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Pompei

IL CATACLISMA. SCENE DEL NOVISSIMO GIORNO.

Reading edition

Anni di Roma 832 — Anni del Cristo 79.

AL VECCHIO VESVIUS.

X.

La vasta pianura che da Cuma e da Capua — le antiche e grandi città della Campania — distendendosi verso levante, abbraccia e circonda il cratere partenopeo, era il loco ove i Greci, venuti dalla Macedonia e dalla Tessaglia, credettero che, come nelle loro contrade, anche quivi i giganti avessero combattuta la fiera battaglia contro gli Dei. E quei campi dissero Flegrei, da φλὲγω — ardo — per le tracce dello zolfo e delle lave sparse su quel terreno. Gli è certo che Ercole, visitando il bel paese sorriso da tutti i numi celesti e vedendolo corso e devastato da uomini di fiero e selvaggio costume, avrà voluto purgarnelo per incivilirlo. E l’atto benemerito per le genti salve, e la fondazione di una città che tolse il nome da lui, e le altre opere verso il mare aperto intorno il lago d’Averno, coronarono di una poesia maravigliosa il vincente semideo, i mostri vinti da lui ed i campi, teatro delle sue gesta. Su di essi elevavasi un monte isolato dai tempi primordiali. Era cinto di fertili campagne, e verdeggiava da lungi per le erbe e per gli alberi, tranne in sul culmine che sembrava coperto di cenere, di sassi fuliginosi ed arsi dal fuoco. Malagevole era lo ascendervi. Una e difficile l’angusta strada su quelle scorie tra rupi, caverne e punte aguzze sporgenti al di fuori. Nel 682 di Roma Spartaco, dopo aver fatto un carnaio nello Anfiteatro di Capua, riparava su quelle balze con sessantaquattro dei suoi compagni nella rivolta. Ma seguito d’appresso e accerchiato da Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, pensò di tessere corde coi tralci delle viti salvatiche di lambrusco, le legò forte alle rocce e se ne servì di scala per discendere coi suoi sino alla pianura. Il pretore che lo aveva fatto rinculare in uno spazio ristretto, di una sola escita, di cui i suoi soldati tenevano la chiave, non credette ai suoi occhi quando quell’audacissimo lo assalì con tanto vigore da disfare il grosso delle sue ordinanze e porre in iscompiglio il campo.

Tale era il Vesvio nel primo anno del regno di Tito imperatore, allorchè — come scrisse Stazio — piacque al sommo Giove strappare dal profondo le sue viscere, sollevarle sino al cielo e scaraventarle lontano sur alcune sventurate città.

Era il nono giorno delle calende di decembre — 23 novembre dell’anno 79 di nostra êra.

Il canto dei galli annunciava l’aurora. I molossi abbaiavano nello udire lo strèpito de’ passi sui margini delle vie. I salutatori, i chiedoni, i saccari, i rivenduglioli ambulanti, i mercanti delle botteghe, i viaggiatori che partono, i littori, gli schiavi animano il selciato. I gladiatori escono con reti e panieri dal loro quartiere e, accompagnati dal lanista C. Aelio Astragalo, vanno a far provvista di viveri per la famiglia. Tutti gli artigiani sono in moto verso il loro destino. E in breve ora, quale mura ed intonaca le pareti già apparecchiate dal cemento sparso a striscie come spini di pesce, quale sfilza una per una le tavole dallo incavo longitudinale della soglia di pietra della bottega e le pone in un canto perchè non lo imbarazzino nelle trattazioni degli affari, quale apre il suo thermopolium e canta o getta briosi frizzi ed inviti a chi passa. — Il venditore di pani e di piccole focacce, dopo avere attelato la sua merce a spicchi una sull’altra; e, spiegando i panieri sull’oculiferium, mostrando il pollen del suo fior di farina; gli speustici, stiacciate cotte sotto le ceneri; gli ortolagani composti col vino, col pepe, col latte e coll’olio; gli ostrearii, che si mangiavano coll’ostriche, e i pani disegnati a quadrelli, conditi di anici, di cacio e di grasso, grida — esagerandoli — i meriti dei suoi prodotti. — Il carraio espone sulla porta il cisium che costruisce e la traha senza ruote che mena su e giù nel selciato dinanzi il villico che la contratta, mentre i suoi operai lavorano attorno ad un birotum per ultimarlo. Parecchie carriuole — dette unarota — sono ammonticchiate nel fondo. — I fullones, cioè, i lavandai e gli smacchiatori, spandono le loro umide stoffe sulla via a certi bastoni sostenuti da travicelli sporgenti sul muro; e così, nell’atto che richiamano l’attenzione di chi passa sulla loro industria, usano di uno spazio che pure al pubblico è riserbato. Gli edili avevano un bel difendere la libertà delle strade, dei trivi e dei portici con piccole e gravi ammende a quel popolo accaparratore di ogni spazio che il proprio non fosse. Lo interno della bottega o della casa pareva uggioso ad ognuno. Tutti erano lieti quando potevano starsene al lavoro sull’uscio, sul margine, alla luce. La parola via publica veniva interpretata alla lettera. E purchè lo ingombro dei due margini lasciasse libero sulla strada l’adito ad un carro, nessuno potea venir condannato per offesa alla legge. E ove non fossero cadute gocciole di acqua dalle preteste, dalle toghe e dalle vesti donnesche, certo quella mostra variopinta abbelliva la doppia via di Mercurio e la parallela al di dietro, dove i fulloni avevano il loro laboratorio. Era quella la meglio importante tra le industrie pompeiane. Nel 354 i due consoli C. Flaminio e L. Æmilio, reggendo un popolo che vestiva di lana e dormiva ignudo tra coperte di lana, avevano decretato il modo di trattare e di tergere quelle stoffe. E prescrissero, si laverebbero i panni con terra di Sardinia disciolta; indi si affumigherebbero collo zolfo, e poi si purgherebbero con terra cimolia di buon colore. Avvegnachè questa ravvivasse le tinte sbiadite dallo zolfo. E per le vesti bianche, dopo inzolfate, dissero convenevole la terra chiamata sasso, la quale però era dannosa alle colorite.

I magistrati — i quali, creati dal popolo per occuparsi dei suoi affari, rientravano in casa al cadere del sole, allorchè i pubblici lavori cessavano — preceduti dai littori vanno gravemente ai loro uffici. Alcuni uomini — vestiti di una tunica stretta senza maniche, di colore oscuro, detta exomis, o diphthera, col cucullus per coprire il capo in caso di pioggia e continovare il lavoro — procedono dal vico storto in una strada a perpendicolo su quella che mena alla porta di Stabia. Avevano sulla spalla una lunga e stretta lamina di acciaio, senza denti, terminato con due manichi di legno. E nella mano un sacchetto di sabbia di Etiopia. Erano segatori di marmo che andavano a ridurre in lastre per impiallacciature e per pavimenti le tavole di serpentino, di fior di persico, di alabastro egizio, e di verde antico che attendevano l’opera loro nella prossima casa. Ed altra gente dalle sembianze pallide e triste che or si fermano presso i ragionatori, or guardano dalla parte opposta ove l’orecchio tendeva, si veggono in sui canti, per entro i templi, nel Foro. Erano le spie di Roma, adoperate la prima volta da Cicerone ai tempi catilinari; mantenute da Cesare; moltiplicate da Tiberio, da Nerone e dai pessimi che vennero poi, a tutela delle imperiali paure. Razza perversa che disponeva della vita e delle sostanze dei cittadini e viveva lautamente a carico degli alti e dei bassi timori. Sulle mani, invece dei chiodi portavano anelli da cavaliere; e sul collo in luogo del nodo scorsoio splendeva il medaglione di onore.

Il cielo era nuvoloso e fosco. E quantunque albeggiasse appena, il calore era eccessivo e l’aria grave e affannosa.

Una donna viene da un vicolo per attinger acqua alla fontana del quatrivio dell’Aquila che ghermisce una lepre. Vi trova un suo conoscente che beve al cannello.

— Abbi lontano dal capo la collera di Bacco, o Venerio. I meditrinalia — le feste del vin nuovo come rimedio utile alla salute — corrono dal primo allo undecimo delle calende di ottobre. Non lo rammenti?... Il bianco di Surrentum è confortevole a venticinque anni. Cotesto novellino del Sarno ti guasterà lo stomaco.

— L’ho bello e guasto, o Tataia, dal molto berne e dal gran sudare che fo. Mira! Abbiamo il fuoco nell’aria. Mai il calore di questo anno. E le fontane gocciolano, non fluiscono. Gli ænopoles mi brinerebbero i lucri.

— Davvero! Eppure da due lune cadono frequenti e copiose pioggie. Che il fiume siasi prosciugato alla foce? —

Una donna, che avea la taverna vinaria dietro la fontana, si approssima a quei due ed aggiunge:

— Quasi. Cominciò a mancare da tre dì. Ed ora vien giù a centellini. E siccome un beone di vin cotto alla mirra mi accusò di aver aperto nel mio cuore uno spaccio di bibite calde, io mandai alla fontana più in su per averne acqua fresca; e dopo lungo attendere n’ebbi. Ma la fu attinta dalla pubblica cisterna, colà presso, dove due littori vegliano dì e notte per la custodia e la distribuzione di quell’acqua piovana.

— L’anno del terremoto — se tel rammenti, o Fortunata — avvenne pure così. Le acque diminuirono. —

Il seplasiarius, che aveva la sua farmacia poco discosto, viene anch’egli a verificare il misero stato della fontana. E Fortunata a lui:

— L’arte della Seplasia che dà credito alle erbe amarissime e alle pillole disgustose, trae anche Flavio Fimbria alle manchevoli linfe. O, che il tuo pozzo è turato?

— Peggio. Dapprima diminuì la sorgente. E la rimasta ha un sensibile grado di calore ed un gusto acidulo e disgustoso al palato. — Che! Non ve n’ha più costì? —

Tataia gli addita il cannello di ferro che sgocciola a mala pena, e s’incammina ver la pubblica cisterna. Quivi era un pettegolezzo, un accapigliarsi, un bere a furia, tumulto che i littori acquetavano a dura prova. Ognuno il primo a gittare giù il secchio. E le donne le peggio ardite e linguacciute.

— Sii formosa, decens, dives, fecunda, o Pannikide. Concedimi il tuo posto. Se tardo — e sono qui da un’ora — la mia crudele padrona mi farà dare dieci vergate sulle spalle.

— Esto beata, Heracla. Ma le busse che ti risparmio, le busco per me; Lisistrata di Neptunale è una gorgona.

— Fuori la intrusa. Io vengo poi. O bel littore, fa rispettare la tua autorità e il mio diritto.

— Vedi chi parla di dritto! Januaria, di padre incerto e che ha securo amante nella casa dov’abita.

— Frena quella linguaccia di serpe. O mi forzerai, Melitta, a darti lo aggettivo che i tuoi casti ardori nelle popinæ ti meritarono, quello di lurida pellax — .... e anche peggio, di porna.

— Che ho a rispondere ad una donna cujus ne spiritus purus est? —

Allora Ianuaria più infuria e con voce maggiore e con gesti vibrati si slancia verso uno dei littori che per calmare quel tafferuglio, distendeva la mano onde separare le due litigiose e quelli che già prendevano partito.

— Ah! Vuoi anche tu ch’io mi muoia di sete, o difensore di male femmine? Fai bene a darle compenso, poichè con donne di garbo tu pugnar più non puoi.

— Le tue chiacchiere, o sguaiata, sono più inutili di vitrea fracta et somniorum interpretamenta. Inutili discordie! Ognuno avrà l’acqua a suo tempo senza motti villani e senza che abbiate a comperarvi un galerum e porvelo come un elmo di chiome sul capo invece dei capelli che vorreste strapparvi.

— Ha ragione Nupeo. Si quieti la tentigine di queste piche parlanti e la destrezza prevalga. —

Così Nilodoro. Il quale, schiavo di un tintore presso la fontana dalla testa di Giunone, era venuto alla cisterna per compiacere alle voglie della leggiadra padrona che coll’audacia dello sguardo spiegava la segreta sua simpatia, eloquente però nei soppiatti incontri. Allora uno scoppio di risa ed un battere di mani. Anche le trecchiere dissimularono lo sdegno con finta ilarità. Ma le voci e gli alterchi ricominciarono ben presto a logorar la pazienza ai littori addetti a quel disgustoso ufficio.

Per quanto ognuno il vedesse, nessuno sapeva spiegarsi cotesta deficienza di acqua nel Sarno, cotesto ringoiamento delle sorgenti nella terra e quel sapore acidulo e puzzolente nelle acque che rimanevano ancora nei pozzi.

Due uomini passano per quella strada. Sono Solonas, il mattonaio ed Elio Gemino, il carradore. Si arrestano, ridono ed infilzano molte parole su quelle femmine che qua e là scorrevano, arrovellandosi.

— Picæ pulvinares. Gazze da mercato. Le trovi sempre pessime lingue e a gridare di piena notte che è mezzodì. — Manca l’acqua? Vi è il vino! Bacco ne spremette molto l’altro anno. Ce ne darà copiosamente anche in questo.

