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Lo assedio di Roma

PARTE TERZA

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Le cose narrate in altri libri o lascio, o narro succinto, e per quanto sia necessario alla esposizione della mia opera; però poco, o nulla mi preme ricercare, e referire quali (se n'ebbe) le virtù, e i vizi di Giovanni Mastai-Ferretti uomo privato; solo giova di questi ultimi dire quelli, che in mutate fortune, lo fecero miserabile cittadino, pessimo principe, Papa inetto, e anzi a dirittura dannoso al governo stesso delle anime, che, a sentire lui, sta in cima di ogni suo pensiero.

Sortì egli i natali in Sinigaglia nel maggio del 1792, ed ebbe educazione in Volterra nel collegio di San Giorgio; i suoi Plutarchi della Compagnia di Gesù affermano avere lasciato costà quasi un profumo perenne delle sue virtù; fatto sta, che solo ei si ricordava avere avuto di parecchie nerbate, ed essersele meritate, come in lode del vero, egli medesimo confessò a Firenze quando del suo cospetto la deliziava: dacchè in cotesta occasione essendosegli tirato davanti un vecchio Scolopio già suo arruffatore di cervello negli studi grammaticali, dopo il bacio dei santi piedi, sentì ricordarsi come nei tempi andati avesse ardito verberare certa parte del corpo allora non papale, e che difficilmente otterrebbe, anco per via dommatica, esporre adesso come santa alla venerazione dei fedeli; e poichè il frate andava tutto confuso e scusandosi ora alterando la quantità, ed ora la qualità delle percosse, e per ultimo la parte percossa, il Beatissimo lo rimbeccava dicendo: «no, Padre, le furono proprio nerbate, e veramente fu cotesta parte ch'io le ho detto, e confermo; non se ne infinga, anzi se ne tenga, però che se coteste nerbate non erano adesso io non mi troverei assunto Papa.» Tali i detti, ed i concetti del sommo Sacerdote, onde ogni uomo anco cattolicissimo si persuada, non avere poi ad essere un gran che il Papa, se ad ammannirlo tale bastano talune nerbate applicate da un frate scolopio sul postione ad un marchigiano. La faccia sua fu sempre di prete pasciuto di marzapane, e di avemarie, con qualche fiore di cicuta mescolatoci dentro, sorridente un riso tra il bambolo, e lo scorpione; percosso nei primi anni da morbo regio, o vogliamo dire epilessia, irruppe sfrenato colà dove alla cieca Venere più piace; e a tale, che gliene fece rimprovero rispondeva: sfidato della vita volere annegarsi nella voluttà: sembra però, che poi mutasse consiglio per virtù di certa donna (di cui tacerei volentieri il nome se non fosse noto all'universale) la principessa Clara Colonna: questa, non già Maria vergine, fu la patrona del giovane Mastai nel mondo, il quale entrò nelle guardie nobili di Pio VII. Il Plutarco di lui scrive averlo chiamato Dio con particolare vocazione a difendere la santa Sede come soldato, come vescovo, come cardinale, e come Papa: su di che noto, che s'egli tutela la Chiesa da Papa come la custodì da soldato l'avrebbe a stare fresca.

A giudicarne dal poco tempo che il Mastai cinse la spada si ha da credere, che in onta al suo panegirista nè anch'egli si reputasse legno da cavarne po' poi un Giulio Cesare o un'Alessandro Magno; però di corto barattò la spada in aspersorio, e l'elmo per la tonsura: andò compagno a Monsignore Muzi nell'America meridionale donde tornato nel 1825 resse prima l'ospizio di S. Michele, poi fu arcivescovo di Spoleto, e vie via vescovo d'Imola, e Cardinale senza infamia, e senza lode.

Raccontano le anime pie, com'egli, morto Gregorio, recandosi al Conclave mentre traversava Fossombrone una colomba bianca dopo essere rimasta alquanto librata su l'ale al fine si posasse sopra la sue vettura, onde la gente accorsa a contemplare la sua sembianza smagliante di potenza, di tenerezza, e d'intelletto (le sono parole del Plutarco gesuita) come presa dal delirio incominciò a urlare: «viva! viva! ecco il Papa!» Così a Fossombrone; a Roma veruno se lo aspettava Papa; all'opposto facevano capitale sul Gizzi, sicchè eletto il Mastai i Romani rimasero come cosa balorda, per lo che, a fine di rendere al Gizzio il boccone meno ostico venne senza indugio messo nella Commissione consultiva provvisoria, e poco dopo eletto segretario di Stato. Anzi se vuolsi credere al panegirista di Pio IX egli pure giudicavasi incapace, onde si vedendo eletto smaniava sclamando: «o fratelli, abbiate misericordia della mia debolezza; io mi confesso indegno. Domine non sum dignus.» Tuttavia il Mastai nella guisa, che ogni prete dabbene dopo avere per tre volte detto: Domine non sum dignus, si mastica bravamente il Redentore, profferita appena la propria debolezza montò ardito, e franco nella barca di San Pietro, ed agguantato il timone si commise in mezzo al mare tempestoso. Veramente questo racconto fa ai calci col primo, ma non vuol dire, il pane di che si cibano i Gesuiti sia impastato di farina di contradizione. D'altronde ogni prete promosso Papa si china per l'ultima volta in terra a raccattarvi la superbia, che morendo ci lasciò cascare il suo antecessore.—

Chi se ne intendeva, toccato appena il polso alla Europa andava persuaso, che il male era tornato a far saccaia, e questo succederà sempre quantunque volte in Francia scappi fuori un Luigi Filippo, ovvero un Napoleone per mettersi in tasca le rivoluzioni sementa di sangue, d'intelletto, e di sudore dei popoli; in Roma un Gregorio papa si serva dei memorandum dei Principi per incartarne i riccioli alla moglie del barbiere teologo, e per non fare troppo lunghe le gugliate, non si proceda al modo che a un di presso fanno da per tutto.

Gli uomini speculatori avvisato il pericolo ne avevano paura e non a torto: trepidavano per le presagite ruine; lo straripamento vedevano, come la fiera fiumana; e dove avrieno potuto ricondurla nell'alveo non sapevano: quindi chi almanaccava le riforme, specie di rimedio omeopatico al morbo sociale; chi sovvertimenti, peggio, che rimedio allopatico; chi una cosa, chi l'altra. Primo il Gioberti saltava in mezzo facendo drappellare alla Sapienza un bandierone involato di casa alla Follia: principi, papi, e popolo giù a bollire insieme dentro una pentola. Gli scrittori chiesastici affermano a ragione la democrazia essere contradizione del papato, imperciocchè quella dica agli uomini: «usate dei doni dello intelletto vostro meditando; valetevi dei diritti della libertà governando;» mentre per converso la Chiesa comanda: «qua ponetemi in mano il cuore ed il cervello vostro, io sono l'autorità, la regola, e la sapienza; io penso per voi, e se vi riesce, procurate, che io senta per voi!» Il Gioberti, (sempre gli scrittori chiesastici affermano) si industriava abbindolare il Papa, e mettere di mezzo Dio!—Il Gioberti fu uomo di bontà singolare, e Dio non si mette di mezzo: egli sortì da natura ingegno stragrande, e immaginazione non meno vasta; gli mancò il freno; troppo e vano nei concetti, e nei modi di significarli; non parsimonia, non eleganza: contorni radi, e incerti, pensamenti grossi e mutabili pari ai nugoloni sbattuti dal vento: insomma alla meditazione sostitui la fantasia: per me sempre ammirando ogni qualità di ingegno confesso, che mi reca uggia la metafisica nella politica. I metafisici politici mi paiono poeti, storici, ragionatori sciupati; un po' di tutto, e nulla di tutto: cotesto ingegno confidato a loro assai si rassomiglia a bella tazza di porcellana che commessa nelle mani al fanciullo, ei l'abbia lasciato cascare in terra: ridotta in frammenti dorati attrista a vederla, intanto chi gliela diede si pente ma tardi, ed il fanciullo piagne. Mirabile il moto partorito dalle dottrine del Gioberti, perchè lo universale crede che di ora innanza si sarebbe iti in paradiso in bussola: Bruto e Cesare, se ritornavano al mondo, avrebbero sgranato i baccelli insieme: in combutta corone, e camauri, pianete, e giubbe, scettri e camati da battere la lana; chi prima arrivava senza distinzione di stato si sarebbe servito come meglio gli garbava. Tutti allora ingannati, e tutti ingannatori: immenso il bisogno di credere quello che tornava, e sterminata la credenza. Anco nell'antichità si racconta che gli Abderitani durarono tre di briachi, gli Italiani per quasi un anno, e più stettero matti.

Che se taluno domandi: «dunque la pace è disperata in terra?» Io risponderei: «a Dio non piaccia, ma passioni, e interessi non si spogliano ad un tratto come vesti vecchie per indossarne delle nuove; il miglioramento umano non è opera di plastica in creta, bensì di rota in porfido: la verità non vola, perchè l'errore le ha incatenato ai piedi palle di ferro come ai servi della pena: Dio solo con una parola crea la luce; l'uomo deve guadagnarsela col sudore della fronte, col molto travagliarsi dello spirito, e a micolino; e ciò prima, a cagione delle sue facoltà, ch'egli possiede scarse ed inferme; poi, per carità di cui deve avvantaggiarsene, però che la soverchia luce e la tenebra operino il medesimo effetto; non fanno vedere.»

Più tardi Giuseppe Mazzini manda una epistola al Papa, dove quello che il Gioberti s'industriava ghermire in pro del Piemonte, questi intendeva agguantarlo in benefizio della Repubblica: il secondo concetto più semplice, guazzabuglio il primo di teocrazia, di dispotismo, e di democrazia; e del pari impossibile: la lettera del Mazzini, che parmi scritta tenendo a falsariga qualche omelia di San Cipriano, supplica il Papa di confidarsi a lui; gli promette aiuti fra tutti i popoli di Europa, anco in mezzo agli Austriaci; eglino soli, il Papa cioè e Mazzini, troveranno questi aiuti però che entrambi abbiano unità di scopo, e fede nella verità della propria dottrina; se gli fosse vicino il Mazzini vorrebbe pregare Dio co' gesti, con gli accenti, e con le lacrime di convertire il Papa.—Ora questi siffatti partiti, io per me giudico peggio, che tranelli; e' sono grullerie.

Di vero, che coteste parole non fossero sincere chiarirà lo stesso Mazzini mandando con le stampe istruzioni segrete agli amici d'Italia di radunare le moltitudini, inebriarle co' canti, suoni, e timpani, renderle incontentabili, e irrequiete: per dare il sapone alle corde pei signori esserci mestieri i signori; dove il solo popolo levi la testa gliela romperanno di botto; hanno i signori ad essere i guidaioli del popolo, appunto come in Francia, la quale da prima patì un Mirabeau ed un Lafayette; sicuro, questi non vanno mai fino in fondo alla via, anzi non ci metterebbero pure un piede se ne vedessero la fine, così bisogna procurare nascondergliela. Ancora, sarebbe bel tratto far nascere in ogni capitale d'Italia un Savonarola; se ci riuscisse beati noi! Tamen, se non toccate il clero nella borsa non lo vedrete scalciare. Al popolo discorrete sempre delle sue miserie e dei suoi diritti: paroloni dotti non levano un ragno dal buco; adoperate motti non definiti bene, epperò più capaci a contenere in sè tutto quello, che la fantasia, il bisogno, e la cupidità ci vogliono mettere dentro, a mo' di esempio: libertà, uguaglianza, fratellanza, diritti dell'uomo, progresso e simili: non è arduo spingere il popolo, e nè manco importa conoscerlo, il difficile sta nel radunarlo; assembrato ch'ei sia voi lo potete balestrare come un sasso dalla vostra fionda. Se un re promulga una legge comportabile, e voi picchiategli le mani dicendo: bravo, per istrappargliene un'altra migliore; incamminatelo giù per la china a piccoli passi. Se uno dei maggiorenti la trinciasse da repubblicano e voi lodate il matto e fatelo correre; il dì ch'egli accennasse sostare, voi dategli il gambetto, e mandatelo a dare del muso sul lastrico: veruno allora si chinerà a rilevarlo caduto: pigliate tutto, odii, bizze, rancori, ambizioni deluse, interessi lacerati, ogni cosa buona per buttarsi sul fuoco della distruzione a crescerne la fiamma. Duro intoppo lo esercito, arnese di tutte le tirannidi; contravveleno a quello la opinione diffusa, che sendo egli composto di cittadini e da' cittadini mantenuto egli deve difendere la Patria dai nemici, non già mescolarsi nelle faccende interne; quando ciò avvenga voi potrete operare senza lui, ed anco contro lui. A Roma poi gittò il Mazzini le carte in tavola quando disse: «abbiamo traversato un tempo di menzogna dove gridavamo viva a gente esosa a patto che servisse ai nostri disegni; tempo di simulazione, dove celammo gl'intimi concetti giudicando non correre peranco stagione di manifestarli.»

