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Lo assedio di Roma

PARTE II. (continued 3)

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Indi in poi la Chiesa fruga nei suoi annali per trovare lo scampolo a rattoppare il manto; con frode, o con violenza ripiglia Imola, Faenza, Forlì, Urbino, Rimini, Pesaro, Ferrara ed altre più terre[1], e ciò con tanta maggiore acerbità quanto, che la paura di rimanere in camicia si manifesta due cotanti più apprensiva della cupidità di acquistare.—Le cerchia dell'interesse mano a mano si stringono per modo che nel dubbio di avere un giorno a cedere il dominio temporale ogni Papa pensa ai casi della propria famiglia e strappato un gherone del manto papale lo butta sopra le spalle ai nepoti; mosso da questo concetto Sisto IV concede ai Riario Imola, e Forlì, Giulio ai della Rovere Urbino, Paolo ai Farnese Castro Camerino e Nepi prima, poi Parma e Piacenza, e così di seguito; se non che considerando i Papi sorvegnenti come simili principati generassero troppa invidia onde sovente i nepoti con la sostanza perdessero la vita ritagliano più a minuto; invece di principati donano poderi, o benefizi, o pecunia.

[1] Comecchè di questi fatti vadano piene le storie merita essere ricordato il seguente o poco noto, od al tutto ignorato; «La madre del protonotaro Colonna corse come maniaca a San Gelso in Banchi dove giaceva il cadavere del suo figliuolo; quivi ella acciuffò pei capelli il suo teschio spiccato dal busto, e squassandolo su gli occhi al popolo gridò: «ecco» il capo del figliuolo mio, mirate fede di Papa! «Aveva promesso, che lo avrebbe riposto in libertà se noi gli consegnavamo Marino, ecco, il Papa ha Marino, e il Papa mi rende il figliuolo…. Mirate! non è fedele osservatore di sue promesse il Papa?»

Essendo questo epitome non già dei gesti universi della Chiesa, bensì dei fatti sopra i quali ella fonda il diritto di dominare su i popoli e noi il diritto del popolo a torle la signoria, dobbiamo rifare i passi, e considerare, come sul declinare del secolo decimosecondo il Papato combattuto in casa (reggendosi Roma a repubblica) ed oppresso fuori dagl'imperatori germanici, Adriano IV si gratifica il popolo: e fu consiglio astuto imperciocchè stando col popolo egli difendesse con l'altrui la propria libertà, mentre col Tedesco avrebbe saldato catene allo altrui polso ed al proprio; forse se Federigo Barbarossa consentiva ad accettare lo impero come un benefizio romano ogni screzio cessava fra loro; ma dura cervice a piegarsi era lo svevo, e al Papa toccò durare nel molesto amore del popolo, dacchè alla Dieta di Roncaglia i giureconsulti di Bologna dichiarassero niente meno lo imperatore padrone dell'universo: la quale dichiarazione parve immane al Papa, perchè non era stata fatta per lui. Di qui la lega lombarda, e le mirabili vittorie del popolo, e la troppo più mirabile fede. Molti mettono in dubbio la verità del fatto, che Alessandro del piè calcasse il collo al Barbarossa mentre recitava le parole del salmo: «sopra l'aspide, e il basilisco passeggerai, il leone, e il dragone calpesterai.» A cui il Barbarossa rispose: «non a te ma a san Pietro.» Nè io mi affaticherò a chiarirlo, che comunque la cosa stia, grande fa la prevalenza acquistata a cotesti giorni dal Papato sopra lo impero per virtù del popolo: però Alessandro non indugiò nè manco un momento a voltare il nuovo rigoglio contro il popolo, e presto accordato col tiranno ricusò tornarsi a Roma se prima il senato non gli giurasse fedeltà, restituirgli la pristina signoria, lui e i cardinali difendere dai nemici. Naturale cosa è, che quegli il quale ora su questo ora su quell'altro si appoggia per tradire tutti, eserciti travaglioso imperio, e sbattuto da perpetua fortuna ad ogni tratto accenni sommergere; di vero più, che mai si drizzano ora minacciosi contro il Papato le ire del popolo, il rancore dello impero, ed uno spirito nuovo sorge ad arruffargli i disegni: ai primi pericoli i Papi pensano provvedere con le crociate: molte le cause di questo rovesciarsi dell'occidente sopra l'oriente; e prima di tutto vuolsi attribuire ad una misteriosa corrente che vuole così: verso le contrade del sole due volte s'incamminarono i Greci condotti da Agamennone, e da Alessandro macedonio, poi i Romani, poi i Crociati: oltre questa spinta naturale colà li chiamava la copia dei beni della terra, che genera ricchezza; la facile vittoria, che in coteste terre il nemico più metuendo sia il cielo inclemente: molto altresì, e sarebbe vano negarlo, la devozione, e per me giudico, che con queste, e sopra queste cause stringessero il consiglio, e l'opera dei Papi di affrancarsi dagli ostacoli così popoleschi come baronali per ricuperare la scemata primazia; nè l'effetto i Papi provarono dispari dai concepiti disegni, imperciocchè di tanto crebbero in potenza quanto ne persero gli avventurosi crociati, e quindi a breve Lucio III perfidia per le immunità ecclesiastiche dagli obblighi feudali; Urbano III intendo restituiscansi i duchi di Sassonia, e di Baviera ribelli allo impero; nega il crisma ad Enrico IV, e torna su la pretensione del retaggio della contessa Matilde. Più temerario di lui Celestino III, che vieta ad Enrico la eredità siciliana della moglie Costanza; condanna Filippo Augusto a ripigliarsi Ingelberga dalla quale si era dipartito col pretesto d'incestuose nozze; ordina ad Alfonso re di Leone si separi dalla cugina figlia del re di Portogallo da lui condotta in moglie. Finalmente comparisce Innocenzo III ramo vero dello impronto Ildebrando; in mal punto eletto tutore di Federigo II si approfitta della minore età del pupillo; al mandato imperiale dei Prefetti surroga il proprio; patteggia co' Toscani perchè non riconoscano re od imperatore senza il consenso della Chiesa: intima Ottone a rendergli il retaggio della contessa Matilde, e poichè lo trova restio, gli sguinzaglia addosso Federigo II. Dopo scomunicata la Francia tutta, e Filippo Augusto, il quale invece di obbedirgli e ripigliarsi Ingelberga sposa Agnese di Merania, lo scomunicato blandisce, e lo avventa contro Giovanni senza terra, perchè gli tolga il regno; quando poi cotesto codardo gli s'inginocchia davanti profferendoglisi vassallo, lo arresta a mezzo: guai a lui se si attenta torcere pure un capello al re d'Inghilterra feudatario di Santa madre Chiesa!

Oltre la opposizione temporale aveva di già da lieve principio preso le mosse uno spirito di rivolta, il quale non solo accennava a riforme di costume, bensì si proponeva alterare le dottrine, e perfino i dogmi della Chiesa: fino dai principii pauroso; ora che mai diventerà crescendo? Più famoso degli altri novatori Arnaldo da Brescia; lo avevano precorso Pietro di Brais in Narbona che fu bruciato vivo a Santo Egidio in Linguadoca sul cominciare del secolo duodecimo; il monaco Enrico che perseguitato ferocemente dal vescovo di Mons, dallo abate di Cluny, e da quello di Chiaravalle san Bernardo menò vita insidiata sempre e randagia; e Tichelmo della estrema Zelanda cui per comando del Papa furono spenti a ghiado; ingegno, per autorità, per audacia di gran lunga superiore a questi Arnaldo; e seco andava il popolo: la sua cattedra piantata nel cuore del cattolicismo, Roma: egli predicava contro le lussurie della corte papalina, e le dovizie, e i beni terreni; veniva ricordando la povertà del Nazzareno, ed affermava la rilassatezza cagione dei danni presenti, e della ruina futura. In cotesto tempo non meno acerbo procedeva san Bernardo contro il costume romano, e ne fanno fede gli scritti; però troppo diversi i fati di Bernardo e di Abelardo, e la ragione è manifesta, che Bernardo rimorchia la Chiesa come persona venuta in iscrezio con l'amante, mentre, Abelardo la vuole tosata, e scalza; donde nacque, che Bernardo venerato in vita fu in morte scritto sopra l'albo dei santi, ed Abelardo commesso alle fiamme. Il Sacerdote pensò disperderne la memoria col gittarne via le ceneri, e s'ingannò; coteste ceneri sparsero nello avvenire tale seme di cui la messe intera germoglia sempre, e non finisce mai. A combattere questo spirito nuovo i Papi crearono gli ordini religiosi dei Francescani, e dei Domenicani, barbacani, secondo il sogno di Papa Onorio, della Chiesa ruinante; adoperaronci esortazioni, ma più ferro e fuoco, soprattutto fuoco, e non valsero, e non valgono; il fuoco accende il pensiero, che non si consuma; per la quale cosa continua lo spirito di Libertà ora in Germania, ora in Francia, ora in Italia, ed ora in Inghilterra. Affermano come in Italia fosse suscitato il desiderio di riforma dallo studio dell'antichità; e ciò troviamo falso sia quanto ai tempi, sia quanto alle cause, corre fama che pensatori piuttosto temerari che liberi fossero Federigo e Manfredi; lo stesso Guido Cavalcanti è rimproverato da Betto Brunellesco di aggirarsi fra gli avelli meditando, che Dio non è; rispetto poi alle cause, la imitazione dello antico certo contribuì alla rilassatezza; che abbassato un po' il cielo verso la terra, ed un po' vestito di spoglia decente il vizio si compose tale una mistura che maomettana non era e cessava di essere cristiana; ma la Chiesa Romana soprattutto fu combattuta dallo spirito. Il Savonorola, il Burlamacchi, il Paleario, i Soccini, il Carnesecchi, il Bruno, ed altri, che non nomino, senz'altro non mosse libito di senso. Piuttosto giudico, che come s'industriano sempre le tirannidi prostrare gli spiriti, così la Chiesa s'ingegnasse annegare lo intelletto nelle voluttà, che la imitazione degli antichi fece eleganti e desiderabili anco ai più schivi; e tuttavia andò fallito il disegno, imperciocchè dallo studio del piacere si generasse il tedio della disciplina, la inverecondia del costume, e con essi l'odio dell'autorità. Providenza di Dio immediata, o predisposizione di ordine stabilito da lungo tempo vuole che ogni tirannide nello scavarsi il fondamento ci getti il seme della cosa, che la sovvertirà; e in questo modo Leone papa mentre co' sollazzi s'industria assopire le menti indebolisce l'autorità, e Cosimo nipote di lui mentre tenta impoverire lo ingegno toscano nelle quisquilie della grammatica, crea custode della Libertà la lingua. Altresì giudico che le sette diverse nocessero sì all'autorità della Chiesa, ma nel medesimo punto di poco avvantaggiassero lo svolgimento dello spirito; e la ragione è chiara, però che lo liberassero da un viluppo per intrigarlo in un'altro, il quale posto ancora, che fosse men reo del primo, tuttavia è vincolo, o cerchio, mentre lo spirito batte sempre le ale, ed irrequieto si appunta nello infinito. Anco nel secolo passato al progredire dello spirito pregiudicarono la scuola degli Enciclopedisti, e il Voltaire, però che, a mio parere, lo affaticassero a fini di odio, e di contesa, mentr'ei non si pasce di negazioni, nè sono i suoi trionfi ruine; con ogni umano istituto, con la dottrina di tutte le religioni, con la sapienza dei secoli lo spirito ripiuma l'ale per durare all'eterno volo.

Intanto i Papi oltre le Crociate, la Inquisizione, e i Frati per apporre argine che valesse a trattenere le acque irrompenti stabilirono la meno dispendiosa, e la più sicura di quante polizie sieno al mondo, la confessione. Trovato questo non nuovo, e non inutile anco in antico, però che il colpevole nei misteri dei Numi, massime di Cerere eluisina, confessasse i falli, e a patto di certe penitenze rimanesse assoluto; ed a me parve cosa che anco la civiltà di oggi potrebbe avvantaggiarsene e non poco, là dove a udire, e a consigliare si preponesse il vecchio discreto, esperto delle umane passioni, ed uso a guarirle: bene intesi però, che simile ufficio si avrebbe ad esercitare sopra le menti giovanili quando una gomitata basta a farle rientrare nella pesta: all'opposto poi quando l'uomo ha messo il tetto lo ammonimento a che giova? Torna lo stesso che predicare ai porri.—La Chiesa Romana instituendo la confessione ebbe in mira di intromettersi nel penetrale delle domestiche pareti, d'insinuarsi tra padre e figlio, tra marito e moglie, e fatto padrone delle coscienze e dei segreti, vendicarsi, o arricchirsi secondo le occasioni.

