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Pompei

IL CATACLISMA. SCENE DEL NOVISSIMO GIORNO. (continued 2)

Reading edition

Nel vicolo poco discosto s’odono molte voci rauche, confuse e concitate in una volta. È Tito Atullio, il fabbricante dei camini portatiles, dei foculi, degl’ignitabula, delle escharæ di bronzo — tanto in uso nelle Terme e nelle case degli agiati in Pompei — il quale riunito alla madre, alla sorella, al figliuolo Istacinio ed ai servi, nello escire ha perduto la moglie. I parenti ristanno nella oscurità e nella pioggia dei lapilli, curando le cose di pregio salvate — quattro orecchini d’oro, una collana, dei braccialetti, molte monete. — Il bambino ha una lucerna di bronzo che la bufera subito spense. Dopo molto errare presso le mura, eccolo ei torna, avendo tra le braccia Cœsia Prima, la cui bellezza era il sogno di un artista. Una capigliatura aerea e dorata si distaccava in anelli sul suo collo di cigno. Le rose delle ardenti voluttà eransi schiacciate sulle sue labbra. Ora sono pallide come i gigli e si fa trascinar dal marito come cosa morta. Procedono innanzi a stento... si arrestano.... piangono.... cadono.... e, tutti stretti, abbracciati, muoiono.

E le pietre pomici piovevano sempre!

Morto Popidio Celsino, la eredità di Plilia fu venduta, ed essa colla sorella tornossene in Grecia, dove da lento morbo consunta morì. La casa venne compera da Flavio Ceppysiodoro, liberto di Flavio Licinio Romano, arricchito dal commercio dei marmi. Avendo vissuto a contatto di tre diverse civiltà — molto in Egitto, un po’ nell’Urbe ed in Sycion ov’era nato, e per sopra ciò schiavo — aveva elevato a religione la teoria del tornaconto; e il re del suo Olimpo per lui era Mercurio che per sua propria devozione aveva mandato a nozze colla Malafede e faceva adultero coll’Astuzia, colla Menzogna e colla Viltà. A cotesti soli iddei egli dava incensi ed onori. Gli altri numi ei li lasciava tutti alla gente sciocca e gocciolona che non s’intendeva di affari. Per gli uomini arricchiti, di tal conio, la virtù in quei tempi era la virtù in questi che corrono — vano nome. — I nummi rappresentavano molte cose manchevoli, necessarie e richieste. Come oggi!...

Aveva sposato da alcuni anni Perennia, la figliuola di un’altro liberto ricchissimo, suo coetaneo, il quale era morto per un’apoplessia che lo colse nelle braccia di una donna. Un terapeuta corse in suo aiuto. Ma il brav’uomo era già nel Tartaro, attendendo che i pollinctores gli lavassero e gli profumassero il cadavere e facendo voti che i vespillones non gli togliessero di bocca la moneta per pagare il navicellaio Caronte. Come sempre, senza mercede non si passava in quel mondo che anche oggi si spera e si dice migliore.

Perennia era giovane e bella. Nè amava. Nè stimava il marito. Ma, molle e licenziosa, lo conduceva a suo modo. La sua faccia agl’indifferenti non diceva verbo e pareva una Sfinge. I giovani a modo però e che a lei piacessero vi leggevano quello che nel verno, appoggiati i piedi sugli alari di un camino, noi vediamo sui capricciosi disegni delle fiamme e del fumo. Val quanto dire ciò ch’essi volevano e desideravano.

Nel secondo atrio adorno di bel pavimento a musaico e che ha un recipiente rettangolare nel mezzo per raccorvi l’acqua piovana del tetto, sono molte donne che tessono e filano con quella rilasciatezza con cui lavorano le genti comprate, cui i rimproveri e lo staffile sono incitamento alle opere. Ed il caldo soverchio sin dalle prime ore del giorno — quell’afa sì straordinaria, in tal mese autunnale — avrebbe loro fornito le proprietà sonnifere del papavero, se non avessero dato alcun riposo alle mani e molta libertà alle ali del pensiero. Una sola aveva un viso misterioso. E, poggiati i gomiti sulle ginocchia, lo sosteneva sulle palme aperte delle mani. Clysma, nata in un paese dell’Asia, era poco loquace per abito, e parea che, prestando l’orecchio alle armonie della sua mente, si confortasse della schiavitù e della durezza di quello stato con consolanti e fatidiche apparizioni.

Perennia che dormiva in una stanza vicina ruppe con un grande urlo il cicaleccio delle sue schiave. Alcune accorrono nel cubicolo. Poco stante essa giunge pallida in volto, si asside e si terge il sudor della fronte. E tutte ansiose a domandarle che fosse.

— Ah! Io feci un sogno tremendo. E mi destai affannosa e fradicia tutta. —

E Scaura, e Maronia, e Giulia, ed Angipta, ed Auga, e Tanablea le ripetevano la domanda.

— Pareami di essere in un paese pieno di strepito e di lamenti. Era in Pompei? Non so dirlo. Ma nessuno io scorgeva intorno di me. Volti gli occhi in aria vidi Nemesi irata lanciar sulla terra gruppi di serpi lividi e schifosi. Tento uscir dallo xysto e riparare in casa, quando odo un urlo straziante.... e inorridita veggo il piccolo Cæsariano coi capelli irti sulla fronte correre a me e precipitarmisi nel grembo. Un di quegli aspidi lo mordea sulla nuca e le sue spire strette al collo glielo serravano a soffocarlo. Pallida, tremante, fuori di me dallo spavento, mi provo a discioglierlo da quel laccio. Ma.... le forze mi mancano, le dita s’irrigidiscono, grido.... alfine mi desto.

— Terribile sogno! Clysma? Esci dai tuoi abituali silenzi.... Soccorri alla nostra padrona colla tua prescienza e la calma.

— Maronia.... E che dirò? Voci giulive non mi esciranno dal labbro. È il sogno men chiuso che Perennia abbia mai fatto. —

E Scaura;

— Orsù. Toglici dall’ambascia. Apri gli arcani del sogno. —

La Egiziana allora guardò tutte in viso una per una, e si levò dalla postura in cui erasi per ore tenuta. E per quella facoltà dello spirito la quale nelle sofferenze morali, fa che la creatura dai nervi sensibilissimi presagisca gli avvenimenti o, nella esaltazione del cervello, li vegga svolgere in luoghi discosti, Clysma continovò:

— Osiris, lo sposo della sorella Isis.... Typhon, suo fratello, lo è di Nephtis. Questi ha trovato la corona fraterna sul letto nuziale presso la moglie addormentata e stanca... Mirate lo scoppio della gelosia!... Le acque invece di fecondare distruggeranno. Le terre aride colmeranno le terre piene di vita e di germinazione. La nimphæa nelumbo impallidisce e muore su suo verde stelo.... La felicità morta! Le dovizie morte! Lo amor morto!... Tutto morrà in questa contrada che ha dilaniato a lento morso i miei verdi anni e il mio misero cuore!... Amset, Hapi, Satmouf, Mamses — i geni di Amenthi — non accoglieranno col natrum le nostre viscere nel loro grembo. L’orecchio di Retiset è già chiuso ai vostri lamenti.... Apparecchiatevi. Apparecchiamoci tutti.

— Io ti farò battere usque ad necem, o nera maliarda. È l’acre vendetta della vile anima tua che a te suggerisce....

— Nè padroni. Nè schiavi. Tutti eguali innanzi all’ira di Typhon. Le sue collere tu le hai vedute. Esse si spanderanno su te.... Era l’agonia che ti troncava i polsi e ti vietava di salvar Cæsariano.... Dì! Non vedesti il monte nel sogno?... No?.... E pure dal monte Typhon verrà. —

Ciò detto, Clysma tornò a sedere per terra, appoggiando le guancie sulle sue mani. E le altre più impaurite che mai. E Perennia divenne livida come se l’alito della morte le avesse sfiorato la fronte. Ma, cambiata idea, replicò:

— Io ti ho comprato gypsatis pedibus et auribus perforatis; ed eri una vernacula nata in casa di un cittadino romano in Babylon. Ti feci istruire in artibus ingenuis e fosti pædagoga del mio Cæsariano. Eri considerata la Perennipora qui. Così tu ricambi la bontà del mio cuore?

— Accorciando lo stame della mia vita tu non allunghi il tuo. Io tel ripeto... Typhon si agita per febbre ardente nel monte. Credi tu che le tue verghe solcanti il mio corpo possano fare ch’egli non ne esca fuori? E pensi che se tu dicessi al pretore:

— Hanc fœminam liberam esse volo jure Quiritum. —

cotesta affrancazione salverebbe la città dall’ultimo esterminio?

— Oh! Questa schiava coi suoi delirii m’insulta. Chiudetela nello ergastolo, e questa sera deciderò della sua sorte.

— Presumente!.... Non sarai in tempo fra un’ora. Un’ora?... Ecco. Trema la terra... Ah!... Lo scoppio!

Tutte balzarono qua e là, tenendosi alle vacillanti pareti. L’orribile scroscio rintronò nei cuori già preparati dalla paura. La gragnuola delle pietre incomincia. Un tetto è sfondato. Cæsariano ferito nel collo corre barcollante e piangendo in cerca della madre e la giunge. Auga, Maronia entrano nelle stanze e raccolgono anelli, armille e monili d’oro, utensili di argento e una copia grande di monete. Riedono presso la padrona e la persuadono alla fuga.

Ma dove e come? La pioggia delle pomici ha oscurato l’aria e ricuopre il suolo. Tentano a tastoni, a lato del tablino, di penetrare pel piccolo uscio nel sotterraneo e salvarsi dal triclinio a terreno per la pianura. Scambiati pochi passi un’aria pestilenziale e non respirabile ne le caccia indietro.

— Salvaci, o tu, che lo puoi. Le dovizie di mio marito per te!... Affida alle braccia del tuo Dio questo frutto almeno delle mie viscere. —

E stringeva al petto il bambino e lo baciava coll’amor passionato di una madre. E stendendolo a Clysma, cadde stramazzoni, sui lapilli, affogata dalla mefite. E tutte caddero morte nell’atto stesso.

E le pietre pomici piovevano sempre!

Sino dal giorno innanzi Tito Plasilio Aliano, figliuolo dello affrancato Timagène era tornato dal Pontus Euxinus, sur una delle navi paterne. Disceso e abbracciata la famiglia e tutti gli amici che ben presto gli furono d’intorno, die’ ordine di scaricare la caudicaria che aveva guidato nel porto. Il dì poi chi passava trovavalo laggiù e gli stringeva la mano e festosamente lo baciava. Era un bravo uomo, tutto inteso all’ora presente e felice nei ghirigori della vita. L’anima sua e le cose esterne nel vagabondar che faceva mai trovavano il chiodo fastidioso della fermata. Nomade nel deserto dei mari, le sue corse erano come i raggi del sole i quali splendono per tutti; e non sentiva gli accessi melanconici della poesia solitaria, figliuola allo egoismo. Giunto laddove gli affari del traffico paterno il menavano, vendeva, cambiava, comperava. Ed intanto provvedevasi di uno alloggio e di un’anima che non fosse tirannica, permettentesi senza donarsi. Talvolta erano doni di Numi. Tale altra merci lucrose. Sempre passeggere felicità, incarnate e colorite da un vivido sangue; il quale, al pari del liquore dei grappoli d’uva, forniva ebbrezze subitanee ed accessibili a tutti.

Giovanetto e col padre erasi dato al mestiere del nauta. Aveva visto molte contrade, e il suo intelletto erasi sviluppato al contatto dei diversi popoli che avea bazzicato. Sapeva la storia dei Greci, suoi compatrioti di origine. Conosceva i loro usi, i loro spettacoli. Erasi maravigliato dei monumenti del vecchio Egitto e delle pitture di vivi colori — mezzo decorativo, recondita storia. — Tende — Armenti — Deserti — Vaste solitudini — Città incivilite. E il lago immenso detto il Palus Maeotis. E Panticapea, dalla cui altezza scorgevasi la imboccatura dello stretto del Bosforo Cimmerio che congiunge il lago al Pontus Euxinus.

Begli anni vaganti e bene spesi, perchè proficui al suo commercio e allo addottrinamento del cuore. Tornato in paese, gli pareva ringiovanire. Emozioni, sorrisi, riposo. E quelle maghe graziose dello spirito, che aleggiano attorno e dicono il dolce incanto a chi ritorna dopo una non breve assenza nel loco natio.

— Sii il ben giunto, o Plasilio, nella nostra città. Che io ti abbracci e mi gratuli teco della fiorente sanità che gli Dei ti conservano.

— Sei sempre il mio amico, o Porcinio Rodio, fin da quando Verna ci forzava ad apprendere a furia di nerbate. Sia pace ai suoi Mani. Ma aveva il braccio assai grave. Che fai costì nel porto?

— Seppi il tuo arrivo ieri nell’Odeon dagli amici Umbricio Bifurco e Karminio Hyccario. E venni a vederti, poichè immaginai come nelle tue case fosse vano il trovarti. D’onde vieni?...

