Mimi Bluette
Reading edition
fiore del mio giardino
ROMANZO
Settima Edizione—Dal 111o al 160o Migliaio
R. BEMPORAD & FIGLIO—EDITORI—FIRENZE
MCMXX
PROPRIETÀ LETTERARIA I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi
Stab. Tipo–Litogr. FED. SACCHETTI & C.—MILANO—Via Zecca Vecchia, 7
DELLO STESSO AUTORE:
Lʼamore che torna—1908
Ultima edizione—dal 100o al 150o migliaio Romanzo
Colei che non si deve amare—1910
Ultima ediz.—dal 131o al 180o migliaio Romanzo
La vita comincia domani—1912
Ultima ediz.—dal 105o al 155o migliaio Romanzo
Il Cavaliere dello Spirito Santo—1914
dal 41o al 71o migliaio Storia di una giornata
La donna che inventò lʼamore
Ultima ediz.—dal 96o al 145o migliaio Romanzo
Mimi Bluette fiore del mio giardino—1916
Ultima ediz.—dal 111o al 160o migliaio Romanzo
Il libro del mio sogno errante—1919
Ultima ediz.—dal 51o al 100o migliaio
Sciogli la treccia, Maria Maddalena—1920
Terza ediz,—dal 101o al 150o migliaio Romanzo
Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e lʼA. ne vieta la ristampa.
Nota degli Editori

Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile, per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le quali sono per natura destinate a non esserlo più.
Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad un altro di volerle bene insieme con lei.
Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio dʼamido male insaldato.
Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia. Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile dannunziano.
Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del primo amore.
Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che può innamorarsi dʼuno studente in medicina.
Sua madre non ne fu contenta.
Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e, quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il capriccio di verificarlo, non diceva di no.
Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono mese: qualche volta anche prima.
Entrambe le consigliarono di rinverginire.
In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere un canino falso, e partì.
Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non fosse accaduto niente.
Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.
Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un ombrellino da sole.
Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.
Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia della vita.
Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la seconda sua verginità.
Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.
Che brava bambina!
Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita, rimanere «il suo primo amante».
Cʼera un Irresistibile.
Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini, mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava Conte.
Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in sogno.
Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse allʼIresistibile.
Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.
Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie dellʼIrresistibile.
Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo. Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria fotografia. Con dedica.
Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto, ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.
Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.
LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma del suo terribile occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.
Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.
LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva di più leggiadro nel suo galeotto paniere.
Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.
La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»
Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece, descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed il suo cappello a tuba.
La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:
—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra un canapè.
La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande pericolo non le incuteva una soverchia paura.
Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.
Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.
Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò da lui per confessargli chʼera vergine...
La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano verginità.
Sʼinnamorarono.
Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.
Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.
Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di abiti e con la barba ispida.
Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande vertiginosità.
Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case di convegno.
Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.
La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine, come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia, che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta i ritrovi della piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso, e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.
La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che, per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in portineria.

Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi Bluette.
Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta celebri.
Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo, che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo Pittore.
Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata, chiamandolo: Maestro...
Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi mettere in cornice da lui.
Con le ragazze Americane faceva il seminudo.
Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.
Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto. Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere. Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano lʼappetito.
Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza e nelle bottiglierie.
Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.
Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro, molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di Cecilia Malespano.
Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli propose di giocarsi la bibita ai dadi.
Il Pittore fece nove.
Il nottambulo tre. Perdette.
Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.
Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.
Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo battagliero Maestro di scherma.
Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.
Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.
La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara piccina...
E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.
Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in compenso era molto originale.
Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.
I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine, le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo nome da teatro.
Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo specchio».
Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario contemporaneo.
In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.
Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.
Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a Venezia.
Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.
Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼal più ricevere due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.
Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale piaceva molto alle malinconiche forestiere.
Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.
Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla musica, diventare un giorno ballerina.
Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili della vita loro.
Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi, molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a compiere gli studi per divenir ballerina.
Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli disse di no.
Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le fece più maraviglia che dolore.
Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del brillante che il Protettore portava in dito.
Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio, si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a slacciarsi la camicetta.
Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.
Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua vita.
Forse, in quel momento, non mentiva.
Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle donne.
Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore di novità quasi riconoscente.
Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto quella bocca forte.
Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di piacere.
Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore proibito.
Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda; con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da ucciderla,—e questo le piaceva.
Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.
Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo capriccioso amore.
Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto questo con verità.
Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era un uomo.
Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio, nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte le sue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e gelosa di lui...
Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...
Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.
Il Protettore si chiamava Max.
Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della gaia Repubblica Transalpina.
Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del «Frou–Frou».
Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno, diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»

Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de Lyon».
Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e reboando come un ciclopico mammut.
Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose: «Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.
Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più grande, con la Tour Eiffel.
Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte, ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri. Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli bianchi dei camerieri da caffè.
Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina; e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.
Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant; Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»; Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.
Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere, jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers, ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio; poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali, durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo favorito.
Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di tutto imparò qualche frase dʼargot.
Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette dimenticarlo.
Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.
Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore dei buoni provinciali.
La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!
E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.
Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»
—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!
Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.
La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità. Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.
Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.
Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka, tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.
Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di positivo.
Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.
Gli raccomandarono Bluette.
Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma poule!...
«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.
Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»
Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»
Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, la Chaloupée e tutto il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.
Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque fu Bluette.
Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.
Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons, Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment veux–tu que jʼen fasse une Commère?
Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.
Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo calvo.
Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè voleva scrivere due parole a sua madre.
«Cara mammina.
Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese. Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio; mammina; ti manda un bacio la tua
Bluette»


Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della rottura fra Max e Bluette.
In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere; non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.
—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce cavernosa e combusta.
—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.
—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!
—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une gourde à lʼheure quʼil est! Mes perles, je les avais données a Lélie, pour quʼelle me les garde.
—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de déboires!
Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti, color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso mestiere.
Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik Audel.
Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.
Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.
—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...
Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli erano ostili.
—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!
—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.
—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi, afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta, gridava con la sua voce cauterizzata:
—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della «Noche de Garufa».
Del tutto inutile anche «La Noche de Garufa»! Max, torcendo fra le sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno. Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.
—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.
—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia, poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno. La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad altri ciondoli.
Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»
«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli pareva dʼavere lo stomaco fracassato.
Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu, quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse? Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout seul...»
E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le cose al posto, il tango malinconico della «Noche de Garufa».

Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.
Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale, stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.
Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un fiume, cʼè speranza di vivere in pace.
Così fu.
Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace; lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria: in tutto quattordici vite.
Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.
Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette, povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.
Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.
Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.
Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle vedere tutte quelle maraviglie.
Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e linon.
Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi Bluette dans ses danses».
I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti la seminuda bellezza di Mimi Bluette.
Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei, quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità: «Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»
Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una perfetta istruzione.
Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia. La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di muoversi era come una danza innata.
Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di desolazione.
Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle prostitute.
Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.
Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i piedi.
Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.
E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita, una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.

—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco, altrimenti non la finiremo più!
Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di primavera.
—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.
La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna. Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale, un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?
Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo «avec sa momie Américaine...»
Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.
Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente, un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.
Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei, sarebbe stato un vero ingombro!
Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente più lasciarmi ripartire...
Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da padrona di casa che la impensierivano assai.
Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.
Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.
Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di averne su per giù trenta.
A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna, ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con lʼauto–suggestione.
Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio, lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un grande ironista.
Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè, se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più riesce anche ad esserlo.
Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.
La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.
Ella ne mise due di porcellana.
La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo grado.
Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva durante il primo viaggio di nozze.
Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.
Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.
Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.
Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.
Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.
Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne addirittura quella dʼuna bambina.
E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.
Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua canonica età!...
Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni, tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...
Bisognava trovare un rimedio.
Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.
Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.
Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia abitudine.
Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.
Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto. Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola, glielo disse con molto garbo:
—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?
—Pourquoi, Linette?
—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui durent parfois très longtemps, Madame...
Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.
E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?
Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.
Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi unʼeducazione.
Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a conversare con gli Accademici.
Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè, fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.
Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e docile come una vera donna.
Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino, e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia dello scibile quotidiano.
Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare il tango.
Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.
E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale: «Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez.... etc.»
Era la sua storia.
Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la manìa di far strada nella Capitale.
Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che le dette il primo brivido.
Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi delle stupende città.
Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.
E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa: «que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en allassiez, quʼils sʼen allassent...»
E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».
Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.
Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe forsʼanche sposata.
Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine, allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...

No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza, una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua emula ed amica Dorée dʼArnac.
Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto. Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.
Invece non perdonò.
Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca parente.