— Ma la baccante non è massaia. Ed io stimo la eupatria qui providet omnia. E poi cotesta stranezza non è a prendersi a gabbo, o Salonas. È nelle cantine un certo aere maligno che uccide gli animali che dentro penetrano. Due gatti del mio vicino, là sotto le mura che guardano verso Nuceria, furono trovati morti.

— E due facchini di Polibio, nel penetrare nel fondachi di quel ricco, presso il porto, prima ebbero spente le lampade e poi caddero stecchiti. Un altro che andava a soccorrerli, nel curvarsi sentì mancare il respiro e le idee vacillare. Escì fuori in tempo e potè riaversi sulla scala, alitando l’aria al di fuori. I cadaveri furono tratti su cogli uncini e non avevano un graffio sulla persona. Dunque la dea Mephite tolse loro il respiro.

— Ben dici, o Epietetos. Strano paese divenne il nostro da che Marco Herennio, decurione, venne a sol diffuso, a cielo sereno colpito dal fulmine nel Foro. — Dove di presente tu pingi?

— In una casa, quasi in fondo della strada che ha la fontana dal bacino arrotondato, presso il bello Edone, vinaio. Sai? Dove talvolta, o Pistosxenos, ti ho visto bere di tarda sera con Floro e Frutto, festevoli compagni, allorchè ti eri sbarazzato del carico di figulina che avevi portato da Nola. —

I quattro continuano a scendere per la via consolare.

— Veh! qual processione votiva! Come se fosse il sedicesimo delle calende di aprile, all’epoca delle liberalia, per le feste di Bacco, nell’assunzione della toga virile. Oh! il calore è eccessivo.... Guarda i due batavi di Capito come soffiano in sull’uscio! Il nostro clima ad essi deve parere l’alito di un forno acceso.

— E che dici di quel succoso che ti passava vicino? La felicità lo die’ a balia presso la Fortuna. E se suda, ha ben molte tuniche da cambiare. È Clodio Alypo, liberto di Calvisio; il quale, comperati i montoni a Tarentum, dopo il tremuoto e la gran morìa delle bestie, e ridottili in mandra, divenne mercante di lane e di proprio ha sei tintorie. Dicono possegga i suoi ottocento talenti. E in sua casa la borra dei suoi origlieri è tinta di porpora e di scarlatto. Sul suo desco apros gautupatos, opera pistoria e vini squisiti.

— Come! Mangia i cinghiali cotti nella loro pelle? Allora gli spiriti incubi gli diedero il loro cappello perchè trovasse il tesoro.

— Egli felice che non suda al tornio facendo vasi ed orciuoli!

— Nè cuocendo mattoni al pari di me.

— Oh! parlaste a proposito degli effetti del caldo. Ho la gola arsiccia. Entriamo nella taberna vinaria, e beviamo del buono aromatizzato che spegne la sete.

— Savio il consiglio di Gemino. Il vino generoso e melato e mirrino, se supplisce ai panni nel verno, ingagliarda e sostiene il corpo in estate.

— Sì, se nol fai salire al cervello ad ondate; imperocchè allora vacilli e cadi.

— Io per me amo più i termopolii che la fullonica. Aqua dentes habet, et cor nostrum quotidie liquescit. Ma quando ho un pultarium, di quello che ha la schedula sulla pancia e non si vergogna come le donne di dire la sua età, le squadro a tutti io. E Pistosxenos lo sa, il buon compagnone.

— Concediam libero il dire al figliuolo di Semele, lo allegratore degli uomini.... Ohe! Bubbio. Abbi Venere ritrosa se mai facesti galileo il vino che ti chiediamo. Del calenum.... e di quel dominicum, il vino che bevono i padroni di casa; e non sia concinnato con pepe o con erbe aromatiche. Non son del gusto di Gemino io.

— O Epictetos, tu devi andare al lavoro, rammentalo, e il pennello delira, se lo stomaco bolle. E la vedova di Alessandro Citus....

— Oh! per Ercole! Valeria Eupraxia non applicherà le sue labbra sulle mie per fiutare il cadus Aliphanis che mia madre aiutata mi compose nel petto. Erano gli uomini che ai tempi dei re baciavano le mogli sulla bocca — e il dilettoso costume perdura — per conoscere dal loro alito s’esse avevano bevuto del vino. — Attento... Il vinaio mesce. E Solonas brinda.

— Mihi, Tibi.... Vobis! Ah! Gli è pur buono.... Arianna tutto obbliava quando trovò un tal conforto dell’animo.... Ehi! Athicto Sinna, non passar oltre senza bere con noi. O che hai con quel viso da funerale?

— Mulier, mulvinum genus. È un nibbio. Non conviene usar bene con alcuna, perchè gli è come gittare il bene in un pozzo. Se giovane, è lo abbandono di se stessa, è la noia, la solitudine, lo ideale che arde nel suo cuore di una vampa bugiarda. Se matura, è un carcere, un imbarazzo.

— Sentenzia come Cicerone da vivo. — È amaro ricordo. Addolcialo con questo vetustate edentulum. Tradito a ponente, volgiti a levante.

— Conosci, o Gemino, il nome di quel tristo suo disinganno?

— Sì, Solonas lo diceva ora all’orecchio di Pistosxenos. La giovane Kallisto, figlia di Narcissio Moscho, presso le proprietà degli eredi di Giulia Felice.

— Veramente bella, grassoccia, al punto. La vidi di sera nel tempio di Venere; e la sua veste bianca si staccava dalla semi-oscurità come raggio di luna.

— Athicto, non piangere. Bevi piuttosto.

— Lascia ch’io mi beva le lacrime. L’amava come non aveva amato mai. Diceva appartenermi intera, senza riserva. Semper et ubique. —

— Ed ecco le parole cui tu non dovevi fare a fidanza. È lo stesso che attendersi inerzia da una farfalla. Ma non dubitare. Andrà lontano. Troverà la fiaccola che le arderà le ali.

— E che fa egli costì contro il muro?

— Poichè l’oro mi si fe’ piombo fra mano, scrivo con Ovidio:

Quisquis amat veniat. Veneri volo frangere costas Fustibus et lumbis debilitare bene. Sermo est illa mihi tenerum pertundere pectus, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quos ego non possem caput illud frangere fuste.

— La donna, amico, è come la coda del vitello, retroversus crescit. Appicca quindinnanzi il voto a ogni immagine, e sarai vendicato.

— Ma io l’amo e non posso. E così passerà la mia vita. —

Epictetos si appressa all’orecchio di Pistosxenos e susurra:

— Dì.... parla da senno Athicto.... e così.... in Pompei?

— Anch’io vi pensava su..., e comincio a temere che Plutone abbia respirato troppo vicino a quel suo delicato cervello.

— Orsù, fratelli, l’ultima alzata di gomito. E beviamo alla tua pace, o Sinna. E perchè ne profitti, ricordati che lo amore è la sfinge, la quale divora chiunque la interroga.

Quegli amici seguitarono la via e volsero pel vico storto, piegarono a sinistra presso la fonte del quatrivio, e discesero in giù. Un vale incrociato; ed ognuno pei fatti suoi.

Il pittore Castresio, cui avevano dato il soprannome di κάλος, era già al lavoro. Sulle pareti del cavædium, tinte in nero, dipingeva baccanti abbracciate o sostenute da fauni festosi e danzanti. Erano i devoti seguaci del giocondo iddio che prometteva per non spinoso calle i piaceri di una vita beata. A’ suoi piedi era la tavolozza di granito egizio, posta sopra un braciere. I suoi rotondi incavi contenevano i colori di cui allora servivasi. Cosenzio abbelliva una scala. Vetidio, un œcus. Succidio Epitinka, lo xysto. Damisio restaurava un cubicolo. Poche altre pennellate, e tutto il lavoro sarebbe compito. Cantavano canzoni del loro paese. Lo amico che vide entrare Pistosxenos, scherzosamente il garrisce:

— Ti dai bel tempo, per tutte le muse eh? Hai ragione. L’aria è sì grave che spossa i nervi e le facoltà dell’occhio. E qui cantiamo come cicale di Rhegium. Ma indovino chi ti trattenne. Colubra restem non parit. Di serpi non si fanno corde, e tu saresti capace resecare ungues allo avvoltoio che vola.

— A che miri con questo dir da sibilla?

— Penso che tu, iterum et feliciter, ti trattieni sotto coltri non tue e non ti fai sorprendere dal geloso. Bada! Cornelio Vitale or’è più di un anno dispensatorem suum ad bestias dedit. I duumviri glie lo accordarono ad esempio.

Vetidio entra a dire:

— Misero! Qual colpa in lui, se forzato a fare? Qual colpa in lei, s’egli bruttissimo?

— Eh! legge di taglione! Finire straziato dal toro! amasiuncule mi, smetti o ci capiti. — Dipingi qui e non in casa. Farai fortuna. Valeria Eupraxia ha ammirato il tuo Narcisso e la tua Danae col Perseo salvato nelle braccia. E parlò libentissime di te e del valor tuo a Memore Istacidio, il sacerdote di Mercurio e di Maia. Pare voglia ridipingere il tempio e dare a te quel lavoro. Mio padre mel dicea sempre; Literæ thesaurum est; et artificium nunquam moritur.

— Ti so grado, o bel Castresio, del sermone e delle liete novelle. Con siffatti stimoli vado a compire il lavoro. Ma non Klimenes me rattenne come tu ti piacesti pensare. Ma è disordine e sgomento nella città per l’acqua che manca. Ed Ælio Gemino, il carraio, con altri buontemponi mi trassero alla taverna.

Dopo un’ora le pitture erano ultimate per tutto. Nel cavedio mancava il podium, cioè lo zoccolo. Ma Castresio lo segnò, perchè, i cementarii sapessero il punto dove avrebbero incastrato le tavole di marmo di Luna. Ed in punto, ecco Edone, il vicino vinaio che così tutti rimbecca:

— Come! Quando lo scirocco pesa talmente a soffocare il respiro e si suda solo pensando, e voi, beoni che mi sapete alla distanza della voce, vi state costì ansimanti qual mantice e non chiedete soccorso a chi ha tal merce che rinfranca ed allieta?

— Ti sieno propizi gli dei, o bellissimo Edone. Possa tu versarmi il vino sul capo se io manco al tuo invito. E non solo ceci e lupini; ma un po’ di scriblita frigida, di quella torta eccellente di ieri, se pur te ne avanza. Condita col mele caldo, berremo come Anacreonte, e tu sarai lieto di noi.

— Se tu paghi lo scotto, o bel Castresio, permetti al tuo Pistosxenos di aggiungere il cacio molle e rape con senape. Consenti?

— Costui mi vuol Trimalcione. E sia! V’ha tra noi Succidio e Damisio che nell’atto chiederanno fegato nei bacini, busecca di bue ed uova pileate. Non somigliano punto a Vetidio, del quale ebbi a scrivere ieri sul muro; Ubi perna cocta est, si convivæ apponitur non gustat pernam, ligit ollam aut caccabum.

— No, saremo discreti. Non dubitarne. Ove mai tu imbandissi un prosciutto cotto, lo mangeremo tutto, e sii certo che non leccheremo l’unto della pignatta. —

E Pistosxenos, preso uno spillo, graffì sulla nera parete la sentenza che segue:

— Invicte Castresi, habeas propiteas deas tuas tres. Ite et qui leges, calos Edone, valeat qui legerit. Cotesto è il voto pel nostro caro anfitrione. Ma più che Giunone e Minerva io so che Venere lo prese per gli occhi. E ad essa il pomo.

— In fede di Edone, gli è un suo devoto e dei più passionati. E gli bisogna mangiar caldo e ber freddo. Or permettete ch’io pur graffisca qualcosa a mia volta?

— Eccoti lo spillo e scrivi.

Il vinaio pensò e poi stese la mano sulla parete.

— Edone dicit. Assibus hic bibitur dipondium. Si dederis meliora, bibes conditus. Si dederis mina I, XL urna bib....

— Orsù, a me lo spillo e traccerò il mio nome a conferma.

E graffì,

— Calos Castresi.

— Oh! Andiamo. Venere è losca. Perciò più bella. Diverrebbe irata se più qui tardassimo. E imbruttirebbe. Allora tutti gli dei contro di noi, ed avremmo pane pei nostri denti.

E gli allegri pittori seguirono Edone nella sua taberna vinaria.

Per le vie sono mercanti di carne che portano sur un cesticillus pezzi di trippe e di fegato, ed urlano i meriti della loro merce a buon mercato.

