EUGENIO ANIEGHIN.[24]
Louis Delâtre translation
EUGENIO ANIEGHIN.[24]
CAPITOLO PRIMO.
Si affretta di vivere, s’affanna a godere. Viasemski.
“Mio zio, uomo d’illibati costumi, godeva la stima di tutti ed era giunto al colmo dei suoi desiderii, quando in un subito ammalò sul serio. L’esempio suo potrà servir di norma ai posteri; ma che seccatura per me vegliar dì e notte accanto al suo letto nè osare discostarmene di un passo! Che brutta ipocrisia è confortare un moribondo, assettargli i guanciali, porgergli con volto afflitto le medicine, mentre si dice in disparte con un sospiro d’impazienza: “Ti levasse via il diavolo, maladetto vecchio!”
Viaggiando per la posta in mezzo a un nuvolo di polvere, così fantasticava fra sè un giovine scapestrato, erede, per voler di Giove, di tutti i suoi consanguinei. Ammiratori di Ruslano e Liudmila,[25] permettete che questa volta io, senza altri preamboli vi faccia fare amicizia col protagonista di questo mio nuovo romanzo. Il mio buono Eugenio Anieghin nacque sulle sponde della Neva ove forse nasceste voi pure, ove forse faceste bella figura, o miei lettori! Anch’io le conosco, e ci ho spesso passeggiato; ma il clima del norte m’è contrario.[26]
Il padre d’Eugenio, dopo aver servito lo Stato con onore, viveva di debiti; dava tre feste di ballo all’anno e finì spiantato. La sorte dapprima favorì Eugenio; egli ebbe per balia una Madame; quindi un Monsieur per aio. Cresceva un po’ vispo, ma amabile. Quel povero diavolo di abate francese non volendo stancar la mente del suo alunno, lo istruiva scherzando e ridendo. Alieno dai precetti d’una austera morale, non lo sgridava che per celia, e lo menava a spasso nel Giardino d’estate.
Quando Eugenio arrivò all’età delle vaghe speranze e della tenera melancolia, monsieur l’abbé fu licenziato. Ecco Anieghin finalmente libero. Pettinato all’ultima moda, attillato come un dandy di Londra, Anieghin si lanciò nei saloni eleganti. Scriveva e parlava in francese molto bene; danzava con garbo la marcusa; salutava con gran disinvoltura: che potevasi esigere di più! L’alta società lo dichiarò spiritoso e compito.
Tutti abbiamo studiato qualche coserella in un modo qualunque. Possiamo dunque spacciarci per dottori. A detta di giudici competenti e severi, Anieghin era un ragazzo erudito ma un po’ pedante. Aveva il felice talento di ciarlare di tutto con grazia. Quando nasceva una discussione grave, sapeva tacere col muso serio d’un intelligente e divagar le signore coi suoi frizzi satirici e spontanei.
La lingua del Lazio è oggimai fuor d’uso: Eugenio, a dir vero, la conosceva abbastanza per decifrare una epigrafe, per chiacchierare di Giovenale, per cacciare un vale in fondo a una lettera e citare a mente, storpiandoli un poco, due versi di Virgilio. Non si sentiva gran vocazione a rovistar nella muffa cronologica dell’istoria del globo; ma sapeva appuntino gli aneddoti curiosi dai tempi di Romolo ai nostri.
Ricusò di sacrificar mezza la vita a studiar prosodia, e ad onta delle nostre premure non giunse mai a poter distinguere un iambo da un coreo. Bestemmiava Omero e Teocrito; leggeva Adamo Smith e diveniva un profondo economista; esaminava per qual modo uno Stato sussiste e s’arricchisce, e perchè l’oro non gli è necessario quando possiede i prodotti primi. Il padre di Anieghin non capiva niente a queste teorie, e ipotecava i suoi beni.
Mi manca il tempo per dire appieno tutto ciò che Eugenio sapeva. Ma la scienza in cui primeggiava, la scienza a cui dalle fasce egli si applicò con impegno, con studio, con diletto; la scienza che occupava le sue intere giornate e vinceva la sua naturale indolenza, era la scienza di quella tenera passione che Nasone cantò sulla lira e per la quale chiuse la vita, come un martire, nelle atroci steppe della Moldavia, lungi dalla sua cara Italia......
Benchè così novizio, già sapeva comporre il volto a suo beneplacito, occultare le sue speranze, simular la gelosia, asserire, persuadere, mostrarsi or feroce or languido, or superbo, or umile, or attento, or indifferente. Come sapeva a vicenda esser silenzioso e discreto, o focoso ed eloquente! Che espansione, che calore nel suo carteggio intimo! Non sospirava che per un solo oggetto, non adorava che una sola donna e per essa dimenticava il resto. L’occhio suo esprimeva ora la tenerezza e la timidità, ora l’audacia, e a volte s’irrugiadava di obedienti lacrime.
Sapeva comparire sempre nuovo alle belle, sapeva commoverle con finte disperazioni, ammaliarle con melate lusinghe, coglier l’istante di debolezza, accalappiare l’innocenza burlando, sperdere a forza di logica e di passione i pregiudizi dell’inesperienza, aspettare una carezza involontaria, implorare ed esigere una dichiarazione, sorprendere i primi palpiti di un cuore vergine, inseguire senza posa la preda, e alfine ottenere dalla impietosita un misterioso appuntamento in cui le dava lezioni particolari d’amore. Oh, come sapeva confondere l’astuzia delle civette sfacciate! Quando voleva sfrattare i rivali, con che impudenza li denigrava! Che insidie tendeva sui loro passi! Ma voi, fortunati sposi, rimanevate suoi amici. Il marito scaltro, antico discepolo di Faublas; l’incredulo vecchio, maestoso capricorno, sempre contento di sè stesso, del suo secolo e di sua moglie, piaggiavano a gara il nostro Eugenio.
Talvolta, mentre era tuttora in letto gli pioveva in camera un diluvio di bigliettini. Che saranno mai? Inviti? Di fatto, a un tempo stesso è pregato a conversazione in tre case diverse. In una v’è festa di ballo; in un’altra, ricreazione di bambini. In quale di questi posti si condurrà il nostro scapato? Con quale comincerà il suo giro? Poco importa, purchè vada in tutti. Frattanto si veste da mattino, prende il suo largo bolivar,[27] corre al boulevard, passeggia in su e in giù finchè il suo infallibile Breguet[28] gli segni l’ora del pranzo.
Fa buio. Egli si accomoda in una slitta. “Ehi davanti! Ehi davanti!” gridano da ogni parte i cocchieri. Una polvere bianca inargenta il bavero del suo soprabito. Si ferma da Talon, credendo che ivi già lo aspetti N. N. Entra, e i tappi balzano al soffitto e il vino della cometa[29] si mesce a torrenti. I servi gli imbandiscono un roast-beef sanguinolento, un piatto di tartufi, delizie della gioventù e onore della cucina francese; e l’incorruttibile pasticcio di Strasburgo[30] torreggia davanti a lui fra un formaggio vivente di Limburgo e una piramide d’aurei ananassi.
La sete eccitata dalle bollenti costolette richiede per estinguersi altre libazioni; — ma la lancetta dell’orologio già annunzia che è principiata la nuova pantomima. Mordace Aristarco del teatro, incostante adoratore di tutte le attrici, onorato cittadino delle quinte, Anieghin si trasporta al teatro, ove già tutti i dilettanti stanno pronti ad applaudire le capriole delle danzatrici, a fischiar Fedra e Cleopatra, a richiamar Maina[31] coll’unico scopo di farsi osservare dalla gente.
Magico recinto nel quale echeggiarono i carmi dell’arguto Von Visin,[32] re dell’ironia e amico della libertà! Lì Oseroff[33] divise colla giovine Semenova[34] l’omaggio del nostro pianto e del nostro fanatismo; lì Calienin[35] rivelò al pubblico russo il genio sublime di Cornelio; lì il caustico Sciachovschi lanciò il susurrante sciame delle sue commedie; lì Didelot[36] s’incoronò d’immortali allori; lì, all’ombra di quelle decorazioni, passarono i miei dolci anni primieri.
Care dive, che fu di voi? Porgete orecchio alla mia voce addolorata: siete sempre quali io vi vidi, oppure altre dive vi hanno supplite ma non pareggiate? Udrò io ancora i vostri concenti? Mirerò ancora il volo della Terpsicore russa, ovvero la mia vista sconsolata non incontrerà più nessuna fisionomia nota sulla vedova scena, e dovrò io, freddo spettatore dell’allegria comune, appuntare indarno il canocchiale sopra una adunanza sconosciuta, e, sbadigliando in disparte, contentarmi delle reminiscenze del tempo trascorso?
La sala è zeppa di gente; i palchi brulicano; la platea e l’anfiteatro fervono, il lubbione trepida d’impazienza. Il sipario s’alza con un grato stroscío.... Sfavillante di luce, mezza aerea, docile al cenno dell’arco armonico, circondata d’una schiera di ninfe, ecco s’avanza Istomina[37] radendo appena il suolo colla cima d’un piede, mentre l’altro lentamente aleggia. Ora essa saltella, ora spazia più lieve che piuma al soffio d’Eolo, ora curva il bel fianco, ora lo drizza, e intreccia e batte in tempo gli agili calcagni.
Tutti gli astanti dan segni di satisfazione. Anieghin entra, calpestando la gente si fa strada fra le poltrone, alza il doppio tubo ottico ai palchi ove stanno signore ch’egli non conosce ed esamina l’un dopo l’altro tutti gli ordini. Ha già veduto ogni cosa e nulla gli garba, nè i sembianti nè le toelette.[38] Saluta i conoscenti che scorge in varie parti, poi si volge agli attori con occhio disattento, gira la testa sbadigliando e susurra: “Convien mutar tutto; assai tempo ho sofferto i ballets; persino Didelot m’è venuto a uggia.”
Gli amori, i diavoli tuttora sgambettano e tempestano sulla scena; già i lacchè stracchi russano nel vestibolo sulle pellicce dei padroni. Gli spettatori si soffiano il naso, tossono, fischiano, picchiano le mani. Dentro e fuori rifulgono mille lumi; i cavalli intirizziti dal freddo scuotono i finimenti; i cocchieri, ritti intorno ai braceri, maledicono i loro signori e si percuotono i fianchi colle palme per riscaldarsi. Già Anieghin è uscito; va a casa a mettere un nuovo costume.
Potrò io mai fedelmente descrivere il gabinetto appartato, ove l’esemplare discepolo delle mode si vestiva, si spogliava e si rivestiva? Tutte quelle bagattelle che Londra in sì gran copia fabbrica per contentare i nostri capricci e ci manda quindi a traverso il Baltico in ricambio di legno e di sego; tutte quelle galanterie che il gusto e la provvida industria di Parigi inventa per dilettar la vista, per pascere il lusso e la mollezza del mondo elegante, tutto ciò adornava il gabinetto del nostro filosofo di diciotto anni. Pipe turche con bocchini d’ambra; lavori di porcellana e di bronzo; boccette di cristallo piene d’essenze odorose; pettini e lime d’acciaio; forbici dritte o curve; spazzole di trenta specie per le unghie e per i denti, ingrombravano i suoi tavolini. Rousseau (fo questa osservazione fra parentesi), Rousseau non poteva perdonare a Grimm di essersi nettato le unghie in sua presenza.[39] O magniloquente mentecatto! Il propugnatore della libertà e del dritto, in questo caso, ha certamente torto. Un uomo può essere assennato e pulirsi le unghie. Perchè voler lottare senza pro contro il secolo? L’uso è autocrata della società. Il mio Eugenio, paventando come un altro ***, i sarcasmi degli invidiosi, era, per dirla in una parola, un pedante della moda, uno zerbino coi fiocchi. Se ne stava talvolta almeno tre ore di seguito innanzi allo specchio, ed esciva dal suo boudoir, acconciato come una Venere notturna che sen va al veglione mascherata da uomo.
Potrei qui dilungarmi in descrivere la toelette d’Eugenio, e attrarre l’attenzione degli eruditi sul suo abbigliamento; ma convien ch’io rinunzi a tale impresa, poichè la lingua russa non ha voci corrispondenti a pantalon, frac, gilet. E d’altronde m’accorgo e confesso con schiettezza, che il mio sciagurato stile pur troppo è già zeppo di espressioni esotiche, sebben per iscansarle io spesso scartabelli il Dizionario dell’Accademia.
