Mimi Bluette (continued 2)
Reading edition
—Tu, mamma,—riprese Bluette—non so davvero perchè ti ostini a rimanere qui. Non sei riuscita nè ad imparare il francese nè a passare una settimana senza far nascere qualche malanno.
—«Lʼécoutez–vous, lʼécoutez–vous monsié le conte di Lonzac?... Et dire che ze lʼadore comme la prounelle de mes yeux!»
—Chère Madame, vous êtes encore trop jolie pour que Bluette vous obéisse!...—rispose con una subdola galanteria il signore dʼOlonzac, strizzando lʼocchio a Bluette, che sorrise.
E la bionda Caterina intanto arrossiva di piacere.
—«Que voulez–vous, monsié le conte? Nʼest pas ma fotte si ze resiste encore un pé!...»
—Anzi, mamma, dovresti proprio fare quello che ti ho consigliato io: preparare i tuoi bauli piano piano, mettervi dentro tutto quello che ti abbisogna, e tornartene tranquillamente a casa tua.
—Casa mia? Sai bene che non lʼho più.
—Voglio dire da tua sorella, per intanto. Poi ti rifaresti una casa nuova, bella, comoda: in città, in campagna, come preferisci. Io ti manderei mese per mese tutto il denaro che possa occorrerti; se vuoi ti manderò anche Maurice, per farti servire a puntino... E questo, vedi, è lʼunico mezzo con il quale potremo essere felici tuttʼe due.
—Figlia ingrata!—esclamò la bionda Caterina, toccandosi un ricciolo delle sue trecce finte.
—Perchè ingrata, mamma? Tu verresti a Parigi qualche mese allʼanno, durante la primavera, per esempio, ed io ti spedirei per pacco postale tutti quei regali che mi tocca farti quando abiti qui.—Così parlando ella carezzava la bocca e gli occhi di Roré; fumava, distratta, con il capo rovesciato su la spalliera del divano.
—Senza contare,—seguitò—che tu, mamma, sei ancora una bella donna, e, se ti annoi, potresti anche riprendere marito.
—Certamente non sono vecchia e non son neanche da buttar via...—confessò la madre Malespano, sogguardando il suo bel corpo.—Ma, vedi, sposare un uomo è una faccenda seria, perchè gli uomini al giorno dʼoggi, o di riffe o di raffe, quasi tutti cercano di farsi mantenere...
Il delicato signore dʼOlonzac di nuovo cambiò guancia su le ginocchia di Bluette, e sorrise tranquillamente.
—Però, però,—concluse la bionda Caterina—quello che mi consigli non è del tutto stupido, e forse, uno di questi giorni, prenderò la mia risoluzione.
—Brava, mammina! E decíditi presto, perchè sai bene che fra un mese deve incominciare la mia tournée.

Allora, non appena il signor dʼOlonzac fu andato via, Linette, che aveva origliato scrupolosamente, prese tutto il suo coraggio a due mani, entrò nella stanza dovʼera la sua padrona e si mise a piangere dirottamente, perchè aveva il cuore così gonfio da non poterne più.
Bluette dapprima la guardò stupefatta, poi lʼafferrò per i due polsi, che Linette si premeva contro la faccia, e commossa non ristava dal chiederle cosa mai fosse capitato. Le lacrime cadevano sul bel grembiule di lino. fitte, veloci, e rotolavano giù come perle. Questa povera Bluette, che aveva un cuore di bambina, vedendola piangere, e non riuscendo a cavarle una parola, quasi quasi provava il bisogno di mettersi a piangere insieme con lei. Sʼimmaginò che le fosse accaduta una disgrazia di famiglia, oppure che avesse un amore infelice, oppure che si fosse trovata incinta, come capita qualchevolta contro tutte le previsioni, o che le avesser rubato i suoi risparmi, o che avesse lasciato prender fuoco a qualche scatola di Valenciennes... Ma davanti a ciascuna sua domanda, Linette scuoteva il capo in silenzio e piangeva sempre più. Allora la fece sedere sul divano, come se la padrona fosse lei, e piano piano le carezzava i capelli.
—Dis–moi tout, Linette... Nʼaie pas peur. Si tu as commis une faute, je te pardonne, et si tu as quelque chagrin, je tʼaiderai de tout mon cœur.
Linette allora balbettò:
—Cʼest à cause de vous, Madame, que je pleure...
—A cause de moi, Linette?
—Mais si... parce quʼil fallait vous le dire tout de suite... et ne pas attendre si longtemps...
—Me dire quoi, Linette?
—Mais oui, mais oui... parce que vous êtes si bonne, Madame, et je vous aime si fort, Madame... tandis que lui il nʼest quʼun vaurien quelconque, un gredin quelconque... Oui, Madame! Et mon devoir était de vous le dire avant que vous ne soyez amoureuse de lui...
—Mais de qui parles–tu, Linette?
—Vous le savez bien. Madame... Je parie de ce faux Comte dʼOlonzac, lequel nʼest autre chose que...
—Que quoi, Linette?
—Eh bien, nʼest autre chose que mon frère!... Oui Madame! oui, Madame!... mon propre frère, le désespoir de ma vieille maman, un sale type, Madame!
Bluette fece due passi indietro, e con un gesto nervoso intrecciò le dita. Linette sʼera levata in piedi, ma oscillava come se avesse perduto lʼequilibrio. Dopo una pausa, che durò qualche momento, Bluette, con un senso dʼimprovvisa vergogna, si andò a guardare in uno specchio, e disse:
—Ben, vrai! Ce nʼest pas mal ce que tu me racontes, Linette!
Poi soggiunse, come a sè stessa:—Après tout, sʼil est ton frère, ça ne change pas grandʼ chose... Je savais bien quʼil nʼest pas comte... pourtant je le croyais dʼOlonzac.
—Il nʼest pas dʼOlonzac, Madame.
—Quʼest ce quʼil est donc?
—Il est Messanges, comme moi, Honoré Messanges, et pas un brin de plus. Il était mécanicien dans le temps; plus tard ils sʼest fait coureur de motocyclettes. Il vit, paraît–il, sur le dos des femmes...
—Tiens!...—fece Mimi con simulazione.—Tu le sais pour sûr, Linette?
—Mais tout le monde le sait, Madame! Seulement, avec son titre de comte on le gobe, et il se fait recevoir partout. Cʼest une fine crapule, Madame! Et, dʼailleurs, je vous avais mise sur vos gardes.
—Tu mʼas dit en effet quʼil nʼétait pas ton type... Mais cela nʼavait pas trop dʼimportance, puisque, pour le moment, il était le mien.
—Voilà le danger. Madame. Et comme jʼai entendu quʼil veut se mêler de vos affaires, coûte que coûte, et même au prix de sa vengeance, je vous lʼait dit, et jʼai cru bien faire. Sans doute Madame ne voudra plus de moi à présent...
Bluette si stava incipriando, ma buttò per terra il piumino con un gesto improvviso dʼira.
—Ecoute, Linette! Sors dʼici pour le moment. Parce que tu mʼas rendue nerveuse, et tu mʼembêtes! Je nʼaime pas quʼon sʼoccupe de mes affaires; car je ne suis pas une enfant et je sais à quoi mʼen tenir. Ramasse vite la houppe frotte tes yeux, et va–t–en!
Quando già Linette era su lʼuscio, e stava per andarsene a fronte china, Bluette soggiunse:
—Et gare à toi si tu souffles mot à ton frère de ce que tu mʼas dit!
—Bien, Madame.
—Ni à ton frère, ni à personne.
—Bien, Madame.
—Et si on voit que tu as pleuré, tu diras que tu as des peines de cœur...
—Bien, Madame.
Era già nel corridoio, quando Bluette la richiamò:
—Viens ici, Linette! Jʼai tort de te rudoyer; car tu es une brave fille, et je te remercie. Bien que tu aies tort de me croire si sotte. Car, dʼOlonzac ou Messanges, ton frère ou non, il en faut dix comme lui pour mettre en danger le cœur de Mimi Bluette!
—Jʼen suis bien aise, Madame.
—Je parais écervelée parce que cʼest plus commode; je ne le suis pas, je te lʼaffirme.
Linette le prese un braccio nudo e lo baciò con effusione.
—Si dʼailleurs le jeune comte a été le bienvenu chez moi, cʼest que jʼen ai assez du vieux fabricant de pneus!... Mais jʼai trouvé mieux que ça, Linette! Je voulais seulement faire enrager Fred Chinchilla... Et puis, et puis... ça ne te regarde pas, Linette, mais je tʼassure quʼil est rudemente bien quand il nʼa sur lui ni son veston ni son dʼOlonzac!...

«Mieux–que–ça» era uomo politico, aspirante in pectore ad una futura presidenza della Repubblica. Lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» era nato in un angolo di provincia, come tutti quelli che riescono a farsi prendere sul serio dalla Capitale. Parigi è terreno di conquista, ove difficilmente incontra fortuna la gente che si fa troppi scrupoli e quella che, per star ferma neʼ suoi principii, finisce con mancare dʼogni malleabilità.
Quanto a principii, lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» non ne aveva manco lʼombra.
Quanto a scrupoli, aveva quelli che possono andare dʼaccordo con la transigenza dʼun uomo di spirito.
Le cose che fece in trentʼanni di carriera furono le seguenti:
cambiò partito cinque o sei volte; moglie, due volte sole; amanti, ne cambiò assai. Come segretario, imbrogliò il suo principale, come avvocato, imbrogliò i suoi clienti, come speculatore, i suoi azionisti, come uomo politico, i suoi elettori, come uomo di governo, la Repubblica.
Ma la sua grande astuzia fece sì che i varii partiti ai quali appartenne gli mantennero il voto.
Le due mogli divorziate lo rimpiansero. Le amanti abbandonate non gli serbarono rancore. Il suo principale divenne suo segretario. I clienti affluirono vieppiù numerosi. Gli azionisti gli versaron nuovi capitali. Le due Camere lo vollero Ministro. La Repubblica gli promise di eleggerlo Presidente.
Era un uomo agile, abile, malleabile, che aveva semplicemente saputo compiere la sua strada.
Ordunque il signore dʼOlonzac ebbe la delusione di vedere che Mimi Bluette, nonostante i fatti gravissimi recati a sua conoscenza, manteneva unʼassoluta fiducia nellʼamministrazione del vecchio Monsieur Bollot.
Questo fatto persuase lʼaccorto signore dʼOlonzac a ricercare di bel nuovo le grazie della puntigliosa Fred Chinchilla. Nello stesso tempo il Mercante di Pneumatici, che naturalmente non poteva mettersi a lottare con un Ministro dʼIndustria e Commercio, ritirò le sue credenziali. Ma, per consolarsi dellʼabbandono, fece tappezzare i muri della Capitale con un cartello di pubblicità, nel quale i suoi pneumatici erano fatti preferire al pubblico dal sorriso dʼuna donna che somigliava spudoratamente a Mimi Bluette.
