LO SCARTAFACCIO DELL’AMICO MICHELE.
Reading edition
Milano, 1º dicembre 1867.
Amico carissimo,
Ieri, quando ci siamo incontrati al crocicchio delle Cinque Vie, tu mi hai fatte, tutte in una volta, mille domande, ch’erano ben naturali dopo tre anni che non ci vedevamo, ma che in quel momento erano troppe. Avevo sotto il braccio un fascio di carte, e nella testa un nuvolo di cose; eran due ore che correvo, per cento affarucci, da un ufficio all’altro, e non avevo finito. Era un viavai di gente da tutte le parti, e intanto tu mi domandavi, se lo rammenti, tutto d’un fiato «dove andavo, cosa pensavo, donde venivo, cosa facevo!»
Ad ogni domanda, lì sui due piedi, non ho potuto risponderti che con un urtone, e senza mia colpa, perchè erano urtoni di rimbalzo. Presso le mie gambe s’erano già fermati due carretti; c’era un incontro di omnibus, e veniva una compagnia della Guardia nazionale.
Tutto questo dimostrava come presso le cantonate sia difficile il raccontare anche una sola pagina delle proprie memorie. T’ho abbracciato in fretta; t’ho risposto che avevo mille cose a dirti, e che sarei venuto in casa tua a fare una gran partita di chiacchiere. Ma eccomi, stamani, una lettera del fattore che mi richiama in campagna; e così per un pezzo, addio chiacchiere. Ti voglio però pagare il mio debito.
Devi dunque sapere innanzi tutto che in questi tre anni non ho fatto un bel niente.
Fui anche ammalato, credo di mal di fegato: passai delle giornate intere chiuso nella mia camera, sprofondato in un seggiolone, e purchè le gambe rimanessero ferme, lasciavo che la fantasia camminasse come le faceva comodo.
Di tanto in tanto poi, figurati che buon tempo! pigliavo la penna per mettere in carta le ubbie che mi attraversavano la mente e le cose che mi facevano maggior colpo. Lo vuoi tutto questo scarabocchio? Leggilo, se hai del buon tempo anche tu, e ci troverai la risposta a tutte le domande che mi hai fatte, e anche a molte di quelle che mi avresti potuto fare se non venivano quegli omnibus e quei carretti.
Ti dirò di più che, sebbene io non avessi avuto da prima altro pensiero che quello di scrivere, per così dire, a me stesso, pure qua e là devo avere scritto proprio come se qualcuno mi dovesse leggere, tanto è naturale in chi racconta il bisogno d’avere chi lo ascolti. Leggi dunque tutto questo scarabocchio; così se avrò scritto, senza volerlo, una storia, potrò anche dire d’aver avuto un lettore.
Addio.
L’amico Michele.
15 luglio 1865.
C’è dei momenti in cui è un gran bisogno dell’animo quello di scrivere una lettera. Convien però dire che un tal bisogno non lo sentano tutti, perchè de’ miei molti amici, non ce n’è uno che mi scriva una riga. Ma i miei amici hanno ben altro di meglio a fare: i miei amici sono diventati tutti uomini utili; il solo rimasto inutile son io. Confesso però che il silenzio altrui mi dà poco coraggio, per cui volendo proprio scrivere a qualcuno, la cosa più prudente è di scrivere a me stesso.
Ma per scrivere a me stesso bisognerebbe che scrivessi cose che interessassero me; cioè, le mie memorie. Le memorie di che? La sarebbe una bella pretensione per me che sono così poco un uomo grande! Eppure mi pento di non avere scritto un po’ di cronaca nei tempi addietro. Eravamo pochi allora, ma tutti giovani, caldi, pieni di fede e di poesia. Bei tempi! Cioè tempi brutti, perchè, a ragionar bene, bisogna dire che i tempi belli son questi in cui i pochi son diventati i molti. Ma a me diventarono molti anche gli anni, e tutt’altro che molti i capelli.
La poesia però ci ha perduto, e, per il meglio forse, non è più ricomparsa vergine e salda come prima. Nel quarant’otto s’era proprio creduto di andare in capo al mondo con una punta di ferro su un bastone e un vestituccio di tela. Ma senza questa santa ingenuità, chi avrebbe incominciato? Mi ricordo che anch’io, come tant’altri, essendo salito al potere, non mi parve in coscienza di fare abbastanza bene il dover mio in quel Comitato qual si fosse di cui facevo parte, finchè non fui vestito tutto di velluto, non ebbi una gran cintura di pelle, e non mi vidi piantate parecchie piume nel cappello. Chiesi l’obolo della vedova, feci comporre l’inno delle nazioni da redimere, e non so in quale occasione decretai indipendente l’Irlanda. Con tutto questo, se mi toccò la mia parte della impopolarità che accompagna il potere, l’ho dovuto al sospetto che appartenessi al partito della gente troppo positiva.
Oh santo entusiasmo, sublimi inezie, sapienti spropositi, dove siete voi andati a finire! Nessuno serberà memoria di voi? nessuno verrà a cercarvi nelle fosse dimenticate dei campi di battaglia, delle terre d’esilio e dello spianato d’una prigione? Delle vicende intime di noi povere sentinelle perdute che facemmo le veglie dal 21 al 48 la storia che cosa dirà? Nessuno, proprio nessuno avrà scritto in quei tempi la pagina quotidiana di quelle sante memorie? Nessuno che le abbia scolpite nel cuore, scriverà un libro che racconti ai nostri figli, ricchi, grassi e beati a buon mercato, quali erbe amare abbiano masticate i loro poveri vecchi, e quanta fede li ha mantenuti instancabili e ritti? Questo testamento va fatto, e manca al suo dovere chi lascia andare perdute le memorie di un così nobile retaggio!
Qualcuna di queste pagine la potrei scrivere anch’io. Io? E dàlli con quest’io! Da qualche tempo, senza dirmene nulla, è venuto a rizzar casa entro di me non so chi, il quale si prende lo spasso di soffiarmi di tanto in tanto una parolina all’orecchio e di farmi il precettore. È un precettore impertinente ed anche ignorante! perchè non sa che il mio dovere lo conosco senza che me lo insegni lui. Il mio dovere l’ho già fatto; adesso tocca agli altri, ed ho le mie buone ragioni per dire che ho finito; non foss’altro perchè sono ammalato; non foss’altro perchè non mi accomoda.
Io? La mia parte l’ho fatta, io, ed ora, basta. Aspirai tutta la vita a un punto, e vi giunsi, ma lo confesso, stanco e rifinito. La mi si lasci dunque contemplare questa bella Italia che mi si para dinanzi; mi si lasci gustare questo sospirato riposo, quest’aura di pace che mi ristora dopo tanta fatica e tanta arsione. Aura dolcissima! Ma gli è però un gran dire che queste brezzoline tanto desiderate, appena comincino a spirare ti fanno tirar su il bavero e mutar di posto perchè ti paiono di troppo. Ma cosa voglio dir io con questo? Voglio forse dire ch’erano belli anche i tempi passati perchè erano i tempi dei miei capelli neri e della mia poesia? Ma che poesia? La poesia forse delle spie?
No. Per oggi è meglio che la finisca, anche perchè, e lo so per prova, certi pensieri sono i peggiori nemici del mio povero fegato.
16 luglio 1865.
Questa notte col mio fegato è andata male. Ho fatto chiamare il medico, e sentirò che cosa me ne dice. Ma egli mi dirà di star allegro, di viaggiare e di andare a spasso. Dirà lui ch’io sto benone, o tutt’al più mi verrà fuori con la nevralgia. Quel mio buon amico dottore ha una gran simpatia per le nevralgie! — Ma possibile, gli domando io, che in cinque anni di Università non t’abbiano insegnato altro che a mandare gli ammalati a viaggiare o a passeggiare? — E lui ride; qualche volta però capisce d’aver torto; allora mi ascolta il cuore con l’orecchio, picchia di qua, picchia di là, mi fa cento domande e lo si direbbe persuaso pur troppo ch’io sto male. Ma un minuto dopo torna a metter tutto in canzonella, e se ne va. Un giorno mi disse ch’io sarei stato un bel caso per l’omiopatia. «E perchè no?» gli risposi «se la tua scienza rimane sempre muta, io dovrò bene ricorrere a qualche altra che parli.» — «Ah, tu vuoi la ricetta?» riprese il dottore «eccola qua.» E preso un pezzetto di carta scrisse sopra: recipe qualche occupazione, o un passaporto.
Un passaporto? A questa parola feci una triste riflessione: è spesso un estremo rimedio, anzi è la confessione che rimedi non ce n’è più, quando il medico dice all’ammalato: «bisogna mutar aria.» Fosse così? Non glielo domandai, ma sentii il bisogno di rispondergli e di trattenerlo.
«Non mi è nuova, caro dottore, questa tua grande idea di volermi vedere con una penna in sull’orecchio e un fascio di carte dinanzi. So bene che cosa vuoi dire con codesta tua occupazione. Ma te ne ringrazio. Io sono un vecchio cavallo di battaglia, e non ho groppa buona per la carretta. Se udissi la tromba del reggimento, ti ribalto il villano, e corro alla manovra. Tu sei più giovane di me, caro dottore, e non so se mi capirai. Non so come la pensino quelli del tuo tempo. Io, per conto mio, e per conto di quelli della mia età, ti dico che il nostro còmpito è finito. È inutile farmi la cera complimentosa, caro dottore; lasciami dire. Noi siamo stati i cavalieri erranti dell’Italia; per lei abbiamo sospirato e cantato; per lei siamo scesi soli in tutte le lizze, e abbiamo spezzate cento e cento lance. Ora ci vorresti tu chiamare al suo servizio per fare i conti e le spese della famiglia? Sapresti tu con tanta disinvoltura essere oggi l’amante, e domani il ragioniere della tua bella?»
Ma qui il dottore mi interruppe per dirmi bruscamente che tutti in Italia dobbiamo essere i servi e i padroni a un tempo; i sudditi e i legislatori; i mariti e i ragionieri....
«Benissimo, dunque; ma allora ti dirò che io mi sono più d’una volta innamorato, ma che non ho voluto prendere moglie mai. Sì, in Italia il matrimonio è fatto, e i figlioli saranno una gente fortunata che le altre famiglie, forse, invidieranno. Ma l’antico amante, caro dottore, ha poetizzato di troppo tutta la vita, e non sa prendere con disinvoltura la vita coniugale. Ha veduto sempre da lontano la sua bella, misteriosamente ravvolta in tutto ciò che di più splendido e di più poetico gli offriva la fantasia. Erano più divine che umane le sue forme, ed egli credette in buona fede d’essere il fidanzato d’una Dea. La moglie venne in casa, bellissima, ma di questo mondo. I contorni vaghi e indefiniti divennero da quel giorno linee precise a cui la fantasia non può nè aggiungere nè togliere nulla. Quel velo aereo che la ravvolgeva, si mutò in vesti di mussola o di seta, di cui il marito conosce il costo sino all’ultimo quattrino. La Dea dalle grandi chiome, dalla fronte serena, dall’incesso maestoso, ha il suo fintino di trecce posticce, i suoi quarti d’ora di malumore, i suoi momenti di restìo. È benefica e grande, ma bisogna pagarle i debiti. Lo sposo ripete le frasi del suo amore, ma vengono a interromperlo i conti della cucina. Egli è felice, ma vissuto sempre tra le nuvole, ora che è calato a terra, al pari delle rondini, stenta a muover le gambe.»
E il dottore intanto rideva più che mai, e mi domandava la conclusione.
«La conclusione è che questi antichi ammalati, come diresti tu, di poesia e di amore, il giorno in cui toccavano la mèta avrebbero dovuto morire! Chi poi non ha avuto il buon senso di morire davvero, procuri di rimediarci alla meglio, e faccia quello che intendo di fare io per quel po’ di tempo che mi rimane: si ritiri dal mondo e si faccia fare il funerale come Carlo V. Eccoti il mio còmpito, caro dottore, che non è precisamente l’impiego che tu mi vorresti dare, ma che è il solo partito ragionevole a cui mi possa appigliare. E ci ho pensato seriamente.»
Il dottore sulla fine rideva un po’ meno e mi guardava fisso in volto, di certo per arguire, senza ch’io lo sapessi, se nel mio fegato prevaleva il giallastro delle cellule epiteliali o il rosso della congestione dei tessuti. Poi conchiuse subitamente, con la sua solita sincerità: «Caro mio, se tiri via di questo passo, finirai col diventar matto.»