Altro partito a crescere di potenza fu la mutata elezione del Papa, e degli altri principali offici, la quale di popolesca fu di mano in mano tirata al tirannico. Nei primi secoli del cristianesimo eleggeva i Papi la Chiesa, o vogliamo dire la universalità dei fedeli, vescovi, sacerdoti, chierici di ogni ragione, e plebe. Così ce la descrive San Cipriano nella epistola 52, discorrendo della elezione di Papa Cornelio: «fu eletto vescovo Cornelio da parecchi nostri colleghi, che allora albergavano in Roma col giudizio di Dio, e di Gesù Cristo, col testimonio dei chierici, coll'assenso dei vecchi sacerdoti, e col suffragio della plebe intervenuta.» Ai tempi di Costantino magno questi modi di elezione occorrono inalterati; e la elezione si eseguiva nelle Basiliche di Roma; per lo più nella Lateranense; nel 1059 il Concilio statui che vescovi, arcivescovi, basso clero, e popolo concorressero alla elezione del Papa, per evitare contese. Le medesime regole si praticavano nelle elezioni dei vescovi fatte dal capitolo, dal clero, e dal popolo della Diocesi, ed altresì in quelle dei vicari e dei parrocchi nominati dal clero, e dal popolo della parrocchia. Progredendo nel tempo in virtù della bolla di Alessandro III[1] rimasero esclusi tutti, eccetto alcuni pochi assistenti al soglio pontificio, che ebbero nome Cardinali da cardine, quasi fossero cardini o barbacani della Chiesa. Dopo ciò i Papi arrogaronsi il diritto di eleggere vescovi, e parrochi, donde sorsero le guerre di che abbiamo detto, e i concordati, i quali chiariscono quanto menzognera sia la dottrina del non possumus, dacchè i Papi in tutto e per tutto possono quando li pongono nello strettoio: pari alla Pitonessa, allorchè incontrano un'Alessandro magno, che gli attanagli a mezza vita esclamano: «figliuolo mio, tu sei invincibile!». Per me credo, che ogni principato tiri la sua origine dalla violenza, o dal voto universale; ma per parecchi il primo principio si perde nella notte del tempo, non così pel pontificato, dove avanzano testimoni solenni del diritto del popolo usurpato da Roma; e se principati vetustissimi di cui s'ignora lo inizio pure consentono a ritemprarsi nel suffragio universale, perchè e come ci si rifiuterebbe il pontificato di cui la usurpazione è palese? Il Papa che sè vanta rappresentante e vicario di quel Dio, che disse: «rendete a Cesare quello ch'è di Cesare,» come si augura potere con giustizia negare al popolo quello, ch'è del popolo?

[1] Parecchie sono le Bolle intorno alla elezione dei Papi. Gregorio X nel 1274 con la Bolla: Ubi periculum, ordinò il Conclave, e la facoltà di eleggere il Papa a quei soli Cardinali presenti nel luogo dove il regnante era morto. Giulio II con la Bolla: Cum tam divina nel 1504 bandì cose di fuoco contra le elezioni simoniache; la confermò Leone X, e non impedì, che Clemente VII indi a breve fosse eletto con laida, e palese simonia. Poi ci hanno le Bolle: In eligendis di Pio IV; Eterni Patris filius di Gregorio XV, ed altre non poche.

Narro di Federigo nipote del respinto Barbarossa, e di Gregorio IX: costui che compose il libro delle Decretali, congerie informe di rescritti emanati per casi speciali, e da lui promossi alla dignità di leggi, atti però a stabilire la monarchia romana, massime nelle materie beneficiarie, costui, dico, fu tenace a stringere, cupido di recuperare. Ora temendo non potere allungare le mani rapaci finchè gliele badasse Federigo, lo agguindola così, che gli è forza rendersi crociato; ma mentre sospettoso di qualche tranello Federigo tentenna di recarsi a Gerusalemme, il Papa infellonito per la paura di trovarsi deluso lo scomunica: finalmente parte: allora Gregorio palesa le insidie aizzandogli contro il socero Giovanni di Brienna, commettendo ai Domenicani ed ai Francescani ribellargli i popoli, e fino nell'oriente lo circonda di lacci mortali; ma Federigo vince, ed entrando in Gerusalemme, poichè i preti nicchiano a incoronarlo, ei s'incorona da sè; poi fatta pace col Sultano sollecita il ritorno. Di ciò spaurito Gregorio, e arrovellato, dichiara lo imperatore empio, gli rinnuova gli anatemi con la giunta di sciogliere i sudditi di lui dal giuramento, e concedere il regno a cui prima lo pigli; nè commosso, nè infievolito da armi cosiffatte Federigo viene, e vince; il senato e il popolo romani gli spediscono oratori per congratularsi della sua buona fortuna; allora il Papa torna amico allo imperatore, e poichè stanno in lega per non oziare nel male gli propone svellere cosa ad entrambi funesta, lo spirito di libertà; e quegli acconsente. In virtù di simile accordo nel 1233 per la prima volta fu arso un paterino a Milano; e il Prete romano con un piè sul collo alla natura comandava ai figliuoli di Ezzelino di consegnare il proprio padre alla Inquisizione. Dopo breve spazio secondo la infida lega degl'improbi, tornano alle offese costoro, e Federigo in pena di avere sovvenuto il Papa nella snaturata richiesta contro gli Ezzelini, mira con orrore insidiargli la vita il figliuolo Enrico sobillato dal mal prete: parve provvidenza e forse fu; peccato che questa provvidenza non tenga dietro ad ogni misfatto, o si riveli meglio agli occhi mortali! Gregorio mette mano da capo alle scomuniche, muove contro Federigo Genova e Venezia; e dubitoso, che le possano far breccia va fino in Francia secondo il consueto, a trovare puntelli alla immane improntitudine sua.

Viveva a cotesti tempi sul trono di Francia san Luigi, e dicono per senso di giustizia impedisse l'andata al suo fratello Roberto, e forte riprendesse il Pontefice; ma santi o no io per me credo e vedo, che re di Francia, e Francesi non abbiano mai reputato ingiustizia pigliare quello degli altri: di vero o perchè san Luigi concesse a Carlo altro fratello quello, che a Roberto negò? Forse perchè Carlo non ebbe bisogno di aiuti da lui, ed anco perchè altro era nimicarsi Manfredi re di Sicilia, ed altro Federigo imperatore. Il Papa sbuffando disegna con perverso consiglio bandire la Crociata contro Federigo; ed a questo scopo convoca i prelati del mondo cattolico a Roma: quei di Francia essendosi ridotti a Nizza il Papa manda le galere genovesi a levarli; lo imperatore contrappone a loro i Pisani, guelfi e ghibellini incontransi alla Meloria e per questa volta vincono i Pisani per rimanervi più tardi intieramente distrutti. Gregorio dopo abusato le cose divine, spinto i popoli italiani a guerra fratricida, da capo offerto dare la Patria in balìa dello straniero muore; ma non con lui muore il Papato.

Già dissi il Papato immondo boa che traversa i secoli; di fatti a Gregorio essendo, dopo il subito scomparire di Celestino IV, succeduto Innocenzio IV, questi di amico che era a Federigo gli si volta nemico, e, come più astuto, più implacabile di tutti; costui rinfocola la Crociata già bandita da Gregorio; Francescani e Domenicani sguinzaglia contro Federigo; gli tramano insidie, sottosopra gli cacciano lo impero infatigati, innumerevoli come le formiche: convocato il Concilio a Lione vi narra dei Tartari invasori della Moscovia, della Pollonia, e della Ungheria, dei Mongolli minaccianti la Europa, dei Carasmiani oppressori di terra santa, lo impero latino ridotto alle mura di Costantinopoli, e con fronte di bronzo tutti questi mali riversa sopra Federigo; Piero delle Vigne, e Taddeo da Sessa difendendolo invano, dal Concilio si depone e si scomunica lo imperatore, il quale sia per gli anni, e l'ira, e i pensieri torbidi di vendetta travagliato cessa. Non mai vita di figlio fu salutata così caramente come la morte di Federigo da Innocenzo, che già stende le mani rapaci sopra il reame di Sicilia: chi lo parava? Manfredi debole, e senza seguito; ma fra la mano e il frutto venne a mettersi Corrado figliuolo di Federigo: se il Prete riardesse di rabbia sel pensi chi sa quanta l'avidità sacerdotale, o l'ira che suscita l'ostacolo impreveduto, e la impotenza di rifarsi da capo: poichè pertanto il Papa venuto al verde per sè non poteva prendere si arrovella a cacciarne Corrado vicino trapotente, ed offeso, e tu lo vedi andare in volta, ed offerire la corona che gli scappava di mano al fratello, al figlio di Enrico III d'Inghilterra, e a Carlo fratello del re di Francia; allo improvviso Corrado muore; allora Manfredi raccomanda al Papa il nipote Corradino; padre gli sia, e protettore; Innocenzo muove come saetta volante a Napoli a fare da padre come costumano i preti: domina più che signore tiranno e insacca più che padrone predone; Manfredi custodito quasi prigioniero si salva ed allestisce armi ed armati per combattere il Papa, il quale adesso sentendosi in fine di vita i congiunti lacrimanti intorno al letto rampogna così: «perchè piangete voi altri? Forse quanto più poteva non vi ho empito di beni?» E furono parole di prete senza cuore ed avaro. Viene Alessandro IV a cui talentando meglio la spada del pastorale durando la contesa con Manfredi perde la Puglia, e la Terra di Lavoro; in Palermo, su gli occhi al suo Legato, inalberano la bandiera sveva.—Per questo Papa si conobbe quanta la potenza del pontificato su le faccende della religione, e sul popolo quando ordinava cose, che camminavano coll'umore del secolo, e quanta poca quando procedeva al ritroso; la Francia fu da costui felicitata della Inquisizione; cotesto ardere la gente di fede diversa parve nuovo in Francia, e come nuovo piacque ed attecchì. Avendo questo Papa bandito in Lombardia la crociata contro Ezzellino da Romano trucissimo tiranno di Padova, caduto in mano ai popoli per virtuosa battaglia periva di fame: per lo contrario tanto Alessandro quanto il successore Innocenzo mentre si attentano passare il segno in Roma, i Romani a tutela della pubblica salute eleggono Dittatore Brancaleone di Andalò bolognese, cui non rifinano insidiare, e poi giungono a bandire legatisi co' nobili; ma indi a breve il popolo ripreso il sopravvento lo richiama, e per questa volta osteggiando senza rispetti il Papa, lo assedia in Anagni, e lo costringe a sottomettersi al popolo. Urbano IV ebbe il vanto infelice di schiantare dalla Italia la stirpe sveva, anch'essa discesa dagli oppressori, e venutaci di Lamagna, ma ormai naturata fra noi: poichè costui spavaldo sfidò Manfredi, e rimasto vinto si volse alla Francia semenzaio sacerdotale di tiranni per la Italia: la tragedia di Manfredi, e quella più pietosa di Corradino vanno famose pel mondo; il quale tuttavia rammenta come il Papa mettesse tradimenti, e scomuniche in combutta con gli stocchi, e le mannaie di Carlo di Angiò.—Ora escono dal buio alcuni Papi, che passano a guisa di fantasime traverso il secolo per immergersi da capo nel buio; alfine viene Niccolo III degli Orsini, il quale dove avesse posseduto la potenza pari alla superbia tornavano in fiore i tempi dei Gregori; ributtate le nozze richieste del suo nipote da Carlo, con le parole atroci: «e perchè porti calzare rosso la tua signoria non è retaggio,» congiurando nuoce altrui, se non vantaggia.—Da lui si ordirono, o assai si promossero i Vespri Siciliani sia che si operassero per la virtù di Giovanni da Procida, o per maggiore virtù di popolo come credo anche io, chè dove il popolo non secondi il singolo o non può o mal può, e il popolo quando ha voglia di mettere al sole le barbe della trista signoria il suo capo trova sempre; non sempre, anzi rado, il singolo trova il popolo.

Affermano questo Papa essere stato il primo, che mosso da soverchio e non diritto affetto oltre il dovere arricchisse i nipoti a danno della Chiesa: e ciò mi riesce malagevole a credere, dacchè Innocenzo non procedesse punto diverso da lui, e il desiderio di avvantaggiare i suoi nasce con l'uomo, il quale cresce naturalmente quando la tua famiglia salita in altezza per fortuna, o per virtù tue, tu comprendi, che, al tuo sparire, diventerebbe per inopia contennenda; onde chi può non benefica i suoi piuttostochè superiore agli uomini parmi assai vicino alle bestie: tutto sta in questo come nelle altre cose procedere con discrezione; quindi per me penso, che Niccolò si mostrasse in questa faccenda non primo a tutti, ma più stemperato di tutti.

