PARTE TERZA (continued 4)
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Le sortite e gli agguati in guerra per ordinario, o non finiscono a bene, o tornano in capo a cui le ammannì, e Omero ab antiquo mette innanzi così nel coraggio come nella gloria il guerriero che aspetta celato, e di piè fermo il nemico, all'altro, il quale salta su con la lancia in pugno a zuffa manifesta; per condurre le sorprese a buon termine si richiedono mente serena, cuore inconcusso, e vigilanza mirabile; e cosa strana a considerarsi è questa, che forse gli uomini preposti alla sortita, ovvero allo agguato presi da solo a solo le qualità descritte posseggono anco in copia, uniti insieme ne mancano, dimostrando che le passioni superano nel contagio la stessa morìa. L'annotatore all'Hoffstetter volendo per via di esempio chiarire come un nonnulla mandi a monte siffatte imprese riporta il caso degli Oddi entrati notte tempo in Perugia per cacciare i Baglioni, i quali omai occupavano la città e solo rimaneva loro spezzare la catena della via che sbocca alla piazza, quando colui che doveva romperne i serrami, stretto dalla turba sorvegnente, mal potendo levare le braccia per menare la mazza ferrata esclamò: «fatevi indietro!» La quale parola propagandosi di grado in grado valse a impaurire gli ultimi; gli altri del costoro spavento atterrironsi, sicchè con grandissima furia si ruppero. Questo narra il Macchiavelli; questo altro più notabile assai riferisce Teofilatte Simocatta. Gli Avari invasa la Tracia avevano messo le tende vicino al monte Emo; di ciò avvertiti i Romani, su i quali imperava allora Maurizio, nello intento di sorprenderli ed opprimerli notte tempo si ficcano per certa forra angustissima camminando in due colonne con i bagagli nel mezzo; all'improvviso incespica e casca un somiero di cui il conduttore essendo andato innanzi, i sorvegnenti impediti nel cammino lo richiamano per rimettere in piedi la bestia gridando: «retorna, retorna fratre.» Queste parole passando di bocca in bocca fecero supporre, che trovato il nemico all'erta fosse mestieri ritirarsi: i più paurosi subito sbandaronsi, e gli altri, scomposti gli ordini, si trovarono costretti a seguitarli nella fuga. Agevole moltiplicare gli esempi, bastino questi per dimostrare come gli orditi con lungo studio dalla sapienza, la fortuna sovente in un attimo disperda al vento.
Troppo mi ha proceduto infesto nel suo libro dei Bersaglieri Emilio Dandolo perchè io trascuri di ricordare com'egli dolente per la riportata ferita, e più pel lacrimabile caso del suo fratello, non potesse rimanersi all'ospedale in cotesta occasione; volle andare co' compagni, onde fra la fatica durata, e il turbamento dell'animo gli si inacerbì la piaga non poco. A me piace la vendetta, e così mi vendico, dolente di non possedere maggiore ala d'ingegno per onorare conforme ai meriti il giovane egregio.
La legione italiana rinvenuta alquanto dalla turpe battisoffiola, non poteva darsi pace; le sembrava, e veramente si era coperta d'ignominia: per ultimo deputava messi al Generale supplicandolo le concedesse lavarla avventandola a qualunque più arrisicato assalto; gli udì il Garibaldi con gli occhi fitti a terra senza nè un motto nè un gesto, poi li licenziò con la mano, e parve non volesse rimoversi per istanza nonchè degli indifferenti degli amicissimi suoi: verso sera piegò l'ardua mente; stessero apparecchiati, li proverebbe domani.
Però mentre il prode uomo mulinava il modo di picchiar forte il nemico accadde un'avvisaglia inopinata, la quale ci fu e per morti, e per altre sequele oltre modo funesta. Stavano il colonnello del Genio Amedei e i marraioli suoi lavorando il contrapproccio alla villa Corsini, e i Francesi lo andavano molestando con piccoli manipoli, sicchè egli per levarsi cotesto pruno dagli occhi ordinava al maggiore Panizzi, che lo rimbeccasse nelle regole: questi o trasportato dal proprio ardore, o tratto dallo impeto dei soldati muove col battaglione intero contro lo approccio nemico serrato in colonna: ne nacque una orribile mischia, nè il moschetto, nè la baionetta valevano, così erano venuti a corpo a corpo, ma i Francesi dettero indietro per adoperare le armi: ai nostri facevano difetto le munizioni; non per questo essi stornarono, somministrò nuove armi il furore, e i Francesi maravigliati si sentirono percossi da una sassaiola, che ridusse parecchi al lumicino. Dei nostri morì, e fu pietà, il buon Panizzi romagnolo, soldato vecchio, che aveva militato in Ispagna, e di fresco in Affrica co' Francesi; il giorno innanzi era stato promosso maggiore: tre palle nel petto lo freddarono, cadde nelle trincee nemiche, ma i suoi non consentendo lasciare il suo corpo prigioniero, tornarono allo assalto per riscattarlo: erano quindici, tutti sangue romagnolo; soli sei ne rimasero illesi: non importa, questi sei portarono seco il cadavere del diletto maggiore; il Fanti di Ferrara antico soldato del regno italico offeso nel braccio destro, ne sofferse il taglio con mirabile pazienza, e guariva, ma tanto lo strinse il dolore per la entrata dei Francesi a Roma, che di passione morì. Il Poggi da Imola soldato, a cui recisero il braccio sinistro, tagliato che l'ebbero se lo recò nella destra e guardandolo alquanto uscì fuori con queste parole: «mandatelo in Francia, e dacchè costà hanno fame di carne umana i Francesi se lo mangino.» Quaranta furono dei nostri morti o feriti. Il Garibaldi corrucciatosi per cotesta sconsigliata fazione, se la prese coll'Amedei, e a torto; lo mandò in castello e pretendeva sottoporlo a giudizio militare; se ne astenne meglio consigliato, ma da quel dì in poi fra il corpo del Genio, e lo stato maggiore del Garibaldi non corse più buon sangue, massime ch'egli surrogava al colonnello Amedei il maggiore Romiti; da ciò ne avvenne che si disfacessero i trinceramenti alle gole dei Bastioni, preparando in questa guisa facile l'accesso al nemico, e a noi togliendo l'abilità di difendere le breccie; la casa Savorelli non si volle atterrare, nè fabbricarci il ridotto come avevano divisato gli ufficiali del Genio, capace se non a preservare dalla caduta Roma, almeno a ritardarla.
In questa giunsero parlamentari[1] dal campo nemico, e si dovevano respingere, perchè le sono spie, e gli armistizi si chiedono dal nemico perchè ha bisogno di tempo per nocerti meglio; portavano lettere pel Generale dello esercito, per quello della Guardia nazionale, pel presidente della Assemblea, pei Triumviri, proclami pel popolo, e come se tutto questo fosse poco, inviti al Cernuschi, e al Lombard di recarsi al campo: sonavano tutte le carte lo stesso sermone; essere venuti a sostenere la libertà del Papa, e poi a sostenere quella del popolo, li lasciassero entrare e si troverebbero contenti: caso mai resistessero, guai! con sette Batterie allora allora messe in punto gli fulminerebbe.» Risposero per le rime: non si accettano le prepotenze, si sopportano dopo gli estremi sforzi per repulsarle: degne le parole di tutti, degnissime queste del Generale Rosselli: «considerando che vi è uno stato di vita per gli uomini peggiore, che morte, se la guerra, che ci fate arrivasse a porci in questo stato, meglio sarà chiudere per sempre gli occhi alla luce, che vedere le interminabili oppressioni, e miseria della nostra Patria.» Il Cernuschi e il Lombard andarono in campo dove udirono proporsi una maniera di rappresentanza scenica mercè la quale aveva a stabilirsi, che dopo aperta la breccia, e salvo a questo modo l'onore soldatesco Roma si arrendesse: risposero, che i popoli si ammazzano col ridicolo, ma caduti nel sangue risorgono. Accettabili simili temperamenti pei Francesi, per gl'Italiani contennendi, e abominati. Dopo l'Oudinot tentava nuovo assalto di viltà il Corcelles, gli rispose il Mazzini, e fece male; con nessuno valsero mai ragioni, e meno che con altri co' Francesi quando si sentono in dieci contro uno.
[1] V. Grassi Dizionario militare a questa voce.
Cessate le frodi ritornano le violenze: già i Francesi stavano presso un sessanta passi ai Bastioni primo e secondo, le Batterie per abbattere il Vascello, e le case circostanti erano compite; trentacinque cannoni, e più gli altri, che come avvertimmo, fornì il Re di Napoli si trovavano in punto di fulminare le mura; nè basta, anco i mortai in procinto d'incominciare il fiero lavoro, che di vero incominciò e terribile; nè si creda, che i Francesi rispettassero gli Ospedali, o i Musei; venivano giù le palle senza misericordia; forse un giorno i Francesi diventeranno civili, per ora si contentano dirlo. Le mura di Roma non potevano resistere, sarebbe stato buona provvidenza terrapienarle, ma non lo fecero, sicchè ruinavano, scheggiavansi, e i frantumi schizzanti provavano i nostri più dannosi delle palle; essi però non si sgomentavano, e quando vedevano le bombe precipitare urlavano: «ecco Pio IX!» Appena cadute con temerità piuttostochè con audacia saltavano loro addosso, e ne staccavano la spoletta, o la troncavano portandole con grande allegrezza al Garibaldi, il quale le pagava uno scudo l'una, sicchè, per questo modo, veniva al difetto delle munizioni a sopperirsi con quelle tolte al nemico. Anco allo stesso Garibaldi accadde, che mentre visitava le difese una bomba gli cadesse forse dieci passi distante, fuggirono tutti, egli rimase imperturbato e solo; per ventura scoppiando lo coperse di terra senza fargli altro male; allora gli si strinsero tutti alla vita gridando con immenso entusiasmo: «viva Garibaldi!»
In quei giorni il capitano Castelnau recatisi a bordo del Magellano buona quantità di soldati si recava a sobbissare la fonderia di Porto Anzo, la quale cosa gli venne molto agevolmente conseguita; sovvertì le fabbriche, ed inchiodò i cannoni; fatto questo, ripartiva per Civitavecchia portando seco ottocento palle di vario calibro, e novemila libbre di mitraglia; ed anco questo stroppio accadde per imprevidenza, dacchè ogni qualunque soldato comecchè mediocremente esperto avrebbe avvertito di tenere le polveriere, gli arsenali, i magazzini insomma delle cose necessarie alla guerra in parte dove il nemico non potesse agguantarle con subita scorreria.
La procella del fuoco, e del ferro imperversa più furiosa che mai, ad onestare la barbarie i Francesi penseranno più tardi, e poi facile impresa è per loro perpetuamente mentire; muoiono combattenti, muoiono non combattenti, cittadini inermi, vecchi, donne, e fanciulli; il tempio della Fortuna virile è manomesso, guasto il dipinto dell'Aurora di Guido Reni, e gli altri del Pinturicchio, e del Domenichino. I nostri quanto potevano facevano; anzi sopra le altre preclara l'opera degli artiglieri, i quali non mai domandavano sollievo non che sollazzo; tranquilli, taciturni surrogavansi a vicenda, i vivi venivano a riempire i vuoti, che lasciavano i morti senza osservazione, o lamento. I nostri ingegneri nel presagio che la prima cinta sarebbe superata intendevano compirne un'altra, e ci posero mano, ma anch'essa non fu condotta a termine, per mancanza di braccia, però che i soldati del Garibaldi non potessero sopperire a tutto, e il governo non provvide che 700, ovvero 800 uomini al dì, non bastevoli all'uopo; forse non era sua la colpa; facile sempre la censura, ed i Governi, comecchè solertissimi, nel tumulto degli eventi, e nella perturbazione dell'animo provvedere a tutto non possono; chi sta su la fossa piagne il morto: di ciò parleremo anco altrove.—Certo buona volontà non mancava, e i cittadini solo, che fossero stati chiamati, non sarebbero rimasti sordi allo appello, però che fosse mestieri piuttosto cacciarli, che spronarli, ed in fatti un giovanotto essendo stato respinto dalla trincea perchè troppo piccolo, se ne tapinava esclamando: «o che forse il Generale è grande!»
