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Novelle

LO SCARTAFACCIO DELL’AMICO MICHELE. (continued 2)

Reading edition

«Eh, allora è proprio vecchione!» disse in buona fede il canonico; ed io, per salvarlo, dovetti accettare il malaga e sviare il discorso, esclamando: «Alla sua salute, signora Giuseppina!»

«Troppo onore, e tante grazie!... E che ne dice del discorso di Garofani? Che sentimento eh!» prese subito a dire anche la signora Giuseppina per isviar me.

«E quelle parole sulla strada ferrata!» riprese il canonico. «Che parole! che risposta!.... In questo cantuccio non ho ben capito cosa gli avesse domandato il sindaco a proposito delle strade ferrate....»

La signora Giuseppina allora non ebbe più altro rimedio che quello di pigliarmi per un braccio, e di condurmi a forza in cerca del marito, dicendomi ch’egli era in giro per le sale da un pezzo a cercar di me, e tante altre belle cose. Così, in grazia del canonico, dovetti avere un dialogo anche col signor Garofani, e fermarmi mezz’ora di più. Appena però il signor Garofani incominciò nel suo crocchio a spiegare la politica, col pretesto di deporre il bicchierino del malaga, io mi tirai in disparte, e approfittando del primo uscio, me ne andai. Se ne dolse con me il giorno dopo la signora Giuseppina, ma io l’acquietai subito, dicendole che quella maniera di andarsene si chiamava andarsene alla francese, e che era una cosa di gran moda.

20 ottobre 1865.

Quando l’orologio è vecchio e logoro, è inutile, caro Michele, buttar via quattrini e cambiare d’orologiaro. Se l’aria di Borghignolo non mi pare più quella d’una volta, è inutile che me la pigli con quelli che devastano i boschi, e lasciano dilagare le acque. È con me che me la devo prendere, è col mio fegato, e sa il cielo con quali altri visceri malati e disfatti!; è col destino che non mi lascia mai mancare delle agitazioni nell’animo. Però anche i medici, per non far torto a nessuno, di me non hanno mai capito niente. L’inverno ritorna; la buona stagione sulla quale il mio buon medico aveva fatto tanti calcoli, è passata e pigliò posto anch’essa nello scaffale dei miei disinganni. Il sole ci mandò oggi un saluto, con qualche suo raggio tiepido, come un conoscente lontano che appena si ricordi di noi. Andai a rendergli il saluto anch’io, pensando: «pallido come sei, chi sa se ritorni!;» e pigliai per una delle stradicciole della collina, fredda e malinconica anch’essa, col suo bel verde ingiallito, le sue belle foglie cadute e ammucchiate, e senza il canto dei suoi uccelletti che sparirono come i convitati d’una casa venuta in basso.

Pieno di tristi pensieri, m’ero fermato a contemplare dall’alto la vecchia casa del mio amico Giandomenico, chiamata ancora il castellotto, situata nella parte più elevata del paese ove principia la falda del colle. Da un lato, il muraglione della facciata ha l’aspetto tuttora di un pezzo di torre; ci si vede una sola finestrella a sesto acuto: ruvido e severo, pare che dica ancora a chi passa: «cavati il cappello, e tira diritto.» Poi si vede che s’era cominciato, in altri tempi, a foggiarlo sullo stampo fastoso di un padrone con la parrucca incipriata, e la giubba di velluto. Ci furono aperte cinque grandi finestre con frontoni, cornicioni, ornamenti a spezzature, a curve, che paiono occupati a farsi tra di loro degli inchini in un minuetto. Quei finestroni volevano dire: «qui c’è corte bandita per tutti; pei nobili quassù, e pei villani sull’erba del brolo.» Ma i finestroni non furono continuati; rimasero soli, e dopo questi il muraglione continua uniforme, e pare più severo e più malinconico. Qua e là vi fu aperta qualche finestra meschina, misurata sulla persiana che c’era da metterci, per dar luce a un ripostiglio o ad una cameretta da pigionante. Tutto è cadente, scassinato, deserto; l’inverno è disceso da un pezzo sull’antico palazzotto, senza vicenda di stagioni più liete. Povero Giandomenico! L’ultimo della tua famiglia non è il tuo figliolo che, alta la fronte e la spada in mano, può cadere su un campo di battaglia nell’ebbrezza della gloria. L’ultimo sei tu che, vecchio e rifinito, assisti mestamente ogni giorno al crollare inesorabile di queste ultime rovine della tua famiglia, della tua casa!.....

················

«Una bigattiera! una magnifica bigattiera!» m’interruppe una voce, mentre una mano si posava sulle mie spalle. Era il signor Garofani, che s’era fermato presso di me, precedendo di pochi passi sua moglie e sua figlia che salivano anch’esse quella costa.

«Scommetto che anche lei, don Michele, stava pensando che cosa si potrebbe cavare da quel casone abbandonato, piuttosto che lasciarlo ai topi ed alle rondini. Io l’ho visitato. Sicuro!... Ci ho pensato, e non saprei vederci che una bella bigattiera. Le pare? La facciamo?»

«Una bigattiera?... Eh sicuro! ma io non c’ero arrivato» risposi. «E il conte Giandomenico dunque, gliela vuol vendere la sua casa?»

«Non so, se lo voglia; ma siccome io, per buon cuore, ho fatto tempo fa uno sproposito, e mi sono tirato addosso certi crediti spallati verso quel signore, con ipoteca sulla casa, così lei capirà che posso pigliarmela quando lo voglio io.»

«Niente affatto!» esclamò la signora Giuseppina, che giungeva in quel punto, tutta trafelata, e con quei cernecchi sulle tempie ambedue sgommati. «Prima di tutto, noi di quella casa non sappiamo che farne! Poi, se fosse nostra, si dovrebbe fare la bigattiera nella casa ove adesso stiamo noi, e quest’altra diventerebbe il castello Garofani!.... Ma questo si dice tanto per dire, perchè la casa non è nostra, e noi non ci pensiamo nemmeno!»

«E poi» soggiunse timidamente Adelina «dove andrebbe quel signore che ci sta, e che dicono tanto disgraziato?...»

«Le donne» ripigliò il Garofani «di queste cose non ne capiscono niente. Se io ci voglio mettere a preferenza la bigattiera è perchè....»

«È perchè, è perchè....» interruppe la signora «queste sono tutte chiacchiere inutili! Tu, Garofani, va pure per la tua strada con Adelina; io rimango con don Michele: noi pigliamo quest’altro sentiero, perchè abbiamo i nostri segreti.... nevvero, don Michele?» E così dicendo mi forzò a darle il braccio, e a mettermi in viaggio con lei per altra via.

«Dunque bisogna sapere che ci sono buone notizie» riprese la signora Giuseppina un po’ sotto voce, e tenendomi il braccio stretto col suo in segno di confidenza e di qualche tenerezza. «Sicuro; l’elezione di mio marito andrà a vele gonfie! Ho già fatto venire cento palloncini per l’illuminazione del giardino. Ci vogliam noi donne per pensare a tutto! Queste cose non le dico per vantarmi, perchè anzi gli onori io non gli ho cercati mai; gli ho sempre lasciati venire spontaneamente, fin da quando m’ha sposata il mio primo marito, che aveva una così bella.... un così bel commercio. Capisco che in allora potevo ben dire le mie ragioni, perchè non per niente mi chiamavano tutti la bella signora Peppina. Ma tornando a quello che dicevamo poco fa, questa nomina la desidero proprio per lui, per mio marito. Perchè quando si pensa che un tale, che so io, al quale, quando eravamo nel commercio, non avrei data una libbra di fichi secchi a credenza, adesso l’hanno fatto cavaliere!... E bisogna vedere sua moglie, la signora cavaliera, come la ci guarda d’alto in basso! Noi! Noi che, non tocca a me a dirlo, ma.... Ma invece il signor Governo ha avuto il coraggio, una volta che una persona era andata a dirgli che mio marito, per pura giustizia, lo si doveva far cavaliere, ha avuto il coraggio, dico, di rispondere che non c’erano gli estremi! La parola l’ho veduta io in iscritto proprio sull’istanza. Ah! non ci sono gli estremi per noi, e ci sono stati per quell’altro? Ma la vedremo adesso, quando ci avran fatti deputati, se ne vorranno ancora degli estremi! In allora la guarderemo d’alto in basso anche noi la signora cavaliera! Non che me ne importi, ma mi piace la giustizia. Che gliene pare, lo dica lei? E poi» continuò la signora Giuseppina senza ripigliare fiato «noi abbiamo una figlia, e abbiamo quindi dei doveri. Con la dote che le si può dare, quando fosse figlia d’un cavaliere, si può fare come niente un matrimonio nobile. Perciò non ho badato a spese, e mia figlia può montar su un trono. Le ho fatto venire tutti i maestri che si pagano di più; essa ha imparato la grammatica, il pianoforte, la musica, il disegno, tutte le lingue forestiere, e perfino la poesia. Bisogna sentirla quando parla le lingue! con che sentimento.... e spedito che non si capisce niente. Ma è una benedetta ragazza che, quando è in mezzo alla gente, si fa tutta rossa, e non c’è modo di cavarle una parola. È tutta sua madre! quand’ero ragazza, ero anch’io fatta così. Lei dunque capirà ch’io non posso darla in moglie al primo mascalzone....»

E con questi ed altri ragionamenti la signora Giuseppina mi accompagnò fin sull’uscio di casa mia, ove io m’ero avviato senza che se ne avvedesse, conoscendo io assai bene tutti i sentieri e tutte le scorciatoie.

Come fui nel mio salotto, il fattore, vedendomi pallido, volle che pigliassi una fiammata, e nell’accendere il fuoco mi raccontò che molti di quelli che devono votare per il nuovo deputato, daranno il voto a quello che scrive la gazzetta Il Vero italiano, perchè ne hanno paura. Anche questa nuova, che veniva ad aggiungersi alle mie meditazioni sulla casa di Giandomenico, e alle parole che la signora Giuseppina aveva troncate a suo marito, non era fatta per sollevarmi l’animo, e farmi pigliare miglior colorito. La fiammata si levò alta e scintillante; ma io rimasi col cuore stretto e gelato.

Che cosa faccio io?... Se non fossi un povero ammalato.... Ora poi è tardi.

2 novembre 1865.

Approfittai d’un raffreddore per rimaner chiuso in camera tutta la settimana, senza udire una parola, e senza vedere anima viva durante la battaglia elettorale: i miei propositi vacillavano, e ho dovuto chiudermi in casa per essere sicuro di me. Però a questi foglietti, mentre nessuno mi sente, posso confidare che l’amarezza provata a starmene con le mani in mano, mentre di fuori si combatteva, fu più forte di tutte le amarezze che avevo provate quando lottavo, e che m’ero prefisso di non aver più a provare.

La prima votazione non riuscì decisiva: ci fu la seconda prova la domenica seguente; e stamane il fattore venne a dirmi ch’era arrivato in quel punto dal capoluogo il cursore del comune, e aveva portate le nuove al Buccelli e ai molti che l’aspettavano sulla porta del caffè. L’eletto era il direttore del Vero Italiano. Quegli elettori fatti venire dal Buccelli, la terza domenica del mese, avevano votato per il gazzettiere, come un sol uomo, dopo aver mangiato ciascuno per dieci, in onore del signor Garofani. La sera stessa, dopo il pranzo, s’era udito uno di quei convitati dire, nel tornarsene a casa, che «dopo tutte quelle accoglienze, e tutte quelle bottiglie, a pensarci bene, non ci si vedeva chiaro.»

Oggi è il dì dei morti. La giornata è meno serena di ieri. Il fattore dopo avermi inutilmente consigliato a non uscire di casa, vedendo che non gli rispondevo, e ch’ero un poco astratto, senza soggiungere altro mi mise un tabarro sulle spalle, e mi lasciò andare. L’aria umida e fredda, il cielo che si faceva sempre più grigio davano ragione al fattore. Ma una campana che sonava a lenti rintocchi, la nenia del rosario ripetuto da branchi di donne che trovai lungo la strada, avevano in quel momento tant’eco nel mio animo, che forzavano me pure a seguire i passi altrui, camminando a traverso ai campi per il viottolo che mena al Camposanto. Ci ho anch’io qualcuno, pensavo, là dentro, e non voglio che sia l’ultimo salutato. Lo spianato dinanzi al cimitero s’era mano mano riempito di gente. Le donne, inginocchiate presso il cancello, recitavano in compagnia a voce bassa il De profundis; i bambini guardavano le loro mamme, con gli occhi spalancati, e fissi, senza comprendere quella mestizia e quella preghiera; i vecchi, col capo basso e le mani giunte, fissavano silenziosi e riverenti la terra, con la quale sentivano più prossimo il misterioso legame.

