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Mimi Bluette, fiore del mio giardino

Mimi Bluette (continued 3)

Reading edition

A tali discorsi Bluette la fissava, bianca di furore. Voleva dirle unʼinsolenza, grande, grande, come quelle che si usano sui palcoscenici... Poi non osava, perchè era la sua mamma.

—Senti,—le rispondeva;—io ti prego dʼuna sola cosa: non ti occupare dei fatti miei. Comanda, spadroneggia, mettimi sossopra tutta la casa, ordina e disordina come ti piace: solo, non occuparti deʼ fatti miei.

—Ma non capisci che ti rovini, figliuola?

—Se mi rovino, tanto peggio per me. Vuol dire che il mio piacere consiste nel rovinarmi. Tu non cʼentri.

—Benissimo. Ed allora me ne vado.

—Ti ho pregata io forse di rimanere? Non credo. Anzi ti ho detto: Fa un bel viaggio in Italia, mammina! Io ti mando laggiù tutto il denaro che ti occorre, tutti i mobili che ti piacciono... Se vuoi portare con te anche Maurice, te lo regalo... Dunque perchè non te ne vai?

—Ti giuro, Mimi, che se tu avessi ancora il tuo Ministro, cioè se tutto fosse in ordine comʼera prima, non aspetterei neanche domani per andarmene. Sii buona, Mimi, fagli una telefonata... Vedrai che torna súbito.

—Non ci pensare! Ministri ve ne sono tanti; quando volessi partecipare al governo della Francia non avrei che riaffacciarmi alla vita politica.

—Ecco lʼingenua! lei crede...

—Non credo niente! Ma ti prego, ti supplico, di lasciarmi stare. Se no, sai cosa faccio? Vado a vivere addirittura con il mio amante, nella sua casa, e qui non mi lascio più vedere.

—Oh... per quello che ci stai! Vieni a cambiarti e scappi. È una bella maniera di stare a casa tua!

—Forse. Ma è la maniera che mi piace. Così rimani tu la padrona. E te ne lamenti?

—Capirai che mi annoio, ragazza mia! Non cʼè niente a fare, dal mattino alla sera, in questa benedetta Parigi! Ecco la ragione per la quale voialtre vʼinnamorate come stupide.

Bluette sorrise di quella straordinaria opinione.

—E di cosa vʼinnamorate poi?—si chiedeva la bionda Caterina.—Del più rifiutabile fra tutti quelli che vi sono capitati fra i piedi! E cosa ci trovate mai di così fatale?... Dio lo sa!

Fece una pausa, e inumidendo sul labbro inferiore i due polpastrelli deʼ medii, si lisciò accuratamente i lunghi archi dei sopraccigli. Poi trasse fuori dal classico seno un sospiro grande come lʼesperienza di tutta una vita, e concluse:

—Ah, figliuola!... è un vero peccato che tu non possa prestarmi per quindici giorni la tua età... Ti farei veder io come la si adopera e cosa vuol dire chiamarsi Mimi Bluette!

—Perchè sei stata forse tu, non è vero, a farmi diventare quel che sono?

—È stata la fortuna, piccola mia, nientʼaltro che la fortuna. E tu la sciupi. Tu, il giorno che sei arrivata a Parigi, potevi con indifferenza finire nelle case di Montmartre o diventare Mimi Bluette. Sei stata Mimi Bluette: ma non credere di averlo fatto apposta. È la fortuna, mia piccola, nientʼaltro che la fortuna!

—E allora?—domandò Bluette, senzʼalcuna protesta.

—E allora, siccome non ti è costato nessuna fatica ottenere i suoi favori, spendine almeno un poco per impedirle chʼessa ti abbandoni.

—Sai cosa faccio per intanto?

—Non so cosa, ma certamente una sciocchezza.

—Ora esco, vado da Cock, ti compero un biglietto, fisso il tuo posto nello «sleeping» e fra un paio di giorni tu, mammina, te ne vai. Siamo dʼaccordo?

Gli occhi lontani del Maestro di scherma vinsero lʼamor materno e le fecero rispondere di sì. Ma poi le venne un soprappensiero e soggiunse:

—Vedi, Bluette? Se tu fossi una ragazza ragionevole prenderesti due biglietti, due posti nello «sleeping», e fra un paio di giorni verresti con me in Italia. Non sai quanto bene ti farebbe allo spirito una boccata dʼaria del tuo paese.

—Il mio paese? Ma è questo il mio paese! Non mi ricordo nemmeno di averne avuto un altro.

—Che orrore! Tu credi ormai di somigliare a questa gente, ma in fondo hai lʼanima della Parigina come ce lʼho io. Ed ecco perchè ho paura quando mi dici: «Sono innamorata.» Me lo dicesse una di loro... peuh! nulla di grave! Quelle sono più intelligenti, più ragionevoli, ed è sempre unʼaltra cosa.

—Unʼaltra cosa? cioè?

—Niente... Sarà un amore, ma un altro amore. Più forte, se vuoi, più importante, se vuoi, ma è sempre un amore di Parigi, ossia qualcosa dove cʼè dentro un poʼ di tutto, come nella «bouillabaisse».

Bluette si mise a ridere; ma la bionda Caterina seguitava:

—Io ti dico la verità, Bluette: ora che hai fatta fortuna, ora che hai spremuto come un limone questa città pericolosa, e le hai preso tutto il piacere che poteva darti, ora che si ricordano ancora di te come dʼun raggio di sole, io, neʼ tuoi panni, farei una cosa molto semplice, molto furba: scomparirei.

—Davvero?

—Sì, davvero. È una città che un bel giorno si vendica. Tu hai avuta fortuna: ringraziala e torniamo a casa nostra. Io sono quasi unʼignorante, ma ti assicuro che non mʼinganno. Qui lʼaria è avvelenata; per noi almeno, è avvelenata. La fortuna di Parigi è come il denaro vinto alla roulette; non si riesce mai a portarlo fuori dalla porta.

—Ma che stramberie vai dicendo, mammina?

—Stramberie?... Fa come vuoi. Solo ricórdati che tua madre te lo ha detto. Per me sono felicissima di tornarmene a casa, e ti prego, se vuoi prenotarmi uno «sleeping», di sceglierlo in modo che si trovi a pianterreno, perchè mi ricordo che nel venire in su mi avevano cacciata contro il soffitto, e non ho mai potuto chiudere occhio dal Sempione fino qui...

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

—Oui, Jack, il mʼaime et il nʼa jamais voulu mettre les pieds chez moi; il mʼaime et je ne connais pas son vrai nom; il mʼaime et jamais il ne mʼa dit ce que nous deviendrions dans une semaine!

—Pauvre Bliouette! vous me faites de la peine...

—Tu as tort, Jack. Moi, au contraire, je lui suis reconnaissante. Il mʼenivre. Il est mon flacon dʼéther, ma morphine. Si demain il me proposait par exemple de me tuer avec lui, dans sa petite chambre... eh bien, je le ferais, Jack! je le ferais, presque souriante, sans que mon cœur tremble...

—All right, Bliouette! Cela sʼappelle de lʼabrutissement.

—Appelle–le comme tu voudras, Jack. Cʼest de lʼamour tout de même. Cʼest quelque chose que je ne connaissais pas avant lui.

—On mʼa dit que vous lʼavez rencontré au Bar de la Grande Rouquine.

—Oui, au Bar de la Grande Rouquine, un soir de neige.

—Ahô!... un soir de neige... It must have been very splendid!

—Pourquoi dis–tu; ahô?... Dʼabord ça nʼexiste pas dans la grammaire; puis cʼest tellement yankee que ça mʼhorripile! Est–ce que ça te gêne que çʼait été un soir de neige?

—Ça me gêne que ma danseuse dʼautrefois perde la tête pour des inconnus qui traînent chez la Grande Rouquine.

—Mince!... oh, pardon... je voulais dire: flûte!

—Flûte ou pas flûte, ce monsieur nʼétait pas celui quʼil fallait pour vous, même si vous aviez envie de devenir amoureuse.

—Ecoute, Jack... Dʼabord je te prie de ne pas mettre tes semelles sur mes velours, parce que tu les fripes; et ne tourmente pas ce coussin qui ne tʼa rien fait de mal... Je préfère en ce cas que tu fumes ta pipe. Ensuite...

—Yes? You permit?

—Oui, je «permit». Empeste ma maison tant que tu voudras: je «permit». Ensuite je te prie de me dire quels sont tes griefs contre «ce monsieur».

—Moi, dʼabord, je ne le connais pas.

—Et alors?

—Et alors je pense quʼil doit y avoir une raison pour que tout le monde me dise:—«Cette pauvre Bliouette... quelle triste fin!»

—Qui est–ce qui tʼa dit ça?

—Tous.

—Très bien. Tu peux leur répondre, à ces «tous», que je mʼen moque de leurs condoléances! Tu viens chez moi, soi–disant pour mʼapprendre de nouvelles danses, mais je crois que tu viens tout juste pour me faire pleurer.

—Puisquʼil nʼy a pas le tapeur...

—Il tarde, en effet. Cʼest quʼil habite loin, le pauvre. Rue des Fermiers... Je ne sais même pas où ça se trouve! Est ce que tu le sais, toi, où se trouve la rue des Fermiers?

—Ce nʼest pas mon affaire. Je ne suis pas cocher de fiacre. Moi, je suis danseur.

—Oh... excuse–me! Indeed! Et comment sʼappelle ta nouvelle danse?

—Byrigo–step.

—Où est–ce que cela se danse?

—Nullepart. Cʼest une création.

—Difficile?

—Pour vous pas.

—Pourquoi pas?

—Parce que vous êtes danseuse, bonne danseuse.

—Merci. Alors tu prétends quʼils disent: «Cette pauvre Bliouette!...»

—Oui: quelle triste fin!

—Ils disent: fin?

—Yes: fin.

—Les femmes?

—Les hommes aussi. Tous.

—Et pourquoi donc? Est–ce quʼune femme est finie lorsquʼelle devient amoureuse?

—Des fois oui.

—Tu le penses toi aussi, Jack?

—Oui, un peu.

—A cause de quoi?

—On nʼest pas forcé de savoir la raison de ses propres idées.

—Eh bien, continue.

—Mais je nʼai plus rien à dire.

—Alors montre–moi le Byrigo, sans musique.

—Si vous voulez.

—Non, attends. Quand tu recauseras avec ces gens, il faudra que tu leur dises:—«Jʼai vu Bluette; elle est tout à fait heureuse.»

—Pourquoi dire des mensonges? Ce nʼest pas indispensable. On peut se taire.

—Mais enfin... je tʼavoue, Jack, que mon seul chagrin est de ne plus danser.

—Et pourquoi ne dansez–vous pas?

—Ça lui ferait de la peine... Il est très jaloux.

—Cʼest ridicule.

—Non, cʼest juste. Il y a des choses que tu ne peux pas comprendre. Parce que ton cerveau à toi, Jack, on te lʼa fourré dans les pieds. Il te sert à bien danser, mais non pas à être un psychologue.

—Il faut voir si cʼest la psychologie ou bien la danse qui a le plus de valeur. Ecoutez, Bliouette; jʼai une question à vous poser.

—Pose–la.

—Vous mʼavez dit quʼil nʼa jamais voulu mettre les pieds chez vous... Pourquoi?

—Pourquoi?... Mais cʼest très simple! Il mʼa dit quʼil préfère mʼavoir chez lui, quoique son petit appartement soit beaucoup plus modeste que le mien.

—Oui; et la raison?

—Mais je viens de te la dire la raison! Est–ce que tu es sourd?

—Vous mʼavez dit que chez lui cʼest plus modeste; vous ne mʼavez pas expliqué la raison qui lʼempêche de venir ici.

—Dieu, que tu mʼénerves, mon petit!... Mais la raison est très simple! Cʼest parce que, chez moi, il faut croire quʼil ne se trouverait pas à son aise. Toi, chez moi, tu te trouves à ton aise... et la preuve cʼest que tu mʼécrases mes velours, tu mʼempestes lʼair, tu vas me brûler quelque chose tout à lʼheure... Lui, au contraire, pas. Est ce que tu comprends?

—Ahô... je ne comprends rien.

—Zut alors! Et cʼest pourtant si simple! Ecoute–moi, Jack. Tâche dʼêtre aussi intelligent que possible; je vais tʼexpliquer. Lui, dʼabord, nʼest pas un homme comme tous les autres...

—Non? Quʼest–ce quʼil est? A–t–il quelque chose qui lui manque?

—Ne fais pas de lʼesprit, Jack? Toi, qui es si adorablement stupide, nʼessaye pas dʼêtre un homme spirituel, pour lʼamour de Dieu! Dʼailleurs je te préviens quʼil est très beau, dʼune beauté vraiment noble; cʼest un de ces hommes qui forcent le monde à retourner la tête lorsquʼils passent.

—On me lʼa dit.

—Tiens! On te lʼa dit? Jʼen suis très satisfaite. Et, avec ça, il nʼest pas comme tout le monde; il a ses idées. Quand il dit:—Je ne veux pas telle chose,—il ne la veut pas. Cʼest très simple... Me suis–je expliquée?

—Peut–être.

—Mais comment peut–être? Attends... Ne siffle pas. Est–ce la musique du Byrigo, ce que tu siffles?

—Yes: Byrigo–step.

—Très joli. Je devine par là comment tu le danses... Mais, avant tout, je tiens à te faire comprendre la raison qui lʼempêche de venir ici. Ma maison, et tout ce quʼil y a dedans, mʼa été donne par des amants... Tu saisis?

—Ahô... ce sont des admirateurs de vos danses.

—Parfaitement. Mais lui, comme il est très fier, comme il est dʼune fierté aveugle, ça le gêne, ça lʼénerve... en somme il nʼy vient pas!

—Et cʼest lui qui vous a raconté cette bonne blague?

—Tu mʼembêtes, Jack! Oui, tu mʼembêtes prodigieusement!