Quando dopo la morte di Clemente IV la sede pontificia rimase per bene tre anni vacante Gregorio X ordinò la elezione del Papa in conclave con l'obbligo di scemare il cibo ai Cardinali fino a ridurlo al pane ed all'acqua, e ciò perchè cotesto stroppio non si rinnovasse: e' sembra, che a quei tempi il Pontefice non fosse infallibile nei suoi partiti; difatti, morto Onorio IV per dieci mesi non fu eletto Papa, e prima di promovere al pontificato Celestino V la sede vacò due anni. Costui rinunziava dopo cinque mesi, e nove dì: scrittori guelfi raccontano come Benedetto Gaetani, che gli successe mediante cerbottana comandasse a cotesto semplice renunziasse al Papato dandogli ad intendere poi gli avesse proprio favellato Dio, e narrano altresì, che si gratificasse il re di Napoli dicendogli: «il tuo Papa Celestino ti ha voluto e potuto servire, ma non ha saputo; io vorrò, potrò, e saprò;» per la quale cosa il re commetteva a dodici Cardinali suoi divoti dessergli il voto. Il signore Luigi Tosti monaco di Montecassino nella vita di Bonifazio VIII nega tutto alla ricisa, e va bene, egli esercita il suo mestiere: noi ci stringeremo a credere, che il Villani contemporaneo di Bonifazio VIII potesse essere meglio informato del monaco Tosti, molto più che il Villani faceva professione di guelfo. Il monaco Tosti nega eziandio la strage di Celestino operata col conficcargli un chiodo nel cranio per comando di Bonifazio VIII; nè io potrei contraddirlo in questo; solo noto, che la testimonianza del Villani mette innanzi quando egli scrive, che faceva custodire il povero vecchio Celestino in onesta prigionia a Fumone, e lo ributta quando racconta della parlata a Celestino per via della cerbottana, e degli accordi simoniaci con Carlo d'Angiò: questa maniera di dettare storie, se male non mi oppongo, corrisponde ad arare coll'asino e col bue: e ciò messo da parte parmi degno di considerazione come nella Bolla con la quale Clemente V canonizzò santo Celestino si affermi con ischiettezza laudabile: «imperito di reggere la Chiesa come colui che dalla puerizia erasi consacrato interamente al culto delle cose divine.» dunque la si tenga per giudicata sopra l'autorità di un Papa, chi troppo osserva Dio non è capace a governare la Chiesa! Opinano gli scrittori Bonifazio VIII avere segnato l'apice del dominio temporale, donde, non potendo più sorgere, gli fu mestieri calare; questo a me non sembra, e non è; piuttosto parmi vera quest'altra sentenza, Bonifazio rappresenta l'ultimo sforzo papesco di riagguantare la immane primazia, come del pari l'epoca sua dimostra il duro, e insuperabile talento dei principi di resistere. L'almanaccare irrequieto di Bonifazio a taluni pare intelletto divino, e a me anfanamento di curiale appaltone. Giacomo di Arragona, chiamato in Ispagna per la morte del fratello Alfonso, abbandona la Sicilia; i Siciliani gli surrogano il fratello minore Federigo come quelli che circuiti essendo di nemici potentissimi abbisognavano di prode e solerte principe che vigilasse alla tutela loro, mentre Bonifazio li desiderava deboli, epperò sottoposti a signoria lontana. Dio è in alto, e il re è lontano, solevano dire i Vicerè di Sicilia quando i sudditi angariati minacciavano richiamarsene al re di Spagna; in questo intento il Papa sobilla Jacopo a ripigliarsi la Sicilia; difficile è credere, ch'egli aborrisse da guerra fratricida: piuttosto temendo di esito incerto cacciare per forza Federigo di Sicilia s'industria abbindolarlo spingendolo alla recuperazione dello impero di Costantinopoli testè perduto da Baldovino; gli promette il sussidio di cento mila once; per giunta gli dona Corsica, e Sardegna; veramente ci dominavano i Pisani; ma ciò non fece ostacolo allora nè poi ai Papi, solo il dono era condizionato allo andarselo a pigliare, e poichè Federigo ricusa, lo assalta secondo il consueto, e respinto secondo il consueto ei chiama di Francia Carlo Valesio: difettando di pecunia immagina il Giubbileo guazzabuglio del costume ebraico mediante il quale gl'Israeliti in capo a cinquanta anni, per sette settimane scioperando un anno intero lasciavano in maggese le terre, i servi affrancavano, i beni impegnati restituivano, i debiti rimettevano, e dell'anno secolare dei Romani; il Papa sbraciava indulgenze a carra, saldo di peccati vecchi e nuovi, ed anco ospizio ai pellegrini, di che fanno le meraviglie gli scrittori chiesastici; ma in cotesta come in ogni altra bisogna, il prete dava un'uovo per avere un bove[1]; le mani non bastando, i chierici dabbene ci adoperavano il rastrello col quale rastellabant pecuniam infinitam, dice la Cronaca e Giovanni Villani, che vi si trovò, conferma con queste parole: «e della offerta fatta per gli pellegrini molto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e' Romani per le loro derrate furono tutti ricchi.» Carlo Valesio, esercitate prima le armi di Giuda[2] in Firenze, dove abbattè i Bianchi esaltando i Neri, passa in Sicilia: combattuto dall'aere, e dagli uomini cala agli accordi; con esso i reali di Napoli per colpa di fortuna, e più per manco di virtù volti al basso. Da questa parte non ci era da sperare più nulla, e poi in Francia vivea Filippo il Bello uso a volere del soldo i due quattrini per sè, e Bonifazio VIII nè anco si sarebbe chiamato contento di tanto. Di vero con la costituzione Clericis laicos rimette in ballo le gregoriane pretensioni; i Colonnesi scomunica, e condanna alla dannazione nell'altro mondo, allo esterminio in questo con la Bolla Lapis abscissus; sopra le terre di Romagna restringe il freno; pei mali consigli di Guido da Montefeltro sovverte Palestrina forte, e bello arnese dei Colonna; due cose nuove comparvero con Bonifazio nella Chiesa, la prima furono i Cardinali vestiti di cappe rosse, e la seconda l'assoluzione anticipata al peccato che sta per commettersi. Federigo prima scomunicato ora torna in grazia di Dio. La costituzione Clericis allunga le mani; l'arcivescovo di Narbona pretende avere per vassallo il visconte, che ricusa omaggio sè confessando uomo del re: Bonifazio naturalmente per l'arcivescovo, pel visconte il re: poi ci fu la disputa per la contea di Melgueville; il Papa tira l'acqua al suo mulino, il re faceva lo stesso. Il monaco Tosti scrive la pretensione del re essere impertinenza; e non crediate mica, che tale opinione mettesse fuori il frate in cotesti tempi a Roma; egli ai dì nostri compone libri in Italia, e la nostra mente resta sbalordita pensando come il Ricasoli barone avesse tolto le costui dottrine a norma per regolare le faccende della Chiesa con lo Stato. Bonifazio invia in Francia legato il vescovo di Pamiers a sostenere le sue ragioni; Filippo lo agguanta, e lo condanna reo di maestà, e manda a notificarlo al Papa perchè gli rifaccia il resto. Chi dei due iniquo? Bonifazio capace di servirsi della opera di un fellone, Filippo attissimo ad apporre false accuse, entrambi per voglia d'imperio smaniosi. Se s'inalberasse a' cotesta notizia il Papa non importa dire. Mandò: «sopra il divino diritto, e l'umano dei chierici niente potere i laici; rendesse libertà, e beni, ed onori al legato: avvertisse essere incappato nelle scomuniche stabilite dai Canoni contro i percotitori dei chierici; si mostrasse più timoroso di Dio, il quale tanto lo aveva beneficato fin lì.» Subito dopo di rincalzo pubblica la bolla Salvator mundi spedita al re con la lettera che comincia: Nuper ex rationalibus causis, mediante la quale sospende ogni privilegio (così ei diceva, ed erano diritti usurpati dalla improntitudine pretesca) concesso dalla Chiesa al re finchè la causa del vescovo di Pamiers non fosse stata giudicata dai chierici francesi raccolti in sua presenza.—E come se tanto non bastasse indi a breve pubblica l'altra bolla Ausculta filii. In cotesto documento, modello dello idropico vaniloquio della Curia romana, messo a rifascio Dio, Cristo, la Madonna, la Chiesa unica perchè unica sposa di Gesù, il quale ebbe sempre in orrore la bigamia, ed unico il suo capo messo da Dio a giudice dei vivi e dei morti: insomma la Chiesa non patire moltitudine di capi; lui papa Bonifazio comecchè indegnissimo pure preposto da Dio per ragione dello ufficio apostolico ai re, e ai regni in generale, ed in particolare sopra lui Filippo, e sopra il suo regno per distruggere, e ricostruire, stiantare, e piantare, disperdere, e raccogliere, e via di questo gusto: dunque non presumesse di sgattaiolargli di sotto; si lasciasse tosare, e spellare di buona grazia; averlo già ammonito parecchie volte invano; piangergli l'anima (le paterne viscere non pare che usassero ancora) nel mirarlo precipitare ogni giorno più a rotta di collo nelle colpe, che ormai sembravano tramutate in costume; e poi venendo alle strette dichiarava in lui Papa stare la suprema potestà su i benefici dentro e fuori la Curia romana, ed egli re non avercene alcuna; invece attentarsi con empio consiglio usurpare ogni cosa, e poi giudicando sostenere le parti di giudice e parte, laici e chierici mettere ad un mazzo; niente voler sapere di tribunali chiesastici; i giudicati loro reputare anco meno che niente, anzi revocarli, impedire che altri gli osservasse; i beni laicali, o clericali tenere per feudi dependenti dalla Corona; nelle Chiese, e nei monasteri entrato in aspetto di guardiano per sottometterli ad incomportabile servitù; divorarsi le rendite delle sedi vacanti; vietare che alcuna particella se ne mandasse fuori di Francia; della falsata moneta tacere, della oppressione dei sudditi, e di altre nefandità. Ora poichè per ripigliarlo era divenuto roco, forse avrebbe dovuto addirittura porre mano ai gastighi, ma non volerlo fare se prima non avesse tentato uno sforzo supremo per ridurlo a partito: per le quali cose egli intimava una Sinodo a Roma dove egli re o di persona, o mediante suoi oratori, comparisse, ci mandasse quanti abati, vescovi, ed arcivescovi gli piacesse, a patto che a lui Papa fossero grati ed accetti; intanto cacciasse via dalla reggia i falsi profeti, i seminatori di scandali; breve, tutti i facinorosi che lo stornavano dal darsi co' piedi, e con le mani accaprettato in balìa della madre Chiesa, e di lui padre Papa, che lo arieno acconciato pel dì delle feste. Il monaco Tosti, scorta fidata del Ricasoli barone, trova questa bolla temperatissima, una maniera di bianco mangiare, tutta in regola; poichè trattando di collazione di benefizi, d'immunità di chiese e di monasteri, di rendite da mandarsi a Roma e via discorrendo sta sempre nello spirituale; forse si possono dire faccende temporali il mal governo dei sudditi, e l'alterata moneta; all'opposto il monaco Tosti dichiara insolenza temeraria e peggio quello che rispose l'oratore francese La-flotte al Papa: «la tua è spada di parole, quella del mio Signore è di ferro»; per ultimo sostiene falsa certa lettera scritta da Bonifazio a Filippo, la quale in somma ripete con parole più modeste quello che si contiene nella bolla Ausculta. La bolla Ausculta rimescolò tutti in Francia così laici come chierici; il conte di Arras strappatala dalle mani del legato la buttò sul fuoco. Il monaco Tosti rammenta le arsioni delle bolle papali essere state due, questa di Filippo, e l'altra di Lutero, in Francia la prima, la seconda in Allemagna; giova rammentare che in Italia non fu bruciata perchè Barnabò Visconti costrinse il legato a mangiarsela. Filippo bandì il legato, e vietò, che preti, e quattrini di Francia andassero a Roma: il Papa quanto a' preti avria per avventura lasciato correre; quella poi dei quattrini gli passò il cuore. Banditi i legati convocavasi un'assemblea nella chiesa di nostra Donna di Parigi; laici, e chierici respinsero le immani improntitudini papali; se autentica o no la lettera che si dice scritta in cotesta congiuntura da Filippo a Bonifazio ignoro, e dubito, tamen assai bene riporta la qualità degli umori del tempo: abbila quì lettore volta dallo idioma latino nel volgare nostro.

[1] Però non sembra che il Papa donasse la vettuaglia bensì provvedesse a non farne mancare, che non fu piccola cura, dovendosi alimentare pel corso di un anno intero 200,000 e più persone oltre la popolazione di Roma.

[2] Senz'arme n'esce, e solo con la lancia, con la quale giostrò Giuda….

«Filippo per la grazia di Dio re dei Francesi a Bonifazio che la fa da sommo Pontefice invia salute poca, anzi punta. Sappia la tua massima demenza come noi nelle cose temporali non sottostiamo ad alcuno; a noi per diritto regio appartengono la collazione delle chiese e delle prebende vacanti, e la percezione dei frutti di quelle; la collazione che noi ne facemmo e faremo saranno valide nel presente, e nel futuro, e per noi andranno virilmente difesi i possessori di quelle contro ogni persona; e a chi altro non crede noi mandiamo patente di grullo, e di matto. Dato a Parigi.

