UNA SCAPPATA FUORI DEL NIDO. MEMORIE DI ALBERTO. (continued 2)
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La mia fantasia, che non sapeva essere un minuto contenta e tranquilla, giungeva talora a gettar perfino qualche domanda, qualche dubbio, in mezzo alla fede cieca, al culto ch’io professavo per i miei nuovi amici. Una volta chiesi a me stesso se non fosse più leale ed onesto il non ricevere paga da un governo che si vuol ingiuriare; se non fosse più secondo l’onore il rifiutargli il proprio giuramento e i propri servigi. Ma l’amico mio, mi risposi subito, non può fallare; e misi l’apparente contraddizione insieme a tant’altre che spesse volte mi davano nell’occhio. Anche l’amico ragioniere, il quale, professando i principii più inesorabili dell’eguaglianza, voleva eguali tutti di fatto come i numeri finali della scrittura doppia, non mi parlava che delle degnazioni della sua contessa, dell’amicizia e degli inviti del tal barone o del tal marchese. Conti e marchesi formavano le delizie del mio ragioniere e di qualche suo confratello che, al pari di lui, professava le teorie più pure della rivoluzione. Qual nèsso ci possa essere tra le aspirazioni democratiche e il culto dei blasoni non lo so....: ma certo un gran nèsso ci deve essere, se nella mia breve esperienza, nelle mie poche osservazioni sociali trovai così frequente la ripetizione di questo fenomeno.
Un altro fenomeno mi parve sulle prime l’amico commerciante, o sensale che fosse. Di suo non aveva che le chiacchiere che ci spacciava; eppure faceva negozi per centinaia di mila lire. Negoziava un giorno di carte pubbliche, un altro, se occorreva, di frutte secche; oggi era mercante, domani mediatore; non aveva professione di sorta, e le faceva tutte. Allegro, bontempone, discolo, era da mattina a sera in baldorie e in affari. Dedito anch’esso di fresco alla politica, si proclamava socialista, e chiamava code i suoi colleghi del circolo repubblicano; cosa che dava al circolo un po’ d’inquietudine, e a lui un po’ più d’importanza. Nemico del capitale, lo era un po’ meno degli interessi; ed io ne seppi più tardi qualcosa. Innamorato, estatico anche di costui, io mi abbandonai a occhi chiusi nelle sue braccia, ed egli si incaricò di fare la mia educazione cittadina.
Prima di trascinarmi nella sua voragine, l’amico sensale mi aveva trascinato dal suo sarto, il quale mi aveva subito messo alla moda come il sensale, ed anche un tantino di più. Infatti, se la moda voleva il soprabito un po’ corto, al signor conte il sarto glielo faceva di due dita più corto ancora; e se la moda voleva la giubba lunga, il signor conte aveva una giubba lunga una spanna più di tutti gli altri. L’amico m’aveva vendute certe sue spille e certi anelli che facevano lo specchietto, come quelli d’un cavadenti. Io poi mi versavo addosso tutte le mattine una boccetta d’acqua odorosa, e per lo più di muschio, che mi annunziava da lontano come l’avvicinarsi d’una moscardina. Con tutto ciò io non ero ancora contento di me, nè ancora avevo raggiunta quella tranquillità di spirito, e quel sentimento di superiorità, di chi ha la coscienza d’essere un uomo elegante. Io seguivo come una vittima il sensale in tutte le sue compagnie, e in tutte le sue baldorie; lo seguivo al teatro e al suo caffè, alle sale da ballo e ai suoi festini. Il mio buon amico non aveva risparmiato fatiche per ridurmi in breve alla moda cittadina, e dopo due mesi poteva già compiacersi di qualche buon risultato. La mia corteccia campagnola, combinata con le levigature del sensale, aveva fatto ridere qualche scioccone alle mie spalle; ma s’era poi detto che alla fine dei conti io ero un gran signore, e che morto un certo mio zio milionario e tiranno, io avrei ecclissati tutti quelli che la sfoggiavano per Milano. Io che sentivo queste cose, pigliai presto il partito di darmi certi modi un po’ eccentrici, un certo fare da originale, che è spesso l’espediente più a buon mercato per cavarsi d’imbarazzo, e passare per un uomo non comune. Il difficile a questo mondo è di farsi largo col buon senso. Soprattutto poi, io avevo bisogno di far del chiasso intorno a me; di fare come il ciarlatano, che dice di cavare i denti senza dolore, perchè lo strepito dei pifferi e della gran cassa copre le strida del villano. I miei sogni migliori cominciavano a fuggire dinanzi alla realtà. La mia anima forse mandava già il suo primo grido di disinganno; ma io non lo volevo ancora nè udire, nè confessare.
Un giorno l’amico ragioniere pensò di volermi presentare alla sua contessa. La sua contessa era la contessa Neni (diminutivo, per chi non se lo immaginasse, di Antonietta), la quale, unitamente al conte marito e ad una contessina di diciotto mesi, costituiva il casato a cui l’amico mio aveva l’onore di tenere i conti. Tra le molte e bellissime signore ch’io rimiravo mollemente sdraiate nelle loro carrozze, o a passeggio per le strade con l’incerto andare dei loro piedini, la contessa Neni aveva segnato il punto massimo della mia ammirazione. Al teatro, ove però avevo imparato a inebbriarmi in silenzio, mi pareva di essere in un Olimpo, e le signore mi parevano tante dee: ma se in mezzo alla mia estasi per queste belle compariva la contessa Neni, allora io le tradivo tutte, allora io non vedevo più che lei. Lei però veniva di rado: suo marito, nominato da poco sindaco in un villaggio di trecento anime, trovando comodo il self-government a ogni tratto era al villaggio, e non aveva preso nemmeno il palchetto alla signora. Come sono invadenti nei governi queste aristocrazie! L’aristocrazia aveva invaso un po’ anche me stesso; alla mia contea m’ero già abituato, e mi sentivo già capace di difenderla palmo a palmo dietro i suoi merli: le belle donnine del teatro e delle carrozze mi piacevano quasi più che l’amico Bortolo, e per loro piantavo, di tanto in tanto, le conferenze della Sezione Olona. Anche alle conferenze della Sezione Olona capitavano, a dir vero, delle signore, ma per una singolarità che mi diede più volte a pensare, erano quasi sempre un po’ brutte, o un po’ vecchie. Mi ricordo d’una in particolare che voleva essere chiamata cittadina e non signora, anche a rischio di venire confusa colle vetture che stanno in piazza; e che proclamavasi una donna dell’89, cosa che nessuno avrebbe messo in questione di certo. Se Prudhon m’aveva messo dei dubbi sulla mia divisa della fratellanza, questa cittadina me ne mise un vero spavento.
Al ragioniere dunque, a cui tante volte avevo parlato della mia ammirazione per la contessa Neni, era venuto in mente di farmi conoscere a lei, chiedendole il permesso d’una presentazione. Una signora difficilmente rifiuta di conoscere un suo adoratore; che se poi l’adoratore ha, come avrebbe detto la contessa Neni, un nome; se ha la riputazione di uomo eccentrico; la curiosità della signora cresce in ragion diretta di tutte queste qualità. Il ragioniere, che Dio sa quante storie aveva magnificate sul mio conto, mi annunziò il giorno e l’ora in cui avrebbe detto dinanzi alla contessa: «ho il piacere di presentarle il signor tale;» parole misteriose e sacramentali, che bastano a procacciarvi una stretta di mano e un sorriso gentile dalla più fiera beltà, che fino allora aveva avuto l’aria di non accorgersi nemmeno che voi eravate a questo mondo. A quell’annunzio del ragioniere, il mio cuore battè forte come nel giorno in cui mossi per la prima volta alla casa dell’amico Bortolo. La fortuna mi conduceva per mano verso il mio secondo ideale; forse mi schiudeva le scene d’una passione drammatica, quale io l’avevo sognata! Avrei voluto preparare qualche squarcio di eloquenza e di poesia, per fare buona figura nei discorsi, certo sublimi, della contessa: ma la mia commozione era tale, che non fui capace di accozzare quattro parole in cui ci fosse il senso comune. Mi rassegnai, e mi raccomandai alla Provvidenza.