25 luglio 1865.
Questa mattina furono quattro quelli che mi domandarono che cosa faccio.
«Piglio il fresco» risposi al primo, che mi trovò seduto sotto gli alberi del bastione.
«Ma sicuro, cosa fa il nostro Michele, con quella cerona da papa?» continuò un altro ch’era a braccetto del primo.
«Cerona!» ripresi io; e devo aver fatto una gran smorfia.
I due amici si guardarono sorpresi senza capir niente.
«Ma, ecco, io volevo dire» riprese il primo» tu che hai sempre studiato come un martire, che ti sei compromesso per la patria, come fai ad esser qui? Eh Dio sa che impiego aspetti, tu!»
«Sul bastione?»
«Sempre diplomatico il nostro Michele! Verrò poi a raccomandarmi a te....»
«Insomma, conservati sempre sano e rubicondo come ora» terminò quello della cerona, e se ne andarono.
Allora mi mossi anch’io in cerca d’un viale più solitario, per passeggiare tutto solo coi miei pensieri. Eh sì! credo che al mondo non ci sia stato che Adamo che abbia goduto, nei suoi primi tempi, d’un tantino di libertà; ben inteso prima di svegliarsi da quel sonno famoso.
«Buon giorno, caro Michele» — «Altrettanto.» — «La riverisco.» — «I miei complimenti.» Oh che noja! e tiravo via. Ma ci sono anche quelli che ti fermano e, per non lasciarti andare, ti pigliano per un bottone.
«Ma, caro Michele, che fai?» mi disse di botto un tale che, vedendolo, avevo sperato che avesse fretta.
«Niente.»
«Come, niente! In questi tempi?... è impossibile, niente! Stamani io ho già sbrigate cento faccende. Adesso corro all’udienza del tribunale; poi sono aspettato in un’adunanza di promotori d’opere idrauliche di cui presto si parlerà e molto.... Ma tu che fai? Lasciati vedere stasera.... Oh cosa dico io mai? stasera vado al circolo politico ove si devono trattare faccende importanti. Ci son molte cose su cui è urgente far sentire all’Europa la voce del nostro circolo.... Ma e tu, che fai?»
«Niente.»
«Niente? Ma come niente. È impossibile, niente.... Ma quando c’è la libertà....»
«Non c’è forse anche la libertà di far niente?»
«Oh, impossibile, impossibile! ci voglio pensar io a te. Ti darò ben io qualcosa da fare. Avrò presto una società di ortolani.... e fors’anche un collegio elettorale. Dovresti però venire al nostro circolo per farti conoscere come liberale e indipendente....»
«Oh, io sono più indipendente ancora, e vado presto a vivere in campagna.»
«Ti illudi, caro mio! ci penserò io; a rivederci.»
Dunque sono io quello che s’illude! L’uno mi vuole con la cera rubiconda, e l’altro col domicilio forzato nel circolo, o tra gli ortolani, o dove meglio torna a lui. Caro Michele, bisogna andarsene presto! Quei tre devono avermi messo ben di cattivo umore, perchè il quarto amico in cui mi sono imbattuto poco dopo, prima di domandarmi che cosa facessi, mi domandò che cosa avessi di poco allegro per il capo in quel momento. A chiunque altro per oggi non avrei più risposto; ma quest’ultimo è un vecchio amico a cui ho sempre voluto bene.
«Che cosa faccio? mi domandi. Guardo il bel profilo che i nostri monti disegnano in lontananza. Vedi come sono vaghe e sfumate quelle linee? Non ti pare che si confondano col cielo? Questi graziosi contorni del tuo paese tu gli hai scolpiti nel cuore come la fisonomia di qualcuno che tu ami. Tu le contempli quelle linee vaporose come un mistero....»
«Oh, non c’è nessun mistero!» soggiunse l’amico, «perchè tutti sanno che le prime linee sono quelle dei colli marmo-arenacei, e di calcare ammonitico.... Poi vengono tutte le rocce emersorie della zona prealpina che si fecero strada tra le rocce sedimentarie. Abbiamo le rocce serpentinose, le granitiche, quelle di leptinite, quelle in filoni anfibolici e quarzosi. Poi ci sarebbero anche....»
«Eh, non ti bastano! Pur troppo tu hai messo il dito sulla piaga. Contempla dunque quelle linee da lontano, e non chiedere di stendere la mano carezzevole su quelle pendici seducenti. Sono rocce aspre faticose....»
«Ci sono però anche delle buone strade, buoni pascoli, cave di gesso.... e c’è vita laboriosa in quelle valli!»
«Tanto meglio, o tanto peggio, come vuoi. Ma la seduzione di quelle linee così gradevoli, quando avrai dato il naso contro i tuoi graniti, non l’avrai più. Ed io sono innamorato sempre delle linee lontane, misteriose, indefinite!... Eccoti, giacchè me l’hai chiesto, quello che faccio!... Ero volato qui dopo dieci anni di esilio, ma ci ho trovati i tuoi ciottoli, e son ripartito. Viaggiai per contemplare da lontano il mio paese festante, come lo avevo contemplato un tempo vestito a lutto. Tu non sai quanto appaia bella e raggiante l’Italia risorta, veduta da paesi ove da anni non le si diceva più neanche il Deprofundis! I suoi lontani contorni, per dirlo ancora con una similitudine, sono quelli d’una grande regina, che si avanza tenendo alta una nuova face della civiltà. Io mi inebbriavo d’orgoglio nel dirmi figlio della giovane e fortunata nazione. Sentivo di rappresentare anch’io qualcosa di grande!»
«E simile orgoglio non potresti averlo ora rappresentando il paese in Parlamento?» soggiunse con qualche semplicità il mio naturalista.
«Il Parlamento? Eccoti un’altra montagna dai grandiosi profili, ma dai filoni che non mi garbano. Sedere in Parlamento perchè un avvocato in un circolo ha provato ch’io sono un grand’uomo? Bell’orgoglio! Ma quell’avvocato mezz’ora prima ti provò anche che il suo cliente, avendo ammazzato la moglie, era il migliore dei mariti.... Insomma, caro mio, mi spiace a dirtelo, ma io non sono un geologo, e avrei continuata la mia contemplazione da lontano se la cattiva salute non mi avesse fatto ascoltare i suoi prudenti consigli. Una voce secreta mi diceva: se vuoi che le tue ceneri riposino in pace nel tuo paese....»
Non le avessi mai nominate queste ceneri! L’amico le pigliò al balzo per mettere tutto in burla e per fare quelle solite esclamazioni di incredulità su cui si diedero, credo, l’intesa i miei amici per ingannarmi pietosamente.
Intanto sono rientrato in casa, e ora mi sento peggio del solito. Ma già mi sono stizzito con coloro, e poi ho preso una solata che potrebbe anche avere delle brutte conseguenze. L’ho detto io che dovevo andarmene in campagna! Mi sento dell’arsione in gola, e non so se deva bere, o no. Il dottore, me lo immagino, non verrà; o se venisse anche, comincerebbe a parlare di politica, senza badare alla mia sete e agli altri cattivi sintomi di quest’oggi. Bisogna proprio che me ne vada in campagna, e subito. Da quanti anni non mi vede più la mia casetta di Borghignolo! Eh, sicuro! gli è proprio fin dal quarantasette, da quell’autunno in cui si cantava in ogni via, in ogni casolare l’inno di Pio IX. Di che mai si parlerà adesso nel mio paese? Di politica ce ne arriverà poca.... Che bella cosa! Non posso più sentire discorsi di politica, e invece se ne fa dappertutto. Il parlarmi di politica è per me tutt’uno come il parlarmi d’una simpatia del cuore. Bel gusto il sapere la tua amante sulle bocche di tutti!
Chi mi ha detto che a Borghignolo è venuta a starci della gente nuova?... Se fosse vero, non ci vado; non sono in vena di veder gente che non mi piaccia. Scriverò al fattore.... eppure bisognerà andarci subito, perchè qui il mare della politica è sempre gonfio, ed io e le discussioni politiche siamo come il diavolo e Sant’Antonio.
30 luglio 1865.
Sono lì lì per prendere una nuova risoluzione. Forse non vado più in campagna. Quel buon figliolo di Aldo stamattina, nel contarmi le maraviglie di certi ospiti nuovi venuti a Borghignolo, mi ha quasi fatto passar la voglia di andarci. Intanto mi divertiva non poco il dottore, il quale, sapendo come io ami le conoscenze nuove, e massimamente certe conoscenze, faceva di tutto per mutar discorso, e tirare il povero uffizialetto fuori di strada. Gli disse perfino che ai bersaglieri si dovevano levare le piume dal cappello; ma tutto fu inutile. L’Alduccio continuava a andare in visibilio per i suoi nuovi amici, come ci si va a vent’anni; però dovrebbe averne ventiquattro.... Suo padre, Giandomenico, è un uomo della mia età; e Alduccio prima del quarantotto l’ho fatto saltellare sulle mie ginocchia le mille volte, quando passavo tanti mesi alla campagna.... Come se ne vanno gli anni! Stamattina mi si fa incontro un bell’uffiziale dei bersaglieri, e chi è? è lui, Alduccio. Come abbia potuto riconoscermi, col mutamento che ho fatto, non lo sa che lui. Oh l’avranno prevenuto!
Questo nuovo proprietario e villeggiante nel mio paese è un tale signor Garofani. Non l’ho mai visto, ma ho sentito più volte parlare di lui dopo che sono ritornato. È un uomo nuovo, ma non come Cicerone però; pare anzi che il parlare non sia stato mai il suo forte. Datosi per tempo ai generi coloniali, gli ha trovati di gran lunga superiori all’eloquenza. In fatti i coloniali non gli hanno mai fatto fare uno sproposito, e la facondia invece gliene ha fatto dire più d’uno.
L’uffizialetto intanto aveva tirato me e il dottore sul Corso, facendomi fare e rifare il marciapiede, e parlandomi sempre di casa Garofani. Ancorchè io non sia troppo malizioso, non potei a meno in quel momento di non domandare se la moglie del signor Garofani fosse bellina. L’ufiìzialetto mi parve che si facesse un po’ rosso, ed io quasi quasi mi lasciavo andare a un giudizio temerario. Ma il dottore, che suol essere sempre pronto e preciso, saltò su a dire: «Eh! non l’hai mai veduta? È una brutta vecchia imbellettata. Di qui a un momento la incontriamo; ci è passata dinanzi poco fa, in carrozza.»
Non avevamo fatto una ventina di passi, quando vidi venire una gran carrozza di color cioccolata, coi mozzi delle ruote che avevano le buccole dorate. Mi ero già fermato sui due piedi, quando il dottore esclamò: «Eccoti la tua bella signora Garofani!»
La guardai bene. Era seduta diritta, stecchita, e pareva fosse lì per sdrucciolare giù da’ guanciali. Vidi un naso appuntito, non aquilino, ma di quelli che vanno in linea retta, anzi volgono un poco in su; due lucignoletti di capelli ingommati sulle tempie che giravano a spire come due chiocciolini; una boccuccia socchiusa e increspata all’ingiro, che pareva sorbisse perennemente qualcosa. Ma tutto ciò fu un baleno, perchè la carrozza passava di trotto. Vidi anche, ma in confuso, un non so che di nero, vicino alla signora, con una mano sulla gruccia d’una mazza, che poteva essere il marito; e sul davanti un non so che di bianco, che poteva essere una ragazza. A cassetta teneva le redini un uomo, con una gran barba, che pareva un mustafà; la sua livrea, come quella del servitore che gli sedeva accanto, era di quel colore cioccolata, che evidentemente deve essere il colore preferito in casa di questi signori Garofani, ma che al momento era un poco in gara, e, diciamolo, alquanto ecclissato da un cappellino, da certe piume e dal vestito della signora, ch’erano di color verde, anzi verdissimo.
Il dottore aveva avuto ragione, ed io non calunnierò più il mio povero uffizialetto, il quale intanto aveva fatto alla carrozza un saluto garbatissimo, e poi aveva salutati anche noi che volevamo tornarcene a casa.
