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Lo assedio di Roma

PARTE TERZA (continued 3)

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Il Garibaldi rimontato a cavallo ordina a talune milizie disposte per le frastagliature dei colli latini avanzino celeri e chiudano la strada, alle altre poi comanda non si movano, rimangano ai lati del nemico, il quale improvvido delle insidie era trascorso oltre, lo fulminino nei fianchi, e così fecero, sicchè le palle percotevano sopra masse dense e compatte, però quanti colpi tante morti e forse più morti, che colpi; cascavano giù come frutti colti dalla grandine; miserabile il luogo, impossibile vincere; da prima venne meno la baldanza, poi subentrò la voglia di ritirarsi, all'ultimo cadde su l'anima di costoro la paura, e a rifascio per cotesta via incassata i cavalli tempestando stornarono, le colonne della fanterie susseguenti rovesciano, pestano, e passano; anco i non percossi disposti sopra i rialzi laterali della via sono travolti nella fuga.

Il re Ferdinando era presente alla battaglia, e la stava mirando, col cannocchiale da una finestra del palazzo Angelotti; visto il caso non volle saperne altro; ordinato pertanto ai suoi soldati il celere ritirarsi, nei passi retrogradi, li precedeva: il suo posto era dietro quando essi camminavano avanti; avanti quando camminavano indietro.

Nella fuga ruinosa lasciarono cavalli, ed uomini feriti, armi sparse, zaini, e vesti; tanta carta avevano addosso costoro, che sparsa a terra parve ci fosse nevicato. Al Masina, cercando, venne fatto rinvenire il Colonnello napoletano morto da lui, scese da cavallo, e gli tolse la tracolla orrevole di dorature, della quale come di spoglia opima meritamente si decorò.

E nè anco voglio omettere un fatto strano, perchè anch'egli dimostra a qual misero stato di errore conduca la falsa religione il volgo di Napoli, e forse il volgo tutto dei cattolici; i soldati napoletani ripresi agramente della poca resistenza opposta rispondevano a scusa, che tanto avevano visto il combattere inutile, dacchè la gente del Garibaldi uccisa, appena tocca terra resuscitava; errore, che ebbe origine da questo: i giovanetti di membra agilissime e spigliati appena esploso il moschetto si lasciavano ire a terra dove giacenti lo ricaricavano, e poi di un tratto sorgevano a replicare i colpi.

I soldati di Garibaldi non paiono contenti di ricacciare il nemico; lo vonno spento; e' fu lo inseguimento feroce: dove i napoletani levano il piè, lo pongono i Garibaldini; il Daverio, il Masina con altri animosi cacciaronsi in mezzo a loro lupi fra pecore, e stette a un pelo, che menati via dalla corrente non entrassero alla rinfusa con essi nella terra, e vi cadessero prigioni; altri si spinsero fin sotto l'altura dei Cappuccini ira di cannoni, e senza curarsi della mitraglia, che schizzava a diluvio, dissero: «qui siamo venuti per combattere, e combattere vogliamo,» pregaronli a ritirarsi, e non approdavano; non l'Hoffstetter vi riusciva, non il Manara; intanto la mitraglia semina la morte, e non per questo rimovonsi dal disperato proposito; allora i due ricordati si consigliano andarsene ad avvisare il Generale e così facendo poco oltre incontrano una mano di soldati, i quali ebbri dallo strepito dei cannoni, e dall'incessante clangore delle trombe incuranti delle granate, che ruinavano giù in mezzo a loro ballavano; appena essi giunsero ecco un colpo di mitraglia ferisce due danzatori; sostano tutti, ed esitano un momento, ma il Manara subito grida alle trombe: «musica!» e gli altri più frenetici che mai ripigliano i salti. Anco il principe di Condè si legge, che in Ispagna quando i suoi si accinsero a salire su la breccia di Leira fece sonare i violini: queste jattanze non invidinsi ai Galli; devono gl'Italiani affrontare la morte da eroi, non irriderla come giullari.

Ma che tarda il Rosselli? Se arriva in tempo questo combattimento non si risolverà solo in onoranza delle armi italiane, ma forse avrà virtù di mutare le condizioni della guerra: disperso l'esercito regio, in potestà nostra le armi, e gli arnesi guerreschi di quello, sbigottiti i nemici già ciondolanti, i popoli levati a novità, aperte le porte dello stato, il re vinto dalla paura più che dalle armi; a Napoli tutto procede a mo' di lava, tanto il fuoco che irrompe dal Vesuvio, quanto la passione, che trabocca dall'anima degli uomini. Ecco arriva finalmente il Rosselli non con la foga di cui voglia avventarsi allo sbaraglio, bensì con la circospezione di quale teme venire sorpreso; il Garibaldi lo attende dentro una casupola a destra, dove ei si sta speculando lo irrequieto affaccendarsi del nemico; appena lo vide in questi precisi accenti li favellò: «Generale, mirate; se vi regge la vista vedrete ad occhio nudo, se no pigliate il mio cannocchiale; ponete mente a cotesta linea nera sopra la strada, quegli è il nemico, il quale non si ritira, ma fugge.»—«È vero! È vero! Risponde il Rosselli.» Orsù via, soggiunse il Garibaldi, «addosso alla coda del nemico, e pigliamogli più roba che possiamo: due strade ci si parano davanti per agguantarli; la prima è quella, che gira sotto le mura, e a questa non ci si ha da pensare, perchè esposta troppo ai cannoni, ed ai moschetti nemici; l'altra più lunga, ma più sicura ci corre qui a sinistra in mezzo ai campi, che potendosi tagliare a diagonale ci lascia agio di giungere a tempo: è l'ora di Marengo, le 4 e mezzo pomeridiane.—Sì, sì, replica il Rosselli, bisogna fare a quel mo' e lo faremo.»—«E sia Generale, replica il Garibaldi, «ma avvertite, che i miei uomini stanno al fuoco dalle 8 di stamattina fino ad ora, bisogna rilevarli.»—«Avete ragione, così faremo;» conchiuse il Rosselli.

Presenti fra gli altri a cotesto colloquio il colonnello dei Dragoni Marchetti, e il colonnello di stato maggiore Daverio, il quale disse al primo: «Marchetti, quanti cavalli hai teco?»—«Adesso quaranta o cinquanta, l'altro rispose.»—«Ebbene soggiunse il Daverio, va tu innanzi per campi di traverso con quanta gente più puoi, e acquattata dove ti paia più destro: io mi ti lego per fede di sovvenirti fra breve.» Il Marchetti andava, il Torre dice con 120 uomini (forse questi più gli si saranno aggiuti per via) e si pose in agguato nella selva che spessissima fiancheggia la via consolare fra Velletri e Cisterna.

Però nonstante la buona volontà dimostrata dal generale Rosselli tanto egli che il suo colonnello di stato maggiore Pisacane non procedevano di buone gambe in cotesta impresa però che eglino le mosse del nemico non giudicassero fuga, all'opposto maneggi per circuirli, e mettersi in parte da presentare battaglia con profitto il prossimo giorno. Mirabile il giudizio subitaneo del Garibaldi quanto il concitato comando: entrambi quasi sempre infallibili: le prove di ciò replicate e continue: onde quanti con esso lui militarono in America gli avevano cieca fede; non così gli altri un po' perchè lo conoscevano meno, un po' per saccenteria di regole e un po' per astio, le quali cose tutte, comecchè in particole pure si appigliano anco allo spirito dei migliori. Da siffatto screzio nacque, che invece di spingersi gagliardi contro Velletri si gingillarono in avvisaglie alla spicciolata fino a notte; fu spedita sopra la strada di Terracina una scarsa banda di gente buona a raccattare prigioni, non atta a combattere nemici: le tenebre posero termine al combattimento, e diedero principio al votare della città: bene si accorse della ragia il Marchetti, che non essendo rinforzato mandò messi su messi affinchè lo ingrossassero; aspettato lunga pezza invano, da una parte egli si vedeva tolto fare cosa che approfittasse, e dall'altra non gli pativa l'animo di tornarsene senza costrutto: tenendosi sempre prossimo alla selva per rintanarsi al bisogno si gittò su la strada dove mise le mani addosso sopra nove mule cariche di gallette, e per poco non fece preda troppo più importante, il fratello del re che in quel punto giungeva: fu salvo in grazia della stupenda velocità dei suoi cavalli.

Verso le due ore del mattino il tenente colonnello Leali ebbe ordine di occupare col battaglione del 5.º reggimento l'altura dei Cappuccini, che trovò deserta. Emilio Dandolo con soli 40 uomini stracorso ad esplorare la città s'imbatte in due contadini, i quali lo accertano della partenza dei Napoletani; fattosi oltre scavalca le barricate, ed entra nella città abbandonata del pari; solo il nemico ci aveva lasciato i feriti e i prigionieri.

Con questi esempi lo esercito napoletano non si educava a gesti eroici; e più tardi a piccolo urto noi lo vedemmo cedere; però prima di cotesta infamia fu chiaro in armi, e lo ridiverrà in breve, chè la colpa non ispetta a lui, bensì al codardo guidatore ed educatore. Di rado i Borboni di Napoli mostraronsi prodi come sovente feroci, chè ferocia e viltà paiono più presto sorelle che cugine, e Velletri se con Ferdinando vide una fuga vergognosa, lei fecero illustre i medesimi napoletani condotti da Carlo III quando colà percotendo gli austriaci salvarono le terre del regno dalle offese di cotesti barbari. Ferdinando fino al Dumo di Gaeta sostenne la parte di cui turpemente fugge; nel Duomo assunse quella di vincitore, e in rendimento di grazia per la ottenuta vittoria cantava il Tedeum; cosa da fare ridere i celicoli, se lassù in cielo queste nostre miserie toccassero; intanto i diari del governo annunziavano le milizie regie congiunte alle francesi combattere aspre battaglie; vinta Roma; con maschio valore averne i Napoletani espugnato due porte; nè diversamente era da aspettarsi da uomini, quali avevano promosso santo Ignazio da Loiola, stipite dei Gesuiti, al grado di perpetuo maresciallo di campo del re di Napoli!

