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Pompei

VENVS PHYSICA. SCENE DEL CUORE.

Reading edition

Anni di Roma 826 — Anni del Cristo 73.

A ME.

IX.

Sulla via Domizia, in faccia alla dimora del chirurgus Hemos, reputato per le sue operazioni conservatrici, sedeva una casa fabbricata sulle antiche mura della città, le quali per decreto dei decurioni erano state concedute ai mercatanti greci e di altre nazioni per rizzarvi fondachi a terrazzo in faccia al grande canale del Sarno, e su di essi le dimore per le loro famiglie. — Il popolo del vecchio Latium, ed in progresso i popoli che, confederati o domati, combatterono e conquistarono per lui, consumavano, non producevano. Il bronzo, l’argento e l’oro carpiti ai vinti, mercè il formidabile pilo, servivano al ricambio dell’avorio, dell’ambra, delle tazze di vetro, della porpora, delle pietre incise, delle perle, delle vesti di lana finissima e di seta, delle belle schiave, dei vaghi e procaccevoli cinedi, dei piaceri offerti dai cuochi, dai mimi, dai gladiatori, dai citaristi e dei conforti prestati dagli astrologi, dai sacerdoti e da altri consimili ciurmatori. Il Quirite si fece aggressore per non essere conquistato. Educato ed educante alla forza del corpo ed alla vigoria dell’animo, dichiarò sino dai primi tempi il lavoro essere faccenda da prigionieri e da schiavi; e sola, unica professione degna dell’uomo libero macinare il grano e maciullare gli uomini. Fido alla origine, elevò templi a Giove ladro — Jovi prædatori. — In Etruria fecero spade e lance cogli assi di bronzo, fecero calce colle statue di marmo. In Capua, in Cuma, in Poseidonia arsero gli artistici monumenti. In Tarentum, in Syracosion, in Corinthum quei ruvidi soldati giuocavano ai dadi sui dipinti dei grandi maestri. E quando i signori dell’Urbe cominciarono a riflettere che le statue e le opere di pennello della Magna-Grecia valevano ben qualche cosa, Lucio Mummio, uno dei loro tribuni di militi, disse al nauta incaricato di trasportare per mare quei capi d’opera a Roma.

— Bada. Se tu gli affondi, e tu gli rimpiazzi. —

I Romani di quei tempi avevano per calendario un chiodo che martellavano ogni anno con pompa religiosa sul muro del tempio di Giove nei primordi del settembre. Il giorno avea tre periodi. Una libra di bronzo fusa in una forma grossolana bastava ai bisogni della loro civiltà. La industria era affidata agli schiavi, e persino i poeti escivano da quella classe disprezzata e reietta. — Tetragoni sui campi di battaglia, sentivano un orrore istintivo pel mare e l’arsione delle navi era la prima condizione di pace coi vinti. Anche Ottaviano-Augusto, quantunque avesse vinto in Actium, confessava di avere uno spavento invincibile dell’acqua. Un editto contemporaneo alle prime lotte colla rivale Cartagine diceva quel popolo di mercatanti pria vinti e poi schiavi. I Romani non si sarebbero mai abbassati al mestiere dei vili e dei menzogneri.

Or il commercio così disonorato dai vincitori e le inutilità dei forti cuori divenute primo bisogno della vita civile, trassero la navi cariche dalle sponde lontane, e su di esse i trafficanti e gli artisti. I quali, ricomprata coi risparmi e colle usure la propria libertà, e arricchitisi ben presto, dall’Urbe si sparsero, dovunque le opportunità ed i facili guadagni gli richiamassero. Ne vennero anche presso la nostra gente in Pompei, dove i Sanniti e i Romani, per uno spirito di ripugnanza alle idee d’ordine e di pacifiche imprese, fattisi i pensionari del mondo, mai supponevano che l’oro sì facile a spendersi finirebbe per non più riprodursi.

La casa sulla via Domizia era spaziosa e dall’alto si godeva lo aspetto di un magnifico orizzonte — il largo canale colle circolanti triremi — e sulla pianura, lungo la bella costiera, Oplonti, Retina, Herculanum, Tegianum, Taurania, Cosa — e sul mare Capreas, la sellaria gigantesca destinata da Tiberio alle proprie turpitudini; Prochyta, detta da Giovenale la porta di Baiæ; Pitecusa, cui soprasta l’Epomeo, monte di forma bizzarra, tremulo ed ignivomo un tempo, in voce di schiacciare col suo peso il titano Tifeo.

L’atrio, coperto da una larga tettoia rettangola, circondava il compluvium, a lato del quale era un puteal, scannellato, di pietra calcarea. Le pareti allo intorno si abbellivano di pitture — una cicogna passeggiante tra le ninfee di uno stagno — una nave di cui i nauti ammainavano le vele — un prato con lepri saltellanti — un poeta che legge versi ad una fanciulla, con un locumentum ai piedi, ove erano chiusi i papiri. — Cotesti dipinti erano separati da quadrucci di maniera, grotteschi, di caricatura, detti grylli, eseguiti da Peireico, messi in uso quasi generale da lui, e gli erano pagati più cari che non le opere dei migliori artisti.

Il pavimento era in opus signinum, incrostato di piccoli cubi neri che tratto tratto, senza simetria rinserravano pezzi di marmo di tutte forme e colori. Sur un angolo a sinistra posava inchiodata da un pernio una cassa di legno, foderata di rame, cerchiata di ferro, guarnita di due serrature e di numerosi ornamenti di bronzo. Nel fondo aprivasi un tablinum dal bianco musaico, dalle ricche pitture e dai due lettucci laterali di cedro di Mauritania, coperti da cuscini di piume. Gl’Italo-greci pingevano sulle pareti coi colori cementati coll’olio e colla cera punica per difendere le tinte delicate dall’azione dell’aria e della umidità. Lo encausto si usava di tre modi — al cestro sull’avorio — colla cera colorita — colla cera liquefatta al fuoco. — Quest’ultima maniera faceva il dipinto più durevole. I freschi meglio pregiati si pingevano sur un intonaco chiuso entro una cornice di legno che fissavasi sulla parete e poteva ritogliervisi quando si voleva. I Pompeiani a cagione dei frequenti tremuoti solevano prendere siffatta precauzione. Collocavano altrove le predilette loro dipinture e al cessare del disastro le ricollocavano al posto. Quivi erano — Meleagro, figliuolo del re dei Caledonii, che si accinge a dar la caccia al cinghiale; ed Atalanta, vergine bella e fortissima, della cui gagliardia l’altro s’innamorò, — e le nozze di Zefiro che scende voluttuoso e si appressa alla vaghissima ed addormentata Clori, il simbolo di tutta la vegetazione. — Dalla parte dell’atrio una spessa stoffa di Tyro divisa in due cortinæ ne chiudeva lo aspetto. Sul lato opposto le innalzate tende davano accesso ad uno xysto quadrato con ambulatorio allo intorno, posante sur un cripto-portico, rischiarato al di sotto da quattro spiragli a cono che sollevavansi sull’arca tra i pelargoni e le rose di Præneste. I giardini di tal fatta erano chiamati horti pensiles.

Cotesta casa, rispondente nelle sue varie partizioni a tutti i comodi di un’agiata famiglia, apparteneva a Demophilo, di Rhodum, che da dodici anni aveva fissato la sua stanza in Pompei. Numerosi erano i suoi schiavi e spesso approdavano nel porto le sue navi cariche di merci. Traeva dall’Africa le lane e i profumi; dalla Spagna, la cera, il mele, i metalli; dalla Gallia, gli olii ed i vini; dalla Grecia, gli oggetti di arte e di gusto; dalle rive del Ponto i cuoi e le pelli; dalla Sardegna e dalla Sicilia, i grani. E tutte queste cose spediva nelle città interne per suffragare alle abitudini dei ricchi, alle ricerche degli effeminati, alle distribuzioni pubbliche dei magistrati e del governo centrale del mondo, obbligato a soccorrere le miriadi dei venturieri, dei vagabondi e delle popolazioni infingarde, abbrutite dal dispotismo, affamate di viveri ed assetate di profumi e di spettacoli. E quantunque Sallustio avesse detto che i Romani pecuniam omnibus modis vexant, cioè, che tormentavano l’oro di ogni maniera; e Cicerone nel suo libro dei Doveri; Ne quidquam ingenuum potest habere officina? Mercatura, si tenuis est, sordida putanda est; sin autem magna et copiosa, multa undique apportans, non est admodum vituperanda. Nihil enim proficiunt mercatores, nisi admodum mentiantur. — cioè: — Che può uscir di onesto da una bottega? Il commercio è sordida cosa se tenue; è un mestiere tutto al più tollerabile se coltivato in grande, e per approvigionare il paese. I mercatori non profittano senza molto mentire. — Pure il nostro rodiano verecondo, caritatevole ed onesto, coi suoi modi franchi e leali aveva inspirato la devozione nei clienti e negl’infimi, la stima negli eguali, ed ogni maniera di onoranza nelle genti d’imperio e nei ricchi del paese.

E tutto questo Demophilo sapea meritare. Nato in un’isola, il suo istinto viaggiatore e avventuroso lo aveva sospinto a slanciarsi nello spazio schiuso dinanzi i suoi sguardi. Apparteneva a quella razza ardita che scoprì e popolò i nuovi continenti; che disputò alle altre nazioni i marosi del mare, come i Romani disputavano le montagne, le pianure e le valli ai popoli che le coltivavano e non sapeano difenderle. Da giovanetto avea navigato. E la contemplazione del vasto orizzonte, e l’abitudine della immensità, e il perpetuo movimento delle onde lo avevano fatto religioso, libero, intrepido, ospitaliero, silenzioso come la solitudine, poetico come le notti, affabile come le stelle che guidano i naviganti al porto desiderato.

Alto della persona, di lineamenti regolari e piacenti, un poco curvo dai pensieri e dai pericoli che aveva bravato, il suo portamento, il breve sorriso, lo sguardo dicevano la tenerezza del cuore, la fantasia inquieta della mente e le rassegnazioni della nobile anima sua. Trattava colla vita come in molti casi aveva già trattato colla morte, con una inalterabile dolcezza. Le gravi cure delle dovizie, i semplici doveri della famiglia, lo esercizio delle severe virtù, il contatto colla miseria che il circondava, la pratica gli avevano mangiato a lento morso un po’ di poesia, un po’ di corriva bontà, un po’ di grazia. Ma quello ch’era rimasto non erasi fatto lo egoismo che spesso va a nozze colla superbia. Era meglio un sentimento melanconico, che talvolta la gaiezza di un fanciullo derugava e la fede sanava.

Passeggiando sotto il portico dello impluvio, chiuso nei suoi pensieri, un uomo entra, stende la destra sulle labbra, a facie — ciò che die’ origine al verbo adorare — e dice:

— Ave. —

Demophilo pone la mano sul cuore e poi offerendola al sopravenuto, risponde:

— Anche tu abbi il giorno lieto, C. Helvio Babinio. Quale novella a me ti mena? Hai mercati a propormi?

— No, amico. — Una cessione piuttosto. — Melissæa, quando tu qui prendesti fissa dimora, aveva sette anni. Alle none di aprile ne contò diecinove. I nostri Digesti indicano la età acconcia al matrimonio allo uscire dalla infanzia — XIV anni pei giovani — XII anni per le donzelle. — So che tu l’ami come la pupilla degli occhi tuoi. So che a lei duole staccarsi dalle tue braccia, escire dalla casa paterna. Finora, cotesta la cagione dei rifiuti. — Avranno a durar sempre? —

Demophilo sentì la idea sicura e rapida prendergli il cuore. Pur dominandosi, forzò lo increscioso spettro a rientrare nell’ombra, ed aggiunse con ansia affannosa:

— Non io. La mia figliuola deciderà.... Quale il nome di colui che aspira a coteste nozze? —

— Cneo Vibio, lo edile... — Oh! non temere. I tuoi abiatici non gli vedrai ambigena animalia. Nè saran detti musimones, umbri, canes ex venatico et gregario, quasi fossero bastardi, o figliuoli di un cavallo e di un’asina, o nati di un cane da caccia e di una cagna di pecoraio. — No. — Quel magistrato ne ha scritto allo Imperatore, e gli è giunto il permesso speciale ne turpis maritus vixisset cum coniuge barbara. E a te procacciava il decreto che ti accorda il diritto di cittadino romano.

— Un dono con una mano! Un rapimento coll’altra! Sia! — Melissæa, o Babinio, è una di quelle creature che di umano hanno solo lo inviluppo, ancor tutto pieno di celesti profumi, tutto raggiante di lume divino. È il mio consiglio, il mio tesoro... la vita.... —

E qui premette colla mano il petto quasi frenasse i moti dentro. E seguiva:

— Le grazie coronarono la sua ragione. Ama le arti, i lavori donneschi ed i giuochi del pensiero. Se Vibio è accettato — ed io ciò terrei a grande onore — di gran cuore despondebo filiam meam. La interrogherò per sapere se il suo cuor parli a favore di lui.