Pare che il dottore sapesse di molte cose sul conto di questi signori Garofani, ma con me si tenne abbottonato. A gran fatica mi feci dire che la signora Garofani si chiama la signora Giuseppina; che la signora Giuseppina era stata la moglie del signor Baldassarre, un uomo grave e attempato più di lei. Il signor Baldassarre, venti e più anni fa, teneva bottega di droghiere, ed era rinomato per il suo malaga e per la sua cravatta bianca. La signora Giuseppina faceva gl’involti con tanta grazia, e a tutti diceva la sua così bene, che rubava i cuori degli avventori. Mi disse poi che, morto quello della cravatta bianca, la signora Giuseppina aveva fatto padrone del suo cuore e di parte dell’eredità, il signor Garofani, che era stato il suo primo giovane, poi il suo scrivano, e ch’era tanto un bell’uomo. Il signor Garofani chiuse presto la bottega per intraprendere de’ traffici in grande; più tardi abbandonò anche le drogherie; fece non so quali grosse speculazioni, e adesso per mettere i suoi denari al sicuro, andò proprio a comperare nel mio paese.
Ma io son l’uomo di lasciarvi comodi i signori Garofani, di rinunziare al piacere di fare la loro conoscenza, e di rimanermene dove sono. Questi signori mi hanno fatto entrar addosso un gran cattivo umore; più ci penso e più mi uggiscono. Mi è sempre piaciuto di conoscer gente, ma a patto di conoscerla da un pezzo. Allora la cosa va, nè devo domandarmi se sia proprio necessario conoscere il tale o il tal altro; domanda, alla quale non è sempre così facile rispondere.
Dunque, come dicevo.... che dicevo io?... Dicevo che son l’uomo di non mettere più piede in Borghignolo...
7 agosto 1865.
«Spesso nei romanzi e nelle commedie c’è un medico che sa tutto, che capisce tutto e che le dice più belle di tutti. Tu vuoi essere uno di questi, e me ne dici ogni giorno di bellissime. Se scriverò un romanzo, ce le metterò tutte; ma intanto, a quattr’occhi, ti dico che le sono corbellerie.» Così dicevo stamani al mio medico, il quale intanto rideva di gusto e continuava imperterrito nella sua tesi favorita.
Egli è sempre fisso nel voler fare di me un uomo solerte, un uomo d’importanza, affaccendato da mattina a sera, insomma un uomo pubblico, come si dice nel gergo della politica. Egli vede in questo bel trovato fin la ricetta contro i miei anni e i miei malanni. È inutile il discutere, inutile il fargli toccare con mano la realtà delle cose; inutile cercar di fargli capire come sia fatto l’animo mio. Quando credo che m’abbia capito, egli ripiglia da capo: chiama gli intrighi e il successo dei tristi la leva salutare per il risveglio dei buoni; l’apatìa dei buoni un fatto salutare anch’esso, perchè i tristi, venuti tutti a galla, possano essere schiumati via tutti in una volta; gli spropositi sono i primi passi della sapienza avvenire; la licenza, l’ignoranza, l’ingratitudine, la malevolenza sono il bel campo dove bisogna scendere per vincere ed ottenervi quegli allori che ci saranno un giorno invidiati, perchè ai posteri saranno concessi con mano più avara.
Bravo dottore! Se mi fosse arrivata in quel momento quella lettera del fattore, che venne due ore dopo, gliel’avrei mostrata, chè non poteva venire più a proposito. Ma la lettera non la trovai che al ritorno dal mio solito passeggio, e il dottore non lo rivedrò che tra un paio di giorni. Ecco che cosa dice il mio fattore.
Borghignolo, 6 agosto 1865.
«Illustr. e colen. signor Padrone.
«Consegno questa lettera a Luigi, figlio della Maddalena sua pigionante, il quale, se ne ricorderà, è quello che Lei ha tenuto a battesimo. Parte per l’America in compagnia di altri a cercar fortuna. Ma siccome Luigi sarà coscritto nella prossima leva, così si raccomanda a Lei perchè gli dia, come si suol dire, una mano. Quanto a liberarlo dalla coscrizione ci penserà il pollaiolo, che viene qui al mercato ogni giovedì e che conosce un deputato, che può tutto. Il nostro deputato pur troppo è tutto amico del Governo, e non ha mai ottenuto niente. Luigi La prega di trovargli il modo di poter partire senza passaporto. Lei farebbe proprio con ciò un’opera pia. Fanno così quasi tutti, e sarebbe peccato in questi tempi a non industriarsi.
»Finisco con una notizia.
»Carlone legnaiolo è morto in seguito a un colpo di apoplessia, che ha fatto molto senso a tutti.
»Anche i pèschi del giardino questa volta promettono poco.
»Ho ricevuto per lei la così detta scheda della ricchezza mobile. Ma ho un amico il quale conosce un impiegato nell’ufficio delle tasse, che ha un gran talento, e che gli ha insegnato il modo di non pagar quasi niente. Andrò domani al capoluogo, e non dubiti che non trascurerò questa pratica.
»Con che sono di lei devotissimo servo
»Giacomo C.»
Eppure il mio fattore è un galantuomo; è un uomo che ama il paese, che ha combattuto per esso nel quarantotto, e che non farebbe mai a nessun patto una cosa che non credesse onesta.
Il mio servitore riseppe da Luigi che tanto lui che i compagni furono condotti in un’osteria, dove hanno un tale che si incarica di mandarli tutti ad imbarcarsi per l’America. Povero figliolo! Dio sa in quali mani è caduto! Bisogna non lasciarlo partire. Son tutti così questi semplicioni; si credono più furbi degli altri quando mancano al loro dovere, quando trasgrediscono le leggi del loro paese. L’affidarsi a gente sconosciuta, berne di grosse, non dar retta ai galantuomini, le son tutte per loro furberie delle più fini. Poi si va in prigione, in miseria, e si torna da capo, se occorre, a farsi menar per il naso da un briccone nuovo. È però anche vero che dei galantuomini che si curino di questa povera gente, e cerchino d’aprir loro gli occhi, ce n’è pochi. Questo è il guaio.
E Luigi ritornerà? Al mio servitore non ne ha detto nulla, però, essendo venuto a cercarmi, è naturale che ritorni. E se non tornasse?... Potrei andar subito io a cercar di lui, ma, e poi? Forse non lo trovo o lo trovo in mezzo a chi sa qual gente, ed io non mi voglio mettere a far prediche nelle osterie. Oh ritornerà! A quattr’occhi gli potrò far entrare molto meglio quello che nessuno si dà la briga di dire a questa povera gente.
Le sono noie però che impensieriscono e non lanciano tranquilli.
9 agosto 1865.
Ieri vedendo che Luigi non capitava, risolsi d’andar in cerca di lui. Mi feci indicare dal mio servitore l’osteria; ci andai, e seppi che Luigi era partito la sera innanzi. Non ho potuto levarmelo dal pensiero quel figliolo per tutto ieri, ed anche oggi non faccio che pensarci. Non posso levarmelo dalla mente.... perchè vorrei figurarmelo quale sarà ora, che ha i suoi venti anni, che si sarà fatto grande e grosso.... Era un così bel bambino diciott’anni fa! Pazienza, lo vedrò quando ritornerà.... E forse tornerà signore! perchè si dice che faccian bene i fatti loro questi tali che vanno a cercar lavoro e fortuna lontano, e che dopo un paio d’anni se ne tornino tutti col loro gruzzolo....
Borghignolo è un gran bel paese! Gli antichi, quando avevan bisogno d’un uomo di giudizio, proprio di quelli che ci vogliono per i casi straordinari, non lo cercavano nelle città, lo cercavano vicino a un aratro. «La gente di senno pigliava il largo fino da allora!» come dicevo stamani al mio buon medico, che ama tanto gli esempi classici. Ci può essere cosa più severa e solenne d’un bell’aratro tirato da due buoi gravi e mansueti?
Sento proprio nel profondo dell’anima che, se non mi risolvo, finirò presto col morire di fiele e di malinconia. Sento che il giorno in cui, avrò volte le spalle alle metropoli illustri, ed avrò aperti i polmoni all’aria pura del mio paesello, sarò libero da tutti quei malanni che oggi fanno di me un soggetto di clinica. Se il destino non ha voluto che scendessi a suo tempo nel sepolcro, io ne avrò trovato un altro, ove riposerò, anche senza morire, egualmente obliato, libero e felice.
Scorrevo per le regioni più care della mia fantasia, sognando tutta la pace e le delizie d’una vita nuova, quando il mio medico, capitatomi in camera, mi si piantò dinanzi e, senza ch’io avessi aperto bocca, prese il filo dei miei pensieri e lo seguitò, ravvolgendo tutto in un monte di celie. Come ebbe finito, io non feci che tirar innanzi, dicendo a lui quello che prima dicevo a me.
«Mio caro amico, tra poco la sarà proprio così; io sarò disceso nella tomba, sarò anzi in paradiso. Il paradiso io me lo immagino formato di tanti piccoli Borghignoli, ove la gente beata sarà tutta in giacchetta, con un cappello di paglia a larghe tese in testa. A Borghignolo, e in paradiso, non ci saranno nè politicanti che si tirano per i capelli, nè seccatori, nè giornali, nè guastamestieri, nè male lingue; ci si farà quello che pare e piace; ci si faran delle chiacchiere di tanto in tanto con qualche buon uomo; si contemplerà in lungo e in largo la gran magnificenza del creato, che le tue città, caro dottore, nascondono con le scene di cartone dei loro palazzi.... Proprio anche la politica mi è venuta in uggia, e dopo non aver vissuto d’altro per tant’anni!» continuai, senza lasciar finire al dottore una interruzione. «Che se poi non mi hai capito o vuoi che ti ripeta ciò che t’ho detto le mille volte, io sono pronto. Il pensare a un lauto pranzo quando si è mezzo morti di fame, e il fare tutto quello che si può per vederselo imbandito, non ha nulla a che fare col mettersi il grembiule, stare in cucina e imbrattarsi con le pentole. Rispetto i cuochi; rispetto la loro vocazione di cui la natura è stata con me così avara. Ma che vuoi! Io sono di quelli che in cucina perdono ogni appetito. Ho tentato più volte, per vederti contento, di seguire i tuoi consigli, di vincere le mie ripugnanze, e di mettermi ai fornelli. Per più mesi non ho fatto che leggere giornali da mattina a sera, correre ai circoli, andare a braccetto con tutti i politiconi di cartello e di ripiego. Conobbi, come la chiamano, la gente vecchia e la gente nuova: conobbi gli uomini ardenti, quelli che vogliono far cuocere a fiamma di fascina anche lo stufato; conobbi i rosticcieri, che tengono roba mezzo calda e mezzo fredda; conobbi quelli, che son loro stessi sulle braci, o perchè non sanno come pensarla per pensar bene, o perchè temono di non essere proprio gl’idoli di quanti incontrano per strada: conobbi infine quelli che a mio avviso le sanno dir giuste, ma che poi fanno del loro buon senso un canonicato semplice.»
«Di capogiro in capogiro» continuai, senza badare a una nuova interruzione del dottore; «mi dovetti persuadere presto che il fumo e il caldo dei fornelli non eran cose per me. Ma tu volevi ch’io continuassi a lottare contro questa mia natura ribelle, ed io mi ci provai. Son ritornato ai circoli. Ai circoli c’è del buono e del meno buono, come dappertutto; ma siccome la gente ha poca pazienza e se ne stanca presto, così non ho potuto farne una lunga esperienza. C’è di buono che vi si annunziano sempre argomenti della più grande importanza; e di men buono che vi si discorre poi di tutt’altro. È pure un altro guaio che ci si stia troppo e che ci faccia troppo caldo; c’è una bottiglia d’acqua, è vero, ma non beve che il presidente. Un altro guaio dei circoli è la questione pregiudiziale. Le prime volte mi affannavo a mandare giù in fretta l’ultimo boccone del desinare; in seguito uscivo di casa un po’ più tardi, ma la questione pregiudiziale l’ho trovata sempre a tutte le ore. Questa benedetta questione mi tirava fuori di strada, e mentre aspettavo la questione vera, così bel bello mi trovavo col pensiero sulla piazzetta di Borghignolo a discorrere delle mele del mio giardino, e delle belle viole della maestra.»
Il dottore, vedendo di non potermi interrompere, rideva, e mi lasciava dire.