Chi poi non si sapeva consolare di cotesta vittoria era il Masina; sbuffava, e tempestava urlando, che a quel modo non si espugnano terre; se gli fosse riuscito avrebbe preso pel collo il re di Napoli e costrettolo a rientrare in Velletri, perchè se da re non aveva saputo difenderlo lo difendesse da uomo; ma intanto che col re non si poteva sfogare non dava pace ai compagni, e gli destava a calci, pur sempre sclamando: «e ora bella forza prendere Velletri! Sono stato in città e non vi è più nè manco l'odore di Napoletanni.»

Adesso nelle mie note trovo scritto un caso che parmi ottimo a riferire; forse taluno osserverà, com'ei non si addica al sussiego della storia e di ciò non curo, però che io reputi degno della storia tutto quanto ammaestra la vita: Garibaldi a Velletri pose stanza nel medesimo palazzo dove albergò il re Ferdinando; colà adagiato sul letto mandò pel medico perchè gli visitasse l'affranta persona, e vedesse un po' se vi era verso di farlo soffrire meno: il medico venne, e gli ordinò il salasso, ma ei non ne volle sapere; allora un bagno, e a questo aderì: mentre per tanto ei se ne stava immerso nell'acqua fu udito dalla contigua stanza dare in iscoppio di riso, onde il trombetta Colonna che lo serviva da cameriere entrato nella stanza gli domandò: «che ci è da ridere Generale?» Ed egli: «rido perchè mi è caduta la camicia nel l'acqua, ed io l'ho figlia unica di madre vedova.»—«Aspetti un minuto, replicava il trombetta, vedremo di rimediarci.» Ed uscì fuori interrogando i presenti se potessero prestargli una camicia, ma quanti udi si trovavano nei medesimi piedi del Generale, eccettochè a loro la camicia non era cascata nell'acqua. Messo alle strette il giovane Colonna si accosta al dottore Ripari e si gli dice: «io ce lo avrei il ripiego, ma non mi attento.» Il dottore di rimando: «parla franco.» Allora il trombetta: «oh! la senta, nel convento degli Agostiniani a Palestrina nella camera di un frate, mi saltarono, sto per dire, da se nelle mani parecchie camicie, ed io per non fare il superbo con la Provvidenza me le riposi nello zaino, dove a tutt'oggi si trovano; però se le paresse cosa io ne darei una al Generale…—Certo, che la mi pare cosa da farsi, rispose il dottore.»—A quel modo Garibaldi potè adagiarsi nel letto di un re con la camicia di un frate! Vicende del mondo, bizzarrie di cervello secondo la indole italiana. Nella sala del palazzo Angelotti o Ancillotti a Velletri ci era un trono, tutto damasco ed oro, dove si assideva nella sua maestà il Cardinale legato: al dottore Ripari prese il capriccio di mettercisi a sedere fumando la pipa: il dottore notò che ci si stava come in qualunque altra seggiola ordinaria; forse peggio; ed io poi aggiungo, che l'azione che ci fece egli, certo fu la migliore di quante il Cardinale ce ne avesse mai fatte. E un'altra ventura non meno piacevole è questa: i ragazzi del Sacchi, co' feriti meno gravi stanziarono dentro un convento, distribuendoli soldatescamente, con le sentinelle, le veglie, e con gli altri tutti ordini, per bene: non andò oltra un'ora, che da quella parte fu udito uno schiamazzo da assordare la gente a un miglio di distanza: accorsero per vedere che disgrazia fosse accaduta; non trovarono sentinelle, le porte sprangate, più e più volte chiamarono, e in mezzo a quel diavolìo non fu possibile farsi sentire; atterrarono le porte, e rinvennero i ragazzi, non esclusi i feriti, a corrersi dietro urlando freneticamente inebriati di chiasso; li ripresero, e si misero a ridere, li minacciarono e risero più che mai: che pesci pigliare? Soldati erano di undici a sedici anni.

Il Garibaldi inseguiva i Napoletani, ma per quanto affrettasse il cammino non li potè raggiungere; lo abbandonava il Rosselli richiamato a Roma, ed egli aggiuntasi la brigata Masi si gittò su la provincia di Frosinone a purgarla dalle bande dello Zucchi, uomo nel trentuno tenuto in pregio e più tardi comparso a prova cattivo soldato, e pessimo cittadino; il peggio è vivere troppo. Allo accostarsi dei nostri le bande dello Zucchi spulezzavano; i nostri dovunque mostravansi come liberatori venivano acclamati; forse erano coteste accoglienze sincere, ma siccome i popoli le profferiscono a tutti, così riportando l'effetto non giudichiamo lo affetto. Questo poi è sicuro, che i Napoletani non opposero resistenza nè ad Arce nè a Rocca di Arce: stavano in procinto di avviarsi a San Germano quando richiamati a Roma rifecero i passi per Frosinone, Anagni, e Valmontone.

Anco questa questa impresa andò fallita perchè al Rosselli pareva zarosa troppo, dovendo assalire un nemico potente di artiglieria, e di cavalleria, e due cotanti più forte appoggiato alle fortezze di Capua, e di Gaeta; le sono saccenterie di uomini mediocri, che a sè, e ad altri danno ad intendere per sapienza; con cento volte meno di forze il Garibaldi più tardi mandava in fasci cotesto reame; e il Rosselli avrebbe dovuto dirmi se reputava più agevole tornarsi addietro per combattere con le forze della repubblica romana la repubblica francese. Il Triumvirato poi fra i due partiti o di richiamare tutte le milizie a Roma, o di spingerle tutte contro Napoli e' si apprese ad un terzo e fu il peggiore, le scisse in due senza saperne il perchè.

Adesso prima di accostarci a Roma per non dipartircene più fino al fato supremo ci occorrerebbe per via di episodio favellare dei casi di Bologna e d Ancona; altri gli ha descritti, e non potendo io agiungere nulla di nuovo me ne passo; solo rilevo, ma importa poco (non già perchè non lo meriti, che anzi lo meriterebe moltissimo, ma sì perchè la gente non ci bada, e non ci ha badato mai) che ci furono minacce terribili del soldato Wimpfen, ed anco terribili fatti, ma questi meno acerbi di quelli, e furonci eziandio minacce del prete Bedini, ma blande così che parevano carezze; i fatti poi atrocissimi, pari in tutto alla mente di quel piissimo Pio IX, il quale come notai sul principio di questo libro, fuggendo a Gaeta pregava Dio pei suoi traviati figliuoli, chetornato poi faceva paternamente decapitare.

Questo altro importa di più. Bologna con le armi alla gola intimata a sottoporsi al Papa risponde: no; messa la proposta a partito avanti al Municipio sopra quaranta, trentasette rispondono per la repubblica, tre pel papa; allora gli Austriaci adoperarono le armi, e il popolo le respinse con valore piuttosto stupendo, che raro: sopra gli altri si mostrarono feroci i volontari viennesi, e non fu male, chè su l'odio di razza versarono olio a renderlo più duraturo, e più intenso. Col giorno declinava il cuore al Municipio, chè la notte porta consiglio, ed egli pensava ai casi suoi; all'opposto cresceva nel popolo a cui i danni patiti erano argomento di vendicarli, non già d'invilirsi: mentre pertanto questo apparecchia le armi, quello manda deputati al campo per implorare armistizio, e l'ottiene per dodici ore. Nelle dodici ore furono per la parte dei patrizi e dei borghesi adoperate viltà, che nè manco dodici secoli basteranno a cancellare perocchè mirassero tutte ad abiettare l'animo del popolo; decorso il tempo dello armistizio invano, si riprese da una parte, e dall'altra il combattimento, poi lo cessarono fino al giorno undici maggio: nè ciò si attribuisca a cortesia, ma sì a voglia di accertare la vittoria, aspettando rinforzi, che di ora in ora accorrevano: per cui è uso a toccarne, nè manco in venti contro uno pargli stare sicuro.—Le arti della persuasione andate a vuoto si tenta altra via per tagliare i nervi al popolo: il Preside, ceduta ogni sua autorità al Municipio, fugge; il Municipio si dichiara incapace a sostenere la guerra, e nomina una commissione; non per questo il popolo ciondola; combatte più furibondo che mai, anzi per troppo ardore peggiora le cose sue; ostinazione pari non fu mai vista, chè l'Austriaco si ostina a vincere a suono di cannonate; così tra morti, ruine, ed incendi si dura a tutto il quindici; la mattina del 16 verso le sette il Municipio bandisce chiusa allo scampo ogni via, necessaria la capitolazione; per ira il popolo si strappa i capelli, ed urla vada piuttosto sossopra la terra; il nemico avvisato torna sul bombardare senza misericordia fino alle due: allora ci si mette di mezzo l'Opizzoni arcivescovo reverito meritamente, ed amato: il popolo da tanti lati conquiso reluttante piegò I Patrizi e i Borghesi dicevano altrui, e forse se ne persuasero anch'essi, almeno qualcheduno, che provvedevano alla pubblica utilità, e non pensavano che alla propria, operando a quel modo. Il popolo solo dura fino agli estremi o perchè abbia più cuore o perchè abbia meno quattrini; che se penuria di beni fa copia di anima maleaugurate sieno dovizie, e civiltà. Lasciando gli antichi esempi di Sagunto, e di Numanzia ai giorni nostri solo i Russi osarono ardere Mosca vetustissima capitale, e per giunta città santa, i Francesi all'opposto apersero le porte ai nemici collegati contro loro, e li festeggiarono. O questa nostra non è civiltà, o vuolsi abominare la civiltà, se inetta a partorire i gesti dei quali si palesa feconda la barbarie.

Riportano gli storici un fatto, il quale io non ho potuto a posta mia verificare: però sopra la fede loro lo ripeto, pure notando, che ci si mostra in tutto conforme alla natura dei prelati romani: al maresciallo Wimpfen repugnante ad ammettere il quinto articolo della capitolazione, il quale portava non si molestassero gli abitanti di Bologna pe le cose fino a quel punto commesse, il Bendini consigliava accettasse tutto; entrato in città avrebbe fatto a modo suo; della quale indegna proposta incollerito il soldato rispose al prete: «questo sta bene a voi, non a me, uso ad osservare la fede data!»