—Votre caractère est devenu très mauvais, Bliouette.

—Eh bien, je tʼavoue que ce nʼest pas lui... non, ce nʼest pas lui qui a trouvé ces prétextes, car, en somme, nous parlons très peu de ces choses.

—Alors cʼest votre imagination?

—Voilà, mon imagination. Mieux encore: ma certitude. Je me suis dit: «Comme il ne doit pas être riche, et que moi je suis très riche, comme il ne doit pas être heureux et que moi je suis très heureuse, comme...» Oh, mais, après tout, à quoi bon gaspiller tant de mots pour te faire comprendre une chose si claire?

—Jʼai compris.

—Tu as compris?

—Yes.

—Alors tu es plus intelligent que moi; car moi, je te lʼavoue, jamais je nʼai pu rien comprendre à toute cette affaire!

—Bravo Bliouette! Vous nʼavez jamais été logique, et cʼest là votre charme!

—Ne ris pas, Jack. Ce ne sont pas des choses dont on puisse rire. Sache bien que toute logique nʼest en générale que de lʼartifice. Moi je me contredis parce que je suis sincère. Il nʼy a rien de plus illogique, de plus contradictoire, que la sincérité. Lui il mʼaime et moi je lʼaime; cela est vrai. Tout le reste nʼa pas dʼimportance... Quoi? Tu siffles toujours?

—Yes: Byrigo–step!

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Byrigo–step.

Una maniera nuova di mettere i piedi sul pavimento e di musicare il proprio equilibrio facendo un poco di poesia con la suola delle scarpe.

Questa non è soltanto la definizione dʼun ballo; è anche la definizione di tutti quei tentativi che lʼuomo fa per andare a tempo con la vita.

Il ballo diverte, perchè si crede vi sia qualche importanza nel concordare un movimento con un suono, come si crede vi sia qualche verità quando si ottiene che le lettere dellʼalfabeto sembrino andare a tempo con lʼinconoscibile.

Certamente nel pensiero dellʼuomo vʼè un desiderio di musica, un desiderio di poesia; e questo bisogno, in fondo, non è che tendenza verso il limite. Ma nella vita reale cʼè soltanto quella musica, quella poesia, che tale può essere per le forme inferiori del pensiero.

Lʼuomo di vera intelligenza perde la strada e sorpassa lʼumana poesia.

Quando è giunto a possedere la conoscenza, lʼuomo vede con elementare chiarezza come lʼinvenzione di un nuovo ballo e quella dʼuna metafisica nuova rappresentino pressʼa poco la stessa incongruenza. In questʼultima è il pensiero che cerca nuovi equilibrii, nellʼaltra è lo scheletro: ma in ogni caso, per dar valore allʼuna ed allʼaltra, bisogna cominciare con ammetterne lʼimportanza intrinseca, ossia dimenticare in entrambe la loro fondamentale comicità.

È difficile ritenere che un sistema filosofico, un libro di giurisprudenza od un poema epico siano cose molto più serie che il Byrigo–step.

Questo a noi «sembra», perchè siamo impigliati ancora dentro i nostri sistemi, i quali non son altro che piramidi e labirinti e circoli di lettere dellʼalfabeto.

Lʼápice dei sensi, che lʼuomo propaga fuori di sè, ha nome fantasia.

Ma per alcuni uomini viene un momento in cui la fantasia stessa, come un decrepito albero, sʼinaridisce. È stanca dʼinventare la bellezza delle cose che non ne hanno alcuna, è stanca di ammettere con dogmatica fede lʼimportanza di tutto quello che non è.

Si spegne.

Il colore vola via, dal mondo, come da unʼacqua morta il colore del sole che tramonta. Lʼinfinito si rabbuia e si ferma: è il crepuscolo, muore la fantasia.

Allora, sui nervi saturi, non hanno più vigore gli afrodisiaci spirituali che servono per propinare allʼuomo le innumerevoli menzogne della vita; e soltanto la comprensione dòmina su tutte le facoltà dellʼessere, la comprensione arida e sarcastica, il riso buio dellʼintelletto che ha sorpassato lʼideale.

Ma riesce assai difficile spiegare, a chi non lo provi, questo senso di fredda ilarità che allora comunica lo spettacolo del mondo. Riesce difficile, poichè, per intenderlo, bisogna disubbriacarsi, bisogna liberare il proprio cervello, i propri sensi, dal fumo di tutte le droghe artificiali che impediscono allʼuomo di essere formidabilmente semplice.

Il senso critico distrugge la vita.

Byrigo–step.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Il giorno 31 del mese, alle ore cinque precise, come di consueto apparve il cronometrico Monsieur Bollot. Soffiava un poco dʼasma senile quando, su la mensola dellʼanticamera, depose la venusta cartella di cuoio sbiadito. Quella sua bella faccia da notaro della Reggenza, con i baffi ed il pizzo da vecchio moschettiere, una capigliatura dʼargento che si gonfiava sotto lʼantiquata solennità del cappello a mezza tuba, la sua faccia piena di grinze, ma dove ancora brillavano i colori della gioventù, sorrise familiarmente alla bionda leggiadria di Linette, cameriera dalle calze di voilé, che si affaccendava per liberarlo dal soprabito.

—Bonjour, ma petite! Un vent dʼAvril qui aigrit mes rhumatismes! A la bonne heure, Linette!... si je nʼétais pas si vieux, jʼaimerais encore bien vous conter fleurette..

—Mais vous nʼêtes pas si vieux, Monsieur Bollot! Au contraire, vous avez une mine superbe aujourdʼhui.

—Des compliments! toujours des compliments! Ça fait plaisir quand même. Enfin!... comment va Madame?

—Madame est en ville. Mais je suis sûre quʼelle rentrera bientôt. Elle est sortie après le déjeûner, en me disant:—Aujourdʼhui, à 5 h., Monsieur Bollot viendra. Si par hasard je tarde, il faudra le prier de mʼattendre.

—Cʼest ça; nos attendrons. Pour abréger lʼattente nous allons faire un bout de causette, à nous deux, dans le salon.

—Avec plaisir, Monsieur Bollot. Jʼai même bien envie de vous dire quelque chose.

—Oui? Dépêchons–nous alors...

Prese la cartella, i guanti, e camminò a piccoli passi, con quella particolare oscillazione dʼequilibrio che hanno i vecchi ed i bambini.

Un sole dʼoro fiammeggiava sui mobili della sala di Bluette.

—Dʼabord, voici: ce sont vos gages,—disse il vecchio amministratore, frugando nelle tasche della sua rigonfia cartella.—Vous y trouverez aussi vos étrennes pour Pâques: cʼest un petit cadeau que je vous fais personellement, et cela nʼa rien à voir avec les étrennes que vous recevrez de Madame.

—Je vous remercie infiniment, Monsieur Bollot.

—Il nʼy a pas à me remercier. Cʼest pris sur les économies de lʼadministration, et, puisque vous êtes si fidèle, cʼest bien juste.

—Vous me faites rougir, Monsieur Bollot!—esclamò lʼincipriata Linette, nascondendo il denaro nella tasca del suo fino grembiule di pizzo.

—A présent nʼoubliez pas que jʼaime boire un petit verre de Kümmel en arrivant, un autre en mʼen allant. Versez–le moi, Linette, et causons.

Con le sue dita color dei gelsomini, Linette gli pose accanto il lieve calice del suo liquore preferito. Mentre girava intorno a quella sorridente canizie, lei coʼ suoi capelli biondi, lui con il suo pizzo da bianco moschettiere, apparivano entrambi così gentili, così onesti, che il vederli faceva ripensare a quelle buone vecchie stampe di cento anni fa, che illustrano con tanto garbo le indiscrete pagine dei galanti novellieri francesi.

—Ce que jʼai à vous dire, Monsieur Bollot, est très court. Vous savez que jʼaime Madame plus que moi–même...

—Oui, je le sais, Linette.

—Eh bien, Monsieur Bollot, vous êtes le seul homme quʼelle respecte et que parfois elle écoute. Je vous en prie, faites quelque chose pour lui ouvrir les yeux, pour lui rendre sa raison... car je vous assure que Madame est devenue folle!

Il vecchio amministratore impiegò qualche tempo prima di rispondere; poi depose il bicchierino di néttare, asciugandosi con accuratezza le labbra inumidite.

—Nous le savons, Linette. Et tu penses bien que nous lui avons déjà dit notre avis. Quoique, pour être juste, cet homme nʼentame pas sa fortune. Cet homme,

—Cʼest beaucoup, en tout cas, Linette. Car cela est indéniable.

—Peut–être, bien, Monsieur Bollot. Mais lʼéconomie nʼest pas tout en ce monde.

—Cʼest beaucoup, en tout cas, Linette. Car cela montre quʼon a de lʼordre dans lʼâme. Mais pourquoi tʼaffliges–tu tellement? Que ce soit lui ou un autre, est–ce que ce nʼest pas la même chose?

—Du tout, du tout, Monsieur Bollot! Et je vous affirme quʼun de ces jours il va se passer quelque chose de très grave. Jʼen suis certaine. Voyez vous, Monsieur Bollot: les autres étaient presque toujours des gens très comme il faut; il étaient, parfois ses caprices, parfois ses habitudes ou ses devoirs: jamais rien de sérieux en tout cas; ce que chaque femme comme elle doit avoir... des amants, en somme! Elle ne les aimait pas du tout, cʼétaient eux qui lʼaimaient. Tandis quʼelle est folle de celui–ci. Je vous dis, Monsieur Bollot, quʼelle en est folle! Et pas du tout heureuse par dessus le marché!

Il bicchierino di Kümmel tremava leggermente fra le dita bianche di Monsieur Bollot.

—Est–il peut–être méchant avec elle?

—Que sais–je? Depuis que Madame fréquente ce Monsieur, je puis vous dire quʼelle nʼest plus la même femme. Arrachez–la de cet homme, Monsieur Bollot! Faites–lui violence, vous qui le pouvez, mais emportez–la très loin, très loin, car un de ces jours il va se passer, jʼen suis certaine, quelque chose de très grave...

—Quoi, par exemple?

—Que sais–je? Un malheur sans doute. Cet homme, je ne lʼai vu que de loin, et en cachette, puisque vous savez peut–être que jamais il ne vient ici. Sa figure ne me dit rien de bon. Cʼest une de ces têtes, Monsieur Bollot, qui ont quelque chose de beau et de redoutable. Moi, voyez–vous, ça ne mʼétonnerait guère si un matin je voyais paraître cette tête–là dans les journaux, à la place où lʼon fait le récit des crimes...

—Oh, oh, comme tu y vas, Linette!

—Cʼest mon avis. En tout cas je nʼexagère pas en vous disant que Madame y perd sa santé et sa carrière. Quant à lʼargent, Monsieur Bollot, il peut se faire quʼil file aussi, comme tout le reste.

—Nous lui parlerons... nous lui parlerons... calme–toi, Linette!

—Tenez, Monsieur Bollot: depuis que cet étranger à pris place dans notre vie, la maison nʼexiste plus. Toujours vide, toujours morne. Madame passe avec lui toutes ses journées; elle ne rentre que pour se changer de robe, et sʼen va de nouveau jusquʼau matin. Elle a maigri terriblement, Monsieur Bollot, et quand je lui fais son bain, ce nʼest plus elle. Madame Catherine aussi prépare ses malles tous les trois jours, puis elle les défait. Pauvre femme! Elle non plus nʼa pas le cœur tranquille. Personne à présent nʼose mettre les pieds chez nous. Le seul qui vient encore de temps à autre, et qui lʼattend de longues heures, cʼest ce pauvre Jack... vous savez bien, son danseur dʼautrefois. Nous causons, nous causons, lui et moi, dans la garde–robe ou dans la véranda, parce que lui il fume dans sa pipe un tabac qui sent très fort. Ce pauvre Monsieur Jack!... Si vous saviez comme il est gentil. Des fois nous en avons tous les deux les larmes aux yeux...

Il vecchio Monsieur Bollot, preso lui pure dalla commozione, guardava con fissità le ultime gocce del liquore nel lieve calice di fino cristallo. Poi si raschiò la gola, e disse unʼaltra volta:

—Nous lui parlerons, Linette, sois tranquille.

Questo «nous», chʼegli adoperava con pompa nella sua dolce umiltà, era una specie di abitudine professionale, che sembrava ravvolgere il suo cuore di padre nella toga del giurisperito.

—Il ne suffit pas de lui parler, Monsieur Bollot. Car elle vous ferait, avec plus de politesse, la même réponse quʼà moi: «Fiche–moi la paix, Linette!» Alors cʼest de lʼénergie quʼil faut avec elle, ou bien de la ruse... oui, Monsieur Bollot, de la ruse! Vous, qui êtes si instruit et si bon, faites–lui comprendre sa folie, trouvez un moyen quelconque pour la remettre dans le droit chemin.

—Par exemple?

—Eh bien, dʼabord, vous pourriez essayer de la raisonner, comme vous le faites parfois, dʼun ton paternel. Je lʼai vue souvent devenir un peu pâle et se mordre la lèvre quand vous lui donniez des conseils. Vous, elle vous écoute. Parfois elle se rebiffe, parfois elle se met à crier: «Mon Dieu! mon Dieu! que vous avez des idées arriérées, père Bollot!...» Mais, vous parti, le soir même, ou le jour après, pendant que je lʼhabille, voilà que tout à coup Madame se prend à me dire: «Il avait tout de même raison, ce brave Monsieur Bollot. Il a des idées anciennes, mais elles sont justes. Je ferai comme il a dit.»

—En effet, en effet, chère Linette, jʼai de lʼexpérience et je ne parle que pour son bien.

—Oui, et alors vous devriez lui donner un ordre, voyez–vous, Monsieur Bollot: un ordre! Par exemple: «Tel jour, vous, moi et Linette,—vous, moi, Linette et Monsieur Jack—nous partons tous pour tel endroit». Pour nʼimporte où, pourvu que ce soit très loin.