Nell’ultimo gabinetto d’un quartierino piccolo, ma in un bel palazzo grande, adagiata o quasi rannicchiata sul fondo d’una poltrona, si vedeva come in iscorcio una elegante personcina, ravvolta in non so quanti metri d’una bellissima stoffa, e che si chiamava la contessa Neni. La contessa Neni sedeva nel suo quartierino come la regina dei mille ninnoli che la circondavano, e delle mille figurine di porcellana, da cui pareva eletta a suffragio universale. Essa aveva lo sguardo languido delle donnine in porcellana chinese, il bianco delle figurine di Sassonia, le pose molli delle piccole pompadours di Sèvres. Essa poi conosceva a fondo la storia e la natura di questi suoi sudditi, e ne parlava continuamente da sovrana premurosa e illuminata. E quante volte non ebbi io la bontà d’esser geloso d’un mandarino chinese, d’un villanello di Sassonia, o di qualch’altro individuo di quel regno innocuo e silenzioso? Al qual regno innocuo e silenzioso appartenevano anche, per non tacere di nessuno, tre giovanetti galanti, che, innamorati della contessa, le facevan la corte contemporaneamente e senza guerre civili, contenti di sedere intorno a lei tre ore al giorno, senza dire una parola, mandando solo qualche sospiro, e cambiando di tanto in tanto la positura sentimentale. Se il silenzio può essere eloquente, questi tre giovanetti erano tre Demosteni; ma si incaricava di parlare per tutti e tre un uffiziale francese, ch’era anch’esso molto assiduo presso la contessa.
Di questi quattro signori appunto si componeva il crocchio della contessa nel momento in cui il ragioniere, con molta sommessione, e con molta compiacenza, mi presentò, sfoggiando i titoli annessi alla mia ròcca. La contessa mi accolse con un sorriso gentile, e mi porse una piccolissima manina, ch’io, a buon conto, non presi, per la soggezione e per il timore di farle male. Io ero tutto in nuovo. Avevo le scarpe nuove, un vestito nuovo, un solino nuovo, che mi segnava un giro rosso intorno al collo, e mi ero profumato con una boccetta nuova. I tre signorini non diedero segno di vita, e finchè non fui presentato anche a loro, finsero di non avvedersi nemmeno della mia presenza, come se fossi un infusorio. Io però mi accorsi d’una certa occhiata con cui mi misurarono da capo a piedi, e alla quale tenne dietro un certo sorriso che mi fece, non so perchè, diventar tutto rosso. Quei tre se ne stavano seduti o, per dir meglio, sdraiati, chi su una seggiola, chi dentro una poltrona. Mutavano di posa a ogni tanto con una disinvoltura affettata; e sebbene mi avessero subito inspirata una profonda antipatia, pure, con la coda dell’occhio, gli osservavo per imitarli in qualche cosa. Ma non m’arrischiai di seguirli in quelle evoluzioni, che mi parvero del resto un po’ troppo confidenziali ed anche abbastanza volgari: mi attenni alle regole della mia prima educazione, e rimasi seduto col busto diritto, e con le mani distese sulle ginocchia, come mi aveva insegnato il mio rettore. I tre signorini tacevano sempre; taceva il ragioniere, taceva la contessa, e non parlava che l’uffiziale francese. Io credetti quella prima volta che il tacere fosse una cosa grandemente signorile, e non è a immaginarsi come mi tenessi scrupolosamente chiusa la bocca. Ma il Francese m’ebbe presto piantati gli occhi in faccia, e in un minuto mi diresse non so dire quante domande. Io avevo imparata la lingua francese da quel rettore del collegio, che nelle mie valli aveva tanta rinomanza per le lingue morte. Capii difatti ch’egli mi aveva appunto insegnata una lingua che non si parla. Figuratevi quale spavento fu il mio! Ma fortunatamente l’uffiziale dopo il dites-moi, monsieur, senza tirare il fiato continuava, vous dites donc.... ed io gli facevo un risolino compiacente, compiacendomi moltissimo che rispondesse lui per me.
Io tacevo sempre, e le cose continuavano benino. Ma la contessa Neni, vedendo che da un quarto d’ora non s’era parlato di lei, interruppe a un tratto la conversazione con un ah! accompagnato da un lungo respiro e da una posa un po’ più languida di prima; il che sommato voleva dire che c’era una improvvisa sofferenza da dividerci tra noi sei. Si scossero infatti i tre giovanetti, e si fecero flebili più che mai: «Che fu? che c’è?» La conversazione si fece subito pietosa, e la contessa Neni con un certo imbarazzo studiato, elegante, ci parlò d’un maluccio che le era capitato, un enfiatello, se ben mi ricordo; ma non un enfiatello comune; un enfiatello che doveva moverci a grande pietà, ma parerci nello stesso tempo una cosa straordinariamente poetica. Mi parve a un tratto che i miei compagni di pietà invocassero un rimedio dal cielo, ed io in un eccesso di commozione e di zelo, facendomi di nuovo tutto rosso, saltai su a dire: «Ci vorrebbe un ce....» Lo sapevo ben io che cerotto ci sarebbe voluto, ma mi parve in quel momento che a pronunziare la parola cerotto tutti si sarebbero accorti ch’ero uno speziale. Mi fermai in tempo; ma mi si appannò la vista, e mi credetti perduto. Per fortuna però c’era stato il Francese, che al mio primo aprir bocca, non volendomi lasciare la priorità dello specifico, aveva ripreso lui il filo delle mie parole, insegnando alla contessa tutto quello che ci voleva. E non le disse questa volta, delle chiacchiere; le insegnò un buon empiastro, e proprio quello che ci voleva; talchè mi balenò alla mente, che anche costui, siccome si faceva dare del conte, fosse conte di una qualche ròcca merlata come la mia.
Di lì a poco l’amico, dicendo di avere cento belle che l’attendevano, si alzò, e se ne andò. Mi sentii un gran peso giù dalle spalle; e così se ne fossero andati anche gli altri, perchè io ero talmente in fiamme, che in quel momento mi sentivo il coraggio di proporre alla contessa per lo meno una fuga. Io non avevo ancor provato a trovarmi solo dinanzi a lei, e a non sapere aprir bocca.
«È una persona amabilissima....» incominciò a dire la contessa, pigliando le redini della conversazione, e conducendola tutta da sola con un’arte finissima di parlar sempre, e in verità dicendo pochino. «È una persona veramente di garbo, una persona proprio della società....» Ma poi tra questi francesi ce ne sono di curiosissimi! Si figurino che un giorno ne ho veduto uno, un maggiore, credo, ma che non è della società, e che si chiama monsieur Pigeon. E vogliono ridere? È legittimista! Che sieno legittimisti il colonnello de la.... e il marquis de.... che vedo frequentemente, lo capisco benissimo; ma lo strano è che uno si permetta d’essere legittimista quando si chiama monsieur Pigeon! E mi si dice che ce ne sieno degli altri come costui. Oh siamo molto più liberali noi!...
«Com’è liberale la contessa!» dicevo frattanto tra me stesso, in mezzo al mio entusiasmo.
«.... Io sono d’avviso che in società si devano rispettare tutte le opinioni, anzi io sono molto liberale; ma mi pare poi assai ridicolo che tutti quelli che passano per strada si credano in diritto di avere delle opinioni che non sono punto fatte per loro.»
«Oh certamente! contessa,» dicevano frattanto qua e là i tre signorini; e il ragioniere accompagnava il tutto con un risolino di piena approvazione.
«E lei dunque si chiama Adalberto....» riprese la contessa a proposito del discorso di prima. «Adalberto! che bel nome, è un nome che mi piace tanto!» E socchiudendo alquanto gli occhi, come soleva in fine d’ogni sua frase, lasciò giungere mollemente fino a me una guardatina, che mi accese ancora più, e mi fece tremare da capo a piedi. In buona fede me la pigliai tutta per me, e come di buona valuta. Non fu che più tardi che vidi quelle mezze guardature scendere allo stesso modo, freddamente su tutti; e più tardi ancora che mi spiegai, colla chiave di quelle occhiate, l’immobilità dei tre giovanetti e di quanti si dibattevano intorno alla contessa Neni come cingallegre sui panioni.
«E nelle sue terre lei avrà anche dei castelli?» riprese la contessa.
Ebbi un minuto di esitazione. La guardai in viso.... ma era così bella, che le risposi di sì! Che sciocco! Eppure in quel momento non ebbi altro rimorso che d’aver detto una cosa non vera a un angelo come lei, che doveva essere tutta ingenuità.
La contessa riprese la conversazione sui castelli, ma io non tenni dietro più al filo del suo discorso. Io non avevo in pensiero che quell’occhiata, e ne stavo spiando una seconda. Ma per quel giorno la seconda non venne; e ne incolpai tra me il povero ragioniere, che mise fine troppo presto alla visita, mentre io non me ne sarei andato più.
