fisionomie, tra quel barlume di ceri e quella nebbia di sacra fuliggine, assumevano un non so che di orribilmente spettrale; un silenzio, non interrotto che dallo strisciar de' piedi, lasciava udire il gorgoglio che l'acqua scarsa mandava nella sua fatica di gemere; e la folla continua, pazza, pesante, muta, costringeva, dopo qualche attimo, a procedere fra le pareti anguste, fino all'uscita.

Là, pareva che l'aria del mondo ancora fosse dolce a respirarsi, come per chi esce d'improvviso da una galera sotterranea.

Ma quivi era la più turpe adunazione di carne moritura che mai si accolse davanti allo stupore de' miei occhi, e questa orribil fiera di atroci difformità circondava la Grotta del Miracolo. Come i sacri lebbrosi dell'Oriente, questi eran fatti segno all'adorazione della folla ed erano lasciati stare innanzi a tutti, proprio sul limitare della Grotta, come una larga platea di contraffazioni umane sotto il pergamo del predicatore, in attesa del miracolo.

Chi poteva reggersi era in piedi su le grucce, oppure a ginocchi; gli altri eran deposti su lettighe, barelle, sedie scorrevoli, od eran quasi murati vivi entro macchine d'ortopedìa. Quasi fossero gli attori spaventosi d'un liturgico dramma da Gran Guignol, erano lasciati soli e campeggiavano in mezzo alla folla, sinistramente percossi dal chiarore delle torce, neri di tabe, monchi delle membra, con piaghe senza nome, con viluppi di fasce onde gemeva la nera putredine, meno simili a creature che a cadaveri dissepolti.

Era scesa la rapida oscurità che fa breve in autunno il crepuscolo tra i monti; un po' di luna, fra nuvole, batteva sopra un angolo del Gave. L'odore dei timi, l'odore dei boschi pieni di ciclamini, aleggiava su la immensa folla che si andava perdendo nell'oscurità. Qualche lembo di giardino appena intravvedibile, qualche fiore nato in mezzo ad un cespuglio, facevano pensare alla vita con una specie di angoscia inesprimibile, come se la muraglia degli storpi dividesse noi per sempre dalle perdute primavere del mondo. Eravamo afferrati nel mezzo d'una umanità che non era più la nostra; eravamo anche noi sotto il pergamo del predicatore, sotto il rozzo enorme idolo dell'azzurra Signora di Lourdes, e vedevamo, sopra uno sfondo buio, nel quale brulicavano migliaia e migliaia di ceri, ardere gli occhi fanatici, le facce spettrali dei percossi da tutte le maledizioni, quelli che i medici abbandonarono ai supplizi delle tenaci agonie, quelli per cui la terra più non produce balsamo, e tanto è l'orrore che fanno, da inibire a chi li guarda il senso della pietà.

Ma essi avevano ancora la speranza di risorgere, sani e liberi, per il tocco di una virtù ineffabile, che il crogiuolo dell'alchimista non ha finora imprigionata. E questi reietti da ogni bene del mondo amavano ancora la vita; queste povere cose già pregne della tentacolare distruzione sotterranea, questi pervasi dall'amor di Cristo amavano ancor la vita; questi laceri e difformi tronchi umani, atti a servir da esperimento per i chirurghi nelle sale anatómiche, avevano ancora in mente il sole delle mattine di primavera, la fresca voce delle donne che cantano, il vino biondo che ride nei cálici colmi di stelle, tutto ciò che porta gli uomini verso il terrestre paradiso, tutto ciò che non vuole spegnersi:—e più terribilmente di noi questi uccisi amavano la vita.

Io vedevo i lor occhi malvagi, spaventati, volgersi alla Grotta fiammeggiante, cercare là dentro la salvezza, come l'avrebber cercata forse nell'inferno; e que' bracci monchi, e que' labbri tumidi, e quelle facce ove la speranza del miracolo dipingeva una specie di frenetica irresponsabilità, si volgevano a cercare su la terra quel Dio che doveva risuscitarli, quel Dio di tutte le basiliche, al quale volevano estorcere un ultimo giorno di vita.