In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.
—Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,—disse con la sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia dellʼaccento americano.—Venez à Londres avec moi. Nous danserons à lʼHippodrome. Cʼest la «Season».
—Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!
Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese. Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.—precede il nome.
Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale semaforico.
Quello di un Tedesco è un diploma universitario.
Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la madre patria.
Lord G. A. M. F. B.—precede il nome—era un uomo che su tutte le cose aveva il suo punto di vista.
Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.
Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse Americano, aveva le lacrime agli occhi.
Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.
Così fu.
Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.
Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in media, vinsero due volte su tre.
Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro lʼuniverso.
Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la prese in giro.
Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.
E rimasero buoni amici.
Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto, credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosa non le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco a poco in un singolare spavento.
Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.
Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la pregava di non darle noia.
Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.
—Assieds–toi là, Jack.
Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di boccate, la mise tra le labbra di Jack.
La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack. Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.
—Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?
Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso, infine riferì:
—Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous donnera cinquante louis par soirée.
—Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?
—Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.
—Est–ce vrai, mon pauvre Jack?
Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.
—Tu es un boudeur, Jack!
—Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.
—Pourquoi méchante?
Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia, come suol fare chi spartisce una bella criniera.
—Avez–vous la fièvre, My Blu?
—La fièvre? Mais jamais de la vie!
—Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?
—Pas du tout. Voilà mon pied.
Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità, come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un delicato piacere.
—Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?
—Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.
Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere la porta.
—Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais que ma mère est très curieuse.
Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.
—My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez voir: des pas extraordinaires!
—Vrai? Encore une valse?
—Non pas; un Rag–Time.
—Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.
—Oui, levez–vous, Bliouette.
Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.
Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova, lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»
Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne prendersi un amante nuovo. Lo capiva súbito. Di questo Rag–Time impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la definizione di Jack.
Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.
—Jack, mon petit...—disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,—une chose pourtant mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du sang?
—Question très grave,—rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo affermò:—Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.
—Moi aussi. Au fond je préfère.
—Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!
—Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai toujours hantée par ce doute.
—Yes, très grave,—ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al giorno senza fumarne che un paio di boccate.
—Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?
—Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.
—Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?
—Quite right, My Blu!—egli rispose con una brevità quasi arrabbiata. Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:
—Je nʼen ai pas envie, Jack.
LʼAmericano si strinse nelle spalle.
—Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.
—Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi, prends la plume et écris ce que je vais te dire.
Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.
Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:
—Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un passo di Rag–Time?...
La santa donna se ne andò via dolcemente.
—Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même. Ecris:
«Cher ami,
Jʼai quelque chose à vous dire...—Non, efface!—«Cher ami, jʼaime autant vous le dire sans trop de détours...»
—Doucement, doucement...—pregò Jack, il quale ballava meglio che non scrivesse.
—«...détours—deux points, majuscule:—Je suis enceinte de vos œuvres, et cela interrompt ma carrière, sans compter...»
—Pooh! indeed!—bestemmiò Jack, buttando via la penna.—Comment faire, à present que vous ne pourrez plus danser?
—On ne dansera pas, cʼest très simple,—disse Bluette in modo affabile.—As–tu écrit?
—Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très bien...
—Chut... Ecris et laisse–moi faire.
Jack ripetè:
—«...ma carrière, sans compter...»
—«...sans compter que, avoir un gosse»—virgule—«pour une femme sans mari»—virgule—«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui arriver!»—Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non: dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.
—Je comprends,—disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti che gli eran ordinati.—Vous désirez que le Lord vous épouse.
—Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:—«Une fausse–couche me serait impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:—«Que faire? Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de moi–même... Le médecin mʼa dit»—virgule—«quʼayant un défaut dans la matrice»—virgule—«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout; mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»
—Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?
—Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la matrice.
—Ah...
—Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais au moins corriger ton accent transatlantique.
Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè, con il suo francese yankee:
—«...serait fetell pour moi.»
—Point.—«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je devais avoir...»—Points de suspension... «... et rien!» Point dʼexclamation!—«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin, je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit depuis sept jours...»
—Trois jours.
—La barbe! Jʼai dit sept!—«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta pauvre petite
Bluette»
A présent relis ce que tu as écrit, Jack.
Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.
—Relis encore une fois, Jack.
Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.
—En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer une dépêche.
—Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.
—Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire, la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.
Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.

Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le cose complicate si accomodaron come per incanto.
Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo, ritraversò la Manica.
La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere nevrastenici come i popoli continentali.
Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di Doyen.
Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un sesso, per uggia della vita.
E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a scegliersi un posto nel cimitero.
My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili», anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie femminili che producono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in premio della sua faticosa maternità.
Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi fugaci paradisi.
Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle, per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva, che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale divinità.
Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità pericolosa dellʼanima.
E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.
Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.
Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello, che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.r Le Bargy. In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.
Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei giornali di Francia.
Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie, che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla biografie così verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco si convincono dʼaverle vissute.
Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della Rue de la Paix.
Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le gambe assai meno del necessario.
Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.
Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi piedi ora si domandava lʼoriginalità.
Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.
—Poco male,—pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se il pubblico ne avesse avuto il desiderio.—Poco male, My Blu. Andremo in cerca dʼun altro inventore.
Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e su misura.
—Su misura,—preferì lʼImpresario.—Non solo, ma bisogna poi distruggere il figurino.
—Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.
E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.
Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My Blu.
Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.
Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso allʼAccademia degli Immortali.
Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace quanto più il corpo si mostrava nudo.
Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.
Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.
Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno; le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le rime.
Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza, che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.
Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano invece di una maschilità veemente.
Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.
Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée, prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili ammiratrici.
Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso, per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni dʼonorabilità.
La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano assistere gli uomini.
Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta e suonò il campanello.
Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera, ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio, varcò il limitare senza guardarla.
—Monsieur désire?—fece Linette.
—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:
—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?
—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là, là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît drôle!
—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais, ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.
—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!
—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que je suis établie chez elle.
—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler mot, hein?
—Tu dis?
—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.
—Tout court?
—Mais, pardi!
Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a guardarlo con ammirazione.
—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!
—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma soeur chez My Blu!
—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des vues sur ma patronne, rien à faire ici!
—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac. Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.
Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:
—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...
Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette. Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.
Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.
—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...
—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.
Linette esitava.
—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison. Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.
—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!
—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo biglietto da visita.
My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente umore.
—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa carte.
E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.
—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?
—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.
—Sans doute que oui, puisque je le connais.
—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?
—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?
—A moi?... Rien du tout, Madame!
—Et alors?
—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.
Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il naso, e recitò:
—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend Monsieur le Comte.
—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois plus sommaire!...
Ed entrò.
Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina dellʼAlmanacco di Gotha.
Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré; e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu. Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui: lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto gli occhi di Roré.
Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala con il suo passo da gatto.
Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.
—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli sibilò, cattiva cattiva.
—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.
Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua bella tuba.
E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!
E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.
Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».

Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue, digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me souffler ce salaud de Roré!»
Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome. Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria, chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato, e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.
Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.
Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu nondimeno costretto a dirle: «—Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les fourrures se vendent très mal cette année!»
E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale invece amministrava—per mezzo del suo più forte azionista—una casa di pneumatici venuta in molto favore.
Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,—e fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o piacque ad unʼaltra,—e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo, è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor proprio fra donna e donna.
Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di Mimi Bluette.
Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non volle più saperne di lei.
Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per tornare dʼattualità.
Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci; poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.
My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più, da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito, con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno, continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero, il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei, purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato. Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle prova di amore e di munificenza.
Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare. M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli scartafacci nella sua logora cartella di cuoio, e, mezzo curvo per il mal di reni, le diceva prima dʼandarsene:
—Alors, ma chère enfant, si vous avez besoin de moi, vous savez où jʼhabite: rue Taibout 47, au deuxième. Il nʼy a pas dʼascenseur.
E se nʼandava, mettendosi allʼocchiello un fiore dei vasi di Bluette.
Se non avesse avuta fortuna, questa bella ragazza, certo sarebbe stato molto facile per lei capitare nelle mani dʼun furfante, che lʼavrebbe di nuovo ridotta sul lastrico, senza lasciarle nemmeno comprendere, povera Bluette, quel che significa unʼamministrazione. Ma invece M. Bollot era di sana pianta un galantuomo; vigilava su questo patrimonio come se fosse roba sua propria, ed era capace di bisticciarsi un paio dʼore, con la sua cocciutaggine da vecchio reumatizzato, per aumentare dʼun magro scudo il capitale di Bluette.
