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Lo assedio di Roma

LIBRO I (continued 3)

Reading edition

Ciò fermo; ora voi altri uomini subalpini in che e come volete esercitare questo primato su noi vestendo la presunzione arrogante col classicismo del nome?—Già voi, ed i vostri più incliti, di civiltà non si talentano; e' sembra che piaccia loro e giovi essere considerati stirpe in linea diritta discesa dai vetusti allobroghi, o dai taurini entrambi celti, non gentile sangue latino[1]. Già lo dissi altrove, e qui ripeto, imperciocchè ai dì nostri queste anime di polpo poco sentano, e ritengano meno. Cesare Balbo desiderava l'appennino ligure si fendesse, e pertugiasse: più in là no, però ch'egli non consentiva: «che nemmeno fantasticando si lasciasse la immaginazione varcare altri appennini: hacci abbastanza di sangue meridionale, abbastanza di fantasia poetica, e d'ingentilimento italiano, aggiunti i Liguri ai Piemontesi; e troppo di gentilezza tornerebbe in effeminatezza.» Di fatti o che vogliono desiderare di più i Piemontesi: paradiso terrestre Torino; sancta sanctorum Torino: se ne contentino, e non cerchino migliore pane, che di grano: «hacci nel mondo, domanda a sè stesso il dabbene conte Balbo, hacci nel mondo paese più bello del Piemonte? Egli giace appunto a quarantacinque gradi equidistante tra l'equatore e il polo; tra l'arsura e il gelo. Il bene fisico come il morale deve stare nel giusto mezzo[2].»

[1] Gentil sangue latino «Sgombra da te le vergognose some; «Non fare idolo un nome «Vano, senza soggetto….

[2] Balbo. Carta geograf. del Piemonte, p. 415-417. A Torino, in questo paradiso terrestre d'Italia, abbiamo goduto un freddo di 17 gradi sotto il O a mezzo giorno!

In virtù di primato di arti i Piemontesi non potranno certo attentarsi ad esercitare la egemonìa: costà l'architettura ci si trova come Cristo legato alla colonna per ricevervi battiture, quante fabbriche ci si fanno; una casa pare riflessa da cento specchi le abbiano posto dintorno; io non lo so di certo, ma ho temuto che da un punto all'altro mettessero su a Torino una Società in accomandita per fabbricare uomini e donne come a Nurimberga i burattini tutti di un conio. Molti assomigliano i casamenti di Torino alla mostra dei soldati, e mi sembra paragone, che non ritragga giusto la cosa; torna meglio in chiave rassomigliarli alle processioni delle povere orfane, che talora mi diedero il male di mare nel vederle per le vie di Torino; tagliate tutto a un modo dalle forbici della stupidità messe in mano alla beghineria: povere anime! con gli occhi bassi, le mani soprammesse sul ventre, con carni, che paiono mozziconi di candele avanzati alla novena di san Luigi Gonzaga.—E come in fondo alla processione di queste poverine anime tu vedi spuntare una figura, che tu credevi impossibile, eccettochè nel sogno dopo avere cenato con ceci, e pesce salato[1], e quì in Torino trovi viva e verde ad ogni svolta di canto; un mascherone da fontana per virtù d'incanto fatto capace di buttare fuori dalla bocca invece di sprilli di acqua versetti di salmi penitenziali, torto, e bistorto; con certe braccia lunghe da allacciarsi le fibbie delle scarpe senza pure chinarsi; e certi piedi, che nei giorni di riotta cittadina dispenserebbero da costruire barricate; un prete insomma in roccetto bianco, sul quale, caso mai presumesse significare la candidezza della coscienza di cui lo porta, si avrebbe a scrivere come i notari quando saltano un foglio nei protocolli: alba «per errorem!» Un prete con un berretto quadrato in capo su cui i tre spicchi predicano come tre predicatori in bigoncia, chè un prete non può essere bagnato e cimato prete dove non gli manchi uno spicchio o d'intelletto, o di cuore, o sovente di ambedue.—La similitudine capisco ancora io, che passa le proporzioni; di così lunghe ne adoperava Omero, ma comprendo del pari che se Omero mal fece non porge scusa a me di comportarmi peggio: insomma pari a questo prete in fondo delle processioni ti si mostra lontano lontano allo sbocco della via la cupola della cappella regia, che verun pasticciere al mondo nei suoi estri di pastafrolla ardirebbe imitare in un pasticcio quando anco glielo commettesse la demenza in persona pel dì delle sue nozze; e se dico il vero me ne richiamo a tutti, anco ai Cafri, anco agli Esquimesi, non però ai Moderati i quali con duegento cinquanta voti sarieno tomi da preferire quel coso alto che sta sul duomo di Torino alla cupola del Brunellesco. E la cattedrale di Torino o non vi pare ella una trappola tesa dalla religione per chiappare i topi miscredenti? Torino egemonico per arti in Italia con quel palazzo regio ameno quanto lo Spielberg villeggiatura allestita per gl'Italiani dalla nostra amica Austria! Con quel giardino dilettoso a vedersi così, che presso al quale perde il pregio di bellezza lo stradone dei pioppi che da Pisa mette al Gombo in foce di Arno! D'incanto passando in incanto, ecco il palazzo Madama congerie immaginata da Belzebub l'ultimo giorno di carnevale; lì prigioni, lì apparitori, lì littori (lo dico alla romana), lì guardioli, lì assessori di polizia, lì tormentatori, e tormentati, lì specola per contemplare le stelle, lì pinacoteca, lì senatori, lì fossati, dove si coltivano cavoli, o vuoi fiori, o vuoi cappucci. Sì signori; in piazza Castello, allato al palagio dei ministri, intorno all'aula dei senatori, e di tutte le altre degne persone ricordate qui sopra crescono all'ombra dell'aquila sabauda cavoli fiori, o vuoi cappucci. Certo bell'umore, a cui io notava il fatto tutto tremante, mi rispose:—che aveva torto a farne le stimate; ammirassi al contrario la previdenza piemontese, la quale considerando di avere a surrogare via via i senatori defunti se n'era allestito un semenzaio sotto casa.—Così il Piemontese bizzarro; ma io protestai rimbeccando subito la insinuazione irriverente, dacchè è certo, che dei Senatori, come diceva lui, in Senato non ce ne ha che tre quarti, tutto al più quattro quinti, mentre gli altri la sanno lunga, e la sanno contare. E poi il semenzaio dei Deputati dove l'arebbono a mettere?—E il Piemontese di rimando: per ora non so, ma credo che aspettino di Francia un modello di stufa per coltivarli anco nei sidi del Gennaio. A cotesto palazzo dietro e dai lati prigione, fortezza, guardiolo e simili, appiccicarono davanti una facciata composta non so nè manco io di quanti archi sgangherati di un bianco sudicio, e dello stile che si chiama barocco; non mai fu vista l'architettura concia in guisa più feroce e truculenta: cotesto guazzabuglio ti fa l'effetto di un cagnotto dei tempi feudali che pensi essersi travestito mettendosi alla faccia ed in capo una maschera, ed una parrucca da marchese della reggenza. Ho detto che l'architettura non fu mai vista tanto barbaramente trucidata come nel palazzo Madama; ho detto male, supera la ingiuria il palazzo Carignano, che si deve definire così: ribellione in permanenza di mattoni cotti contro il senso comune; colà non occorre linea che vada diritta; storta la facciata, storte le scale di cui la prima a gradini convessi, e la seconda concavi, storta la sala: chi l'architettò e' fu un Guarini, che Dio riposi, e deve averlo disegnato in profezia, che un dì avesse ad essere la stanza del primo parlamento italiano, conciosiachè la strage del buon senso architettonico di cotesto arnese non può trovare degno riscontro altro, che nella strage di parecchi sensi, che quivi dentro tutto dì menano i Rappresentanti della nazione.

[1] I ceci a cagione della ventosità loro ed in generale tutti i legumi danno mal sonno.

Delle opere di scoltura questo dirò, che lo stesso signore Azeglio, non Massimo, ma quell'altro, che discorreva di arti, tutto che Azeglio fosse, gittò gli argini, buttando fuori roba da chiodi: se vuoi trasecolare va di grazia nella piazza del Municipio, e quivi contempla in mezzo quel gruppo che sembra composto di spinaci, ed è di bronzo, di parecchie figure armate in guerra di maglie di seta, disposte in atti di morto, di chi va a morire, e di chi ci manda; il Conte verde, però che il gruppo rappresenti l'effigie del Conte verde, (e tu lettore hai da sapere come qualmente in casa al tuo re ci fosse un Conte verde, e poi un Conte rosso: quanto al Conte verde, come vedi, egli si attenta comparire per le piazze; circa al Conte rosso ei se ne sta chiotto nella sua antica sepoltura pauroso, che il Questore di Torino non lo facesse portare diritto come un cero nella parte postica del palazzo Madama) al quale nell'uno, vale a dire nell'uno dopo il mille, un giorno venne voglia di piantare il ceppo donde nacque il nostro re in linea diritta diritta più di un fuso, secondochè attestano documenti registrati in Duomo, ed Ercole Ricotti nella Monarchia Piemontese stampata in Firenze dal Barbèra, il Conte verde, dunque in vaga positura mimica tiene levata la mazza d'arme su la persona di un guerriero circonciso (la circoncisione non si vede, ma chi voglia alzargli la camicia di bronzo la potrà vedere) il quale inclinato il fianco lo sta a mirare con l'estasi degli apostoli quando pioveva giù a stroscia lo Spirito Santo, e par che dica: «me la dai, o non me la dai, chè ad aspettarla io mi sento stracco?»

Hacci un simulacro del Principe Eugenio, che un po' mi parve dall'uggia di sentirsi da tanto tempo murato su cotesto piedistallo lo abbia preso la mattana, e venuto in furore con la parrucca arruffata, le vesti scinte, il collo ignudo voglia pigliare una rincorsa per andarsene, Dio sa dove, a finire; ovvero, povero uomo! (anche agli eroi siffatte cose incolgono) soprapreso nella notte dalla colica sembra, ch'ei siasi lanciato giù dal letto per arrivare laggiù colà dove confida rinvenire refrigerio. Questa smania di fare correre le statue, qualche malizioso affermerebbe, che a Torino si fa più intensa alla stregua che gli uomini vivi ci stanno fermi; di vero anche nel giardino pubblico il simulacro del Generale Pepe, non ricordando essere di marmo, scappa via; lo scultore dove non potè tradire la verità fu nella statua di Cesare Balbo: quelli, che lo videro vivo, ed ora lo contemplano di marmo, non si accorgono della differenza; però se marmo sono i suoi scritti, e marmo i suoi concetti, di marmo, non fu il suo cuore, quando balenò la speranza di erigere il monumento della Italia, e per la Italia diede più che il sangue del proprio cuore, quello dei suoi figli, e volontieri anco credo, che da quel marmo uscirebbero fiamme se gl'Italiani pigliassero il partito di mettere ogni cosa allo sbaraglio per diventare una volta padroni di sè. La statua della Italia pare una gessinaia lucchese che venda i medaglioni del Manin; quella del Gioberti in forma di modello sul quale i sarti provano i vestiti, a capo basso, con una mano al petto ti rappresenta giusto un penitente, che dica: mea culpa per avere creduto, e dato ad intendere, che la Italia potesse sorgere a dignità col Papa a Roma; del monumento di Carlo Alberto basti questo, che chi avesse a lavorare una saliera potrebbe cavarne un disegno, ma non dei migliori; anco su la piazza del Municipio havvi una statua di marmo di Carlo Alberto in tutto simile ad un cero pasquale cascato da parte. A mio giudizio la statua che solo ne meriti il nome è quella equestre di Emanuele Filiberto. Quanto ad arti pertanto immagino, che egemonìa non avrebbero a volere esercitare i Piemontesi, almeno mi parrebbe, poi facciano loro![1] Vediamo se in lettere a cosiffatta egemonia possano i Piemontesi aspirare; io mi guardo bene da contrapporre ai vanti loro Dante, e gli altri, imperciocchè se stesse a me ogni toscano, che rammentasse il nome di cotesti grandi indarno, io lo vorrei condannato in carcere per quindici dì con gli ultimi cinque inaspriti di pane e di acqua come soleva ordinare la buona anima del Radetzky, e poi gli fosse fatto divieto di mai più ricordarli finchè la Toscana non avesse partorito almanco una mezza serqua di uomini capaci di arrivare alla caviglia del piede dei grandi antenati. E' bisogna capirla una volta, che ogni generazione dee vivere del suo lavoro, come della sua sapienza, e della sua gloria; non fare come gli sciagurati perdigiorno i quali campano mangiandosi il capitale raccolto dai nonni. Nè mi uggiscono meno il vanto e la lode dell'antica civiltà etrusca, che affermano antecedente fino alla pelasgica, ed a certa degna persona che meco se ne congratulava risposi:—gran mercè, quantunque in coscienza io non mi estimi erede del re Porsenna, nè dei Lucumoni.—Chè se la civiltà toscana altro non seppe che somministrare i riti religiosi ai Romani, che furono detti cerimonie da Cere città sacra etrusca, e lo scettro, e la sedia di avorio, non che il manto purpureo ai re di Roma, io renunzio a questo retaggio di civiltà per me, e per tutti i miei discendenti in perpetuo; tra noi se il Piemonte si onora del Denina, del Lagrangia, del Galliani, del Botta, del Gioberti, del Pellico, dello Sclopis, del Balbo, del Cibrario, del d'Azeglio, del Mossotti, dello Alfieri e di altri simili, la Italia di contro a loro vanta caterve di uomini insigni in ogni maniera di sapienza umana; la Lombardia ha Scarpa, Volta, e Verri, e Beccaria, e Manzoni, e Grossi, e Cattaneo, e Ferrari, e Romagnosi; la Emilia Leopardi, Bufalini, Puccinotti, Matteucci; Parma, Giordani, Recanati, Leopardi; Napoli e Sicilia Colletta, Ranieri, Nicolini, Melloni, Piria, Pilla, gli Amari Emerico e Michele; Modena, il Nobili; la Toscana il Niccolini; il Ferrarese Monti; Venezia Ugo Foscolo; Verona Pindemonte, e via e via. A Brofferio oppongo il Giusti; e noto, che la satira di questo ultimo si spande per la Italia, e ci alligna, mentre quella del primo discolora, non mica per difetto d'immagini, ovvero di felici scappate, bensì perchè anteponendo il dialetto piemontese alla lingua italiana ordì tela municipale; e che razza di dialetto sia il piemontese che ve lo dica per me, tanto che udendo un giorno recitare dal buon Brofferio taluna delle sue canzoni piemontesi alla domanda ch'ei mi mosse: che me ne pareva, io risposi netto: me ne pare questo, che credendo avere appreso dalla mitologia che Apollo avesse scorticato Marsia; ora mi accorgo dello errore, almeno quì in casa vostra, dove sento Marsia cavare Apollo «dalla vagina delle membra sue.» Alfieri merita abitare eterno co' grandi che gli fanno corona…. le sue ossa bene stanno in Santa Croce a fremere amore di Patria, con insigne scandalo dei moderati a cui più dei fremiti garbano i belati o i ragli; ma egli è forza avvertire, che l'Alfieri voleva bene al Piemonte come gli occhi al fumo, ed aborrì viverci, e tra noi elesse morire; il fiero animo dell'Astigiano per noi cortese anco troppo esclamava ad onoranza della mia Patria:

«Deh! che non è tutta Toscana il mondo.»

come modesto soverchiamente in proposito dello idioma, che oggi presumono insegnarci questi bizzarri fratelli piemontesi egli scriveva:

«Stranio innesto son io su tosco stelo.»

[1] Per compire il quadro odasi quest'altra. Quando il conte di Cavour annunziò alla Camera, che di arte egli intendeva niente, disse la verità, e potei sincerarmene io stesso; avendomi egli dato la posta al suo palazzo andai, dove cominciando così per mio genio a considerare minutamente le scale le trovai luride, e su pei muri grommose di un colore di ranno dopo fatta la lisciva; la porta di casa esternamente vidi ornata di portiera di bambagino rosso con penero bianco appunto uguale alle portiere, che da noi in Toscana sogliono mettere alle baracche dove vendono il cocomero: dubitai avere sbagliato, ma no; egli era proprio il palazzo del conte di Cavour; aperto l'uscio entrai dentro una maniera di galleria ammirabile non mica per quadri, non per istatue, non per bassirilievi; di queste cose nè manco l'ombra, bensì di una doppia fila di scarpe e stivali……. Di quì fui intromesso in certa anticamera e la maraviglia crebbe; su le porte e pei muri notai talune figure colorate col sugo di regolizia, sedie vecchie, e sciatte, armadioli unti e bisunti ad uso di riporre i lumi; e poi certe urne, che di sicuro dovevano essere avanzate al catafalco di qualche atavo del nobile Conte; ma ciò, che più mi percosse fu il suo busto di marmo sopra un tronco di colonna messo proprio a canto alla soglia del suo studio, e mi percosse perchè i Romani in cotesto luogo solevano tenere incatenato il cane; però anco a catena avendo addentato qualche gamba sembra che al cane vivo trovassero spediente sostituirne altro o dipinto, o condotto a mosaico con la leggenda sotto: cave canem. Questo negli scavi di Pompei può riscontrarsi agevolmente; per la qual cosa io pensava: «cave Cavour! uomo avvisato è mezzo salvato!» Ammesso nello studio, intantochè il Conte terminava scrivere non so quale lettera, inventariai l'uomo; egli vestiva un gabbano da camera sudicio, e mi parve anco lacero, con uno straccio al collo, e in capo una papalina logori entrambi e laidi, stavasene accoccolato su di una tavoluccia dove scriveva in furia con molto disagio; avanti questa tavola ne vidi un'altra più grande dove notai una tazza di argento dono non mi ricordo di quale Municipio, o Consorteria. La stanza parata di carta con alquanti specchi nè più nè meno di qualunque sala di moderna osteria: non libri, non quadri, non arnesi che svelassero gusti eleganti od amore di arte. Lo studio rispondeva sul cortile, e dirimpetto alle sue finestre, levati gli occhi, vidi pendere giù dalle finestre del secondo piano pezze e fasce da bambini, onde la memoria corse ai due scolari brilli di cui racconta Heine nel Reisbilder quando aprirono l'armadio dell'oste e vi avendo trovato attaccato un paio di calzoni di pelle gialla di daino usati da lui quando faceva il postiglione, li presero per la luna, e volsero a loro una invocazione sul gusto dell'Ossian.—E questi, dissi fra me, è l'uomo, che ha da comprendere la Italia? Sarà! e mi strinsi nelle spalle; proprio come esclamai: sarà! e mi strinsi nelle spalle quando additandomi i Turcòs mi affermarono essere venuti in Italia a darci la Libertà:—Sarà! soggiunsi poi, ma se io fossi nei piedi della Libertà mi verrebbe la pelle di oca al solo vederli. Intesi dire altresì, che nella sua camera ei tenesse appeso il ritratto del Boggio; ond'io esclamai: mamma mia! il ritratto del Boggio sarebbe mai la Madonna della Seggiola del Conte di Cavour?—Non già, mi risposero, ma il signor Conte guardando la figura del Boggio, così a digiuno, si mette a ridere e ciò gli dà qualche minuto di buono umore.—Che il Conte di Cavour possedesse ingegno di certo non nego; impugno avesse capacità di Ministro italico; e dove pure in lui non difettasse la capacità a lungo andare non avrebbe approdato, perchè egli non chiamò mai le Grazie a spruzzarlo con la loro acqua lustrale. Il bello e il buono nella morale compongono una medesima cosa, e chi non ha senso di arte non può intendere la Italia.

E Botta visse esule da casa sua, e Gioberti altresì, il quale diverso dalla indole piemontese, pare favilla balestrata a Torino dalla eruzione del Vesuvio; e non sarebbe maraviglia, però che si legga, che quando prima ruppe il monte pauroso la lava andò a cascare fino in Alessandria. Se in arti, in iscienze, ed in lettere noi non possiamo insegnare niente ai piemontesi non ci si apponga ad jattanza se affermiamo nè manco noi altri italiani avere nulla da apprendere tra loro[1]. Per amministrazione si governano peggio della lombarda, e questo ho toccato con mano; quanto a legge per amore di unità incaponivano a volerci a parte nella beatitudine della corda, con errato consiglio non meno che con mente iniqua; imperciocchè se la morte abolita efficacemente è segno di buona civiltà acquistata, perchè dobbiamo noi altri toscani stornare alla barbarie, e non voi piemontesi allungare il passo per agguantarci sulla via della civiltà? Ma tutto questo suona prosuntuosa insipienza di curiali; di vero se per sopprimere la pena di morte si desidera stato più perfetto di civiltà, o con qual giudizio v'incocciate a mantenere questa pena, la quale tra le barbare è barbarissima, e tra le inique scellerata delle instituzioni umane? Per leggi civili portava il vanto Napoli; le industrie agricole migliori in Toscana che in Piemonte; nelle urbane Piemonte supera, ma contaci la Liguria, che parte di Piemonte fu per violenza, non però per indole, nè per volontà. Avanzano le armi.

[1] L'antica uggia non può fare a meno, che abbia partorito pessimi effetti difficili a vincersi: le nebbie del passato caligano sempre intorno al Piemonte, e se tu riscontri la temperie di cotesto paese sul termometro della Ragione di Stato del Bottero, tu trovi che l'aere non è per anco sereno di civiltà. Carlo Botta, tenerissimo del Piemonte sua patria, ci fa sapere come la università di Torino non fruttasse i buoni effetti che uomo se ne riprometteva in grazia della strettezza del governo, e dell'apparato militare. Il Denina, citato dal Botta, racconta come i letterati venuti da Roma, da Napoli e da Palermo alla stanza di Torino preferissero quella di Milano austriaca, però che colà le lettere e le scienze godessero di certa libertà ignota a Torino, con altre più cose gravissime che, se te ne piglia vaghezza, tu potrai leggere nel lib. 38 della Storia d'Italia sino al 1789. Altrove (lib. 48 della medesima Storia) il Botta esce fuori con queste parole, che mal per noi se non le cavassimo dai libri di un piemontese sfegatato: «gli studi si fomentavano a patto che da angusto e stretto cerchio non uscissero. Nissuna vita nuova, nessuno impulso, nissuna scintilla di estro fecondatore: un'aere greve pesava sul Piemonte e i liberi respiri impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del Principe (e doveva dire tirannicamente pedantesco) faceva, che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nessuno dall'usato sentiero uscisse ancorachè più facili, più utili, e più dilettevoli strade in luoghi vicini di sè medesime facessero mostra. Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Berthollet, e Bodoni, e fuggendo dimostravano, che se quella era terra per natura feconda gretto coltivatore aveva. Carlo Emanuele e Bogino si martirizzavano su i conti, e le generose aquile sdegnando quel palustre limo a più alti e più propizi luoghi s'innalzavano.» Quanta larghezza da cotesta ora in poi godessero gli studi nel Piemonte, anco in tempi recentissimi lascio, che altri dica: pure ieri i Gesuiti maestri, e donni dei cervelli piemontesi: no, veramente, a me non pare, e non parrà, spero, nè anco ai nostri buoni fratelli subalpini ch'essi possano presumere quanto a scienze ed a lettere di esercitare egemonìa sopra la Italia.

Di quali armi favellate voi uomini piemontesi? Quando tra noi fioriva la onorata milizia, di voi non ci giunse novella; nella scuola dei Bracci, e dei Piccinini, tra gli Sforza da Cutignola, gli Alviano, i Colleoni, e tanti altri famosi si ricorda unico il Carmagnola; più tardi tra i Colonna, i Pescara, Giovannino dei Medici, gli Strozzi, il Ferruccio, i Doria, i Sanseverino, gli Orsini, i Farnese, gli Spinola unico Emanuele Filiberto; di cui gloria immortale la battaglia di San Quintino, la quale non egli vinse, bensì il conte di Aiamonte, il principe di Brunswick, e i conti di Hornes, e di Mansfeldt; Emanuele Filiberto arriva tardo sul campo di battaglia, e quando i francesi rotti fuggivano inseguiti dai raitri; solo con le artiglierie egli disperse l'ultimo corpo di fanti guasconi, che combattevano, disperati della vittoria, per proteggere la ritirata; nè seppe usare poi della vittoria, chè proseguendo il corso prospero avrebbe preso a mano salva tutti i francesi senza eccettuarne pure uno; e questo chiariremo con prove espresse se a Dio piacendo mi condurrò a dettare la vita di cotesto duca di Savoia. Certo con gloria maggiore o minore trattarono le armi i principi di Savoia; con grande Tommaso, con massima Eugenio; ma se togli l'ultimo gli altri ebbero emuli pari se non superiori a loro; questi poi veruno. Nel periodo lungo delle guerre napoleoniche i più famosi capitani come Bertoletti, Pino, Teuliè, e Vacani uscirono di Milano, i tre Lechi o Mazzucchelli da Brescia, Lahoz e Peyri furono mantovani, Bianchini, l'eroe di Tarragona, bolognese, il maresciallo Bianchi da Corno, Viani veronese, Zucchi reggiano, Severoli faentino, Palombini di Roma, Fontanelli da Modena, Colletta di Napoli; solo due noti nelle storie dava tutto il Piemonte, più illustre il primo, che fu Rusca, meno il secondo nominato Serras; nella guerra del 1848 venne fuori il Bava capitano di abilità mediocre, e di cattiva fortuna; nel 1849 ebbero ricorso a capitano straniero con perdita di riputazione, e sciagura della impresa. Adesso fanno caso grande del Lamarmora, ma non tutti in lui ripongono fede; ad ogni modo gli preferiscono il Cialdini od anco il Fanti, i quali insieme al Cucchiari vengono da Modena. Quanto a Garibaldi ormai è convenuto che generale matricolato non si possa estimare; di fatti della milizia ei sa una parte sola, una sola, tutte le altre ignora, e questa una è quella di vincere le battaglie.