I singhiozzi d’una povera donna mi scossero dalle mie meditazioni, e mi fecero movere verso questa infelice che, più che pregare, piangeva come chi è afflitto da una disgrazia recente. Era una povera vecchia che non tardai a riconoscere; era la Maddalena, la madre di Luigi, quel giovanotto partito tre mesi prima, e ch’io non ero giunto in tempo a trattenere. La povera donna mi riconobbe.

«Eh, mio buon signore,» prese a dire «il mio povero figliolo non c’è più, proprio più! La carta dove c’è scritto che il mio figliolo è morto, l’ho fatta leggere da più che cinquanta persone, e dal signor curato, e dal segretario, e fin dalla gente degli altri paesi. Ma già, c’è anche il bollo, e non la può sbagliare. Sicuro, l’hanno sbarcato in un paese dove c’era un male cattivo, e quel povero figliolo è morto!... Il non avere vicino nessuno de’ suoi, quando s’è ammalati, è una gran disgrazia! Avesse almeno fatto il suo bene!... lo spero, perchè era un buon figliolo! E dire che quando è partito io lo avevo il presentimento.... ma mi consolavo pensando che il fattore gli aveva data una lettera per lei.... e don Michele, pensavo io, è una di quelle persone che so ben io! Don Michele gl’insegnerà la strada buona, o non lo lascerà partire! Ma poi, scrisse che non aveva potuto trovare don Michele, e che era già lontano non so quanto. Quel benedetto figliolo, forse, non sarà venuto da lei con la lettera, perchè lei sarebbe corso subito a cercarlo, l’avrebbe trovato, e gliel’avrebbe detta una buona parola. Oh, lei è un buon signore, lo so!... e intanto il mio Luigi non l’ho più.... un così bel figliolo!...»

I singhiozzi le soffocavano di nuovo la parola, ed era per cadere. Alcune donne la sostennero e la condussero via. Anch’io mi levai di là, e, ritornando a casa a gran passi, convulso, e con gli occhi che sentivo gonfiarsi, ripetevo a me stesso: «Non l’ho cercato subito il tuo figliolo, no! Prima ho discusso a chi toccasse salvare il vicino che affoga, e quando ebbi conchiuso che toccava a me, il tuo figliolo era partito!»

Ho scritto abbastanza per oggi. Ho chiuse le finestre, e acceso il fuoco; ma ho la mano e il cuore intirizziti. Sono segni di neve. Qualche spruzzo di pioggia è venuto a battere sui vetri, e a dirmi che per un pezzo forse non uscirò di casa.

Ma anche il mio salotto ha i suoi passatempi. Per esempio, ecco un foglio novissimo, appena giunto, del Vero Italiano che leggeremo da capo a fondo, incominciando dalle prime linee che dicono così:

L’elezione di ieri.

Se la modestia non ce lo vietasse, dovremmo dire che un grande atto di saviezza illuminata hanno col voto di ieri compiuto gli elettori del nostro Collegio. L’Italia vuole uomini nuovi, indipendenti, onesti. Noi fummo eletti....

7 novembre 1865.

La mia intasatura de’ giorni passati venne a proposito, non solo per me, ma anche per la signora Giuseppina la quale, continuando ad approfittarne, dopo quella prima domenica della votazione, non si lasciò più vedere. La mi fece così un vero regalo, perchè proprio davvero in questi giorni non ero in vena nè di far le mie condoglianze, nè di ascoltare tutto quello che avrebbe potuto dirmi per una simile circostanza.

In questo frattempo, le notizie tutte del paese le avevo avute appuntino dal fattore il quale, nel fare di tanto in tanto qualche partita al caffè o all’osteria, si trova facilmente informato di tutta la storia contemporanea di Borghignolo. Il fattore dunque pretende che, quando è arrivata in caffè la notizia dell’elezione, ci furono parecchi che ne risero sotto i baffi, ma poi, incontrandosi col Buccelli, se ne mostravano afflittissimi. Il Buccelli s’è fatto in volto del colore della sua giacchetta, ch’è di color cenere; non parla più, e dice solamente che sa tutto. Anche de’ voti del paese, a conti fatti, il signor Garofani non ne ha avuto che la metà. Il Buccelli aveva detto il giorno prima, pronosticando, che i voti di Borghignolo gli aveva già tutti nel carniere; e il giorno dopo un bell’umore andò dicendo che nel carniere del Buccelli c’era una maglia rotta e che quella era stata tutta la disgrazia.

Il Buccelli è sulle tracce di costui, e dice che lo scoprirà. La signora Giuseppina ha già attraversato cinque o sei volte il paese, senza cappellino, senza cuffia, senza diamanti, e senza gomma alle tempie; l’ha attraversalo camminando in fretta, col Buccelli al fianco, e parlando ad alta voce perchè tutti l’udissero: dice anch’essa che sa tutto, ma che però una volta o l’altra arriverà a scoprire ogni cosa. Dice che Borghignolo è un paese di villani screanzati, e che quelli che hanno empito la pancia in casa sua, la possono tener piena per un pezzo. Dice che il tiro principale gliel’ha fatto quel vecchio rimbambito che sta lassù in quella topaia, ma che anche lui mangerà presto una gerla di pan pentito. E che insomma, se non avesse la disgrazia di essere una dama educata, li piglierebbe tutti a.... perchè fin da quando c’era il suo primo marito, e che tutti parlavano della bella signora Peppina, e c’erano dei nobili e dei conti innamorati, la Giuseppina, delle figure, non ne ha fatte mai; e non vuol essere venuta adesso a farne con questi mascalzoni di Borghignolo....

Queste ed altre parole c’è chi le ha udite con le proprie orecchie, e c’è chi le ha udite ripetere da altri. Se ne parla al caffè e all’osteria a mezza voce, con qualche mistero, e con qualche apprensione. Alcuni per paura, vorrebbero avere il coraggio della propria opinione, e dir chiaro e tondo che hanno votato per il Garofani, ma poi, pensando a quell’altro che fu eletto, pigliano una via di mezzo, e non dicono nulla.

Ce n’è altri, d’animo più forte e indipendente, di quelli che hanno pranzato allegramente in casa Garofani, ma che poi, «siccome non hanno mai cavato il cappello a nessuno, e neanche ai milioni di questi signori» così se ne sono già andati al capoluogo a complimentare il direttore della gazzetta. I più si domandano come l’andrà a finire, ma nessuno lo sa; anche i più curiosi questa volta rimangono con la curiosità in corpo; passano e ripassano dinanzi a casa Garofani, spiano traverso il cancello, ma non ne capiscono niente.

Bisognerà lasciare sbollir le ire della signora Giuseppina, e poi non sarà difficile avviare per la gola del cammino tutti questi vapori neri e minacciosi. Ci sarà bene qualcuno che vorrà ammansarla, e senza voler essere io quello che entri nella gabbia per il primo, non mi mancherà l’occasione delle carezze e del bocconcino, per farle intendere qualche parola di ragione, senza che m’abbia a mostrare i denti. Mi inquietano soprattutto le parole lanciate contro il mio povero amico, a cui quei signori potrebbero fare molto male. Ci penserò io a versare acqua su questi carboni; i quali non potranno divampare così subito, e intanto avremo tempo, io di fare il mio piano, e la signora Giuseppina di mettersi in calma e di raccogliere le vele, ossia di ingommare di nuovo alle tempie quei due cernecchi ora in balìa dei venti.

9 novembre 1865.

Giandomenico e la sua casa, la signora Giuseppina e i suoi discorsi, tanto quelli della passata bonaccia che gli ultimi della tempesta, non m’hanno lasciato in pace per tutt’ieri. I presentimenti, se non sono la voce della nostra ragione che vuol farsi sentire quando noi non ci pigliamo l’incomodo di ricorrere a lei, sono la voce di qualcuno che la sa ben lunga. Stamane dunque mi feci premura di recarmi alla casa Garofani, avendo meditata e decisa una visita alla signora Giuseppina.

«Sono partiti per la città ieri sera» mi disse uno che se ne stava appoggiato al portone socchiuso della casa, e che nell’occasione dei pranzi avevo veduto strozzato in una livrea che gli mozzava il fiato.

«È impossibile!» risposi io.

«Eppure.... vuole che io non lo sappia?«

«Ma ne siete sicuro?»

«Eh, per bacco! Partiti i padroni, partito il signor cuoco, Giovanni, la cameriera....»

«Partiti, partiti.... ma come mai!» continuavo io, e si pensi con quale stizza! Ma intanto ci si erano fatti intorno tre o quattro curiosi, che mi confermarono ad una voce la notizia, dicendo che la carrozza era passata dinanzi al caffè; che nessuno sulle prime aveva voluto credere, ma che poi se n’erano persuasi tutti, vedendo che il signor cuoco della casa non compariva a far la partita a briscola.

«E così?» domandavano dei curiosi ai quali una notizia sola non basta mai.

«E così?» mi domando adesso anch’io; e rimango con la bocca aperta, e goffo come loro.

25 novembre 1865.

Partiti i signori Garofani, se si guardano le acque di Borghignolo ritornate alla loro antica bonaccia, sarebbe difficile raccapezzare quanta burrasca ci passò sopra, se di tanto in tanto il cadavere di qualche naufrago, e gli avanzi di qualche naviglio sconquassato, comparendo lentamente alla superficie delle acque, non ci dicessero con quanta furia si fossero esse gonfiate. Le disdette di affitti e pigioni sono piovute a furia sul capo di tutti quegli elettori infelici che, nell’esercizio della loro sovranità, caddero in sospetto al Buccelli di non aver dato il voto al signor Garofani. Qualche raro fedele ebbe già il suo premio in vita, ma finora le folgori furono più numerose che le corone. Anche questa volta, la barca scassinata di Giandomenico deve essere tra quelle che ebbero più largamente rotti i fianchi, e che più fanno acqua. Il fattore mi disse più volte, in questi giorni, d’aver saputo da gente che lo può sapere, che il Buccelli va qua e là comperando altri creditucci che molti hanno verso Giandomenico; non certo per fargliene un regalo, come osserva con finezza il fattore; e che fu più volte al capoluogo da un tal avvocato che è appunto quello che da più mesi muove lite a Giandomenico per un credito che il signor Garofani tiene ipotecato sul castello. Aggiunge il fattore che il Buccelli dalle smanie è passato alla calma; che tace sempre, e che sempre ha sulla bocca un sorriso, anche quando non c’è niente di che ridere: cosa che nessuno capisce, e che dà molto a pensare; e che finalmente qualche volta fu sentito dire «che in Borghignolo si devono veder cose, cose che nè i nostri vecchi, nè i nostri figli non avranno vedute mai!»

Queste cose non sono difficili a indovinarsi. La signora Giuseppina vuole il castello, e il Buccelli vuole Giandomenico fuori di paese.

È un’orribile stagione questa. La neve ha già mandati i suoi primi spruzzi; tira vento da mattina a sera, e da due settimane non s’è veduto uno strappo di sereno.

Per sapere se c’è proprio ordito qualche brutto gioco contro il povero Giandomenico, bisognerebbe battere la campagna, bere l’anisetto al caffè, fare il politico all’osteria, e inscriversi forse nella confraternita del Buccelli. Bisognerebbe correre alla città, e fare la corte alla signora Giuseppina, e la partita col signor Garofani. Ma, innanzi tutto, bisognerebbe discorrere con Giandomenico; bisognerebbe in nome della vecchia amicizia, chiedergli un minuto di espansione, e domandargli che cosa potrebbe fare per lui un vecchio amico. Eh, certamente! Ed è appunto quello che ho cercato di fare. Ieri, dunque, con Giandomenico, che qualche volta viene da me dopo desinare, seduti al fuoco, e messa dinanzi a lui una bottiglia di vino, s’incominciò a discorrere, pressappoco di questo tenore:

«Bonissimo» diceva Giandomenico «questo vecchio vino della paglia! Ne faccio io, o ne facevo, poco importa, di simile nelle mie vigne della collina che ho vendute al droghiere. Gran peccato che l’enologia sia così poco in fiore da noi! Una vasta associazione dei viticoltori, un grande stabilimento, e un insegnamento pubblico di enologia, furono e sono pur sempre il mio principal pensiero. Dovessi far tutto a mie spese, appena le mie faccende me lo permetteranno, un giorno o l’altro in Borghignolo si vedrà qualcosa di simile, te l’assicuro io!»

«Ma, a proposito del droghiere, ossia del signor Garofani» presi a dir io «l’hai sempre in piedi quella lite? Gli avvocati hanno da seguitare a infilzar carte e spese, o la finite una volta con un buon accordo?»