— Dalla costa orientale del Chersoneso Taurico.

— Quali le merci trasportate qui?

— Molta parte del carico è il frumento che gli schiavi e i saccari ammonticano dinanzi il magazzino, là in fondo. Or che la Sardinia e la Sicilia ne fanno desiderare, stimai affare migliore comperarne nella Tauride che ne produce in abbondanza. La terra, solcata appena dallo aratro, ne dà trenta per uno. E l’affluenza da qualche anno è siffatta che hanno aperto di recente in Theodosia un porto capace di almen cento navi. Giunio Sequestro, il pompeiano, e lo ateniese Hyphidamas sono andati a Panticapea. Il grano quivi è più caro. Ma lo caricano subito senza attendere il turno, e per una nuova legge non vi si paga diritto nè di entrata nè di escita.

— Anche di quel porto dicono maraviglie.

— E a ragione. E l’arsenale? E il castro? E la città? E le case dei particolari? E le taberne? E le fabbriche? Tutto grande quello che qui è piccino. Al ricordo le mie sensazioni si ravvivano e....

— E più se rammenti le creature che furono parte animata delle tue felicità, eh?

— Eh!... Gli è pur così.... E molte volte io chieggo a me stesso se il lago Maeotis non sia il più vasto dei mari e Panticapea la più bella e vaga ed ospitaliera città dello universo.

— A trent’anni... e sempre eguale come a diciotto quando lo spettacolo del mare t’inteneriva sino alle lacrime.

— T’inganni, o Porcinio. Così fosse?... Il molto vedere ha strozzato la sorpresa innanzi i miei occhi e di tal guisa svanirono i molti piaceri di cui essa è la madre. La esperienza a poco a poco si è rivestita delle spoglie che appartennero alle sensazioni defunte e rimango quasi insensibile a ciò che una volta m’illuminava tutto.

— Il solo Ponto opera però il miracolo!

— Vorrei veder te in faccia a quello immenso bacino, circondato quasi per ogni dove da montagne che più o meno si sollevano dalle sue rive ed in cui quaranta fiumi versano le loro acque, provenienti dall’Asia e dalla Europa. La sua lunghezza è di undici mila stadi. La sua maggiore ampiezza, di tremila e trecento. Differenti nazioni sono disseminate sui margini suoi, di diversa lingua, di varia origine, di più svariati costumi. Vi siedono città fondate da quei di Mileto, di Megara, di Athenes. A levante è la Colchide, celebre pel viaggio degli Argonauti.

— Dicono che nel verno Eolo vi abbia il suo trono.

— Grande verità! Gli è perciò che prevedendo le nebbie le quali oscurano la sua superficie, io drizzai la prora al ritorno. Hannovi nel verno terribili tempeste e naufragi numerosi. Ma quai pesci eccellenti! E quanta abbondanza! Il fango e le sostanze vegetali che i fiumi vi scaricano gl’ingrossano e gl’ingrassano. Si vive sulle sue coste a ruba. Immagina! Un bue di prima qualità pel nutrimento dei rematori te lo danno per ottanta dramme. Un montone per sedici. Un agnello per due. Un manovale costa per giorno tre oboli. Vi ho comperato mantelli di lana per venti dramme e delle scarpe per sei.

— Verrò da te ad approvigionarmi al bisogno. Per ora la temperatura non lo richiede, e cotesta è una grande stranezza del nostro clima in questo anno.

— E sì, che anch’io ieri nello imboccar nel cratere me ne avvidi e ne stupii forte. Ænonao, il protosaccario di mio padre, ha chiesto doppia razione di posca per ognuno dei facchini da scarico.

— Nè basta, o padrone. Ci pare di aver lo stomaco di ferro rovente. Più se ne beve e maggiore è la sete. —

Era Cantrio che ripassava dopo aver gittato il suo sacco sul cumulo.

— Lavorate animosi e ne avrete.... Ehi! Santapila, tu che vai carico verso il fondaco, di’ ad Ænoao che addoppi il buono che con tanta facilità traspirate. Ma in tre dì voglio sgombera la nave per caricarla d’olio in Capreas. —

Presumente! Parlava di avvenire in una città condannata e sopra un selciato, mobile e vacillante quanto la tolda della sua nave!

I due amici si trassero di là e per la porta della Marina si avviarono verso Pompei. Dinanzi la nicchia di Minerva sotto l’arco, incontrarono Hera Nevia, Appia Callista e Terzia Turpedia, giovanette in preda a febbri d’artificio che lo amore condanna e le cui fiamme sono incerte ed effimere. Erano seguite da Abiginio Albulato, da Sesto Eppio, da Afrenio Helvino, giovani sfaccendati che uccidevano la noia logorante delle dodici ore luminose nella tonstrina, nei termopoli, nelle Terme e le altre dodici nelle orgie. Un ricambio di sorrisi. Strette di mano cordiali, ed innanzi. Giunti presso la Basilica, il suolo traballa, le mura crepitano, le colonne piegano in volta. E poi un rumor sotterraneo. Quindi lo scoppio sul Vesbio. Corrono barcollanti nel Foro. Una colonna di fumo. Una grandine di sassi. Si cacciano a precipizio sotto il portico e fuggono.... Fuggono. E lo spavento cammina loro dinanzi colla testa imprecante agli Dei. E sono abbracciati dalla morte che gli attendeva come certa sua preda.

Agato Vaio — il quale reggeva una Caupona nella via Domizia, che Giulio Polybio, il mercante di grani e duumviro, fattosi suo collega, avevalo aiutato ad edificare — escì di casa difendendo il capo dalle pomici con un cesto di vimini, corse forsennatamente verso il Ponderarium — officina del pubblico peso, che ora direbbesi Dogana — urtò in un ciuco che la stranezza degli avvenimenti lasciava indeciso nella fuga e che le voci interne del capriccio e..... dell’asineria — spesso ascoltate dalle sue lunghe orecchie — lasciavano allora impensierito ed immoto, lo gittò disperato da un canto e per una porta di contro discese a saltelloni nel porto. Colà può afferrare una barca, vi si caccia dentro e voga in salvo. — Era stato meglio Cauponius che Caupo in altri tempi; cioè, arnese di osteria piuttosto che reggitore e padrone. Allora faceva versi. E quelli exodia, specie di farse oscene, atte a dissipare in teatro le impressioni tristi della tragedia, cui succedevano. Erane adunque actor et auctor. E conservava i diritti di cittadino. E potea servire nello esercito, — due prerogative che non godevano gli attori seri i quali recitavano le commedie di Nevio, di Plauto, di Cœcilio, di Afranio, di Terenzio. Ma tanto le fabellæ atellanæ come il carmen togatum — od incontrassero plausi o fischiate — non gli facevano afferrare le chiome della Fortuna. Laonde Agato erasi dato a più profittevole esercizio..... Eh! La più bella Musa dell’Olympo non sa nudrire il suo povero amante. Conviene far propria — secondo il gusto — una di quelle nove fanciulle e risguardarla come una ganza. Esso non possono dare altro che ore di compiacenza, fumi di gloria, nebbie di vanità, pecunia mai..... almeno in Italia, dove la supina ignoranza delle plebi non le conosce, nè stima.

Il sole è alla metà del suo corso. Una brigata di uomini in gran parte canuti seggono in una sala decorata di bei dipinti, tra i quali rifulge la splendida pagina murale che presenta lo episodio poetico di Virgilio, il pio Ænea che parte di Cartagine a furia di remi e lascia sulla riva Didone costernata ed in lacrime fra i suoi attoniti cortigiani. Intorno sono raffigurati il crotalo, il sisifo, la tromba, i flauti, le tibie pari e lo scabillo, quello istrumento pneumatico, come i nostri organi, che i tibicini suonavano coi pedali di legno o di ferro per accordare i tuoni dello strumento da fato. Sono per la stanza supellettili di bronzo e di vetro elegantissime con un vaso di alabastro di graziosa forma. E nel mezzo è una tavola di porfido con suvvi una piccola statua, simulante un giovane appoggiato sul dio Termine. Il più provetto, Nicia di Mileto, continova la discussione che animava gli occhi ed il gesto dei convenuti:

— No! Non ammetto con Hedilo che il divino poeta, dalla fantasia facile e la meglio feconda, siasi servito per costruire i suoi versi di una lingua strana e bizzarra. Mi sembra più naturale il pensiero ch’egli abbia voluto fare suo pro della lingua volgare dei tempi suoi. E nel vero. Dugento anni pria che nascesse, i Jonii condotti da Neleo vennero a stabilirsi sulle coste dell’Asia-Minore. Ma con essi erano i Tebani, quei della Focide e di altri paesi della Grecia. I loro idiomi misti a quelli degli Eolii dovettero formare la lingua nuova, parlata, di cui Homero si servì. I dialetti, limitati ad alcune città, presero un carattere distinto in progresso. Ma la stessa varietà testimoniava l’antica confusione. Le medesime lettere anche ai dì nostri non hanno forse in più luoghi pronuncia diversa? E quante le parole che in Athenes indicano un significato ed un altro presso un popolo che variamente le termina? Homero, aiutato dallo strano suo genio, spigolò il buono di tutti i dialetti e creò la lingua monumentale che noi parliamo.

— E gli è cotesto ch’io non ammetto. La poesia era assai coltivata dai lirici dei tempi suoi. La lingua era già abbondante e piena d’immagini. Due grandi avvenimenti, la guerra di Thebes e quella di Troas esercitavano gl’ingegni. E di ogni parte i rapsodi colla lira annunciavano al popolo le gesta dei loro antichi guerrieri.

Rhiano anch’egli divideva tale opinione e aggiungeva:

— Ed Orpheo? E Lino e Museo? Ed altri, le cui opere andarono smarrite? Ed Hesiodo, il suo contemporaneo, che in uno stile pieno di soavità e di armonia descrisse la genealogia degli Dei, i lavori campestri ed altri interessanti argomenti? Homero trovò dunque la lingua e l’arte già adulte. Trovò un emulo altresì. Ma s’ei primeggiò, non posso per questo consentire che Nicia lo proclami genio creatore.

— Parlerete ambedue sino alla restituzione della libertà popolare in Grecia ed in Italia, vantando Orpheo, Lino ed Hesiodo, ed io crederò che la Iliade e la Odissea sieno la disperazione dei poeti che furono, che sono e che saranno. Cosa fece il divino Homero? Nello assedio decennale scelse uno episodio — Achille si crede insultato da Agamennone per la ritolta amante e si ritira nei suoi accampamenti. I Troiani, incuorati, escono dalle mura; e più volte vittoriosi, appiccano lo incendio alle navi nemiche. Patroclo, lo amasio di Achille, si veste delle sue armi, combatte e muore per le mani di Hettore. L’offeso ritorna colle armi nel campo, vendica lo amato cadavere e cede, per riscatto, a Priamo le spoglie del prode figliuolo che ha trascinato più volte dietro il suo carro intorno alle mura nemiche a ludibrio. — Era una storia. Per abbellirla finse che l’Olympo parteggiasse pei due popoli duellanti. E perchè il racconto poetico assumesse interesse maggiore, usò artificio non usato dianzi, e i suoi eroi parlarono ed agirono. — Nel decennale viaggio di Ulisse adoperò gli stessi spedienti per ottenere un eguale successo. — Il figliuolo Telemaco dopo un lungo attendere, si parte da Ithaca per interrogare Nestore e Menelao sulle sorti del padre. Gente ingorda dissipa i suoi beni. I Proci aspiravano alle nozze della madre desolata. Nel punto Ulisse partiva dall’isola di Calipso e approdava naufrago in un’isola presso alla sua. Chi ve lo accolse ospitale volle udir di sua bocca i maravigliosi eventi, i mali sofferti. Ed in premio, avendo ottenuto soccorsi, parte per Ithaca, arripa, si fa riconoscere e si vendica dei propri nemici. — Cotesto poema pare opera senile. Il vegliardo ripete il già detto su Troas arsa e distrutta; fa mostra di maggiori cognizioni geografiche; dà caratteri più miti ai suoi personaggi; ed in tutto il dramma circola un tiepido calore pari a quello del sole al tramonto.

Tutti avevano udito la dotta e pur semplice analisi che Leonida di Tarentum, avea fatto dei due poemi. Alexis, di Thurium, plaudendolo aggiunse:

— Tacesti sulle nobili sentenze che chiare risultano dai due poemi, e che Homero lasciò alle meditazioni del suo secolo che pure ad altro tendeva. — I popoli sono sempre la vittima delle contese di chi gli guida. — La prudenza e il coraggio trionfano tosto o tardi dei maggiori ostacoli. — Uomo sublime!