E Linette, cameriera dalle calze di voilé, rimase il domestico angelo guardiano della Ministressa Mimi Bluette.
Ormai dunque le si apriva dinanzi ciò che si usa chiamare «un orizzonte politico». Dalle sue piccole mani quasi azzurre poteva essere gettato qualche dado nel bossolo della sorte repubblicana; sui Dipartimenti e su le Colonie aleggiava il profumo della sua nascosta e leggera sovranità. Se avesse avuto quel bernoccolo del governo che rese illustri tante Ninfe Egerie della politica francese, la prodigiosa Mimi Bluette, inventrice del My Blu, avrebbe forse potuto tramandarsi alla storia insieme con lʼamante del generale Boulanger, od almeno in compagnia di quellʼammirevole ispiratrice, od aspiratrice, che fu Madame Steinheil.
Ma ella di governo ben poco sʼintendeva, ed il Ministro non riuscì a svegliare in lei nessun amore per la politica, nè per gli uomini che si contendono il potere. Ella sopportava questa Eccellenza, come aveva sopportato il Mercante di Pneumatici, come aveva sopportato il Grande Industriale, nonchè tutti gli altri che si erano presi cura di lei, studiandosi di fare quel che poteva per il bene del paese; poichè gli affari dʼun Ministero dipendono spesso dal modo come Sua Eccellenza il Ministro ha passata la notte.
Ora, lʼIndustria ed il Commercio della Repubblica non poterono che lodarsi di lei.
Nella sua qualità di Ministressa ella fu delegata in quei tempi a rappresentare la Repubblica nelle coltri borboniche di un giovine Re Cattolicissimo, che Parigi festeggiava.
Più tardi un Granduca nevrastenico disannoiò nelle sue morbide braccia le imperiali malinconie dellʼanima slava.
E rimase in carica fin quando il Gabinetto fu rovesciato. Poi uscì dalla politica per entrare nellʼamore.

Fu dʼinverno, in una bianca sera dʼinverno, che allʼimprovviso, e col suo cuore di vergine, la divina Bluette sʼinnamorò.
Talvolta ella tornava nel Bar della Grande Rouquine, per ritrovare i suoi compagni, le sue compagne dʼun tempo, e spesso vi pranzava con grande allegria, nelle sere di libertà, quando non doveva danzare o quando S. E. il Ministro le usava la cortesia di lasciarla in pace. Laggiù, nel piccolo Bar, lʼaccoglievano come una reginetta, e non appena Bluette vi entrava, tutti quanti erano sossopra. La Grande Rouquine, col suo cespuglio di capelli rossi, con i suoi occhiacci da gatta selvatica, la voce sonora e fioca, bruciacchiata dallʼarsura delle sigarette russe, la Grande Rouquine, donna che aveva un passato, era sempre là, dietro il suo banco, a tenere in briglia quella famigerata clientela. Vedendola entrare, scattava su come un pagliaccio a molla da una scatola chiusa, le correva incontro, le dava due terribili baci, serrandola fra le sue braccia di befana.
Limka, violino di spalla, tzeco delle Batignolles, attaccava il My Blu.
E siccome, in fondo, Bluette non era nata per frequentare Ministri nè per gustar le freddure di qualche socio della Rue Royale, Mimi Bluette, che vʼera passata frammezzo, ancora si trovava molto bene fra quelle canaglie simpatiche, fra queʼ sinceri e briosi farabutti, che forse valevano poco meno di certi gesuiti rispettabili, affiliati a leghe di pubblica moralità.
Per lei quel Bar della Grande Rouquine rappresentava uno svago ed in certo senso un riposo dalla sua vita di necessaria commediante, quasi quasi un angolo di antica indimenticata famiglia, ove nondimeno avrebbe trovato un rifugio nellʼora del pericolo, quando per avventura il mutevole giuoco della sorte avesse provveduto a punirla della sua troppo facile prosperità. Quella Grande Rouquine, lunga di cosce, priva di seni, con la fisionomia di cera, le voleva bene a modo suo, chissà mai perchè, ma le voleva bene. Se un giorno per avventura le fosse mancato un luigi, Limka, tzeco delle Batignolles, certamente glielʼavrebbe dato a prestito. Florina–Bey, sebbene si vestisse da una sartina di Billancourt, aveva certo più spirito che Fred Chinchilla, e Boblikoff, il terribile Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, lʼamava pur sempre dʼuna sua rassegnata umile passione.
Lì, nel Bar equivoco ed elegante, ove bazzicavan tanti ladri e tanti sperduti, ove la miseria e la nobiltà bevevano le stesse droghe neʼ medesimi bicchieri, dove la prostituzione vecchia e quella non ancora deflorata cenavano su lo stesso tavolino alla musica di My Blu, dove, nelle tarde ore della notte, quando i clienti serii, cioè quelli che pagano, se nʼerano andati, Garcia Pois–Lourd, boxeur deluso, si giocava unʼorzata al picchetto con lʼefebo Jean Kiki, mentre la Grande Rouquine faceva i conti di cassa,—lì, forse, il mondo era peggiore dʼapparenza che in verità, mentre molto spesso altrove il mondo è peggiore in verità che dʼapparenza.
Or quella sera per lʼappunto il Ministro erasi recato a rappresentare il Governo della Repubblica in non so quale Dipartimento; le aveva mandato un ultimo bacio per telefono, ed ossequiato, affabile, ammiratissimo, era partito alle 9 precise dalla Gare de Lyon.
La sola che non ammirasse questʼuomo era proprio Mimi Bluette. Gli è che Bluette, lo conosceva intimamente.
Il Ministro è lʼuomo forse meno amato che si conosca su la terra. Non è più giovane, ha sempre un tono declamatorio, certe maniere burocratiche, non è libero, non è spensierato, non può essere geloso, è troppo autorevole per essere considerato un passatempo e troppo in vista per essere temuto. Paga di solito con denari dello Stato e scrive lettere dʼamore che sembrano protocolli di cancelleria.
Quello poi dʼIndustria e Commercio è un Ministro che non esercita prestigio alcuno su la donna, perchè il suo dicastero manca di attributi speciosi e di cerimonie teatrali. Di più disadorno che il Ministro dʼIndustria e Commercio vʼè soltanto il Ministro delle Poste e Telegrafi; quello poi di Belle Arti e Culti non si capisce bene cosa faccia.
Ma in generale non si capisce bene cosa facciano tutti i Ministri.
Ad ogni modo, per le ragioni sopra citate, Mimi Bluette era molto più allegra quando Sua Eccellenza viaggiava per i Dipartimenti; e quella sera, nonostante la neve, pensò di andarsene al Bar della Grande Rouquine.
Non volle nemmeno servirsi della propria automobile; fece chiamare invece un tassametro sgangherato, per concedersi meglio lʼillusione dʼessere ancora una piccola Parigina in libertà.
Quando la sorte ci ha sollevati al culmine delle più alte fortune, la perfetta gioia consiste nel ritornare verso lʼorigine. E poichè siamo assurdi, se la vita per avventura ci riconduce allʼumiltà passata, quel bene che fu perduto assume ai nostri occhi un lontano colore di felicità.
Bluette, nel veicolo traballante, rivedeva con esattezza il remoto pomeriggio, allorchè, povera e trasognata, giunse nella stupenda Capitale. Si ricordò quella ridda che le apparve sui Grandi Boulevards, la prima sera: «Crémieux.... Luna Park... habille bien... Le Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
E Max? dovʼera Max?
Forse in galera, forse in giro per il mondo, forse diventato un galantuomo... chissà?
Frattanto la neve senza vento cadeva giù fiocco a fiocco, prendendo il colore dei lampioni, la forma delle case, buona, bianca, lieve. Una specie di silenzio candido si avvolgeva intorno al rumore della Capitale. Povere vecchie pedine trottavano sui marciapiedi, sgominate.
Il suo piccolo cuore si strinse. Aveva quasi pietà, in quella sera di neve, dʼogni creatura che non fosse tepida, bella, felice come lei.
Mimi Bluette!... si chiamava Mimi Bluette!... e pronunziare a se stessa il proprio nome le dava quasi una sottile intima gioia.
Traverso i vetri appannati vedeva le case brillare, le strade avventarsi come corridoi di luce nei dedali dei quartieri bui; vedeva le piazze deserte, i cumuli di sedie accatastate con le gambe allʼaria su le terrazze dei caffè, i lunghi funerali immobili delle vetture di piazza, i cinematografi, che lanciavan su la neve iridi violette, gli edifici pubblici, solenni e tetri come prigioni, gli spazzaturai simili a file di deportati, che ammucchiavano la neve, i grandi vestiboli dei teatri, pieni di fiamma,—e tutto questo era un poʼ suo, era un lembo dellʼanima sua; chiunque avesse fatto male ad una delle cose che vedeva, in quella bianca sera dʼinverno, avrebbe fatto male anche a lei.
Nel Bar della Grande Rouquine fu ricevuta come al solito con tripudio e con rumore.
Pʼtit–Béguin, il quale pranzava in tête–à–tête con un forestiero dallʼaria di Pascià, si alzò appositamente per venirle a baciare la mano. Questo, anche nel caso di Pʼtit–Béguin, era certo una galanteria.
Jennie–Minnie–et Lélie, che sebbene alquanto invecchiate costituivano sempre un inseparabile trio, le fecero grandi accoglienze, anche nella previsione che Mimi volesse pagar loro la cena. Il bookmaker Cliffton interruppe la lettura del Paris–Sport per mandarle un asciutto complimento inglese, che voleva probabilmente essere un invito. Ma ella si mise allʼultimo tavolino, presso il banco, perchè in tal modo poteva meglio discorrere con la Grande Rouquine.
Frattanto Limka suonava il My Blu.
Adesso, di My Blu, ve nʼeran centinaia; ogni grattacorde, o picchiatasti, cercava di mettere in voga il proprio. Ma Limka, tzeco delle Batignolles, suonava il My Blu classico, il primo, quello chʼera stato creato per la divina Bluette.
Quella sera la Grande Rouquine era vestita di verde, dʼun verde verdissimo, ed aveva intorno al collo un boa nero, dʼun nero nerissimo, che le faceva star bene il volto, freddo come lʼelettricità.
Vʼera molta gente quella sera, e la Grande Rouquine governava tutto il servizio con la fiamma deʼ suoi occhiacci verdi. Ai tempi di Bluette il Bar non aveva che quellʼunica sala, e qualche ammezzato ove si giocava dʼazzardo; ma ora le sale a pianterreno si erano moltiplicate, sebbene conservassero una disposizione ambigua da labirinto e ci fosse ancora, presso lʼentrata, quel famoso paravento contro il quale ruzzolò Max quando ricevette il formidabile pugno di Boblikoff. E cʼera il medesimo Boblikoff, che ormai doveva essere divenuto qualcosa nellʼamministrazione del locale, pur conservandosi una rispettabile aria da cliente.
Buona cucina, belle donne, bei ragazzi, atmosfera di malavita elegante, spaccio clandestino di afrodisiaci e di stupefacenti, ecco forse alcuni fra i mezzi chʼerano serviti alla Grande Rouquine per mettere di moda il suo ritrovo.