Queste cose erano buone, ma non bisognava dirle; la moltitudine senza insegnamenti da sè le avrebbe, anzi le aveva di già belle e fatte, quando il Mazzini si avvisò insegnargliele per mantenersi in fama di archimandrita. Per me non lodo lo scrivere che ha fatto, e fa il Mazzini ai Papi, ed ai principi, causa per lui di accuse antiche e di rimproveri moderni: per coteste epistole egli non acquista opinione di subdolo e perde l'altra d'ingenuo: so che Cristo ammonì i discepoli dicendo: «andate, abbiate la semplicità della colomba, e la callidità del serpente;» e basta. Di vero, o che sperava con le sue epistole il Mazzini? Convertire i Papi, e i principi, i quali deposti triregno e corona fossero iti a scuola da lui ad apprendere come si aveva a disfare? O piuttosto agguindolarli e condurli incappellati al macero? A me sembra, che il Mazzini quante volte scende dalle regioni serene delle teorie a rasentare la terra trovi sempre chi gl'impallina le ale; egli allora torna a drizzare in su il volo non senza però che qualche penna gli caschi a mulinare per l'aria. Appunto come io reputo spediente, costumavano i Profeti, banditori del dogma, e custodi della regola allora quando uscivano dalla solitudine e venivano per rimettere i popoli in carreggiata, ovvero a minacciare ai regi il castigo di Dio; poi sparivano. Repugna, a mio avviso, la parte di Maestro di Libertà ai popoli con quella di cospiratore, come il potere temporale stride nel Papa col potere spirituale.

Senza però che il Gioberti con le sue fisime alterasse le ragioni del moto italiano, e senzachè il Mazzini si affaticasse a mettere in capo al Papa il berretto rosso invece del triregno, se pigliavamo le cose come le venivano forse avremmo fatto la via più sicura. Taluno opina che fu danno il moto rivoluzionario cominciasse a Roma, paese meno di tutti capace alle riforme, e da un lato par vero; dall'altro però compariva il più idoneo ad educare il popolo all'odio della autorità, la quale da per tutto a quei giorni grave in Roma, poi, accorava incomportabilmente insensata; e come più insensata piu pertinace a perseverare nel male, cedeno solo alla forza, inesauribile di frodi, legativa sempre non legabile mai, come quella che avendo facoltà di sciogliere altrui dal giuramento è naturale che la eserciti soprattutto per sè.—In questo altro consento, che i Moderati delle rimanenti provincie italiane procedessero senza discorso pigliando a modello il popolo romano, dacchè altrove si poteva più franchi domandare, e di botto tanto che bastasse, mentre con quel cotidiano svellere all'autorità ora una penna, ora l'altra, la resero contennenda, ed ammannirono l'anarchia, come pure adesso per diversa strada si sbracciano a fare, e faranno.

Pio IX, e questo parmi sicuro, inebriato dagl'incensi non seppe quello che per lui si operava: a mo' del fanciullo improvvido aperse la cannella alla fontana; poi spaventato della foga dell'acqua gli mancò la forza di girare la chiave. Chi è che non ricorda le magnifiche parole da disgradarne Tirteo, e che il Byron stesso gli avrebbe invidiato: «gli avvenimenti, che questi due mesi hanno veduto con sì rapida vicenda succedersi ed incalzarsi non sono opera umana. Guai a chi in questo vento, che agita, schianta, e spezza i cedri e le roveri non ode la voce del Signore! Guai all'umano orgoglio se a colpa od a merito di uomini qualunque riferisse queste mirabili mutazioni, invece di adorare gli arcani decreti della Provvidenza, sia che si manifestino nelle vie della giustizia, o nelle vie della misericordia, di quella Provvidenza nelle mani della quale sono tutti i confini della terra! E Noi a cui la parola è data per interpretare la muta eloquenza delle opere di Dio, Noi non possiamo tacere in mezzo ai desideri, ai timori, ed alle speranze che agitano gli animi dei nostri figliuoli. E primo….» ma io dal gran piacere, che ne sento copierei tutta questa allocuzione papesca del 30 marzo 1848, e farei opera inane, imperciocchè tutta Italia ricordi come in essa il Papa tirata prima l'acqua al suo mulino esultando per le garbatezze usate in taluni luoghi ai preti, e contristandosi pei bistrattamenti che ne menarono in taluni altri benediceva a due mani le vittorie cittadine dei Milanesi, e dei Veneziani contro gli Austriaci; anzi ne accertava di ottima riuscita a patto che stessimo fermi a catena del prete.—Ciò posto in sodo i Panegiristi di lui, che s'industriano con estremi conati a chiarire com'egli Papa, prima, e dopo cotesta allocuzione camminasse a sghimbescio pel cammino della libertà concedendo riforme e lasciando ad un punto la porta aperta per poterle ritirare, sembra a me, che lo disservano grandemente, però che, o non seppe che cosa si facesse (e credo appormi al vero con giudizio meno grave per lui) ovvero ingannò. L'amnistia, sostengono essi, non tirava ad altre sequele tranne al pretto perdono dei colpevoli, che tali si dichiarano i dannati alle galere per delitti politici, ed imponendo in aggiunta che ognuno sottoscrivesse l'obbligo di non peccare mai più: di fatto queste cose nell'amnistia ci sono, ma poichè nel medesimo si bandiscono i condannati uomini di onore, e degni di fede, e poichè la sottoscrizione dell'obbligo non a tutti si chiese su le prime, e poi si trascurò, per cotesto atto si dette ad intendere più che con le parole (massime se consideri da un lato i tempi, e dall'altro il costume della Corte romana usa a compartire il bene a spilluzzico, mutata la condizione delle cose non potersi considerare rei coloro che vollero le migliorie civili, le quali stavano per diventare la norma del cittadino.—Nel nove novembre del 1847 Pio IX mentre sguazza da un lato nelle acclamazioni delle moltitudini, limosina dall'altro la protezione dei principi; difendano essi la Chiesa, procurino, che Gesù Cristo vada loro debitore della conservazione del proprio impero, rammentino, che l'autorità venne data loro proprio per questo: più tardi, egli bandisce al mondo: suprema offesa così alla persona come alla dignità sua negare in nome di lui obbedienza ai principi, sollevare contro loro i popoli, eccitarli a moti ruinosi.—Il trenta marzo quando i troni della terra erano spazzati via dalla bufera popolesca, come polvere sopra le vie, il Papa ci vedeva il dito, e ci udiva la voce di Dio; ma poco innanzi, e quando non erano accadute le rivoluzioni di Vienna, di Milano, e di Venezia di guardia nazionale non voleva saperne, la contrastò col becco e con gli artigli al principe Aldobrandini; forse si sarebbe lasciato ire fino ai centurioni di Gregorio XVI; in seguito travolto dallo esempio degli altri principi quando non la può negare mette dentro il regolamento tante stringhe da farla morire di spasimo; e tuttavia ne prorogò l'ordinamento al cinque luglio.—Che fosse la legge sopra la stampa ce lo dicono i parziali del Papa, i quali sostengono che ei non intese punto affrancarla, all'opposto metterle il frenello trasportando la censura dalla Segreteria di Stato al Consiglio di censura. Lo stesso moderatissimo Azeglio non se ne contentava, e sì che Azeglio e gli amici suoi sono umori da imbandire con una fava di riforma cena in Apolline alla Libertà. La riforma amministrativa, che cosa è insomma eccettochè la estensione del sistema municipale dei rimanenti stati romani a Roma e all'Agro romano? La Consulta di Stato il Consiglio, che mantenevano i Papi prima della occupazione dei Francesi? Essi lo avevano udito, e lo consultò anch'egli a fine di essere illuminato con facoltà però di restare al buio quanto gli piacesse: imperciocchè Pio IX rispondendo all'allocuzione del Cardinale Antonelli bandisse sè essere parato ad ogni cosa, chiedessero verrebbe aperto; prima si straccherebbe il popolo a domandare, ch'egli a concedere, a patto però, che nè manco di un'apice fosse menomata la sua autorità pontificia! Aggiungendo queste altre sentenze, che valgono tant'oro: veruno ardisca vedere nella Consulta il germe di costituzione incompatibile col papato, e questo bene ripongano in mente non avendo egli mai conceduto alla rivoluzione il diritto di aspettarsi neppure un sorso di acqua da lui.

Taluno ha detto la virtù pubblica figlia non madre di Libertà, e questo io non credo, ma se pure è vero allora può darsi quando il Governo sorto dalla commozione popolare abbia interesse che il popolo perseveri nella Libertà; ma nei tempi dei quali io scrivo i Governi di assoluti con pessima voglia ed a marcio dispetto si mutavano in liberali, sicchè parve mal consiglio quello di concitare il popolo a superlative acclamazioni pel poco, che gli riusciva tozzolare, nascendo da questo due mali, primo pel popolo, il quale logorava gli spiriti nel proseguimento degli accessori, lasciandosi scappare di mano il principale e poi perchè dopo acquistatili trovandoli inani li dispettava perdendo la voglia dei partiti efficaci; il secondo pel principe a cui pareva vie via avere toccato la cima delle concessioni, onde sentendosene subito domandare delle nuove s'inviperiva: però dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse, e allora parve dovere fare così per porgere conforto al Papa reputato avverso alla oligarchia cardinalizia tenuta gagliardissima, concetti entrambi falsi come la esperienza dimostrò. Pellegrino Rossi scrivendo in cotesti tempi al Guizot così si esprimeva: «niente di conchiuso fin qui, eccetto promesse, commissioni, e proposte che menano il cane per l'aia, onde è naturale che il paese brontoli.»

Il Gizzi oltre le riforme amministrative non voleva andare, la Consulta e basta; e quando fu chiesto stessero i preti allo altare, in curia i laici Pio IX ebbe a dire: «per andare a genio a loro Signori non mi vo' mica perdere l'anima.» Della guardia civica già dissi, che conceduta alla trista, ne fu prorogato l'ordinamento al 5 luglio, ma il Papa la confermò solo dopo il 14 di cotesto mese, non mica spontaneo bensì vinto dal popolo, che udita la invasione austriaca in Ferrara, la impiccatura di un soldato pontificio, e la cospirazione dei Sanfedisti contro il Papa proruppe gridando: Armi!

I Gesuiti furono dal Papa, finchè n'ebbe balìa, con tutti i nervi difesi, quando gli fu forza licenziarli lo fece con parole le quali ben davano a divedere, che ei riputava separarsi dalla migliore, o maggiore parte di sè. Gli scrittori gesuiti lacerano il popolo per avere domandato al Papa la soppressione dell'ordine loro, e sta bene; ma lo stesso fanno i Moderati, e lo perchè non si comprende: questa soppressione avendo altrevolte chiesto ed ottenuto i Principi al Pontefice, o perchè aveva ad essere interdetto al popolo? Forse i Gesuiti avevano mutato natura, e per volgere di tempo di malvagi divenuti benefici? I ministri niente seppero intorno alla composizione dello Statuto; uomini del tutto estranei a loro lo costruirono; egli è ben vero, che il Papa gli aveva chiariti mallevadori del proprio operato, ma innanzi della pubblicazione dello Statuto, ed allora dovendone rendere conto a lui cotesto obbligo non tirava a conclusione; però dopo la pubblicazione dello Statuto la malleveria essendo assunta dai ministri di faccia al popolo, pareva dicevole ne avessero a sapere qualche cosa. Delle pubbliche adunate, e dei chiassi popoleschi si compiacque maravigliosamente Pio, finchè terminavano col chiedergli la benedizione; allora compariva fantastico, illuminato da fuochi del Bengala, e mentre una colomba bianca, caso fosso o ammannimento, gli rotava intorno al capo trinciava crocioni che pigliavano un miglio di paese; quando poi, a mo' che i salmi finiscono col gloria, coteste baldorie si conchiusero col chiedergli qualche nuova riforma di abusi le prese in odio e le vietò in mal punto; il popolo accusava il ministero, i gesuiti, ed altri parecchi tranne il Papa, ed invece da lui solo si partiva il divieto; spaventato poi della mala impressione si mise a scarrozzare il giorno appresso per Roma, e qui fu che gli trasse da ogni parte dintorno il popolo, e Ciceruacchio gli montò dietro la carrozza dove sciorinandogli la bandiera tricolore su gli occhi, e gridandogli: «Santo Padre, fidatevi al popolo!» tanto mise paura nel petto imbelle di lui, che svenne. Anco il Thiers di Francia gli mandava dicendo: «Santo Padre coraggio!» e senza ombra di consiglio, perchè il coraggio delle magnanime, e buone cose per predicare, che uomo faccia non acquisterà mai il prete; quanto a coraggio delle triste, preti e femmine non hanno mestieri, che altri ce gli ammaestri.

Finalmente venne presto il giorno in cui la utopia si muta in fatto reale, e la Consulta nella quale veruno temerario aveva a scorgere il germe d'instituto incompatibile col pontificato si ebbe a convertire in Costituzione; ma ciò accadendo innanzi i moti viennesi, milanesi, e veneziani la voce del popolo non aveva per anco preso la intonatura della Provvidenza, ella durava sempre urlo di ribellione, epperò gli esce stitica dal cervello conciossiachè tale si palesasse il concetto dello Statuto pontificio: sia il Collegio dei Cardinali il Senato supremo, dopo lui un'altro Consiglio alto di Senatori a vita eletti dal Pontefice, per ultimo la Camera dei deputati uno per 30,000 abitanti. Il Consiglio di Stato ammannisca le leggi le quali avranno forza dopo approvate dai corpi deliberanti e dal Papa in concistoro segreto: le materie spirituali riservate; le miste non si tocchino.

