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Racconti poetici

EUGENIO ANIEGHIN.‍[24] (continued 2)

Louis Delâtre translation

“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla.... Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza. I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata; s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in sogno?”

Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine, o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo del Journal des modes sì caro alle signore. Era l’interprete dei sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini. Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una Malvina scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due Petreidi‍[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua afflizione, e dorme ogni notte con lei.

Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine alfabetico non trova altri vocaboli che abete, bosco, burrasca, neve, orto, oscurità, ponte, turbine, eccetera. Martino Zadeca non solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne paventa.

Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca, in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i bambini vagiscono.

Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin, esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo; venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto militare noto a tutti;‍[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego, famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne Monsieur Triquet, furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale sull’aria favorita dei bambini: Réveillez vous, belle endormie. Quel madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco; Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi belle Tatiana invece di belle Nina.

Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese. Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.”

Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano. Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere.

Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano; i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada; tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca. Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.

I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e rimase a tavola.

Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.

Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto e il blanc manger una bottiglia di vino di Zimlianschi‍[91] sigillata. Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore!

Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora, con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva. Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta? Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la simpatia e rese il respiro a Taziana.

Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi‍[92] e il boston invitano i giocatori fanatici, le ombre allettano i vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua!

Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia.

Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò questo quinto canto da ogni digressione superflua.

Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono. Lenschi stesso non può credere ai propri occhi.

I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori. Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia epidemica dei nuovi Russi.

Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la fine della masurca. Allora invita Olga al cotillon.... Ma essa ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce sarebbe una coquette! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema.

CAPITOLO SESTO.

Là sotto giorni nebulosi e brevi Nasce una gente cui il morir non dole. Petrarca.

Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca Vladimiro e l’eterno cotillon le viene a noia. Ma questo finisce. Si va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare sotto il proprio tetto.

Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura campagna.

La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi, il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto. Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,” essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno; perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”

Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A cinque verste‍[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato, possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora! — La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.‍[94] Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,‍[95] tre bottiglie di vino di Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi disonorarli con qualche ghierabaldana. Sed alia tempora! La temerità passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata. Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo, piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A. B. C. ai bambini.

Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose. Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.

Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un cartello. Lenschi, garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio, abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo; ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul quale gravita il mondo.

Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta. Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e spareranno alle gambe o alla testa.

Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine. Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro, leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel ch’era antecedentemente.

“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.

A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è felice.... è quasi guarito.

Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.” Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.

Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana! Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.

Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto; ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.

Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive currenti calamo alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi, nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.

Dalla fortuna oppresso Aspetto impazïente il dì venturo. Parla, o sfinge crudel, tetro futuro: Mi cingerai d’alloro o di cipresso? Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso? Cadrò trafitto da letal saetta Oppur dal gran cimento escirò illeso? Qualunque sia la sorte che m’aspetta Io dirò rassegnato e disdegnoso: Benedetta la veglia e benedetta L’ora del gran riposo. Forse, questa sarà l’ultima guerra Del rio destin che bersagliar mi suole. Domani riderà, come oggi, il sole, E canterà la terra; Ma privo ormai d’udito e di veduta Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso, Ombra squallida e muta, Spazierò per le tenebre d’abisso. Divorerà il mio nome il ceco oblio: Ma tu, casta colomba, Forse a sparger verrai di tanto in tanto Qualche stilla di pianto Sulla precoce e solitaria tomba; E dirai sospirando: “Egli fu mio: ”A me sola sacrò la cetra, il cuore, ”E dei begli anni il fiore....” E mi ripeterai l’ultimo addio.

Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo; ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò pensando all’ideale. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo: “Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”

Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta. Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di Lepage,‍[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole quercie.

Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo, biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.

Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi; lo che è da lodarsi in lui.

“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un galantuomo.”

Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:

“Ebbene, cominciamo!”

“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.

E si portarono dietro il molino.

Mentre Zarieschi e il galantuomo fissavano a quattro occhi le condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle ciglia basse.

Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene, la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.

Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.

“Ora partite!”

I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi, quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa, quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: — se n’è smarrita ogni traccia.

È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il nec plus ultra d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura, e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però ad patres, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto ghiotto.

Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese inter pocula con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido, sordo al vostro disperato appello?

Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta, contempla l’infelice Lenschi.

“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.

Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano il morso di spuma, e volano come strali.

Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti. Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?

Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale. L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....

Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato, e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di figliuoli, di donnicciuole e di dottori.

Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il sognatore‍[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra, quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca, sorge adesso la sua umile sepoltura.

Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe dei prati, il pastorello, cantando i Pescatori del Volga, viene talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna, sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante, oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”

Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,‍[98] ma non oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi, cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla società.

Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre, spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più? È egli vero che fra poco avrò trent’anni?

Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova via per divezzarmi della vita passata.

Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta! Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del gran mondo, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo insieme, o cari amici!

CAPITOLO SETTIMO.

Mosca, figlia diletta della Russia, ove troverò una città che ti somigli? Dimitrieff. Chi può non amare la paterna Mosca? Baratinschi. Guai a Mosca! Che cos’è aver veduto il mondo! Ove si sta meglio? — Dove non si sta. Griboiedoff.

La neve strutta dai raggi dissolventi di primavera, precipita dai monti vicini in ruscelli torbidi, e allaga le campagna. La natura mezza addormentata accoglie con un dolce sorriso il mattino dell’anno. Il cielo splende azzurrino. I boschi, tuttora trasparenti, si adornano d’una tenera lanugine di verdura. Le api abbandonano i loro palazzi di cera per andare a predare i fiori novelli. Le valli si asciugano e si smaltano; la greggia bela e il rosignolo garrisce nel silenzio notturno.

Quanto mi affligge il tuo ritorno, o primavera, primavera stagione d’amore! Che crudele agitazione regna nel mio sangue e nel mio spirito! Con che mesta voluttà io godo del zeffiretto che mi aleggia intorno nella mia solitudine agreste! Mi è forse vietato il piacere? o tutto ciò che diletta e ravviva, tutto ciò che esulta e brilla, deve sembrare orrido e tetro a chi è morto al mondo? Il susurro delle nuove giovinette fronde che subentrano a quelle dell’autunno decorso, ci richiama forse a mente qualche amara perdita nostra, sicchè non ci possiamo rallegrare del rinascimento dei fiori? O, comparando con angoscia i nostri belli anni ai bei giorni, il ritorno di questi ci fa più aspramente risentire la fuga di quelli? Forse anche ci apparisce in una visione poetica qualche antica primavera, la cui idea ci ripone sotto occhio una regione remota, una serata serena al lume della luna....

Onesti poltroni, savi epicurei, mortali indifferenti e beati, uccelletti nutriti nel nido di Levscin,‍[99] Priami delle campagne, e voi sensibili dame, la primavera vi chiama in villa. Ecco il tempo del caldo, dei fiori, del lavoro; il tempo delle passeggiate fantastiche, delle notti scandalose. In villa, amici miei! Presto, presto, salite nelle carrozze cariche a più non posso, salite nelle diligenze; evadetevi dal carcere delle città.

E tu, lettor benevolo, sali nella tua calescia e abbandona la affaccendata metropoli dove hai passato l’inverno in feste e in gioco. Vieni in compagnia della mia capricciosa Musa a udire il mormorio crescente delle selve, lungo il ruscello innominato, presso alla borgata ove Eugenio, anacoreta atrabiliare e ozioso, viveva poco fa in vicinanza della giovine Taziana, di quella mia diletta visionaria.... Egli non vi sta più, ma vi ha lasciato un’indelebile traccia.

Fra quell’anfiteatro di montagne andiamo là dove un’acqua limpida serpeggiando per i verdi prati scende al fiume a traverso una macchia di tigli. Là il rosignolo, poeta della primavera, canta tutta la notte, e mischia i suoi trilli al garrir della fonte; lì sboccia la rosa selvatica; là s’inalza una pietra sepolcrale adombrata da due pini annosi. Si legge sulla lapida questa iscrizione:

“Qui giace Vladimiro Lenschi, che morì giovane della morte dei valorosi, nell’anno...... in età di..... — Riposa in pace, o gentil vate.”