«Capirai dunque che io ci misi sempre della buona volontà; ma se la natura mi si è fatta ribelle, e non ci posso contar sopra, che colpa n’ho io? Una volta, per dirne una, quando un contrabbandiere mi portava un giornale straniero, me lo divoravo avidamente, e ci trovavo tutti i sapori. Lo crederesti? Ora che di giornali c’è tanta abbondanza e tanta varietà, io n’ho perduto il gusto, e trovo da dire fin sul conto loro. Mi impaziento perchè vedo chi si sia fare il giornalista. Quando un ragazzo non riusciva a imparare, ai miei tempi lo mettevano in seminario. Adesso egli vi dice: — Farò il giornalista! ossia ne insegnerò a tutti. — E ha ragione; perchè, sebbene sia un vecchio adagio quello che non sempre si mangerebbe il pane se si vedesse farlo, pure il pane si mangia sempre, e il fornaio che lo fa non si va a vederlo mai. Così, quando mi vengon sotto gli occhi certi giornali che trattano con tanta confidenza l’invenzione della stampa e de’ caratteri mobili, cerco ben io di richiamare tutte le tue prediche, e tutti quei ragionamenti che una volta facevo anch’io, ma allora mi entra un accesso de’ miei soliti malanni, ed eccomi da capo col pensiero sulla strada di Borghignolo. Questi malanni sono, io credo, la conseguenza di accessi di gelosia. Sì, mio caro, ti permetto un’ultima risata, di accessi di gelosia ne’ quali mi si scuriscono gli occhi, vedendo questa antica bella dei miei pensieri, l’Italia, a braccetto, o per una ragione o per l’altra, d’ogni primo capitato che le susurra all’orecchio tante e tante baggianate!»
Qui il dottore profittò d’una mia pausa per snocciolarmi tutta la solita filza dei suoi argomenti, nei quali non c’era nulla di nuovo, concludendo col dirmi ch’io cercavo la pietra filosofale, e ch’ero un alchimista, cioè, «vuoi dire» soggiunsi io «mezzo pensatore e mezzo matto.»
«Alla pietra filosofale ho talmente rinunziato» continuai in tono di chi è giunto alla conclusione «che non cerco ora altro che la mia casuccia di campagna. Ma voi altri cittadini che per immaginarvi la campagna guardate a quattro alberelli cresciuti in una piazza, in conformità dei regolamenti, non potete sapere che cosa sieno i campi, le montagne, i boschi e gli orizzonti non frastagliati dalle gronde e dai fumaioli. Non credete che si possa rimanere seduti a guardar l’erba, se non c’è vicina la banda che suoni, e la bottega dei sorbetti. Non credete che si possa mangiare un pane diverso dal vostro, discorrere con gente diversa, pensare a cose che non sieno le vostre. Voi non siete fatti per capire la vita felice dei campi; ed io vi posso compiangere, od ammirare se volete, ma non potrei farvi cambiare di gusto. Mi vorresti tu dunque condannare ad essere un cittadino forzato, a diventar tisico a poco a poco, trascinando una vita amara in mezzo a cure che non sono più per me, mentre vedi così facile e vicino il porto d’ogni mia beatitudine?»
Il dottore, chinando il capo, fece un gesto più rassegnato che convinto; mi strinse la mano, e si rizzò. Allora gli dissi ch’ero risoluto di partire il giorno appresso, e lì sui due piedi si fece un monte di progetti di lunghe lettere, di visite, e di passeggiate campestri in compagnia. Mi ha poi promesso di venire domattina a stringermi la mano al momento della partenza.
Ora, cittadini carissimi, io vi saluto; corro in braccio all’aratro, se mi permettete una metafora; corro in paradiso, se me ne permettete un’altra: e nel ripeterle tutte e due, mi trovo a ogni minuto dinanzi allo specchio a compiacermi del mio cappello di paglia, che ha una tesa grande quanto la mia consolazione.
Borghignolo, 12 agosto 1865.
Ma questo paese è diventato la residenza delle mosche! Bisogna tener chiuse le persiane, i vetri e le imposte se non si vuol essere mangiati. Altro che scrivere le mie prime impressioni campestri! Se il sole non è sotto, non si può nè aprire le finestre, nè mettere il muso fuori dell’uscio. E che caldo che ci fa! Il fattore dice di non ricordarsene, ma io mi ricordo benissimo che una volta a Borghignolo spirava sempre, anche d’estate, una brezzolina per tutto il giorno che non lasciava sentire il caldo.
Insomma, bisognerà aver pazienza, e rassegnarsi a incominciare la vita dei campi il mese venturo. La mia povera casa poi l’ho ritrovata in tale disordine, che non mi sarà dato così subito d’avere una stanza dove mi possa sedere, dove ci sia un tavolino su cui non posi un palmo di polvere, e un calamaio in cui si possa intingere una penna. Questo, che ho dinanzi, me lo feci prestare dal fattore per mandare un paio di righe al mio buon medico, ma si vede che con questo calamaio, se non si è in molta confidenza, non se ne fa nulla. Tant’è vero che, volere o non volere, bisogna che finisca.
6 settembre 1865.
Per la mancanza deplorabile di non so quale organo del mio cervello, io non ho la facoltà di descrivere le cose che mi piacciono. Sono quasi da un mese alla campagna, e in tutto questo tempo avrei avuto il dovere di far parola di queste mie vaghissime colline, di questa antica casa de’ miei vecchi, e delle cento stradicciole dei miei passeggi, che ad ogni sguardo, ad ogni passo, mi ridestano tante emozioni nel cuore. Signor no; più le contemplo queste cose, per me così care, così seducenti, e più mi faccio pensoso e taciturno. Esse m’inondano l’anima di qualcosa che è dolce e malinconico, ma questo qualcosa poi se lo volessi descrivere, non saprei da qual parte incominciare.
Sono invece le cose uggiose, le cose che non vorrei vedere, e di cui non vorrei parlare, quelle che proprio mi sciolgono la lingua, e mi tengono lì a ciarlare od a scrivere per ore ed ore. Se questa poi sia una delle molle contraddizioni dello spirito umano, od una cosa tutta mia, e in tal caso se possa essere causa od effetto de’ miei malanni, è un quesito di fisiologia che ho fatto ieri al dottore del paese, il quale mi rispose che questa era una di quelle questioni che fanno venire il capogiro, e che egli aveva imparato fino da quand’era all’Università a farle passare con un bicchiere di vino, e anche con due quando si facevano più insistenti. Siccome poi di vino io non ne bevo, così lascio le cose come sono, e scrivo.
Tra le cento ragioni che mi facevano mandar d’oggi in domani questa mia venuta alla campagna, c’era anche, lo confesso, la noia dei complimenti e delle feste che mi avrebbero fatto questi terrazzani nel rivedermi dopo tanti anni, e dopo tante disgrazie, di cui, per l’amore del paese, ebbi anch’io la mia parte. Io non son fatto per queste cose; e poi, dicevo tra me: così me le fossi meritate!; ma io ho fatto ben poco, e non ho fatto che il mio dovere. Ma andate a discutere, continuavo, con la benevolenza di vecchi amici, e con certi sentimenti di entusiasmo, di compiacenza e d’orgoglio dei propri compaesani! Son capaci costoro di voler festeggiare il vecchio esule che ritorna, con un arco di trionfo. Qualche pranzo, qualche serenata, qualche discorso poi non lo schivo. Oh che noia! ma come si fa? Alla fine m’ero rassegnato; pensai anche a quattro parole da dir loro, e partii, prendendo però tutte le precauzioni per giungere non aspettato in sulla notte.
Le cose andarono bene, anzi, passati alcuni giorni, mi parve che andassero perfino un po’ troppo bene. Il mio incognito durava più di quello che mi pareva possibile in un piccolo paese, ove una persona di più trabocca, e in un momento è a cognizione di tutti. È ben vero che in quei primi cinque o sei giorni non avevo messo piede fuori di casa, ma però avevo avuta una visita del curato. Eccomi scoperto, avevo subito detto; ma dopo il curato non era più comparsa anima viva. Anche il curato aveva avuto un certo fare che non mi pareva proprio quello della circostanza. Della mia venuta si era congratulalo con una certa parsimonia, e al tono un poco imbarazzato e quasi compassionevole, pareva fosse venuto a confortarmi più che a farmi festa. Pensai subito che ne sapesse sulla mia salute più di me, e che mi tenesse spacciato in breve. Insomma cominciai ad essere poco tranquillo, tanto più che anche il fattore aveva esso pure il suo fare un po’ misterioso.
La necessità di vedere una terza persona si fece così prepotente, che un bel mattino volli uscire di casa a far quattro passi fin verso la piazza e il caffè.
La prima sorpresa poco grata che m’ebbi, appena fui in strada, fu di vedere il muro di casa mia tutto imbrattato di parole scritte col carbone, e di cancellature a pennellate di calcina. C’era un abbasso, scritto molto in grande, seguito da qualche altra parola che si vedeva lavata e rilavata da non capirci più nulla. C’era però un morte agli aristocratici di Borghignolo, e qualche frammento di evviva e di abbasso sfuggito alla censura evidente del mio fattore, che mi dimostravano come il muro della mia casa fosse l’aringo di una polemica molto appassionata. Tirai avanti, e ad ogni passo la marea cresceva sempre più. Dalla prima all’ultima casa, ogni muro era agitatissimo; ci si proclamava il trionfo d’ogni più ardita questione sociale in mezzo alla sconfitta, s’intende, dell’ortografia. Sulla casa del curato c’era scritto vogliamo la libertà del pensiero, e su quella del Comune abbasso il ministero e viva Buccelli che è il nuovo segretario del municipio.
Fui interrotto qua e là nelle mie riflessioni dalle parole di saluto cordiale e commovente che mi diresse qualche buon vecchio contadino, di quelli che m’avevano conosciuto per l’addietro, e che forse mi avevano già creduto morto. Ma nel tempo stesso avevo veduto venire qualche notabile del paese che, dopo avermi guardato con la coda dell’occhio, aveva dato una svolta alla prima cantonata. Giunsi al caffè. Tra una nuvolaglia di fumo e di mosche, intravvidi alcuni giovinotti di quelli venuti su da poco, e di cui non sapevo raccapezzare le fisonomie: vi si faceva un gran chiasso; pareva che ci fosse una grossa discussione, e non si capiva poi se tutti fossero d’un parere, o se ognuno avesse il suo, perchè gridavano tutti a piena gola e nel medesimo tempo. Al mio entrare fecero tutti silenzio improvvisamente e con una certa affettazione; poi l’uno dopo l’altro passarono, parlandosi piano tra loro, in una stanzuccia vicina dove c’erano i fornelli, e non ne rimasero che quattro i quali si misero a un tavolino a giocare a briscola.
Per bacco! O sogno, dicevo io, o qui c’è del mistero; o non capisco più nulla. Mi misi a sedere e domandai una tazza di caffè. Il caffettiere mi riconobbe appena, e mi trovò magro e di brutta cera; a buon conto lo chiamai di nuovo, e invece del caffè chiesi una limonata. Però, siccome pensai che avevo fatto colazione da poco, ritornai alla prima idea, e invece della limonata mi feci portare il caffè.
Sul tavolino presso cui m’ero seduto, c’erano a rifascio dei giornali recenti e vecchi, e ch’erano una grande novità, perocchè a’ miei tempi in quel luogo non se n’era veduti mai. Ne presi uno su cui era scritto, con parola tolta a qualche vocabolario di medicina, giornale umoristico, e andavo leggicchiando qua e là, pensando a quella mia vecchia aspirazione giovanile sul buon senso applicato anche allo scrivere i giornali. Quei quattro che giocavano, facevano di tanto in tanto un po’ di conversazione, e proclamavano ad alta voce per farsi udire dal pubblico, degli aforismi che non avevano a fare per nulla con la briscola. Ma guardandomi attorno vidi che a fare da pubblico non c’ero che io, per cui misi anche questo caso tra i molti altri di cui non capivo niente.
«Bel giardino di natura, pei codini no, non sei!» diceva uno, e gli altri tre ridevano per un pezzo, e più di quello che non valesse la cosa.
«Quante mosche!...»
«Eh ne girano dei mosconi! ma una volta o l’altra può venire chi li spazzi via tutti!»
«Sicuro, sicuro. Partita fatta. Che partitone che si fanno eh!»
«Certamente.... ma gli è perchè quei di Borghignolo hanno gli occhi aperti.... e quel tale che li deve menare per il naso non è nato ancora, sia che lo mandi il Ministero, sia che lo mandi il Governo!...»
Intanto dall’umoristico ero passato a un altro giornaluccio piuttosto piccolo, novissimo per me, che si chiamava Il Vero Italiano. Il primo articolo era intestato a caratteri maiuscoli: Cittadini di Borghignolo, all’erta! Se la mia curiosità fu irresistibile, mi pare di doverne essere scusato. Con molta attenzione lessi tutto lo scritto, il quale diceva pressappoco così:
«Quasichè non bastassero i fatti liberticidi di cui ci è dato sfacciatamente spettacolo ogni giorno, il Ministero, per ribadire le nostre catene, dà mano ai più tenebrosi e gesuitici agguati. Noi le abbiamo più volte scoperte e svelate al popolo queste trame ministeriali; noi! cui fa impavidi la nostra coscienza, e la nobile missione del giornalismo!