«Un buon accordo? È impossibile, mio caro. Certa gente non capirà mai le condizioni della proprietà fondiaria. Ma non importa; e, alle corte, io pagherò.»

«Alle corte? Benissimo, pagar subito, e finirla....»

«Subito sì, cioè relativamente, appena che.... perocchè le combinazioni possono essere molte. Le cose attualmente si presentano così....»

Fu qui, cioè a traverso a una penosa narrazione nella quale Giandomenico, lottando a ogni tratto con la verità, cercava di far illusione un poco a me, un poco a se stesso, che venni a conoscere a quali estremi fosse giunto il mio povero amico. La casa, i mobili, il giardino, che ora è divenuto un camperello, e che sono gli ultimi avanzi di quanto possedeva Giandomenico, sono alla vigilia d’essere messi al pubblico incanto. E le sue speranze quali sono?

«Credi tu che la sapienza degli antichi abbia detto a caso che la fortuna è legata a una ruota?» diceva Giandomenico. «Io sono in basso, ma la ruota gira!... Io sto con gli antichi, e non mi sono ingannato mai. Troppi conforti e troppi nobili esempi ci hanno lasciato essi, perchè io deva aver imparato solo a chiedere pietà nella sventura. E vorresti tu parlare di queste cose elevate a gente che non ti capisce?... a qualche basso intrigante di villaggio, o ad uno che ha razzolato qualcosa mettendo un quattrino sull’altro, vorresti tu parlare dell’avvenire della proprietà fondiaria, e dei tesori di cui la terra ci sarà larga un giorno sotto gli auspicii del credito e della scienza? Gli vorrai tu parlare dei vasti orizzonti che si aprono al capitale in quegli umani consorzii pieni di gioventù, che sorgono al di là dell’Oceano, e che fanno maravigliare la vecchia Europa delle loro scoperte, delle loro industrie, e delle loro rapide fortune?»

Io lo guardavo senza capirne una parola; e fu allora che in un momento di espansione mi confidò come egli, alcuni anni fa, avesse venduta una delle sue ultime zolle di terra per dare una sommerella a un tale, famoso spiantato d’uno dei paesi vicini, e che appunto si diceva andato in America a tentare la fortuna. Egli deve avermi letto in faccia l’espressione d’una dolorosa maraviglia, perchè subito riprese:

«È tra questi uomini arditi, avventurosi, e un po’ rompicolli, se vuoi, che la fortuna sceglie spesso i suoi beniamini. Il vecchio mondo, piccolo e sfruttato, è per gli uomini pazienti, modesti e fatti sullo stampo comune. Certe fantasie ardenti, sconfinate, disordinate, se vuoi, hanno bisogno di paesi vergini e vasti. Dietro loro, dietro questi uomini arditi, corsero sempre le grandi fortune. Che vuoi? Io ho una gran fede nel mio viaggiatore. Ogni giorno aspetto la lettera, e la lettera verrà, che mi annunzia guadagni ingenti fatti dall’amico, e dei quali una parte solcherà l’Oceano per ristorare la sorte degli antichi signori di Borghignolo. Allora il droghiere mi vedrà accendere il sigaro con quei bigliettucci ch’egli va facendosi cedere da qualche buon uomo a cui ho dovuto rivolgermi in certi momenti difficili. Allora si tirerà il fiato largo in Borghignolo, noi e la povera gente! Qualcosa di buono si vedrà, te l’assicuro io! Allora avrò qualche consiglio a domandarti....»

«Ma se la fortuna non lo mandasse questo bel colpo, o lo ritardasse?» gli osservai io pieno d’una nuova tristezza, che mi cresceva nell’animo mano mano che il povero Giandomenico mi confidava le sue speranze.

«Potrebbe ritardare, ne convengo, ed è per questo che devo rassegnarmi alle temporanee difese, agli armistizi, e all’arte del guadagnar tempo, che è tutta del mio avvocato. Mi addoloro di queste arti, ma penso che presto anche la dignità avrà la sua rivincita.»

E qui tirò innanzi lieto e confidente nelle sue speranze, e nei suoi progetti. Solo gli vidi passare una nube sulla fronte quando gli chiesi nuove di suo figlio.

«Mio figlio, mio figlio!...» incominciò, e pareva volesse con la mano e con gli occhi accennare che suo figlio avrebbe raccolti i frutti di tutte le sue speranze. Ma gli occhi gli si velarono improvvisamente di lacrime, e senza poter più profferire una parola, mi strinse la mano con una forza insolita; cercò riprendere il sorriso di prima, e mi lasciò.

5 dicembre 1860.

Il Buccelli continua a non aprir bocca, ma si è vestito tutto di nuovo. Sono arrivate alcune persone dal capoluogo col soprabito nero e il cappello di città, le quali entrarono nella casa di Giandomenico, vi rimasero un paio d’ore, poi andarono a prendere il caffè, e ripartirono. Uno di questi fu sentito dire al compagno, mentre scioglieva col cucchiaino lo zucchero nella tazza del caffè: «Quando si trova poco, la è una gran bella cosa, in un momento si fa!» I soliti curiosi passano, da tre o quattro giorni, qualche mezz’ora dinanzi alla porta di Giandomenico per vedere forse se ci stanno ancora quei signori che pure han veduto partire, poi se ne vanno anch’essi pei fatti loro. Il famiglio di Giandomenico va tutti i giorni all’ufficio della posta, e disse a qualcuno che il suo padrone aspetta una gran lettera, ma tutti i giorni ne esce con le mani vuote.

Tali sono le ultime novità del paese che, secondo il solito, ho risapute dal fattore, il quale soggiunge di non capirne niente, e con qualche insistenza; forse perchè sospetta, guardandomi in viso, ch’io ne capisca invece qualcosa.

10 dicembre 1865.

Io non so se i diplomatici sieno tutti originari di Borghignolo, ma so che in questo benedetto paese è una impresa quasi impossibile quella di giungere a sapere una verità. Per quanto io abbia fatto in questi ultimi giorni, non sono stato capace di poter conoscere che cosa succeda in casa di Giandomenico, che cosa sia delle faccende sue, che cosa faccia il Buccelli, che cosa facciano i Garofani, che cosa si nasconda dietro il velo misterioso che acciglia le facce dei Borghignolesi.

Dopo quell’ultima sera in cui ho parlato con lui, non trovai più modo di vedere Giandomenico. Il famiglio risponde sempre che il suo padrone è fuori di casa. Intanto io sono sulle spine per il mio povero amico. Vedo male, malissimo, e vorrei pure saperne qualcosa. Ieri andai dal curato. «Tocca a lei, don Giacomo, a metterci una mano» gli dissi. «Lei potrà sapere quel che succede. Ci uniremo, e faremo tutto quello che si potrà. Schiviamo una catastrofe a quel povero vecchio; mi dica che cosa si possa fare di bene, lei che n’è maestro, e facciamo quest’opera di carità insieme!»

Ma don Giacomo, sebbene non sia nativo di Borghignolo, pure, siccome ci sta da trent’anni, è diventato diplomatico anche lui. Una volta era un po’ meno freddo e circospetto, ma dacchè gli avvenimenti della politica l’hanno sorpreso senza ch’egli ci mettesse prima una parola, come soleva fare in tutte l’altre cose che accadevano a Borghignolo, o perdè la bussola, o se l’ebbe a male. E perciò credo che don Giacomo taccia, ed aspetti a pigliare il suo partito. Vorrebbe, e non vorrebbe; non dice nè di no, nè di sì; e si conserva neutrale tra i potentati di Borghignolo.

Il curato, dopo avermi ieri concluso che sarebbe andato da Giandomenico, per dirmi poi per filo e per segno come stavano le cose, venne stamani a raccontarmi, per tutta notizia, avergli detto il famiglio di Giandomenico che il suo padrone non era in casa.

«Se lei, signor curato» mi feci animo a dirgli, «non vuol vedere uno dei più vecchi tra i suoi parrocchiani messo forse sulla strada, ora che siamo in tempo, vada alla città. Dai signori Garofani potrà saper tutto; a lei quei signori non potranno negare un’opera di carità. Vada, don Giacomo, e mi dica poi che cosa potrò far io. Lei avrà fatto un’opera santa di più!...»

Ma sulla fronte di don Giacomo passava intanto leggero leggero il fantasima del Buccelli, che don Giacomo teme come la scomunica maggiore. Don Giacomo insomma non mi disse nè di sì, nè di no, ma concluse che sarebbe riuscito a vedere Giandomenico, e che mi avrebbe poi detto come stavano le cose.

15 dicembre 1865.

«Se lei, per così dire, veniva ieri mattina proprio a quest’ora, guardi un po’! lei trovava ancora in città i miei padroni. Sono partiti alle tre ore dopo mezzogiorno; ma chi poteva pensare una cosa simile? Anch’io, che l’ho saputo dal cuoco direttamente, non l’ho saputo che tre giorni fa. Ma s’accomodi qui presso il caldano; che ne dice di questo freddo?... Se lei poi volesse sapere in che paese sono andati, al momento non glielo saprei dire. Però il cuoco, nel salutarmi — signora Ghita — disse — a rivederla coi ravanelli — e questa per me è stata una gran parola! perchè mi ha dato a capire che i padroni non torneranno per tutto l’inverno.... E il motivo?... lei mi dirà. Il motivo ci sarà, lo creda a me; basterebbe solamente saperlo! ma non lo sanno nè il cuoco, nè le altre persone di servizio.... Con la nuova cameriera poi, non ho ancor barattata, per così dire, una parola dacchè è venuta in questa casa. Essa avrà i suoi motivi; io posso avere o non avere i miei; ci salutiamo; ma non tocca a me il domandarle per la prima una cosa che in ogni caso toccava a lei a dirmi fin da un pezzo. Tutto quello che so è che la ragazza, la signora Adelina, è di molto dimagrata, e che viene il dottore tutte le mattine.... Son cose, lei dirà....»

Ma io non dissi niente; e questo è tutto quello che seppi a Milano dalla portinaia del signor Garofani. Ritornato il giorno stesso a Borghignolo, il fattore mi disse che Don Giacomo era venuto da me verso mezzogiorno e lo aveva incaricato di dirmi che «quanto a quell’affare, non c’era niente di nuovo.»

22 dicembre 1865.

Da più giorni, probabilmente, sul portone del castellotto di Giandomenico stava un affisso stampato, che incominciava colle parole, a grandi caratteri, asta di mobili. Al mio fattore non sarà bastato l’animo di darmi questa nuova, e stamani me l’ebbi improvvisa, mentre, scendendo la collina, passavo dinanzi al castello, nel ritornare a casa dopo una passeggiata.

La casa di Giandomenico era la casa di tutti, come se il padrone fosse morto e sepolto. L’asta dei mobili era stata bandita per quel giorno stesso, e mentre io passavo per di là, era già sullo scorcio. Le poche masserizie del mio povero amico erano state trascinate e messe alla rinfusa sotto il portico e nel cortile. A chiunque passava pareva di essere un poco padrone di tutta quella povera roba, e ognuno si dava il gusto passeggiero di trattarla con la maggiore dimestichezza. I più erano curiosi, a cui bastava l’essere entrati per quel portone, e in quelle stanze, ove prima non avevano mai messo il piede, e che ora si davano la soddisfazione e il passatempo di girarle a beneplacito col cappello in testa, o sedendosi dove meglio garbava, senza chiedere licenza a nessuno. C’erano le seggiole; ma i più preferivano sedere su d’una scrivania, su un tavolino, su un cassettone, per quanto ci si dovesse star male. Era l’animo, bisogna dire, che ci trovasse i suoi comodi.

Sul vecchio seggiolone a intagli, da cui tante volte avevo veduto rizzarsi Giandomenico per venirmi incontro con la sua lieta affabilità, stava ora seduto il Buccelli che aveva dinanzi a sè il tavolino di giuoco della contessa madre, pieno di carte, di scartafacci, e imbrattato d’inchiostro. Vicino al Buccelli stavano alcuni uffiziali giudiziari, e il gridatore dell’incanto, i quali ora scrivevano, ora parlavano tra loro, seduti alla scrivania di Giandomenico. L’oste e il caffettiere caricavano alcune sedie e alcune vecchie masserizie su una carretta; qualch’altro usciva con un tavolino scassinato, o qualche attrezzo rurale sulle spalle; il signor Borsa, con molta attenzione, con gli occhiali, e in un angolo della corte, insaccava un po’ di libri e di vecchie carte, comperate a peso sulla stadera.