Ora tu che leggi pensa come si potesse distrigare questa matassa massime in istato pretesco col Papa re, e Cardinali, senatori, i quali Cardinali deliberavano in segreto; ed in aggiunta con la censura mantenuta, e i minimi offici esercitati da cattolici, apostolici, romani.

Gli amici di Pio ci fanno sapere come egli l'll febbraio convocasse al Quirinale i quattordici capi di battaglione delle Guardie Civiche interrogandoli se potesse fare capitale di loro, e dei militi in caso, che gli frullasse pel capo di contrastare al popolo la Costituzione; ed avutane risposta negativa col pianto negli occhi dichiarò avrebbe ordinato la compilassero sopra certe norme oltre le quali veruno potrebbe strascinarlo mai, e si tenessero per avvisati, e poi conchiuse: «già la Costituzione non è nome nuovo nel nostro paese; la copiarono da noi gli stati che la possiedono; noi avevamo la Camera dei Deputati nel Collegio degli Avvocati Concistoriali, e la Camera dei Pari nel sacro Collegio dei Cardinali ai tempi di Sisto V; e andate in pace.»

Havvi chi considera da ciò la suprema ignoranza di Pio intorno agli ordini costituzionali di Europa; a me sembra scorgere in cotesto discorso la callidità fraudolenta, che mai si scompagna dal prete; di vero o come adesso insuperbisce quasi della Costituzione già conosciuta in Roma, mentre quando instaurò la Consulta di Stato ammoniva non fosse alcuno così temerario di ravvisarci il germe d'instituto incompatibile al Pontificato? E' vuolsi credere piuttosto, ch'egli a quel modo favellasse per foggiare la Costituzione nella guisa, che gli garbasse meglio: infatti i suoi panegiristi discorrendo per lo appunto dello Statuto lo scusano ragionando così: non egli diresse i moti della Europa, ma ci resistè più che per lui fu potuto, e quando la prepotenza dei casi lo scaraventò fuori di carreggiata egli li dominò con mirabile coraggio; in tutte le concessioni che gli furono estorte egli protestò in favore delle verità sociali che la rivoluzione aborrì, e quantunque minacciato più degli altri, meglio degli altri stette fermo a cagione delle qualità di Principe, e di Pontefice raccolte nella sua persona; e poi spiegando a parte a parte il papesco Statuto esclamano: «quale sovrano avrebbe ardito tanto a quei tempi?»

Nel 1848 i Principi, eccetto Carlo Alberto, e del popolo i moderati, o come allora si chiamavano i dottrinari, trasecolavano degli spiriti guerreschi desti a un tratto in Italia, e dello smanioso chiedere armi, e battaglie; e pure doveva essere agevole prevedere che il popolo irrompe colà dove la passione lo tira: ora suprema passione del popolo l'affrancazione della sua terra da qualsivoglia servitù straniera, e gittar via da sè la turpe fama di codardo, la quale gravissima per tutti per gl'Italiani poi suona incomportabile, come quelli che abitando la terra degli antichi Romani se ne estimano eredi: quindi tu pensa se gli abitatori di Roma, e dello agro romano bollissero.

Il Gavazzi allora frate barnabita uomo potente di voce, di aspetto, e di parole aggiungeva legna al fuoco (e non ce n'era bisogno) con questa orazione da lui pronunziata nel mezzo al Colosseo del tutto degna che la storia ricordi: «tempo già fu quando i popoli di occidente vollero riscattare il sepolcro di Lui che della Croce fece fondamento alla libertà, moltitudini di uomini furono visti segnarsi della Croce il petto, e drappellato il gonfalone di Cristo avventarsi contro l'oriente! Cotesta era causa giusta! Cotesta era causa santa! Più giusta, più santa è la nostra! All'armi!

«Romani! l'Austriaco cento volte più barbaro del monsulmano picchia alle nostre porte…. che indugiate voi più? Come i Crociati poniamo sopra i nostri petti la croce, e su, addosso ai nemici, perchè Dio lo vuole! Non degno di chiamarsi romano chi per affetto o per comodo rimanesse codardamente ora alle sue case: non degna stirpe dei signori del mondo, non degno erede dei trionfatori sul Campidoglio colui che rifiutasse di presente vincere o morire per la libertà d'Italia. Indegna del nome di Romana, e di diventare madre colei, che adesso trattiene nelle sue braccia il fidanzato! Indegna dell'onore della maternità, e di seno fecondo colei, che piange per la partenza dei figliuoli! Indegna figlia delle matrone romane la donna che dissuade il suo sposo dai gaudi delle battaglie! Romani! i vostri padri vinsero tutto il mondo, patirete voi durare schiavi di tutto il mondo? Su via parlate!» Ed ottenuta risposta conforme all'accesa favella suggiungeva: «davanti questa croce simbolo di libertà, sopra questa terra santificata dal sangue dei martiri giuriamo di non fare ritorno a Roma se prima non abbiamo disperso fino all'ultimo i barbari, che straziarono la nostra terra!»

Taluno riprende coteste parole, e insinua pietoso come quei barbari cristiani fossero e nostri nella fede fratelli. Chi è costui? Un prete, che non rammenta come siffatti fratelli nostri le italiane donno sventrassero, e il frutto dei santi connubi portassero in trofeo infilato nelle baionette; e nè manco rammenta le creature cosperse di acqua di ragia ed arse fra il baccano e le scede a mo' di sorcio di fogna.

In veruno atto come in questo si palesa la pretesca fraudolenza. Pio IX mostrava repugnanza alla guerra però che si senta padre di tutti i fedeli, nondimanco lasciò, che diciassette mila uomini capitanati dal generale Durando andassero in Lombardia. Gli apologisti di lui lo scusano come quello che fu costretto, ed è scusa inane: perchè non abbandonava egli un potere che ormai non governava più? Se più tardi lo fece o perchè rimase adesso? L'uso delle armi, e la pecunia dello stato adoperata nel mantenerle, inviarle, o patire che movano contro cui chiami amico e figlio certo vuolsi giudicare suprema usurpazione di autorità; fuggì per meno il mal prete nel novembre di poi. Ma egli, aggiungono i difensori suoi, non benedisse la bandiera tricolore; certo gliela posero davanti gli occhi ma in compagnia della bandiera pontificia, ond'egli in ispirito, levate le mani, auspicò a questa, non già all'altra; siffatte sono grullerie gesuitiche, nè meritano confutazione. E poi i suoi difensori affermano, Pio IX inviava la gente con ordino espresso non valicasse il Po; sopra la ripa attendesse lo assalto, e veramente questo egli confessò eziandio nella enciclica del 29 aprile; e tutto questo era stolto, e fraudolento, perchè se lo Austriaco si reputava amico, e allora non bisognava spedirgli contro armati, ovvero era nemico e doveva reputarsi privo di senno il comando di aspettarlo a casa dandogli comodità di assaltarti a suo agio; combattere insomma con sicurezza di perdere: tu hai da fare la guerra con quello, che secondo la tua prudenza presagisci nemico quando torna a te, e non già quando piaccia a lui: inoltre diciassette mila uomini non possono giudicarsi sufficienti a guardare le frontiere degli stati papali; nè Pio IX credeva, che costretto (come disse) a mandare l'esercito fuori di Roma dove gli stava sotto gli occhi, e dove poteva esercitarvi immediata autorità fosse per obbedire ad ordine tanto insensato quando si troverebbe lontano da lui. Causa vera del consenso alla partenza dello esercito questa, che egli sperò votare in quel modo la città dei rompicolli; allontanati i cani egli fidava rimanessero a casa i montoni; garba cotanto ai preti chiamare, e provare i popoli greggi! Così vero questo, che anco dopo la partenza dello esercito continuando l'agitazione Pio IX ebbe ad esclamare ingenuo: «o non mi avevano detto, ch'erano partiti tutti!» Pertanto il prete così argomentava toccandosi le dita: o muoiono tutti per febbre, o per ferro nemico, ed è tanto di guadagnato, ovvero vincono, ed io mi avvantaggerò per avere trovato un ripiego, comecchè padre di tutti, per avere contribuito alle guerre patrie con i miei sudditi, e con la mia pecunia: breve: muoiono; e il prete pagato ne suffragherà l'anima: tornano disfatti; e il prete si rifarà delle passate amarezze tribolandoli come ribelli: se vittoriosi il prete li condurrà in Chiesa a cantare il Te deum, e li ciurmerà campioni elettissimi della Santa madre Chiesa Cattolica.

Per meglio comprendere la doppiezza di Pio IX vuolsi sapere, che il Generale Durando arrivato sul Po con gli ordini di non traghettarlo sentendosi vinto così dall'ardore dei suoi soldati la più parte volontari, come dalla forza dei successi domandò ordini precisi di quello si avesse a fare, e gli venne risposto: «faccia quanto reputerà necessario alla tranquillità, ed alla quiete dello stato.» Ora se cotesto comento importa deroga agli ordini, che si volevano mantenuti non doveva trasmettersi; se non importa deroga bisognava spiegarsi più aperto. La enciclica del 29 aprile gli intendenti giudicarono peggio che slealtà, goffaggine pretta; per essa si conobbe la verità del proverbio, che chi troppo l'assottiglia lo scavezza, però che l'Austria non sia pesce da pigliarsi da cotesti bertovelli, e ricordò la protesta della Corte Romana al Congresso di Vienna quando le tolse il Polesine di Rovigo, nè lo dimentica adesso, che non alzerebbe un dito per sovvenire al papato: il popolo dall'altra parte ne venne in furore; il Papa da prima pretese mostrarsi impermalito, ma conosciuto poi, che questa volta la corda stava per istrapparsi si affrettò a dichiarare, che se egli non ispingeva a combattere l'Austria non parava persona ad andarci; per meglio blandire gli animi infelloniti mutava subito il ministero eleggendo uomini in buona vista del popolo. Pellegrino Rossi, che per sua sciagura, indi a poco entrò nei Consigli del Papa scrivendo in Francia così ragionava della sua condotta: «gli avanzavano due partiti da prendere, o l'intervento pacifico o la guerra; si addiceva il primo al Pontefice, la seconda al Principe italiano; egli non seppe fare l'una nè l'altra cosa, nè dichiarare la guerra, nè impedirla.»

Tanto bastava per generare gozzaie non rimediabili mai, e nondimanco da questa ora in poi crescono le bizze di Pio IX, sicchè proprio parve agli uomini gravi un fanciullo stizzoso; mentre gli durava la paura scrisse una epistola allo imperatore di Austria perchè a bocca baciata si ritirasse in Austria lasciando la Italia, e da quel buon figliuolo ch'egli era senza tanto stintignare obbedisse; io per me credo non si sia mai fatto al mondo tanto sciupìo di carte come a quei tempi; il Mazzini scrisse al Papa per convertirlo e persuaderlo a tornarsi a pescare; Pio IX scrive allo imperatore di Austria per convertirlo e persuaderlo a tornarsi semplice arciduca; e se fosse solamente carta quella, che fu sciupata mi accheterei, ma sciupati altresì andarono buon senso, lealtà, e tempo, che Dio certo ci dava perchè lo impiegassimo meglio.

Terenzio Mamiani davvero non mi parve mai uomo da dominare burrasche, tuttavia dei più risoluti di lui non avriano potuto durare tra le opposte spinte dei preti, e dei repubblicani, e Pio IX quasi si pigliasse diletto ad arcare cotesta povera anima ravviata ora non gli consentiva camminare con un solo ministro degli affari esteri, ma ne voleva due, uno per lo cose secolari, e l'altro per le spirituali: la nuova legge sopra la stampa (dacchè la vecchia per cui si era mossa gazzarra era venuta in tanto dispregio, che per poco non la pigliavano a sassate) voleva manipolare egli, cioè farla manipolare per lui da un padre Buttaoni domenicano maestro del sacro palazzo dal quale Dio scampi ogni fedel cristiano; negava ai ministri facoltà di punire i soldati fuggitivi; dal ruolo dei Consiglieri cancella il padre Vico gesuita, scienziato dei primi, e ciò perchè (il Papa affermava) l'avevano fatto a posta per non parere persecutori dei Gesuiti, onde ei veniva con questo a palesare l'animo suo di torre la reputazione al suo ministero infamandolo per tirannico: non consultati i ministri nomina Consiglieri di Stato, e Auditori; al Cardinale Ciacchi preside del consiglio dei ministri per la fermezza mostrata a Ferrara contro l'Austriaco salito in nome di liberale surroga il cardinale Soglia noto per abiezione non menochè per inettezza. La faccenda del discorso per l'apertura della Camera comparve piena di scandalo: lo compose il Mamiani per benino, lo corresse Pio IX e le sue correzioni accettaronsi poi si pentì e lo rivolle; allora ne compose uno nuovo da sè, e lo rimandò il 4 luglio vigilia del Parlamento: a quel modo intendeva Pio il governo costituzionale; non potendo i ministri accettare il papesco discorso, stante l'angustia del tempo proposero al Papa si facesse rappresentare dal cardinale Altieri il quale avrebbe detto panzane, ed essi avrebbero recitato un discorso messo insieme a modo e a verso d'accordo col papa: da prima Pio saltò su i mazzi urlando ch'erano traditori; gli fu dimostrato con pazienza da santi, che non i ministri traditori, ma egli era proprio un'ignorante, salvo lo Spirito santo, allora si abbonì, e accolse la profferta di rivedere il discorso, come in vero ei rivide ed approvò: tuttavolta l'Universo diario chiesastico di Parigi diè fiato alla tromba, e gli altri diari d'Italia tennero bordone lamentando la Chiesa governata da nemici della religione, e peggio; così si screditavano i ministri, e manomessa l'autorità si rendeva impossibile qualunque governo.