Un vecchio presso la tavola, il quale appoggiava il bianco capo sulla palma della mano diritta, il poeta Xenocrate, di Locrum, pieno di entusiasmo prese a dire:

— E il genio dell’uomo sublime parlò al genio del grande legislatore! Lycurgo copiò i due poemi e persuase gl’istrioni a declamarne i frammenti nei teatri. Solone ordinò a quei rapsodi di non distaccarne i brani a talento; ma riuniti, che l’uno seguisse il racconto dove l’altro aveva finito. Ma siccome la purezza del testo venivasi alterando sulle bocche ignoranti dei ripetitori, Pisistrato ed Hipparco — padre e figliuolo tiranni in Athenes — aiutati da abili grammatici, ripurgarono dalle errata i due quadri istorici della Grecia e li fecero cantare alla festa delle Panathenee, processione votiva a Minerva, e poi alla memoria di Harmodio e di Aristogitone, regicidi. Io proclamo con Nicia, di Mileto, Homero non solo creatore della lingua, ma eziandio della greca nazionalità. Noi tutto dobbiamo a quell’uomo divino. Leggi — Gloria — Costumi. L’ammirazione è in ogni cuore. Il suo nome in ogni mente. La sua immagine da per tutto. Se vi furono città contendentisi l’onore di avergli dato la culla, quante le città che gli sacrarono un tempio? Eschilo, Sophocle, Archiloco, Herodoto, Demosthene, Platone seminarono i loro scritti dei fiori raccolti nello inesauribile giardino del balio a noi tutti. E da quelle cantiche sublimi Phidias e il pittore Euphranor attinsero il tipo che degnamente rappresentasse le fattezze maestose di Giove Olympico. Homero era cieco. E doveva esserlo! il suo sguardo assorbito dalla luce divina della poesia, che splendevagli nella mente e nel cuore, disdegnava il lume del sole, luce più debole, gran cosa per gli altri.

— Xenocrate col mentovare il primo fra tutti gli Dei, mi fa col volo della mente percorrere i cieli, avendo a guida il grande poeta. Mirate Venere col cinto da cui scaturiscono gl’impazienti desiri, i fuochi dello amore, le seducenti grazie e lo incantesimo degli occhi e della parola. E Pallade alla cui egida sono sospesi i terrori, la discordia, la violenza e la spaventosa testa della Gorgona. Nettuno è tra gli onnipossenti; ma gli occorre un tridente per iscuotere la terra. E se dopo la corsa fantastica del cielo, torno a ricalpestarla, chi vi trovo? Achille, Aiace e Diomede; i peggio temibili tra i Greci eroi. Ma l’ultimo si ritira, rincula dinanzi l’oste troiana. Aiace non cede che dopo averla fatta indietreggiare più volte. Achille si mostra e il nemico dispare. —

Così Sosicles, il poeta siracusano. Ora ad Hedilo parve di dovere interloquire per cancellare le tracce dei suoi paradossi.

— Platone disse non essere dignitoso il dolore di Achille, nè quello di Priamo, allorchè il primo si rotola sulla polvere per la morte di Patroclo e l’altro si umilia per ottenere il cadavere del figlio. Ma, quale dignità può mai spegnere il sentimento?... Io lodo Homero di aver imitato la natura che colloca la debolezza presso la forza, e lo abisso a lato della sublimità. Lo lodo altresì per avermi palesato il migliore dei padri nel più possente dei re e lo amico tenerissimo nello audacissimo fra gli eroi.... Cotesti ed altri pregi però non scusano il poeta se spesso riposa e talvolta sonnecchia. È vero che quando si desta scaglia i fulmini al pari di Giove.... Ma quandoque dormitat....

— E gli Dei non dormono essi?

— Gli Dei furono uomini. Pindaro il disse. E non possono dominare la nostra illuminata coscienza. Un ente supremo esiste, e a lui inchiniamo in secreto. Quelli a cui si volgono i voli della plebe umana....

Un rumor sordo, cupo, terribile chiuse la parola autorevole sulla bocca del vecchio Nicia, di Mileto. Tutti si levarono in piedi, e le scosse del suolo li balzarono in terra insieme coi mobili della stanza. Si rizzarono sbalorditi e contusi ed escirono. Una grandine di sassi. Poi cenere e lapilli da oscurare ogni luce.... Quindi.... la morte....

Alle prime ore del mattino Acilio Heliodoro, incontrando i suoi amici nella tonstrina di Glaphyro, gli aveva invitati al prandium in casa sua ch’era sulla via ampia e prolungata dell’Abbondanza, le quale, solcando parecchi crocicchi, finiva presso lo Anfiteatro. Era un giovane di origine greca e di nascita pompeiana. Suo padre, arricchitosi nel commercio colle pie frodi che il traffico allor permettea, dopo aver maritata la figlia con Anniceris, suo amico, il rinomato vasaio in Rubi, aveva creduto lasciarlo libero dispensiero delle accumulate dovizie alla età di trent’anni, affogandosi nel mare un dì che vi prendeva i suoi bagni. Menava la vita paesana in tutta la sua purezza; la quale, pari a quella dei destrieri nei prati, consisteva nel mangiare, dormire, riprodursi, aspirar l’aria, sbadigliare e volgere gli occhi dolcemente qua e là in busca di cavalle e di erba migliore. La sua casa era doppia — per sè e per gli ospiti di fuori — e quella abitata da lui, sontuosa. Belle pitture sulle pareti — Ulisse che presenta in Scyros allo infemminito Achille le armi e lo ravvisa pel celato figliuol di Peleo. — La frode di Giove che mutato in cigno stringe nella spatula la lingua di Leda e la pone sul nudo e bellissimo seno. E Amore, che è il faccendiero del luogo, il quale sostenendo in una cassetta diversi attrezzi muliebri, ride sottecchi ed accenna con aria furba al Nume trasformato in uccello. — La più ricca stanza era quella del triclinio che prendeva luce dalla porta e da un finestrino aperto nello xysto. Da un lato alberi e fiori. Dall’altro il soave rumore di una fontana zampillante.

— Oggi non sarai sola, o Nossis. Verranno i miei amici a distrarti, Acrio Heleno, Lucio Modiano e Narceo Flacco. — Acilio — come tu vedi — tutto che pieno di tenerezze terrestri, ama le distrazioni del tuo nobile cuore per poterti esprimere tratto tratto e senza annoiarti le novelle dello amor suo.

La persona cui erano dirette quelle parole, sedicenne, snella e spigliata, parea nata fatta per seguire i moti ardenti e graziosi di un poledro africano. Era un’amazzone tranne nei voti. Sulla sua faccia leggevi fierezza, intelligenza, risoluzione, generosità mista ad un piglio che nulla avea del virile. Una malattia aveva punito leggermente il suo volto bucherellandolo di minuto vaiuolo. Ma i suoi grandi occhi neri e i sorrisi che da essi balenavano faceano dimenticare il fuorviamento della natura, che un giorno colla febbre del sangue le avea maculato la faccia. Era di Locrum ed apparteneva alla tribù delle etère che offeriva un amabile contingente alla libera e grande tribù dei celibatari.

— La donna ha un fiero istinto che le fa respingere la innocenza. Lo so. Meglio il serpe che ammalia e stringe nelle sue potenti spire di quello che il bianco giglio odoroso. Ma vi è una razza d’uomini, ricercatori di voluttà, idoli impuri, i quali credono in ogni donna il loro trastullo, sognano avventure, le realizzano e di ciò fanno tardo argomento di risa e di sprezzo. Oh! Venere gli punisce! Essi terminano la vita col confessare la onesta fede al coniugio, e gli Egisti maliziosi ridono di quel riso che fa cadere le stelle sulla terra.

— Eccoli che vengono. Sono e non sono quali tu gli dipingi....... Qui, amici.... nel tablino. Malgrado il caldo oppressivo della giornata, un po’ d’aria vi circola e aiuta al respiro. —

Una tavola è nel mezzo della stanza sopra un musaico di scelti e variopinti marmi. Sul deschetto è un vaso di murrhina con entrovi un fascio di ordinati fiori. Ed altri fiori sono nei vasi nolani attelati alle pareti, che coi loro vivi colori e il soave olezzo cantano l’inno misterioso della natura. La luce è abilmente disposta. Le cortine di Tyro sono abbassate dal lato del mezzodì. Quella clemente e dolce che viene dall’altra parte, accorda all’ombra una ospitalità generosa, di cui la donna, per giovanetta che sia, non sa mai dolersi.

Ricambiati i mattinali saluti, ognuno aggiunse a quel tema le variazioni che la originalità dei caratteri sapeva fornire. Narceo Flacco primeggiava nei paradossi; ma gli escivano così naturalmente di bocca, che volontieri erano uditi e sovente ricerchi. Di uno in un altro discorso, siccome suole accadere, Aerio Heleno aveva mentovato il loro amico comune Agathemaro Vezzio, di recente morto nelle strette di Bovianum Vetus in un conflitto coi banditi, ribelli alle leggi.

— Sì, morto inosservato e lungi da noi. Eh! il sangue umano presto dissecca. E gli estinti rimangono vivi nel cuor delle madri e degli amici. Una donna avrebbe dovuto piangerlo però.... La sposava!

— Chi?

— Nympha, della famiglia Nomentana. Io le recai un suo anello ed ebbi anche il mandato di dirle quelle parole sacre che lasciano — od almeno si spera che lascino — qualcosa di proprio nei cuori in cui era chiusa tutta la propria terrestre felicità.

— Ed essa?

— Eh! Pianse un poco... e poi gli occhi rossi li lasciò agli schiavi che attizzano il fuoco nel laconicum delle Terme.

— Penso che non a tutte le donne tu accordi una tanta indifferenza di cuore. La unità non è numero. —

Nossis disse quelle parole con un certo cipiglio che valeva un rimprovero. Ed era per levarsi dalla sedia, quando l’altro riprese:

— Rimanti, ten prego e non ti offenda la mia sentenza. Tu hai nei begli occhi fantasime che non ingannano e tenerezze caparbie che sfidano le tenzoni di amore. Ma comunemente io non vidi negli amanti che un’ora sola sublime, quella in cui i cuori prendono congedo tra loro. Gli affetti eroici non li ho mai incontrati. Venere un me ne accordi, ed io mi vi dedicherò intero. Non feci mai saggio della mia costanza. E pure vi ho fede come se fossi nato ai tempi del misero P. Ametistio, il crocefisso, mentre ebbi vita sedente Nerone imperatore, dopo l’abolizione dei ludi gladiatorii nello Anfiteatro.

— Siffatta fede ti onora. Merita ed avrai la tua ricompensa. —

E voltasi ad Acilio lo guardò con tanto entusiasmo e fiducia che questi sentì i propri affetti rinfrescati da un sentimento novello. E gli disse:

— L’ora del pranzo è accennata dalla clessidra. Andiamo. —

E tutti mossero verso il triclinio.

Questo era splendido di pitture, di tappeti, di mobili e di vasi di argento. In mezzo era la mensa delphica colle imbandigioni. Si coronarono di rose. Ma non si coricarono sui letti, e sedettero secondo il costume dei Greci. Ad ognuno, dopo che si ebbe lavate le mani, venne offerta la mappa, orlata come una laticlava di una frangia di porpora.

Qual differenza dalla parca e sobria mensa degli antichi senatori di Roma! Curio faceva cuocere i suoi oluscula — i legumi dell’orto — coltivati da lui, sul suo umile focolare. Altravolta si conservava preziosamente il lombo salato del porco per celebrare un dì natalizio; e si offeriva ai parenti una fetta di lardo con un po’ di carne fresca, se mai fosse stata immolata una vittima. E a siffatto festino vedevasi arrivare, colla zappa sulla spalla, un parente illustre per tre volte console, o imperatore di accampamenti, o dittatore, il quale in quel giorno abbandonava più presto del solito il rude lavoro sul monte. Nell’epoca dei Fabi, del severo Catone, degli Scauri, dell’onesto Fabricio, allorquando lo austero Salinatore facea tremare il suo collega censore sulla sedia curule, nessuno aveva pensato ove nuotassero le tartarughe, il cui dorso gaio e levigato avrebbe fatto più splendidi i letti dei discendenti di Enea. Tale la casa. Tali i mobili. Tali gli alimenti. Da bastare alla vita, e non al lusso ed alle morbidezze. E quando quei ruvidi eroi — stranieri ancora alle arti della Grecia — dopo il sacco di una città, si trovavano per le mani una coppa cesellata di argento, la rompevano per fondere una phalera da bardarne il cavallo delle battaglie, od una lupa a ricordo della mansuefatta dal Destino, che allattò i gemini quirini sotto la rupe. Lo argento splendeva allora soltanto sulle armi dominatrici. Le fave, i ceci, il farro, la carne e i pesci arrosto, i frutti freschi o quelli che nel verno avevano perduto la crudezza del loro succo componevano il desinare, scodellato ed offerto su piatti di terra bituminosa. E vivevano lunghi anni, e non mentivano alle leggi della dignità umana. E col pilo e col gladio assoggettavano il mondo noto. E gli ospiti erano accolti francamente, con abbandono, di pieno cuore, come Evandro accolse Hercole, lo eroe di Tiryntho, seme divino, contingens sanguine cœlum.

Compiuto lo asciolvere fatto coi cibi i meglio squisiti, e mangiate le mustacea, paste condite di aromi che servivano a correggere dopo il pasto le crudezze dello stomaco, Acrio Heleno propose il giuoco dei griphi, cioè, problemi soliti a sciogliersi a tavola. Chi non riesciva a deciferarli, pagava un’ammenda.