Aspettando sempre la seconda occhiata, m’ero fatto ogni giorno più assiduo presso la contessa. Facevo le mie ore di contemplazione in società coi tre giovanetti e con tanti altri, perchè ogni giorno ce n’era uno di nuovo; correvo per le strade come un matto, o vi facevo delle lunghe fermate come un ladro, e la contessa non dava segno di avvedersene mai. Le occhiatine talora partivano, ma non venivano a me. Fui geloso or dell’uno or dell’altro, senza sapere però mai di chi lo dovessi essere davvero. Mi struggevo di sospetti e di rabbie, avrei voluto spassionarmene con lei, dirle il mio amore e le mie gelosie, ma ogni volta ero costretto a calar le vele dinanzi a un circolo di assediatori che ci stavano all’àncora, e innanzi alle manierine gentili, calme, e gelidamente seducenti della contessa. Le delizie insomma del mio ideale, le delizie di un amore romanzesco per una gran dama, le andavo assaporando tutte. E quando, stanco, incominciavo a sentire i primi gridi della rivolta dentro di me, allora.... allora capitava l’occhiatina a farmi rinnovare l’investitura di vassallaggio. Nè questi erano i soli intoppi che avevo trovati nella mia nuova vita. Eppure non sapevo staccarmi dagli antichi sogni fantasticati nel mio paesello!
Un intoppo però che avevo temuto e che non trovai fu quello del cerimoniale dell’alta società. Io avevo spese delle ore a casa mia a pensare come sarei entrato in una sala dorata; che cosa avrei fatto, che cosa avrei detto in un crocchio di dame e di cavalieri. Avevo lette sui libri le severe etichette d’una volta, e tremavo al solo pensarci. Tempo perduto! Se di tanto in tanto diedi un poco nell’occhio, fu perchè mi sentivo piuttosto timido nel pigliarmi i miei comodi in società con la franchezza degli altri. Con gli splendidi vestiti d’una volta, i cavalieri hanno lasciato giù anche le splendide maniere. Talchè oso dire che anche il galateo del mio rettore mi poteva quasi bastare. Io poi m’accorsi che la mia ròcca merlata, e i milioni della mia contea m’erano una gran bolla di indulgenza plenaria. Potei perfino lanciare qualcuna delle mie idee demagogiche che, come speziale, m’avrebbero fatto dare del briccone, ma che dette in guanti gialli mi acquistavano una certa riputazione di originalità; la quale è pure una delle vie che menano al buon genere.
Trovai piuttosto, e in breve tempo, un intoppo nei quattrini. Le baldorie con l’amico sensale, le spesucce per la repubblica universale, e la vita galante per la corte alla contessa, mi asciugarono presto quei pochi denari che avevo portati con me per studiare la farmaceutica. Il sensale mi intratteneva sempre dei suoi giuochi di borsa, dei suoi guadagni, e di milioni, di cui parlava come di cose di sua intrinsichezza. Una volta mi propose di associarmi a lui in una speculazione di carte pubbliche che, secondo un ragionamento chiaro e lampante, doveva in pochi giorni farci intascare una buona sommetta. Io, che gli avevo taciuto le mie strettezze, cercai di fare l’indifferente, ma accettai con la gioia secreta di chi vede venire in proprio soccorso una fortuna inaspettata.
Un mese dopo il sensale mi annunziò che per una stupida interpretazione, per parte del pubblico, delle cose politiche, noi avevamo perduto, sulle nostre carte, cinque mila lire. Mi pregò anzi che le pagassi io, ed egli si pigliava l’impegno di farmene guadagnare più del doppio nel mese seguente. Bisogna dire che io cambiassi molto di faccia a quell’annunzio, perchè il sensale s’accorse subito che in quel momento io mi dovevo trovare all’asciutto.
«Eh capisco,» prese egli infatti a dire sull’attimo; «capisco come non vogliate così presto far venire denari da casa vostra dove c’è l’abitudine, nevvero? di lasciar la muffa sui milioni! Ma non conta; lasciate fare a me. Dei denari ve ne procurerò io, e quanti ne vorrete.»
Detto fatto, mi portò le cinque mila lire. Io mi sentii venir meno dinanzi a quel primo debito così grosso; ma un po’ per l’imbarazzo in cui mi trovavo, e un po’ perchè nelle grandi occasioni io sono sempre uno sciocco, accettai. Allora l’amico mi provò come due e due fan quattro, che per queste cinque mila lire, secondo l’uso, io ne dovevo confessare ottomila; e mi fece firmare una cambiale. Poi le cinque mila lire se le tenne per pagare la perdita, assicurandomi che presto me ne avrebbe guadagnate altrettante, per quanto, diceva, le fossero inezie per me. Così rimasi bruciato come prima, e con questo bel guadagno per di più.
Nè passò molto che, impacciato com’ero, mi dovetti far coraggio, e calunniando l’avarizia del mio povero zio milionario, confessai al solito amico di trovarmi senza un quattrino. L’amico, dopo avermi canzonato un pezzo sulla mia timidezza da provinciale nel far debiti, e pigliandosi l’impegno di darla lui una lezione agli zii avari, s’impegnò di trovarmi una nuova sommetta, che cercai di moderare più che potei. Firmai dunque una seconda cambiale; e, ben inteso, per il doppio quasi di quello che dovevo ricevere. Ma il bello si fu che anche questa volta mi vidi sborsata solo una parte della somma, e in conto del rimanente mi capitò a casa una corba di roba e un quadro, che il mio creditore dichiarava di ignoto sì, ma rinomato autore. Io avrei forse perduti i sensi, se il mio buon amico non mi avesse subito provato che io avevo conchiuso un bellissimo affare, e che in città si faceva così.
La politica del navigare in mezzo a tanti scogli mi si faceva ogni giorno più difficile. Oh se avessi potuto rifare il primo passo! Ma intanto mi bisognava passare per un milionario col sensale, per un aristocratico con la contessa, e per un demagogo con Bortolo. Al fiero Bortolo tenevo scrupolosamente celato ch’io menavo vita elegante, e che passavo le mie giornate in casa d’una contessa, e, peggio ancora, in mezzo a tanti galli del Brenno, che così egli chiamava gli uffiziali francesi. Cercavo intanto di servirlo con tutto lo zelo nelle piccole combriccole che tenevan luogo di grandi cose; ed avevo cura di mostrarmi a lui un poco arruffato, e meno pulito, per sembrargli tanto più puro. Oh come mi paiono ancor più belle le mie montagne quando mi guardo indietro, e penso a tutta questa roba!
Eravamo alla fine del carnevale. Oh se avessi voluto confessare a me stesso, quanto mi era già riuscita amara la realtà delle cose che avevo sognate! L’amico X e il circolo dell’Olona erano proprio quel fior di poesia che m’aspettavo? «Chi sa!» dicevo allora. «E la gran dama?» La gran dama era più bella dell’amico X, oh questo poi sì! Ma in quanto alla poesia..., io non ne sono un giudice imparziale. Frattanto in grazia sua ne avevo inghiottite di molto amare. Quante volte non feci il proposito di rompere l’incantesimo, e di fuggire; e allora le scrivevo delle lunghe lettere di eterno addio, che mi affrettavo a buttar subito sul fuoco. Quando le susurravo qualche parola di amore, ella mi rispondeva con un viso severo; quando le lanciavo qualche parola di disperazione, ella l’accoglieva con la più schietta ilarità. Ma se tornavo rassegnato e tranquillo, allora ricomparivano le piccole preferenze, le seducenti amabilità che mi facevano perdere l’equilibrio da capo. Con tutto questo, dagli adoratori della contessa io ero piuttosto invidiato; talchè molte volte, dopo aver conchiuso ch’ero l’uomo più infelice di questo mondo, a poco a poco, pensandoci, mi persuadevo ch’ero fors’anche il più felice de’ mortali.
Il carnevale, sentivo dire, era in quell’anno uno dei più belli che mai si ricordassero. Ognuno sentendosi giù dalle spalle quella gran cappa di piombo che erano i Tedeschi, si abbandonava di cuore ad un po’ d’allegria. I milanesi poi amano di essere ospitali, e per quanto fossero positivi gli ordini in contrario della Sezione Olona, essi davano ai francesi una splendida ospitalità. C’erano state molte feste di ballo, contro le quali io avevo protestato nel circolo dell’Olona, accettando però l’invito nel circolo della contessa.
La contessa compariva di rado alle feste; la sua comparsa doveva essere un avvenimento. Era l’ultima ad arrivare, e la prima a partire; ballava una sol volta, e quel ballo, tra i suoi adoratori, era una grazia contesa e concessa un gran pezzo prima. Ella non doveva essere seconda a nessuna; e il còmpito non era facile in mezzo ad altre belle e ad altre potenze riconosciute di primo ordine. Bisognava dunque fare categoria da sè; e così la contessa seguiva un sistema compiuto di abitudini proprie, improntate tutte di una certa originalità. Ai balli veniva tutta sola, quasi con l’aria d’essere un pochino trascurata dal marito; cosa che le raddoppiava l’interessamento degli ammiratori, e le serviva al tempo stesso di scusa per tutte le volte che le tornava comodo di rimanersene a casa. Ella aveva sempre l’aspetto un po’ languido e sofferente; la sua eleganza non era che buon gusto e semplicità; il suo posto era là dove c’erano meno amiche, lontana dalla folla e dai confronti. Al giungere della contessa Neni si vedevano qua e là parecchie diserzioni; ma l’astro scompariva presto, e così la corona de’ suoi satelliti era sempre la più numerosa e la più fedele.