Questo è il combattimento, che accadde al ponte Molle. I Romani temendo sorpresa, e danno dal lato dei monti Parioli attesero ad allungarsi sopra queste colline; scontratisi col nemico ne successero molte e varie avvisaglie di cui fu il fine, che i nostri snidassero i Francesi da certe case ch'essi occupavano, e le incendessero; però il giorno di poi non patendo essi cotesta cacciata, di buon mattino valicarono grossi il ponte Molle, senonchè bersagliati dai nostri cannoni che dalle alture li fulminavano ebbero a ripiegarsi su l'altra sponda; ma nel pomeriggio il generale Guesviller li riconduceva all'assalto contro la diritta difesa dal colonnello Masi; da una parte e dall'altra incerta la fortuna, pari il valore; i capitani di stato maggiore Podullack, e Taczanowski entrambi pollacchi accorsero al quartiere generale per rinforzi, egli ebbero ma tardi e pochi comandati da quel fiore di uomo Berti-Pichat nel quale ammiri in bellissima concordia congiunte la dottrina, la probità, e la virtù militare; bolognesi tutti. Quando arrivarono, le cose volgevano al peggio però che i Francesi di cheto presero per di dietro il luogo dove i nostri combattevano, i quali non potendo reggere si ritirarono, e i Bolognesi essendosi di troppo avanzati tardi si accorsero del passo disperato nel quale erano caduti; venticinque ad un tratto colpiti giacquero per non rilevarsi più; intimato il Podullack a cedere le armi rispondeva: «a voi altri cani vituperati io non mi arrendo:» e uccise due Francesi uno di spada, l'altro di pistola; giacque trafitto da cento punte, e lì rimase; reso il giorno veniente agli amici supplichevoli ebbe onorata sepoltura. Egli forse poteva salvarsi e non volle, non bastandogli il cuore di lasciare in terra l'amico suo Taczanowski col ventre lacerato; questi però scampava la vita; l'altro adesso riposa nella nostra terra. Ah! non sarebbe stato così, che noi avremmo voluto ospitarti cortese amico; pure abbiti quello che solo possiamo darti pio ricordo nelle nostre famiglie, ed augurio di libertà alla tua Patria; e forse un dì, affrancati anco noi dal grave aere, che ci opprime, compenso di sangue al sangue tuo. Il Tenente Brugnoli bolognese, comecchè squarciato, e grondante sangue ebbe balìa di uscire dalle mani ai Francesi, il soldato Schelini vedendo un Francese che aggavignato il Berti-Pichat intendeva strascinarlo seco, lo ammazzò di botto, dando facoltà al suo comandante di svignarsela incolume. Deplorammo il capitano Fiume spento sul campo, e Oliva da San Severo. Questi con più lunga angoscia lasciava la vita; sul punto di pigliare di assalto una casa tenuta dal nemico colto a sommo il petto casca su la soglia di casa; quattordici giorni si travagliò il misero lontano dai suoi, che non lo consolarono di conforti, nè di lapide funerea, inconsapevoli del luogo dove fu adagiato in grembo alla terra.—Io trovo scritto come in questa fazione morisse un'altro giovanetto di anni diciassette di gentile sembianza, e fiorentino; ferito nella gamba destra, all'ufficiale francese, che gl'intimò la resa ruppe la testa gridando: «va via soldato del Papa,» trafitto da cinque palle cadde sul nemico spento; si chiamava Gherardi: perchè queste anime nella mia terra non sono seme, che frutti? Quando ci si novereranno copiose come ora ci appaiono rare Firenze meritamente vanterà per impresa il suo leone; fino a quel dì le conviene molto meglio l'agnello di Calimara.—
Si stringe intorno a Roma la fiera cintura di ferro e di fuoco, e il nemico moltiplica le artiglierie a porta San Pancrazio, donde si aspetta resistenza maggiore; apronsi finalmente dai Francesi le batterie di Breccia, le rintuzzano i nostri cannoni dai monti Testaceo ed Aventino; rabberciate le Trincee i nemici ripigliano il trarre, il Bastione VI non senza danni pure fa buona prova; tracolla tutto il muro di cortina al bastione VII, ma la terra non gli smotta dietro, anzi rimasta diritta a picco difende, nè per lanciarvi contro granate punto si smuove. I Francesi accatastando Breccia su Breccia ne costruiscono tre per tempestare il Vascello, la Villa Savorelli, e le case di fianco alla porta San Pancrazio: qui cadde il tenente Cesare Covelli cui il colpo stritolò il braccio; tribolava due giorni, e poi chiuse gli occhi alla vita, non infelice affatto perchè morì nella speranza, che Roma la potesse sgarare contro i Francesi; altri sei artiglieri morirono a un tratto per colpa di una palla, che imboccò dentro la cannoniera; anco il buon Ludovico Calandrelli percosso nel petto da un frammento di ruota ebbe a cessare le difese; chi lo vide mi dice, che portò lungamente la parte lesa nera più che carbone. Il Garibaldi considerando come cotesto Bastione armato di pezzi da campagna mentre al nemico non arrecava danno era causa di lutti deplorabili ordinò lo disarmassero; ed anco dalla Villa Savorelli gli toccava a sloggiare; ormai l'avevano tolta di mira, che non meno di 80 a 90 bombe al dì ci cascavano dintorno; una entrò in camera al Manara mentre stava facendo colazione, e tu pensa se sobbissassero soffitte, pavimento, porte, e finestre, un'altra fra i cavalli nella stalla di casa e non ne uccise veruno; invece un'altra caduta nella casa attigua ne ammazzò due; con questa pioggia di bombe pure bastava il cuore al Garibaldi di tenere lì dentro la villa un barile di polvere; nè per questo ei faceva le viste di andarsene; il giorno seguente le bombe caddero nella stanza dei segretari e ci appiccarono il fuoco, la prossima casa sfasciarono, e il Garibaldi non si decideva; alla fine gli misero in frantumi la torretta, e allora gli fu mestieri ricoverare altrove. Nè vo' tacere come un'altra bomba ruinata fra i galeotti i quali lavoravano alle trincee in un colpo ne ammazzasse sei; di sessanta ormai si trovavano ridotti a quaranta quando supplicarono il Generale gli avventurasse agli estremi pericoli, e premio di tanto fosse la morte onorata, o la colpa espiata, ed ei rispose loro sperassero, intanto continuassero a chiarire il mondo come nocenti cittadini fossero stati contro il prossimo, ma della Patria figli pur sempre: tutti si comportarono da valorosi, taluno da eroe, ed ecco come. Al Garibaldi, che certo giorno visitava le opere condotte da questi sciagurati, uno di essi parlò e disse: «posso io discorrervi?—Parlate.—Generale, perchè mo' ce lasciate là e' Francesi?» E gl'indicava il Casino dei Quattro venti; a cui il Generale sorridendo: «perchè non ci riesce a cacciarli via.—Ma scusate Generale se ce andiamo noi, loro non ci possono stare.—Qui appunto sta l'osso.—Scusate Generale questa difficoltà non ce la vedo, se me date quaranta omini di fegato, io ve caccio li Francesi da quel posto.» Ebbe il servo della pena i quaranta compagni, e andò diritto al palazzo Corsini pigliando per la porta e per lo mezzo del viale fiancheggiato da cipressi; appena i Francesi li scorgono con le infallibili carabine li fulminano, taluni cascano, altri riparano dietro ai cipressi, ma il condottiero di cotesta impresa non curante di loro procede imperturbato col suo moschetto sopra la spalla; il nemico riseconda la scarica, e per questa eziandio taluni ristanno per ferite, altri per paura, nè costui piega collo, solo passa la linea delle scolte nemiche, e solo arriva a piè del palazzo, dove per mostrare ai Romani, che dalle mura lo seguitavano trepidanti coll'occhio, come in lui non allignasse jattanza o se pure jattanza non superiore alla virtù si pose a sedere su la gradinata davanti all'uscio col fucile fra le gambe. Il Garibaldi acceso in volto eccitava i circostanti ad avventarsi con lui al soccorso dell'animoso; il forzato intanto poichè si fu rimasto tempo più, che bastevole per essere veduto così dagli amici come dai nemici, si leva in piedi, e con l'archibugio su la spalla ripassa la linea delle sentinelle francesi, e di bel nuovo per lo mezzo del viale s'incammina a Roma; ormai ne aveva trascorso più che un terzo quando una palla lo ferì nei reni, ed egli tracollando inforcò con la testa un cipresso dove finì la mal vissuta, ma ben conchiusa vita. Il Garibaldi a quella vista si picchiò del pugno su la fronte, e volto al cielo mormorava non so che parole; forse avrà invocato Dio; io però non lo guarentirei. Pochi giorni dopo successe un'altro caso, il quale dimostra come facile si apprenda in cuor di popolo l'agonia di gesti generosi, ed io lo racconto non solo per questo, ma altresì perchè si vergognino (se mai fosse possibile) coloro, che per essersi messi un dì al cimento per la Patria non rifinano mai di rinfacciarlo pretendendo di essere adesso mantenuti del danaro pubblico oziando nel Pritaneo, o di risucchiare eterne mignatte le tasche dei privati.
Certo Barabba, che tale hanno nome i facchini a Milano, avendo osservato come i Francesi lavorassero indefessi ad alzare un terrapieno dalla sinistra parte del Vascello, se ne andò in fretta ad avvisarne Giacomo Medici, il quale rispose breve: saperlo. Il Barabba incollerito ripiglia: «o perchè non s'impedisce?» E il Medici più aggrondato, che mai: «non si può.» Il Barabba sta cheto, e quinci partitosi si accorda con alquanti dei suoi compagni, gente pronta a mettersi in qualunque sbaraglio, e con essi esce dal Vascello; di celato si accosta ora nascondendosi dietro a un vaso di limoni, ed ora dietro una siepe al terrapieno; alla stregua, che sparisce lo spazio ai compagni viene manco il coraggio, sicchè all'ultimo resta solo, nè di ciò si accorge: solo pertanto arriva al terrapieno, e solo di un salto piomba giù fra i soldati gridando: «siete tutti morti!» I Francesi naturalmente temendo gli tenesse dietro grossa mano dei nostri, gittati via i badili, e le vanghe scappano via a pigliare i moschetti, per difendersi; ma il Barabba volgendo allora gli occhi per contare un po' con quanti moveva all'assalto, si scorge solo: pianse di rabbia, e per questa volta la fortuna risparmiando l'animoso gli concesse tornare salvo al Vascello, dove il Medici dopo avergli concesso le meritate lodi lo volle con una moneta ricompensare: il Barabba gli ficcò gli occhi addosso a squarcia sacco, ma il Medici pronto riparava la svista dicendo: «tienla per cambiarla in una medaglia.»
Molti i feriti da questo continuo grandinare di palle; fra i morti ricordansi il Lenzi tenente, Tavolacci, Marucci, Fedeli, pure tenenti, e il capitano Minuto.
Ora al Vascello; forte edifizio, con alcune case dintorno: di giorno lo difendeva il Medici con 150 soldati, cui nella notte rinforzavano ora con una mano di uomini di questo, ed ora di quell'altro corpo Unione, Finanzieri, Studenti, o legione Arcioni.—Avendo il Medici condotto una Trincea dal Vascello fin presso la casa Giacometti proprio di rincontro alle Trincee dei francesi, questi per levarsi cotesto pruno dagli occhi, che del continuo li molestava, si giovarono di una nebbia che sorse densissima nella notte del 21 Giugno, pensando cascare improvviso sopra i trentacinque uomini custodi della nostra Trincea e della casa: però tanto non seppero studiare il passo che intralciati dalle vigne non dessero la sveglia; onde il comandante dei nostri trentacinque ordinava, non fiatassero, sfolgorassero il nemico appena pestasse le canne stese oltre la porta un dieci passi, poi fuori a ributtarlo con la bajonetta; e così fecero; erano i Francesi due compagnie di granatieri del reggimento trentesimo sesto; scorate scapparono lasciando in terra morti il capitano, con altri dieci soldati; moribondo un sergente, con parecchi granatieri feriti. Per ora taccio del Vascello, ci tornerò in breve; intanto si sappia che il Medici lo difende sempre, e che i Francesi sfogando sopra quello la soldatesca rabbia lo hanno lacero in modo, che se si regge ancora pare miracolo.—
Fra le dolenti mi occorre narrare adesso dolentissima storia; correva la notte del 21 al 22 fosca per fitti nuvoli, e piovigginosa: anco dai più imperiti si comprendeva essere mestieri raddoppiare vigilanza, e di vero si raddoppiò, perchè temendo l'assalto appunto dalla parte donde venne furono mandate per tempissimo nel pomeriggio del 21 sei compagnie del Battaglione della Unione a presidiare il luogo; quivi erano state fatte tre Breccie facili a salirsi, se non che i nostri vi avevano a poca distanza scavato una fossa, e riempitala di materie infiammabili, che avrebbero dovuto scoppiare appena fossero comparsi i Francesi, la quale opera avevano confidata a certo ingegnere prussiano, e a lavoranti stranieri. Delle sei compagnie tre ne posero a custodia del Bastione secondo, una dietro la Breccia della Cortina, due di presidio al Bastione terzo: anco due sentinelle furono collocate su i palchi rimasti ritti ai fianchi del Bastione secondo, e sei altre su l'alto della Breccia dietro a macerie di sassi; venne loro ordinato: «stessero vigili, appena udissero rumore gridassero: all'armi! meglio spaventarsi indarno, che rimanere sorpresi.» E poichè lì presso sorgeva un folto canneto ebbero avvertenza di metterci un'uffiziale con quattro soldati con ripetuto comando, che al menomo stormire di gente incendiassero il canneto; furono eziandio disposti due punti di ritirata; diligenze pari adoperaronsi al Bastione terzo; anzi ammoniti gli ufficiali a volere persuadere i soldati a vegliare tutti, questi senza attendere domanda con gran voce esclamarono: «noi veglieremo, e faremo tenere desti i compagni.—Al Bastione quarto si raccomandò conservassero a qualunque costo la casa vicina per avere adito di ripigliare ad ogni sinistro la breccia, e siccome pareva, ed era il presidio debole fu sollecitato il maggiore Cenni a rinforzarlo.—Per non mancare poi alla più minuta diligenza, che l'arte della guerra suggerisce al Bastione secondo venne deputato a soprastare l'ufficiale di stato maggiore Capitano Stagnetti; al Bastione quarto il capitano Caroni.
