VENVS PHYSICA. SCENE DEL CUORE. (continued 2)
Reading edition
— E quel pileo costellato il ponesti sui ricciuti loro capi per dinotarli nati di un uovo?
— Plozio Svellio potrebbe non ingannarsi. Luciano pur dice così. Ma io credo con Festo Pompeo che il pileo fosse dato a Castore e a Polluce perchè spartani, i quali avevano il costume di combattere pileati. E la clamide la posi sugli omeri insidentem, come Aliano il decise. Ed ambo hastile gerunt, siccome Stazio ha notato. Non trascurai veruna particolarità. —
Il capannello erasi accresciuto. E tra gli altri, fattasi innanzi Laconies, una schiava addetta alla tessitura delle tele, volle anch’essa dire il suo verbo.
— E al ver ti apponi. Orazio dice nelle satire,
Castor gaudet equis, ovo prognatus eodem Pugnis....
Dunque se Castore fu detto equorum domitor e distinto nei giuochi delle corse, Polluce si palesò valente pugillatore e patrono agli atleti:
— Al duro accento ti riconosco spartana. E mal comprendo come tu abbia sì presto obbliato i tuoi conterranei, i quali mai si dipartono dai loro cavalli, doppia forza al guerriero. E ti aggiungerò qualmente la voce della tradizione faccia Giunone donatrice ai Dioscuri di generosi destrieri; laonde sempre, o sopra, od a lato di essi, ritraggonsi sui bassorilievi, sulle medaglie, sulle gemme, sui vasi e sul marmo. Se non vuoi ammettermi queste ragioni, concedi ad un pittore il seguir la legge della euritmìa, e torna al tuo mestiere di Aracne. —
Risero gli amici alla confusione di Laconies che andò via borbottando. Ma prese a difenderla Vibio.
— In una città qual’è la nostra, a poche miglia di Herculanum, presso Neapolis e Nola, non lungi da Baiæ e da Cuma, ove ad ogni piè sospinto si rizzano dal suolo edifici eleganti; ove di statue son prodighi il Foro, i teatri ed i templi; ove l’occhio di tutti viene educato al vero ed al bello ideale; ove i portici delle case private si animano e parlano agli occhi di chi attento riguarda; ove la vita, dopo il breve lavoro manovale, si passa in letture, o in racconti, od in poetiche rapsodie, non è maraviglia che anche la mia povera schiava abbia potuto emettere il suo giudizio e non aver torto. Nell’Urbe il Campidoglio si abbella di Dioscuri colossali a lato dei loro cavalli. E ricordo i versi del poeta che pur dice:
Puerosque Ledæ, Hunc equis, illum superare pugnis Nobilem....
Ma, udite il tafferuglio delle mie genti nel tablino! Mirano e sentenziano. Andiamo a vedere il Meleagro, la Baccante, la Venere celeste ed un Marte, or or condotti dal nostro valente Poseidonio. Quindi esamineremo i dipinti di Atheneo, di Charicles e di Astynoos. —
E di fatto, non eran chete le gazze. Rhodope e Primigenia avevano per le mani due specchi; il disco del primo, di argento, era sostenuto da una figura ignuda che ha elevato le mani e poggia i piedi sopra una tartaruga; il secondo aveva un capriccioso manico ricurvo, terminante con una testa d’oca, quasi per appenderlo; ed il disco era afferrato dalla bocca di un ariete che colle prolungate corna pur lo fermava.
— Mercurio, nipote di Atlante, sostiene convenevolmente la immagine di una donna, ch’è il pernio del mondo. La testuggine, simbolo del facondo dio, indica il voto che la bellezza sia lenta a sparire. Ma le serpi, le ali, la borsa perchè qui obliati?
— Chiedi stranezze, o Rhodope. Le corna sì, in questo che ho nelle mani, sono di troppo.... Oh! Mira il bel vaso che fa Lochiades opponente da Batracho. Quel giovane che ha l’asfodelo nel pugno è in vero manchevole nella persona.
— Sì, quel torso non fa onore al pennello di Echeclos. Potea risparmiarsi di graffiarvi καλος. La giovanetta nuda è meglio trattata. Le linee s’intrecciano armoniose, con grazia e con eleganza d’invenzione.
— Di’ sino a domani. Ma il Nolano sa quello che fa. E chiudi la bocca dinanzi l’altro fittile che presenta la leggiadra donna che ha nella destra lo scettro della bellezza, e porge colla manca una coppa piena di gioielli a quel giovane che accetta il dono e ne toglie di sorpresa una grossa perla. Gli è il simbolo delle nozze di Vibio. La perla del dolore. Il premio alla virtù.... Oh! lui beato!
— Veh! Epogato il bel vase di bronzo dal solo manico che finisce con due colli d’oca e dalle foglie di acanto che accompagnano i tre piedi con gentili incisioni.
— Ricorda, o Polydemo, i bei versi di Virgilio:
Et nobis idem Alcimedon duo pocula fecit, Et molli circum est ansas amplexus acantho; Orpheaque in medio posuit......
— E vedi nel manico la testina di Orfeo che da Alcimedonte fu posta nel mezzo del vaso cennato dal Mantovano. Meglio interessante questa diota col gruppo formato dal puttino alato e dal tigre sui due manichi.
— Butu Batta! Cotesti κακαβοι, o come qui gli chiamano, akena, faranno brontolare il coquus Elesiade di Messana. Più eleganti le sartagines da friggere, le pelves da cuocervi dentro le carni e le patellæ, quelle tegghie da pesce. Eccolo che viene, o Lucidea. Scommetto approverà lo ahenum, di forma elegante, che ha il manico del coperchio simulante un delfino.
— V’ingannate, o Abacino, o Issa, o Hagyo e Certa. I cacabi da appendere o da poggiare sui tripodi gli amo meglio semplici e senza ornamenti. La dea Fornax nè sa qualcosa quando gli schiavi gli nettano. Le casseruole le avrei volute fornite di bei manichi — una testa di lepre — un capo d’aglio — un ariete. — V’è solo il buco per appenderli. La patella per cuocer le uova a riverbero nei loro gusci onora l’artefice. Cotesta sì, è una sorpresa, e debb’essere Mutraio Quirinale, il fabbro che ha bottega sulla via Domizia. Liberò alla sua salute stasera dal vinaio Spiritus. E poi, come tutto è bene stagnato nello interno, secondo il recente sistema dei Galli Biturigi, sì che pare inargentato come pria si faceva.
— E che dici, o sapiente manipolatore, di quella fornacella di ferro, contenente il vaso per le opere tue?
— Non la lodava, o Certa, perchè pars maxima in ea. Ne dissi il congegno a Saturnio, il puteolano; ho assistito alla sua fattura, e me ne servirò per tenervi calde le salse con pochissimo fuoco, chiuso com’è di ogni parte. Ma i tre manichi ch’egli vi aggiunse, uno pel coperchio e gli altri per trasportar la fornace ove piaccia — quelle statuette di donne giacenti — sono proprio una maraviglia.
— Berrai anche per lui, o Elesiade, eh?
— E berrò triplo, o Abacino, se tu mi secondi. — E berrò decuplo come Anacreonte, se Certa non disdegna il contatto delle mie labbra e l’autocrazia sulle vampe del mio cuore.
— Salve, o imperatrice dei cacabi!
— Eh! dicesse da senno.... accetterei. —
Due ragionavano tra loro in mezzo agli sguaiati parlari. E miravano due statue di perfetto lavoro. Quella di bronzo posava sur un globo guarnito dalla fascia zodiacale. Era da collocarsi nello impluvio, dinanzi lo ingresso della casa. L’altra di marmo aveva un occhio di bronzo nelle reni per collocarla sospesa in aria tra le tettoie della seconda corte e sopra lo xysto. Erano veramente due capi d’opera.
— Mira, o Aurelio Postumio. Le chiome cadenti sugli omeri, il seno ricolmo, il peplo che dal capo va giù in lunghe pieghe, la rotondità delle forme la testimonierebbero donna, se l’artista l’avesse tutta coperta. La destra rialzata sulla spalla per rilevare l’unica veste e il flabello che stringe colla sinistra sono pur muliebri atteggiamenti. Quel figliuolo di Mercurio e di Venere nel cui corpo la passionata Salmace si compenetrò, servì all’allegoria di cui sono scuole perpetue le antiche iniziazioni.
— Come, o Vepinio, l’ermafrodismo non è dunque nella natura, e le son favole quelle che troviamo nei papiri?
— Sono e non sono. Ma la statua che Vibio commise allo artista ercolanese dice tutt’altra cosa. Cotesto accozzamento delle parti maschili e delle forme femminee che posa i piedi sul globo terrestre è il genio della natura che s’immedesima nei due sessi.
— Che ammirate di bello?
— Ammiravamo, o Giunio Semplice, l’allegoria ch’è in quella statua di bronzo e.... Vibio, tu fosti servito a dovere. Il Fauno, il Narciso, il Sileno, il Bacco, ed altre poche scolture in Pompei possono gareggiare in siffatto confronto. Ti costa molto?
— Aurei nummi!