Questo intorno ai capitani; circa le milizie quando per tutta Italia andavano famose le Bande nere, ed anco la ordinanza della Milizia fiorentina le soldatesche del Piemonte si reputavano le più scadenti di tutte.—E perchè non paia avventato e maligno il mio dire, siami lecito riportare quanto trovo sparsamente scritto intorno ai capitani, e alle milizie piemontesi durante il secolo decimosesto nelle relazioni degli ambasciatori veneziani arguti nell'osservare quanto schietti nello esporre. Ora di queste relazioni io ne conosco cinque, stampate a Firenze; la prima è di Andrea Boldiù la quale è tratta dalla biblioteca Capponi insieme coll'altra del Lippomano, che al nostro scopo non approda; due ne somministra l'archivio reale di Torino e sono di Sigismondo Cavalli, e di Giovanfrancesco Morosini, l'ultima pubblicava il signor Cibrario. Quanto a' capitani; e ai soldati afferma il Boldiù: «ha parlato assai sua eccellenza; sebbene non ha terminato cosa alcuna di dare forma alle genti del suo paese nel modo che sono le cerne di vostra serenità, che si chiamano ordinanze; per le quali già ha fatto colonnelli e nominati molti capitani, pochissimi dei quali sono, come intendo, che abbiano comandato in guerra alcuna. E cercando io poi di sapere quanto si sperava, che potesse essere il numero di queste ordinanze mi viene affermato, che per servire nel paese ascenderiano a 24000 uomini, ma volendo condurli fuori non passeriano 8000, ma questi buoni veramente[1].» Il Cavalli più alla recisa: «di uomini da guerra, che abbiano servizio con sua eccellenza, nè dei suoi sudditi, nè di altri vi ho conosciuto persona di gran nome o valore, salvo che il Signore della Trinità, il quale vostra serenità avrà inteso nominare per le operazioni onorate che fece alle imprese di Cuneo e Fossano…. il signor Duca non si serve gran fatto di lui, prima perchè non vuole mostrare, che quello che fa sia per consiglio del medesimo; poi (nota, o riponi in mente lettore) perchè dove tutti gli altri suoi servitori gli parlano con molta timidità, lui per dire il vero O quando si trova in Corte parla più liberamente… per tal causa vive il più del tempo ritirato in casa sua. Vi è ancora il signor Masino, che a tempo di guerra era vice-duca, questi è galantuomo e cavaliere liberale, ma nel fatto di guerra non ha mostrato virtù sopra gli altri. Il conte d'Arignano ancora lui è prudente gentiluomo, ma non ha fatto operazioni, che, meritino essere rammentate più, che tanto. Restano alcuni privati capitani, che si possono riputare buoni soldati, ma non sono persone di grande portata[2].»

[1] Relazioni venete, Serie II, vol. 1. p. 136.

[2] Relazione dell'Oratore Cavalli. Relaz. degli Amb. veneti. S. II. Vol. II, p. 33.

Più spezialmente circa la qualità dei soldati, e l'indole dei piemontesi l'oratore Giovanfrancesco Morosini informa il Senato: «il letto loro è pieno di foglie di alberi per la molta povertà, del paese non tanto causata poi in effetto dalle lunghe guerre, e continue, che ha avute, quanto da una naturale viltà e dappocaggine di quei popoli; la quale ancora è causa, che con tutto che pei tanti anni continui sieno stati nudriti ed allevati nelle guerre, non sono però al giudizio di molti, da essere tenuti per molto atti allo esercizio delle anni per non dire, che sieno inettissimi a quello.»

Questa relazione del Morosini va copiosa mirabilmente di notizie intorno alla milizia del Piemonte; chi ne abbia talento (e lo dovrebbe avere, ma ne dubito, perchè la gioventù in mal punto oggi si mostra aliena dagli studi, massime storici) può esaminarla intera; al mio assunto giova cavarne questo altro tratto: «ha il signor duca, oltre alli presidi, una milizia di 16000 fanti bene armata sotto quaranta insegne, le quali prima erano 66, ma sono state questo anno ridotte al numero di quaranta, a fine di scansare le spese dei capitani, e degli officiali di 26 compagnie; e li fanti sono stati distribuiti in modo, che in ogni bandiera saranno 400 fanti, e sua eccellenza viene ad avere avanzato 5200 scudi all'anno. Queste genti sono al governo di 42 gentiluomini, tutti suoi vassalli, salvo che uno, ch'è il signor Guido Piovene suddito della serenità vostra e gentiluomo vicentino…… Questi tutti hanno nome di colonnelli e sono stipendiati diversamente l'uno dall'altro, avendo chi più, chi meno secondo la inclinazione di sua eccellenza. Questa gente, come ho detto di sopra, non è molto atta allo esercizio delle armi, salvo, che certa poca quantità verso Fossano, e il Mondovì, li quali per essere tra loro stessi in perpetua gara riescono più esperti, e pronti a menare le mani, che gli altri; ma quanto più sono buoni allo esercizio delle armi tanto più sono fastidiosi, ed insolenti ad essere governati, e disciplinati. Fa usare sua eccellenza molta diligenza per tenere bene disciplinata questa milizia facendo mostre spessissimo, alle quali molte volte si trova di persona sperando pure con questo frequente esercizio doverle levare da quella naturale pigrizia, che hanno; ma difficilmente credo, che vi riuscirà essendo più forte la natura, che l'arte[1].»

[1] Relaz. ven. S. II vol. 2. p. 130.

Da principio Emanuele Filiberto pare, che facesse capitale sopra i popoli di Savoia, sicchè Sigismondo Cavalli racconta egli avere, per lo scopo di assicurare i stati, «principiato a fare le cernide, ovvero ordinanze dei suoi popoli, ed obbligare ogni comune a dare tanti corsaletti, picche, archibugi, e morioni; e già quelli della valle di Aosta debbon essere in buono stato, perchè quando sua eccellenza passò di là, tornando di Savoia, volle vederne la mostra, la quale riuscì assai bene[1]» Senonchè Francesco Molino dopo dieci anni nel 1574 referendo al Senato così favella di cotesta medesima milizia: «i popoli che abitano la Savoia sono per lo più timidi, e vili: non si danno ad alcuno esercizio, e nè tampoco a quello delle armi, e fecero vedere questa poca inclinazione alloraquando il duca ordinò una milizia, per la quale avendo speso più di seimila scudi in arme, in poco tempo fu ritrovato, che dei morioni, e corsaletti se n'erano serviti a fare delle pignatte e degli spiedi[2].» e comecchè poco più innanzi afferma i popoli del Piemonte più atti ad adoperarsi, più capaci di disciplina, o più industriosi dei Savoini, non si sa bene con coteste premesse s'egli intenda più avvilirli ovvero commendarli.

[1] Relaz. ven. S. II. vol. 2. p. 37.

[2] Relaz. ven. S. II. vol. 2. pag. 246. Innanzi però di pigliare congedo dalle Relazioni degli Oratori Veneti giovi cavare da loro, a fine d'instituire i debiti confronti quale, la gratitudine del duca Emanuele Filiberto fondatore vero della casa di Savoia verso coloro che nella fortuna avversa lo sovvennero col sangue e con gli averi. «Quelli poi che sono stati fedelissimi a sua eccellenza e l'hanno in ogni tempo servita, si trovano di malavoglia, perciocchè quando aspettavano, tornati in Patria, ed a casa di avere alcuna mercede per essersi tanto tempo trovati spogliati di quanti beni avevano, vedono che solamente si danno a loro parole, ed all'incontro a quelli che sono stati totalmente contrari a sua eccellenza si danno maggiori onori, che vi sieno e sono adoperati prima degli altri, il che mette alle volte in disperazione tale, che prometto a vostra Serenità, che si conosce chiaramente che muterieno voglia se tornasse il tempo com'era prima della guerra. Relazione dell'Oratore A. Boldiù. S. 2. vol. 1. p. 441. Rispetto all'osservanza nella quale tenevasi il Consiglio di Stato, e le deliberazioni di lui..» In questo consiglio rare volte si trattano materie di stato, o solo allorquando vuole servirsi sua eccellenza delle deliberazioni di quello per causa sua, come fece ultimamente con accomodarsi con quelli suoi di Agrogna, perciocchè disse, che ciò fatto aveva perchè aveva così deliberato tutto il consiglio di Stato……Poi domanda sua eccellenza li pareri loro, e dice:—io intendo che si faccia così:—o pure si leva dicendo:—si delibererà poi—e molte volte occorre, che sua eccellenza non va al consiglio, e se vi si trova non si obbliga molto a quello, che sarà parso alla maggior parte di quelli, che vi sono. E dirò più, che io ho saputo per certo, che fu un giorno deliberata una materia d'importanza alla presenza di sua eccellenza, e di ciò fu commessa la lettera per la esecuzione al Signore Fabri secretario deputato a detto carico, ma sua eccellenza fece poi chiamare esso secretario in camera sua, ed ordinogli altramente, onde fu eseguito per lo appunto il contrario di quanto era stato deliberato con maraviglia di tutti quelli consiglieri suoi. Di modo che si può dire assolutamente che delle cose sue sua eccellenza intende, o vero vuole e delibera a sua voglia sola.» Il che si rassomiglia come uovo ad uovo al Consiglio convocato da Serse prima di rompere la guerra con la Grecia dov'egli dopo salutati i Satrapi, secondochè ci testimonia Valerio Massimo al capitolo quinto del Libro IX della opera sua, così prese a dire: «non ho voluto parere di fare le cose di testa mia, però voi vi avete a ricordare come vostro debito sia non consigliare bensì obbedire.» Adesso qualche cosa circa allo amore di Emanuele Filiberto archetipo dei Reali di Savoia per la onesta libertà dei popoli, nonmenochè dello studio ch'egli poneva a mantenere gli antichi loro diritti: «per dimostrazione di questa sua potestà, continua il medesimo oratore, che intende, che sia assoluta non ha voluto tenere li tre stati del suo paese, come l'obbligano le convenzioni antiche della casa di Savoia con li suoi confederati, osservate sotto ciascun altro principe passato.» Che cosa poi fossero questi tre stati si ha dall'altra Relazione di Francesco Morosini, il quale rincalza la testimonianza del Boldiù: «solevano al tempo degli altri duchi di Savoia essere divisi in tre parti, che loro dimandano stati, cioè cherici, gentiluomini feudatari, e gente popolare; li quali erano convocati dai duchi sempre quando volevano qualche donativo dal paese, o mettere qualche angaria ai popoli, e con questi si accordava il lutto. Ma dopo il ritorno in istato di questo signor duca, parendo a lui di averselo acquistato con la spada alla mano, e che la ragione di guerra voglia, che i popoli restino liberamente alla discrezion dei principi, perdendo ogni privilegio, che per lo innanzi avessero ottenuto nei tempi in cui si erano volontariamente dati, però non è mai parso a sua eccellenza di fare questa convocazione, ma ha voluto disponere a modo suo liberamente mettendo da se tutte quelle angarie che gli è piaciuto mettere, di che universalmente tutti ne restano male soddisfatti.