—Parfait, Linette. Seulement cʼest beaucoup plus facile à dire quʼà obtenir.

—Lʼidée, je vous lʼavoue, nʼest pas de moi. Elle est de Monsieur Jack. Il a lʼabitude, lui, dʼaller et venir dʼAmérique; il trouve très commode quʼon ait à se trimbaler dʼun point à lʼautre de la terre. Quant à moi, mon idée serait bien différente.

—Et quelle est ton idée, voyons?

—Moi, si jʼétais vous, jʼirais tout droit chez ce Monsieur; je lui dirais: «Monsieur Castillo,..»—cʼest son nom,—«Monsieur Castillo...» enfin je ne sais pas au juste ce que je lui dirais, mais sûrement des choses qui toucheraient son cœur, sʼil est un honnête homme.

—Et sʼil ne lʼest pas?

—Je lui en dirais dʼautres, mieux faites pour lʼeffrayer. Car nous sommes trois, après tout,—vous, Monsieur Jack et moi—qui sommes prêts à défendre Madame de toutes nos forces. Mais, voulez–vous que je vous dise, Monsieur Bollot?... Cʼest drôle, cʼest absolument drôle, et pourtant je suis persuadée que lui aussi, malgré tout, il lʼaime...

—Veux–tu que je te dise, Linette? Je suis presque du même avis...

—Et alors?

—Alors, ma fille, tâche de comprendre que tout serait en vain. Ecoute ce que te dit un vieillard, dont la vie toute entière fut lente et monotone comme le tic–tac dʼune pendule. Sache, mon enfant, quʼentre toutes les illusions de la terre une seule est vraie, une seule parvient à griser merveilleusement notre âme: cʼest quand deux créatures sʼaiment, et que tout le reste devient pâle comme si le soleil ne le touchait plus...

—Oh, que vous dites de belles choses, Monsieur Bollot!...

—Ces sont mes cheveux blancs qui les disent... Allons! verse–moi un autre petit verre de cet excellent Kümmel, et, puisque Madame tarde outre mesure, je vais commencer par payer leurs gages aux gens de la maison. Pour toi, dʼabord, cʼest réglé. Va donc dire aux autres que Monsieur Bollot les attend.

E mentre se nʼandava, rapida e seria, coʼ suoi piedini ben calzati, che luccicavano sul tappeto, il vecchio notaro, alzandosi con un poʼ di stento, incominciò a toglier fuori dalla voluminosa cartella i fogli amministrativi, cosparsi dʼuna grave scrittura simmetrica, poi, ad una ad una, le buste gialle in cui suonavano i marenghi, gli scudi e il rame degli stipendi mensili.

Mentre aspettava, si mise a fare unʼultima verifica, brontolando:

—Maurice... Maurice, maître–dʼhôtel—125—cent vingt–cinq... Voilà du gaspillage, nom dʼune pipe! Je ne comprendrai jamais pourquoi on doit jeter six louis et cent sous par mois, pour se payer le luxe dʼun maître dʼhôtel, qui ne fiche rien du matin au soir, et qui nʼest même pas là lorsquʼil sʼagit de mʼouvrir la porte...

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Un giorno sparì.

Senza dirle una parola dʼaddio, senza guardarla nel colore degli occhi, dʼimprovviso, con lʼanima forse in delirio, un mattino di gran luce sparì.

Prima che lʼafferrassero, prima che lʼoscura tragedia della sua vita giungesse ad un epilogo apparente, in silenzio, a cuore perduto, sopraffece il suo delirio e partì.

Era venuto dal lontano mondo: ripartiva per il lontano mondo, per la strada morta ove camminano gli uomini che portano in sè, come tenebra, un dolore definitivo.

Era giunto sino a lei ravvolto in una storia buia; lʼaveva imprigionata nella sua ombra, si era lasciato per lʼultima volta ubbriacare dal profumo della sua bocca, dal profumo deʼ suoi fiordalisi... poi, senza nemmeno guardarla nel colore degli occhi, silenzioso e folle come i nomadi, ripartiva per la strada infinita.

Era un mattino di Maggio, quandʼegli uscì per lʼultima volta dalla sua casa deserta.

Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia,—di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.

Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.

Barcollò.

Tutte le finestre di Parigi brillavano, come se avessero nelle raggiere dei vetri una felicità di fuoco.

Lʼamava, lʼamava!...

Sì, ma era troppo tardi... troppo tardi!...

Bisognava partire, partire.

La terribile Città Stupenda lanciava in alto, nel mattino di primavera, la potenza dellʼinfernale suo paradiso.

Tutte quelle case, quelle finestre, quei lembi di cielo, per lui sembravano sereni come gli occhi di Mimi Bluette. Mimi Bluette!... Questo nome cantava nel rumore di Parigi, era la bellezza di tutte le cose che i suoi occhi vedevano, la sorridente anima della vita.

Sì, addio!... addio per sempre, inesorabilmente, con terribilità, con disperazione, addio...

Barcollò. Fece due passi... tre passi... la strada camminava. La distanza era una fuga. Mimi Bluette... Mimi Bluette!... I rumori vertiginosi della Città Babelica pareva lanciassero in alto, per lʼaria bionda, questo nome felice. Le strade sollevate sʼimpennavano contro il cielo; turbini di folla giravano con fragore nella bianca immensità.

Era stata il suo bicchiere ultimo di Sciampagna, lʼultimo suo canestro di rose... che follìa!...

Parigi la Magnifica, tempio e sepolcro dellʼideale, Parigi fiore della terra, in quel mattino del mese di Maggio era bella come una donna giovine, che innamorata si guarda nello specchio, appena levata. Le sue piazze gremite, piene di tumulto, ridevano come se fosse un giorno di festa. I più rugginosi tetti, carichi di gloria, cercavano di riaccendere nello sfarzo del sole di Maggio lʼantica loro novità.

Ed egli si sentiva il cuore pesante come una macina da mulino.

Mimi Bluette!... Mimi Bluette!... Era stata bionda come il grano, quandʼesso lampeggia maturo nella fulgida estate. Aveva unʼanima limpida e profumata, comʼerano i suoi dolci capelli, quando con impeto li scioglieva per coricarvi la sua perfetta nudità.

Camminare, camminare, per strade che non tornano più...

Parigi cantava; Parigi la Grande aveva un fiore a tutte le finestre. Il fiume più maraviglioso della terra, con acque gialle di fango baciava la Basilica di Francia.

Udì suonare a stormo le campane invisibili di Notre–Dame. Le cento basiliche della Senna risposero, nel mattino di primavera. Le campane a stormo cantavano: Mimi Bluette!... Mimi Bluette!...

Sì, era stata lʼultimo paradiso...

Camminare, camminare, per strade che non tornano più.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Ella trovò la porta chiusa, e, prima di suonare il campanello, battè allʼuscio col manico dellʼombrellino. Battè ripetute volte, poi guardò il fragile parasole con il timore di averlo spezzato. Allora suonò il campanello. Intese distintamente correre per le stanze interne la velocissima biscia elettrica della scampanellata. E attese.

Attese.

Allora suonò tre volte, quattro volte ancora. Ma non udiva il suo passo rapido giungere dallʼinterno, sul tappeto.

—«Il est sorti. Pourquoi est–il sorti?»

Nulla di molto singolare in questo fatto; nondimeno era la prima volta che ciò accadeva.

Per scrupolo di coscienza diede unʼultima scampanellata. Guardò in alto, per le scale vuote; guardò in basso, verso il primo pianerottolo deserto, e, con il cuore inquieto, ridiscese in cerca della portinaia.

La portinaia di quella casa era una persona pressochè introvabile. Dio sa quali faccende avesse, o lì o nel vicinato, ma dentro la sua loggia mal rischiarata non vʼera mai altri che un lucido gattone immobile, seduto alla maniera dei cani e che somigliava singolarmente ad una bestia impagliata.

Bluette guardò se ci fossero le chiavi dellʼappartamento.

Non vʼerano.

Il gatto si mise a fissarla con una immobilità sinistra, che le fece paura.

Suonarono le tre. I rintocchi del bronzo si allargavano come ondate di sole nel brillante spazio. Lʼora pomeridiana mandava ronzìo. La casa, la strada, le ultime porte, il lontano quartiere, lavoravano in sordina.

Dʼun tratto le pervase lʼanima un grande presentimento di sciagura. Le parve chʼegli, non solo fosse distante, ma non ci fosse più. Volle sedersi e attendere; ma ebbe una sottile, inspiegabile paura. Uscì, chiuse lʼuscio a vetri della portineria, ed irresoluta non seppe che fare.

Il gatto lucido la fissava coʼ suoi magnetici occhi rotondi, colore di solfo.

Allora si mise a camminare per la corte. Finalmente incontrò la portinaia, che aveva in mano un ferro da stirare. La interpellò:

—Madame Greuze! Dites–moi, Madame Greuze, où sont les clés?

—Les clés de lʼentresol? Je nʼen sais rien. Avez–vous regardé dans la loge?

—Elles nʼy sont pas.

—Alors cʼest que Monsieur Castillo les aura gardées dans sa poche.

—A quelle heure est–il sorti?

—Ma foi, je ne saurais vous dire., Il y avait pour lui des lettres ce matin; je les ai casées moi–même. A 9 h. elles nʼy étaient plus.

—Des lettres? Mais il nʼen reçoit jamais!

—Il y en avait bien deux ce matin, jʼen suis sûre. Excusez–moi, Madame, sans ça mon fer se refroidit.

Ella rimase ferma nella corte, a guardare la propria ombra che si disegnava nel sole.

Poi sollevò gli occhi verso lʼammezzato, quasi per interrogare quelle tre finestre che davano su la corte. Ma erano deserte, piene di silenzio, piene dʼimmobilità, e si riscaldavano al sole.

Tornò indietro, con una grande angoscia, verso la loggia della portinaia, che stirava.

—Ces lettres. Madame, dʼoù venaient elles? Vous lʼavez remarqué peut–être.

—Parfaitement. Elles venaient de Paris. Lʼune dʼelles au moins, était une de ces grandes enveloppes à entête quʼemploient les Bureaux de la Mairie ou des Ministères.

—Quel entête?

—Je nʼai pas lu, Madame... Je regrette. Jʼai énormément à faire, vous pensez bien!

—Merci.

—A votre service, Madame.

Bluette uscì nella strada e cominciò a camminare. Faceva dieci passi da una parte, dieci dallʼaltra, ossia percorreva rasente il muro tutta la lunghezza della casa.

Di fronte, su lʼaltro marciapiede, il sole batteva con veemenza nella piccola vetrina dʼun orologiaio. La strada calma cullava i suoi radi passanti.

E camminò per mezzʼora, per unʼora, in su, in giù, lungo il muro, con gli occhi fissi or ad un capo or allʼaltro della contrada. Il suo tremante cuore dʼinnamorata non le batteva nemmeno più; non sentiva in sè che un principio di vertigine, anzi una piccola, intima, profonda ferita.

Poi, macchinalmente, risalì per le scale fino al pianerottolo dellʼammezzato, e benchè sapesse chʼera inutile, tuttavia si provò a suonare unʼultima volta.

Lo stesso rumore deserto ripercorse con velocità le stanze mute.

Scese, faticosamente. Uscì. Un timore illogico e tuttavia profondo assaliva il suo timido cuore.

Pensò: «Adesso torna.» E riprese a camminare lungo il marciapiede. Ma una stanchezza pesante imprigionava le sue caviglie da ballerina, come se, in tutte le giunture, avesse dʼimprovviso perduto il suo naturale miracolo dʼequilibrio e dʼagilità.

Quellʼassenza non poteva essere fortuita. Egli era uscito verso le nove del mattino, portando con sè le chiavi; adesso cadeva il tramonto; si vedevano i commessi arruffati, le sottili dattilografe dagli occhi stanchi rincasare con un senso di libertà lungo i marciapiedi che brillavano.

Ma dovʼera mai? Quale strada lo portava? Come ritrovare uno scomparso nel turbine di quella immensa Città, che aveva strade burrascose come fiumi, piazze babeliche ove la folla si avventava come lʼondata nellʼestuario, e che, dal cerchio dellʼinfinita sua forza, dappertutto sollevava un pesante fragore dʼoceano?

Ella, in fondo, non conosceva nessun particolare della sua vita impenetrabile.

Senza bene comprendere perchè avesse questa certezza, pure una voce profonda nel suo spirito le diceva che non sarebbe ritornato mai più.

Ad ogni fragore di ruote che venisse dal capo della strada, sentiva il cuore darle un battito così forte, chʼella, per un lungo istante, ne perdeva il respiro. Ma ogni volta erano viandanti ben dissimili da lui; non la sua fronte alta e buia, non la sua ruvida gentilezza di persona, i suoi luminosi occhi di nomade, che lʼavevano tanto innamorata.

Povera Mimi Bluette!... povera, piccola, bionda Mimi Bluette!...

Si faceva quasi tardi; la fatica del crepuscolo pesava su la Città scintillante. Non vʼera più sole nella piccola vetrina dellʼorologiaio, ed ora si potevan leggere a distanza i nitidi cartelli appesi contro lʼinvetriata:

«Montre Oméga—Or garanti, 18 Carats Chronomètres—Réparations»

E guardando e camminando pensava:—«Ai–je été assez aveugle? Pendant ces derniers jours il y avait bien dans ses yeux quelque chose de très sombre... Hier soir il mʼa dit: «Je tʼaime, Bluette...» Jʼai baissé la tête, et nous avons pleuré. Avant hier jʼai vu quʼil fouillait dans ses malles. Ses malles autrefois étaient pleines; les derniers jours elles étaient presque vides. Mais je nʼosais pas être curieuse, parce quʼavec lui jʼai toujours été si timide...»

La strada ora si popolava di gente più veloce; un operaio, passando, le bisbigliò quasi allʼorecchio:—«La belle fille!»