Ed a Bluette tutti volevano bene; questa era la sua fortuna. Cʼera in lei qualcosa che pareva dire alla gente: «Io son nata per far piacere a chi mi guarda». Parlare con lei, o vederla vivere, significava provare una di quelle sensazioni primaverili che soltanto i bei fiori e le belle creature dànno. La sua voce, il sorriso che aveva in tutta la persona, i colori che portava nella sua materia, la semplice grazia che metteva neʼ suoi movimenti, e non so quale profonda ma dolce sensualità, profusa, intessuta in ogni spazio della sua vita, e quel suo carattere di fanciulla, che pareva trasparire dalla sua gioventù come il color del sole da un limpido bicchiere dʼacqua, tutto insomma di lei era composto in guisa che ogni creatura, nello starle accanto, provava una freschissima gioia.
Aveva camminato fra il vizio, ed era il vizio, ma pareva che nulla di tutto ciò le fosse giunto sino al cuore.
Molti uomini erano passati nella sua giovinezza, e forse non aveva amato ancor nessuno. Max lʼaveva stordita; gli altri le avevan dato appena qualche torbida e complicata ora di piacere; soltanto il bravo Jack, lʼinventore dʼun passo di Rag–Time, era stato per lei qualcosa più dʼun amante: quasi un piccolo, sbadato, inconscio e ridicolo amore. Povero Jack Morrison! Ella si ricordava ogni tanto chʼera stato buono con lei, chʼera stato per lei una specie di burbero e dolce fratello, che si era talvolta rasciugata in fretta una lacrima col rovescio della manica, ed infine che nessun altro danzatore sapeva ballare come Jack!... Adesso ne conservava qualche ritratto sparso per la casa, ed uno in camera, sopra una mensola, dovʼerano sempre alcuni ramoscelli di freschi fiori. Qualchevolta, nellʼandarsi a coricare, gli diceva come per ischerzo:—Good night, mon vieil imbécile de Jack!...
Era stato il solo che le avesse voluto bene per lei sola, e quasi le pareva che anche di là dal mare, traverso lʼinfinita solitudine, quel ballerino biondo le mandasse un profumo di poesia.
Dunque il signore dʼOlonzac la condusse nel talamo di Fred Chinchilla, ed usò maniere tanto affettuose, che Bluette, ripensando alla sua fama orribile, si convinse che il gagliardo e bel signore doveva essere, per ragion dʼinvidia, un uomo terribilmente calunniato.
—Vois–tu,—ella dichiarò a Linette, sua confidente,—ce dʼOlonzac il me plaît, parce que cʼest un homme qui connaît les femmes. Avec lui on est bien vite à son aise...
Linette le teneva il broncio. Quella sera non volle, come invece usava di consueto, darle consigli nè chiederle schiarimenti. Ma poichè Bluette insisteva, enunziò nondimeno il suo parere:
—A moi, Madame, il mʼest antipathique.
—Fichtre! tʼes pas facile, toi! Queʼest–ce que tu lui trouves dʼantipathique?
—Tout et rien, Madame. Ce nʼest pas mon type... voilà tout! Et puis je vous dis, Madame, quʼil a une tête dont il faudrait se méfier.
Bluette si mise a ridere. Stavano entrambe davanti alla specchiera. Bluette seduta, menare Linette la pettinava.
—Il a tes yeux et ton front, Linette. Je découvre, en te regardant dans la glace, que tu lui ressembles dʼune façon frappante... Aïe! diable! mais tu mʼarraches les cheveux!...
Linette si fece rossa come una educanda, e, per nascondere il viso avvampato, lasciò cadere a bella posta un gran mazzo di forcine.

Allora, in un giorno di corse, Fred Chinchilla ebbe la ventura dʼincontrarsi viso a viso con Mimi Bluette. Si dissero dapprima un mucchio di cortesie, lodandosi la foggia dellʼabito, il modello del cappellino, e passeggiarono un poco insieme, poichè, sebben rivali, sapevano di figurare molto bene accanto. Finalmente si accordarono per scommettere sul medesimo cavallo. Ma dopo aver discussa con minuzia la monta, il peso, le condizioni del terreno, quando suonò il buttasella, Fred Chinchilla disse di punto in bianco:
—Pourtant je ne te fais pas mes compliments, Bluette!