E tu considera fede, e giustizia: imperciocchè se i suoi dominii erano venuti in potestà altrui ciò doveva attribuirsi a difetto del debito del principe, il quale consiste appunto nel difendere i popoli al suo reggimento commessi, onde non egli ad altri, bensì altri a lui doveva farne pagare le pene. E questo come vero in massima si trovava verissimo in pratica, essendochè i popoli non fossero venuti meno alle difese, nè alla devozione; mancò il duca al popolo non il popolo al duca; anzi Chieri abbandonato si difese per modo, che quando il presidio ne uscì gli uomini e le donne pei patimenti sofferti parevano fantasmi; a Rivoli, disertate le sue campagne, vide morire mille persone, tra cui molte per fame, e tre soli nascere. Cuneo respinse l'assedio dei Francesi, affaticandocisi dintorno non pure gli uomini, ma le donne altresì, tra le quali famose Giovanna sorella al conte di Etremont, ed Eleonora dei Rabìa; la terra della Trinità in pena del pertinace soccorso apportato a Cuneo rimase dall'Annibault quasi distrutta: la difesa di Nizza, e il valore della Segurana conosca il mondo così, che ogni parola intorno a quella parrebbe soverchia.—La tirannica ingratitudine di Emanuele Filiberto tanto più offende ogni senso morale, che proprio contro la volontà espressa di Carlo III, suo padre, i Nizzardi gli salvarono Nizza, e lui. «In queste strette, attesta il Ricotti Storia della Monarchici piemontese l. 4 p. 252, l'ardire e la fedeltà dei cittadini di Nizza, e dei soldati parte Piemontesi, e parte Savoini, che presidiavano il castello, salvarono il Duca, e forse la monarchia.» Intimati dal Duca di consegnare Nizza al Papa Paolo III, ovvero allo Imperatore Carlo V. i Nizzardi rispondono: essersi dati a patto, che non venissero mai ceduti nè alienati senza il consentimento loro; e dove questo accadesse essersi riservati il diritto di resistere con le armi, e tanto oggi essere risoluti fare, e senza dare tempo alle risposte gridando: Savoia! costrinsero quel duca dappoco a tacersi scornato. Il presidio del castello preso odore che i Signori di Musinese e di Bourges, quegli capitano, e questi luogotenente volessero tradire, e forse era sospetto, li cacciarono via non senza un carpiccio delle buone; poi udendo che il Padre Carlo aveva menato il figliuoletto Emanuele Filiberto al bacio dei santi piedi di Paolo III padre di Pierluigi Farnese proruppero a furia sotto la guida di Aimone di Lullin, e di Grato di Provana, lo ripresero, e menatolo in castello giurarono difenderlo, finchè il fiato reggesse. Questo singolare duca di Savoia di certo non pensava a riunire sotto la sua dominazione la Italia, dacchè ponesse tanta smania a sottoporre i suoi sudditi alla straniera dominazione quanto altri ne mette ora a liberarneli, per modo che non contento se non si provava all'ultimo cimento, raccolti così soldati come cittadini Nizzardi nella piazza di San Giovanni egli prese a dire: «ma, signori, voi siete sudditi miei; io sono vostro principe e signore, o perchè dunque non volete, che il papa e lo imperatore alloggino nella città e nel castello quando ve lo dico io?» Risposero: «voi siete nostro signore, e sarete; viva Savoia!» e più pertinaci, che mai di non volere ammettere persona se ne andarono via: della quale risoluzione vivendo il duca in ansietà grande ebbe dal Provana il conforto di queste parole: «Non si dia pena Eccellenza, che questa volta le rape di Savoia, il burro di Piemonte, e il porco salato di Nizza hanno fatto insieme una pietanza, che ne anco il diavolo ne mangerebbe.» Emanuele Filiberto molti anni dopo, aggiunge il Ricotti su le testimonianze del Lambert, e del Gioffredo, confessava all'ambasciatore di Venezia avere potuto conoscere sicuramente che Carlo V. voleva rubargli Nizza per servirsene con Villafranca per iscala da passare dalla Spagna in Italia. Io non aggiungo parola però che mi parrebbe sciupare la impressione, che arreca tanto mostruosa ingratitudine. E nè manco era vero, che il duca avesse ricuperato il Piemonte con la virtù delle sue armi; egli lo riebbe per rimbalzo delle guerre con varia fortuna combattute tra Francia, Spagna ed Inghilterra; il trattato di Castello Cambresi non restituì ad Emanuele Filiberto nè tutti, nè definitivamente i suoi stati; la Francia conservò le piazze di Torino, di Chivasso, di Villanova, di Asti, di Chieri, e di Pinerolo obbligandosi a restituirle dopo assettate le sue differenze col duca per via di congressi, o di arbitri; e ciò avvenendo la Francia arebbe smantellato del Piemonte e della Savoia le piazze, che le sarebbe parso. La Spagna per converso terrebbe presidio in Asti e Vercelli finchè non isgombrasse la Francia. Inoltre toccò a Emanuele Filiberto, giovane di trentuno anno, chiudere gli occhi e mandare giù la pillola amara della moglie Margarita sorella del re di Francia donna attempata di 40 e più anni; nè questo è tutto: Nizza, la prode, e fedelissima Nizza, allora, come ai dì nostri, turpemente sagrificata imperciocchè pel trattato di Grudendal tra Filippo II e il duca rimanesse stabilito che il re metterebbe e pagherebbe il presidio del castello di Nizza, e dei forti di Villafranca; darebbe in dote 60 mila scudi a donna Maria figliuola naturale del duca: i castellani giurerebbero fedeltà al re e al duca, e morendo questi senza eredi il re diventerebbe assoluto padrone di coteste terre.—Gli scrittori piemontesi confessano siffatto accordo frutterebbe a Emanuele Filiberto eterna infamia, se la ineluttabile necessità non lo scusasse;—dacchè, essi aggiungono, il duca non avesse parte nel congresso, e fosse del tutto in balia della Spagna, salvo lo aiuto che per emulazione gli potesse venire dalla Francia; la quale cosa posto, che sia, come la raccontano, gli è falso espressamente il pretesto, ch'egli allegava per dominare assoluto, la liberazione dei suoi stati dal dominio straniero per virtù di arme.

Nè gli scrittori piemontesi negano questo; al contrario facilmente confessano, che sul cominciare del secolo decimosesto il difetto di coltura non era compensato con la gloria delle armi, le quali erano misere ed incerte; e la difesa dello stato non usciva già dalla copia, nè dalla prodezza delle milizie paesane, bensì dal danaro proprio, e dall'avarizia altrui.—

Ma non è vero, che negli altri stati d'Italia si procedesse a quel modo; anzi il vero è al contrario, nè gli stessi Scrittori piemontesi lo ignorano, dacchè lo stesso Ricotti nella Storia delle Compagnie di ventura in Italia ci attesti Firenze e Orvieto fino dal 1350 avere istituito i balestrieri del contado per affrancarsi dalla infamia della milizia mercenaria; e Venezia più tardi con l'ordinamento delle cerne; ed altri altrove; ma più che tutti da capo Firenze la quale a' conforti di Antonio Giacomino Tebalduccio, e di Niccolò Macchiavelli instituì nel 1506[1] la ordinanza della milizia fiorentina con le prescrizioni, e norme che si leggono per le storie, e da prima furono diecimila nel contado di Firenze solamente fanti, sei anni dopo si fecero anco cavalli nel numero di 500. Questa abolita dalla tirannide dei Medici, ecco Giovanni dalle Bande nere formare la stupenda milizia di cui la memoria ancora non langue, e sicuramente coll'occulto concetto di stabilirla arnese per acquistare gagliardo stato in Italia, e difenderlo contro ogni straniera soperchieria; da questa onorata scuola, cessata la tirannide medicea, risorsero le milizie fiorentine, e furono spartite in milizie del contado disposte in trenta battaglie, ed in milizie di città in quattro bande una per quartiere, ed ogni banda in quattro compagnie con sedici gonfaloni in tutto; da prima cavaronsi dagli uomini di diciotto fino a trentasei anni, e se n'ebbe un tremila all'incirca, ma forse più che meno nella sola città; più tardi si presero da diciotto fino a cinquantacinque anni, e in tutto se n'ebbe un cinquemila.—Nella vita di Francesco Ferruccio mi sono ingegnato quanto meglio ho potuto discorrere di questa gloriosa milizia, la quale non si mostrava come apparivano i soldati piemontesi allora pigri, grossieri, contennendi, e vili bensì tali che il Ricotti medesimo confessa: «colla modestia, e con la esattezza sia nel comandare sia nell'obbedire, con la perizia delle mosse, con la ricchezza delle vesti, e delle armi, non meno che con la concordia, ed unione diventò in breve soggetto di maraviglia ai più vecchi soldati[2].» Nè per questo solo ella fu maraviglia ai presenti, ed onorata memoria ai futuri, bensì per ferocia di magnanimi propositi, e per valore inclito.—

[1] Scritti inediti di N. Macchiavelli risguardanti la storia e la milizia, illustrati da G. Canestrini.

[2] Op. cit. p. 6. cap. 3.

Io non riporterò la testimonianza di scrittori fiorentini come quelli i quali si potrebbe per avventura supporre che procedessero parzialmente, ma sì di Carlo Capello oratore veneziano del pari che degli altri dei quali mi valsi per giudicare la qualità delle armi piemontesi; costui pertanto, scrivendo al serenissimo Doge gli afferma: «tuttavia non si perdono di animo e sempre con maggiore costanza si confermano in volere ovvero conseguire la libertà, ovvero portarsi di sorte, che se la perdono, speso, e consumato tutto l'avere loro non vi sopravviva alcuno, e solamente si dica: qui fu Firenze.[1] «E quanto più il pericolo stringe tanto maggiormente s'intorano a mettersi ad ogni sbaraglio. «Tanta, scrive il medesimo oratore il 14 Luglio 1530, è la costanza degli animi di ciascuno, tanto indurata la ostinazione di volere liberarsi che hanno deliberato pubblicamente patire ogni estremità, e subito, che il Ferruccio si scopra… uscire della città con tutta la gente di guerra e con quelli della milizia cittadina, e combattere e così vincere ovvero insieme con la vita perdere il tutto avendo determinato, che quelli che resteranno alla custodia delle porte, e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta abbiano con le mani loro ad uccidere le donne ed i figliuoli, e por fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro, che sono nati, e desiderano di vivere liberamente.»

[1] Lettere alla rep. di Venezia dell'Oratore Cav. C. Capello, Firenze 26 Novembre 1529.

Che se questa deliberazione, la quale non ha riscontro nelle storie, tranne nella giudaica, dove gli Ebrei difesero Gerusalemme da Tito imperatore menzogna di umanità, non sortì il suo effetto, il mondo lo sa, vuolsi attribuire alla codarda avarizia degli Ottimati, i quali allora adoperavano come la setta dei Moderati adesso, e al tradimento di Malatesta, il quale, come disse Matteo Dandolo allo ambasciatore del Duca di Urbino:—ha venduto quel popolo, e quella città, e il sangue di quei poveri cittadini, a oncia, a oncia.

Dopo cotesta epoca illustre, e lacrimevole non vale, per opinione mia, il pregio ricordare milizia italiana: entriamo nei tempi in cui il Filicaia lanciò nella serva Italia i due sonetti pari a due gridi di dolore, che c'introneranno perpetuo gli orecchi, finchè ella non sia tutta sgombra dagli stranieri.

—. . . . . Del non tuo ferro cinta «Pugnar col braccio di straniere genti «Per servir sempre o vincitrice, o vinta:

Quando la Francia si avventò alle alpi repubblicana in vista, ladra in fatti e tiranna, i Piemontesi o soli, o in compagnia degli Austriaci davvero mala prova fecero, nè possono cavarne argomento ad esercitare egemonìa.

Nel 1848 le armi piemontesi sembra che avessero virtù finchè mantennero l'ardore di che l'avevano arroventate lo entusiasmo popolare, e l'ira; poi giù giù illanguidiscono, e disperdonsi nello sbandamento più che battaglia, ed anco rotta di Custoza.—Nel 1849 Novara.

E Novara fu troppo peggio che sbandamento, se come allora la fama porse, e registrò la storia, si ebbe a chiamare presidio nemico per salvare la città dalla rapina dei nostri. Chè se le rapine novaresi taluno negasse oltre le testimonianze degli scritti io non saprei altrimenti provarle, non però delle genovesi di cui io stesso vidi i vestigi, ed udii i deplorabili racconti; nè valore, nè resistenza scusano, imperciocchè nè prodezza propria, nè gagliarda difesa, la quale è pure prova di animo generoso che vuolsi dai soldati massimamente onorare scusano le ladronaie; e per queste vanno offuscati i nomi d'altronde chiarissimi del Malboururgh antico, di Massena, di Soult; ed in ispecie del Rusca piemontese, della cui avara crudeltà si conservano memorie singolari[1].

[1] I suoi soldati un dì sorpresi da lui su l'atto di rubare un maiale senza turbarsi gli dissero seriamente: «Generale, lo rubavamo per voi.» E il Rusca non meno seriamente rispose: «io non ho bisogno che alcuno rubi per me.» Che sia benedetto! almeno non si nascondeva, all'opposto lo bandiva da se; di vero trovandosi a mensa con parecchi ufficiali ecco arrivare il fattorino della posta con lettere per parecchi fra loro; chiestasi e data scambievolmente licenza le lessero e trovarono come Napoleone desse ad ognuno o pensione annua, o dono; anche il Rusca ebbe la lettera e ci trovò lodi molte, e quattrini punti di che seco lui dolendosi i commilitoni egli gl'interruppe dicendo: «Ma no, signori, lo imperatore ha operato da quel savio uomo ch'egli è; ei sa benissimo che il fatto mio lo so fare da me!»

E mentre combatteste voi, forse gli altri Italiani filavano? Comecchè raccolti tumultuariamente, nè soldati come voi altri in genere, in numero, e caso con tutte le regole forse non seppero i volontari combattere, morire, e vincere?—Perchè mai si licenziarono quasi gente immonda? E perchè a disfarli fu speso maggiore moneta, che non impiegarono a farli? E soldati sembra a voi che sarebbero quelli i quali voi v'ingegnate plasticare sul vostro modello? Hanno a difendere la Patria, e di Patria nulla hanno da sapere; li presumete soldati cittadini e li pretendete tali in procinto di avventarsi in battaglia, sentano lo sprone delle parole concitate del Capitano, e proibite poi che apprendano, più ancora, che ammirino i gesti degl'illustri capitani del popolo. Col popolo di cui sono sangue, e nel quale, superstiti, avranno a rientrare non piglino usanza; ne stieno appartati, dimentichino sè essere figli, o fratelli; soldati unicamente hanno da diventare; ma in cotesto modo educansi gladiatori non già soldati italiani; così si allevano i mastini affinchè guardino gli orti dai ladri non s'instituisce milizia onore a un punto e tutela della Patria.—Grave fatto è questo e come pieno d'ingiusta diffidenza così a Dio non piaccia, che partorisca funestissimi effetti: dunque temete che il popolo vi contamini i soldati? dunque o il popolo non più si accorda con voi, o voi col popolo? Eppure cotesto popolo volle liberissimo ieri il regno italico con a capo il reale di Savoia. Come! ieri consenso, ed oggi forza? Di già a questo? Ma i reami abbattuti quale altra legge avevano tranne la forza? E non bandiste voi, proprio voi, che un governo il quale si appoggia alla forza ormai non ha più causa, nè ragione di vita?