— Oh! Non dubitarne. Io credo che le mela e i fiori di granato — messaggeri della bella e gioconda iddia — abbiano dato giuliva risposta a qualche vaso di Nola. —

O Babinio indovinava, o il sapeva. Vibio aveva notato la gentile persona nella necropoli, nei teatri, nei templi. A poco a poco erasene perdutamente invaghito. E tanto più che la nudrice di lei un giorno gli disse i rari pregi che più e più l’abbellivano. E saputo da essa come la fosse nata alle none del quarto mese — ch’ebbe nome da aperire, avvegnachè allora la terra apra il seme alla generazione — le aveva mandato un vaso fittile dipinto degno dell’artefice e del donatore. — Un genio alato, avente sul capo una corona di fiori, versa una libazione sulla fiamma che brucia sur un piccolo altare. Sotto era un’ape, e accanto si leggeva graffito καλή.

La destinazione era chiaramente espressa dalla libazione che indicava il dì natalizio e dagli aggettivi di bella e di soave dati alla pecchia che in greco diceasi melissa. Essa aveva risposto con mandare una corona di modeste viole avvizzite e portata da lei nella vigilia — mele morsicate, perchè in ogni tempo e presso tutti i popoli il pomo fu accetto messaggero di amore — e rosæ vexatæ, ch’erano il vero incanto dello amor ricambiato. Marziale in un distico diretto al calore del cuor suo, si esprime così:

Intactas quare mittis mihi, Polla, coronas? A te vexatas malo tenere rosas.

«Perchè mandarmi, o Polla, fresche corone? Preferisco le rose appassite sul corpo tuo.»

— Se così, meglio — χαίρε — Vado a far scaricare una grossa nave caudicaria in cui ho vino, lardo, fave, schiavi ed acque distillate dell’Asia. Gli affari sono il lievito del mio peculio.

— Quidquid tu tangis crescit tanquam favus. Nettuno ti affidò il suo tridente, e tu comandi ad Eolo di soffiare a tuo senno sulle vele delle tue triremi.

— Credi a me. Assem habeas, asse valeas. Ne hai? Ne avrai. — Giammai però io vidi effigiata sul conio della moneta d’oro la faccia sorridente della gioia intima e di una vita senza rimorsi.

— Vale. —

E si separarono.

Intanto che coteste cose si erano pensate e dette tra i due interlocutori, gli edili C. Vibio e Q. Poppæo, nominati dal popolo a procacciargli i voti, l’annona e le feste solenni, erano in un vasto locale presso il porto ad assistere alla distribuzione dei grani fatta da una corporazione di misuratori. I littori, poggiando le mani sui fasci, pendevano dal cenno dei magistrati. Una guardia di liberti custodiva le porte dello edificio, facevano entrare i soli che avessero una tavoluccia di ligustro, chiamata tessera frumenti, e picchiavano gl’intrusi che non vi avessero diritto.

Nei tempi primordiali della potenza di Roma l’ense e lo aratro provvidero alla sussistenza del popolo. Quando il gladio rimase solo nelle mani dei forti, le provincie italiche, sottomesse al suo impero alimentarono le braccia di quei superbi che ormai sentivano il dovere unico della conquista del mondo. E la Sardegna fu chiamata nutrium plebis romanæ. E la Sicilia cellam penariam reipublicæ, e fidissimum Annonæ subsidium. Ma venne un’epoca in cui le frumentarie di Roma che esportarono i loro grani nei più lontani paesi, dovettero chiedere anch’esse un alimento vergognoso al loro fertilissimo suolo. Il Governo ne procacciò dalla Gallia, dal Chersoneso-Taurico, dall’isola di Cipro, dalla Beozia, dalle Baleari, dalla Spagna, dall’Egitto e dall’Africa. Il Mediterraneo divenne il vero lago romano, facile via dai paesi frugiferi lontani. Si creò il Prefetto dell’Annona, magistrato importante che veniva subito dopo i Consoli. Era suo còmpito mantener l’abbondanza nell’Urbe. Pompeo ne fu investito per cinque anni; ebbe quindici luogotenenti scelti tra i senatori; ed al còmpito immenso aggiunse un potere immenso che gli permetteva disporre a libito del pubblico tesoro, di muovere eserciti, di armare navigli, e di essere nelle provincie il sopra ciò dei governatori medesimi. I grani si prendevano per contribuzioni o per compra. Si tenevano in serbo nei paesi frumentari e a seconda del bisogno una flotta speciale, detta sacra, li trasportava pel Tevere inferiore alle falde del monte Aventino, ov’era un porto che addimandavasi Navalia.

Una magistratura così potente non poteva piacere all’ombrosa monarchia repubblicana dei Cesari. E questi istituirono gli Edili nelle Colonie e i Pretori Cereali nell’Urbe. Nelle prime erano gli eletti del popolo. In Roma lo imperatore gli sceglieva tra i patrizi a lui più devoti.

Allorchè Caio Sempronio Gracco salì al tribunato propose una legge, mercè la quale il grano sarebbe stato distribuito al popolo in ricambio di un triens — circa quattro centesimi di lira — per ogni modio, mentre al Governo costava un denaro, cioè settantotto centesimi. Cotesta legge, basata sulla eguaglianza, era iniqua nell’applicazione, perchè demoralizzava le masse e ruinava il Tesoro. Ho letto su parecchie pietre funebri del tempo, PERCEPIT FRUMENTUM, volendo gli eredi del quivi sepolto attestare con orgoglio com’egli avesse fruito della più bella prerogativa del cittadino romano, l’essere stato nudrito a spese dello erario pubblico. Un altro tribuno, Marco Ottavio, l’abolì e vi sostituiva la nuova che ammetteva alle distribuzioni dell’Annona i soli necessitosi. Al cominciar della guerra sociale, Livio Druso ravvivò la legge Sempronia che fu in seguito modificata dalla legge Terenzia-Cassia. Clodio Pulcro limitò con una nuova legge le liberalità frumentarie ai soli plebei proletari, e tolse un’arma affilata dalle mani degli ambiziosi che in un popolo affamato avevano sempre una milizia pronta allo insorgere e ai delitti. Gli è perciò che dopo una grande carestia, Augusto ridusse a dugentomila il numero degli ammessi all’Annona e donò dodici frumentationes — una distribuzione per mese — di proprio.

Così in Pompei. — Sotto il portico del Foro i gratificati andavano a far constatare il loro diritto e ricevevano l’ordine di distribuzione in una tesserula, su cui era notato il giorno da presentarsi. Gli Edili facevano misurare a quel portatore cinque modii di grano. I quali pesavano in media centocinque libbre e per conseguenza ne producevano almeno ben centotrenta di pane. Il pane cotidiano era adunque del peso di quattro libbre e quattro once, ossia diecisette once per bocca, supponendo una famiglia composta di tre individui. Cui aggiunti i lupini, i ceci, i legumi che si avevano per poco; e le sportule e il panariolum che i patroni facevano dare pieni di carni e di pesci di mediocre qualità, sul vestibolo delle loro case, alla folla affamata, questa sì che poteva vivere; ma l’abbiettezza cresceva e la corruzione ancor peggio.

Cneo Vibio è avvertito che una donna al di fuori chiede parlargli. Esce e vede Eulamia, la nudrice nella casa di Demophilo, che lo avvisa come la sua padrona lo attenda nel tempio di Venere. La buona ed affettuosa vecchia era contenta; non capiva in sè dalla gioia. E nello andar via per raggiungere la sua figliuola di latte, parlava tra i denti frasi inarticolate, accompagnandole con sorrisi e gesti che significavano forse lo avvenire festoso cui essa credeva.

Anche Vibio corse all’aperto. E risaliva dal porto alla città scuotendo dall’anima la melanconia sospettosa che invischia i pensieri di chi ama potentemente e teme. Lungo il tragitto, tutti lo salutavano. Egli però alcuno non vide. Nè anche il selciato pareagli più quello che con passi indifferenti tante volte aveva calcato. Tutto prendeva un’anima. Tutto si trasformava al suo sguardo. Perchè dietro quelle mura che cingevano il tempio e fra quelle colonne di stucco era la donna che sola a lui donna sembrava, eravi il cuore per cui notte e dì il suo pur palpitava.

Nel varcare la soglia, ei la vide seduta sur un banco sotto il portico a sinistra. Nell’atto che vèr lei corse, essa levossi. E in tutta la sua gentile persona era una gaiezza serena, luminosa, infantile come la speranza, rischiarata dal suo sguardo azzurro e profondo.

— Ebbene, ζωη και ψυκη, dolcissimo amore, qual nuova?... Che rispose tuo padre a Babinio?.... E tu, richiesta, che a lui?... Ei, cittadino romano,... tu mia eguale.... sai?... —

La bellissima fanciulla distese la piccola mano affilata e bianca che risplendette come una perla sulla mano bruna di Vibio. Quindi:

— Tutto so, o mio... Il padre lieto, e io lieta.... Ciò venni a dirti.... Oh! I nostri cuori sono le due ali che sollevano un’anima sola sino al trono di Venere Urania che a noi arride propizia. —

Quella soave creatura era tale da avvinghiare immediatamente un cuore, e più e più quello che allor batteva dinanzi a lei i segni della vita e della felicità piena. Ella era in una età in cui le impressioni sono vertigini. Aveva biondi i capelli — non di quel colore rossastro od ardente che venne alla moda dopo il conquisto delle rive del Reno e che procurò ricco mercato a chi portò in Roma, in Capua, in Herculanum, in Pompei le capigliature dorate delle donne dei Catti, dei Sicambri e dei Germani. — Le sue chiome erano un’aureola che rivelava inquietanti delizie alle bocche che vi si sarebbero posate. I suoi occhi cilestri, da cui veniva un così dolce lume e tanta soavità di sguardo, erano carichi di carezze, di amplessi, di baci. Il naso piccolo e un po’ sollevato aveva un sorriso come l’hanno le labbra; ed anche queste, spiranti nella breve curva la innocenza e il candore; ed il collo svelto ed alabastrino; e la persona spigliata; e le proporzioni delle statue di Fidia; e la grazia decente dello incesso trasportavano l’anima nelle regioni armoniose dove si obliano tutte le amarezze della vita.

Pompei era invero la città del mondo in cui la grande divinità pagana — che ogni culto posteriore non seppe mai disertare — era adorata con entusiasmo maggiore. Vibio anch’esso nella età prima aveva sacrificato alla onnipotente iddia. Ma la sua sviluppata intelligenza e il suo fine criterio avevano calmato le irrequiete smanie e dettogli che pur erano nella vita migliori problemi da sciogliere. La religione antica l’ebbe tra i suoi miscredenti. Le sensazioni del cuore gli aprirono un più largo orizzonte. Studiò i principii della fede novella. Sfatò ciò che gli parve vaporosa illusione e fanatismo di neofiti. Pur l’uomo per lui rimase uomo, e di tutti gli dei compose un solo dio — dio clemente, misericordioso, benefattore.

Or, un giorno lo amore — il quale non ha poi nel turcasso quei dardi avvelenati che i poeti melanconici vi hanno immaginato — usò una delle sue solite ribalderie, e fece passare dinanzi i suoi sguardi la bella ed innocente Melissæa. Stimava molto Demophilo. Ed ei carezzò quel suo fiore bellamente sbocciato nella solitudine della sua mente. A poco a poco una passione profonda germogliò in quel cuore meridionale. Essa divenne il suo dio. Essa, la sua Venere celeste. — Giovanezza — beltà — grazia infantile. — Tutto il fascino di un amore che non costava nulla alla virtù. — E poi egli amava la donna per intuizione, e il matrimonio per istinto. Melissæa era bionda, ed il bruno eragli odioso. — E nel vero cosa è il bruno? È l’ombra. È la negazione della luce. È una tinta, e nessun colore. Venere era bionda. È biondo l’oro. La fanciullezza e ciò che scintilla e che allegra son biondi. — La rivide tra i fiori dello xysto. La seguì una sera nel Pago Felice come si segue febbrilmente il filo di un sogno dorato. E assaporando un dolce avvenire; ebbe orrore della tenebra che il circondava. Un violento slancio dell’anima interrompeva l’ordine del tempo e gli mostrava le ore ancora velate della sua esistenza. Un giorno nell’Odeon cadde dalle mani di Melissæa una rosa di Pœstum, bella ed odorosa come il suo cuore. Ei la raccolse e la chiuse nelle pieghe della sua veste. L’atto non isfuggì alla fanciulla, e i loro occhi dissero a vicenda come in tal momento il nodo della vita allacciasse due disparati destini.