Ricercando le cagioni di cotesti sbalestramenti papali ho sentito dire come Pio IX per lettere intercette venisse a sapere come il Mamiani s'indettasse a suo danno col Piemonte, e di ciò movesse querimonia infinita con monsignore Muzzarelli: qualche cosa ci ha da essere stato; ma di tradimenti non è capace il Mamiani, e Pio IX si mostrò così governato dalla vanità ch'io lo reputo più che capace da giudicare tradimento ogni partito che tendesse a ledere le sue prerogative di cui procedeva, e procede tenerissimo: ad ogni modo, poste per vere lo busbaccherie del Mamiani, il Papa avrebbe dovuto licenziarlo, molto più che per essere visto dal popolo con occhio obliquo poteva molto destramente farlo, e non già stare a bisticciarsi con lui in danno della cosa pubblica. Invece ogni tantino minacciava volere dare il puleggio al Mamiani, e tuttavia lo teneva: invece di due ministri separati per gli affari esteri adesso Pio pretende che in uno solo si cumulino i negozi così secolari come spirituali, e il ministero gliela imbianca, quindi gli cresce il rovello contro di lui, sicchè quando la Commissione dei deputati si condusse a portargli la risposta al discorso di apertura, egli con mal garbo disse accettarla come fatta alle parole dello Altieri, e protestò la ferma risoluzione di mantenere nella pienezza intere la libertà, e le potestà sue.

Le fortune d'Italia per la disfatta delle milizie regie, e pontificie volgendo al basso, il Papa estima potere allungare le mani contro la libertà e s'inganna; la sventura inasprisce non doma gl'Italiani, e i reduci sparsi per le città, e per le ville gli animi già accesi infiammavano; intanto gli Austriaci mettendo avanti nuove improntitudini a Ferrara forniscono pretesto di tumulto al popolo in Roma che chiede armi, invade il Parlamento, e a forza unito con la guardia civica presidia le porte, ed il castello santo Angelo; il Mamiani odiato dal Papa, sospetto al popolo lascia l'ufficio, e veramente non correvano tempi per lui, ingegno temperato, amico della compostezza elegante, e forbito nel dire, nel vestire, nell'operare, in tutto; in una cosa solo io lo reputo stemperato, ed è nella passione di vedere sgombra la Italia da ogni straniero. Pio picchia a tutte le porte per formare un nuovo ministero, nè potendo rinvenire meglio ricorre ad Eduardo Fabbri infermo, e settuagenario, cultore di buoni studi, ma alieno alla politica, di negozi imperito. Gli Austriaci tumidi delle riportate vittorie, pigliano diletto a provocare il popolo, obliando che avevano vinto le milizie regolari, ma dai popoli erano stati vinti. Welden entra in Bologna; i soldati insultano e vengono manomessi; il capitano austriaco impone gli si consegnino i rei, i cittadini, che gli hanno per innocenti anzi per eroi li negano; dalle parole ai fatti; per quattro intere ore si attende da una parte, e dall'altra a rompersi le teste; il popolo bolognese mostra a prova averla più dura dello austriaco, e lo caccia: a Roma il popolo imperversa, anco al vecchio Fabbri s'infiamma il sangue e manda fuori bandi ardentissimi; e non ce n'era di bisogno: a Pio in proporzione che il sangue si scalda altrui si raffredda il proprio; il Fabbri risegna il governo, e Pio gli surroga Pellegrino Rossi. Questi richiesto prima del Fabbri aveva rifiutato perchè avendo troppa parte di vita logorato fuori d'Italia, gli umori degl'Italiani ignoti erano a lui egli ignoto agl'Italiani; aveva moglie protestante, forse protestante egli stesso; professore in Francia di varie dottrine; riputato, edotto non però ingegno supremo; i suoi scritti come invisi a Roma erano messi allo indice: apparteneva alla setta, che allora in Francia si chiamava dottrinaria; lo aveva portato su il Guizot: possedeva in copia la superbia, e la presunzione doti comuni a cotesta setta; l'acerbità dei modi era sua. Per quanto ci è dato conoscere i suoi concetti questi: nelle faccende interne un po' di amministrazione liberale e abusi quanti più potesse levati di mezzo; guerra di sterminio alla democrazia; crescere le apparenze, non la sostanza dello Statuto; fuori lo accusano aversi voluto legare con l'Austria per bilanciarsi col Piemonte, da lui, e più dal Papa preso in uggia, ma non lo credo; credo piuttosto che intendesse equilibrarsi col sussidio di Napoli, e di Toscana: disegno scarso ad un punto e troppo; scarso per provvedere ai tempi grossi, soverchio per inimicarsi i democratici, i preti, e i parziali al Piemonte; di più aveva contro l'onda del secolo, e l'ira delle moltitudini.

Quest'uomo o improvvido, o acre pareva compiacersi di pungere il genio della città unendosi nel ministero gente a dritto detestata per illiberale, come l'avvocato Cicognini, che di capo della estrema destra diventò ministro di grazia, e di giustizia, e il generale Zucchi, che usciva di prigione dell'Austria con buona fama per macularla a Rimini nel 1831, e nella resa di Palmanuova nel 1849 offuscarla affatto, fu promosso ministro della guerra. Ora essendo cosa ordinaria che chi dirige dia la intonatura lo Zucchi venuto a Roma disse alle guardie civiche parole dure e aborrite; andato a Bologna, tolse pretesto da qualche brutto fatto commesso dal popolo armato per disarmare popolo, e volontari, contro i corpi di Garibaldi e di Masina spedì milizie; costume vecchio, e nuovo di governo tirannico eccitare disordini, o non prevenirli per pigliarne poi la congiuntura d'insidiare la libertà: nelle provincie, e a Roma il popolo bolliva, anco la guardia civica portava il broncio; la nuova Camera uscita da pochi elettori, rappresentava colà come altrove una classe sola repugnante per timidità, o per altra più rea passione, da usare risolutamente della libertà: ciò era molto, massime a quei tempi, per rendere detestabile un'uomo, ma il Rossi fece peggio; dopo inimicati i democratici venne alle rotte con quanti parteggiavano pel Piemonte, e per la guerra, che non erano pochi, stampando sul Monitore romano certi suoi scritti co' quali trafitti prima gli Albertisti dichiarava volersi accostare a Ferdinando di Napoli belva di re; per colmare lo staio il 13 novembre fatto mettere la mano addosso a Vincenzo Carbonelli, e a Gennaro Bomba napolitani agitatori irrequieti li mandava a Civitavecchia per espellerli dallo stato: arrogi, che presagendo egli resistenza si ammannisce a sfidarla, al quale scopo ordina nel Corso una lunga sfilata di gendarmi, come per avvertire i Romani che si giocava di vite; distribuiva poi i Carabinieri nei dintorni del palazzo della Cancelleria non senza prima arringarli dicendo, che in caso di sommossa dimenticassero l'essere cittadini per rammentarsi che erano soldati. Il giorno 15 novembre, fissato per l'apertura del Parlamento, al colonnello Calderari, il quale si profferse accompagnarlo con una mano di carabinieri a cavallo, e lo avvertì di pericolo soprastante, rispose, non temere niente, sarebbe ito senza scorta, e tuttavia lo agitava una fiera inquietudine, aveva la faccia pallida, e la voce velata. A Pietro Righetti disse: «se non avete paura venite meco alla Camera» e quegli andò. Una mano di gente da 50 a 60 vestita tutta della assisa dei reduci da Vicenza lo aspettava smaniosa nel cortile del palazzo della Cancelleria, sicchè taluno di loro impazientito dello indugio esclamò: «sta a vedere che il vigliacco ha paura, e non viene.» Ma il Rossi aveva sospetto non paura e veniva; un uomo appostato in via dei Baulari precorse la carrozza avvisando i congiurati: «ei viene, ei viene» Allora andò intorno il grido: «eccolo! eccolo!» e dal portone del palazzo fino alla scala si dispose in due ale, più spessa la destra, la sinistra scarsa. Appena sceso dalla carrozza il Rossi, e dietro a lui il Righetti si levò un cupo brontolìo misto a fischi; egli procedeva in sembianza provocatrice, con le mani nelle tasche della cappa; crescendo i fischi trasse fuori le mani, e prese a sbattere i guanti ghignando protervo; lui certo tirava un fato maligno: ecco di repente i congiurati chiuderglisi dietro e separarlo daì Righetti; uno di loro lo tocca di un bastoncello nella coscia destra, il Rossi si volge indispettito da cotesto lato; allora due o tre si spiccano dal gruppo destro per girare al sinistro passando davanti allo sciagurato e gli vibrarono non uno, bensì due colpi, il primo fu invano, non così il secondo; il pugnale penetrò nella parte sinistra del collo dall'alto in basso per bene quattro dita tagliando affatto l'arteria carotide, e la vena guigulare esterna, parzialmente la carotide primitiva; egli barcolla senza dire parola, tenta appoggiarsi al muro ma non si reggendo casca giù di sfascio. L'omicida ai più parve giovane di 20 o poco più anni, di poca barba, e smilzo; appena fatto il colpo gli gettarono addosso un mantello da guardia civica, e sparve con seco i complici, dei quali taluno andava ripetendo: «zitti! zitti! e' non è niente.» Il Righetti a cui pure fu menato un fendente di daga invano facendosi largo domandò aiuto per sollevare il trafitto; non gli badarono, intanto sopraggiunse il servo del Rossi Giovanni Pinadier, e in due lo rimisero in piedi, così sorretto salì otto scalini o nove, e quindi si abbandonò; trasportato di peso nelle stanze dei cardinale Gazzoli adagiaronlo su di un lettuccio; mandarono pel prete il reverendo parroco dei SS. Lorenzo e Damaso, e lo trovarono a pranzo[1] sicchè arrivò per assolvere il Rossi e vederlo spirare, e forse era spirato, perocchè uno che si trovò presente al caso ci racconta, avere suggerito al moribondo di profferire le parole: «Gesù mio misericordia,» ma non potè dirle, e spirò. Su quel subito dopo incominciato un po' di processo tanto per non parere si lasciò cascare, fu ripreso più tardi. Gli accagionati sedici, otto contumaci tra i quali Ciceruacchio e Sterbini; dei presenti Felice Neri morì prima della condanna, degli altri Luigi Grandoni e Sante Costantini giudicati nel capo, ma il primo periva in carcere, l'altro ebbe mozza la testa; i rimanenti cinque mandati chi a vita, e chi per 20 anni in galera.

[1] «Pranzavo, fu sonato alla porta, e fu detto:—«presto il curato che hanno dato una stoccata al Rossi…..» Deposto del R. P. de' SS. Lorenzo e Damaso.

Nè anco si creda che il cardinale Gazzoli con pietoso animo aprisse le sue stanze al trafitto; com'entrassero in casa allo eminentissimo, ce lo fa sapere un testimone: «Io accompagnai allo appartamento Gazzoli sendoci resa aperta la porta dopo un calcio forte dato alla medesima dal servo del Rossi.»

La paura, che invano presumerono mantellare di costanza romana, persuase la Camera ad aprire la seduta, comecchè non fosse in numero e a leggere il processo verbale, ma della strage del Rossi non discussione, non deliberazione; un grido solo si levò per impedire l'apertura della seduta codardamente animosa; se non chè questo altro grido (dicono si partisse dal principe di Canino) di rimando lo attutì: «è forse morto il Re di Roma?» I vari partiti si gettarono in faccia l'omicidio del Rossi; uno scrittore non so se più tristo, o ridicolo, ne incolpò anco lo scrittore di questo libro; e l'opera del D'Arlincourt ebbe traduttori e stampatori a Livorno, lettori, e forse credenti in Italia; miserie di tutti i tempi, e di tutti i luoghi, forse correggibili un giorno, ma certamente non emendate fin qui!