Altre volte, una ghirlandetta misteriosa appesa ai ramoscelli curvi, si librava al soffio matutino; altre volte, verso sera, due amiche visitavano quel luogo, e abbracciate, piangevano su quella tomba, al chiaror della luna. Ma adesso il monumento funebre è obliato. Sul terreno che lo circonda non s’improntan più le consuete orme.... la ghirlandetta rorida più non tremola ai ramoscelli del pino. Solo il pastorello canuto e infermo vi viene come prima a lavorar, cantando, le sue rozze scarpe di scorza.

Povero Lenschi! La giovinetta stanca cessò di piangere e mancò di costanza nel dolore. Un altro attrasse li sguardi di lei, un altro seppe, a forza di premure, sopire il di lei affanno; un Ulano l’ha invaghita. Eccola appiè dell’altare.... essa arrossisce sotto la corona nuziale, e china modestamente il capo; li occhi suoi volti a terra sfavillano d’amore; un dolce sorriso splende sulle sue labbra.

Povero Lenschi! Nel tuo sepolcro, nel palazzo della muta eternità, ti sdegnasti di quel tradimento? Oppure, addormentato in grembo a Lete, insensibile e beato, rimanesti indifferente a tal perfidia? Chè forse dopo la tomba più non ci cal di questa terra.... Nè la terra più si cura di noi. La voce degli amici, dei nemici, delle amanti, in un subito tace. I voraci eredi si disputano i brani del nostro avere, come cani famelici un osso.

La bella Olga più non adorna la magione dei Larin. L’Ulano, schiavo del suo dovere, fu costretto di raggiunger il suo reggimento. La vecchia madre nel separarsi dalla cara figlia sparse tante lacrime e tanto patì, che parve dovesse spirar l’anima. Taziana stette col ciglio asciutto, ma tinse il volto afflitto d’un biancor di morte. Quando i parenti e gli amici escirono sul verone e poi si strinsero intorno alla carrozza degli sposi per dare loro un ultimo addio, Taziana seguì la folla; e quando la carrozza partì, l’accompagnò cogli occhi; e anche dopo che fu sparita, li tenne a lungo fissi in quella direzione.

Ormai Taziana è sola, affatto sola! La compagna della sua infanzia, la sua favorita tortorella Olga le è rapita dal fato, le è strappata dal seno per sempre. Come un’ombra essa erra senza scopo nel giardino deserto; ma nè in quello nè in casa trova consolazione nè sollievo. Vorrebbe piangere, ma le lacrime non sgorgano dal ciglio inaridito e pare che il cuore le si schianti in due pezzi.

In quella crudele solitudine, la sua passione diviene più violenta; amore le parla più altamente del lontano Anieghin. Essa non lo vedrà più; essa deve odiare in lui l’assassino di suo fratello.... Il poeta è spento.... e già più nessuno si sovvien di lui; già la sua fidanzata si è donata ad un altro; la memoria del poeta si è spersa come un vapore nel vasto azzurro cielo. Due soli cuori forse, tuttora pensano a lui e si rammaricano.... ma perchè rammaricarsi?

È notte oscura. Il fiume scorre silenzioso. Il melolonta ronza intorno agli alberi. Le danze s’intrecciano. Il fuoco dei pescatori splende sulla riva opposta. Taziana, immersa nelle sue meditazioni, vaga per la campagna all’argenteo chiarore della luna.... avanza, avanza.... Finalmente scorge sulla cima d’un colle una casa signorile, una borgata, un boschetto a piè d’un poggio, e un giardino bagnato da un ruscello. Taziana contempla quella dimora e il suo cuore batte più forte e più presto. Un momento sta titubante e incerta: “Andrò io più oltre, o tornerò indietro? Egli non è più qui... nessuno mi conosce... darò una occhiata alla casa e all’orto....” E la fanciulla prosiegue il suo cammino, respirando appena... gira attorno lo sguardo inquieto... ed entra nel cortile abbandonato. I cani le si slanciano incontro abbaiando. I ragazzi accorrono in fretta alle strida della giovinetta spaventata. Scacciano i mastini a forza di bastoni e si fanno i protettori dell’incognita.

“Si può vedere quella casa?” domandò Taziana.

Immantinente i ragazzi vanno da Anisia, a cercar la chiave del vestibolo. Questa si fece incontro alla visitatrice e le aprì le porte.

Taziana entra nella casa in cui poco fa viveva il nostro protagonista. Guarda, e vede una stecca di bigliardo giacente in un angolo del salotto e un frustino da cavallerizza sopra un divano. La contadina che la conduce, le dice: “Ecco il caminetto; qui il padrone se ne stava seduto tutto solo. Qui desinava secolui nell’inverno il signor Lenschi, defunto. Mi segua per di qua. Ecco lo studio del padrone. Qui dormiva; qui beveva il caffè. Qui ascoltava i rapporti dell’intendente e leggeva in un libro la mattina.... Anche l’antico padrone dimorava in questa stanza. Tutte le domeniche, presso a questa finestra, mettendosi gli occhiali, giuocava meco al duraccèc.‍[100] Dio abbia pietà della anima sua e gli dia pace nella fossa, dentro la nostra madre terra!”

Taziana considerava tutto con attenzione e con intenerimento; ogni minima cosa le sembrava cara, e le destava in seno un sentimento mezzo gaio e mezzo tristo. La tavola colla lampada estinta; i libri ammucchiati senza ordine; il letto coperto d’un pesante coltrone; un ritratto di Lord Byron; una colonnetta sormontata da una statua di bronzo, col cappello abbassato sulla fronte tetra e colle braccia conserte al petto.... Taziana esamina tutto.... e poi s’affaccia per goder della campagna rischiarata dal pallido raggio della luna....

Quasi incantata, non può decidersi a lasciare quel gabinetto. Ma si fa tardi. Il vento è freddo, la valle è buia, e il villaggio dorme velato di vapori grigi. Già la luna tramonta... è tempo che la bella pellegrina rieda al paterno tetto. Procura di celar la sua emozione, ma non può pertanto reprimere un sospiro. Si dispone a partire; ma prima di lasciar quelle mura chiede licenza ad Anisia di tornare un’altra volta nel castello deserto per dare una scorsa ai libri sparsi sul tavolino.

Il giorno seguente, di buon mattino, Taziana era nel gabinetto d’Eugenio; e rimasta sola, in quella solitudine, in quel silenzio, dimenticando il mondo intero, s’abbandonò liberamente al suo dolore e proruppe in pianto. Poi, si mise a frugare nei libri. Dapprima non voleva aprirli, ma i titoli strani e disparati la empirono di meraviglia e lesse con avidità, e un mondo nuovo apparve alla sua vista. Sebbene, come sappiamo, Eugenio avesse da gran tempo rinunziato alla lettura, e ceduto ai tarli la sua biblioteca, pure teneva presso di sè alcuni volumi, quali, per esempio, i poemi dell’autore del Giaur e di Don Giovanni, e due o tre romanzi che rappresentavano i costumi contemporanei con bastante esattezza: quella immoralità, quell’egoismo, quella secchezza d’idee, mista di melancolia e d’irritazione che ferve e s’agita nel vuoto.

Alcune pagine portavano impresse le tracce di una unghia tagliente che avea segnati con strisce i passi più notevoli. Taziana fermò particolarmente su questi la sua attenzione. S’istruì con un palpito di quelle osservazioni, di quei pensieri, che avean colpito Anieghin e che egli aveva meditati e ponderati a lungo. Qua e là sui margini un punto interrogativo, una croce o alcune righe scritte col lapis rivelavano i più interni sensi del nostro eroe.

Adesso, Taziana incomincia a comprendere un po’ meglio, la Dio mercè, il carattere di colui per cui essa sospira in forza d’una tirannica fatalità. Chi è egli questo originale pernicioso e tristo?... Un cittadino dell’inferno o del cielo, un angelo o un demonio ribelle? Forse un fantasma, una copia vana, un moscovita con in dosso un mantello di Harold, una interpretazione dei capricci altrui, un indice alfabetico delle parole di moda, in somma una parodia? Potè Taziana indovinare quella sciarada? Potè trovare la soluzione di quel logogrifo?