E tacendo del valore delle armi nè manco gli ordinamenti militari vostri paiono così saldi da presumere in grazia di questi la egemonìa sopra gli altri italiani, imperciocchè non entrando nel ginepraio del come si spenda il danaro, noi vediamo fare, e disfare la tela dello esercito, secondochè mutano di tessitore; ed anco qui prego Dio, che non voglia, che invece di tessere una veste nuziale, il Ministro o piuttosto i Ministri non ci ammanniscano una Sindone, la quale sarebbe causa non già di adorazione, bensì di esecrazione perpetua.

Insomma se i Piemontesi sè amano e noi, e lo vogliamo credere, importa, che smettano il vezzo di presumere sè chioccia, e noi uova da lasciarci covare. Noi non patiremo certo nè tribù di Levi, ne tribù di Beniamino: fratelli vi amiamo, compagni vi accettiamo, disuguali no, molto meno padroni. Se la casa di Savoia diè lo Statuto al regno, ricordate come non fosse concessione sibbene restituzione; se lo mantenne Vittorio Emanuele il cuore e il senno lo sovvennero nello adempimento del debito suo, e n'ebbe rimerito di fama, titolo unico tra quanti apparvero principi sopra la terra, riconoscenza di popoli, e stato, che lo renderà superiore a molti potentati, inferiore ad alcuno. Nè noi neghiamo, anzi confessiamo volentieri, non mediocre conforto essere venuto agli spiriti liberali d'Italia vedere sempre ritta la bandiera italica in Piemonte, comecchè spesso pendente già lungo la stacca a mo' di vela nelle uggiose calme dell'Atlantico; e confessiamo altresì che quivi il talento per volere sia stato pari alla fortuna per potere, dacchè se la vostra terra non si fosse distesa oltre il crine delle Alpi, e a verun patto potesse sopportarla la Francia in mano all'Austria, voi come noi avreste dovuto con la morte nel cuore piegare il collo alla maligna onnipotenza dei fati. Come no? Perchè lo neghereste prosuntuosi? Le mura di Alessandria non rimasero contaminate da presidio tedesco?

Comprendo ottimamente avere a sonare le mie parole rudi; e giova appunto che sia così; gli adulatori dei popoli più funesti due cotanti, che quelli di un re, avvegnadio questi possa cessare da un punto all'altro, e allora morta la vipera spento il veleno, mentre il popolo forse dura fino alla consumazione dei secoli. Callimaco Esperiente nella vita di Attila racconta come il poeta Marullo avendo composto un poema (immaginate che poema!) in lode di cotesto Unno glielo presentasse a Padova fiducioso di premio, ma quando Attila seppe come costui lo facesse derivare da Dio, e lui medesimo salutasse Dio ordinò che poema, e poeta gittassero sul fuoco; ora il popolo nostro civile si approfitti dello esempio del condottiero barbaro emendandolo secondo la ragione dei tempi; lasci stare il fuoco, ma un tuffo nell'acqua ai suoi adulatori lo potrebbe dare. Io parlo per dire il vero, non per odio di altrui, nè per disprezzo, e se paleso animoso le gozzaie, mi muove studio di ovviare che intristiscano, anzi scompaiano. Fatuità somma credere, come oggi si costuma, che negando un danno possa torsi che sia: così quando schiamazzano la Italia è ricca confidano, che ciò empia le casse; ovvero la Italia ormai non può più disfarsi, e con questo pensano averla assicurata con nodo indissolubile: se simile insania non fosse per partorire funestissimi mali non varrebbe il pregio riprenderla, e nè anco indicarla, ma all'opposto io temo, che possa disfarsi perdendo occasione, che forse non si presenterebbe per più secoli a questa parte. Il passaggio in mezzo alle rivoluzioni assai si rassomiglia alla prova del fuoco, dove se ci era via a salvamento consisteva nel traversare del campione tutto, e di rincorsa, lo spazio incendiato. E bazza se allora le scottature erano poche! Se si fermava un'attimo, di lui non rinvenivi nè manco la cenere. Nei primi tempi delle rivoluzioni molti interessi laceri, o coperto, o palese travagliano lo stato novello; e da per tutto vedi scompiglio: ora preme più che mai in questo periodo climaterico l'universale trovi qualche compenso ai patimenti inevitabili; se gli assottigli il pane e tu ministragli copia più larga di libertà; se esigi piamente spietato il tributo di sangue, e tu mostra, ch'egli è per francare la Patria dalla dominazione straniera; la contentezza futura fa toccare con mano, che uscirà dal seme del disagio presente; i membri sparsi di un popolo ridotti come fratelli in una famiglia sola non pure soddisfano al precetto della religione, non pure all'ultimo provvederanno alla pubblica ed alla privata economia, ma altresì acquisteranno la potenza in ogni tempo necessaria, non già (Dio ne guardi!) ad offendere altrui, sì bene a difendere noi stessi. La divisione nostra risponde al Tedesco confitto nella Venezia, allo Spielberg, alle verghe, alle forche, alle fucilazioni, e forse, più amaro che questo, agli strazi quotidiani della gente galla.

Nello stare strettamente uniti è posta la salute d'Italia; nè la pena di Beltramo dal Bornio, che per avere con arti scellerate diviso il figlio dal padre il Dante immagina vagolare per lo inferno, con in mano il capo tronco dal suo corpo la reputo sufficiente a cui intenda separare parte d'Italia dalla Italia. Se mi mostro, e sono implacabile contro colui, che la scemò a settentrione non meno irrequieto per quanto io valga, inchioderò nella infamia chi la menomasse a mezzogiorno; molto più, che questi non potrebbe nè anco allegare in discolpa il pretesto della necessità: non a dividere pertanto, bensì per istringere io muovo parole, persuaso, che la compagnia non dura fra genti con varia ragione aggravate; meglio vale, anzi unicamente vale, che il troppo carico dica: «io non ne posso più, fratello vienmi in aita;» che infellonirsi tacendo, e buttare via dalle spalle la soma con iattura di tutti.—

Noi tutti della famiglia italiana possediamo in copia vizi e virtù sovente diversi, qualche volta contrari, mettiamo in comunella ogni cosa; nelle mutue virtù ci educhiamo, dei vizi scambievoli emendiamoci. Piacemi dirlo: avendo per quanto mi fu dato ricerco la natura del popolo torinese io lo trovai onesto, e più lo era prima che l'alito corruttore del Cavour ci soffiasse sopra; nel commercio singolare, invece, che presuntuoso confessa sentirsi d'ingegno inferiore, e chiede che tu lo chiarisca; se non che la moltitudine delle parole gl'introna lo intelletto peggio, che i tamburi gli orecchi; le immagini lo abbarbagliano, lo sgomentano i tropi; teme i farabulloni lo scarrucolino, i parabolani lo abbindolino, ed ha ragione; chiede definizioni esatte, argomenti precisi; insomma con la sua gamba tu regola il tuo passo; e se lo fai ti si professa grato: il concetto compreso egli si mura dentro il cervello col gesso da presa: forse fie l'ultimo a cessare fede nel governo monarchico, ma cessata ch'ei l'abbia non valgono ganci a ripescarla. Alle amicizie nè facile, nè subito; non ti trabocca giù il suo liquore cordiale da empirtene il bicchiere, e allagarne la mensa, ma se te ne versa mezzo, e' lo fa per dartene il rimanente un'altra volta: forse, almeno io provai così, con veruno uomo al mondo possiamo durare tanti anni amici come co' Piemontesi, e senza, che una nebbia sola venga ad offuscare la lunga amicizia: liberali del proprio non mi parvero troppo, ma nè anco costumano pigolarti attorno per avere del tuo; ossequiosi per abito, non per viltà; tenaci dell'oggi, previdenti del domani, e perchè in un concetto solo io stringa quello, che potrei forse stemperare in molto, i Piemontesi possiedono a capello le qualità capaci a guarire noi dai vizi del rilassamento, della incostanza dei propositi, della fatuità delle affezioni, dell'abbiosciatezza in ogni ufficio onde si compone il vivere civile.

Tuttavolta la prosunzione collettiva nel Piemontese occorre, e di molto; gli viene dai suoi maggiorenti interessati a fomentarla: gliela inocchiano i Giornalisti venduti; gliel'aizzano i Moderati consenzienti che altri divori, ed opprima a patto che possano rosicchiare essi, ed opprimere di seconda mano, nè trovo verso migliore a farla cessare, che uscire da Torino trasportando la sede del governo a Roma. I Torinesi per altra città non consentirebbero, o a malincuore consentirebbero; per Roma sì; di vero quale città italiana potrebbe stare a petto di Roma per magnitudine di memorie antiche, e per presagio di futura grandezza? Il popolo di Torino, certo finchè cotesta città resti capitale ne sfrutta il benefizio e ne gode, ma si è persuaso, che così non può durare, e talora udii da lui medesimo esporne le ragioni: certo verranno alcune industrie a patirne, ma le sono di quelle, che non fanno ricchezza permanente, bensì transitoria: anzi pure di quelle che servono più presto a corrompere le industrie civili, che ad avvantaggiarle, come locande, osterie, e più o meno onesti instituti, ed anco disonesti addirittura, e turpissimi; il sapore di siffatte industrie noi sopra gli altri conosciamo in Toscana, dove un dì concorrevano forestieri a portarci i vizi, ed i catarri loro. Compensi chiederanno i Piemontesi certamente, ed anco non li chiedendo li meritano, nè sembra arduo accordarli, conciossiachè paia non pure utile ma necessario convertirla in gagliardo arnese di guerra per opporla in ogni caso a qualunque irrompesse giù dalle Alpi nemico; e questo a cagione della scoperta fatta dal Conte di Cavour quando orava in Parlamento per cedere Nizza e Savoia, la quale fu che i paesi si difendono meglio allo aperto in pianura, che non per le angustie delle forre, o dalle alture… anco di queste a noi toccò udire! Nè udire soltanto, ma lodare con plausi, e confermare coi voti! Reverenza dunque, gratitudine, e compensi al popolo piemontese, e a Torino; fratello sia, e sopra tutti onorato, come quello, ch'ebbe la ventura di affaticarsi sopra gli altri per la Patria, e per la Libertà; non signore, non sopracciò, nè egemone: in questo intorandosi perderebbe ogni merito, porrebbe a cimento la salute pubblica, e risoluti non lo patiremmo noi opponendo le nostre forze, fin quì insuperate, di repulsa alle invaditrici sue; e perchè cessi il sospetto in noi, l'uzzolo in lui, in entrambi lo screzio della male auriosa egemonìa urge stabilire il nostro regno a Roma.—

Senza capitale un grande stato non può stare unito; ella ha da essere come un cappio il quale senza stringere troppo, o stringere a casaccio ordini le forze del paese per la difesa prima, e poi per la massima prosperità interna accordandole armonicamente sia dove tendono ad assimilarsi, sia nello invincibile screzio.

Veramente io non ho letto la storia di Gengis-kan, la quale pure fu raccolta circa tre quarti di secolo dopo la morte di lui, ma l'avessi pur letta io porrei mediocrissima fede alle quarantamila, o cinquantamila teste gittate nei fondamenti di Samarcanda come pietra angolare a costituirla capitale; che ferocissimo ei fosse non si contrasta, ma sagace altresì era molto, tanto che il Gibbon ebbe a trovare non poca corrispondenza tra il codice composto dal Locke per la Carolina, e quello di Gengis-kan! Ad ogni modo io credo, che cotesto si abbia, se successe, intendere per simbolo, che molti voleri, come molti interessi devano concorrere a stabilire le nuove capitali, e che questi interessi devano recidersi del tutto da interessi antichi. Napoleone Imperatore giudicava la Italia poco acconcia a comporre un corpo solo a cagione della sua lunghezza, e questo suo concetto prima e dopo lui parteciparono parecchi; tuttavia discorrendo dei luoghi adattati per instituire la capitale del nobile stato così argomenta:

«Vari i pareri degli uomini intorno la migliore giacitura della capitale d'Italia, che taluno accenna a Venezia imperciocchè supremo bisogno della Italia paja levarsi a potentato marittimo. Venezia, essi dicono, sta riparata dai subitanei assalti, e favellando a mo' di mercante, deposito dei commerci della Germania orientale e punto più prossimo di Genova a Milano e a Torino; al mare si accosta per tratti lunghissimi di sponde: altri poi vengono dalla storia, e dalle tradizioni antiche condotti a Roma; Roma, affermano, sopra tutto mediana, destra alle tre grandi isole Sicilia, Sardegna, e Corsica, destra a Napoli; per ogni parte a un dipresso equidistante da cui la voglia offendere, o lo inimico si presenti dal lato di Francia, o dalla Svizzera, ovvero dall'Austria, che dove si accosta più distà centoventi, e dove meno centoquaranta miglia, ed ancorchè superate le Alpi la schermiscono due validissimi ripari il Po, e gli Appennini. Roma prossima alle coste adriatiche, e mediterranee con risparmio non meno che con velocità per via di Venezia e di Ancona può sovvenire alla tutela delle frontiere dell'Isonzo, e dell'Adige: per via poi del Tevere, di Genova e di Villafranca ella provvede di leggeri alla frontiera del Varo, e delle Alpi cozie: la sua posizione felice le concede abilità di offendere, mediante l'Adriatico, ed il Mediterraneo l'esercito nemico, il quale si attentasse traghettare il Po, od avventurarsi nell'Appennino senza avere preso la sua sicurtà dal lato del mare; ad ogni evento agevolissimo scansare alle rapine del nemico vincitore i tesori di Roma a Napoli, ovvero a Taranto; finalmente Roma è già: nè si conosce città al mondo la quale offra comodi quanti essa per costituire una grande metropoli; in favore suo la magnificenza e la nobiltà del nome; ed io per me penso, che quantunque lasci a desiderare qualche cosa, ella sarà certamente la capitale che gl'Italiani eleggeranno un giorno.»