Ma ora di tutt’altro dobbiamo intrattenerci. Fa d’uopo che ci rechiamo alla festa di ballo ove Anieghin s’avvia in una calescia da nolo. Sulle facciate oscure delle case, pel lastricato silenzioso delle strade, i fanali delle carrozze spandono un giocondo chiarore che si refrange in mille archibaleni sulla neve. Il nostro eroe smonta all’ingresso d’un suntuoso palazzo, splendidamente illuminato. Si vedono passare e ripassare alle finestre, innumerevoli ombre e profili di teste di signore e di cavalieri.
Anieghin si slancia nel peristilio, vola come strale davanti allo introduttore svizzero[40], sul pavimento di marmo. Si liscia i capelli colla mano, ed entra nella sala di conversazione. È piena gremita di gente, e i musicanti cominciano a essere stanchi. Gli invitati danzano la masurca. Dappertutto chiasso e calca straordinaria; ronzano gli speroni dei chevaliers gardes,[41] guizzano e trepidano i piedini delle gentili dame; infiniti sguardi ardenti li accompagnano, e l’armonia dei violini soffoca il cinguettío delle gelose donne alla moda.
Nei miei giorni di felicità e di desiderio, io ammattiva per le feste di ballo. Non conosco luogo più propizio per far dichiarazioni d’amore, e consegnar viglietti teneri. O rispettabili mariti! Io vi offro i miei servizi, e vi prego d’attendere alle mie parole: vi voglio salvar l’onore. Voi pure, buone madri, osservate con maggior rigore la condotta delle vostre figlie, abbiate sempre gli occhiali a cavalcioni sul naso.... Non crediate però ch’io.... Dio me ne scampi e liberi! Parlo così, perchè già da un pezzo io non pecco più.
Ahimè, che ho perduto molta parte di mia vita in diporti frivoli! Eppure mi talenterebbero tuttora le feste di ballo, se non offendessero la morale! Io amo la petulante gioventù, la folla, il brio, l’allegria, gli addobbi ricercati delle belle; ma più di tutto io vagheggio i loro piedini. Peccato però, che in tutta la Russia si trovino appena tre paia di bei piedi muliebri! Ma fra questi uno ve n’ha, ch’io non potrò sì tosto dimenticare! Tribolato, spassionato, desto o svegliato, io gli ho sempre presenti, e ogni notte vengono a stuzzicarmi in sogno. In nessun tempo, in nessun clima li potrò io obliare. Ahi, piedini, piedini! Dove siete adesso? Sotto qual zona premete i fiorellini di primavera? Avvezzi alla mollezza orientale, non stampaste orma sulle orride nevi del settentrione; vi bisognava la morbidezza dei tappeti di Persia. Per voi, io scordai la gloria, l’ambizione, il paese degli avi miei, e la mia prigionia. L’incanto dei miei anni giovanili svanì come sull’erba dei prati la traccia vostra.
Il seno di Diana, le gote di Flora, o amici cari, mi fan trasecolare, ma più seducenti ancora mi sembrano i piedini di Terpsicore. Essa, lasciando travedere l’ambíto guiderdone degli amanti, trascina dietro a sè un turbine di voti e di sospiri. Io adoro quei piedini: di primavera, sopra lo smalto delle lande; d’inverno, innanzi agli alari del caminetto, sul tavolato lucido dei saloni, sotto le lunghe tovaglie delle mense, e presso al mare sul granito d’uno scoglio.
Un giorno, io ed essa, eravam sul lido poco prima di una burrasca. Oh come io invidiava le onde che venivano in tumultuosa fila a lambirle amorosamente i piedi! No, durante il voluttuoso corso della mia gioventù, non bramai con tanto affetto di baciare le labbra purpuree, o le rosee guance, o il petto tremulo delle nuove Armide, come bramai in quel punto di baciare quei piedini.
Mi rimembro d’un’altra circostanza. Talvolta in un sogno felice parmi tener l’arcione della sua sella, e stringer fra mano quel piedino adorato. A quel pensiero mi si riscalda la fantasia, a quel contatto mi ribolle il sangue nelle vene agghiacciate: soffro ancora, amo ancora.... ma già troppo a lungo la mia garrula Musa celebrò le belle superbe: esse non meritano nè gli ardori nè i carmi che esse ci ispirano. Le parole e il cuore di quelle lusinghiere sono così volubili come i loro piedi.
Ma dov’è il mio Anieghin? Mezzo addormentato esce dalla festa di ballo, e va a gustare un istante di riposo. Già il rimbombo dei tamburi ha svegliato l’abitante instancabile di San Pietroburgo. Il mercante balza da letto, il rivendugliolo va in giro colle sue ceste, il cocchiere s’incammina alla stazione consueta. La contadina di Octa corre colle sue brocche di latte, e fa crepitar la neve sotto ai suoi solleciti passi. Il gradito fracasso del mattino si rinnovella dappertutto: le imposte si spalancano; il fumo delle stufe serpeggia per l’aria in ghirlande azzurrine, e l’accurato fornaio tedesco col berretto bianco in testa ha già aperto più volte lo sportellino della sua bottega.
Frattanto il figlio del piacere e del fasto, sbalordito dal frastuono delle feste, converte il mattino in notte, e dorme placidamente fra beate visioni. Si desterà dopo le dodici; continuerà la stessa vita varia eppure uniforme, e domani farà quel che fece ieri. Domanderete forse se il mio Eugenio, indipendente sul più bel fior degli anni, fra i trionfi, gli amori e le delizie, godesse la felicità? Domanderete se fra i lauti conviti egli fosse tranquillo e sano?...
No: i sensi suoi già divennero ottusi e languidi. Il rumore del mondo lo importuna; le belle non son più il precipuo oggetto dei suoi pensieri. La perfidia delle donne lo ha disgustato; è stucco degli amici e dell’amicizia, perchè non può sempre condire di sciampagna le bistecche e i pasticci di Strasburgo, nè sciorinar motti e frottole quando gli duole il capo; e benchè egli fosse un discolo solenne, abiurò finalmente gli alterchi, le sciabole e le pistole.
Un morbo, le cui cause già da gran tempo si sarebbero dovute indagare; un contagio fratello dello spleen inglese, vale a dire l’ipocondria russa, lo invase poco a poco. La Dio mercè egli non cercò di farsi saltar le cervella, ma si svogliò di tutto. Divenne burbero e tetro come Childe Harold. Nè i pettegolezzi della città, nè il gioco del boston, nè le provocatrici occhiate, nè i sospiri indiscreti lo commovevano, e non vi badava nemmeno.
In primo luogo, egli abbandonò le fantastiche dame della alta società. A dir vero, il bon ton d’oggigiorno è bastantemente seccante. Sebbene alcune signore siano in grado di spiegare Say e Bentham, ciò non ostante, ad onta di quell’innocuo cicalío, la loro compagnia è intollerabile. Di più esse sono così caste, così maestose, così spiritose, così pie, così guardinghe, così puntuali, così inespugnabili, che la sola vista loro ti appicca lo spleen.
E voi, o forosette, cui ad ora avanzata un rapido droschi mena in giro per le vie di San Pietroburgo, il mio Eugenio piantò lì anche voi. Disertore dei divertimenti sregolati, Anieghin si rinserrò nella sua camera, prese carta e calamaio, e volle scrivere; ma quella applicazione improba gli fiaccò le forze. Quindi egli non entrò nella sella di quelli uomini violenti, che io non condannerò perchè io sono di quel numero uno.
Nuovamente in preda all’ozio, straziato dall’inedia del cuore, schierò un battaglione di libri sulli scaffali della sua biblioteca, e s’assise col lodevole intento di far suo proprio l’ingegno altrui. Lesse, lesse, lesse, ma senza scopo e senza frutto; ove trovò la noia, ove l’inganno e la follia. Tale autore non ha coscienza, tale altro non ha giudizio; ciascuno ha le sue prevenzioni e i suoi vizi. Gli antichi sono un po’ vieti, e i moderni delirano sugli antichi. Mandò all’aria i libri come le donne, e avvolse in un drappo bruno la biblioteca, e i suoi polverosi tesori.
Io conobbi Anieghin verso quell’epoca di sua vita. Appunto aveva io, come lui, scosso di recente il giogo delle convenzioni sociali e delle vanità mondane. Mi piacque la fisionomia d’Eugenio. Quella sua indole astratta e cogitabonda, quella stranezza di maniere e d’idee, congiunta a una sagacità rara e ad un senno squisito, m’empì di meraviglia. Io fremeva di sdegno; egli sen stava quieto e meditabondo. Ambedue sapevamo per prova come scherzino le passioni; ambedue satolli della esistenza, dovevamo soffrire nel mattino della vita gli oltraggi della ceca fortuna, e dei nostri simili.
Chi ha vissuto e riflettuto, non può fare a meno di sprezzare gli uomini, nel secreto del cuore. L’imagine dei dì passati, che non torneranno più, è una tortura per un’anima sensibile. Il rammarico, il pentimento, la mordono e la rodono come serpenti, e per essa non v’ha più vera gioia. Tali sentimenti infondono nella conversazione di chi li prova una grazia, un fascino onnipossente. Dapprincipio, il linguaggio d’Anieghin mi turbò; ma poco a poco mi assuefeci alle acerbe invettive, ai sarcasmi pungenti e atrabiliari, che discorrendo scoccava, or qua or là, come tanti strali mortiferi.
Nella stagion d’estate, quando il cielo si specchiava limpido e terso nel cristallo della Neva; quante volte, a quell’ora di notte in cui più non brillava il sorriso della luna, errando insieme lungo le sponde del fiume, ci narrammo a vicenda gli episodi romanzeschi dei nostri primi amori! Ridivenivamo sensibili e noncuranti, oppure ci inebriavamo in silenzio dei grati olezzi della verdura, in mezzo a quelle tenebre sfolgoranti di stelle. Trasferiti in idea dal tempo presente sì amaro, nel passato sì dolce, provavamo quel che proverebbe un galeotto, il quale addormentatosi nell’orror dell’ergastolo, si destasse in seno a un fiorito boschetto.
Immerso nell’abisso delle sue rimembranze, talvolta Eugenio se ne stava aggomitato[42] sul granito, come il personaggio descritto dal poeta.[43] Alta quiete regnava intorno, non s’udiva altro strepito che il grido delle sentinelle, e di quando in quando il fragore delle ruote d’un droschi nel quartiere della Miliona. Al più al più, una barchetta a remi solcava lentamente la superficie unita del gran fiume; e ci molcea l’orecchio un suon di corno misto a un canto flebile in lontananza. Ma più soave assai echeggia nelle ombre opache l’armonia delle ottave del Tasso.
O lagune dell’adriaco mare, o Brenta! Io vi vedrò; io andrò a ispirarmi al susurro delle vostre acque. La vostra voce è sacra ai figli d’Apollo; essa mi è nota per la cetra altera d’Albione,[44] mia maestra e donna. Io assaporerò la voluttà delle notti dell’aurea Italia; io vogherò in una misteriosa gondola al fianco d’una leggiadra veneziana, ora loquace, ora taciturna, che addestrerà le mie labbra a modular la favella di Petrarca, e d’amore.
Ricupererò io mai la libertà? Io la chiamo, io la sospiro con fervore. Vo spaziando qua e là in riva al mare;[45] invoco la burrasca; fo segni alle antenne delle navi. Quando potrò io intraprendere un tragitto periglioso sui flutti lottanti coi venti, per le oblique vie del pelago? È tempo che io fugga il lido fastidioso e queste aure aborrite; è tempo ch’io voli sotto un cielo più mite, sulle spiagge dell’Africa natia,[46] a pensare a questa nebulosa Russia, ove ho sofferto, ove ho amato, ove giace sepolto il mio cuore.
Anieghin stava per far vela meco verso estranee regioni, quando piacque al barbaro destino di separarci per lungo tratto. Il padre d’Anieghin passò da questa vita. Un branco d’accaniti creditori assalì Eugenio. Tutti avevano dritti legittimi e istromenti validi. Eugenio che abominava le liti, contento delle sue mediocri sostanze, cesse loro l’eredità paterna; non credendo scapitar gran cosa, e pronosticando forse la prossima fine d’un suo vecchio zio. E, in fatti, di lì a poco, gli giunse la notizia che quel galantuomo era in punto d’agonia, e bramava, prima di spirare, dargli l’estremo addio. Eugenio, subito ricevuta la lettera dell’intendente, montò in posta, anticipatamente sbadigliando dalla noia, e preparandosi a dovere, per qualche danaro, gemere, piangere, e far quella commedia cui si allude nell’esordio di questa veridica istoria. Ma quando Eugenio giunse al villaggio dello zio, trovò il buon vecchio già basito e in procinto di andarsene sotterra.