Le ore volano. Taziana non riflette che sua madre l’aspetta da un pezzo. Due vicinanti sono venuti a veglia in casa sua, e discorrono appunto di lei.

“Taziana non è più bambina,” dice una vecchia sdentata, tossendo.

“È vero,” replica la madre. “Olga era più giovine. È tempo ch’io mariti anche Taziana; ma come si fa? Sempre risponde: non voglio. Ed è sempre pensierosa e va a passeggiar sola pei boschi.”

“Che non sarebbe innamorata?”

“Di chi mai?”

“Buianoff la corteggiava.”

“Fu rifiutato.”

“Giovanni Pietuscoff l’ha chiesta in isposa.”

“Fu respinto anche esso. L’Ussaro Puictin è stato qualche tempo quartierato da noi. Correva dietro a Taziana come un matto; ne era innamorato cotto. Io diceva fra me: forse questo sarà più felice degli altri.... Eppure non ci fu verso.”

“Sapete che? Andate a Mosca con vostra figlia, cara signora Larin. Quello è il gran mercato delle giovani da marito. E si dice che ci sia gran mancanza di donne. Andateci.”

“Cara amica, ho poche entrate, e a Mosca si spende molto.”

“Avete abbastanza per camparci un inverno, e, caso mai, io vi presterò l’occorrente.”

La buona vecchia gustò assai questo consiglio ragionevole e stimato. Contò il suo denaro, e stabilì immediatamente d’andare a stare l’inverno a Mosca. Taziana intese con orrore un tal progetto. La fa raccapricciar l’idea di dover mostrare a una società che non la perdona a nulla nè a nessuno, la loro semplicità provinciale; la loro toelette usata e fuor di moda, il loro linguaggio antiquato e scarso! Di dovere esporsi alla critica dei damerini e delle galanti dame di quella capitale! Oibò! oibò! Più saggio e più sicuro partito è lasciarla in fondo alle sue macchie natie.

Eppure convien che se ne svelga. S’alza coi primi albori, se ne va pei campi e mirandoli con tenerezza, esclama: “Addio valli quiete, e voi vette dei monti amici, e voi fronde delle amiche selve! Addio bel cielo, addio ridente natura. Cambio questa vita pacifica e grata con una vita piena di illustre tumulto e di splendide ambasce! Addio, mia dolce libertà! Dove men vado? perchè men vado? Che avvenire mi serba la sorte?”

Le sue girate divengono ora più lunghe. A ogni passo, si sente fascinata dalla leggiadria d’un colle o d’un ruscello. Si affretta di conversare coi suoi boschetti, coi suoi prati, come si suol fare con antichi compagni che si debbono tosto lasciar per sempre. Ma l’estate già volge al suo termine; l’aurato autunno già nasce. La natura, pallida, tremante, appare magnificamente adorna, come una vittima che procede all’altare. Borea spingendo davanti a sè le nubi, già sbuffa, sibila, e l’inverno lo segue.

L’inverno è giunto; appende serti e festoni d’argento ai ramoscelli nudi degli alberi; stende candidi tappeti sulle pianure, sui poggi; ferma i ruscelli e li trasforma in alabastro. La brina, il ghiaccio ci assediano da ogni banda, e ci dilettiamo di questi scherzi della natura. Ma Taziana questa volta non vi prende piacere. Non muove a salutar l’inverno, come era solita; non va a respirar la prima polvere del gelo, nè a fregarsi il volto, le spalle e il seno, colla prima neve caduta sui tetti; Taziana maledice l’inverno, che la rapisce al suo nido.

L’ora prefissa s’avanza. La decrepita carrozza dimenticata nella rimessa, è tratta fuori, esaminata, rispalmata, rassettata. Tre chibitche trasportano la mobilia della casa, le marmitte, le seggiole, i cassettoni, i vasetti di conserva, le materasse, i piumini, i gabbioni del pollame, le pentole, le tazze, insomma, ogni sorta di arnesi. Una caterva di servitori e di contadini è adunata nel cortile; chi chiacchiera, chi piange; diciotto carogne sono attaccate alla carrozza. I cuochi allestiscono la colazione. Le chibitche sono cariche in modo che sembran montagne ambulanti; le vecchie si bisticciano coi cocchieri barbuti. Il corriere inforca una brenna emaciata e irsuta. I buoni augurii, i voti sinceri, gli addii ripetuti echeggiano intorno. I padroni entrano in carrozza; la venerabile vettura si scuote, crepita, si strascica sino alla porta del recinto.

“Addio, cari luoghi tranquilli... addio grata solitudine... ti rivedrò io mai?...”

E un torrente di lacrime scorre dagli occhi di Taziana.

Tra cinquecento anni incirca, secondo i calcoli dei filosofi, verrà, per l’effetto dei progressi della civiltà moderna, un giorno in cui si riformerà il nostro sistema di communicazione, e allora una rete di strade unirà le provincie della Russia. Allora, i ponti di bronzo accavalcheranno le acque con un solo arco; le montagne si traforeranno; si scaveranno ardite gallerie sotto gli alvei dei fiumi e in ciascuna stazione i fedeli cristiani troveranno una buona trattoria.

Per adesso non abbiamo buone strade; i ponti di legno marciscono negletti; le cimici e le pulci non ti lasciano un istante di posa nelle stazioni postali; di trattorie, non si sa nulla. La pomposa lista delle vivande affissa alla parete d’una sala gelata, non serve ad altro che ad aguzzare invano l’appetito dei miseri viaggiatori. Frattanto, ritti davanti a un fuoco lento, i rustici ciclopi del villaggio ribattono sull’incudine coi loro martelli russi i fragili ferramenti delle carrozze europee, e benedicono le rotaie e le frane della patria, che loro procurano quel po’ di lavoro.

Ma, in tempo d’inverno, il viaggiare è facile e piacevole in questo paese. Le strade sono allora dritte e piatte come i versi scipiti dei nostri poetastri alla moda. I nostri aurighi sono coraggiosi, i nostri cavalli instancabili, e i pali delle verste,‍[101] sì grati alla vista, ci volano davanti così fitti come le sbarre d’un cancello. Sventuratamente la signora Larin andava coi propri cavalli e non con quelli della posta, per non incorrere una spesa esorbitante. Il tragitto durò una settimana; ma Taziana non si lagnò di tal lentezza, anzi ne fu lieta.

Già son vicini a Mosca, alla bianca Mosca dalle mille cupole impennacchiate di croci che lampeggiano al sole come folgori! O amici! Come io gioiva quando a un tratto io scopriva quell’anfiteatro di chiese, di campanili, di giardini, di palazzi! Quante volte nel mio tristo esilio, errando qua e là, io pensai a te, Mosca mia! Oh quante cose racchiuse in questo solo nome! Che significato presenta a un cuore russo!

Ecco il castello di Pietro Primo, attorniato di querce e superbo della sua antica gloria. Ivi indarno Napoleone, accecato dalla fortuna e dall’orgoglio, aspettava che la vecchia capitale gli s’inginocchiasse davanti porgendogli le chiavi del Cremlino.... No. — Mosca non gli andò incontro colla testa bassa. Non preparò per l’eroe impaziente, nè banchetti, nè regali; preparò un incendio. Dalle finestre di questo castello, l’invasore, immerso nelle sue riflessioni, contemplò le fiamme minacciose.

Addio, teatro d’illustri memorie, addio venerabile reggia! Avanti! avanti! Già le colonne delle barriere biancheggiano; già l’equipaggio s’inoltra nella Tverscaia attraverso le vie cave. Fuggono come ombre i casotti delle sentinelle, le vecchie serve, i monelli, le botteghe, i lampioni, i palazzi, i giardini; le slitte, gli orti, i mercanti, i tuguri, i contadini, i boulevards, le torri, i cosacchi, le farmacie, i magazzini di modiste, i balconi, i leoni dei portoni, e gli stormi di cornacchie svolazzanti intorno alle croci. Durò due ore intere questa corsa.