Così allora la pensavano in Francia re, baroni, e prelati rispetto al Papa; adesso dopo oltre cinque secoli e mezzo cotesti Francesi fanno di cappello al Papa, reputano piccolo omaggio baciargli i piedi, dicono non poterne fare a meno, e poichè non ponno astenersene essi lo tengono sul collo a noi come un giogo di ferro;—e poi la Francia, proprio lei, presume nella processione della civiltà umana portare innanzi il gonfalone!—

Di contro all'assemblea di Parigi Bonifazio oppose la sinodo di Roma donde uscì la Costituzione unam sanctam in virtù della quale, aboliti i vituperii, e troppo tardi e male velate certe pretensioni ci trovi quanto basta perchè il Prete se non per la via maestra, almeno per tragetti ti entri in casa a scombuiarti ogni cosa. Il monaco Tosti facendo l'indiano meraviglia come così discreta costituzione non si avesse ad accettare, ed ha torto, massime poi con lo esempio della Inghilterra cui allora presiedeva quel sozzo uomo, che chiamano Giovanni senza terra, mentre tace, che Odoardo I la respinse appena n'ebbe facoltà, ed è cotesto modo procacciante e insidioso di scrivere storia. Ragione ha poi quando scrive: se volete vivere da cattolici bisogna piegare il collo, e adattarsi, altrimenti buttate giù il cattolicismo: o mangiar questa minestra o saltare questa finestra: presumere di volere restare cattolici, e dare di cozzo al Papa ad un punto si offende la fede, e la ragione; nel secolo XVI Lutero, e gli altri buttarono giù buffa mostrando mente eretica ma discorso di ragione, sicchè chi legge se l'abbia per giudicato; dov'egli pure desideri vivere vita libera e cristiana gli è mestiere gettare il cattolicismo alle ortiche; e in questo mi trovo d'accordo col monaco Tosti. Costui però mal tasto ha toccato, e potria rendere tal suono pel quale la Curia forse non gli darà la mancia. Matta cosa quella di volere temperare l'assolutismo della monarchia della Chiesa con l'aristocrazia dei Concili, e peggio coll'autorità dei re, dice il monaco Tosti; e mille volte più matta volerla accordare co' liberi pensamenti della Democrazia, dico io. Noi altri, egli monaco, ed io laico, ci potremo vantare di avere fatto un gran bene ai tempi nostri, voglio dire, cacciato al diavolo qualunque equivoco, avere definito la quistione a modo, e a verso: o asso, o sei. Se cattolici che almanaccate di Chiesa libera in Istato libero?—Mi suona come la prima ottava del volgarizzamento delle Metamorfosi di Ovidio fatto dall'Anguillara. Osservate i sacramenti tutti con le interpretazioni del Papa, del vescovo, del curato, del cappellano, del sagrestano, e dell'ostiario; a Roma per le dispense pagate le annate, le decime, e l'obolo di San Pietro; abbiate i Gesuiti per babbi, i Paolotti per mamme, per fratelli i Domenicani, i Capuccini per sorelle; soprattutto riverite i tribunali ecclesiastici; lasciate i beni ai monaci, anzi cresceteli del vostro a cotesti serafici operai nella vigna del Signore; credete che Gesù si sia staccato di Croce per istringersi al seno Santa Caterina domenicana, e credete altresì, che il prelodato (a Torino dicono antefatto) Gesù barattasse il suo cuore con quello di Santa Brigida francescana; se no cessate essere cattolici per diventare cristiani. Per me, credo, che questa sarebbe la più diritta via per andarcene a Roma. Il Papa ci scomunicherebbe e se ne andrebbe: chè se Enrico IV potè dire, e male: «Parigi vale una messa» al popolo dovrebbe essere lecito esclamare a sua posta: «Roma vale una scomunica.»

Fra Bonifazio e Filippo, come succede fra due superbi e cupidi s'invelenirono le ire; di qua e di là crescono le offese; il Papa scomunica il re; questi appella al Concilio futuro; poi manda gente in Italia a recare supreme offese al Pontefice, la quale espugna Anagni, imprigiona Bonifazio, e lo percuote. Dicono gli desse la guanciata Sciarra Colonna, e corre fama conduttore delle genti fosse Musciatto Francesi; ciò dimostra come in ogni tempo i meno disposti a riverire come venerabile cosa il Papa sieno stati gl'Italiani: le guanciate non lodo, anzi biasimo; e poichè Filippo aveva appellato al Concilio, alle decisioni di questo aveva a stare; ma io già l'ho detto, tra Filippo e Bonifazio la correva come fra il rotto, e lo stracciato, e degnissimo di obbrobrio era certamente questo Papa il quale, mentre scomunica Filippo di Francia reo solo di volere essere forse troppo padrone in casa sua, accoglie da capo nella comunione dei fedeli Alberto di casa Asburgo fellone e omicida del suo re Adolfo, solo perchè piega il capo scellerato dinanzi alla potestà pontificia.

Dopo questa lotta disperata il sacerdozio co' nervi recisi ebbe a cascare in balia di Filippo: per lui fu eletto Bertrando di Got, il quale tolse nome di Clemente V; francese questo, e nello stato in cui si trovava che resistenza poteva egli opporre al re superbo? Tuttavia da quello astuto prete, ch'egli era, quanto non ispettava al sacerdozio facile concedeva; l'altro no, schermendosi artatamente; così per compiacere a Filippo egli gli condannò i Templari, di cui Filippo arraffati i beni costrinse gli Spedalieri a comprarli; cassò la bolla della scomunica, lui e i complici suoi mandando assoluti; gli concesse le decime per la guerra di Fiandra; e più oltre gratificando il temuto sire (deh! perchè lo spirito di Filippo il Bello non torna a soffiare sul reame di Francia?) tolte le tende da Roma andò a piantarle in Avignone; ma la truce voglia di disotterrare il cadavere di Bonifazio, e darlo al fuoco respinse; bene lo fece giudicare intorno all'accusa di eresia; ma di leggeri uomo si persuade, ch'egli mettesse in opera ogni industria, affinchè il Concilio di Vienna lo rimandasse, come avvenne, assoluto. Il papato adesso si arrampica da questa parte o da quella con perdita continua della sua autorità; legato alla materia si contamina di nefandezza, nè ad altro attende che ad ammassare pecunia; nella contesa tra Ludovico il Bavaro, e Federigo di Austria, il Papa parteggiando per questo scomunica il primo, il quale ito a Roma, crea antipapa Niccolò V, e fattosi incoronare accusa Giovanni XXII di eresia; se il Papa fosse eretico o no ignoro, quantunque la fama lo accusasse appartenere alla setta dei millenari; quello che so, egli è, che fu il più spietato usuraio di quanti mai comparvero al mondo. Benedetto XII tiene ferme le scomuniche contro Ludovico (io l'ho pure chiarito; i Papi sono tutti un prete) il quale per torgli il vino dal capo, convocata la Dieta, fa dare di frego alle censure di quello, e statuire allo impero eleggersi dagli elettori a pluralità di voti, in cotesta elezione il Papa non entrare per nulla, non lui, bensì il Conte palatino del Reno essere vicario a impero vacante. Con più animosi spiriti sottentra a sostenere la lotta Clemente VI, che richiesto di accordo lo rifiuta se prima Ludovico non risegni il trono, gli dia in mano i suoi difensori, e la Dieta non riconosca lo impero feudo papale; parendo le sue parole ebbre egli mette su taluni elettori ad eleggere emulo a Ludovico il figliuolo del re di Boemia; donde una guerra che subissò Germania; esso intanto viveva ozi lascivi in compagnia della contessa di Turena venditrice di grazie, o di benefizi, ed anco donatrice di cappelli cardinalizi a giovani notabili di robusta bellezza.—Da lui il diritto dei Papi sopra Avignone, ed ecco come Giovanna di Napoli, in qualità di erede dei reali di Provenza, lo possedeva; avendo ella trucidato il marito Andrea per isposarsi con Luigi duca di Taranto ora atterrita dalle armi di Ludovico re di Ungheria sceso a vendicare la morte fraterna, onde non inimicarsi il Papa, ricercata a grande istanza da lui glielo vende per ottantamila fiorini di oro: incauta sempre, prima di riscoterne il prezzo implora il perdono del delitto commesso e licenza di vivere col cugino adultero, ed omicida: l'assoluzione ella ottenne, ma non il pagamento della moneta: così con l'assoluzione di un delitto la Chiesa cattolica compra Avignone. Certo non era questo titolo di dominio da rispettarsi, ma fosse stato migliore non lo avrieno rispettato i Francesi, che glielo tolsero, e non lo restituirono. Ora i Francesi a noi contrastano, quanto a sè permisero; perchè questo? Giovò loro pigliarsi Avignone, non giova, che noi ci pigliamo Roma: a noi poi non lice imitarli come quelli che deboli siamo, e di farci potenti abbiamo quasi paura; ci sta tuttora nelle ossa la ruggine della servitù.

Qui s'intromette la storia di Cola di Rienzo; costui forse restituiva la repubblica romana se avesse posseduto mezze le virtù, che cantava in esso Francesco Petrarca; certo a ruinarlo ebbero parte e non poca i preti legatisi ai patrizi, e la feroce voltabilità del popolo: ma soprattutto vuolsene dare la colpa alla vanità di lui: come per questa tracollarono Masaniello a Napoli, l'Alesi a Palermo, ed altri parecchi è noto: Michele Lando vano non fu, ma avverso ai patrizi, nè tutto alla plebe; ammanniva il dominio al popolo grasso, a sè l'esilio: indole mezzana, e senza concetti se togli quello d'impedire disordini il quale quantunque buono, di per sè non costruisce; e chi ha a fare col fuoco non si deve sbigottire di scottature.

La lontananza dei Papi rilassava naturalmente i vincoli di subiezione, ond'è, che le città di Romagna o per via di tiranni, o di popolo si reggevano senza darsi un pensiero al mondo di loro. Innocenzo VI, e Urbano V deliberati ricondursele a devozione si avvantaggiarono delle compagnie di ventura. Che cosa esse fossero tutti sanno, e sorsero in Francia dalle guerre sia contro gl'inglesi, sia civili: da prima i Papi n'ebbero onta e danno; Arnaldo di Cervole del Perigord arciprete di Verny costringeva Innocenzo VI di riceverlo a gloria in Avignone, farlo sedere a mensa in compagnia dei Cardinali, assolverlo da ogni peccato, e per penitenza dargli del proprio 40,000 fiorini di oro, di che i preti si dolgono sempre; un po' più tardi il Du-Guesclin conducendo le compagnie bianche in Castiglia per sovvertire il trono di Pietro il Crudele, sprovvisto di pecunia, e ignaro a qual santo votarsi per metterne insieme, le menò ad Avignone, ed Urbano per levarsele dintorno ebbe a prosciorle delle peccata, ed in questo ci andò di buone gambe e più a fornirle di 200,000 franchi di oro, ed anco questo, comecchè gli paresse ostico, gli toccò a ingoiare. Tra loro si trovava Giovanni Acuto, e Malastretta, il Buda, il Sala; a tutti prepose Gregorio XI Roberto Cardinale di Ginevra, brutto di corpo non meno che tristo dell'animo: costui quando gli occorreva qualche masnadiero tutto sangue le mani, la faccia, e la spada urlando avere menato strage di donne, e di uomini, non esclusi i fanciulli eziandio lattanti, per grande gioia abbracciava, lo benediceva, il ferro gli consacrava.

Bologna mostrò allora come sempre, che agl'Italiani virtù non manca bensì la disciplina, dacchè due masnadieri Brettoni avendo sfidato tutto il popolo due giovani popolani, Guido d'Asciano sanese, e Betto Riffoli (il popolo ha sempre le mani lunghe per combattere, i patrizi quasi sempre per rubare), gittati a terra i cappucci loro accettarono la sfida, che a quel modo in cotesti tempi si dava e si riceveva il gaggio; poi venuti a battaglia, e superatili per virtù, e per fortuna, loro donarono per mercè la vita.

Lo sforzo del Papa era contro Firenze, dopo la guerra trucissima mossa da lui contro i Visconti; il legato pontificio Guglielmo Noellet di celato le spingeva contro l'Acuto, che per insidia tentava rubarle Prato, in vista poi mandava a testimoniarle maraviglia e dolore del caso, ma a cui l'ha da fare con tosco non vuole essere losco, e i Fiorentini svelti già avevano contaminato l'Acuto e il tiro pretesco andò invano.—Il Papa innanzi di movere aveva domandato al Malastretta, se gli bastasse l'animo «di pigliare Firenze? Ci entra egli il sole? invece di risposta interrogò il Malastretta.» E il Papa a lui: «certo, ei v'entra.» Dunque, conchiuse il masnadiero, «se ci entra il sole ci entrerò io.» Ma il sole continuò ad entrarci; ed egli mai.

E' non si vuole negare i Fiorentini avrieno dovuto combattere a viso aperto la Chiesa non già con le arti onde in breve fecero ribellare al Papa fino ad ottanta fra città e castelli: con le armi non co' fiorini vincere l'Acuto; ma per altra parte chi ravvisa il vicario di Cristo nell'uomo, che conduce per suo capitano l'Acuto il quale per mantenere in devozione della Chiesa Faenza la quale tentennava la manda a ruba, e a sangue senza perdonare a sesso, o ad età, contamina donne di ogni maniera, vergini o spose, monache o laiche; e per torre via la lite fra due conestabili, i quali, messa la mano addosso ad una fanciulla, se la contendevano, con un gran fendente la partisce in due gridando: «mezza per uno!»