E malgrado tuttociò verso le ore undici di notte un aiutante del maggiore Delaj comandante le sei compagnie della Unione, arrivava tutto smarrito a riportare al Generale Garibaldi come i Francesi senza colpo ferire avessero preso le tre breccie.—Quello che il Garibaldi in cotesta occasione facesse e dicesse mi occorre scritto nelle memorie di tale che ci si trovò, presente: «verso la mezzanotte il Generale scese taciturno, e torvo, Manara scriveva; incontrato il centurione Zannucchi il Garibaldi gli domandò:—che ci è di nuovo?—Generale i Francesi hanno superato la breccia.—Gli hai tu veduti?—Non vi state a confondere pur troppo ci sono.—Allora mosse frettoloso quattro passi o sei per uscire, poi di un tratto si volse a me dicendo:—chi sa, che cosa hanno mai veduto! Avete pronta la vostra gente? Mandate un'uomo capace a scoprire.—Io vi mandai il sergente Marcheselli mantovano, e al tempo stesso schierai la coorte; di un tratto il Generale senza aspettare l'arrivo del Marcheselli mi ordina seguirlo coi miei soldati; così camminammo un pezzo, quando fummo prossimi alla breccia a tramontana levante della Villa Spada, mi disse: «voi andate per di lì, e mi additava un sentiero verso la breccia, egli poi avendo incontrato il maggior Leggiero si avviò con quello verso porta San Pancrazio, ma non fornirono insieme il cammino perchè indi a breve il maggiore ferito malamente in un piede non potè più andare.—Io proseguii, e mutati appena duegento passi una voce si fece sentire che domandò: êtes-vous français? Ed io senza gingillare ai miei: «fuoco!» Cotesta risolutezza ci salvò, perchè ne surse un diavolìo di moschettate da altre parti, e noi potemmo non curati salvarci senza morti, come senza ferite.»
Nè al Garibaldi solo parve incredibile il fatto, ma alla più parte dei suoi, segnatamente a quella anima virtuosa di virtù antica Ugo Bassi.—Adesso del Bassi veruno parla come pur si dovrebbe: troppi morti ci domandano ricordo e compianto, e poichè tutti in affetto sono pari così non si distinguono, e non si possono distinguere: ma il Tempo agita continuo il ventilabro, e lo sceveramento si opera necessario; più tardi verrà chi di lui amoroso ricerchi, ed arguto ragioni: singolare miscela fu di due nature non pure diverse ma contrarie, ora avvampante, ora riserbato e freddo, tra pochi timido, male e scarso favellatore; tra molti turbine di parole, e temerario; quando sentiva strepito di cannone, o di moschetti non si poteva tenere, e gli era forza avventarsi là in mezzo al fumo, e al fuoco senza nè manco sapere, che cosa ci andasse a fare: che cosa lo reggesse davvero non si sapeva, poco si nudriva, meno beveva, di rado lo visitava il sonno: sottile e pallido e tuttavia infaticabile, e di nervi gagliardo. Quando sovveniva qualche caduto poteva scoppiargli una bomba accanto non che ci si fosse mosso, non l'avrebbe nè anco sentita. Certo dì cavalcando in compagnia del Garibaldi casca vicino a loro una bomba; potevano sottrarsi al pericolo con la fuga, ma il prode uomo non ci pensa nemmeno; in un'attimo è sceso, strappa la spoletta, la spenge, ed impedisce, che scoppiando danneggi altrui e sè. Il Garibaldi frugatosi nelle tasche ne cavò un baiocco e sorridendo gli disse: «piglia, questa è la decorazione, che sola può darti il capitano del popolo.» In questa notte pertanto il Bassi facendosi a trovare il medico del Generale tutto affannoso gli diceva: «O Ripari mio; i Francesi hanno preso la breccia; possibile mai! Io non ci credo. Bisogna saperlo di certo.—E come possiamo fare? Rispondeva il Dottore.—Andare noi stessi a vedere.—Questo non si può, troppo lunga è la strada, pioviscola, e sul cammino si sdrucciola.— Vieni, ma vieni, fammi la carità, non mi mancare amico.» E il Ripari, che mai non seppe negare siffatte voglie allo amico andava con lui.—Le mura si vedovano per l'aere fosco a cagione della linea anco più nera, che disegnavano in quello; di un tratto la mirano spezzata, con molta cura accostansi, ma non rinvengono persona, che occupasse lo spazio vuoto; proseguirono fino alla seconda cinta, e qui notarono incoronate le macerie di punte. «Eccoli lì, parlava sommesso il Ripari, coteste le sono baionette. E il Bassi,—non si può negare, ma come ci chiariremo se le sono nostre o piuttosto nemiche? Aspetta mo', che ti chiarisco io, riprese il Ripari; poi a voce alta gridò: «chi va là?» Dalla trincera con accento strano risposero: «amizi, amizi.» Nè di tanto pago il Ripari da capo esclama: «avanti!» E la medesima voce di rimando: «non puole, non puole.» «Ti basta?» Il Bassi strinse la mano al Ripari come convulso, e questi lo persuase a gettarsi seco nelle vie coperte praticate dai nostri lungo le mura per iscampare ad imminentissima morte.—
La breccia era presa: ora come mai avvenne questo? Corse subito il grido di tradimento, e tuttavia dura, però importa considerare come quante volte simili sorprese succedono, la voce di tradimento venga a galla sempre, e la cosa ci sia di rado: qui dissero, che un'ufficiale corso calatosi dalle mura andasse ad informare i Francesi, che lì presso alla breccia occorreva un antico acquedotto, e per questo i Francesi inoltrandosi sicuri, e d'improvviso apparissero sopra la breccia come usciti di sotto terra, e non fu vero: di acquedotto non si rinvenne traccia, nè ai Francesi faceva mestieri di fuggitivi, che gli ragguagliassero; come altrove accennai, molte lettere arrivavano loro pel Tevere chiuse in boccie vuote, e quasi queste non bastassero col favore dei preti entravano ufficiali francesi ad ogni momento per ispiare lo stato delle difese: fantasticarono altresì, che l'ingegnere prussiano co' suoi lavoranti invece d'incendiare le mine praticate nelle vie coperte se la intendesse co' Francesi e loro consegnasse per pecunia le vie dond'essi sbucarono: ed anco questo sembra falso; vero questo altro: che i Francesi cadutigli addosso repentini, lui, e i suoi menassero prigioni: non mancarono attribuirne la colpa al maggiore Delaj, ed anco si ventilò se avesse a sottoporsi a Consiglio di guerra, ma poi si lasciò correre. Per chi costuma leggere storie conosce come non ci abbia diligenza per accurata che sia, che il nemico solerte non arrivi a vincere. Nella vita di Arato il Plutarco egregiamente racconta il modo col quale cotesto eroe penetrava in Sicione malgrado l'abbaiare dei cani, e il continuo aggirarsi delle guardie, sicchè la scalata accadde per lo appunto dopo il passo di due di loro, strepitose per campanelli agitati, e schiarite da molte fiaccole. Narrando io di Andrea Doria ricordai come questi, il quale sapendosi in odio a Francesco I, e il nemico quasi in casa, stando pure su l'avvisato la sgarò di un pelo di cascare in mano ai Francesi, che con notturna scorreria assaltarono Fassuolo, e non la scampava se per ventura taluni soldati non avessero preferito al sonno il giocare a carte: e se la fama porge il vero quando il generale Lamarmora s'impadronì nel 1849 di Genova trovò le guardie messe a difendere la Lanterna le quali senza un pensiero del nemico su le porte si sollazzavano parimente con le carte.—Posto da parte l'ultimo esempio, se le altre due sorprese compironsi a danno di uomini vecchi, sospettosi, e guardinghi che stavano a buona guardia, tanto più agevolmente poterono condursi a termine in questa occasione in cui forza è pur dirlo, le provvisioni furono o fatte male, od omesse, parte per difetto di facoltà, e parte per imperizia: abbondavano nei nostri impeto, e ardire, ma di pazienza non volevano saperne; soprattutto la disciplina avevano in uggia, è mancando questa all'ultimo le imprese riescono sempre a male: poi come succede ognuno saltava su a dire la sua, nè solo la diceva ma pretendeva si eseguisse, e se inesaudito empiva la città di querimonie e di sospetti; il corpo degl'ingegneri nostri eccellentissimo di peregrini ingegni, ma imperito nelle opere militari, quello dei Francesi all'incontro superiore a molti, secondo a veruno, ed il suo capo Vaillant celeberrimo per meritata fama. Anco il nostro ministro della guerra, ch'era quel prode uomo che il mondo conosce, Avezzana, sapeva di barricate, non d'ingegneria militare per difendere piazze, e mentre a quelle dava opera premurosa ed inefficace, di queste poco si prendeva pensiero. Del Garibaldi parmi senza esitanza potersi affermare, che a lui non si confanno i modi dello star chiuso a difendere mura; egli ama i campi aperti, le selve, i monti; secondo il suo genio i colpi arditi, lo avvolgersi impenetrabile, lo avventarsi prodigioso come di aquila, che piombi giù dalla rupe.—Rosselli per indole, per istudi, tutto diverso a lui, egli ricercatore di teorie, e a quelle ossequente minuzioso. A comandare troppi, troppi pochi a obbedire: forse anco un po' di screzio si era intromesso fra i capi; i continui sforzi non allietati mai dalla vittoria, e la certezza di avere pure a cedere il primitivo ardore in parecchi più speculativi avrà sboglientito di certo, e chi altramente si avvisa non conosce o non vuole conoscere il cuore dell'uomo; nè il Garibaldi lo dissimula nelle memorie che mi manda, dove trovo queste parole notabili; «i corpi ormai andavano privi dei migliori ufficiali e soldati: anco fra quelli che prima si erano comportati mirabilmente, adesso che vedevano le cose incamminarsi a male, si manifestava una tal quale reluttanza, ed anco, se vuoi, resistenza, massime tra gli ufficiali che ormai tendevano ad acconciarsi con la restaurazione del Papa: resistenza, che era ad un punto causa di continui imbarazzi, e preludio di quasi certa rovina.»
Tali, con breve sermone io lo esporrò, l'apparecchio, e l'assalto dei Francesi: allestirono dodici compagnie della seconda divisione, e sei divise in tre colonne preposero all'assalto delle brecce: ad ognuna di queste assegnarono centottanta tra zappatori, e lavoranti perchè rimovessero gl'impacci, e con gabbionate costruissero subitanei ripari; le altre sei alla riserva: ancora due battaglioni della guardia della trincea al bisogno dovevano soccorrere la riserva; soprattutto badassero a impedire che i nostri sortendo da Porta San Pancrazio circuissero gli assalitori alle spalle. Tutta la prima divisione in arme nelle ville Pamfili, e Corsini in procinto di accorrere alla riscossa là dove se ne fosse manifestato il bisogno.—Con accorgimento vieto di guerra, e tuttavia sempre efficace i Francesi dissimularono il vero assalto con due finti alle mura di Porta San Paolo, e ai monti Parioli in vicinanza della villa Borghese adoperandoci cinque battaglioni, e artiglierie a macca, le quali diluviarono bombe, granate, e di ogni maniera arnesi di distruzione sopra la più bella parte di Roma. Alle undici di notte dava il segnale dello assalto il colonnello Niel, i Francesi procedendo cauti, ed ordinati, colgono i Prussiani nella via coperta, e presili a man salva, impediscono la strage che avrebbero menato le allestite mine se fossero state accese; una sentinella sola porse avviso, ma tardi, o per sua negligenza, o per mirabile celerità del nemico, che davvero parve ai nostri trasognati balzasse fuori di sotto terra; la paura (che paura fu) s'impadronì dei soldati della Unione, i quali ripiegaronsi, scaricate le armi a tumulto, sopra le due case, nè li ristettero, anzi dando indietro alla dirotta, travolsero nella turpe fuga i difensori di quelle, e gli altri, che dovevano tener fermo alla cortina.—Il tenente colonnello Rossi preposto alla difesa della seconda linea non si potendo dar pace per cotesto inopinato rovescio, e reputandolo uno dei soliti spaventi senza causa andò a speculare per lo quale inoltratosi fino in mezzo ai nemici che lo lasciarono avanzare cadde prigioniero.