E quivi, come nelle Arene ove si vede sprizzare il sangue rosso del combattimento, ove cadono le belle fiere inginocchiate sotto la spada ferma del trucidatore, io sentivo sopra tutto fremere la bestialità sensuale della folla, sentivo battere in me la concitazione di tutti que' nervi, che amavano sentirsi atti alla crudele forza del godimento, alla esasperata gioia della validità, mentre stavano così presso all'inguaribile dolore.

E in questo violento contrasto, che par quasi raffiguri tutta quanta la sintesi della vita, io scoprivo il senso voluttuoso della religione cristiana, che inchinò i forti verso i deboli e costrinse ognuno a guardare nel dolore altrui, come in uno specchio dove la propria calamità grandemente si fortificava. Scoverta nella rinunzia la maggior poesia della vita, essa giunse a concepire il patimento come la via del gaudio superiore, l'umiltà come un segno di forza, la fede come un elisire nel quale siano tutte le gioie dello spirito e dei sensi, congiunte. Allorchè i più grandi rivelatori prima di Cristo non avevan saputo giungere oltre il bene dell'annientamento, ecco levarsi dalle vigne di Galil il bianco Taumaturgo e dire agli uomini di tutte le terre, vestiti fosser di porpora o di rozza cánape, negli alti palazzi o nelle fredde catapecchie:—«Bisogna saper giungere alla bontà: essa è forse l'ultimo piacere della vita.»

Così parlava quest'Uomo; ed era un sensuale profondo, un vero intriso di quella ricerca d'amore ch'è il fondamentale senso della vita, un appassionato perdonatore, che in tutti vedeva la sorgente della propria gioia nè poteva dividere sè stesso dalla comunione con l'amore altrui. Egli era nel mondo come una radice che dappertutto vuol suggere, mentre sapeva egli bene che la via più fraterna è quella del pianto. Nella sua bontà infinita era la tentazione involontaria di trarre sollievo dal male altrui, nel sentirsi meno afflitto del più afflitto, nel perdonare alla vita le sue crudeltà indispensabili.

Ed egli non seppe, forse non volle, giungere all'isolamento. Questo grande medico di sventure umane, questo divino inventore di fallaci paradisi, ebbe la infantile innocenza di non sentire sè stesso infuori «dagli altri», ed amò «gli altri», e quando lo derisero, e quando lo percossero, egli seguitò a credere che il senso della vita fosse «negli altri»; e quando, da tutti tradito, ebbe una croce da ergastolano come ultimo soglio del suo regno terrestre, quando i suoi discepoli eran fuggiti e lo scherano di fazione lo punzecchiava con la lancia nel costato per affrettarne la tenace agonia, quest'uomo ch'era vissuto come un fanciullo, chiamandosi re degli accattoni e messia del popolo d'Israele, cercava in sè stesso un ultimo filo di voce per benedire i suoi codardi assassini, che vicino a lui rappresentavano il vero simbolo «degli altri.»

Eppure anch'egli aveva sentito il bisogno di veder camminare accanto a sè la bionda femmina del terrestre amore, quella che non sapeva liberarsi dall'odore delle sue fine ciprie, dal peso de' suoi fulgenti braccialetti, l'amica dei centurioni prepotenti, la danzatrice ignuda nei conviti ove spremuto rideva il grappolo delle vigne di Galaad...

E questa musica d'amore,—forse la più bella che mai nascesse dai giardini della terra fiorita—questa bianca storia della danzatrice di Mádgala e dell'Uomo di Galil, è quella che oggi ancora sentiamo nascere in noi stessi ogni volta che il nostro cuore trema, è il poema carnale dello spirito, l'eterno peso della terra, che brucia e splende nei voli della umana poesia.

Per ciò voi eravate, Madlen, così persa e posseduta di me, quella sera che noi vedemmo gli storpi urlare nella febbre del miracolo, davanti alla Grotta fiammeggiante. Com'eravate nella Basilica, davanti al mio sogno di allucinato, così, ora e per sempre, in voi, Madlen, confonderò l'immagine della vera Maddalena.

E tutto il cammino che noi compimmo traverso le perdizioni della vita, forse più liberi ci condusse davanti a quest'ora definitiva. La terra buona e dolce, voi e me chiamava dalla vostra carne profumata, mentre il supplizio e la follìa di tutti i miserabili era davanti ai nostri occhi.