Pensava:—«Est–ce possible quʼil nʼait pas laissé un mot pour moi? Comme je suis bête! Sans doute, sans doute il mʼa envoyé une lettre chez moi!»

E si mise a camminar così rapida, che quasi correva. Dʼun tratto era piena di speranza; la gioia della vita rifluiva in lei.

Prese una vettura, ma questa camminava con un passo infinitamente troppo lento per la sua concitazione. Non appena scorse unʼautomobile, si mise ad agitar lʼombrellino; il guidatore si fermò. Balzatavi dentro, si affacciò al finestrino, quasi per accelerare con la sua folle impazienza i battiti del motore. Nessuna distanza di Parigi le parve mai così lunga.

—Vite! vite! vite!...—diceva continuamente al meccanico, battendo con gli anelli contro il vetro.

E la videro entrare nella sua portineria come se fosse inseguita. Non prese lʼascensore, volò su per le scale.

—Linette! Linette, dis–moi!... où est la lettre, Linette?...

—Quelle lettre, Madame? Mon Dieu, que vous êtes pâle! Quʼy a–t–il, Madame?

—La lettre, je te dis! Il nʼy a pas une lettre, un billet pour moi?

—Non, Madame.

—Et personne nʼa rien téléphoné?

—Personne.

Cadde sovra una seggiola, piegò la faccia; tacque.

—Madame,—disse Linette, prendendole un polso,—quʼest–ce qui est arrivé? Quʼest–ce qui se passe?

Ma non rispondeva.

Dopo qualche tempo le sollevò nel viso gli occhi folli e disse opacamente:

—Il est parti.

—Comment parti? Sans rien vous dire?

Ella si appoggiò le mani sul cuore, scosse indietro il peso dei capelli, rispose unʼaltra volta:

—Parti.

Ma, dopo qualche attimo, sorse in piedi con unʼenergia convulsa:

—Non, ce nʼest pas possible!—disse duramente.—Ce nʼest pas possible. Vite, vite, Linette! Envoie chercher un serrurier, et que mon auto soit prêt de suite.

—Pourquoi faire un serrurier?

—Pour ouvrir une porte. Vas–y toi–même, avec lʼauto, sans tʼhabiller... vite! vite!

—Mais, Madame...

—Ne demande rien, je tʼen prie! Tu vois bien que je meurs dʼangoisse...

Un quarto dʼora dopo il fabbro giungeva sotto lʼatrio. Lo fece salire nellʼautomobile, a fianco del meccanico.

—Viens avec moi, Linette; ne me laisse pas seule...

—Je vais donc mettre mon chapeau, ma jaquette...

—Oui, mais dépêche–toi!

In quel momento la bionda Caterina rientrava dalla sua passeggiata crepuscolare, fresca e giovanile quanto è lecito essere ad una donna della sua età. Siccome nel medesimo tempo Linette scendeva già dallo scalone, sua figlia non le permise nemmeno di avvicinarsi allo sportello:

—Dopo, dopo, ti spiegherò, mammina... ora ho fretta!

E la lasciaron lì nel sottoportico, mentre i due pettegoli bambini del portinaio la tiravano per la bella sottana e le chiedevano sfacciatamente:

—Est–ce que ce soir il nʼy a pas de chocolats pour nous, madame Catherine?

Non ne aveva. Ma restò per circa una mezzʼora, lì, sotto il portico, a far congetture su lʼaccaduto con quel personaggio gallonato e protocollare, che possedeva il senno proverbiale di tutti portieri.

Laggiù frattanto, nella strada calma e lontana, le poche botteghe si erano accese di una pallida elettricità. Qualche gente vi discorreva su lʼorlo dei marciapiedi; qualche altra, stanca della giornata, passava senza volgere il capo, lungo i muri.

Dietro la porta vetrata il lucido gattone di Madame Greuze guardava con immobilità bollire una pentola sul fuoco.

Salirono.

Prima ella suonò ancora il campanello; poi, rapidamente, il fabbro fece saltare la serratura.

Bluette osservava con occhi fermi le mani callose dellʼoperaio. Gli disse:

—Partez avec mon auto. Faites tout de suite une nouvelle clé; donnez–la au chauffeur. Je lʼattends.

Ed ascoltò il suo passo pesante scendere per le scale scuotendo il mazzo dei grimaldelli.

Non osava entrare.

Linette le stava così presso che i loro gomiti si toccavano.

—Je nʼai plus de courage, Linette... Il sʼest tué peut–être... je vais voir son cadavre...

—Appelons quelquʼun, Madame... moi aussi jʼai très peur...

—Non, tais–toi. Ce nʼest pas possibile... il est parti... parti...

Entrarono, chiusero lʼuscio. Nellʼanticamera faceva buio. Ma un raggio batteva nel vetro dʼun piccolo quadro. La casa deserta sembrava infinitamente profonda.

Bluette cercò, lungo la cornice dello stipite, lʼinterruttore della luce elettrica, ma in quel grande smarrimento la sua mano incerta non lo ritrovava.

Infine Linette riuscì ad accendere. Videro che lʼattaccapanni era vuoto.

Tre stampe di cacce inglesi pendevano dalla parete; vʼeran su la tavola un bacile di rame, un vaso di cristallo, con qualche fiore appassito che aveva portato Bluette.

Dʼun tratto, come una pazza, ella si mise a correre per la casa... Guardò, frugò... Nulla, nulla, nulla...

Sì, era partito per sempre, partito come un vero nomade, partito senza dirle addio.

In quel momento venne su la portinaia.

—Je ne sais pas si cʼest bien juste ce que vous avez fait, Madame. Cʼest vrai que vous êtes presque la patronne ici... Pourtant, sʼil a fermé, cʼest quʼil ne voulait pas quʼon fasse sauter la serrure.

—Oui, oui, Madame Greuze... Oui, oui, Madame Greuze...

—Il faudra lui écrire que vous lʼavez fait sans notre permission. Car cʼest nous, cʼest–à–dire mon mari et moi, qui sommes chargés de lʼappartement.

—Lui écrire? Mais où?

—Vous le saurez peut–être. Moi, pour sûr, je nʼen sais rien. Dʼailleurs il ne faut pas vous étonner: cʼest presque toujours ainsi quʼil sʼen va.

—Reviendra–t–il, Madame Greuze?

—Que sais–je? Il reste souvent plusieurs mois sans revenir; une fois son absence dura plus de deux ans. Nous recevions toujours son loyer, avec nos gages, très exactement. Cette fois–ci, ni gages, ni terme; rien. Il nʼa rien payé. Et puis ses malles sont là. Venez voir, Madame. Trois malles, qui ont fait le tour de la terre... Voyez combien dʼétiquettes! Cʼest vrai que parfois on vient les prendre même huit jours après son départ.

—Et qui est–ce qui vient les prendre?

—Un monsieur âge, qui sʼappelle Dmitrieff.

—Où est–ce quʼil habite?

—Je nʼen sais rien. Monsieur Castillo mʼa dit une fois: «Vous ouvrirez toujours à ce Monsieur Dmitrieff,»—qui était avec lui. Un étranger sans doute.

—Sʼil vient cette fois–ci, il ne faudra pas le laisser partir avant de mʼavoir donné un coup de téléphone. Voici pour vous, Madame Greuze.

—Deux louis? Mais cʼest trop, Madame!

—Je vous en donnerai bien dʼautres, si seulement vous mʼapporterez un renseignement quelconque. Aussi dites–mois tout ce que vous savez, tout, les moindres détails. Je me souviens par exemple quʼil avait aussi deux grands sacs; il nʼy sont plus. Quand les a–t–il emportés?

—Pendant la nuit peut–être, car je suis bien sûre de ne pas lʼavoir vu passer.

—Jʼai été ici moi–même jusquʼà deux heures du matin; puis il mʼa reconduit. Oh, je vous en prie, essayez dʼen savoir quelque chose, Madame Greuze!...

—Bien sûr, bien sûr; jʼintérrogerai tout le monde.

Seulement, ne pleurez pas, Madame... Il va revenir, soyez–en certaine... vous êtes si belle!

Ma ella era bianca e ferma, e le lacrime cadevano daʼ suoi occhi, senza un tremore delle ciglia; cadevano come se perdesse tutta lʼanima, a poco a poco, in ogni gocciola di pianto.

—Je nʼai quʼune chose à vous dire; mais vous la savez sans doute,—concluse M.me Greuze.—Il y a un mois environ, des agents de police en civil sont venus et mʼont posé beaucoup de questions sur lui, sur sa vie, sur ses mœurs... Jʼen ai dʼailleurs prévenu M. Castillo, qui sʼest mis à rire et a haussé les épaules. Il vous lʼaura dit, je suppose.

—Non, Madame Greuze.

—Ah?... Ils sont venus deux fois. Et hier, dans lʼaprès–midi il a reçu la visite dʼun gros monsieur à longues moustaches et pardessus beige, qui a prétendu monter malgré la consigne. Un monsieur très désagréable et très arrogant. Un Parisien celui–là, cʼest sûr.

—Donnez–moi des détails, Madame Greuze. Il faut que je le retrouve.

—Des détails? Je nʼen ai pas. Sʼil revient par hasard, je téléphonerai chez vous. Pour mon compte, dʼaprès son allure, jʼai fait une réflexion, quoiquʼun peu risquée...

—Laquelle?

—Je me suis dit: «Voilà un créancier de Monsieur Castillo.» Car il marchait comme les gens qui viennent pour réclamer de lʼargent.

E Linette era seduta su lʼorlo dʼuna seggiola, tutta bianca, tenendosi con una mano lʼaltra mano, che non sapeva dove stare.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Così passarono tre giorni. La barbara Città Splendente le aveva rubato il suo amore. Quel dono che le fece in una sera di musica, le ritoglieva in un giorno di sole. Per vendicarsi dʼaverla resa bella ed innamorata, ora, dʼun tratto—senza nemmeno dirle: «Preparati!» le uccideva nel cuore la felicità. Mandava un repentino soffio di tragedia ad investire i suoi capelli biondi, sciupava, sfogliava con adirata violenza i semplici fiori del campo, i fiordalisi di Mimi Bluette.

Ella si accorse che Parigi la Grande cantava brillava roteava intorno al suo fermo spavento come il carrosello di una terribile fiera.

Si chiamava Mimi Bluette, ed era più disperata che le ragazze vagabonde, le camminatrici delle vie notturne, quando lʼospizio le rifiuta e dormono sotto i ponti.

Si chiamava Mimi Bluette, e non aveva più nellʼanima neanche un fiore.

Fece tutto quello che potè per ricercare lo scomparso, ma inutilmente. La distanza era implacabile; dal lontano silenzio non veniva neanche una parola.

Ed ella visse in quellʼappartamento, per lunghi giorni, da mattino a sera; cercò, frugò, mise ogni mobile sossopra, nella speranza di trovare un indizio che potesse ricondurla fino a lui.

Nulla. Tutto quanto vʼera, non faceva che accrescere lʼombra. Solo di un fatto si accorse: chʼegli era estremamente povero, poichè aveva tutto venduto.

Allora pensò con desolazione alla propria ricchezza, che gli avrebbe offerta come si offre, a chiunque lo domandi, un bicchiere dʼacqua pura; la sua ricchezza vuota e pesante, che ormai non servirebbe a nessuno.

Capì che forse la miseria, forse la vergogna dʼuna fierissima povertà, lo aveva costretto a riprendere il cammino dellʼesilio.

Chissà? Forse non era nemmeno questa la ragione. Nel vasto mondo egli era un disperso, un camminante, uno di quegli uomini senza storia dei quali non è possibile incatenare la fuggente vita.

Ma un soffocante pensiero la strinse. Ritrovarlo!... dirgli:—«Prendi! questo oro è tuo; questa ricchezza che mi pesa è tua». Perchè mai non ho saputo indovinare la tua povertà io stessa? Perchè non me lʼhai confessato, Laire? Hai avuto forse paura di piegare quella tua fronte così alta? Ebbene, dovevi dirmi:—«Sii povera tu pure. Lascia ogni cosa, vieni con me; lavoreremo.»

Una soffocante gioia dʼun attimo... e più tardi pensò:—«Bisogna, bisogna chʼio lo ritrovi!»

Era Mimi Bluette, aveva la bellezza e la ricchezza, la libertà ed il fascino: questa sua leggiadra potenza doveva pur bastarle per ritrovare un uomo.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

—Madame désire?—le domandò con arrogante urbanità lʼimbronciato Monsieur Pétimel.

—Veuillez faire passer ma carte à M.r le Ministre.

—Oh!... je vous préviens, chère Madame, que vous nʼaurez pas moins dʼune heure dʼantichambre à faire... Il y a douze personnes avant vous.

—Vous avez lʼair de ne pas me reconnaître, M.r Pétimel!

—Excusez–moi, Madame, je nʼai quʼune paire de lunettes et il fait assez sombre. Attendez un peu, attendez un peu...

Così dicendo sʼinforcò sul naso, già carico degli occhiali a stanghetta, un paio di grosse lenti convesse, dallʼorlo di tartaruga, e si mise a guardarla da vicino, mentre la sua vasta faccia naufragata nella pinguedine sembrava che venisse a galla per illuminarsi di stupore.

—Oh, mais cʼest bien vous que je revois? Nʼy a–t–il pas dʼerreur? Est–ce vous? madame Bluette?

—Jʼen suis presque sûre... Toutefois regardez mieux, M.r Pétimel!

—Enfin!... après si longtemps! Quelle bonne surprise! Je me figure bien la tête que va faire M.r le Ministre!

—Voulez–vous lui passer ma carte à présent?

—Mais certainement, Madame Bluette! Et, puisque cʼest vous, je peux bien vous dire que les douze personnes se réduisent à un Délégué de province, fort négligeable et fort assommant, dont M.r le Ministre va se débarrasser en quelques secondes, aussitôt quʼil aura lu votre carte. Jʼy cours. Vous êtes toujours la plus jolie femme de Paris, M.me Bluette!... quoique un peu maigrie... Jʼy cours!