Cneo Vibio, alto della persona, di piacevole aspetto, non pativa tristezza di cuore. Quelle del cervello non le aveva conosciute mai. E nei suoi occhi scintillava una dolce magia, un certo lume sorridente — dono del fato, o dono degli atti, che attira le anime piacevolmente e trasforma i casi che occorrono in nuvole leggere. — E per dir tutto, era nella età felice per gli uomini pubblici e per gli artisti, in cui il sole della vita rischiara il sommo dell’uomo — la fronte — siccome in quella ora del giorno illumina di luce più concentrata ed attraente l’alta cima dei monti.

— Tu sei la mia iddia, o soave amore. Felice il mio tetto che ti avrà padrona e signora. Vedi! Non è gocciola del mio sangue che non mi parli di te. Non una idea delle mia mente che non irraggi della passione che mi arde.... Dicono che un dio nascesse — imperante Ottaviano Augusto — in un povero presepe in Galilea. E che le stelle il sapessero. E che le foreste il salutassero. Ebbene! Quanto or mi circonda è ai piedi dello amor ch’io ti giuro.

— Le parole che tu mi dici, e che dentro io bacio e ribacio segretamente, sono le perle della corona che il tuo cuore pose sulla mia testa, e che mi rende fiera e felice. Io guardo gli altri con un’aria di regina... il titolo che la tua mente mi diede.

— E lo avrai sempre, o amante e presto sposa. Quest’ora beata non dovrebbe volare. Afferriamone le ali, che sono i ricordi. Più tardi li premeremo sui nostri cuori come la mano purissima che a me porgi, patto di felicità durevole oltre la tomba.

— Vale, o mio. Gli dei della patria ti sieno propizi. —

Ed ambedue, colla espressione della gioia sul volto, ripresero la via delle loro case.

C. Helvio Babinio trovò lo amico consapevole e nella gioia maggiore. Combinarono che la domanda si farebbe per lettera, e che un’assemblea di parenti e di fedeli andrebbe ad offerirla a Demophilo e fisserebbe gli articoli del contratto sopra le tabellæ legitimæ, quelle tavolette che essi avrebbero poi suggellato coi loro symboli, come marchio di guarentigia.

I Digesti riconoscevano justum matrimonium la unione legale composta in tre diverse maniere. La prima dicevasi usus — per abitudine o per prescrizione — allorchè una donna col consenso dei suoi parenti conviveva con un uomo per un anno intero matrimonii causa. E se questi non fosse assente per tre notti da lei, essa diveniva la sposa legittima e dicevasi usu capta fuit. Ma se avveniva il trinoctium, la prescrizione era interrotta, la donna era dichiarata libera perchè usurpatio est usucapionis interruptio. — L’altra addimandavasi confarreatio, cioè consacrazione, allorchè il diale di Giove benediceva al matrimonio, in presenza almeno di dieci testimoni, prendendo il frumento dalle mani della sposa — far — impastandolo coll’acqua piovana e formandone una focaccia, cotta sotto le ceneri dello altare. Quel panis farreus o farreum libum era assaggiato dal sacerdote, lo divideva tra gli sposi, esprimendo con questo sacro e comun cibo come omai tutto dovesse essere mutuo fra essi, amaritudini e gioie. Le libazioni si facevano di vino melato e di latte. S’immolava quindi un montone, avendo cura di gittar via il fiele della vittima, a significare che ogni agrezza dovesse essere bandita nel coniugio. Siffatta specie di unioni era però principalmente in uso fra i ministri degli dei, sì perchè gl’ipocriti non ammettevano innovazioni nei costumi antichi — rotta una maglia, ei dicevano e dicono in tutte le lingue, addio rete per accalappiare i gianfrulli — sì perchè era la sola unione che sapesse dare alle mogli loro il diritto di esser socii al loro ministerio e di partecipare ai profittevoli riti. Dicevasi defarreatio il divorzio. Se il marito moriva senza figliuoli e senza far testamento, la donna ereditava i suoi beni quasi propria figlia. Altrimenti coi nati suoi prendeva parte in eguale divisione. Nel caso di mancanze, il marito la giudicava in presenza dei parenti di lei. Se condannata dalle leggi, veniva pubblicamente abbandonata al castigo della famiglia. I nati da siffatta unione potevano essere scelti flamini di Giove e vestali. Ed erano detti patrimi i bambini che avessero vivente il solo padre, e matrimi quelli che la madre soltanto. Ed assumeva il nome di pater patrimus quel cittadino che avesse contentamento di figli durante la vita del proprio genitore. — La coemptio era una maniera di unirsi per reciproco contratto. L’uomo e la donna si presentavano al magistrato insieme con cinque testimoni, cittadini romani e puberi e il pesatore delle monete che assisteva a tutte le vendite — il libripens. — Essi ricambiavano un asse — sei centesimi di lira — e lo speratus diceva alla sua sperata:

— An mihi mater familias esse velis?

— Me velle. —

La donna faceva all’uomo una simile domanda; la venditio era compita. La sponsa acquistava sul suo sposo i diritti di figlia, e quegli tenevale luogo di padre. Laonde cominciava a chiamarsi per esempio HERENNIA EPIDIANI — SABINA BIBULI — DELPHIA AGATHEMERI. E riconoscendo il marito per padrone, chiamavalo dominus. Se aveva un patrimonio oltre la dote, quei bona paraphernalia li rimetteva al suo signore. Ma questi erano poca cosa nei primi tempi; poichè il senato all’orfana di Scipione Africano diede per dote undici mila assi di rame, pari a L. 852.50 di nostra moneta.

La sposa talvolta in usum suum reservabat una porzione della dote ed uno schiavo — servus receptitius, sul quale lo sposo perdeva la potestà.

Oltre questo matrimonio plebeo — pro emptione — che poi divenne la unione generalmente in uso — un padrone coniugato poteva avere la concubina, cioè la donna da lui amata, la donna di mezzo matrimonio che le leggi riconoscevano. Però, a mal suo grado, essa aveva il libito di sposare un altro, ove cotesto le convenisse. — Gli schiavi si univano per promessa reciproca, detta contubernium. I liberti chiamavano pellam la donna che con essi viveva. E le congiunte per confarreatio erano dette matronæ. Quelle per coemptio si gloriavano di essere matres familias.

È festa nella casa di Demophilo. Cneo Vibio e gli amici vi sono convenuti alla prima ora del giorno che rende gli sponsali migliori e più favorevoli. Il duumviro jure dicundo L. Giulio Pontico presiede all’atto solenne. Uno scriba redige il contratto. Il padre concede alla sua cara figliuola la dote di decies centena, cioè, un milione di sestertia — pari a L. 193,749 — da pagarsi in tre periodi, il primo dei quali avrebbe luogo il giorno del matrimonio. Demophilo aveva fatto inoltre un ricco presente a Melissæa di vesti, di pietre incise e di monili d’oro.

Già da lungo tempo gli auguri avevano cessato di combattere la volontà degli uomini in nome della divinità. Quegli impostori non erano più curati da alcuno. Ma, sfacciati e impudichi, non mancavano di far gli auspicii per conoscere la volontà suprema, allorchè trattavasi di ricchi sponsali. E Thelestis si presentò, facendo smorfie ed inchini e dicendo avere il giorno innanzi sacrificato al cielo e alla terra — come ai primi sposi; — ed a Minerva, la iddia della verginità; ed a Giunone propizia ai casti connubi. Egli aveva veduto nel cielo i segni favorevoli. E poichè nessuno ne lo consultava, stimavasi fortunato nel poterli nunciare. Gli era un di quei luridi frati dei tempi nostri che la melonaggine dei ricchi peccatori e delle vecchie adultere ingrassa insieme col popolo ignorante e supino. Quale la differenza tra gli antichi e i moderni? Questi borbottano finanche le stesse frasi latine. — Demophilo in tanta domestica gioia, voleva dargli il buon da scialare. Vibio non lo permise, e il fe’ cacciar via dai littori.

Allora Giulio Pontico chiese all’herus della casa se consentiva despondere filiam suam. L’altro, annuendo ai voti per quelle nozze, aggiunse:

— Quæ dii bene vertant. —

E il primo gravemente riprese:

— Sponsalia et nuptiæ non si contraggono che col libero assentimento delle due parti. Ed una fanciulla può resistere alla paterna volontà nel caso che il padre le offra a suo sperato, e sposo un uomo notato d’infamia o che meni una riprovevole vita.... Hai tu, o Melissæa, a muover lamento di tal fatta?... Poichè non rispondi, e non ti rifiuti alle nozze, è segno che tu consenti. —

E richiese partitamente ad ambedue:

— An spondes? —

E quei felici replicarono colla favella del cuore:

— Spondeo. —

Era la formula della stipulazione che tutti fissavano sulla pergamena col loro suggello. Vibio trasse dalla sua veste un anello d’oro massiccio, ottangolare, traforato a giorno con sottile artificio che nel mezzo di una linea ovale aveva cotesta leggenda in greco:

ΑΦΡΟΔ ΓΕΝΕΤ ΔΟΣ

Melissæa accettò quella garanzia del suo amore, quel segno che moralmente li faceva un essere solo; e subito lo pose nel dito mignolo della mano destra, perchè credevasi che vi fosse un nervo corrispondente da quel dito al cuore. Quel semplice dono dovea sempre precedere il matrimonio.

Convenne fissare il giorno delle nozze. Il calendario romano aveva segnato col nero i dì infausti — le calende — le none — gl’idi — quelli che immediatamente li seguivano — i parentali che ricordavano i funerali paterni — e in generale tutto il mese di maggio. Bisognava adunque far correre tutto quel mese e la metà del seguente, ch’era dichiarata l’epoca più felice. — Nello intervallo gli sponsi potevano infirmare sponsalia, cioè rompere i fatti accordi collo scrivere coteste parole: Conditione tua non utor. Era il repudium che annullava ogni promessa. Ma Vibio e Melissæa non sarebbero stati capaci di dir quella frase. Il loro sguardo ed il loro sorriso favellavano le promesse immortali; avvegnachè il vecchio monarca di questo mondo, ricciuto, rosso per belletto e azzimato, padre alla menzogna ed allo egoismo, non li avesse mai ammaliati e sedotti. La sposa trasse dal seno una piccola bombilia di cristallo di roccia, piena di essenza odorosa e la offerse al re del suo cuore. Ei l’annusò e fe’ un cenno cogli occhi. Erano uno. Poteva ringraziare sè stesso? Aveva sentito su pel cervello le carezze senza rimorsi delle ninfe espansive racchiuse nel prezioso dono della sua gentile regina. Tutti escirono con lui.

— Mio caro collega, se ogni fanciulla somigliasse a quella alla quale tu desti la fede, lo imperatore non avrebbe bisogno di promulgar leggi per costringere la gente togata a menar moglie.

— Giulio Pontico, ben dici. Ma tu hai tre sorelle che rassembrano le cugine di Venere e di Minerva. Nè occorrono editti per toglierle dallo stato smanioso della nubilità. E so che non passeranno lunghi mesi e saranno le spose. Hanno parenti raccomandati dalla virtù. E la tua famiglia è tale a fornir ricche doti.

— Lo penso. E ciò mi toccava il cuore quando pronunciava le parole formali. Vedi! lo amor di famiglia nel cuore delle fanciulle è come una gocciola. Scuotila e cade.... Dev’essere così!! —

Manio Acilio, soffermandosi alquanto dinanzi la bottega del farmacista — occupante uno degli angoli della insula triangolare della via Domizia — disse con voce bassa a Quinto Lepta — suo socio nella testimonianza degli sponsali — in modo che chi camminava non lo sentisse:

— Parlano a maraviglia, l’uno perchè non ha sorelle, e l’altro perchè il padre riccamente le dota. Certo, grossi partiti non mancheranno. Or si negozia nel menar moglie come per la compera di una casa, di un podere, o di due cavalli africani. I sestertia sono le principali, anzi le sole virtù che si cercano in una donna.

— Guai.... oh! guai per colui che le sposa ricche. Dotata regit virum. Il loro orgoglio, le loro esigenze sono una catena pesante a tirare. Vespasiano come dà il grano alle famiglie, dovrebbe pur dar le doti. Allora l’amore matrimoniale riprenderebbe il disopra, e la cospirazione della saviezza celibataria cesserebbe, e tutti tornerebbero egualmente a pagare cotesta patriotica gabella. Ma gli è avaro ed ingordo. Compera e rivende. Nè si vergogna di far pagare i magistrati a chi li chiede e le assoluzioni ai ricchi colpevoli. De’ rapaci proconsoli fa uso di spugna; risecchi gli manda ai migliori uffizi perchè si bagnino bene e — quando ripieni — gli strizza a suo pro.

— Che! Tu a torto lo ingiuri. Dovette angariare i popoli per necessità. Dovette punire i ladri per dovere. Fatto imperatore e trovato il fisco e lo erario povero e vòto, volle ridurre la repubblica nello stato di prima e fare che la rimanesse in piedi. E dei denari ingiustamente presi fece ottimo uso. Non sostentò i bisognosi cittadini consolari, dando loro un annua provvigione? Non rifece le mura e gli edifizi di molte città, guaste dal tremuoto e dalle arsioni? E qui ne hai la prova.

