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Novelle

L’AVVOCATO MASSIMO E IL SUO IMPIEGO. (continued 2)

Reading edition

«Piano, piano, non sarà poi tanto!» disse alla sua volta anche Massimo con una certa modestia.

«O consigliere o non consigliere, qui si tratta di qualcosa di grosso!» ripigliava Giovanni. «Credete voi che un ministro si levi dal suo posto, che è il posto dei ministri, per discorrere di una bagattella? Voi siete sempre l’uomo dei dubbi, caro Massimo. Quante volte non mi avete detto che non avevate fiducia negli attuali ministri, che bisognava cambiar l’indirizzo politico del ministero!...»

«Eh, li credevo proprio, come li dicono i giornali, guidati da idee piccole, poco liberali.... amici e fautori solo dei loro amici....»

«E cosa vi rispondevo io? Vi rispondevo che prima di parlare, bisogna veder le cose coi propri occhi; vi rispondevo che bisogna andare adagio nel mancar di rispetto a chi comanda, se no non si troverà più un cane che ubbidisca; vi rispondevo che le chiacchiere son chiacchiere, e che io sarei sempre corso col mio uniforme e col mio fucile per mantenere il buon ordine!»

«Insomma avevate ragione voi, non parliamone più.»

«Così mi piace! Ma se parlavo così, era perchè io avevo capito da un pezzo che quel ministro era un brav’uomo. Finalmente sono lieto, son sue parole, e ci si vede anche l’uomo di cuore! Rizzarsi premuroso.... stringer la mano.... mi par di vederlo quel brav’uomo! E in quell’aver capito a colpo d’occhio che voi siete proprio fatto per un impiego.... in quel veder subito il modo di aggiustare le faccende.... lasciarvi a Milano.... come si capisce l’uomo di Stato!...»

«Però, s’io ero nei panni di quel signor deputato,» interruppe l’ingegnere Mevio, «facevo un poco di faccia tosta, e gli domandavo lì per lì di che impiego si tratta, per non tenervi sulla corda una settimana ancora.»

» Eh, vi pare,» gli rispose Giovanni; «la sarebbe stata poi una indiscrezione!...»

«Capisco, ma sapete come son fatto io! Intanto, beviamone un bicchiere alla salute del ministro, degli sposi, e del nonno dei consiglierini che nasceranno!»

Questa piacque a tutti, e principalmente a Giovanni, che fu subito in faccende a sturar bottiglie, a empir bicchieri, e a ricambiar degli evviva con tutti quanti.

«A proposito!» saltò su a un tratto l’ingegnere Mevio, «ho un’imbasciata per voi, avvocato, e per la sposina.... proprio anche per la sposina! Indovinate un poco di chi?... Del marchese Renica. Sicuro, il marchese mi ha domandato conto di voi più d’una volta; s’è parlato del vostro matrimonio, e ieri mi ha detto che desidera di conoscere la sposina, la sposina che dicono tanto bella! son sue parole.»

«Oh diamine! quel signor marchese ha detto così!...» interruppe Giovanni. «E voi, Massimo, che non gli avete fatto ancora una visita, dopo che siete a Milano!»

«Ne avevo tante per il capo! Ora ci andrò.»

«E bisognerà condurci anche Enrichetta: cosa ne dite, ingegnere?»

«Lasciate fare a me, combinerò io ogni cosa.

Domani, scommetto, me ne discorre lui per il primo, perchè sa che oggi si faceva il matrimonio, e che io passavo la serata in casa vostra.»

«Per cui il marchese avrà parlato anche del suocero!» disse Giovanni. «A quanto ne sento, dev’essere un omone quel marchese! Avevate fatto proprio male voi, Massimo, a non andarci finora! Quando si aspetta un impiego di tal fatta, quando si è in alto come lo siete voi, ci vuol tutto in proporzione, anche gli amici! Il quartierino, per esempio, che avete preso qui vicino al mio, vi pareva fin troppo grande, troppo di lusso. Andate là, andate là! dicevo io. E adesso, vedete un po! non so neanche se basterà. Cosa ne dite, ingegnere? vi pare che quel quartierino possa bastare, caso mai ci venisse in visita il marchese Renica, o qualche altro personaggio?...»

«Le carrozze! ci son le carrozze!» venne a dir la serva in tutta fretta, mettendosi a un tempo il velo in testa, per correr subito alla chiesa anch’essa, e vedere la padroncina a prender marito.

La signora che doveva accompagnare Enrichetta all’altare, e che fino a quel punto non aveva detto sillaba, colse quel momento, in cui anche lei diventava un personaggio d’importanza, per prendere la direzione degli ultimi preparativi. Fu lei che mise il velo bianco alla sposa; che si levò di dosso qua e là una dozzina di spilli per tenerle in riga un fiore, un nastro, una piega del vestito; che le diede gli avvertimenti necessari sul modo di scender di carrozza, e di inginocchiarsi all’altare, senza sconciar nulla. Anche gli altri in fretta si attillavano alla meglio, per far buona figura. Giovanni, tutto rosso in faccia, era alle prese con un guanto nuovo che gli si era piantato a metà della mano e non voleva più andar avanti. «Facciamo presto.... non facciamoci aspettare....» diceva di tanto in tanto per non tenersi tutta la responsabilità del ritardo.

Infine, la signora, com’ebbe data l’ultima lisciatura, e un’occhiata generale alla sposa, girandole intorno due o tre volte, e come s’ebbe acconciati anch’essa allo specchio, con la debita cura, i capelli, il cappellino e la mantiglia: «Noi siamo pronte,» disse con molta gravità; «andiamo.»

«Nessuno ha dimenticato niente?» domandò Giovanni.

Enrichetta s’avviò per la prima, la comitiva le andò dietro; scesero le scale e presero posto nelle due carrozze che aspettavano in corte.

I curiosi corsi in chiesa a veder gli sposi eran molti. C’era tutto il vicinato, i bottegai del quartiere, mezza la compagnia dei militi di cui era sergente il signor Giovanni. Il conoscer mezza Milano, era una delle cose a cui Giovanni teneva di più; e a questa mezza Milano egli non aveva fatto, da parecchi giorni, che parlare pomposamente, più che aveva potuto, del gran matrimonio della sua figliola, annunziando a tutti la sera in cui lo si sarebbe fatto.

Mentre si avviava all’altare, nel mezzo della lunga navata della chiesa, quegli occhi rivolti su lei, quel bisbiglio, quelle parole che da ogni parte le giungevano confusamente, diedero a Enrichetta una commozione nuova, improvvisa, e quel senso quasi di timore di chi muove il passo sur una strada che non conosce. Sentì, in quel momento, che le si affacciava come una vita nuova; sentì finita l’esistenza tranquilla, ignorata della fanciulla; si trovò in mezzo alla gente, osservata, giudicata. Non vide più nulla fuor che i ceri accesi dell’altare, e non ebbe che un’ansietà, quella di poter presto appoggiarsi al braccio del suo sposo.

Eppure, in quel bisbiglio, in quelle parole, non c’erano ancora i giudizi severi, inesorabili, senza appello e senza grazia, di cui c’è tanta abbondanza nel consorzio umano, e di cui tutti sono a un tempo dispensatori e vittime. In quel bisbiglio e in quelle parole non c’era che un’ammirazione unanime per la sposa; anche dello sposo i più dicevano che era un bell’uomo: i motteggi non mancavano, ma andavan tutti sulle spalle di quei della comitiva. Ed Enrichetta infatti era pur bella! Aveva un bel vestito di seta bianca; un velo bianco le scendeva dal capo e ravvolgeva, senza nasconderle, le forme snelle, eleganti della persona; i suoi capelli biondi, i suoi grand’occhi celesti, e quello stesso pallore maggior del solito, davano alle linee purissime del suo volto qualcosa di così quieto e soave, che in mezzo al buio della chiesa la potevano quasi far parere un angelo staccatosi dal quadro annerito d’un altare.

Ecco perchè tanto quei del vicinato, che i militi della compagnia del signor Giovanni, tutti di così difficile contentatura nell’argomento del bello, quella sera si dichiararono soddisfatti.

«Tutto è andato proprio bene, benissimo!» disse Giovanni nel rientrare in casa con la comitiva, e nel levarsi quel guanto che era stato fino a quel punto il solo ostacolo alla sua piena felicità. «Peccato che un matrimonio sia così subito fatto, e che una così bella cerimonia finisca così presto!» Allora non si faceva il matrimonio civile, e Giovanni non potè avere una consolazione di più. «Oh, ma cosa vedo io mai!» esclamò interrompendosi bruscamente. «Enrichetta, non hai messo al collo la bella croce a pietruzze che t’avevo fatto fare appositamente! Oh che peccato! ma sicuro! ma come mai....»

Enrichetta tirò da parte suo padre, e gli disse all’orecchio, con un accento dolce, tranquillo, e che voleva parere meno mesto delle parole: «Babbo, lo so! Vedi che cosa ho messo invece?... ho messo questo coricino dove c’è il ritratto della povera mamma.... La povera mamma me lo mise al collo prima di morire, dicendo che me lo tenessi sempre, perchè m’avrebbe fatto pensare a lei.... e mi avrebbe fatto indovinare, nei momenti seri della vita, i suoi consigli.... poichè essa non poteva darmeli più. M’ha detto che lo tenessi sempre, e che mi avrebbe portato fortuna....»

«Hai fatto bene!... hai fatto bene!» disse Giovanni asciugandosi una lacrima. «Se ci fosse la mia povera Carolina... come sarebbe contenta!...»

Ma intanto la sala si empiva di invitati, e da ogni parte era un domandare: «Dov’è la sposa? dov’è il signor Giovanni?»

E il signor Giovanni e la sposa dovettero troncare quel loro discorso, pigliare a prestito in fretta un po’ di faccia allegra, e correre a ricevere le congratulazioni e a far gli onori di casa.

Degli invitati ce n’era parecchi che, pigliando alla lettera quello che loro aveva detto Giovanni di venir senza cerimonie e in confidenza, non s’eran dati neppur l’incomodo di mutarsi i panni messi la mattina. Altri, pigliando una via di mezzo, s’eran rassettati un pochino e s’eran messi i guanti. E c’era finalmente anche di quelli che, a far vedere come si fanno le cose, eran venuti in giubba, guanti gialli e cravatta bianca. A questi Giovanni mostrava, con ogni sorta di attenzione, la propria riconoscenza. Anche alcuni militi, che per far onore al loro sergente, eran venuti in uniforme, avevano toccato il cuore di Giovanni, e s’eran trovati subito al medesimo livello di quei della giubba.

Mentre venivan gli invitati, ogni tavola e ogni tavolino della sala era stato coperto di vassoi ricolmi di confetti, paste dolci, torte, sorbetti, chicchere di zabaione, bicchieri, bottiglie di vino.

Giovanni, Massimo, l’ingegnere Mevio, aiutati da qualche altro tra i più volonterosi, cominciarono a servire tutta quella imbandigione, ora facendo coraggio agli invitati perchè si avvicinassero ai tavolini, ora portando in giro vassoi e porta-dolci. Mevio era dappertutto; chiamava, gridava: a tutti ne diceva una; faceva ridere o rideva lui per tutti. Giovanni, mostrando d’aversela a male se qualcuno non si serviva per quattro, aveva un gran da fare a raccomandare che soprattutto si lasciasse da parte l’etichetta.

E l’etichetta fu lasciata da parte prestissimo senza molla fatica. Mano mano che si vuotavan bottiglie e vassoi, lo schiamazzo andava crescendo, e non ebbe più ritegno quando Mevio, levata di tasca una cartolina, lesse un sonetto, come diceva lui, ossia quattro facce di strofette in versi, molto sciolti, quantunque rimati.

Mentre l’ingegnere declamava per la seconda volta il suo sonetto, la serva portò in sala un panierino e una lettera che venivano da Castelrenico, ed eran per l’avvocato Massimo. L’avvocato Massimo riuscì appena a prender la lettera, poichè sul cestello mise le mani Giovanni: «Un regalo!... un regalo per gli sposi!... apriamo.... vediamo!»

Mevio dovette raccorciare il sonetto e saltare alla chiusa, perchè i più s’eran già fatti in giro al panierino, e ognuno voleva dare una mano a Giovanni che si studiava d’aprirlo. L’avvocato Massimo, tiratosi in disparte, lesse la lettera che diceva così:

«Carissimo cugino,

«Avendo saputo che domani è il giorno del vostro matrimonio, tanto io che mia moglie vi mandiamo proprio col cuore le nostre felicitazioni. Non potendo venire in persona, c’è venuto in mente di mandarvi qualche piccola cosa per farvi festa anche noi alla meglio. Mia moglie si fa coraggio di far accettare alla vostra signora sposa un piccolo astuccio, che era tra gli oggetti che ho ereditato anch’io dallo zio, e che io le avevo regalato, ma che non è cosa adattata alla nostra condizione.