Se la fuga vergognosa arrugginisse il cuore del Garibaldi pensi chi legge, molto più, che egli aveva dichiarato, come il Palafox a Sarragozza, volere difendere le breccie col coltello mostrando la faccia alla fortuna; chiamato pertanto il Sacchi gli comanda tolga seco due compagnie, e corra a ripigliare ad ogni costo il Bastione: «scelti, scrive il Sacchi (il quale si compiacque anch'egli sovvenirmi in questo lavoro) la terza, e la quinta centuria entrambi comandate da due ufficiali di Montevideo: ricordo il nome di uno ch'era Cuccelli; ho dimenticato l'altro, ma si diceva Corso; si spinsero innanzi con maraviglioso ardimento, ma giunte forse venti passi discosto dal nemico un fuoco micidialissimo le decimò: ciononostante gli ufficiali animosi s'ingegnano spingere i soldati contro i Francesi, i quali se ne stavano al coperto dentro ad un fosso scavato dai nostri a danno loro dirimpetto alla breccia, e che adesso li protegge a danno nostro: alla prima scarica successe un grandinare di palle dal ciglione esterno del bastione occupato del pari dai Francesi: per colmo di sventura un colpo di mitraglia diretto contro i nemici investe i miei poveri soldati, i quali laceri da due fuochi si scompigliano e cedono dopo avere dato prove di valore disperato.»
Quivi morì Sampieri giovane vicentino, bello di corpo e di animo bellissimo, il quale non si sapendo trattenere saltò nel fosso e rimase sopra le baionette francesi trafitto; altri giacquero spenti sul ciglione, sicchè alla dimane i nostri ci raccolsero ben ventidue cadaveri; tra questi Quirino Bernardini sergente nella prima centuria della legione italiana: a questo prode giovane sembrando possedere virtù pari a coloro, che innanzi a lui erano stati promossi (e certamente l'avea), tenne che ciò accadesse non per colpa degli uomini, bensì per malignità della fortuna, la quale gl'impediva illustrarsi con qualche generoso fatto, onde deliberato di mettersi allo sbaraglio nella prima occasione, depose il suo testamento in mano amica, e poi cercò il destro di condurre a fine il suo proposito, per la quale cosa comecchè non chiamato volle spontaneo far parte della gente del Sacchi commessa a cacciare via i Francesi dalla breccia; andò, combattè come uomo che ormai si era votato alla Patria: per ferite non si rimase, finchè alito gli durò percosse, e fu percosso; coll'ultimo colpo abbandonò la vita, spettacolo di orrore, e di stupore ai suoi medesimi nemici.
Già accennai come in quella notte nefasta andasse perduta la villa Barberini; alla difesa di lei fu un tempo preposto Carlo Gorini; quinci egli doveva custodire la breccia, e tenne lo impegno disperdendo a suono di archibugiate il nemico ovvero lanciando granate a mano in mezzo di lui.
Il Cadolini ch'era dei soldati del Gorini ci narra perigliosissimo il compito loro, imperciocchè avendo a vigilare scoperti al lato della breccia di frequente andassero feriti dai frantumi, che schizzavano dai sassi percossi dalle palle nemiche. Mi parrebbe mancare al mio debito se tacessi quali nella massima parte fossero i soldati di Roma, e qual genio gli animasse: giovani illustri, delle più inclite famiglie italiane, pieni di grandezza l'anima, come di valore nel braccio; e tuttavia la gente turpe, che altrove e in Francia, ma più in Francia, che altrove, fa mercato di sè ardì infamarla; però che il costume di tempi perdutissimi insegni accusare altrui per nascondere il delitto proprio; ma di ciò basti, ed è troppo. Tali e siffatti i pensieri di quei giovani soldati: «quelle ore (scrive nelle sue note il buon Cadolini che stese a posta per me) di servizio notturno erano le più solenni per noi. Dalla cima dei bastioni del Gianicolo donde si vedeva da un lato torreggiare il Vaticano, da un altro distendersi la campagna romana, e finalmente la valle del Tevere, le immagini più sublimi venivano ad affollarsi alla nostra giovane mente. Roma cuna della civiltà antica, e sede della più estesa, e più durevole potenza a cui sieno giunti i popoli del mondo. Dove più che in Roma esempi immortali di glorie militari, e di virtù cittadine? E se di Roma antica porgono testimonianza il Gianicolo campo un tempo delle contese dei vetusti abitatori dell'agro romano, e delle guerre dei Vejenti, il Tevere, i Sette colli, il Panteon di Agrippa, la mole Adriana, e gli altri innumeri non meno che stupendi monumenti, Roma moderna attesta, sopra ogni altro edificio, la basilica Vaticana, prova di quanto potè il Papato, e tuttavia possa il cattolicesimo ora fatto ostacolo in mezzo alla via al cammino della Libertà. Questo spettacolo, che la luna illuminando co' pallidi raggi rendeva più solenne sublimava il nostro intelletto facendolo capace dell'altezza sopra umana del mandato impostoci dalla Provvidenza di rigenerare un popolo caduto, e che tanta parte ritenne della divinità; sicchè sovente meditavamo fra noi: quì per noi hassi a calpestare il nido delle vipere che attossicano la umanità; quì per noi deve rifiorire l'antica libertà; quì al cospetto degli spiriti magni ci corre il debito di mostrarci non al tutto degeneri da loro: anima e corpo dobbiamo intendere perchè la storia di questi colli aggiunga ai molti passati qualche odierno gesto degno dei grandi propositi di cui ci lasciarono gli antichi padri esempi immortali.»
Certo di questa maniera concetti non mulinano nel capo delle macchine tirate su a suono di raspa dalla obbedienza cieca, e passiva: e ci somministra argomento di riso la gagliofferia di coloro, che mentre imbestiano l'uomo più delle bestie pretendono poi che per la Patria dieno il sangue, e la vita; arrogi di rincalzo, che la Patria per questi non si deve capire come la comprendiamo noi, bensì Patria ha da essere un'uomo, che spesso la vera Patria strazia, e sempre la risucchia, togliendo per sè solo quello che diviso basterebbe a quattromila famiglie: nè quì finisce, chè la ricchezza smodata come corrompe chi la gode così è causa che altri si corrompa: ed invano il consorzio umano si affatica sanarsi, finchè gli duri perenne il fradicio in corpo. Perdonsi a tagliuzzare le fronde, e aborrono capire, che con l'accetta si vogliono dare colpi a due mani nel ceppo.
Certo i luoghi esercitano virtù grande su le menti, nè l'uomo può mostrarsi vile a Maratona, o a Roma; e credo anch'io che dalla terra, e dall'aria romane venisse un senso, che valse a mutare pochi giovani imperiti di milizia in eroi prestanti a resistere alla forza materiale di eserciti meglio agguerriti del mondo; i quali tanto più fieno argomento di eterna maraviglia quando tu pensi, che speranza di vincere ormai più non avevano; di aiuti dagli amici di Francia erano sfidati; come se non bastasse la Francia stavano lì pronte a sovvenirla le monarchie di Austria, di Napoli, e di Spagna; e tuttavia essi si mantennero uniti allo scopo di chiarire i posteri come i presenti che dove la Libertà è il retaggio, che il popolo difende, la impresa può annegare nel sangue, nella viltà non mai.
Alla gente del Gorini richiamata dentro Roma la mattina del 21 surrogarono alcune compagnie di soldati di linea; perdute le breccie verso la mezzanotte di nuovo la spingevano verso la porta di San Pancrazio; le ordinavano presidiasse la villa Spada e la difendesse; potendo ripigliasse la villa Barberina, ma prima ne aspettasse il comando: non se lo fece dire due volte, e appena giunta incominciò a fioccare moschettate alla dirotta contro i Francesi annidiati nella villa Barberina: quando appena si fu messa un po' di luce la gente domandava con alti gridi la conducessero allo assalto; ella vedeva pur troppo, che dal riacquisto di coteste linee pendevano la vita o la morte di Roma, ma l'ordine di moversi non venne: intanto il nemico ultimò le sue opere di difesa, e i nostri in cotesta avvisaglia senza costrutto andavano stremandosi con danno irreparabile.—
Le storie delle battaglie vanno piene di singolari presentimenti palesati intorno alla propria morte da coloro, che in effetto perirono; forse ciò avviene perchè quando la morte presagita tiene dietro al presagio la gente ne serba conto, mentre in caso diverso passa inavvertito, o ne omette il ricordo; tuttavia confesso, che vi hanno successi nel mondo dei quali è difficile per non dire impossibile rendere ragione: adesso vuolsi sapere come certo Giuseppe Magni da Milano sergente parlando in quel giorno della battaglia del 3 giugno ebbe a notare: «cotesto fu il dì dei caporali (e di vero assai ne morirono allora) oggi viene quello dei sergenti, ed io sarò tra i morti,» e così accadde: dopo non bene un quarto di ora colpito di palla nella fronte periva; indi a breve pari sorte toccava a Carlo Ramesi: tale ugualmente auspicava di sè un Vigoni di Pavia, che incamminandosi verso Roma diceva ai compagni: «là una delle prime palle mi aspetta;» e come disse avvenne.
Tardi e in mal punto davano alla gente del Gorini l'ordine dello assalto alla villa Barberina; erano le dieci del giorno ventidue di giugno: notava il Gorini con centosessanta uomini, (che tanti sommavano i suoi la più parte studenti lombardi) si poteva combattere non vincere; lo assicurarono andasse senza sospetto, altra gente sarebbe mossa a rincalzarlo: di ciò non dubitando il Gorini co' suoi si pose per calli dirotti, e segreti, onde trafelando giunsero alla distanza di cinquanta forse passi dalla Villa. Il Gorini ordina di abbassare le punte delle baionette, e primo si avventa. Perchè primo si avventa l'animoso, pure accennando con la mano ai compagni si tengano lontano? Egli quando per lo addietro presidiò cotesta villa erasi industriato praticarvi fornelli e mine caso mai l'avesse dovuta abbandonare, adesso nello accostarcisi notando, com'ella apparisse deserta dubitò i Francesi non usassero a danno suo, e dei suoi gli ammanniti eccidi: quanto a sè non gli premeva, dei compagni sì: saliva pertanto solo la scala esterna, che mena su la terrazza; quinci scese nel cortile; di lì penetrava nel piano terreno, dove riscontrò che i Francesi avevano omesso di caricare le mine; di tanto sicuro tornava sopra la terrazza per confortare i suoi ad occupare senz'altro indugio la villa, dacchè i Francesi da certe trincee condotte lì accosto durante la notte li bersagliassero a man salva; si appressano, e cominciano a salire a rilento per non mostrare, che lo facessero per voglia di schermirsi dietro ai muri, quando appena sette ne sono saliti ad un tratto la villa si converte in Mongibello, fuoco dalle cantine, fuoco dalle feritoie durante la notte praticate nei muri, fuoco finalmente prorompe dai piani superiori: come per virtù d'incantesimo ingombra in un'attimo la terrazza di Francesi; ristettero gli altri presi da stupore piuttostochè da spavento; incominciò una pugna terribile fra i nostri sette sopra la terrazza e lo universo sforzo dei Francesi, che nascosti nei penetrali della villa mano a mano sbucavano fuori. Non iscrivo jattanze, ma verità mi costringe a dire, che se i Francesi avessero avuto più cuore avrebbero trucidato i sette, e circuito gli altri da pigliarli prigioni quanti erano; la ferocia dei nostri al tutto decisi di morire li sbigottì, onde i Francesi vibravano appena il colpo della baionetta, e fuggivano, sicchè male assestato poco feriva: ciò spiega come Girolamo Indunio, di cui tenni altrove proposito, malgrado, che in questo scontro riportasse ben venticinque colpi di baionetta nel corpo, nondimanco andò salvo, veruno di cotesti essendo mortale, e gli concedessero perfino balìa di lasciarsi andare giù dalla terrazza alta tre metri, dove i nostri lo raccolsero tutto sangue. Il Gorini già ferito di palla nel braccio, e di baionetta nella coscia considerato lo assalto fuori di speranza di riuscita, nè si vedendo da veruna parte sovvenuto pensava a ritirarsi meno lacero, che per lui si potesse, quando sdrucciolando sul sangue rotola giù per la scala a capo fitto con risico di spaccarsi il cranio; nel duro picchio, o piuttosto nei molti cozzi gli si ruppe la sciabola di cui, anco dopo la caduta agitava convulso il troncone quasi in testimonio, che i nemici venti volte superiori non fossero riusciti a disarmarlo. Il Cadolini si trovò fra i sette, ed ebbe la sua ferita di baionetta nel braccio; i calci di fucile non si contano; poi giù anch'egli a rotoli per le scale: tuttavia ne uscì a salvamento ed oggi lo vediamo nella Camera dei Deputati rappresentante, certo industre, e soprattutto onestissimo, ma che pure io vorrei esercitasse il suo ingegno in cosa molto più confacente alla indole, ed al talento di lui. Con esso, ma con più rea fortuna rimase ferito Bartolommeo Ramesi giovane lombardo appena diciottenne, il quale comecchè di animo mitissimo, ed aborrente dal sangue pure si trovò ravvolto in cotesta terribile mischia, nè già fortuito, ma sì pensatamente, e spontaneo tanto prevalevano in lui la coscienza del dovere, e lo studio dell'onore. Impallidì, ma fu dei primi a salire, tremò ma dal fianco del suo Capitano non si rimosse mai; ferito nel capo rimase; caduto di un'altro colpo in prossimità del cuore lo rilevarono i suoi. Cotesto giovane dabbene per candore di mente, costumi austeri, dottrina, ingegno, e per altre doti bellissime sarebbe stato una cara gioia della Italia, e di tanto più cara, quanto oggimai di rado ella se ne ingemma; sventura fu che egli quindici giorni dopo perisse. Gli conceda Dio nei cieli la mercede, che meritò in terra, e gli uomini forse non gli avrebbono dato.