Il cortile era pieno di servitori. Da ogni banda accorrevano amici e nemici per godere della vista dei funerali. Si seppellì il defunto. I preti e i curiosi gozzovigliarono in suo onore, e quindi, ben pasciuti, si ritirarono con gravità e sussiego, come persone che han compito un dovere sacrosanto. Ecco Anieghin divenuto campagnuolo, possessore assoluto di manifatture, di canali, di selve, di poderi, esso, fin ad ora, scialacquatore di prima riga, e recalcitrante ad ogni freno! Eccolo che consente a trasformare il suo antico vivere disordinato in una esistenza regolata e sicura.
Per ben due giorni interi la solitudine dei campi, la frescura crepuscolare dei querceti, il mormorío d’un placido ruscelletto, gli tornarono a genio. Nel terzo giorno, i boschi, i poggi, le valli, non lo dilettarono più tanto; anzi gli cagionarono un tedio mortale. Finalmente s’accorse e fu convinto, che la noia penetra anche nelle borgate rustiche, quantunque non vi si trovino nè strade, nè palazzi, nè carte da gioco, nè feste di ballo, nè poesie. L’ipocondria accompagnava Eugenio in ogni luogo, e lo inseguiva come una ombra, o una sposa fedele.
Io son nato per la vita quieta, per la calma delle ville. Il suono della cetra pare più melodioso in quel silenzio; le visioni della mente son più vive. Ivi mi pasco d’innocenti piaceri, navigo sul liquido cristallo d’un lago; nè conosco altra legge, che il dolce far niente. La libertà e la mollezza occupano le mie giornate; leggo un poco, dormo un poco; più non mi cale di quel vano fiato di vento, che si appella gloria. In somma, io passo il tempo come lo passava nella mia infanzia scevro di cure e di pensieri.
Fiori, amori, verdura, campagna, riposo, siete i miei Dei tutelari. Mi rallegro sempre quando mi accade di notare qualche divario fra il carattere d’Eugenio e il mio. Senza di ciò, i lettori malevoli, i coniatori d’ingegnose calunnie, riconoscendomi forse a qualche indizio, andrebbero poi vociferando, che ho qui delineato il mio ritratto, secondo l’esempio di Byron, poeta dell’orgoglio. Perchè mai sarebbe più difficile di dettar poemi sopra gli altri, che sopra noi medesimi?
Io farò una osservazione. Tutti i poeti si lasciano abbindolar dall’amore ideale. Tempo fa, io adorava certi cari oggetti, la cui effigie mi è rimasta impressa in fondo al cuore. La Musa poi prestò un corpo a quelle vaghe imagini, e celebrò la fanciulla dei monti[47] e le captive delle sponde del Salghir.[48] Adesso, amici miei, non di rado mi dirigete questa domanda: “Per chi palpitano le corde del tuo liuto? A quale delle gelose vergini sacrasti i tuoi concenti? Quale bella, destando in te l’entusiasmo, premiò i tuoi carmi con una occhiata? Chi è quella che divinizzi ora nelle tue carte?” Nessuna, o amici, lo giuro. Pur troppo esperimentai le ambasce forsennate di Cupido. Felice colui che accoppia il fuoco d’amore a quel di poesia, e così duplica il sacro furore dell’ispirazione ad esempio di Petrarca, il quale leniva il suo affanno cantando, e a un tempo stesso s’irradiava di gloria. Ma io, quando corteggiavo le donne, ero stolto e muto.
La fiamma d’amore si estinse e rimasi al buio. Allora la Musa m’apparve e dissipò la caligine del mio intelletto. Libero omai, cerco ancora di combinare l’armonia del metro col sentimento e la ragione; scrivo, e con tale esercizio placo gli spasimi del cuore. La mia penna non si balocca più a schizzare, fra i versi non finiti, piedini e volti di donne. La cenere spenta non riarde più. Io tuttora patisco; ma è esausta la fonte delle lacrime, e in breve ogni traccia d’agitazione sarà sparita. Allora m’accingerò a comporre un poema in venticinque canti. Ho già ideato il nesso dell’azione, e stabilito il nome dell’eroe.
Intanto eccomi giunto al fine del primo capitolo di questa favola. L’ho riveduto con accuratezza; vi ho scoperto un monte di contradizioni, ma non vo’ sprecar tempo in tôrle via. Adempirò il mio dovere verso la censura, e regalerò questo nuovo frutto ai giornalisti, acciocchè se lo mangino. Vattene adunque sulle rive della Neva, o neonato parto del mio ingegno! Possa tu produrre colà i soliti effetti delle cose illustri: le maligne interpretazioni, i clamori pazzi, e gli improperi.
CAPITOLO SECONDO.
O rus! Orazio. O Russia! Traduzione libera.
La terra ove s’annoiava[49] Eugenio era un delizioso asilo nel quale un amante dei piaceri semplici avrebbe goduto una perfetta felicità. La casa signorile si ergeva isolata sul margine d’un fiumicello a piè d’un monte che la riparava da’ venti del norte. Intorno intorno verdeggiavano e fiorivano ameni campi indorati di mèssi e prati ubertosi ove spaziavano gli armenti. Qua e là un villaggetto o un vasto giardino abbandonato che spandeva un’ombra fresca ove venivano le Driadi a meditare.
Il venerabile castello era costrutto come devono essere tutti i castelli; straordinariamente solido e tranquillo, secondo l’uso dei nostri giudiziosi avi. Sale ampie ed alte, arazzi appesi alle pareti, ritratti d’antenati e stufe di maiolica in ogni camera. Tutto ciò ripugna al gusto odierno, io non comprendo perchè. D’altronde, l’amico badava pochissimo all’architettura e alla mobilia, atteso che sbadigliava nei saloni moderni come negli antichi.
Anieghin si domiciliò nella stanza in cui suo zio per quaranta anni di seguito s’era affacciato alla finestra, aveva quistionato colla governante e acciaccato mosche.
Nessun lusso nelle suppellettili, pavimento di quercia, due scaffali, un tavolino, un divano di piuma senza alcuna macchia d’inchiostro. Anieghin aprì gli armadi: in uno trovò il quaderno della spesa; nell’altro una collezion di bottiglie di liquori e di cidro e un lunario dell’anno 1808. Il buon vecchio, aggravato da mille faccende, non leggeva altri libri.
Solo, in mezzo alle sue proprietà, Eugenio per accorciare il tempo, determinò di stabilire un ordine nuovo nella azienda del suo dominio. Filantropo segregato fralle selve, egli convertì in un lieve tributo annuo gli oblighi feudali;[50] e il servo redento benedì il nuovo signore. Ma un possidente spilorcio e inumano sbuffò di rabbia all’annunzio di tale azione che considerava come una enormità. Un altro invece ne rise malignamente e ambedue s’accordarono in dichiarare Eugenio un matto pernicioso.
Dapprima tutti i vicinanti vennero a fargli visita; ma siccome tosto che udiva un droschi per la strada maestra Eugenio inforcava la sella d’un focoso stallone, i vicinanti sdegnati d’un tal comportamento ruppero l’amicizia. “Il nostro compare,” borbottavano essi, “è un ignorante, uno scapestrato, un frammassone. I suoi vini fini se li tracanna tutti lui; non bacia la mano alle signore; dice sempre sì e no; non v’aggiunge mai signore o signora.” Tale era l’opinione della gente intorno ad Anieghin.
Giunse allora nel villaggio un altro possidente che diede un nuovo pascolo alle chiacchiere degli oziosi. Chiamavasi Vladimiro Lenschi. Allievo di Gottinga, fautore di Kant, scriveva in poesia, era giovine e bello. Recava dalla lugubre Germania i frutti dei suoi studi: dei principii liberali, un’anima ardente e un po’ bizzarra, un linguaggio esaltato, e capelli lunghi sparsi sulle spalle. Non ancora gangrenato dalla fredda perversità del mondo, il cuore di Lenschi gongolava alla lieta accoglienza d’un amico e alle carezze delle vaghe zittelle. Era Lenschi d’una grande ingenuità di spirito, si lasciava facilmente illudere dalla speranza, dalle apparenze e dalle fanfaronate della gente. Svagava i suoi dubbi a forza di auree e gioconde menzogne. La vita umana gli sembrava un enimma interessante; si rompeva la testa a scrutarlo, e si figurava che dalla soluzione di quello dovesse scaturire qualche miracolo. Andava in cerca dell’anima sorella della sua, di quell’anima che, secondo egli credeva, anelava d’unirsi alla compagna destinatale dal cielo, e, aspettando quel fortunato istante, languiva nel dolore. Supponeva che gli amici fosser capaci d’ogni sacrifizio per l’amico; che fosser pronti a incorrer per lui la prigionia e la morte, e non esitassero mai a rintuzzare le calunnie....
L’indignazione, la pietà, il sacro amore del bene, la sete della gloria, sin dai primi anni, gli fecero palpitare il cuore. Sen giva peregrino per la terra senza altra compagnia che la sua cetra. Ammiratore di Schiller e di Goethe, traeva da essi la scintilla poetica, e quantunque dovizioso, non arrossiva di coltivar le muse. Celebrava nelle sue rime i generosi sentimenti, l’entusiasmo giovanile e l’aurea semplicità; suddito d’amore, cantava l’amore; e i suoi canti eran puri come i pensieri d’una vergine candida, come il sonno d’un fanciullo nella culla, come, in un ciel sereno, il raggio della luna, regina dei sospiri teneri e misteriosi. Egli cantava la separazione, la melancolia, la crudele assenza, la fragranza delle rose, il fiore di sua gioventù appassito in sulla diciottesima primavera e i lontani paesi ove in seno della solitudine egli aveva sparso tante amare lacrime.
In quelle triste campagne, Eugenio solo poteva valutare i meriti di Lenschi, il quale fuggiva con premura i tumultuosi banchetti dei possidenti circonvicini, le loro conversazioni serie intorno al vino, alla raccolta del fieno, ai loro cani e alla loro famiglia. Dalla natura degli argomenti, si può desumere che i discorsi di quei barbassori non ridondavano nè di estro poetico, nè di delicatezza, nè di acume, nè di lepidezza, nè di urbanità; ma il consorzio delle loro carissime mogli era molto più sciocco ancora.
Ricco dei beni della fortuna, e leggiadro della persona, Lenschi veniva accolto in ogni casa come s’accoglie un genero futuro. Tale è la consuetudine dei villaggi moscoviti. Tutti i padri serbano le figlie per il signorino mezzo russo.[51] Subito che egli entrava, la compagnia si metteva a ragionare degli incomodi della vita celibe. Se invitavano Lenschi a prendere una tazza di tè, la Dunia era incombensata di mescerlo. Il padre le soffiava all’orecchio: “Dunia, attenzione!” Quindi un servitore recava una chitarra, e Dunia incominciava a miagolare:
Oh! vieni a me, nel mio palazzo d’oro![52]
Ma Lenschi non voleva ancora lasciarsi impegolare alle panie del matrimonio, e niente altro ambiva che contrarre più stretta familiarità con Eugenio. L’onda e il sasso, il verso e la prosa, il ghiaccio e la brace, non son più diversi fra loro di quello che fossero Lenschi e Anieghin; eppure divennero amici sviscerati. A prima giunta, quel reciproco contrasto cagionò qualche urto; ma l’incontrarsi ogni giorno a cavallo o a piedi, fece sì che divennero compagni inseparabili. Così, pur troppo è vero, la scioperatezza è il nodo che ravvicina e unisce gli uomini.