«Io, non avendo di meglio, vi mando due pernici. Non mi costano un soldo, ma valgon molto perchè me le ha regalate un mio amico cacciatore, che di solito non piglia mai niente.

«Scusatemi la confidenza, e accettatele di buon cuore. Non mi dovete neanche dir grazie. Volete che io mangi delle pernici? Queste, ho detto, devono proprio essere per l’avvocato il giorno del suo matrimonio.

«Siamo in casa un poco melanconici perchè in questi giorni il mio figliolo maggiore. Tonino, è partito per la Svizzera condotto da un mio amico, per imparare con perfezione il nostro mestiere. Dovrà star lontano un paio d’anni.

«Di salute però stiamo bene.

«Tanti rispetti alla vostra signora sposa. Io valgo poco, ma però in quel poco comandatemi sempre.

«Vostro affezionatissimo cugino

«Martino Della Valle.»

Giovanni intanto aveva aperto il panierino, l’aveva vuotato, e n’era rimasto alquanto deluso. Nell’astuccio c’eran due orecchini d’oro di filagrana, con una perluccia nel mezzo, e una catenina di Venezia antica a più giri da portare al collo. Nè la catenina nè gli orecchini piacquero ad alcuno. Giovanni e gli astanti non lo dissero, ma palesarono unanimi che non si regalano di queste cianfrusaglie a una sposa di riguardo. Tanto tanto, le due pernici parvero un poco più adatte alla circostanza. Enrichetta domandò allo sposo da chi veniva quel dono; e l’avvocato, che aveva messa la lettera in tasca, rispose un poco imbarazzato che lo mandava un tale del suo paese... un buon uomo... ma un poco originale!

«Un originale» ripeteron parecchi: «si capisce!»

«Questi campagnoli non conoscono le convenienze;» pensò tra sè Giovanni, e mise il panierino da parte. L’ingegnere Mevio ricominciò il suo sonetto, e pochi minuti dopo era ricominciato anche lo schiamazzo di prima.

VI.

Due giorni dopo le nozze, l’avvocato Massimo, per aver pace col socero, era andato a far visita al marchese Renica, e gli aveva annunziato il suo matrimonio. Il marchese, con l’aria un pochino di protezione, ma con molta dignità e galanteria, gli aveva detto che sarebbe lietissimo di conoscere anche la sposina. E Massimo, dopo qualche complimentuccio ingarbugliato, aveva finito col rispondere che si sarebbe fatto premura egli stesso di condurgli e presentargli sua moglie. Il marchese aveva sorriso leggermente, e non aveva risposto altro; ma il giorno dopo facendosi accompagnare dall’ingegnere Mevio, e con una cert’aria galante e conquistatrice che amava ripigliare di tanto in tanto, era andato a fare una breve visitina alla signora Enrichetta Della Valle.

È facile immaginarsi la desolazione del signor Giovanni quando seppe che il marchese Renica era passato dinanzi al suo uscio, era stato nel salottino di sua figlia, e se n’era andato proprio pochi momenti prima ch’egli tornasse a casa.

«Ma guardate che combinazione!» andò ripetendo Giovanni per tutto quel giorno. «Potevo essere a casa mezz’ora prima!... ma signor no! a cento passi dalla mia porta do il naso proprio in un forestiero!... mi ferma, e mi vien fuori con uno di que’ linguaggi che si direbbe, poveretti, che sono imbarazzati anche loro a capirli! Lo aiuto alla meglio a spiegarsi, e concludo che costui voleva andare in piazza del Duomo. Ho cercato io di insegnargli la strada... parlando chiaro e forte che quasi non avevo più polmoni... ma fu inutile! Son duri questi forestieri, duri! E ho proprio dovuto accompagnarlo io, in persona, fin là!»

Ma, pochi giorni dopo, un nuovo avvenimento metteva sossopra il nostro Giovanni ancora di più. Il marchese Renica aveva trovato che la signora Della Valle era bellissima, bella come le signore d’una volta, e come non ne vedeva da un pezzo; ragione quest’ultima per cui aveva anche smesso, come diceva lui, di far la corte alle signore moderne. Sua nuora, don Gilberto e qualch’altro della conversazione d’ogni sera, dopo aver fatto gli increduli, e dopo avere scherzato col marchese più giorni a proposito della sua ammirazione, cosa per lui tanto insolita, finirono con l’aver tutti una grande curiosità di conoscere anch’essi questa signora così bella, e trovata così di fresco.

Il marchese li pigliò tutti in parola, e col fare ringalluzzito, e come disponesse di cosa sua disse: «Ebbene, vi farò conoscere qui, in questa sala, e tra poche sere, la mia bella sposina!» Ne aveva infatti un’occasione vicina e favorevolissima, quella del suo onomastico. E detto fatto, il marchese incaricò l’ingegnere Mevio di invitare in suo nome l’avvocato Della Valle e sua moglie a prendere una tazza di thè, la sera di sant’Antonio.

Questo invito fu un avvenimento non piccolo, come dicemmo, per Giovanni, il quale trovò modo di parlarne con gli amici, col vicinato, e in quartiere coi superiori e cogli inferiori, senza omettere l’incontro con quel tal forestiero che gli aveva fatto perdere la mezz’ora. E concludeva col dire: «Già era tutt’uno, perchè se non m’imbatteva col forestiero, mi sarei imbattuto poi col marchese, il quale, dopo avermi conosciuto, avrebbe voluto per forza tirarmi a casa sua.... Figuratevi! fare delle nuove conoscenze alla mia età!... Oh, quanto ai miei sposi è un altro par di maniche! È il loro tempo!... Ma, come dicevo, posso ringraziare quel forestiero, perchè se rientro in casa cinque minuti prima, ci sono!... L’ho schivata bella!... l’ho schivata bella!...» E il suo vicino di casa, Ambrogio, cercava di persuaderlo che non sarebbe stato poi un gran male.

Venuto il giorno di sant’Antonio, alle ore nove della sera, l’avvocato Massimo e sua moglie, condotti dall’ingegnere Mevio, facevano il loro ingresso solenne in casa del marchese Renica, preceduti, seguìti, osservati da capo a piedi da altri signori e signore che mano mano andavano affollando la sala. Il marchese Renica che di solito era piuttosto brusco e altiero, ma che teneva in serbo per le occasioni quella cortesia che si chiama d’altri tempi quand’è perfetta, accolse l’avvocato e sua moglie come accoglieva tutti quella sera, senza differenza per alcuno, con ogni sorta di belle maniere e di parole gentili. Il marchese presentò la signora Della Valle a sua nuora, la marchesa Giulia, la quale fu cortese anch’essa, ma col fare un tantino di protezione e di curiosità; un fare un po’ più moderno.

Sulle prime, la soggezione che in loro mettevano i padroni di casa e tutte quelle facce nuove che si vedevano in giro, gli addobbi ricchissimi della sala, le lumiere, le livree dei servitori, e fin Mevio che non era più quel giovialone di tutti i giorni, diedero a Massimo e all’Enrichetta un grande imbarazzo e un improvviso desiderio di trovarsi lontani di lì. Ma poi, a poco a poco, finirono anch’essi col trovare la loro nicchia.

L’avvocato Massimo, che s’era tirato adagio adagio nel vano d’una finestra, ci trovò il consigliere Rocca, che in Castelrenico non aveva mai potuto digerire, ma che qui gli parve uno zucchero; e con lui avviò un lungo discorso sui diritti ipotecari, che avevan poco che fare con la festa di sant’Antonio, ma che erano in quel punto un porto di salute.

Enrichetta si trovò seduta vicino a una vecchia signora, di maniere gentili, con la quale cominciò a ricambiare qualche parola. Qualche parola di tanto in tanto veniva a dirgliela con galanteria il marchese Renica, cercando d’esser veduto e sentito soprattutto da don Gilberto; e frattanto le aveva presentati i suoi due figli, Giorgio, marito della marchesa Giulia ed Emanuele, elegante uffizialetto di cavalleria; poi, qualcuno dei suoi amici che aveva veduto avvicinarsi con curiosità.

Don Gilberto, per una vecchia abitudine di mettersi in concorrenza col suo amico il marchese Antonio, e per poter dare il suo giudizio sulla signora Della Valle, giudizio ch’egli riteneva il più autorevole di tutti e il solo decisivo, discorse a più riprese con Enrichetta, ora con l’aria di farle la corte parlandole piano del bel tempo, ora con l’aria di chi si ridesse un pochino di lei a seconda di chi lo osservava.

Enrichetta, che non sapeva di subire in quella sera il suo esame d’ammissione, rispondeva a tutti col fare semplice che le era abituale, col suo bel sorriso pieno di grazia e di modestia, e con nessuna di quelle parole pigliate a prestito che danno così facilmente in una stonatura. Il risultato dell’esame fu dunque buono, e anche don Gilberto finì col conchiudere tra sè con un «non c’è male.»

L’esame fu sospeso da un pezzo a quattro mani sul pianoforte che fece finire a un tratto le conversazioni, e obbligò a trovarsi un posto in qualche modo e in qualche cantuccio anche tutti quelli che fino allora eran andati girellando per la sala discorrendo qua e là. Dopo il primo pezzo, ce ne fu un secondo, poi un terzo; e fecero le loro prove una signora, un maestro, e un pianista che si degnava prodursi, per eccezione, anche in quella semplice riunione di famiglia. Un dilettante, che dilettava poco, cantò una romanza francese; alla scarsa voce suppliva con la molta espressione, cioè guardando molto il soffitto, stralunando gli occhi, e tenendosi le due mani sul cuore per non lasciarselo scappare. Ogni pezzo finiva tra i soliti benissimo e bravissimo, che ognuno proferiva con un fare convinto e con una smorfia che desse al vicino un concetto non piccolo della propria intelligenza musicale. La marchesa Giulia prima di ammirare voleva sapere il nome dell’autore, per non cadere nel cattivo genere d’ammirare uno di quegli autori che possono essere ammirati da chicchessia. Quindi nel gruppo dov’era lei, e che era quello delle tre o quattro signore più eleganti, si ammiravano meno cose, ma per quelle poche c’era più calore e più disciplina.

Qualcuno, per far capire che aveva degli scaffali di musica in mente, pregava il maestro, ch’era un uomo compiacentissimo, di sonare sul cembalo il tale o tal altro pezzo che, per fortuna del maestro, non era necessario cercare in scaffali troppo polverosi. Fu pregato anche quel tale della romanza di cantar qualche altra cosa, ma il pover uomo stentava ancora a riavere il fiato e non ne poteva più. Qualcuno osservò che l’anima troppo sensibile e la troppa espressione che dava al canto lo facevan soffrire, e lo si lasciò tranquillo.

Il maestro a un tratto cominciò a sonare un valzer, che fu il segnale di una rivoluzione. Il marchese Antonio, che quella sera faceva tutto di vena, chiamò subito due servitori perchè accostassero al muro qualche mobile ch’era nel mezzo della sala, e si mise a far animo a tutti perchè facessero quattro salti. Qualche giovanetto di buona volontà, senza farselo dir due volte, trovata la compagna delle gioie o delle pene d’un valzer, s’era messo subito, prima ancora che tutti avessero fatto largo, a ballare con uno slancio degno di maggiore spazio. Dopo i giovanetti, e quando ci fu un poco più di posto, vennero quelli che ballano col fare serio e convinto, con le ciglia aggrottate e con l’attenzione di chi è alle prese o con un problema di matematica o con un brano difficile d’una lingua straniera. Poi quelli che aspettano un pezzo la battuta col piede levato, come il bracco che spia la selvaggina; quelli che si fan rossi in viso e scalmanati da far pietà, che faticano, soffrono, ma tengon duro fino alla fine. Vennero quindi i ballerini sentimentali e i ballerini eleganti, che fanno la loro comparsa non per regola ma per eccezione; e da ultimo qualche ballerino vecchio, di quei della guardia che muore ma non si arrende; e qualche signora un po’ in là con gli anni, di quelle che in teoria non ballano più, ma che in pratica ballano sempre.

Tutto insomma il personale danzante rispose all’appello del pianoforte, e poco mancò non ballassero anche il marchese Antonio e don Gilberto. La marchesa Giulia, intenta ora a far gli onori di casa, ora a fare un poco di conversazione con le amiche e con gli amici più intimi, non fece che qualche giro di danza, di tanto in tanto, conceduto ben inteso a qualcuno dei ballerini più eleganti, e della categoria di quelli che ballano per eccezione.

Enrichetta, guardata da principio con curiosità e un poco alla lontana da quelli che la vedevano per la prima volta in quelle sale, poi invitata a ballare da qualcuno, bella, agile, gentile, s’era presto veduta all’ingiro una numerosa clientela di ballerini che se la rubavan tra loro.