Io m’ero fermato dietro un pilastro all’ingresso del cortile; nessuno mi vedeva o aveva tempo di badare a me, ed io non sapevo staccare l’occhio, con una mestizia che mi lacerava l’anima, da quelle povere rovine che vedevo riunite per l’ultima volta. Esse mi richiamavano tante care memorie dell’infanzia e dell’amicizia; memorie conservate nel santuario di quelle vecchie masserizie che ora andavano per sempre disperse. Povere masserizie! Nel rivedere mano mano quelle note forme, quasi mi pareva che dovessero anch’esse dividere meco tutta l’amarezza di quel momento!

Un vecchio contadino, che era rimasto per qualche tempo tacito spettatore di quella scena, nell’uscire, crollando il capo, mi si fece vicino, e prese a dire:

«Ecco una casa grande che se ne va! Che ne dice, don Michele? E la va male anche pei poveri, quando al posto dei signori antichi si vedono questi tali, questi padroni nuovi! L’amore alla terra, e alla gente che ci vive sopra, questi tali non l’hanno. Povero signor conte Giandomenico! Ho conosciuto anche i vecchi della casa io! tutta gente caritatevole e alla mano. E questa roba disgraziatamente frutta poco a quel povero signore! Il bello e il buono lo mette tutto da una parte il Buccelli; il quale fa per conto di quel tale che adesso compera in paese.... Gli stracci sono lasciati alla gara, ma su quel che c’è di buono, come dicevo, mette le zampe il Buccelli, che girando un paio d’occhi di basilisco, lascia capire che guai a chi parla. Se c’è nessuno, dice, questa è roba mia. Uno, due, tre! è bell’e fatto. Povero signor conte, chi sa dov’è andato!... Io l’ho veduto partire, saran tre giorni, sulla bass’ora. Lo seguiva Carlone, come diciamo noi, che è il suo famiglio; il quale prima andò alla posta, perchè il suo padrone aspettava una gran lettera. Intanto il signor conte si fermò con me, pover uomo, mi guardò un pezzo, mi battè sulla spalla, ed io aspettavo che mi dicesse qualcosa.... ma, così tra il chiaro e scuro, mi parve che avesse gli occhi rossi e che si mordesse le labbra. Intanto era ritornato Carlone, il quale disse: Non c’è niente!; e allora il signor conte Giandomenico mi strinse la mano e, sempre senza aprir bocca, se ne andò. Anch’io non gli seppi dir niente.... Si vede che aveva in cuore una gran passione, e che non poteva parlare. Ho sentito poi che aveva lasciato il castello, perchè ci doveva essere l’asta dei mobili, e che era andato lontano, da un suo parente; ma dove, nessuno lo sa. Ora si dice che anche il castello debba andare in mano di questo tale per cui si maneggia il Buccelli. Allora il nostro povero signor conte non lo vediamo proprio più....»

Mentre parlava il contadino, tutta quella poca gente, ch’era in corte, si era radunata intorno al Buccelli e al trombetta dell’asta, i quali un po’ discorrevano, un po’ schiamazzavano, e bisogna credere che dicessero delle cose molto facete, perchè tratto tratto si facevano da tutti assieme delle grandi risate. Anch’io mi feci innanzi di qualche passo per osservare.... e cos’era? Era l’incanto dell’ultima cosa rimasta, una cassetta nera con qualche intarsiatura in avorio, che Giandomenico teneva sul cassettone della sua camera da letto, e che chiamava il suo tesoro. In quella cassetta c’erano alcune cosucce che avevano servito alla moglie di Giandomenico, morta molti anni addietro. Più volte, il mio buon amico me l’aveva mostrata, e mi ricordo di averci veduto un guancialino da spilli, un agoraio, un ventaglio, un borsellino, dei ciondolini, una sciarpetta, e un piccolo scialle nero con balza ricamata a fiorellini in seta di colore. Questo scialle doveva essere particolarmente prezioso a Giandomenico, e gli doveva richiamare qualche memoria ben dolce e mesta, perchè ogni volta, nel mostrarmelo, lo levava, lo spiegava con una cura religiosa, e stava per incominciare un racconto; ma subito, interrompendosi, lo ripiegava, lo riponeva nella cassetta, e per qualche momento non poteva dir parola.

Ora la cassetta stava aperta sulla scrivania, presso cui si trovavano quei del tribunale. Il trombetta vendeva il ventaglio, e intanto lo aveva spiegato e si faceva vento, il Buccelli s’era messo lo scialle. Chi ne diceva una, e chi rideva di quelle che dicevano gli altri; insomma l’asta finiva in mezzo a un buon umore, che ai più non lasciava sentire la brezza gelata che spirava in quel momento nel cortile.

Anch’io non l’avevo sentita fino allora, ma la sentii scendere nel cuore così improvvisa, così acuta, che n’ebbi occhi appannati, e fuggii di là. Perchè fuggii? Perchè non corsi a strappare di mano al Buccelli quelle ultime reliquie per renderle un giorno al mio povero amico? Questa domanda mi assalì prima che toccassi la soglia di casa mia; ma mi scossero di nuovo le voci lontane del Buccelli e degli altri che uscivano in quel punto dal cortile. Lentamente rientrai in casa con l’animo pieno di disgusto e con un rimorso di più. Le potrò riavere ancora quelle reliquie?

2 gennaio 1866.

Ogni mia ricerca fu inutile. Da otto giorni non ho fatto altro che domandare di Giandomenico; e ancora non ne so nulla. Parlai con tutti in Borghignolo e con molti dei paesi vicini; mi rivolsi al delegato della questura; mi rivolsi ai carabinieri, perchè si facessero delle ricerche fuori di paese. Le ricerche furono fatte; ma tutti vennero a dirmi che non s’era potuto saperne nulla. Molti mi dicevano: «Bisognerebbe parlarne col Borsa; il Borsa, fu protocollista al tribunale per molti anni, e queste cose lui le sa.» Ma il Borsa era fuori di paese. Oggi finalmente capitò anche lui, e dopo avermi ascoltato nel più profondo silenzio, prese a dire, con un fare contento di sè, ch’egli mi poteva mettere con precisione sulla strada per ritrovare Giandomenico. Mi rasserenai tutto, e rifiatai proprio di cuore.

«Il conte Giandomenico» soggiunse il Borsa «ha dei parenti.... e se non gli ha, vuol dire che gli ha perduti ben di fresco. A quest’ora, lo creda a me, egli è in casa dei suoi parenti.... non facciamo altre ipotesi; il conte Giandomenico è in casa de’ suoi parenti! Di più, quello che io so di certo, è che questi parenti abitano o nella provincia di Brescia, o in quella di Cremona, o in quella di Pavia; fuori di lì non si va. Si fidi di me, e non cerchi altro.»

Lo ringraziai tanto; e nel ritornarmene a casa pensai che il meglio fosse ormai di scrivere ad Aldo stesso, che è di guarnigione in Calabria; e gli scrissi così:

«Carissimo,

»Tu sai, mio buon Aldo, che negli affari di casa tua si sono accumulate da parecchi anni varie disavventure. Ultimamente alle vecchie se ne aggiunsero di nuove, e tuo padre, credendole forse irreparabili, uscì di paese, e andò, a quanto mi si dice, presso certi suoi parenti ch’io non conosco. Forse a quest’ora egli te ne avrà informato; ma a me pure, suo vecchio amico, preme assai di conoscere la sua nuova dimora. Scrivimi subito quello che ne sai. Ma se non ne sapessi nulla ancora, chiedi al tuo Maggiore un permesso d’alcuni giorni, e vieni diritto a Borghignolo. Al Maggiore puoi dire schiettamente di che si tratta; egli sarà di certo un brav’uomo, e ti lascerà partire. Tuo padre, pover’uomo! è nell’afflizione e nello sconforto; noi lo possiamo rianimare, noi gli possiamo fare molto bene. Non ti aggiungo di più, perchè so che del venire, non avrai di certo impazienza minore di quella che provo io nell’aspettarti. Addio.»

Mi pare di avergli fatto capire abbastanza chiaro di non perder tempo. Ho pensato poi che, se non gli scrivevo io, Dio sa quando ne avrebbe saputo qualcosa. Chi gli avrebbe scritto? Quei suoi parenti, no di certo.... oh! non se la piglieranno più che tanto!... mi par di vederli. Tale è il mondo, e bisogna dire che abbia ragione, perchè è un pezzo che la va così. Ma s’io mi prendo a cuore questa faccenda, non è già per immischiarmi nelle cose di Borghignolo, o in qualsiasi altra di questo mondo: stendere la mano ad un amico dell’infanzia è tutt’altra cosa. E poi, dico il vero, vedersi mettere sotto il naso i raggiri d’un mascalzone, e mandarli giù, è cosa che passa i termini della mia pazienza.

Ma dopo questa, se qualcuno sentirà ancora parlare di Michele, gliene darò il mirallegro.

10 gennaio 1866.

O una risposta di Aldo, o Aldo in persona, non li posso ragionevolmente aspettare che tra un paio di giorni. Lo vo facendo e rifacendo questo conto, da mattina a sera, eppure ogni tanto vado a domandare al tabaccaio che tiene l’interim della posta, se c’è per me qualche lettera che venga da lontano. Ieri poi, avendo saputo dal fattore ch’era arrivato dal capoluogo un dispaccio telegrafico, mi misi in mente che quel dispaccio fosse di Aldo, e uscii di casa in cerca dell’uomo che l’aveva portato; ma questo era ripartito; e seppi al caffè che il dispaccio era per il Buccelli, e che glielo aveva mandato, dalla capitale, il nuovo deputato, per annunziargli che lo aveva fatto nominare, di punto in bianco, commesso postale di Borghignolo, in pianta stabile.

In caffè, a proposito di questa nomina, si stava in gran silenzio. I soliti che vi facevano circolo, se ne stavano tutti con le mani dietro le reni, le labbra strette, e qualche ruga in fronte, appena ce ne fosse una disposizione naturale. Come mai il Buccelli e il giornalista, dopo la battaglia così recente dell’elezione, erano a un tratto diventati amici? Come mai quest’amicizia si accordava con quell’altra del signor Garofani? Come mai un Tizio arriva a buscarsi, e quando nessuno se lo aspetta, un impiego così in grande? Come mai il direttore del Vero Italiano ha trovato il Governo di pasta così dolce? Come mai....

Insomma pensandoci, e quelli del caffè ci stavano appunto pensando, c’era da perder la bussola. In mezzo a tanta battaglia di pensieri, ch’era facile intravvedere dietro gli altipiani delle rughe, anche un osservatore poco fine, come posso esser io, capiva presto quale ne poteva essere la conclusione. La conclusione sarebbe stata, che anche la popolarità del Buccelli avrebbe dato in quelle secche in cui si trovano subito arrenati tutti quelli che, per approdare più presto, spingono di troppo la loro nave.

Ma qui vien gente, e faccio punto.

Era il pedone telegrafico, come lo chiamano qui, con ardita denominazione. Questa volta il telegramma era per me; è Aldo, proprio lui, che lo manda. Sia lodato il cielo!....

La telegrafia però avrà fatto un gran passo, quando quelli che se ne servono non si crederanno più in obbligo di comporre degli indovinelli.

Ricevuta lettera. Maggiore partire permesso domani. Riconoscente chiamata, dice il telegramma. Voglio supporre che chi deve partire in permesso sia Aldo, e non il Maggiore, ma potrebbe essere a rovescio, e il telegramma non sarebbe neanche dei peggiori.

Rifacendo i miei conti, ora penso che tra quattro o cinque giorni Aldo sarà qui. Il filo delle mie osservazioni sui Borghignolesi lo riprenderò in altro momento; per oggi non voglio aver che un solo pensiero, quello di rivedere presto il povero Giandomenico, o di avere almeno qualche notizia di lui.

16 gennaio 1866.

«Tempi più difficili di questi non ce n’è stati mai!» mi diceva anche ieri il Borsa. «Sa il cielo come la finirà.... se pure la finirà!»

Il Borsa, da qualche tempo, mi dimostra una benevolenza insolita; in cinque giorni m’ha già fatte due visite. Le cose pubbliche di Borghignolo gli danno molto a pensare, ed è a me che confida i suoi più neri presentimenti.

«Nominare il Buccelli commesso postale è uno di quegli errori politici che dimostrano la insufficenza d’un governo, la confusione degli ordini amministrativi, la necessità d’un nuovo Ministero!» mi diceva il Borsa. «Lo creda a me, questa ostinazione del Governo, questa affettazione, per così dire, di badare tanto poco alle cose di Borghignolo, non è naturale. Oh no! Lo creda a me, c’è del puntiglio!... Il Buccelli commesso postale! È proprio un voler dividere il paese in due partiti, perchè se c’è chi lo vuole, c’è anche chi non lo vuole! E poi, e poi.... un impiegato nasce, ma non si crea; non si può quindi dare un impiego a chicchessia, ed un governo non deve mai violentare le leggi della natura. Per gl’impieghi ci vogliono persone di temperamento freddo, di testa calma, che non si confondano con facilità nella spedizione dei pieghi; che conoscano il nome dei dicasteri, il giro delle carte; persone che sappiano star sul sodo; che vestano con decoro; che abbiano sempre qualcosa di dignitoso e di affabile, direi fin nel camminare; persone insomma, che abbiano quel non so che che fa dire: ecco un pubblico funzionario!»