Questo nel volume terzo delle sue Memorie; nè meno arguto nei Ricordi di Santa Elena: «Se la Italia cessasse con Parma, Piacenza, e Guastalla, o vogliamo dire, ch'ella circoscritta dentro la valle del Po non possedesse penisole, allora Milano sarebbe la sua capitale necessaria, comecchè i periti reputino supremo difetto per lei che il Po non la difenda dalle ingiurie tedesche: ma dove gl'Italiani si componessero in un popolo solo allora Milano non potrebbe pretendere a diventare capitale, imperciocchè troppo prossima alle invasioni terrestri si troverebbe troppo lontana dalle spiaggie per provvedere alle marittime.»

E quì nota lettore, che quando il sempre mai funesto ministro d'Italia Cammillo di Cavour non che non vietasse, consegnava le Alpi alla Francia avvertendo io, che dove questo accadesse bisognava pensare a trasferire altrove la capitale, molto più che smantellata la cittadella, Torino, e il Parlamento correvano pericolo di assaggiare le prime bombe francesi, ciò fu argomento di dileggio pel gregge servile: ora se Napoleone, il quale se ne intendeva, non consentiva a Milano di essere capitale d'Italia, pensa tu se lo avrebbe conceduto a Torino nella condizione miserabile in che l'hanno posta il savio Conte, e il suo più savio armento, che i ministri successivi si sono vie vie consegnato come le stime vive di un podere sfruttato, e tuttavia dura salvo dalla epizotia.

Napoleone continuando a ragionare intorno alle diverse possibili capitali d'Italia arroge:—

«Bologna, unita in un solo corpo la Italia, sarebbe da preferirsi a Milano, dacchè ov'ella in caso d'invasione terrestre vedesse superate le frontiere montane, avrebbe sempre la difesa del Po, e pel suo sito, per le strade, e pei canali agevolmente, e presto comunica col Po, Livorno, Civitavecchia, i porti di Romagna, Ancona, e Venezia; come pure assai più di Milano si avvicina a Napoli.

«E se la Italia terminasse col regno di Napoli, ed una parte di Sicilia, e di Napoli potesse riempire lo spazio fra terraferma e la Corsica, allora Firenze come centralissima potrebbe costituirsi meritamente capitale.»

Donde tu apprendi chiaro, che al pensiero del gran Capitano non si affacciasse mai per capitale Torino. Che se l'autorità di un tanto uomo avesse mestieri di un po' di rincalzo io ci aggiungerei quella di Ubaldino Peruzzi, il quale ci ammaestrò da Torino non potersi governare la Italia, là dove questo personaggio non si fosse smentito dichiarando potersi governare la Italia da Torino finchè non si conseguisse per capitale Roma; e questo parve contradizione, conciossiachè se non può reggersi la Italia da Torino in modo assoluto, molto meno (anzi la difficoltà cresce) non avendo Roma, o standoci contraria: tuttavia queste che paiono a noi contradizioni, potrebbe darsi, che fossero profondità di consiglio a cui il nostro corto intelletto non arriva.—

Napoleone ai giorni nostri tanto più avrebbe a preferire Roma per capitale d'Italia quanto che adesso con le strade ferrate viene in certo modo diminuito lo spazio se giova; e se non giova si rimette come prima, potendosi in caso di bisogno rompere i ponti, turare botti sotterranee, buttare all'aria carreggiate. Roma quasi naturalmente diventa il nodo delle ferrovie, che dal settentrione mettono capo al mezzogiorno d'Italia, e se soltanto di strade militari Roma antica ne annoverava quindici ora potrebbero occorrendo con molta agevolezza moltiplicarsi non considerando più impedimento nè picchi impervii, nè torrenti indomati.

In questo punto, forse non senza profitto, ricordo come le strade militari di Roma pigliassero tutte le mosse dal pilastro della fontana ove i gladiatori uscendo dal circo andavano a lavarsi le ferite; onde non parrà strano se cotesti sentieri contaminati nel loro principio di sangue schiavo diffuso per feroci diletti servissero poi per portare al mondo la servitù.

Contro la opinione del sommo Capitano havvi (io non lo vo' tacere) quella del Goethe, la quale da noi si potrebbe agevolmente chiarire inane, imperciocchè sebbene egli abbia vaghezza di favellare di tutto, non però ci ne discorra bene del pari, compiacendo a certo talento, ai nostri giorni assai comune, di comparire onniscienti, il quale viene assai promosso dai nuovi metodi d'insegnamento, su di che aprirò un mio concetto, che ho sperimentato vero ed è questo: quanto lo ingegno nostro acquista di estensione altrettanto perde di profondità: ma i modi stessi che il Goethe adopera dimostreranno quanto poco caso abbia a farsi del suo giudizio. Ora ecco le sue parole estratte dal Viaggio in Italia, 25 gennaio 1787. «La terra dove giace l'antica capitale del mondo basta sola a richiamarci al pensiero la qualità della sua fondazione, dacchè subito tu ravvisi come costà siasi fermata una tribù di gente avveniticcia, condotta alla ventura da capi imperiti; il caso non la sapienza menò costà una mano di vagabondi, certo con tutto altro concetto che fondare il centro di vastissimo impero. I più forti tra loro dopo avere costruito in vetta a' colli i palagi pei padroni del mondo lasciarono in balìa degli edificatori avvenire i paludosi canneti delle sponde del Tevere, e delle falde dei colli; così le sette colline non valgono a difendere affatto Roma dal lato della pianura; tuttavolta se a primavera mi venga concesso di visitare più accuratamente mi tratterò con maggiore lunghezza a dimostrarvi la positura pessima della capitale del mondo. Intanto io mi addoloro alla passione delle donne di Alba, le quali, dopo distrutta la gioconda loro città, furono condotte repugnanti a respirare le nebbie del Tevere, fermandosi sopra la povera collina di Cornelio, donde potevano ad ogni momento volgere gli occhi desolati al paradiso ch'elleno avevano perduto.»

Rimpianti antichi e comuni in Italia, dei popoli, i quali tolti dai luoghi montanini furono avviati a vivere vita meno agreste nei piani; così fra noi Toscani Fiesole. Al Goethe poi, giovane allora e vago di venture, il tempo per considerare meglio non sovvenne, e coteste sue parole balestrate a vanvera rimangono piuttosto a detrimento della fama di lui, che pregiudizio a Roma, a cui i colli fecero sempre temuto schermo se consideriamo da qual lato movessero gli assalti al tempo del contestabile di Borbone, e a quello di che ora noi favelliamo. Molti hanno scritto delle grandezze di Roma, e noi stessi più volte secondo ci dettavano meraviglia ed amore; la sua miseria, come succede, vinse la sua grandezza di assai. Il Montaigne afferma che di Roma antica non rimane più il cadavere, anzi nè pure il sepolcro, avendo i suoi nemici seppellito anco quello; Lutero a sua posta la deplora come mucchio infelice di ceneri, le case ora cominciano dove un dì terminavano i tetti, e tante erano le macerie, che ingombravano ai suoi tempi le vie, ch'egli ne accerta averne vedute fino all'altezza di due lance di lanzechenecchi; le volpi durante il giorno appiattate pei ruderi del Palatino vanno nella notte a bere nel Velabro. Ed anco ai tempi che corrono mandre di pecore, di bovi, e di cavalli selvaggi ti avvertono il deserto cingere attorno la città, o piuttosto la natura silvestre: appena varcate le porte ecco dinanzi a voi lo spazio sterminato e mesto; il sole sembra versarvi sopra con la luce la malinconia, e la malaria: di tratto il cane custode dell'armento si avventa sul passeggero che nella sua salvatichezza non distingue dal lupo; il bufalo leva il capo dalle erbe paludose e seguita lungamente il pellegrino attonito che altra orma eccetto la sua si stampi in cotesto deserto; nuvoli di corvi gracidanti pare che ti presagiscano la febbre maligna in pena della tua audacia di avere penetrato nel loro dominio. In mezzo a cotesto lugubre silenzio ti accorgi che la desolazione stessa consumate le grida, e il pianto ora si tace: non più coltura, non più popolo, gli acquedotti sono privi di acqua, le tombe di ceneri. Ci sono i Preti!

E tuttavia scrive Livio con la consueta sua magnificenza: «non senza consiglio gli Dei, e gli uomini scelsero cotesto luogo per porvi Roma; quivi colli saluberrimi la circondano, quivi il fiume destro per trasportare agevolmente dalle spiaggie mediterranee le vittuarie, e i cibi marini; prossimo ha il mare per le sue comodità, non però troppo da temere offesa di armate nemiche: luogo unico insomma per giacitura in mezzo alle terre d'Italia, e per augumento di Roma[1].»

[1] Lib. 5. c. 54.

Ma Livio non presagiva il dominio dei Preti capaci a disfare in tre quanto il Creatore fece in sette giorni con le poderose sue mani: e posto eziandio, che Livio movesse soverchio affetto ella è cosa sicura, che Roma sotto Augusto conteneva quattromilioni di anime, e ai tempi di Vespasiano il suo circuito sommasse a 13,200 passi. Roma aveva are, e sacerdoti, e vittime votive, e messi da parte gli emblemi di forza prepotente a ragione la salutarono ed effigiarono sotto Nerva Roma felice con in mano un timone per chiarire come a lei spettasse il governo del mondo.

Ora giova pel suoi nuovi destini, ch'ella sia così, imperciocchè l'uomo pigli amore alle cose che gli costano fatica, massime se trovi il compenso largo alla opera durata; la quale ragione essendo pari per gli obietti animati ovvero inanimati spiega la causa per la quale i padri tanto si appassionino pei figliuoli. Nè io mi condurrò mai a credere, che la natura ci abbia dichiarato perpetua guerra, però che questo sarebbe contrario al fine della creazione: di vero sebbene da prima più spesso e con maggiore ampiezza, oggi rado, e ristretto la natura agitandosi muta mari in deserti, e viceversa, e monti in valli o valli in monti trasformando orribilmente l'aspetto delle cose, pure gli uomini assai più tenaci delle formiche non isgomentandosi tornarono indefessi al lavoro, ed ora la natura quietata lascia vincersi, ma da mani valorose, ricordando in certa guisa i connubi spartani, dove al marito toccava usare una quasi violenza alla moglie, e ciò perchè accendendosi più veemente l'appetito ne nascevano figliuoli gagliardi a maraviglia e belli.

Dove mai per ricerche ed esempi si dimostrasse che la natura veramente sta in guerra contro l'uomo, con esempi manifesti e non meno copiosi mi rimarrebbe a chiarire come non sia da per tutto così; e nelle parti dov'ella soverchia troppo, l'uomo intontito si rannicchia nella inerzia, mentre all'opposto nelle meno dure cresce di coraggio facendo come alle braccia con la natura, e le fora i monti, le incatena torrenti, mette il morso al mare, le acchiappa il fulmine, e se ne serve da corriere, e ad altre maggiori audacie egli si attenta nè ella se ne cruccia: però non parmi vero, nè utile affermare la necessità della guerra perpetua della natura contro l'uomo, dello spirito contro la materia, della libertà contro la fatalità.

Quello, che io affermo troviamo giusto considerando che nulla impedisce, che Roma possa tornare quale fu prima, e qualche segno ne vediamo anco adesso nel bonificamento delle paludi pontine, e Roma, che cascò fino a non contare dentro i suoi muri oltre sessantamila anime, risorse a stato meno infelice.

Quivi città da popolare, terre a dissodare, culture a instituire, paduli a prosciugare; quivi elementi fruttuosi proposti all'esercizio delle industrie umane: Roma a conquistare; l'antichissima Roma diventò quasi un nuovo mondo aperto alla solerzia degl'Italiani; l'acquisto di terra agevole, ferace per lungo riposo, le opere da condurre, premio corrispondente alla fatica somministrano altrettante cause per desiderare di possederla, e posseduta tenerla per ogni verso accettissima.