E dendrophores, che tagliano, spaccano, segano e portano il legname da ardere a chi vuol comprarlo. E carbonai che spingono innanzi i loro asini pazienti e carichi, che a posta loro dirigono, ed arrestano per la coda. E venditori di fuscellini inzolfati che cercano di ricambiare coi rottami di vetri e con tibie di bue già mangiato. E ciechi che suonano nei flauti per buscare la vita. E saltimbanchi che imitano i giuochi del Circo. E prestigidatori. E robusti uomini che sollevano fanciulli sulla testa e sulle braccia, d’onde ricadono in piedi per le terre senza farsi alcun male. E uccellatori che si fanno ubbidire dai piccioni o dalle passere ad ogni loro cenno. Havvene uno finanche che presenta al suo cerchio di curiosi e di sfaccendati un bel ciuco, dalla testa maestosa e dalle orecchie ancor più, il quale indovina per un triens quale del crocchio sia il meglio amato, il peggio infingardo, il più.... mariuolo. E le grosse risa quantunque volte la culta plebe e gl’incliti gladiatori credono che lo indovino abbia colto nel segno.

Uno che passava dà una occhiata di spregio alla folla, vi scorge un conoscente, lo tocca piacevolmente sulla spalla e gli dice:

— Che fai costì ritto, o C. Vibrio Saturnino! Studi per trovare un nuovo Dio in quell’asino addottrinato?

— La parola dello epicureo è sempre mordace. Credo, o mio Caio Nivillio, che tu sedotto da pochi anni dalla falsa dottrina, l’abiurerai pel nessuno interesse di sostenerla.

— Non è cotesto il luogo da tali ragionamenti. Vien meco nel Foro triangolare. Sederemo nella exedra, e correggerò le tue false idee sulla filosofia del grand’uomo di Gargettium, la saggezza e il luminare dell’Attica e quasi l’idolo degli Ateniesi. —

Un cielo caliginoso ma con estive temperie; strade piene di popolo gaio e incurante; la eterna bellezza di una contrada che dalle prime ore del mondo sembra voglia rivelare agli uomini un grande secreto, tutto cotesto impressionava i due amici sempre pronti, siccome meridionali, ad ogni specie di emozioni.

Nel passare sulla cantonata dinanzi la bottega del musaicista, Nivillio salutò Morultronio, intento al lavoro di genio e di pazienza. Era la copia di un musaico già fatto in una casa dinanzi le Terme del Foro, operato con minute pietre e scelte pastiglie di vetro.

— Bravo! Rinnuovi lo stesso genio bacchico di altra volta? Chi lo desidera?

— C. Calvenzio Quieto. Tu sai che ama il bere. E vuole che nel triclinio io collochi Acrato, l’antica personificazione del vinum merum.

— La sua coscienza val meglio di mille testimoni. Vale.

— Valete. —

Giunti presso il tempio di Nettuno e sedutisi, Nivillio cominciò:

— Mira. Non uso preamboli. Vi hanno cose che emergono come le verità dai pozzi, perchè sono gli ospiti invisibili delle nostre coscienze. Una voce autorevole, avvezza a scrutinare i misteri, vibra; i veli cadono; e le menti si aprono alla luce di un nuovo orizzonte. Epicuro meditò e scoprì che la natura si compose ab æterno e si completò a seconda della necessità in tutte le parti dello universo. La ignoranza degli uomini creò gli dei invisibili a tranquillità delle loro visibili paure e gl’identificò negli uomini chiari degli evi anteriori, quasi per iscusa delle proprie debolezze e passioni. I legislatori persuasero le società alla credenza di siffatte menzogne. I tiranni le imposero per consacrare le loro inique malvagità. —

Così affermava Nivillio ai suoi tempi. Ed io dico nei miei come la religione sia una passione della umana natura, che assume il colorito dell’epoca, dei costumi, delle leggi, delle contrarietà, del clima, della maggiore o minore intelligenza degl’individui. I quali, dopo aver nutricato quella passione di futilità, di paure, di ferocia, di avarizia, di libidini e di egoismo la esprimono fuori del cuore immedesimata delle virtù e dei difetti del loro carattere peculiare. Laonde, ai tempi andati come nei nostri potevasi e si può essere religiosissimi idolatri, israeliti, cristiani, islamiti, bramini, cattolici, anche papisti,... e vivere vita lussuriosa, palesarsi usurai, ubbriacarsi, macchiarsi di sangue, ordinare macelli d’uomini, parlare di pietà, temere Iddio ed offerirsi alla storia sotto il nome di David, di Elagabalo, di Filippo II, di Luigi XI, di Cromvello, di Borgia, di Calvino e dei Borbonidi. Le temperie dell’aria, il calore del sangue, le ragioni di Stato sono elementi acconci a sanare di molte rotture ed a lenire qualche rimorso. Nè giovano riforme a rimedio di epoche rilasciate. Chè una religione troppo assottigliata dallo staccio della ragione cessa di essere una fede. Ed una fede imposta senza il consentimento della ragione è una cieca stupidezza ed una solenne bestialità.

Or ecco come C. Vibrio Saturnino rispondeva alle sentenze del suo compaesano C. Nivillio, lo epicureo:

— Ma Epicuro disse si onorassero gli Dei a cagione della eccellente loro natura.

— Lo disse, ma non lo credette. Poichè pur disse com’egli non attendesse alcun bene, nè temesse verun male da essi. Di fatti, non gridarono pei crocicchi i perversi suoi oppositori ch’egli rovesciava colle sue dottrine la osservanza agli dei? Nè voleva il culto mercenario? E se dicea si onorasse e si rispettasse ciò che è grande e perfetto, non era cotesto un temperare le sue arditezze con un giro di frasi che lo salvavano dalla morte? La ragione parlava per la sua bocca. Ai secoli la sentenza!

— Ma chi calmerà i rimorsi dell’uomo colpevole? Chi darà la forza alle virtù ignorate di continovare quando tutti i falli nascosti saranno scusabili ed impuniti? Le vostre dottrine limitano la esistenza ai brevi istanti di questa vita. E al di là l’uomo decoroso di virtù avrà la stessa sorte dello scellerato e dell’empio? Ah! io sarei veramente addolorato se avessi a perdere la fiducia in un soggiorno di delizie o di pene dopo la morte.

— Se tu togliessi per te il fastidio di pensare, proveresti lo stesso rammarico che senti allorchè ti desti il mattino dopo un sogno felice.

— Ma se tu dissipi cotesto sogno, non togli tu allo infelice le soavità che sospendevano i suoi mali?

— No. Il mio maestro elevò l’anima e fortificò la ragione. E insegnò che il vero coraggio sta nello affidarsi alla necessità.... In Jerusalem una setta perversa, quella dei Farisei, si sbracciò per accusare un filosofo di Galilea appo i Romani. E lo calunniarono dinanzi le leggi. E lo resero odioso al popolo. E gavazzarono allorchè lo videro sospeso sulla croce dei ladri e degli assassini. Pure quel crocefisso — lo udii anche dai circoncisi che sono qui — predicava una fede che a tutti doveva piacere: «Ogni uomo nato di donna è figliuolo di Dio onnipossente — Ognuno per conseguenza è eguale all’altro in faccia alla bontà divina.» Ed il pernio della sua dottrina era conchiuso in cotesta formola: «Non fare altrui quello che non vorresti che a te facessero.» Ebbene! Gli stoici, che sono i Farisei del panteismo, dicono di Epicuro le abbominazioni delle maladizioni perchè professò che la felicità dell’uomo consiste nel piacere....

— E ti par questa la teoria di una sana morale?

— Nel piacere che risulta dalla pratica delle virtù. E nessuno tra i tuoi brontoloni potette mai accusare nè Epicuro, nè i suoi adepti di sensuali pecche. Il popolo invece vede voi nè casti, nè temperanti, nè frugali.

— Ci sa religiosissimi.

— Ipocriti, frequentate i templi. Crapulosi, aiutate alla crapula dei sacerdoti e gli satollate di ricchezze e di prestigio. Se magistrati, vendete la giustizia. Se privati, cittadini, ponete allo incanto la bilancia di Temi. I legami sociali voi li rompete ognidì. I rimorsi nel cuor vostro assumono le sembianze di pregiudizi infantili; e gli dissipate coll’offerire una melagrana a Venere, un montone a Giunone, un voto a Giove, un’anfora di vino antico al dio Bacco. Arricchite colle usure?... Che monta! Una parte al flamine di Mercurio, lo incenso al comodo nume, il resto per voi. E vi beccate il nome di boni viri, di verecundi, di religiosi, di integri, di innocui, di frugi, di omni bono meriti, di dignissimi Reipublicæ.

— Non tutti così.... In ogni modo val meglio aspirare a leggi pure, solide, di facile esercizio e consolanti, di quello che ad una sterile virtù stabilita dalla opinione mobile degli uomini. E ve n’ha già di parecchi sistemi. E ne diviene imbarazzante la scelta.

— Ma quando la morale — che tu riconosci per tale al pari di me — non può più accordarsi con una religione malsana che corrompe i costumi e che riverisce ed incensa iddii ingiusti, dissoluti e crudeli, e non val meglio negare la loro esistenza piuttosto che degradarsi dinanzi a quei rivenduglioli di antiche frottole che di soppiatto si smascellano dalle risa della vostra melonaggine?... Ah! Voi siete gli empi davvero!...

— Io penso che tu rammenti come nella nostra prima gioventù, presi ambedue da una grande simpatia l’uno per l’altro, risolvemmo di consultare la iddia Iside sulle sorti che ci attendevano. Me la curiostà spingeva, a ver dire. Te una credulità superstiziosa. Andammo nel tempio. Affidammo al jerofante le due pergamene rotolate che contenevano le nostre domande e attendemmo prostrati a’ piè della edicola. Un sacerdote triste, pallido, abbattuto, cinto il capo di bende e di una corona di alloro, allumò sullo altare un fascetto di erbe aromatiche, masticò alcune foglie della corona, gittò questa nel fuoco insieme con una pugnata di farina d’orzo e annusò a piene narici le crepitanti fiamme. Quell’uomo lo dicono stretto al celibato; e le frizioni di cicuta par lo accomodino egregiamente ad osservare una strana legge contraria alla natura. Assistito da due sacerdoti che aveano nelle mani gli attributi del Sole e della Luna, passarono dietro la edicola.

— Rammento, o Nivillio, che due altri ci purificarono coll’acqua santa nell’atto che i vittimari scannavano i due vitelli bianchi di Surrentum che noi avevamo offerto alla iddia per renderla a noi propizia.

— Io tutto vidi, o credulo amico. E allorchè chiesi la ragione perchè al tuo vitello fecero mangiare la farina che gli presentavano; e perchè pittarono acqua fredda sulle aperte viscere del mio — il quale d’immobile ch’era divenuto, agitossi — nessuno di quegl’impostori rispose. Avvegnachè più le cose sieno inesplicabili e dure a ingoiarsi, più inspirano fede al volgo bietolone e ignorante. Un soave odore si sparse a noi d’intorno. Tu lo credesti prodigio. A me parve grossolano abuso della mia ragione. D’un tratto dietro il nume vedemmo sorgere una nube di fumo olezzante. E poi una voce cupa gutturale pronunciare parole sconnesse, ignote alcune, altre di nostra lingua — che non avevano senso veruno. Eh! era giovane allora e il mendicare un responso alla Iddia, se mi fece oltraggio alla mente, pur mi parlò di pericoli ch’era follia lo sfidare. Socrate morì di veleno. Diogene fu salvo della sua miscredenza per la nomea di strano filosofo. Tacqui. E siccome ambedue, senza dircelo, avevamo chiesto se avremmo patito il dolore di sopravvivere allo amico del cuore, il sacerdote portò a noi in una sola pergamena il responso deciferato. Qual’era che tu morresti colpito dalla folgore, ed io strangolato. Baie!

— Tu stracciasti, o profano, l’oracolo, e mal te ne coglierà.

— Morrò. Sei immortale tu forse?... Ho meditato lunghi anni su quella scempiaggine della mia gioventù; e nel segreto sentii gli orrori cagionati ai popoli e agl’individui dalle pitonesse, dai misteri di Cerere, dalle soperchierie di Delphi, dai responsi degl’ipocriti sacerdoti e dagli oracoli degli egiziani che vendono le loro frottole in nome d’Iside, qui. Una parola dettata da quei corrotti e mai satolli del proprio egoismo, suscitò guerre sanguinose in antico, portò desolazioni in una repubblica, ridusse in cattività gli abitanti di un intero paese, creò lo eccidio di una famiglia, troncò la vita di una creatura innocente. Giacchè mentovai i ciurmadori del tempio di Delphi, vo’ ricordarti quello che fecero al popolo di Cyrra, nella Phocide, correndo la LXXIII Olimpiade, quattro anni dopo che Euripides, il grande tragedo della Grecia, nacque in Athenæ. Gli abitanti di Cyrra, nel seno Crissæo, possessori della valle che si stende dal monte Cirphis al Parnaso, imponevano balzelli sui greci che sbarcavano nel loro porto per andare a consultare in Delphi il vantato oracolo. Ma nuocevano alla turpe officina. E l’oracolo, richiesto, rispose che i colpevoli meritavano il supplizio, cioè, che ogni cittadino di Cyrra dovesse esser perseguitato di giorno e di notte come cane idrofobo; si saccheggiasse il paese; e le donne stuprate; e i bambini ridotti a schiavitù. Parecchie nazioni si levarono in armi. La città fu rasa, il porto colmato, gli abitanti morti od in ferri, e i ricchi campi sacrati al tempio di Delphi. Una colonna fu rizzata sulla vasta pianura a ricordo del fatto. E col sangue delle migliaia di vittime eravi scritto: Chiunque osi rompere cotesto giuramento sia esecrato agli occhi di Apollo e delle altre divinità di Delphi. Che le loro terre non portino più frutto. Che le loro donne e i loro greggi producano mostri. Che perano nei combattimenti. Che falliscano in ogni loro impresa. Che la loro razza si spenga. Che per tutto il periodo della loro vita Apollo e le altre deità di Delphi rigettino con orrore i loro voti e i loro sacrificii. Questi i tuoi sacerdoti, avari, ingordi, mendaci, ladri, impudichi, arpie, mai satolle di dominio e di sangue. E l’empia sentenza correrà tradotta in ogni lingua nei secoli avvenire.