— Sia che vuolsi. Eh! non basta. Saria d’uopo che il pontefice massimo — sì buono e pio come tu pensi — ottenesse almeno da Venere fisica il favore speciale e perpetuo per le genti latine che tutte le giovanette fossero belle. Allora sì che lo Stato avrebbe ragione di confiscare le successioni devolute ai celibi ostinati.

— Bando agli scherzi. Nel disordine generale dei costumi e delle abitudini il carico di una moglie può patirlo un cavaliere che abbia spogliato una provincia come Verre, o tratto un re vinto dietro il suo carro trionfale, od empito la sua casa e le sue ville di schiavi. Le donne si contentavano un giorno dei profumi campani. Ora se non vengono dalle Indie, li gittano schifate alle loro liberte, e conviene surrogarli con quelli che — a parola di chi gli spaccia — furono trasportati in Italia malgrado la collera di Nettuno, gli artigli dei dragoni alati e le zanne delle bestie feroci.

— E i diamanti? E le perle? E le gemme incise? E gli anelli che cingono tutte le articolazioni delle mani, e che si cambiano in ogni giorno della settimana?

— E sì! Tiberio se n’ebbe a scandalizzare, e di Capreas ne scrisse al Senato. Ora la seta tessuta nell’India, sfilata e ritessuta col lino e colla lana nell’isola di Cos, ventus textilis, nebula, e così trasparente, che se non stretta al corpo con mille pieghe, mostrerebbe la dermide a traverso, la sfatano. Vogliono vestis holoserica bombycina, tutta filata dal verme.

— Oh! in quanto a me son lieto di facili e poco spendiosi amori. La bella iddia gli sostenga, ed Iside gli aiuti. Sai? Sulle corna dei buoi cattivi sogliono legare fascetti di paglia per avvertire chi passa a non accostarsi....

— Intendo. Nelle fanciulle inquiete e vogliose del nodo erculeo vedi il fieno sui corni.... O, lascia ch’io saluti Pontico e Vibio che sulla rivolta tendono al Foro. Io vado da Quinto Poppæo pei suffragi. —

Ai passi frettolosi, gli altri si fermarono, i magistrati si volsero, e tutti si strinsero amicalmente le mani e si salutarono. Quale per una via, quale per un’altra.

Ma Lepta, camminando sul margine laterale del tempio alla Fortuna Augusta, e ripensando ai lieti amori di Acilio, inaccessibili alle cure ed al carico della famiglia, considerò valer meglio per lui il visitare la donna del cuor suo che mendicare i voti dallo edile per le prossime elezioni. Alla vanità il domani. Discese la lunga strada, voltò in quella Deciale che mena alla porta di Stabia, torse i passi a sinistra e si volse a diritta verso la porta di Nola. Quella parte della città era un laberinto di sentieruoli stretti, colle mura delle case puntellate; e sotto, tegole rotte e marmi spezzati, sparsi sulle corti e persino sui tetti degl’impluvii. Le dimore dei ricchi erano intatte od ancora nelle mani degli artefici. Tratto tratto parecchie case colle aderenti botteghe escivano bianche e ristorate dalle concomitanti ruine. Qua e là, alcune donne, dagli occhi neri, espressivi, e dalle bocche fine e graziose, frenando i loro vivaci bambini seminudi, si facevano sugli usci e sorridendo mestamente a lui che passava, dicevano:

— Sii il benvenuto in questi luoghi desolati. La tua gravità, la tua eccellenza abbia pietà delle nostre disgrazie. Se sei uomo di pubblico affare — le tue sembianze dicono che tu il sia — ripara a tanta miseria. Le volte crollarono. Le mura hanno lesioni. Se piove, l’acqua c’infradicia. Gli è come dormir sulla via. Fa’ che non s’invidino i morti sotto le macerie. Venere ti sia propizia, o nobile pompeiano. —

Per un cuore innamorato le parole delle donne colpite dalla sventura sono come le lacrime voluttuose che caddero dalle chiome della iddia di Pafo al subito uscire dal mare. Le prime inteneriscono. Le altre fecero sbocciare le rose sotto i piedi divini. I suoi pensieri inebriati dal profumo di una donna lo trassero ad atti di carità che in altra circostanza avrebbe negato. Sciolse i nodi della manticula e tanti assi e tanti denari vi trovò, tanti ne diede. Disse non esser egli magistrato. — Sperarlo. — Ma amico degli amministratori della Colonia. Sapere che dall’Urbe sarebbero venuti soccorsi e provvidenze. Le povere famiglie si racconsolarono.

Gli Oschi — i primi abitatori di questa contrada — sapeano per tradizione come il monte soprastante al golfo avesse bruciato da tempi immemorabili. E perciò lo chiamarono Vesbius, che valea quanto dire fuoco estinto. L’ultimo suo incendio però era ignoto ad ogni poesia. Solo supponevasi che in tale circostanza fosse stato colmato il vasto e lungo golfo che per lo stretto dell’antica Marcina si congiungeva al mare di Salernum, dando così origine alla immensa pianura di Nola, di Nuceria e di Sarnus. Corsero secoli, e il monte si cinse per ogni lato di fertili campi, di verdi pampini, il cui frutto generoso empiva del suo succo le anfore. Sui pianori, sul pendìo delle sue amene colline erano sontuose ville coi terrazzi, colle torri per godere lontane vedute, coi giardini creati dagli schiavi topiarii, adorni di statue, cinti da piante fronzute e verdeggianti ed intersecati da ruscelli e da laghi. Un giorno, ai tempi della congiura di Catilina, Marco Herennio, decurione di Pompei, cadde morto nel Foro, colpito dal fulmine. Il cielo era sereno. Il sole, raggiante. Cicerone compose su quel fatto strano due pessimi versi ridicoleggiati da Crispo Sallustio. E nessuno seppe indagare la causa di quel fatale avvenimento. In vero, la folgore dovette provenire dal soverchio elettricismo adunatosi nel monte. Nell’anno 803 di Roma — pari al 50 dell’êra nostra — i tremuoti cominciarono ad affliggere la Campania. E nel 63 — due lustri prima dei casi che narro in coteste pagine — la scossa del suolo fu terribile, continovata e fatale. Nerone imperatore trovavasi nel teatro di Neapolis, canterellando colla chioccia voce un’aria sua favorita. In lui potè più l’arte mal coltivata che la vigliaccheria d’istinto. E quantunque il visorium pieno zeppo di spettatori ed il proscenium traballassero, non volle imitare quelli che escivano a furia, finchè non ebbe terminato il suo trillo. Erano le none di febbraio, cioè il dì cinque di quel mese, quando le città e gli oppidi sedenti sulle rive, che formano col loro incurvamento il ridente cratere partenopeo, furono maltrattati dal violento flagello. Una parte di Herculanum venne distrutta; un’altra screpolata e guasta. La colonia di Nuceria, se non rovinata, malconcia. Neapolis soffrì perdite piuttosto particolari che pubbliche. Molte case di campagna risentirono scosse senza gravi effetti. Stabia ed Oplonti ruinarono. Pompei fu devastata. Le statue del Foro caddero dai loro piedistalli. La morìa degli abitanti sommò a parecchie migliaia. Un gregge di seicento pecore fu schiacciato sotto le macìe. E i campi vicini si videro funestati da gente errante priva di conoscenza e di sensi. La misera città rimase per qualche giorni deserta. Quindi risorse a poco a poco più bella dalle rovine. Alcune case si ampliarono; giunsero decoratori di ogni parte; il commercio straniero rifiorì più che mai. La pietà dei congiunti surrogò le cornici e le tavole di marmo agli ornamenti di tufo, o di stucco dei sepolcreti. Il bigottismo di Nonnio Popidio Celsino fece ricostruire di proprio il tempio d’Iside. I devoti ripararono il portico del Fano di Venere protettrice, cangiandone l’ordine in un corintio di fantasia; il fregio dorico fu ricoperto di stucco; una statua nuova rimpiazzò la spezzata; e nuove pitture dai vivi colori, rappresentanti paesaggi, ville sontuose — come l’Isola Bella sul Lago Verbano — interni con figure alle quali l’artista die’ teste d’uomini a corpi di fanciulli — riabbellirono le pareti del porticato. I duumviri Sepunio Sandiliano ed Herennio Epidiano sul lato della gradinata che mena alla edicola fecero collocare a loro spese una colonna ionica di cipollino sormontata da un quadrante solare. Il tempio greco nel Foro Hecatonstylon, il più puro degli edifici pubblici in Pompei, venne completamente restaurato dai commercianti e dedicato a Nettuno, il dio che favoriva i loro grossi guadagni. Le Terme furono riparate per le prime dai munifici cittadini. Ed il tremuoto avendo assai danneggiato il tempio di Giove e il colonnato del Foro, i duumviri ordinarono che le colonne doriche del portico ch’erano di tufo si ricostruissero di pietra calcarea, e pur di travertino si selciasse il parallelogrammo dell’area. Le statue che decoravano i piedestalli furono provvisoriamente serbate in un vasto pubblico edificio.

Nel periodo di quasi tre lustri molte erano state le novità incresciose e consolanti nel mondo romano. Laodicea, grossa città dell’Asia, erasi rovinata per tremuoti, al pari di Pompei e di Herculanum, e di proprio rifatta. Puteoli, terra antica, rinomata da Nerone, poi che colonia. In Tarentum ed in Anctium, posti a guardia vecchi soldati per ripopolarle coi lor maritaggi, furono diserte da quei raccogliticci, insofferenti di famigliari cure. Nerone, stanco di Ottavia, aveva sposato la concubina Poppæa, sposa ad Ottone, che amandola, mal suo grado glie la concesse. Ma l’ira del popolo lo incitò ad un ripiego. E chiamato a sè Aniceto:

— Tu mi campasti dalla madre insidiatrice. Fammi minore servigio. Levami dinnanzi la odiata moglie. Nè mani. Nè ferro. Testimonia averlati goduta. —

Il dirotto in mal fare confessò il vitupero. N’ebbe a premio dovizie e confino in Sardinia. E la casta donna, lacrimosa più che per mille morti, partì per la Pandataria. Aveva venti anni. E colà i soldati le segarono le vene. Nell’816 nacque dalle nuove nozze una figlia in Anctium, e questa dopo quattro mesi morì. Furono chiamate Auguste ambedue. E le pazzie pei natali e pel lutto, sì di Cesare che del senato, furono fatali ai dignitosi ed onesti. Egli, per consolarsi, cantava vestito da Apollo, o da femmina. E forzava gli applausi. E cominciò i mangiari in pubblico. Fra due colli era il lago di Agrippa; e sulle acque fe’ costruire un tavolato, mobile, ove pose il convito, tirato da triremi, commesso d’oro e di avorio. Remavano cinedi, maestri in libidine. Erano tende rizzate sulle rive con matrone e sciupate ignude. Cessata la imbandigione e venuta la notte, i boschetti e le case dei colli risuonarono di canti; e i falò illuminarono la scena. Aocchiato uno stallone in quella mandra vituperata, lo volle marito. E Pitagora fu lo sposo di Cesare per le ceremonie di uso. E lo imperatore del mondo coprì il capo di velo giallo. Udì gli augurii. Si decretò la dote. E i torchi scacciarono le tenebre attorno il letto geniale. Per frode del principe Roma bruciò. Fra il monte Palatino ed il Celio le botteghe piene di merci furono esca alle case. La vecchia viuzza, i torti quatrivi, preda alle fiamme sui colli e sul piano. Grande la morìa. Ma gli scampati ricoverò nei palagi e nei templi. Fece venir masserizie da Ostia e rinvilì il prezzo del grano. Rifece il palazzo imperiale, di miracolo, per opera degli architetti Severo e Celere, con selve allo intorno, laghi e bellezze sopra natura. E surse l’Urbe nuova. E non più a vanvera come era dapprima. Ma larghe strade con traverse fatte a misura, con più larghe piazze. E per distrarre le ire popolari contro lo autor dello incendio — ignoto a veruno — furono stranamente puniti quali rei del delitto i palesi credenti alle parole del Cristo; i quali ne’ tormenti altri molti ne nominarono; — i preti avranno santificato anche questi? — e tutti furono uccisi in modo vario e spietato, quali nemici al genere umano.