Un giorno, mentre io, dopo una delle solite burrasche, facevo le mie ore di contemplazione rassegnato e malinconico, la contessa, discorrendo d’una vicina festa di ballo, annunziò che vi sarebbe intervenuta; e mentre tutti si rallegravano del prossimo felice avvenimento, essa volgendosi a me d’un tratto, soggiunse: «e il mio giro di valzer questa volta lo voglio fare con lei.»
Non c’è vento di nord che possa vantarsi d’aver fatto in un subito tanto sereno, come ne fecero quelle parole su di me. Nè solo mi feci sereno, ma anche tutto rosso, come se fosse disceso un sole tropicale. Io non avevo mai osato di chieder tanto, sebbene gli altri l’osassero moltissimo. Decisamente i miei rivali avevano ragione di vedermi di mal occhio. «Per bacco!... cosa tutta spontanea, e a cui io non avevo pensato nemmeno, mentre ce ne sarebbero stati in lista tanti prima di me che da un pezzo pregavano e insistevano.... ma niente affatto!: cosa tutta spontanea!» ripetevo a ogni minuto tra me. E per gli otto giorni che ci furono d’intervallo tra la promessa e il grande avvenimento, nè l’Idea, nè il Bortolo, nè l’Umanità collettiva, valsero a farmi pensare ad altro.
E siccome anche i giorni più aspettati arrivano, e pur troppo arrivano presto, così arrivò anche quello del mio valzer. Per quanto sapessi che lei non sarebbe giunta alla festa che ad ora tardissima, pure, per esser meglio sicuro del fatto mio, quella volta fui dei primi ad arrivare; cosa che avevo imparato a non permettermi mai. A ogni specchio mi davo un’occhiatina da capo ai piedi, mi aggiustavo i capelli e la cravatta; e non ero niente malcontento di me. «Eh sì, lo puoi amare questo povero Adalbertino,» dicevo frattanto, «il quale non è poi un brutto giovane, perchè in fatto d’occhi e di capelli così neri, non faccio per dire...: e poi non è il più sciocco, credo, di tutti quelli che ti fan la corte.» Anche al sarto del sensale da qualche tempo avevo dato un addio; avevo imparate molte perfezioncelle di buon gusto; insomma, mi pareva proprio di andar benino. Le sale intanto si erano affollate da non potervisi più movere; ma, finchè non ci furono quelle dieci o dodici signore che costituiscono la vera gente, io susurravo con quanti mi imbattevo di mia conoscenza, che non c’era ancora nessuno. Facevo largo, e mi inchinavo leggermente quando ne compariva taluna, in modo che mi si poteva credere tutto di casa, ancorchè non la conoscessi che di nome. Che se poi ne passavano di quelle che non erano dell’Olimpo, io rimanevo inesorabile al mio posto, per non compromettermi, proprio come se non passasse nessuno. Mi lamentavo un pochino della musica; trovavo che c’erano pochi fiori, e che la luce non era ben distribuita. Insomma, come dissi, si poteva essere contenti di me. Avevo fatto un passo.... e che passo! da quando al mio paese, con un piffero, una tromba e un candeliere sulla stufa, si ballava in una stanza del fornaio con le ragazze del vicinato e con la Luisa....
Intanto giravo e rigiravo per le sale, procurando di darmi l’aria di non aspettar nessuno, per non comprometterla. Però m’ero portato cinque o sei volte fino alla scala; e incominciavo ad essere sulle spine. La contessa Neni fu proprio l’ultima a comparire. Entrò sola, e io la vidi subito; ma la calca di quella gente che non c’era, era tale, che non potei andarle incontro. Che peccato! Quest’era la volta che le avrei dato anche il braccio. Ci fu invece un altro più fortunato di me; e mentre io cercavo di farmi largo non la vidi più, e non seppi nemmeno da qual parte fosse andata. Chi non ha vedute che le festicciole del proprio paese, non può immaginare come in queste gran feste di ballo della città si possa mettere un’ora buona prima d’imbattersi in qualcuno che si cerchi. Ebbene, questo fu proprio il mio caso: e tutto affannato incominciavo già a dire «che la è inutile; ch’io sono un uomo disgraziato; che a me non le devono andar bene mai; che il mio destino è così....» quando mi trovai faccia a faccia.... indovinate con chi? col marito della contessa. Non avendo altro, avrei dato in quel momento tutta la mia contea, per evitare quell’incontro. Ma quel buon signore non mi lasciò il tempo di svignarmela, e venne a stringermi la mano con una certa cortesia piena di distinzione ch’era tutta sua. Poi, dopo qualche parola gentile, mi domandò se avevo veduto sua moglie, perchè sua moglie aveva chiesto di me per un certo ballo che essa mi aveva riservato. Allora gli contai il caso mio, ben inteso con tutta quella politica che ci mette un amante in una simile occasione; ed egli non solo m’indicò dov’era sua moglie, ma mi volle condurre presso di lei egli stesso. «Poveri mariti!» pensavo frattanto tra di me; «tutti eguali!» Ma anche questa volta non l’imbroccavo giusta. Nella pratica della vita io non ero che all’alfabeto, ed egli doveva essere già professore. I quarant’anni gli aveva salutati da un pezzo, e s’era dato alla botanica e alla politica; ma egli era stato uno dei giovani più brillanti del suo tempo, e nella scienza del saper vivere non celava la sua superiorità. Sapeva egli ch’io ero innamorato della contessa? Non lo so. Ma, conoscendo sua moglie, egli non poteva avere che una grande compassione per i di lei amanti!
La contessa mi fece il più seducente rimprovero per essermi fatto aspettare; poi con un abbandono, con una grazia che mi parvero cose angeliche più del solito, levossi di subito dicendo che non voleva ritardarsi il piacere di adempiere alla sua promessa. C’era lì accanto qualcuno che m’aveva l’aria d’esserne particolarmente indispettito; a me poi pareva che cento occhi mi seguissero pieni d’invidia e di gelosia. Io mi sentivo un palmo alto da terra. L’orchestra sonava qualche cosa di strepitoso che poteva essere benissimo un valzer; ed io pieno di un insolito ardire susurrai all’orecchio della contessa alcune parole ardenti come non avevo fatto mai. Essa le ascoltò; e vidi un sorriso sfiorare le sue labbra con tanta dolcezza che non m’ebbi più dubbio. «Oh sì! ella mi ama. Ch’io ti stringa dunque al mio cuore,» dicevo tra me col mio solito stile, «e nei vortici della danza noi scompariremo da questa terra.»
Eravamo giunti nella gran sala da ballo. Toccava a noi; io ero all’apogeo. Col piede alzato già attendevo la battuta... La battuta venne, ma più decisa delle altre per indicare che quella danza era appunto finita. Così non avendo potuto volare tra gli astri quella volta, era scritto che non ci dovessi volare mai più.
Quel tratto di sereno che mi parve un momento d’intravedere sul mio orizzonte, era minacciato da grossi nuvoloni che venivano tutto all’ingiro e si facevano sempre più cupi. Le faccende politiche del circolo andavano alla peggio. Si predicava alle arene del deserto. Un giornale, che l’associazione aveva fondato, e che si chiamava l’Azione, non aveva trovato azionisti, ed era caduto dopo un mese di vita, e con una dozzina d’abbonati. Bortolo s’era fatto più brusco e violento che mai. Il vento volgeva in tutt’altra direzione, e decisamente pareva che l’Italia volesse rifarsi a modo suo, e al di fuori di molte regole prestabilite. Si aveva un bel predicare alla gente che la via era fallata, che si principiasse da capo: la gente faceva le viste di non capire, e tirava innanzi. La corrente aveva mutato alveo, e noi, rimasti nel vecchio, ci potevamo contare. Anche nelle sfere più alte dei nostri correligionari avvenivano, io credo ogni giorno, rivolte, diserzioni; e Bortolo, che mi voleva fedele, mi teneva in basso, e non mi aveva mai lasciato far capolino al di fuori del circolo. La barca era arenata; ma noi seguitavamo a dare ferocemente del remo nel sabbione e nella mota.
Mano mano però che, in grazia della contessa, io andavo spogliandomi della pelle dell’orso, il veleno dell’eresia mi si cacciava sempre più nelle ossa, e qua e là mi spuntava nel pensiero qualche dubbio. In mezzo a tanta vita cittadina, io avrei potuto rileggere i miei articoli di fede a una luce più chiara; ma la fatalità aveva voluto che, ora dietro le tende di velluto della contessa, ora dietro le ragnatele del circolo, io fossi rimasto sempre all’oscuro. E soprattutto le tende di velluto, diciamolo pure, avevano lasciato tutto il resto in una tal’ombra, che la mia povera mente non sapeva più ritrovare il filo di nulla. Così per il moto contratto io seguitavo a trottar dietro ciecamente a Bortolo. Bortolo ogni giorno più declamava e si inferociva; e declamavo e mi inferocivo anch’io, perchè era il meno che potessi fare.