Ma fra noi nemmeno tale legame esiste. Accecati dall’orgoglio, reputiamo noi stessi come tante unità e gli altri come tanti zeri. Tutti ci crediamo nuovi Napoleoni, e consideriamo le migliaia di bipedi nostri simili, come gli istrumenti dei nostri capricci; ogni affetto ci sembra cosa stramba e stolta. Eugenio era più tollerante; conosceva gli uomini e li disprezzava in genere, ma faceva in particolare alcune eccezioni. Ve n’erano alcuni che egli stimava e dei quali rispettava l’opinione. Ascoltava Lenschi con un sorriso; quel linguaggio colorato ed eloquente, quello spirito incerto nei suoi giudizi, quell’occhio sempre lampeggiante d’entusiasmo, erano cose nuove per Anieghin. Si asteneva da ogni parola che potesse agghiacciar quell’ardore, pensando fra sè: sarei insano e barbaro, se volessi rapirgli quella felicità momentanea. Pur troppo l’esperienza lo disingannerà. Lasciamogli quella sua fiducia nella perfezione umana e non estinguiamo anzi tempo quel fuoco giovenile; non dissipiamo senza necessità quei deliziosi errori.
Non v’era cosa che non servisse loro di testo a qualche controversia e che non li portasse alla riflessione. Le gesta delle generazioni antiche, i frutti della scienza, il bene e il male, i pregiudizi dei secoli, i funebri misteri della tomba, il destino e la vita, porgevano a vicenda ésca alle loro disquisizioni. Lenschi, nel calore della disputa, leggeva a modo di citazioni alcuni squarci di poemi nordici, e l’indulgente Anieghin li ascoltava con attenzione, sebbene da gran tempo li conoscesse.
Ma il più delle volte, soggetto dei loro trattenimenti erano le passioni. Eugenio, già da qualche tempo sfuggito a quella insolente tirannia, ne ragionava con un involontario sospiro di rincrescimento. Beato chi provò la violenza delle passioni e finalmente seppe sottrarsi al loro impero! Ma più felice colui che non le conobbe mai, che vinse l’amore colla fuga, e l’odio colla maldicenza! Di quando in quando egli sbadiglia cogli amici e colla moglie, non si lascia trasportare da gelosia e non mette a repentaglio sopra un asso il capitale tramandatogli dagli avi.
Quando stanchi della agitazione del mondo ci ricovriamo prudentemente sotto l’insegna della calma e del riposo; quando la fiamma che ci consumava è spenta; quando la febbre delle passioni, le loro estasi, le loro ubíe, i loro richiami tardivi, non ci incutono più che disprezzo; tranquilli alfine non senza fatica, ci dilettiamo talvolta d’udire la descrizione delle passioni altrui. Pare che tal pittura ci rinverdi e ci ringiovanisca. Così il vecchio invalido obliato in fondo al suo tugurio, porge volentieri orecchio ai racconti dei militi novizi che tornano dalla guerra.
La bollente gioventù non sa celar nissuna cosa; è sempre pronta a confidare i suoi odii e i suoi amori, i suoi affanni ed i suoi gaudi. Anieghin, veterano dell’esercito d’amore, accoglieva a muso serio le confessioni del poeta, il quale, devoto alla religione del cuore, svelava con ingenuità ogni ripiego della sua coscienza. Eugenio in breve fu istruito di tutti i suoi secreti teneri e dolci, secreti che già da un pezzo ci son noti.
Lenschi amava come più non s’ama, come i poeti soli sono ancora capaci d’amare. Sempre, dappertutto, un sol pensiero, un sol desire, un sol tormento gli occupava l’animo. Nè il gelo della lontananza, nè i lunghi anni dell’assenza, nè le ore dedicate alle muse, nè la vista dei paesi forestieri, nè lo strepito delle feste, nè lo studio delle scienze, poterono alterare i sentimenti suoi puri e virtuosi.
Appena adulto, ancora ignaro dei perigli delle passioni, s’invaghì della vezzosa Olga di cui divideva le cure e i trastulli infantili sotto il baldacchino dei boschetti ombrosi. I parenti e gli amici, vedendo il mutuo affetto dei due pargoletti, già li predicevano e incoronavano sposi.[53] Olga, tutta spirante bellezza e innocenza, fioriva nella solitudine, fra le soglie avite e sotto gli occhi paterni, come un mughetto ascoso che brilla fra l’erba densa e oscura, ignoto alle farfalle e alle api.
Essa concesse al poeta le primizie del di lei vergine cuore, ed egli, trasumanato da quel caro dono, sacrò alla vezzosa i primi lai della cetra. Addio, aurei sollazzi fanciulleschi! D’allora in poi egli ricercò le selve opache, i deserti, il silenzio, la notte, le stelle, la luna — la luna, face del cielo, cui ci rivolgevamo altre volte come ad una fida amica per offrirle le nostre lacrime, grato sfogo dell’interno affanno.... Adesso, divenuti seri e savi, abbiamo per confidenti, invece della luna, i lampioni delle cantonate.
Sempre modesta, sempre obediente, allegra come l’aurora, sincera e semplice come l’anima d’un poeta, buona e timida come un bacio d’amore.... occhi cerulei come il firmamento, bocca piena di sorrisi, capelli di seta inanellati, mosse leggiadre, voce soave, Olga insomma.... Prendi, o lettore, un romanzo odierno qualunque, vi troverai il di lei ritratto esatto e perfetto. Io stesso ve l’ho veduto e ammirato; ma a lungo andare mi seccò. Per la qual cosa, lettore benevolo, ti chiederò licenza di parlare di Taziana[54] sorella maggiore di Olga. Sarà la prima volta che simil nome comparirà nelle pagine di un romanzo sentimentale. Ma che? È un nome piacevole e sonoro. So bene che sa un po’ di vieto, e che finora appartenne più alle serve che alle padrone. È forza confessare che non mettiamo molto gusto nella scelta dei cognomi (per non dir nulla del poco gusto che mettiamo nei versi). Fra noi non abonda l’istruzione, ma soltanto l’affettazione e le smorfie di quella.
Si appellava dunque Taziana. Nè la sua carnagione di ligustri e rose, nè la bellezza di Olga sua sorella, avevan finora potuto attrarre sopra di lei l’attenzione della gente. Schiva, taciturna, melancolica, paurosa come una damma selvatica, l’avresti creduta straniera nella propria famiglia. Non sapeva, a forze di lusinghe, cattare la buona grazia dei genitori. Non si associava alle danze nè ai giuochi delle fanciulle della sua età, e preferiva starsene sola e muta, per giorni interi, nel cantuccio d’una finestra; o ascoltare, di sera, novelle orribili e strane.
Meditabonda fin dalla sua nascita, Taziana sapeva animare colle finzioni della vivace fantasia i suoi solitari ozi. I delicati suoi diti non avevan mai toccato un ago. Non si chinò mai a un tamburo per screziar la tela di fogliami e figure di seta.
Sintomo certo di uno spirito dominatore è veder una ragazza che si esercita colla docile sua bambola alle ipocrisie, alle etichette della società, e ripete a quel pezzo di legno le riprensioni che ha ricevute dalla mamma. Taziana non volle mai divertirsi colle bambole nè conversar con loro dei pettegolezzi della città o delle ultime mode. Quando la balia adunava in uno spazioso giardino tutte le fanciulle del vicinato per giocare alla sbarra con Olga, Taziana se ne andava altrove. Quel ridere romoroso, quei sollazzi frivoli, l’annoiavano. Ad essa piaceva più anticipare sopra un balcone lo spuntar dell’alba, quando a poco a poco le stelle si ritirano dall’emisfero scolorato; quando la terra gradualmente s’illumina; quando lo zeffiretto messaggero del giorno aleggia e scherza sulle onde e sui prati. Nelle notti d’inverno, quando il pigro Oriente riposa sotto i raggi smorti della luna annuvolata, Taziana sempre desta all’ora solita esciva da letto al chiaror d’una lucerna.
Ben presto si diede a divorar romanzi, e questi le tennero luogo di tutto. In special maniera s’affezionò ai racconti di Richardson e di Rousseau. Il padre di Taziana, galantuomo addietrato d’un secolo, non leggeva mai. Considerava i libri come innocui giocattoli, nè si curava di scoprire quali insidiosi volumi si appiattassero sino al mattino sotto il guanciale di sua figlia. La madre poi, venerava altamente Richardson, non già per averlo letto, non già perchè anteponesse Grandisson a Lovelace; ma perchè sua cugina, la principessa Alina di Mosca, citava molto spesso i nomi di quei personaggi. In quell’epoca, il signor Larin non era ancora che suo pretendente, ma senza speme. Essa ardeva per un altro, del quale stimava più assai il cuore e lo spirito. Questo fortunato Grandisson era un sergente della guardia, famoso damerino e giocatore. Essa, ad esempio di lui, andava sempre vestita di moda e con gran fasto. Ma un bel mattino i parenti della fanciulla la fecero sposa senza nemmeno chiederle il suo consenso. L’assennato marito, volendo dissipare il di lei cordoglio, si trasportò immantinente nelle sue possessioni, e lì la povera signora, circondata da Dio sa chi, s’arrabbiò da principio, pianse, e fu quasi in procinto di piantar lì lo sposo. Poi si addiede alle cure domestiche, s’avvezzò al suo nuovo stato, si placò e s’ammansò. L’abitudine è un gran tesoro largitoci dal cielo, in iscambio della felicità. L’abitudine adunque sopì quella angoscia, che nulla poteva mitigare. Una grande scoperta che essa fece terminò di consolarla. In mezzo alle faccende e agli ozi della villa, trovò un ottimo secreto per governare autocraticamente il consorte, e d’allora in avanti ogni cosa camminò a meraviglia.
Essa spezionava i lavoranti, salava i funghi per l’inverno, teneva il conto delle spese, radeva la testa ai giovani coscritti,[55] andava al bagno il sabato, e quando era di mal umore picchiava le serve, senza mai chieder licenza ai marito.
Scriveva col suo sangue negli album delle giovini amiche, cangiava per vezzo il nome di Prascovia in quello di Paolina; portava fascette molto strette, parlava con una cantilena, pronunziava la N russa col naso, come una N francese;[56] ma tosto smesse tutto ciò, e dimenticò gli album, i versi teneri, la principessa Paolina e le fascette; chiamò bonariamente Aculca, la cameriera che prima chiamava Celina, e in somma, incominciò a far uso di scuffie semplici, e di gonnelle ovattate.
Il suo signore l’amava cordialmente; non s’immischiava mai nei di lei negozi, e aveva messa in lei una fiducia scevra d’ogni sospetto. Pranzavano ambedue in veste da camera. La vita loro scorreva in perfetta quiete. Talvolta, verso sera, i vicinanti s’adunavano a veglia, per pungersi fra loro, per dir male del prossimo, e ridere un poco di questo e di quello. Così passava il tempo. Si pregava Olga di preparare il tè; poi veniva l’ora di cena, poi l’ora di dormire, ciascun se ne tornava a casa propria.
Essi osservavano nella loro placida esistenza gli usi e i costumi antichi. In tempo di carnevale facevano le frittelle. Il cvas[57] era la loro unica bevanda, e a mensa, offrivano i piatti a ciascun convitato, secondo la sua qualità e il suo rango. In tal guisa invecchiarono insieme. La porta del sepolcro si aprì poi per essi, e il fortunato sposo ricevè allora una nuova corona. Morì un’ora avanti desinare. I figli e la moglie fedele lo piansero più sinceramente degli altri parenti. Era un uomo schietto e buono; e nel posto ove giacciono le sue ossa, si erge un monumento funebre, con questa iscrizione: Sotto questa lapida riposa in pace Demetrio Larin, umile peccatore, servitore del Signore, e brigadiere.
Reduce nei suoi penati, Vladimiro Lenschi visitò il modesto monumento dell’amico, diede un sospiro alla sua memoria, e rimase un istante pensoso e afflitto. Poi sclamò: “Poor Yorick![58] egli mi tenne fralle sue braccia! Come io mi divertiva colla sua medaglia d’Occiacoff![59] Mi promise Olga in isposa, dicendo: Quando verrà quel giorno?...” E oppresso dall’affanno, Vladimiro tracciò sulla pietra un funereo madrigale. Siccome poi continuava in quella vena poetico-sepolcrale, improvvisò iscrizioni analoghe per suo padre e per sua madre.... Ahi che le generazioni, quasi mèssi caduche, germogliano, per voler della Provvidenza, nei solchi della vita, maturano, si inaridiscono, periscono! Altre poi subentrano a quelle.... La nostra razza fragile e fugace, cresce, si agita, ferve, e precipita al fine nell’abisso funesto, in che la spinge senza cessa il tempo. E verrà un momento, in cui i nostri nepoti ci cacceranno dal mondo per occupare il nostro posto.