»I patriotti stieno all’erta! Stieno all’erta oggi, più di tutti, i cittadini di Borghignolo ai quali vogliam rivolgere una parola. Siamo alla vigilia delle elezioni generali; ciò è noto, ma noi soggiungiamo esser noto del pari che il Ministero fa celatamente serpeggiare in paese ad incettare suffragi uomini a lui venduti.... e lo neghi il Ministero se può!
»Vuolsi che anche la nostra provincia sia percorsa da uomini della trama; vuolsi che un tale assente da molti anni sia improvvisamente comparso nei nostri paesi.
»Cittadini di Borghignolo all’erta! Vuolsi che costui sia uno dei più attivi agitatori ministeriali, e che con lavoro indefesso e nascosto abbia già a quest’ora ordite tra noi le prime fila della congiura ministeriale....»
Benissimo! Questo si chiama colpir giusto! Capisco di chi si vuol parlare, dissi tra me, vedendomi dipinto così al vivo.
Per bacco! confesso però che questa non me l’aspettavo. Adesso incomincio a capire.... o per dir meglio sono da capo a non capirne niente. Guardai la data del giornale, e vidi ch’era d’una settimana addietro, e che il Vero Italiano lo si stampava nel capoluogo del mandamento. Cercai, in fondo al foglio, la soscrizione del direttore, e lessi un certo nome che non m’era nuovo. È il nome d’un antico sensaluzzo di grani.... oh, non sarà lui! Ma intanto mandando un’occhiata anche a quei quattro del tavolino, mi accorsi che andavan facendosi cenno tra loro con gli occhi e coi piedi, e se la godevano alle mie spalle, ch’era uno spasso. Pensai che i commenti era meglio li facessi a casa.
«Ehi bottega!» chiamai alzandomi; pagai il caffè, e me ne andai. I quattro, appena fui fuori dell’uscio, diedero in una grande sghignazzata, ed uno mi gridò dietro a tutta voce viva l’Italia! per farmi dispetto.
Poco dopo ero a casa. Io non sono neanche troppo curioso, ma per bacco! questa volta aveva diritto d’esserlo un poco. Oh perdinci! di misteri ne sono stucco e ristucco; lo saprò ben io che c’è di nuovo! In fatti, lì sui due piedi, feci chiamare il fattore; lo misi al muro, cioè lo feci sedere, e gli feci dire per filo e per segno tutto quello che volevo sapere. Sulle prime le reticenze furono molte; il mio uomo cercava svignarsela, e stiracchiava il prezzo, diplomaticamente, sulla verità; ma quando si ha a fare con uno fermo e risoluto, ci vuol altro.
Tutto al contrario di quello che io avevo pensato e sperato, che cioè la politica non avesse fatto neanche capolino nel mio paesello, la politica ha pigliato Borghignolo, se l’è messo sulle spalle, e poi gli ha levata la mano.
»Perocchè bisogna sapere» diceva il mio fattore «che Borghignolo è irritato: e a dirla qui, non ha torto;... perocchè bisogna sapere che il Governo in tutto questo tempo con Borghignolo ha sempre fatto l’indiano, quasi per darci ad intendere che non sapesse neanche che ci fossimo a questo mondo. Ma, come dice qui la gente, adesso che siamo liberi è passato il tempo dei gonzi!... Cosa ha fatto di nuovo questo Governo? Niente. Borghignolo ha mandate al ministero fior di suppliche per diventare capoluogo di mandamento, e non gli hanno neppure risposto! Ogni giorno invece il Governo manda fuori qualcosa di nuovo, che la è una vera confusione. Queste leggi nuove poi sono tutte cose che per Borghignolo non vanno. E intanto, dice la gente, si paga troppo, non si spende niente pei paesi, e si lasciano tanti patriotti senza il più piccolo impiego.»
Fatte queste premesse a giustificazione di Borghignolo, il fattore venne da sè alla partita dei disordini e dei torti. Mi disse che le cose, per volerle proprio capire, bisognava pigliarle fin da quando il conte Giandomenico essendo nella deputazione comunale, aveva mandato a spasso il Buccelli ch’era il secretario. Appena si parlò che gli austriaci se ne potessero andare, il Buccelli aveva incominciato a dire che Giandomenico era un tedescone: ma un bel mattino si sentì che Giandomenico aveva mandato il suo figliolo Aldo ad arrolarsi nei bersaglieri in Piemonte: era il primo volontario che partiva da Borghignolo. Venuta l’Italia, come dice il mio fattore, ci fu da rifare il Consiglio comunale con le leggi nuove. I signori, cioè Giandomenico, il dottore, il curato, il caffettiere, lo speziale, un merciaio e vari altri, erano divisi in cinque partiti: i contadini fecero anch’essi la lista dei consiglieri, e ci misero Giandomenico e quattordici di loro. Il Buccelli che lo seppe, pigliò il più furbo, quello che maneggiava la faccenda, e gli confidò all’orecchio che era stato Giandomenico quello che aveva inventata la guardia nazionale. Allora nelle liste il nome di Giandomenico fu lasciato indietro; il Consiglio comunale riuscì composto di quindici contadini; il prefetto, non sapendo chi far sindaco, tira in lungo, e dice che confida nell’opera riparatrice del tempo; Buccelli fu nominato segretario del comune. La Giunta municipale, in generale non si fida della carta, nè di quella stampata, nè di quella scritta, per cui delibera sempre di non far niente. La prefettura annulla il far niente; ma le cose, com’è naturale, non vanno innanzi per questo. Le faccende dunque vanno un po’ male, e i signori, quelli dei cinque partiti, se la pigliano col Governo, e si dicono del partito rosso. Questa parola rosso imbroglia un poco il mio fattore, ma per istinto la pronuncia con una certa smorfia di qualche serietà. Questi rossi dicono cose di fuoco sul caffè: dicono che il Governo è venduto, e che i contadini sono pifferi.
«Il Governo non sa che rispondere» dice il mio fattore «ma i contadini seguitano a nominarsi tra di loro per far dispetto a quelli dei calzoni lunghi. Il Buccelli nel partito rosso è l’uomo della giornata, ed anche i contadini dicono che è uno dei pochi di cui si possa fidarsi. Infatti le cose non le piglia male. Nel Consiglio comunale ha proposto innanzi tutto che si abolisse l’illuminazione del paese. I consiglieri votarono per acclamazione, e si dissero all’orecchio che il segretario era uomo di studii, e che andava tenuto di conto. Ai rossi, il Buccelli poi disse che i lampioni gli aveva fatti mettere Giandomenico, e che la era una sua aristocrazia. Di scuole il Consiglio non vuol sentirne parlare, e il Buccelli tira giù proteste per opporsi, come egli dice coi rossi, al Governo.» E via di questo passo il fattore mi vuotò il sacco. Così signori e pifferi, i quali si mangerebbero tra loro, sono unanimi nel tenere alto il Buccelli sul piedestallo di una grande popolarità.
Poi il mio fattore mi raccontò che da un pezzo, al povero Giandomenico gli affari andavano alla peggio; cosa che del resto non mi era del tutto nuova. Le ultime annate cattive per raccolti, e più cattive per lui, grazie a quella legge che è comune ai debiti e alle valanghe, gli avevano dato l’ultimo tracollo. Il Buccelli intanto era stato veduto comperare i crediti qua e là verso quel povero galantuomo, e un bel giorno saltar fuori col pegno, con l’asta, e col portargli via quel po’ che gli era rimasto, salvo casa e orto. — «Ma con che denari» disse qui il fattore, per prevenire una mia domanda «con che denari il Buccelli aveva potuto comperare questa roba?... In paese» continuava il fattore «i neutrali (perocchè ci sono anche i neutrali) cominciavano a non capirne niente. Quando tutto a un tratto si viene a sapere che il Buccelli aveva comperato per un gran signore della città, il quale non aveva voluto comparire per pagar meno. Allora l’abbiamo capita tutti, e infatti poco dopo si vide arrivare un bell’uomo, che è poi il signor Garofani, con tanto di moglie e carrozze e cavalli e servitori, il quale si mise detto e fatto a rifabbricare con lusso un casale rustico ch’era unito ai fondi del conte Giandomenico. Venuto poi che fu questo nuovo signore, la gente cominciò a parlare. Anche qui si formarono due partiti, senza contare un terzo che si tiene neutrale.»
A questo punto però, avendo cominciato anch’io a capire che il mio fattore mi voleva menar fuori di strada, perchè ormai eravamo arrivati al momento del dovermi pur dire quello che riguardava me, lo fermai, e lo rimisi in careggiata.
«Insomma, si dice che lei è governativo!» scoppiò fuori a un tratto il mio povero fattore, per dirla tutta in una volta, giacchè la doveva dire così grossa.
«Però, veda, sono state le male lingue....» ripigliava il fattore; ma io lo tenni saldo, e gliene feci dire di più grosse ancora. Allora seppi che se per l’addietro non ero venuto in paese, gli era perchè m’ero messo alle costole del Governo per buscarmi un impiego e fargli fare quelle leggi che erano contrarie a Borghignolo. Ma venutoci poi e senza impiego, non ci dovevo, era chiaro, esser venuto per niente, e quindi Dio sa per che cosa. Tutti si aspettavano ch’io mi sarei dato molto d’attorno: ma nessuno avendomi veduto per essermene io rimasto così appartato, i sospetti erano cresciuti tanto più. Io sono l’amico di Giandomenico, e siccome questo povero Giandomenico ha sempre avuta l’aria un poco intronata, e chi sa come lo avranno ora sbalordito le disgrazie!, così si dice ch’ei fa lo sciocco per darla ad intendere, che è il mio emissario segreto, che è un volpone, e che fra noi due nascondiamo una covata misteriosa.
«Ci mancherebbe anche questa!» dice la gente.
«Coraggio» dice il Buccelli «lasciate fare a me!»
«E intanto» soggiunge il fattore «anche il foglio del capoluogo deve aver messo olio sulle braci; mi contano che n’ha parlato anch’esso, e mi chiudono la bocca, perchè il foglio io non lo leggo; e poi mi dicono che ragionar meglio del foglio è impossibile. Fu allora che, non sapendo che fare di meglio, ho pensato d’inviarle quel figliolo, Luigi, che andava in America, sicuro che lei gli avrebbe fatto del bene; e allora le male lingue avrebbero taciuto: ma anche questa la mi è andata male.»
Così il mio fattore, senza saperlo, aveva fatto un po’ di politica anch’esso. È uno strano privilegio di questa scienza, quello di essere professata senza le spese della laurea, e spesso anche senza quelle della grammatica! Ma lasciamo andare questa questione; la questione per me adesso è di sapere se devo rifare i bauli per la seconda volta, o no. Confesso che di trovare tanta politica in Borghignolo non me l’aspettavo davvero. E non m’aspettavo che il mio aratro, in ricambio di tanto affetto, m’avesse a schiacciar sotto così subito. Dovrò dunque tenermi chiuso in casa, dopo essere venuto qui per cercar ristoro all’aria libera delle colline e de’ campi? Ci vorrà pazienza! rimarrò solo, lascerò fare e dire, terrò per me i campi, la collina, la mia casa, e abbandonerò ai borghignolesi la piazza, il caffè e la politica. Così vivremo tutti in pace, ed io non farò i bauli, aspettando, come il prefetto, l’opera riparatrice del tempo.
Non foss’altro, su quella paura che avevo avuto dell’arco di trionfo, ora sono tranquillo.
10 settembre 1865.
Se a qualcuno dei nostri nipoti, i quali avranno anch’essi le loro tribolazioni grandi e piccole, venisse il capriccio di conoscere qualche tribolazione dei loro vecchi, qualche piccola tribolazione, per esempio, del 1865, avrei voglia di far loro sapere che c’era quella della popolarità e della impopolarità. Se a loro tempo non l’avranno, fortunati loro! Dal più al meno, per questa benedetta popolarità, oggi sono tutti sulle spine. Si dicono bugìe; si fanno cose incomodissime; si farebbero le capriole e i rivoltoloni per strada senza che l’essere gravi o vecchi sia un ostacolo. Anch’io, quand’ero giovane, ho fatto l’occhietto alla popolarità; e avendolo fatto contemporaneamente a una signora alla moda, la quale di tanto in tanto metteva anche me sul candelliere per darsi il gusto poi di voltarmi le spalle, ci ho trovata alla fine l’istessa soddisfazione. Per finirla affatto colla popolarità, ci volle però che mi piantasse lei. Pensando a un caso così tremendo, una volta ne avrei avuti i brividi; ma ora che ci sono, mi sento invece un gran peso giù dalle spalle. I pregi dell’essere impopolare sono, pressappoco, quelli del celibato, pregi negativi; li ho già capiti e valutati, e per un uomo del mio stampo, sono pregi d’oro.