Ed Ancona eziandio oppose resistenza gagliarda, ma di Bologna minore assai, e senza misura più debole di quella, onde essa va illustre, opposta un dì alla gente tedesca condotta dallo Imperatore Federigo. Il Viceammiraglio Belvese profferiva a Livio Zambeccari comandante della piazza il sussidio delle armi francesi; accogliesse in città soli trecento soldati, gli consentisse inalberare sul forte la bandiera di Francia, e poi vedrebbe: forse sarebbe stato sagace mettere male biette fra l'Austria e la Francia perchè venissero a screzio tra loro, ma era ingeneroso, quindi a dritto il colonnello Zambeccari con parole acerbe disse al Francese, si vergognasse, stupida cosa nonmenochè iniqua parergli, che mentre i suoi ruinavano col ferro e col fuoco le sacre mura di Roma egli si profferisse a difendere quelle di Ancona: si allontanasse, Germani e Galli a noi un dì tutti servi, tutti di noi al presente nemici.—Il Francese scorbacchiato si partiva nè mai più si rivide. Gli Austriaci rinvenuto maggiore intoppo che non credevano, trassero milizie dalla Toscana come quelli a cui premono poco gli onori, moltissimo gli utili della vittoria. Incendiarono la polveriera di Santo Agostino con tale e tanto danno che dei prossimi fabbricati alcuni tracollarono, gli altri ne rimasero intronati: nel medesimo giorno ventotto case andarono in fiamme: tagliarono i condotti delle acque; affinchè un'oncia di cibo non s'insinuasse in città rigidamente vigilarono; l'ospedale dei feriti presero sopra tutti di mira; il cardinale arcivescovo mandava al Wimpfen per l'amore di Dio risparmiasse la città, fulminasse le fortezze; ma il soldato rispondeva attendesse a pregare pure Dio, quanto a lui dovere apportare al nemico il maggiore danno che potesse. Certo non erano gli Anconitani ridotti a vedere i guerrieri attriti dalla inedia giacersi per terra, e la razza delle donne che spartivano il latte fra il proprio figlio, e il soldato perchè si rinfrancasse e tornasse a pugnare non ci era più. Dopo ventisette giorni Ancona capitolava; le sue chiavi ingrommate di sangue portò un tedesco a Pio IX a Gaeta, e Pio IX ricevendo da mani tedesche coteste chiavi esclamava: «dopo Dio avere posto ogni sua fidanza nell'Austria.» Di Dio non so, nè credo, nell'Austria sì, annodati insieme da comuni interessi i quali di presente essendo venuti meno il Papa all'Austria sostituiva la Francia. A Roma diede Ancona il delitto, ne conservò il dominio co' tradimenti e con le morti; ed ora che la giustizia di Dio gliel'ha tolta di mano empie il mondo di guaiti: che il lupo urli per fame s'intende, per naturale istinto ha bisogno di sangue, ma che il prete smanii perchè gli manchino popoli a trucidare non s'intende: le vittime di sangue abolì Gesù Cristo.

Anco la Spagna venne a dare del suo pugnale nel petto alla Libertà pensando, che trafitta in Italia, non sanguinasse per lei: dicono, che ciò si disponesse a fare per conseguire l'approvazione papale alla vendita dei beni ecclesiastici, perocchè da prima la cupidità persuase gli Spagnuoli a stenderci sopra le mani nulla curando se putissero di zolfo, adesso poi la beghineria loro li voleva ripurgati nell'acqua benedetta. Ottimo quanto essi operarono in Ispagna, ma udendo che l'Assemblea romana aveva fatto lo stesso a Roma la chiamarono ladra, e assassina. Se in queste dolenti pagine avesse luogo il riso noi vorremmo raccontare la intimazione grandiosa mandata alle autorità di Fiumicino consistenti in un ufficiale di sanità, ed in un piloto; quantunque nè anco questa valga a giocondarci, allorchè ci feriscono gli occhi queste parole sinistre d'iniqua verità, la repubblica romana «agonizzava sotto l'assalto della forza armata di quattro nazioni unite insieme per distruggerla.» La Spagna mandò novemila uomini, e quattrocento cavalli: il danno a noi fu poco perchè non presero parte ai fatti di armi, molto a loro se consideri la grave spesa, e l'erario stremato; moltissimo poi se poni mente che manomettevano insensatamente nelle nostre terre quei diritti, che con tanto travaglio, e tanto martirio in casa loro appena possono difendere dalla antica tirannide. Nella tragedia romana alla Spagna piacque la parte di Tersite; quella di Calcante sostenne la Francia.

Il Garibaldi entra in Roma appena curato dai Triumviri; da memorie mie particolari so, che egli non possedeva tanto da comperarsi un cappello nuovo, e un paio di stivali: e' fu Daverio che lo notò al Ripari intanto che questi gli medicava le contusioni e le ferite, onde senza tenergliene motto sostituirono al cappello sfondato, ed agli stivali, che seminavano le suola altri comperati dei loro denari, e il Generale se ne valse non addandosene, ovvero fingendo non addarsene.—Lui posero in misero albergo alle Carrozze, la legione alle Convertite; nè parve di buon'occhio lo vedessero a Roma, conciossiachè gli proponessero spedirlo subito ad Ancona, ed egli assentiva a patto fornissero di scarpe i suoi soldati; ai suoi calzari pensavano gli amici, a quelli dei soldati non poteva provvedere egli.

La speranza degli accordi cullava i Triumviri i quali durante la tregua conobbero, ma non curarono, come contro le consuetudini militari i Francesi occupassero i luoghi onde rendere vana qualunque difesa; però essi presero la basilica di San Paolo, e Monte Mario; anco provvidero a stabilire un ponte traverso il Tevere, e poichè i nostri inviarono taluni ufficiali a speculare i Francesi dissero essere cosa da nulla e provvisoria fatta allo scopo unico di andare a raccogliere i disertori e gli ubriachi; e non era vero, però che tentato il luogo di un tratto ci costruirono un ponte di barche, e per arroto un fortino per difenderlo. Chiunque ha fiore di senno non vorrà biasimare o biasimare troppo i Francesi per essersi avvantaggiati della ignavia nostra, ma gli spregerà come meritano quando sappia, che da questo spingersi innanzi senza contrasto cavassero argomento per versarsi elogi a bocca di barile; molto più, che il Lesseps mandato per abbindolare i Triumviri li scongiurava a non inviare gente da coteste parti, o almanco a non inviarcele armate per timore di risse le quali arieno mandato all'aria lo accordo lì lì per conchiudersi. Ingannato il dabbene uomo ingannava. Quando la brigata Sauvan conquistò il Monte Mario ci ebbe a trovare pochi lavoratori inermi; a rimbeccare il malnato orgoglio di questa gente nemica del nome latino ci valgano le parole stesse del Lesseps all'Oudinot: «se a Monte Mario non rinveniste contrasto voi lo dovete al continuo assicurare che io faceva i magistrati non s'inalberassero dei vostri moti, i quali miravano all'unico intento di tutelare Roma dagli eserciti nemici accorrenti ai danni di lei; se ciò non era le campane della città avrebbero sonato a stormo e voi avreste veduto lo universo popolo, anzi perfino le donne armate di coltello correre ad assalirvi a Monte Mario.»

Intanto che dal Lesseps si affermava una cosa e l'Oudinot la disdiceva, il Generale domandava a costui che intendesse insomma di fare, e l'altro gli rispondeva il primo luglio 1849 che avendo ordini di assalire la piazza non poteva cansarsene nè voleva, solo avrebbe differito a investirla fino a lunedì mattina per lo meno. I Romani dopo questa dichiarazione se ne dormivano fra due guanciali: forse si confidavano nella custodia delle oche tradizionali del Campidoglio.

Adesso vuolsi toccare così di volo qual'era Roma quando fu combattuta dai Francesi dalla parte in cui si ridussero le offese, e le difese. Il Trastevere si congiunge col sinistro lato della città con tre ponti di pietra, e lo difende giù a valle il castello Santo Angiolo, che sporge in fuori quasi ferro di lancia; quinci un bastione va su su a destra, e chiude il monte Vaticano con un'angolo risentito, indi riavvalla fino alla porta Cavalleggieri, e di là da capo si erpica sul Gianicolo fino a porta San Pancrazio; indi si distende sopra parte del monte Verde, dove svoltolando a un tratto dechina giù fino alla porta Portese. Il bastione poi non ha fosso davanti a sè, non via coperta, non opere avanzate, per di dentro archi sopra archi; dai colli circostanti possono batterlo a livello pari, dal monte Mario a cavaliere.

Da porta San Pancrazio esce una via, che dopo breve tratto si bipartisce, e un ramo piglia tra la villa chiamata Vascello di Francia, e quella Valentini, mentre l'altro passa fra la Villa Corsini, e il Parco Pamfili, ma poi entrambi mettono sopra la strada maestra di Civitavecchia. Dista il Parco Pamfili un tiro di cannone dalle mura di Roma, e quivi il nemico ha facoltà di ordinarsi riparato in battaglia; dove però avesse preso anco le ville Corsini e del Vascello acquista modo di approssimarsi al coperto e quasi non visto fino sotte le mura di Roma.—Se poi non gli riusciva impadronirsi di queste due ville allora nè manco gli avrebbe giovato il Parco Pamfili, dacchè da esse si tira a fittone in mezzo di quello; al contrario presi tutti questi casamenti, e rafforzatocisi dentro, quanti si affacciavano alla porta San Pancrazio tanti sarebbero iti al bersaglio, e quindi impossibile qualsivoglia sortita.

Da questo lato fu nel campo francese deciso assalire Roma, e ciò pei conforti del generale Vaillant uomo di guerra eccellentissimo; certo in apparenza più arduo, ma insomma il contrario, però che dalla parte meridionale se riusciva più agevole abbattere le mura più difficile, anzi terribile inoltrarsi nella città irta tutta di tagliate condotte con maestria grande, e difese dal popolo non immemore della sua prisca fierezza. Quì poi aperta la breccia si saliva sul Gianicolo; donde, dopo incoronatolo di artiglierie, potevasi esortare il popolo a cedere alla onnipotenza della forza. Questo disegno prevalse all'altro del Leblanc, ed affermano altresì, il Vaillant lo portasse bello, e approvato dal Presidente della Repubblica; aggiungono ancora, che il Vaillant riconosciuta ben bene la città lo ebbe a reputare sempre più migliore.