Finalmente la carrozza si fermò davanti a una casa nel vicolo di Caraton. Le nostre viaggiatrici smontano da una vecchia zia che soffre di etisia da quattro anni in qua. Apre loro l’uscio un Calmucco canuto, cogli occhiali sul naso, con un caftano logoro indosso e una calza in mano.‍[102] La principessa sdraiata sopra un divano del salotto, accoglie le straniere con un grande urlo di sorpresa e di piacere. Le due vecchie s’abbracciano piangendo e facendo mille esclamazioni.

“Principessa, mon ange!”

“Pachette!”

“Aline!”

“Chi l’avrebbe detto!”

“È tanto che non ci siamo vedute!”

“Sarà per qualche giorno, eh?”

“Cara cugina!”

“Siedi.... Che buona idea è stata questa!... È proprio una combinazione da romanzo!”

“Ti presento mia figlia Taziana.”

“Ah Taziana! vieni quà... Mi par proprio di sognare! Cugina, ti ricordi di Grandisson?”

“Che Grandisson?... ah, Grandisson!... Sì, sì, me lo ricordo, me lo ricordo. Dov’è adesso?”

“Sta in Mosca, da Simeone. Mi ha fatto visita la vigilia di Natale. Poco tempo fa ammogliò il figliuolo.”

“E quel cane... ma ne parleremo a lungo un’altra volta, vero? Dimani, presenteremo Taziana a tutta la famiglia. Che disgrazia! posso appena reggermi in piedi; non esco quasi più di casa. Ma voi siete stracche del viaggio... Andiamo a riposare tutti assieme... ahi, che non ho forza..... mi duole il petto... non solo il dispiacere, ma anche il piacere mi stanca e opprime.... cara mia, non son più buona a nulla.... è una gran brutta cosa la vecchiaia....”

E così dicendo, tutta ansante incominciò a tossire senza cessar di piangere.

Le finezze, le premure gentili della ammalata cattivano Taziana; la quale contuttociò non può avvezzarsi alla sua nuova dimora tanto diversa di quella che ha testè lasciata. Nel suo nuovo letto, addobbato di cortine di seta, essa non può dormire; e il suono mattinale delle campane banditore delle fatiche quotidiane, la desta nel più bel momento dei suoi sogni. Allora si alza, e s’asside presso alla finestra. La caligine crepuscolare si dirada; l’aria si rischiara; ma Taziana non scorge le sue campagne dilette, e altro non vede innanzi a sè che un cortile incognito, una scuderia, una cucina e una palizzata.

Ogni giorno Taziana è condotta a qualche pranzo di famiglia, è presentata a qualche avola o zia a cui poco bada. Ai parenti che vengon di lontano si fa sempre buona accoglienza, si prodigano gli elogi e le carezze, e si offre il pane e il sale.

“Come è cresciuta Taziana! È molto che io t’ho fatto da comare!”

“E io che t’ho tenuta sulle braccia!”

“E io che t’ho tirata per gli orecchi!”

“E io che t’ho dato tanto pan di zenzero!”

E le mamme e le nonne ripetevano in coro:

“Oh, come gli anni passano presto!”

Ma non v’è nulla di cambiato presso quella buona gente. Tutto è rimasto nell’antico stato. La principessa Elena, la zia, porta sempre una scuffia di tulle; Luceria Lvovna s’impiastra sempre il viso di biacca; Ivan Petrovicc è sempre lo stesso ciuco di prima; Semen Petrovicc è sempre lo stesso spilorcio di prima; Pelagia Nicolavna ha sempre l’amico Monsieur Finemouche, il can levriero e il marito, il quale è sempre socio assiduo del club, sempre pacifico, sempre sordo, e sempre mangia e beve per due.

A prima giunta, le giovinette Grazie di Mosca esaminano Taziana da capo a piedi senza far motto; la trovano qualche poco strana, provinciale, svenevole, affettata, alquanto palliduccia e magretta, ma in totale belloccia. Poi obedendo allo istinto di natura si fanno sue amiche, la menano a casa loro, l’abbracciano, le stringono le mani, le acconciano i capelli secondo la moda, e finalmente le palesano i loro secreti di cuore, secreti di fanciulle! le conquiste proprie e le altrui, le speranze, le furberie, i desiderii. Le loro innocenti conversazioni passano lievissimamente cosperse di maldicenza. Quindi esigono gentilmente che Taziana contraccambi quelle confidenze con una confessione ingenua. Ma essa ascolta quei discorsi senza diletto, non li comprende, e copre di silenzio e di mistero i pensieri del suo cuore, il tesoro delle sue lacrime e della sua sorte ventura, e non ne fa parte a nessuno.

Taziana brama di assistere alle grandi conversazioni; ma non vi sente che futilità sconnesse, sonore bagattelle, freddure; il linguaggio è sterile e secco, e persino la maldicenza vi è sciocca e noiosa.

In mezzo a quella confusione d’inchieste, di brighe, di pettegolezzi non balena una sola idea in ventiquattro ore, nemmen per caso, nemmen per disavvedutezza; il cuore non si muove nemmeno per burla e lo spirito si caria e si petrifica. Nè anche ciarlando di cose ridicole, sai trovare una parola arguta, o mondo elegante e frivolo!

I giovanotti sfaccendati mirano Taziana con affettazione, e parlano di essa fra loro poco favorevolmente. Un bell’ingegno stravagante la dichiara ideale, e piantandosi sulla soglia della porta si dispone a recitarle una elegia, quando passerà. Un certo B***, che l’aveva veduta dalla sua fastidiosa zia, s’asside allato alla fanciulla e cerca d’innamorarla coi suoi insulsi complimenti. Un venerando vecchio, vedendola favellare con B***, domandò chi era, e ricompose in onore di lei la sua arruffata parrucca.

Ma in quel tempio nel quale Melpomene furibonda alza la sua tremenda voce e sventola il suo mantello screziato di lustrini davanti a un pubblico di ghiaccio; colà dove Talia dolcemente sonnacchia nè ode che rari applausi da’ suoi ammiratori; colà ove la gioventù non bada se non a Terpsicore sola, il che si vedeva già a tempo vostro, si è veduto a tempo mio e si vedrà in ogni tempo; là nessuno fece attenzione a Taziana. Nè gli occhialini delle gelose dame, nè le jumelles degli intelligenti in materia di bellezza feminile, si fissarono sopra di lei dai palchi o dai posti distinti.

La menarono anche al Casino dei Nobili. Ivi calca orrenda, tumulto atroce, calore carbonizzante. Il mugghiar dell’orchestra, il fulgore delle lumiere, il ronzio dei gruppi di gente, il turbine delle coppie danzanti, il brillante emiciclo delle signore, il loro aereo abbigliamento, l’andirivieni continuo, — tutto ciò ti rapisce fuori di te. Ivi, i dandy insigni fan mostra della loro sfacciataggine, dei loro gilè, dei loro binocles superflui. Qui, gli ussari in congedo, appariscono un momento, cianciano, trionfano e s’involano.

Nell’ombra della notte, molte stelle rilucono; e molte belle rifulgono nella città di Mosca. La luna però, più chiara di tutti gli astri, regna senza rivale nei vasti campi di zaffiro.‍[103] Quella di che io non oso sospirare il nome risplende sola fra tutte le donne. Con qual celestiale maestà s’avanza! Pare che il suo piedino non tocchi il suolo. Che grazia in quel seno! Che languore in quegli occhi! Ma fermo, fermo! Bastante tributo già pagasti alla amorosa insania.

Il frastuono, le voci, il correre, gli inchini, la galoppa, la masurca, il valzer... Taziana intanto seduta presso ad una colonna, fra due zie, non osservata da nessuno, mira tutto, niente vede. Aborrisce quel fracasso; quel calore la soffoca. Pensa alla sua vita agreste, al suo villaggio, ai suoi poveri contadini, al cantuccio solitario ove mormora il ruscello limpido; pensa ai suoi fiori, ai suoi romanzi, all’oscurità del viale di tigli, nel quale egli le apparve.

Così erra la fantasia di lei.

Frattanto un grave generale non cessa di adocchiarla.