Approfittando dunque della mia impopolarità il giorno dopo che ne ebbi la prova, passando dinanzi al caffè proprio sul mezzodì andai a far visita al mio vecchio compagno di scuola, Giandomenico. Di questi fatti, audacissimi per Borghignolo, se ne vedranno d’ora innanzi parecchi.
Povero Giandomenico! Mi ha stretto talmente il cuore, che ho dovuto maledire tra me stesso i miei anni, i miei acciacchi, e questa tomba nella quale sono irremissibilmente disceso. Sì, perchè se io fossi giovane, sano e, innanzi tutto, vivo, vorrei davvero cavarlo quel mio povero amico da quello stato così tristo in cui l’ho veduto. Eh, come si fa! È troppo tardi. Pesa su di me una fatalità, innanzi alla quale ho dovuto darmi vinto, e a quest’ora è inutile che io riprenda una lotta a cui non basto. Povero Giandomenico! Vedendomi, s’è fatto rosso in viso quasi gli rammentassi in una volta tutta la storia delle sue disgrazie. Gli parlai subito del suo bel figliolo; gliene chiesi conto di nuovo; gli parlai dei miei progetti di vita campagnola, e cercai nel passato qualche barzelletta da richiamare. Ma Giandomenico intanto aveva ripresa una certa espressione tra il malinconico e l’indifferente, che gli doveva essere ormai abituale; rispondeva poco, e con l’aria d’uno che non ascolti. Gli anni e le sofferenze non gli avevano risparmiato nulla; e di più traspariva da lui un certo decadimento morale, da cui mi sentii così dolorosamente colpito che quasi mi vennero le lacrime agli occhi. Presto la parlantina mi abbandonò, e ci furono dei lunghi intervalli di silenzio. Diedi qualche occhiata all’ingiro, e riconobbi il salotto ove eravamo; mi rammentai di averci tante volte giocato, quand’ero ragazzo, sotto gli occhi della contessa Teresa, la madre di Giandomenico, la quale mi dava sempre de’ confetti. Allora, avrei voluto essere sempre lì; ma mi fermavo spesso sulla porta, perchè quel salotto e quei signori mi davano tanta soggezione! Quanti bei mobili ci avevo veduti! All’ingiro, pendevano dalle pareti delle grandi cornici dorate, degli specchi, e dei santi. Nel mezzo, ricordavo una lumiera a cristalli bianchi e colorati, a fiorellini, a fogliuzze luccicanti che m’avevano sempre fatta una gran gola. Poi c’erano tavole, seggioloni, e tavolini tutti a fogliame e a spigoli contro i quali avevo dato tante volte delle capate, però senza piangere, perchè avevo soggezione anche dei mobili.
Ora in quel salotto non c’era più che una vecchia scrivanìa piena di polvere e di carte disordinate, presso una finestra; un tavolino scassinato e qualche seggiola spaiata. L’unico mobile di pregio che rividi fu uno scrignetto a incrostature di tartaruga e di lamine d’argento cesellate. Lo aveva assai caro la contessa Teresa, e mi era rimasto impresso nella memoria perch’era di là che uscivano di solito i confetti. Ora era mezzo screpolato e annerito. Quest’ultimo avanzo di una ricchezza che non era più, rendeva ancora più tristo lo squallore di quel salotto; e più tristi faceva i miei pensieri che volevano indagare come mai solo quello scrignetto avesse potuto rimanere all’antico suo posto.
Mi alzai. Giandomenico richiamandosi di nuovo a se stesso, si fece ancora un po’ rosso in viso, mi incominciò qualche parola di complimento che andò a morirgli sulle labbra, e volle accompagnarmi fino al portone della casa. Attraversai il lungo porticato tutto dipinto a stemmi e a motti in latino; intravvidi ancora certi ritratti vecchi, anneriti ch’ero solito guardare passando; ma questa volta non alzavo più gli occhi, perchè tutto in quella casa, e quello che c’era, e quello che non c’era più, mi serrava il cuore ugualmente. Nel salutarmi, Giandomenico mi guardò e mi disse: «sei pallido e malinconico, cos’hai?»
«Io?» risposi: «Tutt’altro. Forse non pare a primo aspetto, ma sono in bonissima salute, e di bonissimo umore!»
Non avrei mai creduto di dover dire una simile bugia. Ma il sentimento che me la dettava, me la fece quasi parere una verità.
15 settembre 1865.
A un vecchio cavallo che ha passati i suoi anni, prima della rimonta, al reggimento, e che ora tira tranquillo per una stradicciola di campagna la sua carretta, non si dovrebbero lasciar mai sentire gli squilli della tromba. Lo dicevo sempre al mio buon medico, e in questi giorni me l’andai ripetendo a me stesso, nel sentirmi un certo bollore nel sangue, dopo aver veduto l’affisso sulla porta del comune che annunziava per il giorno 22 del mese venturo le elezioni politiche generali. Non so perchè, ma da quel momento mi sentii una gran voglia di chiacchierare con qualcuno, e le gambe mi menarono a passare dinanzi al caffè; proprio dinanzi a quel famoso caffè nel quale la settimana prima avevo giurato di non metter più piede. Dopo averci fatto più volte il primo giorno la ronda all’ingiro, il giorno dopo finii coll’entrarci. Rividi il Vero Italiano; e per accostare alle labbra, ancora una volta, la tazza della popolarità, domandai un bicchiere di anisetto. Due giorni dopo, avevo già scambiata qualche parola con qualcuno, e avevo ascoltato qualche utile insegnamento sulla briscola e sull’amministrazione dei grandi Stati. Queste prime prove della mia deferenza furono bene accolte, e contribuirono a persuadere più d’uno, se non mi sbaglio, della mia innocenza. A poco a poco si cominciò a guardarmi più con curiosità che con sospetto; e scommetterei che molti sono forse già convinti che quel tale, che cospira contro Borghignolo, sia un altro. Insomma si direbbe che rinasca una certa fiducia.
Oggi infatti, verso il tocco, quando i benestanti del paese dopo aver desinato vanno, col naso un po’ rosso, a prendere il caffè, passando io a caso dinanzi la bottega, parecchi, con viva istanza, mi vollero per farmi decidere una questione. La questione era se, quando si tratta di eleggere un deputato, sia meglio sceglierne uno di quei vecchi, purchè sia giovane d’anni, od uno nuovo, ma vecchio d’età. Questa importante questione era venuta a proposito d’un appello che il Vero Italiano aveva fatto a quei di Borghignolo, in un articolo sulle elezioni che incominciava: «Borghignolesi, pensateci: vi guarda l’Italia, vi guarda l’Europa!»
Chi gridava più di tutti era il segretario Buccelli. «Ma volete contarle a me queste cose» diceva «a me che apro tutti i giorni cinque o sei pieghi dove ci son carte che vengono e dal prefetto, e dal Ministero, e dai carabinieri?... Io la vedo da vicino la politica, miei cari, e so come vanno le faccende. Ci vogliono uomini nuovi, come dice bene il Vero Italiano, ma un po’ sugli anni, come dico bene io! Qui sta il punto! I deputati bisogna mutarli tutte le volte, anzi io li vorrei mutare tutti gli anni, per impedire le combriccole: questa, come politica, sarebbe la migliore: ma poi bisogna mandare al Parlamento degli uomini che non se la lascino fare. Perchè bisogna sapere che presso il Ministero ce ne sono dei birbaccioni! delle volpi!... Bisognerebbe vedere i pieghi....»
«Dunque ci vogliono dei giovani!» gridava Batista. Batista è un giovanotto elegante del paese, in giacchetta di velluto, e camicia di lana rossa, colla quale vuol anche dire d’essere stato una volta lì lì per partire coi volontari: «Ci vogliono dei giovani che abbiano del fegato, che ci sbarazzino dei parrucconi, e che vadano là e che dicano.... insomma lo so ben io!...»
«D’accordo» ripigliava il Buccelli «le idee devono essere tutte nuove, e ci vogliono uomini sempre nuovi; ma per tenere al dovere i parrucconi ci vogliono quelli che la sanno più lunga di loro. I regolamenti, le tabelle, i conteggi.... non sono cose da giovanotti; ci vogliono i capelli grigi, lo dica lei, signor Borsa....»
Il signor Borsa è un antico impiegato che veste di nero, e porta sempre il cappello di città: è l’ultimo di quand’era ancora all’impiego, e che segue il signor Borsa nella vita privata.
«Sicuro! sicuro!» rispose il signor Borsa gravemente «siamo in un cataclisma con queste novità! Non ne capisco più niente nemmen io! Bisogna cambiar tutto da capo a fondo....»
«Dunque ci vogliono i giovani» gridava di nuovo Batista «ci vogliamo noi; ci vogliono quelli dell’opposizione....»
«Ben detto» osservò un altro del crocchio, un certo Pasetti «se si vuole che il Governo sia sorvegliato davvero, bisogna che i deputati sieno tutti dell’opposizione; se no, ministri e deputati se la intendono tra di loro; e allora, domando io, a cosa serve che si mandino al Parlamento i deputati?»
Il Pasetti è un giovanotto, impiegato anch’esso, e in servizio.
«Eh! eh!» continuava, a guisa di soliloquio, il signor Borsa «gli uomini ci sarebbero stati; ne ho conosciuti io, ai miei tempi, negli ufficii governativi, degli uomini, e che omoni! Ma sono morti.»
«Per fare il deputato, come l’intendo io, capite» gridava da capo Batista «non ci vogliono tante chiacchiere e tante carte, ci vuole del fegato! Io voglio un deputato che dica al Ministero: se volete la Venezia, cominciate a intimare alla Russia che sgomberi subito dalla Polonia; e allora l’Austria non sarà più niente; e se non avete il coraggio di far questo, signori ministri, andatevene al diavolo! È così che si deve parlare nelle Camere, vi pare?»
«E credete che anche noi, senza essere giovanotti, non le sapremmo dire queste cose?» gli rispondeva il Buccelli. «E noi ai ministri diremo anche di fare economia, e di non rubare!»
Qui ci fu un applauso generale. Buccelli conosce il pubblico.
«Prima economia» esclamava Batista, per non parere da meno, «sciogliere l’esercito, e armare il popolo.»
«Poi, pagar bene gl’impiegati» continuava il Pasetti «favorire i giovani, pensionare i vecchi, od anche non pensionarli per il momento, se non si può....»
Qui il signor Borsa, che aspetta, credo, una pensione, intervenne subito per non lasciar prendere una cattiva piega al discorso; questa volta si alzò in piedi.
«Io sì ve lo dirò, signori miei, ve lo dirò io che me ne intendo, dove sta il marcio!...»
«No, ve lo dirò io!»
«Lasciate dire a me....»
«Eh compare, sentite....»
«Il marcio sta nei preti....»
«Sta nella Guardia nazionale....»
«Niente affatto!»
«Ma volete saperne più di me!»
Tutti volevano parlare in una volta. In mezzo a questo chiasso non potei udire il discorso del signor Borsa, il quale finì esclamando: «E fino a quando non si faranno più novità, sarò sempre rosso anch’io!»
«Benissimo, benissimo!» gridarono in coro gli altri, cioè il caffettiere, il pizzicagnolo, un mercante, un canonico, il perito agrimensore, il vetturale ed altri uomini politici di minor conto, che di solito votano in silenzio.
«Anche quella novità» osservò questa volta, in via eccezionale, il perito «di mettere a sistema metrico tutto quello che si mangia, e tutto quello che si beve, non so che libertà sia! Che sulle mie canne ci fossero i metri, lo capivo; ma che mi si voglia far bere, quando vado all’osteria, a sistema metrico, non lo capirò mai. Se, per esempio, volessi berne un boccale, che diritto ha il governo di farmene bere un litro?... È forse lui che me lo paga?»
«E se ne bevete quattro quintini ne bevete meno d’un boccale;» osservò il vetturale «per cui ci perdete sempre.»