Narra donna Marianna contessa Antonini di Udine come preposta da Malvina Gostabili di Ferrara alla cura dell'ospedale di San Giacomo in Corso essendovisi recata sul principiare del luglio insieme con la degnissima socera, appena entrata il Capitano Bagni di Ferrara, che là dentro giaceva percosso nel capo, accennandole un letto vicino così le disse: «il povero Venezian poco fa è morto!» Chi era il Venezian? A noi corre triplice l'obbligo di favellare di lui onde ne venga gloria ed infamia a chi la merita. Giacomo Venezian nacque a Trieste di stirpe ebrea, penultimo dei suoi fratelli mercanti, egli solo si compiacque di studi; dopo alternati i libri con la spada (chè quante volte la Patria chiese sangue, sangue le offerse) tolse a Pisa la laurea di dottore; tornò su i campi di battaglia cacciatore delle Alpi; non si avvilì per Novara, anzi riarsero in lui l'ardimento, e la speranza; recatosi a Roma combattè come uomo, che abbia fede stieno a contemplarlo gli eroi onde la Italia si mantiene maraviglia, e spavento. Dei soldati del Gorini, mentre egli si aggira per le stanze della villa Spada in traccia di uno amico smarrito ebbe da palla nemica traversato il polmone: morì il due luglio dopo lunga, e dolorosa agonia. La madre, udito il caso, accorse frettolosa, ma lo trovò cadavere, indi a breve tribolando seguiva nel sepolcro il figliuolo. Gli amici davano al cadavere del giovane egregio sepoltura onorata nel cimitero isdraelitico presso il Circo massimo, in prospetto al palazzo dei Cesari, e gli ponevano lapide funeraria in testimonio di pietà: non patì che la lapide durasse il Papa tornato a Roma: anco ai morti fu dichiarata la guerra, nè solo il Papa, ma bensì anco i Francesi, incliti banditori di civiltà nel mondo com'essi dicono imperturbati, nulla curando il sibilo che loro mena dietro la gente. Il Venezian non fu solo da Trieste che pugnando cadeva per Roma, e le cause che ci persuasero a fare di lui peculiare ricordo sono queste. Dalmati, ed Istriani in tanto solenne occasione vennero anch'essi a sigillare col sangue il patto di famiglia, che lega tutti gl'Italiani intorno a Roma come le verghe intorno alla scure; nè il Venezian solo fra gli ebrei diede la vita per la Italia, più che con parole insegnando ai suoi correligionari con lo esempio a rompere anch'essi il giogo di ferro delle credenze salvatiche, che li tiranneggia; tutti figli di Dio suona empietà la prosunzione di reputarsi popolo eletto. Gerusalemme agli uomini ha da essere la terra dove nacquero, goderono, soffersero, e li nudrisce, e gli ha da accogliere estinti, e le ossa dei padri nostri nel suo grembo conserva; e per ultimo odio di prete, è odio immortale, che non perdona; tra gli uomini solo va rovistando i sepolcri il sacerdote, tra le bestie la jena, la codardissima delle bestie feroci.
Un Casati di Milano anch'egli (vaghezza lo traesse od affetto) si attentò penetrare per le sale della Villa, nè fu più riveduto dai nostri: senz'altro i Francesi gli saranno cascati addosso in cento, e gli avranno bevuto il sangue. Avventuroso su tutti il Vismara popolano milanese, non pure perchè scampava la vita, ma troppo più perchè la fortuna gli concesse vendicare ampiamente i suoi fratelli caduti; egli invece di salire su la terrazza, girata intorno la casa, s'imbattè nella porta principale; comecchè fosse chiusa co' suoi ingegni l'aperse, e quinci procedendo cauto fece capo ad una stalla vastissima dove maravigliando si accorse starsi nelle mangiatoie appiattati tanti Francesi: uomo avventato egli era e feroce anzichè no; onde posto mano al ferro, menò in un baleno fiera strage intorno a sè; usciva poi esultante in cuore ed illeso; in seguito lo rividero rappezzare ciabatte a Genova; più tardi combattere a San Fermo dove cadde per grave ferita sul campo. Là dove giacque morì, ovvero si rilevava? Se sopravvisse in qual parte si trova? Come tira innanzi i suoi giorni? Il popolo non ha storia individuale; egli è ente solo, continuo, di tutti i secoli, e la sua storia racconta lo infaticato progredire verso il perfezionamento; l'orma di un suo passo si chiama Cristo, di un'altro Stampa, del terzo Elettrico, e via via finchè si riposi nel tempio della fratellanza umana.
L'eroe di cotesta giornata fu il Gorini, che sollevato da terra, tutto pesto, con due ferite pure esclamava: «nulla, nulla, appena sono ferito, coraggio!» e da tanto che ell'erano lievi due mesi penò a guarire nè si riebbe mai: visse esule un tempo rigido, e intemerato; rinnovatasi la guerra combattè a Varese, e a S. Fermo; nello esercito italiano ebbe grado di maggiore: io lo conobbi deputato al Parlamento italiano; pallido di faccia, di sembianze severe, e pure belle; non rideva mai; parlava raro, e risoluto, anzi tagliente: mi pareva consacrato a morte precoce, e non ha guari noi lo perdemmo, e con noi l'Italia si lamenta vedovata di uno dei suoi più nobili figliuoli.
Ora vuolsi da noi rammentare un caso, che bene potevamo a prezzo di sangue desiderare non fosse accaduto, ma che la religione della storia c'impedisce tacere. Il Generale Garibaldi ai Generali Rosselli, ed Avezzana, i quali alla nuova di tanto disastro accorsi sui luoghi gli offersero un reggimento intero di rinforzo, promise all'alba si sarebbe messo allo sbaraglio per rincacciare i Francesi dalle breccie; e non lo fece, invano la campana del Campidoglio sonava a stormo, e il popolo traeva a frotte inferocito, ei non si mosse; promise da capo assalirebbe nel pomeriggio alle cinque, e nè manco attenne il patto. Di questo si dolse amaramente il Mazzini scrivendo al Manara, e diceva: «avere l'anima ricolma di amarezza… tanto valore, tanto eroismo perduti!» Reputava, se gli assalti fossero stati impresi, sarebbero riusciti a buon fine, e faceva «giuramento, che il Manara intorno al Rosselli calunniato da molte parti, e i buoni dello stato maggiore pensavano com'egli stesso pensava» per ultimo conchiudeva: «a me rimarrà la sterile soddisfazione di non apporre il mio nome a capitolazioni, che io prevedo infallibili. Ma che importa di me? Importa di Roma, e d'Italia.» Luigi Carlo Farini nella storia dello stato Romano ci narra come le insolite cuntazioni del Garibaldi, derivassero dal continuo aizzarlo, che faceva lo Sterbini, perchè costringesse il Governo a commettergli la dittatura, proponendosi poi lasciarne al Garibaldi il nome, e per sè pigliarne il potere ed aggiunge altresì, che lo Sterbini andava menandone rumore per Roma, e già la plebe si commoveva, quando un giovane gli occorse minaccioso increpandolo: «portasse le accuse in tribunale, non in piazza, smettesse gli scandali in coteste ore supreme,» e dacchè quegli non cessava, minacciandolo con l'arme lo pose in fuga. Nelle memorie del Garibaldi non trovo nè manco una parola sopra siffatto caso; e le note del Mazzini ne tacciono parimenti: tuttavia il fatto è vero, e l'uomo che minacciò lo Sterbini non era giovane, nè di buona fama: si chiamava Bezzi. Carlo Pisacane scrivendo delle Guerre d'Italia giudica, che le breccie arieno potuto ripigliarsi la notte, là dove le artiglierie romane invece di cominciare il fuoco alle 2 del mattino, avessero fulminato i Francesi subitochè vi furono saliti; tre ore bastarono al nemico per alzare ripari capaci a difenderlo; ed altresì censura il Garibaldi per l'assalto senza costrutto ordinato al Sacchi, e generalmente il modo da lui tenuto di avventurare sortite con sottili manipoli, confortando il suo giudizio col parere del Folard commentatore reputatissimo di Polibio, il quale ammaestra: «le sortite ove non mirino a grave intento, a nulla giovano, eccettochè a fare ammazzare gente senza pro…. le ritirate sollecite e tumultuarie del pari delle sortite; jattanze inani per poco di vantaggio ottenuto; la perdita della piazza affrettata atteso lo sperpero dei soldati più prestanti del presidio;» e sono parole di oro. Per somma ventura l'Hoffstetter solve ogni dubbio chiarendoci proprio come andò la faccenda. Il Generale Garibaldi fermo di assalire sul far del giorno le breccie comecchè ormai si vedessero in punto di essere difese dal nemico ordinava si ammannissero i necessari apparecchi; l'Hoffstetter condottosi a speculare le opere del nemico dalla casa del Bastione vide il nemico sceso con tre tronchi di parallela fino alla gola della tagliata e questa disporre alla difesa; coronata riconobbe pure la breccia di cortina, occupate tutte intorno le case, i lavori di zappa compiti; l'assalto laterale dalla parte del Vascello non sarebbe giunto nè manco a piè della breccia, pensate se avesse verosimiglianza di riuscire diretto; poteva tentarsi l'assalto sboccando dalla seconda linea, ma anco qui bisognava sostenere il fuoco terribile dal nemico schermito; noi scoperti a 200, o 250 passi: sette cannoni piantati nella villa Corsini ci avrebbero distrutto per fianco: finalmente la più parte dei nostri ormai rifinita, e disperata balenava: queste ed altre considerazioni espose l'Hoffstetter, al Garibaldi il quale sbadato appena lo ascoltava tenendo fisso lo sguardo sopra le breccie perdute; dopo lungo silenzio il Generale di un tratto esclamò: «lo vedo anch'io, non ci è più rimedio, ma se avessi meco la mia gente del 3 nessuno avrebbe potuto persuadermi.» Anco l'Avezzana tanto acceso da prima per assalire, all'ultimo, dato spesa al suo cervello convenne, che bisognava smetterne il pensiero. E se la mattina non fu creduto spediente assalire con milizia scorata, e con le breccie così alla lesta difese, peggio poi era da tentarsi la sera imperciocchè le milizie a quell'ora non avessero avuto causa da rinfrancare gli spiriti, e le difese del nemico fossero state con celerità pari alla molta perizia compite in formidabile maniera.