I Francesi, e lo stesso Vaillant scrissero avere prescelto questo lato alle offese per istudio di non ingiuriare i monumenti di Roma, e sono solite vanterie, onde i Francesi da per tutto il mondo vennero in fama di sazievoli: difatti da cotesto lato appunto occorrono i più gloriosi monumenti della Chiesa, e dell'arte; e nonchè essi andassero immuni da ingiuria furono guasti e malconci.

Che dal riconoscimento della piazza fato dal Vaillant ne uscisse danno irreparabile non credo, tuttavia importa notare, ch'egli ci entrò sotto mentite spoglie di medico quando l'Oudinot, pei consigli del Lesseps mandava in dono ai Romani un carro pei feriti. Così tutto o buono, o reo dei francesi doveva cascarci addosso pernicioso, la generosità del Lesseps, come la perfidia dell'Oudinot: i Romani commossi ricambiavano cotesto dono da Sinone con altro carro carico di sigari, e davvero sarebbe grulleria dolercene, chè simili arguzie formano parte degli strattagemmi di guerra per cui il capitano piuttosto lodasi, che no. E poichè da quanto siamo venuti esponendo la villa Corsini si reputasse meritamente la chiave dei vari punti di offesa fuori della porta di San Pancrazio, così l'Oudinot attese ad occuparla ad ogni patto anco con frode: a questo modo gli uomini vulgari per procurarsi plauso fanno fango della nobile fame, barattandone l'apparenza con la sostanza.

Costui pertanto dopo la promessa che non avrebbe investita la piazza prima del lunedi mattina, almeno, ch'era il 4 di giugno, proditoriamente nella notte del tre assaliva i posti avanzati fuori della porta San Pancrazio: vilipeso della sua perfidia da nostrani come da stranieri rispondeva: invano rinfacciarglisi la tradita fede; altro essere piazza, ed altro posti avanzati; ma un uomo riputato di guerra ebbe a dirgli, che i soldati di onore non devono farsi a pescare cotesti sottigliumi dagli azzeccagarbugli. Certo dal nemico bisogna sempre aspettarci ogni guaio peggiore; e chi si fida suo danno se poi si trova deluso: e nei tempi antichi, che risentivano tuttavia del salvatico non si stava tanto su lo spilluzzico, pure le immanità, e i tradimenti espressi si narrano non si commendano: ai tempi nostri spettava ai Francesi, i quali pretendono a un punto il vanto di civili, e i vantaggi sanguinosi della barbarie, non solo pareggiare, ma vincere le truculenze tartare, e scitiche. Se da un lato non si scusa cui si lasciava prendere alla sprovvista, dall'altro poi vituperiamo la frode del Francese tanto più rea quanto che commessa da popolo gagliardissimo su le armi contro un popolo debolissimo ed innocente.

Prima del giorno il chirurgo Ripari stava medicando le ferite al buon Garibaldi il quale nel tumulto della battaglia se l'era dimenticate, ma ora posando, esse si ricordavano di lui, quando il cannone si fece sentire, ond'ei rimase sospeso con le fasce in mano: ecco allo improvviso salta in mezzo della stanza il pro' Daverio esclamando: «su per Dio!» senonchè visto lo stato del Generale soggiunse: «dunque finisci di medicarti, e tu fa presto e vieni via; intanto io vado.» «Va pure, rispose il Garibaldi, ma qui vi è la bandiera, e bisogna provvedere a cui darla, e per cui mandarla; da una parte e dall'altra per questa operazione ci vogliono ufficiali.» «La è presto fatta, mandala per Ripari al Masina.» E il Ripari come gli ordinarono fece, ed avendo trovato il Masina a dormire lo tirò per un piede gridando: «come! si sparano cannonate contro ai Francesi e tu dormi?»—«Mo'! esclamava il Masina, io non sentiva niente» e calzati gli stivali scappò via con le altre vesti in mano abbigliandosi in fretta e in furia per le scale, e per la strada intantochè correva.

Era prima del giorno, nè la legione italiana del Garibaldi dormiva; ella all'opposto vegliava facendo cosa che nè anco in mille anni la s'indovinerebbe se io non la palesassi ad un tratto: cantava la messa! Ed ecco come; appena tornata da Anagni la stanziarono nel Convento delle Convertite in prossimità dei Condotti; eranci bensì delle monache, le quali nè furono mandate via, nè se ne vollero andare, e tutta volta il luogo capacissimo albergava comodamente milleseicento uomini e più: i giovani baldanzosi, ed anco protervi presero a scorrazzare pei luoghi donde si erano ritirate per paura le donne, e trovarono vaghe logge, cortili, camerette discrete, lettere erotiche, ed anco altri arnesi del regno ampio di amore che qui non importa ricordare, e molto meno descrivere: le donne rimaste poi così non osservarono la clausura, che prima una, poi due, all'ultimo la più parte non comparissero fuori, come costumano le rane negli acquatrini, nè già smarrite, o fuggenti i rimorchi, o sogguardanti sottecchi, mai no; al contrario dagli occhi fermi mandavano faville, sicuramente di amore non divino; pallide però tutte, e con un cerchio intorno ai cigli nero per modo che pareva fatto con un carbone spento cavato di su l'ara a Venere pandemia; lo incesso poi, e gli atti procaci a bastanza le palesavano addestrate nella palestra di amore, e

«Generose così come una madre «Di dieci eroi[1].

[1] Questi i luoghi dove l'amico mio barone d'Ondes Reggio dice, che crescono le candide rose destinate a formare la ghirlanda immaculata della Regina dei Cieli!

La gioventù irrequieta frugando i luoghi appunto in cotesta notte era capitata nella Chiesa del Convento dove avendo rinvenuti ammitti, camici, pianete, piviali, dalmatiche, ed altre di questa maniera sacerdotali vesti, se ne abbigliò e fatta prete volle dire la messa; nè mancò il suo bravo organo, sebbene pareva che sonasse piuttosto a stormo, che a laudi; chi seduto nei confessionali confessava, chi battezzava, ma il battezzato talora troppo bagnato rendeva al battezziere la sua acqua co' cambi; le candele, e i ceri quanti ve n'erano accesi, canti vari moltiplici nè sacri veramente tutti, nè tutti musicati al medesimo modo, quindi un baccano accompagnato da risa, urli, e fischi, ed anco da qualche infrazione al primo comandamento del Decalogo; a compire la confusione nuvole fitte ingombravano ogni cosa mandate fuori dai turiboli, e dai bracieri dove a piene mani gettavano i sacri timiami. Allo improvviso il tuono del cannone ruppe cotesti saturnali, quasi bacchetta di mago che sciolga gl'incanti; spogliano a furia i mal vestiti panni, ed assunta in breve sembianza, e atteggiamento soldatesco corrono colà dove li chiama il pericolo della Patria.

Andarono, ma ormai per sorpresa erano cadute in mano dei Francesi le ville Pamfili, Corsini, e Valentini; le due compagnie che presidiavano la villa Pamfili sopraffatte dal numero riboccante caddero in potestà altrui, tuttavia resistendo sicchè il Mellara che le comandava offeso da mortale ferita fu raccolto da terra sfidato di vivere; le altre compagnie considerando di nulla potere divise si raccolsero nella villa del Vascello.

Il generale supremo Rosselli avendo preposto alla difesa della porta San Pancrazio il Garibaldi, questi mena la sua legione alla porta Cavalleggieri nello intento di minacciare di fianco i Francesi, e sloggiarli dalla posizione presa: facile comprendere come se non si fosse liberata, la difesa di Roma più che altro sarebbe stata agonia: di qui pertanto la smania dei Francesi di occuparla anco con la frode, e la pertinacia del Garibaldi a volerla riconquistare. Egli però bentosto si avvisava sarebbe riuscita la immaginata mossa indarno avendo ormai i Francesi raggiunto lo scopo al quale miravano, e quinci agevole per loro percotere chiunque arrivasse dalla parte dei prati; per la qual cosa ei riconduce la legione dalla porta Cavalleggieri a quella San Pancrazio. Colà uno dopo l'altro arrivarono a ingrossarlo i Dragoni, gli Scolari, gli Emigrati, i Finanzieri, ed altri; insomma in tutto un tremila persone: con queste milizie, dopo presidiato le mura, e le prossime case si spingeva ad assaltare la villa Corsini.

Che dirò io di questo fatto di guerra, che altri non abbia già detto troppo meglio di me: solo un'ufficio mi avanza ma sopra tutti è sacro aggiungere qualche notizia di alcun gesto glorioso di cui andò smarrita la memoria; e dissotterrare qualche nome, che fu sepolto col corpo di cui lo portava per esporlo alla lode e alla pietà dei posteri.

La villa Corsini disposta ai sollazzi della vita, si trovò eziandio (così volle fortuna), mirabilmente acconcia alle difese guerresche; forte il palazzo situato in alto dove si arriva per vari avvolgimenti di boschetti spessissimi seminati su di un terreno rotto da viali profondi; intorno intorno circonda la villa un'altissimo muro. Poteva anzi doveva rompersi il muro in più parti e penetrarvi per quelle; ma non fecero così, sempre ostinati a procedere per la via diritta, e questo a parere dei savi si giudica il primo errore; l'altro più grave fu di non assalire grosso occupando prima co' bersaglieri i boschi, le siepi, ed ogni altro riparo dentro la villa come ogni prominenza fuori di quella, e quinci senza posa bersagliare i Francesi, finchè colta la occasione fosse dato avanzarsi di fronte con lo sforzo dell'arme: invece mandaronsi manipoli dopo manipoli come si caccia il grano sotto la mola perchè lo macini: di ciò appuntano il Garibaldi, il quale unico nelle guerre guerreggiate sembra non sappia fare buona prova, quando si tratti di movere poderose falangi di gente armata.