Tra questi spiccava don Emanuele, l’uffizialetto, come uno dei più assidui e dei più prepotenti: cosa che don Gilberto si affrettò di far osservare al suo amico il marchese Antonio.

«Il nostro Emanuelino non è di cattivo gusto, eh!... Si direbbe che non gli dispiaccia del tutto quella donnina dell’avvocato di Castelrenico!... E non c’è che dire, la è un bel bocconcino davvero!»

Don Gilberto guardò in faccia al suo amico, aspettandosi una smorfia non bella; ma il marchese Antonio invece gli rispose con un certo sorrisetto di compiacenza, che gli era abituale ogni qual volta gli si parlava di suo figlio Emanuele.

«Guardate un po’ se l’ha adocchiata subito!» continuava don Gilberto. «E m’ha l’aria di volersela proprio tutta per sè!...»

«Se ci si mette lasciatelo far lui... quel cattivo soggetto!» rispose il marchese con una compiacenza anche maggiore.

«È tutto suo padre!» ripigliava don Gilberto. «Vi ricordate di quei tempi?...» E questa volta il marchese si accontentava di rispondere con una fregatina di mani.

«Temo che mi pigli il passo!» disse poi, dopo una pausa, «perchè a ventidue anni ha già avuti quattro duelli, mentre io a quell’età non ne avevo avuto che uno. Buon figliolo però, leale, coraggioso, e tutto cuore! Un mese fa mi sfidò uno perchè lo fissava sempre, e quando s’accorse che era losco gli fece le sue scuse e non volle più battersi con lui; si battè invece con uno dei padrini, ben inteso. Di tanto in tanto già me ne fa qualcuna, ma poi corre subito a dirmela lui per il primo. Il babbo allora gli dà la sua ramanzina a dovere;... ma il mese dopo, di solito, me ne fa un’altra. Tutte cose onorate, intendiamoci!... qualche debituccio, qualche donnina, qualche impertinenza.... Raccomando sempre al suo colonnello che me lo tenga con una mano di ferro; ma ci vuol altro! Quel diavolo ha già rubato il cuore anche del colonnello....»

«E stasera vuol rubar quello della signora Enrichetta!»

«Oh vi dico io che è un bel soggetto!» E così dicendo, il marchese Antonio si allontanò con una nuova fregatina di mani.

Poco dopo don Gilberto era seduto vicino alla marchesa Giulia, la quale faceva crocchio con alcune signore sue amiche, e con qualche elegante adoratore che capitava di tanto in tanto.

«Chi proprio m’ha l’aria goffa più del bisogno è quel povero diavolo d’avvocato che se ne sta là, da un’ora, nel vano della finestra, senza trovar modo d’uscirne!» diceva don Gilberto alla marchesa Giulia, che sorridendo gli rispondeva: «Veduto in Castelrenico, pareva meno male....»

«Ma qui, cara marchesa, proprio non va!» continuava don Gilberto. «E avere una moglie così bellina!... Eh! è venuto in un cattivo paese, quell’avvocato!... È stato un bel rischiarsi!... E per mettersi al sicuro non basta sempre, come stasera, il vano d’una finestra!... con una moglie così bellina!»

«Bellina! è la parola che ci vuole,» soggiunse la marchesa, «perchè a esser bella davvero, diciamolo, ci manca assai. Basta bellina.»

«Come vuol lei, marchesa. Diremo bellina, ma bellina poi sì! E anche carina; di modi semplici; discorre benissimo, è un poco imbarazzata, è vero... si capisce che è appena venuta fuori del guscio... ma è una donnina che ha dell’avvenire!... Quanto poi all’avvocato....»

«Convengo, don Gilberto, che la signora Della Valle possa farsi anche migliore,» riprese la marchesa, «senza pretendere, ben inteso, che acquisti quel non so che, che uno ha ma non impara....»

«Bisognerebbe insegnarle un poco ad abbigliarsi,» soggiunse una delle signore del crocchio. «Un passo ancora, e poi que’ nastri e nastrini farebbero pensare alle acconciature dei cagnolini ammaestrati....»

«Ha dei bellissimi capelli,» aggiunse un’altra, «ma bisognerebbe mandarle a casa un parrucchiere; tanto più che in oggi il parrucchiere è necessario più che i capelli.»

«Secondo i casi!» osservò don Gilberto sollevando con la mano quei quattro che gli rimanevano. Poi continuò: «Insomma tocca a lei, marchesa, a dar qualche lezione a questa signora Enrichetta; a insegnarle un po’ di buon gusto; a cavarne fuori insomma qualcosa... perchè l’intelaiatura è buona....»

«E perchè no!» rispose la marchesa. «Ha il fare piuttosto per bene....»

«È una compagna di poche pretese,» continuò con qualche malizia don Gilberto; «può tornare alle volte comodissima....»

«Scommetterei però» soggiunse la marchesa interrompendolo «che quella signora ha ben poca salute. Vedete come ha già l’aria stanca... Ballando ha preso un po’ di colorito, e pare anche più bellina; ma appena venuta qui, aveva il viso pallido, trasparente, che pareva d’alabastro....»

«Faceva compassione in verità!» aggiunse una delle due signore.

«A me invece» rispose don Gilberto «fa compassione ancor più l’avvocato!»

«Oh! perchè? perchè?» saltò su Giorgio, marito della marchesa Giulia, capitato in quel punto.

«Perchè?...» rispose don Gilberto «perchè ci sono anche gli avvocati delle cause perse!»

«Oh! oh!» si esclamò nel piccol crocchio; e il marchese Giorgio se ne andò ridendo un poco troppo, com’era solito.

La festicciola durò fino alle due ore dopo la mezzanotte. L’avvocato Massimo, che non era stato tra quelli che s’eran divertiti di più, uscito dal vano della finestra in compagnia del consigliere Rocca, il quale verso la mezzanotte s’era congedato dai padroni di casa, aveva anch’esso mostrato timidamente l’intenzione di fare altrettanto, dopo avere scambiato, con poco frutto, un’occhiata con sua moglie. Ma il marchese Renica aveva tagliato netto, dicendogli che questa volta bisognava lasciar comandare il padrone di casa, e i ballerini della bella sposina: così, fallito quel primo tentativo, non aveva più osato fiatare. Poco dopo, l’ingegnere Mevio era venuto a invitarlo a fare il quarto a un tavolino di giuoco con altri tre mariti rassegnati: ci andò, e ci rimase fin che la sala fu quasi vuota, e le danze di necessità dovettero finire.

Marito e moglie, tornati a casa, trovarono ancor desto e in piedi Giovanni che li aspettava e voleva sapere com’era andata. Enrichetta era stanca, rifinita; dopo alcune parole, con le quali cercò di esprimere la sua maraviglia e il suo sbalordimento, se ne andò a letto. Essa avrebbe voluto pigliar sonno subito, ma non ci riuscì che ai primi crepuscoli del mattino. Quella gente, quelle sale, quel non so che di così nuovo per lei; quegli omaggi avuti; quelle parole seducenti che le erano state ripetute e che le avevan dato una specie di fascino, di soggezione, e di sbigottimento a un tempo, le ritornavano come ripetute da un’eco; la tenevano quasi agitata, e le impedivano di chiuder occhio. La mattina seguente, ritrovando la quiete di casa sua, si sentì subito riposata, si sentì meglio; buttò le braccia al collo del suo Massimo, e tutta quella fantasmagoria delle cose vedute e udite in casa Renica svanì, come se tutto fosse stato un sogno e nulla più.

Giovanni, per tornare un passo indietro, non aveva voluto lasciar andar a letto suo genero così subito. Innanzi tutto gli aveva preparato un poco di cena, e gli aveva messo sulla tavola una buona bottiglia di vino vecchio, dicendogli: «Di questo non ne avrete bevuto, perchè so ben io come vanno le cose nelle case dei gran signori.» Poi, messosi a sedere, aveva cominciato a farsi dire per filo e per segno quel che aveva veduto, quel che aveva sentito, e quel che avevan detto, durante la festa, d’Enrichetta e di suo padre.

Massimo, mentre si rifocillava, e n’aveva bisogno, perchè per una certa soggezione non aveva osato pigliar nulla tutta la sera, raccontava mano mano, tra un boccone e l’altro, le cose vedute, e la grande accoglienza avuta. Giovanni non lo lasciava mai finire, e subito era lì con una nuova interrogazione, o con una esclamazione.

«Eh sì! i nostri signori di Milano fanno le cose a dovere!» diceva Giovanni. «Tutte le sale illuminate, stufe e tappeti fin sullo scalone, livree tutte listate d’oro.... nevvero?... eh sì! i nostri signori ne hanno dei quattrini!... ma sanno anche dargli aria!... Insomma avete veduto un gran lusso! e sì che non si trattava che d’una festicciola di famiglia. Immaginatevi poi le feste in grande! immaginatevi!... Milano è un gran Milano! ve l’ho sempre detto io.... I gelati bonissimi, nevvero? Ah! ma voi non avete assaggiato niente.... e avete fatto male, perchè c’è sempre chi osserva, e pare che non si voglia gradire!... Siete un poco sbalordito, eh! caro avvocato? Lo capisco.... ma quello che avete veduto stasera è ancora un niente. Vedrete poi, vedrete questo carnovale! Vedrete le feste del Casino, vedrete il teatro della Scala....»

«Ah! il teatro della Scala l’ho già veduto!»

«E i veglioni? e i coriandoli?»

«Ho veduto una volta anche questi, pur troppo!»

«E il corso? e gli equipaggi? e l’Arena allagata? e le botteghe dei salumieri la vigilia di Natale?...»

«Le ho vedute.»

«Eh! ce ne sono ancora a bizeffe delle cose che non avete vedute! Ma vedrete tutto, se vi lasciano a Milano, e poi parlerete. Quando poi vi manderanno in un’altra città, allora farete i confronti, e mi saprete dire se Giovanni aveva o no ragione!... perchè delle città ne ho vedute anch’io, e parecchie.... Ho veduto Lodi, ho veduto Monza, e Como, e Bergamo.... ma una città come Milano non l’ho veduta mai!... Milano è la prima città del mondo!... Non toccherebbe a me il dirlo, ma insomma....»

E Giovanni continuava; ma poco dopo l’avvocato avendo finito di cenare e sentendosi venir sonno, preso il lume gli diede la buona notte.

VII.

Il giorno seguente, di buon mattino, una lettera pressante era venuta a svegliare Giovanni e farlo correre a gambe a casa dell’uffiziale della sua compagnia. Si parlava in città d’assembramenti, di dimostrazioni politiche, di tafferugli che s’aspettavano per quella sera; e l’uffiziale, che aveva l’ordine di trovarsi al quartiere con parte della sua compagnia, aveva fatto subito chiamare il sergente Figini, e l’aveva incaricato di metter assieme nella giornata un drappello di militi di buona volontà. Giovanni, dopo aver fatto capire all’uffiziale come un tal incarico non fosse una piccola bagattella, ma dovendo pur convenire che per un simile affare non avrebbe saputo, nemmeno lui, chi altri meglio suggerire, senza perdere un minuto, s’era messo all’opera. Girò per un paio d’ore, di casa in casa, di bottega in bottega, su e giù per cento scale, e quando gli parve d’essere in porto, ritornò a casa per mettere in assetto anche lui le cose sue.

Levò da un armadio, dove stava sospeso alla gruccia, l’uniforme; lo spazzolò ben bene, lo distese sul letto, diede una ripulita ai bottoni, e a uno a uno con una tiratina si assicurò se erano saldi. Poi pigliò il fucile, diede il bianco al cinturone, tirò a lucido la canna, le fascette, la bacchetta; tastò qua e là col cacciavite se non c’era nulla d’allentato; e di tanto in tanto appoggiando il calcio alla mascella, spianava l’arma, pigliava di mira una pera di sasso o un’arancia di lana che aveva sul canterano, tirava il grilletto, e tutto ciò con un piglio così risoluto, che faceva scappar spaventate le donnicciole del vicinato che per avventura lo vedevano in quel punto dalle loro finestre.