Una vasta congiura minacciò i giorni del mostro imperiale. Spillata la cosa e fatta certa, Caio Pisone, e i suoi amici, e gli affidati, e gl’insofferenti l’onta del nome romano empirono l’Urbe di mortori e il Campidoglio di vittime. — Una sera, tornato dal teatro, ove aveva cantato i suoi versi e chiesto in ginocchio, a mani giunte, le battute ed i plausi dal popolo, Nerone, crucciatosi con Poppæa, le die’ un calcio nel ventre pregno e la uccise. Ne fu dolente a suo modo. E salito in ringhiera, ne lodò alla folla le belle membra, non la virtù. — Tempeste e pestilenza desolarono Italia. Ma il signore del mondo era più grave di ogni malanno. E un bel dì i pretoriani stanchi lo abbandonarono solo nel palagio. Ond’egli impaurito fuggiva; e sentendosi inseguito, si appiatta dietro il muro di un orto, cerca trafiggersi, ma al grande omicida delle migliaia manca il cuore di spingere il ferro nelle viscere. Epafrodito, scrittor di memoriali, lo aiuta a morire. E il citaredo non lamenta lo impero, sì l’arte che in lui perde il migliore tra i suoi cultori.

L’allegrezza nell’universale fu grande. La plebe coi cappelli in testa andò a zonzo per la città quasi di schiava fatta libera.

Livio Ocellare, di Fondi, che poi si chiamò Sergio Sulpizio Galba, settuagenario e gottoso, proclamato imperatore da Vindice e dai suoi legionari, venne d’Iberia in Roma non molto gradito dal popolo, perchè vecchio, rigido, modesto, schiavo dei liberti, stretto di mano e brutto; nè accetto ai pretoriani, alle neroniane largizioni avvezzi, i quali più amavano i vizi che le virtù dei principi. Adottò a figliuolo e nominò Cesare Pisone Frugi Liciniano, giovane nobile e valoroso. E presentandolo alla folla e alle milizie, disse secco secco: — Vir virum legit — cioè, con alquanta boria, espresse come un prode eleggesse un prode. E non parlò di donativo, nè di feste, nè di spettacoli, nè di baldorie. Quelle sue grinze accompagnate da tanto rigore antico non erano più di stagione.

Ma Silvio Othone — compagno negli stravizi al morto principe, marito di Poppæa Sabina ceduta ed amata, sì che Nerone geloso l’ebbe a sbandire dall’Urbe e un distico famoso sentenziò Othone adultero della propria consorte — comperò l’animo dei soldati colla promessa di riserbare per sè quella pecunia che da essi fossegli conceduta. E tre dì poi dalla proclamazione di Pisone, questi e Galba morirono scannati nel Foro presso la voragine, ove M. Curzio erasi gittato in antico col cavallo ed in armi.

La plebe corrotta, non capendo in sè dalla gioia, il salutò col nome di Nerone. E le prime epistole ai governatori delle provincie le sottoscrisse con siffatto cognome aggiunto al proprio. Ma già Aulo Vitellio — l’uom dalle prodighe cure — era proclamato imperatore dallo esercito di Germania. Othone se gli offre compagno e genero. Nemico egli era alle guerre civili e punto sanguinario. Pure dovette ire incontro coi suoi alle genti che Vitellio mandava innanzi. Fabio Valente coll’aquila della quinta legione per le Alpi Cozie; Cecina colla ventunesima pei monti pennini. Le due osti si azzuffarono. Scaramucciano in Cremona, in Brescello; ma la giornata fu grande presso Bebriaco in favore di Vitellio. Othone poteva ritentare la prova atroce, lacrimevole, dubbia coll’arrischiata virtù dei suoi. Non volle. Giudicassero di lui i secoli. Bevve acqua fresca. Tenne aperto l’uscio della casa. Dormì placidamente tutta notte. E in sull’alba ridesto, tastò la punta di due pugnali, ne scelse uno e se lo infilzò sul cuore. Fu arso e sotterrato incontanente dalla pietà dei soldati presso a Veliternum. Dopo 95 giorni d’impero morì a 37 anni, con fama di virtù, di molti vizi, e di aver promosso la morte di Galba, non per sete di signoria, ma per restituire la libertà perduta ai Romani.

Il nuovo era uomo di ventre. Fu a vitupero chiamato lo Spintria, quando cogli altri giovani s’intrattenne nella corte di Tiberio in Capreas. E ligio a Caligola, a Claudio e a Nerone, ottenne magistrature e consolati, e da Galba il comando della Germania inferiore. Era sua gloria la gozzoviglia, e compartiva i suoi pasti in asciolvere, desinare, cenare e pusignare. E imponeva ai grandi di convitarlo. Ed ogni apparecchio non costava meno di cinquanta mila denari. È famosa la cena imbanditagli, dal fratello il dì del suo ingresso nell’Urbe. Vi consacrò un piatto, — il quale per la smisurata ampiezza ei chiamò lo scudo di Minerva — ov’erano mescolati fegati di scaro, cervella di fagiano, lingue di psittaci, latte di murene. E vi furono consumati duemila pesci elettissimi e settemila uccelli. Nè men fu crudele che ghiotto. I possibilmente rivali, avvelenati, ed alcun di sua mano. I creditori e gli usurai suoi, uccisi alla sua presenza per pascer l’occhio — ei diceva — ed esser certo di averli saldati.

Dopo otto mesi di tale imperio gli eserciti della Mesia, della Schiavonia, quel di Giudea e di Sorìa si ribellarono, obbligando la fede a Flavio Vespasiano. Vitellio ne impaurì. Tentò un’abdicazione a pro di ogni scelta, e comperò la salute da Flavio Sabino e dai suoi Reatini. A tradimento condottili al Campidoglio, gli arse nel tempio di Giove, nell’atto ch’ei banchettava nel prossimo palazzo di Tiberio. Approssimantisi le coorti, mandò loro innanzi le vestali per chiamar pace. Intanto fuggì per la campagna in compagnia del cuoco e del suo pistore. E tornato in casa sulla voce della vita consentitagli, abbandonato da tutti, rubacchiò in furia un po’ di oro, lo chiuse in una cintola e si fortificò nella stanza dell’ostiario. Colà lo trovò l’antiguardo e, lui piagnucolante trascinarono con una cavezza alla gola e, mezzo ignudo, giù per la Via Sacra, tra i dileggi della plebaglia che gli gittava sulla persona sterco e fango e lo chiamava incendiario e lecca-piatti. Finalmente, lancettato, pizzicato, urtato, ferito di lancia e di gladio, cadde morto a piè delle scale Gemonie. E trascinatala con un uncino, quella cosa sozza la scaraventarono nel Tevere.

Come le materie da incendio accrescono le arsioni, così il nuncio della sua morte infellonì vie peggio la plebe. Le vie piene di cadaveri. I templi, di sangue. Per la scusa di trar fuori i nascosti, rovistati i palagi, frugati i ripostigli. E chi si opponeva ai soldati, ucciso. E la canaglia morta di fame, sfondava, bruciava, e gavazzava nell’insolente disordine, nello spietato carnaio.

Il senato decretò a Vespasiano gli onori usati ai principi, e chiamò il nuovo imperatore Consolo insieme con Tito. L’altro figliuolo, Domiziano, fece pretore con podestà consolare. Flavio scrisse con modestia di sè, con magnificenza della repubblica.

L’Urbe per le frequenti arsioni e rovine — ristorata un po’ da Nerone — era sformata, e guasta. Laonde, Flavio ordinò che i padroni dell’area vuota non edificando, chi volesse la riempisse di casamenti. Egli restituì il Campidoglio, e fu il primo a portar via sulle spalle corbellate di calcinacci, di cui ingombro era il luogo. E vi rifece tremila tavole di rame — già logore e quasi fuse dal fuoco — sui modelli e sulle scritture antiche di quelle. Non che uno inventario delle cose pubbliche dai tempi remoti, nel quale si contenevano le deliberazioni del senato, i plebisciti, le confederazioni pattovite, e i privilegi conceduti a chiunque, dall’evo romuleo sino allora. Rizzò il tempio della Pace sulla piazza; lo anfiteatro, secondo il modello ideato da Augusto; e il monumento al divo Claudio, incominciato da Agrippina e disfatto dal suo figliuolo parricida. Ridusse l’ordine dei cavalieri e dei senatori allo splendore antico e gli portò al solito numero, radendone le persone vili ed ignobili, e posti ne’ loro stalli uomini dabbene d’Italia e di fuori. Ed, occorse aspre parole tra un senatore ed un cavaliere, sentenziò, brutta cosa fare atto d’ingiuria ad uom del senato; ma rispondere ingiuriosamente a quelle ingiurie essere cosa lecita e civile.

Mai dissimulò la bassezza dei suoi natali. Permise a tutti la libertà del dire, e fu tollerante verso chi malediceva di lui. Obliò di gran cuore le offese; nè temette le inimicizie o tolse via la usanza di far cercare coloro che venivano a salutarlo, se essi avesser armi nascoste, costume durato fin dai tempi della guerra civile.

Si palesò però avaro ed ingordo. Addoppiò i tributi e si die’ a negozi da vergogna, quando anche fosse stato uomo privato. E’ pare che cotal difetto lo avesse di natura come quelli che arricchiscono dopo umiliante povertà e lunga. Laonde un vecchio bifolco — che a lui chiedeva lo affrancamento ed egli rifiutoglielo senza denari — rampognò lo imperatore col dirgli:

— «La volpe muta il pelo e non il costume.» —

Malgrado ciò, largamente pagò i maestri di retorica greci e latini, formò la sua corte di uomini dotti ed eccellenti nelle lettere e nelle arti, restituì i giuochi e le recitazioni antiche, premiò poeti, tragedi e citaristi.

E in Falacrine, suo luogo natale, lasciò la casa che prima vi era, per soddisfare ai suoi occhi e ricordarsi con modesto orgoglio dell’antica dimora.

Quinto Lepta, ancora commosso dalle miserie del popolo, entrò in una casa piena di melodia. Dal fondo, presso lo xysto, uscivano da una cetra i sospiri di un’anima stanca dalle ricerche delle gioie terrestri, gli accordi di una tristezza passionata, gli accenti di un amor combattuto, tempesta che ancor tramanda i profumi delle rose e delle viole sbattute ed infrante. A lato dell’uscio chiuso, ad altezza d’uomo era un foro rotondo coperto da un vetro. Da quel buco vedevasi per di dietro una donna assisa, in su i trent’anni, evocando il coro de’ suoi pensieri colle sue dita di sibilla.

— O divina creatura! La donna appartiene allo amore come l’erba dei prati allo armento. Byrrhia con quei capelli accesi dai sensuali ardori, con quello aspetto di grappolo indorato dal sole, mi brucia l’anima e il corpo. —

E senz’altro, rotto il filo ai pensieri che gli si arruffavano, spinse la porta ed entrò. La donna, nel volgersi, emise un raggio luminoso dai suoi occhi vivaci e neri, velati da una nube di tenerezza e da un mesto sorriso. Le loro bocche s’incontrarono.

— Suavia et iterum suavia. Io sono lieta che tu mi desideri con ardore.

— Sì, altri baci ancora, o dolcissima tra le cose. Io te desidero ed amo.... La celeste armonia mi penetrò nel profondo.

— Era un’ode di Sapho di una singolare potenza, disordinata come la passione, lamentosa come il dolore. Misera! Quanto soffrì. La sola Morte colle sue dita affilate può medicare una ferita pari alla sua... Ma tu non mi spingerai allo scoglio d’Ercole per chiedere l’oblio ai gorghi del mare.

— Unum habeo solatium in te, o Byrrhia. Arrida ad entrambi la bella dea Pompeiana.

— E arriderà! Ha spesso i miei doni e le mie preci ferventi. Oh! Abbracciami, Quinto. Il tuo affetto è la pietra che ricuopre il mio cuore. Ebbene! sii custode di questo sepolcro ove riposa la innamorata anima mia, e nessuno saprà penetrarvi. —

La stanzuccia, ove i due felici si trovavano soli, aveva sulle pareti gioconde pitture, per terra un tappeto discreto, una cathedra — specie di lettuccio di legno dorato e coperto di un materasso purpureo di piume — un tavolino leggero con sopra due vasi di mourrhina, e dallo xysto vi entrava il profumo dei fiori che riscuote come la musica, ed ammalia come lo sguardo. Le più fredde virtù si sarebbero fuse sotto quei raggi d’oro della eleganza e dello amore.

La indolenza è una felicità. E la felicità è orizzontale.

Lachesis poteva rompere lo stame di quelle due vite. Esse avrebbero veduto nel Tartaro con occhio eterno le prospettive magiche di quei novissimi istanti!

O Amore! giocondissimo iddio, tu non puoi rendere la creatura continuamente felice col medesimo oggetto, a dispetto di ogni promessa e malgrado le più seducenti speranze. Bambino, non prendi persona, nè invecchi. Muori e rinasci. Da secoli infiniti le tue vampe si allumano e si spengono nel cuore istesso. E se vi hanno anime le quali bruciano senza farsi mai cange, esse usurpano il tuo nome, o Amore, e calunniano la tua nobile ed infedele esistenza. Sono caparbi — indifferenti — rosi dalla noia — impigriti dalle abitudini — dimezzati dal disgusto. — Sono ipocriti od imbecilli, che natura diseredava.... ed io li so, ed ognun che mi legge li nomina della sua mente.