Le zie ammiccano fra di loro, e spingono Taziana col gomito, dicendole sotto voce:

“Guarda un po’ a sinistra! presto!...”

“A sinistra? Dove? Che ci è?”

“Comunque sia, guarda, ti dico... In quel gruppo di persone, vedi? Davanti a te... lì... dove sono due uniformi.... Ma ora egli s’allontana... Si mette da banda...”

“Chi? Quel grosso generale?”

Ora, conviene che ci congratuliamo con Taziana della sua vittoria, e la lasciamo andare. Prenderemo un’altra via per seguire il nostro protagonista.

A proposito. Dimenticai di porre una invocazione in fronte a questo poema. Ma meglio tardi che mai. Eccola.

“Canto un giovine amico mio e la moltitudine dei suoi capricci. Dégnati, o epica Musa, di secondare la mia lunga impresa. Porgimi il tuo sostegno valido affinchè io non esca del seminato....”

E tanto basta. Ho reso al classicismo il debito omaggio: il mio poema ha una invocazione!

CAPITOLO OTTAVO.

Fare thee well, and if for ever. Still for ever fare thee well. Byron.

Allorchè io fioriva tranquillamente nei giardini del Liceo; allorchè io leggeva molto Apuleio e niente affatto Cicerone; la Musa m’apparve un giorno di primavera nella valle misteriosa, presso alle acque che scorrevano in silenzio. La mia cella di studente s’illuminò a un tratto. La Musa mi vi imbandì lauti rinfreschi; mi insegnò a celebrare i piaceri della gioventù, la nostra antica gloria e i trepidi sogni del cuore. Quando la menai fuori meco nella società, la gente l’accolse con benevolenza e mi fece animo a proseguire d’amarla. Il vecchio Dergiavin‍[104] volle conoscermi, e mi benedì nei suoi ultimi istanti di vita.

Facendo mia unica legge il mio capriccio, intarsiai nei miei scritti ogni mia bizzarria e impressione. Lanciai la Musa in mezzo allo strepito dei banchetti e delle dispute, e divenne il terrore delle guardie notturne. Pagò coi carmi il suo scotto in quei conviti, scherzando come una baccante, bevendo e cantando in onore dei commensali. E la gioventù corse dietro ai suoi passi ed io insuperbiva cogli amici di possedere sì leggiadra compagna.

Io poi abbandonai la loro società, e ne fuggii lontano. La Musa mi seguì. Quante volte coi suoi racconti amabili essa addolcì il mio amaro esilio! Quante volte, fra i dirupi del Caucaso, montò a cavallo meco come un’altra Leonora‍[105] al lume di luna! Quante volte sulle spiagge della Tauride mi condusse attraverso le nebbie oscure a udire il rombo dell’Eusino, il perenne inno delle Nereidi, la danza eterna delle onde, il vasto concento del mare in onore del padre dei mondi!

Lungi dalle città pompose e dai festini illustri, essa visitò nelle infelici steppe della Moldavia le tranquille tende della razza vagabonda delli Zingari. E fra quelle divenne selvaggia, e obliando il linguaggio degli Dei, favellò un idioma strano e indigente, e modulò canzoni mezzo barbare..... Ma in un subito, cambiò il destino della mia Musa. Eccola seduta nel mio giardino, vestita da signorina nobile, con un pensiero melancolico negli occhi e un volume francese fralle mani.

Ora per la prima volta io la meno a un raut del gran mondo. Io guardo le sue bellezze con un brivido di gelosia. Essa passa tralle file strette delli aristocratici, dei zerbini militari, dei diplomatici, delle dame orgogliose. Si asside in silenzio, gira gli occhi attorno e si diverte a veder passare le signore in gran gala che salutano la padrona di casa, e compongono poi nel salotto un quadro vivente di cui i signori formano, per così dire, la cornice. Ammira l’ordine perfetto delle società oligarchiche, la calma d’una nobile alterigia e quella confusione di qualità e di età diverse.

Ma chi è costui che se ne sta muto e tetro nella folla loquace e scintillante? Sembra straniero a tutti. Passano innanzi a lui tutte quelle figure come una serie di noiose apparizioni. Gli sta impresso in fronte lo spleen o l’arroganza afflitta. Perchè trovasi egli qui? Sarebbe forse Eugenio?.... Possibile!...

“Sì, è desso.”

“Da quando in qua tornò? È sempre lo stesso originale o s’è corretto? Ditemi, perchè mai torna a star fra noi? Che parte vuol fare, che personaggio vuol rappresentare da vero commediante ch’egli è? Farà il Melmoth, il Cosmopolita, il Patriota, il Childe Harold, il Quacchero, il Tartufo? Che maschera presceglierà?... O forse si contenterà d’essere un galantuomo come voi ed io, come tutti siamo?”

“Comunque sia, io gli darò almeno il consiglio di rinunziare a quella moda rancida. È assai lungo tempo ch’egli gabba il mondo...”

“Lo conoscete?”

“Sì, e no.”

“Perchè dunque lo trattate con tanta acrimonia?”

Forse perchè ci travagliamo indefessamente a giudicar di tutto; perchè l’imprudenza d’un’anima focosa o ferisce o allegra la nullità‍[106] egoistica; perchè lo spirito amante di libertà e di spazio, forza gli altri a fargli posto; perchè troppo spesso acconsentiamo ad accettar ciarle per fatti; perchè la stoltezza è credula e maligna, perchè le cianciafruscole hanno importanza per gli uomini d’importanza, e perchè la mediocrità sola è all’altezza delle nostre spalle, e non ci sembra stramba e folle?

Fortunato colui che in gioventù fu giovine; colui che maturò nella giusta stagione; che seppe sopportar con coraggio il freddo ognor crescente dell’età, che non si pascè di sogni ambiziosi e grandi; che non allontanò da sè il profano volgo; che di venti anni fu un damerino e un bravo, e di trenta anni prese una moglie adorna d’una buona dote; che di cinquanta anni si liberò dei suoi debiti particolari, e altri; che zitto zitto, piano piano, acquistò riputazione, onori e ricchezze; e di cui tutti s’accordano a dire: il tal di tale è un’ottima persona.

È un tormento il pensare che la gioventù ci fu data invano, che la tradiamo, e che ci tradisce ad ogni istante; il veder che le nostre migliori brame, le nostre più floride speranze, si sono sbiadite e sperse come le foglie dei boschi al vento d’autunno. È affannoso il mirare davanti a sè in prospettiva una infinita serie di pranzi e dover considerar la vita come una funzione e seguir le pedate della gente senza poter dividere nè le opinioni, nè le passioni delle masse.

Converrete meco, lettore, che è una posizione intollerabile quella d’un uomo, il quale divenuto l’oggetto delle critiche universali, è dichiarato dalle persone di senno un originale pretenzioso, o un matto feroce, o un mostro diabolico, o finalmente il fratello carnale del mio demonio familiare. Anieghin, (io torno a intrattenervene), Anieghin, dopo di avere ucciso in duello l’amico; dopo di avere vissuto sino a ventisei anni senza scopo e senza giudizio, languiva in una inerzia fracida, senza impiego, senza moglie, senza occupazione, e non sapeva prender gusto a nulla. Lo spleen s’indonnò di lui; volle mutare aria (pensiero funesto, croce volontaria d’un gran numero di ricchi). Lasciò il suo villaggio, la solitudine delle selve e dei campi, ove di continuo gli appariva una ombra sanguinosa, e incominciò a viaggiare a caso e in preda a una idea unica. Ma i viaggi, come tutto il resto, lo annoiarono. Tornò a casa, e, come Ciaschi, dalla nave passò al festino.

E la folla ondeggia e mormora, e una notizia vola di bocca in bocca.... Una dama accompagnata da un grave generale, s’approssima alla padrona di casa. Non è nè premurosa nè sdegnosa nè loquace. Non guarda la gente con disprezzo, non cerca, non allice gli applausi e l’attenzione, non fa smorfie e contorsioni; ha un tratto nobile, semplice, modesto, e tutti l’ammirano. Essa è il più perfetto modello del comme il faut. — Scusate: anche questa è una espressione che ci manca.