Non importa, che Roma torni alla immane grandezza dei tempi di Augusto, e tuttavia bisognerà pure che cresca oltre quello che adesso è, per la quale cosa giova, che ella abbia luoghi vuoti di abitatori e desideri riempirli, e maggiormente diventerà scema per lo spulezzare di tanti scarafaggi forestieri usi a comparire dove si fa pattume, ed a scomparire dove il pattume si rinetta. Le varie parti d'Italia forniranno il proprio contingente di nuovi incoli che alla nuova dimora porranno amore pure ritenendo l'affetto per l'antica, donde certamente hanno da scaturire due beni, che Roma diventerà capitale di tutti, e di nessuno esclusivamente; Panteon delle rappresentanze dei diversi popoli italiani; stretta con vincoli quasi di parentezza con tutte le città italiche; l'altro, che i vari Municipi parranno come confusi in lei: nè dinanzi a Roma alcuno sentirà rimuginarsi dentro l'uzzolo di primeggiare; e cesserà una volta per sempre ciò che torna in supremo fastidio adesso, voglio dire che dove tu freghi di un'attimo le improntitudini municipali di Torino ti bandiscano la croce addosso come uomo insoffribile per misero ed eccessivo furore di campanile.

Che se la politica, e la economia indicano Roma capitale d'Italia, ragioni di etica ci sospingono gli spiriti italiani. Che importano libri costà? Lì ti parlano le ruine, e i sassi, e t'imprimono solenni insegnamenti. Odi Lutero; quando ei prima la vide racconta, che cadde sopra le ginocchia, e levate le mani al cielo esclamò: «Salute Roma, o la santa, o la consacrata dal sangue dei martiri… e pure adesso tu sei cadavere, mucchio di cenere.»

L'altro tedesco, cui reputò bello convertire la sua musa di fuoco in istatua di marmo, Pigmalione alla rovescia il quale rapiva il fuoco celeste per animare la sua creatura di marmo, il Goethe scriveva di Roma: «altrove ti è mestieri cercare, qui la copia ti opprime: ad ogni passo ti occorre o palazzo, o giardino, od arco di trionfo, o intercolonio, o ruina, o casuccia, o presepio così fitto che tu potresti disegnare ogni cosa sopra il medesimo pezzetto di carta. A che serve una penna? Qui bisognerebbe possedere mille stili, e non pertanto ti sentiresti vinto ogni giorno dalla sorpresa, dall'ammirazione, non meno che dallo spossamento.—Contemplando questa città che dura da oltre venticinque secoli tante volte, e così pienamente trasmutata di forma e d'indole, e che nondimanco sta sempre sopra la medesima terra e spesso co' medesimi chiodi, e co' medesimi arpioni, talora crediamo assistere al gran consiglio del destino, e partecipare ai suoi eterni decreti.—Roma è scuola solenne, dove ogni dì t'ispira troppe più cose, che tu non puoi con parole significare; e sarebbe spediente dimorarci per secoli chiusi dentro silenzio pitagorico[1].»

[1] Goëthe, Viaggio in Italia. 2. Parte.

E l'arduo Byron, il re dei poeti dell'anima, allo aspetto di Roma mandava fuori questi nobili concetti: «O Roma! O Patria mia! O città dell'anima! Gli orfani del cuore devono volgersi a te madre solitaria d'imperi estinti! Essi impareranno da te a comprimersi in petto i loro affanni meschini. Che sono di faccia ai tuoi i nostri patimenti, e i nostri dolori? Venite a vedere i cipressi, a udire i cuculi, ad aprirvi una viottola su gli sfasciumi dei troni, e dei tempii voi di cui le angoscie sono sciagure di un giorno… ecco un mondo fragile sotto i nostri piedi quanto la nostra creta[1].

[1] Canto IV del Pellegrinaggio del Fanciullo Aroldo.

Roma dalle: «Antiche mura, che ancor teme, ed ama «E trema il mondo quando si ricorda «Del tempo andato e indietro si rivolve»[1]

[1] Petrarca.

Affermano Roma avesse tre nomi uno sacerdotale ed era Flora o Anthusa, l'altro civile, che fu Roma, il terzo misterioso Amor. Quanto a me credo di ciò sia niente e l'Amor nascesse da leggere alla rovescia il nome Roma; chè se mai avessimo a reputare vera la leggenda questo noi impareremmo di più, che ammonita fino dai suoi primordi ad amare trasgredì perpetuamente al precetto, donde le venne quel fascio di miseria, che sbigottisce i suoi stessi nemici, e tuttavia dura; imperciocchè nè senno astuto, nè prodezza di braccio valgano dove manchi amore.—Non può accertarsi, pure è da credersi, che la umanità ti ami quando le rompi con l'ariete i muri di casa per farci penetrare la luce, e certo poi ti esalterà se le apporterai un tanto benefizio per virtù di persuasione, e la tua potenza poggerà sopra saldi fondamenti; ma il dì che inebbriato della scienza, o della forza farai sentire agli uomini che tu mutasti loro la soma non la servitù, quel dì avrai pronunziato la tua sentenza di morte; immaginando incatenare altrui ti accorgerai avere incatenato te stesso; nel porre agli altri un limite te diffinisti; e le cose finite sono destinate a perire. Roma imperiale è morta, e nonostante le jattanze dei preti le tiene dietro Roma sacerdotale. Il Vaticano in breve starà di contro al Campidoglio come sovente occorrono nei tempii cattolici un sepolcro dirimpetto all'altro; la Roma nuova ha da meritarsi lo emblema, che ho detto vedersi nella medaglia coniata in suo onore ai tempi di Nerva, col timone nelle mani, quasi preposta a guida del mondo; imperciocchè fosse antico instituto di lei dare la nozione del diritto ai popoli jura gentium; e le sue leggi meritamente si chiamassero la ragione scritta, onde come i ruderi delle fabbriche romane ti occorrono per tutta la terra conosciuta, i frantumi dei sapienti responsi dei suoi giureconsulti tu trovi in ogni codice di popolo civile; nè questo, io penso, deva riputarsi vanitosa prosunzione, però che posto ritornasse in fiore un senato romano il quale stesse a pari dello antico invece di ricorrere all'arbitrato di qualche principe divenuto savio più che per altro per anni, e per isventure lice credere, che volessero preferirgli un consesso di uomini per forte volere temperanti.

Roma di tutto ti si farà maestra, nè con parole inani, tristo retaggio del secolo tabella, bensì con esempi gagliardi i quali solo possono rimettere i nervi a queste nostre generazioni sfatte. Sì tu apprenderai a che meni lo screzio tra patrizi, e plebei, e come sia più prudente invece di partecipare a questi i privilegi dei primi, torre via le disuguaglianze non solo al cospetto della legge bensì per quanto fie possibile nelle sostanze mercè gli ordini della buona economia, negl'intelletti in grazia della diligente educazione.—Roma t'insegna come gli stati precipitino quando una classe dei cittadini accaparrati per sè gli utili, e il seguito che vengono dai pubblici offici ne pretenda escluse le altre, e i governi diventino consorterie ingiuste sempre per necessità ingiuriose, provocataci, e superbe le quali contese se finiscano con certa maniera di empiastri dove veruna delle parti rimanga soddisfatta è male, e se per tumulti dove scapitino tutte è peggio: guai se mettano capo agli esilii, alle carceri, e al sangue. I Gracchi, come avvertiva il Mirabeau, morendo gittano all'aria un pugno di polvere insanguinata, e da cotesta terra nasce Mario. Mario suscita Silla, quindi a breve Tiberio erede della Repubblica strangolata; poi i Barbari giù dalle Alpi a mo' di Lupi accorrenti all'odore del sangue.

Quivi Stolone ti si conficca nella mente immagine perenne del plebeo povero abbaiatore dei ricchi, che fa mettere la legge, veruno cittadino si attenti acquistare oltre i cinquecento jugeri di terreno: raccolta poi buona quantità di pecunia ei ne compra mille; nè per onestare la cosa gli giova metterne cinquecento in testa del figliuolo, che posto in accusa da Popilio Lena con la sua medesima legge è condannato.

Roma per norma al popolo nostro di costume veramente civile, onde come a pietra di paragone ci provi i suoi uomini, ti addita un Marco Rutilio Censorino, il quale eletto per la seconda volta censore raduna il popolo e lo ripiglia severamente perchè con siffatta elezione prolungasse la durata di un ufficio, che i padri ordinarono breve come quello, che conferiva soverchio seguito; un Fabio Massimo cinque volte consolo, ponendo mente il padre, l'avo, e il bisavo avere tenuto il medesimo maestrato, arringare il popolo per dissuaderlo a eleggere il suo figliuolo, non già per manco di virtù, che in lui concorrevano copiosissime, bensì perchè fosse di esempio pessimo il continuato imperio nella medesima famiglia; uno Scipione Affricano, che contrasta al popolo la facoltà d'inalzargli statue, e decretargli qualunque onore o mercede perchè combattendo i nemici della Patria egli compiva il debito di cittadino, e non altro.

Colà in Roma apprenderai il cittadino armato non estimarsi nè essere tenuto da più degli altri, anzi o meno, o da guardarsi maggiormente come quello, che può riuscire da vantaggio pernicioso alla repubblica; anteponendosi a buon dritto Licurgo, Solone, Numa e simili a Temistocle, ed a Cammillo però che questi con le armi tutelassero la Patria una volta sola, mentre gli altri con le leggi provvidero alla prosperità, e sicurezza futura di quella: nè ciò per sentenza del solo Cicerone, bensì degli stessi imperatori Leone ed Antemio, e consegnata nelle leggi dove si trova scritto, «che non solo quelli i quali sono armati di corazza, di scudi, e di brandi militano per lo impero, ma i giurisperiti altresì; militano coloro, che fidati nel glorioso dono della eloquenza difendono le speranze, la vita e la posterità dei cittadini[1]»

[1] Lex. 14. Cod: de Adv: diversorum Judiciorum.

Le armi cedevano alla toga; e se taluno si attentava affermare in mezzo allo strepito dei ferri non farsi sentire la voce delle leggi questo soldato era Mario, che poi ruppe ogni legge. In Roma Postumio Tuberto, Manlio Torquato consoli dannano a morte i propri figliuoli perchè malgrado il divieto loro avessero assalito e vinto i nemici. E se Papirio dittatore dopo avere condannato alle verghe Fabio Rulliano, che senza ordine del dittatore combatte e rompe i Sanniti, gli rimette la pena ciò fa annuendo alle preghiere del popolo romano, e dei tribuni suoi mossi a compassione del padre di Fabio già dittatore, tre volte consolo, e salvatore di Roma; con questi, e tali altri esempi si mantenne la disciplina costà, e vi sarebbe comparsa, come veramente ella è, immane cosa, che un soldato avesse ardito, come testè accadde a Torino, presentatosi in Parlamento vantarsi avere trasgredito la legge; mostruoso fatto da invertire ogni ordine della Repubblica, che l'Assemblea lo lodasse, ruina espressa della Libertà poi se con guiderdone siccome benemerito lo avessero proseguito.—Più tardi la Repubblica rimase contristata da simili esempi, ma allora i soldati non obbedivano più la legge bensì l'uomo, non cittadini, bensì gladiatori, infesti per fermo alla Libertà, non però meno esiziali al tiranno, che vie vie ammazzano mettendone il trono allo incanto.

A Roma imparerai come nelle guerre civili il Capitano non pigliasse titolo d'imperatore, nè vincendo gli rendessero grazie per decreto, nè egli ardisse menare l'ovazione, molto meno il trionfo. C. Antonio, spenti Catilina ed i compagni suoi, ordina ai soldati lavino le spade, e si purifichino innanzi di entrare nel campo; e non, che altri Mario, e Silla t'insegneranno a Roma come le vittorie su i cittadini sieno eventi luttuosi da consacrarsi agli Dei infernali, quegli fuggendo dai tempii, e dagli altari, questi omettendo le immagini delle città vinte nelle guerre civili quando menò il trionfo. A Torino sì esulta quando si vince non già Catilina, bensì Garibaldi, non avversi ma amici, e si largheggia a danaro, e si promuove a gradi superiori…. Andiamo a Roma; che esempi di temperanza civile, e di grandezza italiana non ci può dare Torino.

A Roma cotesti sassi, la terra stessa ti diranno con quali arti si crei un popolo grande, e creato si mantenga; essi ti rammenteranno come il Senato romano dopo la disfatta di Canne per nulla sbigottito inviasse soccorsi nella Spagna; ed esposto allo incanto il terreno occupato dal campo cartaginese, mentre il nemico instava minaccioso a porta Capena, non pure lo vendono, ma sì no cavano il maggiore prezzo delle garose licitazioni: lì imparerai come coteste anime non meno eccelse, che sapienti, invece di empire il mondo con la confessione della propria fiacchezza reputano più disutile vincere co' soccorsi stranieri, che dannoso perdere in sè solo fidati quando in procinto di rompere la guerra a Pirro udirono come i Cartaginesi spedissero in ausilio di loro cento venti navi mandarono un legato per licenziarle, però che essi costumassero imprendere le guerre, che si sentivano capaci a sostenere senza bisogno di soccorsi; altrui. Oggi un Ministro della Guerra a Torino bandisce al mondo, che la Italia con quattrocentotrentamila uomini (non mai i Romani ne adunarono tanti!) nulla può senza il soccorso di Francia. Andiamo a Roma che maestra di grandezza non ci può essere Torino.