Mentre dava mano a tutte queste faccende, Giovanni andava ripensando a quello che gli aveva detto l’uffiziale. «Cose da perder la testa!» diceva tra sè. «Ma chi sono? ma cosa voglion fare questi tali?... Tanto s’è fatto per arrivare al punto in cui siamo!... ci siamo arrivati da ieri, come per miracolo, e, signor no! ci sono già i malcontenti!... Non vi piace il ministero? non vi piacciono i deputati? non vi piace Tizio o Sempronio?... Abbiate pazienza! quando darete il vostro voto, lo darete a chi vi piacerà.... Dico bene o no?... Questo tripolo, per esempio, non è buono che a sporcar le dita, e non vale un cavolo... ma un’altra volta andrò da un altro droghiere, e la sarà subito aggiustata.... E vogliono pigliarsela con chi? Si canta e si grida tutto il giorno che siam tutti fratelli, e poi per la più piccola cosa si vuol venire a’ pugni! Bei fratelli! Bella figura che si fa fare a Milano! Domando io cosa si dirà di fuori? Oh! ma già mi immagino che tra questi farabutti, di milanesi non ce ne sarà. Li conosco io i Milanesi! Sarà gente pagata, gente che viene da Dio sa dove.... Oh, ma se fossi io il Governo, gliela vorrei far vedere! È perchè noi milanesi siamo troppo buoni, siamo troppo di pasta dolce! Ma se stasera me ne capita tra’ piedi qualcuno di questi tali... vedranno cos’è il Figini! Il Figini a suo tempo è buono e al di là di buono; ma poi non bisogna fargli montare la mosca al naso!... L’uffiziale diceva che qualcuno di costoro potrebbe aver anche delle armi indosso.... Portar le armi contro i fratelli? Ci vorrebbe anche questa! Oh, ma non è possibile, e non ci credo se non vedo! Avete dei reclami da fare? Fateli in buona pace! chi ve lo impedisce? Gridate fin che volete su pei giornali, che ne avete a bizzeffe; ma non venite a gridare in piazza! È così chiara. Avete vuote le tasche? andate a lavorare. Quel Governo che dia un impiego a quanti passano per le strade non verrà mai! Ragazzacci! Li avete già dimenticati quelli dei baffi tirati su col sego? Vi par proprio che si deva trattare quei di casa nostra, come meritavano d’esser trattati quelli là? Vergogna! E a sentirli loro saran tutti patriotti. Bel patriottismo? Quando non si sa sacrificar niente; quando non si sa compatire e non si sa aver un poco di pazienza.... Terrà duro questa fibbia? Sarebbe prudenza farne mettere una più salda, perchè conosco il mio carattere, e se me la fan montare, una qualche volta rischio di rimanere senza cintura e senza il fodero della baionetta.... È così che per i grilli di quattro ragazzacci si mettono a cimento i padri di famiglia....»

I ragionamenti del nostro Giovanni furono interrotti a un tratto dal rumore di due o tre usci spalancati bruscamente nelle stanze vicine, poi dalla comparsa improvvisa di suo genero, che con un piglio insolito e gli occhi pieni di collera, buttata sul canterano una lettera aperta, dicendo «leggete! leggete!» s’era messo a misurare la stanza a passi concitati dando un calcio a ogni sedia che gli veniva tra’ piedi. Il povero Giovanni si sentì gelare il sangue, e senza capir bene, in su quel subito, se fosse morto qualcuno, se ci fosse una rivoluzione o un saccheggio, capì però che si trattava d’una disgrazia. Pieno di spavento prese la lettera, si fece vicino alla finestra, mise gli occhiali, e cominciò a leggere senza aprir bocca, e guardando di tanto in tanto l’avvocato.

La lettera era di otto facce, e chi scriveva era il deputato, il quale dopo un preambolo alquanto impacciato, veniva a dire che quel tal decreto dell’impiego era firmato, ma che l’impiego poi era tutt’altro da quello che aveva creduto; ch’era corso subito dal ministro, nel supposto e nella speranza di un equivoco, ma la cosa pur troppo era tal quale. Diceva d’essersi vivamente lamentato col ministro, ma che il ministro gli aveva risposto che gli sarebbe stato impossibile fare di più; che non poteva nominar di colpo a un posto più alto un aspirante nuovo con danno e offesa di tant’altri impiegati; che bisognava cominciare dal primo passo, e ch’era già una fortuna il poterlo fare in mezzo a tanti che vi aspiravano. Il ministro poi aveva soggiunto che l’avvocato Della Valle co’ suoi meriti avrebbe potuto progredire prestissimo, e che avrebbe avuto subito cento occasioni per arrivare, con piena giustizia, di passo in passo a quella mèta più alta che era ne’ suoi desiderii. La lettera del deputato, ch’era scritta fino a metà in un tono sdegnatissimo, si andava mano mano calmando, nella speranza che succedesse altrettanto in chi la doveva leggere, e a un certo punto vi si cominciava anche a inzuccherare la pillola. Veniva una tirata eloquente sulla missione alta, patriottica, nobilissima degli uffiziali della pubblica sicurezza in uno Stato libero. Vi si parlava dell’Inghilterra, dell’America; si citavan brani di scrittori e di filosofi illustri. Alla fine poi si ammainavan le vele: il deputato prometteva tutta l’opera sua perchè quei passi da farsi nell’avvenire riuscissero rapidi davvero; e più sotto ancora, quasi all’ultimo rigo, c’era la gran parola: l’impiego era quello di delegato di Questura, di seconda classe, con mille e duecento lire. Poi mille saluti, mille proteste d’amicizia e molte altre migliaia di bellissime cose.

A questo punto Giovanni, ch’era divenuto furioso non meno di suo genero, ma che non aveva ancora potuto riavere il fiato, buttò da parte anch’esso la lettera, che andò a finire per la seconda volta sul canterano. L’avvocato intanto aveva ricomincialo a sbuffare.

«È questo il modo di canzonare un galantuomo?... Vedete cosa sono questi vostri ministri! Vedete cosa sono questi deputati! Avevo creduto che questo qua fosse meno male degli altri.... ma, signor no! son tutti d’una risma!... Si tiene a bada un galantuomo per sei mesi.... gli si fa un monte di promesse, e poi si ha il coraggio di buttargli lì una proposta di questa fatta!...»

«Ma io dico che si può fare anche un bravo processo a chi inganna il prossimo a questo modo!» saltò su Giovanni a cui principiava a snodarsi la lingua.

«Il processo lo potete fare a me....» bisbigliò l’avvocato «a me che finisco, in certo modo, con l’avervi ingannato.... L’avevo avuto io il presentimento! l’avevo detto io che il mio dovere era d’aspettare!...»

«Tacete, Massimo! Cosa dite mai! Se non aveste sposata mia figlia, ve la farei sposar oggi. Sareste matto a perdervi d’animo, voi! col vostro talento! Se non è per oggi, sarà per domani; ma l’impiego, e un impiego in grande come ci avete diritto voi, non mancherà! Troveremo un’altra strada, e ci arriveremo prima di quello che si pensa!... Villani calzati e vestiti!... venirci a dire di queste cose!...»

«Un impieguccio infimo di polizia a.... a un avvocato!...»

«È gente che ha invidia di voi! capite? Hanno cercato di umiliarvi se ci riuscivano. Oh la è chiara! Ma quando si vogliono trovare dei gonzi, bisogna cercarli in altro paese.... bisogna cercarli!»

«Il Governo deve avermela giurata fin da quand’ero in Castelrenico.... lo scommetterei! Questa è una vendetta! C’è dell’ironia nel proporre a me, a me! un posto in Questura!»

«Sicuro! oh qui c’è sotto del mistero! In Questura voi!... Esser voi quello che fa pigliare i borsaioli? E mentre eravate quello che difendeva i colpevoli, con tanto di toga, diventar a un tratto quello che li mette in gabbia!... Ma domando io se la ci può stare col vostro decoro, con la vostra dignità? E poi.... è vero che adesso la chiamano la Questura, ma a’ miei tempi l’hanno sempre chiamata la Polizia! Bel nome! bell’uffizio! Un impieguccio di mille e duecento lire a voi che siete già sulla strada di conoscer mezza la nobiltà di Milano!... Avranno saputo che avete preso moglie a Milano.... che siete diventato milanese anche voi, e avranno voluto farvi un tiro.... perchè gli è inutile, c’è della gente che ha invidia dei Milanesi!... Ma non abbiate paura, la spunteremo egualmente.... ci penserò io! e se non ci riesco, mi si cambi il nome di Figini! Guardate cosa arrivo a dirvi!»

Quest’ultime parole le disse in tono sicuro come ne fosse convinto, perchè servissero di conforto a Massimo, che parea farsi sempre più pensieroso ed agitato.

«Cosa volete sperare?... cosa volete sperare da questi ministri?... Ve lo dicevo sempre io, quando mi contavate tante maraviglie di loro....»

«Delle maraviglie me ne contavate tante anche voi del vostro deputato!...» rispose Giovanni, non per giustificare i ministri che in cuor suo aveva già sacrificati, ma per giustificare se stesso dividendo le colpe col genero.

«Il deputato,... il deputato» rispose Massimo «ha cambiato principii.... non è più quello d’una volta.... non val più niente! Me ne sono accorto tardi.... ho sbagliato!... E dire che ho fatto tanto per lui, quando gli amici del Ministero non lo volevano!... Ma lo aspetto a una nuova elezione! In Castelrenico non piglierà più un voto....»

«E così posso dirvi anch’io dei miei ministri. Li cambieremo! C’è del malcontento in parecchi, e a buon conto stasera c’è una dimostrazione contro di loro! Oh! non stanno in scranna una settimana! E quando li avremo cambiati, sapremo anche trovare la vena giusta per farci ascoltare dai nuovi. Ma non bisognerà perder tempo: molte conoscenze le ho io, e molte ne dovete far voi. Voi dovete lanciarvi nelle grandi società.... dove si incontrano i pesci grossi.... È là! è là che si trovano le protezioni che non sbagliano.... perchè, non per far torto ai vostri nè al vostro paese, ma che peso volete che abbiano questi deputati di campagna? Ci vuol altro! Dunque fatevi coraggio, e tra un paio di mesi avrete un impiego.... ma coi fiocchi! come ci avete diritto voi. Intanto non diciamo niente a nessuno, e se qualche curioso ve ne parla, si dice che l’impiego c’è, ma che si fanno delle nuove pratiche perchè si vorrebbe rimanere a Milano. Al momento non diciamo niente neanche a Enrichetta, perchè la conosco io quella benedetta figliola! per un niente s’accora subito. Ma a quel deputato rispondete di buon inchiostro! Ditegli che rimandi quella nomina, e che ne dica quattro in vostro nome a quel signor ministro! Perchè bisogna anche far capire alla gente che non s’è di quelli che si lascian porre il calcagno sul collo! Questo ministro poi tra pochi giorni se ne andrà a spasso, e non vi potrà far più nè bene nè male.... ma intanto gli avrete insegnata la creanza....»

Giovanni continuava così, e l’avvocato Massimo, che s’era fatto sempre più pensieroso, all’udire il nome d’Enrichetta, accostatosi a un tavolino, si mise a sedere, appoggiò il capo tra le mani, e rimase un pezzo cupo e senza parole. Giovanni, sempre per fin di bene, non l’avrebbe finita più, se a un tratto, spalancatosi l’uscio, non si fosse veduto dinanzi Ambrogio, il suo vicino di casa, che in uniforme e col fucile in mano veniva a domandargli s’era pronto.

«Come! avete già desinato voi?» gli rispose Giovanni. «Eh! ve la siete pigliata ben calda!»

«Ma, cosa m’avete detto stamattina?» replicò Ambrogio.

«V’ho detto quello che i superiori mi avevano ordinato di dirvi,» continuò Giovanni. «Ma voi sapete che i superiori, quando si tratta di far galoppare gli altri, hanno sempre fretta. Io che so da un pezzo come vanno a finire queste cose, desinerò con tutto mio comodo, e poi bel bello andrò al quartiere, e conto d’arrivarci prima del bisogno, se pure il bisogno ci sarà!»

«Stamattina però era un tutt’altro parlare il vostro! Se mi facevate meno fretta, sarei stato anche quel tale da rispondervi che non potevo venire stasera, perchè, a dirvela, avevo promesso a un amico di fargli il quarto a’ tarocchi....»

L’avvocato Massimo intanto, presa la sua lettera, l’aveva riposta in tasca e se n’era andato. Giovanni s’era messo a spazzolare l’uniforme una seconda volta, per non lasciar vedere il suo imbarazzo ad Ambrogio.

«Non è ch’io abbia detto diversamente....» ripigliava Giovanni; «ma è che quando uno parla, c’è modo e modo di capire. La colpa è dei superiori: a sentirli loro, a ogni mosca che vola casca il mondo. A noi tocca obbedire, ma non è poi necessario pigliarsi ogni volta un’infiammazione....»

«Ho capito, ho capito! Come la è così, vado a bere il caffè, che non l’avevo neanche bevuto, e stasera vado a far la mia partita.»

«Adagio, adagio! non v’ho detto questo....»

«Ma io ho capito quello che dovevo capire! Anche voi come superiore fate bene a parlar così, ma farò bene anch’io a non pigliarmi l’infiammazione!»

«Guardate però che la responsabilità è vostra!... ehi! Ambrogio!» gridava per la seconda volta Giovanni; ma Ambrogio se n’era già andato.