Le giovani signore si assidevano già presso ad essa; le vecchie le sorridevano, i cavalieri la salutavano profondamente, e cercavano di ottenere un suo sguardo; le fanciulle attraversavano il salotto con passo più lento quando passavano avanti a lei, e il generale che l’accompagnava, alzava il ceffo e le spalle più di tutti gli astanti. Essa non poteva dirsi bella, ma in tutta la sua persona, dal sommo della testa alla punta dei piedi, non avresti potuto scoprire ombra di ciò, che nei crocchi aristocratici di Londra, si chiama vulgar... Vorrei tradurre questo termine, ma non posso.... è nuovo nel nostro idioma, e temo che non ci voglia allignare. Farebbe all’uopo in un epigramma.‍[107] Ma riedo alle nostre dame. La vezzosa di cui parlavamo, tanto più vezzosa ch’era naturale nelle sue maniere, stava accanto a Nina Voronsca la Cleopatra della Neva. — Eppure la bellezza abbagliante di questa non eclissava quella della sua vicina. Perchè? Perchè Nina era una statua.

“Se non erro,” pensava Eugenio, “è dessa.” Ma sì; è appunto dessa.... No.... Come! Da un oscuro villaggio nelle steppe!...”

E prendendo l’occhialino che non lasciava mai, lo volge spesso su quella signora, i cui lineamenti gli rimembrano una persona obliata da un pezzo.

“Principe, non conoscereste quella che discorre coll’ambasciador di Spagna, e che ha un turbante chermisi?”

Il Principe osserva Anieghin con stupore.

“Ah!” sclama, “è vero che non vai più in società da molto tempo. Aspetta, io ti presenterò a lei.”

“Ma chi è essa?”

“È mia moglie.”

“Sei ammogliato! Non lo sapevo. Da quando in qua?”

“Da circa due anni.”

“Con chi?”

“Con una Larin.”

“Taziana?...”

“La conosci?”

“Io sono loro vicinante.”

“Dunque vieni.”

Il Principe s’accosta alla consorte, e le presenta il suo collaterale ed amico. La Principessa lo saluta. E qualunque si fosse il turbamento, l’emozione, la meraviglia che essa provò in quel punto, seppe celarla in modo, che serbò la sua gravità, la sua calma, e riverì Eugenio con indifferenza.

No; essa non abbrividì, non impallidì, non arrossì a vicenda. Non increspò le ciglia, non si presse nemmen le labbra. Anieghin la contemplava attentamente, ma non poteva rinvenire in lei la Taziana d’altre volte. Volle dirigerle qualche parola, ma gli mancò la voce. Allora, la Principessa gli domandò da quanto tempo era giunto, e se veniva dalla loro provincia. Quindi i di lei occhi stanchi si fermarono sul generale, ed egli ed essa sparvero. Eugenio rimase immobile e stordito.

È questa quella stessa Taziana, alla quale l’austero Eugenio, nel principio della nostra istoria, dava lezioni di morale, in una villa remota e agreste; quella Taziana, della quale egli conserva tuttora un biglietto, schietta espression d’un cuore che svela apertamente il suo secreto?... È questa, quella stessa fanciulla, oppure è una altra? Come mai quella fanciulla ch’egli respinse con tanto stoicismo, e che lo amava tanto, divenne sì indifferente e sì ardita verso di lui?

Egli lascia il salotto troppo angusto. Torna a casa tutto pensieroso. Il suo sonno tardivo è tramezzato di visioni or triste or liete. Si desta; il cameriere gli consegna uno scritto. Il Principe NN. lo invita gentilmente a una soirée.‍[108]

“Dio! da lei!... ci andrò; ci andrò.”

E in gran fretta scarabocchia due righe di risposta.

Che gli accade? Che farnetica? Che cosa ribolle in fondo a quella anima indolente ed egoista? La stizza, la vanità, o l’amore supplizio della gioventù?

Anieghin nuovamente conta le ore; nuovamente troppo lunghi gli sembrano i giorni. Battono le dieci; egli esce, vola, entra nel palazzo, e tremante, s’inoltra nel salotto. Trova Taziana sola, e passano alcuni minuti a quattro occhi. Anieghin non può parlare; turbato, smarrito, anelante, risponde appena. Mille idee strambe gli girano per la testa. Non cessa di contemplar Taziana. Essa se ne sta tranquilla e tutta in sè raccolta.

Sopravviene il marito e interrompe quel penoso tête à tête. Egli rammenta ad Eugenio le beffe e le malizie della loro infanzia, e ne ridono di buon animo. Frattanto gli invitati arrivano. I sali grossolani della malignità mondana condiscono la loro conversazione. Ma intorno alla principessa il discorso è brillante di spirito senza leziosaggine; di quando in quando vi balena un raggio di profondo buon senso; e sempre ne stanno lontane le massime d’eterna verità, le pedanterie, e quelle parole svergognate che inquietano gli orecchi delicati.

Il fiore della nobiltà, i nomoteti della moda; quegli stolidi inevitabili, quelle caricature che incontransi dappertutto, s’accoglievano lì. Lì s’adunavano le signore attempate, con ceffi da mascheroni e scuffie fregiate di rose; lì capitavano alcune fanciulle che non sorridean mai; lì un ambasciatore che perorava sulle faccende dello Stato; lì un vecchio dai crini profumati che motteggiava come al tempo di prima, con sottigliezza e con garbo, maniera che anche al dì d’oggi piace. Eravi anche un dilettante d’epigrammi, il quale tutto criticava, e biasimava la troppa dolcezza del tè, la goffaggine delle signore, il contegno dei signori, le dottrine d’un romanzo oscuro, il monogramma fatto per due sorelle, le bugie delle gazzette, la guerra, la neve, e sua moglie. Eravi N. N. celebre per la sua infamia; N. N. per cui, o Saint-Priest,‍[109] spuntasti tanti lapis sugli album di San Pietroburgo. Eravi un secondo dittatore dei balli, che stava ritto fralle due porte,‍[110] attillato come un figurino del giornale delle mode, bianco e rosso come un cherubino, stringato, mutolo e immoto. Eravi un viaggiatore volante; eravi un impertinente inamidato, che moveva tutti a riso colla sua aria affaccendata; uno sguardo scambiato in silenzio fra gli astanti, esprimeva l’opinione che si aveva di lui.

Per tutta quella sera, Anieghin non badò che a Taziana sola. Taziana però non è più quella ragazzina timida, innamorata, povera e semplice; ma una principessa maestosa e fredda, una dea innaccessibile e superba della imperiale Neva. O uomini! Somigliate tutti alla vostra prima madre Eva. Ciò che vi fu concesso in dono, non vi alletta; il serpente ognora vi tira a sè sotto l’albero della scienza. Solo il frutto vietato vi tenta, e senza quello il paradiso più non vi sembra paradiso.

Come è cangiata Taziana! Come s’è bene compenetrata dello spirito del suo nuovo rango! Come si è presto appropriato i modi d’una dignità stentata! Chi ardirebbe cercare l’umile campagnola di tempo fa, in quella altera e disinvolta legislatrice dei saloni? Ed egli potè infiammare quel cuore! Alzando li occhi afflitti alla luna, nelle quiete notti, a lui essa pensava intanto che venisse il sonno; e con lui la gentil vergine sperava finire tranquilla il sentiero della vita.

Ogni età è soggetta alle smanie d’amore, ma mentre sono benefiche alla virtuosa giovinezza come la pioggia di primavera ai campi, sono funeste alla vecchiaia. Le procelle delle passioni rinfrescano, rinnovellano, maturano i cuori di venti anni, e fan loro produrre splendidi fiori e saporiti frutti. Ma nell’età provetta e infeconda, il ravvivamento degli affetti non genera che doglia e pianto, simile alle piogge d’autunno che sfrondano i boschi, e convertono i prati ameni in fetidi pantani.

Non v’ha loco a dubbio: Eugenio è perdutamente invaghito di Taziana. Passa i giorni e le notti in amorosi vaneggiamenti. Sordo alle severe rimostranze della ragione, ogni mattino egli va a far sentinella sul verone o nel vestibolo; la segue come ombra il corpo; si stima beato se gli vien concesso di assettarle il soffice boa sulle spalle, di stringerle amichevolmente la mano, di farle strada a traverso la folla variopinta dei lacchè, o di raccogliere il fazzoletto cadutole a terra.