Frattanto inebriatevi, amici, di questa labile esistenza! Io ne fo poca stima, perchè ne conosco tutta la vanità. Son ceco alle illusioni, ma talvolta le speranze remote mi abbagliano ancora la vista, e mi rimescolano il sangue.... Oh quanto mi dorrebbe d’escir di vita, senza lasciar nel mondo orma del mio passaggio! Non scrivo già per la fama: vorrei poter narrare il mio tristo destino, affinchè qualche amico serbasse nel cuore l’eco dei miei lamenti e del mio amore. Forse troverò quell’amico; e questa strofa da me composta, non piomberà in grembo a Lete. — Forse, o lieta idea! l’avvenire serberà il mio ritratto, e lo mostrerà dicendo: “Questi, questi era poeta!” Accogli dunque le mie grazie, o cultore delle pacifiche Pieridi, o tu la cui mano pietosa adunerà le mie sparse rime, e cingerà il mio crin canuto di sempre verdi allori!
CAPITOLO TERZO.
Elle était fille, elle était amoureuse. Malfilatre.
“Dove corri? Ahi, poeti! poeti!...”
“Addio, Anieghin, è tempo che io vada.”
“Non ti trattengo. Ma dove passi la serata?”
“Dai Larin.”
“Mi fa specie. Come mai non t’incresce di perdere in tal guisa i tuoi istanti?”
“Niente affatto.”
“Non so capire il tuo gusto. Mi pare di vederli. Non è così?... Una sempliciotta famiglia russa; gran cordialità per gli invitati; tortelli di panna; i soliti ragionamenti intorno alla pioggia, al lino e al bestiame.”
“Non ci vedo nessun male.”
“Il male, caro amico, è la noia.”
“Io fuggo le vostre riunioni eleganti; preferisco una società senza pretensione ove posso....”
“Ecco daccapo la bucolica!... Basta, basta per amor del cielo. Tu parli.... ma odi, Lenschi! non potrei vederla io questa Fillide, oggetto dei tuoi pensieri, delle tue lacrime, delle tue rime, eccetera? Presentami.”
“Tu mi beffi.”
“Oibò.”
“Acconsento.”
“Quando?”
“Adesso subito.”
“Le donne ci accoglieranno con piacere. Andiamo.”
I due amici entrano, e si presentano. La famiglia li colma di tutte le gentilezze proprie dell’antica ospitalità. Si imbandiscono i tortelli nei piattini, e si colloca una brocca d’acqua di mirtillo sopra un desco incerato.
················
Tornano a casa nel loro droschi per la strada più corta, e con gran fretta.
Ora, ascoltiamo di nascosto il dialogo dei nostri due personaggi.
“Che hai, Anieghin? Tu sbadigli?”
“È un vizio, Lenschi.”
“Sei forse più annoiato di prima?”
“No, sempre allo stesso modo.... Fa buio per la campagna. Cammina più presto, cocchiere! Che brutti posti! A proposito: la Larin è una buona vecchiotta molto amabile.... ma ho paura che quell’acqua di mirtillo m’abbia a danneggiare lo stomaco.... Dimmi, chi è Taziana?”
“È quella ragazza melancolica e taciturna come Svetlana...[60] quella che è entrata e s’è messa a sedere alla finestra.”
“Come mai ti sei innamorato della minore?”
“Perchè?”
“Io avrei prescelto la maggiore, se fossi poeta come sei tu. Non v’è vivacità nella fisonomia d’Olga. Rassomiglia alla Madonna dei Van Dyck. Ha il viso tondo e rosso come quella stolta luna, laggiù su quello stolto orizzonte.”
Vladimiro rispose seccamente, e non fiatò più parola per tutto il resto del cammino.
Frattanto l’apparizione di Anieghin nella casa dei Larin produsse una grande impressione, e diede che ciarlare a tutti i vicinanti. Si almanaccarono mille congetture; ognuno chiacchierò, burlò, giudicò senza giudizio, e pronosticò un marito alla Taziana. Alcuni persino asserirono, che il matrimonio era già stabilito, ma differito per il motivo che non si era potuto trovare un anello di moda. In quanto allo sposalizio di Lenschi, i vicinanti l’avevan già da gran tempo combinato.
Taziana, non poteva udire senza stizza quei pettegolezzi; eppure in secreto, provava una certa dolcezza nel pensarvi. L’idea del matrimonio le s’innestò nel cuore, e poco a poco involontariamente s’innamorò. Così il seme caduto nel seno della terra, germoglia sotto i raggi di primavera. Da un pezzo di già, l’imaginazione di Taziana, maturata dall’ozio e dalla tristezza, appetiva un pascolo costante; da gran tempo, una inquietezza profonda angustiava quel giovine petto; e quell’anima inesperta aspettava qualcheduno.
Egli venne. Taziana aprì gli occhi, esclamò: È desso! Ormai i giorni e le notti, il sonno e la veglia, sono pieni di lui; tutto parla di lui senza posa all’animo della gentil giovinetta. Il resto le viene a noia, e l’aura dei complimenti, e le cure premurose dei servitori. Immersa nella meditazione e nel dolore, non attende più agli amici di casa; maledice la loro venuta inopportuna, e la loro dimora prolungata.
Con che ardore essa legge ora i romanzi sentimentali! Con che voluttà gusta ora i raggiri e gli inganni dei seduttori famosi! Tutti quei caratteri ideali foggiati dai poeti, l’adoratore di Giulia Volmare,[61] Malec Adel, De Linard, il martire Werther, e l’impareggiabile Grandisson, che sembra a noi un eroe soporifico, si condensarono tutti, nella mente di Taziana, in un solo tipo, si fusero tutti nella persona di Anieghin.
Taziana, figurandosi essere la protagonista dei suoi romanzi prediletti, ora Clarice, ora Giulia, ora Delfina,[62] passeggia sola pei boschi con quei pericolosi libri. In essi cerca e trova l’espressione della fiamma secreta che nutre in seno, e di quei sogni che provengono da una troppa pienezza di vita. Essa sospira, e appropriandosi le estasi e gli strazi altrui medita e compone sconsideratamente una lettera diretta al caro idolo suo.... Ma il nostro amico, comunque egli la pensi, non è un Grandisson.
Gli antichi scrittori di romanzi, in uno stile che consuonava al tuon dell’argomento, ci rappresentavano il loro protagonista come un vero modello di perfezione, dotato d’un cuore sensibile, d’un ingegno sublime, d’un aspetto incantatore, ma contuttociò perseguitato dall’iniquità del mondo. Acceso d’una passione sincera e illibata, animato d’un continuo entusiasmo, egli era ognor pronto a sacrificar sè stesso per gli altri; e verso l’ultimo capitolo del libro, il vizio vedevasi sempre punito, e la virtù sempre ricompensata.
Ma oggidì come siam decaduti! La morale ci fa l’effetto d’un narcotico. Il vizio solo ci sembra piacevole in sè stesso e nei romanzi nei quali trionfa. Le chimere della Musa britannica turbano il sonno delle fanciulle di men di dodici anni, che han sempre presente al pensiero o il fantastico Vampiro, o Melmoth l’oscuro avventuriere, o il Giudeo errante, o il Corsaro, o il misterioso Sbogar.[63] Almeno Lord Byron con lodevole audacia improntò di romantica mestizia l’egoismo disperato.
Amici cari, qual ne sia la cagione? Forse un dì io cesserò di verseggiare, se così vuole il cielo. — Un altro demone s’impossesserà di me, e sprezzando le minacce di Febo, mi umilierò fino a trattar la vile prosa. Farò succedere ai miei poemi arditi un romanzo modesto. Non dipingerò in stile orrendo, nè tormenti atroci, nè delitti secreti, — ma vi racconterò con semplicità le tradizioni di qualche famiglia russa, le illusioni ridenti dell’amore, e i costumi dei nostri antenati. Vi riferirò i saggi consigli d’un buon padre, o d’un buono zio; gli incontri dei giovanotti in riva a un ruscello, sotto un vecchio tiglio; gli spasimi crudeli della gelosia e della separazione e le lacrime della riconciliazione.... Attraverserò l’amore dei miei personaggi con ogni sorta d’ostacoli, poi finalmente li cingerò del sospirato serto nuziale. Mi ricorderò allora le espressioni appassionate, le dichiarazioni eloquenti che mi scaturivan dal cuore nei tempi andati quando mi ponevo ginocchioni davanti alla mia bella, ma che adesso mi sono tutte quante uscite dalla mente.
Taziana, diletta Taziana! ora io piango teco che hai rimesso il tuo destino in poter d’un tiranno alla moda. Perirai, mia cara; ma frattanto ti pasci di speranze, invochi una tragica felicità, assapori il soave veleno della passione e del desiderio; mille voluttuose visioni ti svolazzano intorno; ogni luogo ti comparisce un ricetto propizio agli amorosi colloqui; e ovunque porti i passi hai davanti agli occhi la soave imagine del tuo astuto tentatore.
In preda a una tristezza ineffabile, Taziana va a gemere nel giardino. Tutto a un tratto abbassa i cigli a terra, e non può andar più oltre. Il seno suo ondeggia, il cuore palpita, le guance si tingono di porpora, il respiro vien meno sulle labbra, le orecchie ronzano, le luci si oscurano....[64] Soprarriva la notte; la luna fa la ronda nella volta cerulea del firmamento; il rosignolo esala i suoi melodici trilli nella caligine dei boschi. Benchè sia tardi, Taziana non riposa, ma confavella a bassa voce colla balia.
“Non posso dormire, balia; fa così caldo qui!... Apri la finestra e pónti a sedere accanto a me.”
“Che hai, Taziana, che hai?...”
“Sono inquieta; discorriamo un poco del tempo passato....”
“Che ti dirò mai?... Sapevo molte istorie d’orchi, di malvagi spiriti e di fanciulle, ma mi son fuggite dalla mente.... quel che sapevo non lo so più.”
“Raccontami gli anni di tua gioventù. Sei mai stata innamorata?”
“Ti pare, Taziana! In quei tempi non si parlava ancora d’amore; e se ci avessi pensato, mia matrigna buon’anima m’avrebbe ammazzata.”
“Come dunque facesti per maritarti?”
“Non ne so nulla; Dio volle che così fosse. Il mio Gianni, era più giovine di me.... io avevo tredici anni. Una comare venne dai miei genitori, e finalmente mio padre benedì la nostra unione. Io piansi tanto, tanto, dalla paura! Mi intrecciarono i capelli ad onta dei miei urli, e mi menarono cantando in chiesa. Così entrai in una nuova famiglia.... Ma, Taziana, tu non mi ascolti....”
“Ahimè, balia mia, io smanio, io spasimo, io sto per singhiozzare, per prorompere in pianto.”
“Figliuola cara, sei incomodata.... Dio ci aiuti e ti conservi! Domandami quel che gradisci.... Lascia ch’io ti spruzzi il viso d’acqua santa.... Sei tutta bollente....”
“Non sono ammalata, balia, no.... io.... sai, balia.... io sono.... innamorata....
“Dio ti guardi, figliuola mia!”
E borbottando una orazione, la buona vecchia colla sua mano grinzosa, benedì la giovinetta.
“Sono innamorata,” ripetè Taziana con veemenza.
“Ma, carina, ti dico che stai male di salute.”
“Lasciami; io sono innamorata.”
Frattanto la luna rischiarava col tremolo barlume il pallido volto, i capelli snodati, le calde lagrime di Taziana, e insieme la vecchia canuta la quale stava a sedere vicino alla fanciulla sopra uno sgabello con un fazzoletto in capo e una fascetta indosso. La natura intera raccolta e silenziosa sembrava meditare ai raggi della luna. Taziana collo sguardo fisava quell’astro e col pensiero volava chi sa dove.... Le salta in testa una idea:
“Vattene,” grida alla balia, “lasciami sola. Dammi carta e calamaio; approssima il tavolino, fra poco mi ricoricherò.... Buona notte.”
Taziana è sola. Ogni cosa tace. La luna la illumina. Colla testa puntellata sul gomito, Taziana scrive. Eugenio le sta sempre presente. Trasfonde in una imprudente epistola tutto l’innocente amore che le ferve in petto. La lettera è bella lesta.... Taziana, per chi codesta lettera?