—Quoi donc, Fred?
—Tu sais bien que jʼai fait de gros sacrifices pour cet homme, et toi...
—Quel homme?
—Mais Roré, voyons!
—Ah, Roré, Roré... Bien, vois–tu, moi, il mʼindiffère....
—Ce nʼest pas ce quʼon raconte, ni ce quʼ«il» raconte!
—Plaît–il?
—Je dis que Roré te promène un peu partout, en disant quʼil a dû céder à tes avances.
Bluette si appoggiò su lʼombrellino, con tanta nervosità che quasi lo spezzava.
—Tu ne vas pas me faire croire ces balivernes!... Sʼil y a quelquʼun qui me débine, ma chère, ce quelquʼun cʼest précisément toi!
—Moi, Bluette?
—Oui, je te dis. Mais puisque lʼoccasion se présente, il faut tʼavouer, Fred, que «moi» je ne lui ai point fait dʼavances, parce que je nʼai pas lʼhabitude, «moi», de ces gros sacrifices dont tu parles.... Et puis... zut! Bien le bonjour, Fred.
Girò sui talloni, e, per farle rabbia, se ne andò in cerca di Roré.
In quel momento il signore dʼOlonzac le stava osservando ambedue con il canocchiale, ma di lontano. E compiaciutosi di quella separazione un poʼ brusca, si volse a discutere dʼelezioni con la moglie liberalissima di un deputato clericale.
Allora, come tutte le donne che devono prendere una grave risoluzione, Fred Chinchilla si recò al lavatoio, per mettersi, davanti allo specchio, un poʼ di rosso ai labbri e di fina cipria su le guance. Accomodò anche lʼappinzatura di cinque o sei spilli, e frattanto la matrona del luogo, una gioviale femmina panciuta, le confidò sottovoce:
—Aujourdʼhui, Madame Fred, jʼai un bon tuyau pour la sixième course...
—Fiche–moi la paix, Judith! Voilà trente louis que tu me fais perdre avec tes maudits tuyaux!
—Nous allons nous rattraper aujourdʼhui, Madame Fred! Voyez donc: ces deux écus, je vais les miser moi–même. Faut–il que je sois sûre, hein?
—Ton tuyau, je le connais. Tu vas jouer Bib Lalo, parce quʼil y a dessus Head.
—Oh, que non, que non, Madame Fred! Bib Lalo, je vous le donne moi–même à cinq contre un, car cʼest trop long pour lui, sans compter que Head et Bib Lalo nʼont jamais pu sʼentendre.
—Ça, tu as raison. Ce Head il me fiche une guigne!...
—Et, alors il faut jouer Maid Marian, aussi vrai que je suis dame de propreté. Et si Maid Marian ne vous rapporte pas dix contre un, vous ne me donnerez plus un sou de pourboire, Madame Fred.
—Maid Marian? Cette vieille rosse?
—Vous allez la voir aujourdʼhui la vieille rosse! Bob, lʼentraîneur, a joué lui–même cent louis chez le book Cliffton. Enfin, Madame Fred, nʼoubliez pas que je vous ai donné Roule–ta–bosse, et maintenant je vous donne Maid Marian... Faites donc à ma guise et vous nʼaurez quʼà me dire merci.
—Eh bien, Judith, je vais tʼécouter une fois de plus. Mais, si tu me fais perdre encore ces dix louis, qui feront quarante, ma foi, je tʼôterai lʼenvie de me donner des tuyaux!
—Cʼest ça, Madame Fred.
—Et si Bib Lalo gagne, je viens tʼarracher ta perruque!
—Bon, Madame Fred. Vous êtes jolie à ravir aujourdʼhui! Est–il de Worth ce joli tailleur?
—Pas du tout; il est de Green. Et le chapeau est de Lewis. Quoique les tailleurs, en général, me grossissent un peu...
—Oh, quelle idée, Madame Fred! Aimeriez–vous par hasard être un cure–dents stérilisé comme la petite Estelle? Attendez: encore une épingle, et puis ça sera parfait.