In primo luogo Mimi ebbe voglia di mangiare certe «moules–marinière», che vide passare fumanti nella zuppiera di terracotta.
—Attention! elles sont très lourdes le soir...—lʼavvertì amabilmente Sanderini, personaggio in redingote, grande consumatore di paglie Négri–Pipoz, che doveva probabilmente esercitare qualche altro mestiere, oltre quello di passare sei o sette ore, su le ventiquattro, nel Bar della Grande Rouquine.
Questo Sanderini era magro come il tifo e luccicante come lo smeriglio, per colpa della sua marsina. La faccia gli rientrava nella bocca, lasciando fuori solamente un naso ridicolo ed un mento che pareva il naso capovolto. Sanderini faceva tutto quello che chicchessia volesse far fare a Sanderini: dal condurre i curiosi a veder i quadri viventi, sino a provvedere mazzi di carte preparate o combinare unʼudienza con lʼArcivescovo di Parigi. Se lʼinvitavano a cena, mangiava molto volentieri; se lʼinvitavano a bere, beveva più che volentieri; per conto suo lʼamabile Sanderini faceva un gran consumo di paglie Négri–Pipoz.
Ora, nonostante il suo consiglio, Bluette, ingorda, mangiò «les moules–marinière». Sanderini, seduto sopra uno sgabello, presso il banco, si limitò a provarne cinque o sei. Le trovò salate, perchè aveva lo spirito critico, ed anche perchè, avendo fatto il giro del mondo, in nessuna cosa egli mancava di esperienza.
Intanto Boblikoff venne a farle un poʼ di corte; per lei fece portar su dalla cantina un Barsac memorabile, che andava molto bene con «les moules–marinière».
Mimi era distratta.
Il Jokey Perry, che insanguinava il piatto con la sua costata fiammeggiante, le dava noia, parlandole con la bocca piena dalla tavola del bookmaker Cliffton.
—Tu vas voir,—disse la Grande Rouquine, con la sua voce riarsa,—ils vont foutrʼ de la Worcester Sauce même dans lʼomelette–confitures!
Mimi sorrise. Ma Sanderini fece una tal risata che minacciò di precipitare dallo sgabello. Questa risata condusse alla tavola di Bluette anche Florina Bey, che incominciò a raccontare una lunghissima storia, la quale a Mimi non importava niente,—perchè Mimi era distratta.
Entrò Lucien–Lucienne, che per affettazione vestiva in abito da mattina, con quella eccentricità particolare dei prostituti. Era ben dipinto, e si mise un poʼ di cipria sotto il mento, un poʼ di saliva sui forti sopraccigli; e questo fece senza nascondersi, anzi davanti allo specchio chʼera nel fondo. Poi si avanzò, camminando su le uova, in guisa da parere più dolce che poteva.
—Povero Lucien–Lucienne!—pensò Bluette;—è ormai sullo sfiorire. Gli viene un poco di pancia; poi si vede súbito che porta un mezzo parrucchino per nascondere la calvizie...
Le colonel Pistafer, clubman di cartapecora, che tutti chiamavano «mon Colonel», pranzava con due minorenni, le quali per ora possedevan solo un braccialetto dʼargento per ciascuna e portavano le trecce ancora sciolte su le spalle. Pistafer non avrebbe certo impedito a quelle brave ragazze di restar vergini finchè a loro piacesse; inoltre Pistafer soffriva di vescica, e cinque sei volte almeno durante il pranzo era costretto ad abbandonare la mensa, «per andarsi a lavare le mani», comʼegli diceva con molta serietà. Ma súbito Limka, tzeco delle Batignolles, attaccava «le refrain du Colonel», mentre i suoi musicisti cantavano in coro:
«Mon Colono, mon Coloni, mon Colonel va faire pipi!»
Ryff esponeva i suoi schizzi contro il paravento; Gorgonel improvvisava quartine per un bicchiere di Sciampagna; lʼindiana Sit, vestita di serpenti fosforici, danzava la danza dellʼoppio; il giornalista Linnée Ledoux, fra una bottiglia di Whisky ed un mucchio di patate fritte, meditava certo il suo ricatto settimanale; Minnie, la più bellina del famoso trio, sperava di sedurre un piccolo tedesco impariginito; Mohammed preparava il caffè turco per una compagnia di belle Americane.
La grande Lison, tribade impenitente, nutriva con cibi sostanziosi la sua piccola ed anemica Loulou. Pranzavano insieme, ad un tavolino appartato, mostrando chiaramente che il vecchio Adamo era stato un personaggio inutile nella storia del genere umano.
—Cette pauvre Loulou,—disse la Grande Rouquine,—comme elle a lʼair vanné! Un jour ou lʼautre Lison va lui faire rendre lʼâme...
—Cʼest une affaire de goûts, rispose Bluette.—A moi, par exemple, leur vice ne me dit rien.
—Cʼest que vous êtes une vraie femme, vous!—esclamò Sanderini, che frattanto spilluzzicava senzʼaverne lʼaria tutto il pranzo della indulgente Mimi.
—Vous croyez, Sanderini, vous croyez?...
—Pardi si je le crois! Et je vous en félicite, chère Madame!
—Tais–toi, vieille chandelle!—fece la Grande Rouquine.
—Jʼai mes principes, la Grande! Et je nʼaime guère celles qui nʼont pas de goût pour notre sexe.
—Est–ce que tu as seulement un sexe, toi?—rimbeccò la Grande Rouquine, con dispregio.
—Eh bien, la Grande, je suis toujours là, si jamais le cœur vous en dit!
Mimi sorrideva con gli angoli della bocca; ma quella sera Mimi sembrava quasi trasognata, e sebbene sorseggiasse continuamente il suo bicchiere di Sciampagna, non vi trovava nel fondo che una specie di nervosa e distratta irrequietudine.
Cʼera qualcosa che visibilmente le dava noia, le dava turbamento, le dava una specie di malessere o dʼinspiegabile perplessità.
Finalmente si protese verso il banco della Grande Rouquine per domandarle:
—Mais qui est–il donc cet homme, assis en face de moi, près de Cliffton, et qui a une figure si étrange?
Dal suo posto la Grande Rouquine non poteva ben vederlo, perchè aveva davanti a sè una colonna di scatole dʼAvana; ma levatasi ritta, e veduto lʼuomo del quale parlava Bluette, le rispose, anchʼella sottovoce:
—Eh bien, cʼest quelquʼun, ma foi, qui mʼintrigue fort moi–même. Il a réellement une tête extraordinaire!
—Est–ce que tu le connais?
—Pas du tout. Je le vois par intervalles. Il vient, il dine, il lit les journaux étrangers, ou bien il observe tout ce qui se passe, avec ses yeux de magnétiseur et son air dʼégarement qui le rend si agréable. Le maître–dʼhôtel mʼa dit quʼil sʼappelle Castillo.
—Un Espagnol?
—Que sais–je? Il parle le français comme moi. Il parle dʼailleurs toutes les langues, car, un soir, je lʼai entendu causer avec un Russe, et lorsque Mohammed lui sert son café ils se disent des amabilités en turc.
—Il est bel homme, tu sais!
—Ma foi... si tu trouves que les hommes gagnent quelque chose à être beaux!...
Bluette prese unʼaria di capriccio, unʼaria quasi timida, quasi furtiva, unʼaria di bambina, e sottovoce disse alla Grande Rouquine:
—Jʼaimerais bien le connaître!
Si vede che lʼillustre Sanderini possedeva un udito finissimo, perchè rispose con la bocca piena:
—Il nʼy a rien qui soit impossible, lorsquʼon peut compter au nombre de ses amis le nommé Sanderini, suceur de pailles.
—Mouche–toi, vieille bronchite!—lo insolentì la Grande Rouquine.
Ma Bluette si mostrò confusa, come se le tornasse negli occhi tutto il pudore di una dimenticata e quasi lontana castità. Bevve un lungo sorso, poi rispose allʼamabile Sanderini:
—Quel vilain homme vous êtes! Rien ne vous empêcherait de me rendre même ridicule! Et puis, jʼai dit cela pour rire, Sanderini... Je vous en prie, nʼen faites rien.
—Cʼest entendu, cʼest entendu! Mais quoi? Vous laisserez donc rentrer à la cuisine, presque intacte, une pareille gélinotte, si dodue et si blanche? Ce serait une grave indélicatesse!
—Permettez–moi de vous en servir une aile, cher Sanderini.
—Jʼen goûterai, par gourmandise et par complaisance, car mon estomac est tout détraqué. Demain matin, dʼailleurs, je me purge.
—Très bien, cher ami, En attendant versez–moi du Champagne. Car, voyez–vous, jʼai envie de devenir très gaie... très gaie!... Mais, où est allée Florina?
—Florina doit jouer son numéro tout à lʼheure. Elle est allée se déguiser en femme nue. Un costume qui lui sied très bien, parce quʼelle est bien faite.
Ma quei discorsi di Sanderini la interessavan molto poco; e lʼonestʼuomo comprese chʼera meglio rispettare la sua distrazione.
Mimi allora fece una cosa molto leggiadra.
Quello straniero la guardava ed ella guardava quello straniero. In un momento che nessuno la vide, alzò il bicchiere di Sciampagna, il bicchiere che brillava come un fiore di cristallo fra le sue minuscole dita,—e questa fu la cosa molto leggiadra chʼella fece per quello straniero: gli mandò, prima un sorriso, poi si portò il bicchiere vicino alla bocca, rovesciò indietro la fronte, chiuse gli occhi, bevve per lui...
In quel mentre Florina–Bey stava per cominciare il suo numero.
Egli rispose facendo a sua volta la stessa cosa, ma lentamente, naturalmente, senza il più piccolo stupore. Il sorriso nasceva nella sua faccia senza muovere i lineamenti; nasceva neʼ suoi fermi occhi, splendenti come lʼacciaio delle rivoltelle ossidate.
Non era più giovine; doveva esser quasi vicino ai quarantʼanni, sebbene la sua pelle abbronzata conservasse un liscio colore di gioventù. Robusto, arido, agile, mostrava un singolare aspetto fra il gentleman ed il cowboy. Qualche riflesso bianco gli correva tra i capelli nerissimi; i baffi aspri, tagliati a filo su lʼorlo del labbro, mettevan un segno di ruvidezza nella sua faccia quasi delicata.
La divina Bluette provò subitamente la gioia di possedere, nellʼanima e nei sensi, un piccolo secreto. Provò quella gioia sottile, irritante, esilarante, quella gioia fresca e pungente come la spuma dello Sciampagna, che ubbriaca lʼessere al pari dʼun afrodisiaco, allorchè si riceve il primo sorriso dʼuna creatura che piace.
Lʼamore non è mai altro che una prolungata memoria di questo momento.
Allora ella godè perfettamente il piacere di sentirsi bella, di mandar luce da ogni fibra del suo corpo giovine, di contenere in ogni vena, come un dormente brivido, la sua profumata e calda femminilità.