Anch'io bene ponderati i fatti giudico, che gli assalti con tanto ardore caldeggiati dal Mazzini ad altro non avrieno messo capo, eccetto che a sperpero lacrimabile di sangue umano; al Garibaldi nè allora nè mai venne meno il cuore, e penso, che quando egli diceva: «non ci è più rimedio,» potevano credergli senz'altro: non nego lo impeto, e se vuoi il furore del popolo romano di trarre in massa all'assalto, ma contro parapetti, e trincee irte di cannoni, e munite da bersaglieri schermiti, e nei tiri infallibili furore non rileva; ed io pur pensando, che sdrucio avrebbe fatto in cotesto popolo spesso una scarica di cannonate rabbrividisco. Il Mazzini confida troppo, anzi io conobbi a prova, che a lui piace esagerare le forze così morali come fisiche, ch'egli può allacciare pel compimento dei suoi disegni, nè ama cui lo chiarisce del vero; forse per la necessità del suo compito a lui importa credere, che quello che immagina sia: se ciò deva lodarsi o riprendersi mi passo da giudicare; solo mi stringo a dire, che piace a me metodo diverso, anzi contrario. Pertanto il popolo accorrente alle brecce non era forza; ma sì creature, che andavano al macello; dietro ai muri la faccenda sperimentiamo diversa, in campo aperto poi, massime in assalto di trincere di tutto punto munite, alle prime scariche di mitraglia il popolo spulezza: i Lombardi in Milano combattono e vincono gli Austriaci, a Granprè gli stessi Parigini davanti ai Prussiani scappano. Tuttavolta non mi è ignoto come screzi parecchi si fossero insinuati fra i capi, e tu ne rinvieni la traccia nei libri del Pisacane, del Rosselli, e del Dandolo: Fra il Garibaldi e il Mazzini si interpose un po' di ruggine, che tra quei due generosi non durò un pezzo: anco i generali si accordavano poco; e gli stessi colonnelli di stato maggiore si puntigliavano, onde il Garibaldi mandò il colonnello Morrocchetti al comando di Porta Portese non potendo rimanersi sottoposto al Manara meno anziano di lui.—
Ma se le breccie non furono assalite i Romani tentarono ogni estremo conato per renderle inani; inutilmente però, che dopo avere reso cotesti luoghi sacri di sangue per la Patria versato, ebbero a ritirarsi nella seconda linea di difesa. Troppi sono i generosi defunti che domandano da me un ricordo e lo meritano, ma io già sento, che di soverchio grave è il peso che mi recai su le spalle, nè lo spazio dell'opera, nè il libro, che precipita al fine mi consentono discorrere di tutti, ma io meriterei che veruno o uomo o donna, che ama la Patria, e per la Patria patì volgesse lo sguardo sopra queste pagine dove da me si trascurasse raccomandare alla memoria dei posteri questo pietosissimo caso: già lo narrava il Rusconi nel Libro della Repubblica Romana, ed io per vendicarmi di lui a mo' che mi vendicai del Dandolo per i giudizi nè giusti nè veri balestrati contro di me, quasi mi lascerei andare alla voglia di riportarlo con le sue stesse parole, che davvero io provo piene di profonda compassione e nobilissime tutte, ma oltre al dubitare ch'elleno male s'innestino con le mie, paionmi troppo lunghe. Aperte le brecce ferve l'opera per metterci riparo; un vero turbine di ferro e di fuoco mulinava su l'area avversa alle breccie francesi, ed una moltitudine di cannonate la solcava per seminarvi pur troppo la morte; tu vedevi i Romani brulicare come formiche portando sacca, sassi, e trainando carretti di terra, nè i romani soli, bensì ancora le Romane, e fra queste Colomba Antonietti, che non potendo lasciare solo il marito esposto al pericolo volle ad ogni costo parteciparlo ed in cotesta vita ella aveva durato due anni, che lo sposo suo accompagnò in tutte le guerre d'Italia, e a Velletri fu vista, precorrendo, incorare i soldati: in quel giorno la supplicarono di là si rimovesse, ed ella sorridendo, «ma se ci lascio il marito morirei di affanno.» Intanto la gente cadeva giù a rifascio, e parecchi scontorcendosi nell'agonia andarono a morire ai piedi della donna; ora ella mentre porgeva allo sposo certi arnesi rimase colpita da una cannonata nei reni; cadde in ginocchino, levò le mani al cielo, e disse: «Viva l'Italia!» e più non potè dire. Sorse dintorno un grido straziante, e il marito in sembianza morto anch'esso, trasportarono altrove. «Le onorate spoglie (e qui si adattino o no le parole del Rusconi con le mie, le vò ad ogni modo riferire) di quella cara infelice composte sul cataletto menarono a processione per le vie di Roma, spettacolo di compianto universale, e il popolo trasse in folla dietro al feretro coperto di bianche rose, simbolo della candidezza di lei spenta così crudelmente sul fiore della gioventù. Deposto il feretro nella Chiesa la moltitudine genuflessa con molte lacrime supplicò da Dio pace ad una delle anime più elette che mai abbia vestito quaggiù spoglia mortale.» E pure questa, e siffatte donne il vile sacerdote non aborrì denigrare calunniando, che non amore di Patria le movesse, bensì prurigine di lascivia: bene sta; le Arpie, quello, che toccano contaminano, e i Sacerdoti che altro sono mai se non Arpie? Solo resta a vedersi per quanto tempo ancora dureranno a contristare la umanità.
Allo scopo di fornire notizia, che sia più conforme al vero intorno all'orribile strazio fatto di nostra gente in cotesti giorni io ricercando per le effemeridi dei chirurghi, e più particolarmente in quelle dell'ottimo Ripari trovo, che sovente nel bastione sinistro fulminato con rabbia canina dai Francesi furono di un colpo morti o feriti più di dodici soldati, e di che razza ferite! L'ospedale provvisorio addetto alla divisione del Garibaldi avevano posto nella Chiesa e nel Convento della Madonna dei Sette Dolori sotto San Pietro in Montorio, e quivi affermano per tutto Giugno non si annoverassero meno di venti morti al dì per termine medio, feriti un sessanta. Tra i molti fieri casi mi occorse fierissimo questo, che sto per narrare; una rovina di uomo giovane, e di volto assai bello fu un giorno gittata là sopra una tavola dove il Ripari esercitava la sua arte; ho detto rovina perchè quanta parte della forma umana fosse rimasta intera non si poteva discernere; mancava di ventre, le coste anteriori denudate e bianche come di cadavere da lungo tempo sepolto mentre non apparivano anco morti il viso, il collo, ed i bracci; il buon Ripari per pietà austero, visto cotesto spettacolo gridava cruccioso: «perchè mettete qui quel cadavere ad impacciare la medicatura degli altri?» «Ma non è morto,» risposero. «Or come non è morto?» Disse il medico e lo guardò in volto… Dio di misericordia! Quel tronco di uomo teneva gli occhi aperti, e li girava per mirare chi movesse per la stanza: occhi neri, e smaglianti, sede ultima della vita che lì prima di spegnersi si raccoglieva. Se avesse udito, il Dottore non sa dire, nè afferma, solo narra che indi a poco gli occhi del mutilato si chiusero ad un tratto nelle tenebre della morte come face per forza spenta. Questo orribile caso nel mentre, che si spiega come la rapidità fulminea della offesa, ebbe virtù di cauterizzare i vasi sanguigni quantunque capitali e di ottundere i nervi superiori alle parti colpite, dimostra, come nelle parti illese per tempo più o meno breve duri senso, e vita conforme alla loro natura, onde tu lettore puoi mettere questo esempio con gli altri, i quali ti ammaestrano, che testa mozza non è vita spenta.
Anco successe in questo ospedale un'altro caso, e fu novello testimonio come la fatalità che tiene l'uomo pei capelli, nè meno dopo morte lo abbandoni. Certo di quattro bersaglieri lombardi del battaglione del Manara condottisi a cotesto ospedale dissero: «fateci vedere i morti, che tra loro ci ha da essere un nostro compagno, e gli vogliamo dare sepoltura a parte.» Menati giù nei sotterranei cercarono tanto, che fermandosi davanti ad uno sclamarono: «eccolo è questo, domani verremo col cappellano a levarlo, intanto manderemo la cassa per riporcelo dentro:» E come dissero fecero, senonchè i becchini vennero col carrettone quando tutti gli astanti rifiniti dalla stanchezza dormivano, onde il bersagliere con gli altri levarono via: la cassa consegnata più tardi a persona ignara del convegno rimase depositata sopra l'altare della Chiesa. Il Dottore Ripari memore della promessa avendo veduto sul fare del giorno la cassa domandava se il cadavere del bersagliere si trovasse tuttavia nel sotterraneo, e venne a sapere, che a quell'ora era stato insieme con gli altri sepolto; parve al Dottore essere proprio il caso di ricorrere ad una frode pietosa, e procurò nella cassa vuota s'inchiodasse il primo morto venuto (e di morti come vedemmo non si pativa penuria!); il cappellano venne, vennero con esso i bersaglieri, e con lacrime e con esequie proseguirono un morto, che sebbene incolpevole, le usurpava;—l'egregio uomo questo evento scrivendomi mi domandava: «ho fatto male? Mi parve allora, che confessare il fallo sarebbe stato peggio; non ebbi coraggio di contristare cotesti valorosi, e dabbene giovani: temei di spargere su l'anima loro amarezza inestimabile e dannosa se avessero pensato quale cura i vivi abbiano dei morti, quando anco morti per la Patria.» No gentile spirito, non operasti male, che non per questo l'esequie giovano al defunto perchè celebrate sopra il suo corpo; le preci, e gli amorosi ricordi fanno più bene a cui le recita, e li conserva, che a quelli che ne sono argomento; Dio rimuneratore nella vita da me sperata seconda, non ha mestieri eccitamenti per consolare le anime immortali, e per premiarle.
Abbandonata la prima linea di difesa i nostri si ritirarono alla seconda, la quale come accennai veniva formata da parte delle mura costruite dallo imperatore Aureliano prima che movesse alla impresa di Palmira: elleno per bene dodici miglia circuivano l'antica Roma lasciando fuori il Trastevere e il Vaticano; Urbano VIII le squarciò da un lato addentellandoci le nuove mura, che dalla porta Cortese scendono fino a porta Cavalleggeri, sicchè parte della cinta dello imperatore Aureliano rimase dentro di quelle, e precisamente tutta la porzione, che arrivava fino alla porta Settimiana; questo frammento, e nè meno tutto somministrò le ultime difese ai Romani. Ultime, e inferme. Gl'ingegneri non avendo saputo adempire lo ufficio loro a dovere o voluto, il Garibaldi li prese in sospetto per modo che ordinava in villa Spada li custodissero, li vigilassero, ed egli fu che dispose la seconda linea, e l'ala sinistra a dare aspro rimbecco al nemico, approfittandosi del colle del Pino per piantarci una batteria di un'obice, e tre cannoni di diverso calibro, siccome un'altra ne piantò al Fontanone parimente di un'obice, e di cinque cannoni da 24, da 18, e da 12 libre di gittata: ancora, armava una batteria di tre pezzi di artiglieria davanti alla villa Spada, ed una seconda tra l'angolo della Cortina e il muro Aureliano; munì eziandio San Pietro Montorio con due cannoni. Le artiglierie dal monte Testaceo, e da Santa Saba furono trasferite su l'Aventino; il Vascello quasi promontorio battuto dalla tempesta sporgeva dall'estrema destra sentinella avanzata della nuova difesa.
Qui si rinnuova più acerba che mai la rampogna al governo romano, e peculiarmente al Mazzini di avere prolungato le difese, imperciocchè le regole della milizia persuadano a cedere la piazza una volta, tosto che vengano coronate le brecce; ed è vero, ma vero è del pari, che tanto più merita lode il capitano, il quale dura imperterrito, finchè l'anima gli basti. E poi adesso si trattava di lasciare (dacchè altro non si poteva,) ricordo fruttuoso ai Francesi di quanto ardissero pochi Italiani appena usi alle armi, quasi inermi, e sprovvisti; nè questo ricordo andrà perduto, comecchè forse se ne avvantaggerà cui meno meriterebbe; e avverti ancora, che l'alea correva asso o sei; conciossiachè nonostante le furbesche gagliofferie dei Francesi si comprendesse ottimamente, che eglino intendevano rimetterci il Prete netto; ora il Prete non può governare, eccettochè tiranno essendo la libertà, e il pensiero affrancato titoli di ribellione contra di lui; una sola libertà ti consentono i Preti, quella d'imbestiarti dentro ogni infamia, chè quanto più ti abietti e più gli diventi schiavo; abbassa pure la tua anima al pavimento, che egli te la passeggerà più sicuro.—Enrico Cernuschi, il quale molto operò nello assedio di Roma, e corse estremi pericoli per lei con molto senno tale dava ragione della difesa, la quale comecchè occorra in altri scrittori pure mi sembra pregio della opera riferire a mia posta. «Noi ci siamo da prima difesi così consigliandoci l'onore ed il vantaggio nostri; ci siamo difesi poi perchè ci confortava il voto della Costituente francese; più tardi il trattato col Lesseps. Perdurammo nella difesa nove giorni dopo entrato il nemico a Roma, e dopo il lacrimevole annunzio della prevalenza della nuova tirannide a Parigi per dimostrare, che non eravamo dietroguardia di un partito, bensì vangardia di un popolo deliberato a risorgere in nome di Dio, e della Libertà: qui non siamo comunisti, nè socialisti, nè montanari: siamo italiani!» Per ultimo; altro il dovere del Re, ed altro quello del magistrato del popolo, ed è chiaro, non avendo il magistrato popolesco in verun caso mai il diritto di sostituire il suo al volere del popolo, massime in ciò che attiene ai proponimenti d'importanza suprema; il re al contrario arbitro in tutto e per tutto, e sempre: il re passa, le regali stirpi tramontano, onde dei sacrifizi può darsi, che al re non tocchi altro, che il danno, ma il popolo, che dura sa come scrive il Gioberti: «che non si sparge mai umano sangue indarno, nè mai rimane invendicato, e nulla nel mondo sociale come nel giro della natura va mai totalmente perduto:» e sa eziandio, secondochè Federigo Torre ammaestra: «che il sangue, che si sparse oltre all'essere seme per lo avvenire diventò consecrazione di principi, fu testimonianza, che la rivoluzione non era delirio di pochi, ma bisogno e convincimento di tutti, i quali dove avessero posto mente alle debili forze in paragone di quella onde lo straniero veniva armato a combatterli, non avrebbero mai dovuto mettersi al cimento, in ispecie contro la Francia tanto copiosa di soldati, e potente in armi: Forse i Romani di per se stessi la impari lotta non vedevano? O non sentivano la necessità inevitabile di piegare il collo? Con tutto ciò deliberarono difendersi, lo fecero finchè poterono, ed oggi gli stessi avversari lodano la ostinata difesa, e il popolo italiano ne va altero come il suo migliore titolo di onore, e avverti di più, che il proponimento di cedere agli estremi sorse spontaneo, ed unanime; non di discussione dell'assemblea ci fu mestieri, nè di partito, nè di ordine di Governo, le cose procederono per corso naturale senza intervento di autorità.» Che se domandi o lettore perchè il Gioberti, che tale un dì pensò e scrisse, poi tanto infesto si mostrasse al Mazzini io ti chiarisco in un motto; il Gioberti fu prete, e non impunemente, pare, si tosano i capelli sul vertice del capo, e poi si lascia scoperto alla temperie dell'aria. Quanto al Torre seppi, che ora tiene ufficio nel ministero della guerra, ed ha titolo di Generale, e col titolo il salario: forza di pane stringe più di manetta di giandarme. Il libro delle memorie storiche sull'intervento francese in Roma vivrà, e fie patrimonio del popolo, il suo autore, comunque mangi, beva, e vesta panni non vive più, e in breve diventerà patrimonio della terra: di lui non piace, nè giova mettere altre parole, e le dette sono troppe.