Le due maniere di vivere, qui per noi s'incontravano al bivio necessario ed inevitabile.

Tutto il peccato nuovo e giovine della vostra carne splendente m'innamorava in un modo così affascinante, che l'attesa della vostra dedizione per me si confondeva in una specie di voluttà sacrilega. E voi stessa non eravate più quella d'una volta, ma la donna forse della vostra infanzia, una donna che si riaffacciava davanti all'inizio d'ogni cosa della vita, e godeva d'esser stata impura, per meglio poter conoscere alfine, la perfetta colpa.

Davanti a quel mare di folla cristiana così farneticante nel delirio del miracolo, io, chiudendo gli occhi, ripensavo alle bianche albe del lontano fiume Urumea, quando voi eravate ancora una donna bella come il tormento, e la notte io v'attendevo, nella stanza piena di stelle, sommerso nel vento che scendeva da Monte Igueldo pieno di rosai...

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Urlavano; farneticavano; erano lì, proni e scomposti, nelle bende, su le grucce, lividi, contagiosi, monchi, tronchi, senza mento, idrópici come otri, consunti come cánapi, bacati, con la pelle impressa di lue, scotennati, con mandibole torte, con labbri pendenti, argentati di lebbra, con pustole del vaiolo; uno era perfino senza gola e si vedeva l'attaccatura della lingua. I congegni ortopedici picchiavano su l'asfalto; l'odore dello iodoformio stringeva la gola.

Erano lì, centinaia; formavano cerchio intorno al pergamo; strisciavano innanzi, a poco a poco, simili ad un lento groviglio di rettili che volessero avvolgere, stringere, l'enorme idolo della Signora di Lourdes.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Ed era salito sul pergamo un prete calmo, liscio, tutto adorno di bei paramenti, simile ad un magistrato, a un giudice delle cose divine, a un distributore delle amnistìe celesti, il quale predicava con una voce burocratica, senza mai variar di tono, quasi avesse premura di giungere alla fine. Ogni tanto alzava le braccia, tutt'e due le braccia, di scatto, con un gesto d'automa, e gridava:

—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...

La folla, tutta la immensa folla che si prolungava genuflessa nell'oscurità, ripeteva, battendo la fronte sul terreno, il grido fanatico:

—Sainte Vierge de Lourdes!... faites pour nous le miracle!...»

E l'urlo entrava nel corridoio del Gave, si perdeva, si ripercoteva nell'eco lontana dei monti; una sola parola correva più alta fra tutte: «le miracle!... le miracle!...»

C'era una monaca:—un decrepito corpo sfasciato, un pacco di vestimenti religiosi e di carni morte, seduta in una grande seggiola, dalla quale non poteva muoversi. Quando tutti si prosternavano, ella sola rimaneva come in trono sopra lo stuolo degli storpi, anchilosata come un fachiro, immobile in tutte le sue giunture. Questa monaca aveva una schiena lunga più del verisimile, che la innalzava spaventosamente; le due mani eran entrambe torte indietro, sotto il polso, perfettamente distese, cosicchè gli ápici dei medii quasi toccavano i gómiti. Questa monaca non aveva occhi, o per meglio dire, al luogo degli occhi aveva due piaghe rosse come carboni ardenti. E si vedevan anche da lungi le punte aguzze delle sue mandibole cineree masticare con una specie di visibile scricchiolìo le sillabe dell'invocazione al miracolo.

I bambini nati nei sifilicomi, i figli senza padre delle femmine che partoriscono in galera, i concepiti nel delirio alcoolico, nei tremiti forieri dell'epilessìa, i mostri delle gravidanze infantili, i contaminati, che le ciurme da sbarco lasciano alle meretrici vagabonde, parevano atroci caricature dello scheletro umano, appesi al collo delle dame di carità; ed uno, perfino, sotto una faccia tonda, piena d'eczema, aveva due dita di barba. All'altro, senz'orecchi, usciva di dietro il cranio la gibbosità di un secondo cranio. Ve n'era un altro, dalla statura d'uomo, con la fisionomia d'un infante, il quale agitava i suoi bracci rattrappiti, che gli arrivavan poco più giù dell'anche, mentre le sue gambe smisurate non gli permettevan di tenersi bene in equilibrio, cosicchè dondolava tutto d'un pezzo, come una catasta di sedie che stia per rovesciarsi.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Erano le madri, le tragiche madri della prole maledetta, che urlavano con una specie di umiltà esasperata, di fede selvaggia; le madri che non perdonan nemmeno a Dio di avere maledetto il loro grembo.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades!...