A forza umana non era dato resistere allo impeto col quale si avventarono i legionari del Garibaldi; urtati a furia di baionetta i Francesi ebbero a rovesciarsi dandosi a fuga precipitosa verso la villa; ma il riparo di questa nè anco giovava, che fin là dentro gl'inseguivano, e ammazzavano; nè già le sole fanterie ma sì anco la stessa cavalleria capitanata da Angiolo Masina, la quale salita a sua posta al primo piano si dette a imperversare per camere e per sale, e quanti Francesi incontrava tanti metteva a filo di spada. Ajaci tutti in questo sforzo di guerra, ma sopra gli altri stupendi Daverio, Sacchi, Morocchetti, e Bixio; vi rimase ferito non morto il Masina, che andato a medicarsi tornò più tardi a pigliare parte ai nuovi assalti, imperciocchè in cotesta giornata non meno di otto volte fossero presi e perduti i posti messi dinanzi, quasi a premio della battaglia: nel terzo o nel quarto degli sforzi per isnidiare i Francesi dal Casino dei Quattro Venti il buon Masina mentre cavalcando forte arriva circa a mezzo il viale della villa Corsini con la voce e col gesto animando la gente a prove di valore estremo ecco una palla lo colpisce in mezzo al cuore, rasente non so quale croce riportata da lui nelle guerre di Spagna; egli precipitava giù da cavallo boccone, a braccia aperte senza nè un grido, nè un gemito; i suoi si fecero a ricuperarne la salma, contrastarono i Francesi, donde nacque una terribile pugna sul morto, forse quale non fu altrettanta sul corpo di Patroclo; ma con fortuna diversa, perchè i nostri non poterono avere il Masina, che giacque insepolto, miserando spettacolo, nella villa Corsini, finchè durò la difesa di Roma. Angiolo Masina fu da Bologna, e con la sua morte la Italia perdeva una delle prime sue glorie; di aspetto giocondo, d'inclita stirpe, provvisto di largo censo, di mente arguta, e comecchè di cuore tenerissimo feroce in guerra per modo da comparire piuttosto temerario, che animoso soldato intero così nella virtù come nei vizi; propenso alla buona cera, ma se non si poteva avere altro, che pane secco, egli con questo lietissimo cenava: amava molto, non già un'oggetto unico, bensì il suo amore diffondevasi sopra la universa parte femminea del genere umano. Il drappello dei cavalieri, che comandava egli vestì, e incavallò a proprie spese, ed erano tutti giovani di persona aitanti, di una terra stessa, e battaglieri al pari del loro capitano.

Il primo assalto come il maroso iemale che dopo avere attinto il sommo dello scoglio, quivi si rompe, e storna gorgogliante, era respinto dai Francesi, e ne rimasero i nostri lacerati orribilmente. Qui rimase ferito il Bixio, che trasportato a braccia fuori della mischia urlava a squarcia gola: «scrivete a mio fratello a Parigi, che una palla francese mi ha ferito all'anguinaglia,» e non si sa che cosa volesse dire; forse fidava il suo fratello avesse maggior credito nell'assemblea di quello, che veramente possedeva, o forse immaginava il popolo parigino più facile ad infiammarsi di quello ch'ei sia. Il popolo francese, parigino o no per cotesto quarto di ora dormiva, e i quarti di ora dei popoli durano secoli. E tu Mameli Tirteo, e Köerner italiano in questo combattimento riportasti la ferita, che inciprignendo ti tolse all'ammirazione della gioventù italica, allo amore delle Muse, e al culto della Libertà: la nemica palla ti colse sul terzo superiore della tibia vicino all'articolazione del ginocchio sinistro nè parve grave sicchè ti forniva argomento di motteggio: ora sei scomparso, e le notti di Genova proviamo più buie perchè uno dei suoi astri è tramontato per sempre; l'altro tengono lontano da te l'ira dei tiranni, e la viltà del popolo.

Al contrario del Mameli, Girolamo Indunio quel pittore, che Dio ha concesso per celebrare le geste del Garibaldi col pennello, intantochè si aspetta il poeta che deve celebrarle col canto, in questi assalti più e più volte trafitto era lasciato per morto a terra; di lui si prese pensiero Enrico Guastalla il quale lo fece removere di costà per dargli onorevole sepoltura, nondimanco, comecchè gli contassero sopra la persona bene ventidue ferite sopravvisse, e tuttora vive decoro della democrazia e dell'arte.

Ebbe altresì sfracellata la destra in cotesto combattimento il Giorgeri di Massa o di Carrara, leggiadro di volto, di persona grande e di cuore anco più; mentr'egli afferrata la baionetta di un soldato francese lotta con lui, questi gli spara a brucia pelo il moschetto contro, donde gli venne lacera la mano: come a Dio piacque guariva ma per incappare in ventura peggiore; rimasto a Roma i tribunali del mite Pontefice lo condannarono in galera a vita per avere, così dichiarava la Sentenza, contribuito moralmente alla morte di certi perfidissimi, i quali comecchè italiani furono colti fuori di Roma a tendere agguati per trucidare italiani: corse voce fossero gesuiti; il popolo inferocito avventatosi li scannò e gittò nel fiume, il Giorgieri desideroso di salvarli, trovandosi separato da loro da molta mano di popolo, tentava fendere la folla, ma gli tornò ogni sforzo invano: fu avvertito in quell'atto, che interpretato poi dai giudici cortesi eccitamento alla strage gli fruttava la galera a vita: adesso, se male non mi appongo, regge non so quale comando di piazza.

Dei nostri scrittori chi afferma che i Francesi non adoperassero cannoni in cotesta giornata, chi sì e dice due, e nomina l'ufficiale che li pose in batteria, ed indica il luogo; dalla parte di Roma si adoperarono certo, e la eccellenza degli artiglieri nostri se non potè fare fortunato cotesto giorno certo lo rese meno deplorabile assai. Imprevidenza assai ripresa dai pratici dell'arte fu, come si disse, quella di non abbattere i muri di cinta delle ville, però che non le volendo distruggere, nè le volendo, come si doveva, munire, era mestieri renderne agevole l'assalto caso mai prese dal nemico si avesse quinci nella prima puntaglia a sloggiare. Più degli assalti, micidiali le ritirate, dacchè nei primi i nostri sboccati appena dai cancelli si sperperassero per la villa, mentre nelle seconde si stipassero all'uscita, onde un colpo solo uccideva talvolta parecchi; cadevano boccone con le mani innanzi abbrancando la terra; da prima fu creduto che o per soverchia fretta, ovvero per impedimenti paratisi loro fra i piedi stramazzassero, ma il gemere profondo, lo storcersi angoscioso, e la rigida immobilità sorvegnente assai chiaro chiarivano non si sarebbero rilevati più mai.

Il numero soperchiante dei Francesi, l'arte con la quale essi combattevano, e le armi elette avrebbero in quel giorno nefasto fatto correre fiume del nostro sangue se il trarre mirabile delle artiglierie del Calandrelli non gli avesse sfolgorati irrequieto e mortale.

Alla legione, che in compagnia degli altri combattenti sostenne prima gli assalti sottentravano i Lombardi del Manara. Una compagnia di bersaglieri fu mandata a pigliare certo casino trascurato fin lì, e l'occupò agevolmente, senonchè avendo scorto poco dopo come fitti, e ordinati venissero contro a loro i Francesi sbigottirono come se fossero stati condotti al macello; volgendo gli occhi scorrucciati verso i loro capitani quasi per rimproverarli di avergli cimentati a cotesto sbaraglio li videro fermi come statue di marmo; per la qual cosa vinti da ira, e da paura, urlando come vesani si rifuggirono verso il Vascello; i Capitani Manara, Ferrari, Rosaguti, ed Hoffstetter commossi profondamente cacciandosi tra loro ne trattenevano la fuga, compito che riuscì loro più agevole per la sopravvegnenza di altre due compagnie una comandata dal Dandolo, l'altra dal Rozat. È da credersi che il Manara col sangue acceso per cotesto brutto scompiglio ora avventasse i suoi soldati a gesto, che si potrebbe giudicare piuttosto disperato che magnanimo; avanti! avanti! gridava il feroce, e primo di tutti entra nel viale di villa Corsini; precauzioni, e ripari egli sdegna e con lui gli uffiziali, che splendidi di virile bellezza, e di vesti dorate senza piegare collo se ne stanno ritti e scoperti in mezzo al viale. Qui cadde Enrico Dandolo, qui furono feriti Signorini, Mangini ed altri parecchi, ma gli altri non si mossero per la quale cosa ai soldati i quali pure dietro ai vasi di limoni, o ai piedistalli, o ai pilastri si schermivano prese talento di mostrarsi non da meno dei capitani; la paura della vergogna aveva superato in essi la paura della morte.