Allora Fred Chinchilla si mise in cerca dʼuna persona che le premeva incontrare. Questi era il figlio del Fabbricante di Pneumatici, ossia del ricco e decorato patrono di Mimi Bluette. Non era difficile riconoscerlo anche di lontano, per la sua lunga statura ed il suo profilo aquilino. Da un padre tarchiato e da una madre gallinacea era venuto fuori così, lungo e sparuto, con una costituzione da sanatorio, su due gambe sproporzionate. Mostrava poco ingegno per lʼindustria del pneumatico, ma era invece un provetto giocatore di «chemin de fer», aveva libero accesso a tutti i palcoscenici, guidava una cento–cavalli, faceva debiti con una serietà da probiviro e si regalava tutte le primizie che venivano a sbocciare negli stabilimenti di Montmartre.
—Eh, Victor!—chiamò Fred Chinchilla, tirandolo per la manica, poichʼegli stava discorrendo con altri.
—Cʼest vous, Fred?
—Cʼest moi.
—Toute en couleur scarabée?
—Il paraît que ça porte veine...
—Ravissante!
—Ecoutez, Victor. Jʼai un tuyau des plus sûrs, mais il ne faut pas me demander de qui je le tiens. Cʼest un secret.
—Oh, oh!
—Je vous le donne, pour vous remercier des cent louis gagnés dans votre main, avant–hier soir, au Cercle. Et puis, vous savez que je suis bonne camarade.
—Je nʼen doute pas, Fred,—rispose con amicizia il lungo principe ereditario del caucciù.
—Eh bien, voilà. Dans la sixième course pariez sur Maid Marian. Misez tout ce que vous avez dans votre poche. Vous nʼaurez quʼà me dire merci.
—Maid Marian? Uhm?... Crois pas!
—Comme vous voudrez, Victor. Bonjour, Victor. Je suis très pressée.
Fece due passi per andarsene, ma tornò indietro e lo riprese per la manica.
—Encore un mot, Victor... en toute confiance. Vous savez bien que dʼOlonzac, cette fripouille de dʼOlonzac, ce fameux cochon pour lequel jʼai eu aussi des faiblesses...
—Et alors?
—Ma foi, dites à votre père quʼil devient absolument ridicule!
—Oh, quant à mon père, vous savez bien que nous sommes brouillés. Mais, ridicule en quoi, sʼil vous plaît?
—Ah, mon cher, il a beau vendre ses pneus! Si dʼOlonzac sʼy met...
—DʼOlonzac?... Mais de quoi sʼagit–il? Je nʼy comprends goutte!
—Vraiment? Oh, alors, excusez–moi... Cʼest une gaffe! Je vous croyais au courant...
—Au courant de quoi?
—Mais de la nouvelle dont tout le monde parle... cʼest–à–dire que Bluette...
—Bluette? Qua–t–elle–fait? Divorce–t–elle dʼavec mon père? Mon cher père lʼa–t–il enfin plaquée?
—Pas encore, mon pauvre Victor! Mais, tant pis! puisque jʼai commencé, faut bien que je finisse. Roré sʼest mis avec Bluette. Bluette en est folle. Ce qui fait en somme que votre père entretient Roré...
Lʼelastico principe ereditario del caucciù fece allora un piccolo salto, che lo allontanò dʼun paio di metri da Fred Chinchilla. Poi diede principio ad una stura di pittoresche bestemmie.
—Oui, mon pauvre Victor!... Il vous chicane à vous, qui êtes son fils légitime, les vingt–cinq louis, tandis que Bluette le ruine et que Roré les ruinera tous les deux!
Poi aperse lʼombrellino e andò via dicendogli:
—En tout cas nʼoubliez pas Maid Marian, puisque cʼest de lʼargent sûr...

