PROLOGO
Reading edition
Io sono il vecchio Prologo, ma vecchio Così per dir; poichè l'Arti non hanno (Ed il Teatro, mio padron, con esse) Un'età. Ben lo so: la moda e il gergo Dei critici, talor, sembrano imporre All'Arti Belle coll'età un costume…. Ma ridon l'Arti di critici e mode! Figlie d'un Vero, che Finzion si chiama, Piace ad esse vestir gli idoli e l'are In varie foggie. Ad ogni nova foggia I critici invasati afferman «quella «Esser la sola che accettar si debba». Ma ancor finito d'affermar non hanno, Che i devoti s'annojano, esclamando: «O classici, o romantici, o veristi, «Siete uguali per noi!… Se mutar foggia «Vi garba,… meglio!… A noi basta del Nume «La presenza sentir!»
Ond'è, signori, Che il buon pubblico ancor del pari ammira Goldoni e Shakespear, Ibsen e Labiche; Nè, forse, gli dorrà che sia poema Questo spettacol scenico, per l'alto Concetto suo.
Lagrime e sangue grondano Della Storia le pagine; e di tante Vittime e tante, che immolò la guerra, Ignoto è il nome; sol vive il ricordo Dei più truci carnefici.—Felici Furon costoro almen?—No!—Dell'umana Letizia fecondar non può le ajuole La rugiada del sangue.—Da quei campi, Ove sepolti i cadaveri a mille A fior di terra stanno, o abbandonati Tra solchi immondi, un vibrïon s'aderge A vendicarli!—E te, forse, alla gola Ghermì a Sedan, o Federico, o biondo Imperator, che pur mite nascesti; E te, o Nabuco, al cerebro ghermìa.
Or dunque, o genti, perchè ancor vorreste Esser vittime voi, se neppur dànno Felicità ai carnefici quel sangue Che per lor voi versale, e quelle lagrime Che versano per voi le vostre donne? Qui Nabuco evochiamo; ed egli stesso, Egli, l'orrendo sacerdote antico Di questa orrenda religion dell'armi, Urli e ripeta colle labbra sue: «Anatèma alla guerra!»
Del poeta Questo il pensiero,—A lui, siate cortesi.