Nè si dica, che questo commettesse l'Acuto per suo mal talento, imperciocchè chenti fossero i legati pontifici vedemmo, e peggio verrà chiarito per questo altro caso. I masnadieri della compagnia santa (santa suole chiamare il prete qualunque perfida, e scellerata cosa, purchè gli approdi) usciti dal contado di Firenze vanno a Cesena dove pigliano stanza col Legato del Papa nella Rocca: quinci rovesciandosi nella città funestavano del continuo i cittadini con soprusi, e offese, e rapine, che appena impedendosi negli eserciti regolari quasi si lodano nei masnadieri; i cittadini inacerbiti rivoltansi; afferrate le armi si mette mano a combattere; i soldati, come sempre nelle battaglie cittadine, ne toccano; e certamente in quel dì andavano sperperati del tutto, se il Legato interponendosi, molto supplicando, e molto promettendo, non gli avesse persuasi a posare. Venuta la notte, e quando il sonno tiene legata la gente, il Legato chiamato a sè l'Acuto gli disse (io vo' narrarlo con la Cronaca sanese di Neri di Donato) «messere Jovani…. io ti comando che tu et tua gente scenda nella terra et facciate justitia»—Messere Joanni disse: «Messere anderò, e farò sì con tutti li terrieri, che lasseranno le armi et si renderanno a voi in colpa.—No, disse il Cardinale, sangue, sangue e justitia.»—Disse messere Joanni: «pensate al fine.» Disse il Cardinale:«io vi comando così.» E mentre si mena va la strage il Cardinale correva intorno gridando: «affatto! affatto!» Cotesta fu immanissima strage; non si racconta l'uguale di Attila e di Tamerlano; oltre i consueti orrori furonci bambini inchiodati nelle porte delle case, e a tanti ruppero il cranio su le pareti, che la terra biancheggiava di cervella dintorno; non mancò nè anco chi sventrata la madre nelle viscere di lei troncò una non bene compiuta vita. Un padre dalle mura cala corde nel fosso, e ci si affida per accertare lo scampo alla moglie, ed ai figliuoli suoi; tentato il terreno si arrampica sull'argine: quivi il nemico ferro lo coglie, e l'uccide. La donna, aspettato indarno il marito, per cotesto aere cieco col bambinello al collo si commette alle funi; scese incolume, ma impigliatasi poi nella melma del fosso casca, e il figliuolo le si sommerge nell'acquitrino; lo cerca un pezzo brancolando, e dopo ora non breve lo ritrova; con esso in braccio traboccando ogni tratto, e nella fitta ad ogni passo affondando arriva a proda; quivi le occorre spento il marito, e si accorge tenere al seno pure esanime il figlio: allora dispettando la vita getta via il pargolo e corre a farsi ammazzare dai nemici. Chi fuggiva pari in fortuna a cui restava, però che i masnadieri corressero la campagna peggio dei segugi: a 5000 sommarono i morti in Cesena non contando gli arsi ed i mangiati dai cani; nè molti meno cascarono privi di vita pei boschi a cagione del freddo e della fame: le vesti dei traditi barattavansi a carra con altrettante carra di paglia: il Malatesta nel rifabbricare l'anno dopo Cesena trovò piene di ossa cave da grano e cantine, e le cisterne ampissime di San Gelone e di San Lorenzo.—Santo Antonino paragonò il Cardinale autore di tanto eccidio ad Erode ed a Nerone. La Cronaca di Bologna conclude la storia del caso miserando: «Nerone non commise mai una siffatta crudeltà, che quasi la gente non voleva più credere nè in Papa, nè in Cardinali perchè queste erano cose da uscire di fede.»

Gran bene aria fatto la gente di allora se tolto addirittura di mezzo il quasi avesse saltato il fosso rinnegando la Curia Romana. La Cronaca sanese di Neri di Donato già citata esclama: «così oggi sono venute le operazioni dei Prelati, e dei chierici della casa di Dio,» E pare, che il buon cronista non leggesse storie, nè che spirito di profezia fosse in lui, diversamente avrebbe conosciuto come le opere della Chiesa per lo innanzi scelleratissime si mantenessero dopo sempre pari.

Il Monaco Tosti si rallegra nella vita di Bonifazio VIII come la costituzione Unam sanctam di costui fosse accolta in Inghilterra; ei si rallegra intempestivo e male, imperciocchè cotesta Costituzione, e le altre intemperanze clericali già cominciassero anco là a rimescolare gli spiriti avviandoli alla ribellione; così che presto Giovanni Vicleffo colà sorgeva alla scoperta contro la dottrina e gli abusi della sede romana rammemorando ai popoli le lunghe rapine, e la feroce avarizia di lei.

Corre comune opinione che Papa Gregorio tornasse a Roma pei conforti delle due sante rivali nello amore di Cristo Brigida, francescana di Svezia, e Caterina, domenicana da Siena; io veramente penso, che le compagnie di ventura, massime le visite dell'arciprete di Perigord, e di Bertrando di Guesclin ve lo spingessero più forte: ad ogni modo pare che anco costoro con i ghiribizzi del proprio cervello ve lo inducessero, dacchè Gregorio XI in fine di vita ebbe a dire: «gli uomini prudenti si badassero dagli uomini, e dalle donne, che pigliando le fantasticherie loro per estasi religiose abbindolavano la gente; dallo quali invecerìe egli pure confessava essere stato sedotto.» E senza dubbio le donne opererebbero santamente a badare a' fatti di casa, ed in particolare le monache, le quali, secondo che porta il nome di monaco, dovendo starsene chiuse e sole non si sa, che diavolo vadano a sgonnellare nel mondo. Lui morto, i Cardinali riunironsi in Conclave ad eleggere il Papa; ventitrè erano in tutti, dei quali sei rimasti in Avignone, uno legato in Toscana, gli altri a Roma, undici francesi, uno spagnuolo, quattro italiani: elessero uno italiano: sicuro, una tal quale violenza ci fu a fare eleggere Papa italiano raccontando le storie, che da trentamila Romani assediassero il Conclave; le campane sonavano a stormo, il popolo urlava: «morte a tutti, Papa romano, o almanco italiano,» ed ammantava fascine per bruciare i contumaci; però sendo quattro i Cardinali italiani non gli obbligarono ad eleggere per lo appunto Bartolommeo Prignano da Napoli. Usciti di Conclave ebbero altri consigli, e si pentirono avere eletto un'uomo acerbo, che di colta volle ridurre, il vitto dei Cardinali ad una pietanza sola, pretese troncare di botto le simonie, ed impedire pigliassero doni: anco significò loro, che di tornare ad Avignone smettessero il pensiero, perchè a Roma intendeva restarsi: volere ad ogni costo deprimere la baldanza francese; essere tempo che la Chiesa cessasse di comparire feudo di Francia; volere (e in ciò forte lo inuzzolivano i Romani) promovere tanti Cardinali italiani in una volta, che ormai fosse disperata la elezione di Papa francese: sommo il disprezzo da lui mostrato ai Cardinali; a quello diceva: «taci, tu hai parlato anco troppo;» a questo: «smetti, che tu non sai quello, che ti dica;» il Cardinale Orsino un bel giorno salutò col nome di stolto; ed avendo chiamato il Cardinale di san Marcello senza rispetti ladro, questi di rimando lo rimbeccò con le parole: «tu menti come un calabrese.» Tutto questo forse era vero, ma che i Cardinali scismatici si sentissero obbligati in coscienza a spingergli contro Clemente VII, perchè lo provarono di natura crudele e feroce questo poi non regge, quante volte tu consideri Clemente VII essere stato niente meno che quel Roberto da Ginevra del caso di Cesena. Di qui scisma provvidenziale, onde vie più il Papato cascasse nel vilipendio delle genti: con Urbano rimasero Inghilterra, Lamagna, Ungheria, Polonia, Boemia, e Portogallo; andarono con Clemente Francia, Sicilia, Spagna, Svezia, e Savoia. Ora vedremo cosa nuova, due Papi donare a due un regno, e nei petti umani infiammare tanto odio, che peggio non avrieno saputo fare venti demoni.

Poichè Giovanna regina di Napoli si mostra fautrice di Clemente VII, e lo ricovera nei suoi stati, Urbano le sommuove sotto il regno, e costringe l'antipapa a ricoverare in Francia; nè qui si ferma, chè scomunicatala, e depostala dal regno lo conferisce a Carlo di Durazzo suo nipote, e da lei beneficato: all'opposto Clemente VII conferisce il medesimo regno a Luigi di Angiò figlio di Giovanni I re di Francia, e d'accordo con Giovanna chiama le armi francesi in Italia. Prevalse Carlo, che la zia benemerente soffoca fra i guanciali, e diventa re di Napoli: più di una testa non cape dentro corona regia. Luigi intanto veniva di Provenza alla vendetta, e al regno; Urbano approfittandosi della congiuntura insta presso Carlo, affinchè adempia la promessa stipulata quando lo investì del regno, la quale era conferire terre, castella, e pensioni ai suoi nepoti con più il principato di Capua; e Carlo lo tiene bene edificato finchè il pericolo dura, morto l'emulo in Bari di naturale infermità, al Papa, che alle solite istanze aggiungeva quella che avesse a levare via certe nuove gabelle, rispose: «il regno suo per diritto di successione e per armi; da lui Papa niente avere avuto eccetto quattro parole scritte sopra la investitura: quanto a gabelle non se ne impacciasse; attendesse ai preti.» Di qua e di là avvicendansi parole acerbe, e Carlo infellonito senza un rispetto al mondo va difilato ad assediare il Papa a Nocera. Se Urbano chiuso tempestasse, maledicesse, e scomunicasse non importa dire; tre volte in capo al dì si affacciava dalle mura, e a suono di campanello, in mezzo alle fumose vampe delle torce di pece avventava l'anatema contro Carlo. Cinque Cardinali che si trovavano seco attentaronsi dirgli, che campanelli, e torce, e scomuniche valgono contro cui le teme, ma ben'altri argomenti ci vogliono quando questi non approdano: si accordasse. Il Papa sospettando fossero contaminati gli fece in un'attimo appiccare per le braccia alla corda; intanto egli passeggiava recitando il breviario, e di ora in ora interrompeva la lettura confortandoli a palesare il tradimento; così un pezzo finchè cotesti meschini risoluti significarono, che non sentendosi in colpa, nè manco potevano confessarla; allora fatta dalle braccia attorcere la fune al collo di loro il santo padre ordinò gli strangolassero: aggiungono altresì che messi in pezzi e seccati i cadaveri nei forni n'empì parecchie valigie le quali dipinte a teschi, e a stinchi, e coronate col cappello cardinalizio poste su le groppe ai muli lo precedessero insieme con la triplice croce; questa per procacciarsi venerazione, quelle terrore: tuttavia parte con inganni, e parte per virtù di Ramondello Orsino e di Tommaso Sanseverino si sottraeva al presente pericolo rifugiandosi a Genova. Carlo lascia Napoli e va re in Ungheria; cola è morto; nella Chiesa di santo Andrea gli danno sepoltura cristiana, dove lo fa levare il Papa però che come colpito di anatema non potesse giacere in sacrato. Ora due re fanciulli emuli Luigi II figlio di Luigi di Angiò, e Ladislao figlio di Carlo; due madri tutrici contendenti con tutte le perfidie femminili senza pure una virtù da uomo; due preti che si maledicevano pretendendo entrambi rappresentare Gesù Cristo; Urbano per Ladislao suo pupillo, e Clemente per Luigi del pari suo pupillo, ed ambedue fermi di opprimere il re nemico e spogliare il proprio pupillo; poi Urbano scomunica tutti e due, bandisce crociate; e sè proclama re di Napoli; mentre da Perugia accorre a Roma per sedarvi una ribellione casca da cavallo e muore. Succede Bonifazio IX; anco Clemente cessa in Avignone; i Cardinali di Francia supplicati da molta parte della cristianità ad astenersi di eleggere altro Papa ovvero antipapa, e così porre termine allo scisma, non danno retta per paura di guai venendo in potestà di Bonifazio; però a Clemente surrogano Pietro di Luna di Arragona, che piglia nome di Benedetto XIII. Costui prima della sua elezione lamentava lo scisma; innanzi e dopo il pontificato ottenuto prometteva risegnare lo ufficio pel bene della cristianità, ma poi era niente; quando si veniva all'ergo, non trovava basto, che gli andasse; allora Carlo VI re di Francia, per venirne al chiaro, manda il maresciallo Boccicalto in Avignone perchè lo pigli e metta in carcere; tosto detto, e tosto fatto, chè i Francesi quando torna loro il conto non la stanno a guardare tanto pel sottile, ed allora la corte di Avignone gli uggiva. Forse lo scisma sarebbe stato tolto di mezzo, se Vinceslao imperatore avesse potuto, siccome prometteva, torre Italia e Lamagna alla obbedienza di Bonifazio IX, ma i baroni pel suo mal governo lo deposero surrogandogli nello impero Roberto il Bavaro; allora i Francesi rilassarono la custodia di Benedetto, tanto, ch'ei potè fuggirsi di prigione; tuttavia per buttare polvere negli occhi manda a Roma quattro legati onde venire ad un accordo; rompono da una parte, e dall'altra in rampogne sanguinose; di qua e di là ragione, ma Bonifacio come presente e rabbioso se ne arrapina più dell'altro, e muore[1]. I Cardinali si affrettano a dargli per successore Cosimo Migliorati di Sulmona, che assume nome d'Innocenzio VII.