—Eh bien courez, M.r Pétimel, car je suis très pressée.

—Oh, ce que nous vous avons regrettée dans ces bureaux, M.me Bluette! Il y a eu de bien mauvais jours au moment de votre retraite! Et puis, un Ministère tombé, un Ministère refait... hélas!... la politique!

—Mais courez donc, M.r Pétimel!

—Parfaitement; jʼy cours.

Finse di allungare il passo quanto poteva, ma, prima di battere allʼuscio del Ministro, volle compiere il giro di tutti gli uffici per diffondere la straordinaria notizia.

—Crise de cabinet!... Crise de cabinet!—sussurrava presso tutte le scrivanie, soffocando un gorgolio di riso nella sua grassa pappagorgia.

Infine si presentò nello studio del Ministro, e vedendolo accalorato a ragionare di riforme agrarie con il Delegato provinciale, questo adorabile M.r Pétimel si chinò allʼorecchio di Sua Eccellenza, ma disse con voce che avrebbe udita pure un sordo:

—Monsieur le Ministre! Il y a M.me Mimi Bluette, revenue comme par miracle, qui vous prie de la recevoir tout de suite, pour affaire urgente.—Poi soggiunse con una voce da filodrammatico:—On voit à ses yeux quʼelle doit avoir pleuré...

Sua Eccellenza diventò bianco, rosso, purpureo; si dimenò, guardò in faccia il Delegato, il segretario, e per ultimo, non sapendo che dire, si carezzò la rotonda calvizie.

Per fortuna il Delegato era un uomo di spirito, e visto lʼimbarazzo nel quale si trovava il Ministro, cercò di abbreviarglielo per quanto stava in suo potere.

Cinque minuti dopo il nervoso campanello di Sua Eccellenza invitava M.r Pétimel ad introdurre nel suo gabinetto lʼimpaziente supplicatrice.

Sua Eccellenza lʼattendeva in piedi, contro la scrivania, ritto e fermo, con una certa magnanimità. Era turbato, si mordicchiava un labbro con lʼorlo dei denti.

—Fermez la porte, M.r Pétimel. Je nʼy suis pour personne. Allez.

Mimi Bluette gli venne incontro con le due mani tese, chʼegli non toccò.

—Asseyez–vous, Madame,—disse il Ministro, con un gesto à la Marquis de Priola.

—Ne mʼen veuillez pas, je vous en prie...—intercesse Bluette.—Je suis désormais si malheureuse, si malheureuse...

Egli la guardò senza dir nulla, mentre Bluette sedeva nella poltrona con una specie di abbandonata e stanca umiltà.

Forse quellʼuomo le aveva sinceramente voluto bene; forse, quellʼambizioso giocoliere, quel tenace politicante ormai quasi vecchio, aveva perduto con lei, non solamente la più bella danzatrice di Parigi, ma una bionda creatura giovine che gli mandava nellʼanima qualche soffio di primavera.

—Ne mʼen veuillez pas...—ripetè Bluette con pianissima voce.

—Cela nʼa aucune importance!—egli rispose con un tono sarcastico.—Vous est–il–arrivé quelque malheur?

—Oui: jʼai été amoureuse comme une folle dʼun homme qui a disparu.

E gli occhi di Bluette lo guardavan nel viso, fermi, disperati, con una grande luce.

Egli rimase qualche attimo sopra pensiero, indi fece una smorfia e si ristrinse nelle spalle.

—Cela peut bien être, puisque vous le dites. Mais je ne découvre dans cette éclipse rien qui me concerne. Je ne suis point responsable des gens qui disparaissent.

—Si! vous lʼêtes! vous lʼêtes! Ne jouons pas sur les mots, je vous en prie. Je ne suis quʼune pauvre femme après tout... Ayez un peu de pitié!

—Que signifient ces paroles? Ma foi, il mʼest impossible de vous suivre sur ce terrain. Est–ce que vous croiriez peut–être...

—Je ne sais pas si je dois le croire, mais il est indéniable quʼon me lʼa dit.

Egli ebbe un sussulto rapido, visibile, contenuto. Le rispose:

—Jamais je nʼai été un lâche, Bluette!—Poi soggiunse:—Même pas lorsque jʼai eu la tentation de lʼêtre.

Ella guardò i suoi occhi, poi tacque.

—Je vous donne ma parole dʼhonneur, Bluette; ce nʼest pas moi qui lʼai fait partir.

—Merci...

—Vous ne devez pas me remercier, parce que, en effet, jʼai été dʼabord sur le point de le faire. Il y a presque longtemps de cela. Et pourtant, vous avez été bien rude, bien cruelle avec moi, Bluette! Mais, au moment où il fallait dire oui, où je nʼavais quʼà faire un signe... eh bien, jʼai senti que je pouvais me battre sans merci avec un adversaire de ma taille, mais quʼil était bien lâche de sévir contre vous. Et je ne lʼai pas fait. Non, je ne lʼai pas fait, Bluette! Vous en aurez des preuves, si vous ne me croyez pas.

—Merci, merci. Je suis bien sûre de vous à présent. Jʼen étais sûre dʼavance, puisque jʼai osé frapper à votre porte. Il me semble que, malgré tout, vous êtes encore pour moi un véritable ami.

—Non, Bluette, cela non. Pour vous je ne suis désormais quʼun étranger. Jʼaimerais mieux sans doute vous voir heureuse que triste, mais je suis un homme comme tous les autres et il y a des blessures dont les cicatrices sont toujours très sensibles...

—Soyez bon, nʼajoutez pas à ma peine. Si vous saviez ce qui se passe en moi, si vous saviez ce que je souffre!... Voilà une semaine que je cours comme une folle à travers Paris, faisant mille démarches, questionnant à droite et à gauche, prodiguant lʼor à pleines mains.... Jʼai lancé un peu partout des meutes de détectives; jʼai couru les Bureaux de Police, les gares, les agences de voyage... Voulez–vous me croire? jʼai été à la Morgue voir les noyés et le suicidés... Mais rien! Rien nulle part. Cet homme a disparu sans laisser de trace. Et voilà, je suis à bout de forces, jʼen perds la tête; il faut à tout prix, à tout prix, que quelquʼun mʼaide... Et je suis venue chez vous, sans réfléchir, mais aveuglément sûre que mon désarroi vous ferait de la peine.

—Je vous affirme, Bluette, que lʼon pourrait voir de lʼironie dans le choix de ma personne en pareille circonstance!

—Dʼautres peut–être; mais pas vous ni moi.

—Passons! Que dois–je faire pour vous, Bluette?

—Mʼaider.

—Vous aider? Moi? Et comment?

—Vous êtes un homme tout–puissant, je le sais bien. Si vous aviez intérêt à savoir où cet homme est parti, vous le sauriez au plus vite; vous le sauriez demain peut–être, et il ne vous en coûterait quʼun ordre donné par téléphone à ceux qui doivent vous obéir.

—Nʼen croyez rien. Je ne suis pas un bureau de renseignements, chère amie! Je vous dis cela, en passant sur le reste.

—Comme cʼest triste! Vous mettez de lʼamour propre où il y va de ma vie.

—Mais non, mais non... Et dʼabord ne dites pas des phrases si tragiques!

—Elles ne sont pas tragiques du tout. Je suis blessée a mort dans mon orgueil, oui, surtout dans mon orgueil, et je vous demande une petite grâce, pour vous bien indifferente. Mais vous refusez... Tant pis! Je vous dis au revoir «Excellence!...»

—Cʼest très gentil comme vous le dites ce: «Au revoir, Excellence!...» Mais enfin, puisque vous y tenez si fort, et puisque je vous aime toujours un peu, ma pauvre Bluette, je vais être ridicule autant quʼil vous plaira, et nous allons téléphoner ensemble au Chef de la Sûreté, pour quʼil déchaîne ses plus fins limiers sur les traces de votre fugitif, qui sʼappelle... comment sʼappelle–t–il au juste?

—Hilaire Castillo, Monsieur le Ministre.

—Cʼest un faux nom, évidemment.

—Croyez–vous, Monsieur le Ministre? En tout cas je ne lui en ai jamais connu dʼautre.

Ed il Ministro dʼAgricoltura sperò sinceramente che il bisbetico Prefetto di Polizia riuscisse a pescargli quel cadavere dai vortici della Senna.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

—Voilà encore un embêtement qui nʼest pas ordinaire!—bestemmiò con una voce fegatosa lʼirascibile M.r Ardouin, non appena ebbe risposto al messaggio telefonico del Ministro dʼAgricoltura e Commercio. La sua piccola persona era sepolta dietro lʼenorme scrivania, fra una montagna dʼincartamenti burocratici ed un mare di ordinanze che giornalmente gli affluivano dal Ministero della Giustizia.

La fisionomia punto cesarea del supremo Capo–Ufficio repubblicano lo contemplava dalla parete opposta, con un sorriso dittatorio ma scevro di ogni deprecabile regalità.

Lʼuno e lʼaltro parevano infischiarsi del proprio mestiere.

—«Je lui souhaite de ne jamais tomber sous mes griffes, à ce vaurien de Castillo! Sans quoi je lui ferais payer assez cher tous les déboires quʼil me cause. Charmante journée! Comme si je nʼavais rien à faire pour tuer le temps, voilà encore cette gourde ministérielle qui me régale dʼune enquête sur lʼex–amant de son ex–maîtresse!... Charmante journée!»

Al colmo del malumore si tolse di bocca e gettò via lʼinseparabile stuzzicadenti.

Ma poichè il Prefetto di Polizia non può esimersi dallʼubbidire al Ministro di qualsivoglia dicastero, lʼinacidito M.r Ardouin andò a pescare nellʼarchivio lʼincartamento del nominato Hilaire Castillo. Ne ricavò una confusa noticina, redatta con la sua scrittura illeggibile, poi diede ordine che fosse diramata senza indugio per tutti i Commissariati cittadini e forensi, nonchè nei capoluoghi dei Dipartimenti.

Allora si trasse un altro stecco dal taschino, incominciò a rosicchiarlo piano piano, e concluse:

—«Après tout il a bien raison, ce Castillo du diable! Grâce à la profession de fantôme quʼil exerce, il nʼa personne qui lʼembête, même pas le Chef de la Sûreté!»

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Occorsero parecchi giorni di laboriose ricerche, al termine delle quali M.r Ardouin potè avvertire il Ministro che una traccia dello scomparso Castillo era finalmente ritrovata e poche ore gli abbisognavano ancora per sottomettere ad un esame rigoroso le informazioni ricevute. Nel medesimo tempo si fece consegnare da Mimi Bluette le fotografie chʼella possedeva dello scomparso, e le diede appuntamento per il pomeriggio nel gabinetto del Ministro dʼAgricoltura.

Puntuale come un funzionario, allʼora prestabilita M.r Ardouin comparve. Un risolino di compiacenza gli orlava la bocca sardonica, ed il suo primo inchino fu per la bella donna, il secondo per il Ministro. Poi si tolse i guanti e cominciò:

—M.r Hilaire Castillo jouit dʼune santé parfaite. Il est en ce moment en route pour lʼintérieur de lʼAlgérie, après avoir fait la traversée sur un paquebot des Messageries Maritimes.

Mimi Bluette lo guardava con due vasti e fermi occhi da ipnotizzata; ma non trovò respiro che bastasse per rivolgergli una parola. E M.r Ardouin riprese:

—Hier, Monsieur le Ministre, jʼallais vous déclarer mon impuissance à retrouver cet homme, lorsquʼune idée soudaine a jailli de mon cerveau. Cette idée me vint au souvenir dʼun fameux Norvégien, disparu dans des circonstances à peu près analogues, il y a une dizaine dʼannées. La Police eut beau le rechercher aux quatre vents de la terre: ce fut toujours en vain. Il demeurait insaisissable. Certain jour un gros scandale éclata à la Légion Etrangère. Il sʼensuivit une enquête, que le Garde des Sceaux eut la bonne grâce de me confier. Bref: je découvris mon homme sous la tunique bleue du légionnaire, portant les galons de sergent et décoré de plusieurs médailles. Cʼétait, entre nous, un homme très cultivé, très aventureux, et pas du tout malhonnête; car la Légion est une pépinière où vous trouvez des galériens et des idéalistes, des princes et des rôdeurs, pêle–mêle.

—Jʼai toujours été plutôt sceptique au sujet de ces légendes, mon cher Monsieur Ardouin!...

—Cʼest la pure vérité, Monsieur le Ministre. Et, ce qui est indéniable, cʼest que là–bas ils deviennent tous des héros. Ces hommes, qui sʼengagent le plus souvent sous un nom dʼemprunt, ces hommes qui nʼont plus de patrie ni dʼétat civil bien défini, sont des soldats superbes, et vous y trouvez des gens qui se feraient tuer dix fois plutôt que de vous avouer leur véritable nom de famille. Mais enfin, peu importe. Cʼétait pour vous dire que lʼhistoire du Norvégien a tout à coup ouvert une éclaircie dans mon esprit. Puisque nulle part on ne pouvait découvrir trace de son passage, et puisque les hommes ne disparaissent pas comme les brouillards, pourquoi, me suis–je dit, nʼaurait–il pas signé un engagement à la Légion Etrangère? Sans perdre de temps je me rends sur place, et, au troisième Bureau dʼenrôlement, celui de Belleville, je constate que le 17 Mai, à 9 h. du matin, un nommé Laire...

—Cʼest lui! cʼest lui!...—si mise a gridare Bluette, che un invincibile tremito scuoteva per tutta la persona.

—Oui, Madame. Sur ce point, je nʼai plus le moindre doute. Cʼétait bel et bien la personne qui vous intéresse. Il sʼest engagé sous le nom de Laire, sujet galicien, âgé de 39 ans, ne possédant aucun papier... Il a signé pour cinq ans et a voulu partir le jour même...

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«Sidi–bel–Abbès, 1.er Régiment Etranger...»