Ma come Bortolo fu persuaso che l’apostolato non dava frutto, egli che non era uomo da scotere la polvere dalle scarpe, e tirar diritto evangelicamente, pensò che oramai si doveva agire. Divenuto cupo e misterioso più del solito, decisamente egli meditava qualche piano di battaglia. Lo aizzavano particolarmente l’ex impiegato che sbuffava di vedere un tale, che nei tempi andati ci aveva messa la pelle, a quel posto dove per tant’anni egli aveva messe le maniche di tela; e l’amico sensale, il quale aveva bisogno d’un tafferuglio per raddrizzare col ribasso certe sue speculazioni che andavano alla peggio. Il buon uomo anzi non esitò a parlarmene chiaramente, associando alle osservazioni sull’apostolato militante, quelle sulla vicina scadenza del mese. Finchè s’era trattato di lasciarmi succhiare dei quattrini ora con le speculazioni, ora coi prestiti alla repubblica universale, non avevo osato fiatare; ma questa volta egli aveva dato un assalto alla mia coscienza, e la cosa, per fortuna, era un poco diversa. Ma il sensale mi canzonò prima sulla mia semplicità; poi, siccome io mi facevo serio, voltò tutto in burla, e ne fece delle risate. Ritornò qualche volta ancora sul discorso, ma con un fare che potesse parere anche una facezia, e burlandomi al tempo stesso perchè, a suo dire, mi spuntava un po’ di coda. Allora la coda non s’era fatta ancora così elastica; e non m’era capitato, come mi capitò poi di udire un ubbriaco chiamar codino un tale perchè camminava diritto. Questo scherzo dunque sulla coda non mi garbava nè punto nè poco, tanto più che l’amico me lo andava ripetendo in faccia ai colleghi e dinanzi allo stesso Bortolo. Ma Bortolo, ch’era più accorto degli altri, e che voleva conservarmi nella sua devozione, sapeva saltar di pie’ pari, e nascondermi fors’anche tutto ciò che non mi poteva garbare. Con me continuava a tenere quei lunghi discorsi, dalle frasi ispirate e sibilline, ch’erano tutto il mio pasto.
Eppure qualche cosa si tramava. Bortolo doveva avere per il capo qualche disegno, di cui nel circolo non si parlava, o che per lo meno mi si teneva nascosto. Mi rammento che avendo io detto un giorno che bisognava pur far progredire la rivoluzione italiana, mi fu risposto misteriosamente che bisognava innanzi tutto principiarla. Intanto il circolo era in aspettazione d’un personaggio che il solo Bortolo conosceva, e che doveva essere reduce da un giro diplomatico con missione secreta nelle province. Bortolo diceva «ch’era un onesto recatosi a rinfrancare la tradizione nelle affigliazioni della Associazione;» ma io, che avevo la fantasia in allarme, fui convinto più che mai che l’universo era minato, e che quest’ignoto veniva a dare il fuoco alla mina. «Oh potessi tu trovare un intoppo per via!» pensavo tra me. «Lasciami fare il mio valzer, e poi schiudi pure l’èra nuova.» L’Io, tutt’altro che collettivo, aveva fatto tali progressi in me, che per la mia felicità individuale osavo invocare una settimana ancora di oscurantismo.
Intanto io cominciavo ad essere sul serio agitato, e pieno di brutti presentimenti. Capivo che questo mio camminare continuo sulla corda, senza contrappeso, non poteva che finir presto con un capitombolo. Ma che cosa dovevo fare? Come sbrogliarmi dalla matassa in cui ero avviluppato? Oh avessi avuto un buon amico, avessi potuto imbattermi nel mio Marcello! Ma come trovarlo? Io ne avevo ben chiesto conto una volta a Bortolo, ma egli crollando il capo mi aveva risposto: «che non ne sapeva nulla, ma che credeva però che la prigionìa avesse in lui fatto disertare dal pensiero l’azione, conducendo questa nel campo della sètta delle maggioranze.» In verità avrei desiderato di saperne qualcosa di più, ma non avevo osato chieder altro. M’era venuta in fine la buona ispirazione d’una corsa al suo paese; ma ero nella gran settimana del mio valzer, e pensai: «ci andrò dopo.»
Il giorno che seguì il mio apogeo fui chiamato in fretta al circolo, perchè era giunto il diplomatico, tanto atteso, dalle province. Ci andai di corsa: vidi il nuovo arrivato.... e fu per me come un colpo di fulmine. Non c’era dubbio. Sulle prime, tutto vestito di nuovo, e col fare d’un personaggio, c’era da pigliarlo per un altro. Ma era lui; uno di quei due compatriotti della mia vallata, che avevo voluto evangelizzare dal tabaccaio a bicchierini d’acquavite; quello che aveva maggiori vedute nelle teoriche sociali, e che aveva anche il naso più rosso dell’altro. Era proprio lui, ed io mi sentii perduto.
Quando nella bottega del tabaccaio si parlava delle ingiustizie e delle sventure sociali, avevo sempre trovato in lui, voglio dire in quell’amico dal naso rosso, per ogni colpa umana, una grande parola di perdono. Sperai che, confessandogli le pene del mio cuore, egli avrebbe compatito all’inganno innocente nel quale avevo lasciato gli amici; sperai ch’egli avrebbe perdonato alla mia inesperienza, e che mi avrebbe coperto con l’usbergo della sua amicizia. Fu su questo tono che gli parlai. Sperai anche che non avrebbe sdegnato un tenue regalo (che non era tenue), il quale doveva ricordargli questo bel giorno della nostra amicizia. Infatti non lo sdegnò. Ma egli era una vittima dell’organizzazione sociale; la sua natura richiedeva qualche bicchierino di acquavite di più di quello che la società gli volesse dare nella sua attuale organizzazione economica. Questo deficit di bicchierini lo manteneva in istato di rivolta contro le altre leggi sociali che egli non poteva riconoscere; e così, ora che eravamo alla pratica, soffocò la pietà per una umana debolezza, e si tenne rigidamente nel campo della protesta.
Il giorno dopo, mi vidi capitare l’amico sensale col cappello fin sugli occhi, e col piglio poco confortante di un creditore che va da un debitore fallito, interrogandomi senza lasciarmi il tempo di rispondere, e montando su tutte le furie perchè non rispondevo. Mi accòrsi subito ch’io non ero più il conte della ròcca merlata, e che il diplomatico dal naso rosso mi aveva mariolato il regalo. Il mio castigo più grave l’ebbi proprio sulle prime; e fu il rossore di sentirmi colpevole e di dovermi giustificare dinanzi a quel fior di giudice. Tentai spiegargli, appena potei afferrare la parola, la fatalità che mi aveva tratto a quell’inganno puerile; ma mi accorsi che quello non era il capitolo importante dell’accusa. Allora potei anch’io mutare un po’ di tono, e gli dissi alto che se alla ròcca merlata non c’era annessa la contea, c’era annesso però un fonderello di quante pertiche occorrevano per pagarlo dei suoi bei negozii; e che dei due, a conti fatti, lo straccione poi non ero io. Parendomi che a questa ultima riflessione si rasserenasse un poco, tentai un nuovo appello caloroso a quei nobili sensi ch’io gli dovevo prestare per arte oratoria, perchè mi giustificasse presso gli amici. Gli parlai della fede che mi legava a loro, dell’opera devota ch’essi potevano attendere da me, della serietà mia in ogni più difficile prova.... Ma l’altro mi interruppe da capo; mi tirò sul terreno dei conti e delle garanzie; e poco tranquillo per il suo avere, mi piantò dicendo che andava a fare i suoi passi per mettersi al sicuro; e che quanto al resto, gli amici ne erano furiosi, che nessuno più avrebbe voluto saperne di me, che io gli avevo ingannati, e che degli speziali ne avrebbero trovati fin che ne volevano! I democratici! In quel momento giurai di volermi fare speziale.
Con la febbre che mi aveva lasciata addosso la visita di quel caro sensale, mi misi al tavolino, e scrissi una lunghissima lettera a Bortolo. Quella lettera rimase senza risposta. Nel circolo di Bortolo, ove si trovavano i sentimenti classici, come si trovano i brandelli di broccato nella bottega del rigattiere, questa severità di Bortolo sarà forse riposta a quest’ora negli scaffali come una merce di provenienza spartana.
Ero alla soprascritta, quando il mio uscio si spalancò di nuovo, e un secondo cappello, calato anch’esso fin sugli occhi, mi fece subito capire esserci un altro che veniva per fulminarmi ad occhiate. Era un altro spartano, il ragioniere; il quale in certe supreme occasioni, quando, per esempio, licenziava un guattero della contessa, sapeva trovare l’altitudine e l’accento d’una tale fierezza, d’una tale dignità, da averne di che intrattenere gli amici per un pezzo.