— Lo ammetto, ed ammetto altresì i vizi e le passioni umane identificate nei Numi. Ma se noi pervenissimo a purificare il culto delle superstizioni accumulate dai secoli, saprebbero gli Epicurei rendere omaggio alla Divinità rinnovata?

— Sei pure il dabben’uomo, o Vibrio Saturnino. Tu infradici i numi nel brago e poi gli correggi e gli lavi nel ranno a posta tua. Dunque, o buoni, o pessimi, sono l’opera delle vostre mani. Provami un po’ meglio la loro esistenza. Guarentiscimi con testimonianze irrefragabili ch’essi prendono cura di noi, ed io mi prosternerò ai loro altari.

— Sei tu che devi provarmi la loro nullità. Perchè sei tu che zappi le fondamenta ad un domma che i popoli osservano per lungo periodo di secoli. Ma un monumento che attesti la esistenza dei Numi pur vi è, e tu il vedi e il calpesti. Il sole, le stelle, la terra, l’organismo dei corpi, la differenza degli esseri, il petalo dei fiori, la polvere dorata delle farfalle, lo istinto degli animali, la nostra ragione. La natura sin dallo aprile è stata in un rapido movimento finqui. Ora si acconcia al riposo. Dunque vi è un primo motore. Cotesta azione è soggetta ad un ordine costante. Questo ordine esige una intelligenza suprema. Qui la mia mente si arresta. Se tu, o Nivillio, procedi innanzi, io dubiterò della mia esistenza e della tua.

— Coteste prove non arrestarono mai i filosofi sulla via della ragione.

— Voi siete presumenti.

— Noi siamo ragionevoli. E pensiamo colla nostra testa piuttosto che per quella di Aristotile e di Numa Pompilio. Leggi Timeo di Locrum, Anassagora, Platone, Pythagora, Antisthene, Epicuro, Socrate; e verrai facilmente alla soluzione del misterioso problema: «Molte sono le divinità adorate dagli uomini. Ma la natura ne indica una sola. Tutti hanno considerato lo universo come uno esercito mosso dal genio del suo generale, o come una vasta monarchia, in cui la pienezza dello imperio risiede nel principe.» Se Dio fosse, lo insetto, la lucertola, il rospo, il lombrico, il coccodrillo, la talpa, l’erba che non è albero, la scimmia che non è uomo, non dovrebbero lagnarsi delle imperfezioni loro prodigate? Ma son essi cogli altri i componenti del tutto e i perpetuatori del tutto, e non havvi ragione a lamento.

— Tu mi persuadi ed io fuggo. Oh! la illusione dei Campi-Elisi! Vale.

— Ho speso fruttuosamente la mia giornata. Faustum, felicemque. —

Intanto che i filosofi si avviavano alle loro case ed una parte di popolo vagava per le sue faccende o si trastullava, le donne e i bigotti muovevano verso i templi alle preci votive a cui li invitavano i magistrati. Le stranezze che occorrevano erano insolite cose. Il maraviglioso mena al maraviglioso. La paura e la impotenza legano la credulità al carro dello ignoto cui si chieggono favori, aiuti, riparo e conforti. E tutti i superstiziosi e gli sgomentati corsero ai sacerdoti per offerir loro ex-voto, monili, pecunia e commestibili onde pregassero i numi a far cessare le minacce misteriose o patenti che pesavano sulla pubblica coscienza dei Pompeiani. I fani di Giove, di Mercurio, di Venere e dell’Augusteum, di Esculapio, di Cerere, di Nettuno e di altri iddii si affollarono di gente. E più quello d’Iside, deità di non remota instituzione e di moda. Grato Arrio, Amphio Serapa, Puccio Chilo, Messio Inventus, Merulino, Nimphiodoto Caprasio e gli altri loro consorti in ipocrisie accettarono la mèsse che la ignoranza impensierita loro forniva; ed ognuno — secondo il rituale del proprio culto — sacrificò, libò ed orò il meglio che seppe. Perchè, a ver dire, un po’ di spavento aveva pur scosso quei pubblici ladri e profittevoli ingannatori. Persino dalla parte più ignobile della città, verso il Sarno, accorsero gli ebrei, negozianti e schiavi venuti dalla loro distrutta città. Non avendo più tempio, nè potendo creare in terra straniera il loro sanhedrin, cercavano in tanto pericolo il dio unico dove poteva discendere, richiamatovi dagli incensi e dalle preghiere. Eliachim Verpa, il ricco mercatante, ne ritenne ben pochi e furono quelli tra i quali spandeva la buona novella e col loro mezzo faceva proseliti e propugnava di soppiatto negli schiavi la notizia della redenzione.

Sur un’ampia via che dal Foro, traversando quella che mena alla porta di Stabia, conduce direttamente allo Anfiteatro, è a sinistra una casa, il cui uscio apresi subito dopo un terrazzo lungo quanto l’abitazione precedente, guarnito di una balaustrata di ferro. Numerosi cittadini, solleciti liberti, procuratori officiosi, chiedoni di ogni genere sono sul selciato, assaltano l’uscio, empiono l’atrio. La diversità delle vesti, le varie persone che parlano di affari che la mobile fisonomia traduce a chi finamente le osserva, la magnifica architettura dello edificio sono indizi che colà dentro dimori un uomo di alta considerazione. Ed una voce ecco che l’indica. Nessuno degli annunciatori ha parlato. Laonde, tutti gli occhi si volgono sorridenti ad una gabbia di legno dorato sospesa ad una verga di ferro che traversa lo impluvio. La voce ripete il suo verso e dice:

— Svedius Clemens, sanctissimus judex. —

Era uno Ψίττακός verde, dal capo giallo e dalla coda rossa, cui avevano dato il nome di Catina, ch’erano le sole tre sillabe che pronunciasse pria che i servi altre glie ne apprendessero. Alle parole di quell’uccello, credutele escite dalla bocca del nomenclator, la calca si fece più innanzi nell’atrio.

— Isocriso Fortunato, qual cura qui ti conduce? Fatti in qua ed eviterai di aver pesti i piedi.

— Sì, o Claudio Espedito, meglio è serbar sane le costole e non esser dei primi.... E poi è un’afa che uccide. Qualcuno di quei solleciti, là nella schiaccia, perderà il respiro. Mira L. Pullio Mactoriano, corso in tanta fretta da non avere ancora allacciato le corregge dei calzari.

— E che dici di M. Epidio Sabino che pur sbadiglia ed ha la cispa negli occhi. La vanità gli vieta il sonno. E si fa spingere qui grosso e rubicondo per sollecitare dal sommo giudice imperiale la ratifica dei suffragi del vicinato per le prossime elezioni. Habebimus ædilem trium cannearum!

— Qual vita! Nei tempi antichi, pria che Silla legasse le ruote del nostro carro municipale, eh! amministrare il paese era un fatto onorevole ed onorato. Ma ora.... l’ombra e nulla più! Il magistrato è servo dei capricci dell’Urbe.... Ne avemmo di mostri a patire!... Vespasiano non ebbe nè grandi vizi, nè grandi virtù. Era alquanto dozzinale e plebeo, e di parole licenziose e brutte. Di lui, vecchio, massiccio, colle membra annodate e sode, e colla faccia rappresa che parea che ponzasse, innamorò Petronia, poi che fu morta la Cenide sua. La fe’ passare nel bagno, e ordinò al dispensatore di darle dugencinquanta nummi d’oro. Or, questi domandandogli in qual modo quella partita si avesse ad acconciar nei suoi conti, rispose: «Metti a uscita Vespasiano, di cui le donne invaghiscono.» Il figliuol suo, Tito, lo amore e la delizia dell’uman genere, per ora.... Durerà?

— Eh!... Amministrando lo impero insieme col padre, fu poco civile e molto crudele. Rammenta tra gli altri, Aulo Cecinna, uom consolare, pria convitato a cena e poi fuor del triclinio per suo ordine pugnalato. Si disse di una congiura di militi apparecchiatagli contro e che il pericolo lo forzasse. Le leggi erano. Poteva por mano ad esse ed evitare il biasimo grande.

— E quel suo mangiare e bere cogli amici e familiari i peggio vituperosi e disutili? E la folla di giovanetti sbarbati, dotti nella danza ed in libidinose posture? E gli amori colla regina Berenice? E il mercato di uffizi? E il riceverne mance e premi?... Vero è che, ottenuto il principato, si palesò uomo diverso. E non si mostrò al pubblico, ove tutta Roma plaudiva i suoi giovani e graziosi istrioni. E mandò fuori dell’Urbe l’amata e piangente regina. Nè tolse più cosa alcuna ai cittadini. E consacrò lo anfiteatro, e nelle Terme edificate colà presso ordinò con bellissimo apparecchio il magnifico spettacolo dei gladiatori. Parmi dunque, o Espedito, ch’ei....

— Farà prospera la repubblica, se non lo guastano colle adulazioni e colle abbiettezze.... o non lo uccidono. — Veh! lo sguardo sdegnoso e venale dei portinai come trasceglie nella folla dei clienti che gli assediano quelli che per pecunia faranno passare i primi! La venalità è il pessimo veleno che omai filtra per tutto. — Non mi hai ancor detto che ti mena da Svedio.

— Quando ei fu inviato da Cesare nella nostra Colonia, io era in Lutezia dei Parisi. Un mio vicino di campagna prese per sè la parte di terreno che mi veniva restituita, ed ora vo’ chiedergli giustizia senza aver che fare con quei sollecitatori che vendono a sì caro prezzo le loro parole. —

Cotesto insigne giureconsulto, per nome Tito Svedio Clemente, tribuno, era stato nel vero inviato in Pompei da Flavio Vespasiano per delimitare i confini del territorio della Repubblica Romana, occupato nel Pago Felice-Augusto dalle tre coorti dei veterani. Da che Silla gli dispose qui come corpo di osservazione, quegli uomini arroganti e spavaldi, perchè armati, commisero insolenze contro i cittadini. Avvegnachè, sentendosi essi il principale sostegno della politica dittatoriale, stimavano che gli altri fossero di un ordine inferiore. Divennero i tiranni della città. Commisero violenze e brutalità di ogni maniera. Il selciato pompeiano fu insanguinato. Publio, loro generale, pretendeva che i suoi soldati venissero riconosciuti come i liberi cittadini della Colonia. I magistrati, gelosi dei popolani privilegi, fermamente si opposero a quella imperiosa volontà; e ricorsero al senato nell’Urbe. Cicerone, pauroso di Silla, difese il nipote, quantunque in cuor suo lo accusasse. E Publio assoluto. E surrogato da Ninnio Mulo. E i veterani ebbero un vasto terreno, in proprio, da coltivarsi e da trasmettersi ai figli. Nella distribuzione dei campi furono però usurpate le proprietà dei cittadini. Laonde, litigi, ingiurie, busse e macelli. Bastava muovere doglianza contro un soldato, per veder sorgere la centuria e colle centurie le coorti, onde chiedere riparo col gladio al coltello. Svedio compose le liti insorte e i decurioni elevarono la sua statua sur un piedestallo, proprio sul posto dei diritti acquetati e riconosciuti, presso la strada dopo lo emiciclo di Mamia e sull’angolo della via che menava alla villa di Cicerone.

La iscrizione diceva:

EX AVCTORITATE IMP · CAESARIS VESPASIANI AVG· LOCA PVBLICA A PRIVATIS POSSESSA T. SVEDIVS CLEMENS TRIBVNVS CAVSIS COGNITIS ET MENSVRIS FACTIS REI PVBLICAE POMPEIANORVM RESTITVIT.

Un subito moto, come onde di mare che si seguono e si accavalcano, dinotò l’apparizione del magistrato imperiale nell’atrio. E la turba degli ossequiosi si spinse verso quella parte. Erano i salutatores che volevano solo complirlo. E i deductores che intendevano accompagnarlo se mai fosse escito. E gli assectatores che in pubblico desideravano farsi vedere al suo fianco.

Di mediana statura, vigoroso, solido, dalle braccia e dalle gambe scultorie, sotto quella fronte larga e possente si disegnavano due occhi neri e fermi, di cui era difficile sostenere lo sguardo. La sua fisonomia aperta e ruvida palesava la energia del carattere. Lo aspetto complessivo della persona lo testimoniava.