Ho conosciuto delle belle inaccessibili, fredde e pudiche come l’inverno, inesorabili, incorruttibili, incomprensibili. Io ammirava il loro orgoglio di moda, la loro naturale virtù, e confesso che le scansavo e fuggivo con orrore perchè parevami legger scritto sulla loro fronte: Lasciate ogni speranza.... come sulla soglia dell’inferno. Ispirare amore lo stimano una calamità; e loro diletto è spaventare i cuori. Può darsi che abbiate incontrato di cotali donne sulle sponde della Neva.
Ho veduto fra una turba di adoratori obedienti altre dee capricciose, egoiste, ed indifferenti ai sospiri e alle lodi. Ma qual fu il mio stupore quando m’avvidi che se colla loro severità tremenda scacciavano l’amante timido, tosto lo richiamavano indietro a forza di finezze, e di promesse! E il credulo giovinetto, accecato dall’amore, tornava a ripigliare le antiche catene.
Perchè sarebbe Taziana più colpevole? Forse perchè, nella sua cara semplicità, essa non s’accorge del suo fallo e confida pazzamente in un dolce errore? Perchè essa ama da novizia e cede all’attrazione del primo sentimento? Perchè le largì il cielo imaginazione inquieta, ingegno fervido, volontà risoluta e ostinata, cuore tenero e ardente? Non le perdonerete forse la sua imprudenza?
Le civette giudicano con sangue freddo. Taziana ama per davvero, e da bambina che è, s’abbandona all’amore senza riserva nè condizioni. Essa non calcola; non dice “Aspettiamo. La dilazione accresce pregio ai favori. Ritardando, lo prenderemo più sicuramente al laccio. Prima di tutto stimoliam la vanità col pungolo della speranza; sbraniamo poi il cuore col dubbio; e incendiamolo finalmente di gelosia. Senza di ciò, il prigioniero, tosto satollo di voluttà, cercherebbe ad ogni istante di rompere i suoi ceppi.”
Ecco ch’io mi imbatto in una difficoltà. Per salvar l’onore del mio paese natío, io dovrò tradurre nel nostro idioma la lettera di Taziana. Questa fanciulla non leggeva i nostri giornali e durava gran fatica ad esternare i suoi concetti nella lingua materna; quindi è che essa scriveva in francese.... Che ci ho che fare io? Convien ch’io lo confessi. Finora le nostre signore non han mai espresso il loro amore in volgare russo e questa superba favella è rimasta fin qui estranea allo stile epistolare. So che si vogliono obligare le donne a legger libri russi. In coscienza ciò mi sgomenta. Come mai figurarsi una bella signora col Bene intenzionato fra mano?[65] Lo domando a voi, giovani poeti; non è egli vero che tutte le leggiadre seduttrici alle quali, pei vostri peccati, dirigete di nascosto le vostre rime, capiscono a stento e stroppiano deliziosamente la lingua moscovita? Non è egli vero che una lingua straniera è divenuta loro più familiare della propria?
Dio mi liberi dall’incontrare in una festa di ballo o sul verone, all’ora della partenza, un seminarista con uno scialle giallo o un accademico con una scuffia da dama. Siccome aborro un bel labbro vermigliuzzo privo di sorriso, così detesto il parlar russo senza solecismi. Forse un dì fia, in cui, per mia sventura, una nuova generazione di figlie d’Eva, cedendo alla supplice voce della stampa, si degnerà di studiar la grammatica. Allora i versi saranno di moda. Ma io?... che importa! Io rimarrò affezionato agli usi antichi. Un balbettío scorretto e indolente, una pronunzia incerta e tremebonda mi ecciterà nel seno la stessa emozione di prima. Niente potrà guarirmi di tal difetto. I gallicismi mi son cari come i primi errori di mia gioventù, come i poemetti di Bagdanovis.[66] Ma basta così. È tempo ch’io mi occupi della lettera di Taziana. Ho impegnato la mia parola, — eppure, eppure — sto in dubbio se la manterrò. So che le molli elegie di Parny[67] non godon più la stima comune.
Cantor dell’allegria e della melancolia, o Baratinschi! Se tu fossi qua, ti farei una domanda indiscreta. Ti pregherei di tradurre in armoniosi metri la bizzarra prosa d’una fanciulla innamorata. Dove sei? Avánzati. Io ti cedo riverente ogni mia prerogativa. Ma divezzato dagli elogi, egli erra solo sotto il cielo finnico, e non ode il mio appello.
Lo scritto di Taziana è lì innanzi a me. Io lo conservo come una reliquia; lo leggo con un secreto affanno e non so saziarmi di scorrerlo. Chi potè insegnare a Taziana quella eloquenza piena di venustà e di calore? Chi le ispirò quello stile grazioso e patetico, persuasivo e funesto? Non saprei indovinarlo. Ecco intanto una traduzione insufficiente e imperfetta, un fievole eco di quella musica del cuore; in somma il Freischuetz,[68] cantato da una compagnia di principianti.
Lettera di Taziana a Anieghin.
“Io vi scrivo. Che posso io far di più? Che posso io dire di più? Ora, voi avete il diritto di disprezzarmi. Ma spero che compatirete alla mia misera sorte e che non mi ci abbandonerete. Da prima, io voleva tacere. Credetemi: non vi avrei svelato la mia debolezza, se avessi potuto lusingarmi di vedervi nella nostra villa di quando in quando; per esempio una volta per settimana, e di udire almeno la vostra voce, di scambiar qualche parola e poi pensare sempre, sempre a voi, a voi solo, sino al nuovo incontro. Ma si dice che siete misantropo, che la campagna vi tedia, che la società vi importuna. Si dice che noi non vi siamo cari punto, sebbene vi amiamo con sincerità. Perchè ci veniste a visitare? In questa nostra solitudine io non vi avrei conosciuto e non avrei provato le pene che provo. Col tempo avrei domato forse le ribellioni di questa anima irrequieta e inesperta, avrei trovato un amico veritiero; sarei stata sposa fedele e virtuosa madre...
”Un altro.... no; a nessuno altro donerò io il cuore. Così sta scritto nel libro del destino; così vuole la mia stella; io son tua.... tutta la mia vita è stata la preparazione di questo affetto per te. — So che Dio a me ti invia per esser mio protettore fino alla tomba.... già da gran tempo mi apparivi in visioni notturne.... prima di vederti già ti conoscevo e t’amavo, — il tuo penetrante sguardo, il tuo accento soave mi sconvolgeva il petto.... E non era un sogno! Appena ti scorsi, io ti riconobbi; rimasi immota e muta, arsi tutta e dissi fra me: è desso! Non è egli vero? Io ti ho udito più volte, più volte mi hai parlato mentre io andava a soccorrere i poveri o quando in chiesa mi sforzava di sedare le mie angosce alzando preghiere all’Eterno. Non sei tu che sovente spazi intorno a me nelle ombre trasparenti della sera e ti chini pietoso sul mio letto? Non sei tu che mi susurri all’orecchio parole di speranza e d’amore? Chi sei tu? Il mio angelo tutelare o il mio perfido tentatore? Dissipa la mia incertezza. Forse tutto ciò è menzogna vana, allucinazione d’una fantasia esaltata. E così sia. D’ora innanzi, io rimetto la mia sorte nelle tue mani. Ho sparso le mie lacrime nel tuo seno e imploro il tuo sostegno.... qui, sono sola.... nessuno mi comprende; la mia ragione vacilla; io perirò tacendo. Ti aspetto. Ravviva col tuo sguardo le mie speranze o sperdi le mie illusioni tacciandole di delitto.
”Finisco. Vi sembrerà strano il mio linguaggio — mi sento svenire dalla vergogna e dal terrore — ma la vostra onoratezza mi rassicura e in essa confido.”
Taziana ora geme, ora sospira. La lettera trema nella di lei mano. L’ostia rosata si secca sulla sua lingua inaridita. La vezzosa piega il bel capo e a quell’atto la sua camicia cade dalla bianca spalla. In quel punto, la luna si ritira sotto un velo di vapori. Taziana guarda e ascolta. La valle s’ammanta di nuvole; il torrente risplende come un nastro d’argento; il corno dei pastori desta i contadini; l’alba brilla: tutti si alzano. Taziana non bada all’aurora. Sta seduta colla testa bassa. Non si sa risolvere a stampare il suo sigillo sulla lettera. La serva Filippevna dal crin grigio, arreca il tè sopra un vassoio.
“Lévati,” sclama, “lévati, figliuola cara; è tardi.... ma che miro? sei bell’e vestita! O cara lodoletta mattutina! Che paura mi mettesti ieri sera! Ma grazie al cielo, sei sana.... non riman segno del tuo incomodo.... hai il volto rosso che pare proprio un papavero.”
“O balia, fammi un piacere....”
“Due, figliuola. Comanda pure....”
“Non credere già.... non sospettar mica.... non dir di no, veh!”
“Come è vero il vangelo, io ti servirò.”
“Dunque, manda di nascosto il tuo nipotino dal.... dal vicinante A.... con questo biglietto.... e intimagli che non mi nomini, che non dica....”
“Ma a chi mai? cara padroncina.... sono divenuta così smemorata e ci son tanti vicinanti intorno a noi che non li saprei nemmeno contare.”
“Come sei poco furba, balia mia!”
“Dolce figliuolina, io son vecchiotta; mi si è affievolito l’ingegno.... nei tempi andati ero vispa anche io; indovinavo il volere dei padroni a un cenno, a un alito....”
“O balia mia, che mi cianci? Che ho io bisogno del tuo ingegno.... To’; questo biglietto è per Anieghin.”
“Ho capito, ho capito. Non ti riscaldare, anima mia; sai che son dura di zucca.... ma perchè torni ad esser così pallida?”
“Non sarà niente, non sarà niente. Manda presto il tuo nipotino.”
Un giorno passa; non vien risposta. Un altro giorno arriva, egual silenzio. Smorta come un fantasma e vestita sin dall’alba, Taziana aspetta: quando verrà la risposta? Giunge intanto l’amante di Olga.
“Dite, dov’è il vostro amico!” domandò la padrona di casa. “Egli ci ha del tutto dimenticati.”
Taziana a quelle parole arrossì e tremò.
“Ci ha promesso di venire oggi,” disse Lenschi alla vecchia. “Credo che abbia lettere da scrivere....”
Qui Taziana atterrò lo sguardo come chi ode una rampogna amara.
Incominciava a far buio. Il samovar di rame[69] splende sulla tavola, e riscalda la lettiera di porcellana chinese, intorno alla quale s’aggira un sottile vapore. Il tè odoroso mesciuto dalle manine di Olga scorre nelle tazze a flutti verdeggianti: un valletto porge la panna. Intanto Taziana, astratta, ritta davanti alla finestra, soffiava sui cristalli e vi segnava col suo bel ditino, l’adorato monogramma: un E accoppiato a un A. E l’anima di Taziana era mesta e gli occhi suoi traboccavan di lacrime. Tutto a un tratto, s’ode un rumore. Il sangue le si agghiaccia nelle vene. Qualcheduno giunge, scende.... è Eugenio. Entra nel cortile. Taziana si slancia al vestibolo, quindi al verone, balza nel cortile e sparisce nel giardino. Sembra aver ali ai piedi. Non ardisce volger l’occhio indietro. In un attimo, varca gli argini, i ponti, i fossi, il viale che conduce al lago, il boschetto. Si dirige al ruscello per mezzo ai parterre, calpesta e schiaccia gli stipiti dei lilla, e anelante e spossata si lascia cader sopra un sedile.
“Egli deve esser qui.... Dio mio, che penserà di me!” Abbacinata dalla passione, essa si pasce di speranza, palpita, geme e aspetta.... Quando verrà egli? Mira, e nulla vede. Le serve della villa, sparse per le aiuole, colgono le fravole fralle siepi e i dumeti, cantando in coro per ordine dei padroni. Ingegnoso ripiego trovato dall’astuzia signorile per impedire alle serve di mangiare i frutti mentre li vanno staccando dalla pianta.
CANTO DELLE SERVE.
Sull’erba folta Delle campagne, Andiam, compagne, Alla raccolta. Per le viottole, Narrando favole. Cantando frottole, Cogliam le fravole E l’uva spina Carca di brina. Dal nostro canto Sedotti, intanto, I garzoncelli Leggiadri e snelli Verranno a tresca Sull’erba fresca. A lui che amiamo, Al nostro rege, In sen gettiamo Fiori e ciriege, Nero mirtillo, Verde serpillo! Il canto dolce Le pene molce; Al cuor che geme Rende la speme; I voti appaga; Sana ogni piaga. Cantiam, cantiamo!