E ci hanno i gaudi della battaglia, certaminis gaudia, e questo si capisce; ci hanno altresì i gaudi del morire, e questo s'intende meno, tuttavia è così; nè solo nel più forte sesso, ma eziandio nel debole, e di ciò porgono testimonianza le fanciulle milesie prese dal furore di uccidersi; e non fu trovato rimedio a cotesta insania, fuorchè minacciando, che il corpo della violenta contro se medesima sarebbe stato esposto ignudo al ludibrio del vulgo. Adesso cade Enrico Dandolo antica stirpe non degenerata; a lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo Corsini si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con parole italiane: siamo amici! Il Dandolo e i suoi allora accostansi come chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il capitano di Francia di un tratto saltato da parte ordinava ai suoi scaricassero l'arme a trenta passi di distanza: un terzo e più della compagnia Dandolo giacque spenta, degli ufficiali Ludovico Mancini ebbe forata una coscia, alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio; Silva lamentò una mano lacera, a Colomba toccava una palla in bocca che stracciata tutta la carne gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla traditora trapassò il corpo da petto ai reni: i suoi rincalzati dai Francesi, lasciaronlo solo; ma solo non si poteva dire perchè rimase al morente il Morosini gentile sangue latino. Dopo breve intervallo i soldati nostri ripresero animo irruppero a corpo perduto contro i Francesi: allora due pietosi si fecero a mettere in salvo il Dandolo e il Morosini; questi come a fortuna piacque illeso, l'altro ahimè! boccheggiante nella morte. Dopo breve egli periva bello, elegante di forme, di costumi santissimi; non contava ancora ventidue anni. Percuote la mente di pietà la trepidazione del fratello dello spento capitano Emilio Dandolo, il quale fermo sotto l'arme non poteva sovvenire, nè andare in traccia del diletto capo; ne domandava ai feriti i quali gli passavano vicino, e il Mancini gli disse: «tuo fratello….» e più non potè dire; più aperto ma sempre dolorosamente incerto un Bersagliere; «or'ora cadde per ferita mortale.» Il dabbene giovane trafitta l'anima senza potere porgere aita al pericolante, senza potergli dare l'ultimo bacio, e chiudergli gli occhi con passi concitati camminava su e giù di fronte alla compagnia vinto da ira, da pietà, e da dolore, mordendo la canna di una pistola per impedire le lacrime che traboccassero. Mentre durava il giovane in cotesta agonia, ecco sopraggiungergli addosso il Garibaldi e dirgli: «andate con 20 dei più valorosi dei vostri a pigliare con la baionetta la villa Corsini.» Al Dandolo parve sognare; arduo conoscere la cagione dello spietato comando; forse, nonostante la calma olimpica che ostentava il Garibaldi, anche a lui la febbre avvampava il sangue, o forse conoscendo come da tutte coteste morti non potesse uscirne altro bene eccetto quello di mostrare al mondo la virtù nostra disegnasse fargli toccare con mano, che molti anco adesso la Italia novera dentro a se Leonidi alle Termopili, e Fabi a Cremera. Cotesto era comando disperato da darsi ad anima disperata, e tale si sentiva in quel punto Emilio Dandolo; trovò i venti perduti, e andò con essi, correndo tutti, a capo basso, senza contare chi cascava, arrivati sotto il palazzo erano dodici; di faccia fulminavano i Francesi da tutte le finestre del palazzo, dietro le spalle mulinava un turbinio di mitraglia dei nostri cannoni, e' fu mestieri uscire di là se pure non volevano coi frantumi delle proprie membra lacerate seminare il terreno; nel ritirarsi una medesima palla ferì nella stessa parte, la coscia, il Signoroni, e il Dandolo; di ventuno, al Vascello tornarono sei.

Trasportato ferito all'ospedale volante l'amoroso fratello se ne prevale per andare attorno zoppicando in mezzo a dolori atrocissimi in cerca del fratello, e in ogni giacente appuntava l'occhio bramoso per riconoscere le dilette sembianze, e già gli era vicino, e stava per iscoprirlo quando un pietoso fu pronto a celarglielo: il Manara vedendo quello strazio fece cuore di ferro, onde cessasse, e chiamato col cenno della mano il Dandolo lo trasse in disparte; quivi strettegli ambe le mani gli disse: «non travagliarti più a cercare tuo fratello… io ti farò da fratello!» Trasportavano da capo il Dandolo all'ospedale e questa volta più morto, che vivo.

Non io per certo mi stancherò ricordare i fatti, e i detti dei nostri eroi nella memorabile giornata, bensì lamenterò sempre che tutti non mi sieno potuti giungere; per la quale cosa mi è tolto consolare coteste anime di laudi, e di pianto.

Il sergente Morfini lombardo giovane di 18 anni con la mano squarciata da un colpo di baionetta, dopo messa un po' di fasciatura alla ferita, torna in battaglia. «Che fai tu qui? Gli diceva il Manara, ferito come sei non giovi a nulla.» Ed egli replicava: «lasciatemi stare; alla peggio farò numero.» Rimase in fatti, e fu visto sempre combattere fra i primi, finchè colpito nella testa cadde e spirò.

Si rinnuova il caso di Eurialo e Niso nel Bronzetti tenente, il quale sapendo il suo soldato di servizio giacersi morto presso la villa Corsini caduta in potestà del nemico, tolti seco quattro uomini risoluti di mettersi allo sbaraglio, cacciatisi fra mezzo le scolte francesi, rinvennero il cadavere, se lo recarono su le braccia e per ventura che sa di prodigio, trattolo in salvo gli diedero pietosa sepoltura.

Peggior sorte, non però meno degna di onorata ricordanza toccò al soldato della Longa milanese, il quale non volle lasciare in balìa dei Francesi irruenti il suo caporale Fiorani cadutogli allato, caricatoselo sopra le spalle mentre con lenti passi procura scansarsi dalla mischia, colto di palla nel petto stramazza in un fascio col cadavere del caporale per non rilevarsi più.

Tanto infiammava i giovani petti l'ardore santissimo di Patria, che la più parte dei feriti non mandava lamento, e taluni mordendo fazzoletto, o panno, e per fino le proprie carni s'industriavano attutirlo, affinchè i compagni che li surrogavano nella lotta mortale non ne ricavassero cagione di sgomento.—Fuvvi un'ufficiale, ma non ne trovo il nome, che trasportato su di una barella all'ospedale col ventre orribilmente lacero, strappava il fazzoletto dalla ferita e gittandolo ai compagni rimasti, con forte voce gridava: «addio, rimanga con voi questo saluto di sangue.» Un altro giovane e bello, ferito nel costato da una palla di archibugio, seduto anch'egli su la barella, scoprivasi la ferita dalla quale detergeva il sangue di mano in mano che colava, onde pareva una rosetta vermiglia, sicchè additandola, e amaramente ridendo diceva: «i nostri amici di Francia e' mi hanno fatto ufficiale della legione di onore.» Fu visto un'altro ufficiale che fracassati il piede, e il braccio destri, tuttavia con la sinistra agitava il suo berretto messo sopra la punta della spada animando i combattenti coi gridi: «viva la Repubblica! viva la Italia!» Di cuore invincibilmente giocondo porgono testimonianza le parole profferite da certo soldato bergamasco nell'atto, che gli amputavano la destra: «manco male, che mi rimane quest'altra, (e sollevava la sinistra), per battermi, e per bere.» Il colonnello Morrocchetti ferito nel braccio, ci si avvolgeva intorno un fazzoletto, e co' denti il legava, nè per quanto fu lunga la giornata si posò un momento da battagliare. Parlammo del Bixio, e quello, ch'ei dicesse ferito, riferimmo; però leggo nelle memorie che mi vennero fornite, che alle parole aggiunse atti, che tacere è bello, imperciocchè la mia indole non consenta andare in visibilio, come sembra che accada a Vittore Ugo, di cenni, o di detti all'usanza del Cambronne della vecchia guardia; ma mi sento sforzato a notare le parole meste, e solenni di rassegnazione e di grandezza con le quali conchiudeva la sedicenne vita il Savoia da Mantova: «guarda me dispiass soltant a meurar perchè vedi miga l'Italia libera.»

Corrono diciassette anni dopo quella morte e noi proseguiamo affranti cotesto fine supremo del viver nostro, che ogni giorno più ci sfuma davanti; miserrimo fato è il nostro, prima avemmo gli uomini e ci mancarono le cose, oggi le cose sovvengono, e ci fanno difetto gli uomini.

Tra i morti trovo Sivori, e Canepa ufficiali di Montevideo Genovesi, Borelli di Mantova, Rasori di Soresina, Falgari di Romagna; Boldrini Cesare, in cui non sapevi che cosa tu avessi a lodare maggiormente o la umanità, o la scienza, o lo amore smisurato verso la Italia, vi rimase ferito e poichè egli aveva votato la sua vita alla Patria sciolse il voto a Maddaloni undici anni più tardi combattendo con fortuna migliore per la Italia, più dolente per lui. Gruppi di soldato a Montevideo diventato capitano a Roma stramazzò ferito, ma potè rilevarsi e vivere, e così pure Bassano Bignami di Mantova sempre presente a tutte le patrie battaglie finchè si spense rifinito dalle fatiche nel 1859 formando parte dei Cacciatori delle Alpi.

Allorchè il pro' Daverio tentando un disperato assalto alla villa Corsini con una mano di eroi, rimase spento a mezzo del viale con una palla in mezzo del petto, cadde l'animo un'altra volta ai soldati, e sgomentatisi si volsero con frettolosi passi verso la porta San Pancrazio, la quale cosa notata dal Garibaldi via precorrendo si pose fra la porta, ed i fuggenti a cui quando furono vicini favellò con parole vibrate: «voi avete sbagliato strada; non è per di qua, che si va a combattere il nemico.» A mo', che la lampada per olio nuovamente infuso si ravviva, per coteste parole ripresero ardire i soldati, e quantunque laceri, e stanchi tornarono a perigliarsi nella lotta mortale.

Anco Angiolo Bassini non una ma due volte si avventò seguito da pochi ad assaltare il Casino dei Quattro Venti; la prima volta rimasto solo indietreggiò lento fra mezzo ad una grandine di palle; poco dopo avendo una granata appreso fuoco al Casino egli volle mettersi da capo alla ventura, e lo prese cacciandone via i Francesi con la baionetta nei reni, e forse sarebbe riuscito a tenerci fermo il piede, se in quel punto cadendo per gravissima percossa ricevuta non avesse, per così dire, con la sua assenza levata l'anima ai soldati; nè a restituirli alla fiducia di vincere valse il Manara che sopraggiunto in soccorso co' suoi Lombardi prese altri posti, e non li potè tenere, chè i Francesi con numero quadruplicato di gente fresca corsero a riscoterli.

Qui mi vo' pigliare licenza, che so che ai miei lettori parrà dovere, di stendermi alquanto nel racconto di Luigi Binda da Cremona figlio unico di padre dovizioso: costui amava di profondissimo affetto una fanciulla popolesca onesta nonmenochè bella, nè il padre suo consentendogliela a sposa egli menava vita desolata; finalmente il padre, considerando come tentata ogni via non fosse riuscito a distorlo da cotesto suo decennale amore, accolse la fanciulla, e la benedisse per figlia: pochi mesi il giovane Binda andò lieto nei santissimi amplessi, chè rotta la guerra all'Austria dopo stato alquanto in forse tra la sposa, e la Patria, l'amor della Patria vinse, e versandosi su i campi di battaglia egli combattè con l'ardore cui non seppe vincere lo smisurato affetto dell'amata donna: tuttavia si consolava della lontananza sempre di lei favellando, lei in mezzo ai pericoli invocando, e di tratto in tratto tra la furia del fuoco traendosi dal petto i capelli di lei baciandoli, e ribaciandoli. A Rieti lo fulminò la nuova della morte della sposa diletta, non pianse, non disse motto, ma gli amici che lo videro orribilmente mutarsi in volto procurarono badarlo attentissimi, onde per ventura furono a tempo a trattenerlo quando allo improvviso egli volse contro di sè le mani violente. Lo consolarono, e il forte uomo si consolò da sè, sentendo come ad ogni minuto gli si parava la occasione dinanzi di morire per la Patria; da per tutto ei fu, in ogni parte combattè sempre nella ferocia pacato, vigile, e previdente così, che la milizia gli conferiva il nome di perfetto soldato.

