L’AVVOCATO MASSIMO E IL SUO IMPIEGO. (continued 4)
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In quel mentre entrava da un altr’uscio Giovanni, che veniva con una cera complimentosa per riverire il marchese. Non è a dire come rimanesse lì mortificato e goffo vedendo, dopo aver guardato due o tre volte all’ingiro, che il marchese non c’era più! Maledì in cuor suo quei pochi minuti che aveva creduto di impiegar così bene nel mutar l’abito e metter in sesto la cravatta, e che l’avevan tradito; poi, in tono piuttosto brusco, si rivolse a sua figlia. Enrichetta in un angolo della camera pareva tutta occupata da qualcuna delle solite faccenduole; suo padre le fece in un fiato cinque o sei domande, e stette ad aspettar la risposta.
Dopo aver asciugate in secreto due grosse lacrime, Enrichetta sentì scendere a un tratto nel suo cuore la pace serena d’una volta. Da quanto tempo non l’aveva più riavuta!... Com’era soave e benefica! Enrichetta rispose a tutte le domande di suo padre, gli rispose mettendogli le braccia al collo, e col suo bel sorriso, quello che da un pezzo nessuno le aveva più veduto. Il suo cuore le aveva detto finalmente che il passato era finito davvero, e ch’era principiato l’avvenire.
Il buon Giovanni, che, tutto considerato, ne capiva sempre meno, dopo una crollatina di capo riprese anche questa volta i suoi soliloqui sul tèma difficile del capire le donne.
XIV.
Partita Enrichetta col suo bambino, Giovanni cominciò a poco a poco ad assuefarsi al nuovo tenore di vita e alle nuove occupazioni che gli aveva procurate Mevio. Passava le giornate intere nelle stanze dell’amministrazione del marchese, ora chiacchierando con qualcuno, ora attendendo a qualche lavoruccio che gli aveva affidato Mevio, o facendo intestature nuove ai registri «con una mano di scritto che finalmente» come diceva lui «era al livello del casato.» A casa sua poi, cioè in casa d’Ambrogio che ben di cuore se l’era pigliato a dozzina, si svagava un po’ con delle lunghe chiacchierate, confidando all’amico tutto il da fare che gli dava l’amministrazione del patrimonio del marchese, tutti i guai che ci aveva veduti, e tutto quello che farebbe lui se fosse solo a comandare.
Non è a dire però che non avesse la sua spina secreta nel cuore. Cercava bene di cacciare i fastidi e i pensieri malinconici un po’ con le chiacchiere e un po’ con le intestature; ma i fastidi rimanevano, e i pensieri malinconici ritornavano, come fanno sempre, e per non far torto neanche a Giovanni. «Cosa sarebbe successo?... Come la sarebbe andata?... Ed Enrichetta!... Poverina!....» pensava ogni tanto tra sè. «È partita, è vero, con la faccia che pareva contenta.... diceva di star bene.... ma se fosse stato tutto uno sforzo per non affliggermi!... E il viaggio.... e il clima nuovo per lei non le risveglieranno quella febbre che ha avuta per tanto tempo?... Quella febbre!... quella febbre!... E poi, a pensarci, intanto che diceva di partire così di buono umore, non la finiva più di salutar tutti e tutto, fin le pareti delle stanze, fino i mobili, e in un certo modo!... Poi quando fu alla stazione e si voltò a guardare il Duomo.... capisco che anch’io quando vedo il Duomo.... ma però lo saluterei con una faccia tutta diversa!»
Anche la prima lettera che gli arrivò, per quanto egli dicesse ad Ambrogio che le notizie eran bonissime e che tutto andava benone, non era fatta per mettergli in testa un altro ordine di pensieri. Dopo il viaggio la febbre era ricomparsa, poi era cessata; ma Enrichetta, per prudenza s’intende, non si levava ancora dal letto, e faceva scrivere la lettera da Massimo. La lettera finiva, è vero, con molte parole di speranza nell’avvenire; ma a trovarci ancora in simili parole un argomento di consolazione bisognava davvero metterci una gran buona volontà. Giovanni ce ne metteva, ma poi mentre si avviava in cerca di consolazioni si accorgeva a un tratto d’aver fatto, senza volerlo, una strada ben lunga per la china dei cattivi pensieri. Allora scotendosi, se la pigliava col suo cattivo naturale, e cercava di svagarsi ripigliando il filo delle chiacchiere con Ambrogio, o i ghirigori d’una calligrafia più studiata.
Di lettere sul fare della prima ne capitaron parecchie; e ogni volta Giovanni ci si metteva proprio di cuore per farsele parer buone, ma ogni volta trovava un argomento di meno. Con chi poi ne lo interrogava, mutava discorso volentieri, perchè capiva che le parole lo servivano male in questo argomento, e temeva di far nascere in chi lo ascoltava alcuno di que’ dubbi che gli erano già molesti abbastanza. A questo modo passò un buon mese, e mentre cominciava a dire in cuor suo: «Eh!... chi sa? dopo la pioggia viene il bel tempo.... e dopo un mese cattivo ne potrebbe venir uno buono!» a un tratto non ricevette più nuove di sorta.
Eravamo ai primi di settembre, in quei giorni in cui le masnade della reazione avevano assalito Palermo e desolate le terre vicine. Le notizie scarse, confuse, che venivano mano mano, riempivano gli animi di trepidazione e di orrore. Si pensi come fosse in croce il povero Giovanni! E per di più tutti lo fermavano per strada, lo interrogavano, volevano le notizie: c’era fino chi le pretendeva, perchè avendo egli i suoi in Sicilia, ne doveva venire di conseguenza ch’egli sapesse tutto quello che vi succedeva. E il povero Giovanni, che vedeva passare i giorni e le settimane senza che gli arrivasse qualche notizia, non reggeva più a questo doppio tormento; e dopo essersene confidato con Mevio, non mise piede più neanche nello studio del marchese per non veder anima viva, e per non dover confessare con qualcuno di non sapere più nulla nè di sua figlia nè di suo genero.
Queste benedette notizie non arrivarono che dopo alcune settimane, e non furon proprio di quelle fatte per dar ragione al proverbio che dice: nessuna nuova, buona nuova. Giovanni ebbe finalmente, e in una sol volta, quattro lettere, due vecchie e due di data recente. Cos’era successo in tutto quel tempo? Cosa c’era in quelle quattro lettere? Per saperlo, la più spiccia è dir quattro parole sul conto d’Enrichetta, e raccontare in breve le vicende che capitarono al povero Massimo, intanto che suo socero aspettava le lettere, e mentalmente lo strapazzava di santa ragione.
Enrichetta aveva presto sentito scendere nel suo cuore ciò che aveva tanto sperato, la pace. Il suo cuore aveva battuto fortemente una volta ancora quando imbarcatasi aveva veduto un primo lembo di mare dividerla dalla spiaggia, e il lembo farsi grande, e la spiaggia farsi lontana. Poi da quella spiaggia aveva veduto dipartirsi, come una lunga striscia, la strada da lei poco prima percorsa, la strada che conduceva alla sua città natale, alla sua casa.... e intanto che col pensiero la rifaceva, il suo cuore aveva sentito ancora il tremito angoscioso d’una volta. Ma in breve la spiaggia e le colline che le facevano corona non furono più che linee vaghe, sfumate, a cui mano mano succedeva uno spettacolo più grande, quello del cielo e del mare che si riunivano in una placida e maestosa armonia. Allora nel cuore d’Enrichetta quell’ultimo eco del passato prese a farsi lontano, lontano, e presto si perdette nella contemplazione d’un avvenire pieno di speranze e di pace.
Quando Massimo si trovò nelle sue braccia Enrichetta e in collo il suo bambino, quanti affetti in una volta gli contesero il cuore come se tutti lo volessero tutto per sè! Gli parve come d’essere tornato proprio sotto il suo vecchio cielo, nella sua casa di Milano; gli parve di non essersene allontanato mai. Egli avrebbe giurato che quel giorno non era che un domani felice de’ suoi più bei giorni del passato! E le sue disgrazie? e la memoria affannosa che ne aveva portato in quel lontano soggiorno? tutto gli pareva scomparso in quel momento. Era tornato accanto alla sua famigliola, e le fatiche del viaggio le aveva lasciate sulla soglia.
Enrichetta trovò tutto quello che la speranza gli aveva promesso. Ebbe l’affetto di suo marito come lo voleva il suo cuore; quell’affetto che sa trovare ogni giorno una premura, una buona parola, un atto cortese, un nulla, quei nulla che sono per certe anime lo scudo che le fa uscir vittoriose dalla battaglia della vita. Con questo scudo Enrichetta potè riandare le memorie del passato; tutte le potè riandare! E ripensando alle inezie lusinghiere, ai sogni della vanità che le furono così fatali; ripensando alle seduzioni d’un giorno, alle debolezze del cuore, prendeva coraggio nel sopportare le presenti difficoltà della vita, e le guardava con animo rassegnato e sereno, poichè, se aveva avuto in passato il suo tanto di colpa, vedeva in esse il suo tanto di espiazione.
Questa nuova pace era un benefico ristoro dell’anima; ma veniva essa in tempo per ridonare a Enrichetta le forze battute e corrose da tante disgrazie? La febbre e il languore che nei primi giorni del suo arrivo le avevano dato un poco di sosta, ricomparvero presto e più gravemente di prima. «Oh perchè tornate? perchè!» aveva detto Enrichetta affannosamente a se stessa, sentendo di nuovo quei brividi di febbre che le erano così noti. «Ma adesso sono contenta!... adesso devo star bene! non devo più ammalarmi! oh no, non voglio esser malata!» E fin che lo potè, cercò ingannare se stessa e suo marito; ma fu uno di quegli inganni che duran poco, e che rendono poi la confessione più amara.