E quel suo aspetto spirava un’adusta vecchiezza, quella beltà non più materiale, che è il canto dell’anima dopo la vittoria riportata sui sensi.

Il tablino, ove si mostrò ai clienti, era ornato di pitture bellissime. Sulla parete sinistra, tra’ lavori architettonici, vedesi ancora un Ermafrodito itifallico sedente, il quale colla manca acciuffa la barba di Sileno che è dietro le sue spalle, e colla destra si scuopre la persona. Una baccante ha nelle mani una coppa ed un tirso. Tutto il fondo del quadro è turchino, sormontato da un cortinaggio rosso con frange, i cui lembi d’ambo i lati scendono bellamente sopra lo zoccolo.

Svedio si presentò portando la mano dritta alla bocca e curvando il corpo a sinistra. Offerì quindi la destra ai più vicini che il nomenclatore gli presentava. Chiese della salute di tutti. Lamentò il caldo insolito, soffogante; ed il tanfo che sorgea dalle cantine e dai pozzi a far recere i mulattieri. Ascoltò le ragioni d’Isocriso Fortunato e chiese documenti per giudicarle. Si assise e terse il sudore della faccia. Rivolse la parola alle persone che riconosceva nella folla. Ed accolse benignamente le petizioni che gli venivano offerte. Cessato quel còmpito, e notando nel fondo dell’atrio la folla compatta degli accattoni, che invilivano la cosa immortale per provvedere senza fatica e coll’abbiettezza del limosinare ai loro giornalieri bisogni, aggrottando le ciglia gridò con voce sonora:

— Quei famelici clienti, quei chiedoni di sportulæ non vo’ vederli io qui. Vadano all’Annona. Cesare mi mandava a rendere la giustizia sui piati straordinari e non a provvedere i fannulloni e gli stomachi vuoti. —

Ed accigliato rientrava nelle interne stanze.

Svedio aveva ragione. Il cuore umano non era più quello. Le contese civili col corredo del livore e della ferocia. La guerra servile col legittimo spregio all’autorità. La rivolta sociale collo inutile carnaio e col rammarico della ingiusta disfatta. La idea riscossa da quegli avvenimenti non pienamente acquetata. L’oblio che ferisce e dentro rode. Le perdite patite. Le ambizioni in trionfo. Lo intrigo in auge. Le schifose brutture imperiali. Il piacere dei sensi abbeverato di sangue e di lacrime. L’adorazione della libertà defunta. Ed un idolo sconosciuto ancora, ma pur fremente nella coscienza degli uomini. Tutte queste cose — cagioni ed effetti di molti mali senza rimedio — avevano prodotto un ibridume vergognoso — i parassiti, i pedanti, gli epuloni, le sciupate, i poetastri, i buffoni, gl’ignavi e i viventi di pubbliche e di private limosine. — Le dimore dei ricchi erano ogni mattina in sull’alba assiepate da gente stracciata che trascinava seco figliuoli sparuti, sudici e seminudi e persino donne languenti e prossime al parto. Le sante delicatezze dell’anima erano tutte morte... Ma non si erano consumate sulla croce del Golgota. E verrebbe il giorno in cui sarebbero risorte per far cangio lo aspetto delle generazioni a venire.

Gl’inquieti escirono dalla casa del giustiziere imperiale col ghigno sul labbro, colle maledizioni nel loro pensiero.

— Kale, ho inteso parlare degl’infortuni di Ulisse ch’errò per venti anni lungi dall’isola natale. Ben di lui più infelice, io mi smarrii qui dove nacqui e d’onde mai partirò.

— Non so trovare, o Priscilla, un’acqua abbastanza sporca per gittarla sul viso di quell’impuro egoista! Briccone! Egli ha i suoi redditi. E non pensa che noi non ne abbiamo. Ogni cosa aumenta di prezzo. Ieri, Scapula, con cui lamentava lo accresciuto valor del suo lardo, mi mostrò i pesi di piombo, sui quali era in rilievo ALVMVR-CAVE. Magistrati cani!

— Lo udiste, eh! lo uccellaccio di cattivo augurio! Quali occhi di gufo. Già, per noi poveretti non vi è che la croce! Cotesti ricchi sono tutti pirati e non risparmiano alcuno.

— Tu poi non puoi lagnarti, o Thessalo. In una casa il pesce. In un’altra un po’ di pecunia. E per sopra ciò hai così acconci i denti come le mani.

— Sì, non mi reputo tra i grandi infelici. E prego sempre Laverna che mi offra il destro di esercitar le mie dita.

— Ho udito ragionare da Spetillo, or or tornato dall’Urbe, come Cesare sia affettuoso e benefico a non lasciare alcuno partirsi da lui senza beneficio, od alcuna speranza. E soler dire: mai nessuno debb’essere del principe malcontento. E una sera cenando, risovvenendosi non aver fatto servigio ad alcuno, dicesse malinconoso agli amici, come quel giorno fosse un giorno perduto. Eh! Qual differenza tra lui e questi che qui lo adombra!

— Odo rumor di voci di gente riunita dietro le Terme. E suon di flauti con esse. Andiamo, Papyria, e inganneremo la fame cibando gli sguardi.

— Molti pur vanno da quella parte. Corriamo. —

Nè si erano ingannati. Al di sopra, al di sotto ed in faccia alla caupona di Svezzio, dalla insegna dello Elefante, era grande la folla, chiamatavi dal piacere dello spettacolo. Sur un triangolo avevano posato un canapo e distesolo sur un altro simigliante a dieci passi di distanza; un uomo con un grosso chiodo lo assicurava tra le commessure del selciato. Altri uomini in figura di Fauni mostravansi coperti di anassiridi verdi, rosse, gialle e turchine. Un tirso nella mano, una pelle di capro sul braccio, un fiocco di crini in arco sull’osso sacro.

Una voce grida;

— Abbastanza suonarono le tube, i flauti ed i cembali. Che tardate? Il circo è pronto. Gli spettatori sono impazienti.

— E le spettatrici? Ohe, Phæbo, sei tu che proibisci alle tue clienti di mostrarsi sul davanzale del solarium?

— O che tu dici, Hypsæo. Non son le mie schiave. —

Ma un funambulo è già sulla corda. Ha il corpo vestito di rosso e le chiome, la coda e la lira gialla. Con una gamba piegata ed un’altra distesa suona con ambe le mani la cetra, tenendo tutto il peso del corpo poggiato sulla punta del piede destro e sulla estremità del tallone sinistro. Guai se spianasse il piè sulla corda. I fischi lo assordirebbero. Debbono reggersi in equilibrio sulla punta o sul tallone.

— Sante vestali, al verone. Bene! Vivano i rorarii della truppa leggera.

— Eccoci.

— Fuori gli adcensi. Voi siete i triarii della riserva. Oh! Le belle affrancate del piacere! Dite: Salve, o Libertà! —

Il terrazzo sporgente sulla doppia via erasi a poco a poco guarnito di donne. Erano le Veneri plebee, le degradate che pagavano caro le infamie della loro vita. Giudicate indegne di protezione, non hanno tutori, e perciò non possono compiere verun atto legale. E acciocchè ognuno le riconosca, hanno rasi i capelli, coperti da una picta mitra a diversi colori ed indossano la toga maschile. Erano o affrancate, o straniere, taluna bella di forme, tale altra bella per la vivacità dello ingegno, sino a maritare la voce agli accordi della lira, e a spiegare le loro grazie nelle danze le più seducenti. Dilettavano gli ozi dei marinari, dei poetastri — che sotto infinti nomi cantavano i loro vezzi — e dei gladiatori.

Un altro funambulo è sulla corda tesa. Questi è tutto verde. Salta e poi, stendendo ambe le braccia, si curva per mostrare ch’ei sa mantener lo equilibrio della persona in quella difficile postura. Gli gittano un rhyton, cioè, un bicchiere a forma di corno, che tiene sollevato nella destra e versa il vino in un cratere a due manichi che ha nella sinistra, abbassandola di modo che lo sprillo del liquido con arduo giuoco gli faccia arco sopra la testa. Quel bicchiere, detto anche fluens, dal rapido scorrere del vino, valeva a ricordare come di corna forate fossero i primi bicchieri nei rozzi banchetti degli uomini che cominciarono a coltivare le nostre contrade.

— A che più guardi, o Epeo, alla corda, o alle corde che ti allacciano i sensi? Quella bruna procace, la terza a diritta, che ti guarda e sorride, scrisse un suo vanto sulla parete. Vincitore nello Anfiteatro, tu da lei fosti vinto. Victrix victoris. Conticvere.

— Ita me bene amet, non era dessa il mio dolce mele, il piacer di mia vita. Sticho mi rubò la mia Fimie, quella che poggia le belle braccia sulla balaustra. Oh! Per Antippe non darei nè anche il ciccum, la pelle bianca che cuopre gli acini di questa melagrana. —

Altri danzanti si succedono sul canapo. Saltano col tirso. Suonano le tibie od eseguono con destrezza giuochi di simil fatta. E la gente lo applaudisce e paga piccola moneta allo editore di quel popolare sollazzo.

— Cape hoc flabellum, Eris. Rinfrescati la faccia con esso e scaccia le mosche villane.

— Lo accetto, Annio Lucifero. Ma tu non guardare in alto; perchè opereresti follie indegne della tua età e dei capelli bianchi.

— Deos compreco perchè ti tolgano questa pazza gelosia dal cuore.... Però, quella fanciulla lassù, che ride e sghignazza sguaiatamente, è bella.

— Non mi chiamare febris querquera, aut tussis. Ma, se non stesse in quel posto, anche tu, Kleopatra, salubritas mea, siffatta la troveresti. —

La moglie a questi detti si inorcò più che per natura nol fosse. Lo trasse a sè per andar via e die’ in questa espressione di spregio.

— Butu batta! Trista razza d’uomo. Valea meglio affogarsi che darmiti sposa! —

Partirono brontolando e gesticolando. Desiderava la cosa impossibile, la fedeltà a tutta prova in Pompei.

— Dimmi, o bella Armonia, mi lascerai seder sullo altare, presso di te, che ammiro ed amo?

— E chi può negarti, o bel Sosio, quello che tu chiedi con tanta modestia? Entra, o alimento del cuore, ed espierò i miei torti nelle tue braccia.

— Sosio ha troppo bevuto, o Lycio. Sieguilo. Noi dobbiamo profittare di questo filo di vento propizio e partire per Rhegium.

— Oh! il mio giocondo compagno tornerà presto. Ma, poichè il vuoi, entrerò anch’io nel tempio e ne lo trarrò fuori.

— Come il corvo, voli al fiuto della carogna. Bada! In fede di Autolyco, se non vieni presto, farò disegnare sulle vostre spalle il nome che le madri vi diedero. —

Un altro funambulo, con anassiride turchina, è sulla punta dei piedi; e danza e suona ad un tempo le tibie. Il popolo plaudisce. Le donne del verone si abbandonano ai loro lazzi abituali e parlano a voce alta e chiassona delle solo cose che loro son familiari.

Quando di un tratto s’ode un rumor sotterraneo, come di un carro ruotato il quale strepitosamente corresse tra le fondamenta della città. Poi, uno scoppio terribile.

Era la settima ora; cioè, il tocco dopo il mezzodì.

Le mura delle case traballano. Alcune crepitano. Altre ruinano. Le pietre del selciato si sollevano in più luoghi. Il funambulo cade dalla corda, batte la tempia e muore. Tutti fuggono, urlano, piangono, incespicano, corrono smarriti senza saper dove. I muggiti della natura continuano, e un denso e nero fumo, a foggia di pino mostruoso, si leva dal Vesvio che gorgoglia, rugge e lancia folgori al cielo. Grossi basalti infuocati briccolano sulle strade, sui tetti. I colpiti muoiono. Le cose inerti si spezzano, sbalzano, si sfasciano e prorompono al piano con ripetuto fracasso. La gente impaurita scappa ove può.

Ecco altro nembo furioso. Una gragnuola di piccole pietre porose, leggiere, infuocate oscura l’aria, cade e saltella sur uno spazio immenso. Gli usci si chiudono. Le travi che non reggono il peso che sui tetti si aduna, crollano e schiacciano gli uomini riparati e le cose.

Oh! i gemiti, la disperazione, le grida, le smanie, lo smarrimento del popolo! Ed il turbine continova. E le orride detonazioni continovano. Ed i fulmini saettano l’aria. E vivi baleni tentano di penetrare la oscurità, la tingono per poco di luce corusca, poi la tenebra si addensa e tutto chiude allo sguardo.

Qua e là nelle vie, uomini audaci, rischiarandosi colle torce impegolate, procedono come possono sul nuovo suolo composto dalle pomici infrante. I passi si ricambiano a stento; chè, il piede infossa, si seppellisce tra i lapilli che scalfiscono e bruciano la pelle. I cani anch’essi cercano da tanta confusione uno scampo. I buoi, le capre, gli asini dei pistores si affannano ad escire illesi dal tremendo flagello e col loro correre disordinato impediscono la fuga alle genti, le pestano e le feriscono.