A fine di conto veruno amò Pellegrino Rossi imperciocchè pei preti fosse troppo, pei liberali troppo poco. La Corte Romana lo pianse morto perchè le tornava singhiozzare senza lacrime, se gli fosse durata la vita lo avrebbe ucciso ella: più tardi Pio gli mise un po' di sepolcro tanto per non parcere, e su la lapide commise incidessero lui avere avuto ragione da vendere, il Papa lodava ed approvava il Papa, e questo va pei suoi piedi nè importava davvero scolpirlo sul marmo.[1]

[1] Il sepolcro del Rossi è in S. Lorenzo a dritta dello altare maggiore murato alla parete: consiste nel busto del Rossi tra l'Alfa e l'Omega; sopra il busto un Cristo, e sotto al busto

CAUSAM OPTIMAM MIHI TUENDAM ASSUMPSI MISEREBITUR DEUS QUIETI ET CINERIBUS PELLEGRINI ROSSI COM. DOMO CARRARIA QUI AB INTERNIS NEGOTIIS PIO IX. P. M. IMPIORUM CONSILIO MEDITATA CAEDE OCCUBIT XVII K. DEC. MDCCCXLVIII AET. AN. LXI. M. IIII. D. XII.

causa ottima io presi a sostenere, però mi avrà misericordia Dio; al riposo e alle ceneri di Pellegrino Rossi commendatore da Carrara che preposto da Pio IX p. m. agli affari interni per consiglio di empi con meditata strage fu spento il 15 dicembre 1848 di anni 61. m. 4. g. 12.

Spontaneo o consigliato Pio IX mandava nel mattino del 16 Marco Minghetti, e il Conte Pasolini in cerca di Giuseppe Galletti, il quale arrivato la sera del dì precedente aveva ricevuto dalla turba inebriata di vino e di sangue strepitose accoglienze; egli nelle sue memorie fa le stimate per questa chiamata, e s'infinge; forse altra volta non aveva egli retto il governo? E per le acclamazioni popolari non offeriva un'arnese lì per lì da logorarsi in opposizione al popolo; certo per breve tempo, ma a quei giorni chi poteva augurarsi durare un pezzo; e poi Pio IX non ne aveva bisogno di lungo; bensì di tanto che bastasse a mettersi in salvo; recatosi il Galletti al Quirinale, il Papa gli parlò pacato, e gli commise comporre nuovo ministero; chieste alcune ore per indettarsi gli concesse spazio fino a sera; uscito, gli offre la carrozza il principe Corsini, ed ei va con esso; mentre passano per piazza Apostoli ecco accorrere loro una turba di gente, nè popolo tutta, bensì mista di deputati, di cittadini maggiorenti, e di ufficiali, con bandiere e carelloni sopra i quali stavano scritte le domande, che intendevano il Papa esaudisse: ministero nuovo, governo quale lo aveva già dichiarato il Mamiani, adesione alla Costituzione bandata del Montanelli; appena ravvisato il Galletti, la moltitudine lo cava dalla carrozza, e seco lo travolge al Quirinale in mezzo alla deputazione eletta per partecipare al Papa i desiderii della Città; sappiamo da lui, come parendogli strano inquietare Pio per cosa della quale già gli aveva dato incombenza, e non dicevole angustiarlo per le altre s'indettò con la Deputazione di entrare in palazzo, e uscirne poi simulando avere tenuto colloquio col Papa, e da lui impetrata la facoltà di comporre il ministero senza toccare di altro; era inganno cotesto ma il popolo che di rado si lascia abbindolare quando tiene aperti gli occhi prese a prorompere: «o le altre?» A che il Galletti, colto alla sprovvista rispose: «quanto alle altre provvederebbe il governo non essendo tali da poterlo fare il Papa senza ministero.» Il popolo subodorata la frode, diede nei lumi: «risposta chiara e subito;» e s'incammina a cercarla da sè; trattenuto a stento concede ritorni al Papa il Galletti, il quale va, e lo trova arruffato; preghiere e persuasioni non valgono a smoverlo, bensì ei gl'insinua ad ingannare il popolo, e il Galletti mostra offendersene, ma a torto perchè se lo aveva deluso una prima non si sa perchè non lo avrebe deluso una seconda volta. Popolo, e Svizzeri già cominciavano a barattarsi qualche nespola; preti, e servitorume in palazzo tremano a verga supplicando il Galletti li salvi dallo sterminio, sicchè egli annunzia al popolo non un rifiuto duro duro del Papa, bensì non volere patire violenza. Alle armi! urla il popolo, e sgombra la piazza. Il Papa nella fiducia che la repulsa gli procacciasse reverenza si stava nella sua vanità tranquillo, quando ecco allagare la piazza il popolo armato trainando un cannone per fracassare la porta maggiore del palazzo, con esso lui la guardia nazionale, bersaglieri, reduci, e fanterie regolari; si dà mano a moschettarsi con gli Svizzeri; il sangue gronda; monsignor Palma mentre si affaccia ad una finestra del Quirinale per ispeculare quello che si facesse in piazza, colto da palla nel capo, muore; dicono fosse uno degli scrittori della famosa enciclica del 29 Aprile. Appiccarono il fuoco ad una porta laterale; grave il danno presente, troppo maggiore il futuro, imperciocchè il figlio del Ciceruacchio stesse per dar fuoco al cannone appuntato contro la porta del Quirinale, e lo faceva se non lo avessero tenuto; di ciò si vantano parecchi, il Calandrelli, e il Galletti; forse ci avranno avuto parte ancora essi, ma quegli, che gli strappò la miccia accesa di mano fu proprio il padre del giovane tuttavia parziale a Pio IX. Si mandarono in fretta da più parti persone in traccia del Galletti, che rinvenuto in Piazza Navona andò; il Papa apparve atterrito, ma più che atterrito crucciato, che nel cuore del prete due grandi passioni si davano battaglia, orgoglio e paura; per la composizione del nuovo ministero di leggeri andò persuaso, alle altre domande invincibilmente opposto, onde si ebbe rifugio al ripiego, deciderebbe l'Assemblea su quelle; il popolo non si contentava, ma lo abbonirono con le parole artate; il popolo pretendeva altresì gli si consegnassero nelle mani gli Svizzeri, ma anco su questo lo abbonirono. Dicono i panegiristi di Pio, com'egli al cospetto degli Oratori stranieri protestasse della nullità degli atti come estorti a forza, e non pare, dacchè parte accettò, e parte respinse delle domande del popolo, e se questo fu inganno per celare meglio le riposte deliberazioni tanto maggiore gli riviene il biasimo per la usata fraudolenza; e di ciò si duole amaramente il Galletti lamentando i danni patiti per essersi spencolato in suo pro, la sua sconoscenza come quello che lo aveva sottratto a pericolo sicuro, poichè s'egli non era il popolo in cotesto di aveva mostrato volontà e potenza di troncare ad un punto Papa e papato. Gli uomini del 1818 sperimentarono nemici così i principi come i popoli, e a parere mio meritamente, imperciocchè molti di loro per disposizione propria, e per qualità di tempi, taluni per qualità di tempi soltanto nè salvarono le monarchie, nè impedirono le repubbliche; una maniera di rivoluzionari annacquati: onde oggi Dio non li vuole e il diavolo li rifiuta; e più che tutti ha ragione di spregiarli il popolo, il quale a questa ora non si troverebbe a rifare i passi sopra una via insanguinata dai suoi piè laceri.

È fama che Pio IX tra il sì, e il no tenzonasse di partire o rimanere, ma che a traboccare per la risoluzione di andarsene contribuissero assai la lettera, e il dono della pisside, o meglio della teca dove un Chatorusse vescovo di Valenza gli dette ad intendere Pio VI portasse il viatico nelle sue pellegrinazioni; invero a che pro cotesto impaccio se il Papa con due parole e un po' di farina poteva farsi quanto Dio voleva? e la farina da per tutto si trova. Avendogli pertanto mandato Dio la ispirazione per mezzo del vescovo di Valenza, mentre gliela poteva spedire per via diretta deliberò la fuga: in questo passo forte lo stimolava il duca di Harcourt il quale intendeva condurlo a Civitavecchia e quindi in Francia, arnese ottimo, secondo lui, per iscompigliare la Europa pigliando a volo i diritti, o piuttosto le pretensioni dei Papi sul bene altrui. Gli oratori degli altri principi cattolici ben si accordavano coll'Harcourt intorno alla fuga ma dissentivano circa l'asilo, il Martinez della Rosa lo voleva trasportare alle Baleari, il conte Spaur a Gaeta donde con maturità di consiglio avrebbe potuto scegliere fra le Baleari e Francia, così diceva, ma insomma lo voleva commettere nelle mani del Re di Napoli e dell'Austria: ognuno di loro tira l'acqua al suo mulino. Essendo comparsa in quel torno un'aurora boreale, gli scrittori chiesastici, ne traggono argomento ad affermare che la fuga di Pio fu annunziata dai cieli; e questo potrebbe addursi in prova della pertinace impostura, o ignoranza dei preti se il temerario sillabo di Pio IX non assolvesse da ogni prova. Il 24 di novembre l'oratore di Francia arriva al Quirinale in un carrozzone di gala preceduto dai corrieri con le torce a vento, e domandata udienza introducesi al Papa il quale tosto muta vesti pigliando quelle di un pretoccolo, e per mascherarsi meglio postosi sul naso un paio di occhiali verdi scappa per certe stanzuccie conducenti al corridore degli Svizzeri, il duca d'Harcourt rimane nella stanza di udienza dove nel disegno d'ingannare la gente continua a discorrere con voce alta e concitata; se non chè quando egli pensa ormai assicurato il fine dei mal sortiti tiri furbeschi, ecco che ti vede ricomparirsi davanti il Papa disfatto con un moccolo in mano. La porta del corridore degli Svizzeri disusata ab antiquo non aveva potuto aprirsi, chiuso allo scampo ogni via: agevole cosa immaginare la confusione di costoro, e forse imprecavano a coro un Dio avverso quando il foriere Filippani sopraggiunge ad avvertire che il Dio placato sotto forma di olio di oliva aveva fatto scorrere il chiavistello e spalancata la porta: amplessi, e baci, e passi accelerati per rimettere il tempo perduto. La contessa Spaur dopo aver messo in confronto la partenza di Pio VII da Roma con quella di Pio IX, la prima in mezzo al pianto dei fedeli Romani, massime delle donne, che picchiandosi il petto simili alle figliuole di Gerusalemme ululavano: «chi ci rapisce il Santo Padre? Chi?» La seconda alla chetichella a guisa di ladro notturno che porta in salvo la cosa furtiva, esclama: qual differenza!—Questa confessione scappata impensatamente dalle labbra di una donna foggiata a zelantissima cattolica chiarisce le condizioni attuali del Papato, e il fine, che senza rimedio ormai gli si apparecchia.

Vulgare fuga fu cotesta, che invano s'industria la contessa Spaur di rendere poetica: bimbi, cameriere, preti, carabinieri, che reggevano il sacco, e nondimanco paura; tutto questo burlevole: pieno però di amarezza vedere cotesto mal Prete recitare il breviario col padre Liebl, e supplicare Dio per la salute degli uomini, che tornato in fiore egli dannò alle galere, agli esilii, qualcheduno alla morte. Giunse il Papa a Gaeta a salvamento, perchè, come disse egli alla Spaur, seco era Dio chiuso dentro la scatola, il quale pure non era bastato a salvarlo dalla paura quando trovò chiusa la porta del corridore degli Svizzeri! Di colta il Papa fu preso per ispia dal comandante di Gaeta, ma poi il Re Ferdinando avvertito gli portò in fretta e in furia camicie, soldati, e marzapani e condottolo seco a Napoli l'ospitò regalmente; per la qual cosa questa belva incoronata, che uomini di stato temperatissimi chiamano addirittura negazione di Dio, diventa ad un tratto: «Re cristiano ammirando nel quale non sai se le virtù del principe cristiano superino quelle del privato, o queste quelle avendo discorso parole, e operato fatti di sovrano il più magnifico e il più pio di quanti si conserva memoria nel mondo.»

Dicono il duca d'Harcourt corresse a Civitavecchia nella speranza di trovarci il Papa, e non ce lo rinvenendo rimase come schermitore vinto di scherma; ciò altra creda non io, che se tale fosse stato l'accordo egli avrebbe da lunga mano allestito il naviglio, a mo' che fece Leopoldo di Toscana mercè la Inghilterra, la quale in quelle rivolture tenne il piè in tutte le staffe, e parve pescatore che intorbida le acque per pescardi dentro.