Era un paesuccio povero e fuor di mano quello ch’era toccato a Massimo di residenza. Ci si teneva in allora un impiegato di Questura, ma per eccezione, e precisamente perchè, in grazia di certi provvedimenti straordinari per la sicurezza della provincia, ne avevano fatto un punto strategico. Per chiamare il medico bisognava far molte miglia, e così per avere le medicine e tutto quello che poteva abbisognare, non solo per un malato, ma per chiunque non fosse uno di que’ poveri abitanti del luogo. La strada poi non era nè la più comoda, nè la più sicura. Enrichetta non domandava nulla, non si lagnava di nulla, ma il povero Massimo si struggeva e quando la sua buona volontà e le sue premure tornavano inutili, si lasciava cascar le braccia scoraggito; e ora levava gli occhi al cielo, ora fissava qualche punto lontano, pensando a quelli che vivevano là, e invidiandoli, perchè gli pareva che là ci sarebbe stato tutto il bisognevole, e che là la sua Enrichetta avrebbe potuto risanare.
Siccome poi le disgrazie, quando hanno preso uno a perseguitare, le molte volte non lo lasciano che quando di burrone in burrone l’hanno tirato giù fin al fondo del precipizio; così al povero Massimo, che pure era disceso ben bene, ne capitò presto una nuova a dargli l’ultimo tracollo. Un ordine improvviso gli ingiunse di portarsi immediatamente in una vicina borgata, dove si temevano de’ disordini, sul far di quelli che succedevano in que’ giorni a Palermo, e dove si riunivano a buon conto le poche forze dei paeselli all’ingiro. Massimo dovette ubbidire sull’attimo: ebbe appena il tempo di raccomandare sua moglie a un buon uomo, il sindaco del paese, di far la valigia, e di raccapezzare ancora una speranza, quella di tornar presto.
Appena giunto in questa tale borgata, un suo superiore, con la faccia poco rassicurata e meno rassicurante, gli spiegò di che si trattava; gli diede cioè una sequela di cattive notizie, e l’ordine di tenersi pronto giorno e notte per mostrarsi poi a un bisogno conciliante e severo, energico e longanime.
Due giorni dopo, mentre stava leggendo alcune righe che gli aveva mandate quel tal sindaco per dargli le nuove d’Enrichetta, nuove poco buone che dicevano e non dicevano, e gli lasciavano la testa piena di dubbi e d’angustie, vennero a un tratto a chiamarlo in tutta fretta. Per le strade, nelle piazze, si vedevano de’ capannelli, e c’era gente che andava in giro col fare torbido e minaccioso. Massimo passò la mano sulla fronte come per mettere in sesto la sua povera testa; poi levò in fretta la sua ciarpa da un cassetto, se l’aggiustò ad armacollo sotto l’abito mentre scendeva le scale, e prese la corsa finchè giunse mezzo rifinito allo sbocco d’una strada, dove un drappello di carabinieri e di soldati tratteneva a fatica un’accozzaglia di gente che schiamazzava, e cercava di irrompere, mandando grida minacciose. Gli parve in quel punto di trovarsi ancora dinanzi a una certa folla di malaugurata memoria, quella tale che egli aveva cercato di persuader con le buone, e che intanto s’era raddoppiata, aveva saccheggiato un uffizio, e cagionati quei malanni di cui egli aveva pagata la sua parte di spese, buscandosi una ramanzina e una muta.
Massimo ordinò al tamburino di dare il segnale, e fece la sua prima intimazione: la folla gli rispose con una salva di fischi e di complimenti d’occasione. Fece la seconda intimazione, e questa volta con la voce alterata d’un uomo a cui la testa comincia ad annebbiarsi e il sangue a bollire: fece la terza, e la risposta fu una tempesta di ciottoli. Ordinò la carica. Si pensi che parapiglia, che gridare, che scappar generale!... Ma nel trambusto ci fu chi tirò qualche colpo di pistola, a cui i soldati risposero con qualche colpo di fucile. Dopo pochi minuti tutto era sgombro e silenzioso, ma giacevano per terra alcuni feriti: tra questi c’era un brav’uomo, anzi uno dei notabili del paese, che passando a caso era stato travolto dalla folla proprio nel momento delle botte e, come succede, ne aveva pigliata una lui. Il poveretto moriva il giorno dopo.
Quel che ne nascesse è facile pensarlo. Finita la burrasca, passata la paura, cominciarono con calore i commenti e i giudizi sull’accaduto. Il fatto era grave; e la colpa di chi era? Pigliarsela co’ capi del tafferuglio era un rimestare di nuovo nelle passioni, era un far torto al buon nome del paese; pigliarsela col prefetto della provincia, col capo della Questura, coi soldati, eran cose in cui parecchi ci vedevano un tantino d’imprudenza; pigliarsela col delegato Della Valle era un affare meno complicato e che poteva aggiustar le ova nel paniere. Bisogna dire che la pensassero proprio così, perchè a un tratto il povero Massimo diventò, sulle bocche di tutti, l’uomo feroce e sitibondo di sangue, l’autore unico ed esecrato di ciò che chiamavano chi l’assassinio, chi la strage, e chi i vespri governativi. Il superiore, che aveva bisogno di tirarsi d’impaccio anche lui, per prima cosa non volle sentir scuse: ricordò al signor Della Valle che nelle istruzioni che gli aveva date, c’era la moderazione e la longanimità, e lo rimandò nel villaggio dov’era prima; poi fece il suo rapporto al prefetto.
Massimo tornò al capezzale d’Enrichetta, le narrò a poco a poco una parte dell’accaduto, e tenne per sè ciò che lo angosciava di più. Non le parlò delle voci accusatrici che si erano levate da ogni parte contro di lui, e che ora gli tornavano ogni tratto all’orecchio, lo seguivano, l’opprimevano. «Ma son dunque un colpevole io?» esclamava qualche volta da solo. «Non ci sarà nessuno che prenderà le mie difese? Nessuno che mi ascolterà?... Ma io sono un onest’uomo? Sono innocente io!...» E quando gli uscivano questi lamenti, questi gridi dell’anima, durava poi non poca fatica a richiamare la testa a casa perchè non gli desse di volta, e a ricomporsi per tornare nella camera d’Enrichetta e parere quello di prima. In que’ giorni aveva scritto due lettere a suo socero, ed erano le due di data più recente delle quattro che gli abbiam vedute capitare. In queste ultime Massimo raccontava a Giovanni i fatti com’erano avvenuti; lo supplicava di far conoscere la verità, di difenderlo contro le accuse che sarebbero arrivate fino a Milano, fino al suo paese, e di trovare qualche anima compassionevole ed amica che dicesse in alto una buona parola per lui.
«Oh! poveri noi! anche questa!» si mise ad esclamare Giovanni nella sua camera, com’ebbe lette le lettere. «Adesso chi sa che roba di fuoco diranno di noi i giornali! Mi ricordo dell’altra volta!... Ma quel benedetto figliolo! cosa gli è venuto in mente di pigliarsela così calda!... Io, a’ miei tempi, quand’ero nella guardia nazionale, un po’ con le buone, un po’ con quattro scappellotti, ma sempre nella legalità, li sapevo ben io mandar a casa questi tali che, si sa, di tanto in tanto hanno bisogno di vociare e di fare schiamazzo! È sempre stato impetuoso quel Massimo!... sempre impetuoso!...» Ma qui gli veniva in mente quell’altro guaio capitatogli per essere stato troppo paziente, e dopo una pausa conchiudeva: «Proprio come quello che menava l’asino al mercato!... Ma intanto» continuava dopo averci pensato su ancora «intanto cosa si fa?... Qualcosa bisognerà fare, perchè chi sa dove lo mandano questa volta?... Più in giù non è possibile.... dunque!... Eh! bisognerà moversi subito, non perder tempo, trovare qualche buon santo.... Ma chi trovare!... Andrò da Mevio!» E contento della buona idea che gli era venuta, pigliò il cappello e la mazza, e andò diviato dall’amico.
Giovanni trovò in compagnia dell’ingegnere Mevio uno che vedeva per la prima volta, e che ad occhio gli parve un campagnolo. Come l’ebbe squadrato, fece capire a Mevio con una smorfia che aveva qualcosa a dirgli da solo a solo; poi principiò a discorrere con un certo fare disinvolto che contrastava non poco con la faccia stralunata con cui era entrato nella stanza poco prima.
«Oh! a proposito!... «saltò su Mevio interrompendo il discorso e additando Giovanni al campagnolo. «Ecco il socero di Massimo: le notizie ve le potrà dar lui. E questo brav’uomo» continuò presentando Martino a Giovanni «è un parente di vostro genero, uno di Castelrenico, che appunto era venuto a domandarmi nuove di Massimo e di sua moglie....»
«Precisamente!...» prese a dire Martino. «E intanto sono ben contento di questa congiuntura che mi fa fare la conoscenza del signor socero dell’avvocato..... voglio dire.... come si chiama quell’impiego?... e se avesse qualche notizia la sentirò proprio con tanto piacere, perchè mi dicono che il nostro Massimo l’abbian mandato in un così brutto paesuccio....»
«Cioè, brutto.... un paese piccolo!» saltò su Giovanni «un paese, se volete, un poco lontano....»
«E che dopo essere stato a Milano....»
«Ecco! precisamente! Vedo che siete un uomo che capisce! Milano è un gran Milano! ne convenite anche voi, eh? Ma non ce n’è che un solo! è l’unico suo difetto!»
«Le notizie però son buone?... Oh! questo mi allarga il fiato!...» riprese Martino.
«Soddisfacenti.... soddisfacenti» saltò su, interrompendolo, Giovanni, con un fare tra l’imbarazzato e l’infastidito.