Sull’imbrunire, dopo aver mangiato un boccone di mala voglia, il nostro sergente se ne andava al quartiere, e ci trovava, venuti prima di lui, tutti i militi ch’era andato a chiamare la mattina, fino a uno, meno Ambrogio, tanto li aveva scelti bene. Nel quartiere, insieme a questi, ce n’eran altri d’altre compagnie, ma scelti un po’ meno bene a quanto pareva dai discorsi e da certe discussioni calorosamente avviate sul decidere se questi tali della dimostrazione avesser ragione o no, e se andavano o no messi al dovere.

«In quanto a me,» diceva uno dei militi, «se voglion passare di qui, padronissimi.»

«Lei farà quello che le comanderanno di fare!» rispondeva un altro.

«E a lei intanto dico, che quel tale che deve comandare a me non è ancor nato!» ripigliava il primo.

«Però, se la cosa è proprio così, lei potrebbe anche andarsene a casa sua.»

«E se volessi invece star qui?... Sono nel mio diritto!»

«E dei suoi doveri lei non dice niente?»

«I miei doveri li so benissimo. Ma metta un poco ch’io non sapessi se abbia ragione il Governo, o quelli che stasera gli vogliono vociar contro! Se si vuole ch’io prenda un partito, mi si lasci il tempo di studiar la cosa e di decidere.... dico bene?... Ma stasera, oh bella! sono preso alla sprovvista, e ho il diritto di starmene neutrale!»

«Ma allora se ne vada a casa sua! Quello è il posto da star neutrali!...»

«Un momento.... un momento.... sentano anche me! Loro parlan benissimo tutti e due, e quando avrò spiegato come son le cose, si troveranno subito d’accordo;» diceva un terzo che era in faccende a metter pace. E parlando ora con l’uno ora con l’altro, senza lasciare che lo interrompessero, spiegava come non si trattasse di dar ragione a nessuno, ma di metter pace, d’impedire un disordine o un malinteso coi soldati. E qui, per non dar torto nè ai soldati nè a quelli della dimostrazione, diceva: «I soldati non possono parlare, e gli altri schiamazzan troppo. Così cosa succede? Succede che non s’intendono. E allora veniamo noi, perchè noi siamo, è vero, una milizia, ma una milizia che può parlare. E alle volte una buona parola fa tutto!... E adesso siamo d’accordo?»

«Le son storie!» saltava su un altro. «Io so che in queste circostanze volano anche dei sassi, e domando io che diritto ha il Governo di esporre un cittadino che vuol starsene fuori, a pigliarsene uno in faccia? Cosa volete che me la pigli calda per un Governo così imprudente!»

«Dite balordo! perchè se si grida, è perchè ce n’è delle ragioni.... è tempo di cantarle chiare e di finirla!»

«Un balordo sarete voi, se parlate così!... lasciatemi dire.... abbiate pazienza....» diceva un altro, paciere anch’esso, ma di carattere un po’ più focoso.

Insomma ognuno aveva un monte di ragioni da dire, e chi gridava più forte faceva crocchio intorno a sè. In questi crocchi si decideva in fretta e furia ogni sorta di questioni. Ognuno buttava là un capitolo del vero codice per ben dirigere gli Stati e render felici i popoli; ma i popoli, non essendo presenti, anche questa volta non potevano rispondere nè sì, nè no.

Qualcuno intanto era uscito fuori, ed era andato a vedere cosa succedeva nelle strade vicine e nelle lontane. Mano mano capitava qualcuno a portar notizie, e si cominciava a capire che il temporale finiva senza acquazzone, o al più con quattro gocce. In qualche piazza s’eran veduti dei capannelli che i curiosi avevano mano mano ingrossati, ma tra tutti assieme poi non avevano fatto altro che schiacciarsi a vicenda le costole. Qualcuno aveva cercato, col vociare degli abbasso e degli evviva, e con l’accendere qualche torcia a vento, di mettere un poco d’anima negli astanti, e di tirarseli dietro per la città. Quanto al gridare, sulle prime la non era andata male, ma quanto al moversi non se n’era fatto nulla. Intanto s’eran lasciati vedere anche quelli dell’ordine pubblico, e pigliandone uno con le buone, e un altro per il collo, avevano finito qua e là a diradar la gente e a rimetter la quiete. Ma in qualche punto c’era stata qualche comitiva di ragazzacci e di monelli che, impadronitisi delle torce e dei lampioni, s’eran messi, poichè il divertimento minacciava di andare in fumo, a improvvisarne uno per proprio conto. Tutto sommato dunque, c’era oramai da prevedere che la sera sarebbe passata senza guai, e che le guardie nazionali sarebbero presto ringraziate.

E infatti anche in quartiere i discorsi avevan cominciato a cangiar di tenore: si discuteva un poco meno, e si canzonava un poco più.

«E lei cosa ne dice, signor Figini?» domandò a un tratto un tale al nostro sergente che fino allora, contro il suo solito, non aveva aperto bocca.

«Cosa ne dico io?»

«Sì, lei!»

«Io dico che c’è del marcio!» rispose Giovanni con solennità, e con una smorfia che gli vedevano per la prima volta.

L’esclamazione che fecero e quello della domanda e quei due o tre che udirono la risposta, chiamò subito qualche curioso, e in un minuto anche lì ci fu un crocchio e una discussione avviata. Sulle prime tutti interrogavano, e Giovanni era solo a rispondere.

«Del marcio?... del marcio, dove?...»

«Quando dico che c’è del marcio, è del Governo che intendo parlare! la mi par chiara!...»

«Oh! oh!»

«Come?... è lei, signor Figini, che parla così?»

«Bravo, signor Figini!»

«Che novità è questa?»

«Ah! le so ben io le novità!... e quando il Figini arriva a parlar così» era il Figini che parlava «dite pure che è un gran segno!»

«Un gran segno di che?»

«Voglio dire che sarebbe un gran segno.... perchè finora propriamente non ho parlato, ma se volessi parlare ne avrei delle belle!»

«Sentiamo! sentiamo!»

«Animo, signor Giovanni, butti fuori!»

«Come? lei, signor Figini, sempre così zelante per il buon ordine....»

«Appunto per questo! Suppongano loro signori che io, per esempio, vedessi nel Governo un disordine.... in tal caso sarebbe a favore del disordine ch’io lavorerei, se volessi far rispettare l’ordine! Mi spiego?»

«Insomma, signor Figini, stasera lei è uno di quelli della dimostrazione!»

«Se la sentissero i superiori!»

«Piano! piano!... Io non ho detto niente! Io non ho fatto che supporre!»

«Ma insomma, alle corte, se quelli della dimostrazione passano per di qui, lei cosa fa?»

«Eh! se non fanno niente di male, si sta a vedere.... perchè poi a volersi intrometter troppo, si può anche imbattersi in qualche carattere permaloso e aizzare senza volerlo.... si può far peggio insomma! E se non facessero che gridare un tantino, che male ci sarebbe? Sentiremo cosa gridano! Supponete che nel Governo ci fosse un ministro veduto di mal occhio, un poco di buono, e che si gridasse proprio abbasso questo tale! Ma in questo caso, io dico che nell’interesse del Governo bisogna lasciar gridare! Bel servizio che fareste ai ministri se gli lasciate in compagnia uno che fa torto a tutti! Chi ama il Governo davvero bisogna anzi che lo aiuti a mandar questo tale con le gambe all’aria! Dico bene?»

«Ben detto! benissimo!» diceva a ogni due parole del Figini un tale, che in quartiere era sempre il milite di più cattivo umore, un certo signor Canziani, impiegato in disponibilità.

«E insomma» conchiuse Giovanni vedendo che il crocchio si faceva agitato «non tocca a noi l’impacciarsi di politica! Non sono affari nostri questi! Ci pensi chi tocca! Il nostro dovere è tutt’altro!...»

«Quale di grazia? poichè dite sempre così! Vi ricordate quella sera che si parlava di ladri?...» saltò su uno; e Giovanni sarebbe stato imbarazzato a rispondere se in quel punto non veniva in suo aiuto un gran chiasso nella strada che fece correr fuori quanti erano in quartiere.

Uscì fuori anche il nostro Giovanni. Era una di quelle comitive di ragazzacci e di monelli, che con qualche fiaccola accesa facevano la loro dimostrazione cantando e schiamazzando.

Poco dopo il nostro sergente rosso in faccia, ansante e con l’uniforme slacciata, rientrava in tutta furia in quartiere tra gli applausi e le sghignazzate dei compagni, tenendo uno di quei monelli, afferrato per il collo. Cos’era successo? Era successo che l’uffiziale aveva voluto rimandare quei monelli a casa loro; s’era cercato di persuaderli, ora con le buone, e ora con le cattive, portando loro via le torce a vento; i monelli s’eran messi a motteggiare, e Giovanni era stato preso di mira più d’ogni altro. Allora nel nostro sergente s’erano riaccesi gli spiriti antichi. Sulle prime s’era accontentato di far la cera brusca; ma i motteggi eran raddoppiati; allora, perduta la pazienza, aveva ricorso a qualche scappellotto. Quello era stato il segnale della battaglia; scappellotti da una parte, e fischi dall’altra, finchè i monelli, presa la fuga e fischiando sempre, eran scappati per di qua e per di là. Giovanni però gli aveva inseguiti, e gli era riescito di afferrarne uno, e condurlo in quartiere.

La gioia del trionfo fu però breve. Si risovvenne dei propositi fatti, e fu malinconico per parecchi giorni. Non fece parola dell’accaduto con suo genero, e andò ripetendo più d’una volta tra sè: «E dire che sono forse stato io a tener su il Ministero quella sera!... Ma è inutile! il disordine non lo posso vedere neanche quando ce ne vorrebbe un tantino!... Sono fatto così!»

VIII.

Due anni dopo, nel febbraio del 1864, due nostre conoscenze di Castelrenico, Martino il legnaiolo, e quel Simone dalla giubba verde e dalle dieci mila lire, si trovavano un bel mattino, senza saperlo, in una stessa vettura che due volte la settimana andava da Castelrenico a Milano. Questa combinazione sulle prime era piaciuta pochissimo sì all’uno che all’altro. Un simil viaggio non era un piccolo avvenimento per tutti e due: ci doveva essere qualcosa di straordinario; e gelosi delle faccende loro, dopo aver maledetto in secreto il momento in cui avevan scelto proprio quella giornata, s’erano salutati con un certo imbarazzo, e scambiata qualche parola impacciata di sorpresa ed anche di giustificazione a cui, ben inteso, non avevan creduto nè l’uno nè l’altro.

Dopo qualche tempo però, siccome o bene o male si finisce a questo mondo con l’adattarsi a tutto, così anche i nostri due viaggiatori, rabbonitisi un poco, finirono col far quattro chiacchiere, cercando tutt’al più di tanto in tanto di scavar qualcosa l’un dall’altro, se era possibile.

«Non faccio per dire,» diceva Simone, «ma non c’è niente che mi dia tanto appetito come il viaggiare....»

«Bella cosa per voi che siete sempre in giro.»

«Oh! gran che! Scommetto che ormai andate in giro voi più di me.»

«Io? Se non esco mai fuori del paese!»

«Perchè avete troppo da fare.... lo capisco; ma quando si comincia a lavorare anche per paesi lontani, allora bisogna moversi per forza....»

«Eh! ci vuol altro. Si comincia, è vero, a far qualcosina, ma per aver faccende da per tutto bisognerebbe conoscere il giro del denaro, come il nostro Simone.»

«L’avete proprio indovinata voi con quell’acqua!» continuò l’altro come se non avesse intese le ultime parole di Martino. «Mi piace esser sincero! D’un filo che ce n’era, guardate un po’ che bel ramo d’acqua! Che forza!... E dire che nessuno ci aveva pensato mai! e nessuno sapeva neanche dove andasse a perdersi!... Insomma l’avete indovinata voi. E quando sento dire che lavorate per quattro, e sento parlare di quelle vostre seghe e macchine che non s’eran vedute mai, io dico sempre: eh! Martino non ha finito! ne rumina delle altre! se ne vedranno delle belle!...»

«Adagio! adagio! Sarò contento se arriverò a pagare i debiti.... cominciando dal più grosso.... quel che sapete voi.»

«Eh! cosa dite mai! Se vi posso servire in qualcos’altro, non avete che a parlare.»

«Grazie. Finchè non ho stracciate certe carte vecchie, non ne voglio sporcar delle nuove!»

«Ma quando tornerà a casa il vostro figliolo, vorrete bene impiantarvi un poco più in grande!... E se non lo vorrete voi, lo vorrà il figliolo, vedrete!»

«Tonino, innanzi tutto, così subito non tornerà. Vorrei lasciarlo dov’è almeno un anno ancora. Adesso è proprio sul più buono, perchè siccome comincia a difendersi discretamente anche quanto alla lingua tedesca....»