Conosce l'universale come Pio IX fuggito da Gaeta dopo tre giorni deputasse certa comissione di sette persone a reggere il paese: questo gli era vietato per legge: e supposto gli fosse concesso veniva tardi, perchè il Decreto, che la instituiva arrivò a Roma solo il tre dicembre, o si conosceva aperto, che la era preordinata per iscarrucolare la gente, di vero tre dei sette non si trovavano a Roma, gli altri quattro in mal punto, e senza un'oncia di consiglio richiesti arruffavano: ci erano apposta; all'ultimo ricusano. Il Papa depone il ministero, che non gli dà retta e rimane, solo repugnante il Mamiani; mandasi deputazione a Gaeta, ed anco questo parve partito insano, chè ormai era chiaro il Papa, se straniere armi non ce lo riconducevano, non volere restituirsi a Roma. La deputazione come poteva di leggieri prevedersi fu respinta ai confini; avendo ella scritto lettera al cardinale Antonelli fin lì mostratosi zelante di libertà non n'ebbe riscontro di sorte; cessata la commedia aveva deposta la maschera.—La risoluzione forse non poteva salvare, ma la incertezza fu di sicuro ruina; gli operatori dei passati rivolgimenti non si tennero paghi ad avere ragione, ma sì ancora attesero a provare per filo e per segno che l'avevano; nè io dirò che in queste faccende non importa ragione; questo altro dico, che non rileva tu abbi ragione se l'esito ti dà torto. Il ministero revocato continuò a guidarsi come nave senza timone, i deputati peggio che mai; eletta nuova giunta di reggitori, Gaeta, interessata a crescere la confusione, protesta; si scioglie il Parlamento, e si convoca l'Assemblea constituente; il senatore di Bologna membro della Giunta risegna lo ufficio, gli sottentra il Galletti; Mamiani abbandona il ministero e se ne ignora la causa, dove non fosse il cruccio concepito nel vedersi postergato a cui egli estimava, e senza dubbio era, men degno di lui.

Precipito la narrazione come quella che si versa su cose a tutti notissime; il Papa col monitorio del primo gennaio 1849 protesta, e vieta ai fedeli di partecipare all'assemblea constituente sotto pena di scomunica; nonostante ciò apresi, e ci concorrono i fedeli; si mette il partito della decadenza del Papa ed è vinto con voto quasi universale, imperciocchè i dissidenti sommassero a quindici sopra 142; posta altresì a partito la dichiarazione della repubblica ebbe contro soli ventidue voti, che per la scarsezza loro e' furono come se non fossero; l'assemblea elesse ancora un Triunvirato composto di Armellini, Saliceti, e Montecchi: varia di loro la fama come suole nei mareggiamenti politici; però cribrata ogni cosa ad Armellini consentono molta scienza legale, e di ciò porgono preclaro testimonio le sue allegazioni forensi, e nelle altre faccende più ingegno, che dottrina: nello eloquio spedito: Catone in piazza, Epicuro in casa: cupido di primato, nei propositi incerto, di modi, e di parole coperto, prete fu e non sapeva dimenticarsene; altre taccherelle gli appongono, e le avrà avute; fatto sta che stette alla sua fede fermo, non vacillò per danno presente, e per presagio di maggiore pericolo avvenire, visse e morì onorato nello esilio lasciando desiderio di sè in quanti lo conobbero, e nome presso l'universale di cittadino onesto. Il Montecchi eziandio appartenne al foro, buono era, ma di poca levatura; uno dei tanti, che la ruota delle vicende umane pare che abbia bisogno di tirare su per fargli fare, girando, il tomo; il Saliceti entrò nel maestrato con maravigliosa reputazione, lo predicavano giureconsulto solenne, filosofo, ed uomo di stato: ministro a Napoli lo ebbero in pregio: grandi cose si aspettavano da lui, e non le fece, sicchè presto venne meno alla pubblica stima, solito scoglio in cui rompono anco i sommi, i quali non rispondono mai all'eccessivo concetto, che altra si forma di loro.

La repubblica non fu accolta bene nè male; la patirono i popoli, nè forse vi era altra uscita, dacchè al Papa non si voleva tornare, nel governo provvisorio non si poteva durare; il Monghini, che questo disse, allora come ora apparve savio, e il Farini male si adopera trafiggerlo con oblique parole: maligno raccontatore costui, contro il quale, percosso da Dio, non lice aggravarsi con dure parole. Quando poi con tanto valore i Romani con gl'Italiani convenuti a Roma difesero la repubblica, furono sospinti ai magnanimi atti meno da svisceratezza per la forma del governo che per mostrare a prova di sangue allo aborrito straniero come gl'Italiani sappiano adoperare l'arme anco in disperata difesa; nè questo è giudizio dello scrittore, bensì dello stesso Giuseppe Mazzini, il quale, interrogato da lui rispondeva proprio così: «il concetto della difesa di Roma fu in tutti concetto di onore, e di ribellione naturale contro la insolenza francese; nei pochi concetto repubblicano, e desiderio di promovere il principio facendo conoscere al mondo ciò, che a petto dei monarchici d'Italia valessero i repubblicani…. Roma era scaduta agli occhi d'Italia, e di Europa: era una popolazione di preti, di servi, di ciacchi viventi su la candela, su le cerimonie, e le corruttele dei sacerdoti, e di trasteverini ignoranti, affascinati dalle pompe cattoliche, comecchè d'istinti veracemente Romani. Ora per noi senza Roma non si fonda unità, però bisognava riconsacrarla all'ammirazione di tutti; farvi scintillare una favilla di virtù prisca e vera…. insegnare insomma di nuovo Roma alla Italia, la Italia a Roma.»[1] Intento a vero dire non pure generoso ma giusto, e checchè adesso in contrario ne appaia portatore in futuro di frutti maravigliosi quanto inopinati.

[1] Mazzini note ms.

Lo stato di Roma grave perchè quello d'Italia pericolante. Hainau atterrisce a Ferrara, Venezia è stretta di assedio, Sicilia non riconosce la repubblica romana, Piemonte torbido, volente battaglia contro l'Austriaco, aborrente dai moti dei popoli, e più dalle aspirazioni loro, Toscana mal ferma. Qui venne il Mazzini per lo appunto il giorno in cui il Granduca Leopoldo disertava dal paese come il soldato dalla bandiera: coloro, che rimasero al governo della Toscana promossi da tutti, in breve sperimentarono nemici tutti, e non pure nei fatti, ma sì nei detti, e negli scritti: i monarchici pretendevano ch'essi facessero sangue per costringere il popolo a tenersi un principe che fuggiva, i repubblicani li lasciarono perchè non bandirono la repubblica, e adesso col giudizio stesso del Mazzini si chiarisce come nè anco a Roma, dov'ella fu promulgata, i più di cuore la sostenessero. Non comprendevano i reggitori Toscani con quanto, non dirò giustizia, ma senno potesse imporsi per forza la repubblica, di cui è fine consentire al popolo lo esercizio pienissimo della propria libertà; ond'ei se ci repugni, appena datagli la repubblica, te la butta via, e dove poi tu voglia, ch'ei la tenga ti fa mestieri adoperare modi tirannici dai quali aborrivano i governanti Toscani: inoltre bisognava considerare, ch'eglino preposti al governo provvisorio dovevano queste due cose compire; mantenere ordinato il paese, e provvedere, che l'assemblea costituente eletta con sincerità di suffragio deliberasse intorno alle sorti del paese; e tanto ebbero in sorte di compire. Quanto a loro dalla repubblica non rifuggivano davvero, se repubblica aveva ad essere l'universale deliberasse; solo le violenze detestavano, chè modi incivili non furono mai visti partorire costumi civili. Di tanto possiamo porgere testimonianza, che dove lo universale avesse deciso reggersi a repubblica, e avessero eletto a sostenere gli uomini del governo provvisorio la infamia di accorrere allo Austriaco coll'olivo in mano sarebbe stata risparmiata alla Toscana; il come non importa dire, chè gli eroi, scomparso il pericolo, si misurano con lo staio.

Giuseppe Mazzini non avendo potuto ottenere per via di conati, a vero dire, non civili nè giusti che il governo provvisorio imponesse tirannicamente la repubblica in Toscana se ne andò a Roma senza essersi fatto tra noi nuovi amici, e disgustato parecchi dei vecchi.

Chi sia Mazzini non impora esporre con lungo discorso: se le sue teorie valgano tutte anco meno preme discorrere; questo è certo, che le teorie voglionsi sempre accogliere quando svegliano la passione, e il pensiero; spetta alla esperienza poi sceverare il troppo, e il vano: ora le teorie del Mazzini sopra le altre poterono operare questi due effetti stupendi in tempi nei quai l'uomo sembrava nato per servire di camposanto al cuore, e al cervello proprii: tenace secondo che gli porge la natura genovese, e però disposto ad operare, gli fanno difetto due cose: pratica di uomini, e pazienza di pigliare gli eventi come vengono: di animo mite, cultore di molti studi come di molte favelle, scrittore efficace, comecchè imperito delle grazie della lingua, nondimaneo facile a intendersi e però popolare il suo dettato: di costumi incorrotti, di vita esemplare, donatore del proprio frattanto avendogli appiccato accusa di peculato cadde da sè senza mestiero difese, e adesso vive con le reliquie del paterno censo, accomodate a vitalizio con certo suo parente di Genova: di fede intero così, che anco ai suoi poco amorevoli piuttostochè trista parve strana la taccia di servile sbalestratagli contro da tale, che da un pezzo dimena nel manico, e non è nero ancora, e il bianco muore; più agevole riprenderlo di spietata inconsideratezza di spingere altrui a morte quasi sicura, che negare per questi sacrifizii cresciuto a mille doppi l'odio degl'Italiani contro lo straniero. Se congiurasse contro la vita altrui parecchi affermano, egli nega; ma considero, che uomini i quali fanno professione delle sue dottrine non ci repugnano dove il dannato a perire meriti davvero essere offerto vittima alla pubblica Nemesi, e dal castigo di lui ne venga benefizio all'universale; nè a cosiffati uomini si domanda donde cavino il mandato, imperciocchè ti risponderanno dalla propria coscienza; e neppure li tratterranno la esecrazione o i supplizi mirando per le storie come per gesti di questa maniera tale fine aspetta se infelici; fortunati poi ogni uomo loda, e quasi india. Su di che parmi dovere ripetere un mio antico giudizio, che reputerò sinceri gli abominatori degli omicidi plebei, quando io gli udirò detestare del pari i principeschi, nè vedrò serbata la ignominia a quelli, che per istrage vanno al patibolo gli encomi agli altri i quali la medesima colpa esalta al trono: e rammenterò eziandio, come san Tommaso distingua la uccisione del tiranno, che per fraude o per forza ti si è imposto addosso da quella del tiranno eletto per suffragio del popolo; e nel primo caso l'ammette, nel secondo no; la quale sentenza a cui bene intende parrà, come di vero ella è, piena di senno, imperciocchè il violento tiranno sia accidente, che di un tratto ti colse, e di un tratto può andare via, mentre il volontario cagionato dalla corruttela del popolo per cessare ch'ei faccia non rifiorisce la libertà omai spenta: e questa è la ragione per cui ammazzato in Tebe Alessandro da Pelopida, ed in Atene i trenta tiranni da Trasibulo coteste repubbliche riebbero la libertà, mentre a Roma la strage di Giulio Cesare partorì tre tiranni, e l'ultimo tracollo della repubblica. Ma questo secolo su gli altri piglierà titolo di bugiardo come quello, che i nomi onesti, e le sembianze tutte di virtù inquinava ponendoli a velo di tristi parole, e di peggiori opere. Insomma, bandita ogni ipocrisia, questa è la ragione delle congiure per la strage dei tiranni; se non riescono si rinnegano da tutti, se riescono da pochi, ma nessuno respinge i doni comecchè sanguinosi della fortuna. Taluni scrittori francesi, che scambiano l'arguzia per discorso scrivono, che il Mazzini a Roma, sgombra dai preti, si rinvenne come in casa sua volendo così significare, ch'egli è profeta, di fine diverso, ma di sostanza pari ai profeti cattolici: quanto ai Papi per durare così deboli sovrani tanta parte nelle faccende politiche egli importa sapere, che non si conobbe mai negoziatrice più destra della Corte Romana, e quanto a Mazzini non s'inviluppò triumviro nelle sue teorie per modo, che non rivelasse d'ora in ora intelletto italiano di cui è natura la speculazione sperimentale delle cose. In Roma il Mazzini entrò eletto cittadino comecchè assente, nell'assemblea entrò col suffragio di novemila voti; lo accolsero plaudendo; il presidente Galletti se lo chiamò allato in segno di onore; disse parole brevi, modeste, e degne, le quali insomma si riducevano a questo: alla Roma dei Cesari, ed alla Roma dei Papi aversi a surrogare la Roma del Popolo, la quale raccolta in un fascio la Italia adoperasse la nuova e temuta potenza in benefizio della libertà del mondo.—Storici incapaci a concepire altro stato in Italia tranne quello di un Piemonte ingrandito tolsero a segno di sceda il concetto del Mazzini, e pure in tanta mutazione di casi egli è rimasto coscienza, e passione di popolo, patto di regno. La repubblica Romana avversata dall'odio di tutti i suoi antichi servi cadde impotente a compirlo; adesso se n'è tolto il carico la monarchia: staremo a vedere dove ci mena; per ora ella conduce il can per l'aia. Nè anco si comprende come nel Mazzini diventi follia ciò che nei bandi di Napoleone III si esalta come apice di generosa sapienza; imperciocchè la promessa di fare apparire la bandiera di Francia colà dove vi sia causa di civiltà a sostenere non risponde all'altra del Mazzini di ricomporre prima e adoperare poi il fascio consolare della libertà Romana per la libertà degli altri popoli? E per me credo, e la esperienza lo ha mostrato un'aiuto comunque lieve purchè opportuno ebbe virtù di salvare popoli, e cause maggiori della umanità; se non che la promessa del Mazzini si sarebbe attuata in pro della libertà: quella del Napoleonide per ineresse della sua famiglia, o alla meno trisa per quello della nazione francese.