Anco altrove, che che calunniando la umanità si attenti sostenere la empia setta la quale nega in altrui la virtù, ch'è morte alla tristezza sua, anco altrove, massime a Firenze, puoi conoscere quanto sagrifizio in pro della Patria sappiano fare i popoli accesi nel santissimo amore che lei; ma in Roma questa virtù diventa febbre. I Deci padre, e figliuolo si profferiscono vittime volontarie alla salute di Roma; e lasciando del sangue se favelliamo di averi, che chiamano secondo sangue, e a troppi troppo più caro del primo, nota, nella seconda guerra punica gli universi cittadini chiesero, remossa ogni causa di esenzione, essere accettati a pagare il tributo, le donne dettero gli ornamenti muliebri ed i fanciulli, non potendo altro, le insegne della loro ingenuità la bolla e la pretesta; nè cavaliere, nè centurione domandò il saldo durante la guerra: i padroni dei servi affrancati da Sempronio Gracco a Benevento ne ricusarono il prezzo. Che più? Gli appaltatori delle feste religiose informati come per penuria di pecunia pubblica il Senato stesse per sospenderle, si proffersero continuarle a proprie spese col patto, che al termine della guerra ne sarebbero soddisfatti; ed anco a cotesti tempi per mercadanti parve avessero toccato le colonne di Ercole della liberalità.

Nè altrove come a Roma tu avrai esempi del modo col quale la uguaglianza civile con tutte le potenze dell'animo si prosegua, e del modo feroce onde si punisce chi la insidia. Genuzio Cepione pretore mentre esce da una porta percosso da non so quale prodigio consulta gli auguri, che lo chiariscono lui destinare i fati a re di Roma ove mai ci ritornasse: da tanta scelleraggine aborrendo ci si condanna a perpetuo esilio. I Romani in memoria del fatto ed in laude dell'uomo su cotesta porta ponevano la sua immagine condotta in bronzo; però la porta ebbe nome di Raudusculana, chè in antico il bronzo si chiamava raudera.—Spurio Cassio Vescellino sendo tribuno della plebe propone primo la legge agraria per gratificarsi il popolo nel pravo intento di assoggettarselo poi. Cessato lo ufficio il padre Cassio convoca il consiglio di famiglia di parenti, e di amici, e lui accusa e convince d'insidia alla libertà della Patria; da tutti dannato ordina il padre si uccida con le verghe; il suo peculio consacra a Cerere; e Plinio ricorda avere veduto ai suoi tempi il simulacro di Cerere fatto col danaro di Spurio Cassio[1]. Bruto ammazza Cesare senz'altro rito, che con ventitrè pugnalate. Questi i tiranni pallidi di paura urlano essere atti feroci, e meritamente; costoro fanno il loro mestiere; ed è ragione, che lo ripetano a coro i complici della tirannide. Diversi noi, consideriamo che pigliare un giudice e mutatolo in mannaia mozzartene il capo, ovvero la legge e convertitala in corda stringertene il collo, o i figli del popolo ed avventarli soldateschi mastini alla gola del popolo, troppo più rimescola sottosopra il consorzio civile che non il pugnale immerso nel cuore al tiranno. Rotta, che sia una volta la legge sottentra la violenza, per la quale cosa non si conosce con che diritto si presuma che altri ti faccia la guerra a modo tuo, e non in quello, che altri giudica per ottenere su di te vittoria facile e intera. Strana cosa! Un dì altari inalzaronsi ai trucidatori dei tiranni, e si ebbero il pregio di eroi, e di semidei; andarono lungamente celebrati nei peana argivi Pelopida, Timoleone, Trasibulo, Armodio e Aristogitone e simili: oggi, se antichi riverisconsi, e nelle scuole rammentatisi modello alle giovani menti, se moderni si dannano agli Dei infernali. Che gl'imperatori moltiplichino affannosi i delitti di lesa maestà, e affermino capitale delitto il negato saluto alla propria immagine provandolo poi a suono di scure, bene sta; e' sì arrabattano a fare il loro mestiere, ed anco s'intende che per paura rabbiosi, o per cupidità convulsi lo vadano ripetendo i satelliti che tengono dintorno, e da loro ricavano infamia, pane, e ardire; ma che altresì lo bandiscano uomini che presumono avere a cuore la Libertà non s'intende, molto più che così non la intendeva nè anco Marco Aurelio imperatore, il quale consegnando la spada emblema della sua carica al Prefetto del palazzo gli diceva: «piglia questa e se impero retto difendimi, se iniquo uccidimi.»

[1] «Romae simulacrum ex aere factum Cereri primum reperio ex peculio Sp. Cassio quem regnum affectantem pater ejus interemerat.» PLIN. lib. 3 4. Cap. 4.

Roma con le sue rovine ti ammaestra che pari fato attende quel popolo il quale recandosi a tedio il lavoro stende le mani alla elemosina dei cittadini, e più funesto assai ai doni dei re. La dovizia lasciata dal re Attalo al popolo romano fu proprio la camicia di Nesso, ond'ei rimase incenerito. Benefattore della umanità è quegli, che appresta lavoro alle mani, e scienza allo intelletto del popolo: ricordi sempre costui come quando il cozzone intende saltare sopra le groppe del puledro gli presenta blando nel cavo della palma la biada, e Cesare mentre con le larghezze del suo testamento pare liberale al popolo romano porge la cima della catena di cui lo ha avvinto al successore Ottaviano: il popolo corrotto la celebrò bontà di amico, e fu libidine di tiranno che nè anco per morte si attuta.

Nella città eterna imparerai a parlare come Aulo Cesellio il quale interrogato che mai gli desse balìa a riprendere acerbo come faceva le iniquità dei Cesariani rispose: i molti anni, ed i punti figliuoli; ovvero come Marco Castricio, il quale negava gli ostaggi commessi alla sua fede a Cneo Carbone, ed a costui, che presumeva atterrirlo con le parole: «bada ch'io ho molte armi;» egli mansueto diceva: «ed io molti anni.» Ed anco piglierai norma di onesto e forte vivere da quel Caio Blosio amico di Tiberio Gracco e della sua fama, non già della sua fortuna, che interrogato da Lelio per ordine dei Senatori a fine, che esecrando il male condotto amico con le nuove parole si procurasse perdono della colpa antica ei repugnò come da azione abominevole; e quante volte gli domandavano: «ma se Gracco ti avesse ingiunto di sovvertire il tempio di Giove l'avresti tu fatto? E se Gracco ti avesse comandato di appiccare le fiamme a Roma l'avresti tu arsa?» Ed altri cosiffatti vituperii, tante ei rispose: «Tiberio Gracco non era capace di ordinare scelleraggini.» Aborrendo lo inclito uomo menomare la reverenza alla memoria dello amico anco con silenzio onesto, o con prudente sermone:—-imparerai, cosa anco più difficile, a tacere, nè di questa qualità fondamento oltre la comune aspettativa di ogni virtù cittadina ti fornirà esempio solo M. Perpenna legato a Genzio re degl'Illirici, il quale stretto con blandizie, e con terrori a rivelargli i segreti del Senato accostò il dito indice alla fiammella della lucerna che gli stava dinanzi, e ce lo tenne fermo finchè non lo ebbe tutto arso, dimostrandogli in quella guisa, che i tormenti non valevano sopra di lui; delle carezze non importava dire; gli esempi ti verranno altresì dalle donne come sarebbe Porcia, la nobile consorte di M. Bruto, che cela, e tace la ferita, che si è fatta per chiarire il marito se si sentisse bastevole a tenere il segreto intorno ai disegni, ch'egli agitava nella mente;—e non pure da matrone, bensì dalle femmine, che il mondo cerca e disprezza, registrando le storie il memorabile fatto di Epicari cortigiana, la quale per non essere sforzata dai tormenti a rivelare la congiura contro Nerone con le proprie mani accosciatasi giù in ginocchioni si strangolava. Sopra tutto Roma t'insegnerà a morire, più della vita rendendoti desiderabili le cause del vivere; di Catone si tace, e di Arria maestra di generosa morte al marito, e di Porcia, che impedita a troncare il vivere suo co' mezzi ordinari non rifugge uccidersi trangugiando carboni ardenti, e di Sempronia la sorella dei Gracchi, che invano spaventata dal popolo, e dal senato furenti nega il bacio ad Equizio supposto figliuolo di Tiberio, perchè il decoro della famiglia con la turpe agnazione non si vituperasse; giovi ricordare Quinto Metello Scipione suocero di Pompeo magno, che, ruinate le fortune del genero mentre naviga nella Spagna, vista assalita e presa la nave dai Cesariani si ritira a poppa e quivi si ferisce a morte, donde, sentendo i nemici domandare ansiosi: «dov'è Scipione?» rispondeva: «Scipione sta bene, e vi saluta.» Indi a breve moriva.—E moriva Trasea Peto, ed altro non potendo, col sangue grondante dalle aperte vene propinava a Giove liberatore.

Qua in Roma studia la faccia multiforme della tirannide, onde altra mai non possa più abbindolarti, e di ora in poi capitandotene in mano qualcheduna delle nuove tu possa, dopo brancicatola alquanto, dire: «il vivagno v'è ricucito di fresco, ma il panno è antico.»

Augusto rappresenta la tirannide che s'instilla nel popolo come raggio di sole blando, e inevitabile; le dà sembianza di legge, l'orna con lo splendore delle lettere, la rende gioconda di agiatezza e di comodi; trova Roma di mattoni la lascia di marmo; ed anco ai dì nostri la tirannide, giusta il detto della Scrittura, s'industria ingrassarti il cuore, onde non ci entri, o ci esca senso di dignità. Finchè non si recarono a tedio i lari pudibondi, e lo studio della spola e dell'ago crebbe la gloria delle donne latine che partorirono gli Scipioni, e i Gracchi; adesso predicano il lusso necessità degli umani consorzi, e piglia la più pericolosa di tutte le facce, quella della scienza, con inane consiglio, a parere mio, dacchè solo, che tu distingua se le ampliate comodità si affanno ai bisogni veri della vita procurando più ferma salute, o giorni meno duri, e tu accettale in casa come ospiti amiche; se poi per assillare il genio vanitoso delle femmine, o la obliqua irrequietudine dei figli, o la tua stessa superbia chiudi loro la porta in faccia; meglio sarebbe tu l'aprissi alla volpe. Bada, il tiranno prima ti empie di vanità, e poi ti compra.—Tiberio rappresenta la tirannide che penetra nelle carni del popolo con gli artigli dell'uccello di rapina, odiato odia, e perchè lo desiderino egli attende a lasciarsi successore un'uomo di cui le atrocità valgano a fare dimenticare le sue, e vi riesce; però che egli fosse tiranno astuto, Caligola matto, Claudio imbecille, Nerone, Caracalla, Costantino immani, e parricidi; Galba e Vespasiano rappresentano la tirannide avara, Vitellio la tirannide da taverna, Massimino la briaca, Tito la ippocrita, Domiziano la bestiale, Procolo ed Eliogabalo la infame di laidezze supreme; insomma lì come in un Museo puoi studiare ogni maniera di tirannide, conoscerne le qualità, l'indole, i modi aperti, e segreti, diritti, od obliqui di tribolare la gente, e farne suo pro. Dopo la notizia della Libertà per amarla e praticarla veruna torna più utile quanto quella della Tirannide per evitarla ed aborrirla, perocchè questa sia quasi il rovescio di quella; così nella maniera stessa, e per lo medesime ragioni dopo considerato le facultà dell'anima umana fino a quale stupenda estensione si possano esercitare nel bene giova vedere del pari a qual punto estremo giungano nel male.—Costà i ladri non s'infingono, aperti rubano e la rapina ostentano; chiamansi Mummio o Verre, che quegli la Grecia, e questi Sicilia scorticarono come vittime sagrificate alla loro insaziabile avarizia. Caligola va franco alla volta di Giove, e gli strappa la barba e il manto di oro affermando che gli Dei non portano barba, nè patiscono freddo; mentre ora non si ardisce riprendere non già ai Numi, ma ai preti la male acquistata sostanza; in sembianza compunta, atteggiati a confiteor ecco si accostano di scancio all'altare, ci si inginocchiano davanti, e quando il proto attendo a leggere in cornu epistolæ il vangelo di San Giovanni acciuffano le candele, e soffiatoci su se le rimpiattano in tasca: poi chiotti chiotti tentano svignarsela, imbecilli! gli rivela ladri il puzzo di moccolaia che mandano i mozziconi rubati. Il popolo, che ripiglia il suo non ha bisogno di lavarsi le mani dentro l'acqua benedetta.

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