Nella fauces presso l’atrio di quella casa erano seduti per le terre Chresto e Methe Cominiæs, due schiavi, l’uno di dieciotto, l’altra di sedici anni. Giuocavano cogli astragoli. Gli gittavano in aria sul dorso della mano a uno, a due, a tre, a quattro, a cinque e li raccoglievano sulla palma. Bisognava esser destri e prestarvi attenzione. La fanciulla vinceva. — Chresto badava più ai di lei occhi che ai tari.

— Tu fai sempre il colpo del carro, o il colpo dello avvoltoio. Di’, a che pensi così distratto?

— Penso.... penso al nostro padrone Aulo Vezio, il quale mangiava le sue allegre cene sui piatti della bilancia di Temi ed ora Byrrhia le digerisce per lui.

— Vuoi che intisichisca per dolore?

— Mai no. La sua disonestà non la inghiotto nè sputo. Ma cacciare il chiodo sì presto nel muro!

— Per ribadir l’altro.... Gli è perciò che tu....

Il giovinetto drizzò lo sguardo nuovamente sul viso pallido, sulle linee delicate e fine, su tutta la persona appetitosa che avea dinanzi, e quello sguardo acuto impedì che la frase si terminasse. Ma ei la compì, pronunciando per sè medesimo:

— Perchè non mi promette una serie di giorni felici!... La donna qui è tra la terra ed il cielo. La poesia la esalta lassù nelle nubi. Chi passa la ghermisce e l’ha.... Res fragilis! O spettro di Vezio, quali corone tu aduni in questi giorni nell’urna delle tue ceneri!

— Chi deve.... prometterti felicità, o Chresto?

— Chi?... Una fanciulla che da parecchie notti mi vieta il sonno e che forse si destina ad uomo che val meno di me. Apparterrà ad un imbecille, all’atriensis, allo structor, che apparecchia il desco, od al coquus, quello animalaccio venuto di Sicilia, il quale ruba la riputazione che gli danno.... Ed io l’amo e la merito, per Ercole!

— Nel mentre, o Chresto, tu ristai melanconico e dubbioso dinanzi all’ostium, non ti avvedi che la desiderata ritira i pessuli dall’uscio ed attende che tu lo spinga!... Io sono nella luna di mele del tuo e mio primo amore e provo in ascoltarti e in vederti delizie ineffabili.

— È egli vero? Vuoi tu essere la mia contubernalis?

— Ma che chieggo io a Venere sacra dal dì in cui venisti sul mio sentiero?

— Vieni tra le mie braccia, lux mea. Non essa oggi la sola felice. Anche noi! —

Salirono al piano superiore ed assaporarono l’ora presente coll’audacia di chi non teme i tradimenti dello avvenire ed obliarono le tristezze cuocenti del giorno svanito. — La felicità è di gaio umore; non può star chiusa; è meridionale; esce di casa e va via ciarlando. Gli è perciò che dieciotto secoli più tardi, interrogando i muri della mia offesa Pompei, vi lessi cotesto graffito indiscreto.

Methe Cominiæs, Atellana, amat Chrestum corde. Sit utreisque Venus Pompeiana propitia. Et semper concordes veivant.

Presso queste anime piacevolmente innamorate — che dedicavano il loro tempo alla iddia sorridente e gioconda — altre erano in Pompei allegre e chiassone, il cui punto di riunione, pria delle Terme, erano le tonstrinæ, luoghi di perdi-giorni, di novellieri e di ricchi fannulloni. Siccome i Greci avevano il costume di tagliarsi i capelli e di farsi radere, di Sicilia cotesta moda risalì il littorale peninsulare e nel 454 di Roma l’uso divenne quasi comune nel mondo all’Urbe soggetto. Nella età di quarant’anni Scipione Africano si fe’ radere tutti i giorni, e non fu persona distinta in Italia che in seguito non lo imitasse. In Pompei la industria dei tonsores fu dapprima in pien’aria finchè contarono tra i loro clienti i marinai e la plebe. Allorchè la comoda usanza venne adottata dalla grande maggioranza dei Quiriti, tornando indietro nobilitata, richiese eleganti botteghe e stanzucce appartate nei migliori quartieri della città; graziosi musaici e grandi specchi; camini portatiles, foculi, ignitabula, escharæ, cioè bracieri di varie forme per riscaldarvi i calamistri; piccoli rasoi, adatti allo scopo, detti novacula; larghe e brevi cesoie che addimandavansi axiciæ; e sottili mollette, nominate volsellæ. Avvegnachè, in quelle botteghe uno potesse barbam ponere, se volea farsi radere, o tondere forfice, se preferiva corti i capelli; o pillos vellere, se piacevasi di quella effeminata abitudine di farsi carpire i peli colle pinzette sul mento, sotto le ascelle e in altre parti della persona. Alcune schiave — ustriculæ — erano addette a cotesto ufficio. Altre dette — tonstrices — spargevano sul mento una specie di pomata che avea nome psilothrum o dropax; oppure lo imbrattavano con certa pasta veneta, o resina calda; che Giovenale chiama calidi fascia visci e quindi coi novacula, estratti dalla theca ricurva, mondavano la epidermide. I più delicati e schizzignosi si nettavano il corpo dai peli col farli bruciare dalla fiamma di un guscio di noce, e poi vi facean passar sopra la pietra pomice.

La tonstrina dinanzi la Palestra delle Terme, dipendente dalla casa di Olconio Prisco, aveva due botteghe sul margine della via dalle fontane di Pallade e dell’Abbondanza, e una stanza di retro. Era affollata. Vi erano giovani che avevano fatto arricciare i loro capelli coi ferri caldi e si miravano nello specchio per osservare se gli anelli fossero tutti eguali. Altri erano inter pectinem speculumque occupati. Altri uno digito caput scalpebant.

Un giovane che veniva dal Foro, si appressa al primo uscio e s’imbatte con un cinquantenne che ne esciva ringiovanito per la patina esterna. E scherzando gli dice:

— Dispeream! Philomuso, se potea riconoscerti. Ti aveva incontrato cigno stamane nella salutatio presso Pansa ed or ti ravviso corvo. Ah! Ah!... Credi tu d’ingannare Proserpina? La fuligginosa iddia ti strapperà la maschera. Cave!

— Seguo la moda che in Roma trionfa. Sembra che la canizie debba essere abolita. Ed io l’abolisco. — Ma, avviso per avviso, o Mathone. E tu non giuocare con Glaucia presso il gladio di suo marito tribuno. — Cave!

— E che ho io a temere?

— La pena degli adolescenti.

— Oh! Il taglio è vietato or dalle leggi.

— È forse permesso quel che tu fai?

— E anch’io un avviso, se lo consenti. Non appressare la face d’amore alla lucerna fumosa di Clancia, la vedova di dugento mariti. — Buschi nomèa di avaro e nol sei. —

— Rientro nella vita comune e seguo il tuo esempio. Vale. —

Philomuso andò via, e Mathone entrò nella tonstrina. Uno che si era fatto radere ed allora si faceva arricciare i capelli, ricurvo sotto l’azione del calamistro, dice:

— Salve, o amico. Che diceati la sciupata di quel buontempone?

— Vuoi parlare della sua amante, o Tongilio?

— No, della sua lingua che taglia e fende.

— Nugæ. Astonio lo ha ringiovanito che sembra un risorto. Mio padre il conobbe biondo. O perchè il festi nero, o Astonio miracoloso?

— È la tinta in favore per gli uomini. Per le donne il rosso ardente. Vedesti Levina di Bleso, per la festa delle Palilies, alle none di aprile? Per lo anniversario della fondazione di Roma essa adottò il nuovo colore. Durante il giuoco troiano — che il giovane Ascanio creò in Alba a ricordo della patria distrutta — i cavalieri che si avanzavano nel Foro in ordine di battaglia non miravano che a lei bellissima e, pel color dei capelli, innovata. Le donne ne ingelosirono e la imitarono. Nei teatri e nei templi omai non vedi che chiome ardenti. — Torneranno brune al cader della moda.

Vacerra — un ch’era nella bottega — già sbarbato e terso, si leva dal seggio ed aggiunge:

— Levina è una Venere mendace, e senza aiuti commette adulterio. —

Lucio Adirano sorge anch’egli e dice:

— Cotesto forse quando frequentava i bagni di Stabia e i paesani. Ma, Penelope a Baiæ nell’anno decorso, ti accerto che Elena ne esciva.

— E qual nume operava il prodigio? Per Ercole! Non parea pompeiana e civile.

— Il divo Apollo si piacque discendere nella tunica di Mario Venicio, e Cupido addoppiò lo splendore delle sue faci. Lo amico nostro passò lo inverno con lei in Neapolis. Ora sono qui, ed essa brucia alle vampe del suo cuore.

— Ita me bene ament numina excripta che ho dipinti nell’atrio della mia casa e che veggono le buone e le villane mie azioni! Davvero che men compiaccio e correggo il mio errore. — E il marito?

— Cosconio Classico strabo est, pætus et ocella. Con siffatti malanni negli occhi si veggono le paglie nelle altrui case e non le travi nella propria. E poi in gioventù ne die’ ad usura. Or glie ne rendono.

— Mathone, ecco Cneo Apro ch’esce dalla stanza. Se vuoi farti azzimare, entra. —

Il giovane seguì il consiglio del tonsor. La cameruccia era piccina, ma elegantissima. Sopra una tavola di legno nero e dorato nelle cornici erano capsule di vetro, bombyli, bilbini, paropsidi, unguentari, ambici e tazze piene di quelle paste, di quelle resine, di quelle pomate, di quelle polveri, atte a sbarbarsi, a tingersi il pelo, a far liscia la pelle e ad imbellettarla.

Una fanciulla ventenne — coperta da una tunica senza maniche che giungeva sino ai ginocchi e avente sul capo ricciuto un berretto frigio le cui alette scendeano bellamente sulle spalle e sul petto — lo attendeva sorridente e graziosa. Era una delle tonstrices.

Pria di sedersi il giovane — dopo averla attentamente mirata — le disse:

— Non di qui. — Giunta di fresco? — Quale il tuo nome?

— Mica vocor. — Siracusana. — Da due anni.

— Ben ti chiamarono pagliucola d’oro. Splendi come raggio di sole. Or fammi degno di colei per cui arde il mio sangue.

— Eccomi. — Ambidue sembrate.... la unione preziosa del cinnamo e del nardo. La felice miscela del massico col melo d’Egitto. Venere dispensa a te i suoi favori. Il tempo passi e.... e non si accorga di lei.

— La conosci?

— Mi è nota. Tutto si sa qui. — Poni i piedi sul suppedaneum. — La novacula ti par bene affilata?

— Risuona. Ma scorre sulla dermide a maraviglia.

— Ti vidi entrare un dì nella tonstrina di Glaphyro. E ne provai fugace dolore. E la notte successiva la passai vegliando.

— Perchè?

— Val meglio patire una operazione dal chirurgo Hemos che farsi radere da Glaphyro e dai suoi Poserio, Spicolo e Chœria. Pei cinici e per gli stoici, eh! sono adatti. Le facce stimmatizzate del paese non appartengono già a vecchi atleti, nè a mariti di donne gelose. No. Ma subirono sfregi dalla mano scellerata di Chœria. E Prometeo ridomanderebbe a Giove il becco dello avvoltoio se Glaphyro accennasse di carezzarlo coi suoi rasoi di bronzo.

— Veh! che or mi dirai che le capre serbano il fiocco di peli per tema di lui... o di lei! — Gelosia di mestiere!

— Ti accerto che Baccara — or mia compagna — lasciò la bottega, sulla via di Mercurio, per l’orrore del sangue. — Io temeva per te una soppiatta vendetta!

— Di lui?

— Di lui.... e di Nata. Ti ripeto, noi sappiam tutto qui. —

Il giovane si volse e la guardò fiso. La fanciulla siracusana sostenne lo sguardo.

— Parli tu cogli aruspici? Nata, di Cornelio Rufo, è bella sì, di vivaci occhi, di portamento leggiadro, di lusinghiero accento: ma è donna di marmo. A contatto, la crederesti assente. Io l’amai da forsennato.... E l’amo ancora.... Non essa me.

— Ti amo di vertigine per mesi. Alcune teorie del dovere le calmarono il cuore. Ti ama pur di memoria e di gelosia per sè, non per te. Capricciosa donna!... Tortura, non tortore!...

— Ma come tu sai sì recondite cose?