[1] Taluni scrittori chiesastici scrivono come Bonifacio infermo di renella innanzi di usar con femmine, giusta il consiglio del medico, che gliel'ordinava per rimedio, elesse morire. Anche di queste ci tocca a sentirne!

E si affrettarono perchè il popolo tumultuante gridava: libertà. Certo se il popolo per genio proprio avesse appetito la libertà ei l'acquistava, ma ciò faceva per istigazione del re Ladislao[1], e ormai per mille prove si era visto, che la libertà in mano al principe è quasi una chiave per aprire la porta della tirannide, e dopo quel tempo per altrettante prove è rimasto confermato; ma il popolo non lo aveva per anco conosciuto, nè sembra lo conosca neppure adesso. Ladislao poi non si stava a minaccie, ma con molta copia di armati si accosta a Roma: gli resiste Innocenzo, e ributta il re con la peggio dagli assalti notturni: mentre però apparecchiansi nuove battaglie taluni cittadini non avversi, anzi parecchi al Papa divotissimi, si recano al campo nemico per vedere se ci fosse via per comporsi; di ciò piglia sospetto Luigi Migliorati nipote del Papa, e poichè il sospetto nell'anima del folle armato è morte pel sospettato, al ritorno ei gli agguanta, e ammazza; da ciò un tumulto d'inferno, onde il Papa riesce con istento a salvarsi in Viterbo. Ladislao entra in Roma sovvenuto dai Colonna e dai Savelli, i quali aristocratici essendo furono allora come sempre compari dei tiranni; ma il popolo non intende barattare una servitù con un'altra e delle due men trista la papale; e allora forse era così; prese pertanto le armi si azzuffano popolo e soldati regi e per tutto un dì combattono; verso sera i regi piegano, Ladislao è cacciato fuori delle mura, non prima però, che come testimonio col quale intendeva reggere i nuovi sudditi amatissimi, non avesse appiccato il fuoco a quattro quartieri di Roma. I Romani richiamarono il Papa, nel modo stesso, che i della Torre sperarono essere richiamati dai Milanesi, vale a dire quando i peccati dei Visconti avessero superato i loro, e morì senza avere o voluto, o saputo, o potuto fare niente per rendere la pace alla Chiesa.

[1] Questo re trovandosi al verde sposa di 14 anni Costanza di Chiaramonte figlia del conte Manfredi di Sicilia potentissimo per terra e per pecunia. Cresciuto in fortuna la piglia in uggia, e Bonifazio, il Papa, che prima di maculare la sua castità elegge morire, per gratificarsi costui gli concede il divorzio. Bella era Costanza, e amante, e da tutti amata, eccetto dal marito. Quando dopo avere ascoltato la messa il vescovo di Gaeta le lesse in faccia all'improvviso la bolla, e le si accostò per levarle di dito l'anello nuziale, per poco non le si schiantò il cuore: senza pietà la chiusero in un castello antico sotto la custodia di due vecchie; dopo tempo non breve n'era cavata per ordine regio perchè si sposasse con Andrea di Capoa figliuolo del conte di Altavilla; non si potendo in altro modo vendicare del malvagio marito, mentre costui se la menava a casa ella, udendo il popolo, esclamò: «Conte Andrea, tu puoi andare superbo su tutti i baroni del regno, perchè ti avrai per femmina la moglie legittima del re Ladislao tuo Signore.»

I Cardinali di Roma piuttostochè Papa deliberarono eleggere quasi un procuratore disposto a risegnare il papato; e così ognuno di loro giura avrebbe fatto dove lo avessero promosso al seggio pontificio; dopo ciò eleggono Angiolo Corrario da Venezia, che prese nome di Gregorio XII.

Questi fingendo osservare il patto propone a Benedetto la mutua risegna, e Benedetto a lui. Carlo imperatore per istringere la cosa invita i due emuli a deporre l'ufficio al cospetto del proprio collegio di Cardinali: ambedue girano nel manico e chiedono una conferenza in seno alla quale ognuno di loro renunzierebbe: per luogo di posta da entrambe le parti si accetta Savona; ferma e stabilita ogni cosa, le case, le guardie, le scambievoli malleverie, le galere, il tempo; di tutto questo corre l'annunzio ai principi: pareva che quei due vecchi preti altro non avessero a fare, che stendere la mano per toccarsela, e i due vecchi preti non mai furono come allora alieni di trovarsi insieme. I Veneziani indettati rifiutano le galere a Gregorio; di ciò movendosi querimonia grande a Roma, a Gregorio tocca uscirne, ma si ferma a Siena, e di qui ripiglia ad annaspare. Benedetto tastato il terreno, e sicuro ormai non si verrebbe a niente, più audace avanza, va a Porto Venere, va alla Spezia, e qui sosta. Gregorio preso pel collo da Siena si reca a Lucca, ma qui mette le barbe; nè ci fu verso di staccare il primo dalle marine, nè il secondo dalla terra ferma; «se uno muove un passo innanzi, scrive Lionardo Bruni nei Commentari, l'altro lo dà addietro; uno di loro come animale acquatico schifa la terra, l'altro animale terrestre aborre l'acqua; e per questa guisa questi due vecchi preti per pochi istanti di vita, che possono tuttavia loro avanzare, mettono a cimento la pace, e la salute della Cristianità!»

Gli asti cavillosi di questi due preti decrepiti avendo vinto la pazienza altrui, i Cardinali loro seguaci gli abbandonarono, e convenuti insieme con altri prelati bandirono il Concilio di Pisa; e fu cosa fuori di misura molesta tanto a Benedetto, che a Gregorio però, che alla monarchia pontificia con sì lunga industria stabilita venisse di un tratto a surrogarsi l'oligarchia cardinalizia; e non tornava meno ostico quello imporsi del Concilio sopra il Papa. Ancora, i Romani assai di quieto, anzi con maravigliosa contentezza, si adattavano alla signoria del Papa dacchè col trovato del Giubbileo, e con gl'infiniti altri ogni dì rinascenti, per cui il prete si mostra pescatore solenne di pecunia, colà in Roma si gavazzava; e il romano popolo non pure si era mantenuto quello del pane e dei circensi, ma nella pretensione di scioperare ed essere mantenuto a ufo erasi due cotanti più incarognato; ed ora per cotesti scismi, contenzioni, e guerre d'inchiostro non menochè di sangue invece di avvantaggiarsi col richiamo del Papa conosceva a prova averci scapitato e non poco: per le quali cose preso in uggia santa sede, e Papa macchinava cose nuove: onde il buon prete Gregorio innanzi che il popolo facesse atto di ribellione, ovvero l'odiato emulo penetrasse in Roma, assettò le faccende in guisa che Ladislao potè di leggieri occuparla mercè il tradimento di Paolo Orsino.

Nè lo emulo Benedetto sperimentava la fortuna meno acerba, però che Carlo VI al parere del Parlamento e della Sorbona avendo pubblicato uno editto che ordinava ai sudditi Papa, ed antipapa mandassero alla malora se prima dell'Ascensione non si fossero accordati, Benedetto indracandosi lo intimava ad abbuiare l'editto; se no, guai! E il re di rimando lo dichiarava nientemeno che scismatico, eretico ostinato, perturbatore della Chiesa di Dio, con altre siffatte galanterie che i re fino da cotesto tempo avevano rubato alla bottega del Papa. Allora chi piglia per un verso, chi per un'altro: Gregorio si commette a Carlo Malatesta di Rimini ed intima il Concilio a Ravenna; Benedetto va in Arragona, e convoca a sua posta il Concilio a Perpignano; il terzo Concilio intanto faceva le sue faccende a Pisa dove deposti Benedetto e Gregorio elessero Papa un Pietro Filardo, che volle appellarsi Alessandro e fu V di numero: poco visse, e corse fama credibile, raccolta eziandio dagli scrittori chiesastici, che morisse di veleno ministratogli da Baldassare Cossa legato di Bologna, non avendolo alla prova rinvenuto quale ei lo desiderava arrendevole. Se a sostituire il Cossa al morto Alessandro contribuisse lo spirito santo arduo è a sapersi; certamente vi ebbe parte il terrore delle armi stipendiate dal Cossa. Dal Concilio di Pisa ne uscì questo di bene che invece di due Papi d'ora innanzi furono tre, che si misero a straziare la Chiesa per modo, che peggio non avrieno potuto fare i Saraceni; e qui considerando come i Papi con poca e punta autorità temporale su Roma, e sopra gli altri stati, potessero condurre guerre così lunghe e dispendiose importa porre mente a questo, che appunto ricavando da altra parte, che dai pretesi loro dominii, danari a macco la perdita di quelli non ne alterava le condizioni: la sarebbe andata diversa se i cattolici ristucchi di tutti i Papi, e antipapi avessero tutti abbandonato; ma la procedeva diversa, però che essi si dividessero, ed uno seguitassero il quale per buono e santo obbedivano. I Papi poi e gli antipapi diversi in moltissime cose, nel pigliare pari: sembrava che Giovanni XXII dei trovati per carpire danari avesse tocco la cima, ed in breve fu vinto da Bonifazio IX il quale estese le annate anco alle prelature; e queste annate, che ai tempi suoi sommavano a mezza la rendita dell'anno, egli non si peritò crescere di punto in bianco fino a tre volte la rendita di un anno; ei prese a vendere tutto, indulgenze, cariche, e onori; in prezzo (mancando moneta) pigliava merci: per danaro perdonava delitti: prometteva a vari la cosa medesima, e poichè da tutti se l'era fatta pagare, tutti con fronte di bronzo truffava.

Per quanto i Papi si sieno industriati fare, hanno ricavato se non poco, però sempre meno di quello, che speravano dai popoli soggetti: e quante volte vi hanno avuto ricorso adoperarono in modo da tenerseli bene edificati. L'Albergato nei commentari dei suoi tempi nota: «come la Chiesa da Terracina a Piacenza possieda bella, e magna parte d'Italia; e tuttavia tanti popoli opulentissimi, tante città floridissime, le quali amministrate da altri, potrieno con le gabelle sopperire alla spesa di qualunque grande esercito, alle mani del Papa appena buttano tanto che basti alle cariche dei magistrati che ci mandano a reggerle.» Secondo la relazione dell'Oratore Zorzi, Perugia, Spoleto, la Marca, e la Romagna insieme fruttavano un 120,000 ducati, di cui se la metà entrava nelle casse del Papa era bazza.—I Papi si sono aggravati sopra i sudditi alla stregua, che alla devozione spariva il latte; e non mancano ricordi per informarci come le rendite dello stato sotto Giulio II di 35,000 scudi salirono a 420,000 ai tempi di Leone X; a Clemente VII riuscì portarle fino a 500,000; a Paolo III fino a 706,473; dopo alquanto di sosta ripigliano ad aumentare; Pio IV le spinge a 900,000 scudi, e nello spazio di nove anni le troviamo ascese al 1,100,000 ducati.—Pure negli stati della Chiesa questo toccare dei cofani più che altrove si mostrò pericoloso; e non contribuì poco a dare il tracollo ad Adriano la necessità nella quale ei si vide condotto di mettere il balzello di mezzo scudo a fuoco; e fu provato che anco nel 1846 il popolo degli stati romani pagava meno di ogni altro italiano e forse di Europa.

I Papi immaginarono altre vie per fare danaro; il primo fu imporre per modo transitorio, come promettono sempre, e poi durò un pezzo, il tributo, che a Napoli ed in Sicilia appellavasi donativo, in Ispagna servicio, a Milano mensuale; doveva gettare un 300,000 scudi all'anno, ma non li rese mai; nel 1560 appena ne raccattavano 165,000. L'altro fu creare debiti pubblici come oggi si costuma: sicchè possiamo sostenere i Papi maestri a noi Italiani nell'arte del debito pubblico; come col tirare a Roma tanto danaro di fuori dal mondo cattolico se non inventori certo utilissimi promotori del commercio di banca: i debiti poi operarono in due maniere, la prima redimibile, la seconda no: la prima si faceva sotto forma di nuove cariche istituite, le quali vendevansi, e sul prezzo sborsato si retribuiva una provvisione, la quale secondo la vita del compratore si calcolava a 14 per cento, e non era troppo; poi si costumò diverso: si tolse in presto una somma assicurandola sopra l'entrata di qualche gabella; anzi accettando i creditori a parte dell'amministrazione, ed assegnando sopra l'entrata della stessa gabella il pagamento dell'usura, la quale naturalmente per la durata, e la sicurtà del presto, ridussero a dieci, ed anco ai nove per cento. A tutti siffatti debiti imposero nome monti; e i primi furono detti vacabili, però che con la morte del possessore della carica vacavano; gli altri no, chè si alienavano, o tramettevano agli eredi.