Un fulmine solca l’aere tenebrosa ed illumina una scena di dolore. Presso le Terme, due framezzano gli ultimi gemiti coi baci. Un uomo col capo coperto è seduto sulle pomici che innondano il suolo di una bottega. Stringe al petto e tiene sulle gambe una giovane donna. Le sue labbra si posano sulla fronte pallida della ferita a morte che sanguina per le membra offese. I di lei occhi hanno lo sguardo estatico, incurante le sofferenze della carne. L’uno, sembrava fare e l’altra ricevere la confidenza estrema di quel segreto che è il fomite di tutte le grandi tristezze e di tutte le grandi speranze del cuor giovanile. Parea che l’uno dicesse:

— Il mio cuore sul tuo, o adorata. Giammai uniti quaggiù. O mors amoris, nel tuo grembo la pace delle mie ossa contristate. —

E l’altra coll’occhio fisso, quasi invetrato, parea ripetesse:

— Una sola speme. Fu vana. Muoio almeno fra le tue braccia. —

E la morente esalò in un bacio l’anima sua e sorrise. Ed il giovane si curvò, prosciolse le membra e cadde riverso sul corpo di lei. Erano morti, l’una di ferite, l’altro di schianto.

E le pietre pomici piovevano sempre.

Una bianca colomba errava alitando per l’aere caliginoso e nero. Offesa dalle pomici, grida, si asconde in un’apertura fatta dal tremuoto, vola, cade sbattuta sul suolo e, rialzata dal disio, sorvola e vola sempre. Alla fine si posa sur un antefisso di un impluvio, guarda smaniosa allo intorno, emette un grido di piacer passionato e si caccia nella buca di un muro. Altri gridi brevi, febbrili rispondono al suo. È coi figli. Si accoccola su di essi, gli bacia col becco, li ricuopre colle sue ali e dolcemente li garrisce.... Povera madre! Ebbe almeno il conforto di morire coi nati dalle sue uova!

In un luogo remoto, al di là dell’atrio, presso un piccolo xysto, sono appoggiati alle pareti di una stanza da lavoro trapezoidi finiti, e abbozzati e massi di marmo: e qua e là, per le terre, o sui cavalletti, grossi pali di ferro per levar pietre e volgerle a talento, varie seghe — una ancor conficcata nel solco operato sul sasso — martelli, mazzuole, lime e scalpelli con compassi retti e ricurvi. La casa è spaziosa, a due piani, che una scala di legno accomuna. Il silenzio delle voci è per tutto. Chi vi abitava, chi vi martellava, chi vi segava, chi digrossava i ruvidi pezzi di tufo e di marmo, al primo tremendo scoppio, seguito dalla commozione del suolo, fuggiva esterrefatto per far salva la vita a lui cara. Un uomo solo vi era rimasto impassibile e tetragono in tanta ruina di pubbliche cose. Suliodes ha il martello in una mano. Ha lo scalpello nell’altra. È dinanzi a una statua di marmo, nuda, di artistica bellezza, di un ideale ammirevole, coi segni impressi della voluttà e dello amore. Breve della persona, ha il volto greco cui la grandezza romana aggiugne qualcosa di suo. Gli occhi ha neri, grandi, estatici. I capelli crespi e ondulati si rizzano sull’ampia fronte. — L’aria si oscura. Sul selciato della via battono tonfi le pietre ardenti. Sulla terra soffice dello xysto si affondano e si ammonticano. Ed egli che sino dalla prima sua gioventù era stato reputato un vile, uno schiavo; egli che passava i suoi giorni evocando dal paese delle ombre, collo accento della fantasia degna di Orfeo, le Veneri, le Baccanti, le Muse, il divo Apollo e Mercurio, e le ninfe dei boschi e delle fontane; in quello istante di supremo disastro, egli contemplava l’ultima opera sua e non sapea distaccarsene. Nobile artista!

L’ora sublime degli affetti è quella della separazione; chè, nello abbandonare l’oggetto amato l’uom parte pregno degli effluvi di un eroico amore. E Suliodes, preveggendo il danno estremo, gittò le braccia al collo della sua statua e proruppe:

— Tu sei la donna dei miei pensieri. Sei la nata del mio cuore d’artista.... Che io muoia! E tu resta! Resta intatto, o marmo, a testimoniare ch’io ti diedi i palpiti della vita. — Ah!... —

Fu un grido straziante. Aprì le braccia e cadde stramazzone sul suolo, rigandolo di una larga striscia di sangue. Il soffitto, spezzato e affondato dai basalti se gli rovesciò addosso, spaccandogli il cranio e spezzandogli le membra. E la statua cadde sopra il suo osceno cadavere.

Suliodes era tal’uomo dall’anima semplice, diritta, sensibilissima, febbrile, smaniosa, martirizzata, non appagata mai, collo istinto di tutti i segreti della vita. Macilento, dalle gote infossate, le precoci rughe dicevano com’egli dentro soffrisse di quel male logorante che il volgo degli uomini non intende, nè scusa, di cui non si muore e che dà la esistenza eterna, quella del genio. La statua nello impluvio della casa di Cneo Vibio, raffigurante la psiche umana, era sua. I trapezoidi in quella di Cornelio Rufo, pur suoi. Da un anno lo schiavo aveva ricomprato dallo avaro padrone Aulo Castricio Scauro la sua libertà.... Il nobile artista era morto!...

E le pietre pomici piovevano sempre!

Sulla via che a diritta declina alla porta di Stabia e seguitandola mette alla porta di Nola, i carri tratti dai buoi, dai cavalli, dai muli, da man d’uomo s’incrociano con gente che fugge per diversioni svariate. Sopra una tavola alcuni trasportano una donna scolorata colle braccia pendenti, grondante sangue. Un’altra donna più giovane la segue ed è seguita da due piccoli figli attaccati colle manine alle vesti di lei e piangono ed urlano che è tutto uno strazio. Un uomo arresta i portatori di quel corpo esanime, si gitta sul selciato ingombro di rottami e di pietre e singhiozza.

— Mentre ei piange la madre ed obblia sè, la moglie e i suoi nati, lasciamolo al suo dolore e fuggiamo.

— Bene dici, o Volusio. E tanto più che ci pagò la mercede. —

E ratti si dileguarono.

I margini si fanno sempre più ingombri di feriti e di morti. I gelosi delle loro robe preziose e più care; quei che nel disordine delle idee non fuggirono presto dalle case che crollano, colpiti dai sassi e da un muro che, perduto lo equilibrio ruina, hanno rotto le membra o franto il cranio sulla soglia che pur dianzi era il pensiero della loro salute. E quasi non bastasse lo immenso orrore, coi danni irreparabili che veniva adunando, schiavi abbrutiti e nefarii — i quali, disonestamente trattati, non avevano alcuna nozione di ciò che onesto e verecondo fosse — afferravano bestialmente la occasione che loro forniva la irritata natura, per derubare, per uccidere e per dare ampio sfogo alle loro infami libidini. Uno si fa largo col coltello tra i denti, spoglia il vicino, ferisce e corre. Quale ruba una gentile ed innocente vergine dalle braccia dei propri parenti e, bestemmiando parole di dileggio e da trivio, sen fugge. Terrore. Emozioni. Grida di schianto. Brevi e disperate zuffe. Dolori che uccidono. Sguardi che imprecano. Ansietà impossibili a dirsi. Eroismo di amore. Brutalità da dannati. Ecco la multiplice scena offerta sulla lunga via che dallo sbocco della consolare, passando a lato del tempio della Fortuna-Augusta, menava alla porta. La quale gli Oschi costruirono di tufo, scolpendo sulla chiave dell’arco la protoma di Venere, l’affettuosa iddia che in quel giorno — al pari dei santi patroni, cui le bigotte, irriflessive, superstiziose, timorate e bietolone coscienze sogliono rivolgersi nei dì del pericolo colle novene e coi voti — non seppe difendere la città che in lei avea piena fede.

Apro Aulio Rufo — quegli i cui pilastri dell’uscio presentano i bei capitelli con una baccante e due piccoli putti in alto rilievo — aveva tratto per tempo, sui cocchi, nelle lettighe ed a piedi Celsa, Heria, Ada; e il giovanetto Cerio, ed il piccolo Valente, e la bellissima nelle sue grazie infantili, la Cumbennia, natagli da tre anni, l’olezzo del cuor suo, alla quale avea dato il nome della tribù antica cui era ascritta la sua doviziosa famiglia. Ma il cisiario Diofante invade con una ruota il margine e rovescia. Fallox e Nasso che seguono nella quasi oscurità il primo carro, pestano i caduti colle zampe de’ loro cavalli. I quali, impauriti dalle grida di dolore, sferzati da chi gli menava e sospinti dalla gente che fuggiva, inalberano rompono i ritegni, spezzano il timone, urtano, schiacciano e fuggono a furia sul declivio della via suburbana. Ada muore mentovando la madre. Celsa, che ha rotta la spina dorsale pel solco che suvvi fece una ruota, si volse al suono dell’amata voce, fruga amorosamente cogli occhi la tenebre e spira.

Oh! i funebri pensieri dei rimasti per terra, feriti e senza soccorso! Tutti invocano la morte; perchè la morte sola ha un sorriso per essi!... E la viene, colorata di sangue ed infuocata delle fiamme del Vesbio.

Il misero Rufo marito e padre, accorre fra quei morti e morenti, istupidito dall’ambascia. Un’unica speranza.... la salvezza della bambina che aveva stretta al suo petto. Parole dissennate escono dalla sua bocca.... Fugge e lascia coi cari estinti le collane, i pendenti, le perle, le monete d’oro, le patere, le tazze, i vasi di argento, tutto che in fretta aveva potuto rammassar nella fuga.... Dove morirono?!...

Un cisiario, per nome Felicissimo, ed un altro, Erosala, sferzano maladettamente i loro cavalli. Vengono dalla via di Mercurio ed avanzano malgrado gl’inciampi. Molta gente erasi riparata sotto le volte della porta di Stabia. I cavalli e le ruote traversano quell’ostacolo vivente e passano oltre. Vibio e Melissæa tengono abbracciati in sul carro i due loro bambini, di sei anni e di quattro. Nel successivo sono due liberti con ciò che di più prezioso si potette adunare nei sacchi. Giungono in faccia allo scoglio di Ercole, sulle saline, dove Cassinio poco mancò non fosse sorpreso da Spartaco nel bagno. Colà gemiti, urli, parole da lacerare il cuore.

Un padre che, fuggendo, avea smarrita la sua cara figliuola ed era tornato indietro due volte per rintracciarla ed erasi quivi ridotto per far salva almeno la sua vita, piangeva, si stracciava le vesti e parlava,

— O natura, forza imperiosa del sangue, ridammi viva la nata dalle mie vene.

E cuoprivasi il capo, si cacciava per terra e piangeva.

Un altro che aveva ritirato la moglie di sotto una parete ch’eralesi rovinata addosso e sulle spalle l’aveva trasportata fin là — discaricandola ed adagiandola mollemente sul suolo, disperato ed in lacrime le diceva,

— Pannixis, ti sposai da due mesi, sei lo amor mio, svegliati. Non mi abbandonare. Senti i miei baci? Vedi le mie carezze?... Qua... una face... O iniquo Giove! Scaglia su di me le tue folgori! Morta!... Morta!... Povera donna mia!... Qual nuovo Sinis, qual novello Procuste, pose in brandelli le tue misere carni! Heu me! Che sono divenute le grazie del tuo viso e quegli occhi che splendevano come le stelle? Exanimis jaces!... Almeno, nume crudele, infame, fa’ ch’io la segua sulle onde di Styge e a traverso il torrente infiammato del Tartaro!... Che! Neppur le bestemmie ti muovono?... Ti proclamo inutile in questa ora estrema!

— Cessa dal tuo dir forsennato, o Salvio Curzio.

— Ahi sei qui, machinator fraudis? Disertasti l’ara di Mercurio e di Maia, o Memore Istacidio? Non gioirai a lungo dei dolori degli uomini. Giù nei gorghi del mare e con me.

E lo ghermì per le reni, lo sollevò di peso, lo trasse nelle onde. Il sacerdote si dimenava, lo mordea sulla spalla, gridava lo aiutassero. In tanta confusione un solo si mosse. Fu Felice Helvio, il suo collega nelle imposture.

— Anche tu, scellerato. Riderà Minosse in vedervi.

Il mare si aperse e si chiuse gorgogliante e spumoso. La natura li cancellò ben presto dal numero dei viventi.

Una face apparisce sulle onde. È una barca che si avvicina. Due uomini ne discendono, approdano, chiamano ad alta voce e procedono. I due bambini vanno loro incontro; essi li portano via. Cneo Vibio prende la cara donna nelle sue braccia, entra nelle onde, la consegna nelle mani smaniose, convulse di Demophilo e la vede in piedi tra i figli. È per salir dentro, quando un rumore immenso s’ode lungo la spiaggia da Stabia ad Herculanum. Il mare si ritira furiosamente e ribolle. Vibio e la barca sono sbalzati lontano. La barca sbattuta dalle onde, galleggia. Vibio... non è più. Il soffio di Dio erasi ritirato dalla sua bocca e lo aveva lasciato livido ed inerte cadavere.