Così cantano le serve. Taziana non presta attenzione a quelle rustiche melodie; ma s’aggira impaziente. Vorrebbe che si placassero i palpiti del suo cuore e che si dileguasse il rossore delle sue guance. Ma più l’ora s’avanza, più il turbamento della giovinetta va crescendo. Tale vediamo la farfalletta dibattere le ali variegate tralle mani di un protervo scolare; tale la lepretta timida rabbrividisce fralle biade quando scorge il cacciatore che s’inginocchia in mezzo ai cespugli, per appuntare l’arme.
Finalmente essa respira e s’alza. S’incammina verso il viale, ma non vi aveva fatto dieci passi allorchè s’imbattè in Eugenio. Questi le parve in quel momento non già quel ch’era prima, ma uno spettro minaccioso, con occhi rutilanti di sdegno. Taziana si ferma quasi percossa dal fulmine. Ma non mi basta l’animo di narrarvi oggi il seguito di quell’incontro. Questo capitolo è già troppo lungo. Sono stanco di lavorare e convien ch’io vada a passeggiare e a riposarmi un poco. Terminerò poi l’istoria in un modo qualunque.
CAPITOLO QUARTO.
La morale est dans la nature des choses. Necker.
Meno amiamo una donna, più siam certi di andarle a genio e di acchiapparla al vischio della seduzione. Fu un tempo in cui l’empio libertinaggio si spacciava impudentemente per vero amore; insidiava e tradiva con fredda premeditazione e con impunità. Ma tali scherzi licenziosi van lasciati ormai a quei vecchi scimmiotti decantati dai nostri antichi; gli allori di Lovelace[70] si sono avvizziti e sbiaditi insieme coi lacchi rossi e le perrucche a buccoloni.
Come può un uomo assoggettarsi a una eterna ipocrisia, ripetere senza fine le medesime nenie, affaticarsi a persuadere cose di cui tutti son da gran tempo persuasi; combatter sempre le stesse obiezioni, sempre confutare quelli stessi pregiudizi che non esisterono mai nemmeno presso le bambine di tredici anni? Chi non ha provato quanto son cosa dura le minacce, le suppliche, le imprecazioni, le paure imaginarie, le bugie, le calunnie, gli anelli, le lacrime, i sospetti delle zie e delle madri, l’amicizia insoffribile di un marito? Così appunto pensava il mio Eugenio. Nella sua prima gioventù, fu in balía di fatale smarrimento e di indomabili passioni. Effemminato dalla mollezza e dal lusso, illuso per un poco dagli uni, disingannato tosto dagli altri, consumato dal desiderio, disgustato dei suoi successi efimeri; sempre occupato a trasformare i suoi sbadigli in sorrisi, e sentendo sempre in mezzo allo strepito e al silenzio la voce della coscienza che lo rimbrottava: così visse Eugenio per ben due lustri; così lasciò perire il più bel fior degli anni suoi.
Ora, egli non circonveniva più le fanciulle; tendeva le reti alle donne. Se lo ributtavano, tosto si consolava; se lo gabbavano, godeva di prender qualche sosta. Le corteggiava senza fanatismo, e le abbandonava senza rammarico, appena memore dei loro favori e de’ loro furori.... In simil guisa, uno straniero indifferente, invitato a una partita di whist, si pone a sedere, gioca, e quando finisce il trattenimento, se ne torna a casa passo passo e s’addormenta senza saper dove anderà a conversazione la sera susseguente.
Comunque sia, il biglietto di Taziana commosse profondamente Anieghin. L’ingenua manifestazione di quel sogno virginale sconvolse tutti i suoi pensieri. Si raffigurò subito Taziana, e quel sembiante scolorato e quell’aria melancolica; e l’anima sua piombò in una molle e vaga contemplazione. Forse sentì risvegliarsi l’antico ardore e l’antica baldanza; ma la rintuzzò; chè non volle tradir la fiducia d’una fanciulla inesperta.
Ora, vi ricondurrò, lettore, al luogo ove i nostri personaggi s’incontrarono.
Per ben due minuti tacquero. Quindi Anieghin s’appropinquò a Taziana dicendo:
“Voi mi avete scritto un biglietto. Non dite di no. Ho fra mano la confessione d’un’anima credula e ingenua.
”Il vostro candore mi è caro. Il vostro affetto ridestò quasi l’agitazione in un petto da gran tempo tranquillo. Ma non voglio lusingarvi; voglio contraccambiare la vostra schiettezza con una schiettezza non minore. Datemi ascolto un momento. Io mi sottometto alla vostra sentenza.
”Se io potessi circonscrivere la mia esistenza nella sfera domestica; se il destino propizio mi volesse fare sposo e padre; se gli onesti piaceri della vita di famiglia potessero un istante affascinarmi; io non prenderei per certo altra consorte che voi. Vi dichiaro senza nessuna iperbole poetica che trovo in voi quel tipo ideale che mi son dipinto nella mente, e che vi sceglierei qual socia dei miei tristi giorni, quale simbolo e modello d’ogni cosa bella. E credo che con voi io sarei felice quanto mi sia concesso di essere.
”Ma io non son nato per la felicità! Quando la buona ventura mi si para davanti, io le volto le spalle. Ammiro il vostro merito, bramerei goderlo; ma ne son indegno. Credetemi, il matrimonio sarebbe per noi un vero martoro. Più vi avrei amato prima di possedervi, meno vi amerei dopo. Vi mettereste a piangere. Le vostre lacrime non mi moverebbero, anzi mi accanirebbero sempre più. Queste son alcune delle rose di cui ci cingerebbe l’imeneo per molti e molti anni.
”Non credo v’abbia al mondo spettacolo più tristo di quello d’una povera moglie che geme dì e notte nell’abbandono e aspetta il marito, il quale, sebbene conosca la virtù e i pregi di lei, si mostra sempre barbaro, accigliato, arrabbiato, freddamente geloso, e sempre bestemmia il suo destino. Questo è il mio ritratto. Cercavate voi un tale sposo, o anima casta e pura, quando mi scriveste con tanto senno e tanta grazia? No, vi risparmi il cielo una tale sciagura. Le illusioni sono come le ore; passano e non tornan più. Le mie non possono rivivere. Vi amo come s’ama una sorella e forse anche con maggior fervore. Uditemi dunque senza ira. Spesso accade che una fanciulla sostituisce a un errore un altro errore, come l’albero all’aura di primavera rinnovella le foglie. Così prefisse il fato. Amate ancora, ma.... sappiate moderarvi; non tutti intenderebbero il vostro linguaggio come l’ho inteso io. L’inesperienza, può condurre ad un abisso....”
In tal modo finì la predica d’Eugenio. Taziana l’ascoltò col respiro interrotto dall’angoscia, cogli occhi accecati dalle lacrime, nè ardì fare una sola osservazione. Egli le porse la mano. Essa la prese mestamente o meccanicamente (come dicon taluni), e vi si appoggiò in silenzio. Poi fece il giro del viridario, e se ne tornò a casa colla testa bassa. Entrarono insieme nel salone, e nessuno fiatò parola. La vita di campagna ha le sue franchige e i suoi cari privilegi come la città di Mosca.
Confesserete meco, lettore, che il nostro amico agì molto garbatamente colla misera Taziana. Non era la prima volta che egli dava saggio di generosità, sebben la malizia della gente lo accusasse d’ogni vizio. I nemici e gli amici (espressioni quasi sinonime) gareggiavano di zelo a diffamarlo. Ciascun di noi in questo mondo ha i suoi nemici; ma Dio ci liberi dagli amici![71] Io ne ho avuti tanti, o amici miei! E sa il cielo se la loro amicizia mi fu cara!
Ma procuriamo di sbandire le larve insane e funebri che ci assediano. Intanto, fra parentesi, noterò una verità. Non havvi ciarla assurda e plateale; non havvi calunnia vile e sucida nata nel fango dei postriboli e ampliata dalla scelleraggine del gran mondo,[72] che il vostro amico non ripeta le mille volte in un crocchio di persone oneste, senza la menoma malizia nè perfidia; anzi con un sorriso di benevolenza; imperocchè egli, in fatti, vi è devoto, e vi ama come un prossimo consanguineo.
Hem! Hem! Pregiatissimo lettore! Sta sana tutta la vostra famiglia?... Ma forse gradireste sapere che cosa io intenda per famiglia. Ve lo definirò in poche righe. Nostra famiglia sono coloro cui ci corre obligo di adulare, di accarezzare, di venerare con tutto il cuore; coloro che, secondo l’uso di questo paese, dobbiamo abbracciare nel giorno di Natale, o ai quali dobbiamo mandare a capo d’anno un biglietto di visita per la posta, affinchè durante i dodici mesi seguenti essi non pensino più a noi.... Che Dio conceda loro lunga vita!
L’affezione d’una tenera fanciulla è più salda di quella degli amici e dei parenti. In mezzo alle peripezie più dolorose essa ti conserva i tuoi diritti e ti conforta. È vero. Ma il torrente della moda, l’incostanza della natura, l’opinione tiranna della società.... e poi, il bel sesso è mobile qual piuma al vento.[73] Sicchè la vostra fedele compagna, al fin dei conti, cede alla tentazione, e il diavolo manda a spasso la vostra felicità!
Chi dunque dovremo amare? A chi dovremo credere? Chi non ci tradisce? Chi pesa tutti i nostri atti, tutti i nostri detti, con esattezza, alla nostra bilancia? Chi non semina calunnie sui nostri passi? Chi non ci lusinga con assiduità? Per chi non sono i nostri difetti un flagello? Chi non ci secca mai? Onorevolissimo mio lettore, non perdere i momenti a inseguire fantasmi fuggitivi e inarrivabili: ama te medesimo come si conviene. Non troverai al mondo oggetto più degno della tua carità.
Quale fu il seguito dell’abboccamento? Ahimè! Si può facilmente indovinare. Gli stimoli della passione non cessarono di travagliare quell’anima gentile avida di tempeste. La fiamma che pur prima divorava Taziana, crebbe anzi che scemare. L’ala del sonno più non blandì le sue palpebre. La salute, fragranza e miele della vita, il sorriso, la calma infantile sparirono come una meteora. La gioventù di Taziana languisce nell’affanno. Così talvolta l’orror d’una procella aduggia le prime ore d’un giorno di primavera. La bellezza di Taziana si sfiora e muore. La vaga verginella si scolora, si spenge e tace. Non v’ha più cosa alcuna che possa rallegrarla nè interessarla.[74] I vicinanti crollando la testa con aria d’importanza, ripetono fra loro: “Sarebbe tempo che le si desse marito.” Ma lasciamola stare per adesso, e passiamo a descrivere le delizie d’un amore fortunato. La compassione quasi mi tronca il respiro; scusate, cari lettori, voglio tanto bene alla povera Taziana!
D’ora in ora più allacciato dalla vezzosa Olga, Vladimiro si abbandona tutto a quella piacevole schiavitù. Sempre sta presso ad essa. La sera siedono insieme nell’angolo più oscuro della di lei camera; la mattina errano nel giardino colle mani giunte e intrecciate. Vladimiro, ebro d’amore, ma paralizzato dal rispetto; appena alcune volte ardisce, imbaldanzito dal sorriso d’Olga, scherzare coi di lei biondi ricci e baciarle il lembo della vesta.
Di quando in quando, le legge un romanzo morale, il cui autore conosce la natura umana meglio che non la conosca Chateaubriand. Vladimiro arrossendo salta talvolta due o tre pagine di seguito, perchè piene di fandonie insulse, di fantasticaggini pericolose per una giovinetta. Oppure, lontani da tutta la gente, seduti col gomito appoggiato sulla tavola, assorti in profonde riflessioni, giocano a scacchi; e Lenschi, preoccupato d’altro che del gioco, prende l’alfiere per una pedina.
Se torna a casa, anche lì pensa unicamente alla sua Olga. Orna d’imagini i fogli volanti del di lei Album. Vi rappresenta colla penna e coi colori, ora un tratto di paese, ora un monumento funebre, ora il tempio di Citerea, ora una colomba sopra una lira. Talvolta, fra mezzo ai nomi e ai ricordi, egli introduce furtivamente un distico amoroso, timido attestato dei suoi sospiri, indizio d’una speme, sempre eguale dopo tanti anni di costanza.