— I miei, di Egitto in Corinto e di là a Syracosion. Leggo nelle stelle e negli occhi — altre stelle che rifrangono il lume dentro e dicono alla nostra gente ascosi arcani. Ne vuoi esempio?... A Glaucia piace il tuo nome e il trionfo sulla tua fresca età. È leggiadra, nol nego. Ma.... piacevolmente si vendica in te del brutto tribuno, il quale è sì magro che par minacci rientrare un dì o l’altro per sempre d’onde la prima volta escì fuori. —

La mano di Mica era tremante. La voce tremava. Lucio Mathone respirò nel vederla posar la novacula. Si asciugò la faccia, sedette di nuovo per farsi ungere i ricciuti capelli e soggiunse:

— Calmati, o soave. Non temerò vendette di ferro, poichè a te mi affido. Tu sarai la mia tonstrice per sempre.

— Sì.... Ma abbandona Glaucia, che non ti merita, al suo diafano marito. Lascia pure a Cornelio Rufo, ancilloriolus, le vendette tue sulla fredda e calcolatrice Nata. Un altro cuore si appoggi su quello di Lucio, e la dea pompeiana gli sarà propizia. —

Mathone si levò, prese colle due mani la testa della fanciulla siracusana e le baciò gli occhi ripetutamente. Erano umidi e luccicavano come pianeti. Mica lo abbracciò con ardore e dentro era convulsa. Si separarono colla promessa di rivedersi la sera. E, ribaciandosi anche una volta, dissero in coro quella parola spensierata ch’è sulle labbra di tutti, sì breve, sì fuggevole, sì mal fida:

— Sempre. —

Allorchè Lucio rientrò nelle sale verdi, dove poc’anzi avea lasciato i suoi amici, questi non v’erano più. Altri gli avevano surrogati. Quinzio Volcano e Postumio Afra lo salutarono tra l’onda fumosa che i caldi calamistri sprigionavano dai loro capelli. Ateio Capito a lui mestamente sorrise. Misizio Cotilo e Claudio Pudente narravano aneddoti di famiglie che eccitavano le risa della briosa brigata. Antonio Saturnino diceva i pregi di due bei cavalli africani che avea comperato, i quali anteponeva alla coppia di schiavi sicambri, di recente acquistati da Capito nel mercato di Herculanum nella occasione del Regifugium, alle none di febbraio, per cui si solennizzavano nei grandi centri del vasto impero la cacciata dei Tarquini e lo affrancamento del popolo romano. Fabullo Nucerio vantava la bellezza e le grazie di Phlogis e di Chione, tonstrici della bottega della via Jovia di Antioco. Astonio con molto rispetto celebrò le sue Mica, Marmerion e Nicidion, abilissime nel mestiere e di gentile aspetto. Nell’atto si udì uno strepito nella via che troncò ogni discorso. Nella Palestra di contro discus crepuebat. Era il segno che le botteghe dovevano chiudersi, e le terme si aprivano al popolo. I lavori della giornata erano finiti.

I giovani pagarono Astonio delle sue eleganti fatiche e partirono. Alcuni entrarono nel pubblico edificio, ove la folla già conveniva. Ateio Capito, accompagnato dal bellissimo Lucio, andò per la via delle fontane di Pallade e dell’Abbondanza verso il Foro, dove si separarono. E Mathone piegò a manca e l’altro a diritta per reddire nelle loro case. L’ultimo avea la morte nel cuore. E appena solo, mormorò dolorosamente:

— Il più giovane dei miei giovani affetti, la fresca alba del mio mattino, il lume che schiarava la mia fantasia è partito.... ritorna nell’Urbe. Essa qui resta amaro e pur delizioso ricordo — un idilio che ancor commuove il cuore. Ne cerco macchinalmente la mano colla mia e la ritraggo a me vuota. Fui lo schiavo di molte maghe. Ma l’ultima.... Aveva fatto di questo asilo un Eliso.... Oh! le splendide illusioni! fugate come le foglie secche del bosco! —

Queste parole, a se stesso, in una stanza buia e riccamente addobbata della casa ch’è di contro alle Terme presso il Foro e proprio innanzi allo ingresso praticato dalle donne.

Era disteso sur un lettuccio, prostrato, avvilito. Sentiva nel profondo il fremito dei pensieri alati che corrono ardenti, che volano verso quelli che si amano e che poi tornano monchi, desolati e soli. Era passato a traverso di tutte le gioie, di tutti i disgusti, di tutti i disinganni, di tutte le tristezze, di tutti i peccati del mondo. Il mistero aveva gittato ogni velo alla sua presenza. L’anima era giù nello abisso. Molti nel suo caso in Roma si segavano le vene, o si facevano uccidere da un liberto. Levossi, scoppiettò colle dita, uscì dal cubicolo, e s’avviò verso il triclinio, ove bene spesso aveva fatto gioiosi mangiari. Due giovanetti biondi e cincinnati, i più belli che fossero in Pompei, Belder e Hado, vestiti succintamente di un tessuto di lino egizio, apportarono entro ricco paniere frutti gustosi — pane e idromele — un’anfora di vino di Chio ed un vaso di argento d’onde esciva il vapore della acqua bollente. Due piccole tazze dorate erano sul desco. In una mescevasi il merum vetus e nell’altra più larga e profonda l’acqua che riscaldasse il vino. Archigenes, giovane medico in voga, prescriveva — giusta il dettato di Heraclide di Tarentum — e raccomandava l’uso del vino caldo mangiando i fichi.

Ateio Capito si trovò solo su quei cuscini, premuti altra volta da figure animate e graziose. Un raggio di sole pallido e tristo guizzando tra le foglie degli aranci e tra i cespi di rose dello xysto, entrava sul limitare della stanza e rischiarava pareti abbellite da squisite pitture. — Leda che presenta a Tindaro i suoi figli Castore, Polluce ed Elena in un nido — Amore che si lagna colla madre del disprezzo di Diana — Teseo che abbandona Arianna. — Mangiò e bevve sbadatamente. Ombre invisibili lo circondavano e seguivano i suoi movimenti distratti coi loro lunghi sguardi.

Si ritolse di quivi smanioso. Offerse frutti ai penati nella edicola in fondo al giardino e andò a ricacciarsi sul letto. Avea le vertigini. Nulla amava in tal momento...... neppure la donna — malgrado che sì seducente fosse e che avesse voluto di proprio moto partire — Nikopolis, la bella greca, aveva trastullato la sua mente — vi aveva lasciato un vuoto — ma non si era impadronita del suo cuore.

Hado leva la tenda spessa di panno e con accento gutturale sicambro pronuncia:

— Padrone, una giovane donna manda a te questa epistola. —

Ateio ruppe il filo che legava il rotolato papiro, staccò il nodo col suggello di cera; e lesse:

«Chrysis A. Capito suo.

«So le tue cure. Verrò. Deos obsecro ut te conservent.»

Nella corsa state erasi imbattuto in Baiæ con una etera sedicenne, di una rara bellezza. — Bruna. — I capelli come ala di corvo coi riflessi turchini. — Ciglia nere e lunghe. — Naso profilato e formante una linea retta dalla fronte alla base — Ovale divino. — Sorrideva come altre mai. — E parlava coi suoi labruzzi di corallo con una volubilità, con una grazia da incanto. — Nè grande, nè piccola. — Un bello ideale di donna, di quell’essere incompreso ed incomprensibile; Angiolo decaduto, sulla cui fronte sembra che Iddio lasciasse piovere un raggio della sua divinità, e il cui sangue conserva sempre i ricordi dell’Eden perduto insieme col fomite dell’antica smania curiosa. Nata ai piedi di un vulcano, ne aveva le furie, il calore, la bellezza e il mistero. Da essa potevasi attendere tutto. Gioie di paradiso, annegazione completa, disperazione da dannato.

— Venere me la manda, e pare la faccia prendere dal malizioso suo figlio. Chrysis è oro che si vende per oro. E Nikopolis cosa era? Lo ardore dei sensi velato da un ingenuo civettismo che pur valea aurei nummi. La bastarna che la porta nell’Urbe non soffra nè la pioggia nè il vento; e le mule che la trascinano non la ribaltino per via. Rifabbricando sui ruderi i ricordi estivi, ricompongo i miei giorni felici. — Sì, suavissima mea, vieni e ti amerò. —

Levossi di letto, stirò le braccia, sbadigliò e riprese;

— Sciocco che io era. Stava soffiando una burrasca in un simpulo. Tutte eguali! Diverse soltanto dalla voce e dello incarnato! Essa verrà, e colle dita di rosa raggiusterà il mio rotto cuore e lo renderà sensitivo e profumato. Stravaganza insensata l’ostinarsi negli affetti sentiti e di altri tempi! I miei padri colla virtù della mente e delle braccia conquistarono il mondo. Quirino lo disse, e noi cel godiamo. È il diritto degli eredi. L’uomo antico è spogliato. La pellicola vetere cadde; e chi la conserva, la infradicia nella carcere Mamertina o soffre la grande o la piccola diminuzione del capo — la morte — o l’esilio. — Venga Chrysis e sdimenticherò la noia e quel ridicolo rammarico per l’assenza dell’Ateniese, pessima cicuta che già scorreva col sangue nelle mie vene. Farei vergogna al mio nome e al gentil seme latino che regge l’orbe a capo della nostra possente repubblica. —

Gli attenti lettori di questi miei studi di risurrezione non taccino di anacronismo le ultime parole di Ateio Capito. Quel degradato Quirite visse e morì credendosi repubblicano. Non dobbiamo attribuire agli antichi le distinzioni delle nostre parti politiche. È lo stesso sproposito dello scultore che pose la lorica, il sagum militare, la solea coi vincula che legavano i sandali sulle gambe di Scipione l’Africano alle statue equestri dei due Ferdinandi della casa Borbone, e la toga pura colla tunica a quella in piedi di Leopoldo di Lorena. Nel mondo romano non potevasi fare una distinzione tra repubblica e monarchia, perchè l’una era la forma dell’altra. Quando Giulio Cesare ammodernò il reggimento, dicendo che era necessario tranquillizzare i cittadini col moderare la pubblica cosa e porre un freno alla licenza e alla dissennatezza omai generale, le istituzioni rimasero, e nulla fu cangio. Il potere era stato spesso nelle mani di un solo. E i troppi avevano plaudito alla dittatura. Sì, che sursero sentenze a suo pro. — Nulla regni societas. — Insociabile est regnum. — Nulla fides regni sociis. — E allorchè succedaneamente un solo governò lo impero della repubblica, nessuno si die’ a lamentarlo perchè pareva acconcio che un sì vasto dominio avesse ad essere retto da un solo capo. Tacito — il giustissimo e severo giudice delle peccata dei suoi tempi — apre il libro quarto dei suoi annali con queste parole: Caio Asinio, Caio Antistio Coss. nonus Tiberio annus erat compositæ Reipublicæ florentis domus — cioè — Sendo Consoli Caio Asinio e Caio Antistio, volgea per Tiberio il nono anno di racchetata repubblica e di fiorente famiglia. —

Al tempo di cui narro gli avvenimenti in Pompei nessuno pensava a rovesciare la forma del governo. Ma tutti avrebbero amato di non trepidare sulla cara vita e sulle acquisite fortune. Trasea, Tacito, Persio, i fieri patrizi, i filosofi malcontenti aveano lamentato i vecchi costumi di Roma e gli antichi usi politici non incompatibili collo impero. Chiedevano che il principe non nominasse i senatori, nè li radesse a capriccio od a seconda della mala sua voglia. Nè salisse i liberti ai primi gradi del governo. Laonde i virtuosi e i pochi onesti non alla Repubblica erano devoti, ma alla cosa pubblica.

— Odo rumore di voce. È dessa. Viene. —

Ed Ateio non s’ingannava. Trasse a sè la cortina e Chrysis gli apparve dinanzi come una visione mattinale.

— Eccomi a te, dulcissime animæ meæ. —

E gli cadde tra le braccia. L’altro la baciò sul viso e colle due mani quasi la cinse. Era un’ape; e infantile, sorridente e appassionata nell’atto stesso. L’uomo ebbe baci di ricambio e sentì un filtro soave penetrare lentamente per tutte le parti del suo essere. Era così noiato poc’anzi. Allora, qual cambiamento!

— Sono venuta a guarirti. Ti porto un miracoloso amore sul quale, o ingrato, non sapevi contare. Eppure io so che soffiavi nei lunghi flauti, affannandoti per una donna il cui cuore paga i devoti alle calende della sua patria. Credilo. Ti ostinavi a porre il basto sulla schiena di un bove.

— E chi è colui che vestì la toga prætexta per le funzioni di edile senza aver bisogno dei miei suffragi?

— Epidico Rufo, il tuo amico a teneris annis.

— Può crepar gli occhi alla cornacchia, poichè ha lo sguardo che va sì lontano. Ciò che v’ha di vero è cotesto. Io ti amo, o Chrysis. E ti dovrò le grazie maggiori se per qualche giorni — per quanto tempo ti parrà — mi farai qui menare la vita che vivevamo in Baiæ, quella vita che lascia corredo di sogni per la età a venire. Prometti?

— Lo giuro per la gentile patrona della nostra Colonia.