Aveva quasi ventisette anni, la divina Bluette, e non si era mai, se non per ischerzo, innamorata. Nel suo profondo essere qualcosa parlò, che fino allora non aveva mai detto parola; e dʼun tratto si accorse chʼella pure avrebbe saputo darsi ad un uomo, ad un amante immaginario, come fino allora la divina Bluette non si era data mai. Lo guardava, soggiogata, un poʼ confusa, come se in lei fosse ancora un non so che della fanciulla, e provava nel medesimo tempo una sorda irritazione contro sè stessa, una sorda gelosia di quellʼuomo chʼera semplicemente uno sconosciuto,—una bella fugace ombra che passava davanti al suo bicchiere di Sciampagna.
Tuttavia, sʼegli fosse venuto a prenderla, per condurla fuori, ella, senza rispondere, sarebbe andata con lui. Sarebbe andata con lui traverso la neve, per le vie scure della Parigi addormentata, senza parlargli, ma serrando il suo braccio, affondando le scarpine scollate nella soffice neve, nascondendo il mento freddo nel bavero della pelliccia cosparsa di brina. E sarebbe andata con lui, dovunque la conducesse, tacendo, senza guardarlo, come una timida bambina ubbidiente, solo perchè non poteva resistere al piacere di stargli vicino, solo perchè nessun uomo aveva mai saputo farla pensare allʼamore come la faceva pensare allʼamore la faccia indefinibile di quello sconosciuto...
E Sanderini diceva:
—Ma foi, la Grande, si Florina avait autant dʼesprit quʼelle a de belles fesses, Florina–Bey serait au moins Florina–Pacha! Mais la pauvre nʼa jamais su ni faire des dettes ni se les faire payer: ce qui, pour une femme, équivant à manquer sa carrière.
—Tu me rases, vieux coquillage!—dichiarò senzʼaltro la Grande Rouquine, con la sua voce bruciacchiata.
E Mimi frattanto sorseggiava il suo bicchiere di Sciampagna, piano piano, con delizia, fissando gli occhi nel calice per osservare il liquido biondo che spariva.
Immaginazioni distanti rinascevano con felicità nel suo confuso pensiero; lembi di desiderio, staccatisi da lei come petali da una rosa, tornavano con profumo a ravvolgere le sue vene; pagine dʼamore, scorse con voluttuoso ma incredulo piacere, passavano con sembianze di verità nella sua memoria sovraeccitata, e come sotto il potere dʼun afrodisiaco sottile, sʼimmaginava nel suo letto caldo, fra le braccia di quellʼamante sconosciuto. Lo guardava con insidia, e quasi temeva, nel guardarlo, chʼegli potesse indovinare il suo recondito pensiero.
Ma dʼun tratto egli medesimo sʼalzò; venne a scegliere un sigaro vicino al banco della Grande Rouquine. Sanderini, amabilmente, gli cedette il suo proprio sgabello e non mancò di attaccare discorso dandogli un buon suggerimento:
—Le savant fumeur que je suis, cher Monsieur, me pousse à vous recommander ces grands Corona y Corona,—Claro—dont la feuille est satinée comme la peau voluptueuse des Créoles... Jamais vous ne trouverez de meilleur cigare dans tout Paris. Lorsque jʼétais à la Havane...
E narrò così belle storie sul paese del sigaro Avana, che lo straniero, per compensarlo, finì con offrirgliene uno.
Tutto questo accadeva presso la tavola di Bluette, mentre Bluette, confusa, guardava nel mezzo della sala. Dopo il numero di Florina–Bey, un piccolo negro in marsina rossa ballava suonava e faceva un poʼ di humour con le doppie suole delle sue scarpe indiavolate. Il piccolo negro scivolava e tamburinava coi piedi su lʼassito cosparso di sabbia, facendo acrobazie mirabili, senza mai perdere il tempo. Le belle Americane, diventando irrequiete al suono di quelle musiche nazionali, battevan le mani con entusiasmo e gli lanciavano marenghi dʼoro.
In quel momento Sanderini diceva:
—En effet, Monsieur, je suis dʼorigine italienne; mais suis né a Chartres et jʼai fait mes études à Genève...
—Toi, mon vieux,—interruppe la Grande Rouquine,—tu dois avoir fait tes études à la Nouvelle, car il suffit de te regarder pour comprendre que tu viens du bagne.
—Elle a le caractère un peu vif, la Grande...—osservò con dolcezza lʼottimo Sanderini.—En tout cas je suis bel et bien dʼorigine italienne, ainsi que mon nom lʼindique, et licencié en droit, si Madame le veut bien.
—Ce qui est certain cʼest que tu as passé à travers le Code Pénal comme le fil à travers lʼaiguille. Et, quant à lʼorigine, les fripouilles comme toi nʼen ont aucune. Tu es né Sanderini et tu vas crever Sanderini, un de ces jours, je lʼespère.
—Elle me taquine, cher Monsieur, elle me taquine! Et savez–vous pourquoi? Parce quʼelle a un béguin pour moi, sans doute!
La Grande Rouquine si mise a ridere.
—Tu en as du toupet, vieille camelote!
—En tout cas, Monsieur,—fece Sanderini,—si vous désirez connaître une vraie Italienne de naissance, quoiquʼelle soit aujourdʼhui la plus délicieuse de nos Parisiennes, je vais vous présenter à Madame Mimi Bluette, qui aime les gens dʼesprit. Ecoutez un instant, Madame Bluette. Je vous présente ce Monsieur, dont le nom est Castillo, et qui, depuis cinq minutes, mʼhonore de son amitié.
Mimi si volse rapidamente, non seppe che rispondere, divenne leggermente rossa e fece un piccolo saluto.
Allora lʼottimo Sanderini, dopo esser rimasto accanto a loro quel tanto che gli parve necessario per aiutarli a vincere lʼintoppo delle prime conversazioni, pensò che ormai, come premio della sua fatica, poteva certo fare assegnamento sovra un paio di marenghi da estorcere in modo garbato alla generosa Bluette; e, per intanto la sua naturale compiacenza gli suggerì di lasciarli scrupolosamente soli.
Questo pensiero ebbe anche la Grande Rouquine, che, senza dir nulla e con lʼaria più naturale del mondo, traslocò il suo ufficio di cassiera proprio allʼopposto angolo del banco. Frattanto lʼottimo Sanderini andava dappertutto scrutando con occhi di lince, per decidere qual fosse il miglior tavolino sul quale stendere di bel nuovo le sue caute reti. E poichè gli parve che le clienti più munifiche della serata fossero per lʼappunto quelle rumorose Americane, fece una buona provvista di paglie Négri–Pipoz, e con il sigaro del bel Castillo fra i denti se ne andò ad occupare un posticino libero, presso la tavola dove sʼallineavano in file numerose le vuote bottiglie di Pommery, drapeau Américain.
Senza dubbio lʼottimo Sanderini aveva una singolare predilezione per le tavolate allegre, dalle quali volano con facilità i bei marenghi dʼoro.
Ed allora quei due rimasero lì, vicini e muti, con la bocca su lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.
Qualche volta la solitudine improvvisa diventa una vera fatica, una vera difficoltà. Bluette, per far qualcosa, rigirava intorno al polso, guardandoli con attenzione, i suoi braccialetti pesanti. Castillo, da buon fumatore, osservava con insistenza la cenere del suo Corona y Corona—Claro—eccellente sigaro in verità.
E frattanto non le diceva nulla.
Bluette, la divina Bluette così piena di spirito, per fare come lui, non trovava neanche una parola.
Forse temevano entrambi di potersi dire, per prima cosa, una sciocchezza.
Ma Bluette lo guardava.
Egli no.
Egli era fierissimo, con la fronte china; i fili bianchi deʼ suoi capelli brillavano fra le ondate nere. Aveva nel dito anulare un solo anello, chʼera uno smeraldo intenso come un brillante verde; al bottone della camicia una piccola perla nera; tra il pollice e lʼindice della mano destra una profonda cicatrice, che gli saliva sino alla giuntura del polso.
Bluette lo guardava minutamente, come una donna guarda lʼuomo che vuol conoscere. Qualcosa dʼambiguo, dʼinspiegabile, si muoveva intorno a quella fisionomia, quasi fosse lʼatmosfera visibile del suo spirito, il colore della sua nascosta volontà.
Finalmente egli disse questa cosa importante:
—Je sais quʼon vous appelle My Blu.
—En effet on mʼappelle My Blu... Oui, Monsieur, on mʼappelle My Blu. On mʼappelle aussi Bluette, et Mimi Bluette si lʼon veut être pédant. Oui, Monsieur! Ce qui est drôle cʼest quʼon écrit My Blu et on prononce My Blou... Il y a partout des gens qui ne savent pas la grammaire!
—Cʼest très gentil My Blu...
—Vous trouvez? Moi je nʼy trouve rien dʼextraordinarie. Et vous, comment vous appelle–t–on, si ce nʼest pas indiscret?
—Est ce que vous me demandez mon «vrai» nom?
—Mais... pas du tout!
—Eh bien, on mʼappelle Hilaire Castillo.
—Hilaire? Hilaire?... Mais il y a quelque chose de trop dans ce nom de vieux moine! Tenez: moi, par exemple, jʼaimerais mieux vous appeler tout simplement Laire...
—Jʼaccepte.
—Merci. Et alors versez moi du Champagne monsieur Laire!
—Voilà: votre coupe dʼabord, la mienne ensuite, et je vais boire à votre santé, My Blu! Parce que vous êtes depuis longtemps la seule femme qui me plaise...
Bluette guardò nella spuma del bicchiere; gli occhi le brillarono; vʼimmerse la bocca, e ridendo si abbandonò allʼindietro, contro la spalliera, con una specie di sottile vertigine.
—Vous me dites une chose qui me fait extrêmement plaisir... Je ne sais pas qui vous êtes... mais enfin cʼest très gentil quand même!
Cosʼaccadeva in lei? Non lo seppe, non lo pensò, non lo volle pensare; ma qualcosa certo accadeva di somigliante allʼebbrezza che dà la musica di una danza nuova, in quelle sere piene di follìa quando la felicità chiusa nellʼanima sembra che abbia un sapore su lʼorlo dei calici, un trillo su gli archetti dei violini...
Ecco: poichè non sʼera innamorata mai, era bella di tutta la sua bellezza e sapeva innamorarsi in una sera.
Così egli la teneva ravvolta nel suo sguardo immobile, così la sua voce turbata le dava unʼimpressione di stordimento.
Erano due desiderii, nullʼaltro, davanti allʼilarità, nullʼaltro, che manda un bicchiere di Sciampagna; la poesia che cʼè nella vita, che cʼè nellʼamore: musica dei sensi nellʼanima, dellʼanima nei sensi—nullʼaltro.
Ella era passata, quasi come una vergine, fra il piacere di sè stessa e la fatica del piacere altrui; egli veniva chissà mai da qual vita, solo, con gli occhi giovini che splendevano dʼun passato buio.
Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi, come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di pólline, che manda profumo....
E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante percorresse la sua viva nudità.
In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia, quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa, quellʼinvolontario piacere.
Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere sfacciata.
Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere una femmina.
Gli aveva sorriso.
Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.
Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei. Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse per distruggere tutto quello che sentiva.
—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose que je nʼai jamais pu oublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium. Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je? cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle, si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître. Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot. Bluette.... ma véritable folie!...
Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.
Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di vertigine:
—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...
E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei, per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.
Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio della sua bianca nudità.
La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio di sole.
I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così, ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida, e lʼintero suo corpo quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.
Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca, per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.
Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce, pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che non le aveva pronunziate ancor mai...
Tacquero.
La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica dellʼefebo Jean Kiki.
Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a fianco.
—Et alors, Bluette?
—Et alors, monsieur Laire?
—Si on sʼen allait dʼici?
—Où donc?
—Nʼimporte.
—Allons–y!
Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.
—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez servi ce soir un dîner assez illogique.
—Oh, Madame!...
Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous serait égal...»
—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.
Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole compagnia.
—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!
E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note capziose dellʼantico My Blu.
Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al meccanico:
—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.
Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il bavero della sua casacca e rispose:
—Bien, mʼsieu!
La neve senza vento cadeva su la città in calme strisce verticali, che sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo nelle zone dʼoscurità.
—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...
Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.
Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza dei Campi Elisei.
—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée, nʼest–ce pas, monsieur Laire?
La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di gocciole, che si fermavano assiderate.
—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?
—Presque jamais.
—Etes–vous français?
—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.
Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.
—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?
—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas, dans le quartier du Luxembourg.
—Oh, comme cʼest drôle!
—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?
—Ce que vous dites...
E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del Bosco.
—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?
—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!
—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?
—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas y être.
—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!
—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime, voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.
—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends rien. Vous allez peut–être vous imaginer que je suis une femme très facile, mais...
—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...
—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit avec un inconnu.
Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:
—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.
—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.
—Est–ce que vous lʼaimez?
—Voilà une question inutile, par exemple!
—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?
—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!
Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse. Allora ella soggiunse, con una voce affabile:
—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!
Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve necessario affermare una seconda volta:
—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.
Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò, la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...
—Laire... monsieur Laire...
—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là, depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...
Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo respiro.
Ed egli le diceva:
—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude; rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit, et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant, lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté, ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle. Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...
Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore del suo corpo, e lo baciò.
Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.
Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio, in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande respiro...

E questa era poesia.
Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore, assurda e semplice comʼè lʼamore.
Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.
Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.
Questa era poesia.
Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta, quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.
Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei navigli che partono e dietro le finestre chiuse.
Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera dalle zolle dʼun seminato.
Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.
Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.
Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.
Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate come il teorema di Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di essere diventate una seconda Madame Bovary.
Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.
E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente, allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera; non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di castità.
Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.
Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore degli uomini, è veramente poesia.

Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente aveva telefonato a Linette:
—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.
—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...
—Zut!
E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.
Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui, nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa quando lʼamore diventa una follìa.
Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un pallido sole.
Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della Bastiglia.
Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.
Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie, nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.
Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza del quartiere.
Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere, quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza delle gonne dimesse il piede leggero.
Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di non esser riconosciuta.
Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non amare che lui.
Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze una traccia di perpetuo godimento.
Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.
Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza dellʼinfinito.
Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di paradiso.
Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi occhi appassiti.
Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini, pareva che avessero un contorno di gelo.
Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente, laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?
Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non potersi esprimere con parole.
Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.
Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.
Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.
Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni, sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella, dopo due giorni dʼamore.
Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:
—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...
Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.
—Quoi donc? Tu pleures?
—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»
—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.
Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature prima di sottomettersi al restauro mattutino.
—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!
Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del quale disse con naturalezza:
—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con le brioches calde, perchè ho molta fame.
—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?
—Sono stata via, mammina, via... via...
—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!
—Io fresca? Perchè?
—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anzi è tornata iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.
Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva spogliata sino alla camicia.
—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.
—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere tu, Linette. Ho una fame che muoio.
—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...
—Sei un poʼ matta, cara mammina...
—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.
—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non essere svegliata.
—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...
—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!
—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci di mezzo anche il decoro della casa!
—Nientemeno!
—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due giorni senza dir niente a nessuno.
Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise dolcemente a cantarellare:
«Les mains des femmes, je le proclame, sont des bijoux dont je suis fou!»
—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!
—...je le proclame...
—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?
—...dont je suis fou!... oouu!...
—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie non riuscirà mai a far carriera!
Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere dal pettine quelli che sʼera strappati.
Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.
—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti arrivano in bocca e sei lì che mi sembri di ritorno da una messa nera! Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!
—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata, brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches! Próvale anche tu, mammina.
Ella ubbidì. Si mise docilmente a sedere davanti alla sua bella figlia, che divorava le brioches tepide spalmandole di burro. Frattanto Linette, con le sue mani agili, raccoglieva dietro la spalliera della poltrona tutto quel disordine di capelli biondi e leggermente li pettinava.
—Tieni, mammina!—Le dette una mezza brioche, lucida, ben preparata.—Non è vero che son buone?
—Bella novità! Le brioches sono brioches, il burro è burro, e tu sei una stupida! Cosa cʼè di straordinario nel mangiare quello che mangiamo tutte le mattine?
—Eh! dis donc, Linette, fais plus doucement! Ce nʼest pas une raison, parce que jʼai beaucoup de cheveux, pour mʼen arracher des touffes!
—Cʼest quʼils sont très embrouillés, Madame!
—Te lʼho detto mille volte, Bluette: sii meno civetta e fa la treccia se anche non vai a letto sola. Perchè vi sono certi uomini i quali non sanno muoversi senza mettere i gomiti sui nostri capelli.
—Però tu li hai conservati, mammina.
—Io non ho mai fatto le sciocchezze che fai tu. Perdere un Ministro per stare qualche ora di più con un amante... è ridicolo!
—Diʼ, mammina!... fammi una confidenza, ma proprio una confidenza sincera... Qualʼè lʼuomo del quale sei stata veramente innamorata? quello che ti ha presa, anima e corpo, non appena lʼhai veduto?
—Io? Ma che sciocca! Ne ho avuti molti.
—No: uno, il più forte... quello che, se ci pensi, tremi ancora.
La biondissima Caterina sospirò, chiuse gli occhi per raccapezzarsi, poi divenne seria.
—È stato, se vuoi che te lo dica, quel poco di buono al quale ho permesso di diventare tuo padre. Gli volevo tanto bene, che quando sono rimasta incinta di lui non ho avuto nemmeno il coraggio di dirglielo, per non dargli una seccatura, e nemmeno quello di andare da mia sorella, che fa, se ti ricordi, la levatrice.
—Ah, sì?...—fece Bluette, guardandola con gli occhi divenuti grandi.
—Sì, precisamente. Ma cosa tʼimporta ora di saperlo?
—Nulla, mammina. Era una semplice curiosità.
In quel momento si udì squillare la scampanellata lunga ed imperiosa con la quale il portinaio soleva distinguere le visite di Sua Eccellenza.
La bionda Caterina, impaurita, si rifugiò nella propria camera; Linette, per lo spavento, rimase col pettine affondato nella treccia della sua padrona.
—Voyons, Linette, est–ce que tu perds la tête à présent? Passe–moi ma robe de chambre, et file!
Subito «Egli» entrò. Aveva una faccia da dittatore accigliato.
—Bonjour, «Excellence!» Je vous croyais au Ministère... vous voilà! Cʼest de la chance!
—Pas de plaisanteries, Bluette! Je viens pour savoir où vous avez été ces deux jours et quel était le personnage avec qui vous avez quitté, dimanche soir, à 11 heures, le Bar de la Grande Rouquine.
—Tiens! On vous a déjà renseigné? Cʼest parfait!
—Jʼattends une réponse, Bluette.
—Oui? Et bien, jʼai été avec ce «personnage», évidemment!
—Petite coquine!—esclamò il Ministro, andandole presso con aria minacciosa.
—Plaît–il?
—Vous avez lʼair de vous ficher de moi, si je ne me trompe!
—Mais, pas du tout... Jʼai lʼair de vous dire la vérité, puisque vous me posez des questions. Préférez–vous que je vous mente?
—Je veux savoir quel est cet homme. Quant au reste... je mʼen moque!
—Cela ne vous regarde pas, Monsieur le Ministre. Cʼest quelquʼun, sans doute, qui nʼest pas grossier comme vous lʼêtes.
—Hein? vous dites?
—Je dis, «Excellence», que je vous prie de me ficher la paix!
—Mais... vous plaisantez, jʼespère!
—Non, je ne plaisante pas du tout. A partir de ce matin je donne ma démission du Ministère et je rentre dans la vie privée.
—Est–ce bien sérieux ce que vous dites?
—Forcément... puisque je vous ai trompé. Ce qui serait encore pardonnable, si je nʼavais pas lʼintention de vous tromper derechef, tous les jours, et même deux fois par jour.
—Et cʼest tout ce que vous me dites pour vous justifier?
—Cʼest tout...
—Ma foi, ce nʼest pas ainsi que je lʼentends!
—Tant pis pour vous, «Excellence!» Moi, jʼai tellement sommeil, que jʼen tombe, et je vous serais bien reconnaissante si vous me permettiez de me coucher.
—Nous réglerons cette affaire–là, Bluette!
—Quand vous voudrez, «Excellence!...»
Era un uomo di Stato, non volle insistere, partì.

Giorni dʼamore.
Solitudine perduta e stupenda in mezzo alla Città piena di strepito, nel potere di questʼuomo, che non sapeva chi fosse; lei, con il suo mazzo di fiordalisi, ma che non era più Bluette.
Era una luce fedele su lʼombra della sua via.
La neve se ne andò; vennero, per il cielo trasparente, le nuvole azzurre dei mesi di primavera. Gli alberi dei giardini si orlavano al crepuscolo dʼuna trasparenza dʼoro; i vasi della povera gente mettevano già qualche fiore sui davanzali dei quarti piani, sotto le grondaie. Nel fiume che traversa la metropoli, ogni tanto, unʼondata quasi azzurra passava; i frettolosi battelli, sotto i ponti, correvano con ilarità. Le più belle ragazze dʼogni quartiere andavano per istrada con il collo nudo.
E così fu primavera.
Su la Città grande, rumorosa, che le aveva data la gloria, il suo nome di etera giovine tramontò.
Non la videro più i teatri splendere alle ribalte, sui tappeti sparsi di fiordalisi, ove la danzatrice inimitabile danzava.
Non la videro più le strade consuete, gli ippodromi fioriti nei giorni di primavera, i viali mattutini del Bosco, i ritrovi pomeridiani che si affollano verso lʼora del tè.
Scomparve dalle case di mode, ove i più rari gioielli dellʼingegno parigino a lei gelosamente serbavano i maestri dʼeleganze; scomparve dalle sale degli spettacoli notturni, ove il suo giungere sollevava ondate dʼallegria, battaglie di fiori, e, sui trillanti violini, le cadenze dellʼantico My Blu.