Laggiù, sino in fondo, nel barlume dei ceri quasi consunti, si vedeva qualche pallida mano brancolare sotto le frange dei lunghi scialli neri.

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, macrocefálica, abbaiava, abbaiava.

Poi v'erano i mostri dal muso di lepre, camuso, ottuso, con grosse labbra sporgenti e fesse, che ciondolavano, pesanti, violastre, come le pappagorge dei tacchini; v'erano i mostri dalla faccia di mops, rincagnati, con tumidi occhi membranosi, piccole orecchie diritte, una cotenna irsuta, ispida, senza fronte; i mostri dalle facce di ermafrodito, con barbe nere intorno ai lineamenti femminili, piccoli cerchi d'oro agli orecchi e la camicia da uomo gonfia d'un seno flaccido; i mostri gozzuti e glabri come rospi, e quelli che andavano ripetendo con espressioni percosse dall'imbecillità il grido di qualche animale; ma contraffatto anch'esso, pregno di un opaco dolore, gonfio d'una specie di fuggente umanità oppressa dal contagio ferino, atroce ad ascoltarsi, come la voce dell'uomo che stia per diventare bestia.

Le malattie più rare, più sinistre, gli ultimi avanzi dei morbi spenti, le infermità che hanno quasi apparenza di leggende, gli orrori che una volta su mille s'incontran nelle vetrine de' musei anatomici, si erano adunate spaventosamente in una specie di fiera macabra, non concepibile da nessuna immaginazione. Uomini con denti inestirpabili, simili a zanne, che si eran confitte nell'osso del mento; facce prive di ogni sembianza, cineree, cicatrizzate, dove i lineamenti non parevan essere che un incompiuto rilievo sottocutaneo; gobbezze del tutto dissimili da quelle comuni, venute, per esempio, sotto un braccio, o di sopra una spalla, in guisa da superare l'altezza del capo; facce voltate quasi all'indietro; senili rachitismi di adolescenti; esseri che parevan composti di due mezze persone del tutto dissimili una dall'altra; catalessìe che duravan da anni ed avevan suggellato il corpo giacente in una specie d'immobilità calcarea, di sonno pietroso, tantochè la faccia del dormente pareva divenuta selce, anzi luccicava e si sfogliava come la superficie di un elemento fóssile; barbe formate, anzichè di peli, di lunghe e fini escrescenze carnose, verdastre come licheni, grumose come la muffa, orribilmente vive come le ventose dei pólipi.

E la voce del predicatore non cessava dal recitare la sua vecchia predica, toccandosi ogni tanto il velluto dei paramenti, come per sorvegliare se vi entrasse la rugiada della sera. E sebbene riuscisse quanto mai difficile intendere le sue parole, forse narrava dei prodigi ch'erano mille volte accaduti, lì, dinanzi alla Grotta Miracolosa, per intercessione dell'enorme idolo di legno dipinto, con forza di speranza e per virtù di preghiere.

Poi, di scatto, inattesamente, alzava le braccia ed urlava:

—Sainte Vierge de Lourdes effacez nos blessures!...—Sainte Vierge de Lourdes ressuscitez nos mourants!...—Jésus, fils de Marie, faites pour nous le miracle!... le miracle!... le miracle...»

Lo spirito di Dio passava su le turbe inginocchiate. Un senso d'attesa invadeva l'anima dei cristiani, come la possibilità meravigliosa di un fatto assurdo; bruciava nelle piaghe dei trafitti, nella demenza degli occlusi, volava, cantava, si moltiplicava in tutto lo spazio della vallata notturna, come il sublime Verbo di una forza che ormai diveniva necessaria ed inevitabile.