La strada cantava. Parigi era per lei nuovamente la città maravigliosa del suo regno. Le rifluiva gioia ed ilarità, musica e profumo dal rumore della vita.

«Sidi–bel–Abbès... Sidi–bel–Abbès...» Camminava rapida e leggera, lasciandosi quasi trascinare dalla potenza rumorosa della folla, stordita e pur felice nella confusione ilare delle vie, nella ressa dei quadrivi, lucidi ancora di tramonto. E le pareva di vedere laggiù, nella distanza imprecisabile, nel sogno deʼ suoi chiari occhi pieni di cielo, splendere sotto lʼoasi dʼAlgeria le vaste caserme arabe dalle calcine sfavillanti. Camminava con una specie di lievità, libera dallʼangoscia dei giorni trascorsi come dallʼoppressione di una orribile malattia; camminava portando il suo cuore giovine come si porta verso la finestra, verso il raggio del sole di primavera, una pianticella fiorita. Ora lo aveva ritrovato, conosceva il suo distante rifugio, immaginava la strada luminosa per andare fino a lui.

«Sidi–bel–Abbès... Sidi–bel–Abbès...» LʼAffrica barbara dormiva senza ombra negli uragani di sole, devastata e scintillante, laggiù, dove tutto brucia.

Come ridevano, come splendevano le vie di Parigi quella sera! Quanta gente, nel passarle vicino, bisbigliava quasi volesse darle una carezza: «Tien, cʼest Mimi Bluette...»

Mimi Bluette!... Era stata per loro, per tutti, un fiore voluttuoso nel giardino di Parigi; aveva regalato ad ognuno qualche rara memoria di sè, quasi un immaginario contatto con la sua bianca nudità... Era stata per loro, per tutti, un piacere, una bellezza della vita; e quando passava Bluette per quelle strade gonfie di moltitudine, pareva che ognuno sentisse muoversi nellʼaria il profumo selvatico degli azzurri suoi fiordalisi.

Camminò. Si accendevano tra la chiarezza del tramonto le fosforiche vetrine dei gioiellieri. Una lancia di sole, invisibile per lʼalto infinito, spezzava in arcobaleni di fiamme le vetrate dellʼOpéra.

Ecco, era giunta. Una fuga profonda, innumerevole, di lampadine elettriche illuminava gli Uffici di Thos. Cook and Son. Ella si mise a leggere con pazienza, lʼuna dopo lʼaltra, le insegne dei vari sportelli:

«Billets—Chèques—Excursions—Change—Nile Flottilla—Coupons dʼhôtel—Renseignements...»

Depose la borsetta su la mensola dello sportello, vi appoggiò i gomiti, e si rivolse con un timido sorriso al biondo elegante britanno, che dallʼinterno si affacciava sopra un mucchio dʼorari e di cedole, pronto a soddisfare la sua legittima curiosità.

—Monsieur, voulez–vous me dire, sʼil vous plaît, le chemin quʼil faut prendre pour aller jusquʼà Sidi–bel–Abbès?...

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Il cammino era distante, lungo, pieno di sole, pieno di vertigine, come tutte le strade che vanno incontro alla felicità. Eppure, con il suo piede leggero, avrebbe camminato per lʼintero mondo, e camminato senza mai fermarsi, per rivivere un solo giorno di poesia.

Adesso le pareva di comprendere tutto quello chʼera stato incomprensibile fra loro. Non avrebbe saputo spiegare a nessuno il perchè di quella fuga, eppure nellʼintimo le pareva di «sentirne» la ragione. Le pareva quasi che un infinito amore di lei, troppo altero per umiliarsi, troppo in discordia con altre lontane bufere della sua vita, lo avesse travolto in quel rifugio dʼuomini finiti, forse alla ricerca dʼun sepolcro anonimo, laggiù, fra quei soldati di ventura.

Sì, le aveva detto la verità quella prima sera, dicendole: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»

Ora finalmente comprendeva, nella sua tragica e nuda semplicità, il fierissimo dolore di quellʼanima, il suo disperato esilio nella vita, il suo terribile cuore di nomade che non aveva più strada.

Negli ultimi tempi, quasi ubbidisse ad un oscuro presagio, le ripeteva ogni sera prima dʼabbandonarla:

—Bonne nuit, ma Bluette... souviens–toi que je tʼaime!... que je tʼaime...

E le diceva queste parole con la voce dʼun uomo che fosse già distante, con la voce dʼun uomo che non dovesse tornare mai più.

Povera, piccola, bionda Mimi Bluette!... Come gli voleva bene! Che profondo mutamento in lei, da quella prima sera, quando lo vide nel Bar della Grande Rouquine e la sua bocca gli sorrise, umida, sopra lʼorlo del bicchiere di Sciampagna!... Quanta bufera, quanto strepito nel suo piccolo cuore di danzatrice, nella sua dolce anima colore deʼ suoi fiordalisi!...

Non si pentiva dʼessere stata bella, e desiderata, e posseduta, eppure gli aveva dato il suo amore di vergine, a piene vene, con un senso di paurosa novità. In lui solo aveva trovato lʼamante, con lui solo aveva potuto conoscere quella totale fusione dei sensi e dello spirito, quella intima ebbrezza creatrice, piena di tremito e di purificazione, in cui la donna che fu dʼaltri sente nascere dalle sue colpe il senso dellʼamore infinito.

Quandʼera più inebbriata e più femmina tra le sue braccia dʼamante, sentiva persino la tentazione oscura di suggellare nel suo grembo innamorato, con un dolore materno, la fuggente voluttà.

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—Monsieur Bollot, ce nʼest vraiment pas la peine que vous me fassiez la morale... Je partirai quand même. Donnez–moi lʼargent que je vous demande, faites–moi un joli sourire, et attendez patiemment que je revienne.

—Mais vous me demandez une somme absurde, ma fille! Cent mille francs pour aller en Algérie, cʼest du gaspillage, croyez–moi, cʼest du gaspillage!

—Et encore je les veux en espèces, des billets les uns sur les autres. Pas de chèques, pas de lettres de crédit. Je ne veux point avoir affaire aux banques africaines. Dépêchez–vous, Monsieur Bollot, car dans trois jours nous partons.

—Nous, vous dites? Et qui donc? Partez–vous en caravane par hasard?

—Nous, cʼest ma mère, Linette et moi. Ma mère ne vieni que jusquʼà Marseille, dʼoù elle rentre en Italie. Moi et Linette nous allons aux bords du Sahara, une plage où la vie est très chère.

—Mais vous plaisantez, ma fille! Croyez–vous quʼon tienne cent mille francs dans son tiroir comme de la petite monnaie?

—Eh bien, vendez, hypothéquez, faites un emprunt, faites ce que bon vous semble; mais dans trois jours vous aurez lʼobligeance de me procurer cette somme, pas un sou de moins. Et, à présent, je vous dis au revoir, cher Monsieur Bollot, parce que, vous voyez cette liste?... ce sont des commissions que jʼai à faire.

Se ne andò. Jack lʼaspettava con pazienza davanti alla portineria di Monsieur Bollot. In quegli ultimi giorni la sua poca loquacità era quasi divenuta un assoluto silenzio. Bluette invece non aveva nemmeno il tempo di badare alla sua tristezza. Gli parlava come ad un fratello, raccontandogli tutto quanto passava nel suo tremante cuore. Jack lʼascoltava con una pazienza irritata, senza guardarla, senza interromperla; in ultimo concludeva:

—Quand une femme aime un homme, cʼest du temps perdu.

—Quʼest–ce que tu veux dire avec cette remarque très intelligente?

—Je veux dire, Bliouette, que cʼest du temps perdu.

—Tu es un grand philosophe, Jack, un très grand philosophe!

Ma una sera, che stavano come una volta nella sua camera da letto e, senza pudore verso di lui, Bluette non portava che una sbadata vestaglia, Jack, dʼimprovviso, tacendo, la rovesciò sui cuscini, e con la bocca premuta nel tepore del suo collo fece un tentativo quasi brutale per impadronirsi di lei.

Erano passati lunghi anni, ed egli lʼamava sempre come quando ella danzava il My Blu, come quando neʼ suoi occhi di Transalpina vʼera tutta la bellezza disonesta e docile della femmina da piacere.

Ma ora, da lunghissimi giorni, la sua calda gioventù era piena di solitudine; un vuoto e profondo malessere le correva nel cerchio delle vene. Sotto quella repentina violenza, da prima ella non capì. Solamente provava una stordita felicità fisica nellʼessere sopra una coltre, supina, con un peso dʼuomo che le opprimeva il cuore, il grembo, il seno, e quasi le chiudeva il respiro al sommo della gola.

Ma poi si ricordò con un brivido che non era il suo amante, anzi era quasi un fratello, che cercava di offendere la sua rinnovata castità. Un brusco dolore soverchiò nelle sue vene quella involontaria tentazione di gioia, e lʼurto fu così ruvido che le parve di ricevere una ferita, mentre il suo docile corpo di femmina era già immerso in un principio di voluttà.

Non seppe ribellarsi, non gridò; volse la faccia da un lato, e supplicava con la voce spenta:

—Ne me fais pas de mal, Jack... tu es mon frère, Jack... tu es mon frère...

Poi le scoppiò nella gola una convulsione di singhiozzi, e dagli occhi fermi, quasi morti, le cadevano lacrime brillanti su la spalla denudata.

Egli allora la guardò. La guardò, pallidissimo, con gli occhi bui, perdendo il coraggio di offenderla. Poichè neʼ suoi chiari occhi aveva egli pure unʼanima, e non poteva impadronirsi dʼuna donna che piangesse.

Anzi una orribile vergogna lo sopraffece: mormorò a fior di labbro:

—«Excuse–me. Bliouette...»—E scomparve.

Scomparve.

Ella rimase a lungo su quel letto, fra il disordine deʼ suoi capelli, supina e tramortita.

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In certi casi la bionda Caterina mancava di riconoscenza.

Quando Maurice, maggiordomo impeccabile, terminò di far passare attraverso il finestrino lʼultima borsa del suo numeroso bagaglio, mentre al segnale della partenza, il bianco treno della Riviera stiracchiava le sue lunghe vetture gremite, la sola cosa chʼella seppe dirgli furono queste parole insufficienti:

—«Ne plôrez pas, mon pôvre Maurice, pour la raison que ze mʼen vais... Qui sait quʼun zour ou lʼautre ze ne retourne!... Et puis, dans ce monde, il faut tout prendre avec un pé de philosophie!»

Maurice non piangeva: ma era veramente commosso e non poteva dimenticarsi lì per lì dʼavere calmati così a lungo i suoi nervi generosi col servirle in camera ogni sera una tazza di camomilla profumata.

Il treno frattanto sʼincamminava senza urto su le rotaie luccicanti. Allora la bionda Caterina incastrò nel finestrino la gagliarda ricchezza del suo seno classico e sorridendo allʼimpassibile maggiordomo gli mandò con la punta delle dita un ultimo bacio dʼaddio. Poi si ritrasse nello scompartimento con un grande respiro di sollievo, mentre i gentili occhi di Linette la guardavano trasecolati.

—«Tu as un pé de malinconie dans lʼâme, pôvre Bluette!... Et moi viceversa ze me sens tout–à–fait heureuse de quitter cette ville tant riche et tant déchantée, qui est, selon ma manière de voir, un immense bordel...»

Bluette sorrise, tranquilla, sotto il suo buio velo di viaggiatrice. Ma Linette, che non amava il frasario della bionda Caterina, e sopra tutto non amava sentir offendere la sua bella Città, con una sottil voce piena dʼirritazione le rispose:

—Pardon, Madame, je suis Parisienne, moi, et ça me fait de la peine de vous entendre débiner ma ville, qui demeure sans contredit la plus belle ville du monde!

—«Oh, la, la!... oh, la, la!... toi tu parles parce que tu as la bouche, Linetta mia! Quʼest–ce que ça veut dire «la plous belle ville du monde»? Est–ce que tu as vu les ôtres avant de parler? Non, natourellement! Tu es une zeune fille sans expérience et tu veux mettre ta langue un pé partout! Moi, qui pourrais être ta mère, ze dis que cʼest un bordel! Donc tu peux te fier, parce que ze vois les choses claires et ze nʼai pas comme qui dirait les tranches de saucisson sur les yeux!»

—Oui, Madame,—rispose Linette, con una remissività beffarda.

—«Parce que tu dois savoir,—ricominciò la bionda Caterina—que chez nous, par exemple, il y a moins de belles choses dans le magasins, et on peut traverser le rues sans risquer dʼy perdre une zambe; mais la vie dans notre pays est beaucoup plous natourelle, et on nʼest pas frustes comme de vieilles savates à lʼâge de trente ans! Paris, si tu regardes bien, cʼest lʼetiquette: mais le bon vin se trouve dans dʼôtres bouteilles. Cʼest ainsi, Linetta mia! Et souviens–toi que te lʼa dit Caterina.»

—Oui, Madame,—rispose Linette con un impercettibile sbadiglio.

—«Et toi, par exemple, tu nʼas quʼà regarder ma fille. Quand elle est venue à Paris, cʼétait un bouton de rose, mais un de ces boutons de rose quʼon ne cultive pas au Zardin des Plantes, ni pas même à Saint–Zermain!... Or, tu peux la voir, si elle ne ressemble pas à ces têtes de cire qui tournent dans les vitrines des coiffeurs. Et puis, quʼest–ce quʼelle a eu de bon, après avoir été la reine de Paris? Un pé de galette? Oh, mais diable! les belles femmes en trouvent partout. Et encore, quoi? Une poignée de mouches!... Viens voir un pé dans nos villes dʼItalie, toi qui chantes: Ze suis Parisienne! ze suis Parisienne!...»

—Pour le moment nous allons en Afrique, Madame, et cʼest aussi très intéressant.