Che cosa poi la Curia romana inventasse per vendere appena si crede: notariati, protonotariati, segretari, scrittori di brevi, scrittori di archivi, bollatori, porzionari di ripa, presidenti, e aggiunti al collegio dei presidenti, scudieri, cavalieri di San Pietro, cardinali, camerari; che più? Instituirono collegi di Stradiotti, di Albanesi, e perfino di 100 Giannizzeri, dai quali posti cavarono 100,000 ducati, ed a pagarli assegnarono in parte le rendite delle bolle e delle annate. Annate di benefizi, e bolle per pagare Giannizzeri!

Innocenzo VIII creò ventisei segretari nuovi e parvero troppi; Alessandro VI aggiunse sessanta scrittori di brevi; Gregorio XI cento scrittori di archivi; Leone, che avria venduto la sua parte di paradiso, portò le cariche nuove al numero di 1200; in tutto ai suoi tempi sommavano a 2150. Però intorno alle entrate della Curia romana giudico che si abbia a tenere per certo, che il prete non si attentò aggravarsi troppo sopra i popoli, come quello, che sentiva difettare di diritto, e temeva col soperchio suscitare querele ed indagini, che gl'importava evitare: avere il prete inventato con frutto sotto diverse forme varie maniere d'imprestito; essere stato costretto di ricorrere ai balzelli sul popolo mano a mano che gli scemavano le entrate per così dire spirituali: e queste essergli diminuite un po' per la calante devozione dei fedeli, e un po' per elezione di alcuni Papi, massime Paolo IV, e Pio V, rigidi vecchi, i quali, se la Curia poteva riformarsi, essi l'avrebbero riformata: nonostante tutto questo ed altro che se ne potrebbe dire, le entrate maggiori, non però infinite (come altri o credulo, o bugiardo va affermando) al Papa vengono per causa della fede, epperò egli avrà sempre potenza di nocerti, solo, che gli avanzi un castello dove possa affermarsi principe di corona e facultato a sostenere guerre contro i suoi nemici sieno o no cristiani di fede ortodossa, ovvero eterodossa.

Sigismondo imperatore, che si diè vanto mettere in sesto la Chiesa di Cristo, poichè vedeva i suoi pretesi vicari arrabattarsi per buttarla all'aria, si era fatto promettere a Giovanni radunerebbe il Concilio; creato Papa nicchiava; strettigli i parmi addosso intendeva bandirlo in Italia; lo ebbe a convocare a Costanza, o a meglio dire i suoi legati lo convocarono in onta di lui. Avendolo bandito Giovanni, gli fu mestieri andarci, ma per sospetto si munì del salvocondotto di Federigo duca di Austria. Qui non è luogo per la storia di cotesto Concilio, dire come e perchè il clero alemanno procedesse avverso al papato, l'italiano oltre ogni credere parziale; i padri riuniti considerato, che se si avesse a votare per capi avrebbero prevalso gl'Italiani, misero fuori una legge, che i voti si darieno per nazione, e le nazioni furono quattro, alemanna, inglese, italiana, e francese; confermarono la dottrina, che l'autorità del Concilio prevaleva a quella del Papa, e poi per dare il buono esempio agli altri presero a persuadere Giovanni a deporre il papato: amaro passo per costui, il quale si era raffidato, che deposti gli altri, lo avrebbe il Concilio raffermo; costretto a renunziare lo fece, ma con tanti arzigogoli che parve meno che niente: alla fine, vedendo che non la poteva spuntare, se la svignò riparando a Sciaffusa. Ne accadde un subito scompiglio, che tutti i Cardinali seguitarono il Papa: l'elettore di Magonza, il Margravio di Baden, e il duca di Austria si accontarono a sostenerne le ragioni: se nonchè il Concilio tenne fermo dichiarandosi non pure superiore, ma indipendente dal Papa; lo imperatore Sigismondo mette i fuggiti al bando dello impero, Lamagna, e Berna combattono il duca di Austria, e lo vincono, ond'egli in breve smarrito torna a Costanza menandosi dietro il Papa, il quale di foga accusato, e condannato chiudono prigione in Gottleben.—Facilmente potremo credere che costui non fosse santo, e nè manco buono; forse, se non tutte, almeno in parte si meritò le accuse appostegli; ma la furiosa condanna assai chiaro dimostra l'ira, non la giustizia del Concilio. Dopo lui rinunciava spontaneo Gregorio XII, che riassunti titolo, e qualità di Cardinale moriva decrepito a Recanati. Più duro Benedetto XIII, il quale propose rinunziare, ma a tali patti, che parvero ebbri: il Concilio di Pisa si annullasse; per lui il Concilio di Costanza si chiudesse, per lui un'altro se ne convocasse, dove dopo avere egli eletto un'altro papa spoglierebbe l'ufficio: questo accadeva a Perpignano, presenti Sigismondo imperatore ed il re di Arragona donde Benedetto, temendo o fingendo temere insidie, di un tratto fuggiva, e chiusosi nel forte castello di Paniscola di là scomunicava tutto il mondo, che lo aveva abbandonato.

Col Papa o senza Papa il Concilio di Costanza fu concilio di iene; quivi comparve Giovanni Huss raccomandato dal re di Boemia, e sotto guarantigia di salvacondotto imperiale; costui professava dottrine, che poi con auspici migliori prevalsero con Lutero, e prima aveva annunziato Wicleffo, al quale, mercè singolare prudenza, toccò in sorte di morire in pace: nonostante le regie commendatizie, e il salvocondotto imperiale l'Huss era sostenuto in carcere dove un tempo ebbe a compagno Giovanni XXIII. I padri furono giudici, e parte; infamie antiche, che ogni dì si rinnovano senza presagio di prossimo fine: lo arsero vivo, ed era egli solo in mezzo al suo supplizio sereno. Uguale fato, e per la medesima causa incolse a Girolamo da Praga: mite natura, ma costantissimo, e per sapienza mirabile: i riti che precedono a siffatti giudizi chi li fa li chiama processi, e sono assassinii; senonchè per consolazione dell'animo di cui si avvolge in questi laberinti di sangue la vendetta tenne dietro alla colpa, e quale vendetta! Trenta mila settari scesi dal monte Tabor comandati da Ziska bruciarono cinquecento chiese, spiantarono conventi, dispersero sepolcri, e la Boemia dà prima al mondo lo esempio di rompere la catena della curia romana. Il Poggio Bracciolini, presente al Concilio, scrivendo a Lionardo Aretino gli narrava commiserando il fato di cotesti due innocenti, e questi co' consigli della viltà nella risposta gl'insinuava a tenersi bene abbottonata quella disutile misericordia. Merita leggersi cotesta epistola di Lionardo Bruni, che è la nona del Libro IV; per me la considero modello dello stile che ora si disse dottrinario, ora riformista, ora moderato, e fu sempre codardo. Per avere un giusto concetto di ciò che si agitava nel seno di cotesto Concilio basti tanto, che lo stesso prudentissimo Aretino scrivendo al Poggio non dubita applicargli i famosi versi di Virgilio:

_«Quicquid delirant reges plectuntur Achivi «Seditione, dolis, sedere, atque libidine et ira «Iliacos intra muros peccatur et extra.»

Dentro e fuori si pecca, e delle frodi Dei regi e dei corrucci il popol porta Le pene, e dei delitti, e della rea Lussuria di costoro._

Singolare fama davvero di tanti chiesastici raccolti in Concilio solenne per riformare il costume della Chiesa! Chi voleva eleggere il Papa, chi no: prevalsero quelli, che volevano; e per questa volta così fu eletto il Papa; si chiusero in Conclave trenta deputati delle cinque nazioni, ventitré Cardinali delle tre obbedienze; chi riportava due terzi dei suffragi uscisse Papa; dopo quattro giorni proclamarono Ottone Colonna che si nomò Martino V. Appena eletto costui considerando la gente stracca, e troppo più zelatrice dei propri comodi, che non di quelli della Chiesa, entra di mezzo e con accordi parziali componendosi co' singoli rompe la unità del concetto; per questo modo diventati con la divisione debolissimi rimanda tutti chierici a casa, e chiude il Concilio col decreto, che in capo a cinque anni se ne avesse a convocare un'altro; un'altro dopo sette; e da cotesta epoca in poi al fine di ogni dieci anni uno.

Pei costumi, che questo Concilio pretese riformare, e' fu come la nebbia, lasciava il tempo, che trovava; gli scrittori dei tempi ci attestano come, sia dopo, sia avanti il Concilio frati, e monache facevano famiglia insieme; preti e vescovi tenevano alla scoperta femmine di piacere in casa; in parecchie città i figli dei preti superavano quelli dei laici; ogni libito permesso: alla religione sostituite pratiche superstiziose, e materiali; i chiostri mercati; i monasteri delle donne lupanari; le basiliche, e le altre chiese asili di banditi.

Martino, separato il Concilio, una cosa tolse principalmente a cuore, e fu dichiarare non pure perniciosissima ma empia la dottrina, che stabiliva l'autorità del Concilio superiore a quella del Papa: pure mandava attorno i cedoloni per l'adunata di altro Concilio a Pavia.

Intanto Benedetto Papa ricalcitrante muore, e dicono di veleno; Giovanni si sottrae con la fuga al carcere bavarese; se connivente o no il Palatino non importa cercare; solo corse fama non lo lasciasse ire senza averne avuto lo sbruffo di 300,000 pezzi di oro; di Liguria scrisse a Martino profferendogli obbedienza, e fu accolto a braccia quadre; Martino per la consolazione lo ribenedisse Cardinale, anzi lo fece decano del sacro collegio, e gli compartì l'onore del tappeto, e della predella in pubblico; quanto gli poteva dare gli dette, tranne vita lunga; morì Giovanni povero, almeno così dichiara il testamento di Giovanni dei Medici, i quali dopo la morte di cotesto spiantato salirono al grado dei primi banchieri d'Italia, forse del mondo!

Braccio da Montone capitano di ventura messo da Giovanni XXIII a tenere Bologna in devozione della santa sede, viste le cose di cotesto Papa andare a rifascio, vende ai Bolognesi la propria libertà per settanta e qualche mila fiorini di oro: poi conducendo la guerra per conto proprio espugna Perugia, ed occupa Roma; ma nel punto in cui sembra, che meno possa cadere acconcio tra Braccio, e Martino, attese le scambievoli ingiurie, allo improvviso si accordano. Papa Martino finchè di lui il mondo potè dire quello che per istrazio gli cantavano i fanciulli a Firenze sotto i balconi: papa Martino non vale un quattrino, si mostrò migliore del pane, ma appena visto il destro di fare da lupo propose a Braccio ripigliarlo in grazia, dove in pegno della novella amicizia gli ricuperasse Bologna: gli è vero, che il Papa avevale concesso di reggersi a libertà, purchè osservasse obbedienza alla Chiesa, e tanto Bologna aveva promesso di fare, e faceva; ma ai Papi non sembra governare se non sono tiranni; però non ostante l'accordo Braccio rendeva serva al Papa Bologna a cui prima aveva venduto la libertà; e le stette a pennello però che le libertà comprate non durino, e in questo caso vale meglio tenersi i danari.

Dopo le male prove passate pareva che non dovesse a veruno cascare in mente di farsi antipapa; un altro antipapa scappò fuori, da prete chiamato Egidio Munoz, e da papa Clemente VIII; ma scomunicato ebbe paura, e renunziò.

Poco importa sapere quale fosse la indole di Eugenio IV: molto si riduceva a conversare con Cosimo, che la storia bugiarda chiama padre della Patria; tuttavia sopra molti altri Papi vissuti prima e dopo di lui andò famoso per ispergiuro, e fedifrago: ignudo di aiuto, non sapendo come schermirsi da Francesco Sforza, e da Fortebraccio, si amica Francesco, e a patto che lo difenda gli dà col titolo di marchese la Marca di Ancona, e promette lasciargli per certo tempo il dominio dei paesi da lui conquistati creandolo gonfaloniere della Chiesa; appena uscito, per la virtù di cotesto condottiero, di angustia, Eugenio commette a Baldassarre di Offida ammazzarlo; e di ciò lo Sforza venne in chiaro per lettere intercette; lo Sforza mise le mani addosso all'Offida, e lo fece morire nel castello di Fermo, non potendo usare il medesimo tratto col Papa amico suo sviscerato un tempo, Giovanni Vitelleschi, uomo di crudeltà pari all'arroganza, e tu la Chiesa, e i cherici che sieno argomenta da questo, che essendo egli partito legato di Eugenio nella guerra di Napoli, considerando il guasto alle campagne come spediente a condurre presto a fine la impresa, sbraciò centogiorni (e ormai che ci era poteva fare anni) d'indulgenza nel purgatorio ai suoi soldati per ogni pianta di olivi che avessero reciso; di un tratto gli congiura contro, volendo in contrasto al suo genio opprimere i Fiorentini odiatissimi, i quali per lettere sorprese a Montepulciano mettono Eugenio in chiaro della trama; a tradimento imprigionato da Antonio Rido castellano di Santo Angiolo che bel bello avvolgendolo co' ragionari, gli prese il cavallo per la briglia, e tiratolo di là dal ponte alla sprovvista gli fece calare la saracinesca dopo le spalle; affermano morisse avvelenato; ma io ricordo aver letto, che mentre stavano medicandogli una ferita, la quale aveva, difendendosi, rilevata, Luca Pitti cagnotto di Cosimo diede di un pugno nella tenta ficcandogliela nel cervello, onde su l'atto morì. Su di che non occorre avvertire altro; ma pel caso dello Sforza è provato come il Papa non si reputi per niente costretto a conservare pei successori suoi lo stato come lo ha ricevuto dai precedenti: il non possumus di Papa Pio IX hassi a tenere protervia di femmina incaponita, non già dottrina sostanziale della Chiesa.