Intanto Pio IX smanioso tornarsene a Roma più assoluto (se fosse stato possibile) di prima chiama in suo soccorso contro Roma non uno bensì tre stranieri, gli Austriaci, i Francesi, e gli Spagnuoli, a cui aggiunge il Re di Napoli; lo avrebbe desiderato solo, ma non lo reputava bastante; avrebbe altresì eletto l'Austria sola estimata da lui più, che capace, ma glielo contrastavano le altre potenze: il Piemonte poi amava come il fumo agli occhi, nè questo, prima di Novara distratto, dopo disfatto poteva risentirsi.

Importa con discorso quanto meglio si potrà conciso esporre le ragioni della impresa francese contro Roma, affinchè gl'Italiani facciano senno una volta. La intelligenza umana le più volte in Francia ti fa l'effetto di una pagina di stampa disfatta: alterate nei racconti le cose, i commenti a quelle temerari del pari che sfrontati; pure se savio intendi tu troverai il filo della immane improntitudine francese. Quelli che s'industriano colorire con tinta men rea la faccenda affermano, avere voluto la Francia preporre il Piemonte e Napoli alla restaurazione del regno papale; e non è vero: posto che fosse vero, la impresa non comparirebbe meno iniqua perchè commessa altrui: aggiungono, che il duca di Harcourt si dimenava a Gaeta come il diavolo nel catino dell'acqua benedetta perchè non si chiamasse l'Austria onde terminò col dare nel naso all'Antonelli; e questo può darsi, studioso che il Papa preferisse esclusivamente la Francia, la quale o regia, o repubblicana, o imperiale serva fu sempre e per giunta cristianissima: ma non avendo potuto tirare l'acqua al suo mulino egli propose non ci si adoperassero le armi straniere, nè casalinghe, piuttosto si promovesse il moto interno affinchè la restaurazione pontificia si operasse in virtù del partito costituzionale, ed anco questo rincrebbe o mostrò ad un punto quanto dolce di sale fosse il Duca, dacchè i preti sapessero due cose; la prima che non ci era anima, che li potesse patire, la seconda, caso mai ci fosse, il partito costituzionale non aborrivano meno del repubblicano, come detestano tutto ciò che tocca la superbia, la prepotenza, e l'avarizia loro.

Di fatti persone ottimamente informate ci attestano tale lo stato degli animi dopo la partenza del Papa; chi amava non lui ma il papato per suo interesse cruccioso della turpe fuga desiderava nuovo e solido ordine di governo, per avere abilità di continuare anco con questo i suoi negozi; chiamò lui non il papato a un tratto deluso, i benefizi largiti a spilluzzico, e a male in cuore oblia, solo ricorda le colpe, e ragionandovi su le magnifica; se già non sente l'odio gli va dappresso: quelli poi che di Pio diffidarono sempre, ma che pure si misero di mezzo, massime nel novembre, per impedire, che la rivoluzione con danno del paese prorompesse, adesso sbottonavano accesi contro di lui: ciò crebbe l'ardimento ai repubblicani, che trovata la temperie disposta poterono di punto in bianco acclamare la repubblica. Pio IX vanissimo, forse si dette ad intendere, che uscito egli di Roma ella restasse sepolta nelle tenebre pigliando fatte alla sua persona le manifestazioni che s'indirizzavano alla libertà, la quale si tenne promossa da lui, errore che il Papa prese insieme a parecchi, e del quale egli ed altri ricreduti con non mediocre dispetto, oggi procedono smaniosamente contrari alla causa dei popoli.

Quanto poi agli ordini costituzionali (e questo dovrebbe porre il frenello in bocca agli scrittori moderati, i quali non rifiniscono lamentare la intemperanza dei democratici come quella che alienò il Papa da cotesta forma di governo) Pio IX così si esprimeva, dopo restaurato a Roma, al ministro di Austria: «egli non dissimula punto, che giudica ogni forma parlamentare proprio nemica allo esercizio libero del potere spirituale, vedrebbe con paura intorno a sè mettere le barbe non solo alle scapestratezze imposte dalla rivoluzione, ma sì eziandio alle forme rappresentative più miti contagiose non meno, e nocive agli stati.» Per ultimo il sillabo per sigillo: onde ormai pongasi questo in sodo, repubblica, o monarchia od istituto altro qualunque, che si proponga a scopo il meglio della umanità non può assettarsi a vivere con la corte di Roma.

La Francia al postutto si sarebbe rimasta, ma avendo spillato che l'Austria voleva ad ogni modo prendere parte nei rivolgimenti delle provincie pontificie deliberò moversi per preoccupare i passi, e non mica per imporre il suo volere ai Romani, o al Papa, bensì per volerli mettere d'accordo fra loro: sallo Dio, se le dolse, ma alla Francia per salvare qualche lembo di libertà parve necessario di propria mano stringere il collo alla rivoluzione: quando anco non fosse così, la colpa non ricadrebbe su la Francia, bensì sopra i repubblicani, i quali non dovevano mai concedere al governo facoltà per fare di sua testa, nè credere che il popolo poi volesse mettersi in quattro per raddrizzare il male operato, imperciocchè a fine dei conti ai Francesi piacquero sempre le parti di Carlomagno. Ora se non abbiamo smarrito il senno tutto questo ci pare un mucchio di errori per non dire d'infamie; gli accordi per forza non approdano ad altro, che a inferocire gli animi peggio di prima; nè sta a martello attribuire la colpa all'assemblea, la quale bisogna pure, che commetta la forza al potere esecutivo, salvo a farsi rendere conto del come l'adoperi, e punire i prevaricatori; contro i barattieri il Lamoriciere aperto del pari, che preciso dichiarò: «restaurazione altro non significare che controrivoluzione;» e col Lamoriciere altri, a cui dobbiamo grazie della sincerità loro; forse a taluno parranno le parole invereconde, e sono, ma hassi a confessare altresì, che sono sincere: queste ammoniscono come il fine della impresa romana fosse quello di acquistare balìa sopra la Italia, il mezzo, la restaurazione papale; ovvero, per definire le cose a modo e a verso, il Papa usano i Francesi per arnese di servitù; costoro, da Parigi tengono in mano il capo della catena rinterzata di anelli papalini e cardinaleschi che hanno cinto intorno alla vita d'Italia e lo dicono, e questo altro anco dicono: i Francesi, se confusero il mezzo col fine e se misero innanzi il primo tacendo del secondo ciò fecero artatamente, dacchè sarebbe ingenuità soverchia palesare quello che si molina nell'animo; forse il meglio saria stato dichiararlo addirittura; pure se noi dissero non ingannarono mica: con questo vuolsi intendere che se ci furono ingannati non ci furono però ingannatori: la delusione è colpa degl'Italiani, i quali dovevano capire, che i Francesi non dovevano manifestare tutta la verità, nè potevano. Di vero, la Francia, che marca co' bellicosi Germani sul Reno deve guardare bene a cui l'accosti dal lato le Alpi; là dove la Italia diventasse feudo austriaco la Francia correrebbe pericolo di essere messa in mezzo alle tanaglie incontrando il medesimo nemico così a Magonza come a Torino; e posto eziandio, che la Italia giungesse a costituirsi potenza grande la Francia vedrebbe piuttosto crescere che diminuire il risico, imperciocchè un regno d'Italia probabile confederato un dì della Germania per terra, e della Brettagna sul mare sarebbe minaccia gravissima sopra la frontiera, che oggi la Francia non vigila o custodisce appena. Non è vero niente, che vicinanza sia mezza parentela, o vero nel senso, che parentela non importa amicizia; al contrario gli odii riardono più intensi quanto più gli odiatori sono stretti per vincoli di sangue; e porgono argomento di odio gl'interessi comuni i quali si moltiplicano e si rinforzano appunto a cagione della prossimità: poche per la Francia le cause di litigio con la China, o col Giappone e rare, frequenti e moltissime con la Spagna, la Germania, e la Italia. Pertanto contro questi pericoli la Francia non seppe immaginare mai migliore tutela della inviolabilità dello stato pontificio, il quale entra a mo' di zeppa in corpo alla Italia, e ne impedisce la unità repubblicana o regia tanto esiziale alla Francia. Insomma se il Vaticano difende la Francia, e la Francia difende il Vaticano legati da comune interesse; se questo vincolo venga a mancare la Francia si trova condotta dalla necessità a pigliarsi Roma per sè: non ci sono due vie; Napoleone I. s'ingolò Roma, Napoleone III. la tiene come un calcio in gola agli Italiani.

Ancora; i Francesi procederono sempre nemici al sangue latino: sempre ci buttano in faccia Carlomagno per vendicarsi di Giulio Cesare, fingendo ignorare come quegli fosse alemanno, questi veracemente latino, e Macchiavello questo notò, ed altre cose di giunta intorno alla natura dei Francesi; le quali sarebbe pure bene, non dirò ricordare troppo, ma nè anco dimenticarle. La improntitudine loro arriva fino a rampognarci di avversione pei gesti da essi operati quando in Italia vennero per nabissarla da cima a fondo, poi spartirsela con la Spagna, spellarla così, che l'usuraio giudeo se ne sarebbe vergognato, e se tu lettore vuoi pigliarne contezza leggi la vita di Francesco Ferruccio da me dettata, tradirla, e pestarla: essi ardiscono riprenderci d'ingratitudine perchè acclamammo il Souvaroff nel 1799, gli Austriaci nel 1814, e perchè l'esercito piemontese primo aggredì la Francia nel 1815; e qui tu nota, o lettore, che ragion vorrebbe si distinguessero governi da popoli, e di questi la parte contra e la parte, pro; ma la è cosa, che paventa la mala fede dei Francesi quando s'incornano a volere ragione! Essi non vogliono mica ricordare che il Papa, oggi prediletto da loro, fu quegli che andò a trovare in cotesti tempi nemici contro la Francia non pure in Moscovia, ma in Turchia; però non dimentichiamo già noi, che Roma così tenera adesso verso l'Austria non rifuggì per disperdere i Francesi unire il vessillo delle chiavi, con la mezza luna turchesca. I regi sabaudi, che mossero ai danni di Francia nel 1815 non erano stati spodestati da lei? Essi avevano durato nello esilio lunghi anni; l'eredità loro avevano visto convertire in giunta allo impero francese, e dove avesse da capo prevalso la fortuna di Francia nuovamente spodestati avrebber dovuto per la seconda volta ridursi nella isola di Sardegna: i popoli memori rammentavano come i Francesi calati nel 1796 dopo avere con sembianze di libertà false sovvertita da cima a fondo la Italia si partissero portando seco anco i chiodi, e lasciando in balìa del vendicativo vincitore i meschini, che ne avevano seguito le parti: dolorosa storia è quella di Milano, imperciocchè dove il principe Eugenio non avesse o per soverchio d'ira, o per manco di coraggio abbandonato l'esercito i patrizi non si sarebbero scoperti parziali agli Austriaci; insomma i Francesi mettono, come suol dirsi le mani innanzi, e per non essere rampognati rampognano industriandosi di rovesciare addosso a noi le colpe loro facendosene accusatori; ed anco ci accusano di sconoscenza a cagione delle ultime guerre, le quali pure dichiarano altamente avere combattuto pel proprio, non già pel nostro interesse.

Nella restaurazione del Papa concorse certo il senso cattolico di cui costuma adesso l'andazzo in Francia, ma non solo però, che insieme con esso accordaronsi il senno politico, e il genio del popolo. Odillone Barrot aprendo la bocca e lasciando parlare lo spirito dalla tribuna bandì: «i poteri temporale e spirituale dovere a Roma rimanersi confusi perchè altrove andassero distinti» e parve sapiente da disgradarne il Macchiavello; ora coteste sono sparate, che pensandoci si sfumano, e quando le fossero vere, con quanta o giustizia, o sagacia si pretende che la Italia sia perpetuo becco emissario delle altrui o colpe o comodità? Ad un popolo, che fu un giorno padrone in casa di tutti i popoli si può egli dire in faccia tu sarai il mio somiere perpetuo? E per arroto lo chiamerete ingrato se non si adatta a simile infamia? Cervelli Francesi! Verun partito, affermano i Francesi, e a ragione, può vantarsi avere restaurato il Papa; tutti ci contribuirono, questo concetto balzò fuori armato di lancia, e di scudo dal vasto cranio della Francia come Minerva da quello di Giove; nè vogliate credere c'io ci metta troppa mazza di mio, che simili sentenze vi balestra nette un tale Gaillard nel suo libro della Spedizione contro Roma.[1]

[1] Paris 1861 Lecoffre.