—«Eh, voilà la belle histoire!» Si ma fille en retourne, zʼallumerai trois chandelles à la Madone! Cʼest encore un cadô de Paris ce mal de ventre dont elle est amoureuse! Car, si elle lʼavait trouvé chez nous, ze parie ma tête quʼelle lʼaurait envoyé se promener, lui et sa Lésion Etranzère! Mais à Paris cʼest très chic dʼavoir des béguins pour des gigolos qui ne valent même pas un sou troué du Pape!

Bluette, con gli occhi affascinati, guardava la veloce campagna sparire.

Adesso Parigi la Stupenda era già dileguata nel suo vortice di balenante atmosfera; incominciava senza confine il verde miracolo della terra di Francia.

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—Addio, addio mammina...—ella gridò ancora una volta, sporgendosi dallʼalto parapetto, mentre il piroscafo partiva.

E le mandò quel saluto con la sua voce che più non poteva essere udita, con gli occhi suoi di fanciulla chʼeran pieni di lacrime, con la sua lunga sciarpa di velo che il vento sbatteva in ogni senso come una fragile bandiera.

E la bionda Caterina rimase lì, sul molo de la Joliette, sperduta, immobile, quasi brutta, quasi vecchia, mentre vedeva lʼunica sua figlia perdersi, confondersi, nelle azzurre distanze del mare.

In quel momento si ricordò più che mai dʼaverla portata nel grembo, dʼaverle dato queʼ suoi dolcissimi capelli biondi.

Il pomeriggio assaliva con fulgori pieni di veemenza il marmo e le cupole della trionfale Marsiglia. La città rapace, straricca e splendida, pareva che tenesse alla catena il suo folto naviglio come una dormente muta di cani da preda, velocissimi.

Il grande piroscafo della «C.ie Transatlantique», descrivendo unʼagile curva sotto i lunghi vortici di fumo delle due ciminiere, usciva nel mare libero cantando a sibili di sirena. Ma la buona madre non poteva muoversi da quellʼasfalto luminoso e nero, in cui le pareva di sentir giungere il movimento ritmico del mare. Intorno a lei si pigiava la folla irrequieta, si accatastavano mucchi enormi di mercanzie; le bestemmie dei facchini scandivano il tuffo di qualche remo; lʼacqua sudicia gorgogliava contro le fondamenta, senza rumore dʼonda. Si alzavano grosse nuvole torbide, come per lo scoppio dʼuna mina, laggiù, presso i doks, ove i bastimenti fuligginosi rovesciavano valanghe di carbone.

Ma questa povera bionda Caterina, che si era creata con le malizie di Parigi una canonicale gioventù, non vedeva che il lontano piroscafo di Bluette camminare nellʼinfinito con una scìa di sole.

Un trattenuto singhiozzo le gonfiava il suo classico seno, e con gli occhi fermi, coʼ labbri chiusi, piangeva solitariamente.

Le grosse zanzare di Marsiglia fecero intorno a lei tanto rumore, che dʼun tratto la destarono.

—«Zout!—esclamò ella, con un oltraggio estremo alla favella repubblicana;—zʼai le mal de mer à force de plôrer... Couraze, Caterina!»

E tornò indietro passo passo, con la fronte china, finchè si risolse a prendere una carrozzella.

Il suo treno partiva qualche ora dopo; non le rimase nemmeno il tempo di conoscere la galanteria dei Marsigliesi.

E fu certamente un grande peccato.

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Ora il piroscafo andava tra stelle, solcando la chiara notte mediterranea con un calmo rumore di velocità.

Bluette guardava quel mare, chʼegli pure aveva guardato.

Così curvo era il firmamento che non si poteva nemmeno discernere quali stelle fossero nel cielo e quali navigassero nella cosparsa onda lontana. LʼAffrica invisibile mandava già il suo profumo di terra calda e barbara nel tremante spazio. Si sentiva il deserto respirare nella notte piena di fertilità.

Le azzurre isole Baleari galleggiavano come grandi giardini marittimi, gonfie di vegetazione, ravvolte in nuvole dʼoscurità e di profumo. Palma di Maiorca, ubbriaca delle sue rose, dormiva nel profondo semicerchio della sua baia notturna, tra un fantastico brulichìo di luci tremule, che si appendevano alla costa come leggere ghirlande.

Era già il mattino, quando apparvero, confuse nei vapori distanti, le cime della Grande Kabylia, nuvolosi vertici della baia di Algeri. Poi, lentamente, questo grande anfiteatro apparve, sotto le raggiere del sole nascente, chiuso allʼestremo confine dalla barriera ciclopica della Kabylia e dellʼAtlante.

Bluette guardò con gli occhi pieni dʼaurora, e guardando baciò con lʼanima sua dʼinnamorata quella terra stupenda che appariva.

Le montagne di Buzarea scagliavano alta nellʼazzurrità la cattedrale di Notre–Dame dʼAfrique. Laggiù, con i suoi mille vertici, brillava la capitale moresca del Mediterraneo, lʼantica emula di Cesarea, la schiava di Pedro Navarra, quella per cui pianse il Doria le sue belle armate, Algeri la sempre invincibile, Algeri la stupenda corsara.

Simile ad una immensa gradinata di marmo bianco, si sciorinava e scendeva in un delirio di luce verso il mare indolente. Sul più alto gradino, la Kasba fanatica dei vecchi sovrani Berberi scintillava traverso la lontananza come un incendiato palazzo di cristallo. E Bluette vide, su le ovali colline di Mustafà, stendersi la pigra dominazione della città europea, che uccise ormai per sempre il vecchio labirinto, il leggendario mistero della città mauritana. La neve dellʼalto Djurjura pareva dʼuna bianchezza inverosimile in quel colore di deserto.

Era un sogno, e Bluette sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che stava per entrare nellʼincantesimo di una grande poesia.

Era la piccola ballerina di Parigi, che andava in cerca del suo amante, laggiù, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, nel sole del continente vertiginoso, nel rosso delirio dellʼAffrica satura di malefizio e di voluttà.

Essa lʼaccoglieva, le veniva incontro con una sua città sfavillante, che pareva il giardino estremo di Parigi; eppure lì, davanti a quel porto, sul limitare di quel mondo, la vita cambiava colore.

Vʼerano ancora i sontuosi edifici dʼEuropa, le formicolanti corsìe, i viali percorsi da filari dʼalberi, gettati come larghi nastri sul pendìo delle colline; vʼerano ancora, di là dai sobborghi, le rotaie luccicanti, percorse dal fumo delle vaporiere. Ma ella sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che in questa indomabile terra, in questʼAffrica ove cʼè ancora la distanza, ogni strada poteva chiamarsi veramente una strada, poichè tutte camminando si perdevano, svanivano, parevano andare non verso un luogo ma verso lʼinfinito, verso quel pericolo chʼè il solo confine delle strade:—la Distanza.

Bluette sʼincamminò dietro la gente che a lunghe ondate sʼincanalava per la scala montatoia. I suoi grandi occhi azzurri guardavano lo spettacolo della Jetée Kheïr–ed–Dine con una specie di cosciente sogno. Di là il mare continuava, con lampi di sole, verso lʼAffrica più lontana.

Ed era verso quellʼAffrica più lontana che la piccola ballerina di Parigi doveva inoltrarsi, portando il suo cuore lieve, ma intenso e profumato come la musica del My Blu. Era nel sole della grande Affrica barbara chʼella doveva immergere, come in un bagno estenuante, la sua carne incipriata. Ella pure, la piccola ballerina di Parigi, aveva un errante sogno da portare nel deserto, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, verso i fermi uragani di sole che devastano il Tropico senza tramonto.

Algeri, sollevata nel tremolio del grande incendio pomeridiano, sciorinava il suo bianco splendore su lʼanfiteatro del golfo, dalle cave del Marmo di Bab–el–Oued sino agli ulivi antichi dei giardini di Mustafà. Quasi verticale nello spazio, Fort–lʼEmpereur vegliava inespugnabile su quellʼimmenso ventaglio di edifici; la moschea di Djama–Djedid, lʼ antichissima di Djama–Kebira, le zauie di Mohammed–ech–Chérif, di Safir e di Sidi–Ramdane, raccoglievano in sè tutta la luce di quellʼaria maomettana, ove usurpavano cielo senza mandare un lampo le obese cupole cristiane di San Filippo e di Santa Croce.

Bluette guardò con lʼanima sua dʼinnamorata quel prodigio nuovo per i suoi occhi, mentre, un poʼ stordita, un poʼ ebbra, si lasciava portare dalle ondate di gente, fra cui suonavano le sillabe aspre del linguaggio arabo, le orientali cadenze, le sonorità impure del francese dʼAlgeria. Davanti aʼ suoi occhi ferveva con una specie di trepidazione solare lʼintensa vita marittima della capitale dʼAffrica, mentre, percorsa in ogni senso dalle fiumane di tutti i boulevards, la grande piazza del Governo, pavimentata di fiamma, brulicava, squillante, scintillante, sollevando nel rettangolo degli edifici ad archi la statua equestre del Duca dʼOrléans. Da un lato sʼalzavano come ruderi dʼuna fortezza di macigno i dirupi turchi del vecchio porto dʼAlgeri, gli spalti e le darsene che scoscendono lʼaspra isola dellʼAmmiragliato; di là correva, leggero come un nastro galleggiante, il molo di Kheïr–ed–Dine.

Egli pure aveva camminato su quellʼasfalto lampeggiante, aveva guardato Algeri splendere in una intensa nuvola di sole. Come lei aveva quasi rasentato gli scafi degli enormi transatlantici, le prore dei navigli da guerra, per scendere verso la stazione dellʼAgha, ove il treno di Orano attende lʼora di avventarsi, lungo i giardini dei sobborghi, nella grande Algeria.

E partì.

Partì con lʼanima sua dʼinnamorata verso lʼimmobile Affrica rossa, piena di silenzio e di vertigine, ove anche lʼanima sʼincendia in un terribile delirio di sole.

Partì.

Era un giorno gagliardo e scintillante: su tutte le cose immerse nellʼaria pareva che tremasse una invisibile maglia dʼoro. I giardini dei sobborghi bruciavano come incensieri, mandando larghe vampe di profumi tropicali. La città si dibatteva con fragore sotto la potenza incendiaria del sole. I cantieri dʼEuropa, le ciclopiche officine degli uomini bianchi, depredavano, pazze di fatica e dʼavidità, la ricchezza barbara del continente affricano.

Poi Algeri scomparve. Su la pianura immensa della Mitidja la velocità silenziosa del treno spargeva un insostenibile tremolìo. La piana di Algeri camminava, come un mare prosciugato, verso lʼazzurro Atlante di Blida. Il sole bruciava da venti secoli sul leggendario Sepolcro della Cristiana.

Bluette non parlava. Una tristezza grande, inesprimibile, un senso luminoso di sperdimento, pesava su la sua dolce anima.

Qui la distanza era veramente la Distanza. Qui le strade potevano anche non arrivare mai.

E si sentiva da lui più lontana che non le fosse mai sembrato nelle vie di Parigi, quando sʼincamminò. Il fascino dellʼAffrica la tormentava, le penetrava nellʼessere come una terribile magìa.

Poi cominciò a cadere il giorno. Fu per tutto lʼinfinito una veemente sollevazione di colori. Lʼanima delle cose rutilava; tutto splendeva; splendevano perfino i rumori.

Abbandonò il capo allʼindietro, chiuse gli occhi, sognò. Adesso era perduta; una irremissibile velocità la portava per lʼAtlante azzurro, fra tempeste di luce, verso il deserto disperato. Adesso non era più lʼinnamorata ballerina di Parigi, ma una piccola nomade in balìa dellʼinfinito, che andrebbe dove andavano le strade, senza potere forse mai più, mai più, giungere alla sua meta.

Ogni tanto, quasi per riafferrarsi alla realtà, metteva una mano fra le mani di Linette, che le stava presso, ed in silenzio lasciavano entrambe che il treno portasse nellʼesilio, nel grande pericolo della strada, la loro indifesa gioventù.

Ora la montagna dʼAtlante saliva in ripide petraie deserte, con qualche profumo dʼaranceto intorno ai gourbis degli indigeni.

La voce montmartrese dello sbarbato maggiordomo passava per la terza volta nel corridoio, ripetendo a tutti gli sportelli:—«Messieurs, Dames, le dîner est servi!... Messieurs, Dames, le dîner est servi!...»

E nellʼAffrica della Terza Repubblica saltavano, sotto lʼunghia dʼun arabo, tra i fuochi della incendiata notte mauritana, i vivi turaccioli del vino di Sciampagna.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

—Eh bien, Linette, puisque nous sommes tout près dʼOran, il ne nous reste plus quʼune heure et demie environ de chemin de fer jusquʼà Sidi–bel–Abbès. Pense donc, ma Linette, si nous sommes près de lui! Mon cœur tremble comme lʼamorce dʼun pêcheur à la ligne. Quʼest–ce que tu en dis, Linette?

—Que dire, Madame? Je croyais qui il y avait des chameaux et des caravanes, en Afrique... Mais je vois quʼil y a des trains de luxe comme sur la Côte–dʼAzur. Alors, voyez–vous, jʼen suis tout de même désappointée.

—Cela vient de ton ignorance, Linette. Car, si tu avais étudié un peu de géographie, tu saurais que lʼAlgérie nʼest plus un pays nègre et que Oran est un des ports les plus commerçants de la Méditerranée. On mʼa dit que cʼest très chic dʼaller prendre les bains de mer sur la plage de Sainte–Thérèse. Et réellement on a collé partout les réclames de cette plage.

—En fait de réclame, ce Felix Potin est extraordinaire! Jʼai vu son boniment dans plusieurs petites gares, où il nʼy avait que des charbonniers.

—Quʼy a–t–il dʼextraordinaire, Linette? Cʼest sa façon à lui de coloniser les gourbis. Mais regarde donc! Cette grande ville toute ensoleillée, qui se deploie comme un large manteau fauve, cʼest bien Oran, si je ne me trompe. Nous y serons dans quelques minutes. Dieu, quʼil fait chaud! Assieds–toi, Linette, et prends mon nécessaire sur tes genoux. Je vais me passer un peu dʼEau de Cologne sur les tempes, un peu de poudre sur la figure, car je me sens horrible!