— Bene spesi!... E lo stesso artista fe’ pure la statuetta di marmo?
— Mai no. — Una è di Apollonio, figlio di Archias. L’altra è di Suliodes, lo ateniese. Rappresenta l’anima umana che allargando mollemente le braccia e spingendo lo intero corpo vaghissimo nello spazio, cerca, ricerca, urta, cade, si risolleva e vola nelle ondulanti spire dell’aria.
— O maraviglia!
— E perchè nel destro polso la sottile armilla? —
Un uomo ch’era stato ad udire colle braccia in croce dietro le spalle, e tutt’occhi guardava la statua posta sur un tappeto di lana per terra, non potè a meno di dire:
— È il legame della psiche immortale col suo velo corporeo quaggiù.
— Bravo! è un uom di genio costui!
— Merita del vino diffusum consule capillato.
— No. Se ne avessi sarebbe dolciume. Darò a Peloro di quello mecum natum consule antiquo.
— Io rimango estatico, o Giunio, dinanzi quella scultura. La rivedrò messa al posto. Come la gioventù diffondesi per tutte le membra, e colla gioventù la bellezza!
— La correzione del disegno, o Vepinio, la grazia dello atteggiamento sono un insieme che rapisce ed incanta. —
Nell’atto entravano per l’uscio di strada Hermio e Macerio. Erano due schiavi dello edile. Uno richiamò la di lui attenzione su due briglie che avea per le mani — una semplice — una più adorna. — Erano di bronzo.
— Mira, o padrone. Questa a sinistra non la desidero. Nessun ornamento. Lo artefice però ha aggiunto al prostomis la bella catena, la psellion, per sedurmi. Sfibbierò l’altra e la ficcherò pei due anelletti laterali, ne’ quali va il freno, e la passerò sotto il labbro inferiore del tuo nobile africano, perchè non apra la bocca. Consenti?
— Tu hai gusto, vecchio Hermio. La equilia è il tuo regno e disponine a modo tuo.
— È buono il signor nostro. Sappiano tutti gli dei ascoltare i miei voti. — Comperai anche un prometopides, da porsi sul fronte del cavallo. È di bronzo, intarsiato di argento con bella maestria. Mira! In mezzo havvi un dischetto ove appariscono in basso rilievo due uomini seminudi che si tengono per mano, pigiando le uve sotto una pergola.
— E tu, Macerio, che rechi?
— Una lanterna, o padrone. La luce fumosa della fune impegolata, nottetempo ti offende. — I due sostegni sono di metallo a getto. Per dar passaggio alla luce interna ho preferito il corno, sottile più del vetro e più forte. La comperai da Tiburzio Cato; nè ho a dir altro.
— Sono contento dell’opera vostra. Andate. —
Quei giovani s’intrattennero anche alcun tempo collo edile, ragionando di arte, aspirandone per la retina degli occhi e traspirandone per ogni poro.
E chi non era artista in Pompei? Scuole, siccome noi or le intendiamo, non esistevano. Ma tutto e tutti ne fornivano continuo i modelli, dalla natura animata alla natura palpitante. I pesci nel mare, le triremi sul Sarno, i begli alberi carichi di frutta sul piano, le case di campagna sul versante del Vesvio, i monumenti nella città, i bambini ignudi, le donne non molto coperte — di belle linee fornite e di facile consorzio — il culto professato largamente alla iddia del cuore dalla pubertà sino al possibile, ecco gli educatori allo sguardo per la scienza della forma, per la leggiadria delle movenze, per la magia dei colori, per l’armonia dei gruppi. Io veggo graffite sui muri caricature delineate col sentimento dell’arte. Nello ambulatorio addetto alla famiglia degli accoltellanti erano immagini di giostre, di uccisioni e di cacce che nessun soldato oggi saprebbe segnare colla baionetta. I mosaici presentano una varietà di disegni ed uno accoppiamento di marmi ammirevole. Non un quadro copia di un altro. Se raffigurante lo stesso soggetto, diversa la posizione delle figure. E ve ne ha di quella che Raffaello e Michelangelo avrebbero testimoniato co’ loro nomi.
Io credo che ai monelli — dopo aver macinato i colori e visto il metodo di adoperarli — prendesse sovente la fantasia dello imbratto e riescissero. E incoraggiati e plauditi, continovassero. Quell’anch’io son pittore debb’essere di antica data. Ed è certo di origine italiota dai secoli lontani.
Gli amici si salutarono e si strinsero le mani.
— Quando le nozze? —
— Appena, o miei, avrò posto in assetto queste domestiche cose.... Nei giorni fausti del quinto mese. — Fra poco. —
— Augurii lieti, felici. —
Tutti partirono. Andarono di concerto sino all’arco a trionfo. Quindi ognun prese il suo cammino, quale verso il Foro, quale alle sue case. Un d’essi, Marco Porcio, avviossi colà d’onde esciva la luce che irraggiava in quei giorni il suo cuore. E camminando diceva a sè stesso con quel gesto animato dei meridionali.
— La mia chimera è svelta come Diana cacciatrice. La donna breve, più che uno sproposito, è una inavvedutezza di Vitunno che dà il soffio della vita ai mortali. L’amo bianca, perchè il giglio è bianco. I poeti per velare gli orrori della pelle bruna la dicono dorata dai baci del sole. Quell’oro è rame brunito; è una epidermide di assi. Ho qualche sospetto però sul colore dei suoi capelli. Ma così qual’è, anima e corpo sono un invidiabile possesso. —
Cennia Augusta — della famiglia Procula — che l’occupava sì da veder lei in ogni cosa nella quale imbattevasi, lo riamava; ma di quello affetto di donna giovane e svagata che vien dopo la idolatria di sè stessa. Quanta giovinezza! Quali occhi! Oh! come purissimi i suoi contorni! Tre anni innanzi, in aprile, aveva compito dodici anni. E se lo spirito avea progredito, anche la natura aveva sviluppato su di lei le sue forme svariate. Già nella notte un ribollimento del sangue aveva sollevato i suoi sensi nel calore del riposo ed operata una gradevole epurazione che avevala agitata e commossa tutta. E nel maggio, la natura fiorì in lei d’un tratto e senza sforzo, siccome una rosa vivace e fresca che sbocci al bacio possente dei raggi di un sole di primavera. Non poteva uom vederla senza sentirsene punto dentro. In quell’ora la era discesa dal letto di avorio per andare nel domestico bagno. Quivi:
Effulgent camerae, vario fastigia vitro In species animosque nitent:
E la giovane etèra baloccavasi nel tino di bronzo, lucido e terso come oro, e udiva la cronaca scandolosa del giorno che Feda, la sua venerea, le andava narrando, intanto che la flabellifera le teneva lontane le mosche dal capo. Dopo un lungo cicaleccio su molti svariati propositi, Giulia interruppe:
— Oh! Tutto concedo ad Horania di M. Alleio Sirico. — Il lusso di cui non abbisogno — lo amore che mi circonda — gli affetti di Porcio dipendenti dal mio sorriso — le di lei ville sontuose in Capreas e sul Vesbio — tutto — tranne quella crotocula dal colore di zafferano, tanto ora in moda.... Ahimè!.... Tamno; il mercante nella via Popidiana che mena alla porta di Nola, mi assicura non averne più di tal tinta. —
— Eh!... l’avrà. E vorrà fartela pagar nummi d’oro. Phrygia — la tua nudrice — udì lo sproloquio che Tamno facea con Ebelana e con Lusia al proposito di quella stoffa egizia. Certo, par cosa maravigliosa. Sai?... Egli riceve dal paese che crea ogni portento tessuti bianchi, ma apparecchiati da industri artefici in Tyro. Gli tuffa nella caldaia ove bolle un mordente, e le stoffe impregnate escono fuori di colore diverso, cui nè l’uso impallidisce, nè l’acqua della fullonica lava. —
— In verità, di quella tinta io non vidi mai alcuna veste. E la voglio. E l’avrò. —
Odesi un leggero rumore di passi sul molle tappeto della stanza vicina. Una mano solleva la portiera. Ed ecco due giovani e belle schiave, vestite di lunghe tuniche bianche, le quali penetrano nel misterioso asilo di Venere e delle Grazie.
— Marco Porcio, o padrona, è venuto e chiede vederti. —
— Mercurio, o Feda, a me propizio lo manda. Sacrificherò a quel divino nel mio larario. —
E sì dicendo si sollevò dal tino. E dal suo bellissimo e ignudo corpo discese a goccioloni, come pioggia di perle, l’acqua profumata da asiatiche essenze. Le schiave denudaronsi anch’esse le braccia e il petto rigonfio per essere più libere nei loro movimenti. E carezzarono con minuziosa cura la dermide delicata della padrona mercè sottili spugne tinte di porpora. E presi gli strigili di avorio, con essi mollemente la tersero. E la nettarono colle pomici. E la dipelarono col lutum venetum — miscela di terra di Cypras e di aceto. — E l’asciugarono a modo colle pelli del petto dei cigni.