Nulla riuscì a vincere la sua volontaria solitudine; sparì comʼera venuta, simile ad un raggio di sole. Sparì come i fiori cadono dal maturo albero, in una sola notte, lasciando ancora nellʼaria il loro inestinguibile profumo.
Questa creatura limpida, chʼera stata così bella da innamorare una città, seppe divenir bella per un amante solo. Per lui sentì che ogni donna, quando sʼinnamora, dissuggella e perde veramente la sua più nascosta verginità.
Era stata una femmina di gioia, splendida e libera, che si dava con la fredda passione, con la fredda mimica delle sue danze; qualchevolta si dava con una specie dʼinebbriata illusione, quasi ubbidendo alla prepotenza della sua gioventù. Ma ora, dʼimprovviso, dopo tanti anni di vizio, conosceva il pudore.
Sì, conosceva il pudore. Voleva mettere un velo sopra il suo corpo divino, che i talami ed i teatri avevano posseduto.
Ed era piena di malinconia quandʼegli le diceva una parola che potesse alludere al suo passato. Poichè lʼuomo non riesce mai a comprendere questo rinverginire dellʼanima, che forse rappresenta la più vera e forse lʼunica purità.
Era piena dʼirritazione quando, in un modo qualsiasi, nei loro discorsi ripassava la storia di Mimi Bluette.
Non era mai stata fanciulla, ora lo diventava. Ora capiva perfettamente il velo bianco delle spose che sʼinginocchiano davanti allʼaltare. Sopra lo splendore deʼ suoi capelli biondi non avrebbe voluto portare il peso di quella bianca trasparenza; nondimeno la intendeva come una poesia, come un candore di quel sentimento che aveva incominciato a nascere anche nellʼanima sua.
Dopo aver avuto aʼ suoi piedi la Città più temibile, ora le piaceva immensamente rendersi una piccola schiava. Nascondersi le piaceva, trafugare agli occhi della gente la sua timida felicità, perdersi nella moltitudine sconosciuta, ove non si levasse neppure un bisbiglio dietro il solco di profumo che lasciava, passando, Mimi Bluette.
Il suo corpo, nel danzare, nel muoversi, aveva rappresentato il piacere, aveva comunicata la voluttà, per gli occhi, ai molteplici amori che lʼinseguivano; era stata paganamente la bellezza, la rea ma sacra nudità ove ogni desiderio può attingere; il suo corpo era stato quasi una viva opera dʼarte, una fugace gloria della Città voluttuosa;—ed ecco, ella pensava che non avrebbe danzato mai più, che non avrebbe sentito mai più salire dalle platee tumultuose il torbido impudico bacio della folla, che inebbria ed esaspera, il bacio tentacolare della moltitudine, che avviluppa ed esaurisce...
I fiordalisi di Mimi Bluette ritornavano ad essere quel che sono:—fiori di semplicità, nascosti nel grano.

Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Glielʼaveva regalato la terribile Città splendente, in una sera dʼebbrezza e di musica. Le sue braccia lo avevano serrato con impeto, senza domandargli: «Chi sei?»
Chi era? Nulla, quasi nulla; una cosa davvero indefinibile, davvero semplice: lʼamore.
Parigi le aveva data la sua vera bellezza, Parigi le aveva insegnato a danzare, le aveva prodigate ricchezze, lʼaveva immersa come un limpido calice nella sua grande fontana di piacere; Parigi le aveva naturalmente regalata lʼapoteosi, ed ora naturalmente le infliggeva lʼamore.
Le città stupende non regalano mai nulla per nulla; neanche agli imperatori.
Questʼuomo aveva traversato il mondo, portava nel suo cuore di errante la polvere di tutte le strade. Per la terra piena di miracoli aveva trascinato alla ventura la sua nomade anima pesante.
Chi fosse questʼuomo, nessuno in verità sapeva. Egli medesimo forse non se ne rammentava più. Aveva perduta la sua patria e perdute quelle indefinibili apparenze che rendono gli uomini somiglianti alla terra ove son nati. La marea di tutti i mari gli aveva pietrificata unʼonda nel cuore; il sole aveva brillato neʼ suoi occhi fermi con il colore di tutti gli arcobaleni.
Era stanco; aveva unʼoscura coscienza dʼessere giunto al termine del suo cammino. In lui si vedeva il tramonto dellʼanima, come nella conca dʼuna fontana si vede sorgere lʼoscurità.
Era venuto a lei traverso una vita forse tragica, forse ambigua, forse irritata; questʼuomo portava in sè qualche secreto, che nemmeno lʼamore avrebbe saputo vincere.
Su lui correvano molte confuse dicerie; poichè, dovunque passi, lʼuomo non può venir meno allʼobbligo di sopportare una definizione. Anche intorno allo straniero, vʼè un prossimo vigilante che ha bisogno di conoscere la sua storia. Se un uomo non ha storia, o non vuol dirla, questo prossimo lʼinventa. Si raccontava di lui che fosse un avventuriero ed un esiliato; che una donna tragica lo avesse anni addietro coinvolto in un processo clamoroso. La grande folla parigina, che pure non dimentica nessuno, si ricordava di averlo veduto altre volte apparire, sparire, nei burrascosi dedali della sua vita.
Ma era fra quegli uomini che hanno per contorno lʼombra.
Era passato di là, per quelle strade, con una donna straordinariamente bella, più incognita e più misteriosa di lui; forse una sorella od una complice, forse una vittima, una padrona od unʼamante. Si era detto pure che egli fosse una spia politica, un agente secreto di comitati rivoluzionari; si era detto persino che fosse un ufficiale di palazzo perseguitato da imperiali gelosie. Di voce in voce, gli avevano fatto esercitare tutte quelle professioni che non è lecito inscrivere sul proprio biglietto da visita.
Egli forse nulla era di tutto ciò. Solamente veniva da lontano. Questa lontananza era in lui, contenuta neʼ suoi movimenti, espressa nel colore deʼ suoi occhi, ferma nelle risonanze della sua voce.
Veniva da tutto ciò che nel mondo si chiama: «lontano».
Era un disperso dalla grande moltitudine che si affolla intorno alle società costituite, un esule dai sentimenti che sono la storia di tutti, uno stanco e taciturno avventuriero, che portava in sè, come sola memoria, la polvere del grande cammino.
Forse aveva una casa in qualche terra lontana, ed una sua donna paziente, che ogni sera lʼaspettava in qualche lontana città.
Forse, nelle sere profonde, piangeva egli pure di rimorso e di malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla sua vita.
Era un uomo bellissimo, arido, rapido, forte. Nella sua faccia vigile si vedeva che una volta cʼera stata la serenità. Ora il sorriso non trovava più le sue pieghe fra i lineamenti restii, e, nascendo, pareva li forzasse ad una insolita fatica. La sua vita era modesta, quasi povera, con improvvise liberalità. Non giudicava mai di nulla, non diceva mai: «Questo è bene, questo è male»;—invece parlava dʼogni cosa come uno spettatore freddo e stanco. Si capiva che in lui cʼera una specie di collera contenuta, una specie di opaco dolore, dʼimmobile ribellione, che non lo tormentava neanche più.
La sola cosa che paresse ridargli unʼanima, era veramente Bluette. Forse le aveva detto la verità, quella prima sera, dicendole: «... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...»
Che follìa veramente, questa bella creatura giovine, profumata, inebbriante, nel suo cuore terribile di uomo che non aveva più strada... Che follìa veramente, per lui e per lei, questo amore che li stringeva in una specie di funesta gioia, di torbida e paurosa felicità, come se andassero insieme verso il gorgo e la vertigine di un pericolo distante...
Qualchevolta, nellʼudirlo parlare, con la sua voce sonora e profonda, egli dava quasi lʼimpressione di un uomo che avesse legata in un sacco la propria anima e andasse in cerca di offrirla per due quattrini al primo rigattiere della contrada. Era forse un tale che aveva ben valutato il senso della parola:—vivere.
Perciò era un uomo perduto.
Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.
Parlava di solito con una quieta e fredda ilarità; guardava gli uomini senzʼamarli, senza odiarli; ascoltava con indulgenza le loro enormi tragedie futili, perdonava senza bontà i loro miserabili peccati. Forse non aveva più voglia nemmeno dʼavere ingegno, e considerava come un dannoso gioco di pazienza lʼenorme fatica mentale che gli uomini spendono per dare un senso importante a questa vita che non ne ha.
Chissà dove, chissà quando, aveva ricevuto in pieno cuore dagli uomini, o dalla fortuita bufera degli avvenimenti, un urto brutale come una stilettata; e poi sʼera messo a camminare, a camminare per la terra grande, nascosto in una equivoca ombra, in un ambiguo mistero che incuriosiva la gente.
Vide, nellʼaria densa dei crepuscoli, quando le città stupende sʼinnalzano come isole dellʼinfinito, le vaporiere avvolte di nuvole cacciarsi urlando sotto le tettoie fuligginose delle stazioni; vide, nei limpidi mattini, quando la terra che sta per avvicinarsi al navigante non è che una striscia di fumo nel tremolìo del sole, dʼimprovviso il porto risplendere sotto la montagna trasparente, la terra venire incontro alla prua come unʼapoteosi dellʼinfinito.
E vide nascere i fiumi, i tumultuosi fiumi barbari, che rimbalzano giù dal granito inaccessibile, gonfi del lontano estuario; e vide le gigantesche alpi correre sui continenti come ondate di macigno, poi, lentamente, a poco a poco, estenuando la loro forza ciclopica, digradare in vaste zone montuose, abitate dagli alberi, abitate dagli uomini, e pigre adagiarsi quasi dormendo su la terra incollinata, ove crescono messi fiammeggianti e lʼuna dietro lʼaltra sʼinseguono, sul pendìo dellʼalpe caduta, le città vittoriose...
Veniva da tutto ciò che nel mondo ha nome: «lontano».
Come il navigatore dʼoceani, portava nellʼanima piena di spazio lʼamore della stella più lontana.
Era un uomo dappertutto in esilio, un nomade che non aveva più strada.

Sua Eccellenza entrò nel proprio gabinetto con un passo da Primo Console vittorioso, e tre o quattro volte di séguito premette lʼindice sul bottone del campanello da scrivania. La squillante furia del piccolo batacchio non si era puranco dispersa fra le quattro pareti, che già la barbuta e panciuta sagoma di un decorato segretario sʼincastrava con obesità nellʼinquadratura dellʼuscio.
—Voyons, monsieur Pétimel!... Vous pourriez bien être là lorsque je rentre!
—Les coups de sonnette marchent toujours plus vite que des pieds dʼhomme, Monsieur le Ministre!
—Et vous êtes toujours un implacable sophiste, monsieur Pétimel! Faites–moi grâce de votre verbiage et donnez un coup de téléphone à cet idiot de Chef de la Sûreté, pour lui demander sʼil veut avoir lʼobligeance de venir chez moi im–mé–dia–te–ment! Mʼentendez–vous, monsieur Pétimel? dites–lui quʼil vienne à fond de train!