«Perchè m’avevan detto» continuò l’altro «che la moglie del nostro Massimo, voglio dire la sua signora figlia, fosse un poco ammalata.... o per dir meglio, paresse che in questi ultimi tempi....»
«Cioè.... cioè....» fece per rispondere Giovanni, ma intanto s’era voltato da una parte, aveva pigliato in mano un libro e levato il fazzoletto di tasca, cercando di interrompere il discorso e di sviare la commozione.
«Ma.... ecco,» continuò Martino: «casa mia è una casa alla buona, ma c’è posto che ne avanza; l’aria poi di Castelrenico è numero uno! e, se qualche soldato dei nostri piglia le febbri, non ha che a tornare in paese e ne guarisce subito. Insomma quello che vorrei dir io è che.... ma proprio senza complimenti, che se la sua signora figlia volesse prendere una boccata d’aria buona.... la mi farebbe davvero un piacerone.... l’avrei proprio per un onor grande.... Ecco cosa volevo dire!»
Giovanni strinse la mano a Martino, fece per rispondegli qualche ringraziamento, ma non potè. Non potè, perchè i cattivi pensieri ch’egli soleva cacciare a uno a uno, mano mano che si presentavano, ritornavano poi a dargli l’assalto tutti in una volta se faceva tanto di lasciar penetrare nell’animo un poco di commozione; e allora rimaneva lì prostrato e senza difesa. Martino però non s’accorse di tutto questo. Poco dopo salutò cordialmente Mevio e Giovanni; e con un «dunque siamo intesi» se ne andò!
Giovanni, rimasto solo con Mevio, levò di tasca le lettere, gliele diede, ed ebbe appena fiato di dire: «Leggete!».
Intanto che Mevio leggeva, Giovanni gli guardava negli occhi con la speranza di vederci il riflesso di qualcosa che fosse meno triste di ciò che aveva lui nel cuore in quel momento. Era come la sua ultima speranza; ma la faccia di Mevio, mano mano che i suoi occhi scendevano giù fino a pie’ di pagina, perdeva a uno a uno i tratti della sua giovialità. Giovanni seguitava a fissarlo, e Mevio prendeva sempre più un’espressione severa, una certa espressione che destò a un tratto un ricordo a Giovanni, e gli fece pensare: «È la faccia di quando arrivò la notizia ch’era morto don Emanuele!» Questo pensiero appannò gli occhi del povero Giovanni che, lasciatosi cadere su una sedia, rimase col capo tra le mani finchè Mevio ebbe finito di leggere tutte e quattro le lettere.
«È un piovere sul bagnato!... questo è il guaio maggiore!» disse Mevio nel ripiegare le lettere. «Avevo già veduto qualcosa nei giornali....»
«Nei giornali? Allora siamo fritti!» esclamò Giovanni rizzandosi in piedi. «Povero Massimo!... e cosa dicono i giornali?... no, no, non ditemelo per carità!»
«Abbiate pazienza! I giornali raccontano il fatto; raccontano che un delegato di Questura.... ma finora il nome di Massimo non è venuto fuori.»
«Ci verrà! oh! ci verrà! Quando tutti dicevano che il nostro Massimo era un gran brav’uomo, allora i giornali non dicevano niente! Ma adesso sentirete! Oh! poveri noi!»
«Calmatevi, caro Giovanni; capisco, la cosa può esser seria.... però....»
«Però?»
«Insomma uno, quando sa di non aver nulla sulla coscienza, può domandare che si faccia.... non saprei.... un processo, e allora la verità a poco a poco viene a galla....»
«Ma intanto? L’avete detto anche voi che è un piovere sul bagnato! e questa è una gran parola, sapete! Se ci fosse ancora qualche paese più lontano, me lo vedrei già rotolato giù chi sa fin dove... e direi, pazienza! Ma il paese più lontano non c’è, e questa volta me lo rimandano a casa.... a casa diritto diritto: mi par già di vederlo!»
«È un guaio anche per voi e per Massimo che al marchese sia capitata quella gran disgrazia!... Se fosse stato qui, le portavo a lui queste lettere subito, e scommetto che non vi lasciava in asso; vi avrebbe dato qualche buon parere, vi avrebbe forse diretto o raccomandato a qualcuno. E una parola d’un uomo come il marchese, che ha in alto amici a bizzeffe, e a cui fan di cappello tutti le poche volte che si lascia vedere, una sua parola detta a tempo avrebbe forse potuto far sospendere qualche giudizio precipitato. Perchè il pericolo sta qui! Cansato questo pericolo, uno allora può far sentire le sue ragioni, e le cose a poco a poco si aggiustano. Ma bisognerebbe non perder tempo, e il marchese, voi lo sapete, non è a Milano. Se fosse a Castelrenico, meno male, ci farei una corsa e per domattina vi saprei dire qualche cosa. Ma, pover uomo! parenti, amici, seccatori d’ogni risma avrebbero voluto soffocarlo di condoglianze, non foss’altro per essere in regola con l’etichetta; e lui invece non voleva veder nessuno. Così, per paura che non lo lasciassero tranquillo neanche a Castelrenico, se ne è andato in quel suo podere di Piemonte, dove è più sicuro di non veder gente.... Ma ehi! Giovanni! cosa fate? per Bacco, non lasciatevi andar d’animo a quel modo!... insomma.... gli scriverò.... se volete ci vado in persona e mi faccio fare una brava lettera per qualche pesce grosso.... Ehi! Giovanni! datemi ascolto!... un giorno più, un giorno meno.... non vorrà essere proprio oggi o domani che sentenzieranno sul conto di Massimo.... eh! avranno tutt’altro per il capo, caro mio, in questi giorni, con quel po’ po’ di trambusto!... Ma insomma, Giovanni, non mi date retta?... Mi par quasi di non esser più il vostro Mevio!»
Il povero Giovanni s’era di nuovo lasciato cadere sulla sedia, nascondendo la faccia tra le mani; non ascoltava più le parole del suo amico e pareva assorto da un dolore più forte di prima. Mevio cercò di confortarlo in ogni maniera, ma per un pezzo non gli riuscì di fargli aprir bocca. «Se la matassa s’è ingarbugliata, vedrete che troveremo ancora il bandolo,» seguitava a dire Mevio. «Pericoli, quanto all’impiego, non ce ne saranno. E poi.... e poi, se anche lo sbalzassero dall’uffizio, a un altro impiego, ve lo prometto, ci penso io. Penseremo a qualche impiego d’altro genere.... per esempio....»
«Oh! cosa mi parlate mai dell’impiego!» esclamò finalmente il povero Giovanni.... «Che l’impiego se ne vada!... che è ormai l’ultimo de’ miei pensieri! Non è all’impiego che penso io! non è il pensier dell’impiego che mi sta sul cuore!... che mi toglie il respiro in questo momento!... È alla mia Enrichetta che io penso!... è alla mia Enrichetta!... Le avete lette bene quelle lettere! Non vi pare?... E se non vi pare, è perchè.... Ditemi un poco, sapete voi cosa sono i presentimenti?... Ebbene, ne ho uno io!... uno ben triste!...» E non potè finire perchè diede in uno scoppio di pianto, mentre rizzatosi in piedi si gettava nelle braccia dell’amico.
Quanto all’impiego rimedi non ce n’era più. Tra i mezzi d’acquietare gli animi in quel paese dov’era successo il tafferuglio, c’era stata in quei giorni anche la destituzione dall’impiego del delegato Massimo Della Valle.
XV.
Sul finire di quello stesso mese di settembre in cui erano succeduti gli ultimi avvenimenti del nostro racconto, un uomo vestito a bruno usciva una mattina da una delle porte di Milano, e preso uno de’ viali che fiancheggiano la strada maestra, continuava il suo cammino lentamente, misurando il passo coi passi d’un bambino, vestito a bruno anch’esso, che conduceva per mano. Per arrivare a quella porta aveva dovuto fare tre o quattro lunghe strade, e le aveva fatte d’un passo meno lento, e col fare d’uno a cui dànno noia la gente, le case, i rumori della città; d’uno che cerca la solitudine e l’orizzonte spazioso e quieto. Il bambino che lo seguiva aveva dovuto percorrere quel tratto quasi tutto di corsa e saltellando; e quel passeggio a gambe levate gli era stato argomento d’una allegria che faceva non poco contrasto con l’aria malinconica di chi lo conduceva. Chi passava dava a costui alla sfuggita un’occhiata compassionevole, ed una più compassionevole ancora a quel vispo bambino, che nel primo mattino della vita portava già il vestito della sventura e del lutto. «Povero bambino!» dicevano mestamente in cuor loro «ha perduta la sua mamma!» e avrebbero voluto saper chi fosse, fargli una carezza, dargli un bacio in luogo della mamma che non gliene avrebbe dati più. Uno poi, che aveva fatto atto di fermarsi, e s’era voltato a guardare il bambino e l’aveva seguito con gli occhi, nel ripigliare la strada s’era messo a borbottare tra sè: «Anch’io da bambino fui vestito così! e cosa volesse dir quel vestito lo capii dopo... l’ho capito una prima volta, me ne ricordo ancora, quando non mi potei difendere contro un compagno più grandicello e prepotente, col gridare, come facevan gli altri, lo dirò alla mia mamma!... E poi, dicono che una parola amorevole, un consiglio d’una madre, non si dimenticano più! E vengono le volte in cui s’ha bisogno di richiamare un consiglio!... s’ha bisogno d’una memoria da rispettare!... Oh! se l’avessi trovata una buona parola dentro di me!... chi sa!...» E aveva svoltato alla prima cantonata per non avere la tentazione di guardare ancora quel bambino, e per cacciare una folla di tristi pensieri. Altri, dopo una prima occhiata mesta a quel fanciullo, avevano continuata la loro strada col passo più svelto e con la faccia di chi pensa a una buona nuova. Quale pensiero aveva attraversato d’improvviso la loro mente? Quello, forse, che rientrando in casa ci avrebbero trovato ancora la loro mamma.