«Ma la si figuri!» incominciò a dire il mio demagogo, «uno speziale di campagna! E averlo condotto io dalla contessa! Ah, dunque gli è proprio vero.... e farsi condurre da me dalla contessa! Si figuri la mia responsabilità! Oh, ma io andrò dalla signora contessa e dal signor conte, ed esporrò loro il caso personalmente, e domanderò gli ordini per fare i miei passi sia per conto della nobil casa, sia, subordinatamente, per conto mio. Oh, la vedremo! Introdursi nelle case con falsi recapiti sotto il manto di un ragioniere onorato non solo, ma che fu chiamato come revisore anche in pubblici dicasteri!... Quali erano le sue intenzioni? Che cosa voleva lei perpetrare in casa della contessa? Io già gliela conto chiara.... e non so se mi spiego.... insomma io dovrò dire alla contessa che non posso più rispondere di niente, e farò rinnovare gl’inventarii....»
Il guaio di questo povero ragioniere fu quello di essere arrivato in un momento in cui, avendo dovuto giustificarmi due volte, non mi sentivo punto voglia di farlo una terza. Così, quando fummo a questo punto del suo discorso, lo pigliai per un braccio, e con tutta tranquillità, ma senza aprir bocca, lo misi fuori dell’uscio. Senza aprir bocca mi seguì il ragioniere, ma col passo un po’ più svelto del mio. Non so, nel racconto de’ suoi fasti, come s’acconcerà il buon uomo con quest’ultima circostanza; ma probabilmente concluderà col dire che, avendo io cercato d’alzare la voce, egli mi pigliò per un braccio, e mi cacciò di casa.
Mandai la lettera a Bortolo; mi chiusi in camera, e caddi nella mia poltrona stracco, sfinito per l’emozione e la vergogna. Mi copersi il viso con le mani; ma allora mi trovai in un turbinìo di pensieri e di fantasmi, ciascuno dei quali mi picchiava sui nervi del capo, e me li faceva dolere stranamente. C’era un po’ di tutto: c’era Bortolo, il circolo, il naso rosso, le cambiali, lo zio, Marcello, gli amanti della contessa.... la contessa! A questa apparizione dolcissima l’antico entusiasmo mandò il suo ultimo raggio, e, scotendomi, dicevo tra me: «Oh, tu fai violenza al tuo cuore, ma tu mi ami, io lo so! Adalberto è un nome che mi piace tanto, osò appena ripetere il tuo timido labbro, e il mio giro di valzer lo farò con lei.... parole semplici, ma profonde, dietro cui sta forse un intero paradiso d’amore! Oh con te io non avrò bisogno di giustificarmi, perchè le mie scuse te le suggerirà il tuo cuore.... Ma io mi giustificherò, perchè io dovevo essere franco e sincero con lei, che è tutta schiettezza e ingenuità!... Aspetterò le ore della sera in cui mi sarà più facile trovarla sola, e avere con lei un lungo colloquio. E allora quale entusiasmo non vedrò io brillare sulla sua fronte quando le dirò: signora, il blasone antico era mentito, ma io saprò deporre dinanzi a voi un blasone che incomincia da me!» I soliloquii di solito sono poco modesti; così non guardai molto per il sottile, tanto la chiusa mi pareva irresistibile, e, quel che è peggio, nuova.
Venuta la sera, corsi alla casa della contessa, con la mia parlata irresistibile bell’e fatta, e col passo sicuro di chi va alla vittoria. Ma il passo me lo fermò il portinaio, il quale mi gridò dietro in tutta fretta:
«Ehi, signore, la contessa non c’è.»
«Come?» ripigliai io, «ho veduto dalla strada le sue stanze illuminate....»
«È probabile; ma la contessa quando non c’è, non è poi obbligata a non esserci.... Del resto credo che la contessa per un pezzo non sarà in casa.... per cui, se vuole un mio parere....»
«Fatele annunziare subito il mio nome!»
«Ma.... se lei poi non capisce.... le dirò che ho già l’ordine di non farlo!»
Quella notte la passai tutta in progetti di duelli e in dubbii su chi dovessi ammazzare di preferenza, se il marito, il ragioniere, o gli amanti; me eccettuato. L’alba mi fece vedere un poco più chiaro, e pensai che a queste scene di sangue era bene far precedere qualche schiarimento. Conchiusi ancora che lei era innamorata di me, ch’era la vittima certamente di qualche dramma tenebroso, e che ad ogni costo bisognava ch’io la vedessi e le parlassi. Quest’era il punto difficile; ma, facendosi sempre più chiaro il mattino, mi balenò in mente, come spesso mi accade, un’idea vecchia; l’idea di ravvolgermi in una nera cappa, di mettermi una maschera, di calarmi il cappuccio sul viso, e di aspettare così la signora in un veglione al teatro. A render meno peregrino questo pensiero, ci era la circostanza che la sera ci doveva essere un veglione, e che io sapevo da un pezzo che la contessa ci sarebbe andata.
Dopo un’intera giornata, e non ci voleva meno, che impiegai nel provare a me stesso, come quell’ordine dato al portinaio doveva essere la prova irrefragabile che io ero appassionatamente amato, eccomi ravvolto in un domino tutto nero, triste, solo, tra l’onda gaia di maschere a mille colori, come un corvo in mezzo a un bel prato smaltato di fiori. Capii subito che esse non mi riconoscevano nessun diritto di concittadinanza: chi mi sospingeva a urtoni, e chi mi respingeva con un motto poco fraterno: mi domandavano se ero una spia, un ladro, o un marito geloso. Questa figura triste e solitaria era loro uggiosa come l’immagine del silenzio e della malinconìa, che forse li attendeva al mattino all’uscio di casa. Dopo una traversata lenta e burrascosa, giunsi al palchetto della contessa: mi guardai un’ultima volta in uno degli specchi del corridoio per accertarmi d’essere irriconoscibile; poi, fattomi un gran coraggio, aprii piano piano l’uscio, ed entrai. Il palchetto era affollato di visitatori e di maschere; vi si faceva un gran chiasso, e nessuno si accorse che fosse entrata una maschera di più. Mi alzai in punta di piedi per spiare al di là di una siepe di spalle che avevo dinanzi, per veder la contessa, e, pensavo tra me, per leggere nel suo volto mesto, turbato, una segreta afflizione del cuore; mi aspettavo proprio questa volta di leggere scritto sulla sua fronte: Adalberto.
Ma per quanto il mio occhio fosse propenso a questa scoperta, pure non gli fu difficile di vederci subito tutt’altro: sulla fronte della contessa non si leggeva proprio nulla. Bella, serena, contentissima di sè, non le si leggeva pensiero che si allontanasse dalle chiacchierine e dalle risate del suo palchetto: ma era forse un’illusione anche questa; e mentre i più loquaci della brigata la credevano tutta intenta alle belle cose che le andavano dicendo, la contessa forse pensava all’effetto ottico che ella faceva in quel momento traverso alle molte lenti che la fissavano da cento parti. Di queste analisi e di questi ragionamenti però, non ebbi tempo di farne in quel momento. Pur troppo mi accorsi subito a colpo d’occhio di qualcosa che non mi lasciava illusioni; e dalle punte dei piedi ridiscesi presto sui tacchi. Rimasi qualche momento come impietrito, e senza sapere quale indirizzo dare ai miei pensieri; quando una loquace mascherina in domino rosa che sedeva, al parapetto, di contro alla contessa, saltò su a dire:
«Cara Neni, me ne vado. Sono un poco infreddata, e a dirti il vero ero venuta qua nella speranza di trovare, tra i tuoi adoratori, lo speziale, per farmi dare qualche pozione o qualche pillola di lauroceraso.»
«Ah! lo conosci anche tu lo speziale! Aveva forse acceso un fornello anche per te?» riprese la contessa.
«Tutt’altro! Avevo imparato a conoscerlo, vedendolo sempre dietro di te come la tua ombra. Fu intraprendente lo speziale!: si fabbricò la sua ròcca... poi venne quaggiù a pigliare i merli! Dell’avventura ne parla stasera tutto il teatro....»
Qui la conversazione si rifece confusa e clamorosa come prima. Chi domandava di che avventura si trattasse; chi voleva sapere come la era andata a finire; chi non ne sapeva nulla, e voleva saper tutto in una volta; altri ne contavano de’ brani, con versione libera e fantastica; ed io frattanto, più ingrossava il mio romanzo e più cercavo di farmi piccino. Non potei afferrare tutto ciò che la contessa andava dicendo, e in cui c’era sempre di mezzo il ragioniere, diventato per il momento un procuratore; ma sentii che «.... il procuratore aveva tutta la colpa dell’accaduto, perchè doveva pigliar meglio le sue informazioni; ma che, essendo uomo di molta energia e di molta avvedutezza, aveva messo rimedio in tempo, ed aveva data allo speziale tal lezione di cui si sarebbe rammentato per un pezzo....»