Ma checchè egli faccia per piacerle e per mostrarle il suo affetto e il suo tormento, essa non se ne accorge. Lo accoglie con gentilezza, gli dirige due o tre parole; talvolta gli fa un lieve inchino, talvolta non lo guata nemmeno; insomma non ha traccia di civetteria; quindi è che il gran mondo non la può patire.

Anieghin soffre, le sue guance si scolorano e Taziana non se ne avvede, o non se ne cura. Anieghin divien scarno e macilento, e quasi quasi volge all’etisia. Gli amici lo esortano a consultare un medico; tutti lo consigliano ad andare a far le bagnature, ma egli è più disposto a scendere da Plutone, che a lasciar la capitale. Taziana non gliene sa grado; così sono le donne! Egli s’ostina; spera, sospira; e intanto istecchisce. Finalmente, più audace di quello che sarebbe forse in buona salute, stende con mano infiacchita dalla febbre un biglietto appassionato, diretto alla principessa. Quantunque egli non avesse gran fiducia nelle lettere, pure, spinto dalla violenza della passione, prese la penna e così sfogò il cuore.

Ecco la sua dichiarazione tale e quale.

“Signora! Io lo prevedo, vi offenderà questa franca confessione d’un secreto amore. Che amaro disdegno rifulgerà nei vostri superbi sguardi!

”Che voglio io? Perchè vi schiudo il mio cuore? Perchè vi porgo io così l’opportunità di deridermi e di vendicarvi?

”V’incontrai altre volte per caso; credei scorgere in voi una scintilla di affetto, ma non volli prestar fede agli occhi miei, non diedi libera carriera alla mia consueta smania, non volli rinunziare alla mia libertà.

”Una sola cosa ci ha disuniti.... Lenschi cadde misera vittima della sua suscettività.... Io mi divelsi da tutto ciò che m’era caro.... Straniero a tutti gli uomini, non amando più niente, io pensava che la libertà e la pace potessero supplire la felicità. Dio mio! Come io errava! Come sono punito!

”No: vedervi ad ogni istante; seguirvi in ogni luogo; cogliere alla sfuggita i vostri sorrisi, i vostri raggi, i vostri moti; udir la vostra voce, ammirare le vostre perfette doti; spasimar per voi nelle torture, agonizzare e spengersi.... questa è la felicità!

”Mi era offerta e l’ho respinta!... per voi, io vo vagando a caso nel mondo; per voi mi è cara la luce, mi è caro il tempo; per voi, consumo in molesta inazione gli anni largitimi dal fato che già da per loro erano assai tristi.... Io so che i miei momenti son contati; ma se deve la mia vita prolungarsi, se deve arrivare fino a domani, convien ch’io speri di vedervi nella giornata....

”Nelle mie preghiere, io temo d’incontrare il vostro truce sguardo, e d’udire le vostre rampogne. Se sapeste quanto è tormentosa la sete d’amore, come arde il petto e il sangue.... Se sapeste come è difficile placare la passione col ragionamento; come è crudele volervi abbracciar le ginocchia, e spargere piangendo a’ vostri piedi, le preci, le lacrime, tutto ciò che esprime il dolore e l’affetto, e frattanto dover imprigionare li sguardi e le parole in una gelida etichetta; dover conversare con voi tranquillamente, e mirarvi con volto sereno!

”Ma ormai, non ho più forza di tenermi a freno. Io son vostro; io m’abbandono al mio destino.”

Nessuna risposta. Scrive un secondo, un terzo biglietto; medesimo silenzio. Va in una soirée.... appena entrato, la incontra.... com’è severa!... Essa non lo guarda, non gli parla, è fredda come il dì dell’Epifania. Eugenio fa di tutto per reprimere la sua indignazione. Le scocca una occhiata investigatrice. Dov’è la timidezza, dov’è la simpatia, dov’è il pianto?... Non ve n’ha più vestigio. Eugenio non anela che ira e vendetta.

Se almeno potesse credere tal condotta suggerita dal timore che il marito o la gente indovinino le conseguenze d’una debolezza momentanea! Ma così non è.... Non v’ha speranza alcuna.

Eugenio esce, maledicendo la sua stolidezza, e poi abbandonandovisi di nuovo fa divorzio colla società. Solo nel suo quieto gabinetto, si ricorda quel tempo in cui una aspra ipocondria lo tartassava persino nel gran mondo, lo ghermiva, lo incarcerava in un cantuccio oscuro e ve lo tenea rinchiuso a chiave. Ricominciò a leggere senza criterio. Lesse Gibbon, Rousseau, Manzoni, Herder,‍[111] Chamfort,‍[112] Madama di Staël, Bichat,‍[113] Tissot;‍[114] lesse lo scettico Bayle;‍[115] lesse Fontenelle,‍[116] e non volendo mostrarsi parziale, lesse anche alcune opere nostre: gli almanacchi e i giornali, che mi fan ripassar le mie lezioni e che mi pettinano pel dì delle feste con certi complimenti pieni di garbo.

E sempre bene.

Ma ahimè! Egli leggeva cogli occhi; la mente come farfalla errava lontan dal libro. I sogni, i desiderii, i patimenti suoi vincono ogni suo sentimento. Fra le righe stampate, egli ne legge altre tutte diverse, cogli occhi della mente. Queste righe imaginarie assorbono tutta la sua attenzione. Esse gli ricordano il tempo passato ora sereno, ora fosco; mille progetti, farneticaggini, minacce, interpetrazioni, prognostici; una lunga istoria strana, eppur vera, e le lettere d’una gentil fanciulla. E profondandosi ognor più in quella fantasmagoria, ravvisa in mezzo a una oscurità diafana lo spettro instabile del Faraone. Poi, cangia la scena, ed egli scorge un giovine giacente sulla neve come sopra un letto e che sembra dormire... E ode queste parole: “Come! morto!” Talvolta rivede i suoi nemici da gran tempo obliati, i suoi calunniatori insolenti e codardi, le belle traditrici che adorava, i perfidi parasiti che lo adulavano; talvolta distingue una villa circuita d’alberi, e, alla finestra, discerne essa... essa sempre!

S’interna cotanto in tali rimembranze, che sta per perderne il giudizio. Diverrà maniaco o poeta. Buon per noi se si fosse appigliato a questo ultimo partito. E lo poteva, chè di già incominciava a comprendere il meccanesimo del verso russo. Quando, seduto solo al caminetto davanti a una bella fiamma, lasciando cadere nel fuoco ora una pantofola, ora un giornale, canterellava: Benedetta, o Idol mio, Eugenio pareva proprio un poeta.

I giorni passano. L’atmosfera s’intiepidisce, l’inverno fugge. Eugenio non verseggia, non muore, non impazza. La primavera lo ristora. Un bel mattino egli abbandona le doppie finestre, il caminetto, la stanza ove ha invernato come una marmotta e se ne va a spasso in slitta lungo la Neva. I blocchi di ghiaccio galleggianti sul fiume scintillano al sole. La neve strutta e calpestata dai pedoni cangia le strade in pozzanghere.

Ove si avvia Eugenio con passo sì sollecito, a traverso quel fango? L’avete indovinato per l’appunto. Va da lei, va da Taziana, il nostro incorreggibile originale. Entra più morto che vivo. Non trova nessuno nell’anticamera, nessuno nel salotto. Si trae più avanti.... apre una porta. Che vede? Vede la principessa, in déshabillé, pallida, sola, occupata a leggere un foglio. E mentre legge colla guancia puntellata sulla mano, le sgorga un torrente di lacrime dal ciglio.