Roré, sdraiato sopra un divano, con la testa su le ginocchia di Bluette, la pettinatura in disordine per colpa di ciò che avevano poco dianzi compiuto, le stava spiegando con volubilità chʼegli era nato per essere un uomo dʼaffari. Secondo lui Mimi era male amministrata. Quel vecchio Monsieur Bollot, se non era proprio un ladro, per lo meno era un imbecille. Del resto lui, dʼOlonzac, si era preso il gusto di appurare un poco le cose; lui, dʼOlonzac, sapeva che il vecchio Bollot, qualche mese innanzi, aveva maritata una nipote facendole una dote di quasi centomila franchi. Ora, siccome il vecchio Bollot, del proprio, non possedeva che una magra pensione governativa ed i suoi piccoli redditi professionali, era evidente che la bellissima dote proveniva dal denaro di Bluette. Non solo; ma lui, dʼOlonzac, sapeva che il patrimonio di Bluette rendeva pressʼa poco un quarto di ciò che avrebbe dovuto rendere, perchè il bravo Monsieur Bollot si divertiva, non avendo nessun controllo, a fare prestiti grossi o piccoli aʼ suoi propri amici, su ipoteche meno che sicure; anzi arrivava persino ad esercitare lʼusura per conto proprio,—come aveva saputo per via dʼinformazioni secrete, lui stesso, il benemerito signore dʼOlonzac...
Se Bluette gli avesse data una piccola procura!... due righe, nientʼaltro che due righe davanti a notaio, lui, dʼOlonzac, avrebbe facilmente provveduto a raddoppiarle il reddito in sei mesi, e triplicarlo in séguito; lui, dʼOlonzac, che aveva ereditato solo debiti e gravezze dal conte suo padre, adesso aveva un patrimonio fiorente... lui, dʼOlonzac, era nato con il bernóccolo dellʼuomo dʼaffari.
Bluette, un poʼ stordita per quello che avevano fatto poco dianzi, lì su la vasta e morbida pelliccia dʼorso del Canadà, lo ascoltava con un sorriso negligente, senza dargli torto nè ragione, poichè la donna, per istinto, ha sempre una fiducia molto limitata in coloro che maneggiano il suo denaro. Non era del tutto certa che Monsieur Bollot fosse un galantuomo; bensì era schiettamente persuasa che il signore dʼOlonzac fosse un piacevole furfante. Piacevole senza dubbio, sopra tutto quandʼera coricato su le pellicce dʼorso del Canadà.
Ma la negligenza di Bluette era compensata invece dallʼattenzione di Linette, la quale, come tutte le cameriere di stile, traguardava ed origliava dietro gli usci, senza perdere un gesto nè una sillaba di quelle pomeridiane intimità.
Se non facessero così, queste povere cameriere, in qual modo apprenderebbero esse a conoscere, quindi a secondare, il carattere delle bisbettiche loro padrone?
Poi entrò anche la madre Malespano. La quale vide per terra la pelliccia scompigliata, e la rimise a posto col piede. Quel giorno portava un bellʼabito, color cilestrino, che la faceva sembrare una biondina folle, grazie allʼossigeno dellʼInstitut del Beauté. La madre Malespano aveva una simpatia svenevole per il signore dʼOlonzac; nel respirare davanti a lui gonfiava in modo inverecondo il suo bellissimo seno.
Egli non si mosse. Bluette neppure. La bionda Caterina sedette, accavallando le gambe, vicino al loro canapè.
Allora si vide ancor meglio che Maurice, maggiordomo impeccabile, non era persona di cattivo gusto. La bionda Caterina dava tutte le ragioni al signore dʼOlonzac. Secondo lei era la Provvidenza che mandava in casa loro quel bel giovine per sorvegliare un poco le mene del vecchio Bollot...
Ma invece Mimi non poteva tollerare che la bionda Caterina venisse a mettere il becco negli affari suoi. Le urtava un poʼ i nervi, questa madre scandalosa e pettegola, che ormai non si contentava nemmeno più del maggiordomo, ed aveva incominciato a commettere, proprio lì nel quartiere, un certo numero di spudorate infedeltà.
Sicchè, non appena la madre volle darle un consiglio, Bluette la rimbeccò:
—Tu, mamma, te lʼho già detto: se vuoi che andiamo dʼaccordo, non tʼimmischiare nei fatti miei.
—«Ah, bon Diô, bon Diô, quel mauditt caractère!»—rispose la bionda Caterina, con il suo francese adorno di pittoresche licenze lombarde.
Roré, cambiando guancia su le ginocchia di Bluette, stese una mano, sorridendo, verso la madre Malespano; e frattanto ripeteva:
—Chère amie... très chère amie!...
La bionda Caterina prodigò a quelle magre dita una carezza quasi viscida, e tanto si gonfiò, che il suo bellissimo petto più non ridiscendeva.