—Vous devez être bien fatiguée, Madame, si jʼen juge par moi–même.

—Fatiguée, Linette? En bien, non! Ce nʼest pas le mot. Je me sens grise... tout à fait grise... et pourtant je pourrais aller bien plus loin encore, sʼil le fallait. Tu viendrais aussi, nʼest–ce pas, Linette?

—Sans doute, Madame.

—Pense donc! Une heure et demie de chemin de fer, puis cʼest Sidi–bel–Abbès, cʼest sa caserne, cʼest lui!... Je le verrai ce soir, Linette... Ah, mon Dieu, quand jʼy pense, il me semble que mon cœur étouffé nʼaura plus la force de battre...

—Assez de poudre, Madame! Par cette chaleur, il ne faut pas en mettre tant que ça.

—Suis–je très décoiffée?

—Ça dépend; pour lʼAfrique cʼest tout ce quʼil faut.

—Et, dʼailleurs, je me voile. Je me sens déjà très musulmane... Comme cʼest bête de traverser un si beau pays et de ne rien voir. Mais, au retour, puisque nous serons avec Laire, nous prendrons notre revanche. On ira partout voir les mosquées et les danseuses arabes. Je suis très curieuse de ces femmes, qui doivent être savoureuses et imprégnées de soleil comme des dattes mûres. Je tʼen prie, Linette, ne perds pas le sac où nous avons toute notre fortune. Que deviendrions–nous, si, aux bords du Sahara, nous restions sans galette?

—Je parie que Madame saurait très bien se tirer dʼaffaire même en Afrique.

—Crois–tu?

—Mais, oui. Madame! Cette Algérie, après tout, nʼa lʼair que dʼun faubourg parisien, et il y aurait toujours pas mal de messieurs qui vous trouveraient belle...

—Cʼest que tu ne te doutes pas combien jʼai peu envie de lʼêtre, ma petite Linette! Et tu ignores sans doute quʼen disant cela tu me froisses... Je ne suis plus celle dʼautrefois, et je deviens étrangement pudique...

—Mais vous nʼavez pas remarqué, Madame, ces trois ou quatre voyageurs qui nʼont cessé de se promener dans le corridor en fumant de gros cigares?

—Tu leur plaisais, Linette! Voilà ce que je suppose.

—Oh, oui, cʼest bien la peine que vous vous moquiez de moi, Madame!

—En tout cas prépare les cent sous que nous donnerons à lʼemployé du wagon–lit, car nous serons bientôt en gare.

—Hélas, Madame!... cʼest très ennuyeux de se remettre tout de suite dans un train, par cette canicule.

—Sais–tu ce quʼon pourrait faire? Une heure et demie de chemin de fer, cela fait à peu près soixante–dix ou quatre–vingt kilomètres ce nʼest pas beaucoup plus loin que la Forêt de Fontainebleau... nʼest–ce pas?

—Moi, Madame, je mʼy perds avec les distances. Je sais que pour y aller il faut bien disposer de tout son Dimanche.

—Eh bien, je suis certaine quʼil nʼy a pas plus de 80 km. jusquʼà Sidi–bel–Abbès. On me lʼa dʼailleurs dit chez Cook.

—Très bien. Mais quelle importance cela a–t–il, Madame, quʼil y en ait quatre–vingt plutôt que cent?

—Une très grande importance, Linette. Car, sais–tu ce que nous allons faire? Au lieu de nous remettre dans un train asphyxiant, nous allons descendre dans un bon hôtel, prendre un bain tiède et parfumé, dont je raffole;—toi aussi, Linette, tu vas prendre un bain à lʼEau de Lavande,—puis on se reposera, on se rhabillera avec du linge frais, on déjeunera au restaurant pour voir les têtes de ces Français dʼAfrique, et pendant ce temps le portier se chargera de nous louer un auto dans un garage, afin quʼil nous mène à Sidi–bel–Abbès par la route nationale. On prendra lʼair et on verra le paysage. Quʼen dis–tu, Linette?

—Je dis que ce serait fort joli. Mais, dʼabord, est–ce quʼil y a seulement une route?

—Que tu es étourdie, Linette! Comment veux–tu quʼil nʼy ait pas de route où il y a un chemin de fer?

—On ne sait jamais, en Afrique... Et puis, ça doit coûter bigrement cher! Puisque nous avons nos billets jusquʼà Sidi–bel–Abbès...

—Voyons, ce sera comme partout: un franc le kilomètre. Quatre–vingt et quatre–vingt ça fait cent soixante; il faut compter en plus la sortie du garage et le pourboire du chauffeur. Si le portier nʼest pas un voleur, on doit sʼen tirer moyennant une dixaine de louis. Jʼen donnerais bien cinquante pour le revoir un quart dʼheure plus tôt!

—Je vous dis, Madame, que nous sommes en terre noire et quʼil ne faut pas gaspiller lʼargent. Je serai tout de même heureuse comme un poisson en me plongeant dans la baignoire!

—Donc, cʼest tout décidé. Dites–moi, monsieur le contrôleur, quel est le meilleur hôtel dʼOran?

—Le Continental, Madame. Quoique le Victor et le Royal ne lui cèdent en rien.

—Merci. Jʼirai au Continental. Mais, diable! vous avez des moustiques effroyables dans ce beau pays!

—Eh, oui, Madame!... Sans compter quʼils sont très malins; rien ne les attire comme le parfum dʼune Parisienne!...

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Ed ora la strada volava, arida e libera, impetuosa come la felicità. Orano moriva distanziata, in una grande burrasca di nuvole dʼoro, sotto la erta sottile montagna di Santa Cruz, che pareva simile ad un albero di prua.

Imbevute, sature di splendore, passavano le vigne rossastre del Tlelat, i lauri–rosa che fioriscono su le pendici del Téssala, gli sbarramenti agili che ritardano il mare ai leggeri e veloci fiumi discesi dallʼAtlante. Passava, iridata e sfarzosa come la stoffa dʼun telaio arabo, la bella campagna dʼAlgeria, che il sole impregna dʼuna rutilante fecondità. Passava, sollevata e quasi tremula nello sfarzo dellʼestremo pomeriggio, lʼanima della terra interna, che si avventa bruciando verso la disperazione, laggiù, nellʼinfinito oceano di sole, dove le strade bianche dellʼuomo, come riviere morte, si disperdono sotto il furore della vampa, nella perduta vastità.

Ed ella respirava con una specie di ubbriacamento quellʼaria un poʼ drogata, che la terra calda mandava ogni tratto contro le sue narici avide. Rannicchiata nel profondo sedile di cuoio, si lasciava portare dalla velocità come da una potenza gioiosa che le carezzasse tutta la persona. I semicerchi dʼoro delle sue lunghe ciglia tremavano di leggerezza e di piacere, mentre, nellʼurto dellʼaria, come in un sogno estatico vedeva la celere campagna e lʼincendiato orizzonte sparire.

Nella disperata serenità il sole pericolava su lʼinvisibile deserto; le case arabe scomparivano, quasi cancellate nel furore della luce: le palme sembravano ravvolte sino al vertice nella spirale di una nuvola bionda. Si sentivano le ruote sobbalzare, volando, su la terra battuta.

Un non so che di rosso, di angoscioso, di barbaro, entrava nello spirito azzurro della piccola ballerina di Parigi: era il delirio dellʼAffrica, il vertiginoso malefizio della terra lampeggiante.

Mimi Bluette! Mimi Bluette!... Era stata la bellezza e la musica sui palcoscenici della Capitale; aveva regalato la sua nudità cosparsa di brillanti ai teatri della città notturna, ove una danza impudica diventa lʼafrodisiaco di tutti gli amplessi. Ed ora portava la sua trasparente anima di ballerina verso la calamitosa bellezza del tropico, mesceva nel respiro della terra interna il suo leggero e tenace profumo di Coty.

Quanta poesia nellʼanima di questa lieve creatura, che andava per la terra dʼAffrica cercando un amante perduto!... Quanto sole vedrebbe con i suoi occhi dʼinnamorata, la bellissima creatura!...

Ed ecco apparvero con acque repentine lungo la strada balenante i fiumi della terra interna, lʼOued Sarno e la Mekerra, che si mescevano senza fragore sotto agili ponti. Ed ecco apparve la piana di Bel–Abbès, rosata e fertile nel luminoso vespero come una opulenta campagna della Provenza felice. La Mekerra disegnava traverso le biade fiammeggianti e gli ulivi azzurri una lunghissima scìa dʼargento. La bianca lontana diga della città barricava lʼorizzonte.

Ella sentì dʼun tratto il cuore venirle meno. Prese una mano di Linette, e la strinse, la strinse... Poi con lʼápice della sua fredda mano toccò lʼómero del meccanico, disse in fretta qualche parola, che il vento portò via...

Ma egli capì; si volse:

—Oui, Madame, nous arrivons à Bel–Abbès.

Allora ella si rovesciò contro la spalliera, e giacque stupefatta, immobile, come se non avesse più vita.

Nellʼaria dolce navigava il profumo degli ulivi di Máscara; la porta di Orano splendeva, incorniciando un corridoio di sole.

—Madame, ne soyez pas si pâle...—disse con un tremante coraggio la turbata Linette, cameriera dalle calze di voilé.

Illustration from Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo

Fosse in grazia della sua natura premurosa, fosse per la profonda simpatia che glʼispiravano le trasparenze di Linette, quel meccanico non volle abbandonare le due viaggiatrici su la soglia dellʼalbergo; ma quando ebbe sciolto il complicato, se pur succinto, bagaglio della Parigina, volle aiutare i facchini dellʼalbergo nel portarlo al pian di sopra e slacciarne le fodere impolverate. Le due camere non mancavano di un certo «comfort» coloniale; con le zanzariere di bucato e coʼ lor vecchi mobili di noce, rammentavano la buona locanda francese di mezzo secolo fa.

Questo arrivo produsse un notevole movimento nel quieto albergo «dʼOrient et Continental». Il portiere, tedesco naturalmente, perciò refrattario ad ogni sfumatura, immaginò senzʼaltro che si trattasse di una sontuosa e ricchissima «cocotte». Il Direttore, francese della riva di Provenza, un poʼ tinto di sangue levantino, andò subito col pensiero verso qualche scapestrato ufficiale della caserma di Cavalleria. Il maggiordomo, che aveva una certa grande aria da Casino di Deauville, non tardò molto a presentarsi con urbanità su la soglia della camera, per ricevere il nome della viaggiatrice nel bollettino dei forestieri. Ella si sciolse il velo, si tolse i guanti, e scrisse in fretta con la matita:

—Mimi Bluette—Paris.

Questi lesse, poi rilesse, guardò lungamente la bellissima Parigina, ed in ultimo non seppe frenare la sua naturale stupefazione.

—Pardon, Madame... Est–ce bien Mimi Bluette quʼil faut lire?

—Sans doute. Et pourquoi?

—Mais alors... seriez vous par hasard la vraie, la célèbre M.me Mimi Bluette?

—Je ne sais pas si je suis la célèbre, mais en tout cas je suis bien la seule Mimi Bluette que je connaisse. Faites–moi du thè frappé, si cʼest possible; et, puisque le chauffeur doit avoir soif, donnez–lui de la bière, sʼil en veut.

—Merci, Madame, jʼen boirai volontiers,—rispose il meccanico, tutto intento a disporre le valige sui vari sgabelli.

—Connaissez–vous la ville?—gli domandò allora Bluette, che stava riannodando il suo lungo velo.

—Ça va sans dire, Madame.

—Vous savez donc où se trouve la caserne du 1er Régiment Etranger.

—Rue de Tlemcen, Madame. Pas loin dʼici.

—Voulez–vous mʼy conduire?

—A vos ordres, Madame.

—Descendez, je vous prie; nous venons de suite.

Non appena egli uscì, e furono rimaste sole, Bluette con le due mani si compresse il cuore che le batteva.

—Je le verrai, Linette! Je le verrai tout à lʼheure... Oh, Linette, ma Linette!...

E con un moto subitaneo dʼintima sopraffazione lʼabbracciò come una piccola sorella.

—Viens, descendons. Je nʼai le temps ni de me rafraîchir, ni de me peigner. Sonne pour dire quʼon nous serve ce thè en bas, et très vite. Le cœur me bat. Chaque parole me coûte un effort; je suffoque. Sois à côté de moi quand je le reverrai, Linette!... Quand je le reverrai, ce sera terrible... Oh, tu ne sais pas, tu ne sais pas comme je lʼaime!

A pianterreno tutti gli impiegati dellʼalbergo fecero capolino per vedere Mimi Bluette. Il Direttore lʼassalì di premure, mentre il dissetato meccanico di Orano riaccendeva davanti allʼalbergo il suo fragoroso motore.

Due belle donne, chʼeran visibilmente le dive di qualche provvido caffè–concerto, prendevano il tè con alcuni ufficiali e con un paio di notabili del Montmartre algerino. Un giovine arabo, dagli occhi simili a grosse agate, la pelle color di bulgaro, esibiva le costose inezie del suo bazar ambulante. Quattro europei discutevano dʼaffari in un gergo fatto dʼarabo e di spagnuolo.

Senza indugio Bluette uscì. La diritta via Prudhon, fra la porta di Orano e quella di Daya, aveva lʼaspetto comune ad ogni Sotto–Prefettura di Francia durante lʼimpero frigio della Terza Repubblica. Qualche gruppo di legionari camminava su lʼorlo dei marciapiedi, con lʼaria sfaccendata, stanchi del clima pesante, le mani conficcate nelle saccocce, adocchiando le ragazze che passavano, aspirando con ingordigia il fumo soave che produce la bionda foglia del tabacco dʼAlgeria.

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