Il povero Massimo, poichè era proprio lui l’uomo vestito a bruno che conduceva il bambino a mano, com’ebbe lasciato dietro di sè le ultime case del sobborgo che qua e là fiancheggiano il viale, cominciò a levar gli occhi, che aveva tenuti fin lì fissi al suolo, e a guardare i bei prati, i bei campi che gli si stendevano dinanzi, e dopo questi le prime linee rialzate e vagamente interrotte delle colline, e la gran costiera finalmente delle prealpi e delle alpi, che gli chiudevano l’orizzonte coi loro maestosi profili, frastagliati da cocuzzoli biancheggianti e da ombre severe. Quello spettacolo, che pure egli aveva veduto le mille volte, pareva avesse in quel punto su l’animo suo un fascino tutto nuovo. Camminava, e non sapeva levar gli occhi da quella parte d’orizzonte; era assorto, ma pareva che il respiro gli si facesse più libero e l’animo più sollevato.
Che cos’era venuto a sviare per un momento la costante malinconia de’ suoi pensieri? Cosa cercava egli con lo sguardo così fisso? I suoi occhi seguivano quelle ombre, quelle insenature, quelle vette che da tanto tempo non aveva vedute, e che ora mano mano andava riconoscendo. Eran tutti profili cari al suo cuore, e che sapeva lo dovevano condurre a uno che gli era il più caro di tutti, il profilo dei monti che stavano dietro Castelrenico. Appena lo intravide e lo riconobbe, il suo cuore battè violentemente, e il suo viso ch’era così pallido e triste, si fece a un tratto rosso, e prese quasi un’espressione di gioia. Si fermò, e stette un pezzo a fissare quel punto; intanto che il suo bambino era tutto in faccende per un grillo che aveva veduto presso la siepe, e non arrischiandosi di pigliarlo, gli salterellava intorno mandando gridi d’allegria.
Massimo riprese il cammino, ma ogni tanto levava gli occhi e guardava ancora que’ monti. La sua mente era come trasportata da un’onda di pensieri nuovi: quella nebbia, che dopo le sue ultime disgrazie non gli lasciava veder più nulla dinanzi, in quel momento pareva si diradasse per fargli intravedere un porto tranquillo. Tornare a Castelrenico dopo esserne uscito pieno di progetti e di fumo? tornare umile, avvilito, come chi torna da una sconfitta? farsi guardare con pietà dopo che l’avevano guardato con invidia?... Mai! Con questa risposta aveva sempre troncato ogni pensiero, ogni domanda che avesse osato di farsi innanzi, per quanto sommessamente, a parlargli di Castelrenico. Ma ora che in compagnia de’ pensieri gli veniva dinanzi quella faccia benedetta de’ suoi monti, quel mai era lento a ricomparire, impedito da tant’altre cose che questa volta parevano più frettolose di lui. Le ubbìe compagne del mai si facevano piccine piccine, nella sua mente, intanto che il campanile di Castelrenico, la piazza, il caffè, l’osteria, gli amici d’un tempo diventavano grandi grandi, e li illuminava come una nuova luce che li faceva parer tutti le più belle cose di questo mondo.
Massimo continuava a camminare. Camminava col passo più celere, e pensava a quando, dopo essersi dilungato un po’ troppo fuori di Castelrenico, se ne tornava affrettando il passo; e gli pareva quasi che alla prima svolta avrebbe trovata la solita scorciatoia che pigliava quando voleva giungere più presto in paese. Tanto era diventato padrone di lui in quel momento il suo Castelrenico! E intanto camminava.... ma il suo bambino, che cominciava a essere stanco, ora si sedeva su un mucchio di ghiaia, ora pigliava la rincorsa, ora tirava la falda del vestito del babbo, e cercava di fermarlo con una domanda.
Era un pezzo che nell’animo del povero Massimo, addolorato da tante disgrazie, non si faceva strada un pensiero di pace, un qualcosa che lo togliesse per un minuto dalla sfiducia in cui era caduto. Il suo animo non cercava di dimenticare nessuno de’ suoi dolori, uno de’ quali, il più grande di tutti, gli era sacro e indistruttibile. Eppure quel lumicino che veniva a un tratto a rompere la nebbia scura che l’opprimeva, gli dava come un riposo soavissimo; e avrebbe voluto in cuor suo che quel minuto fosse lento a passare, tanto lo gustava! Ma anche quel poco ristoro fu breve. Il suo bambino a un tratto gli si piantò dinanzi, e tirandolo per l’abito gli domandò fissandolo in viso: «Questo è il luogo dove ci sono sepolti i morti?»
Massimo alzò gli occhi, e s’accorse d’essere vicino alla cancellata d’un cimitero. Il bambino, vedendo l’espressione di dolore che a un tratto pigliava la faccia del babbo, soggiunse subito: «Babbo, non ho più paura io dei morti!... non ho più paura, perchè adesso tra i morti c’è la mia mamma!...» Massimo, a cui scoppiò il cuore a quelle parole, prese il bambino in collo e lo coperse di baci e di lacrime. Quel raggio di conforto era sparito; i tristi pensieri erano tornati in folla, e con essi una puntura dolorosa di più, quella che il suo bambino gli aveva data senza saperlo.
Conducendo il suo bambino a mano tornò in città, e s’avviò verso casa col capo basso, ripensando, nel rifare quelle strade, ai casi suoi, con l’eguale malinconia e l’eguale sfiducia di prima. Eppure quel lumicino lontano che per un minuto gli aveva fatto intravedere il porto, non doveva essere un’illusione del tutto.
Giovanni, come abbiam veduto, era andato a vivere in casa del suo amico Ambrogio. Tutti e due poi, quando Massimo dopo le sue ultime disgrazie capitò a Milano, adattandosi alla meglio, avevano trovato modo di alloggiare anche l’avvocato e di dargli una delle stanzucce del loro piccolo quartierino. Era dunque verso la casa dove abitava Ambrogio che Massimo faceva ritorno; e quella strada, quella casa, ch’eran lì a ricordargli che senza il buon cuore d’un galantuomo forse non avrebbe saputo dove cercare un ricovero, tanto le sue tristi vicende l’avevano ridotto a mal partito, non eran fatte neanche loro per dargli quel poco conforto che uno cerca tra le pareti domestiche.
Fatta la scala, aperto l’uscio, vide su una sedia un cappello a cencio e una grossa mazza, e udì la voce di qualcuno che parlava forte col socero nella stanza vicina. Si fermò, e il suo primo pensiero fu di riaprire l’uscio e ripigliare le scale, tanto il suo animo rifuggiva in quel momento dal veder gente, dal mostrare ad altri il suo dolore, dal voler parere rassegnato, o dal ricevere conforti. Ma intanto il suo bambino aveva spalancato l’uscio, e gridando: «il babbo! il babbo!» era entrato nella cameretta dove c’era Giovanni in compagnia dell’ingegnere Mevio e d’un altro. Massimo, pochi minuti dopo, si trovava tra le braccia robuste d’un uomo che gli era corso incontro, e che senza poter proferire una parola l’aveva serrato al suo cuore con una stretta convulsa e vigorosa. Quell’uomo era Martino; e tanto lui che Massimo rimasero così abbracciati un pezzo senza che l’uno potesse staccarsi dall’altro, senza che a nessuno dei due potesse venire una parola sulle labbra. Ma tutto era detto. Mevio, che sapeva a tempo capire anche le cose delicate, vide ch’era bene lasciar soli quei due, almeno per qualche minuto; e pigliato a braccio Giovanni, a cui invece pareva necessario di rimaner lì per spiegare a Massimo il come e il perchè Martino fosse venuto, con una parola all’orecchio lo condusse nella stanza vicina. Ma fu per poco. «Vi pare?» cominciò Giovanni a dire subito dopo. «Li sentite voi dire una parola?... È una conversazione che continua sul tenore di quella di poco fa! Ci vuol me a rompere il ghiaccio!... ci vuol me!» E questa volta Mevio non riuscì a persuaderlo di lasciare i due cugini in pace.
Al buon Giovanni pareva di tanto in tanto di saper essere d’animo più forte di suo genero. Ma poi quando vedeva un po’ di tregua sulla faccia di Massimo, allora cominciava a perder lui la parola; si guardava in giro come se cercasse la sua figliola; e si vedeva scendere sul poveretto quel dolore che sulla fronte d’un vecchio, a cui la vita più non promette che scarsi conforti, è sempre così cupo e profondo.
Giovanni, quando tornò nella cameretta, vide i due cugini seduti accanto silenziosi, col capo basso, e con le mani dell’uno nelle mani dell’altro. Nell’aspetto di tutti e due c’era una calma così severa che non era fatta per dar coraggio a nessuno che avesse voluto disturbarla. Il rompere il ghiaccio non parve dunque una cosa così facile neanche al nostro Giovanni, il quale, dopo esser rimasto lì un poco sui due piedi senza aprir bocca, pigliò una sedia e si mise a sedere. Poi fece due o tre volte come per dire qualcosa, ma le parole non volevano uscire.
Alla fine fece un gran sforzo ed esclamò: «Mah!» con un gran sospiro, e non potè dir altro.
Chi ruppe il ghiaccio fu Martino, che a un tratto rizzatosi diede a tutti una forte stretta di mano, e disse: «Insomma.... andiamo. Ho un affare qui col nostro ingegnere Mevio.... ne ho poi un altro con voi, Massimo, ma non è questo il momento. Questa sera vengo a pigliarvi; vi devo dire qualcosa, e faremo quattro passi in compagnia. La riverisco, signor Giovanni! Massimo, a rivederci!»