E Nossis disse:

— Indovina, o Narceo, la rete ch’io t’offero. Io sono grandissima nascendo. Sono pur grande invecchiando. Sono però piccolissima nel vigor della età. —

L’altro pensò, chiuse gli occhi, apri la bocca per dire... quindi risolutamente rispose:

— L’ombra.

— Indovinasti. A te, Modiano. Qual nome dài tu alle due sorelle che non cessano di generarsi a vicenda? —

Anch’egli pensò, masticò parole non articolate, si diè per vinto e pagò.

— Nulla di più facile per chi lo sa: la giornata e la notte.

— Ora te, o Nossis. Mi auguro che tu lo sciolga. Vi sono tre animali in terra, nel mare, nel cielo. Puoi dirne i nomi?

— Più presto di quel che non pensi, o Heliodero. — Il cane. Il serpe. L’orsa. — Sei pago? —

Lucio Modiano, ch’era stato perdente, voleva porre gli altri nella stessa condizione e disegnò fare il giuoco delle lettere, delle sillabe, delle parole. Erano detti logogriphi perchè reti formate coi versi che si dovevano recitare al nuncio della prima lettera, o di un motto che racchiudevano, o terminanti con una sillaba che veniva indicata. Astrusaggini venute di Grecia nelle nostre contrade.

Tutti vi si provarono. Nessuno riescì. E l’afa essendo omai grave, escirono allo aperto nello xysto. Erano pure radiosi come la speranza. E l’ora presente inesorabile, pareva la dovesse esser madre di ore innumeri, liete, felici.... E quegli istanti erano gli ultimi! Passioni, dovizie, ingegno, bellezza, schiacciate e sepolte come le vanità della vita. E le convulsioni della natura affogarono e coprirono la casa di Acilio, racchiudendovi brevi ma disperate agonie.

I sacerdoti d’Iside banchettavano nell’ora in cui il disastro aveva principio. Si radunarono tutti nella sala dalle cinque arcate che è dietro la edicola della Iddia, dove si celebravano i misteri, e i soli iniziati penetravano: Nymphiodoto Caprasio persuase gli altri a non fuggire e a rinfrancare i cuori. Egli si prostrò dinanzi il delubro ed orò come se i devoti fossero nel tempio e il vedessero.

E le pietre pomici piovevano sempre.

Allorchè quel furbo si avvide che i lapilli si livellavano cogli ultimi gradini e le esalazioni di zolfo gli eccitavano la gola, indignato proruppe:

— Tu vedi lo scompiglio, tu senti le preghiere dei tuoi, e le tue labbra rimangono immobili? La tua bocca di marmo parli, e questo nembo micidiale di Averno rientrerà negli abissi. E i pietosi incensi bruciati sul tuo altare. E le vittime sacrificate. E le offerte dei devoti tuoi. E il sacrificio della nostra castità..... sino alla rivolta della natura..... Dunque tra la tua statua e la faccia di Bathyllo, il pantomimo, non vi ha differenza?.... Non movent divos preces? Tutto è mendacio, fuor che l’antro tenebroso da cui sorgono infuocate le pietre del Vesvio? Io incisi le mie scelleratezze sul falso e per tua colpa, o iddia. —

Due orecchie umane, fatte di stucco, erano sui lati della nicchia, per dare ad intendere plasticamente alle turbe ignoranti e bietolone come le loro preci, mediante ricche offerte, fossero intese dai numi.

Il prete ipocrita, levando gli occhi, vide quei simboli della credulità meridionale e di subito sdegno inalberò. Dato di piglio ad un sistro di bronzo, pose in bricioli un orecchio. Un fulmine solcò la spessa atmosfera e fece sgomento quel profanatore delle stesse cose di cui sino allora avea tratto profitto. I ricoverati nella sala postica corsero a salti in cucina; e siccome le soffitte delle stanze soprane erano cadute, si accoccolarono sulla scala che ad esse saliva. La mefite quivi gli colse e gli uccise di disperata agonia. Nymphiodoto riparò ansimante nella camera vicina al refettorio. Ma siccome dal tempio veniva un veemente ed insoffribile calore — con un fumo vibrato ed invisibile con tenue odore di zolfo, ma più di ammoniaca, di nitro e di vitriolo che affannava istantaneamente il respiro — egli cercò di chiuder l’uscio come meglio; e, presa una barra di ferro, si die’ a rompere la parete ch’era di mattoni e di spume vulcaniche. Quel disperato non avea scampo. Pria di porre il termine alla rottura, la mefite lo prese alla gola e lo stese cadavere come i compagni.

Nel tempio di Giove pativa una quasi eguale offesa il flamine diale. Ultimo ad escire, perchè carico degli ex-voto di oro e di argento, una delle colonne corintie del vestibolo scardinata dal tremuoto cadde e lo schiacciò sotto il suo peso. Quella incarnazione dell’orgoglio e della soperchieria veniva affranta a cagione del solo interesse avaro ed egoista che avealo inspirato nella vita.

Sur uno dei piedistalli, a livello del pulpitum, dal lato opposto, la statua erasi spezzata e caduta al suolo. Una creatura vivente vi sedeva in suo luogo. Aveva le gambe penzoloni, il capo coperto dal sagum, per guarentirlo dalle pomici cadenti; e le braccia al petto. Al rumore della colonna, all’urlo soffocato del flamine, l’uomo innalzò il panno dagli occhi e si volse.

— Dehisce tellus. Recipe illum, dirum chaos! È giorno di grande giustizia cotesto. Tutti morti!... E chi meritava vita qui?... Quando nello Anfiteatro fui ferito sulla spalla da un colpo di gladio, quattro donne soltanto porsero la mano aperta e gridarono: Non habet. I miei occhi le fissarono e le loro soavi immagini mi si dipinsero nel cuore. Wodan le farà salve. Le Ondine sosterranno la nave che porterà lontano le loro lacrime per la terra dei ricordi perduta...... Lo abbietto gladiatore non vedrà più i nativi suoi boschi e la bionda razza che li abita..... Povero popolo di Herman!... Giù, Vesbius... inghiotti, straripa, incendia, ruina. Racchiuderai fango in un ampio sepolcro! Pesi la terra sull’empia stirpe latina che, mai sazia, ha assorbito le libertà del mondo. Oerda, Werdandi, Schott, Neva, le sorelle del Fato, stanno sul monte.... Io le sento... E mi vendicano. Ora, posso anch’io morire.... O foreste di pini! O Astara, che vi spiri dentro l’alito della primavera! O Freya, dea dello amore! O Wali ed Oller, miei buoni compagni nella infanzia! O Scada, mia madre! O Norna e Rinda, sorelle mie! Gefion prende commiato da voi e per sempre. —

Questo Gefion era un germano della famiglia gladiatoria in Pompei. Preso da fanciullo tra i prigionieri di guerra, lo chiamarono Libero i suoi piacevoli consorti. Era stato otto volte vincitore nei ludi. Forte ed impavido, addestrato alla professione degli artifices decollandi, aveva risguardata la vita come cosa fuggevole, misteriosa ed incerta. Or le grazie della morte le conosce soltanto colui che passa i suoi giorni a contemplarla. Ed era divenuta l’amica dalle cui mani attendeva la sua libertà. In quell’ora di rivelazione inattesa, in cui tutti fuggivano il bacio delle sue labbra gelate, egli scelse invece il luogo dei suoi accoppiamenti con lei. Non avea più dinanzi Itatago Vale, od Anarto Viridea, od Apsoto Jutto, od Amonio Scava, o Sceunio Sitio, o Aptoneto Macula, od Epeo, o Sticho che gli avessero detto, gladium gladio copulemus. No. L’apparizione divina eragli venuta incontro nel Foro e gli aveva parlato al cuore le dolci parole:

— Eccomi. Apparecchiati. Quello che cercavi e che ti adora, tra poco ti abbraccerà. —

Il bisogno fatale di quell’anima assetata fu compiuto. Lo architrave dei tempio cadde, e il suo corpo divenne osceno cadavere.

Il Vesbio continova le sue collere. E nel mezzo del fumo e nei lati dello stelo del pino serpeggiano saette che s’incrociano e scoppiano con orribile strepito. Quindi dallo infiammato monte sboccano fiamme in forma di travi e di grosse onde tempestose. E poi, guizzi come di artifiziati fuochi rapidamente scorrenti e senza scoppio. Ed altri che si allungano e pria di dileguarsi rintronano l’aere. Ed altri ancora che scendono al basso e radono il suolo e bruciano gli alberi e le case ed uccidono uomini ed animali che coi loro passi ricercano la vita omai minacciata per ogni dove.

Cotesto avvenne alla misera Eutichia presso il postico della casa di Sallustio. Scorgendo come la infernale bufera non si arresti, per escir di quella agonia, dice ai tre schiavi — cui il timore riflessivo aveva impedito di seguire i compagni postisi in salvo insieme col padrone — di aiutarla a discendere dal muro e a scampare. Aveva chiuso nella sua palla, colla quale cuoprivasi il capo, e le spalle, uno speculum di argento, tre anelli, alcune paia di orecchini, una collana di catene d’oro e cinque braccialetti dello stesso metallo. E serbava in una borsa trentadue monete e un suggello col nome suo. Scambiati pochi passi, mancava ai quattro infelici il respiro e cadevano morti.

Contemporaneamente nella casa di Agatocles, ricco negoziante greco, abitante nel pago Augusto-Felice, un liberto ed una schiava erano nell’æcus cyzicenes, che interrompeva l’ambulatorio sotto il portico che circondava il grande xysto quadrato ed aveva lo sguardo sul maraviglioso cratere partenopeo. L’uno cacciava in fretta in una borsa di pelle ventitre monete di bronzo alla effigie di Galba. L’altra gittava in un paniere di vimini una moneta d’oro di Nerone, quarantatre denari di argento, quattro orecchini a spigo d’aglio ed una cornalina incisa. Nel correre fuori si sentirono opprimere il respiro, si appoggiarono alla parete e caddero. Nè diversa sorte aveva avuto l’altra schiava, corsa dispesatamente in fondo del portico a diritta ed entrata nel gabinetto di riposo che fa fronte al larario sulla opposta parte. Aveva un braccialetto di bronzo ed al dito lo anello d’argento del suo contubernalis. Misera! Non ebbe il tempo che di baciare quel caro pegno di fede e spirare. Ulissia — la moglie del padrone di quella casa — avea sperato salvarsi dal tremendo flagello, ricoverandosi nel crypto-portico, ch’era la cella vinaria, la quale contornava sotterraneamente lo xysto per la lunghezza dei tre portici soprani. Fra ciascun pilastro, a fior di terra, aprivansi spiragli dalla forma d’imbuti. Larghe provvisioni erano adunate in un canto ed atte a sicurare la esistenza per qualche giorni. Di anfore piene di vino ve ne aveva dovizia. Stimando il disastro passeggero come l’altro di sedici anni innanzi, Ulissia conducea seco giù per la scala la sua figlia Domna, gli altri bambini minori con dodici liberte. Giunte verso la metà della crypta, un vapore ardente e soffogante entra per gli spiragli da dentro. Un grido solo escì da quei petti affannosi. E tutti a precipitarsi verso la porta per la quale erano entrati. Troppo tardi. Un alito pestifero veniva pur dalla scala. Si fermano. Si aggruppano. Si stringono convulsivamente insieme, quasi chiedendosi l’un l’altro soccorso. E d’istinto, avendo compreso essere quello lo istante estremo della vita, ognuno si velò il capo colla veste in atto rassegnato e decente. Così furono rinvenuti quegli infelici diecisette secoli più tardi, allorchè si cominciò a strappare il funebre lenzuolo dal cadavere pompeiano. Sulle persone e per le terre erano gemme, monete, uno stupendo candelabro, i resti di un mundus muliebris, un pettine di legno, braccialetti d’oro, spilli ed anelli. La cenere fine del Vesbio, penetrando per gli spiragli, copriva quei morti addossatisi al muro. L’acqua impregnò di umidità e di sali quella cenere. La quale indurì cogli anni e conservò le parti molli fino a che i secoli queste ridussero in polvere. Lo ammasso delle ceneri, fattosi tufo e attaccatosi al muro, era divenuto nel 1763 la forma di tutte le cose vive che aveva racchiuso Ma i poco zelanti scavatori — uomini di stipendio, non di scienza — accoppiarono il cataclisma della ignoranza al cataclisma della natura. E ruppero bestialmente le ceneri indurate. E le posero in frantumi per estrarre di quel fango le gemme e i monili preziosi. E trasportarono nel Museo trionfalmente una collana di filograna d’oro, avente nel mezzo una piastra d’onde pendono catenelle terminate da foglie di vigna, un bel braccialetto formato da due corni di abbondanza, riuniti da una testa di leone, e due orecchini. Cotesti oggetti d’arte avevano più e più abbellito la bella persona di Domna, di cui la cenere conservò per secoli l’ovale del viso, la forma del seno, delle spalle e delle braccia; non che la stoffa leggera — di ventus textilis o di nebula, come Petronio e Tibullo chiamarono quel tessuto dell’isola di Cos. — Collocarono infine entro una cassa di cristallo la forma di una mammella, il cranio e qualche osso e qualche pezzo di tessuto nella cenere tufacea.