—Le chef de la Sûreté Parisienne attend depuis bientôt une demi–heure. Il était sur le point de sʼen aller, lorsque jʼai reconnu à travers la place la corne ministérielle de votre limousine...
—En effet, monsieur Pétimel, je suis venu a pied et pas du tout par la place! Mais cessez donc de me corner aux oreilles avec votre voix horripilante, et faites passer, je vous en prie, cet aimable monsieur Ardouin.
—Dans ce cas il faut conclure quʼil y a des trompes dʼauto qui se ressemblent comme des sosies... Et, quant à monsieur Ardouin, jʼai très bien fait de le retenir.
—Vous avez très bien fait, monsieur Pétimel... que le diable vous emporte!
Questo era il commiato che per lo più riceveva il metaforico segretario Pétimel, decorato con la Legion dʼOnore.
Poco dopo entrò il Capo di Polizia, chʼera un uomo dallʼaspetto segaligno e nevrastenico, il quale si faceva continuamente passeggiare fra le labbra un residuo di stuzzicadenti e nel sorridere arricciava le grinze del viso con una smorfia particolare, come se patisse di prurito agli zigomi.
—Bonjour, monsieur Ardouin. Très aimable dʼêtre venu,—disse il Ministro con un tono affabile.—Asseyez–vous, je vous prie.
—Malheureusement, Monsieur le Ministre, je nʼai rien dʼimportant à vous signaler.
—Ah, ah... pas encore?
—Pas encore.
Naturalmente, come Capo di Polizia, lʼirritabile monsieur Ardouin non si occupava neanche per sogno dellʼordine, del buon costume nè della pubblica sicurezza parigina. Ladri, malfattori, satiri, biscazzieri, spalleggiatori di prostitute, eran quelli appunto che fornivano la ragion dʼessere alla sua funzione di Capo della Polizia; quindi egli si guardava bene dal muover un dito per impedire a queste brave persone di dedicarsi con tutto comodo ai loro innocenti e svariati commerci.
Per il Capo della Polizia—come in genere per ogni altro Funzionario dello Stato—il cittadino che ha minore importanza, quello che non serve a niente, e del quale non si parla nemmeno, è precisamente il galantuomo. Sembra quasi unʼingiustizia; ma quando si pensa che i galantuomini saranno sì e no in proporzione dellʼuno per mille, si capisce come non sia possibile sacrificare la comunità a beneficio dʼuna tanto esigua minoranza.
Ordunque il Capo di Polizia ha ben altro da fare che mettersi alle calcagna dei malfattori o dipanare con troppa celerità i romanzeschi enigmi dei delitti passionali, che frattanto servono mirabilmente a riempire le timorate colonne dei giornali quotidiani. Di queste bazzecole, se mai, si occupa nei ritagli di tempo.
Ma quello che deve anzitutto fare un buon Capo della Polizia è ubbidire ciecamente agli ordini politici che riceve dal suo Ministero; poi assumere informazioni secrete per conto dei grandi istituti bancari, essere in ottimi rapporti coi caporioni delle leghe proletarie, secondare la giustizia nel modo e nella misura che alla giustizia conviene, impedire o provocare un dato scandalo, una data manifestazione della volontà popolare, far coincidere le risultanze dʼuna inchiesta con lʼesito già prima stabilito, fare in modo che la legge venga rispettata da chi deve rispettarla o presa in giro da chi ha licenza di prenderla in giro, ed in ultimo luogo provvedere affinchè i ladri, gli assassini e gli offensori della morale pubblica non eccedan quel numero medio che le tabelle statistiche accordano al consumo di una grande città.
Poichè a tutti è noto che lʼuso del calcolo statistico va ora diventando la pietra filosofale della scienza moderna.
Non è dunque un mestiere facile quello del Capo di Polizia. Si noti per di più che anche lʼamore dei Ministri, Granduchi, Principi del sangue, Parlamentari ed Ospiti ragguardevoli, è per lo più affidato alla solerte vigilanza del Capo di Polizia.
Non farà dunque maraviglia a nessuno se, fra tanti grattacapi accessori, pochissimo tempo gli rimanga per occuparsi del suo mestiere.
Questo era precisamente il caso dellʼirascibile Monsieur Ardouin, che Sua Eccellenza aveva precipitosamente fatto chiamare nel suo gabinetto, la famosa mattina che Bluette gli aveva presentate le proprie dimissioni dal Ministero.
—Voulez–vous me rendre service, monsieur Ardouin?—gli aveva detto il Ministro con insolita cortesia.
—A vos ordres, Monsieur le Ministre!
—Il sʼagit dʼune affaire privée, mais qui peut indirectement avoir rapport aux intérêts de la République.
Quando un Ministro gli parlava «de la République», Monsieur Ardouin sapeva senzʼaltro cosa pensare. Rispose, con la sua voce piena di rispettoso malumore:
—Je ferai tout ce qui peut vous être agréable, Monsieur le Ministre.
—Eh bien, mon ami, cʼest très simple. Un certain monsieur, aux allures très suspectes, respire en ce moment lʼair de Paris. Vous trouverez un moyen pour quʼil décampe.
—Je le coffre!—disse con eloquenza catilinaria il Capo di Polizia.
—Doucement,—corresse con sussiego diplomatico il glorioso Ministro dʼAgricoltura e Commercio.—Doucement, mon cher Monsieur Ardouin! La mesure ne doit être prise que selon la Justice, car tout abus est toujours préjudiciable.
—Cela va de soi, Monsieur le Ministre. Veuillez me dire le nom de ce personnage.
—Voilà ce que jʼignore, pour le moment.
—Dans ce cas cʼest moi qui vous le dirai. Il sʼappelle, ou se fait appeler, Hilaire Castillo, et il vient de plaire pendant trois jours et trois nuits à la bellissime danseuse, M.me Mimi Bluette.
Era un modo garbato ma energico per far notare al Ministro la sua condizione di Eccellenza cornuta. In verità, come Capo della Polizia, non faceva nientʼaltro che il suo preciso dovere.
—Castillo, vous dites?... Oui, oui, cʼest ça, Castillo... cʼest bien ça!—ripeteva il Ministro, non sapendo bene che atteggiamento prendere. Poi concluse, da uomo di spirito:—Enfin... je ne serai ni le premier ni le dernier, nʼest–ce–pas, Monsieur Ardouin?
—Cʼest la règle, Monsieur le Ministre.
—Bon; je vous confie cette affaire, mais je tiens à ce que cela soit fait dʼune façon légale, et en douceur, pour éviter quʼon lʼébruite.
—Comptez sur moi, Monsieur le Ministre.
Ma nonostante la congiura dʼun Ministro e dʼun Capo di Polizia, il nominato Castillo seguitava a mantenere i suoi penati nella grande libera Parigi. Anzi era la terza volta ormai che il lunatico M. Ardouin, presentandosi nel gabinetto di Sua Eccellenza, gli dichiarava con una specie di maligna soddisfazione che gli estremi richiesti mancavano per sfrattare legalmente lʼ «undesirable» Castillo.
—Que voulez–vous, Monsieur le Ministre? Nous avons dans les archives un dossier des plus romanesques autour de ce personnage, mais je me trouverais fort embarassé de vous dire qui il est et ce quʼil fait au juste.
—Est–ce possible?
—Comme je vous le dis, Monsieur le Ministre. Il est signalé à toutes les Polices de la terre, mais rien de positif nʼexiste contre lui, et Scotland Yard nʼen sait pas plus long sur son compte que la Polizei de Berlin ou que la Questura de Rome. On le surveille depuis des années, mais, vous savez bien, Monsieur le Ministre: nul nʼest aussi irréprochable quʼun homme surveillé.
—Voyons, Monsieur Ardouin, vous plaisantez, jʼespère!
—Je ne me le permettrais pas, Monsieur le Ministre.
—Parbleu! vous êtes bien censé savoir qui il est, dʼoù il vient, quel est son métier et dʼoù il tire ses ressources.
—Dussé–je y perdre ma place, je ne pourrais répondre à aucune de ces questions. Voilà une dizaine dʼannées quʼil se promène à travers la terre, en faisant à peu près partout ce quʼil fait à Paris.
—Cʼest–à–dire?
—Cʼest–à–dire, rien du tout. Il flaire... on dirait quʼil flaire lʼambiance. Mais ses actes, ses fréquentations, sa correspondance, tout cela nʼa rien de compromettant. Je lʼai fait filer pendant des semaines; pour le moment je puis vous dire quʼil ne sʼoccupe que de Madame Bluette.
—Ah?...
—Il a touché un chèque de 3.725 francs au Crédit Lyonnais, il y a quatre jours. Cet argent lui venait de Varsovie, de la part dʼun certain Monsieur Louwoievich. Ce Louwoievich est un marchand de meubles; donc vous voyez que ce nʼest pas une piste importante.
—Et cʼest tout ce que vous avez à mʼapprendre sur son compte?
—Cʼest tout, hélas!... bien malgré moi. Je vous ai déjà dit que, il y a cinq ans, on lʼa cru lʼâme damnée du procès de la baronne dʼElsoën; mais il fut dʼailleurs promptement acquitté, et, depuis, cet homme a fait des voyages sur mer.
—Très bien!—disse il Ministro con una voce tetra.
—Jʼai même essayé dʼavoir les confidences de Madame Bluette. Jʼai envoyé auprès dʼelle une dentellière qui est très habile dans cette sorte de sondages; mais je vous affirme que Madame Bluette nʼen sait pas un mot de plus que nous.
—Très bien!—disse il ministro con una voce ancor più tetra.
—Et, à la fin des fins,—concluse il Capo di Polizia,—je vous repète ce qui fut mon premier avis: Si vous voulez, je le coffre, et je lʼexpulse pour raison dʼEtat.
Cʼera una sottilissima ironia, quasi un opaco sarcasmo, nella voce burocratica dello scrupoloso Monsieur Ardouin.
—Non!—rispose fieramente il Ministro dʼAgricoltura e Commercio.—Que Monsieur Castillo aille se faire pendre où il voudra! Et Bluette aussi! Pour mon compte je nʼaime que le droit chemin. La légalité avant tout!
—Fort bien, Monsieur le Ministre. Toutefois, quand cela vous fera plaisir, je le coffrerai.
—Eh bien, Monsieur Ardouin, voulez–vous mʼen croire? Il se passe en moi un phénomène psychologique. Depuis que nous nous occupons de ce Monsieur Castillo, il mʼest devenu sympathique, et jʼaurais presque envie de le nommer chef de quelque chose au Ministère.
—Ne le nommez toujours pas chef de la Police, car jʼy perdrai ma place, et cela me mettrait dʼassez mauvaise humeur, «Excellence!...»—disse, con uno strale realista, il Capo della Polizia repubblicana.
In quel momento la Francia democratica pagava con scrupolosa regolarità le sue tasse governative.