«E non è una corbelleria da niente, ve lo dico io» saltò su Simone «questa del capire le lingue! Intanto che loro, in quei paesi, parlano a quel modo per non lasciarsi intendere, voi capite tutto, e rubate qualsiasi mestiere! Ah, l’ha pensata bene quel vostro figliolo!... Mi diceva poi qualcuno ch’è passato da quelle parti, che il vostro Tonino si va facendo un così bel giovanotto, alto e serio, che quasi non lo si conosce più.»

«Ah! l’hanno detto proprio anche a voi?»

«E m’hanno detto anche che in sul mestiere bisogna fargli di cappello già a quest’ora!... Quelle seghe nuove che paion nastri coi denti, e quelle fatte a rotella, e quell’altre diavolerie che m’avete fatto vedere, ve le ha ben mandate lui?»

«Me le ha mandate lui, e poi m’ha insegnato per lettera il modo di metterle a posto e di servirsene. Bisogna leggerle quelle lettere! bisogna....» E Martino avrebbe voluto continuare, ma sentì gonfiarsi gli occhi e fermarsi a un tratto la parola come da un nodo che gli stringeva la gola. Allora Simone ricominciò:

«E fate conto di starci un pezzo a Milano?»

«Io?... eh, spero sbrigarmi in un paio di giorni.»

«E così spero di far anch’io. Affari non ne ho.... vado a salutare un parente che non ho veduto da un pezzo, e poi ritorno. Alloggerò alle Due Spade: ci venite anche voi?... Ah! ma voi forse andrete in casa di vostro cugino l’avvocato....»

«Se v’ho da dire la verità, non so neanche dove stia di casa.»

Con ciò Martino aveva detto proprio quello che al compagno premeva di sapere. E il compagno ne fu tanto contento, che vedendo in quel punto un’osteria fece fermare la vettura, e volle a ogni costo pagare il vin bianco.

Continuarono poi a discorrere fino a sera, ossia fino alle porte della città; ma siccome e l’uno e l’altro si guardaron bene dal dire il motivo di questa loro andata a Milano, così, per saperne qualcosa, dovremo metterci in tutt’altra compagnia. Là vedremo anche per qual ragione abbiam voluto far fare ai lettori un salto di due anni; vedremo cioè se le cose capitate in quei due anni ai nostri personaggi valessero la pena d’esser narrate alla distesa.

Innanzi tutto facciamo dunque una visita in casa del marchese Renica, dove troviamo press’a poco la solita gente e il solito tavolino di giuoco. Forse a don Gilberto quei due anni che eran passati avevan procurato un poco di gotta di più, e probabilmente era quella la ragione per cui non lo troviamo questa volta tra i quattro della partita; ma anche questa piccola diversità non ce l’avrebbe concessa nè lui, nè il suo coetaneo il padrone di casa. Al posto di don Gilberto quella sera stava seduto al tavolino di giuoco l’avvocato Massimo, in compagnia del consigliere Rocca, dell’ingegnere Mevio, e già s’intende, del marchese Renica. L’avvocato Massimo non aveva più quel fare impacciato che gli abbiamo veduto altre volte in casa del marchese; non si teneva più interito sulla sedia e sedutovi soltanto a metà: discorreva con disinvoltura, citava all’occorrenza qualche autore, e si capiva che aveva fatto divorzio dal sarto di Castelrenico.

Anche chi osservava sua moglie, Enrichetta, a una prima occhiata capiva subito che in casa Della Valle eran succeduti dei cambiamenti. Il suo contegno suppergiù era il medesimo; solo s’era fatto un po’ meno semplice e un po’ più elegante. La modestia c’era ancora, ma quel tantino d’impacciato non c’era più. Non c’era più neanche quel genere di vestir semplice, ma accompagnato da qualche arzigogolo, che svela con tanta indiscrezione il lavoro associato della sarta modesta e della committente industriosa. Il suo vestire era, per così dire, tutto d’uno stile, lo stile chiaro e lampante d’una sarta di primo ordine.

Enrichetta, la marchesa Giulia, e due altre signore facevano crocchio intorno a un tavolino da lavoro, e tra un punto e l’altro di ricamo facevan la solita rivista degli amici, cercandone i peccati per poterli compatire e assolvere. Nel crocchio c’era anche l’uffizialetto, don Emanuele, il quale, dopo l’ultima volta che l’abbiam veduto, aveva cambiato di guarnigione, ed essendo venuto vicino a Milano, a ogni tratto, di giorno o di notte, col permesso o no de’ superiori, foss’anche per un paio d’ore, lo si vedeva capitare. Il marchese Renica, che non era uomo da metter tutte queste corse, proprio dalla prima all’ultima, in conto dell’amor figliale, diceva qualche volta con don Gilberto: «Quel rompicollo ne sta pensando o ne sta facendo qualcuna delle sue!» e ci faceva dietro una risatina.

In quel punto il marchese, il quale non pensava a suo figlio ma al matto dei tarocchi, che non sapeva in che mani si fosse, faceva la faccia brusca e brontolava col compagno, l’ingegnere Mevio.

«Ma che diavolo! Dove ha la testa stasera, caro ingegnere? Pensi alla partita per il momento; ai tegoli, alle fabbriche e ai manovali ci penserà domani!...»

«Cosa vuole, signor marchese! tutto il gioco di spade era in mano del consigliere....»

«E intanto la partita è andata!»

«Sempre in faccende il nostro ingegnere!» prendeva a dire il consigliere Rocca, intanto che il marchese contava i punti.

«Sicuro!» ripigliava l’ingegnere. «Stamani poi non ho avuto un minuto di requie. Dovevo conchiudere due o tre appalti che mi premevan molto e.... a proposito! indovinate un poco con chi ho conchiuso un affar grosso?... con un legnaiolo di Castelrenico! Si chiama Della Valle anche lui; voi, Massimo, dovete conoscerlo....»

L’avvocato Massimo, che in quel punto s’era fatto rosso, prese le carte, aveva detto al marchese: «Lasci fare a me questa volta, le mescolo in modo che vedrà! le toccherà proprio un bel gioco!» Ma l’ingegnere continuava:

«Guardate un poco dove va a star di casa alle volte il talento! Questo legnaiolo ha veduto una volta, in un paese della Svizzera, delle macchine, così mi diceva lui, e detto fatto ci trovò il bandolo di farle venire e piantarle in Castelrenico. Intanto il più bel campione di imposte e di persiane è proprio stato il suo, e ho conchiuso con lui l’appalto per una casa intiera. Nè mi fermerò lì! Lavori così a buon patto e così ben fatti si vedon di rado. È un uomo che farà fortuna....»

«State attento! pigliate le vostre carte, ingegnere, e cercate di far fortuna voi!... Delle persiane e degli scuri fatti con talento parlerete dopo,» diceva il marchese.

«Non ho carte e faccio passo,» continuò l’ingegnere. «Se sapeste, Massimo, quanto m’ha chiesto di voi quel vostro compatriotta! Anzi si è fatto insegnare da me dove state di casa, perchè domani vuol venire a farvi visita, e vuol conoscere vostra moglie....»

«Ma caro avvocato, anche lei!...» esclamò in questo punto il marchese «che spropositi mi fa! ma badi!... che diavolo! cosa succede stasera?»

Il povero avvocato Massimo, invece di badare alle carte, aveva badato a due discorsi che gli venivano all’orecchio in una volta; quello dell’ingegnere che gli annunziava per il giorno dopo una visita del cugino legnaiolo, e quello che si faceva al tavolino delle signore, dove la marchesa Giulia annunziava anch’essa per il domani, una visita a Enrichetta per certi loro affarucci di lavori e di toeletta.

Noi intanto, traverso tutte queste chiacchiere, siam venuti a sapere qualcosa dei nostri personaggi. A Martino, in questi due anni, le faccende sono andate bene, a quanto pare; e così si direbbe anche dell’avvocato Massimo, a vederlo lui e sua moglie in casa Renica senza la soggezione e il fare impacciato d’una volta, ma con una certa familiarità, la quale voleva dire che si stava molto assieme, che non si faceva vita ritirata, e che in conclusione si spendevano dei quattrini.

Eran dunque diventati ricchi? Era capitato finalmente in quei due anni l’impiego? e proprio quell’impiego grande che ci voleva per accontentare casa Della Valle, e per farla da signori?

Non era capitato niente! Nei due anni in casa Della Valle non era capitato di nuovo che un bel bambino, il quale stava appunto per compiere i quattordici mesi. Novità che aveva avuto il suo pregio per gli sposi, ma che avendone un po’ meno per il lettore, serve anch’essa a giustificarci con lui se abbiam voluto fare il salto e risparmiargli qualche capitolo.

E intanto a menar vita così buona come si faceva? Ci aveva pensato quel tal Simone di Castelrenico, fatto venire l’anno prima a comperare l’unico poderuccio, e che ritornava adesso, come abbiam veduto, a comperare in gran secreto anche la casa, l’ultimo ben di Dio che rimaneva all’avvocato Massimo.

«Andate là!... andate là!» diceva Giovanni a suo genero, «questo non si chiama mangiarsi il fatto proprio, si chiama impiegarlo al cento per cento! Scusate, ma voi altri campagnoli certe cose non le potete capire!... ci vogliam noi! lasciate fare a me! lasciatevi dirigere da me!... Se volete pigliare i polli e l’oca che stan sull’albero della cuccagna, bisogna andar su, e su, e su! bisogna andar in alto! Insomma gli impieghi grossi se li piglia chi vive in alto, se avete capita la metafora. Guardate un poco cosa v’hanno risposto la prima volta col vostro andar là alla buona! Voi mi direte — ero avvocato! — Avvocato fin che volete, rispondo, ma avvocato di Castelrenico, che sarà un bel paese, ma in fin dei conti è un paese!... Che se prima vi facevate vedere cittadino anche voi, a braccetto coi primi signori e nelle prime società.... se aveste trovato il modo, per dirne un’altra, di farvi far cavaliere.... oh! allora sì che non si scherza! anche quel tal ministro avrebbe avuto un poco più di soggezione e vi avrebbe fatto tutt’altre offerte. Basta, quello che non s’è fatto allora bisogna farlo adesso. Voi non avete a far altro che il signore!.... Non abbiate paura di spendere!... Vendete quel poco che avete al sole, impiegate il fatto vostro in tante partite a’ tarocchi nelle prime società.... e vedrete! vedrete! Un bel giorno vi capiterà un impiego che vi pagherà di tutto. Non dico però che si deva aspettar l’impiego con la bocca aperta: piantate le vostre reti e il merlo passerà! Dico il merlo, per dire un qualche personaggio di quelli che con una parola fanno tutto!... è una metafora, capite?»

Che se poi l’avvocato Massimo qualche volta si mostrava poco persuaso, e pur lasciandosi un giorno dopo l’altro tirar dietro dal socero, dava di quando in quando in qualche atto di impazienza, allora Giovanni saltava su a dire: «Piano! piano! sono lì lì per trovarci il bandolo! Lasciate fare a me.... ci son quasi.... ho giù anch’io le mie reti, e se sapeste che reti!»

Prima di vedere anche noi quali fossero le reti del signor Giovanni, dobbiam dire che all’avvocato Massimo non era mancato di tanto in tanto qualche parere ben diverso da quelli del socero.

L’ingegnere Mevio aveva cominciato presto a crollare il capo su questo grande impiego che non veniva mai, e più d’una volta aveva detto a Massimo, col quale era in molta dimestichezza: «Badate che qualcuno non vi meni a bere! Piantar lì una professione, alla vostra età, per incominciarne un’altra, la mi pare una cattiva speculazione. S’è visto, è vero, qualche colpo di fortuna, ma un fiore non fa primavera! Cosa vi mancava in Castelrenico?... Nei vostri panni sapete cosa farei? Tornerei al mio paese intanto che ne sono in tempo!... tornerei al mio posto.... ai miei clienti come prima, e con una bella moglie per di più! Quanto alla gente e a Giovanni, lasciate che dicano! Non saran loro che vi tireranno dalle peste quando non sarete più in tempo di ritrarvene da voi! Una buona decisione in tempo, e la fortuna è ancora in mano vostra!»

Ma nel non sapersi decidere in tempo ci son cascati prima del nostro avvocato tanti uomini grandi, che possiam dir subito, vedendolo in così buona compagnia, che c’è cascato proprio anche lui. E non è che di tanto in tanto non gli venisse la tentazione contraria; ma or capitava una nuova speranza, e ora gliene mancava il coraggio dinanzi al come si fa? Come si fa a dire a Enrichetta: io ti toglierò per sempre dalla tua città nativa, dopo avertela io stesso fatta piacere di più, per chiuderti in un paesuccio fuor di mano, a menarci una vita ben modesta; la bella prospettiva che t’avevo messa dinanzi è sparita! Tu ti rassegnerai, lo so!... ma se ti verrà in mente che in fin dei conti t’ho ingannata, non saprai cosa rispondere! Come si fa a dire al socero: o staccatevi dalla vostra figlia, o seguitemi in quel paesuccio anche voi! Come si fa a dire in casa Renica, ai nuovi amici, ai nuovi parenti, e a tutti quei del mio paese: fatemi la baia, che l’impiego e le grandezze sono andate in fumo! non erano che spacconate!