Agatocles dovette aver l’anima vendereccia in un cuor duro ed egoista. Non pensò alla famiglia quel mercante greco. Egli non cura che la sua vita e le proprie ricchezze. Laonde, seguendo la schiava che andò a morire nel gabinetto di riposo, volse a sinistra e si fermò dinanzi all’uscio del portico occidentale che aprivasi verso i campi ed il mare. Ma quivi lo attendeva Venere-Libitina, dalle dita affilate e forti. Le due chiavi dell’uscio gli caddero dalla mano, dove splendeva un anello formato da un serpe a due teste, un amphisbene. Provò uno stringimento alle fauci, la vista si oscurò, le gambe vacillarono e ruinò per le terre. Il liberto che avealo seguito, carico di vasi d’argento e di una grande quantità di monete imperiali e consolari chiuse in un sacco di tela, prosciolse anch’egli le membra e si distese sul pavimento. Una bella lanterna di bronzo rischiarò la breve loro agonia.

Nove altri scheletri furono rinvenuti fuori della casa nella direzione del mare. Ed altri sopra un’aia non molto lungi dalla fine del subborgo. Forse erano anche i servi della famiglia di Agatocles.

Perennio Nimpherois, il padrone del thermopolium dinanzi la locanda di Albino — al quale Augusto avea conceduto quel luogo come mansio, cioè stazione di posta per aver subito le novelle di ciò che avveniva nelle provincie ed Albino medesimo con tre soldati, coi forestieri che aveva in casa, corsero affannosamente verso la porta vicina ad Herculanum, malgrado la pioggia di acqua bollente. Lo astato è nell’edicola, appoggiato al pilo e respirando a mala pena. Col gladio ha rotto il muro nel fondo per aver aria più pura. Uno dei soldati gli dice correndo:

— Bithinico, salvati. Il mondo finisce.

— Eh! Il mondo finisce. Ma l’Urbe rimane. —

Passa una donna che ha un bambino lattante nelle braccia ed uno per la mano. Corre dissennata, urlando, fuori di sè. Si ferma, asciuga colle mani convulse il volto al figliuolo e lo bacia, lo ribacia e lo bacia ancora. Oh! le parole di conforto, dette cogli occhi, ma non espresse dal labbro! La sua vita è concentrata, è tutta là. — Il soldato s’impietosisce e dice:

— Donna, ripara qui dentro, al sicuro. Riposata, partirai quando cesserà questa pioggia di Averno.

— La mia vita non curo. — I figli! I figli! Oh! non me li uccidete, o dei spietati!... Tulliolo, non lamentare i tuoi piedini piagati. Altri pochi passi e sarem giunti.

— Miserere, mater. — La gola mi si stringe. — Soccorrimi. —

La infelice donna lo imbraccia in furia e corre, cogli occhi ch’escono dall’orbita. Corre a sbalzi. Corre. Giunta presso l’ustrinum, non può più ire innanzi. La mefite invadeva la strada. Aveva ucciso i fuggenti che la precedevano. Si assise sui lapilli. Appressò la bocca alle bocche dei suoi bambini..... Avevano vissuto! Bithinico non tardò molto a raggiungerli sulle rive di Lete.

Nella casa di Vibio i servi partirono a precipizio dopo la fuga dei padroni, ognuno portando seco ciò che potette. Morirono qua e là nelle vie suburbane. Una donna greca, che la chiamavano Milphidippa per le sue lunghe ciglia, va presso il forziere di legno, guarnito di fasce di rame e di maschere di bronzo, lo apre e vede dentro quarantacinque nummi d’oro, cinque denari, un piccolo busto della Fortuna.... ma il respiro le manca.... sente sulle tempia lo stringimento di una tenaglia, corre nel vicino cubicolo, cade supina sul letto e muore. Danista è già sulla soglia del posticum. Avara per istinto, non ha perduto il suo tempo. Un aruspice le aveva predetto pochi dì innanzi che una grande fortuna attendevala.

— Egli mi disse: «Escirai grave da una piccola porta ed entrerai in una maestosa con seguito di molta gente.» Convien prepararsi. —

E girando per le stanze vuote di abitatori, cacciò in un sacco di tela ciò che trovava, cinque anelli d’oro, cinque pietre incise, molte monete di argento e di bronzo, la bombilia di cristallo di roccia che Melissæa avea dato allo sposo il giorno in cui egli le die’ la sua fede, e due orecchini in forma di bilancia. Va per escire col piede diritto, il sinistro essendo di cattivo augurio. E la Parca si rammenta in quello istante di lei ed appressa le forbice allo stame della sua vita. Si appoggia illanguidita alla spalletta dell’usciolo. Le gambe flettono. Il lume degli occhi si oscura e sviene. Nel 1829 gli scavatori trovarono dispersi attorno al suo scheletro gli oggetti della ghiotta vanità che occuparono gli ultimi istanti di quella misera schiava.

E la pioggia continova sempre ruinosa e scottante.

Nella estremità della viuzza dei Dii majorum gentium che il poeta Ennio racchiuse, nominandoli, in due versi,

Iuno, Vesta, Ceres, Diana, Minerva, Venus, Mars, Mercurius, Jovi, Neptunus, Volcanus, Apollo,

colà, dove presso la fontana del Vitello si andava allo Ecatonstylon e ai teatri, odonsi gridi, singhiozzi e parole imperiose. Nella casa è un correre, un disordine, una confusione grande. Alcune donne coi bambini sono in fondo al vastissimo giardino e s’inginocchiano, piangono sotto la volta del lararium, sostenuta da due colonne di stucco. Un’altra donna bellissima si è riparata in una stanzuccia presso il tablino, illuminata da una lampada posta in una nicchia di marmo bianco. Il suolo traballa. Sembra si sollevi e ricada. — Jucunda corre ad una larga finestra che dava nel giardino. Ma lo sportello è chiuso e nell’orgasmo da cui è presa non le riesce di aprirla. Allora si volge affannosa ad un occhio di marmo bianco che è a lato sull’angolo. Con un pugno ne rompe disperatamente il vetro e grida con quanta voce lo spavento pur le risparmia:

— Suilimea! Hilaria! Mima! Sema! E tu, Thalamo!... Qua i miei bambini! A me! A me!... Ah! gli dei son pure spietati!

L’atrio corintio, sostenuto da pilastri adorni da elegante meandri, e posante sur un pluteus di appoggio, è crollato a metà sulle pomici piovute. Nel pericolo della vita, essa esce coi capelli disciolti e colla palla trascinata. Muove verso il giardino. Tra la fitta oscurità urta, cade sui lapilli, si solleva furiosa, chiama i figli per nome, gli afferra convulsa, prende nelle braccia il piccolo Licinio e per la mano Animula. — Iphygenia e Nymphio, coperti da Calepio e da Euporo, la seguono. — L. Saginio Valga ha in fretta adunato nella toga una quantità di nummi di oro, di anelli, di orecchini, di perle, di cucchiai d’argento con altri oggetti preziosi. Vien loro incontro e grida che è tempo di salvarsi.

Salgono nella casa addetta ai forestieri — ogni ricco pompeiano ne aveva una attigua, comunicante, da ciò. — Saginio fa sforzi rabbiosi per aprir l’uscio dal quale si scende nella strada che mena colla rivolta al Foro, presso il fonte della Gorgone. Urta, spinge e l’apre. Ma nell’atto, un pezzo di muro crolla e ruina sopra Euporo e Calepio, i quali vengono schiacciati sul sigma, triclinio semicircolare di estate, ch’era nel mezzo dell’atrio. La madre si volge, gitta un urlo straziante, mira i nati dalle sue viscere sepolti sotto le macerie e sviene. — Sema e Thalamo fuggono verso il Foro, spinti dal desio della vita. — Il marito raccoglie di peso la moglie fuori dei sensi e collo aiuto di Mima, di Hilaria e di Suilimea trae i dolci pegni dello amor suo verso l’abitazione deserta di povera gente ch’era di contro. Sotto la cucina aprivasi un sotterraneo con un pozzo profondo. Un largo clathrus abbarrato da steli incrociati di ferro, all’altezza del petto dava luce all’antrone dal margine soprastante. Colà riposarono gl’infelici. — Si abbracciavano. Si chiamavano a nome disperatamente. E baciavano piangendo i due bambini ancor vivi, pallidi, esterrefatti. Miseri!...... Anche pochi istanti.... e raggiunsero Nymphio ed Iphygenia sulla via dolorosa che quelli prima avevano percorso.

Intanto da una casa presso le mura scendono correndo per la via dalla fontana di Mercurio cinque persone. Thylliano Januario sorregge nei passi incerti Sogellia Fausta che, dentro impietrita, non piange, non grida, e si fa guidare come inerte cosa. Gallione e Stallio camminano innanzi colle faci accese. Gli segue Philonio Casto, il fratello di lei. Giunti in faccia alla popina, quelli che precedono sono arrestati da due cavalli e da un mulo, esciti alla impazzata dai carceres, forse poco lungi di là. Gli animali attratti dal lume s’imbrogliano con essi. Ad evitarli, entrano in una piccola abitazione contigua alla taverna. Si rannicchiano in una camera vuota ed attendono che il flagello mai sospettato finisca. Ma le soffitte delle stanze, sopracariche di basalti e di pomici, si piegano e cadono. Thylliano si curva in arco sulla moglie diletta per salvarla dalle offese dei sassi. Nella fuga aveva raccolto braccialetti, anelli d’oro e monete di diversi metalli. E gl’infelici tutto perdettero insiem colla vita.

Poco discosto, nella via che in quei giorni selciavasi sotto le mura, un uomo e un cavallo avevano trovato rifugio in un largo stanzone. L’uomo erasi provveduto di pane. La terra si scuote. I muri si fendono. Un pezzo perde lo equilibrio e si rovescia sopra quell’infelice. Cavallo e cavaliere, sepolti dalle macerie.

In una casa presso il Foro — poco lungi dalla scuola ove il successore di Verna pubblicamente istruiva i fanciulli di ambedue i sessi — si ode un fracasso di tetti e di mura che cadono. Le macerie impediscono la via della uscita. Il fuoco si è appigliato alle travi nella cucina e i turbini del fumo rotondeggiano nell’aria. Le case allo intorno ruinano del pari. — Una donna, scampata già, corre verso le Curie disperatamente ed accenna coi passi al porto vicino. — Dentro è rimasto un uomo più che quarantenne. I suoi pensieri erano elevati. I suoi sentimenti generosi. Dentro il suo cranio volgevasi uno strano dramma che lo faceva serio, grave, pensoso. Il mistero ei lo vedeva per tutto, sugli occhi della donna, sui rami fronzuti degli alberi, sui riflessi delle acque, sulle stelle scintillanti, sulle molecole che formano i macigni. E giammai aveva potuto assidersi lungo la sponda del mare senza sentir nel profondo uno incanto che lo attirava e lo riteneva forzatamente a contemplare il succedersi dei marosi che spumavano all’urto e si spandevano in laminette e in meandri bianchi, ricamati sullo azzurro. Non fu mai lo sperato, nè il marito di una donna. Non aveva parenti. Non liberti nè schiavi. Una sola donna — quella cui lo spavento avea posto ai piedi le ali — gli forniva i sobri alimenti che Pythagora, lo illustre filosofo di Croton, aveva prescritto coi saggi consigli e coll’uso.

Crasso Frugi era in piedi presso un trapezoide nel cavædium e con una mano si velava la fronte. L’altra la posava sul marmo ov’erano sparsi venzette nummi d’oro, cinquantuno denari e due maniglie d’oro di femminile ornamento. Ai suoi piedi è una giovanetta vestita di bianco. Era quella la sola creatura che con lui vivesse in una certa dimestichezza e con ricambio di affetti. Avevala un dì raccattata fanciulla e piangente sulla soglia di una stanza isolata, nella via di Dafne — lurido albergo di prezzolati amori — entro cui era distesa sur un letto di muro una povera donna morta.... Era la figliuola di quella estinta? Lo aveva supposto; ma non mai domandato.

Vasto lo edificio ch’egli abitava, di fresco ricostruito e con bei musaici signini. Solo in tanto fastigio? Gli è che sin dalla prima età erasi palesemente ammogliato con una divina che chiede grande spazio a chi l’ama e con lei si congiunge. I poeti la chiamano fantasia. I filosofi, idea. Gl’imbecilli, follia. Ed io, la saviezza della mente e del cuore. Era la scienza della giustizia, della verità, della luce.

La fanciulla raccolta erasi fatta col prendere persona l’armonia della sua vita e irradiava sopra di lui uno splendore particolare. I di lei occhi neri, aprendo sotto fini ed eleganti sopracigli le loro arcane profondità, erano pieni di quello incanto che sgorga dallo sguardo umido della donna. L’avevano chiamata Sapho nascendo.... Eh!... Pari alla donna illustre così nomata aveva nel cuore tracce di amaritudini e di dolori in germe che la sua mente scrutatrice non sapeva deciferare. La sua origine scrupolosamente celata era rimasta un’enimma.