Quando in seguito la Cennia fu innondata di aromi i meglio preziosi dell’Assiria e dell’India, chiuse la seducente persona in una di quelle tuniche di lana che Varrone chiamava stoffe di vetro per la somma loro leggerezza: calzò i piedini in eleganti soleæ scarlatte, adorne di ricami d’oro e di granati. E appoggiata sulle spalle delle schiave, si trascinò in una stanza bene illuminata, dove le donne di quella tempra dum comuntur, dum moliuntur spendevano un anno di vita.
Finchè durarono le prime cure nessun occhio indiscreto potè penetrare in quello asilo, come se quivi si fossero celebrati i misteri della Buona Iddia. Fra lo speculum di argento e la persona è sulla tavola tutto un mundus muliebris — spilloni, stili, lime per le unghie, spazzolini pei denti, pennelli pel liscio, mollette per strappare i peli del mento, vasi di avorio, di alabastro, di argento, di vetro, di terra di Nola, di murrhina, contenenti i cosmetici i più svariati e le essenze preziose. — Vi erano le pomate di Cosmos, e di Marcelliano. E i profumi d’Iris di Corinthum. E gli olii estratti dalle rose di Pæstum, di Præneste, dallo zafferano di Rhodum, dalla maggiorana di Cos. Nè tra gli aromi mancava quello delle mandorle amare di Mendes; e del cinnamomo che costava venticinque denari la fiala; e il così detto regalis, perchè composto pei re dei Parti, il quale odore era il più stimato e ricerco per la ragione che gli era il peggio costoso degli altri.
Dopo avere annerito i sopracigli e le palpebre con uno spillo esposto alla fiaccola della lucerna e rosate le gote col belletto — sì che gli sguardi doventassero vivaci e lo incarnato attraente — una nuova schiava, Hellen, sparse sulle chiome di Cennia un’acqua il cui secreto era dovuto ai Germani, il popolo suo. Quei capelli, poc’anzi neri come ala di corvo, presero presto lo splendore dell’oro, ardente qual fuoco. Dappoi che Nerone avea celebrato coi suoi pessimi versi il biondo arrischiato della sua consorte Poppæa — cui egli diè il nome di saccinum, fossile combustibile, bituminoso di un giallo rossiccio come il giacinto — le eleganti avevano sdegnato le nere capigliature che ornavano la fronte delle figliuole del popolo italiota e, o si adattavano sul capo i capelli tessuti delle bianche donne nate sulle rive del Reno, o li tingevano del colore dell’ambra per non parere creature volgari.
Allorchè la coma fu calamistrata et crispata calido ferro, e gli aghi crinali la tennero in quell’ordine di anelli che la moda imponeva, lo amante poteva entrare ed assistere al compimento dell’acconciatura. I veli del mistero non avevano altro a coprire dinanzi al suo sguardo.
— Venere physica e Mercurio abbiano lo altare giuncato di fiori. Poi sacrificherò io in secreto alle divinità favorite. Intendi, o venerea? Ora, introduci qui il giovane Porcio.... Prima però dammi la calthula.... eccola là... quella leggera, azzurra, che si accorda coi miei capelli ora biondi. Mi avvilupperò in essa per quanto occorra. —
Marco venne accolto con una di quelle frasi che danno al colloquio della prima ora lo incanto e la dolcezza della intimità profonda. Cennia gli stese la piccola mano, gemmata in ogni falange, che l’altro passionatamente baciò. Non so se i pochi lettori, che le cure nazionali e le depauperate fortune mi economizzano, abbiano mai riflettuto al rapporto misterioso che esiste tra la mano e la bocca di una donna amata. Parmi che in quelle dita, su quelle labbra arda una qualche fiamma che bruci il sangue. Sono i due punti da cui scaturisce il filtro che crea le grandi ubriachezze del mondo.
Erano soli e senza alcun sospetto. Non io narrerò la conversazione del cuore ch’ebbero insieme. Un profumo divino era racchiuso in ogni loro pensiero. Un mistico fiore fu colto, assaporato, goduto. Quando il dialogo — interrotto talvolta da eloquenti silenzi e riattaccato da frasi velate che dicono tutte le cose della terrà e del cielo — ebbe fine, la donna dominata da una idea cardinale che l’agitava da tempo, discese dallo empireo dei sensi e così prese a dire:
— Io sono ciò che hai voluto.... Mi sento tua. E ne son lieta.... Sì, tu mi fai la donna felice quaggiù. Ma....
— Che manca a Cennia Augusta, l’amica dell’anima mia?
— Ho il bene supremo con te.... Avrei Venere irata se mi dolessi. Mi ami e mi dài continove prove di affetto. Ma una goccia di pioggia turbinosa mi è caduta sul cuore. E i dragoni, le arpie, le chimere, tutti i mostri di Acheronte non m’impaurano come il pensiero che da qualche istante mi assedia. —
Allora lo amante ansioso si levò dalla cathedra; e abbracciandola, cercò consolarla:
— Se tu mi ami riamata, qual fuoco incendia le ali della tua psiche divina?... Tu guardi confusa sulle tue mani?... Sei stanca delle gemme incise da Phrygillo, da Tamyro, da Apollonide, da Tryphone, da Dioscoride? Preferisci ornar le tue dita di smeraldi, di granati, di ametiste, di niccoli lavorati da Aquilas, da Quintillo, da Rufo, i migliori tra gli artefici del giorno? Dillo ed avrai....
— No, caro ed amato Porcio.
— Tu arrossi confusa? Ah! comprendo ciò che da me ti divide. Rivedesti nell’Odeon Q. Pompeo Amethysto che un giorno sospirava ai tuoi piedi. Ha un fascino il suo sguardo. Parecchie donne mi han detto che i suoi occhi dimoiano più facilmente le reticenze del cuore, di quello che il sole la neve.
— Tu evochi periglioso ricordo. Che la memoria solletica più furiosamente dell’atto. E lo invisibile dà una scossa dolorosa e di tutte delizie alla fibra delicata di certi cuori... Ma, non temere. Non è l’ombra che viene ad assalirmi.... Bene, una cosa reale. —
E lo chiuse tra le sue braccia e lo baciò colle labbra smaniose. E poi, mirandolo fisso per meglio immedesimarselo — era sentimento? era artificio? chi comprese mai il vero sullo sguardo delle anime innamorate? — proseguì:
— Se io ti oblio, o Marco, che Venere mi oblii. Il mio amore per te è la saviezza del cuore. Io mi voto a te con tutta la tenerezza della creatura composta di nervi e di sangue.
— Ma dunque, parla. Che è mai?
— Perdona. Noi — fragili cose — siamo l’orgoglio, la curiosità, il capriccio, lo interesse vanitoso del sesso più forte. Una crotocula io vidi del colore ora in moda. Tamno l’ha venduta ad Horania, donna del tuo amico Sirico.
— Ma Tamno altre ne avrà.
— No. Sol’una ed è quella. Lungo è il tragitto da Tyro. Breve dall’Urbe. Toglimi da questa malattia del cuore. Ed avrai tra le tue braccia la donna scherzosa come un epigramma e passionata come una elegia. Vuoi?
— Il sole ha mille aspetti commoventi, e tu sei come il sole, o mia. Mi facesti tremare pur dianzi. Or mi sollevi dal profondo ove la fantasia incerta non trovava la strada per tornar su. Sì, o amore, sarai consolata. —
Chi descrive il sorriso di Cennia Augusta a quei detti? Non io. Sulla sua faccia splendeva qualche cosa di fuggitivo, d’indistinto, di misterioso che fornisce nuovi alimenti alle vampe che allumano il nostro sangue. Quegli che sa le grazie della donna, e che passò la sua gioventù a contemplarla, e che apprese a vivere contemplandola, comprenderà e delineerà il sorriso di quella bellissima creatura appagata.
— Lo giuro a Venere sacra, e l’avrai. —
Partì. E quel giuramento della volontà fu un di quei pochi che il vento mal fido non osò portar via.
Horania — la giovane donna invidiata pel possesso della crotocula — era allora in una sua villa sul versante meridionale del Vesbio. La strada che vi conduceva — praticabile dai cavalli e non da alcun carro — era abbellita di alberi e di fiori, e di utili culture. Le quali venivano qua e là interrotte da enormi massi grigiastri che facevano pensare ai combattimenti misteriosi tra esseri di una forza sopraumana ed altri la cui natura il senso religioso tentava spiegare. Su quei massi non una pianta; qualche arido stelo sulle crepacce. Pareva la preda offerta agli ardori divoranti del sole. La casa era grande e di forme svariate. Torri — porticati a colonne — piscine elittiche — atrii con camere da letto, sale, bagni, e fauci che il tutto riuniva, esponendo ad un cielo di zaffiro le sue mura bianche ed incontaminate.