Così dicendo, il Borsa andava prendendo via via degli atteggiamenti diversi, che erano come vignette illustrative. Non disse altro; ma certe crollatine di capo, e certe prese di tabacco che si succedevano con frequenza e irregolarità straordinarie, facevano capire chiaramente che c’è del torbido in Borghignolo, e che ce n’è di molto nell’animo del Borsa.

Oltre ciò, da quel poco che taluno osa dire, e da quello che i più tacciono, si capisce indubbiamente che nei partiti politici di Borghignolo è avvenuto, come direbbe un giornalista, uno spostamento profondo. Dopo che il Buccelli è salito in alto, i suoi amici, rimasti naturalmente al loro posto, se ne sentirono un poco smaccati. Parve a parecchi d’essere lasciati lì con un palmo di naso; e il palmo di naso in politica manda spesso diviato nell’opposizione.

Povero Buccelli! L’aura popolare ha già dato l’addio, a quest’ora, anche a lui. L’essersi fatto il servitore di tutti, il campione d’ogni capriccio, l’aver pagati tanti bicchieri di vino all’osteria, l’aver dato fondo a tutta la scienza della popolarità, non gli è valso nulla, proprio nulla anche a lui! Quelli che si trovano a pie’ di scala, presto o tardi voltan le spalle a chi ha salito il primo scalino; a Borghignolo poi le voltano subito. Se il Buccelli ha letto la storia, a quest’ora deve prevedere la catastrofe: i suoi ultimi atti sono della natura di quelli, che di solito segnano la decadenza degli imperi; egli esagera le proprie forze, le mette tutte in mostra, ne fa sfoggio: il che significa che le sente fuggire.

Il barbiere del paese che, per non dire di no al Buccelli, si era per quest’anno rassegnato a fare anche il maestro comunale, ora è andato in Municipio a dire ch’egli non va più innanzi, e che ne cerchino un altro per la fin del mese, perchè questo mestieruccio del maestro non è nelle convenienze di chi ha bottega in proprio, e serve fior di gente. Il Buccelli montò su tutte le furie; licenziò su due piedi il barbiere, e fece chiudere la scuola. Ma il regio ispettore mandò alla Giunta una lavata di capo; fece riaprire la scuola, ed ordinò che si cercasse, entro il mese, un maestro per terra o per mare. Si radunò il consiglio; il Buccelli lesse l’ordine dell’ispettore; i consiglieri non apersero bocca, votarono tutti per il no, e se ne andarono.

«Villani, ignoranti!» esclamò il Buccelli «che voto è questo!... mascalzoni!...» ma fu inutile. Un mese fa, queste parole sarebbero state irresistibili, ma oggi la voce del Buccelli ha perduto, come si vede, ogni prestigio.

«Gli è perchè» conchiudeva il signor Borsa, dopo avermi narrate tutte queste cose «se io dovessi dirne una, direi.... ma la prego non me ne faccia autore.... direi che quando l’arco è troppo teso.... si spezza!»

17 gennaio 1866.

Sia lodato il cielo, Aldo è in viaggio! In una lettera, che ho avuto poco fa, Aldo mi dice d’aver ottenuto dal Maggiore il permesso di partire, e che l’indomani si metteva in viaggio. Se è arrivata la lettera, dovrebbe arrivare anche lui ben presto, tra un paio di giorni al più. Potesse quel figliolo mettermi sulle tracce del mio povero Giandomenico, e levarmi da questa angoscia! Sono oramai passate tre settimane da che ha lasciato il paese, e non s’è potuto sapere di lui nulla, nulla, per quanto io abbia messo sossopra mezza la provincia. Aldo saprà dove stanno que’ suoi parenti presso i quali si trova a quest’ora, senza dubbio, suo padre. Senza dubbio, sì; ma quando lo saprò proprio di certo, avrò un gran peso giù dal cuore. Intanto la lettera d’oggi mi è di buon augurio. Il Buccelli, col mandarmela, ha inaugurato bene il suo nuovo ufficio, e son tentato di dargli anch’io il mirallegro, come tutti quelli che andavano stamani a domandargli le lettere; così dicevami poco fa il fattore.

Ah Buccelli! Già, è inutile gli omaggi appannano gli occhi anche agli uomini grandi. Anche tu hai forse già detto a quest’ora: «ho più amici di quello che mi credevo; che un colpo di fortuna sia toccato a me, piuttosto che ad uno di loro, è una cosa che proprio piace a tutti!»

19 gennaio 1866.

La novità d’oggi è che per tutto il paese si legge scritto sui muri, col carbone, viva Buccelli; in alcuni luoghi è scritto di fresco, in altri è ricalcato sul vecchio che incominciava a sbiadire. Una bell’occhiata di sole mi chiamò fuori di casa, ed anch’io lessi questo augurio popolare, che riuscirebbe meno anonimo e misterioso a chi volesse esaminare per minuto la mano di scritto del Buccelli. Il Borsa però ne è agitatissimo. Lo trovai per istrada, e messosi a passeggiare con me, prese a persuadermi che siamo tutti sull’orlo d’un precipizio, di cui mente umana non può valutare la profondità. Secondo lui, questi muri scarabocchiati col carbone rivelano una lega misteriosa tra il Buccelli e un partito che è in preda alle passioni più selvagge; partito, e qui sta il peggio, che nessuno sa di chi si componga.

«Intanto che fa il Governo? Noi siamo senza Governo; il Governo non capisce niente; senza un Governo che si faccia temere molto, non c’è libertà; bisogna cambiare il Ministero; il male è che si cambiano troppi ministri....»

In somma, il povero Borsa non sa che cosa concludere. Però soggiunge che lo sa ben lui quello che si dovrebbe fare, che non si è mai voluto dargli retta; che lo ha sempre detto.... ma in conclusione non lo dice mai. Fors’anche lo disse questa volta, ma i miei pensieri avevano cominciato in quel punto a prendere tutt’altro indirizzo. Salivamo la collina da cui era scomparsa ogni traccia di neve; i miei pensieri seguivano quelle mille forme delle falde e dei poggi che, sebbene spoglie delle splendide vesti della vegetazione, erano pure vaghe nella loro severa semplicità.

Il Borsa parlava; ma le sue parole le sentivo confuse col romorìo di qualche zampillo che spicciava dai muri, col tintinnìo de’ campanacci di alcune capre che salivano l’erta dinanzi a noi, e col fruscìo delle foglie secche mosse dal vento. Sì, dicevo tra me, tu sei sempre il mio bel paese di Borghignolo, quale t’ho avuto dinanzi agli occhi e t’ho sospirato per tanti anni.... Ah se tu non avessi degli abitanti!

«Dunque lei è del mio parere?»

«Oh sì; credo di sì....»

«Che lei solo può mettere rimedio alle cose di Borghignolo?»

«Oh, questo poi no!»

«Ma se lei dice d’essere del mio parere....»

«Del suo parere sì, ma in tutt’altro.»

«Don Michele, lo creda a me! Non c’è altro che lei....»

«Ma no! Ce n’è a bizzeffe....»

«Ci metta la sua esperienza....»

«Non ho esperienza di sorta!»

«Ci metta una mano. Non mi dirà di non averne! E se non c’è una sua mano, abbiamo un cataclisma, abbiamo la guerra civile, il finimondo.... avremo un commissario regio!»

«Manco male!»

«Ah! no, don Michele, risparmi una pagina così dolorosa, così obbrobriosa direi, alla storia di Borghignolo; storia che fu sempre, come tutti sanno, così ricca di mirabili esempi, tanto sul punto dei costumi che su quello della buona amministrazione comunale. Tocca a lei, don Michele, a fare in modo che Borghignolo ritorni all’antico splendore! Che vi trionfi la virtù, e non si dica: Borghignolo è caduto in fondo a un abisso: Borghignolo non è più.»

«Caro signor Borsa, Borghignolo vivrà un pezzo ancora, vedrà! Quanto a me, lei lo sa benissimo, io sono un uomo morto e sepolto da un pezzo; sono un povero ammalato che vive chiuso, quasi sempre, in una camera, fuori del mondo, ignorato da tutti....»

«Oh non lo creda! Incomincia a formarsi un partito per lei.... partito che, se continua di questo passo....»

«Lo fermi subito, per carità.... gli risparmi l’incomodo....»

«Ha veduto?» esclamò a un tratto il Borsa, interrompendo il filo del suo discorso, e fermandosi sui due piedi. «Ha veduto?» ripigliò, dopo una breve pausa, con espressione affannosa, e cacciando fuori tanto d’occhi.

«No, signor Borsa, non ho veduto niente!»

«Come, non ha veduto?...»

«Ma le dico di no! Cos’è successo?»

«Non ha veduto quei due che passavano?»

«Ebbene?»

«Ridevano!»

«E così?...»

«Ridevano!» continuò in tono desolato il Borsa «Ridevano, perchè ora tutti quelli dei paesi vicini, quando incontrano qualcuno di Borghignolo, ridono!... Una volta, a quelli di Borghignolo dappertutto si cavava il cappello! Ora siamo diventati, mi permetta l’espressione, il ludibrio dei popoli! E in una simile condizione di cose, toccava proprio al Governo a metter olio sulla brace? Doveva il Governo, per dirne una sola, dare la posta al Buccelli?...»

24 gennaio 1866.

Ho messo in vettura, e fatto ripartire Aldo, con la stessa impazienza con cui per tanti giorni lo avevo aspettato. Di Giandomenico ne so quanto ne sapevo; so invece un altro bel pasticcio, dal quale potrebbero forse venire altri guai. Ci sono degli uomini di cuore che nelle disgrazie, più la matassa è avviluppata, e più facilmente trovano il bandolo del fare il bene. Lo so!... Il cielo li benedica....

Ma veniamo al nuovo pasticcio. Fu una ben penosa narrazione quella che io feci ad Aldo, ma non gli volli tener nascosto nulla, e gli narrai via via tutte le dolorose vicissitudini di suo padre. Il povero Aldo piangeva. Era confuso, prostrato, come chi per la prima volta si trova dinanzi alle disgrazie della vita. Che le faccende di casa sua andassero di male in peggio, non gli era cosa nuova di certo: fin da fanciullo si sarà trovato un bel giorno senza ninnoli e senza vestitino nuovo. Più tardi avrà vedute e capite le strettezze di suo padre; ma le avrà vedute con quella fiducia giovanile, che crede più alle speranze del domani, che alle verità ingrate dell’oggi. Così pensavo tra me, vedendolo tanto abbattuto; ma poco dopo, i suoi vent’anni venivano a prendere il disopra.

Ci fu un lungo silenzio tra me e lui. Poi a un tratto Aldo si levò in piedi; alzò la fronte, in atto quasi di ascoltare una improvvisa ispirazione; mi si gittò nelle braccia, e mi tenne stretto lungamente. Più volte fu per staccarsi, e più volte mi riabbracciò. Voleva parlare, ma non poteva: era convulso, tremante. Alla fine, dopo un grande sforzo, come se quella prima ispirazione avesse vinto, esclamò:

«Oh! sì, sì, io l’amo! Sì, don Michele, ho deciso!... Io amo quell’angelo... io volerò presso di lei.... nevvero, don Michele?... Un consiglio, una parola, ed io parto!...»

Io non ne capivo niente.

«Sì, figliol mio; aspetta, discorreremo, hai ragione, partirai, ma aspetta» e cercavo di calmarlo, perchè non gli desse volta il cervello.

«Che caso! Che fatalità!... Ma io parto, volo. Oh! lei vedrà, don Michele!»

«Calmati, figliol mio, calmati; dimmi un po’....»

«Io l’amo da più d’un anno!... Io non ho amato altra mai, e mai non amerò che quell’angelo!... Oh, don Michele, mi risponda, mi dia un consiglio....»

«Ma, caro mio, io non capisco niente!» gli dissi alla fine; «parla, spiegati.»

«Oh! ci sono delle cose che non si spiegheranno mai! Il suo buon cuore deve comprendermi, don Michele. Oh che fatalità! che romanzo! Essa non ne sa nulla.... oh certo non ne sa nulla!... Ma quando lo saprà, è da lei che verrà l’ulivo di pace per tutti!... Il mio povero padre farà ritorno alla nostra vecchia casa; ogni guaio sarà finito; tutti benediranno lei. Io.... ritornerò al mio battaglione, e poi.... verrà un giorno, presto spero.... io morrò sul campo, gridando viva l’Italia!... Ella.... oh! ella spargerà una lagrima.... perchè....»