La storia dolente della morte della amata sua donna è questa; ella usava la mattina per tempo recarsi in chiesa a supplicare Dio per la conservazione del carissimo capo, l'adocchiò un ufficiale austriaco, e prese a perseguitarla per libidine assai, ma più per istrazio sapendola moglie di un ribelle; non valse alla meschina di starsi con riguardi, non di fuggire via un giorno, ch'egli in agguato la colse; nello androne della casa la raggiunse, la mano le pose fra i capelli, ed ogni sforzo tentò di brutale violenza, ma la valorosa si difendeva adoperandoci anco i denti, finchè la gente accorrendo tratta dal rumore del tumulto, costrinse il malnato a lasciare la donna non prima però di averla pesta co' piedi sul petto così, ch'ella infermatasi gravemente non ci lasciasse la vita.

Il Binda difese prima la villa Panfili, il tre di Giugno in una delle volte, che dopo respinti i Francesi, occupammo il Casino dei Quattro Venti lo preposero a tenerlo contro gli assalti nemici; toccò a lui la parte che prospetta Roma; i Francesi tornati tumidi e grossi instavano con tutte le forze a girare dietro le spalle dei nostri attelati davanti il palazzo: orribile lotta fu quella, la compagnia del Binda ne rimase quasi disfatta, gli ufficiali tutti morti o feriti, ma respinse sempre gli assalitori; lui pure colse una palla nella gamba sinistra, che lo rese inabile alla milizia. Ora se viva ignoro: possano queste inculte parole, se morto, cadere come corona di gloria sopra la sua tomba, se vivo di giusta mercede, e di consolazione all'animo tribolato di lui.

Qui in Toscana si formò già una legione di Lombardi, cui il governo provvisorio, come seppe meglio provvide: le cose di Toscana andate a male ella divisa in due corpi uno dei quali capitanato dal Mezzacapo, e l'altro dal Medici s'incamminò verso Roma; non però tutti furono generosi i Lombardi, al contrario gl'irridevano per cotesto partito l'Allievi, e il Griffini, ed altri che io non nomino poco prima avventati, allora rimessi, un po' più tardi servili, secondochè menava il vento, ed essi ci trovavano il conto. Altri narrò, sebbene non sia peranche palese lo scritto, le vicende, i rischi, e i patimenti di cotesta schiera di giovani ammirandi; basti per ora dirne tanto, che il generale Mezzacapo un dì volle metterla a prova di coraggio, e spediti innanzi gli stracorridori procurò gli riferissero circondarli da ogni lato i Francesi, chiusa allo scampo ogni via, o cedere le armi o morire. Morire, gridarono i giovani, e si disposero in battaglia per combattere fino agli estremi: sotto la sferza di cocentissimo sole gli fece durare per molte ore il Generale schierati su l'arme; all'ultimo assai commendatili dell'animo disposto concesse loro riposo.—Pel comune dei soldati più dura prova quest'altra, ma pei nostri gentilissimi e' mi sembra si potesse risparmiare: il Generale per via dei comandanti di compagnia annunziò finiti i danari della cassa, non sapere come sopperire alle spese, vivere di accatto male, di rapina peggio: chiunque si trovasse a possedere danaro lo mettesse fuori accomodandone il corpo: quei poveri giovani appena udito lo annunzio in un attimo si rovesciarono le tasche e chi diede cinque chi cento franchi: appena raccolto il danaro fu reso; rimase la memoria del fatto, ed io lo narro a lode e ad esempio.

Ora a questi toccò la volta di entrare in battaglia, sebbene ormai volgesse il giorno a vespero: prima di uscire di porta San Pancrazio sostarono alquanto per riordinarsi: cotesto fu un duro quarto di ora, imperciocchè sfilasse davanti alla presenza loro la processione dei feriti trasportati all'ospedale; e pure il fiero spettacolo, che avrebbe sgagliardito i meglio animosi, non isbigottì i giovani i quali udirono il comando di accorrere alla mischia lieti così come li chiamassero a pigliar parte ai balli; appena usciti ecco accorrere loro il Garibaldi quasi volando; di un tratto fermato il cavallo egli s'inchina loro, e con quella sua voce, che vibra come metallo battuto, stupendo di tranquillità dice loro: «avanti bravi giovani, vinceremo anche oggi.» Le grida di viva Garibaldi, viva la repubblica furono il saluto col quale essi accolsero le palle che lanciarono contro di loro i Francesi.—La prima schiera appena fuori della porta venne spartita, e parte andò ad occupare certa casa di fianco al Casino dei Quattro Venti, la quale poi ebbe nome di Casa bruciata, parte di rinforzo al Vascello dove dopo avere respinto i Cacciatori francesi, si ricongiunsero con l'altra della Casa bruciata; qui sostennero un battagliare tremendo, e comecchè con ogni precauzione si riparassero tanto non poterono schermirsi, che parecchi di loro non giacessero morti o feriti; così durarono fino a sera, quando Giacomo Medici pensando, che non ci si sarebbe potuto sostenere ordinò si raccogliesse nelle stanze terrene di parecchia paglia per abbruciarla nel punto in cui l'avessero dovuta abbandonare; ma fortuna volle che di un tratto andasse tutta in fiamme: al mirare cotesto incendio unanime si levò il grido: «i nostri morti!» E moveva da pietà d'impedire, che le amate reliquie andassero in cenere: in un'attimo ecco immemori, o non curanti del fuoco gittarsi in mezzo i giovani soldati per sottrarli a cotesta maniera di distruzione, quasichè importasse, che o in cotesto, o in altro modo rientrassero in grembo alla terra; tuttavia se pensi come i superstiti intendessero seppellire con le proprie mani i loro morti per religione alla memoria dei caduti per la libertà troverai che passione vince ragione così in questa come in molte altre cose.

Nè qui finiva; il Mangiagalli quando ormai la notte, la fatica, e i mutui lutti persuadevano quiete, ecco raccolto un manipolo di compagni avventarsi da capo, e forse riusciva a fugare i Francesi se non gli si fosse sgominato per via, lì sembra fosse ferito il Rozat; la ritirata fu due cotanti più luttuosa dello assalto; quel cadere senza pure esser visti, i gemiti confidati al buio della notte, l'atroce pensiero di sè, che nella sventura disperata ripiglia il sopravvento ricordavano gli affanni dell'Erebo immaginati dai Poeti. Il Garibaldi poi compariva da per tutto, vestito di bianco, sempre immobile sia che col destriere sostasse, sia ora qua ora là su le groppe di quello scorresse; più che conforto adesso metteva spavento: sembrava il simulacro del Destino venuto a contemplare il compimento dei suoi decreti.

Il Sacchi aveva difeso il Vascello; dopo lui venne il Manara, che lo presidiò co' suoi e in fretta in furia lo convertì in ridotto formidabile; i Francesi trasportati dal furore della vittoria irruppero per espugnarlo, ma non la poterono spuntare; allora il Manara lo consegnò al Medici, il quale per la virtù sua, e dei suoi lo rese monumento inclito del valore Italiano.

Poichè il perduto non si poteva più riacquistare il Garibaldi vigilò, affinchè quello, che ci era rimasto si conservasse; crebbe le artiglierie sul bastione, provvide l'annona, imperciocchè in tutto quel giorno i soldati non che con altro, neppure con un sorso di acqua si fossero confortati: insomma perchè io in troppe parole non mi dilunghi non omise diligenza che a capitano solerte, ed avvistato convenga. Giorno miserabile fu quello dacchè la legione italiana deplorò 500 tra morti, e feriti, i Bersaglieri piansero 150 di loro; in tutti furono 1000, ovvero un quarto della divisione del Garibaldi, fra cui 100 ufficiali; fiore di giovanezza e di virtù; dei nemici ne caddero molti, noi non li potemmo noverare, nè potendo avremmo voluto farlo; i Francesi sogliono alterare in meno le loro perdite, tra gli altri privilegi quasi pretenderebbero essere ciurmati, ed i romanzi loro rubata questa qualità ad Achille la regalarono ad Orlando; la quale cosa non tolse che tanto Achille quanto Orlando di ferita perissero.

Il Generale Garibaldi, nelle memorie manoscritte, di cui mi fu cortese compie il racconto della infelice giornata con queste parole: «nel 3 Giugno furono decise le sorti di Roma. I migliori ufficiali morirono o giacquero feriti: il nemico rimase padrone dei Quattro Venti chiave delle posizioni dominanti: ci si stabilì gagliardamente, e cominciò i suoi lavori di assedio come se Roma fosse piazza forte di primo ordine.»