Il padrone di quel luogo sontuoso era assente. Sirico — che in città possedeva la casa prossima alle Terme, dal triclinio il più ricco di pitture che sia in Pompei, dal protiro che saluta il lucro quale la divinità del suo cuore, e che sul muro di contro aveva fatto pingere ad encausto i serpi simbolici contro il mal’occhio colla iscrizione: HOTIOSIS LOCUS HIC NON EST PROCEDE MORATOR — era un uomo di speculazioni arrischiate che i costumi depravati ammettevano. Provvedeva di cinedi e di fanciulle i fastosi del paese e di fuori, e faceva mercato di schiavi da lui comperati in Europa e nell’Asia. Da due mesi trattenevasi nell’Urbe a cagione del suo turpe commercio. Horania era stata a sedici anni da lui acquistata in Pale, dell’isola di Cephallenia che con Ithaca prospetta il promontorio greco dell’Acarnania. Più che quarantenne, avevane fatto la compagna della sua esistenza; impadronendosi di una giovane vita — non del suo cuore — e sommettendola ai suoi capricci. Il lusso, i vini delicati, i ricchi mobili, le più ricche vesti, i monili d’oro, le gemme, le perle, il codazzo dei servi, la casa di città e di campagna sono lo accessorio della felicità per l’anima giovanile della donna; ma non la felicità piena. Laonde la si era incaricata un giorno di secondar la fortuna, la quale talvolta tradiva il commerciante nei traffici suoi.
Giovinezza e bellezza non sono di frequente sinonimi. Vi ha donne, non giovani, bellissime. Vi ha giovani incompiutamente belle. Se il volto è appassito, il corpo è un fiore sul gambo. Se il viso è fiorente, la persona non è ancor ritondata. La donna dai venticinque ai trenta anni è la vera madre della grazia, della bontà per tutti, delizie ch’essa rivela cogli occhi ricchi di pietà, di gentilezza e di amore.
Ed Horania era, quale io la veggo nei miei pensieri, di una bellezza antica. Con un elmo greco sulla testa e il torace coperto da squame d’oro avrebbe raffigurato Minerva in quei tempi della carne glorificata e dei divini ardori. Le sue narici mobili e graziose posavano sur una bocca rosea, umida e sempre aperta al sorriso. Quando parlava pareva un uccello. Quando taceva sembrava un fiore. Due grandi occhi, del colore delle viole mammole, si disegnavano sotto una fronte diritta, adorna di capelli abbondanti, che in onde oscure le s’inanellavano sulle spalle, ritenuti da una rete di fili d’oro. I piedi, le braccia, le mani impensierivano i cultori dell’arte imitatrice. Da tutta la persona snella e leggiadra venivano allo sguardo emanazioni sottili, invisibili di fascino e di voluttà.
Un giorno Catullo Messalino, tornando da una ispezione alla colonia dei veterani, la incontrò colle sue schiave in una via solitaria del monte. L’uomo e la donna si guardarono a vicenda. Ed ambedue compresero dai battiti del cuore lo arcano che la natura compone nel sangue e rivela quando che sia.
Il giovane centurione era siculo. Aveva l’anima di fuoco. E la pelle che coprìa le sue carni era pure bronzata dai raggi del sole natìo. Non era bello di quel tipo che Phidias, Gorgias, Pithagora di Rhegium, Patroclo di Crotone, Hypatodoro e Aristomede di Thebes avevano fissato con linee convenzionali. Di statura mediocre. Di forme proporzionate. Un misto di tristezza e di grande energia. Se sul campo contrastato avesse avuto la fortuna a rovescio e i militi fuggenti, come Arrio Secondo avrebbe strappato l’aquila dalle mani del vessillifero e, gittatala in mezzo alle falangi nemiche, detto cogli occhi:
— Io corro al pericolo in nome di Roma eterna. Seguitemi e riprendete la gloriosa insegna! —
Molti uomini, presi dal fulmine di quegli occhi, sarebbero tornati i vincitori del campo. Nessuna donna — almeno per un istante — avrebbe potuto restarsi muta allo appello.
Quei due esseri si amarono e ardentemente si amarono. Messalino passava alcune ore deliziose della sua giornata con lei. Sulle di lei labbra gli sembravano più belle le parole della lingua natale. Le frasi si dipingevano di un candor virginale e di certe delicatezze che pareano innocenza. Egli coglieva per essa le più belle rose e i più bei frutti del luogo. Ed Horania, sdraiata ai suoi piedi sur una pelle di tigre, accennando alle ridenti piagge di Surrentum, di Capreas e di Pithecusa che chiudevano il cratere partenopeo, addolciava la vita di poetici pensieri, sollevati dalla immagine estatica ed amante che aveva dinanzi. Una subita e terribile fatalità poteva troncare il filo di quei sogni dai quali quegli spensierati si faceano cullare.
La passione è il vino delle grandi ebbrezze, o è l’acqua di Lete — vino ed acqua che hanno la potenza di annuvolare i cervelli.
— Amore! tu mi hai ritolto da una vita di noie e di secreti lamenti e mi portasti sulle tue braccia in paesi ignorati. Ciò che tu m’inspiri lo sapeva io pria di vederti? I tuoi baci sono profumati come il mele d’Hymetto. Il tuo amplesso mi ha creato il cuore. — Sirico.... Oh! Sirico non era da tanto! —
Messalino si rammentò di un uso antico della sicula gente che meglio avrebbe risposto allo incantesimo di quelle parole. Prese dalla corona di rose che a lei cingeva le tempia un bottone rossissimo di Mileto che parea fior di granato. Lo sfogliò in una coppa di murrhina ripiena di falerno e la vuotò in onore di lei e della sua idoleggiata bellezza.
Questa era la vita che furtivamente, o per caso infinto, o per meditato convenio menavano da due mesi quelle creature felici sotto il cielo ardente della Campania e nella invocazione di Venere protettrice. Le ore lietissime sono siffattamente fugaci da eludere il taglio dello scalpello, il graffito della penna, il plagio del colorito. Lo spettro, che è cosa morta, non può riprodurre la scena del cuore, che è cosa viva. Non posso però ritrarmi dal pingere la sofferenza che straccia e dilania le viscere di quegli amanti sorpresi nel grembo di una svagata sicurtà.
Catullo Messalino, attraversato un bosco di lauri, entra in uno xysto, penetra nell’æcus e si ferma. Quale inno cantavano i begli occhi neri e radianti dello eroico centurione? Era un’ode. I ricordi, la speranza, la gioia illuminavano gli sguardi ricercatori. Ma Horania non vi è. Esce e nel sollevare la cortina che abbuiava la luce di una camera, la donna dell’anima sua si leva dal lettuccio e gittandosi nelle sue braccia, pallida ed in lacrime, chiude il viso sul collo di lui.
— Domani.... forse oggi.... egli qui! —
Siffatto caso, sì preveduto, e tante volte meditato, parve ad ambedue una inattesa sventura. Messalino non rispose e più ardentemente la baciò. Quindi:
— Horania.... egli venga e trovi vuoto il cubicolo tuo.... Abbandona queste equivoche dovizie, sparse di lacrime e sporche di fango.... Vieni meco.... Dovunque sarò e tu sarai.... Posso omai vivere senza te?... E non morresti tu lontana dal leone del cuor tuo? —
La donna era così sprofondata nel suo cupo dolore, che lo udiva trasognata e levava gli occhi lucidi al cielo quasi per incontrarvi una idea consolatrice. Ma vi sono momenti nella vita in cui le illusioni fanno paura a sè stesse e non osano entrare nelle menti desolate dalle passioni, poi che la innocenza le ha disertate per sempre. E comunque una idea di affetto le fosse discesa dal cielo o venuta su dal cuore, la bellissima greca l’avrebbe sfatata. Il centurione era lo avvenire incerto, l’uomo del gladio, il padrone del braccio, la lotta dello indomani, la vita dei continovi pericoli. Sirico era il focolare domestico senza dignità, senza stima nè amore, sì. Ma il focolare che riscalda, che ha il domani. Era la carezza del lusso, l’abbondanza dei profumi. Era la età matura sui cuscini di porpora e sul rispetto degli schiavi prostrati. Era la prosa della Danae abituata alle visite metalliche di Giove che allontanava da sè la poesia dei ricordi i quali si facevano ognor più velati. Gittò un sospiro profondo, lo strinse forte al suo petto, lo baciò furiosamente e poi parlò.
— Tu sei il bene supremo. Tu sei la esistenza.... La mia sarà omai breve, lo so. Ma.... la mia vita non poteva confondersi colla tua. Separiamoci. Il Fato vuole così. Allontanati prima ch’ei giunga. —
Il siciliano comprese. Ma l’amava. Ed ogni suo nume era in lei. La guardò fiso per qualche istanti. La baciò sulla bocca, sulla fronte, sugli occhi e sì febbrilmente da dar vita con quei baci di fuoco a una morta. E partì.
Partì. E lo xysto, ed il lago, e la fontana, e gli alberi e la foresta di lauri ebbero i suoi sguardi sfiduciati e il vale estremo. Se lo imperatore lo avesse chiamato a combattere, il suo braccio avrebbe commesso miracoli di virtù in tale istante. Desiderava in tanto dolore la morte utile agli altri — refrigerio al suo cuore — la morte eroica del centurione romano sotto lo sguardo dei Dioscuri protettori.