Poco di poi, cessato il grandinar delle pietre, ecco un rovescio immenso di pioggia sul suolo. Le acque del Sarno e delle sorgenti dei pozzi, assorbite nei giorni innanzi dalle materie candenti ch’eransi sviluppate nel Vesvio, avevano servito di alimento al fuoco e, convertitesi in vapore, datogli la forza di scaraventare in aria i basalti, le grosse pietre e le pomici addenti. Ora, aspirando dai sotterranei meati le onde saline, le rigettava a torrenti sui sottoposti piani, compiva la ruina delle case e livellava i lapilli poco innanzi caduti. Al cessare della forza aspirante, il mare tornò impetuosamente a mordere le sponde. E tanti erano i fuggiaschi nelle Saline, tanti abbracciò nelle sue spire spumose e li trasse con sè negli abissi.

Demophilo, coi servi e colle ricchezze scampate, tornò indietro, malgrado i grandi pericoli, colà dove tutti speravano con ansia trovarvi Vibio, la doppia vita di Melissæa, la vita di quel cuore da cui tante dolcezze eransi rovesciate su dì lei cuore amoroso. Inutili ricerche! Ogni esistenza era scomparsa sul suolo lavato dalle onde furiose. La misera pianse, si strappò i capelli e pensò ove mai avrebbe portato le amare sue lacrime... Ma, tutto si cancella nel mondo, anche la esistenza ideale che è l’ultima requie della speranza! Tutto si raffredda, anche il pensiero.... E ciò che or or parea vivo, forse è già morto!

Nella strada che rade il fianco del tempio della Fortuna ha lo ingresso principale una casa sontuosa cui tre altre vie rendono isolata. La grandine dei basalti ha sfondato il suo tetto, crepacciato i suoi muri, crollato le sue pareti. Le lamine di piombo conficcate con chiodi di ferro spessissimi su di esse — per allontanar dallo intonaco sparsovi sopra la umidità della recente costruzione — pendono schiantate e rotte. Nei vasti atrii, nello xysto fiorito e pesto, nei peristilii corrono creature umane esterrefatte, a tastoni, urlando, piangendo e cadendo. La soffitta del tablino poggiante su rosse colonne erasi sprofondata sul più prezioso monumento dell’arte antica, il mosaico, rappresentante la grande battaglia di Arbelle, in cui Alessandro, a capo dei suoi cavalieri, si slancia verso il vinto Dario per farlo prigione. La terra, scuotendosi e sollevandosi, crepacciava i pavimenti di marmo, gonfiava i mosaici e le opere signine che tanta fatica avevano costato ai nobili artisti, miseri schiavi. Le pomici tutto ricuoprono.... anche una bella fanciulla, la piccola Irimilla, che atterrita e dissennata correva spinta dal genio della morte a salvarsi tra le fredde sue braccia. Il padre Mevio Apulo che la seguia per salvarla, stramazzato a terra da una colonna, perdette anch’egli colla vita le molte ricchezze che lo esteso commercio dei vini gli avea procurato. Al cominciar dello inesplicabile disastro egli avea detto a Caio, il suo figliuol primogenito.

— Va’ colla tua giovane sposa! Va’, corri e non volgerti indietro. I fulmini rischiaran la via. Profitta di quel lume di Averno per riconoscere e sfuggire lo estremo pericolo. — Abbracciami! O io salvo gli averi e ti raggiungo. O là... negli Elisi! —

I due amanti e sposi, convulsivamante stretti l’un l’altro, correndo a riprese sul nuovo suolo delle vie formato dai basalti, dai lapilli di pomice e dai muri caduti, livellato dalle ceneri fangose per l’acqua bollente, molti ne videro dannati dal feroce loro destino impaltenarsi, cadere, escire dalle profonde pozzanghere e ricadere anche una volta feriti, trafelati e presi per non sorgere mai più. Essi potettero giungere sino alla spiaggia, sostenuti dalla forza che lo spavento ministra e che addoppia lo amore. Nella oscurità si cacciano in una barca apprestata per lo edile M. Epidio Sabino dal liberto Hedysio, e fatti salvi dallo equivoco, col cuor sollevato si allontanarono dalla riva di tutti i dolori e di tante morti svariate. Allo scroscio delle folgori, al fulgore delle fiamme, al fracasso dei muri cadenti, le urla strazianti di un popolo e il ricordo dei cari lasciati non commuove più il loro cuore. La terra diviene per quei fuggitivi una visione svanita. Il solo mare ribollente, agitato risponde ai loro attoniti sguardi. Gli è che fra il cielo ottenebrato dalle ceneri, invisibile come il fato, e i flutti oscuri e tumultuosi una potenza unica, lo amor ricambiato ed egoista, aveva loro accavigliato l’anima a non permetterle più le sensazioni al di fuori.

Intanto nel gineceo delle donne, Mesionia, la moglie di Alleio, adunava gli oggetti preziosi ch’erano nelle camere. Braccialetti d’oro, fibbie, anelli, orecchini venivano da lei chiusi in fretta in una tunica. Alcune schiave, urtandosi, piangendo, gesticolando e pallide dallo spavento, trasportavano vasi di bronzo, tazze di argento e pitture di pareti; e incontrandosi lasciavano coteste cose per terra, piangevano, si abbracciavano, svenivano. Una bambina ed un giovanetto, curvi sul pavimento, ponevano in un cesto di vimini i loro crepundia, la bambola, un piccolo specchio di argento e una statuetta della Speranza. Creature infelici, non commoveste la natura col vano augurio! Un vecchio servo, Amiantho, togliea sulle braccia un’ara di marmo portatile colla iscrizione osca — Flousai, cioè Flora — che doveva essere la dea protettrice della sua sventurata padrona, — Tutti morirono. E lutto lasciarono!

lettere osche
lettere osche

Dirimpetto la entrata principale dello anfiteatro era un triclinio, dove solea darsi ai gladiatori un pubblico pasto, detto libero. Colà presso era un ricinto murato che accoglieva gli accoltellanti per vestirsi e per attender lo istante di scendere nell’arena. Quivi l’editor portava le vesti, le armi, le reti per fornirne ai secutores, retiarii, mirmillones, samnites, hoplomachi, dimachæri, essedarii, andabatæ, fiscales, subdilitii, catervarii, meridiani, postulatitii, laquearii. Cotesti i nomi che distinguevano nella loro fatale professione i miseri operai dei trastulli romani. — Nei due luoghi, alcuni ragionavano, cioncavano e ridevano allorchè accadde il grande scoppio, nunciator del disastro.

Trulla e Naso erano giovani cui la passione della libertà caduta avea ritolto lo amor della vita. Ambedue da qualche anni, in epoca diversa, eransi ascritti alla famiglia del lanista C. Aellio Astragalo. E giurando uri, vinciri, verberari, ferroque necari, ricevevano il salario auctoramentum, perchè volontari e non ad gladium, oppure ad ludum damnati. Lo esercizio della ferocia parea che lor facesse obliare i gravi pensieri del proprio cuore. E gli austeri ardori dello isolamento e del pericolo sembrava che tranquillassero la loro fantasia ferita. Uno era laquearius. E toccando familiarmente, con certa spavalderia, la corda dal nodo scorsoio che gli cingea la persona, provava la immorale felicità di dar morte allo infelice avversario che il capriccio del lanista avrebbegli dato nello steccato. Vestiva una tunica corta di colore scarlatto. L’altro apparteneva alla categoria dei cavalieri e vestito di maglia — clausis oculis andabatarum more pugnabat — e rischiava la vita, o uccideva senza vedere il suo bendato competitore.

I discorsi furono dimezzati, e per la prima volta quegli audaci fuggirono dinanzi il pericolo. Vaccula, il dapifero, e tre dei suoi schiavi corsero anch’essi smarriti verso lo anfiteatro. Uno fu ucciso da un basalto presso lo ingresso sotto la statua di C. Cuspio Pansa pontefice. Gli altri si cacciarono alla rinfusa nei corridoi; allo infuori di uno che nella furia e nella oscurità discese nell’arena e cadde nell’euripo — canale pieno di acqua scavato attorno il podium, pur cinto di un ferreus clathrus — le due difese che gli spettatori avessero dalle irruzioni disperate delle bestie feroci. Sull’orlo di quel parapetto si veggono in Pompei i buchi dove erano conficcati i graticci di ferro che Plinio chiamò reti per la forma che presentavano.

Nel catabolo erano due leoni. Uno, ruggendo cupamente si accovacciò aspirando l’aria umida nell’angolo della cella. L’altro fuggì rompendo le sbarre del carcere; urtò Trulla; lo azzannò e lo stracciò colle unghie come un impedimento alla fuga ed uscì fuori per morir soffocato dalla mefite non molto lontano.

Vaccula accese una lampada e con essa schiarò alquanto le tenebre. Gli altri si raccolsero attorno di lui. Pareano fantasime o quei malati che vedi errare nel paese delle febbri. Alcuni piangevano. Alcuni bestemmiavano il nome degli dei. Naso intravide la sua sorte con segreta rassegnazione. A quei cui il sangue rivela alcuna delle grandezze della vita, il pericolo delle battaglie, le sofferenze del dolore, le tristezze del carcere, lo aspetto della morte offrono splendidi e misteriosi orizzonti che le nature volgari non veggono. Afferrò animoso la nuova situazione quale gli dei glie la componevano. Si assise per terra lungi dagli altri; chiuse il capo nel sagum; gittò ai piedi un pezzo di catena d’oro, un anello ed alcune monete; si appoggiò colle spalle al muro del vomitorium; ed attese nella pienezza delle sue facoltà la visita dell’amica che aveva sempre creduto la venisse a lui armata di gladio.... La non tardò molto a venire. E le giovanili ambizioni, e le vanità della forza muscolare, e le irrequietezze del cuore, e i giorni di piena felicità, e le gioie grossolane dei sensi, e le aspirazioni di una gloria migliore, ed i palpiti della libertà, tutto fu consumato in un istante in quell’oscuro calvario di ben altri e più cuocenti dolori.

Nella via Domizia, sulla linea dirimpetto alla casa di C. Giulio Polybio, era la dimora dèi chirurgo Hemos, allievo di Bucchio di Tanagre, interprete in Cos della dottrina del grande Hippocrate. Il quale quivi era nato nel primo anno della quarta Olimpiade, e quivi fondò la sua celebre scuola. Questo nobile rampollo degli Asclepiadi — famiglia conservatrice per secoli delle teorie del sommo Esculapio — profittando delle discussioni dei filosofi che si occupavano del sistema generale della natura e della esperienza dei suoi — e più di quella del suo padre Heraclide — sulle vicissitudini patite dal corpo umano, concepì la splendida idea che fissa un’epoca alla istoria del genio — rischiarare la esperienza col ragionamento — rettificare la teoria eolia pratica — considerare i diversi fenomeni presentali dall’organismo animale nei suoi rapporti di malattia e di salute — L’arte siffattamente elevata alla dignità di scienza, camminò di piè fermo sulla nuova via che un alto ingegno le aveva dischiuso. E tre scuole si aprirono ben presto, in Rhodum, in Cnidum, in Cos. Lo spasimo venne curato secondo le regole confermate dalle numerose guarigioni e le tre scuole si allietarono di molte eccellenti scoperte.

Non lo amor del guadagno, nè il desio di celebrità avevano condotto Hemos dalla Grecia in Pompei. Demophilo ve lo invitava. Il sollievo dei malati ve lo facea rimanere. Creatore di una nuova scuola conservatrice, registrava i risultati della esperienza propria e degli altri, dettava i doveri di un medico e notava con pari franchezza le guarigioni e le morti. Una volta accadde che a lui portassero sur una scala un tignarius che, caduto nel restauro delle mura presso la porta di Herculanum, aveva ricevuto parecchi sassi sulla persona. Il sofferente era tramortito. I lecticarii non seppero rispondere alle sue domande. Ed egli non si avvide che gli era mestieri ricorrere al trapano. Funesti segni lo avvertirono dell’oblio. Dopo quindici dì fece la operazione. Ma il muratore morì lo indomani. Ed egli, il sommo maestro, confessò pubblicamente il suo fallo. Imperocchè, superiore ad un fallace amor proprio, volle che anche gli errori servissero di lezione. Sono corsi parecchi secoli e cotesta sincerità in luogo di accrescersi, è di troppo diminuita nei curatori delle malattie umane.

La casa aprivasi sullo impluvio ed in fondo era lo xysto. Ai lati, lunghe camere abbellite di graziose pitture, ed una di straordinaria grandezza e schiarata da parecchie finestre. Era la sala anatomica e la scuola.

Un letto di quercia in pendìo è nel mezzo. Sopra il letto è un cadavere. Ai piedi del cadavere sul pavimento è un vaso di terra per accogliere i liquidi che potrebbero scolare dal letto che finisce come una gronda. A lato del cadavere sta in piedi Hemos parlante ai discepoli, tutt’occhi ed orecchi in udirlo.