Ci volle un pezzo, e una gran pazienza a calmarlo, a farlo scendere dalle nuvole, a farlo sedere, e a fargli fare una narrazione dalla quale si potesse raccapezzar qualcosa. Raccolsi dunque che Aldo, nell’autunno del 1864, passando un mese a Borghignolo, aveva fatto una grande amicizia coi signori Garofani, che in allora erano ancora nella fase dei sorrisetti, e piano piano s’era innamorato della loro figliola, l’Adelina. Ora, il progetto che gli era balenato in mente, era di correre presso quei signori; di raccontare tutto l’accaduto ad Adelina, la quale non ne sapeva nulla, com’era probabilissimo; poi di buttarsi, lui e Adelina, nelle braccia del signor Garofani e della signora Giuseppina; e d’ottenere sull’attimo, come gli pareva assai naturale, che fosse restituita a suo padre la casa e tutto l’aver suo.

Cercai sulle prime di calmare un poco l’entusiasmo di Aldo, ammettendo che nel suo progetto ci poteva essere del buono, ma che bisognava aspettare, per non dirgli proprio subito quello che ne pensavo io, cioè che il Garofani e sua moglie, saputa una simile cosa, gli avrebbero fatto ruzzolare la scala. Aldo era sicuro che i genitori d’Adelina sapevan tutto, perchè dell’amor suo n’era pieno il creato: ne parlavano le piante, l’aria, i ruscelli, e quindi ne dovevano aver parlato anche il signor Garofani e la signora Giuseppina. Le parole di Aldo mi facevano sorridere, eppure gliele invidiavo tutte. Egli era un bel campo tutto verde e fiorito; io ero il falciatore, che veniva a far fieno e a disporre le zolle per l’inverno.

Quando mi sembrò che Aldo fosse più calmo, e mi parve tempo di concludere qualcosa, cominciai a parlare chiaro e preciso, perchè quel buon figliolo non aggiungesse alle disgrazie di casa qualche grosso sproposito di suo.

«No, don Michele, lei non conosce abbastanza il signor Garofani e la madre di....» balbettava ancora Aldo, dopo ch’io gli avevo fatto il mio sermone. «Se li conoscesse meglio, capirebbe ch’io non m’inganno con lo sperare in loro, e in quello che da loro può ottenere Ad.... oh mi lasci fare!... Io parto, volo; vado in cerca di loro, ottengo tutto, ritrovo mio padre, poi volo ancora qui....»

«Tu non volerai nè qui, nè là; tu partirai con la vettura domani, andrai diritto fino al luogo dove speri di trovare tuo padre, mi scriverai ogni giorno, e non farai nulla, nulla, capisci, all’infuori di quello che t’avrò detto io. Non si comanda in due; io ho su di te i miei diritti di anzianità, e tu, da bravo uffiziale, ubbidirai!» Dopo queste parole, Aldo tacque, e non parlò più nè di pregare, nè di volare.

Povero figliolo! Chi non è in ballo ha un bel confortare i cani all’erta! Appesa al muro del mio salotto, c’è una stampa che rappresenta un mare in gran burrasca, un bastimento che si sfascia, e cento infelici che vanno a fondo. Se questi volessero dar retta a me, che vedo le cose con calma e previdenza, si salverebbero quasi tutti; ma il guaio è che per trovar lo scampo, bisogna essere all’asciutto!

Trattenni con me Aldo anche il giorno appresso per potergli discorrere un poco a lungo; per mostrargli che l’amo come un mio figliolo; per aprirgli infine un pochino anche l’animo mio, che non è poi quello d’un orso. Anche Aldo ne sa poco o nulla di questi suoi parenti presso i quali potrebbe essere andato Giandomenico. Egli pure non gli ha veduti mai. Dice però che suo padre riceveva, di tanto in tanto, lettere da un cugino consigliere di tribunale a Bologna; qualche volta poi aveva sentito parlare d’altri cugini, che abitavano nella provincia di Brescia. Aldo, per fortuna, ricordava i nomi sì dell’uno che degli altri; è sicuro di trovare suo padre presso il cugino di Bologna, e vi si recava diviato.

Da Bologna avrò la sua prima lettera, voglia il cielo che ci legga subito una buona nuova! Allora partirò anch’io, per adempiere come saprò meglio, a questo dovere, che è l’ultimo rimastomi nella vita. Poi, cercherò, per finirvi i miei giorni, un paesello, che sia davvero l’ultimo di questo mondo, giacchè m’avvedo che Borghignolo ha la pretensione di non esserlo.

25 gennaio 1866.

Nuova visita del signor Borsa. Il Borsa, quando ha qualcosa a dire, tace; tiene per di più la bocca così stretta, che la si direbbe una bottega chiusa per morte o per trasloco del proprietario. Qui, i traslocati devono essere i denti. Più gli si vede una cera impenetrabile, e più c’è da arguire che muoia dalla voglia di parlare. Oggi dunque, entrato nella mia stanza, mi salutò col capo, si mise a sedere, tirò molte prese di tabacco, spiegò più volte un fazzoletto su cui è rappresentata la battaglia di Solferino, e tutto ciò senza dire una parola. Lo lasciai tacere per un quarto d’ora, poi presi a dire:

«Signor Borsa, lei mi conta delle cose serie stamani!... Eh! cosa vuole che le dica....»

«Dica a quel suo nipote, che ora è partito....»

«Non è mio nipote, è mio figlioccio.»

«Benissimo. Gli dica dunque ch’egli è molto giovane.... e quando il Borsa dice molto giovane, sa ben lui quello che vuol dire!... Perchè Borghignolo non è più il paese d’una volta! Perchè.... siamo vicini a un cataclisma.... perchè i galantuomini, e quelli che sanno non contano più niente! Ma non parliamo di questo. Dica dunque a suo nipote....»

«Al mio figlioccio....»

«Benissimo. Gli dica dunque che, quando non si conoscono gli uomini, bisogna cercare quelli che li conoscono.... gli dica....»

A poco a poco, dopo un lungo preambolo, venni a sapere che il Borsa aveva veduto Aldo che discorreva per strada col Buccelli. Questo era stato il gran guaio. Io infatti non avevo detto ad Aldo qual parte avesse avuto questo Buccelli nelle disgrazie di suo padre. Il Buccelli avrà cercato di cavarsi qualche curiosità, ma Aldo aveva ben poco a rispondergli, e non ne cascherà il mondo.

Aldo poi, da quel tanto che ho potuto capire nei due giorni passati con lui, non è nè uno sventato, nè un cervellino leggiero. C’è in lui, per dire la verità, una grande mobilità di fantasia; le sue impressioni sono vivacissime e fuggevoli; i suoi propositi si succedono rapidi, e spesso si contraddicono; ma tutti, nella loro brevissima esistenza, hanno l’impronta di una convinzione sincera. Ma è tanto giovane e così avvezzo a far tutto a suon di tromba, al passo di corsa, con uno svolazzo di piume e la sciabola in mano! Egli avrà letti tutti i romanzi che legge la moglie del suo Maggiore. Egli deve credere che la vita sia tutta una vicenda di pericoli e di glorie; di marce forzate e di fiori gettati dalle finestre; di colonnelli arrabbiati e di sindaci complimentosi; di mamme severe e di serve ammiratrici. Egli deve credere che il mondo per metà si componga di quelli che tirano delle schioppettate, e per metà di quelli che li rincacciano a baionette spianate. Ogni ostacolo, ogni traversìa, devono essere per lui problemi la cui soluzione sta tutta nel cuore e nell’impeto di chi li deve superare. Tale deve essere Aldo, con l’aggiunta di un cuore eccellente e di un animo retto.

«Aldo farà onore a Borghignolo» dissi al Borsa tanto per consolarlo, mettendolo a parte dei miei ragionamenti. Ma il Borsa non era in vena di lasciarsi consolare.

«È possibile.... ma già è troppo giovane! So io quello che mi dico; e verrà un giorno, don Michele, in cui ripensando alle cose che oggi le dico, e a quelle che non le posso dire, esclamerà: il Borsa aveva ragione!: ma sarà tardi. Oh! le cose che il povero Borsa va dicendo da un pezzo, vogliono diventar preziose un giorno! Lo so bene, ma sarà tardi! I guai e gl’intrighi non sono finiti.... dico gl’intrighi per ora, perchè non posso dire di più!... La ci metta una mano, don Michele, o la si tenga in guardia! Oh! se ne vedranno delle grosse!... e badi bene che dico si vedranno, e non dico vedremo, perchè io le vedo già!... Insomma, don Michele, glielo domando per l’ultima volta.... una mano! una mano!...»

«Io non ci metto nè mani, nè piedi, lei lo sa!»

«Come la è così, le son servo. Scriva a suo nipote che si guardi dal Buccelli!... Per ora, questo basta.... a suo tempo gli potrà scrivere qualche cosa di più.»

30 gennaio 1866.

Sono da capo con le angustie e con le incertezze. Ma facciamo i conti. Aldo è partito da sei giorni, potevo io averne nuova a quest’ora? Io dico di sì. Potrebbe darsi però che a Bologna non avesse trovato suo padre, e fosse ripartito per Brescia. Forse non avrà trovato così subito neanche il cugino consigliere; forse aspetta, prima di scrivermi, d’avere una buona notizia. Io però gli avevo fatto promettere di scrivermi ogni giorno, avesse o non avesse grandi cose a dirmi. Se ne sarà dimenticato; qualcosa bisogna pur concedere a quell’età, e a quel pennacchio del cappello; ma intanto i miei nervi ballano, e la fantasia galoppa. C’è per di più quel buon uomo, il Borsa, che mi va dicendo ogni tanto: «s’io dovessi mandare a qualcuno una lettera, metterei la lettera in tasca, e la porterei con le mie gambe; poi con le mie gambe andrei a prendere la risposta.» È vero però che subito dopo soggiunge: «il Borsa non si avvilirà mai al punto di consegnare o di chieder lettere a un Buccelli.» E con questa conclusione diminuisce alquanto il significato misterioso della premessa, e rende un po’ meno impenetrabile quel suo sorriso scettico, col quale condisce ogni discorso sulle lettere e sulla posta.

Eppure.... devo confessarlo? se aspetto una lettera e non la vedo arrivare, principio ad avere in miglior concetto il Borsa, e a sorridere amaramente come lui; tanto è vero che nessuno ci par proprio uno sciocco, se ci accorgiamo d’avere qualche pensiero in comune con lui.

Aldo a Bologna non avrà trovato il consigliere, e sarà ripartito senza scrivermi, parendogli di non aver nulla a dirmi. È il solito ragionamento di chi è lontano. A quest’ora Aldo sarà a Brescia, e forse nelle braccia di suo padre. Anche questa gli parrà una cosa così naturale, che troverà inutile lo scrivermela così subito. Capisco ch’io non sono un uomo fatto per aspettare, come pur troppo non sono neanche un uomo fatto per andare! Se dovessi dar retta alla mia impazienza, sarei già sulle mosse; ma poi, è sempre così, quando son lì per decidermi, ricasco sulla sedia. Questa volta però il meglio è che aspetti con pazienza, cercando sviare, quando capitano, le mie solite fantasticherie malinconiche, scarabocchiando su questi foglietti, passeggiando col Borsa, e cercando di penetrare nei suoi profondi disegni.

Non vorrei però, a proposito di questi profondi disegni, come li chiama lui, vedermi un bel giorno messo in qualche garbuglio. Infatti, egli mi ha più volte confidato che vedeva venire da lontano, verso di me, il favore della pubblica opinione. «Quando sarà arrivato» gli ho risposto io.... «gli dica a mio nome che non sono in casa, che sono partito.» C’è un’altra cosa poi ch’egli vede venire; e credo un po’ meno da lontano, che vorrebbe dire e non dire, tanto gli conturba il pensiero e gli scotta la lingua. Egli sospetta possibile che il Garofani diventi sindaco di Borghignolo. È questo lo spettro ch’egli ha dinanzi giorno e notte, che lo segue dappertutto, e gli fa veder così nere le sorti de’ suoi conterranei. È questa la chiave dei suoi discorsi misteriosi, dei suoi sorrisi amari, dei suoi lunghi silenzi.

«Eh! sicuro!» gli dissi io stamani «e lei ne dubita ancora, signor Borsa, le pare una cosa lontana? Tra poco il vecchio Consiglio sarà mandato a spasso, se ne farà uno nuovo, il Garofani sarà il sindaco, e gli consegneremo le chiavi della città!»