Il coraggio di dire tutte queste cose se ne andava solo a pensarle, e allora Massimo riapriva per un momento ancora lo sportello a tutte le speranze e a tutte le illusioni di prima; accendeva un sigaro, andava a spasso, rideva con gli amici, si metteva un paio di guanti e andava a fare una visita. Ma poi nel gettar il sigaro, nel levare i guanti, nel tornarsene a casa, nel passeggiare per la stanza, gli tornavano da capo, a una a una, tutte le paure, compresa quella che il continuare a pagare tanti conti non fosse precisamente il miglior modo di impiegare al cento per cento il fatto proprio. Questi dubbi, questi contrasti, che cacciati e ricacciati non avevan fatto che tornare con maggior insistenza, davano ogni volta de’ gran malumori al povero Massimo; e il malumore, come fa l’umido col ferro, lascia sull’animo una ruggine che a poco a poco si distende, penetra, e corrode l’indole intera. Questa ruggine è fatale; entrata in una casa, dove tocca si propaga; ogni animo ne ha subito la superficie guasta, e per quanto buoni sien gli animi nel resto, la è finita! Tutto stride; le incastrature non combaciano più; e a ogni movimento da nulla, c’è sempre qualcosa che si spezza e salta via.

C’eran poi, come abbiam sentito, le reti del signor Giovanni, ma fino a quel punto non c’era entrato altro pesce che lui. Queste reti mettevan capo al signor Canziani, quell’impiegato in disponibilità che abbiam veduto la sera del tafferuglio, e che poi era diventato il più grande amico, anzi la stella polare, di Giovanni.

Che quel signore fosse uomo di talento, Giovanni l’aveva capito subito nell’udirlo applaudire alle sue massime quella sera, poco prima degli scappellotti. E che fosse poi anche la persona più compita di questo mondo, se n’era accorto qualche minuto dopo, quando quel signore aveva voluto tenergli compagnia fino a casa. Ma in seguito, avendo scoperte a una a una tutte le prerogative che la natura aveva date al suo nuovo amico, Giovanni fu preso da tanta ammirazione per lui da non far più un passo senza domandargliene parere, e da non ascoltarlo se non con la bocca aperta. «S’ha un bel dire,» ripeteva ad ogni tanto tra sè, «ma di questi uomini non ne nascono che all’ombra del nostro Duomo! Che là ci avesse da essere proprio un influsso?»

Il signor Canziani aveva confidato a Giovanni che nella società moderna, e coi nuovi Governi, il vero merito è messo in disparte, e qualche volta perseguitato. Allora Giovanni aveva capito subito perchè non si volesse dare a suo genero l’impiego; perchè fosse stato soppresso l’ufficio dove era impiegato il signor Canziani; e perchè al signor Canziani non avesser dato che mezza pensione. Una volta poi Giovanni avendo domandato, in un momento di malumore, se per avere a questo mondo il trionfo definitivo della giustizia, ci volesse caso mai uno sconvolgimento generale, il signor Canziani aveva risposto «che una tale necessità gli avrebbe fatto pochissima maraviglia!» Allora il nostro Giovanni s’era deciso su’ due piedi a cambiar principii. In pochi giorni si fece familiare con l’idea dello sconvolgimento generale; poi non fu più veduto comparire nel quartiere della guardia nazionale. Gli scappellotti di quella sera erano proprio stati il canto del cigno!

Il signor Canziani fece conoscere a Giovanni alcuni suoi amici che con lui passavano la sera, o giocando alle carte o facendo quattro chiacchiere in uno stanzino appartato d’una botteguccia di caffè. Questi tali o erano stati o erano tuttavia impiegati del Governo dal primo all’ultimo; ma bisogna dire che il denaro del Governo facesse loro ben cattivo pro, perchè tutti eran sempre di pessimo umore. Chi si lagnava d’essere stato messo in riposo, e dimostrava come le faccende pubbliche non potessero che andare alla peggio quando i migliori eran lasciati in disparte. Chi brontolava perchè doveva ancor servire, e non gli era concessa la meritata pensione. Chi declamava contro le leggi nuove che confondevan la testa agli impiegati vecchi. Uno ce l’aveva con quelli che stanno aggrappati come ostriche al loro ufficio, e non lasciano il passo a chi vien dopo. Un altro se la pigliava coi traslocamenti che mandan di botto un galantuomo a vivere dove non è stato mai. Insomma eran tutti fuori dei gangheri; e se il Governo li avesse pagati tutti per dir male di lui, non avrebbe mai speso così bene i suoi denari.

A veder gli altri a giocare e rifocillarsi, e a portare nella conversazione il proprio contingente di miserie, ma di miserie vere e di lamenti giusti, capitava anche qualche povero impiegatuccio, qualche rota minore del carro dello Stato; qualcuno di quei poveri rotini senz’unto e con le razze sconnesse che a ogni movimento cigolano e par che dicano: oh! perchè un così gran carro tiene così poveri ordigni!... non era maggior pietà farci pigliare la via dell’opifizio o del mulino dove anche noi saremmo parsi ruote men piccole, e dove il padrone avrebbe veduto anche noi?

La compagnia di tutta questa gente malcontenta, se aveva fatto fare qualche riflessione a Giovanni, non era stato già per distruggergli, o anche solo turbargli, l’ideale della vita dell’impiegato, ma per infervorarlo nell’idea dello sconvolgimento generale, che ormai gli pareva proprio il solo rimedio pratico e spicciativo per raddoppiare il soldo e i posti agli impiegati, per non traslocarli, per far diventar chiare le leggi, e tener allegri tutti quelli che oggi eran di malumore. Perchè Giovanni desiderava, è vero, innanzi tutto una buona nicchia per il suo Massimo, ma era troppo di buon cuore per non darsi pensiero anche della felicità di quelli che frequentavano lo stesso stanzino del caffè.

I quali frequentatori dello stanzino però, mentre non contraddicevano il signor Giovanni sulla necessità dello sconvolgimento generale, cercavano intanto, ciascuno per proprio conto, qualche piccolo sconvolgimento particolare che provvedesse per il momento ai loro interessi. Procuravano, per esempio, d’entrar nelle buone grazie d’un personaggio influente, o di qualcuno che accennasse di diventarlo; correvano a dire una parolina all’orecchio al direttore d’un giornale, o a lasciargli qualche lunghissimo scritto che questi poi non stampava, ma che lodava; correvano al circolo elettorale, facevano un deputato, e subito dopo un memoriale da dargli in mano. A furia di star con costoro, anche Giovanni aveva imparate queste nuove vie, e aveva finito per aver anche esso il suo circolo e il suo giornale dove bazzicava, i suoi uomini influenti che potevan diventar ministri; ai quali, in attesa dello sconvolgimento, consegnava di tanto in tanto i suoi memoriali per far noti i meriti e i desiderii dell’avvocato Massimo.

Di questi memoriali Giovanni aveva avviata una vera fabbrica e uno spaccio attivissimo. Ne aveva sempre un pacco in tasca, e a ogni tratto ne rinnovava la provvisione. Ogni qual volta scopriva un personaggio che facesse al caso suo, dopo aver trovato il verso di presentargliene uno in persona, trovava quello di fargliene avere una dozzina almeno da dodici provenienze diverse. E i memoriali poi finivano tutti, s’intende, a un modo solo; ricevuti con buonagrazia, facevano una prima stazione nella tasca di petto del soprabito, e una seconda nella paniera della carta lacerata.

Giovanni, lontanissimo dal supporre a quali sconvolgimenti erano destinati i suoi memoriali, ogni volta che trovava modo di spacciarne un nuovo pacco se ne tornava a casa tutto allegro, e, con una fregatina di mani e un sorriso pieno di malizia, diceva a Massimo e a Enrichetta: «Ho trovato un nuovo bandolo!... ho messo giù una nuova rete! una rete tale che se l’impiego ci scappa fuori anche questa volta, gliene faccio, per bacco, i miei complimenti!»

IX.

Fatti i contratti, sbrigata ogni faccenda, Martino si avviava il giorno dopo dall’avvocato Massimo, proprio come l’aveva annunziato l’ingegnere Mevio in casa Renica; e trovatoci il bandolo, domandava sommessamente al portinaio se il signor avvocato era in casa. Pochi minuti prima la marchesa Giulia, scesa dalla sua carrozza, era salita da Enrichetta. Il portinaio, che con gli occhiali sul naso e un cannello di gesso in mano, se ne stava al suo banco tutto intento a disegnare i dinanzi d’un paio di calzoni, lasciò ripetere due o tre volte la domanda al nuovo venuto, che capitava in così cattivo punto, e poi, dopo averlo guardato da capo a’ piedi, gli rispose secco che l’avvocato non c’era. Martino se ne andò, e temendo d’essere importuno non ritornò che sull’imbrunire. Questa volta il portinaio non era assorto nel disegno, ma teneva una scodella di minestra sulle ginocchia, e sebbene andasse riempiendo a ogni tratto la bocca con delle grandi cucchiaiate, si mostrava un poco più discorsivo di quello che era stato la mattina. Dopo aver detto che il signor Della Valle non c’era, soggiunse che una vettura di rimessa era venuta, mezz’ora prima, a prender l’avvocato e la signora, che pranzavano quel giorno in casa del marchese Renica, e che egli poi aveva l’ordine di lasciare il portone aperto fino a mezzanotte, perchè l’avvocato e la signora andavano quella sera al teatro della Scala.

Martino ringraziò il portinaio e se ne andò. Se ne andò di cattivo umore, senza sapere nè dove andare nè cosa fare, e pigliando le prime strade che gli capitavano. «E dire,» brontolava tra sè, nel mandare innanzi le gambe di mala voglia, «dire che m’ero fermato apposta quest’oggi per salutar l’avvocato!... La non mi poteva andar peggio!... Devo anche essere domani sera a ogni patto a Castelrenico.... così ci vuol pazienza!... E l’avrei veduto tanto volentieri l’avvocato! e tanto volentieri avrei voluto conoscere sua moglie!... Se poi mi veniva il destro, gli domandavo davvero perchè mai abbia venduto il podere a quello scortica-prossimo di Simone.... Che alle volte glielo avesse pagato bene?... Eh! ho sempre sentito dire che la volpe mangi le galline, ma che le paghi, mai!»

Di pensiero in pensiero, dopo aver girato per più di un’ora, e dopo essersi fatto coraggio a entrare in un caffè, a un tratto gli venne un’idea così prepotente che, detto fatto, le dovette obbedire senza neanche poterla mettere un poco in discussione. L’idea fu di andare al teatro della Scala che non aveva veduto mai, passarci la sera, veder lo spettacolo.... e, senza confessarselo ma avendolo in fondo al cuore, imbattersi, chi sa mai? nel cugino, e dargli così un saluto prima di ripartire.

Quando Martino entrò in platea lo spettacolo non era ancora incominciato, ma posti da sedere non ce ne erano più; fu ancora una fortuna se gli riuscì di trovarsi una nicchia per appoggiare, in piedi s’intende, le spalle al muro. Alzato il sipario, la sua attenzione fu subito tutta rivolta a studiare l’intelaiatura delle quinte e il macchinismo delle scene, cercando col rizzarsi sulle punte dei piedi e con l’allungare il collo, di indovinarne l’ossatura e il gioco. A questo modo il primo atto dell’opera non gli parve neanche lungo, e badò poco al caldo e agli spintoni. Calato, dopo l’atto, il sipario, il suo pensiero corse subito al cugino, e cominciò a guardar prima intorno a sè per cercarlo, poi su nei palchetti fin dove gli era dato vedere. A un tratto vide e riconobbe la marchesa Giulia in un palchetto di seconda fila, che aveva proprio di contro, e fece un atto involontario di riverirla, come quando la vedeva attraversare in carrozza la piazza di Castelrenico. Cominciò il secondo atto, ma egli, senza punto badare a quello che succedeva sulle scene, da quel momento non seppe più levar gli occhi da quel palchetto, ch’era il solo luogo dove avesse principiato, in mezzo a tanta gente, a veder qualcuno di conoscenza. Ma poco mancò non mandasse una esclamazione ad alta voce, quando a un tratto vide farsi innanzi e sedere presso la marchesa uno di fisonomia ben nota, uno che riconobbe subito, il cugino Massimo in persona; il quale, in quel punto, pareva dicesse qualcosa di complimentoso alla marchesa Giulia, e subito dopo qualcos’altro, ma con maggior familiarità, a una signora che era seduta di fronte alla marchesa.