«Oh! oh! l’apothicaire, l’apothicaire...,» gridava l’uffiziale francese, ch’era pure della compagnia, ridendo per tutti di qualche suo bel motto che non giunse fino a me, ma che sarà stato uno sfogo di rivalità tra apothicaire e épicier.
«Mi spiego adesso le sue opinioni politiche,» diceva un altro, «le quali erano esagerate appunto come le polizze del suo mestiere.»
«L’hai scappata bella, cara Neni,» gridava la mascherina dal domino rosa, «con un così terribile conquistatore! Egli si era prefisso di far girare il capo alle signore, e sfido io, quando s’accostava con quell’essenza di gelsomino, a non averne il capogiro!»
«Confesso» conchiuse la contessa «che io ero lontanissima dal crederlo un senza nascita. Vedevo bene ch’egli veniva da luoghi dove non c’è mondo, dove non ci sono modi. Eppure sulle prime quella sua aria di coq du village mi aveva divertito moltissimo. Adesso però era diventato oltremodo noioso; e l’essere ritornato a far lo speziale sarà un bene per lui, e la è di certo una gran fortuna per noi.»
In quel mentre nuove maschere, spalancando con grande strepito l’usciolo, vennero a cacciarsi nel palchetto. Nella ressa di chi voleva entrare, e di chi voleva uscire, io che ero, come ognuno già se lo pensa, tra questi ultimi, mi trovai per un momento nelle braccia dell’uffiziale francese, il quale mi pigliò per una delle maschere venute, e mi gridò scotendomi: «Oh, par exemple! êtes-vous l’apothicaire!» Pieno d’ira e di veleno io lo fissai col piglio di chi vuol provocare qualche cosa di luttuoso; ma l’altro non vide che l’espressione scipita deila mia maschera, e diede in risa più sgangherate di prima. Un nuovo urtone frattanto per parte di quelli che uscivano mi cacciò sul corridoio, ove mi ripigliò tra le sue spire la corrente della folla.
Mezz’ora dopo ero sotto la coltre; e convinto che il mio romanzo era finito, spensi il lume. Ma la notte, benefica sempre, matura i pensieri e i riflessi, quando non può essere apportatrice di riposo. La notte dunque mi disse che al mio romanzo mancava un capitolo ancora; un capitolo che fosse la conclusione del primo volume, e la prefazione del secondo: il quale però, a tranquillità dei miei lettori, non verrà scritto mai. Un capitolo insomma nel quale ci fossero quegli avvenimenti che, dopo la sua scappata fuori del nido, ridussero anche il passero della sorella del curato dalla bocca del gatto alla tranquilla esistenza sul letticciolo di bambagia.
Quella buona inspirazione di correre alla città natale di Marcello, e di buttarmi nelle braccia del mio vecchio amico, inspirazione a cui prima non avevo dato retta abbastanza, ritornò trionfatrice allo spuntare dell’alba, come una speranza, un asilo, dopo aver veduto per tutta la notte le fauci del gatto. Questa volta non indugiai. Allo scocco del mezzogiorno io ero già per le vie di un’altra città più modesta a chieder conto di Marcello; e poco dopo picchiavo alla porta dell’amico. Ci guardammo fissi un istante con quella tacita sorpresa di due vecchie conoscenze che, rivedendosi dopo molti anni, sentono il bisogno di raccapezzare in fretta il passato, e di fare un po’ d’inventario del presente. Nell’inventario del presente mi colpì la quantità straordinaria di capelli grigi ch’era venuta a frammischiarsi ai capelli nerissimi di Marcello: a voler dire da qual parte fosse la maggioranza bisognava chiedere la controprova. Marcello aveva tuttora l’aspetto risoluto e vigoroso; ma il suo volto portava le tracce delle sofferenze patite; le tracce dei digiuni, delle celle umide, e di cinque anni di ferri nelle fortezze dell’Austria. Ma la rassegna fu brevissima, perocchè Marcello ci pose subito fine stringendomi nelle sue braccia con l’antica vivacità e con l’antico affetto.
Marcello volle presentarmi ai suoi fratelli e alle sue cognate; tutta gente schietta, vivace, buona, che viveva in una sola casa, come in una sola famiglia, e in mezzo a cui si respirava una cert’aria di onestà, di semplicità, di cortesia che mi riusciva nuova e seducente: fino allora non avevo respirata che la brezza troppo cruda del mio paese, o la mal’aria del piano. A Marcello narrai tutte le mie vicende, e più diffusamente di quello che non abbia fatto scrivendole oggi; gliele narrai con tanta schiettezza, e con così poca misericordia per me, che ne lo vidi scosso ed afflitto più di quello che volesse parere. Egli mi strinse nuovamente nelle sue braccia, e mi disse che a metter riparo, e prontamente, a tutto ci avrebbe pensato lui. Mi disse mille cose che mi parvero ben più vere e più sante di quelle quattro che avevo imparate a memoria sul mio vecchio formulario. Mi additò per quali vie spaziose cammini il mondo da sè, senza bisogno che nessuno lo regga per le falde; e come, nel camminare, pigli mano mano le nuove provvigioni che meglio gli si confanno, rifiutando sempre le rancide, qualunque sieno. Infine mi insegnò il culto di una sua grande divinità, a cui egli teneva sempre fisso lo sguardo; divinità, il cui regno sembra talora non essere de hoc mundo, tanto si fa umile e piccina; ma che poi piglia la rivincita, e ricompare gigante nelle lotte e padrona del campo; e quasi sempre senza vestirsi da eroe: il Buonsenso.
Il giorno dopo Marcello partiva per la capitale dei miei debiti e dei miei disinganni, volendo ch’io rimanessi nella sua famiglia finchè non gli fosse riuscito di aggiustare le mie partite, e di levarmi con onore dagli impicci in cui ero caduto.
Ciò che più di tutto mi affliggeva, era il pensare al mio povero zio, che con qualche artificio avevo in quei mesi tenuto in inganno, e che mi credeva in tutta buona fede all’Università, tra le braccia della farmacia, prima scienza del mondo. Povero zio! Sapere in una volta ch’io l’avevo ingannato, ch’ero pieno di debiti, e che mi ero fatto beffare e ingiuriare da tanti! Ce n’era per lui da morire di dolore. Marcello che mi aveva letto nell’anima, com’ebbe rattoppate alla meglio le mie faccende, e in modo che almeno non avesse a immischiarsene un tantino l’autorità, andò fino al mio paese, e fece egli stesso presso mio zio quello che io non avevo il coraggio di fare. Così il buon vecchio seppe la disgrazia, ma non come l’avrebbe portata il vetturale che andava una volta per settimana al capoluogo del circondario; la seppe da una voce amica, che accanto alla mia scappata potè mettere una seria parola sui miei buoni propositi. Marcello suggerì allo zio tutte le buone ragioni, che lo zio forse non avrebbe voluto così subito confessare d’aver trovate, per perdonarmi. La sola lezioncina, che tacitamente lo zio mi inflisse, fu quella di pagare i miei debiti col vendere la vigna della ròcca merlata.
L’annata per i miei studii era oramai perduta; nullameno volli recarmi all’Università per farvi i primi passi nella mia riconciliazione definitiva con le storte, con gli empiastri e coi pestelli; e nel tempo stesso per non tornarmene così subito a casa. Temevo il banchetto del figliol prodigo. Il mio curato, tenero com’era delle storie antiche, sarebbe stato capacissimo di imbandirmi un vitello intero. Insomma, ritornando al mio paesello, avrei voluto farmi additare per qualcosa di buono, o almeno giungere fra i miei compaesani quando la loro fantasia, dopo aver fatta sui miei casi una lunga leggenda, l’avesse del pari dimenticata.
L’occasione d’aprire libro nuovo e pagina nuova, proprio come desideravo, non tardò. Per questa mia Italia, che amo come un innamorato, avevo detto delle ciarle molte, ma non avevo fatto mai nulla. Nel giorno sacro della guerra, io, sciocco, avevo protestato contro la guerra imbelle dei cannoni, in nome delle falci, dei chiodi, e delle formole terribili che stavano nell’arsenale dell’amico X. Nessuno nel mio paese aveva sospettato che quell’astensione fosse un grande eroismo, ma piuttosto l’avevano tutti creduta una gran paura. Anche lo zio mi avrebbe veduto partire di buon occhio, perchè il fare la guerra era per lui l’unica cosa che potesse gareggiare a questo mondo col fare le pillole. La fortuna volle che io potessi rimediare a tutto: io feci ritorno alle pillole, e l’occasione della guerra fece ritorno a me.