«Ma sa lei...» cominciava il Borsa, con la voce strozzata.

«Che il Garofani sarà sindaco di nome, e il Buccelli lo sarà di fatto» ripigliavo io. «Sicuro che lo so!»

«Commesso postale, segretario, sindaco, priore della confraternita, tutto insomma!» disse in un sol fiato il Borsa, squarciando per un istante il velo d’una così lunga diplomazia. «E i popoli dovranno sopportare di queste cose! Tutto sul capo d’un solo!» continuava.

«Per l’appunto, è proprio quello che piace ai popoli di tanto in tanto! Chi ha sempre dato i voti al Buccelli?... Ha letto lei le storie antiche, quelle per esempio degli imperatori romani?...»

«Ne ho sentito parlare» disse il Borsa dopo una lunga pausa, «ma le confesso che non ci avrei mai creduto!»

10 febbraio 1866.

Ho mandato ad Aldo tre lettere anche stamani. Gliene diressi una a Brescia, una a Bologna, e una presso il suo battaglione. Le lettere che gli scrissi nei giorni passati, le mandai alla posta d’un paese a tre miglia da Borghignolo. Quelle d’oggi le feci portare dal fattore alla posta della città. Così, l’una dopo l’altra, io metto in pratica tutte le precauzioni del signor Borsa. Incomincio a credere anch’io ch’egli sia un grand’uomo. Siamo già in due di questo parere: lui ed io.

Ma non c’è da dire. Domando io, se il non aver avuto più nè una riga, nè una nuova di Aldo, non sia una cosa strana, misteriosa, e da far credere a tutti i riflessi politici e sociali del Borsa? Il mio errore fu quello di non essere partito io stesso con Aldo; di aver affidata una ricerca così importante, e che poteva riuscire non facile, a un giovane senza esperienza e senza conoscenza di luoghi e di persone. Lo so ben io, quasi sempre, quello che andrebbe fatto, ma poi.... ma poi per andare bisogna moversi, per fare bisogna mettercisi, ed è allora che mi sento divenir greve come fossi di piombo, e quasi non posso più rizzarmi neanche dalla sedia. Quante cose non farei io, se le potessi fare col solo pensiero!

A proposito di fare, che cosa fa in giro questo signor Garofani, che non è ancora ritornato in città? Giri pure fin che vuole, che gli è lo stesso. Non capirà e non imparerà mai niente! Che se ne ritornino una volta lui e lei a casa, che non sono roba da esportazione! — «Se ne stanno ancora nientemeno che in riva al mare» mi disse ieri il fattore il quale in Borghignolo ha sempre la riputazione d’uomo che vive all’infuori della politica; riputazione di cui mi approfitto per affidargli di tanto in tanto qualche incarico diplomatico. Poichè bisogna sapere che se io, per esempio, fossi andato al caffè a domandare ingenuamente al primo che capitava, se il signor Garofani era tornato in città, avrei messe tutte le fantasie di Borghignolo in movimento e molti animi in agitazione; la mia domanda avrebbe fatto subito il giro di tutte le bocche. A quest’ora i più timidi piglierebbero di nuovo la prima cantonata appena mi vedessero spuntare da lontano; i più torbidi se ne starebbero piantati in caffè, parecchi giorni, con le mani nei taschini del panciotto dicendo «vedremo;» ed io poi non sarei riuscito a sapere se il signor Garofani fosse o non fosse ritornato in città, perchè ciascuno, a buon conto, si sarebbe creduto in dovere di non dirmelo.

15 febbraio 1866.

Il Borsa, in uno stato di profondo abbattimento, venne ad annunziarmi che domani arriva in Borghignolo il nostro deputato, il direttore del Vero Italiano. È il Buccelli che lo fa venire, e gli darà alloggio in casa sua. Il Buccelli dunque ha fatto pace e alleanza con l’avversario, a cui aveva dato così fiera battaglia pochi mesi fa? Pare cosa, al signor Borsa, inaudita; e nel dire che in tutto questo c’è del buio, soggiunge poi che la cosa è chiara e lampante. Perocchè il Buccelli sospetta che i consiglieri comunali, dopo essersi lasciati menare per il naso, strapazzare e dar dell’asino tante volte da lui, possano avere il capriccio di fargli un tiro e metterlo all’uscio. Facendo venire in casa sua il deputato, che è quello nientemeno che scrive il Vero Italiano; che è quello che sa tutte le notizie di questo mondo; e che ha il coraggio di dire tutte le mattine ai ministri che sono dei bricconi, la cosa è fatta. Chi potrà avere d’ora in poi la temerità di pigliarsela col Buccelli? — «Il Buccelli, da domani, sarà il padrone del paese. L’autocrazia del Buccelli in Borghignolo farà impallidire quella degli Czar.... che dico?, quella dei Faraoni!» Così conchiude il signor Borsa il quale poi è d’opinione che la colpa di tutto questo sia del Governo, perchè il Governo vede e sa tutte queste sventure di Borghignolo, e non ci pone rimedio. Il Governo, secondo il signor Borsa è uno stranissimo mostro, il quale sa tutto e non sa niente: è onniscente a un tempo come Domeneddio, e analfabeta come il campanaro di Borghignolo.

18 febbraio 1866.

Borghignolo fu tutto in festa per l’arrivo del deputato, il quale scese d’un salto dalla diligenza che passa per Borghignolo, e fu ricevuto dal Buccelli, che a capo di quasi tutti i ben pensanti del paese lo aspettava sull’uscio della botteguccia dove è l’ufficio della posta. Ci furono molti inchini e atti d’ammirazione da una parte, e saluti pieni d’affabilità dall’altra. La comitiva si ingrossò di tutti i curiosi che passavano, e ci fu qualche grido di viva il vero deputato! viva il difensore del diritto dei popoli! Allora il deputato andò a far colazione, accompagnato sempre dal Buccelli e dagli intimi, lasciando che gli altri spiassero dietro l’uscio e le inferriate delle finestre per vedere come fanno i personaggi grandi a mangiare. Il Buccelli alloggiò il suo ospite nel castello, e nelle stanze di Giandomenico, ove per tutto quel primo giorno ci fu un lungo e secreto conclave, che aumentò di tanto la desolazione del Borsa da farmi quasi temere pe’ suoi giorni.

Venuta la sera, quei quattro che nelle grandi occasioni soffiano in uno strumento da fiato, si recarono, seguiti da molta gente, sul piazzale del castello a sonare, in onore del deputato, per cinque o sei volte di seguito un valzer, che per ora è l’unico che si conosca in Borghignolo. Comparve subito dal portone il deputato con qualche altro a ricevere e ricambiare gli evviva, mentre il Buccelli, aiutato da due o tre della brigata, correva dalla casa al piazzale con boccali e fiaschi, dando da bere ai venuti, e vuotando l’ultimo bariletto del povero Giandomenico. Anch’io rimasi per qualche minuto testimonio di questa allegria al sereno. Passavo per di là, dopo aver fatto quattro passi sulla collina; nessuno mi aveva veduto; era buio, m’ero tenuto al largo, e poi la gente era tutta intenta al deputato e ai boccali.

Ero per andarmene, quando a un tratto alcune voci gridarono silenzio! silenzio! Mi fermai, tesi le orecchie, e tra i bisbigli della folla e il rumore dei carretti e di quelli che passavano canterellando per le stradette vicine, udii la voce del deputato imbarcatosi in un sermone al popolo di Borghignolo:

«Alle forti.... e sapienti.... popolazioni di Borghignolo.... salute!»

«Grazie!... Evviva!»

«Da queste soglie.... calcate.... dalla boria feudale.... bagnate dai sudori....»

«Evviva! Evviva!»

«Chi vi parla? Io! Io che modestamente, ma con coscienza di missione, rappresento le vostre magnanime aspirazioni.... le vostre sublimi virtù. Io.... figlio adottivo di Borghignolo.»

«Viva Borghignolo! Evviva! Evviva!»

«Io che lasciai le mie cure private.... che tutto lasciai da banda per accettare il vostro mandato.... che lasciai da banda....»

«Evviva la banda! Evviva il deputato!»

«Cittadini di Borghignolo! Siate vigili custodi della fede e della coscienza dell’umanità..... siate estrinsecazione dell’aspirazione dei pensatori.... scacciate da voi i falsi profeti, gli avoltoi pasciuti del vostro cuore che è quello di Prometeo....»

«Viva il Buccelli! Evviva! Viva il deputato!»

Il Buccelli era comparso in quel momento con due gran fiaschi sotto il braccio. Il deputato continuava, e pareva gli si squarciasse la gola; ma intanto mi rasentava vicino un carretto, che col cigolar delle ruote e con lo scricchiolìo de’ ciottoli mi fece perdere il filo del discorso, e non mi lasciò giungere che qualche parola qua e là.

«Le banche.... gli uomini del potere.... le consorterie.... la tassa del registro e bollo.... Galileo.... i giudici di mandamento.... Solone.... il dazio consumo.... il Consiglio comunale.... il segretario.... l’America.... evviva.... abbasso....»

«Viva la Merica! Evviva!... Abbasso!»

Passato il carretto, aguzzai le orecchie daccapo; ma a un tratto i sonatori, in isbaglio, ripigliarono il loro valzer, mentre il deputato era nel buono dell’aringa; nè ci fu modo di farli smettere, per quanto facessero a gesti, e a gridi, il Buccelli e il deputato. Ne venne una gran confusione, della quale alcuni giovanotti approfittarono per mettersi a ballare, ed io per andarmene senza che nessuno si avvedesse di me. Un tale però che evidentemente s’era tenuto in disparte anche esso, e che al pari di me se ne ritornava in quel momento a casa, ravvisandomi a mezzo, in quel buio, affrettò il passo, e mi si fece vicino.

«Oh signor Borsa!» gli diss’io «era anche lei della comitiva?»

Ma il Borsa non rispondeva. Quando fummo vicini a casa, tirò un gran sospiro, e nel salutarmi, mormorò: «Peccato, peccato!... parla pur bene quel signore!... ha un gran talento!... ah, se non fosse amico del Buccelli!...»

Il mio fattore, per quanto facesse professione di vivere all’infuori della politica, quella sera fu trascinato anch’esso dalla corrente, e rimase sul piazzale del castello, e per le vie del paese finchè durarono i canti, la musica, la baldoria. La mattina seguente, cioè ieri mattina, mi disse anch’egli maraviglie del deputato, e concluse che talenti simili ce ne saranno, ma in Borghignolo non se n’erano veduti mai. Mi disse che il deputato aveva promesso di far passare presso il paese una di quelle strade ferrate che vanno diritte, e in un batter d’occhio, fino a Parigi, e se occorre a Mosca. Borghignolo diventerebbe allora una città; il giudice del mandamento sarebbe fatto consigliere di tribunale; il caffettiere avrebbe uno spaccio di duecento tazze di caffè al giorno; l’oste potrebbe vuotare tutte le cantine di quei del paese e dei paesi vicini; e soltanto a tenere delle galline e a vendere ova ci sarebbe da farsi ricco per chi si sia. Aveva poi promesso di aggiustare a dovere gli affari del comune; di mettere Borghignolo sulla via del progresso, e di riordinare la confraternita. Tutti erano contenti, allegri, e si aspettavano cose grandi.

La prima cosa grande fu che, quando ieri radunato il Consiglio, per ordine del prefetto, perchè fosse una buona volta nominato il maestro stabile della scuola con l’assegno voluto dalla legge, perchè fossero presentati i conti dell’anno passato, e fossero nominati gli amministratori di certi lasciti pii, il deputato vi intervenne condottovi dal Buccelli, e, facendola da sindaco, presedette i consiglieri, parlò, strepitò, fece le proposte, e le fece votare. Su tutti gli argomenti fece votare per il no. Ai nostri consiglieri di Borghignolo, per i quali il no è il solo voto che non ispiri diffidenza, parve di aver trovato finalmente il loro uomo. Furono unanimi in tutti i no che loro propose il deputato, e, pieni di fiducia e di entusiasmo, credendo in fine di pronunciare un ultimo no, caddero in fallo in un sì. Votarono cioè un indirizzo di protesta al Governo contro quelle leggi d’amministrazione e quelle domande per le quali erano stati chiamati a deliberare. «Oh adesso sì che le cose andranno bene!» si disse in paese da tutti, appena si seppero queste novità; e il deputato approfittandosi di quest’aura così propizia, raccomandò a tutti calorosamente il suo amico Buccelli. Le cantonate e i muri del paese che nelle grandi occasioni non rimangono mai silenziosi, celebrarono subito questa bella giornata; e in un attimo vi si lesse, ad ogni passo, scritto col carbone — viva noi — viva i popoli tutti — abbasso i nemici di Borghignolo — viva il protettore del popolo, che è il deputato, abbasso don Michele, che son io.