Cominciò l'ora del delirio. Quei pazzi in Cristo, laceri di tutta la miserabilità umana, sentivano la potenza della follìa collettiva pervadere la lor carne martoriata. Quel che non poteva lo specillo del chirurgo, la genialità del laboratorio chimico, potrebbe ora l'allucinazione di migliaia e migliaia d'anime purificate con il lievito dell'Eucaristìa.

Nulla impediva ormai che l'impossibile avvenisse.

Cominciò il delirio. I malati si agitavano; il cerchio terribile si stringeva intorno all'idolo di legno dipinto; si vedevan dalle barelle alzarsi facce sparute, come se uscissero dal sepolcro; mani contorte lacerare le bende, spaventosi mutilati erigersi, maschere della contraffazione, spettrali agonìe ritrovare la forza di drizzarsi ancora sui ginocchi.

Il predicatore se ne andò; sul pergamo apparve la figura di un monaco, tetra e smorta, con occhi freddi come l'argento, in una devastata faccia terribilmente incisa di drammaticità, che mi fece pensare agli occhi fermi, alla bocca perversa, alle piccole mani crudeli del diácono Ralph...

E quel frate guardò, la folla dei deliranti, come s'egli solo avesse la forza di poterli tutti risanare. Li guardò con una specie di sinistra potenza, mentre i tentácoli di quell'unica idra dei flagelli umani parevano avventarsi a lui, quasi per strappargli di dosso la sua pallida gioventù e costringerlo a potere per tutti quel che potè nella terra di Giuda il crocifisso Taumaturgo.

Ma egli rise; e bene si vide la sua dentatura bianca scintillare sotto il fuoco delle torce. Rise anch'egli, forse, per la gioia di sentirsi immune davanti a quel mare di contaminazione, o rise per una specie di demente ilarità, che gli dava la sua medianica forza d'intercessore del miracolo; rise alzando il Crocifisso, perchè tutto il popolo de' Cristiani vedesse l'immagine dell'Inchiodato sul Gólgota.

Tra il fumo delle torce, un non so che di soprannaturale, una specie di atmosfera magnetica si andava condensando su quella orrenda fiera di carne lacerata, su quella convulsa demenza di anime allucinate, che potevan per sè stesse generare il miracolo.

Mai vidi un'attesa più grande, più certa, più irremediabile, davanti al compiersi di avvenimenti umani. Le più rosse memorie de' crudeli fanatismi arabi, de' religiosi deliri musulmani, qui trascoloravano davanti al potere comunicativo della follia cristiana, davanti alla violenza d'amore di quelle infinite anime che si alzavano a Dio, perchè un segno del cielo apparisse. Nulla ormai poteva impedire l'avverarsi di un fatto superiore alla possibilità, ed io stesso me ne accorgevo nel mio cuore di miscredente. Là doveva per forza compiersi quello che altrove mai avverrebbe; là Dio era inevitabile, Dio stava per giungere, Dio mi toccherebbe con la sua mano invisibile.

Il senso dell'estorsione, il contagio d'una formidabile volontà, il potere di una immensa forza, che non era di alcuno ma di tutti, uno spaventoso e fatale delirio si alzava come un bruciante soffio di materia dalla diuturna macerazione di quelle anime cristiane, formava con la immateriale sua visibilità l'atmosfera della presenza di Dio, chiudeva nella folla infinita il potere stesso che appartenne ai divini taumaturghi.

Ed io mi sentivo impallidire come il monaco dai freddi occhi d'argento, e come lui sentivo il bisogno di adergermi davanti a quel cerchio di disperazione, per estorcere dalle potenze oscure il miracolo folgorante, per gridare anch'io, con la sua stessa voce cupa ed inesorabile:

—Les aveugles verront; les paralytiques jetteront leurs béquilles; le cadavre surgira...

Da un capo all'altro, fin dove l'ombra li cancellava, le migliaia di cristiani s'inginocchiavano, cadevano bocconi su la terra, pregavano come non ho mai udito pregare altrove, nè da una creatura nè da mille.

—Notre-Dame de Lourdes, sauvez nos fils malades...

Tutta la valle cantava. Per il bianco rumor del fiume verrebbe il segno di Dio; su la folla inginocchiata si alzerebbe, da una lettiga, da una gruccia, da un fascio di bende rosse, il tocco dalla mano di Dio.

«Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora la mattina piena di sole, quando il raggio camminava, camminava, sul braccio, su la spalla, su la nuca di questa mia donna impaurita, e ne' vostri occhi freddi come l'argento tremò la fiamma dell'amore umano, e su lei vi chinaste con la bocca pallida come la voluttà, nell'odore delle violette, nel raggio di sole, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...»

Cosa udivo?—Erano i tisici che tossivano, i febbricitanti che battevano i denti, erano i cancerosi che si sentivan trafiggere dalle pugnalate interne, gli artritici che non sapevano dove tenere le membra gonfie, i tifosi che balbettavano sudando freddo, i pazzi che ridevano, con un riso gutturale, aspro e corto; erano le donne sterili che domandavan un figlio, i percossi dal ballo di San Vito che accompagnavano la propria danza con un ronzìo de' labbri simile ad un rumor di cicale, i gozzuti che facevano gorgogliare la propria melopea nella vescica enorme che pendeva dal loro mento; erano le fanciulle contaminate, che pregando mettevano a nudo i loro seni rôsi e bucherellati come alveari, ed i fetidi che trasudavano di umori viscidi, luccicanti come lumacature delle biscie, gli epilettici che incominciavano a tremar di convulsione, i ciechi che piangevano, lasciando colare dalle caverne degli occhi lagrime di nero sangue raggrumato:—era la voce di tutta la umana infermità che saliva nella invocazione del cantico:

—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...

Un pazzo, dai capelli rossi, con due buchi nelle guance, con due grossi orecchini d'oro, faceva e disfaceva continuamente la sua floscia cravatta nera.

Due nani gemelli, congiunti per un braccio, vestiti come due pretini, senza la manica interna, s'inginocchiavano, s'alzavano insieme.

La monaca senza occhi, rigida come un fachiro, con le mani torte fin sotto i gomiti, cercava di pregare anch'ella battendo insieme i moncherini.

—Ave, Regina Coeli, ultima nostra spes...

Una specie di grossa bestia umana, della quale non si poteva ben conoscere il sesso nè l'età, villosa, marocefálica, abbaiava, abbaiava.

—.... tu, in nomine Dei, parce nobis, mater...

Diácono Ralph—(se voi siete il diácono Ralph)—rammentate ancora il profumo nuovo delle violette che ringiovanivano i prati della grigia contea, quella mattina piena di sole, quando voi pure sentiste il potere oscuro della felicità umana, la febbre della imposseduta carne che scintillava sotto i vostri occhi freddi come l'argento, monaco di Lourdes, se voi siete il diácono Ralph?...

—.... parce, Virgo, nobis, Mater intacta Dei...

La litania cresceva, saliva da ogni parte, più alta, nella notte buia. Tremavano migliaia di ceri; la Grotta pareva un braciere; la sua vampa investiva il pergamo, magicamente illuminava la figura del monaco. Tutto pareva oscillasse in un chiarore di miracolo. Qualche stella ritersa dal vento si accendeva, si spegneva, tra il correre delle nubi voluminose. Il fiume passava, bianco, leggero, portando con sè, nel suo rumore d'acqua eterna, le follìe degli uomini; limpida neve caduta su le cime degli azzurri Pirenei, che andrebbe a morire nel divino Atlantico...

Quando la voce del monaco lanciava l'urlo dell'invocazione, si vedevano i mille storpi contorcersi con una specie di frenesìa convulsa, quasi volessero aiutare nella propria carne spenta il principio del miracolo. Ed allora, sui materassi chiazzati, sui cuscini sordidi, nei sinistri apparecchi di ortopedìa, nelle barelle ove tremavano i moribondi, sui banchi ov'erano a frotte i ciechi, i sordi, i mútoli, cominciava una specie di rabbioso dimenìo, con un brancolare di mani pallide e squallide, quasi un tentativo di rissa, come accadrebbe in una turba di affamati quando vi si gettasse ad intervalli qualche tozzo di pane. Ma quel pane che ognuno voleva carpire per sè, togliere al suo fratello, era il privilegio della grazia divina, la improvvisa luce del miracolo che toccherebbe ad uno su mille, mentre tutti volevano con feroce invidia riavere per sè tutta la vita.