Adesso del Concilio di Basilea; Eugenio dopo averlo guidato come il cane per l'aia, ora a Siena ora a Pavia, gli fu all'ultimo forza di convocarlo a Basilea. Qui subito si manifestava il contrasto di opinioni affatto nemiche; aborriva la Curia romana dai predicati del Concilio di Costanza intorno la prevalenza del Concilio sul Papa, nel quale appunto siffatta sbocconcellatura della sua autorità aveva acceso più, che mai l'agonia del dominio assoluto; i Padri per lo contrario alieni da qualunque subiezione intendevano ristabilire gli antichi instituti democratici della Chiesa. Primi atti del Concilio questi: la facoltà nel Papa di sciogliere di sua autorità il Concilio negarono; la indipendenza del Concilio da lui bandirono; la facoltà di creare Cardinali gli tolsero; citaronlo a comparire personalmente dentro tre mesi al Concilio: vacata la santa sede dichiaravano il Concilio solo abilitato a eleggergli il successore. Sigismondo imperatore va a Roma per incoronarsi, ed assettare gli animi arruffati di questi preti; quanto a corona si lascia fare, ed ei se la pone agevolmente sul capo: quanto ai preti l'osso è più duro; Eugenio riconoscerà legittimo il Concilio di Basilea a patto, che a tutto quello si fece fin lì si dia di frego; e di ora in poi lo presiedano i legati della santa sede. I padri del Concilio letta cotesta bolla la buttano via; essi maestri e donni, non compagni, molto meno soggetti; dentro sessanta giorni si presenti, altrimenti lo giudicheranno decaduto. Lo imperatore Sigismondo, a cui nel Concilio di Costanza era accaduto assettare altri screzi che questi, trasecolava; e veramente non ci era di che: questa la chiave di tutto: a Costanza comandava uno esercito, qui solo o male accompagnato: con femmine, fanciulli, e preti persuasore supremo la frusta. Continuano le liti fra il Concilio ed il Papa più che mai acerbe: a cui bene considera il Concilio rappresenta la medesima indole, che nella Inghilterra, e nella Francia mostrarono più tardi il lungo Parlamento, e la Convenzione; e se domandi perchè il Concilio non approdasse al fine stesso al quale giunsero coteste due Assemblee dirò, che il Concilio era disarmato, e coteste due Assemblee avevano armi: inoltre il Concilio comecchè insufficiente forse col Papa, volle attaccare briga anco con i principi: uniti e molti, o separati e pochi sempre nel prepotere uguali i preti, meno prudenti in questo di Lutero, che co' principi barcamenò procurando, come ottenne, che ne caldeggiassero le parti: bisogna tenere conto altresì, che le iniquità del Concilio contro gli Ussiti, le mortali insidie, e le stragi pareggiarono o vinsero quelle del Papa. Dicono Sigismondo imperatore ne morisse di dolore. Mentre così si tirano pei capelli sovviene al Papa inopinato ausilio, e fu Giovanni Paleologo imperatore di Oriente, il quale si profferiva studioso a mettersi in quattro onde lo scisma greco cessasse: certo non lo moveva amore di far procedere lo Spirito Santo dal padre solo, e non dal padre e dal figliuolo; nè dall'odio contro il purgatorio, e nemmeno dalla voglia di comunicarsi col pane senza lievito; lo avvicinarsi ogni momento più terribile dei monsulmani lo costringeva alla pace: quantunque poi queste discrepanze religiose fossero troppo più cosa allora, che non sono adesso, pure è da credersi che la causa più potente di separazione fosse la dependenza della chiesa greca dalla latina. Il Papa con affetto sviscerato gittò le braccia al collo al Paleologo, e ciò, come agevolmente si comprende, per due cause principali; che la gloria della cessazione dello scisma venendo a lui, il credito del Concilio ne scapitava, e forse sperò, come invero gli venne fatto, che il re greco gli porgesse un'appoggiatura a mutare la sede del Concilio. Il Paleologo poi si attenne al Papa e non al Concilio, però che il Papa essendo principe di stato grande, e poderoso di aderenze, ei solo offeriva maggiore sicurezza di soccorso, che non il Concilio, e s'ingannò. Il Concilio subodorando il tratto del Papa andò su i mazzi, e ab irato lo dichiara contumace: pessimo consigliere lo sdegno: gli ambasciatori dei principi pensosi dei trambusti, i quali il nuovo scisma avrebbe partorito per certo adoperarono parole gravi contro l'avventatezza dei Padri, sicchè Eugenio, colto il destro, potè traslocare il Concilio da Costanza a Ferrara, e quindi a Firenze. Ma fu a Ferrara, che mutata temperie, Eugenio con l'universale consenso dei Padri quivi raccolti potè scomunicare i Padri di Basilea, i parenti, i seguaci, gli albergatori loro, anzi perfino i mercanti che recandosi colà portavano le cose al vivere necessarie; nè si rimase alla scomunica soltanto, ma altresì accomodando, secondo il costume dei preti, le parole della scrittura ai fatti suoi, siccome il vangelo dice: che i giusti si portarono via le spoglie degli empi, così quando i fedeli della Chiesa porranno le mani addosso ai mercanti, ai vetturali, e ad altra gente siffatta gli spoglino con coscienza sicura, perchè si hanno a persuadere che compiono opere meritorie.—Conchiusa la riunione ognuna delle parti stupì del poco costrutto che ne aveva cavato: la biscia aveva morso il ciarlatano, ed in questo negozio ognuno era stato a vicenda ciarlatano e biscia. Eugenio contento per avere alle spalle dello imperatore greco rifatto il credito cagliò nel continuargli i sussidi, i quali furono sempre piuttosto avari, che scarsi; e quanto alla riunione delle Chiese, dei vescovi greci al ritorno a casa quelli che perseverarono nello scisma ebbero salutazioni, gli altri contumelie: per la quale cosa questa unione provocata dall'interesse cupido di avvantaggiarsi fu sciolta dallo interesse, che fatti i conti trova, che ci è perdita, o non guadagno.

Però Eugenio a fine di confermarsi la reputazione acquistata, e potendo crescerla, mise mano a certa menzogna, la quale come non prima così non fu nè anco ultima nella Chiesa; a certo altro simulacro di Concilio tenuto a Roma procurò si presentassero deputazioni di finti Etiopi, Caldei, Siri, e Maroniti che tutti protestarono volersi ridurre in grembo di Roma; i padri del Concilio ridevano di coteste lustre; forse ne rideva anco Eugenio, ma per amore del mestiere entrambi facevano le viste di crederci: il popolo ci prestava fede con tutte le viscere come quello, che a cotesti tempi credeva, e perchè ci aveva interesse: fra un secolo e mezzo quando i Gesuiti presenteranno a Sisto V l'ambasceria dei Giapponesi Pasquino e Martorio la conceranno pel dì delle feste. Finalmente il Concilio di Basilea elesse un'altro Papa, ovvero antipapa, che fu Amedeo duca di Savoia; che tolse nome di Felice V; e se per questo caso la rabbia dei sacerdoti già ardente divampasse lascio considerarlo al lettore. Eugenio, come se tante cure gli fossero poche, scompiglia il reame di Napoli spingendo Renato di Angiò contro Alfonso di Arragona, e forse il suo protetto ci faceva impressione, quando per la cupidigia di ricuperare la Marca di Ancona, posseduta da Francesco Sforza, gli muove contro ad assalirlo improvviso Niccolò Piccinino; per la quale cosa Francesco indugiando a sovvenire Renato di Angiò è cagione che le fortune di questo tracollino; più tardi va, e mentre altrui non giova sè ruina: a Renato tocca a scappare, che pieno di rovello si riduce a Roma per isfogarsi col Papa, il quale, con buone parole lo raumilia, e lo incorona re giusta in quel punto in cui lo perdeva; Renato invece di stare in Napoli con un reame torna in Francia con una corona, addentellato a nuove miserie d'Italia.

Tra i buoni Papi sogliono annoverare Tommaso di Sarzana, Niccolo V, migliore: costui nato di piccola gente fece assai professione di conversare con letterati, e procurò si recassero in idioma latino in cinque anni scrittori greci, più che innanzi a lui non si era fatto in tre secoli, ma vi hanno di due maniere letterati, quelli che più badando alla sostanza, che alla forma con la dottrina dei sommi intelletti nudriscono divinamente l'anima; altri corrono dietro agli artifici della orazione, le parole studiano non le sentenze, e vagheggiando la materia, materia rimangono: tra questi secondi Tommaso da Sarzana, fra i primi Stefano Porcari, il quale, appena morto papa Eugenio, raunata la cittadinanza romana nella chiesa di Araceli la confortava a cose santamente libere, però che lo dicesse: non esservi così piccolo borgo dove morto il signore non si ragionasse di ricuperare la libertà, o almeno di porre modo alla intemperanza dei futuri reggitori dietro la esperienza del passato. Non lo secondando i Romani, e forte avversandolo l'arcivescovo di Benevento, cotesta pratica non andò avanti. Tuttavolta Tommaso essendosela legata al dito relegò Stefano a Bologna con obbligo di presentarsi ogni dì una volta al governatore della città. Stefano fingendosi infermo corre velocissimo a Roma; tradito dalle spie, ripara in casa di sua sorella dove si nasconde dentro un cofano indarno; chè fin là rovistando lo trovano, lui arrestano con nove complici, e senza forma alcuna di processo tutti appiccano ai merli di Castel Santo Angiolo: comecchè ne facessero ressa negarono loro prima di morire i sacramenti a fine che il corpo ne andasse perduto con l'anima. Dopo queste prime altre stragi contristarono Roma; il 12 gennaio 1453 Eugenio manda alla forca un dottore bolognese compagno a Stefano nel suo ritorno a Roma; promette 1000 ducati a cui gli consegni nelle mani vivi due parenti del Porcari, Francesco Gabadeo e Pietro Monterotondo, sottrattisi con la fuga, se morti 500; serpentò con focosissime istanze tutti gli stati d'Italia, affinchè gli rendessero i congiurati fuggiti, e molti glieli diede Venezia, ospite sovente infida; tra gli altri Battista Sciarra nipote del Porcari, tratto a Roma per ricevervi la morte ignominiosa del capestro. Promise, mosso dalle preci del cardinale di Metz, grazia a Battista di Persona reputato innocente, e gliela fece, poi si pentì, e senz'altre cerimonie commise lo impiccassero. Sopra ogni altro infame il caso di Angiolo Ronconi, di null'altro reo, che di avere dato mano alla fuga del conte Averso dell'Anguillara amicissimo suo: gli manda il Papa di recarsi a Roma, e siccome ciondolava, ad assicurarlo gli spedisce salvacondotto da cima in fondo scritto di suo pugno: costui va, e non aombrato nè manco con pretesto di sorte il tradimento, il buon vicario di Cristo lo fa pigliare di botto, e decapitare.—Affermano, che quando questo reo fatto fu commesso Niccolò era ubbriaco: altri per istudio di difenderlo accerta, che Niccolò veramente era solenne raccoglitore di vini preziosi, ma non mica per sè, bensì perchè gli amici suoi, ai quali li donava tutti, se ne rallegrassero il cuore. Questo scrittore, che si favella, è il Vespasiano, incauto difensore se altri fu mai: lasciando correre, che il Papa fosse ubbriaco gli avrebbe reso il servizio più grande, che amico può rendere ad amico: nè è cosa nuova occorrere in Papi briaconi, che tali furono Giulio II, e Gregorio XVI, e dati al vino troppo più che alla dignità, non diremo di pontefice, ma di uomo comune non convenga, Paolo IV, e Sisto V. La gente mite, e pusillanime per paura diventa feroce, così i gatti spaventati graffiano. Durante questo pontificato, mentre i greci e i latini fra loro disputano, ed anco fra greci, e greci adoperano lo stesso, Maometto II piglia Costantinopoli e mette fine ai contrasti. Varia la fama intorno alla causa della sua morte; chi afferma per podagra, chi per subita febbre, e chi per ambascia del Turco irrompente; non manca chi voglia attribuirla al rimorso; ed e certo che su l'estremo della vita la vista di fantasimi lo assaliva; gli pareva nelle stragi commesse del Porcari, e dei consorti suoi lo avessero abbindolato i cortigiani; allora scioglievasi in lacrime, e sè miserrimo sopra quanti uomini vissero al mondo altamente chiamava. Posto, che ciò sia vero, noi pure lo saluteremo per uno dei migliori fra i Papi, dacchè l'anima sua non rimase chiusa al rimorso.

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