Di vero (e importa che si chiarisca, e faccia senno una volta la Italia), se incominciate dalla rivoluzione del 1831 mentre la Francia bandiva al mondo solennemente la norma politica di non pigliar parte nelle faccende altrui Laffitte, quell'astro di libertà francese, accomiatava il Saint-Aulaire oratore a Roma con queste istruzioni: «voi avrete a difendere contro i sovvertitori l'autorità spirituale, e l'autorità temporale del Papa.» E poichè il Saint-Aulaire gli manifestava il dubbio, ch'egli avrebbe dovuto finalmente condursi a fare la voglia altrui, il Laffitte ripose: «non vi state a confondere per cosa, che intendiate dire; e abbiate per certo, che sino a tanto che io Laffitte rimarrommi ministro del Re, la Francia non sovverrà la rivoluzione in Italia.» Se più tardi la Francia entrò di soppiatto in Ancona, e vi rimase ciò non avvenne per tutela della libertà dei popoli, bensì perchè il papato non diventasse al tutto mancipio dell'Austria, nè contrastante, all'opposto consenziente il Bernetti cardinale; il quale trattato scoperto dall'Austria, il Bernetti ebbe a risegnare la carica di segretario di stato. Nel 1848 il Guizot protestante confidava al Rossi il suo proponimento di sostenere allo aperto l'autorità del Papa, al quale scopo teneva ammannito a Porto Vendres, e a Tolone uno esercito commesso al comando del generale Aupick: non diverso il Cavaignac, uditi i casi Romani del 16 novembre, senza nè anco consultare l'Assemblea ordinava s'imbarcasse a Marsiglia una brigata per correre ratta alla difesa di Pio: e sempre continuando nel medesimo disegno nel 30 marzo 1849 Odillone Barrot domandava all'Assemblea ed otteneva la facoltà di occupare un punto dello stato italiano.

Un'altra causa meno avvertita partorì la impresa di Roma, e forse fu la principale per quelli che usi a speculare sanno come la Francia si muova per utilità presente, o per voglia, o per ispinta altrui cercando poi illustri pretesti al povero concetto, ed alla iniquità della opera: si accostava la elezione del 10 decembre, e il Cavaignac pendeva fra due se avesse o no a buttarsi nelle braccia dei clericali, imperciocchè mirasse la repubblica intristire ad occhio veggente, ma tempo di chiarirsi papesco non gli pareva ancora; però quando gli strinse i panni addosso il Bixio Italiano, che i Francesi si hanno tolto dalla Italia, (e se lo tengano che buon pro lor faccia) dichiarava avere, senza consultarne l'Assemblea, inteso appena il pericolo del Papa, spedito armi da Tolone e da Marsiglia, e di più commesso al signor Corcelles di proteggere il Papa, e condurlo in Francia: gli si opponeva allora competitore Luigi Bonaparte, che reputando fare suo profitto col contradirgli chiariva il pubblico per via di due Giornali non potere approvare il soccorso armato come capace di produrre la guerra; tranne in questo, in tutto altro sentirsi disposto ad ogni partito diretto a proteggere la sicurezza e l'autorità del Papa. Parve a costui simile dichiarazione tiro maestro perchè da un lato si accaparrava i pacifici arrabbiati, e dall'altro si metteva nelle grazie dei cattolici, ma non aveva avvertito, che queste due cose insieme non potevano camminare, però persuaso dal Thiers, che nel Bonaparte subodorava un futuro padrone, e sè ammanniva per futuro ministro, si squilibrò co' pacifici per istringere vie più ai clericali pubblicando da capo nascesse quello che avesse a nascere per lui (che l'aveva combattuta con le armi in pugno) la sovranità temporale del Papa stava legata indissolubilmente con lo splendore della religione del pari che con la libertà, e la indipendenza d'Italia! I clericali allora parteggiarono per lui, così Napoleone prese e fu preso, e questa è la ragione per la quale il Bonaparte dopo avere impugnato le armi per atterrare la potenza spirituale del Papa adesso le impugnerebbe per sostenerla.

Queste le cause della spedizione di Roma: se non si palesarono subito, e all'opposto si avvolsero in ambagi ciò fu perchè i Francesi costumano aggiungere la coda di lione dove la pelle di volpe non arriva: veramente, io non lo nego, i nostri Italiani negoziando con esso loro mostrarono avere mandato il cervello al presto: per questi ormai sta allestito l'alloggio al Limbo; in qual parte sarà apprestato quello dei Francesi? Ma ciò riguarda l'altro mondo; in questo i Francesi devono confessarsi in colpa, perchè non possono, com'essi fanno, pretendere a due reputazioni affatto contrarie di fraudolenti e d'ingenui, di mascagni e di generosi; o tutti a Dio, o tutti a Mammone; non puossi servire due padroni a un punto.

Alla obbliqua impresa andava preposto obbliquo Capitano, ch'è chiaro come persona retta leggendo le istruzioni commesse dal Barrot all'Oudinot avrebbe notato: «io non ci vedo lume» perchè a cotesti arzigogoli il Barrot deve avere fatto tale chiosa a voce da chiarirne la ribalderia meglio, che luce polare. Naturalmente cosiffatti comandi si danno a cui sappiamo idoneo ad eseguirli, nè osservammo i soldati in simili faccende stare troppo sul taglio, meno degli altri poi Oudinot servo nato da servo; giovanetto fu tolto per paggio da Napoleone III. e con lui stette lungamente in abito servile: suo precipuo fregio l'essersi Napoleone I. appoggiato sul braccio di lui la notte precedente alla battaglia di Vagria mentre assisteva al passo del Danubio; caduto il Bonaparte servì i Borboni della stirpe primogenita, poi Luigi Filippo, per ultimo la repubblica; paiono queste mutazioni, e non sono nella vita del servo, imperciocchè per cambiare di signoria egli stia fermo nella servitù; che se l'Oudinot tirò salario dalla repubblica servendo anco lei ciò fece per distruggere un'altra repubblica, e così adoperarsi in tale atto esiziale tanto all'ucciso quanto a cui gli dava mandato a uccidere: due repubbliche ad un tratto ammazzava; un giorno gli saltò in testa di provare le parti di padrone, ma non essendo cotesto il suo mestiere egli non gli riuscì; lo stritolò Napoleone III. nato a dominare forse iniquo, non a servire. L'Oudinot a nome suo non crebbe lustro in niente, bensì menomò.

Difficile così indicare per lo appunto il numero dei morti e dei feriti in battaglia come dire preciso quello dei combattenti: ordinariamente si esagera nel più o nel meno secondo le passioni e gl'interessi dogli uomini; affermano da Marsiglia e da Tolone non essere venuti da prima oltre gli ottomila soldati, forse erano più contando i soldati di marina, gli artiglieri, gli operai, insomma tutta l'altra gente di corredo ad esercito formato; stando al Giornale delle operazioni di artiglieria pubblicato per ordine del governo in Francia portavano seco due batterie complete da 8; ed un'altra da assedio di sei cannoni da 16; imbarcaronsi sopra sette fregate, due corvette a vapore, due piroscafi minori, e due gabarre.—Taluni scrittori francesi raccontano esultante il cuore dei soldati e tranquillo quanto il mare, e il cielo splendidissimi in cotesto giorno, e può darsi, dacchè messaggieri spediti a speculare lo stato delle cose, e le relazioni officiali accertassero i Francesi aspettati a gloria a Roma. Bene è vero, che il governo romano e il Consiglio dei Deputati fino da quando il Cavaignac disegnava mandare gente in Italia per tutela della persona del Papa misero fuori la protesta di volere con lor forza impedire la violazione del territorio nazionale pigliando la difesa dell'onore degli universi popoli italiani, ma non le davano retta: chi avrebbe osato sostenere pure il lampo delle armi francesi, vittoriose sempre anco quando disfatte?

Il ministero romano deliberato respingere la forza con la forza preponeva al comando nuovi ufficiali per munire e difendere il porto da qualunque assalto; preside della provincia elesse un Michele Manucci, comandante della fortezza un Bersanti consigliere accesissimo delle estreme difese; però non bastava ordinare, bensì adoperare ogni possibile conato per respingerli, e se era concesso, tuffarli nel mare; imperciocchè co' Francesi bene si duri amici, e legati, ma ad un patto, che di ora in ora tu apparecchi loro qualche nespola delle grosse; e' se ne servono a guisa di occhiali per vedere quello, che prima era loro oscuro; nè parevano le difese disperate, dacchè Civitavecchia annoverasse 121 cannoni, di cui almeno cento in buono stato, non difettassero munizioni, ed il presidio contando i lombardi di Mellara giungesse a 1700 soldati; ma il Giornale allegato ci ragguaglia come i parapetti laterizi fossero bassi, i baluardi di terra sfiancati, i ponti levatoi in ruina, insomma tutto apparisse ridotto a tale da torre ogni speranza di possibile resistenza; questo però conobbero dopo, intanto per pigliare lingua, e vedere un po' se la lancia di Giuda provasse i Francesi radunato il consiglio di guerra sul Labrador statuirono si mandasse innanzi il Panama co' soldati Espivent, e Durand de Villers, e il segretario di ambasciata la Tour d'Auvergne; i quali ammessi al cospetto del Preside, e dei Comandanti della fortezza e della marina partecipavano certo dispaccio che in breve chiariva volere i Francesi entrare in città, ed essere venuti a mettere fine alle miserie romane, e agevolare uno assetto di governo lontano così dagli abusi antichi, come dall'anarchia presente.

Parendo com'era sfrontata improntitudine cotesta l'Espivent con molte parole dette, e talune scritte s'industriava temperarle: non essere venuti i Francesi a contradiare il voto della maggioranza dei Romani, molto meno a imporre forma di governo detestata da loro, solo volere conservare il proprio credito in Italia; il Governatore non sarebbe remosso, liberissimo eserciterebbe il suo ufficio, e così di seguito; e perchè delle sue promesse restasse inalterato testimonio volle si stampassero e su pei cantoni appiccassero.—Il preside Manucci intanto spediva sollecito messo a Roma per avere istruzioni, e le aveva già senza chiederne nuove; le lusinghe francesi attecchivano e sì che ci voleva poco a ravvisare nel bando Espivent ch'egli mirava al futuro non al passato: il popolo aveva a consultarsi da capo co' preti suggeritori di voti, e raccoglitori i Francesi maestri a fabbricare maggioranze: certo i Francesi non praticarono più tardi tanti arzigogoli per rimettere il Papa, e andarono per la via più corta, tuttavolta anco a quel modo la frode si vedeva formicolare dentro le parole; le quali interessando alla gente poltrona che contenessero assicurazioni, che non ci erano le vollero credere bastevoli, anzi da poterne dare indietro mezze; epperò municipio, guardia nazionale, e commercio raccoltisi insieme con la consueta sapienza deliberarono contentarsi di tanto; che i Francesi la data fede tradissero non si aveva a supporre nè manco per sogno; non doversi perdere tempo ad aspettare istruzioni da Roma per paura ai Francesi scappasse la benevolenza; e poi chi sarebbe il temerario che volesse rompere la guerra contro la Francia? Protestare pertanto contro chiunque mettesse a mal partito la città negando lo sbarco ai Francesi. Che restava a fare? Mettere tutti i protestanti in prigione, e tirarsi su le maniche per menare le mani le sono cose agevoli a dirsi, diverso è compirle; tuttavia il Preside poteva, anzi doveva, protestare e partirsi; invece egli adunava il Consiglio di guerra chiamandoci tra gli altri anco il Mellara, ed il Consiglio tra perchè conobbe le difese impossibili, e tra per la opposizione della gente poltrona, che stabiliti gli accordi, le pareva potersi tirare il berretto su gli occhi continuando a dormire ebbe a cedere, ponendo per condizione l'Oudinot ratificasse le promesse dello Espivent. Parte del Consiglio si recò dal generale sulla nave ammiraglia, il quale ripose di botto: magari! E ci agiunse non se quale vantaggino di parolette toccanti il rispetto dovuto ai governi usciti fuori dal suffragio della maggioranza del popolo; e se togli che le porte della città e dei quartieri avessero a custodire soldati francesi misti ai romani, ogni altra cosa come prima. Appena posto il piè fermo in Civitavecchia l'Oudinot si affretta a chiosare le parole a modo suo: intendiamoci bene, la Francia non manda i suoi soldati a difendere un governo che non ha mai riconosciuto; ella si mette di mezzo perchè s'instituisca un governo lontano così dai vecchi abusi distrutti dalla generosità di Pio IX, come dalla nuova anarchia; insomma in tutto e per tutto come prima, tranne i soliti paroloni che ricorrono in fondo a siffatte dicerie come i picchi sul tamburo al finire delle sinfonie. Il municipio, accorto tardi essersi rinnovato in Civitavecchia l'apologo della cagna pregna entrata in casa all'altra cagna, detta una magnifica protesta nella quale egli sbracia con la pala ai Francesi un flagello di virtù che non hanno mai avuto, si affida alle buone loro intenzioni, dimostra la infamia della opera che stanno per commettere con altre più cose da fare aggricciare le carni a cui legge, le quali avendo appunto questo effetto partorito nell'Oudinot, egli ordinava si distruggessero le copie stampate, la stamperia si chiudesse, soldati francesi la custodissero.

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