Corse al mare e si cacciò nelle onde agitate e spumanti. Nuotò per un’ora onde raccattare un po’ di distrazione e qualche stanchezza. Ma il sangue bolliva, i nervi erano tesi. — Inforcò un cavallo e di corsa verso Neapolis. Ma, non appena giuntovi, indietro a slascio, attratto dalla memoria di lei. — Si racchiuse nel suo cubicolo e passò la notte in ismanie e mordendo le coltri. Oh! i disegni della sua mente delira!
— I seguaci di Romolo, le Sabine!... Senza quel ratto l’Urbe non sarebbe sorta potente.... E qual Sabina la Horania mia! Mia?... D’altri.... non mia! Di mio non ho che il dolore di averla perduta.... la memoria di un limitato possesso!... Ecco, io mi slancio alla testa dei miei veterani, brucio, ruino la casa del mio rivale e rubo la donna, la sola nata agli occhi del mio cuor travagliato. —
Cotesto vano trionfo di un istante inebbriava per poco il suo cervello che ardeva. Ma le leggi del dovere cui era abituato lo tranquillavano ben presto e gli facevano disprezzare le stravaganti avventure che pur dianzi lo avevano solleticato.
Barcollante tra pensieri diversi, uno alla perfino seppe accettarne. E corso al tribuno dei militi, che aveva il comando delle tre coorti di stazione nell’agro pompeiano, chiese ed ottenne il permesso di andare nell’Urbe col pretesto di faccende a lui care.
Io scrivo sulle agitazioni di un povero spirito, immerso in un pelago d’idee tumultuose quali esse sono, non quali la convenzione adottata sui tempi eroici a noi le trasmise nelle pagine istoriche e nei monumenti. L’uomo nato di donna è sempre uomo. La vita pubblica e il campo di battaglia possono trasumanarlo; e in questo istante solenne il cuore si divinizza, la frase diviene sublime e l’atto non è più cosa mortale.
Or uno schiavo entra nell’atrio e chiede di M. Catullo Messaline. Questi esce, svolge una pergamena che gli vien pôrta: e,
— «Sono ancor sola e libera. E brucio di amore. Vieni.» —
Corse allo invito e rientrò nella felicità come se riprendesse il filo di un sogno beato dopo breve vegliare.
Ore piene! Ore deliziose! Ore che qualche lettore ricorderà.
A notte tarda riprese la via del ritorno. Era più consolato. Sentiva ancor sulle labbra il fremito delle labbra non sue. Sentiva quasi sul petto il contatto di lei. Quando, giunto presso un burrone profondo, vide nella oscurità escire un’ombra da un masso di lava e venirgli incontro in atto di minaccia. Dai battiti del cuore di quel fantasma comprese chi fosse.
Sirico avea tutto saputo da uno schiavo fedele. Volea vendicarsi. E aveva in mano il coltello da ciò. La sfida mortale. Il luogo scelto era adatto.
La lama aguzza aduna il poco chiarore dell’aria e scintilla in alto nelle tenebre. Messalino dà indietro, sguaina il brando e ferisce con impeto. Un urlo disperato e il tonfo di un corpo pesante che precipita a sbalzi in fondo al burrone compirono la tragedia.
Tornò sui suoi passi e destò la giovane addormentata.
— L’ho ucciso. — Or mi appartieni.
— Ma è sangue oltraggiato quello che hai sparso!
— Egli uccideva me. Vieni. Mi salvo e ti salvo. —
Ricoverarono nell’Urbe un delitto di più.
Delitto?... Eh! baie!... Gli era il prodotto di un funesto amore dell’anima umana, fiore sanguigno sbocciato in tempi assai diversi dai nostri, cresciuto nella esaltazione, anaffiato dalla gelosia, colto dalla minaccia e che sentiva lo aroma di una natura aspra e gagliarda.... Uomini di tal tempra non permettevano a piedi stranieri di calpestare con insulto la sacra terra dov’erano nati! Coteste parole servano a Messalino di scusa presso coloro che coi se e coi ma si addormentano placidamente ogni sera sulla coltrice delle nazionali vergogne!
Siccome gli sguardi, esistono nei lessici di tutte le lingue parole di doppia vitalità — quella del cuore d’onde escono — quella del cuore che le riceve. — E spesso in una di esse si annicchia la genesi di una battaglia, la trasformazione di una esistenza, il rifugio di una grande speranza, una resurrezione piena di dolcezza.
Herculanilla era la rarissima tra quelle creature che i poeti covano nella mente come la più intima, la più cara, la più completa espressione della grazia, del candore, della intelligenza, della beltà. Il suo merito supremo consisteva nell’esser lei, non altra che lei. Nè i pennelli, nè la penna possono fare il suo ritratto. La donna immensamente amata non si tratteggia, non ha chi le somigli, è quella! Così Herculanilla era incisa e scolpita nel cuore di Lucio Vitelio Hycca, colla sua capigliatura ardente e impregnata di amorosa elettricità, colla sua voce fine, carezzevole, colorata, col suo pudico sorriso che diceva promesse e la unione del cuore. Egli aveva combattuto in Giudea; e, nella ostinata e rabbiosa difesa del tempio in Jerusalem, aveva avuto la fronte solcata dal gladio e il petto scalfitto da un colpo di lancia. Il primo allo assalto. Il primo a penetrare colà dentro. Avrebbe dovuto ricevere la corona aurea vallaris, o castrensis, perchè quello era un baluardo del campo nemico. Gli fu data invece la corona muralis, perchè si volle considerare il muro del tempio come il muro di una città. E Flavio Vespasiano imperatore la offeriva a lui ferito e disteso in faccia alle legioni vittoriose. E quando egli andava a’ teatri, nel Pecile, nella Basilica, nelle Curie, in ogni pubblico spettacolo, il suo posto era dopo quello dei magistrati; e i decurioni in segno di rispetto si levavano in piedi.
Aveva in quei giorni arringato a pro di Septumio Clycone, giovane amante, il quale — non gradito qual genero da T. Uliteo Satanio, prefetto dei vigili, ed insultato pubblicamente da un di lui liberto — erasi obbliato sino a batterlo con grave injuria sulla persona. La rottura di un braccio indicava l’ammenda di trecento assi o libre di rame. Lo eroe del dramma era un giovane ben noto. La eroina era Vereia — nome che in Osco volea dire repubblica, forma di reggimento sempre cara ai Pompeiani — che parea volesse morirne di dolore, mentr’egli minacciava di uccidersi sul di lei cadavere. La cronachetta era corsa nella bocca di ognuno. Il bisticcio colpevole. — Lo amore infelice. — La potenza della parola che aveva tutti commosso nella Basilica, sino ad ottenere dal padre irritato che l’accusa cessasse pel dijudicium intra parietes. — Gli sponsali accaduti. — Era siffatto trionfo da annuvolare la mente del debolissimo sesso, il quale per sopraciò non sa reggere e s’intenerisce alla vista di un uomo generoso, crismato dal valore e coronato dalla vittoria.
Vitelio narrava di cotesto suo recente trionfo nella casa di Alphinio Secondo. Herculanilla, la sua figliuola, parlando, lo interrogava cogli occhi inspirati da segrete intenzioni. E il valente soldato fu ferito anche una volta nel cuore. Impigliato nel glutine dello entusiasmo ideale, comprese; ed ambedue si amarono sin da quel giorno. E se la fanciulla dopo pochi mesi pensava che la vita spesa senza vederlo, nè udirlo, non era vita vissuta per lei, egli non sapeva comprendere a che servissero le ore non irradiate dallo sguardo adorato di quella Venere terrena, cugina alla Iddia.
Quanti sutterfugi! Quali lotte! Quanti andirivieni! Quali scuse per un ritrovo; per una visita; per allontanare un importuno; per celare ad un indiscreto un prezioso istante della vita; ed esser soli; e goder soli di quello scoppio di felicità che invade due cuori amanti; e dirsi l’un l’altro quella parola che non invecchia mai col consumo dei secoli e sarà ripetuta sino allo istante supremo in cui per lo esaurimento del calorico terrestre il mondo cesserà dal germogliare e morrà.
Un giorno che il piacere spensierato, la innocenza sorridente, la bellezza di bianco vestita irruppe nella camera ove Vitelio attendevela per secreto messaggio, egli gravemente le disse:
— Herculanilla! Amore! Soavità della mia vita! Noi siamo dannati a separarci.
— Come!.... E da chi?
— Dal dovere. La mia legione, l’antiqua ritorna in Galilea. Evocatus sum. Non son sacerdote. Non son magistrato. Beneficium non habeo dai decurioni e dal popolo, quella dispensa che mi darebbe legittima esenzione dallo esercito.
— Heu, me misera! Amore degli occhi miei, mi abbandoni così?
— Non piangere! Vexilla sublata sunt in Capitolium, il rosso per la evocazione dei fanti, lo azzurro pei cavalli. Tito gli chiede ed io ho già detto il mio sacramento. —
Herculanilla gitta un piccolo grido, si copre il viso e piange a dirotto. Vi sono dolori di privilegio che abbelliscono. E quelle lacrime amare, che tremano come gioielli sulle ciglia, divinizzano la donna idolatrata.