«Sicuro. Insomma si vede proprio» conchiuse il pizzicagnolo «che non abbiamo mai saputo mandare un buon deputato.»
Anche qui la discussione si fece generale, e non si parlava più che ad una voce.
«Questa volta bisogna pescarne fuori uno coi fiocchi.»
«Io do il mio voto a voi, compare.»
«Coi fiocchi? Quando son là son tutti eguali.»
«E quella baggianata del telegrafo?...»
«Quando sono là, sono tutti venduti,» dice il Vero Italiano.
«C’è di quelli che hanno intascate le dozzine di milioni.»
«E di quelli, si conta, che han comperato dei poderi!... e non si sa dove!»
«Telegrafi di qua, telegrafi di là,... e li paghiamo noi!»
«Non so dei deputati; ma so che i ministri, e me lo ha detto uno che viaggia, comperano tutti in America.»
«Fin cinque lire l’uno, li hanno pagati quei pali del telegrafo! Capite cos’è il Ministero? Che se lo dicevano a me, con tre lire....»
«Ma l’ho sempre detto io che ci vogliono de’ deputati galantuomini!»
«Deputati nuovi; deputati che non se la lascino fare; deputati che abbiano una politica furba, e che sieno nemici dei Ministeri!»
«E dicono che quel meccanismo di vetro, e che so io, che sta fitto in cima di ogni palo, costi un occhio. Capite come vanno le cose!»
«Ci vuole la libertà dei popoli! Ci vuole una libertà tutta diversa, se no, non ne faremo niente!»
«E ci vogliono poche strade ferrate che fanno rincarare le ova...»
«Bravo, bravo!»
«Insomma ci vuole il suffragio universale» conchiuse il Pasetti.
Il chiasso e la confusione erano tali, che io potei piano piano ripigliare la mia strada, senza che gl’interlocutori se ne avvedessero, e senza decidere la famosa questione per la quale m’avevano voluto. Il Buccelli però che mi vide partire, e che ormai aveva perduta la speranza di farsi ascoltare, diede un’ultima crollata di capo, uscì dal caffè, e raggiuntomi mi accompagnò fino a casa ripigliando la sua tesi, per quel bisogno prepotente che ognuno ha di trovar qualcuno che gli dia ragione, almeno a quattro occhi.
«Sono buoni figlioli» diceva il Buccelli «che la pensano bene, ma in politica certe furberie non le capiscono alla prima. Che ci vogliano deputati nuovi, ma che sieno un po’ in là con gli anni, è l’abbiccì della politica un po’ fine! È vero, o no? Lo dica lei, don Michele, lei che la politica la sa da un pezzo, e che ha girato il mondo....»
«Caro Buccelli» rispos’io «giacchè mi dite così, vi farò una confidenza. In altri tempi, quand’ero giovane, mi son trovato, è vero, un po’ nella politica anch’io. La polizia, come sapete, mi voleva mettere in gabbia, ed io che avevo trovato a tempo un buco nella rete, mutai di bosco, e mi tenni alla larga dagli uccellari. Ma questa, come vedete, era una politica molto facile a capire, politica semplice, spiccia, e non c’era da farci su questioni. Adesso invece la politica è diventata molto più fine, come dite voi benissimo, e capirete che non è alla mia età che si imparino le cose nuove. Chi sa? fors’anche ci riuscirei, ma non mi ci metto. Sono ignorante, in questa parte, ignorante come non lo è nessuno, perchè di politica oggi ne sanno un po’ tutti. Anzi vi faccio questa confessione in confidenza, perchè poi non vorrei che la gente ridesse un pochino di me.»
Intanto eravamo giunti alla porta di casa mia. Il Buccelli avrebbe voluto riprendere il filo delle idee che evidentemente io gli avevo fatto smarrire. Ma dopo una confessione così completa, a me parve d’aver finito, e lo salutai ringraziandolo della compagnia.
24 settembre 1865.
Da tre giorni non è più possibile tener dietro a tutti gli avvenimenti che si succedono in Borghignolo. Il fatto principale, e di cui gli altri non sono che conseguenze e necessità storiche, è la venuta del signor Garofani, di sua moglie e d’una loro figlia. Addio passeggiate, addio colline, e i vostri bei sorrisi d’autunno; io mi sono chiuso in casa, passeggiando per le mie stanze dove spero almeno di non incontrarmi con questi nuovi venuti. So appena chi sieno, non li ho veduti che una volta alla sfuggita, eppure non mi vanno. Potevano lasciarmi nella mia quiete da cui incominciavo a sentire qualche primo beneficio.... ma signor no! Oggi infatti sto già malissimo, e se non temessi di peggio, ritornerei in città. Il prossimo e la libertà individuale formano uno di quei problemi che la teoria potrà sciogliere, ma la pratica mai.
Questi signori Garofani stanno poco lontano da me. Oltre a molte terre, che erano del mio povero amico Giandomenico, fu comperata da loro una sua vecchia casa rustica che sta nel paese, e di cui fecero una villa chiamandola l’Isola di Cipro. Quest’isola, affidata nelle mani di un pittore di scene, fatto venire appositamente, rappresenta appunto uno di quei castelli di tela con cui spesso incomincia un ballo mimico. Non ci manca nulla; merli che diroccano, stemmi a cinque garofani, un gufo di cattivo umore, e perfino un guerriero vestito in ferro, con cimiero e piume, che guarda fuori da una finestra finta, come a dire che il padrone di casa è sulle mosse per la crociata. Ora si sta facendo un giardino, nel quale, mi conta il mio fattore, ci devono essere cose straordinarie. Intanto nessuno può entrarvi, e a chi ci lavora è proibito severamente l’aprir bocca.
Sento anche che girano per il paese due servitori di casa Garofani, in giubba di color cioccolata e calzoni corti, con cordoni e mostre d’argento; uno ha una gran barba. La gente, a cui paiono e non paiono due carabinieri, a buon conto fa loro le scappellate.
Alla sera il cuoco di casa Garofani va al caffè dove gioca a tressette. Gli pagano volentieri de’ bicchierini, ma lo fanno cantare sulle provviste e sui piatti che si mangiano da’ suoi padroni. Non è la prima volta che il signor Garofani viene in paese, ma non si è ancor finito di parlarne. Ogni volta si discorre di nuovi milioni, dice il mio fattore, e di nuove maraviglie; c’è chi ammira, c’e chi critica, e ciascuno dice la sua. Il più affaccendato di tutti è il Buccelli, il quale è in casa Garofani da mattina a sera, e va e viene senza aver tempo di rispondere o di salutare chicchessia. Anche le altre persone più cospicue hanno già fatta la loro visita, e presentati i loro omaggi. Primi furono il curato e il signor Borsa, i quali attraversarono il paese assieme, in abito delle feste; il signor Borsa portava un paio di guanti neri, che serba per le grandi occasioni, e nei quali ci potevano stare contemporaneamente anche le mani del compagno. Si è osservato in paese che Giandomenico non è ancora andato in casa Garofani, e che non ci sono andato nemmen io. Da ciò si conchiude che decisamente io sono del partito di Giandomenico, e che è difficile prevedere come l’andrà a finire.
Quei di Borghignolo, poco avvezzi a tante novità in una volta, ne provano qualche apprensione. E in qualche apprensione mi trovo anch’io, non potendo prevedere quando mi sarà dato uscire di casa.
15 ottobre 1865.
Col mio aratro la va di male in peggio. Ho gran paura che a compire la storia delle mie illusioni e dei miei disinganni, non ci debba concorrere anche un pieno disinganno a proposito di Borghignolo. Ma chi se le poteva sognare certe cose? Il silenzio e la quiete di Borghignolo, a mio ricordo, non erano interrotti mai in tutta la giornata che dal rumore di un carro che passasse sulla strada maestra, o dallo stridìo delle cicale nelle ore calde. Io che avevo fatto i miei conti su questi pregi di Borghignolo, incomincio a trovarmi un po’ defraudato. Altro che le cicale! Anche qui ci sono partiti e polemiche; anche qui c’è un orizzonte politico rannuvolato, il quale di tanto in tanto manda un acquazzone di quelli che vanno a raggiungere fino i pulcini rincantucciati nel pollaio. Quelli di Borghignolo, a dirla, sono nel loro diritto; io però, se essi continuano a volere levar la mano alle cicale, me ne andrò, e senza metter tempo in mezzo, come soglio far io quando prendo una risoluzione. Nei giorni passati ero tanto sulle mosse che non presi nemmeno la penna per continuare queste pagine che pur sono l’unico mio sollievo. La riprendo oggi per non rompere il filo della cronaca di Borghignolo; ma se presto non ritorna la bonaccia, mi metto la barca sulle spalle, e vado in traccia della terra ferma, se pure ce n’è una.
Eccola dunque, tutta d’un fiato, la storia di queste ultime tre settimane. — La mano di Borghignolo è chiesta contemporaneamente da tre nuovi candidati politici, desiderosi di impalmarla e condurla in quel giardino della vita coniugale che è tutto fiorito di rose, come ognuno sa. Dell’antico deputato, che pure era un brav’uomo, nessuno parla più, perchè sono unanimi nella massima che ce ne voglia uno nuovo. I tre candidati nuovi sono: un medico del capoluogo della provincia, il direttore del Vero Italiano e il signor Garofani.
Il medico è un antico carbonaro, stato due volte in prigione, stato in esilio parecchi anni; ebbe il suo magro patrimonio sotto sequestro, e lo perdè in gran parte. Egli però non va troppo a garbo a tutti quelli che furono sempre solidali e indivisibili nel far niente. I più lo combattono, e dicono di lui cose di fuoco. Dicono, tra l’altre, che sia imbecillito, che abbia perduta l’antica energia del protestare, e che adesso non sappia predicare di meglio che l’abnegazione, la pazienza e la laboriosità. A Borghignolo, dove la si pensa ben più altamente, non c’è nessuno che si occupi di lui, meno forse quell’altro originale d’un Giandomenico.
Il direttore del Vero Italiano, che è proprio l’antico sensale, e che non so come mai sia diventato giornalista, possiede il cuore della bella a cui aspira. Per quante, e per quanto diverse siano le cose che i suoi lettori possano pensare in capo a un giorno, egli le sa indovinare e stampar tutte. Quelli che leggono in un foglio stampato, che viene dal capoluogo, proprio tutto ciò ch’essi avevano pensato, dicono subito che è un grand’uomo chi sa scrivere a quel modo. Non è però a dire che dopo tanto corteo di fedeli non vengano anche dei miscredenti. C’è chi a quattr’occhi crolla il capo; c’è chi ricorda qualche storiella che gli altri hanno dimenticato; c’è chi ne susurra di grosse all’orecchio d’un amico. Ma anche questi in pubblico se ne stanno zitti, come passeri che scambiano lo spauracchio col guardia; e lo inchinano anche loro, e fanno appuntino tutto quello ch’egli prescrive. Egli insomma è il padrone della provincia, tanto è il prestigio della carta stampata nei paesi dove essa è cosa nuova.
Il terzo aspirante è il signor Garofani, uomo nuovo ma provetto, come disse per tempo il Buccelli, prevedendo il giorno in cui si avrebbe a salvar la capra e i cavoli.
Lieto d’essere fuori di combattimento, e di non appartenere più a questo mondo, me ne stavo una mattina nell’orto, osservando una certa mia vite a spalliera. Omero, che trovò questa pianta tuttora salvatica in Sicilia, come dice il mio manuale, se vedesse la mia bella vite a tralci orizzontali, all’uso di Thomery, mi direbbe certamente: «bravo Michelino!»
Dicevo questo tra me, quando il mio fattore, correndo e infilando a un tempo le maniche della carniera, venne a dirmi in gran fretta e confusione che nel mio salottino c’era la signora Garofani, che domandava di me. Risposi subito che non c’ero; ch’ero lontanissimo; che era impossibile sapere dove mi fossi fitto, e quando sarei ricomparso. Ma fu inutile, perchè il fattore, nell’abbottonarsi la carniera, mi confessò che essendo stato sorpreso in maniche di camicia, aveva cercato di rimediarci col dire ch’ero in casa, e che venivo subito.