Martino non si fece aspettare. Imbruniva appena quando ricomparve; e a riceverlo questa volta c’era anche Ambrogio, di cui avrebbe fatto a meno volentieri. Egli, ch’era venuto per pigliarsi Massimo a braccetto, e far subito que’ quattro passi in compagnia, dovette invece far conversazione con Ambrogio, il quale, se gli capitava in casa qualcuno, si credeva in dovere, per riceverlo proprio a modo, di domandargli i fatti suoi e di raccontargli i propri. Finalmente Martino, fatto le sue scuse, si congedò, pregando Massimo a uscire con lui, com’era l’intesa.
«Mio caro Massimo» prese a dire Martino quando fu in strada, ma dopo aver fatto un bel tratto in silenzio, «voi mi dovete fare un gran piacere. Sono in un imbroglio, sapete? in un imbroglio dal quale non mi potete levare che voi!»
«Io?» esclamò Massimo con un certo accento pieno di mestizia e di amarezza.
«Sì, voi! Ma prima statemi a sentire, perchè bisogna che vi metta un poco al fatto delle mie faccende; le quali faccende sono benedette dalla Provvidenza, e mentre mi poteva capitare.... insomma la mi è andata bene, e in grazia soprattutto di quel mio Tonino, che è un bravo figliolo, sapete!... così giovane! un figliolo che ruba un mestiere, come diciam noi, basta lo vegga una volta!... e se me ne ha insegnale delle cose!... In grazia, come dicevo, di Tonino, ho impiantato delle cose ch’eran nuove nei nostri paesi; ho cominciato a guadagnar qualcosina, ho aggiustate le mie magagne, ho fatto venir delle macchine, e, alle corte, adesso mi trovo sulle braccia un lavoro così spropositato che non riesco sempre a tenergli dietro. Cioè, in quanto al lavoro, con qualche buon operaio che in questi anni ho tirato su a mio modo, lavorando io, lavorando il figliolo, si dà passo agl’impegni, e la cosa cammina. Ma, voi lo sapete meglio di me, quando le faccende son molte, anche la penna e la carta vogliono la loro parte; e qui comincia il guaio! Ogni tanto io devo andare ora in un paese, ora in una città, per fare un contratto, per ricevere un pagamento; e allora.... senza dire che Tonino solo non basta più perchè ci sia sempre quel tal occhio aperto su tutto, quel tal occhio senza il quale le cose fan presto a mettersi fuori di careggiata!... allora, dicevo, ci siamo!... ci siamo a quel tal imbroglio della carta! Ogni tratto mi trovo dinanzi a ingegneri, ad avvocati, alla carta bollata.... e allora, che ne so io? In qualche impiccio, a dirla, ci son già cascato. Tutti in Castelrenico, tutti mi vanno dicendo: Mastro Martino, voi avete bisogno d’un uomo di proposito, d’un uomo a cui stia bene la penna in mano! E guardate, Martino, che penna, carta e calamaio sono una gran cosa!... Se ci fosse qui l’avvocato Massimo!»
«Oh! che dite mai!... si ricordano ancora di me?...»
«Vi pare? Non c’è giorno che non si parli di voi in Castelrenico!... Dunque dicevo.... cioè dicono.... se ci fosse qui l’avvocato Massimo! oh! allora sì che le vostre faccende andrebbero a dovere!... E quando questi han finito, comincia Tonino: — Caro babbo, così non si cammina!... intanto che si tengono gli occhi sul lavoro non si può tenerli sui libri: nella fabbrica dov’ero io c’era uno studio che pareva un uffizio, e lì, da mattina a sera, c’era un signore con gli occhiali, serio, che non rideva neanche la domenica. — Capite, cosa mi dicono tutti? Ora sono sei mesi che mi guardo intorno per cercare anch’io qualcuno di proposito, ma.... di quei di fuori non ne conosco, e di quei di Castelrenico.... sicuro che, se li sentite al caffè, la sanno lunga a uno a uno più di tutti i ministri messi insieme, ma... a dirla tra noi... è meglio lasciarli legger le gazzette! Intanto però io sono impacciato come un pulcino nella stoppa, e così non si va!... Dunque... dunque non ce n’è che uno che potrebbe levarmi d’impiccio... che potrebbe essere la fortuna mia e de’ miei figlioli... ma non ho il coraggio di domandargli questo favore. Capite, Massimo? Ma voi non mi rispondete!... per carità, se ho detto qualcosa fuori delle convenienze, non abbiatelo a male, perchè io sono un uomo alla buona...»
«Oh! voi siete un uomo generoso... ed io sono un disgraziato che deve, perchè è giusto, pagare la pena de’ suoi errori!... un disgraziato per sua colpa... che non è degno di stringere quella mano che voi gli stendete con tanta generosità!...»
«Oh! se avete imparato a dir queste cose a Milano, dirò anch’io che avete fatto un cattivo negozio ad andar via da Castelrenico!... Scusate se parlo così. Del resto, le botte di questo mondo sono spesso botte da orbo, che vanno anche sulle spalle di chi le merita meno. Sapere chi merita fortuna e chi non la merita!... son conti che non li può fare che Domeneddio!... Se vi son toccate delle disgrazie, ebbene, non cerchiamo più in là! Forza ai remi! e se il vento v’ha ricacciato in mezzo al lago mentre cercavate una riva, forza ai remi, e cercatene un’altra!... Voi non avete bisogno di me, perchè se la prima strada non v’ha guidato bene, ne potrete trovare in Milano un’altra che vi guidi meglio. Ma io ho bisogno di voi; dunque, strada per strada, pigliate intanto la mia, e camminiamo insieme! Se non vi piacerà, sarete sempre in tempo di pigliarvene un’altra, per bacco!... Ouf! in questa vostra Milano fa un gran caldo, sapete, anche quando negli altri paesi l’estate è finita!...» E così dicendo si levava il cappello e si asciugava la fronte, perchè, sebbene spirasse un’aria quasi fredda, Martino in quel momento sudava come sotto una solata di luglio.
Massimo era agitato, confuso; non capiva più dove fosse e dove andassero i suoi pensieri. Le parole di Martino a poco poco gli facevano intravvedere quella mèta che cominciava a essere la seduzione più forte del suo cuore; gli risvegliavano quella commozione che aveva sentito scendere nell’anima al rivedere il profilo delle sue montagne. Ma poi quel tornare a capo basso nel suo paese, dopo esserne uscito così pieno di fumo; quel ricevere asilo da uno, di cui, un tempo, aveva quasi sdegnato i saluti; quell’invito che forse era un’elemosina.... eran dubbi che venivano a tormentarlo, eran pensieri che venivano a cozzare coi pensieri di prima, e lasciargli la mente tutta buia e scombussolata... «E se fosse vero che Martino ha bisogno di me?...» cominciava Massimo a pensare spinto dal secreto desiderio di stringere quella mano che gli veniva stesa.... «Se il partito che mi offre fosse il più onorevole che mi rimane?... Se un rifiuto paresse un’offesa?... Se potessi davvero esser utile a questo brav’uomo!...» Ma poi era da capo ad esclamare tra sè: «Oh! no, no.... è un atto di compassione! è un sacrifizio che Martino s’impone, e che io non devo accettare!» E in mezzo a queste contraddizioni, a questa battaglia che gli era sorta nel cuore, non poteva trovare una parola da rispondere a Martino.
Dopo un lungo silenzio, Martino prese a dire in tono più calmo e con un accento quasi malinconico: «Insomma prima di negarmi il vostro aiuto, prima di preferire un’altra strada, pensateci bene, caro Massimo. Pensate a tante cose.... pensate anche che una boccata d’aria dei nostri monti sarà un gran ristoro per la vostra salute, e un gran sollievo per il vostro animo!... Pensate anche al vostro bambino, che è un bel bambino, ma che m’ha l’aria d’uno di quei fiori che non hanno veduto mai altro sole che quel poco che capita sul davanzale d’una finestretta e dietro un’inferriata. Ripiantatelo all’aria libera, in mezzo a una bella aiuola, dove lo vedrete riavere i suoi bei colori, venir su rigoglioso, robusto, senza che il vostro cuore abbia mai un giorno di dubbio o di ansietà!...»
In quel punto le fiammelle sfolgoranti d’una bottega da caffè illuminarono traverso le vetrate i nostri due personaggi. Martino diede un’occhiata a Massimo, e gli vide scendere sulle gote due grosse lacrime. «Che bestia! che bestia!» disse tra sè il povero Martino. «Cosa ho detto mai!... Come faccio adesso ad accomodarla?...» Ma poi, come uno a cui viene un’idea, saltò su a voce alta: «Massimo! venite a prendere un caffè!» E l’idea del caffè, per sviare i pensieri di Massimo, gli parve così buona, che ci si mise con tutte le sue forze; e Massimo che sulle prime cercava schermirsene, dovette cedere, e lasciarsi condurre nella bottega dalle braccia vigorose del cugino. Più tardi Martino accompagnò Massimo a casa; ma nè in bottega nè in strada non riprese più il discorso di prima.
La mattina seguente, Martino andò di buon’ora da Mevio, gli ripetè i discorsi fatti con Massimo, e gli raccontò per filo e per segno come l’era andata. A Martino pareva che la non fosse andata troppo bene; aveva paura, come diceva lui, d’aver fatta una frittata; e poi nella notte gli eran venute in mente tante e tant’altre ragioni che gli parevan tutte migliori di quelle che aveva dette. Ma come si fa? Quel giorno stesso egli doveva ritornare a Castelrenico per le sue faccende; e così la speranza che l’aveva fatto correre a Milano, quella di condursi a braccetto Massimo a casa sua, era bell’e svanita. Mevio lo tranquillò; trovò bonissimi i ragionamenti fatti e si prese l’impegno di darvi un’ultima mano. «Lasciate fare a me,» concluse Mevio. «Cose di questa fatta le non si decidono intanto che si fan quattro passi, o che si prende un caffè: ci penserò io a persuader Massimo, e a togliergli ogni ubbìa di testa. Tra quindici giorni Massimo sarà in casa vostra....»