— Lascia ch’io beva quelle stille di pianto. Consolati. Tornerò. E sarai mia... E allora, teco per sempre!
— Rispetta il mio dolore. Sarà compagno della mia corsa felicità. Sarà il mio custode nella tua assenza.... E se tu morissi?
— E se io morissi!... Non dilaniare il tuo cuore con tristi presagi. Io sono centurio primipilus, e porterò l’aquila della legione. Perciò, col consolo e coi tribuni. Roma vincerà i suoi ribelli, ed io tornerò al tuo fianco a narrarti il secondo trionfo dei nostri sul più testardo e feroce dei popoli domi.
— Va, nuovo Promoteo. Ubriacato dalla gloria, che tu non possa sentire lo strazio del tuo fegato roso dal vulture crudele! Oh! la immensa giornata di lacrime e di angoscia del mio cuor vedovato!
— Tra le mie braccia, o soave delizia di questo istante. —
E sollevatala di peso, se la premette sul cuore semisvenuta.
E la baciò a furia, febbrilmente, senza dir verbo. Il dire distrae. E l’anima era piena di lei e del suo crudo destino. Ma d’un tratto si staccò di forza e bruscamente partì. Una voce, dolce come una carezza e lamentosa come un vale estremo, piangeva in un angolo della stanza e mormorava:
— Lucio.... a me anche una volta.... poi alla tua Patria! —
Tornò. E le due teste si collarono per un istante come fossero una sola. E quel luogo pieno di tanto amore rimase pieno di lutto, di singhiozzi e di amare memorie.
Il grande spettacolo della guerra calma ed acqueta le fantasticaggini della mente e a poco a poco il soverchio calore del cuore. Chiuso nei nuovi suoi obblighi, Vitelio vi trovò il migliore dei rifugi contro tutti i disgusti e le tristezze dell’animo. La ferita ben presto marginò. Tratto tratto la divina credulità delle grandi passioni lo spingeva dall’Asia in Europa per riassaporare le felici ore godute e il ricambio delle affettuose cure. E colle preoccupazioni di ciascun giorno i viaggi dello spirito si fecero meno frequenti. Quando la morte è attiva e militante, e colla falce delle battaglie miete sul campo desolato, e distende sotterra l’uomo pria ch’egli abbia consunto l’opera sua, quello spettacolo riconcentra l’anima svagata e la fissa al suo grave compito. I Giudei che stimavano la forza ostile non superabile, fecero il gran giuro e fermarono morire prima che sostenere la schiavitù della patria. In Tarichea, non più pane per le donne, non più pei figliuoli; e già tutti, d’una voglia sola, sacrati alla morte. Un rogo s’innalza. Vi ha chi tronca la vita e chi gitta con mano libera ancora i cadaveri sulla catasta. E ciascheduno attendendo lo istante di ardervi colle persone più caramente dilette, grida:
— Meglio morire che veder morto il nido natio! La morte non è un morire; ma gli è un vivere col Dio di Moises e dei profeti. —
Ed Herculanilla in lacrime attendeva sempre nel suo amore immortale il ritorno di Lucio Vitelio Hycca vittorioso e fedele.
XVII EIDIBVS JVNI. Era giorno fasto. Lungo l’anno venivano deposte in un vicolo chiuso presso il tempio di Vesta le ceneri del fuoco sacro che si ritiravano dallo altare. La porta di quel chiassuolo, detto janua stercoraria, si apriva dal pontefice Massimo e le ceneri erano gittate nel Sarno. Quel giorno rispondeva a’ dì quindici giugno del nostro calendario, fissato già per le nozze religiose di Cneo Vibio e di Melissæa.
Gran folla era nella via Domizia. L’atrio, pieno di amici delle due famiglie che univano il loro sangue. Ve n’erano di prima e di seconda ammessione. E qua e là i clienti e gli affrancati in faccende.
Ma il grande affare trattavasi nella camera della sposa. Le cosmetes, le ciniflones, le calamistæ, le psecæ, le vestificæ, cioè le schiave che pettinavano, che acconciavano i capelli e vi soffiavano su una polvere che ne faceva risaltare il colore; che li arricciavano co’ ferri caldi; che davano l’ultimo assetto alla pettinatura; e le sarte che vestivano la giovanetta erano tutte attorno di lei. Escita appena dal bagno e asciugata, Scaphion gittò sul bellissimo ignudo corpo il supparum di lino egizio, ch’era pur detto sindon, o vestis byssina, simile per la forma ad una camicia, senza maniche e sparata sul petto; e chiusi i piccoli piedi nei calcei purpurei. Sur una tavola era la narthekia, il mobile più prezioso allo assetto delle donne. Era una scatola di legno odoroso, guarnita di cornici e di fasce di avorio in rilievo. Conteneva unguentari di cristallo scolpito; fibule d’oro; piccoli arnesi di argento per le unghie, per le orecchie e pei denti; fiale di sardonica; e vasettini di alabastro, contenenti essenze profumate venute di Antiochia e di Alessandria. Fabricio ci ha serbato i nomi di venticinque di esse; nomi nuovi e svariati di raffinamenti e modificazioni impercettibili, con cui i mercanti spacciavano gli stessi odori che avevano tutti per base la radice di un arbusto chiamato costum, o le foglie aromatiche dello spicanardus.
Melissæa è seduta. Delphia tiene a lei dinanzi uno specchio di argento lucidissimo, di forma rotonda, chiuso in una cornice dorata, di quelli che si fabbricavano in Brundusium. Nape la pettina, rutilabat comam, la profumava, crispabat calido ferro, adattava i ricci onde la fronte apparisse bassa, giusta la esigenza della moda romana, e intrecciava a quei suoi capelli d’oro fili di perle, di pietre preziose e le crinales vitiæ, cioè fasce e nastri di vario colore. Erotia e Scapha animarono una discussione importante. L’una dicea che i capelli della sposa conveniva separarli col ferro di una lancia intrisa nel sangue di un gladiatore morto nello Anfiteatro. E poi dividerli in sei trecce a foggia di quelle delle Vestali. L’altra — e Nape era con lei — non volea saperne della lancia. Coraggiosi figliuoli sarebbero sempre nati da così nobile seme. E piuttosto che separare i capelli in sull’occipite in sei ciocche, valea meglio, così arricciati ed ondulosi com’erano, racchiuderli nel reticulum auratum e farli cadere copiosi sulle spalle. Avrebbero dato maggior risalto alla sua testa divina.
— La mia padrona non abbisogna che si pettini a tuo senno per essere ancor degna di alimentare il sacro fuoco. Tu sì che commetteresti sacrilegio se ti facessi foggiare in tal guisa.
— Impudica! Pria di dirmi insolenze, avresti dovuto non confidare alcuna cosa ad Eulalia ed alla tua memoria.
— Sibili come una serpe. Scapha sa — e tu non lo ignori — che la lancia che hai costì nelle mani non è gladiatoria nè mai fu bagnata di umano sangue. Bando alle ciurmerie.
— Via. Chetatevi. Perchè Erotia non si affligga in questo giorno felice, dividete i capelli col ferro della lancia. Involgi, o Nape, le chiome nella leggera vesica. Poni sul capo la corona di verbene, che io stessa ho raccolto e tessuto, e ricuoprila col luteum flammeum qui debebit me nubere viro meo. —
Così fu fatto. Le posero nel foro delle orecchie pendenti d’oro, simulanti foglie di edera, ed una face accesa la cui estremità finiva in una perla. Quei pendenti, l’uno distaccato dall’altro, si chiamavano crotalia, perchè risuonavano urtandosi. — E la face dinotava le fiamme del cuore. E l’edera lo attaccamento della sposa all’uomo suo.
Cypassis, la bruna schiava di Memphis — che aveva un affetto particolare per la sua gentile padrona — volle incaricarsi dello affare il meglio importante; e tanto più che facea contrasto colla fosca sua carnagione. Aggiustato il capo, affibbiati gli ori e il segmentum, stretta la persona nello strophium, essa la vestì della tunica recta, tutta bianca, amplissima, ornata di bende. E la cinse col cingulum laneum, sostenuto dal nodus Herculeus, che il marito avrebbe poi sciolto. Gli è perciò che diceasi zonam solvere per esprimere l’ultimo grado di domestichezza tra l’uomo e la donna.
Melissæa, meglio che ordinare, permise che le affettuose sue schiave acconciassero sulla sua persona le vesti nuziali che accrescerebbero di tanto la sua naturale avvenenza. La mente era presa da una involontaria inquietudine. Sentiva dentro la commozione nuova che fa provare la vicinanza di un gran cambiamento, per quanto esso si creda felice. Amava suo padre. N’era teneramente riamata. Sorgevano altri doveri. Passava dal certo allo ignoto. Si distaccava da una sollecitudine devota, andava in braccio ad una sollecitudine più intima e confidenziale. E quando le sue amiche, Giulia, Emilia e Maria, le sorelle del duumviro Pontico, entrarono per avvertirla che il Flamine-Diale era già nel sacrarium della casa; e lo sposo, e i dieci testimoni, e gli amici, e i parenti l’attendevano per la sacra ceremonia, essa si gittò tremante al collo di quelle sue fide compagne e pianse. Le lacrime sono contagiose. E più, perchè destavano nelle sopravvenute un certo tal qual turbamento, di cui sarebbero anch’esse colpite fra non molto per la circostanza medesima.