Erano le dieci di mattina. La signora Giuseppina Garofani aveva un gran vestito di seta color verde, un vezzo di diamanti al collo, e un cappellino verde anche esso, con piume bianche. Capii la confusione del mio fattore. Passata quella prima stizza, seppi sostenere nel dialogo la mia parte con bastante disinvoltura e cortesia, rimanendo però, a un pezzo, inferiore alla melliflua signora Giuseppina, la quale dopo mezz’ora di conversazione mi chiamava già il suo caro don Michelino; dopo tre quarti d’ora m’interrompeva con un gioia mia! e dopo un’ora, poichè rimase lì più d’un’ora, esclamava di tanto in tanto: «ma lei parla come un amore!»
Cosa voleva la signora Giuseppina? La signora Giuseppina incominciò col dirmi che, passando dinanzi alla mia casa, aveva domandato di chi fossero quei bei gerani che si vedevano nella corte; le avevano risposto ch’erano del padrone, ossia ch’erano miei. «Come! del signor don Michele? Di quel signore così garbato, di cui si dicono tante belle cose, e che io e Garofani desideriamo tanto di poter conoscere!» Allora era entrata, e il mio fattore aveva voluto a ogni costo chiamarmi, e darmi questo disturbo. Dai gerani passò alla sua nuova villa, da questa alle ricchezze di suo marito, e dal marito all’elezione del deputato.
«Garofani non lo sa, ma tutti lo vogliono lui. Eh, si vede che sono molto fini quei di Borghignolo! Per l’impiego di deputato, Garofani lo si direbbe fatto a posta!; io che sono sua moglie lo devo sapere. Se vedesse Garofani quando prende la gazzetta! È un politico dei primi!; la legge fino all’ultima parola, a costo di addormentarcisi sopra. E poi mio marito è tanto parlatore! Tutti dicono di volere un deputato che parli molto; ebbene mio marito, a lei lo posso dire, parla più di tutti! Se sapesse quanto parla!...»
Insomma la signora Giuseppina, credendo ch’io potessi procacciare a suo marito una bella gerla di voti, voleva che per il bene della patria ci accordassimo, io e lei, per assicurargli il trionfo. Alla signora Giuseppina confidai dal lato mio i miei malanni, il mio mal di fegato, e la mia ignoranza in fatto di gazzette. Mi feci spiegare qualcuno di questi imbrogli della politica, e la pregai di lasciarmi da un canto, per la paura che mi fanno le cose che non capisco. La signora Giuseppina, che non aveva preveduto il caso, rimase questa volta un poco sconcertata.
Pochi giorni dopo però trovò modo di ritornare all’assalto, intarsiando il discorso d’argomenti che non erano de’ suoi, e che si vedevano suggeriti dal Buccelli; ma si trovò da capo nelle secche. Quando poi si persuase che non c’era modo di farmi spiegare la bandiera de’ Garofani, volle almeno assicurarsi della mia neutralità, e riuscì a tirarmi in casa sua. È un vampiro con la cuffia, questa signora Giuseppina! e se non me ne divertissi alquanto, avrei già pensato sul serio a mettermi in salvo. Conobbi il marito, il quale dal punto di vista di alcuni generi coloniali, è in disaccordo con la politica italiana; conobbi la figlia che si chiama Adelina, e che, sotto ogni punto di vista, è una bellissima ragazza.
Gli assalti a cui ho dovuto far testa per non lasciarmi cavare dall’ospizio degli invalidi, e ricacciare nelle file dei combattenti, non vennero solo dalla signora Giuseppina. Ebbi un assalto da Giandomenico; ne ebbi un altro da un circolo elettorale del capoluogo della provincia, e non so dir quanti da vecchi amici e conoscenti dei paesi circonvicini. A chi risposi adducendo un pretesto, e a chi confidando le mie buone ragioni. «Io non diffido» dissi agli amici «delle sorti del mio paese. L’importante è fatto. Ci sono poi dei mali inevitabili, ed è a furia di compitare, e di spropositi che il paese imparerà a leggere corrente nel libro delle sue libertà. La casa nuova è bella quando la vedi sui disegni, o quando la abiti finita; mentre la fabbrichi non hai che malta e calcinacci da tutte le parti. Io fui tra quelli che la disegnavano; non sarò tra quelli che l’abiteranno, e posso quindi risparmiarmi i tegoli sul capo, e gli schizzi della calcina.»
Quelle domande e quelle risposte però mi avevano già messo sossopra; mi avevano agitato non so perchè; mi avevano risvegliati i sintomi dei miei più grossi malanni, e se non mi fossi rifuggito subito nella dimenticanza d’ogni cosa di questo mondo, non so quello che sarebbe già avvenuto di me a quest’ora. Ma ritorniamo agli avvenimenti di Borghignolo.
La visita fatta a me dalla signora Giuseppina fu l’assalto, tentato e non riuscito, contro una vecchia bicocca che potè essere lasciata da parte, senza pregiudizio delle grandi operazioni strategiche, le quali incominciarono subito dopo, con un pranzo ogni giorno in casa Garofani. Ad eccezione di me, che non ci andai, e di Giandomenico che non fu invitato, vi pranzò in pochi giorni, auspice il Buccelli, mezzo il paese. Ci furono pranzi aristocratici col curato e il signor Borsa, e pranzi democratici con l’agrimensore e il caffettiere.
Poi il Buccelli radunò un circolo politico, dal quale fece proclamare la teoria dell’uomo nuovo, ma provetto, all’appoggio di una esperienza di cui ognuno aveva potuto, pranzando, assaporare i pregi. Si fecero grandi elogi anche al direttore del Vero Italiano; si deplorò che fosse un po’ meno provetto del signor Garofani, e si augurò all’Italia che in altro modo lo avesse tra i suoi rappresentanti: si mandò un saluto fraterno all’America, e si nominò un Comitato promotore della candidatura del signor Garofani.
Il Comitato promotore, e il Buccelli che ne è il presidente, pensarono per prima cosa a procacciarsi degli alleati. Il Buccelli che, come dice la signora Giuseppina, è un politico, quasi quasi come il Garofani, mise gli occhi sopra un paese vicino ove gli parve che il terreno fosse vergine, e l’elettore docile. Sommando in prevenzione i voti di questi elettori con quelli di Borghignolo, vide che l’aritmetica era tutta a favore del suo candidato; fece il suo piano strategico, ed entrò subito in campagna. La gran giornata campale, decisiva, l’abbiamo avuta poi domenica passata. Quella domenica era la terza del mese, e in Borghignolo la terza domenica d’ogni mese si fa una processione per tutte le vie con la confraternita e con la banda. L’occasione non poteva essere migliore; furono invitati per quel giorno in Borghignolo gli elettori con cui si voleva fraternizzare, e con essi furono invitati anche un paio di sindaci, un paio di curati, e qualche canonico. La festa poi doveva chiudersi con un gran convito in casa Garofani, e con lo sparo dei mortaletti in piazza. Il Buccelli previde ogni cosa, fino i brindisi, e gli evviva in fin di tavola. La signora Giuseppina, che mi onora della sua confidenza, mi disse il giorno prima che il Buccelli e suo marito avevano pensato un bellissimo discorso. Il Buccelli sapeva, perchè egli stesso glielo aveva suggerito, che uno dei sindaci invitati, nel fare il suo evviva al futuro deputato, gli avrebbe chiesto nientemeno che una strada ferrata che toccasse il suo paese. Il signor Garofani allora gli avrebbe risposto in un modo da lasciare tutti gli astanti con la bocca aperta per un pezzo.
Venuta la domenica, e venuti gli invitati, alla mattina dopo la messa cantata ci fu dunque la processione che, a detta di tutti, riuscì più bella del consueto. Il clero era più numeroso per l’intervento dei curati e dei canonici invitati al pranzo di casa Garofani; la banda, che di solito gode delle maggiori franchigie nell’abbigliamento, sfoggiava questa volta un berretto d’uniforme; parecchi confratelli poi avevano fatta lavare la veste. In veste bianca, cappa rossa e posto distinto veniva il Buccelli, il quale è anche priore della confraternita. L’antico priore era lo speziale, ma dopo la battaglia di Magenta il Buccelli cominciò a dire che non era più l’uomo dei tempi, e gli rubò il posto.
Quando le processioni, o la confraternita, passano dinanzi al caffè, ove piantati sulla porta ci stanno sempre due o tre liberi pensatori con le mani nel taschino de’ calzoni, il nuovo priore, facendo loro d’occhio con malizia, riceve in ricambio un saluto d’intelligenza e una smorfia sotto i baffi, da cui si vede che tra la confraternita e i radicali di Borghignolo, non c’è ruggine di sorta. Anche quei della banda, che precedono il baldacchino, dinanzi al caffè intonano l’inno di Garibaldi, per far intendere che non sono meno liberi pensatori di quello che siano liberi sonatori.
Incominciata la processione, incominciò anche lo scampanìo che seguitò per più d’un’ora. Io, che al sonare delle campane divento come uno di quei poveri cani che mandano dei mesti ululati e scappano per le campagne, senza ululati ma mestissimo pigliai una delle mie stradicciole favorite e di là mi dilungai, come fanno i miei pensieri, fuori di mano e senza mèta. Per il pranzo, anche questa volta mi ero scusato, e potei lasciare tutte le altre allegrie senza che alcuno ci badasse, perchè ormai è noto il mio divorzio da questo mondo per incompatibilità di carattere.
Ma appena fui di ritorno, mi trovai dinanzi la signora Giuseppina che veniva a prendermi in tutta furia perchè almeno accettassi una tazza di caffè, e fossi presente agli evviva che incominciano, secondo l’uso di Borghignolo, quando i commensali, levatisi di tavola, si frammischiano, gridano, si abbracciano girando per la sala col bicchiere in mano. Condotto dalle chiacchiere della signora Giuseppina, dopo pochi minuti ero anch’io tra i convitati in baldoria di casa Garofani, e giungevo proprio in sul punto in cui si faceva un profondo silenzio per udire quel tal sindaco che doveva parlare della strada ferrata. Questo sindaco che aveva l’aria d’aver bevuto un po’ troppo, e di non saper più dove ripescare il suo discorso, dopo un po’ di meditazione fece un gesto di impazienza, e si accontentò di gridare: «Viva dunque il signor Garofani e la sua signora metà! Viva tutta la compagnia! E viva l’allegria!» — «Bravo Carlotto! benissimo!» si gridò da tutte le parti. «Viva il signor Garofani! viva il nostro deputato! viva Carlotto! viva l’allegria!» E per qualche minuto ci fu un chiasso indiavolato. Il Buccelli era diventato livido, ma il signor Garofani imperturbato fece cenno di voler rispondere, ed ottenuto un silenzio ancor più profondo del primo, rispose così:
«Io ringrazio l’egregio signor sindaco della fiducia, che a nome degli elettori della sua cospicua borgata, così eloquentemente ha voluto significarmi. Gli interessi di questi paesi mi sono sacri quasi come i miei... No! o Signori, quelle obbiezioni di cui ha parlato il signor sindaco, che dagli avversarii si fanno alla nostra appetita ferrovia, reggere non potranno; ed io per sempre le saprò disperdere tanto nel Parlamento che alla Borsa.... Sì! o Signori, le strade ferrate sono il gran portento del secolo! I titoli della nostra linea si manterranno in richiesta e buona vista. Il commercio e l’industria formano la prosperità dei popoli! Viva dunque la strada ferrata! viva il signor sindaco e la libertà!»
L’entusiasmo fu indescrivibile. Il Buccelli si ricompose e riacquistò il colorito naturale, che in quel momento era quello d’uno che ha ben pranzato. Tutti volevano abbracciare il signor Garofani, e dichiaravano che parole simili a quelle dette da lui non le avevano mai sentite. Parecchi erano talmente inteneriti, che stavano per piangere, e la signora Giuseppina ne accresceva il numero, correndo per la sala con due bottiglie in mano, a ricolmare i bicchieri di tutti. Anche i servitori della casa, quantunque vestissero la gran livrea di color cioccolata con le mostre verdi, dimenticate le etichette, bevevano allegramente colla compagnia. Io mi ero rifuggito in un angolo dove si faceva meno baccano, e dove mi trovai con un canonico che, seduto, assaporava tranquillamente il suo vino, levando di tanto in tanto qualcosa di tasca, ove aveva un magazzino di dolci, castagne e fruite secche. Ma la signora Giuseppina che non mi aveva perso d’occhio, fu presto da me con un bicchierino, e una piccola bottiglia.
«A questo poi, signor don Michelino, non si dice di no. È un malaga di quello che faceva il povero Baldassare, il mio primo uomo. È una delle ultime bottiglie che conservo in sua memoria, perchè me le aveva regalate il giorno in cui mi ha sposata.»