«Col bambino e col socero, s’intende!»
«Eh sì! Fate proprio una carità fiorita, perchè il povero vecchio ha speso per Massimo fino all’ultimo soldo del suo piccolo patrimonio, e ora, poveretto.... insomma è una gran carità!»
«Cosa dite mai! In casa mia c’è da fare per tutti, e qualcosina farà anche il signor Giovanni. Non si tratta di elemosina per nessuno, ma di lavoro: tenete a mente questa parola! E così siamo intesi, e confido in voi.»
Due mesi dopo, l’avvocato Massimo, procuratore della ditta di Martino Della Valle, ritornando da una corsa fatta per affari, fermatosi un paio d’ore a Milano, andava in fretta a salutare l’amico Mevio, e a domandargli se gli occorreva qualcosa per Castelrenico.
«Grazie, caro avvocato; salutatemi Martino e Giovanni, e tutti quei del paese. Del resto, le faccende seguitano a maraviglia, nevvero? Vi trovate sempre bene? Siete contento? Lavorate molto?...»
«Oh! io devo benedire a ogni ora Martino e voi per tutto il bene che mi avete fatto! M’avete proprio salvato; m’avete condotto in porto! Ma...»
«Ma?...»
«E i poveri naufraghi?... Però la mia Enrichetta riposerà presto nel camposanto di Castelrenico. Ho destinato a ciò i primi frutti del mio lavoro. Lavoro molto, ma con questo pensiero nell’anima il lavoro mi dà un conforto che nessuna parola m’aveva dato fin qui.»
XVI.
Ora che abbiamo ricondotto a casa il nostro personaggio principale, e che abbiamo veduto gli eventi rabbonirsi, dopo essersela presa con lui così fieramente, per quel tanto di fumo che gli era salito alla testa, non ci resterebbe altro che di fare una riverenza a quei lettori che fossero arrivati pazientemente fin qui, ringraziarli dell’averci fatto compagnia, e dir loro: la nostra storiella è finita. Ma siccome da una compagnia tanto cortese non si vorrebbe staccarsi mai, così abbiamo pensato di andare in cerca, per un’ultima volta, dei vari personaggi che hanno figurato qua e là nel nostro racconto; sapere che cosa sia succeduto di loro, e salutarli anch’essi, tanto più che il caso di rivederli è poco probabile. Per trovarli dunque riuniti quasi tutti lasciamo passare un anno, e andiamo a Castelrenico. Un anno basterà, perchè dopo, per quanto ne sappiamo noi, nessuno di loro ha fatto nulla di particolare che meriti d’essere raccontato.
A pie’ del monte che sta dietro Castelrenico, proprio dove una volta scendeva in tanti rigagnoletti quell’acqua che aveva anch’essa avuta la sua parte a far dare a Martino il soprannome di matto, sorgono adesso tre fabbricati, uniti tra loro da una cinta di muro, che racchiude pressochè tutto quel tal prato che aveva fatto, ma inutilmente, tanta gola all’amico Simone. I rigagnoletti, di cui molti andavano perduti per le fessure del monte e per gli strati soffici del prato, riuniti adesso in un sol corpo, corrono rapidi e a guisa di torrentello lungo i fabbricati, e movono delle grandi ruote che stanno a fianco di questi. Chi passa lungo il muro di cinta ode, misto al rumor cupo delle ruote che girano lentamente, e a quello dell’acqua che batte e spumeggia intorno ad esse, un frastuono confuso, dissonante, di martelli, di seghe, di ruote e rotelle e rotelline che cigolano in tutti i toni e che pare dicano tutti assieme quanta vita, quanto lavoro, quanto amore del tempo ci sia lì dentro. In uno dei fabbricati stanno accatastati fusti e toppi; ci sono le grandi seghe, e si fanno panconi e assi d’ogni sorta. In un altro più piccolo si fanno tutti i lavori da bottaio; e nel fabbricato di mezzo, che è il più grande, si fa ogni sorta di lavori da legnaiolo, mobili, quadretti lisci e intarsiati per pavimenti, bussole, usci, persiane, scuri; c’è anche l’abitazione di Martino e della sua famiglia, di Massimo, di Giovanni, e di qualche operaio.
Martino è sempre in faccende; è dappertutto: non c’è lavoro del suo opificio a cui non abbia data, prima di sera, un’occhiata cinque o sei volte almeno. Se vede qualcosa che non sia fatto a modo suo, allora poi non sa resistere; si mette in maniche di camicia, dà mano alla pialla, a uno scarpello, a un tornio, e, dimenticandosi d’essere il padrone, lavora come un dannato e col gusto d’una volta. Se poi ha qualche minuto di respiro, allora, a gambe larghe e con le mani dietro le reni, si mette lì ad osservare le macchine che lavorano. Le guarda, non sa staccarne gli occhi, sorride di compiacenza, e, con qualche crollatina di capo, pensa tra sè: «Guarda un poco con che precisione lavora quel ferro!... così da solo!... si direbbe che nel mestiere la sa lunga più di me!... e che ragiona come un cristiano!»
Non la pensa così sua moglie. La buona Caterina, in casa non osa più fiatare contro le macchine; però, se è sola, affretta il passo volentieri quando attraversa qualche stanzone dove ce ne sia qualcuna; e in cuor suo non è del tutto persuasa che in quelle ruote e rotelle e rotelline, in que’ ferri, in quelle lame dentate, che stridono, vanno, vengono, girano da sè, non ci sia qualche incantesimo, qualche diavoleria. Anch’essa è in faccende da mattina a sera, ma a far la massaia; tiene a cintola un mazzo di chiavi che saranno almeno venti; si pensi quanto da fare le dànno! Martino, son due anni, le ha regalato un abito di seta: le venne qualche volta la tentazione di metterselo, ma poi non ne ha avuto mai il coraggio. Aspetta sempre una qualche grande occasiono per decidersi; ma quando l’occasione capita, allora quell’abito le mette tanta soggezione! e comincia a pensare a quello che dirà la gente, a quello che dirà la Ghita, per dirne una, la vedova del bottaio, che tutti chiamano la signora Ghita, eppure non ha l’abito di seta nemmen lei. «No, no!» conchiude ogni volta dopo averci pensato su «non voglio che si dica che mi è andato il fumo alla testa!... non voglio umiliare le mie amiche, le donne del mio tempo!» E infatti, per la signora Ghita principalmente, questo sarebbe un affar serio. I Della Valle le hanno già fatta questa del metter su lavoro da bottaio, di lavorare in grande e in un certo modo che non era quello del suo povero Andrea, e se poi le facessero anche quest’altra dell’abito di seta, sarebbe in verità un passare ogni misura, un tentare la sua prudenza. Povera signora Ghita! La sola cosa che la conforta un poco è che a lei tutti dicono la signora Ghita, mentre la Caterina, sebbene ci sia chi pretende che il suo uomo adesso nuoti nell’abbondanza, pure non c’è uno che non la chiami ancora la Caterina!
Ma non è solo l’abito di seta che mette soggezione alla Caterina: dopo che suo marito ha cambiato condizione, si direbbe che le mette soggezione anche la gente che può incontrar per la strada. La si vedeva poco in giro una volta, ma adesso la non si vede quasi più; e la sua scusa è sempre che «quando s’ha una nidiata di figlioli non c’è tempo d’andar a spasso.» La nidiata però è ben piccola, e «fossero le nidiate di figlioli tutte così!» dicono in paese quelli che ne hanno una davvero. Tonino è ormai un uomo fatto: ha diciott’anni appena, ma è alto, robusto, serio; è sempre intento da mattina a sera alle macchine e ai lavori che dirige lui; parla poco, e lo vedono così poco all’osteria, che in paese cominciano quasi a chiamarlo matto come il padre. La Beppina s’è fatta anch’essa una giovanetta, e tra qualche anno la signora Ghita sarà in pensiero per trovarle un marito. Intanto essa aiuta la mamma in tutte le faccenduole di casa, ed è la sola persona a cui Caterina dia in qualche occasione il mazzo delle chiavi. Gli altri due bambini, quelli che abbiam veduti in principio del nostro racconto far la guardia ai fagioli che bollivano nella pentola, divenuti grandicelli anch’essi, ora vanno a scuola: la bambina va alla scuola di Castelrenico; e il fratello, che è maggiore di lei, fu messo a dozzina in una grossa borgata della provincia, e va alle scuole tecniche.
«Avrei avuto il coraggio di mandarlo a imparare anche il latino!» aveva detto una volta Martino in confidenza al curato. «Sicuro! perchè un tempo avevo una grand’opinione del latino!... Ma dopo che ho veduto il latino fare all’avvocato Massimo lo scherzo di mandarlo in rovina!... un uomo come l’avvocato!... cosa vuole? mi sono messo in diffidenza, e ho detto tra me: no, no, non mettiamo i figlioli nelle tentazioni! ci mette così poco il fumo a montare alla testa!»