— Mira! Tu se’ giunta in tempo. Il sole cade. Farò venire Epidico e Cæsonio. Con essi le amanti loro. Va nello xysto ad intesserti la corona di rose. Poi ceneremo lietamente e lungamente. Thespio, il tricliniarcha, ti aprirà i cubicoli qui, o sopra e sceglierai. Se temi i tremuoti, meglio stare a terreno. Comunque tu opini, io sarò presso di te. E morire tra le tue braccia, o Chrysis, è un desiarsi in grembo a Venere celeste. —

La fanciulla di Neapolis non era una vestale. Nè per quella vita claustrata avea vocazioni. Le frasi di amore l’erano ben familiari. Ma dette così — e da lui — le fecero uno strano effetto. Grosse lacrime le velarono le pupille. Impallidì. Masticò per qualche istanti il proprio silenzio. Gli prese la testa fra le mani. Vi pigiò su le labbra convulse e andò via. Quelle lacrime, quel pallore, quel bacio valevano bene un lungo discorso.

Ateio si lavò; si profumò; vestì la synthesis che Nerone fece adottare col proprio esempio; la strinse ai fianchi col cingulum di seta, le cui estremità pendenti servivano di crumena da riporvi il danaro; vi appese il sudarium; pose ai piedi le phæcasiæ, specie di calzatura posta in moda recente dai Greci; adattò al collo una catenula composta di anelli d’oro; ed aperta la dactylotheca, trasse da quello astuccio alcuni cerchi di diamanti, di rubino e di sardonica che aggiunse al symbolus che serviva di sicurtà ai suoi contratti. E così andò incontro agli amici nel peristilio e di là al luogo della festevole comissatio.

Cotesto scioperato era assai giovane. Ventitrè anni. E velava di esagerato scetticismo l’albospino fiorito della età sua per dinotare come le illusioni le avesse cacciate lontano. Schiavo del piacere, credeva in esso il solo sovrano possibile, mai esautorato, della umana stirpe. Talvolta, in mezzo alle orgie — donde nascea la follia, lo epigramma, il cozzo dei bicchieri e il tumultuar delle voci — s’isolava in un capriccio, si racchiudeva in un sogno, volava ad un pensiero che lo togliea dalla crapula ove gli altri si degradavano. E ciò lo rendea caro alla fanciulla napolitana la quale lo avrebbe voluto sempre così. Allora si sentivano di una carne, di uno spirito solo; e le delicatezze più sacre erano quelle che si ricambiavano. In quella sera egli le prese furtivamente la mano e la baciò con un rispetto che lo rendeva felice.

Tra i fumi del vino che invadevano i cervelli e gli scabrosi parlari, Ateio si curvò verso l’orecchio di Chrysis e le disse sommessamente:

— Sai comprendermi tu? Io ti amo di tutta l’anima mia.... come se non avessi amato giammai.... come non pensai fin qui che avrei amato alcuna donna nella vita.

— Oh! non parlarmi così, luce di sole...... Da qualche tempo ti guardo e non mi sembri più umano.

— E che rispondi a questo grido del cuore?

— Mi abbia Venere irata se la passione m’inganna... Ma io perdutamente ti riamo.

— Che io viva, o ch’io muoia, io rivaleggio coi numi. —

La bella fanciulla aveva avuto il suo amante improvvisato in Baiæ, offertole dal capriccio dei passi. E pur d’improvviso la era apparsa ad Ateio quando men l’attendeva. Abitavano ambidue la contrada poco acconcia al viver casto e pudico. Avevano appartenuto al capriccio, di cui il nome ed il viso potevano cambiarsi, ma le esigenze sì per lei, come per lui non cambiavano mai. Amarezze sdegnose, inique collere, sterili gelosie i miei padri non le conobbero. Rispettavano il passato come sacro mistero. Ora lo affetto bollente erasi fatto sangue impetuoso e carne trionfante. — I beoni vedevano triplo. Le donne avevano il volto acceso e stralunato. — E nessuno di essi notò quando il pater convivii e la sua amante si levarono dal textile stragulum per andar via. Essi corsero a celarsi nello Eliso della voluttà e dello amore.

La luna risplende in Pompei come non vidi mai altrove. Sembra ch’essa corra amorosa per ogni via in cerca del bello Endimione, di cui tanti i dipinti sulle pareti degli atrii e dei cubicoli. In quella sera navigava per l’aere azzurro nella sua pienezza.

Belder era appoggiato al muro sul margine della strada. Pensava alle sue verdi lande popolate di buoi. Alla indipendenza della sua razza indomabile. Alla obbrobriosa sua schiavitù. Egli, libero già come l’usignuolo delle sue native foreste, ora abbandonato dai suoi rapitori poichè il vendettero, disperava di più rivedere i ruvidi altari, le funebri collinette di sabbia sotto le quali posavano calcinate dal fuoco le ossa dei padri e i ripari di terra dietro cui si erano trincerati i Kanine-faten per difendere dalla ingorda prepotenza dei Romani i nati del proprio sangue e le pelli — letto, veste, coperta, difesa, lusso della loro esordiente civiltà.... E sospirava!

Alto e ben fatto della persona, ventenne, biondi capelli inanellati gli cadeano sulle spalle — poichè era acersecomes, cioè, intonso — e una leggera lanuggine gli adombrava il labbro ed il mento. Aveva uno di quegli ingenui sorrisi che sembrano tutto comprendere; e tale era lo sguardo racchiuso nella sua glauca pupilla, a ricordare i disegni capricciosi delle torbe accese nella capanna ov’era nato, in cui da bambino pareagli notare i gigli dei laghi, i cespi fioriti delle eriche e i gruppi dei pini agitati dal vento e guizzanti come onde oscure di fumo nella spessa ed umida atmosfera.

Un gruppo di giovanette escì parlando e gesticolando e ridendo dalla porta delle Terme. Erano le liberte e le schiave di C. Cuspio Pansa che rientravano dopo il bagno dirimpetto, nella casa vicina. Una delle fanciulle vide più in giù a diritta il sicambro. La luna lo illuminava tutto. E con una grazia quasi infantile, che le parole non sanno dipingere, corse a lui ed aperto gli disse:

— Da che ti vidi mi sembrasti Adone. E quando ricordo il bacio che in Milo la madre mi dava al destarmi, desidero ardentemente che tu mel dia in questa terra straniera. Vuoi tu riscaldarmi l’anima con tanto bene? Senti tu gli affetti siccome noi li sentiamo? —

Il giovane distese la sinistra sul capo di lei, le volse la faccia verso la luna ed aggiunse:

— Sei bella, quantunque le Nornen — le sorelle del Fato — ti abbiano abbronzato la pelle ed acceso il fuoco negli occhi. Wodan — il terribile iddio — bacia le stelle negli spazi del cielo. Io bacerò la tua bocca. Ma io non amo mettere da parte l’anima mia nelle felicità dei miei sensi. —

Phanisco gli fissò gli occhi addosso con una espressione di soave languore. Lo sguardo fiero e più la parola austera del selvaggio figliuolo dei boschi la penetrarono.

— Qui, nei nostri cuori una comunione eterna di gioie, di pensieri, di pene. Vuoi tu amarmi? Puoi tu cementare la unione divina di due cose immortali che si confondono? —

— Dammi la mano — Freya ti spinse ver me per alleviar le mie pene... Quando avrai bisogno di un uomo che si faccia uccidere per salvarti, non correre lungi, io sarò qui. —

La donna, nervosa e passionata, debole e pure dominatrice, si slanciò nelle sue braccia senza rispondere. Trionfava dell’uomo che da parecchi mesi spesso incontrava e subito amò. Era il papiro su cui voleva scrivere la pagina gentile della sua vita. L’avarizia non potette mai appressare le labbra livide sulla sua fronte. Nè i doni, nè i rigori di Pansa valsero a vincere l’ostinato rifiuto. Le sensazioni deliziose che ora provava erano la sua ricompensa.

Fra i due giovani nati in sì diverse contrade — l’una bagnata dalle nebbie, l’altra calcinata dal sole — che forse incontrandosi per la prima volta si erano ritrovati — seguì per qualche tempo un dialogo che chi legge ricorderà senza che io il dica. Nel separarsi si promisero un più discreto ritrovo. Diana è patrona agli amanti circospetti e pudichi. Ma, se inverecondi, gli svela.

— Oh! l’oro fluttuante sul capo tuo! Quante volte sognai di carezzarlo colle mie mani!

— Geif my een zun. Faruel. —

Phanisco gli accordò di gran cuore il bacio che l’atto delle labbra protese — e non la frase sicambra — le parve volesse significare e andò via. Ambedue, rientrati nelle dimore dei loro padroni, si coricarono sui velli di montone che servivano loro di letto. Non una parola, non un sospiro, per tema che l’ospite divino, penetrato nel cuore, offeso da distrazioni, fuggisse.

Cneo Vibio aveva voluto disporre e rinnovare lo aspetto interno della casa pel ricevimento della sua sperata. I migliori pittori vennero a decorarla coi loro pennelli. Ordinò vasi fittili in Nola. I bronzi, nel paese. I trapezoidi e le statue di marmo, in Herculanum.

Si lavorava. Gli artisti davano l’ultima mano alle pitture. Gli schiavi avevano lustrato col piombo i pavimenti. I fonditori consegnavano i candelabri; il letto nuziale e le sellæ jugatæ, con quel meandro che noi chiamiamo greco e i Romani dicevano lacunar ed i Greci φάτνωμα, da φάτνη, alveolo, specie d’intarsia di argento sopra una fascia di rame sul bronzo; le lampade; gli arnesi molteplici al servizio delle imbandigioni e dei delicati mangiari. Nel tablino — il cui piano era di mosaico bianco inquadrato da un filetto nero; e le pareti, dipinte da Alectryon, rappresentavano le muse Talia, Euterpe e Melpomene, gruppi di baccanti e di fauni, Ganimede rapito dall’aquila di Giove, la collera di Achille, Ulisse che con una gherminella gli rivela i maschi istinti, e il mendicante re d’Ithaca che chiede soccorso ad Eumeo — erano stati deposti sui banchi e sul mosaico i vasi, le tazze di vetro egizio scolpito, una statua di bronzo ed una di marmo.

L’uscio di strada era aperto. Uomini eleganti, o svagati che occupavano il loro tempo nel girandolare, nel domandare e nel ricambiarsi le novellucce del giorno, nel ber fresco o condito in ogni termopolio, nel rilevare i vizi e le ridicolaggini dei particolari — tutte cose nate dalla attività dello spirito e dalla oziosaggine della vita — scorgono colà dentro il padrone della casa ed entrano, siccom’erano già entrati in ogni bottega di profumiere e di orificeria per far compre per sè o per le loro amanti.

Alleio Nigidio fu il primo a salutare e a stringer la mano allo edile ch’era loro venuto incontro nel prothyrum.

— I tuoi dioscuri sono bellissimi, o Vibio. Chi gli ha dipinti?

— Poseidonio.... — Ehi!... vien qua per udir la critica sul tuo lavoro. — Mi pare però ch’egli abbia reso questo ingresso uno dei più splendidi di Pompei. —

Il pittore che stava dando gli ultimi tocchi nell’atrio ad una Venere celeste coronata, vestita di azzurro con stelle d’oro e appoggiantesi sur un timone di nave, presso il quale Amore è in piedi sur un piedistallo, si fece innanzi sorridente e sicuro. Aveva un berretto frigio sul capo. Una tunica rossa sulla persona. La fronte alta. La barba grigia. Il naso breve e ammassato. Gli occhi rotondi, scrutatori, memori, pieni d’immagini e di scoperte ingegnose. Quella sua figura parlante affascinò i curiosi in sull’uscio.

— Ho seguito la tradizione di Apollodoro. Polluce, immortale, figliuolo di Giove. Castore, generato la notte di poi da Pindaro, mortale. Il consorzio di un novilunio, pria di vedere la luce, teneramente gli affratellò. E quando il geloso Ida rese vedova la rapita Ilaira, e quei solenni domatori di cavalli divennero costellazioni....

— Tu credesti acconcia cosa il ritrarre i due nati di Leda allo ingresso della casa del nostro edile, come curatori e patroni delle sue prossime felicità. Bene facesti nel presentarli in atto di camminar lentamente, reggendo ciascuno pel freno il cavallo. — Nobile e divina movenza! —

Così Giunio Semplice. Ma a Milio Maio non piaceva che i due affettuosissimi procedessero sulle opposte pareti a rovescio. Simiglianti di volto, di persona, di arnesi, d’intendimenti, avrebber dovuto, secondo lui, camminar di concerto. Laonde, il pittore a lui replicò:

— Siccome Giove permise che l’un rinascesse ogni semestre per consolare il gemello immortale, così l’una stella sorge e l’altra tramonta; ed io diedi all’uno la direzione opposta dell’altro.

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