Ti è accaduto mai, lettore, di vedere l’album di qualche signorina provinciale tutto coperto di scarabocchi, in principio, in mezzo e in fine? A ogni pagina inciampi in versi tradizionali intorno a una amistà fedele, zeppi di sgrammaticature, e troppo lunghi o troppo corti. Sul frontispizio si legge: Qu’écrirez vous sur ces tablettes? Poi al basso: t. à. v. Annette. In fondo al volume ti si presenta questa frase trita e triviale: “Scriva più di me chi ti ama più di me.” Non morranno mai i due cuori accompagnati da faci e da fiori; le promesse di affetto invariabile “sino all’orlo della tomba,” e qua e là una facezia inserita da qualche gioviale militare.
Vi protesto, amici, che volentieri metterei due versi in un tale album, essendo io persuaso che tutti i ghiribizzi del mio cervello meritano uno sguardo indulgente, e che i posteri non sederanno a scranna per decidere con un sogghigno acerbo se ci sia o non ci sia livore in quei miei strambotti.
In quanto a voi, tomi scompagnati della biblioteca del Diavolo, patiboli dei rimatori di moda, album sontuosi, fregiati dal maraviglioso pennello di Tolstoi o dalla penna di Baratinschi,[75] v’incenerisca il fulmine di Giove! Quando una magnifica signora mi consegna il di lei in-quarto, avvampo di stizza e d’ira, e aguzzo in fondo al cuore un epigramma; ma intanto convien ch’io schiccheri un madrigale.
Lenschi non tornisce madrigali per l’album della sua diletta. Il suo stile non sfavilla di sottili concetti, ma solo spira amore. Nota quanto di bello ode e mira in Olga, e l’elegia scaturisce limpida, serena, improntata di verità. Così, o Sascoff, canti le smanie del tuo cuore, e le attrattive di una incognita diva, e un giorno, il cielo dei tuoi carmi ti offrirà un diario compiuto degli eventi di tua vita.
Ma zitto! Che è stato? Un aristarco arcigno ci ordina di buttare nella fogna la ghirlanduccia dell’elegia, e grida a’ nostri fratelli in Apollo: — Cessate omai l’eterno piagnisteo. Cessate di gracchiar sul tempo che passò. Addatevi a qualche altro esercizio! — Bravo! E ci additi una tromba, una maschera, un pugnale, e ci esorti a risuscitare le idee morte da due mila anni. Non è questo che brami? — Oibò! — Che dunque? — Sciorinate odi, odi pindariche come quelle dei nostri antichi. — Capisco; odi solenni e trionfali! Rimembra ciò che dice il satirista: lirico esimio, preferiresti forse una dottrina straniera a quella dei nostri scoraggiti rimatori? — L’elegia non ha nulla di buono. Il suo scopo è miserabile. L’ode al contrario ha uno scopo nobile e sublime. — Qui potremmo attaccar lite, ma io me ne sto zitto: non voglio armar due secoli l’un contro l’altro.
Forse l’estro poetico di Vladimiro, secondato dall’entusiasmo, avrebbe partorito una ode. Ma Olga non l’avrebbe letta. È mai accaduto a un poeta elegiaco di declamare i suoi versi alla sua Fillide? Dicesi che l’uomo non possa provar gioia maggiore di quella. Beato, infatto, colui che confida i suoi canti alla persona che li ha ispirati. Beato colui.... ma chi sa? Forse la giovinetta languida sta pensando a tutt’altro.
In quanto a me soglio communicare i frutti delle mie poetiche fatiche alla mia vecchia governante, che mi guidò e nutrì fanciullo. Oppure incontrando un vicinante a qualche desinare seccagginoso, lo afferro per la falda del vestito, lo blocco nel vano d’una finestra e gli faccio ingozzare una tragedia. Finalmente (e questo è la pretta verità) sazio di tristezza e di rime vo a costeggiare la spiaggia del lago ove si trastulla un branco d’anatre salvatiche, le quali al suon delle mie strofe scappano via a rotta di collo.
Che fa Anieghin? A proposito, amici: abbiate un poco di pazienza: io vi descriverò le sue occupazioni quotidiane. Egli vive come un anacoreta. D’estate si alza alle sei e immantinente scende, in maniche di camicia, sul margine del fiumicello che bagna il piede alla collina. Emulo del cigno di Gulnara,[76] egli varca quell’altro Ellesponto; poi sorbisce la sua tazza di caffè, dà una scorsa a una smunta gazzetta e quindi si veste. Il passeggio, la lettura, il sonno, il rezzo degli alberi; talvolta i saporiti baci d’una candida ninfa dalle pupille nere; un cavallo impetuoso, docile al freno; un convito bizzarro; una bottiglia di vino chiaro; la solitudine; il silenzio; tali sono i pii oggetti che solleticano i sensi e appagan le voglie d’Anieghin. Affezionato a quel tenor di vita, lasciava passare i dì senza contarli; dimenticava in seno alla indolenza la città e gli amici e la noia delle gale e delle feste.
Nel nostro emisfero boreale, l’estate, sozza caricatura dell’inverno d’Italia, appena è comparsa, che già è sparita. Ognuno lo sa, e lo sappiamo noi stessi sebben non lo vogliamo confessare. Già il vento d’autunno mugghia sul nostro capo; già il sole si mostra men sovente; già i giorni divengon più corti; la corona frondosa dei boschi si sfoglia con un lugubre gemito; le atre nebbie s’accumulano sulla terra; una stridula caravana di cicogne s’invola verso l’austro. S’approssima la stagion molesta; novembre è alle nostre spalle.
L’aurora sorge in mezzo a densi e gelidi vapori; il suono dei lavori agresti cessò nelle campagne; il lupo corre per le strade colla lupa affamata; il destriero lo annusa da lontano e nitrisce; il viaggiatore scaltro volge frettolosamente il corso verso i monti. Il mandriano non mena più le vacche sin dall’alba alla pastura, e non le chiama più a raccolta col corno verso l’ora del meriggio; la contadinella fila e canta, e una lucernina[77] sua sola compagna nelle lunghe notti illumina la sua povera cameretta.
La brina ingemma i prati e screpola sotto i passi del camminante. Più liscio d’un impiantito alla francese, il ruscello luccica incrostato di ghiaccio. Uno stormo di monelli striscia con gran chiasso su quel cristallo unito. Una grossa oca che si strascina appena sulle zampe rosse, volendo mettersi a nuoto sull’acqua, s’avanza con cautela, sdrucciola e casca. Facciamo lietissimo viso ai primi fiocchi di neve; ci par vedere piover dal cielo un nembo di candide stelle. Che si può fare allora in una villa isolata? Forse passeggiare? Ma la monotona nudità della natura funesta e dismaga la vista. Cavalcare per le steppe disabitate? Ma ad ogni passo il cavallo può scivolare e stramazzare al suolo col cavaliero. Sedere a tavolino e accingersi a legger De Pradt[78] e Walter Scott? — Non vuoi? — Verifica i tuoi conti; adirati; bevi; e la lunga serata ti parrà breve. Così pure ti parrà quella di domane, e per tal modo passerai l’inverno assai giocondamente.
Anieghin, come un altro Childe Harold, si diede alla meditazione e all’ozio. Ogni mattina fa un bagno freddo; poi prende una stecca mezza rotta e gioca da sè solo al biliardo con due palle d’avorio, fino al far della sera. Allora lascia il biliardo e la stecca; fa apparecchiare davanti al caminetto, e aspetta. Ecco Lenschi in una troica[79] di cavalli bigi.... — Presto! la cena!
In onore del poeta si è messa in ghiaccio una preziosa bottiglia della vedova Cliquot o del Moët.[80] Il vino di Sciampagna è il vero Ippocrene. Coi suoi schizzi e colla schiuma somiglia a tante cose! Io gli son schiavo. Quante volte gli ho sacrificato il mio ultimo denaro! Ve ne ricordate, amici? Quante migliaia di baie, di facezie, di versi, di dispute e di gai progetti zampillavano da quelle magiche bottiglie! Ma adesso l’effervescenza di quel petulante liquore offende la debolezza del mio stomaco e preferisco alla Sciampagna pazza il prudente Bordò. Coll’Ai[81] io sto in fiera guerra. L’Ai somiglia a una ganza briosa, instabile, vana, e che ha mille grilli in testa. Ma tu, o Bordò, somigli ad un sincero amico, che ci riman fedele così nell’avversa come nella prospera fortuna; che ci segue in ogni luogo, sempre pronto a giovarci e a rallegrarci. Io bevo alla tua salute, o Bordò, nostro Acate e nostro Pilade!
Il fuoco si estingue. Il rosso carbone impolverato di cenere manda appena un cenno di fumo leggero, ed esala le sue ultime vampe. Il vapore delle pipe si fa strada per la cappa del camino. Un boccale rilucente bolle tuttora sul tavolino. La caligine notturna si spande sulla terra.... A quell’ora che si chiama fra cane e lupo mi diletta oltre modo il cicalio d’un amico e un bicchiere di buon vino.... il perchè poi nol so.
Adesso i due compagni discorrono col cuore in mano: “Che fanno i nostri vicinanti? Che fa Taziana? Che fa la tua graziosa Olga?”
“Mescimi ancora un mezzo bicchiere di quel néttare.... così.... basta.... Tutta la famiglia sta bene, e ti saluta. Come divengon belle le spalle di Olga! Che busto! Che anima!... Andremo un giorno da loro; te ne saranno grati. Ci sei comparso di volo, due volte appena: non lasci loro più vedere la punta del tuo naso. Ma che scapato io sono!... Ti invitano a conversazione per sabato prossimo.”
“Me?”
“Si, è il giorno onomastico di Taziana. La Olga e sua madre ti pregano di andarvi e non ammettono scusa nè rifiuto.”
“Vi sarà molta gente, — molta feccia.”
“Nessuno, te l’accerto. Cioè, ci saranno i loro parenti. Andiamoci. Fammi questa finezza!”
“Va là, io acconsento.”
“Come sei garbato!”
Così dicendo, Vladimiro fece un brindisi alla sua bella, e vuotò il suo bicchiere. Poi ricominciò a parlare... di che?.... d’Olga! così sono fatti gli innamorati. Vladimiro ansava di giubilo. Il beato istante veniva fra due settimane. La corona fiorita d’amore, il misterioso talamo d’imeneo dovevano guiderdonare la sua costanza. Egli non scorgeva in prospettiva gli impicci, le brighe del matrimonio padre d’infiniti sbadigli. Mentre noi altri aderenti della vita celibe ci raffiguriamo la vita coniugale come una trista serie di scene formidande, come un romanzo sul genere di quelli di Augusto Lafontaine...[82] il mio povero Lenschi era nato e destinato a quella sorta di esistenza.
Fu amato.... o almeno credè d’essere amato.... e fu felice. Avventuroso colui che crede; colui che sbandisce la fredda ragione e s’addormenta nella calma della fede come un viandante ubriaco sulle piume, ovvero (per usare similitudine più vaga) come una farfalletta sul fiore di cui pur ora ha delibato il succo! Ma guai a colui che tutto prevede, che non si lascia mai abbagliar dalle illusioni, che da ogni atto, da ogni parola fa distillare un sospetto, un delitto! Guai al cuore che l’esperienza del mondo agghiacciò e il di cui adito è chiuso al soave oblio, al grato errore!
CAPITOLO QUINTO.
Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca quelle orrende novità. GIVCOVSCHI.
In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco. I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le gazze saltellano e ciaramellano nel cortile.
Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la chibitca[84] vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo garrisce dalla finestra.
Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine Finlandese.[86]
Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale, la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania. I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro un militare per sposo e un viaggio.
Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno, Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei contrasti e degli estremi.
Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa. — Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe di altre volte.
Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per chi cantiamo.”
Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per consiglio della balia, volle esorcizzare di notte.
L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88]
Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto. Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana dorme.
Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro mugghiente si ferma come priva di senno.
Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve; il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro. Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli, e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante, priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira. Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,” grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede, s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru, mezzo gatto.
Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati, risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di cavalli.
Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio. Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano; sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio. Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code, colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna, colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!”