Quel saggio ha le linee regolari di una statua, illuminate da uno sguardo che un misterioso splendore anima ed avviva. La fronte è calva e i capelli imbiancano. È piccolo di persona, un po’ stanca, quasi emaciata. Di sobrie parole, ha il gesto concitato e di slancio, perchè ricco di sensibilità meravigliosa. Quelli che lo veggono grave allo esterno malamente lo giudicano. Le sensazioni delicate e profonde del cuor suo sono come quelle piante energiche e sottili che si veggono sospese agli scogli, a picco sul mare, nell’isola ove nacque. I venti impetuosi che spirano dal golfo Ceramicus le agitano in tutti i sensi nelle tempeste di autunno, e d’inverno; ma non valgono a sradicarle dove germogliano.

— La vita è breve e l’arte che noi esercitammo domanda lunghi studi e vocazione decisa. — Giudizio sano. Pronto discernimento. Carattere pien di fermezza e di dolcezza insieme. Amore alle cose oneste e al lavoro. E se l’anima s’intenerisce sui mali della umanità, certo che chiunque fra voi n’è dotato si passionerà per un’arte che insegna a guarirli.... Operate — e non vi stancate mai di operare — col taglio sul cadavere. Percorrete il cerchio delle scienze. La fisica dice la influenza dei climi su questa bene ordinata matassa di muscoli, di nervi, di vene, di fibre. E fatti dotti, viaggiate, osservate la situazione dei luoghi, le variazioni dell’aria, le acque che si bevono. Gli alimenti di cui il popolo si nudre, tutte le cause che guastano lo assetto della economia animale. —

E toccando colla mano il cadavere, seguitò:

— Le brevi e ricise massime scolpite nella nostra memoria guidano ma non illuminano abbastanza. Conviene applicare i principii generali ai casi particolari e interrogare la natura per non ingannarsi. E — ciò che è più difficile — attendere la sua risposta. Di celato io feci portare qui da un vespillone il cadavere di uno schiavo. Il pregiudizio non vorrebbe che quale è coperto dalle ombre della morte giovi al soccorso della vita in pericolo. Le leggi si oppongono. Ma le leggi permettono il macello dei sani nelle battaglie. E il pregiudizio applaude al carnaio nello anfiteatro.... La scienza è sovrana. E se ha doveri, ha pure i suoi diritti.

E preso il coltello di rame temprato — lo scalpellum dei latini, lo σμιλιον dei greci — lo appuntò con tutta sicurezza sul disteso cadavere nella parte destra laterale del torace, là ove le costole ossee si articolano colle cartilaginee. Ma, infisso lo strumento, fermossi di un tratto come per arrestare una idea ch’eraglisi affacciata alla mente. E levando in alto il coltello con un gesto atto ad imprimere con maggior forza i suoi detti negli ascoltanti continovò:

— L’uomo di cui qui vedete i laceri avanzi era nato in Coronea nella Boeotia, condotto schiavo in Pompei e venduto a C. Pumidio Dipilo. Ora che con ribrezzo ne mirate le spoglie, mi avveggo com’egli differisca da noi, uomini vivi e liberi. Ma, allorchè quegli occhi opachi fulgevano, e quelle smorte labbra articolavano parole di vita, e quelle mani assottigliate e nodose erano validi strumenti per effettuare le idee, io non vedeva lo schiavo in quell’uomo. No!... Elette le forme. Vivace ed acuto lo intelletto. Impetuoso lo ardir giovanile. Nobile l’anima. E di squisito e commovente sentire il cuor suo!... Ben più libero ei mi sembrava di Sirico che lo aveva venduto e di C. Pumidio Dipilo, ricco di pecunia e d’immagini avite, che lo aveva comprato. Crixsos era il nome dello infelice. Io, famigliare di Caio, ebbi campo di studiare le fasi corporee e morali di questo estinto. Col liber di quella pianta palustre di Syracosion, il quale rotolato si chiama volumen — invenzione dovuta ad Eumenes di Pergamus — egli scriveva i βύβλος dei miei trattati sulla salute, i διφθερα che voi meditate. L’arte del pennello era pure la sua. E varie case in Pompei sono abbellite dai suoi colori. Amò perdutamente Sfinge, la schiava di Calepio Secario, di cui si fece il contubernalis, e ne fu amato con eguale ardore. Dopo poco però i favori di Venere assottigliarono lo stame delle due esistenze. La giovanotta morì di arsione. Egli, consunto e accasciato dal dolore di tanta perdita. Eccolo qui disteso dalla Phtysi o Phtoe, che fa pallido, debole, tossicoloso, emaciato.

E volti gli occhi ai discepoli, dopo aver rimirato il cadavere:

— Ora, uditemi attentamente.... I mali spiriti del mondo esterno sovente investono il nostro corpo, e suscitano una lotta coi loro poteri distruttori, cui la medicatrice natura si oppone coi suoi conati salutari. Allora l’uomo che sente in sè cotesto certame si fa tristo; e il terapeuta chiamalo egroto. Se la natura medicatrice ha tanta forza da affrontare la maligna natura e la respinge, lo egroto risana e si rassecura. Ma se l’impeto distruttore prevalse, la materia del corpo nostro più o meno lentamente si guasta, i pori si allargano, la contestura delle viscere si corrode e sopraggiunge la morte a dar l’ultimo crollo alla ruinosa economia. Allorchè siffatti guasti si stanno operando, il paziente è assalito da un calore urente che lo divora dentro e gli produce l’ambascia, lo anelito, che io chiamo dispnea, la prostrazione e la colliquazione. Or mirate come a tal penosissimo sentire corrisponda la spaventosa trasformazione del corpo.

Ciò detto, si approssimava al letto e accennava col tatto le parti del cadavere di cui faceva menzione.

— Mirate! — I muscoli impiccioliti e tabidi. Le unghie adunche. Rugoso il polpaccio. Le narici acuminate e gracili. Incavati gli occhi dentro le scatole ossee. Le labbra sottili che stringonsi ai denti. Prominente la mandibola. Sul petto voi potete contare le costole. Nello addome scorgete una cavità che va sino alla spina. Qui, sulle spalle, le scapole elevate e nude che paiono ali di uccello. Le nocche articolari delle ginocchia tanto prominenti da sembrare la estremità di una mazza.... Voi inorridite, o miei? Ma voi dovete pugnare contro la morte e conoscere la fisonomia della orribile Iddia in tutti i particolari suoi atteggiamenti. Altrimenti, come combatterla e vincerla?... Appressati, Albucio.... Che?... Turi il naso colle dita?... E sputi sul terreno come un profano?... Così non faceva Hippocrate, il padre nostro. Ed io vidi Buccino, da giovanetto, in Cos, rivoltolare colle mani gl’intestini di un morto che tale un sito fastidioso tramandavano da far recere parecchi tironi.... Ma tu sei bianco come un cadavere.... Ebbene! Vien qua, Menomaco. Tu sei più provetto cultor di Esculapio ch’egli non sia. Sostieni il braccio destro di questa materia inerte, perchè io possa col coltello aprire la cassa delle nobili viscere.

Il discepolo senza ripugnanza ubbidisce. Ed Hemos con due tagli regolari nel torace ed uno per traverso alla estremità delle costole ove ha principio lo addome, lo apre, ne squarcia le pleure e, rovesciandone il coperchio sopra la faccia, riprese:

— Ah! Il prevedea. I polmoni disuguali, rattratti, maculati qua di rosso, là di nero, su di olivastro.... Ecco la phtoe polmonare. Ecco il guasto di una lotta per quanto lunga, altrettanto straziante. Voi, Parato, Aquano, Faventino, Marcello, Paquio, Callisto e.... tu pure o Albucio,... vedete lo interno dei bronchi e della trachea che ho aperto. La empiema, o la purulenza, ha quasi ostruito questi condotti che portano ai polmoni e dai polmoni al cuore l’aria vitale refrigerante. Quindi, il cuore che qui è rosso e più grosso del mio pugno non essendo temprato da bastevole frigorico, tanto calore emanava nei visceri nobili e specialmente nei polmoni, da distruggerli quasi e ridurli alla forma che in voi desta ribrezzo....

Marcello interrompe:

— Ma il cuore, o maestro, come sviluppa il vitale calore sì necessario alla esistenza? Gli è l’organo da cui hanno scaturigine i nostri affetti, le nostre passioni. Dunque gli affetti e le passioni avrebbero una qualche simiglianza al calore che ci anima?

— Ben parli, o giovane sacerdote della umanità. Gli amori, le ardenze passionate commuovono le fibre di quest’organo che sta fra i polmoni. Quindi è che tu lo senti battere entro te stesso. E più tu desideri, più vibrati sono i colpi di questo martello. Le vibrazioni producono calore siccome il ferro percosso sulla incudine del fabbro. E il calore quindi regola la vita.... Questo schiavo amò potentemente. Il suo povero cuore picchiò forte e generò grande calore. I polmoni ne rimasero offesi. L’aria non valse a temperarne l’arsione ed il misero....

La parola della scienza fu tronca da uno scoppio terribile che mandò in minuzzoli i vetri della finestra e fece vacillare le pareti ed il suolo. Gli occhi dei discepoli fissarono esterrefatti quelli del terapeuta, e quai prigionieri dietro le sbarre facevano segni passionati e di grande sgomento. Il tonfo dei sassi sullo impluvio persuase alcuni ad escire da quella specie di letargo pauroso e correre allo aperto. Al traballare successivo e continovato della terra gli altri più provetti, che pure avevano le abitudini dei dolori e delle sciagure umane, a due, a tre volsero i talloni alla camera ov’era lo spettacolo della morte distesa, senza riflettere che anche fuori Libitina mieteva in vario modo le esistenze, come il villico colla falce l’erba dei prati.

Ed Hemos?... Hemos sentì qualcosa di strano infiltrarsi e correre per tutta la sua persona. Le gocciole di sudore cadevano dalla sua fronte, la quale aveva preso la pallidezza del marmo. Nella mente incerta volava uno sciame di figure alate che, urtandosi a furia, gli scendevano dal cervello nel cuore. Un supremo sforzo... e la psiche immortale aveva atterrato nella lotta la carne peritura che geme, e piange, e si agita convulsa nella strettoia delle avversità e del dolore.

— È l’ultimo giorno! E il novissimo istante! Da parecchi dì gli strani fenomeni che occorrevano e lo affannoso mutismo degli animali bruti mi facevano prevedere il danno di questa contrada.

Sale una scala di legno, traversa le cœnacula, si fa sul terrazzo sfondato in un angolo da un basalto e vede il Vesvio ardente ed eruttante in mezzo a turbini di fumo sassi e cose che di travi accesi aveano sembianza. Chiude il capo tra le mani e pacatamente discende. Ridottosi di nuovo nella sala anatomica, rimane alquanto pensieroso. E poi mormora:

— Urli disperati al di fuori. Il silenzio qui. I servi disertarono là casa. Ed io resto come un milite a guardia di una pubblica ruina. Rassegnato alla volontà degli Dei, attenderò con calma l’ora del mio passaggio. Abbellii l’anima di ornamenti suoi propri, la giustizia, la temperanza, la carità, la famiglia intera della virtù. Non feci male ad alcuno. Sento la loro voce che mi chiama e mi avvio.

L’aria erasi fatta soffocante ed oscura. La mefite serpeggiava sol suolo. Hemos chiuse il capo nella toga e si adagiò sul mosaico.

— Fata vocant, conditque natantia lumina somnus.... Qui, sul letto drizzato nelle tenebre. Esculapio, Hippocrate, Galeno.... io vi raggiungo.....

Per qualche istanti parea che due cadaveri fossero in quella sala, l’uno ignudo, l’altro coperto. Ma un piccolo moto convulso, succeduto da un lungo sospiro, pareggiò ambedue all’occhio dello invisibile. Hemos era morto!

Allorchè nel 1771 si sgomberarono i lapilli e le ceneri ammonticchiate in quella camera, vi si rinvenne sparso sul pavimento quanto l’arte chirurgica aveva inventato a sollievo della misera umanità. Vi erano le cocurbitulæ, ventose di metallo a foggia di ampolle con quattro buchi che si turavano colla creta e poi si sturavano perchè lo strumento si staccasse della epidermide. E l’ordigno per saldare le vene del capo. E gli scalpelli escisori a guisa di piccole punte di lancia e nell’altra estremità il malleum per rompere le ossa. E le spatulæ di varie forme. E gli specilli concavi da un lato e dall’altro come un’oliva. E un catetero forato colla sua mobile guaina. Ed un unco per estrarre il feto già morto. Ed infiniti ami ed aghi chirurgici. E le forfices dentariæ, come le nostre tanaglie. E i circines, le volsellæ e le tente urinarie ricurve. E le lancette di rame temprato assai duro. E le siringhe auricolarie, le seghe, i coltelli da taglio. Altri strumenti pur v’erano di uso e di nomi ignoti, racchiusi entro astucci di bronzo, di bosso e di avorio. E lo speculum, e le ligulæ e il pareuniterium pur troppo noti.

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