Qualche ragionamento sul fumo che monta alla testa l’aveva fatto più d’uno in Castelrenico, dopo che si riseppero i casi disgraziati di Massimo. Più d’uno aveva rifatti i suoi progetti; più d’uno aveva lasciato cadere qualche sogno ambizioso, s’era deciso a sneghittirsi e a non aspettar più a bocca aperta che cascasse la fortuna dalle nuvole. Abbiam detto più d’uno, e si può esser contenti; ma non mancarono anche quelli che furono d’un parere diverso. Si pensi a tutti i discorsi che si fecero in Castelrenico quando videro Massimo tornare mogio mogio, non più impiegato, non milionario, non ministro, e, per dirla, senza un soldo in tasca! Quelli che in paese passano per i più pratici delle cose di questo mondo, dissero subito ch’era una commedia, ch’era forse una cosa tutta intesa col Governo per qualche scopo diplomatico, e conchiudevano che «fidarsi è bene, e non fidarsi è meglio!» Gli altri, un poco meno furbi, erano persuasi in cuor loro che a Massimo fosse andata male davvero; ma a buon conto tacevano e stavano a vedere. A poco a poco però questi ultimi, ch’erano in gran maggioranza, cominciarono a farsi coraggio; e dopo poco tempo in Castelrenico si discorreva liberamente che Massimo, dopo tante spacconate, se n’era tornato con le pive nel sacco, a farsi ospitare da Martino per di più, dopo essersi mangiato fino a un soldo il fatto suo. Il pensiero delle pive nel sacco parve una buona ragione per perdonare all’avvocato Massimo anche a quei tali che con tanta invidia l’avevan veduto partire, e che l’avevano avuta così fieramente con lui per quel tanto di fortuna che aveva sognato. A mantenerli poi in questa buona disposizione c’era per molti un altro riflesso. «Guardate un poco,» dicevano; «l’avvocato Massimo ha voluto girare il mondo, salire in alto, e con tutto il suo talento è andato in rovina!» Da questo tiravano la conseguenza che quelli ch’erano rimasti a casa, e quindi loro, dovevano avere un talento di gran lunga maggiore.
Massimo però non ha voluto approfittar troppo finora di questa indulgenza e di questo perdono. Se s’imbatte in qualche vecchio amico, fa volentieri, se ne ha il tempo, quattro chiacchiere o quattro passi in compagnia; ma è cosa che succede di rado, perchè se ne sta quasi sempre nello studio, anche la sera, ad attendere alle molte faccende dell’azienda di Martino; e passano alle volte le giornate intere senza che nessuno lo veda uscir di casa. Nel caffè della Fratellanza non ci ha ancor messo il piede. Il sollievo che gli è più caro è quello di condurre il suo bambino a passeggio, o d’andare sull’imbrunire verso il cimitero dove adesso è sepolta la sua Enrichetta, o alle volte, quando Mevio capita in Castelrenico, di fare con lui qualche lunga camminata. Con Mevio ritorna spesso su tutte le cose del passato, e nello sfogar l’animo gli piace di fermarsi ogni tanto e di mettere, come pietre miliari, prima di proseguire, le conclusioni della sua esperienza. Nulla ha voluto tener nascosto al suo buon amico; e un giorno nel parlargli della sua Enrichetta, gli disse come prima di morire ella gli avesse confessato quel fascino che aveva tormentato il suo cuore. Alla poveretta non bastò l’aver vinto, volle sentirsi dire che era perdonata! Massimo più volte aveva principiata e interrotta la penosa confidenza col suo amico; ma poi l’aveva compiuta, parendogli di rendere alla bell’anima della sua Enrichetta un omaggio di più. «Ed è così che uno sa essere di aiuto e di guida alla sua giovane sposa?» aveva conchiuso con un sospiro pieno di amarezza. «Povera giovane! mentre il suo animo si schiude alle impressioni d’una vita nuova, il suo compagno di cammino, la sua guida la conduce di sua mano in mezzo a tutte le seduzioni; le fa conoscere quello che il mondo ha di più lusinghiero, di più seducente; e poi, quando ne l’ha inebbriata, la riconduce tra le pareti della casa, dove si incarica di farle conoscere la noia, di non farle più udire una parola confidente, cortese, amorevole; e di mostrarle, se occorre, tutte le varietà delle parole brusche e dei musi lunghi! Brava la guida! E poi.... e poi quando tutti assieme si è ribaltati in un fosso, si grida che la colpa è di chi stava in vettura!... Povera Enrichetta!... perdonami!... a quale difficile prova, stolto! ho messo la tua virtù!»
E Giovanni? Giovanni, che a Milano si lasciava chiamar così, ma che a Castelrenico guai se non lo chiamano il signor Figini, perchè non permette ai campagnoli tanta confidenza, comincia ad abituarsi alla nuova vita, sebbene dica ancora di tanto in tanto che «a non veder più le strade con quel bel lastricato di pietra viva, con quelle belle case tutte in fila a quattro e fin a cinque piani; e a trovarsi invece, così.... in mezzo alla campagna, come Adamo, è cosa che proprio toglie il respiro!» Quando non ne può più, va sull’altura della casa per vedere il Duomo di Milano. «Eccolo là! ecco la guglia maggiore!... capite? la si vede fin qui!...» Ma quei del paese gli rispondono: «Signor Figini, lei sbaglia! quel punto bianco che lei vede laggiù è il campanile della chiesa di sant’Antonio, che è la chiesa parrocchiale di....» Ma Giovanni non li lascia finire: «Oh! sapete che ne avete delle belle voi altri di Castelrenico! Voler conoscere la guglia del Duomo più di me! più d’un milanese di Milano!... e voler dire che la guglia maggiore è il campanile di sant’Antonio! ah! ah!... La vi piace quella guglia? La vorreste per voi eh?... Non siete di cattivo gusto!...» E ogni volta ride così di cuore alle spalle di quelli di Castelrenico, che è uno spasso a vederlo.
Quantunque ci sia questo disparere sul campanile di sant’Antonio, e ce ne sia qualche altro su altri modi di vedere, il signor Figini gode in Castelrenico d’una certa riputazione. Le comari sopra tutto lo hanno in concetto d’uomo di proposito; e siccome egli ha sempre in pronto qualche sentenza o qualche proverbio, così quando si vuole un parere proprio coi fiocchi, si va dal signor Figini. Anche i celioni e gli sfaccendati del caffè lo ascoltano volentieri, e salvo a rifarsene alle sue spalle, lo stanno a sentire qualche volta anche con la bocca aperta; per esempio quando racconta le sue storie del tempo passato, o i casi terribili capitati a lui quand’era sergente della guardia nazionale. In ognuna di queste storie c’è sempre una risposta, un detto, con cui ha messo in un sacco più d’uno che aveva creduto d’imbarazzar lui; e questa, ben inteso, è tutta gente che metteva soggezione a chi si sia per la gran furberìa o per il gran talento. Queste chiacchiere Giovanni le fa quando l’azienda di Martino gli lascia, come dice lui, un momento di riposo, perchè il suo da fare è molto, e la sua responsabilità è grande. Egli dà le paghe agli operai, fa scappare i fanciulli che vengono a spiare in corte dal cancello, e fa le intestature ai registri; cosa anche questa assai meno semplice di quel che pare, perchè le intestature egli le fa in carattere ora corsivo, ora tondo, ora gotico, a seconda dei casi, perchè ha sempre usalo farle, come dice lui «in caratteri allegorici.»
Al nostro Giovanni poi capitò una giornata campale, e di cui vorrà parlare per un pezzo, proprio in quel tempo in cui siamo venuti a ritrovare col racconto i nostri personaggi. Il marchese Renica, che dopo la morte di don Emanuele s’era chiuso, come abbiamo veduto, in una sua casuccia di campagna fuor di mano, dopo averci passato un anno, era venuto in Castelrenico senza toccar Milano. Con lui c’era sua nuora e suo figlio Giorgio; poco dopo era capitato anche don Gilberto. Il consigliere Rocca, sapendo che il marchese non faceva più la partita, non s’era ancor lasciato vedere. Or bene, una mattina il signor Giovanni, mentre stava appuntando un lapis con grande attenzione, sentì il cane guardiano abbaiare dal suo casotto in un tono ch’era più alto del solito. Uscì in corte a vedere cosa ci fosse di straordinario, e vide nientemeno che il marchese Antonio con suo figlio, la marchesa Giulia e don Gilberto, i quali entravano in quel punto dal cancello.
«Oh! chi vedo io mai!... E non averlo saputo!... riceverli così in mal arnese!... mi scusino!... loro hanno voluto incomodarsi.... hanno voluto venire in questo nostro stabilimento.... mi hanno voluto onorare....» E, intanto che Giovanni diceva così, il marchese, dopo averlo salutato cortesemente, gli aveva domandato se c’era Martino, e se Martino permetteva che si visitasse la sua fabbrica. Giovanni, persuaso d’esser proprio l’uomo che ci voleva per far gli onori a una così illustre comitiva, facendo il sordo, aveva già dato principio a una descrizione sommaria delle cose da vedere. Ma il marchese s’era piantato sui due piedi; e Giovanni dovette decidersi a chiamare un manovale, e a mandarlo in cerca di Martino, dicendogli piano all’orecchio «e che metta il vestito delle feste!...»
Non potendo avere quella visita tutta per sè, Giovanni volle averne almeno una parte, e intanto che aspettavano Martino, condusse il marchese e la comitiva nello studio, per mostrar loro i suoi registri e quelle famose intestature.
«Prima che venissi qua io, di queste cose non se ne facevano!... Cosa dico? non si sapeva neanche cosa fossero!... Buona gente questa di Castelrenico!... Oh! in verità, a dirne male sarebbe proprio peccato!... Mah!... loro signori mi capiranno!... non è dato a tutti di nascere dove.... c’intendiamo noi! e se non ci arrivano a certe cose, siamo giusti, la colpa non è tutta loro!... Si direbbe proprio che le guglie del Duomo hanno il loro influsso!... Dunque dicevo.... cosa dicevo?... oh! volevo dire che l’arte calligrafica, che ho fatto conoscere io per il primo in questi paesi, ha un’importanza per il buon andamento d’uno stabilimento industriale.... un’importanza ch’io chiamerei, senza complimenti, fondamentale! Io considero la cosa sotto tre punti di vista: primo punto....» Ma per fortuna al primo punto arrivò Martino, e ai nostri visitatori furono risparmiati tutti e tre.