Chi mai in quel momento non avrebbe compatito al suo dolore e inteso il suo secreto! Chi non avrebbe riconosciuto nella principessa Taziana, Taziana la campagnola! Eugenio in un accesso di pietà e di amore le si butta in ginocchio davanti. Essa freme e tace; lo contempla senza spavento, senza cruccio. I di lui occhi addolorati, spenti, l’atto supplichevole, i muti rimproveri, le attestano la sua sincerità. Ecco rinasce l’ingenua verginella di prima, colle sue illusioni, colla sua leggiadra semplicità. Non lo rialza da terra, non torce gli sguardi lontan da lui, non ritira a sè la mano che egli copre di baci ardenti..... Che mai pensa? Dopo un lungo intervallo di silenzio, essa esclama:

“Basta. Levatevi. Conviene ch’io mi spieghi schiettamente. Anieghin, vi rimembra di quella sera in cui per caso ci incontrammo in un viale del giardino, di quella sera in cui ascoltai sì umilmente le vostre ammonizioni? Oggi tocca a me ad ammonirvi. Allora io era più giovane, e, credo, più bella... e io vi amava.... Che mi deste in iscambio del mio amore? Come mi corrispondeste? Foste rigido e spietato.... Non è egli vero? L’affetto d’una timida fanciulla non vi parve una gran novità. Ahi che tuttora mi si gela il sangue nelle vene quando mi rappresento quello sguardo gelido e quel rabbuffo acerbo!... Ma non vi appongo biasimo..... agiste nobilmente in quel funesto istante; mi trattaste come io meritava.... ve ne son grata di cuore..... Ma in quelle campagne, priva di vani onori, io non vi piacqui... Perchè mai mi inseguite adesso? Perchè son divenuta l’oggetto delle vostre attenzioni? Sarebbe forse perchè adesso io vivo nell’alta società; perchè sono ricca e illustre; perchè mio marito è stato mutilato nelle guerre; perchè la corte ci ricerca e ci vuol bene? Forse perchè adesso il mio disonore sarebbe noto a tutti e vi procaccerebbe una scandalosa celebrità nei saloni del gran mondo!...

”Io piango.... Poichè non avete dimenticata la vostra Taziana, sappiate che in quanto lo comportano le mie forze, io preferisco i vostri pungenti sarcasmi, i vostri discorsi seri e indifferenti, a questa passione oltraggiosa, a queste lettere, a queste lacrime. Allora, avevate almeno compassione delle mie follie infantili, rispettavate la mia inesperienza... Ma adesso!... Che motivo vi conduce ai miei piedi! Oh piccolezza! Come mai potete fare il cuore e l’intelletto schiavi d’un affetto passeggero?

”Questa vita fastosa, opulenta, inorpellata, non mi tocca; li applausi, le lusinghe della gente, i miei palazzi, le mie riunioni brillanti, non mi dilettano. Io darei volentieri tutti quelli stracci, tutte quelle mascherate, tutto quel lustro, quel fracasso e quel fumo, per uno scaffale di libri, per un giardinetto inculto, per la nostra modesta villetta, per i luoghi ove vi scorsi la prima volta, Anieghin; sì, li darei per l’umile cimitero ove riposa la mia povera balia sotto l’ombra d’un salcio e d’una croce....

”E la felicità m’era sì facile e sì vicina!... Ma la mia sorte è ormai decisa. Forse fui imprudente; ma mia madre mi scongiurava piangendo..... ogni condizione era eguale per la misera Taziana.... io mi maritai....

”Convien che mi lasciate. Io ve ne prego. So che siete ancor capace d’un nobile sforzo, e d’una azione virtuosa... Io vi amo... perchè celarvelo? ma appartengo a un altro.... Gli sarò fedele fino alla morte!”

Così dicendo sparve.

Eugenio rimane simile ad un uomo colpito dal fulmine. Gli sembra che ogni suo sentimento roti in preda a un turbine. Ma ode un rumor di sproni..... Arriva il generale... In questo momento tremendo, lettore, ci separiamo dal nostro protagonista per molto tempo, anzi per sempre. Gli abbiam tenuto dietro assai nei suoi errori... Siamo giunti alla meta. Rallegriamocene, o miei cari! Vi pareva mille anni, non è vero?

Chiunque tu ti sia, lettore, benevolo o malevolo, ti voglio lasciar come si lascia un amico. Addio. Busca in queste strofe disadorne ciò che più ti talenta. Ma qualunque sia l’oggetto che in esse cercherai; o il riflesso delle tue passioni giovenili o il sollievo dei tuoi diligenti studi, o le descrizioni pittoresche, o i concetti arguti, o le sgrammaticature, prego Dio che ti ci faccia trovare una dolce diversione alle tue fatiche, alle tue passioni, alle baruffe sciocche dei giornali. Ora separiamoci. Addio!

Addio, mio bisbetico satellite, mio fedele ideale; addio mio libricciuolo vispo e grave, brioso e serio, sebben sì piccolino. Vostra mercè, io conobbi tutto ciò che ambiscono i poeti: l’oblio della vita e il consorzio pacifico degli amici in mezzo al fracasso del mondo. Son molti anni che la pittrice fantasia mi adombrò nella mente l’imagine di Taziana e di Eugenio; ma in quel disegno appena accennato non appariva ancora molto chiaro lo scioglimento di questo libero dramma.

Tra quelli ai quali io lessi, nei crocchi ch’io frequento, i primi squarci di questo lavoro, “alcuni più non esistono; altri son lontani” (per servirmi di una frase di Saadi).‍[117] Ho coronato l’opera, ma essi non la vedranno venire in luce. Tu pure mi fosti rapita, o bella che mi suggeristi il tipo della mia Taziana!... Molte, molte son le vittime dell’Orco!... molte! Felice colui che s’alza dal banchetto della vita, prima di vedere il fondo del bicchiere; che non finisce il suo romanzo, e che lo lascia in tronco come io lascio il mio.

Notes in this chapter

Note 1 · Poema russo nel genere classico, cioè noioso.Note 2 · Allusione ad una satira scritta da uno zio di Puschin e intitolata Il vicinante pericoloso. Il nome di questo personaggio ridicolo è appuntoNote 3 · Vino di Crimea.Note 4 · Cioè le tavole da gioco.Note 5 · Versta, distanza di cinquecento tese ossia di tremila piedi.Note 6 · Sagena, tesa (6 piedi).Note 7 · Celebre trattore del Palais royal.Note 8 · Celebre fabbricante d’armi in Parigi.Note 9 · Chiedo venia al lettore per questa espressione poco italiana. È forza ch’io l’adoperi per significare ciò che i russi chiamano metstatel, i Note 10 · Altra espressione che puzza di francesismo. Ma è d’uso sì comune che non mi fo scrupolo di adoprarla.Note 11 · Autore di opere economiche.Note 12 · Specie di tavola reale.Note 13 · Le verste sono segnate da un palo altissimo; e siccome le verste sono corte, a ogni momento, andando presto, se ne vede uno.Note 14 · Stava facendo la calzetta secondo l’uso delle provincie.Note 15 · Imitazione dell’esordio della prima Olimpiade di Pindaro.Note 16 · Celebre lirico russo, di cui parlammo nella Biografia di Puschin.Note 17 · Principale personaggio d’una ballata di Burger. Leonora non può darsi pace della morte dell’amante; l’ombra di questi viene a prenderla a caNote 18 · Perdonino i puristi questo neologismo.Note 19 · Vuole dire che il vulgar è frequente nella società russa.Note 20 · Mi rincresce assai di adoperare tante voci francesi; ma non si può fare altrimenti quando si descrivono i costumi dell’alta società. Mi rincNote 21 · Disegnatore francese.Note 22 · Nelle case russe sono sempre doppie le porte e le finestre.Note 23 · Filosofo tedesco, autore delle Idee sull’umanità.Note 24 · Filosofo e novelliere francese.Note 25 · Fisiologista francese, autore del libro Della vita e della morte.Note 26 · Medico francese, autore del libro sull’Onanismo.Note 27 · Filosofo francese, autore d’un dizionario critico dal quale Voltaire trasse i suoi più validi argomenti.Note 28 · Filosofo francese, autore del libro sulla Pluralità dei mondi, primo tentativo fatto in Europa per rendere la scienza accessibile a tutte leNote 29 · Poeta persiano, autore del Gulistan (giardino delle rose) e di altri poemi celebri.
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