— Cosa è lo universo?... L’ordine. Cosa la morte?... La eguaglianza. Uniti nel mondo da un sentimento purissimo, punto egoista, quello dell’amicizia, come un solo essere ci presenteremo alla Divinità... Sapho... creatura innocente offertami dal cuore sui miei passi vaganti, noi dormiremo insieme in questo sepolcro che il Vesbio ricolma colle sue pomici.

La giovanetta sollevò gli sguardi paurosi e pur soavi sull’uomo tutto di bianco vestito, che a lei parlava come in un’estasi; gli afferrò la mano che allor pendeva lungo la tunica e febbrilmente la baciò. E la desolata a lui:

— Oh! Gli Dei!... Pietosi, perchè non mi lasciano morir sola!... Ma il nostro avello non sarà guarnito di foglie di mirto, di ulivo e di pioppo, come Pythagora, il taumaturgo, il divino, prescrive.

— Rari gli uomini! il loro numero appena eguale a quello delle porte di Thebes, o delle bocche del fiume che feconda l’Egitto. Qui crescevano uomini non più utili al mondo, e gli Dei affogano gli animali dai quali ricevevano offesa. In verità, i giorni furono contati e l’ora fatale appressa. Apparecchiamoci da forti all’ultimo istante.

— Sei tu che lo dici, o padre. Son pronta.

— Lo dico e lo sento. Rientriamo in noi stessi e rimproveriamoci i falli di commessione e di ommessione. E cantiamo tacitamente un inno in onor degli Dei..... Nè lacrime, nè singhiozzi nella sventura!

— Sì, nè tema, nè debolezza nel supremo pericolo. Come i discepoli di lui perirono in Croton, noi pure saremo divorati dalle fiamme medesime.... Ma... la mia gioventù è grande, o padre!

— Sorgi, diletta figliuola del cuore. Prendi forza a ben morire dal calor del mio sangue.... Le leggi della vita sono violate... Il bacio estremo.... e il segno che ci distingue e ci unisce...

E l’una nelle braccia dell’altro, tenendosi per la mano, entrarono nel sonno eterno. Ed il Vesbio coi suoi candidi lapilli compose il sudario sui loro cadaveri.

Pythagora avea concepito un grande disegno — quello di una vasta congrega di uomini, esistente sempre, e sempre depositaria di scienze e di costumi, la quale sarebbe l’organo di verità e di virtù, quando la umanità fosse in istato di sentir l’una e di comprendere l’altra.

Gli urli disperati avvicendano il mugghio ripetuto della natura che freme. Quelli che ripararono nei primi piani e non furono macellati dalle pietre, dalle travi e dalle tegole cadute, nè arsi dal fuoco, nè schiacciati dalle soffitte, nè asfissiati dalle mefite, corrono nella oscurità per ogni verso. Una fanciulla piange, si dispera, scambia i passi, si arresta, non sa dove dirigersi. Viene dalla via di Stabia. Quivi perdette di vista la sua fuggente famiglia. Entra nell’atrio di Cornelio Rufo. La casa arde. Il ferro si torceva masticato dalle fiamme. Sprofonda il tetto. Essa si salva. La Palestra nelle Terme è chiusa. Le botteghe più in su sono chiuse. Urta nella fontana dalla testa di Pallade. Avanza ancora e trova un uscio aperto.

La casa era in riparazione. Mura squallide e non dipinte. In fondo i lampi frequenti le mostrano uno xysto. A manca è un aecus che i tignarii avevano poche ore fa disertato. Solida è la volta. La misera fanciulla si asside sur un mucchio di sabbia e piange lacrime dirotte.

— I fulmini di Giove si spengono nel nostro sangue. Heu me! La città in fiamme. Il popolo che spira sotto i rottami e nel fuoco. E i miei cari?... Morti!... Ed io sola qui! Che sarà di me! Venere aiutami. Oh! La iddia a me soccorre.... Polla ti raggiunge, o Siliginio, se pure anche tu sei tra gli estinti. Ah!... —

La misera era caduta distesa sulla sabbia col capo penzolone, riverso. Aveva le mani incrociate e parea che dormisse. Forse la morte le fu propizia. Che avrebbe fatto nel mondo, povera e sola? Nata da gente lare incerto; la quale, obbligata a prendere in fitto le camerucce che abitava, tenuta nella categoria — che, pur numerosa era e dispregiata — degl’inquilini e vivente giorno per giorno e di pensieri vagabondi e mal fidi, unico sollievo per Polla era la vita del cuore. Grazie alle illusioni dei primi affetti, Siliginio, fullone, era per lei, tredicenne, quella tenerezza senza limite con cui essa desiderava essere amata. Sotto un albero di ulivo ei le rivelò il suo pensiero. Ed essa sentì come un filtro soave le addolcisse il sangue e le invadesse la ragione. Uniti, popolavano una solitudine, ove i loro occhi vedevano sorgere di terra fiori incantevoli e profumati.... Povere anime, pure, tranquille, serene, divine nelle loro speranze! Povere anime, dove ne andaste?...

E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.

Un uomo pareva non la curasse. Discesi dalle hibernacula, camere poste al di sopra del forno, dove il misero aveva per sette mesi lavorato præferratus ad molas, esciva dal pistrinum della via che menava alla porta di Nola, nudo, trascinante una catena col piede sinistro e coi capelli rasi da un solo lato. Nè grande, nè piccolo; quantunque la mobilità della persona impedisse di definirlo. I suoi pensieri ondulavano. E così egli ondulava. Brandiva colla destra un tridente insanguinato e tratto tratto lo piegava per terra e lo pigiava, lo pigiava ancora cogli occhi stralunati e feroci. Quindi, ridendo sgangheratamente, procedeva innanzi. Incurante le scottature della dermide, si fermò, si drizzò sulla punta dei piedi come per seguire il volo della sua povera mente e poi pianse a dirotto.

— Gylo! Misero. Sei vendicato! Ma Nea è morta.... Lo infame Numisio mi schiantò il cuore dal petto rubandola ai miei amplessi. O mio sospiro! Avevi un termopolio nel cuore.... Ma l’ho cacciato ben io nel pistrinum usque ad necem e l’ho strigliato d’importanza con questa scutica de pene taurino.... La sua donna, Eitixia, voleva difenderlo. Dovetti persuadere anche lei. E se mai li libererò dal penoso lavoro, ego pro eis molam!... O Nea! Ora ch’essi girano le macine, tu sei libera e infiorerai la mia vita di polline. Eccola...: Viene.... Ha i capelli annodati in spessi ricci che le coronano il capo leggiadro. Oh! i grandi occhi neri.... quasi dardi spuntati dalla mansuetudine dell’anima sua!... La terra balla. Ballano le case. — Il Vesbio fa boati ed illumina con faci la mia festa nuziale. Gli amici — quelli che soffrirono finqui — verranno a posare il gomito nel mio triclinio. Ah! Sono innanzi la mia magione. ...... Entriamo! —

Ed il misero penetrò in una bottega della via Jovia e cadde rifinito sulle pomici che la ingombravano. Era rosso, tumefatto, scottato dal capo ai piedi. — Nel respiro affannoso borbottava male articolate parole e tra esse spesso mentovava Nea, il farnetico della sua mente smarrita, l’unico lume di quel povero cuore.... Ecco, ei ride, dà in un tremito convulso, si rotola sulla china che avevano formato i lapilli, e le ondate di pioggia lo spingono, lo affogano, lo stracciano e lo cuoprono. Gli uomini erano stati crudeli con Gylo. La natura pietosa spense il tarlo della memoria che a lento morso rodeva la sua ragione fuorviata e malsana.

La famiglia gladiatoria non fugge. Nel momento del flagello inatteso molti erano nel vasto parallelogrammo, specie di chiostro circondato da portici, sostenuti da ventidue colonne in un senso e da diecisette nell’altro. Facevano gli esercizi nell’area. Il lanista nel mezzo. Gli allievi, dirozzati dai più provetti, doctores tyronum, armati di una spada di legno, si schermivano vivamente contro piuoli profondati sul terreno. La gladiatoria sagina bolliva nel vasto caldaio per rendere con quel cibo sostanzioso più forti e più sanguigni quei poveri giovani. Le armi sono chiuse nel piano superiore e le chiavi le tengono i magistrati. I littori sono di guardia per tenere nell’obbedienza quella gente degradata che spende il suo coraggio avvilito al trastullo del popolo, e — passata la fuggevole ebbrezza — a molto mal loro grado. Seneca narra come un condannato a quel brutto mestiere, privo ancor d’armi e pur bramando meglio morire che discendere nell’arena, si cacciasse un bastone nella gola sino ad esserne soffocato. Così salvava l’onore.

Sessantatrè ripararono dalla grandine infuocata nelle camere soprane. E quivi morirono. Quattro erano nella prigione a terreno, cui nessuno pensò ad aiutare. I loro piedi, chiusi nei ceppi di ferro, gli obbligava di stare assisi sulla nuda terra, o supini. Destino terribile e ben più triste che la morte dello anfiteatro.

Nella parte commerciale della casa di Pansa — il cittadino illustre incaricato da Vespasiano a presiedere ai pubblici ludi ed a far rispettata la legge Petronia, impedire cioè ai cavalieri ed ai senatori di degradarsi nell’arena, o di farvi discendere di arbitrio schiavi non condannati da un formale giudizio — infamia posta in uso da Giulio Cesare nel 708 di Roma, epoca del suo quadruplo trionfo e continuata più tardi nei funerali della sua figliuola — in quella parte che aprivasi sulla via Domizia e nel chiassuolo dinanzi la osteria di Fortunata, era un pistrinum colla bottega di spaccio e colle camere addette all’abitazione del siliginarius. Quivi un liberto facea macinare il grano del padrone, impastare la siligo e cuocere il pane. Egli, il pistor, ne dava conto al dispensator, specie di tesoriere contabile che registrava in alcuni libri, detti ephemerides le entrate e le spese, minorando la cifra delle prime ed accrescendo quella delle seconde; rispettando però la merces insularis, perchè quel prodotto degli affitti delle case potea agevolmente rivelare il larcinio. Cuspio Tubero, liberto di Pansa, aveva sulla parete della bottega, ove vendeva le varietà del pane e della farina, una pittura che rappresentava il serpente simbolico — la divinità custode contro il mal occhio — e sotto, un mattone sul quale ardeva sempre la lampada. Di contro al serpe sporgeva dallo intonaco una croce nera, il segno riverito dai nuovi affrancatori dello spirito umano, perchè su quella forca dei ladri e degli schiavi era stato inchiodato il Galileo, apostolo della redenzione, rivelatore del grande secreto, di quella parola che è suprema e definitiva iniziazione umana e consolatrice delle anime oppresse. Nel forno, i miseri schiavi incensavano ad altro simbolo dei materiali godimenti. Era una immagine phallica, in rilievo, colorata in rosso e sotto vi avevano scritto la leggenda — Hic habitat felicitas — Stranezze dei tempi!

Gl’idolatri erano fuggiti. La superstizione — cioè, il vuoto — avea messo le ali ai piedi di tutti. Nello istante del pericolo il culto religioso diveniva dannosa ipocrisia, di cui ognun si affrancava. Grato Arrio, Messio Inventus, Menophilo Ancario, L. Celio Doripo, Hyalisso Eppio Primo, Amphio Serapa, Agatho, Perennio Merulino, N. Paccio Chilo, Quinto Pompeo, sacerdoti di Giove, di Venere, di Mercurio, di Esculapio, di Cerere, di Quirino, di Giunone, erano fuggiti dalle botteghe oscene dei loro mendacii profanatori. Il monte ardeva. La terra traballava commossa. Il mare ritiravasi dalle sponde. Il sole non luceva più. E i mercanti di una fede ipocrita e ladra, i quali avevano la impudenza per principio, il sangue e le lacrime per mezzo, i godimenti e l’alterigia per fine, disertarono gli altari pericolosi, portando con sè i preziosi redditi che le coscienze sedotte avevano cumulato nei templi. Ma, non uno potè riparare in loco sicuro. Quale per via fu derubato ed ucciso; quale ebbe il cranio infranto; quale fu sepolto per metà dai lapilli che lo scottavano, e nessuno volle arrestarsi per aiutarlo ad escir dalle pomici che il propaginavano. Quale fu garrito con disumano dileggio:

— Chiama i tuoi numi, o scelerum artifex, che vengano ad aiutarti. O che? Sono muti o sordi per te? —

Ed un altro:

— Chiama la donna che tu mi hai profanata, non me. Ora soffri la sete di Tantalo, gli sforzi rabbiosi di Sisipho, e la ruota d’Issione. —

Ed un altro,

— Ti baciai una volta la mano sanguinosa, o impudico. Espia ora i tuoi falli, o furfante, ministro di Giove, parricida ed infame. —

E la pioggia cadeva ruinosa e bollente.