Si erano aspersi con l'acqua della Fontana Miracolosa; da giorni e giorni pregavano di continuo, senza quasi nutrirsi, per meglio cibare l'Ostia della purificazione; da giorni e giorni solo ascoltavan cantici e narrazioni di miracoli: eran venuti per lunghi treni gremiti di febbre e d'agonìe come lazzaretti emigranti; vivevan nelle celle de' monasteri, nelle corsìe promiscue degli ospedali straboccanti; si lasciavano trasportare di chiesa in chiesa, di barella in barella; vedevano morire, toccavano piaghe immonde, ascoltavano urli strazianti, pativano lezzi nauseabondi, soffrivano tutto quanto può soffrire la pazienza umana, e poichè su la terra nessun medico più li salverebbe, credevano disperatamente nel potere della grazia celeste, denudavano le proprie infermità perchè meglio Iddio le vedesse, incrudelivano le piaghe roventi sotto i rivoli dell'Acqua risanatrice; di giorno, di notte, null'altro facevano che inveire a Dio con disperate preghiere.

Portati come spaventose reliquie dietro le bandiere dei pellegrinaggi, serviti per carità, non dalle mani rozze dell'infermiere, ma da quelle talvolta paurose della patrizia e del cavaliere di Cristo, si accorgevano a poco a poco d'essere divenuti come brandelli sacri ed intangibili della calamità umana. Quanto più erano difformi, tanto più sentivano crescere il senso di questa venerazione, tanto più speravano che il cielo volesse designarli per dare l'esempio del miracolo. Alcuni forse giungevano sino ad amare la propria infermità, come un tramite per essere più vicini a Dio. Tutto, in quel mondo soprannaturale della fiera di Lourdes, era predisposto per condurre i sani e gli infermi a vedere ogni cosa traverso il colore dell'allucinazione: dovesse pure non accadere il miracolo, molti erano così pregni di miracolosità, che giurerebbero d'averlo veduto. Quella carne così spietatamente incisa dai crudelissimi artigli della malattia sentiva di esser esposta, come i sacri ciborii, su l'altare della pietà cristiana; que' mutilati s'accorgevano d'essere gli attori precipui dello spaventoso dramma, la torturata creta ove s'imprimerebbe, davanti alle turbe della gente cristiana, il póllice della divinità.

Riarsi di sete, avevano bevuto con avidità, sotto i becchi delle fontanelle canoniche, il filo d'acqua espresso dal tocco della divina Bernadette. La scarsa e debole sorgente ora dava migliaia di litri al giorno; scorreva giù, piana, liscia, innocente, come una qualsiasi vena prigioniera in condotti sotterranei: si apriva un rubinetto di zinco, e la possibilità del miracolo fluiva. Nudi, paonazzi di febbre, lividi per gelo, morsi dalle trafitture di flemoni e di piaghe atroci, coi polmoni fessi dai tarli dell'etisìa, le ossa frantumate dalle corrosioni dei morbi céltici, si erano lasciati immergere nelle piscine immonde, plumbee, simili a tombe di cemento nella melma verdastra d'uno stagno; e le immersioni talora duravano sino allo svenimento, non di rado fino all'agonìa.

Dentro quelle vasche, ove pareva si conservasse l'immondizia e la tabe di tutta la cancerosità umana, l'acqua veniva solo mutata un paio di volte al giorno, e quelli che chiedevan d'essere immersi erano talvolta parecchie centinaia. Sul fiore di quell'acqua buia, chiusa da un sipario di tende, si coagulavano fili di sangue, pezzi di croste orribilmente infette, batúffoli d'ovatta o sfilacciature di bende, staccatesi dalle úlcere in piena decomposizione; talora vi si agitavano piccoli brandelli di carne morta. Su quell'acqua micidiale, nefasta, fredda, scura, galleggiava una specie di oleosità, iridata come le ali delle libellule, che formava chiazze d'ogni forma, rossastre, violacee, simili un poco a vasti e folti ragnateli che si fossero adagiati su quegli orrendi serbatoi della putredine.

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