Ciò vuol dire che il Buccelli è ritornato alla sua antica idea, e si metterà di nuovo a soffiare nella brace per farmi, se gli riesce, sgomberare il paese: tanto gli sono in uggia, sebbene egli non mi veda mai. Ah! Michele, il tuo aratro ti vuol far sudare....

Una lettera d’Aldo! Eccola finalmente questa benedetta lettera che aspetto da un mese, e che mi cagionò tanta impazienza e tanti sospetti. Me la portò un merciaiolo che avevo pregato, andando lui alla città, di domandare se ci fosse una lettera ferma in posta per me. La lettera c’era proprio, ed eccola qui. Ma cosa mi dice Aldo in questa lettera? Mi dice «che ha pigliato un brigante vivo.... che le balze scoscese dei monti, il mare, la luna gli innondano il cuore di poesia.... che ha perduto il borsellino, e che è rimasto senza un soldo....» mi dice tante altre belle cose; ma non mi dà nuove di suo padre. Risponde alle mie ultime lettere.... e le altre? Dice che è ansioso d’avere notizie da me.... spera ottenere un altro permesso....

Insomma, se io non gli avessi mandate le mie lettere da Borghignolo, e gli avessi scritto di mandarmi le sue in città, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo mistero! È una cosa indegna, è una cosa da malandrini! Ma questa non la inghiotto.... oh la vedremo, la vedremo tra poco!

20 febbraio 1866.

La benefica visita del deputato, la gioia degli animi e la fiducia nell’avvenire finirono in una gran baruffa a pugni e a legnate; una dozzina d’individui andò a letto col naso rotto, e un’altra dozzina andrà a letto domani sotto la custodia del procuratore del re. Il Buccelli, con una brigata de’ suoi fidi, accompagnò alla diligenza il deputato che partiva, gridando e schiamazzando. Nel ritornare, si fermarono sulla piazza, sbeffeggiarono qualcuno, corsero delle villanie e delle busse. Quelli che ne toccarono fecero il loro complotto per non rimanere in debito, e alla sera ricomparvero più numerosi e col randello sotto il braccio. Ci fu un gran parapiglia in caffè. Andaron rotti chicchere e tavolini; andò rosolio per tutta la bottega. Il caffettiere, con uno sgabello in mano, picchiava sugli uni e sugli altri, per non far torto a nessuno. In complesso però, per dire il vero, gli amici del Buccelli picchiarono più degli altri, e rimasero, come si direbbe, padroni del campo e del paese. Il Borsa, che se ne stava tranquillo a casa sua, come seppe queste scene, fuggì, e non se ne sa più nulla. Il mio fattore, pieno di spavento, non mi voleva lasciare uscir di casa questa mattina, ma io uscii, e non vidi in giro anima viva. Vidi sulle cantonate un rinforzo di evviva e di morte; lessi sul muro di casa mia un non vogliamo forestieri in paese, scritto a grandi lettere; vidi rotti i vetri del caffè; ma l’ordine, salvo sulle spalle e sulle facce dei combattenti che non ho vedute, mi pare dappertutto a quest’ora pienamente ristabilito. Il fattore non la pensa così; dice che devono seguire cose inaudite, e sta empiendo una vasca d’acqua perchè prevede un incendio. Io invece prevedo un drappello di carabinieri.

24 febbraio 1866.

Cose grosse! Il Consiglio comunale di Borghignolo è sciolto; c’è in paese un commissario regio, un uffiziale di pubblica sicurezza, un giudice, un drappello di carabinieri. Il Buccelli, che aveva messe a tempo le sue vedette, come seppe che i carabinieri entravano in paese da una parte, svignò dall’altra. L’uffiziale di pubblica sicurezza fece aprire la di lui casa; ci passò un’intera giornata, e ne uscì con un grosso fascio di carte. Il giudice ha iniziato un processo, e un paio di caporioni seguiti da tre o quattro gaglioffi furono già mandati al capoluogo. Il commissario se ne sta da mattina a sera nella sala comunale, e se vorrà venire a capo di qualcosa dovrà starci un pezzo.

Ognuno se ne va pe’ fatti suoi lesto, lesto, e quasi non ardisce fiatare; il Borsa mi ha mandato a dire che, quando le cose si saranno fatte più tranquille, ritornerà in paese; ch’io intanto rimanga saldo al mio posto; che non abbia timore: che il nemico è un vile, e che a suo tempo gliela faremo vedere! La gente, che nei giorni passati era tutta ritornata al Buccelli, ora gli si è tutta ribellata di nuovo, e, quando essa ardisce aprir bocca, ne dice corna. Dice che ha fatte ruberie senza fine; che si mangiò un capitale del luogo pio; che portò via carte e documenti del comune; che metteva in tasca quei pochi quattrini che le madri gli consegnavano da mandare con la posta ai loro figlioli militari. A queste cose poi, che credo verissime, ne aggiungono delle altre a cui si dà molto maggior peso. Si dice che il Buccelli abbia comperato un palazzo in Francia; che abbia fatta fare una gran fossa in un bosco e ci abbia nascosto il tesoro; che abbia fatto nella confraternita delle cose eretiche, e che si intenda un po’ di stregoneria. Perchè queste cose non si dicevano prima? Perchè, fin che il Buccelli fu in paese, tutti gli facevan la corte? Perchè mai le stregonerie s’erano chiamate fino allora miracoli? Queste domande non le faccio che a me, tanto riuscirebbero stravaganti a chiunque le facessi in paese. E perchè nessuno rammenta, a proposito del Buccelli, il povero Giandomenico cacciato di casa, buttato sulla strada, prima che qualcuno potesse correre in suo aiuto? La storia di Giandomenico è cosa vecchia. È un pezzo che non si vede più; nessuno più lo ricorda, nessuno ne parla.

Io solo lo ricordo, povero amico! Oh perchè non ho saputo conoscere meglio le sue disgrazie! Perchè non fui più sollecito nel correre in suo aiuto! E ora che ne sarà avvenuto; dove sarà? Quante disgrazie di meno si conterebbero a questo mondo, se i galantuomini fossero solleciti come i bricconi!

1 marzo 1866.

Mi sono giunte ancora due nuove lettere, che Aldo certo in distrazione, mi mandò direttamente a Borghignolo, e che mi furono consegnate dal caffettiere che, provvisoriamente, distribuisce le lettere. Da queste due lettere capisco meglio ancora, ch’egli me ne ha scritte delle altre che io non ho ricevute. Aldo aspetta da me notizie di suo padre, ed è impaziente di saper l’esito di certe ricerche che avrei dovuto far io, suggeritemi da lui, a quanto pare, in qualche lettera che non mi fu consegnata. A quest’ora però saprà che le sue lettere io non le ho avute, perchè glielo scrissi da parecchi giorni, e mi avrà detto da capo tutto quello che non so.

Benedetto figliolo! Avrebbe potuto in queste due lettere dire qualche cosa di più e dar meno posto alla luna, ai tramonti, alle prime erbette che spuntano sul prato, alle onde del mare che si gonfiano e palpitano.... È lui che palpita, non le onde del mare!... Ma non diamogli sulla voce, povero figliolo, perchè anche noi, al nostro tempo, di lune e di erbette ne abbiamo avuto per il capo la nostra parte!

Ma, e questi signori Garofani fanno il giro del mondo? Non c’è uno in tutto Borghignolo che sappia nè dove siano, nè quando tornino!...

Il fattore mi annunzia, tutto confuso per il gran rispetto, la visita del signor commissario regio. Chiudiamo dunque lo scartafaccio.

La visita non è stata breve. E non è stato breve, nè facile a scansare un certo assalto che mirava a tirarmi in trappola. Tutto a fin di bene, capisco, ma, e poi? Non è un balordo, questo signor commissario regio; è fine, discorre bene, vi lascia dire, vi dice sempre di sì, e intanto vi tesse tutto all’ingiro una ragnatela dentro cui vi piglia come un moscherino. Mi raccontò a lungo tutti i disordini che ha trovati nel comune, e mi disse che ce n’è da mandare in galera il Buccelli dieci volte. Me lo immaginavo, e non me ne feci stupore. Mi parlò del suo incarico di ricostituire l’amministrazione del comune, mi chiese de’ consigli, mi discorse di tutto il bene che si può fare, e del dovere che si ha di farlo. Mi disse che i comuni sono la base dello Stato; che quando la base è tarlata.... e che non aggiungeva di più, perchè sapeva di parlare a un uomo in cui l’amore del paese.... e così via. Mi disse che come sindaco del paese, io avrei potuto.... ma qui non lo lasciai finire; ed egli subito riprese che sapeva di non potere sperar tanto, ma che assolutamente io dovevo permettere che fossi proposto per il Consiglio comunale, dove di tanto in tanto, anche solo una volta all’anno, a un bisogno, avrei potuto buttar là una buona parola. Non risposi nè sì, nè no. Ne disse tante e tante, che non era facile ribatterle tutte. Però gira e rigira, non fu contento finchè non m’ebbe cavato di bocca un insomma, faccia lei, vedremo... Poi mi ripigliò le sue confidenze, e m’affogò in un mare di cortesie.

Faccia lei, vedremo, non vuol dir troppo! Non credo con questo d’aver rinunziato ai miei propositi.

Ma quel commissario regio però non è un balordo!

5 marzo 1866.

Il signor Garofani è arrivato in città ieri, e lo aspettano in Borghignolo, chiamatovi dalla catastrofe del Buccelli. La sua signora rimane in città, fedele al giuramento di non metter più piede in questo paese. Tali nuove le diede, al mio fattore, il casiere dei signori Garofani, il quale è già in faccende a spalancar finestre, a spazzare, a spolverare e dar la caccia ai topi.

Anche il Borsa, che per il momento se ne sta nella casa d’un suo nipote in un villaggio qui vicino, mi mandò un foglio di carta, su cui è scritto: «Nuovi guai! Il signor Garofani, marito, giunge in Borghignolo! Non dico altro! Don Michele, coraggio! Appena i tempi saranno diventati meno procellosi, io sarò in Borghignolo! All’erta, don Michele! Non dico altro!

«Borsa.»

Il mio piano è fatto. Ho indugiato altre volte abbastanza; morto o non morto, ho ancora un dovere da compiere, e per essere più sicuro del fatto mio, partirò questa sera stessa.

Milano, 7 marzo 1866.

Confesso d’aver riveduto con piacere le mie vecchie vie della città. Andai girellando pur volentieri! e mi sorpresi più d’una volta fermo sui due piedi a guardar la facciata d’una casa o le vetrine d’una bottega. Fin la troppa gente, nei luoghi più frequentati, non mi diede fastidio, e fin anche per gli spintoni mi sentii inclinato a una certa indulgenza. Il dottore, che corsi subito ad abbracciare, e che, nel fare quattro passi con me, s’avvide che il mio antico broncio s’era un po’ calmato, dice che le assenze e le lontananze, non sono state finora in medicina studiate con la debita attenzione; che hanno un grande avvenire nella scienza; e ch’egli ne ha osservati degli effetti maravigliosi in certe malattie, in quelle, per esempio, di qualche marito e di qualche moglie. Comunque sia, per non dargliela tutta vinta, mi affrettai ad assicurarlo che Borghignolo è il primo paese del mondo, vedendo ch’egli mi scalzava per farmi uscir a confessare che n’ero annoiato.

Ora importa ch’io vada subito in casa Garofani. Chi me lo avrebbe detto? Eppure è così. Voglio diventare l’amico, il confidente della signora Giuseppina. Vorrei anche poter mandare questa risoluzione d’oggi in domani; ma pure bisogna risolversi, chiudere gli occhi, e spiccare il salto. Domani sarà l’ultimo domani, definitivamente, senza misericordia, senza soprattieni; e si vedrà Michele bere a sorsi la cicuta, con la calma solenne d’un personaggio dell’antichità. Ma sono io poi sicuro che la signora Giuseppina non mi salti alla faccia come un gatto arrabbiato? Siamo stati, per alcuni giorni, amici svisceratissimi, ma dopo la catastrofe dell’elezione, e dopo le mille suggestioni del Buccelli, non è facile indovinare in quali acque mi trovi. Tanto più che la signora Giuseppina soleva dire: «tutto sta nel modo di pigliarmi; con un niente divento un pezzetto di sugo di regolizia; ma se sono stuzzicata, e se mi monta la mosca al naso, buona notte! divento un granello di pepe, e di che pepe! Lo diceva sempre il mio Baldassarre, buon’anima, e lo ripetono sempre anche adesso il Garofani e il signor Mosè.»

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