E' pare impossibile, e credo, che i posteri non ci presterebbero fede, dove non lo attestassero testimonianze solenni muniti di poche artiglierie noi resistemmo ai Francesi 26 giorni con la breccia aperta, mentre gli è raro che per così lungo tempo durino le fortezze principali. Il Generale Vaillant affermava dentro quindici giorni compito l'assedio, e andò il presagio indarno, onde se ne deve arguire o che incontrasse virtù inopinata, ovvero prendesse un granchio, e davvero fu così; cotesto generale reputando facile sopra tutti ad essere conquiso il punto più incavato delle mura lì rivolse lo sforzo supremo, e su questo non errò; ma non pose mente, che da quella parte del pari riusciva agevole moltiplicare le difese; di vero non lì stava la chiave dell'assalto, sibbene pochi metri dietro il Bastione nono a manca della porta San Pancrazio. Quinci circuivansi tutte le difese interne non escluse quelle del recinto Aureliano, quinci potevasi percotere la città intera, o il punto reputato meglio spediente, quinci infine tornava destro nascondere ogni moto di milizie, e conseguire i vantaggi che c'industriamo raccogliere dalla parte nostra prima d'ingaggiare battaglia: a questo i Francesi non avvertirono; per la quale cosa superati i Bastioni 6 e 7 si trovarono davanti i Bastioni 8, e 9 intorno a cui ebbero a travagliarsi nove altri giorni; e siccome essi nel dare specie di argutezza alle follie valgono oro, così dissero averlo fatto a posta per pigliare dalle breccie 6 e 7 di fianco i Bastioni 8 e 9, e questo veramente eseguirono ma al tempo stesso assaltarono il Bastione 8 con le colonne principali di fronte.—Per condurre a buon fine simile disegno importava ammannire l'assalto con una furiosa battaglia di artiglierie, e a questo partito si accinsero; la storia militare rammenta una maniera di duello combattuto fra la Batteria del Pino, e quelle francesi: armavano la prima sei cannoni, ed altri quattro la sostenevano all'ala destra; i francesi cominciarono ad aprire il fuoco da certa Batteria costruita durante la notte sopra la breccia della Cortina, lo accrebbero con copia di mortai, che piovevano bombe a scroscio, per ultimo ci sfolgorarono con otto cannoni di traverso da villa Corsini. Ai nostri cannonieri comandavano un tenente Sortari, un maresciallo Grimaldi, e un brigadiere Maccaferri: assisteva Garibaldi: in breve una nuvola di polvere coperse le opere nemiche, ma egli aguzzando gli occhi conobbe volare frammenti all'aria di carretti fracassati; non istettero due ore, che i cannoni de' francesi ridotti a tacere fecero abilità ai nostri d'infestare per la giornata intera le gole dei Bastioni francesi. Onde la gente abbia contezza del come i Francesi spesseggiassero con le bombe basti dire, che nel corso della notte 20 ne caddero nella Batteria del Pino: mentre Garibaldi, Avezzana, Manara ed altri stavano consultandosi una bomba cadde loro allato, e scoppiò: quantunque veruno di essi si gittasse giù in terra (e forse non ci pensavano) tutti rimasero illesi. «Le sentinelle per le bombe non si turbavano, solo avvertivano: «ragazzi ecco una bomba!» E con iscede infinite l'accoglievano; cacciato via il Garibaldi dalla villa Spada aveva stabilito il suo domicilio fra il terzo e il quinto cannone della Batteria a destra; bastò un'ora a costruirgli la casa composta di alcune stoie fitte su quattro lancie piantate in terra; fin costà andavano a visitarlo le gentildonne romane, e a questi giorni mentre ei ci s'intratteneva sotto in compagnia di due dame, una bomba ruinando dall'alto mise in fascio la casa, e ospite ed ospitate ricoperse con un mucchio di terra; il Generale le accomiatò, comecchè repugnassero, e da quel giorno in poi per amore di schivare sventura non consentì, che più oltre lo visitassero. Sul mattino, narra l'Hoffstetter, mentre giaceva sotto la tenda udì passare il Generale, e dire a taluno il quale forse voleva svegliarlo: «lasciate ch'ei dorma, tardi tornò questa notte dal servizio» ond'ei riprese sonno; di repente gli trema sotto la terra, un picchio terribile gl'introna il capo, sicchè a rotoloni si trova balestrato lontano; proprio a canto alla testa gli era caduta una bomba, che scoppiando portò via stoie, lancie, assiti in mezzo a nuvoli di terra e di fumo; fu tosto in piedi stravolto, e si presentò al Garibaldi anco questa volta rimasto illeso per miracolo, il quale bevendo a centellini il caffè come se non fosse fatto suo gli domandò sorridendo: «perchè vi siete levato così presto? e pure aveva ordinato che vi lasciassero dormire.»
Se il niego levasse infamia qual mai candore di colomba pareggerebbe quello dei francesi? Ma il niego di faccia alla verità, che ti opprime vale coscienza e confessione di colpa, e poi la storia ci ammaestra, e noi provammo come agli Austriaci piaccia la sostanza del terrore, ai Francesi non pure talenti la sostanza, ma sì eziandio la ostentazione di quello. Centocinquanta bombe nello spazio di una notte ruinarono in Trastevere, nei quartieri Santo Andrea della Valle, Argentina, e Gesù; in un'altra più del doppio; si rammentano malconci dalla barbarie francese l'Aurora di Guido Reni nel palazzo Rospigliosi a Montecavallo, il tempio della Fortuna virile; percosse rimasero la statua di Pompeo a piè della quale cascò trafitto Cesare, e l'Ercole di Canova. Andò distrutto nel palazzo Costaguti un'affresco bellissimo del Pussino con tanto maggiore querimonia quanto che non lo avessero mai ritratto nè con pennello nè con bulino. Contro questa salvatichezza, che i francesi vituperano in altrui, a mò di quello che inquina la pietanza ond'altri se ne schifi, ed egli possa mangiarsela tutta per se, protestarono gli artisti, e il municipio romano, con essi, e più autorevoli di tutti, i rappresentanti delle potenze straniere, i quali (per adoperare le medesime loro parole) contestavano a viso aperto al Generale di Francia, il profondo dolore pel bombardamento di Roma per più giorni e più notti continuato non solo con danno di donne e di fanciulli innocenti, ma altresì con pericolo degli abitanti neutrali; di già parecchi innocenti perirono, parecchi capi di opera di arte, che veruno potrà rifar mai andarono perduti; quindi s'intima il Generale a desistere dal bombardamento, che distruggerebbe la grande città cui le nazioni civili del mondo moralmente proteggono. Tutto questo era niente, il Generale Oudinot confessava esserne uscito questo male, ne stava per nascerne altro maggiore, ma così ordinare il Governo, ed egli ne adempirebbe i comandi; tale e quale avrebbe parlato il carnefice: ancora; colpa di tutto i Romani: o perchè si ostinano a resistere tanto? La Francia volerla spuntare ad ogni patto perchè ci entravano di mezzo i suoi interessi, e il suo sangue: veramente nel dispaccio prima veniva il sangue, e poi gl'interessi, ma quell'ordine era messo per figura rettorica. La storia, ed anco la Nemesi eterna vendicatrice delle colpe umane tanto più devono raccogliere cotesti casi quanto, che le regole della scienza, e la perizia dei francesi potevano far sì che le palle colpissero a punto colà dove intendevano briccolarle. Oltre queste testimonianze ci occorrono le seguenti, lo Spettatore militare, il Rapporto del generale Vaillant intorno l'assedio di Roma, il Ragguaglio storico, e militare, il libro intitolato Roma dell'abate Boulangè, ed altri parecchi; i Preti non lo nascosero mai, anzi si compiacquero a bandirlo nei libri loro, e lo puoi riscontrare nella Civiltà cattolica, e ciò nonostante il Corcelles scriveva al Governo di Francia, che lo poteva negare di reciso, e il Governo negò: dopo lui negarono tutti, negarono perfino contro la perizia compilata dalla Commissione preposta a verificare i danni del bombardamento, e ad avvertire il modo e la spesa per risarcirli. Dei caduti in mezzo a cotesta procella di fuoco noi lamentammo il capitano Laviron francese, il quale si sporse fuori dei parapetti per mirare un pò come i Francesi accogliessero il colonnello Ghilardi appunto in quei giorni arrivato in Roma, e che ora in qualità di parlamentario spedirono al campo nemico; lo presero a fucilate, ma scampò la vita per lasciarla più tardi in altro emisfero sotto le medesime palle francesi: preso nel Messico a man salva febbricitante nel letto gli davano morte assassina: volle il fato, che su quel capo la Francia si tirasse addosso un fiero conto di delitto, forse egli ora lo ha già messo in pulito per farselo pagare.—Tornando al Laviron, egli aveva indossato in quel dì la camicia rossa, e non fu savio; quindi, preso facilmente di mira cascò ferito nel ventre, allora subito gli si versava addosso Ugo Bassi a confortarlo con parole di affetto divino, ma egli profferita appena la raccomandazione della sua anima a Dio spirò baciando il Bassi; non per questo il dabbene Ugo lo abbandonava, bensì a lui morto proseguiva prodigare cure fraterne, nè valsero a strapparlo di là supplicazioni, nè comandi, tanto che una scarica di palle nemiche lo rinchiuse come in mezzo a un nugolo dentro di sè; veruna lo colse che il suo fato lo aspettava a Bologna.—Il Garibaldi quando lo vide fuori di pericolo ebbe a dire ai suoi: «voi non potete credere quanto questo uomo mi contristi, dacchè io lo veda dominato dalla voluttà, per dire così, dalla morte.»
Insieme al francese Laviron morirono il capitano Giordani, ed i tenenti Fattori, e Giovannini, ed anco talune guardie nazionali Romane di cui non trovo registrato il nome. Vi perse la gamba, e il piede destro Giuseppe Brambilla da Milano; forse adesso egli vive, e il cielo gli consenta anni quanti bastano per vedere che non espose invano le membra del suo corpo per la redenzione della Patria; altri altri premi ambiscano e gli ottengano; ai magnanimi davvero tanto basta, e ne avanza: suo fratello Emilio Brambilla felice ingegno con altra opera secondò la fortuna di Roma, amministrando la finanza; ora è morto: pianta di buon seme fu la famiglia Brambilla, e i buoni patriotti hanno a desiderare che sia perpetuata; in altri ricordi trovo notati, morto il capitano Baj per dolorosa ferita, che gli portò via di netto ambedue le gambe, tra i feriti meritano speciale menzione il Brusco genovese appartenente alla Cancelleria del Garibaldi, e certa Orsolina da Foligno scemata da scheggia di bomba del tallone destro.