Così morirono tutti nel penoso viaggio che lo istinto della conservazione loro imponeva

Ma Tubero non si mosse per escire. Chiuse colle tavole sovrapposte la bottega, accese la lampada e si prostrò dinanzi la croce. Potea farlo senza pericolo, senza sospetto, senza taccia di ridicolo in quell’ora estrema. Quel segno, conforto segreto del suo cuore, non diceva alla mente misteriosi ed impossibili natali, spropositi aritmetici, resurrezioni favolose, abbrutimento della umanità, signoria di arbitrio sulle cose del mondo. Quel simbolo della croce parlava una grande parola alle anime offese viventi e nasciture nei secoli.

— Bevvi il sangue rappreso di un giusto. Sentii le scosse convulse dei suoi tendini lacerati. Udii l’ultimo grido del suo gran cuore: Eli, Eli, lamma sabacthani! Maledissi alle zolle che alimentarono le mie radici. —

Non era adunque un pugno di cemento allineato sulla parete. Era il ricordo delle torture patite dall’uomo che in nome del Dio unico aveva annunciato ai popoli la Libertà, l’aveva professata colla voce e cogli atti, e colle gocciole escite dalle sue vene avea scritto:

«Io muoio per tutti. E questo sangue sia lavacro alle umane stirpi sino alla consumazione del tempo.»

Tubero levò il capo raumiliato e pieno di lacrime. Aveva recitato un inno senza dir verbo. Aveva adorato Dio senza idolatria. Aveva intraveduto lo infinito, la potenza arcana da cui dipendiamo. E quel fiore della fede esciva odoroso dalle ruine di una città, siccome più tardi avrebbe germogliato sulle ruine di un mondo panteista, che anche una volta deve morire e — giovi sperarlo — per sempre.

Pochi istanti dipoi, e la mefite penetrò colà dentro. Uno sguardo d’ineffabile melanconia. Un sorriso di trionfante fiducia... Tubero era morto....

E al di fuori la pioggia cadeva ruinosa e bollente.

Alla fine ristette. Dopo alcune ore di tremenda agonia e d’indicibili strazi il funesto fenomeno si tranquillò, si tacque. La terra non oscillava. Il Vesvio più non fremeva. Calma, silenzio e tenebre. Allora i riparati nelle parti più alte delle case escirono dalle crepacciate mura e dai tetti infranti ed aperti. E gittatisi sullo strato dei lapilli che alzavasi per parecchie braccia sul selciato, cominciarono a correre a precipizio verso le porte colla speranza di salvarsi a Nuceria od a Stabia, o verso la piaggia marina. Ma, molti infelici rimasero per via fracassati dalle pietre fuor di equilibrio che cadevano loro addosso, od asfissiati dalla mefite che sprigionavasi dal suolo fumante.

Nella via di Dafne, un uomo alto della persona è già in piedi. Stende le braccia e vi accoglie la sua figliuola undicenne. La depone sulle pomici inzuppate e livellate dalle acque e leva di nuovo le mani per aiutare la moglie a discendere. Si cuoprono il capo, si avvolgono il manto attorno il braccio sinistro ed il corpo per essere più liberi nella corsa. L’uomo raccoglie una borsa di pelle ove avea chiuso un po’ di danaro, un anello e gli orecchini d’oro, dà un bacio sulla fronte scolorata della figliuola, chiamandola,

— Salve, o dulce pignus. —

e s’incammina. Era in su i cinquant’anni. Grossi baffi ombreggiavano il suo labbro superiore. I femoralia cuoprivangli le cosce e le gambe. Aveva nel mignolo della destra lo anello di ferro delle sue nozze. Sotto i sandali allacciati erano chiodi per fare la solea più forte. Quel suo piglio risoluto e marziale lo fa supporre uno dei veterani coloni, venuto dal Pago Felice al mercato colla sua famigliuola. Anche la moglie ha un anello di ferro. Scambiano pochi passi. Avanzano sulla crocevia e cadono. L’uomo, supino. Le donne, a quattro braccia di distanza, incrociando le gambe insieme e a traverso della strada. La madre solleva una mano increspata dall’agonia e si sdraia sul fianco destro. La figliuola cade a sinistra ed appoggia mollemente il capo sulle due mani ed alza la gamba ed il piede nell’ultimo moto dei tendini.

Più in giù, verso le Terme una matrona cammina arditamente. Anch’essa forse si gittò da un tetto sulla via. Aveva chiuso in un manto due vasi di argento, alcune chiavi, novantuno monete, orecchini, fibule ed altre minute cose. La mefite a lei tolse il respiro e cadde sul gomito sinistro col capo appoggiato a diritta e colle gambe e le braccia contratte dall’agonia. Orribili sofferenze le sue!

Siccome un liquido che bolle entro un caldaio pel soverchio del calore sollevasi rigoglioso verso gli orli, e gl’invade, e gl’innonda, e gli supera; così una infuocata materia cominciò a rifluire da tutte le parti del Vesvio e rovesciò ruinosamente sulle sue spalle, pari a larga fiumana. Frequenti baleni con terribili detonazioni squarciavano le fitte tenebre. Ed un nembo di cenere cominciò a cader sullo spazio. E sopra il golfo correva verso Capreas un nuvolo denso per entro il quale vedeasi tratto tratto una gran fiamma in tutta la sua lunghezza. La quale, ora chiarissima, ora rossa di sangue, lanciava fuori fiammelle in varie lingue e figure, ondeggiando, balenando, tuonando, e vibrando fulmini al cielo. Succede una terribile scossa. La terra si fende. E da quello squarcio escono fiamme e fumo. E l’orlo si allarga, s’innalza, si colma e prorompe. In alcune parti putrido fango esce dal suolo aperto.

E le ceneri piovono fitte, oscure, impalpabili e continove.

Nella notte, in due tremendi scrosci parve che il globo crollasse dalle sue basi. Era il Vesvio che scompariva tra i fulmini e il grandinar dei macigni; e alle falde del vecchio monte spaccato ed inghiottito sorgeva in poco tempo una nuova fucina di sassi, di pomici e di lava che ricostruivano il Vesuvio ardente dove ora si trova. E il gorgoglio cupo, continovo, profondo commoveva in tempesta le acque del cratere partenopeo.

Allorchè scoppiò la grande eruzione ed il fumo assunse la forma di un pino colossale sull’orizzonte, Plinio, che comandava la flotta romana in Miseno, giaceva nel letto e studiava. Avvertitone dalla sorella e dal nipote, si levò e salì sur un terrazzo elevato per osservar meglio il prodigio. Dotto uomo, curò esaminar da vicino la strana catastrofe. Una nave leggera è già pronta. Esce di casa colle tavolette nelle mani, s’imbarca, quando i classiarii, cioè i soldati della flotta che erano in Retina, vengono a pregarlo gli salvi dal grande pericolo. Ciò che prima era in lui curiosità di scienziato, divenne dovere di capitano. Fa che le quadriremi si apprestino e parte verso tutti i borghi della costa onde dar loro soccorso. Nello accostarsi a Pompei — ove il pericolo gli parve maggiore — le ceneri calde erano più spesse. Il mare rifluiva dalle sponde le quali erano inaccessibili pei pezzi interi di montagna di cui erano coperte. Il piloto il consigliava di tornare indietro. Cui Plinio rispose,

— Fortes fortuna juvat. Pomponianum pete. —

Or questo Pomponiano era il comandante delle triremi che stanziavano in Stabia. E forte impaurito del cataclisma, avea fatto trasportare i suoi mobili sulle navi ed attendeva un vento meno contrario per levare le ancore. Plinio lo accosta, lo abbracciagli fa cuore. E per me’ riescire allo scopo, ordina gli apparecchino un bagno. E presolo, cena colle apparenze della gaiezza abituale. I fuochi del monte illuminavano il triclinio. Gli astanti tremavano, credendo al finimondo.

— Rassicuratevi, amici. Quelle grandi fiamme vengono dalle amene ville che disertate dagli abitatori bruciano, perchè senza soccorso. —

Quindi si sdraia sul letto e dorme un sonno profondo. Ma, finalmente la corte che dava accesso alla sua camera si empie sì fattamente di cenere e di pomici che gli avrebbero vietato la uscita se più avesse tardato. Lo destano. Esce. E raggiunge Pomponiano e gli altri che aveano vegliato. Tengono consiglio. Le frequenti scosse del suolo scardinavano la casa dalle fondamenta. Fuori, la pioggia dei sassi, quantunque leggeri e disseccati dal fuoco, era a temersi. Bilanciati i due pericoli, fu deciso di rimanere nella rasa campagna.

Tutti escono dalla casa. Cuoprono il capo di guanciali, tenuti fermi sul mento con legami. Albeggiava. Ma, nel posto ov’erano continuava la notte profonda e la più scura di tutte le notti, schiarata solo da un gran numero di fiaccole e da altri lumi. Si stimò prudente lo accostarsi alla riva per esaminare da presso il mare. Le onde erano furiose ed agitate dal vento contrario.

Plinio chiese dell’acqua e bevve due volte. Fece distendere un tappeto per terra e vi si assise. Le fiamme si accrebbero. E l’odore di zolfo, annunciando il loro avvicinarsi, fece che tutti se la dessero a gambe. L’uomo dotto avrebbe voluto studiare quello sconvolgimento della natura. Non lo potè fare. Ordinò a due servi il sollevassero; chè, obeso era di corpo ed asmatico. Ricambia qualche passi. Ma, non può correre. Gli esorta dunque a partire e salvarsi. Egli si curva e muore. Una nube di zolfo circondandolo, lo avea soffocato.

E la cenere copiosa, sottile ed oscura cadeva sempre.

Molti pompeiani si erano salvati dirigendo i passi in sul primo scoppiar del flagello verso il porto e le sue adiacenze. Quando le acque assorbite dalla forza dell’igne che saliva dal centro della terra prosciugarono le sponde, ed il mare rifluì impetuosamente lontano, le triremi e le piccole barche si curvarono sui fianchi nell’arena. Ognuno incoraggiato dall’altro corse sul canale a piede asciutto e come meglio potè, si cacciò sulle navi. Oh! la confusione di quello istante! L’uomo nei grandi pericoli è egoista. Vi furono padri che disputarono ai figli la corda per salir su! Vi furono madri coi lattanti sul braccio che niegarono aiuto ai più adulti per salvare l’ultimo nato dalle loro viscere! E vecchi cadenti rifiutati! E amanti sbracciarsi per far salva la idoleggiata dal loro cuore colla perdita dei propri parenti! E donne stendere un remo e tirar su con forza non pria creduta lo eroe dei cari entusiasmi, il sorriso delle gioie più intime! A ciascuno pareva di avere innanzi a sè alcuni secoli a vivere e ne accaparrava le delizie ed i redditi. Eh!... Dei secoli avevano sulla persona e sulle vesti la polvere che in forma di sottilissima cenere pioveva, pioveva sempre!

Ecco il mare respinto che torna impetuosamente nei suoi dominii. I marosi urtano, spingono tutto che trovano sulla loro via, uomini e cose. La folla ancor sul canale annega e si straccia sotto le carene irrompenti. Alcune barche si sfasciano. E le onde feroci nel loro riflusso trascinano confusamente la facile preda. — La ferocia del mare è una verità! È la passione alle prese colle sue vittime. Vedi montagne mobili e colline di acqua che si urtano insieme e si spezzano con alto fracasso. Ora i cavalloni spumosi e fosforeggianti levavano i triremi, i rottami e i cadaveri sull’erta di un’Alpe. Ora scaraventavano tutto per la china nella valle profonda. Ora nello ascendere accadeva uno scontro; e tra gli spruzzi e le ondate sonore, il misero schifo affondava nello abisso e la più grossa nave trovava la via dello scampo. E dentro?... Oh! Dentro poi, musica e agrume di vomiti, membra infrante ed uomini balzati nelle onde, grida di marinai e pianti miaulati di donne, sordi urli del vento, muggiti, fischi, spettacolo di morte!

Alcuni che si avviavano al porto, alla vista di quello esterminio rischiarato dalle grandi fiamme del monte, se ne ritrassero impauriti e corsero a salvarsi sulla collina ove si costruiva un tempio dedicato ad Augusto.

Il vecchio Svedio era nel numero. I servi, i clienti, gli adulatori nello istante del supremo pericolo lo avevano lasciato solo. Adiposo e grave, aiutato da qualche passante superò gli ostacoli sulla larga via delle fontane di Pallade e dell’Abbondanza. Riprese fiato sotto la volta della porta della Marina. E poi, in su cogli altri. Pensava fra sè che i suoi giorni erano contati e che ben presto il suo cuore cesserebbe di tormentarlo. Si assise dietro un muro sul capitello di una colonna ed attese i decreti del Fato. Corsi alcuni momenti, gli accenti desolati di una fanciulla lo volsero alla parte d’onde venivano. La chiamò e la invitò a sedergli accanto.

— O chiunque tu sia, ho paura.... Tieni, dammi la promessa di non farmi morir sola. I miei, morti, o salvati. Era con essi.... e disparvero. —

E piangeva e singhiozzava disperatamente.

— Infelice! Non morrai. Dove io andrò, e tu verrai, o misera.