La visita durò un paio d’ore. Il marchese Antonio volle vedere a una a una tutte le macchine; volle osservare minutamente tutti i lavori, facendo a Martino domande sopra domande a proposito di tutto. Martino rispondeva col suo fare alla buona, e con quel buon senso, che quando è proprio di quello vero, piace e colpisce come una cosa bella e rara. Più d’una volta, intanto che il marchese osservava con attenzione qualcosa, Martino guardandolo con un’occhiata lunga e compassionevole, disse tra sè: «Com’è mutato quel pover uomo!» E infatti, gli erano cascati sulle spalle tanti anni, in quell’anno, che non sarebbe stato facile riconoscerlo alla prima. Pure la sua fronte pallida e pensierosa, il suo occhio triste e quasi spento, parevano riavere ancora qualche scintilla del fuoco che ci aveva brillato una volta, mano mano che nel far dire a Martino le vicende della sua vita, lo seguiva in quella lotta ostinata che questi aveva giorno per giorno sostenuta e vinta con la sola scorta d’una indomabile volontà.
Don Gilberto, dopo aver anch’esso sulle prime lodato moltissimo tutti i lavori, cominciò presto a mostrare una certa predilezione per le sedie, e a pensare tra sè che la cosa andava un pochino per le lunghe. Anche la marchesa Giulia, ch’era in cuor suo del medesimo parere, ogni tanto, imitando don Gilberto, gli si sedeva accanto a riposare un minuto, e a scambiare qualche chiacchiera sopra qualche altro argomento. Don Gilberto faceva mostra volentieri di dividere con la marchesa un poco di noia elegante; ma in realtà, a saper bene le cose, anche a lui quell’annetto di più, sebbene l’avesse passato senza un fastidio al mondo, aveva giovato pochissimo, e lo star su due piedi un pezzo non era più affar suo. Quel guaio della gotta oramai non lo si poteva più nascondere; e don Gilberto, prendendo le mosse da lontano, aveva finito con annunziarlo ufficialmente; ma poi, a ogni proposito, tirava in scena de’ personaggi d’ogni paese, ch’eran tra i primi potentati della politica o della moda, e che avevan tutti questo suo stesso maluccio, del qual maluccio sapeva discorrere con sì bel garbo, che pareva quasi una cosa di poco buon genere l’esserne senza.
Il marchese, prima di partire, strinse la mano a Martino e gli disse: «Ricordatevi che mi dovete rendere questa visita, e che me la dovete rendere con usura! Non ho mai fatto complimenti con nessuno; sicchè, dicendovi che ogni volta che vi lascerete vedere in casa mia mi farete un piacere, vi dico una verità; e ve la dico di cuore!»
L’andare, proprio in persona, in casa del marchese, era in Castelrenico un onor grande; e Martino, anche quando non ci andava che il cugino, l’avvocato Massimo, se ne gloriava non poco per la sua casa. Martino dunque rimase lì, a quell’invito, tutto confuso; cercò di balbettare qualche parola di complimento, e si fece tutto rosso in faccia, un po’ per la soggezione, e un po’ per una certa soddisfazione dell’animo, che in quel momento gli diceva che le sue fatiche gli avevano fatto guadagnare qualcosa di più che de’ quattrini. Anche sul volto del marchese, che in quel punto s’era tutto rianimato, c’era la soddisfazione di chi ha detto una cosa di cui si trova contento.
Poteva la scena finir lì! Ma, nell’accompagnare il marchese e la comitiva fino al cancello. Martino prese a dire il suo gran dispiacere di non aver potuto far loro conoscere il suo Tonino, «quel bravo figliolo! che è stato, bisogna proprio che lo dica, la mia mano diritta nel fare tutto quello che loro signori han veduto!... Oh! senza lui non facevo neanche la metà!... Ma è andato, fin da ieri, fuori di paese con Massimo. Anche Massimo sentirà con dispiacere che loro signori sono stati qui, proprio in un giorno in cui lui non c’era!...»
La fronte del marchese cominciò a rannuvolarsi. Il marchese non aveva più veduto Massimo da due anni, e precisamente da quando era partito da Milano per l’impiego.
«Oh! ecco uno che viene a proposito!» saltò su a dire Martino nell’aprire il cancello.» Farò conoscere loro un altro mio figliolo.... che è quel giovanotto che viene alla nostra volta... È il figliolo che ho mandato a studiare, e che adesso è qui in vacanza. Ha l’argento vivo addosso!... ma un buon figliolo! È un diavolo.... ma il cuore è buono!... studia e si fa onore!... È il mio secondogenito.... e lo chiamo il mio cattivo soggetto!...» E appena ebbe dette queste parole, Martino vide il marchese farsi pallido come la morte, e appoggiarsi al braccio di suo figlio Giorgio come uno che sviene. «Oh! che bestia!» pensò Martino mordendosi le labbra. «Cosa ho detto mai! Il secondogenito.... sicuro!» Martino avrebbe voluto accomodarla in qualche modo, ma il marchese non gliene lasciò il tempo; e prima che il figliolo di Martino fosse arrivato al cancello, egli s’era già dilungato per una stradicciola opposta.
Martino, per accomodarla, dopo aver passati tre o quattro giorni di cattivo umore, e a pensarci su, si decise di andare a far visita al marchese. E bisogna dire che della sua visita fosse rimasto molto contento, perchè fu veduto uscir dalla casa del marchese, attraversare la piazza, tutto attillato s’intende, parlando tra sè, fregandosi le mani, con la faccia allegra più del solito. Quelli del caffè della Fratellanza, vedendolo passare, diedero in una gran risata; ma Martino non se ne accorse, e tirò via per la sua strada.
Del qual caffè della Fratellanza bisognerà pure che diciamo una parola prima di accomiatarci, perchè anch’esso è una delle nostre vecchie conoscenze. Nel caffè della Fratellanza, sebbene ci si proclamino ogni giorno le più ardite aspirazioni sociali, le cose son rimaste tali e quali le abbiamo vedute sei anni fa. Il fornello e la caffettiera sono sempre nel medesimo angolo; le bottiglie, che stanno in mostra, sono ancora le stesse; vuote adesso come allora, son lì con le loro etichette che da un pezzo non sono più che un epitaffio. Alla solita ora viene la solita gente, si mette al tavolino, gioca a briscola e discorre, a spese s’intende, del prossimo. Di nuovo non c’è che Simone. Quel Simone che abbiamo veduto prestar le dieci mila lire a Martino, si è fatto uno de’ frequentatori più assidui del caffè. Era furbo, aveva comperato il codice, ma con tutto questo è incappato in qualche affaruccio ingrato: ebbe de’ processi, e s’è ridotto al verde. Ora non gli è rimasto che il caffè, dove sentenzia su tutto quello che succede in Castelrenico e, all’occorrenza, in Europa, perchè legge i fogli. La morale ha in lui un giudice pratico e severo; e se qualche volta è un po’ sospettoso, lo è per zelo del bene pubblico. Quando Martino, passando per la piazza, aveva fatto sghignazzare quei del caffè, Simone stava appunto raccontando un fatto che gli pareva tenebroso, e che denunziava per ciò alla pubblica discussione.
E il fatto tenebroso qual era? Massimo avendo risaputo dalla sua povera Enrichetta che l’ingegnere Mevio le aveva prestato mille lire per andare in Sicilia; coi primi denari che guadagnò restituì la sommerella all’amico, il quale la rese a chi gliel’aveva data in secreto, al marchese; e il marchese Antonio la regalò allo spedale di Castelrenico. Simone parlava di questo dono: trovava che un dono del marchese poteva benissimo avere un fine contrario al pubblico bene; e che gli amministratori dello spedale lo dovevano rifiutare come sospetto, e incompatibile con gli interessi del popolo.
Queste parole erano state approvate da tutti i presenti, e soprattutto da un tale di nostra conoscenza, quel della pipa di gesso. Il quale, per finire la rassegna dei nostri personaggi, è sempre lì, da mattina a sera, a quel medesimo posto dove l’abbiamo veduto la prima volta: le sue aspirazioni sono sempre ardite, ma personalmente è rimasto stazionario come il caffè. Non c’è in progresso che le scuciture della giacchetta, e quella tale indipendenza dei gomiti dalle maniche. Il suo tempo lo passa alternando una fumata con un bicchierino di acquavite e una partita a briscola, con una forbiciata al prossimo. A questi passatempi, che furono sempre i suoi quattro vizi prediletti, adesso ha aggiunto anche la politica, a cui s’è dato come se fosse un vizio di più. Si guardi un poco in quanti modi diversi si considera la politica a questo mondo! È dunque inutile dire che la sua politica è sulla medesima linea delle carte sporche, della maldicenza, dell’acquavite, e del fondo della pipa.
Ci resterebbe a dire, poichè siamo al caffè, e dei molti discorsi che si fecero a proposito delle cose che abbiamo narrate fin qui, e delle conclusioni che se ne tirarono. Una conclusione bell’e fatta, ora che il nostro racconto è finito, si pensi se ci tornerebbe comoda! Ma dobbiamo fare una confessione; e la confessione è che nel caffè della Fratellanza questa nostra storia è raccontata da capo a fondo in un modo affatto diverso del nostro.
Le conclusioni dunque sono proprio le opposte di quelle che vorremmo dir noi: le nostre sarebbero molto semplici; le loro sono più complicate: affar di scuola. In questa diversità di conclusioni, non volendoci rassegnare a dirittura a quelle del caffè, e non presumendo tanto di noi da voler dare le nostre, prenderemo una via di mezzo. Lasceremo che le conclusioni le faccia il lettore, il quale, se troverà verisimili le cose che gli abbiamo narrate, e se vorrà, senza aspettare il testo del caffè, accontentarsi del nostro, saprà cavarne lui una morale di gran lunga più savia di quello che sapremmo far noi.
FINE.