Si stringe la cintura di ferro, e di fuoco intorno a Roma, il nemico indefesso durante la notte scava pozzi per le mine, edifica, e munisce piazze di armi, drizzata una trincea compie la quarta parallela, poi imprende un cammino il quale passando rasente alla casa Giacometti avrebbe messo capo sopra la via, che mena a San Pancrazio; dalla parte nostra si agitavano come naufrago in mezzo all'Oceano, che non vuole e deve morire, tuttavia impediscono la costruzione delle Batterie dodicesima, e decimaterza; e alla mattina del 26 scassinano anco la undicesima, sicchè i Francesi non poterono avvantaggiarsi che con le Batterie seconda, e decima, la quale più di ogni altra prese a fulminare il Vascello, nè senza ragione, che quinci si menava incredibile strage dei Francesi; il nostro Medici il quale non pure si difendeva, ma andava escogitando senza requie un qualche trovato per fare uno sdrucio dei solenni nello esercito avversario esplorò le catacombe, e l'acquedotto Paolo donde avvisava spingersi fin sotto la villa Corsina, e colà con mine, e fuochi artificiati sobbissare il ridotto in uno alla Batteria decima; ora o di tanto si accorgessero, o come credo piuttosto, i Francesi avvertiti diedero la via alle acque, che irrompendo ruinarono ogni apparecchio soffocando tre lavoranti, e se più ce n'era più ce ne rimanevano. Da capo la rabbia francese si volta contro al Vascello; stupendo ad un punto e orribile a vedersi lo stato in cui si trovava ridotto; del piano superiore non avanza traccia, dello inferiore il muro di fronte ruinato lasciava vedere negli spazi più interni le colonne, le statue, le stanze elegantissime; insomma presentava la figura, che gli Architetti chiamano spaccato.—Molti possono per impeto superare il Medici, veruno, io penso, per costanza, e tranquilla severità: di che mi piace riportare uno esempio: in cotesto giorno non ci fu riposo: notte e dì i soldati ebbero a vegliare ed a combattere; ora parendo a parecchi cotesto comando duro, uno di loro più rotto ardiva presentarsi al Medici mentre ei beveva una tazza di caffè e dirgli ch'egli non intendeva recisamente montare la guardia. «Ed io, rispose il Medici senza guardarlo in faccia ed accostandosi la tazza alle labbra—ti farò fucilare.» Batti, e ribatti ecco con altissimo scroscio casca il Vascello, schizzano violentemente legni tronchi, marmi rotti, e una nuvola di polvere chiude intorno la ruina; il peso immane rompe le volte del terreno, ed ormai del superbo palazzo non avanza altro che un monte di macerie; fino dallo interno di Roma fu udito il fracasso; venti dei nostri sepolti sotto le ruine persero la vita; e non pertanto il Medici non si decise mica ad abbandonare cotesto mucchio di sassi: noi lo vedremo su quelli maravigliare con nuovi gesti di valore il nemico, che i muri poteva vincere, i petti no.
Avanti, avanti, il nemico dalla quarta parallela spicca un camino nuovo verso il piede della cortina, bersagliato furiosamente dai nostri lo smette per ripigliarlo più tardi, ma non può protrarlo di là da 65 metri, che lì lo arrestano la virtù romana, e l'ardore della disperazione; anco i lavori verso le ville Giacometti e Barberini si mettono da parte; si aspettano le tenebre, e i Francesi sostituendo alla gente stanca gente riposata e molta le batterie ultimamente costruite armano, nuove ne drizzano, e di mortai le muniscono.
Si levava il giorno 27 fosco in vista; il sole procedendo cinto intorno di nebbia pareva che presago della strage imminente repugnasse illuminarla: i francesi tuonano con cinquanta cannoni messi in batteria; il casino Savorelli all'incessante tempestare si sfascia; giù il tetto della Chiesa di San Pietro a Montorio, dopo il tetto vacilla il campanile, poi anch'esso giù a pezzi, di cui parte dentro la Chiesa, e parte fuori; la Villa Spada sottosopra; i nostri non isbigottiscono alla bufera, le Batterie undecima, e duodecima del nemico scassinano, ma i Francesi ne hanno drizzate su tante, che ometterne una o due non nuoce; e' ci fu pompa per la parte loro di distruzione, lusso, prodigalità vera: se nell'amministrazione dei propri interessi i Francesi adoperassero come in guerra quando scotta loro di vincere bisognerebbe sottoporli a curatore. Dalla Batteria decima essi presero a colpire in breccia il Bastione nono; dalla decimaquarta apersero il cammino di scarpa al Bastione ottavo. Il Garibaldi da per tutto era, ma sopramodo instava perchè la Batteria del Pino si mantenesse ritta, dalla quale a dir vero, o per la posizione sua, o per la molta attitudine degli artiglieri fioccava la morte nelle fila nemiche: non importa dire se i Francesi contro questa Batterla si sbizzarrissero; ogni sforzo adesso è volto a rompere la cinta traversa, che già difendeva la villa Savorelli, ed ora ne copre le rovine; di fatti la rompono; lo intero campo è minacciato, il fianco della Batteria del Pino battuto. Tosto alla riscossa; l'apertura della traversa forse si allarga 8 piedi, a 9 non arriva, ma si può dilatare vie più, e poi anco così basta onde il nemico irrompendo allaghi; accorre la legione italiana, e fa prova infelicissima; ad un sergente appena si affaccia una palla di cannone fracassa il petto schizzandone il corpo in brani a destra e a sinistra, le prime fila della legione vengono spazzate via dalla mitraglia; non si sgomentano i sorvegnenti per questo, e passano sul corpo dei compagni per accorrere là dove li chiama il dovere: intanto una palla tronca una gamba al Capitano della Batteria a destra, steso su la barella lo portano all'ospedale, ed egli fiero in sembiante agitando il membro mutilato come una bandiera grida ai soldati: «viva la Italia! Coraggio!» Bersaglieri, Linea, Legionari quasi tratti fuori di loro per tanta costanza plaudono con la voce, e co' gesti, nè si potendo contenere accompagnano la barella del dolore come se fosse stata un carro trionfale fuori del tiro.
La rottura della traversa rendeva impossibile sostenersi nella Batteria di destra, il Garibaldi dal Pincio vedendola deserta, scende con passi frettolosi, e all'Hoffstetter, che primo gli si para davanti dice: «adoperate chi volete, sieno pure uffiziali tutti, ma importa sia turata la rottura della traversa, andate.» Mentre l'ufficiale partiva per racimolare quanta più gente potesse, il Garibaldi si rimase ad attenderlo seduto sopra un carretto di cannone; l'Hoffstetter s'imbatte in trentacinque bersaglieri reliquia ultima della terza compagnia del secondo battaglione, li trae seco e li conforta con alquanto di vino, perchè davvero erano rifiniti di forze: dall'apertura sboccava una fiocinata di palle, allora i bersaglieri si divisero, parte porgeva i sacchi pieni di terra, e parte li riceveva; l'apertura scema, si chiude, è chiusa; nè cannoni, nè mortai, nè moschetti nemici valgono a trattenere l'opera; anzi i bersaglieri passando dal coraggio alia temerità vogliono salire su la breccia ristorata, e bravare il nemico alla scoperta; a rattemprarne la baldanza ecco giù una bomba, che in un'attimo ne ammazza sette; balenarono gli altri ma i morti furono rimossi, sul sangue si sparse un pò di terra, un bicchiere di vino, un grido: «viva la Italia e le cose tornarono come prima. Si richiamarono i cannonieri, e quattro cannoni ripresero il fuoco contro il nemico, tre maneggiavano i Romani, il quarto li svizzeri; il Garibaldi esulta, la batteria del Pino rimane sollevata perchè i francesi contro la traversa ristorata voltano le armi, e le ire; i cannonieri presi da entusiasmo raddoppiano lo zelo, e rendono ai francesi due pani per coppia; così i tiri infallibili spesseggiano; che ai Bersaglieri non patisce l'animo privarsi dello spettacolo, lì stanno spettatori, e ad ogni tiro battendo palma a palma gridano: «bravi!»
Ma lo spettacolo era pieno di pericolo per modo che una seconda bomba uccise e ferì altri sei Bersaglieri. Di trentacinque, in piedi n'erano rimasti ventidue, il Generale donò loro due scudi a testa, e, secondo il vecchio costume spartì tra i feriti la parte dei morti, e permise se ne andassero; chi ebbe il danaro lo serbò per distribuirlo per tempo meno tristo perchè lì per lì i lombardi lo avrebbono rifiutato; a veruno sarebbe bastato il cuore di toccare la eredità luttuosa dei fratelli caduti.—I cannonieri rimasero; più tardi taluni domandarono licenza di ritirarsi, ed ecco perchè: intorno ad un cannone di vivi restavano due soli, nè senza permesso volevano abbandonarlo! Però prima in compagnia di altri trassero il pezzo in sicuro. La processione lugubre, e continua dei morti e dei feriti in questo giorno non si può senza stringimento di cuore descrivere, troppi i morti per ricordarli nonchè tutti, pochi; solo non vada inonorato in queste povere carte il capitano Giuseppe Varenna generoso pavese, e tu bel fiore di giovanezza Gustavo Spada romano, che glorioso per morte magnanima andavi fra le ombre dei tuoi padri testimonio che ai figli stanno avversi i fati, ma la virtù non manca.
Ora quì successe uno strano caso, che assai fornì materia al dire degli uomini, e nei libri ne occorrono le traccie con varia maniera riportate, e il fatto fu questo: il Generale Garibaldi di repente si leva dalle mura, e gli subentra al comando il Generale Rosselli, se ne va con quello la legione italiana, viene altra gente con questo.—Siccome il Garibaldi tornò il giorno appresso sul far dell'alba e con la legione vestita di novella assisa, così fu detto e creduto ch'egli e i suoi recedessero dalle trincee per riposare una notte, e per mutare l'abito turchino nel rosso: ora di lieve comprendi come questo fosse pretesto non causa del fatto, e la causa vera occorre nelle memorie del Generale. Egli fu informato, che a Roma stavano in procinto per dichiarare la resistenza impossibile, i battaglioni primo, quinto, sesto, settimo, ed ottavo della guardia nazionale tambussavano il Senatore Sturbinetti, tranquillati partivano; allora veniva la volta dei popolani; furono da prima trecento, crebbero poi alla stregua, che le disgrazie si facevano maggiori, e le sollecitazioni dei nemici occulti peggiori; per la quale cosa egli propose uscire da Roma con quanta più gente, e quante più armi, e arnesi di guerra, e pecunia, o cose capaci a ridurre a pecunia fosse possibile; ottomila uomini non potevano mancare, con essi andassero i rappresentanti del popolo, giovani, e di corpo gagliardi, di seguito grande nei propri paesi: da cosa nascerebbe cosa; intanto terrebbero fermo su gli Appennini; Venezia reggeva; non vacillava Ungheria: arride la fortuna agli audaci; non piacque il partito, comecchè trovasse nel Mazzini fautore caldissimo, il quale lo ripropose più tardi; onde il Garibaldi mulinando fino d'allora quello, che in seguito compì, reputando la capitolazione sicura pel giorno veniente si partiva, persuaso in seguito che per converso si era deliberati resistere fino allo estremo tornò di gran cuore a sostenere le ultime prove.
Per cessare della luce non s'interrompono le opere di guerra; i Francesi ripararono durante la notte le ingiurie patite nelle batterie, ma co' lavori nuovi di poco si avvantaggiarono, imperciocchè la vigile fanteria romana molestando con fuochi incessanti i marraioli sconciarono i lavori che intendevano condurre intorno al casino Barberini; però cavarono una quinta parallela per riuscire a separare il Vascello dal corpo della difesa, il quale fin qui come guerriero ferito a morte, e giacente pur sempre pugnava, e di conserto col Bastione ottavo fracassò il cammino già spinto a buon termine dai Francesi a casa Giacometti. All'alba ripigliano il trarre da una parte, e dall'altra: pari il furore, impari troppo la forza; le nostre batterie mancavano di parapetti, le trincee apparivano ammasso informe di terra, vennero meno a ripararle le braccia; la Batteria del Pino quasi messa a pegno di gara agli artiglieri francesi sfasciata d'incamiciature, priva di gabbioni, senza difese di fianco sparava i cannoni all'aperto e come si dice a barbetta.—Ora fulminando i Francesi con le Batterie undecima, decima seconda, e decimaterza la seconda linea di difesa costringono il Bronzetti a cedere, ben tosto posero mano alla zappa passando oltre la cortina per chiudere il Vascello; da questo lato irreparabile ormai il proseguimento della Breccia; altro non potè farsi, che provvedere, affinchè lo irrompere del nemico fosse lento così da lasciare campo a nuove difese più interne; non si pretermisero gl'incendi delle case circostanti; meste tede funeree, esclama l'Hoffstetter, alla morente repubblica! il Bastione primo di sinistra si lasciò presidiato; e del presidio era parte la compagnia Rosagutti nella quale militava il dabbene Morosini; ma il Dandolo, che di quel diletto capo trepidava ottenne supplicando dal Manara, che a cotesta compagnia si desse lo scambio; altri si oppose ma non potè spuntarla; la compagnia Rosagutti fu rilevata; con essa andò il Morosini; lo tirava il fato.