— Ma nell’Erebo no, sai? I miei genitori dicevano che colà vi è qualche cosa migliore della vita. Ma... in questo istante supremo in cui lo spirito trionfa, il sangue mi dice di non andare, la gioventù mi ritiene.... la partenza dal mondo mi sembra sinistra.... E poi colà abitano i numi.... crudeli... spietati.

— Gli dei ti ascoltano ed avranno pietà di una innocente. Io ebbi aspirazioni diverse da quelle che or provo. Ora io desidero semplicemente, sinceramente di vivere per aiutarti. Cessa dal piangere i tuoi. Tu diverrai la mia figliuola, la consolazione del vecchio Svedio nell’Urbe, se....

Uno scroscio immenso gli troncò le affettuose parole sul labbro. La bambina si chiuse nelle sue braccia e mormorò sull’ampio suo petto:

— Ecco, ecco la morte.... colla sua falce assetata!.... O madre mia!

— Quei che t’amano.... o che ti amarono ti raggiungeranno.... o ci accoglieranno negli Elisi. —

Un’onda di cenere li circondò, li coprì, li tolse dallo sguardo dei fulmini che solcavano l’aria. E il dialogo di due cuori, l’uno sconosciuto e l’altro illustre, fu rotto per sempre.

Poco discosto dal gran giustiziero avea trovato mezz’ora innanzi rifugio Quinto Lepta, lo antico amante di Byrrhia, la vedova consolata del duumviro Aulo Vezio. Appoggialo al muro laterale della Basilica, teneva stretta sul petto una donna cui baciava convulsivamente la fronte e i capelli. Tra i dolci nomi ch’ei proferiva nel suo dolore udivasi mormorare Amaredia.... E Byrrhia? La soave creatura aveva vissuto la stagion delle rose, ed un giorno partì per riabbracciare nel Tartaro l’ombra tradita del coniuge suo. — Le tristezze dell’animo non duravano a lungo in Pompei. Lepta era in su i quarant’anni. E contemplando con una tal quale curiosità in uno speculum di argento brunito quel personaggio misterioso ed ignoto per ciascuno di noi che addimandasi sè stesso, vide alcune rughe ed alcuni fili d’argento che facevano ingiuria alle nere sue chiome. Lo amore è la fede. Conveniva legar l’uno e l’altra e non perderli. Diede ai suoi occhi quella serie di espressioni animate, desiose, attente cui la psiche risponde. E Amaredia, della famiglia Rufa, ignara della scienza della vita, si avviluppò di quella passione ch’era una stola per lei, e lo sposò. Erano allora illuminati dal languido chiarore della prima luna.... Quella luce serena doveva ben presto offuscarsi! Dopo alcune ore passate in trepidanti smanie, in imminenti pericoli, in cui i dolci ricordi si arruffavano colle incertezze dello avvenire, Lepta potè trarre in salvo la donna, per cui sentiva cara la vita. Ma da una varietà di sciagura era caduto in un’altra. Ambedue coi piedi sepolti nei lapilli e coperti a metà dalle ceneri che cadevano loro sul capo, attendevano in un estremo bacio la morte.

— Tecum vivere amen. Tecum obeam libens.

E la bella dai capelli non lucidi e dalle pallide gote accorse allo invito. Ed il raggio dello amore immortale gl’irradiò coll’aureola dei martiri.

Il ridestarsi del vulcano dal sopore dei lunghi secoli, compiendo l’ultima rovina della mia gentile Pompei, accomunò le istesse sorti agli oppidi, ai borghi e alla grande artistica città di Herculanum che componevano una graziosa ghirlanda ai piedi del Vesvio. Da per tutto il suolo traballò come baccante briaco. I sopravvissuti si salvarono per mare verso Surrentum, Capreas, Neapolis e Misenum. Il maggior numero che prese le vie di terra, le trovò aperte ed eruttanti putrido fango; od interrotte in tutte le direzioni dai torrenti di acqua assorbita e vomitata dal monte e da alti incendii e da vastissime fiamme che in molti punti del vulcano splendevano. E tutti morirono. Herculanum restò sepolto sino al tetto dei secondi piani dei suoi nobili edifizi da un cumulo di acqua e di ceneri, or divenuto tufo assai duro, e poi, per una assai maggiore altezza dalla pioggia ulteriore delle ceneri, dei sassi e delle pomici sciolte.

Plinio il giovane, nipote dello ammiraglio, ch’era rimasto colla madre in Misenum per ordine dello zio, descrisse a Cornelio Tacito ciò che avveniva nel luogo ov’era, il dì poi della catastrofe. Cotesto frammento di lettera s’innesta di per sè sulle pagine precedenti.

«.... Era la prima ora del giorno, e ancor non appariva che un debole chiarore, pari al crepuscolo. Allora le case furono disordinate da sì forti scosse che non fu più sicuro lo stare in un luogo per verità scoperto, ma molto stretto. Risolvemmo di lasciar l’oppido; il popolo spaventato ci siegue in folla, ci attornia, ci spinge. E scambiando la paura in prudenza, ciascuno modella la propria sicurezza su quella degli altri. Esciti dallo abitato, ci fermiamo. E là, nuovi prodigi, nuovi sgomenti. I veicoli che avevamo con noi erano ad ogni istante agitati, quantunque in rasa campagna; e non si poteva neppure collo aiuto di grosse pietre fermarli nel posto. Il mare, parea, si rovesciasse sopra sè stesso, come fosse cacciato via dalla sponda dal moto della terra. E nel vero, la riva erasi fatta più larga, e sulle sabbie erano diversi pesci rimasti a secco. D’altro lato, una nugola nera ed orribile, squarciata da fuochi che si slanciavano serpeggiando, mettea fuori lunghi razzi simili a lampi, ma di questi più grandi. Nell’atto un amico di mio zio, venuto allora allora di Spagna, tornò per la seconda volta ad insistere:

» — Se il fratel vostro, se il vostro zio è ancor vivo, si augura al certo che voi vi salviate. Se gli è morto, volle che a lui sopravviviate. Che più attendete? Perchè non scampate? —

»Noi gli rispondemmo;

» — Non possiamo pensare alla nostra salute finchè saremo mal certi della sorte di Plinio. —

» Lo Spagnuolo senza ritardo cercò lo scampo in una fuga precipitata. Quasi subito la nube cade a terra e cuopre il mare. Ci nasconde l’isola di Capreas che avviluppava e ci fa perdere di vista il promontorio di Misenum. Mia madre mi prega, mi scongiura, mi ordina di salvarmi come che sia. Io il posso alla mia età. Non essa, carica d’anni com’è e grave di forme. La morrebbe contenta se non mi fosse cagione di morte. Or io le dichiaro che non v’ha salute per me senza lei. Le prendo la mano e la forzo ad accompagnarmi. Lo fa con pena e si rimprovera di ritardare i miei passi. La cenere ci cadeva addosso quantunque in piccola quantità. Volgo il capo e veggo dietro di noi uno spesso fumo che ci segue e si spande sulla terra come un torrente. Dico a mia madre:

» — Finchè luce, lasciamo la grande strada per tema che la folla inseguente non ci soffoghi nelle tenebre. —

»A mala pena eravamci scostati, la oscurità divenne sì fitta, come non già in una notte fosca e senza luna, ma in una camera ove tutte le lampade fossero spente. Non avresti udito che lamenti di donne, gemiti di fanciulli, grida di uomini. L’uno chiamava il padre. L’altro il figliuolo. L’altro, la donna sua. E non si riconoscevano che dalle voci. Quale deplorava la sua disgrazia. Quale, la sorte dei suoi parenti. Ve n’erano persino a cui il timor della morte faceva invocare la morte. Molti imploravano il soccorso degli dei. E molti credevano non ve ne avesse più. E quella l’ultima ed eterna notte in cui il mondo sarebbe sepolto. Eranvene altresì di quelli che aumentavano il timore ragionevole e giusto con paure immaginarie e chimeriche. E dicevano che in Misenum questo è caduto e quello arde. E lo sgomento dava peso alle loro menzogne.

» Apparve alla fine un bagliore che annunciava — non il giorno — ma lo approssimarsi del fuoco che ci minacciava; si arrestò pertanto lungi da noi. Reddiva la oscurità e la pioggia di cenere ricomincia più forte e più spessa. Eravamo ridotti a levarci di tempo in tempo e scuotere le vesti; senza ciò ci avrebbe coperti e inghiottiti. Posso menar vanto che in mezzo a tali pericoli, non dissi verbo, non mostrai debolezza. Era sostenuto da quella consolazione poco ragionevole — quantunque abituale nell’uomo — il credere che tutto lo universo perisse con me. Finalmente lo spesso e nero vapore si dissipò, e a poco a poco si perdette come fumo o come nuvola. E poi apparve il giorno ed anche il sole, giallognolo però come in una ecclissi.

» Tutto ci parve cangio. E nulla era se non coperto sotto monti di cenere come di verno sotto la neve. Torniamo a Misenum. Ciascuno vi si aggiusta come può. E noi vi passiamo una notte tra il timore e la speranza — lo spavento però usurpando la parte maggiore. — Imperocchè il tremuoto continovava sempre. Non si vedevano che genti impaurite coltivare il proprio sgomento e quello degli altri, con sinistri presagi. Non ci venne mai però il pensiero di ritirarci finchè non avessimo avuto le novelle dello zio, malgrado che fossimo ancora in attenzione di un pericolo così tremendo, visto sì da vicino.»

La catastrofe durò tre giorni. La cenere corse largo spazio. Si legge fosse volata in Africa. Certo, i Romani l’ebbero sui sette colli e temettero il disordine nei pianeti; cioè, che il sole cadesse sulla terra per spegnersi; e la terra salisse nel vuoto per incendiarsi. Quando la natura si acquetò, ed il mare si fece più calmo, e il disco raggiante potè mostrare il suo eterno sorriso a queste desolate contrade, Pomponiano tornò su quel posto ove il suo capitano era morto. Plinio era disteso sul tappeto in attitudine d’uom che dormisse.

Gli scampati da Pompei tornarono sul suolo della terra natia. Ma, come diversa da quella che era! Una grave mora di lapilli e di cenere! Una collina grigiastra d’onde tratto tratto sorgeva una colonna infranta, un capitello, un muro sporgente e senza forma.... i segni di un cimitero immenso!... Morte! Morte parziale però, e meglio una nascita che una morte. Il passaggio di larva a crisalide, un seguito di metamorfosi al servizio della vita generale. Rapidità. Fissità. Eternità. Il fil verde sotto le nevi cadute. — Oh! le lacrime! Oh! gli omei di quei miseri! Indarno cercavano su quel piano le dimore ov’erano nati, ove giacevano sepolti i cari congiunti, ov’erano celati gli oggetti più preziosi e più cari. Alcuni disperati grattavano le pomici colle unghie, sperando calmare lo schianto dell’anima nel riveder le sembianze morte, quale dei figli, qual dell’amante. E nella impotenza si carpivano i capelli, si dilaniavano il volto, si stracciavano le vesti. Miseri! ahi, miseri!

I più ricchi, calmata la prima passione, vennero con schiavi compri a praticare alcuni pozzi, sostenuti da tavole puntellate, per riavere i loro marmi, le loro statue, le loro gemme, i loro denari. Cotesto fatto creò una industria di disseppellitori, i quali rubarono quanto trovarono. Ed in una casa in riparazione nell’atto del cataclisma, piena di marmi pregevoli da collocarsi, aggiunsero persin lo epigramma, scrivendo colla punta ΔΟΥΜΜΟC ΠΕΡΤΟΥCΑ presso l’uscio, dopo averla forata per ogni verso. Quel mestiero da talpe fu proficuo a parecchi; chè, ogni casa fu visitata; e particolarmente quelle delle agiate famiglie e le botteghe, ove supponevasi fosse rimasto il peculio. E fu ad altri letale. I ladri isolati, chiusi dalle facili frane dei lapilli, perdettero il respiro e la vita ed il sepolcro servì loro di carcere.

Tito Vespasiano trasse per sorte dal numero dei cittadini consolari i procuratori per dar ordine agli inconvenienti occorsi e con molta pecunia soccorrere le popolazioni del littorale, prive delle loro case e dei loro campi. Nella mente di Cesare era il pensiero di sgomberare lo abitato e di ricostruirlo come in antico; ed i beni di quelli ch’erano stati oppressi dallo straordinario incendio e dal più straordinario seppellimento — dei quali non si ritrovassero gli eredi legittimi — fossero assegnati al rifacimento delle cose guaste e delle genti afflitte. Ma, i dignitarii, esaminati i luoghi sotto il vulcano che potea un dì o l’altro ricominciar la catastrofe, stimarono che la ingente spesa la sarebbe perduta. Lo imperatore non vi pensò su più che tanto. Le erbe ben presto germinarono sulla collina che copriva Pompei. Le vigne e gli alberi ne usurparono il posto a contrasto. Sursero sopra le case dei villici. Ai secoli successero i secoli. E le generazioni perdettero per sino il ricordo che il suolo dal loro aratro solcato era il coperchio di una nobile tomba.

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