Melissæa apparisce nell’atrio. Il vestibolo è aperto ai curiosi, ed il portico, il peristilio, lo xysto sono gremiti di gente.
Gli sposi siedono sur una sella jugata, coperta di una pelle di pecora. Il sacerdote di Giove prende la mano destra della giovanetta e la pone nella mano destra di Vibio e pronuncia:
— Hanc tibi in manum do. —
Con altre parole sacramentali e solenni dichiara che la donna dovrà partecipare ai beni del coniuge suo siccome ad ogni altra santa cosa. Liba a Giunone. Compie la confarreatio. E fa che la sposa ponga nel dito mignolo dell’uomo il cerchio d’oro formato da una verghetta incrociata, terminante in due piccoli globi, riuniti da una fune cui era sopraposto un rubino dalla immagine di Ercole in rilievo, chiusa in una cornice d’oro. Era la antico nodo che prima fu cingolo alla persona, poi monile al collo, armilla al polso della sposa ed anello al dito degli sposi.
Vibio, commosso, le prese con ambe le mani la fronte e la baciò. E amorosamente guardandola, le disse:
— Un dio è in te, o Melissæa..... Qual dio? Lo ignoro. Ma, vi è un dio! —
E cavato dalle pieghe della tunica uno spinther, ossia cerchio d’oro, aperto e terminante in due teste di serpe, lo adattò sullo avambraccio di lei. Eravi sopra scritto: SPERATA. PACTA. SPONSA. NUPTA.
Nello uscir del sacrario le due famiglie e i testimoni entrarono negli æci per occuparsi del primo pagamento della dote fissata. La folla andò via lentamente di casa per soffermarsi sulla via.
Demophilo, presa per la mano Melissæa, l’accompagnò sino al prothyrum. Quivi alcuni giovani la presero sulle braccia come per costringerla ad abbandonare per forza le paterne dimore ed incontrar con dolore lo allontanamento delle persone legate con lei dallo affetto e dalle abitudini. Cotesta finta violenza richiamava alla memoria il ratto delle donne sabine. Vibio aveva mandato cinque dei suoi liberti presso la casa degli Edili per accendervi le torce nuziali che doveano precedere la processione. Essi tornati, il corteo si pose in cammino. Tre fanciulli vestiti di pretesta si presentarono. Uno andò innanzi, squassando un ramo di albospino acceso per ovviare il mal’occhio. Gli altri due condussero la sposa per le mani. Dietro era una schiava colla conocchia guarnita di lana ed un fuso. E con lei, un giovanetto, detto camillus, che in un cesto di vimini portava i crepundia, i giuocherelli, le pupazzole con cui Melissæa erasi baloccata. Venivano poi quattro statue sorrette sulle stanghe dorate da sedici schiavi. — Iugatino, il dio che aggioga; — Domiduco, che presiede alla processione nuziale verso la casa dello sposo; — Domicio, che introduce la sposa nella nuova dimora; — Manturna, mercè la cui protezione essa soggiornerà sino alla morte col marito suo. — Poi venivano lo sposo, i testimoni, gli amici e la folla. E questa, accompagnando la voce al suono delle sarranæ, cioè alle armonie di un doppio flauto lungo e breve, cantava un inno a Talassio, uno dei banditi accorso al richiamo di Romolo, che rubando la sua sabina, ebbe con essa lunga e fortunata unione.
Giunta la sposa sul margine della via di Mercurio, dinanzi la porta principale della casa nuziale — tutta adorna di ghirlande di mortella e di rose, e parata di una stoffa di lana bianca — Melissæa vi appese alcune bende unte di grasso di lupo, onde allontanare i sortilegi, soggetto di terrore per quella razza d’uomini che pur di nulla temeva. — E la folla cantava l’inno a Talassio.
Vibio allor si fece sul margine; e fingendo ignorare il nome della fanciulla biancovestita, le chiese:
— Quis es?
— Ubi tu Caius, ibi ego Caia. —
Cioè a dire: — dove tu sei signore e padre di famiglia, ed io sarò signora e madre. — Avvegnachè fosse di suo diritto il dichiarargli ch’essa contava vivere secolui con patto di eguaglianza e pur compirebbe esattamente i doveri di moglie e di massaia, ad esempio della nuora di Tarquinio, Caia Cæcilia Tanaquilla che lasciò nome di un’abile lanifica e di una virtuosa sposa. Due bambini le fecero toccare la torcia accesa e l’acqua, per significarle che quind’innanzi avrebbe comune col marito la vita, cioè, l’acqua ed il fuoco.
L’uscio si aprì. E Giulia, Emilia e Maria la sollevarono di terra e la deposero mollemente nell’atrio, senza che i suoi piedi toccassero la soglia. Questa era sacra a Vesta; e sarebbe stata una profanazione e un funesto presagio, se colei che avea rinunciato agli attributi della dea — tutela ai grandi destini del mondo romano — l’avesse toccata coi piedi.
Nell’atrio era distesa una pelle di montone dai lunghi velli. Su di essa le amiche la posarono, quasi per ricordarle le sue prossime occupazioni. E Vibio le presentò colla sinistra le chiavi della casa raccolte in un medesimo anello e coll’altra una patera di argento con alcuni nummi d’oro, premio alla sua compiacenza. Quindi i due felici gittavano l’uno manciate di noci, l’altra i suoi crepundia, per testimoniare com’essi da quel momento davano bando alle futilità, e non si sarebbero occupati che delle gravi cure della famiglia.
Per solennizzare la festa Vibio offerse una sontuosa cœna nuptialis ai parenti, agli amici ed agli altri invitati. Gli schiavi tirarono le cortine del tablinum. La lunga pergola ed il giardino erano illuminati. Tutti mossero; e volgendo a diritta, entrarono nel triclinio, decorato di marmi africani e orientali, rossi, gialli e sanguigni, con bella architettura innestati da fasce di alabastro egiziano. Invece dei tre letti, eravene uno solo semi-circolare ed oblungo, rispondente alla forma della stanza assai vasta. La illuminazione era splendida. Il convivium anche più. Giovani schiave riccamente vestite, giovani succinti, liberti e curiosi erano sotto le colonne della pergola, tutt’occhi allo spettacolo che pel loro divertimento si stava apparecchiando.
Dal posticum — ch’è nella viuzza parallela a quella spaziosa dalla fontana di Mercurio — era entrata nello xysto una truppa di orchestredi, giocolieri che di Creta mostraronsi in Atene, e di Syracosion si propagarono nelle nostre contrade. Ippoclide onorò la cibistesi, allorchè per ottenere la figliuola di Clistene in isposa, pose in mostra la sua destrezza, imitando il giro della ruota della Fortuna, e così rendersi benevola la iddia capricciosa. Ed al padre sdegnato che a lui rifiutava il possesso della nata di lui, lo ateniese die’ la famosa risposta: — Οὐ φροντίς Ἱπποκλεὶδη — È l’unico pensiero d’Ippoclide — che passò tra i Greci in proverbio. In Pompei chiamavano quelle acrobate coi nomi di cernuatores e petauristæ. Erano belle giovanette di Gnathia e di Rubi, condotte da un uomo che traeva pro della loro bravura, egli suonando le sarranæ ed un fanciullo la cetra. Allorchè fu distesa per terra una tavola ov’erano a determinate distanze confitti tre gladii, una di esse, cacciata giù la lacerna — specie di largo mantello col cucullus col quale erasi coperta — mostrossi nuda, avendo soltanto i capelli tenuti in freno da una benda ed i fianchi cinti da un grembiule, fascia che i greci chiamavano περὶζωμα e i latini subligaculum. Aveva le armille ai polsi e la periscelide sul destro malleolo. Colle mani aperte, gittatasi a capo rovescio, rimase per poco colle gambe in aria; quindi si capovolse sulle spade con mirabile prestezza, senza rimanerne offesa. Dopo parecchie prove, l’editor collocò in fine della tavola, in alto, un cerchio entro il quale erano pur confitti altri pugnali; e la taumatopia colla medesima destrezza capitombolò sui gladii, penetrò colle gambe nel cerchio e piegando il corpo come un verde fuscello, saltò fuori sui piedi ed illesa.
— Terror et metus nudis insultant gladiis. —
— Nè il terror, nè il timore saltano con lei, o Grumio. La cibistetere si volge con spigliata sicurezza come i pesci rossi saettano a capo in giù nel vivaio del mio padrone in Puteoli.
— Maraviglia! Non ha molto, o Syra, vidi delfini guizzare sulle onde del nostro cratere e rituffarsi con movimenti meno leggiadri e punto pericolosi.
— Oh! mira quest’altra, Dorippe. L’editor siede, suonando i flauti. La scleropecta è in piedi sulle sue ginocchia.... afferra colle mani la spalliera.... si lancia in aria e volgendosi su se medesima, a lui poggia i piedi nudi sul capo.