Le guerre però bisogna pigliarle come vengono, e non le si possono scegliere secondo i propri gusti. La nuova guerra non fu quella che mi avrebbe soddisfatto per tutta la vita; non fu la guerra ai forestieri. Anzi non l’ho voluta mai chiamar guerra; e solo dirò che sono andato anch’io a dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore. Non scriverò dunque le mie milizie; ma chi le vuol sentire venga al mio paese, dove le conto, per passare le sere d’inverno, in una edizione che ha il pregio d’essere corredata da un buon fuoco, e da una buona bottiglia; la bottiglia però non è più di quelle della ròcca merlata.
In una giornata d’inverno dell’anno seguente, io facevo ritorno al mio paese. Lo avevo lasciato con l’intento secreto di diventare uno dei generali degli Stati Uniti d’Europa, e ci ritornavo con la bisaccia e il cappotto sdrucito di soldato semplice: lo avevo lasciato con la febbre delle allucinazioni, superbo e iroso, e ci ritornavo con quella serenità d’animo che sola sa dare la coscienza dell’aver fatto il proprio dovere. Non ci volle che quel briccone di campanile del mio paese per mettermi il cuore tutto sossopra, proprio come se ci fosse ritornato l’io collettivo d’una volta. Appena lo vidi spuntare da lontano avrei voluto saltargli al collo e dargli un bacio, se mi è permesso dire così. Ma tra le cose che gli avvenimenti avevano messo di galoppo, non c’era la vettura del mio paese; ed era appunto questa che mi conduceva a casa di quel suo passo anteriore al risveglio nazionale. Presto m’accorsi ch’ero aspettato, e che gli amici mi avevano preparato un po’ d’ingresso trionfale. Primo a salutarmi fu uno sciame di ragazzi che gridavano a tutta gola, buttando in aria i berretti; poi gli amici, i parenti, i curiosi; e da ultimo la banda. La banda, per il paese e per me, era una grande novità. Lo zio parlava spesso dei tempi in cui in paese c’era la banda, ed egli era uno dei clarinetti; ma, sciolta dopo i trattati del quindici, la banda aveva fatto scriver molto ai Commissarii del distretto, e non doveva ricomparire che dopo quarantaquattr’anni. Al momento del mio ritorno la banda componevasi già di cinque parti; c’era un trombone, due trombe e due clarinetti. In principio del paese c’era un albero, piantato in mezzo della strada, con due bandiere e un cartello su cui si leggeva:
SALVE O PRODE CAMPIONE DI QUESTO BORGO E DI QUELLE SCHIERE CHE BELLONA CONDUSSE E GLI DEI PROTESSERO.
L’iscrizione era del maestro: parecchi che non conoscevano Bellona, ne capivano poco, e volevano scommettere ch’ero stato invece con Garibaldi. Sotto l’albero c’era il curato e lo zio, il quale portava una gran sciarpa tricolore a tracolla e, soffocando gli affetti privati dinanzi ai doveri della cosa pubblica, mi riceveva come sindaco. Il curato mi lesse un discorso che incominciava colle Termopili e finiva, tra gli evviva degli astanti, con Maratona e con Austerlitz, per un riguardo allo zio. Al discorso non potei tener dietro, perchè subito dopo le Termopili, girando gli occhi, vidi poco distante un gruppo di ragazze che avevan l’aria di non voler essere vedute, e ch’io non riconoscevo più, tanto in meno di due anni avevano lasciato il guscio, e pigliato il fare riservato e vergognoso. Tra quelle ragazze ce n’era una che si teneva nascosta più delle altre, ma che io vidi per la prima, e che era la più bella di tutte. Appena mi parve di averla riconosciuta, mi sentii il viso farsi di brace. Ritrassi gli occhi; poi avrei voluto guardar di nuovo, ma non ci trovai più il verso. Guardavo in basso; e mi accorsi allora per la prima volta quanto fosse sdrucito e malconcio il mio cappotto: pensavo che, per aver avuta la febbre, in quel momento tutti mi dovevano trovare smunto e brutto; e poi vidi che avevo anche le scarpe rotte. Di bello e nuovo non avevo che una cosa sola, una medaglia d’argento appesa a un nastro azzurro, ancor lucida l’una e lucido l’altro. Avrei voluto che tutti fissassero quel punto solo, ch’era l’unica cosa pulita e in assetto che mi avessi. Oh, che storia lontana mi sarebbe parsa quella della contessa Neni se qualcuno me l’avesse richiamata in quel momento!
Il paesello, la casa, tutto, fino i pestelli mi parvero, da quel giorno, proprio quel letticciolo di bambagia su cui era andato a finire quel mio precursore d’avventure, il passero della sorella del curato. Non è a dire però che, proprio come lui, mi sia messo a vivere col capo sotto l’ala, passando da un sonnellino all’altro. Il capo invece io lo misi a partito, e cominciai col riprendere e col compiere quegli studi ai quali m’ero sempre ribellato in nome di quegli altri centomila studi, che mi avevano condotto sino allora a non studiar mai niente. Lo zio ne è tanto contento che non sa più star nella pelle, e non c’è storta al fuoco di cui non mi confidi il quid che ci bolle in secreto. Egli si è tenuta la direzione del laboratorio, ossia del suo fornello, ed ha lasciata a me la cura della spezieria. Siccome poi egli mi chiama sempre il militare, così voleva che sulla porta della spezieria ci fosse scritto: farmacia militare. La cosa non è andata a luogo subito per qualche mia osservazioncella; il progetto sussiste, ma lo si differisce di giorno in giorno. Lo zio poi ha desiderato di vedermi capitano della guardia nazionale; e da un anno infatti io sono a capo di tutte le forze di terra del mio paesello. Poi faccio tant’altre piccole cose.... perchè bisogna sapere che nella mia valle, non essendoci che un solo partito politico, quello del criticare, io mi sono messo in capo di crearne uno nuovo, quello del fare!
Lo zio adesso desidera.... e qui non guardatemi, perchè dovete sapere che non ho smesso ancora di farmi qualche volta rosso in viso tutto ad un tratto. Lo zio insomma è così contento d’essere zio, che vorrebbe diventare pro-zio. Ma non chiedetemene di più, perchè ciascuno è fatto a proprio modo, e il modo mio questa volta è quello di fermarmi qui.
Per finire poi la storia del paese, vi dirò che quel buon figliolo di garzone del fornaio non è ritornato più. È morto al Volturno; e gli fu messa una lapide in chiesa, che ricorda come anche il nostro paesello abbia dato il suo tributo all’unità della patria. Morì il curato; morì la madre della Luisa. Alcuni dicono che la Luisa vada presso una sua parente che sta lontano; altri dicono di no, e soggiungono che se ci andrà, farà in breve ritorno. Io che volli scriver presto, anzi troppo presto, questa mia storia appunto per non darvela compiuta, permettetemi che vi lasci nella curiosità, e non vi faccia pronostici. E quel diplomatico dal naso rosso? Lo vidi per il mondo ben vestito, ma da un pezzo non ne ebbi più nuova.
Che se poi aveste un’altra curiosità, la curiosità di sapere se di quel passero della sorella del curato io ne abbia fatto, proprio in tutto, il mio esemplare, allora prima di posar la penna lasciatemi dire una parola ancora. Quel passero col suo contegno severo aveva voluto di certo ammaestrare la mia giovinezza inesperta; e così gli avessi seguìti allora i suoi taciti consigli! Ad ambedue è capitata una spennacchiata del gatto, ma le conseguenze morali furono diverse, e con tutto il rispetto ch’io professo a quell’egregio mio precursore, non esito a dichiarare che non l’ho seguito nelle sue deduzioni, e che ho pigliato tutt’altro cammino. Evidentemente il disinganno aveva condotto quel passero allo scetticismo. Egli aveva perduta la fede nelle ali; la fede nei voli arditi e felici dal piano al monte, e dal monte, chi sa? alle cime inaccessibili, dove l’aquila tiene il suo nido. Egli più non credeva che a quei quattro salterelli che gli era dato di fare con le proprie gambe; ed anche alle proprie gambe egli guardava di traverso, nel saltellare, con un occhio in cui cercavi invano la vera fiamma della fede.
Io invece questa fiamma santa l’ho conservata; e credo nelle ridenti pendici lontane, e nei vasti orizzonti. Credo di più che la fede e l’ideale non abbiano nulla a temere dall’esperienza della vita, come l’oro fino non ha nulla a temere dal crogiolo. Delle scorie ne ho buttate via molte! e forse non ho finito: ma mi tenti invano, ombra del passero, se mi vuoi compagno dei tuoi salterelli sfiduciati! Tutto il mio scetticismo consiste nell’aver imparato che ci sono delle gemme fatte di vetro e di talco, e delle x che, a conto finito, diventano modestamente le frazioni d’un quattrino.