Martino non ebbe più dubbi. «Son loro! son proprio loro!» disse tra sè. «Quella signora è la moglie dell’avvocato!» È inutile dire come da quel momento non rimanesse più un filo di speranza di farsi dar retta da Martino nè all’orchestra sonando in massa, nè ai cori cantando a gola spiegata, nè alla prima donna, nè al tenore, nè al basso, nè alle ballerine con la mimica, che tutti a modo loro dicevano pure delle cose interessantissime e alle volte strazianti.

«Dico la verità,» cominciò Martino a pensare tra sè, «nei panni dell’avvocato, giacchè prendevo moglie, avrei voluto prenderla, per così dire, un poco più ben piantata. Pare che non sia brutta, a vederla per di qui, ma domando io se quelle son donne! C’è da aver paura a parlare che il fiato le porti via! Adesso poi, veduta di fianco, poverina! com’è sottile.... un cinquanta centimetri in giro, e non di più!... E anche lei col vestito fatto a quel modo, che fino a un certo punto vien su, e poi, come gli venisse un pentimento, si ferma. Quando torno in Castelrenico voglio dire a mia moglie che d’ora in poi non le compero che tre quarti di vestito per volta, perchè in città si usa così! Ogni giorno se ne vede proprio una nuova!... E non hanno neanche la scusa dell’economia, perchè, caspita, che lusso!... Se ne hanno indosso della roba!... Bisogna però dire che l’avvocato, se non ha ancora ottenuto l’impiego, come dicono certi in Castelrenico, faccia egualmente dei bei guadagni in Milano, se manda la moglie attorno in compagnia della marchesa, con quel lusso!... L’ho sentito dire da altri io che nella città, a saper girare il denaro, con poco si fan quattrini a furia! Adesso capisco perchè l’avvocato ha venduto il podere! Eh sicuro! Chi sa che giro ha trovato per il suo denaro, e allora si può anche lasciarsi strozzare un poco da Simone. E io che quasi quasi cominciavo a pensar male... che pensavo quasi di trovar l’avvocato al verde!... Oh! cosa succede adesso? l’avvocato ha lasciato il posto a un altro. Che se ne fosse andato via?... Averlo veduto, e non averlo potuto salutare!... Dove sarà andato? Ma poi, sfido io, se anche volessi corrergli dietro, come faccio a uscire di qui?... e poi non saprei neanche dove andare. Chi sarà quel bell’uffiziale che è sempre rimasto lì, seduto vicino alla moglie.... io già le dico moglie perchè non può essere che così.... vicino alla moglie dell’avvocato?... Giacchè sono sul supporre, scommetterei che quell’uffiziale è un fratello della moglie.»

Martino che aveva veduto qualche volta in Castelrenico il secondo figliolo del marchese Antonio, quando era ancor ragazzo, ora così ingrandito, con l’uniforme, e a quella distanza, non l’aveva riconosciuto. «Sarà di guarnigione chi sa dove, sarà venuto a vedere i suoi parenti e avrà voluto accompagnare la sorella al teatro. Bravo figliolo! così mi piace! M’ha una cera simpatica.... e si capisce che alla sorella vuol bene davvero!... Com’è premuroso con lei!.... Quante chiacchierine le fa all’orecchio a ogni minuto!... A dire la verità, ha però l’aria più affettuosa lui che lei.... lei m’ha l’aria d’occuparsi più degli altri che del fratello.... sarà un giudizio temerario il mio! ma gli rivolge la parola un pochino di rado.... E sì che delle chiacchiere ne ha a bizzeffe, e per la marchesa e per quel signore che s’è messo al posto dell’avvocato!... Oh, ma guarda un poco! anche questo se ne va e lascia il posto a un nuovo, proprio come le figurine della lanterna magica. E anche questo è un amicone! strette di mano a furia, inchini, e gran chiacchiere anche con lui!... Deve avere in corpo una bella dose di vivacità la moglie dell’avvocato, se non mi sbaglio! Ha due occhietti che scintillano per dodici!... ha un colorito acceso.... insomma deve essere vispa come le salterelle!.... Però se l’avvocato l’ha pescata fuori, è segno che sarà una donnina a dovere, perchè l’avvocato non ha bisogno che nessuno gli insegni niente. A lasciar dir noi della campagna, quando si prende moglie, una moglie così la ci parrebbe poco adattata, ma in città è un altro par di maniche.»

Era finito il ballo ed era ricominciala l’opera. Martino, che non vedeva ricomparire l’avvocato, cominciava a sentire il caldo, e ad accorgersi d’esser su due piedi da quasi tre ore e pigiato da ogni parte.

«Se sapessi dove trovar l’avvocato, se mi riuscisse di salutarlo e poi d’andarmene, la sarebbe una gran bella cosa! Oh che caldo!... Sarà bellissimo tutto quello che fan là quei signori sulla scena, ma, dico il vero, non ne posso più. Il peggio è, che andarsene, è subito detto, ma in mezzo a tutta questa gente che s’impazienta se appena uno starnuta, anche l’andarsene dev’essere un affar serio. Ah, che caldo! Questo è proprio il divertimento che il diavolo dà, come diciam noi, ai suoi figlioli!.... Se il teatro della Scala è tutto qui.... Oh! guarda un poco! la marchesa si rizza in piedi.... sicuro! e anche la moglie dell’avvocato.... oh, ecco l’avvocato!... Cosa fanno? Si direbbe che vadan via.... vanno proprio via! vanno via tutti insieme!... questo è il momento buono, coraggio!... me ne vado anch’io.... chi sa che non mi riesca di salutar l’avvocato....»

Ma l’uscire, come l’aveva previsto, non fu un affare così facile. La platea era affollata; incominciava uno dei migliori pezzi dell’opera, e tutti si accalcavano per farsi innanzi. Più d’una volta, dopo aver fatto un passo verso la porta d’uscita, era spinto a farne due o tre in tutt’altra direzione. Alla fine si trovò nell’atrio, ma ormai senza speranza di imbattersi nella comitiva in cui c’era l’avvocato. Si guardò d’attorno; fece qualche passo in su e in giù; aspettò un poco, non vide nessuno, uscì, e col muso lungo un palmo s’avviò all’osteria dove aveva preso alloggio. La mattina seguente all’albeggiare, seduto in vettura, tenendosi sulle ginocchia la valigetta in cui c’erano e il soprabito del dì delle feste e il pacco delle carte e dei contratti firmati, se ne ritornava a Castelrenico.

Se dopo il teatro Martino avesse potuto tener dietro all’avvocato, l’avrebbe veduto salir le scale e entrare in casa col muso più lungo del suo; avrebbe veduto Enrichetta, che gli era parsa così gaia, farsi malinconica a un tratto e perder le parole appena messo il piede nelle sue stanze. Chi ha un guaio da dimenticare non torni a casa, perchè non c’è una parete, un mobile, un utensile, che non si dia subito la briga di far le parti del rammentatore. E nella casa di Massimo tutto rammentava che il buon umore, la pace, le ciarle allegre e con confidenti d’una volta, erano andate mano mano scomparendo, e avevano lasciato il posto a una cert’aria greve che mozzava il fiato. Quella giornata poi, ch’era parsa a Martino chiudersi così lietamente, era stata non solo triste, ma burrascosa.

Di buon mattino era capitato Simone, fatto venire per quel tal negozio della casa di Castelrenico. Simone, col fare umile e con la maggior buona grazia, aveva detti i suoi patti, duri e inesorabili, ai quali non c’era stato modo di rispondere che con un sì o con un no. La casa, ultimo ben di Dio che restasse a Massimo del suo piccolo patrimonio, era passata quella mattina in mano di Simone, e sul tavolino di Massimo era rimasto quanto poteva bastare a pagare qualche debituccio e a mandar innanzi la barca per quell’anno, e nulla più. E poi? Questa domanda che ora si presentava a Massimo con maggiore insistenza, e gli faceva vedere poco lontano quel precipizio verso cui correva a tutta briglia, principiava a renderlo cupo e a mettergli i brividi. Simone se n’era andato, e mentre egli se ne stava ancora come impiombato sulla sedia, e teneva tra le mani il capo che pareva volesse scoppiare, sentiva nella stanza vicina la voce della marchesa Giulia venuta a far visita a Enrichetta, e che, traverso un nuvolo di chiacchierine vaporose, faceva passar la rivista ai progetti più urgenti del carnevale, fermandosi su quelli che domandavano l’alleanza dell’amica. Allora egli stava a sentire che cosa avrebbe risposto sua moglie; ma la voce d’Enrichetta non la sentiva mai; cosa che gli faceva rivolger contro lei tutta la sua stizza, accusandola di non saper dire in quel minuto quello che lui non aveva avuto mai il coraggio di dire. Poco dopo era capitato il socero, pieno, come al solito, di fumo, di progetti e di buon umore. A Massimo che, agitato da mille dubbi e rimorsi, domandava che qualcuno l’aiutasse a prendere un partito, Giovanni aveva risposto col principiare per la centesima volta una di quelle spiegazioni ragionate dei suoi piani e delle sue reti che non finivano più. Ma questa volta finiron presto, e le troncò a un tratto un accesso di furia di Massimo che fece scappar il socero atterrito, e tremare da capo a’ piedi Enrichetta che entrava in quel punto dopo aver lasciato la marchesa Giulia. Di questi accessi ormai gliene capitavano spesso; e dopo essere stato violento e ingiusto con tutti, per scolpare se stesso, cadeva in una profonda mestizia; e mentre rimpiangeva la pace confidente e serena che ogni giorno più scompariva dalla sua casa, non sapeva ritrovare quello che forse sarebbe bastato a ridargliela, una parola dolce a Enrichetta, dopo avergliene dette tante di amare. Era stato con questo bel preludio che poi aveva dovuto quel giorno mettersi in giubba e cravatta bianca per andare a pranzo dal marchese Antonio, e in teatro con la marchesa Giulia.

Si pensi di che buona voglia anche Enrichetta avesse dovuto quel giorno passar qualche ora in guardaroba, frugar negli armadi, e scegliere un vestito che avesse fatto bensì qualche campagna, ma fosse ancora abbastanza valido, e potesse, con qualche variante, servire per quella sera, sviando i ricordi non delle amiche, ma almeno degli amici. Enrichetta, mentre dava, prima d’uscir per il pranzo, gli ultimi tocchi al suo vestito e alla sua acconciatura, aveva l’animo forse più turbato che suo marito. Anche a lei era toccato quella mattina qualche duro rimprovero, il rimprovero d’una colpa non sua, quella di trovarsi dove l’avevan condotta; e il suo cuore n’era ancora lacerato, quando si venne ad annunziarle una visita, la visita di don Emanuele.

Don Emanuele, che a ogni tratto, come abbiam detto, dava una scappata a Milano, quando capitava era difilato in casa Della Valle, e ci veniva o a far visita alla signora, o a pigliarsi sotto braccio e trascinarsi in compagnia l’avvocato. L’avvocato Massimo, il quale diceva sempre di non aver mai conosciuto un più amabile rompicollo, n’era come innamorato. Fosse anche stato di cattivo umore, a lui perdonava tutto; rideva con lui, e finiva col lasciarsi menar in giro, col pretesto che quell’originale piacevolissimo era il solo che lo distraesse e lo divertisse un poco. Don Emanuele col passaporto, così comodo, dell’originalità, capitava in casa Della Valle a qualunque ora; capitava più volte in un giorno; ora ci si fermava pochi minuti, ora ci passava mezza la giornata; e quando non ci trovava nè l’avvocato nè sua moglie, si metteva a far conversazione col signor Giovanni, lo chiamava il suo confidente e gliene contava d’ogni risma.

È inutile dire quanto il signor Giovanni ne fosse incantato, e volesse scommettere, ogni volta che ne parlava, che di giovani simili negli altri paesi non se ne trovassero.

Quando vedeva la signora Enrichetta, o veniva, come soleva dire, a fare una visita tutta per lei, don Emanuele univa a quel solito fare, tra il bizzarro e il disinvolto, una maniera più eletta. La parola era più dell’usato gentile e rispettosa, e i complimenti erano senza risparmio, ma tutti di buon gusto, tutti facili e naturali, senza che uno mai avesse dell’inamidato, o sapesse di rifritto. Soleva dire che le signore erano i colonnelli del suo cuore. Così giustificava quella sua devozione pronta, preveniente, d’ogni minuto; e giustificava la sua corte franca e palese che faceva a Enrichetta, e che poteva passare per l’espressione naturale de’ suoi modi di perfetto cavaliere, come diceva il signor Giovanni. Quell’omaggio così abituale e pubblico gli offriva una occasione più facile e frequente di continuarlo a quattr’occhi; e allora, nelle maniere di don Emanuele, piene sempre di riserbo, non mutavano che le proporzioni: c’era in esse un poco meno d’originalità, e un poco più di seduzione e di grazia.

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