—Si vous faites semblant de ne pas me reconnaître, Bliouette, that is not right!
Bluette, la quale accellerava il passo credendo di aver a che fare con un inseguitore da marciapiede, si fermò contro una vetrina e rimase qualche attimo a guardarlo bene in faccia.
—Tiens! cʼest toi?
—Yes, cʼest moi.
Dʼun tratto le vennero quasi le lagrime agli occhi.
—Oh, mon brave Jack!...
—My dear Bliouette!...
E rimasero qualche istante con la mano stretta nella mano, senza parlare. Poi ella ritrovò la voce per domandargli:
—Quʼest–ce que tu fais ici, Jack?
—Je danse à Marigny, avec deux camarades Américaines.
—Tiens! Je ne le savais pas.
—Yes. On mʼa dit que vous avez quitté le théâtre et que vous êtes devenue un peu foolish, paraît–il....
—Oui, je suis un peu folle sans doute... Mais ça me fait plaisir de lʼêtre. Viens, marchons.
Gli prese il braccio, come tanti anni prima, e andarono.
Sul marciapiede serale di Parigi lʼimmensa moltitudine ondeggiava con un frastuono ilare; la nuvola dʼelettricità sospesa nellʼaria traeva dalle facce dei passanti una specie di bianco fulgore, simile quasi al balenìo fosforescente che mandano le vetrine di perle false.
—Mon brave Jack, tu ne pourras jamais te figurer combien ça me fait plaisir de te revoir!
—Et moi donc! I have never forgotten My Blu.
—My Blu, à présent, elle est morte,—disse Bluette con una leggera sorridente malinconia.
—Alors cʼest vrai que vous ne dansez plus?
—Oui, cʼest vrai, Jack. Cela me fait de la peine tout de même.
—Oui? ça vous fait de la peine?... Très bien! Jʼespère, Bliouette, que ce ne sera pas pour longtemps.
—Dieu sait!... A présent il me semble que ce sera pour toujours.
—Quelle bêtise!—interruppe lʼAmericano, scrollando le sue larghe spalle.—Ce nʼest jamais pour toujours!
Dietro una siepe di folla dovettero fermarsi. Una quadruplice fila dʼautomobili sbarrava il quadrivio. Sciami di giornalai correvano frammezzo ai motori gridando le notizie dei giornali appena usciti. Nella profonda raggiera delle contrade opposte si vedevano a perdita dʼocchio splendere, come lunghissimi canali di fiamme, le vetrine scintillanti.
Bluette gli teneva il braccio e camminava silenziosa, raccolta in sè medesima, come se il rumore della strada fosse la musica dʼuno dei balli che avevano danzato insieme. Vicino a quel semplice, a quellʼonesto Americano, le sembrava di sentirsi ridiventare come una volta la ballerina di Parigi, Mimi Bluette.
Finalmente riuscirono a traversare la strada. Ella disse:
—Vois–tu Jack? On se retrouve, mais on nʼest plus les mêmes...
—Quʼy a–t–il de changé?
—Tout, mon brave Jack; les yeux et le cœur.
—On mʼa dit que vous avez eu beaucoup de chance depuis que nous nous sommes quittés.
—Oui, beaucoup de chance. Je suis devenue très riche. Et toi?
—Moi je gagne passablement. Jʼai acheté aux Etats Unis une petite propriété pour ma vieille mère.
—Tu es un brave garçon, Jack! un très brave garçon.
—Oh... mais cʼest très simple! Les danseurs Américains sont parfois des gens bien élevés.
—Ce nʼest pas tellement simple; jʼen ai connu qui étaient des fripouilles.
—All right; moi aussi.
—Et bien, vois–tu, Jack? Quand je suis avec toi, il me semble être avec un frère. Ça me fait du bien au cœur.
—A moi aussi.
—Alors, la prochaine fois, je te raconterai beaucoup de choses, que je ne raconte à personne.
—Comme vous voudrez, My Blu.
—Oui; car, si je te les disais toute de suite, jʼaurais lʼair de ne mʼoccuper que de moi même; ce qui nʼest pas très correct. Je ne te demanderai quʼune chose: Est–ce que tu me trouves toujours jolie?
—Yes, très jolie.
—Comme autrefois?
—Pas moins. Seulement on ne dirait plus de vous au premier abord: Voilà une danseuse!—Et cʼest bien triste.
—Diable!... Mais comment se fait–il que tu parles le français moins sauvagement quʼautrefois?
—Vous vous mouquez toujours de moi, Bliouette!
—Mais pas du tout! Je constate.
—Bien, oui. Cʼest une Miss du Canada qui me lʼa appris.
—Fichtre! Une Miss danseuse?
—Bien entendu.
—Très chic! Alors tu étais amoureux?
—Moi amoureux?
—Oui; cela peut arriver à tout le monde.
—Cela mʼest arrivé aussi, une fois... Mais vous savez bien quʼon a trouvé cela ridicule. Si vous nʼaviez pas trouvé cela ridicule, vous et moi nous aurions aujourdʼhui notre «home» aux Etats Unis, près de ma vieille mère. Et nous danserions quand même, puisque cʼest notre nature de danser.
—Tu crois, Jack?... tu crois vraiment que cʼest notre nature de danser? la mienne aussi?
—Absolument, Bliouette. Votre corps de danseuse nʼest fait que pour suivre une musique, et tout ce que vous essayerez dʼautre ne pourra jamais vous réussir.
—Toi, mon brave Jack, je te lʼai toujours dit: Tu as beaucoup de cœur, mas tu nʼes pas intelligent. Aussi, quand tu fais un discours, tu dis toujours des sottises.
—Quite right. Voilà My Blu!
—Oui, des sottises. Et tu ne dois tʼexprimer que par monosyllabes. Alors tu es parfait.
Jack si mise a ridere; i suoi bellissimi denti scintillarono.
—Jack...
—My Blu?
—Je me sens très à mon aise à côté de toi.
—Cʼest parce que jʼétais votre danseur; je vous ai donné «mon temps». Et, ce temps, est une espèce de complicité mécanique fort difficile à oublier.
—Cʼest peut–être bien à cause de cela, Jack. Tu dis parfois des choses profondes. Cela vient tout seul quand on nʼest pas intelligent. Enfin, dis–mois: est–ce que tu as de nouvelles danses?
—Oui, jʼen ai.
—Jʼaimerais bien que tu me les apprennes.
—Si vous voulez.
—Viens chez moi demain, à quatre heures. Nous causerons. A présent je te quitte.
—Vous me quittez? Oh!... vous me quittez déjà?
—Mais, sans doute. Nous nʼallons pas tout de même faire la traversée de Paris, par le train où nos allons depuis une bonne demi–heure!...
—Je vois.
—Quʼest–ce que tu vois? Quʼest–ce que tu vois, Jack, avec tes yeux de poisson frit?
—Je vois, Bliouette, quʼon mʼa dit la verité lorsquʼon mʼa dit: «Elle est amoureuse comme une vraie folle... Quant à nous autres, nous sommes tout morts et enterrès dans son cœur!»
—Il y a de lʼexagération dans lʼaffaire de lʼenterrement... Mais, ce qui est bien vrai, cʼest que je lʼaime.
—Vous lʼaimez?... oui? dʼamour?—egli domandò, fissandole in viso gli occhi divenuti grandi.
—Plus que dʼamour, Jack... de folie je lʼaime! Je suis devenue pour lui ce que la femme nʼest quʼune fois dans la vie: sa chose... Tu es mon frère, Jack; il faut bien que je te dise la vérité.
Egli abbassò la faccia e non rispose parola. Sembrò che il suo profilo rettilineo si scolpisse in un dolore immobile, in una specie di rassegnata malinconia.
La strada camminava scintillando incontro alle nuvole del cielo abbassato. Sopra il dedalo del suo movimento, lʼanima elettrica della folla scoccava e bruciava come un corto circuito.
Ella di nuovo si serrò al suo braccio, che aveva lasciato, e ripetè con dolcezza:
—Oui, tu es mon frère, Jack... tu ne dois pas mʼen vouloir si je lʼaime...
—Il faut être heureux, Bliouette. Cela est lʼimportant!... Le reste nʼest quʼune farce.
—Oui, tu as raison: le reste nʼest quʼune farce. Mais moi, je ne suis même pas heureuse... Et, vois–tu, je te le dis à toi, Jack, parce que tu es mon frère...

La bionda Caterina, da qualche tempo, soffriva la nostalgia di rifare un assalto con quellʼottima lama chʼera il suo Maestro di scherma. Insieme bruciava dal desiderio di tornare per qualche mese in Italia a fare la Parigina.
I suoi teneri legami con Maurice, maggiordomo impeccabile, si erano gradatamente allentati, per la sola ragione che il solerte maestro di casa, già molto grigio quando aveva cominciato a prepararle quelle famose tazze di camomilla, ormai si era fatto quasi del tutto bianco.
Ella, che invece rimaneva rosso–bionda con pertinacia, grazie ai miracoli dellʼAccademia di Bellezza, non poteva indulgere a quella nevicata, e la capigliatura da saraceno del suo gagliardo Maestro di scherma le rifolgorava più che mai nel riscaldato pensiero. Lʼidea di tornarsene fra le sue conoscenze lombarde, impariginita come una canzonetta napoletana messa in voga dai violini di Montmartre, lʼidea di sbalordire tutta la clientela di sua sorella, integerrima Levatrice Diplomata, coi doviziosi abiti, coi mantelli e con le pellicce che le aveva regalati Bluette, la tentazione dʼinframmettere, parlando con queʼ provinciali, qualche spízzico di francese fra i dialetti che si parlano con lente cantilene per la dolcissima valle del Po, tutto questo insieme, le diede così grande impazienza di rivarcare le Alpi, che Parigi ormai la disamorava di sè quanto il maggiordomo incanutito.
Inoltre, da buona madre, non voleva più assistere alle follìe di Bluette. Pazza da mettere in un manicomio, secondo lei!... E, per di più, con un caratteraccio tale, che ormai non era possibile farle neanche la più piccola osservazione.
Da quando sʼera impastoiata con quel maledetto Castillo, geloso come un turco e più furfante senza dubbio che lʼamabile signore dʼOlonzac, non cʼera verso di farle intender ragione.
Bene: facesse pure di sua testa, la scioccherella sentimentale! Ma, quanto a lei, per non assistere a queʼ malanni, chiudeva i suoi bauli e se nʼandava. Lasciare un Ministro per innamorarsi di quellʼindividuo, che non le aveva mandato finora neanche un mazzolino di garofani, era unʼidea così balorda, che, per metterla in pratica, bisognava proprio chiamarsi Mimi Bluette! Ma lo mandasse un poʼ al diavolo, benedetta figliola! lui e le sue pretese da gran Turco! Lʼamore?... Macchè amore! «Quello lì—vuoi che te lo dica io?—quello lì ti riduce sul lastrico e poi riparte per il giro del mondo lasciandoti con un palmo di naso!»