— Oh! Curiosa cosa! Mira il cagnolino che ne prese il posto. E drizzasi sulle zampe deretane.
— Apparecchiano una tavola, o Loto. O, cosa è?... Ah! Una patera piena di vino e due aranci.... Ecco la più bella che salta.
— Cotesto sì, o Elpinike, io non vidi mai. Come! Nessun tremolìo sul deschetto! Nessuna gocciola del liquido fuori del vaso! E gli aranci afferrati, lanciati in aria e raccolti nelle aperte palme ora che è in piedi sul suolo! In Pæstum, per le feste di Nettuno, erano abilissimi taumaturghi. Ma Cneo Vibio soltanto sa offerire simiglianti difficili giuochi. —
Il giovanetto Loto aveva col braccio sul collo stretto a sè la persona della sua interlocutrice. E le baciò la tempia amorosamente.
Carion ch’era loro da presso, vide l’atto ed aggiunse:
— Caldi vi avviticchiate come la pianta di Bacco. Bada! È una vergogna in Pompei non continere libidinem suam. Fratello, sarò costretto a chiamarti, Canis. —
Loto era per rispondere alla ingiuria, quantunque detta col sorriso sul labbro. Ma un altro spettacolo richiamò la sua attenzione. Un’altra fanciulla, coperta dalle anassiridi listate di rosso e di nero — come le maglie strette dei nostri giuocolieri — camminando sulle mani, ricevette da un bambino sulle piante dei piedi un bicchiere di terra detto cyathus, ed un’anfora figlina e breve, sulla cui pancia era il pittacium in pergamena colla scritta, Setinum annorum decem. Destramente dalla diota mescè il vino nella lingula e con un movimento rapido delle reni trovossi sulle sue gambe, avendo in una mano l’anfora e appressando alle labbra il bicchiere che aveva raccolto. E nel vuoto, neanche una gocciola venne rovesciata per terra.
— Per Ercole! — Piper, non fœmina. — Ormai per la munificenza di questi sposi ci abitueremo alle cose impossibili. E non maraviglierò se un dì o l’altro vedrò grugnirmi attorno i porci belli e cotti.
— Oh! questo sì che è un giuoco, o Curculio. Ben altro di quello offertoci nel corso inverno da Pilonino Rufo, coi suoi gladiatori pezzenti e decrepiti che cadeano ad un soffio. Meno vili quelli esposti alle fiere.
— E il combattimento a piedi a lume di fiaccole? Per Giove tonante, parean pollastrelli. L’uno snello come un gatto di marmo. L’altro loripes, coi piedi torti, come te, o Camurio. Il terzo, il quarto, il quinto che si finsero feriti per cessare dalla fraudolenta commedia.
— Oh! La bella cibistetere che è quella che viene! E ben fece a velare le parti ghiotte che Postverta ad essa compose. Che Volupia si accordi con Morfeo ed ambedue me la conducano in sogno. Pel Panteon riunito! Mi crederei di più che Vespasiano imperatore. —
Nell’atto che Phosphoro cacciava al vento così inutili esclamazioni, la bellissima ignuda — chè il velo nulla copriva — postasi coi piedi in aria e poggiantesi per terra sui gomiti e sulle braccia distese, infilzò l’arco con due frecce nel grosso dito del piede sinistro, incoccò un giavellotto e mirò il bersaglio colla testa rilevata. Il piccolo citarista si era posto a dieci passi di distanza e con ambe le mani tenea sul suo capo ricciuto una tavoletta imbiancata avente un segno rosso nel mezzo. La petaurista strinse la corda colle dita del piede destro, la tirò a sè e vibrò il colpo. La saetta erasi conficcata nel centro. — Gli applausi, il picchiar delle mani, le frenesie furono vivissime. La fanciulla venne baciata, abbracciata, brancicata.
Il rientrare dei convitati nel tablino ruppe il filo alla meridionale baldoria. E tutti a gridare colle braccia alte:
— Vivano gli sposi! Vesta pianga, ma Venere rida! —
Caddero le cortine di Tyro d’ambe la fauci della stanza, e due donne maritate che aveano sulle chiome una corona di bianche rose, profittarono di quello istante di confusione per condurre Melissæa al letto nuziale. La camera da ciò era a lato del triclinio ed in fondo allo xysto, adorna di maschere bacchiche e di un quadro che rappresenta Giove presso la vacca Io, e di un altro che mostra Adone affaticato al reddir della caccia, attorniato da amorini e da ninfe. Il toro geniale splendeva di oro e di porpora. Il Genio — la divinità del coniugio — quia genitos tuebatur — sacrando il letto, questo venne chiamato talamus genialis. Ghirlande di mirto, disposte con vago artifizio, gli danno le apparenze di un trono, degno di accogliere la dea eterna del cuore. Le gravi pronube spogliano colle loro mani la sposa, la pongono a letto e si ritirano dopo averle dato gli avvertimenti che la loro esperienza giudicava opportuni.
Nel tablino si beve. Sotto la pergola si beve. Nello xysto si beve. Nell’atrio si beve. Da per tutto si beve. Il falerno, il massico, il caleno, il cæcubo, il surrentino, il lesbio, il mamertino, il mæonio empie le ampullæ, i cyathi, i calices, i pocula, i tortiles e sono bentosto vuotati, dopo aver propinato colle parole,
— Bene illis — Bene mihi — Bene vobis. —
Bacco aveva usurpato di un tratto un incenso che non doveva bruciare per lui. Eravi però chi non avea lasciato il culto di Venere nell’oblio. E quando i libatori si accorsero che lo sposo gli avea disertati, gridarono a coro:
— Talassius! Talassius!
Allora, un concerto di flauti accompagnò le voci dei giovani e delle fanciulle che cantarono nel cavedio l’inno che segue.
Biondo figliuol di Venere, Nume dei casti amori, Tu che di mirto e d’edera Il crine in ciel t’infiori, Signor dell’Elicona, Odi la tua canzona, E scendi in queste arene, Scendi, invocato Imene. Di Melissæa e di Vibio Sorridi ai primi amplessi. Ricco di lieti auspicii, Stendi il tuo vel sovr’essi. Sull’ali del mistero Siati il pudor foriero E scendi in queste arene, Scendi, invocato Imene. Voi, pudibonde vergini, Cui simil gaudio attende, Voi ricingete il talamo Di profumate bende. Turbar di amor gli arcani Non osino i profani, Oggi che in queste arene Scende invocato Imene. Ed ei già vien! — Già pronuba Venere a lui si accoppia. Già la cortina mistica Cela l’ansante coppia. Spenta ogni face sia.... Cessi ogni melodia.... Insino al dì che viene Solo qui regni Imene.
Cotesto Imeneo era stato in tempi remoti un giovane di Argos, il quale avea reso alla loro patria le fanciulle di Athenes rubate dai pirati. Qual premio al suo valore ottenne a sposa una delle captive che amava teneramente riamato. E da quell’epoca i Greci e i Latini, da essi inciviliti, deificando il giovane zelante e dabbene come celeste progenie, non contrattavano matrimonio senza rammentare il suo nome nei canti nuziali.
Al cessare delle note armoniose i parenti e gli amici libarono anche una volta. E ripeterono a coro,
— Talassius! Talassius! —
Era tempo di dare alcuna requie ai congiunti dalle nozze. I magistrati e gli amici riaccompagnarono Demophilo alla sua dimora. Il quale pria di partirsi dal luogo ove lasciava la metà del suo cuore, volgendo gli occhi al cielo disse nella sua lingua:
— Θυμαρην βιοτας ολβον εχοιεν αει.
— Godano essi sempre una soddisfacente felicità di vita. —
Gli altri, chi di qua, chi di là tornarono alle case loro.
Ma i convitati della sera erano i convitati dello indomani. Nei repotia si beveva di nuovo alla felicità degli sposi. — E si bevve e si cantò. E Melissæa, appoggiata familiarmente alla spalla di Vibio, ricevette dai parenti, dagli amici doni e congratulazioni che nel tumulto inevitabile e nello scivolar via dalla folla bene a proposito, non avevano potuto offerire la sera innanzi.
Solitudine e amore!... Una strada aperta, di soavi ombre, che mena alla felicità. Oh! Come leggero, vivo, misterioso, divino lo affetto che innonda l’anima, quando la graziosa persona è da presso, vi consola, vi esalta, vi indìa! La non è già della vostra carne. No! — Essa è la parte più delicata, più pura della cosa immortale che freme in voi. È il pensiero che parla. È lo sguardo che sa. — La primavera ha i suoi fiori. Il giorno, la luce. L’aurora, la rugiada. La donna ha i profumi che aduna o che spande sullo eletto dal suo poetico cuore. — Alcuni lamentano il dialogo dei primi parenti sotto l’albero della vita, e la cacciata inesorabile dall’Eden, e il frutto amaro della ingordigia — la morte. — Essi s’ingannano! La esistenza beata è in questo esiglio eterno — ma con lei che sente e porta nel seno i sublimi e ricambiati amori della umanità.