Adesso mi occorre narrare il fatto di cui si trova memoria nelle storie dei tempi in diverse guise; il caso andò in questa maniera. Il Garibaldi dopo la giornata del 3 Giugno venne a pigliare stanza nella villa Savorelli dentro le mura e si pose in certa cameretta terrena che guardava la villa Spada sul bastione a sinistra; per giungere costà occorreva passare per una galleria la quale illuminavano quattro finestre aperte al medesimo livello di quella dove abitava il Generale. Colà si trattenevano parecchi i quali venivano a visitarlo per cagione di ufficio, tra gli altri un dragone di ordinanza. I Francesi come quelli, che erano informati delle minime particolarità di quanto avveniva a Roma un giorno trassero un colpo sì bene aggiustato, che se non fallivano di finestra ammazzavano di un tratto il Generale che per lo appunto si giaceva su di un lettuccio alto un po' meno della finestra; la palla, trapassato il muro, che per vero troppo spesso non era, colpì il povero dragone nel ginocchio destro intanto, ch'ei se ne stava seduto su di una seggiola coi gomiti appoggiati alle cosce e le mani sotto il mento: tanta fu la violenza del colpo, che tutta la gamba, sfracellato il ginocchio, era volta alla rovescia, per guisa che dove stava prima la punta del piede ora ci si vedeva il calcagno con lo sprone.—Atroci gli spasimi, atroci i gridi ond'ei feriva le orecchie, e l'anima, trasportato all'ospedale volante lo amputarono di corto. Fatto sosta il dolore, il dragone voltosi al cerusico gli disse: «ora pregovi di una carità, che voi non mi potete negare.»—«Ed io, riprese il cerusico, non te la negherò di certo solo che stia in me di potertela fare.»—«In voi sta, chiamatemi il mio brigadiere a cui io vorrei raccomandare certa mia faccenda prima di andarmene allo spedale grande.» Avvertito il brigadiere, venne il dragone chiamatoselo e vicino al letto così gli parlò: «brigadiere date retta, voi capite, che a cavallo ormai non ci è verso ch'io monti più, però desidero come la grazia più grande, che voi possiate concedermi, ed io chiedervi che la mia cavalla… la mia buona… la mia cara cavalla non sia montata da altri che da voi; me lo promettete brigadiere?»—Sì, sì, con voce arrangolata rispondeva il brigadiere, te lo prometto, povero giovane, te lo prometto.»—Oh! soggiunse il ferito, voi non potete comprendere quanto bene mi faccia la vostra promessa; e voi non mi mancherete… no… abbiatene cura, sapete, non le manca, che il parlare.» E così favellando piangeva. Così è; gli uomini, se non tutti, la più parte sente altissimo il bisogno di amare, e dove manchino loro oggetti più naturali di tenerezza come i congiunti, i figli, e le mogli si attaccano agli animali, e talvolta anco ad enti inanimati; di vero Plinio ce ne porge di parecchi esempi, ed è noto che Serse spasimava per un'albero intorno alle radici del quale spargeva spesso libamenti, e l'ornava con corone, e monili di oro.

Il Garibaldi poichè vide, che i parapetti non bastavano a ripararlo sapete voi dove andò a pigliare stanza? Nella torretta della medesima villa; quivi giacevasi nelle brevi ore di riposo, e quivi vegliava continuo le mosse del nemico; sopra la torretta havvi un terrazzino a cavalcioni del quale egli si tratteneva sovente dondolando le gambe, e fumando il sigaro.—Con esso viveva il Manara, che dopo il pasto, chiamato a sè certo giullare bergamasco gli ordinava rappresentargli qualche farsa volgare co' burattini di legno; di ciò prendeva il prode uomo maraviglioso diletto: ora è da sapersi, che la stanza dove cotesti giuochi si facevano (che era la sala dipinta da Salvatore Rosa) stava per lo appunto esposta alle batterie francesi, ma a ciò niente pensavano nè il Manara nè i compagni suoi, e nè manco il burattinaio: ventura fu, che di ora in poi veruna palla di cannone investisse cotesta casa, e delle palle di schioppo lanciate dagl'infallibili cacciatori francesi nessuna colpì il Generale, nè il Manara, nè veruno dei tanti, che affacciatisi al terrazzo della torretta se ne stavano a speculare il campo francese: onde vi ha chi pensa, che tirando di sotto in su la palla proceda diversamente che in linea orizzontale, e il colpo vada fallito: su di che giudichino gl'intendenti. Per me referendo simili spavalderie ho notato, e noterò sempre, che il soldato della Patria non deve mai atteggiarsi scenicamente, nè da gladiatore, bensì nel modo solenne del sacerdote che si offre vittima alla religione della libertà.

Innanzi di mettere parole intorno ad altri fatti, chi m'incolperà se io mi trattengo ancora a raccogliere qualche nome, e consegnarlo con intera fiducia alla storia? La religione della cosa non già la potenza dello scrittore varrà a mantenerla perenne nel cuore degl'italiani: in cotesta giornata caddero spenti altresì, che troppo ci vorrebbe a dire dei feriti, il Polini di Ancona colonnello, Cavalieri, Bonnet, e Grassi tenenti; allo Scarani, mentre agita il moncherino lacerato e se ne serve a guisa di aspersorio di sangue gridando: «vendicatemi» una palla nei reni tronca ad un punto la parola e la vita. Ed anco a voi Loreta di Ravenna, Gazzaniga di Roma, Meloni di Forlì, Bucci di Ancona, Marzari di Macerata, Santini e Covizzi la terra dei forti diede l'ultimo albergo. Visanetti di Cesena come fu riservato a più lungo martirio così porse maggiore testimonio di virtù, percosso nei fianchi dopo sei giorni in mezzo ad atroci dolori sempre invocando con devoto cuore la sacra Patria spirava. Scarcele sul fiore della vita, di forme leggiadre squarciato orribilmente il ventre, di una sola cosa pareva si pigliasse cura, ed era disporre il proprio censo, che possedeva larghissimo, a prò di persona diletta; la principessa Belgioioso che lo assisteva, sollecitamente ebbe chiamato il notaro per calmare l'ansietà del moribondo, ma forse più per udire il nome della donna, che così imperava sopra i pensieri di lui; la donna era la Patria, la quale redò le sostanze dello Scarcele.

L'assalto del Ponte Milvio per altro non merita andare rammentato, che per un gesto degno dell'antica storia, e veramente dei così fatti se ne incontra nella greca, come nella romana, ed eziandio nella nostra italica del decimoquinto secolo; se nonchè temo forte, che ogni popolo abbia voluto vantare il suo di simile natura copiandolo da un altro, il quale forse non sarà successo mai tranne nella immaginazione dello scrittore; ma quello, che io narro come accaduto ai giorni nostri, e che molti vivi lo possono testimoniare non può fornire argomento di dubbio. Il ponte Milvio si allarga una dozzina di braccia, ed è lungo circa a trecento: lo reggono cinque archi di quindici braccia di luce, e cinque piloni alquanto meno larghi; rotto il primo su la sinistra sponda per dodici braccia gli altri avevano minato con polveri artificiali per rumarlo, secondo la occorrenza, in un'attimo.

I Francesi qui come altrove ci colsero inaspettati, e con infallibile colpo uccisa la sentinella sostarono per paura di scoppio; pure bersagliando alla lontana chiunque si attentasse di porre il piede sul ponte dalla sponda sinistra. Per accertare l'esito della impresa un Leblanc colonnello del Genio francese aveva ammannito più sotto al ponte una zatta con armi da servire a parecchi bersaglieri che avrebbono traversato il fiume a noto; a troncare il disegno ecco un Fulgenzio Fabbrizi di città di Castello si tuffa ignudo nel fiume, e stretta co' denti la fune a cui stava ormeggiata la zatta, adoperandoci gli sforzi supremi la tira seco; se lo fulminassero i Francesi, che se l'erano vista fare proprio sotto gli occhi, non è da dire, e crebbero la furia quando cotesto animoso si trovò in mezzo alla corrente a contrastare coi vortici, che lo tiravano in fondo, e con la zattera, la quale sbalzata a urtoni gli ammaccava la persona, tuttavolta così egli provò amica la fortuna, che pesto sì, ma incolume di ferite potè attingere l'altra sponda.

Ma il ponte cadde in potestà dei Francesi, i quali padroni delle alture menavano strage dei nostri, senzachè potessimo offenderli noi.

Narra il Torre, che millanterie ne corsero da una parte e dall'altra; infermità comune massime ai popoli meridionali, ma alle millanterie i Francesi aggiunsero le menzogne più sbardellate; a mo' di esempio l'Oudinot dava ad intendere ventimila dei nostri impegnati alla difesa di villa Pamfili, ed in tutti noi non arrivammo mai a tanti: il vero era che appena toccavano i quattrocento: si gloriava avere conquistato tre bandiere, e n'ebbe invece una, non mica conquistata, bensì rinvenuta da lui dentro certa rimessa; vantava come sforzo solenne di guerra la occupazione di Monte Mario, e veramente utile gli fu, ma egli se lo recò in mano indifeso durante il tempo dello armistizio.

I Francesi non istettero a perdere tempo e nella notte del quattro al cinque giugno condussero la prima parallela di assedio a trecento circa metri dal punto designato da loro per lo assalto; in ciò essi seguivano i precetti dei loro maestri di guerra Vauban, e Cormontaigne; altri ingegneri operarono altramente, chi allontanandosi, e chi più accostandosi alle mura nemiche; mentre si rammenta Marescot che allo assedio di Landrecy aperse le trincee a 300 metri dalle opere estreme della piazza, Chasselup a Mantova le fece a 100 metri più presso, e Rognat a Tortosa anco meno discosto: ai giorni nostri la distanza di trecento metri non basta in virtù delle armi perfezionate che ti ammazzano anco da 1000 metri lontano, sicchè tornare ai 600 metri come si costumava prima del Vauban non parrebbe troppo, ma i Francesi senza un pericolo al mondo poterono praticare a Roma il modo, che tennero conciossiachè i Romani possedessero solo armi ordinarie e nè manco delle buone. Costruita la trincea alzarono due batterie, una per combattere il nostro baluardo, l'altra per rimbeccare la nostra artiglieria del monte Aventino. Nè i nostri rimasero a vedere, solleciti palancarono e terrapienarono la muraglia per quanto lungo è il tratto che passa fra Porta Portese e Porta San Pancrazio, voltarono i cannoni del monte Testaceo contro il campo francese, e condussero un camino per recarsi incolumi al Vascello; però in paragone delle apprestate offese le nostre difese languide; sarebbe stato mestieri irrompere con gagliarde sortite, ma le ci venivano dissuase dal difetto di fosso intorno alle mura, e dalla perdita dei tanti valorosi ufficiali da noi patita fin qui, tuttavia scambiaronsi di parecchie moschettate da una parte e dall'altra, si tentò anco pigliare certe case fuori del Vascello, e non si potè a cagione della grandine di palle, che i nostri dal bastione ci rovinarono addosso scambiandoci per nemici, e fu jattura gravissima. Verso sera il capitano David su la via del Vascello, percosso il ventre periva, feriti rimasero Giuseppe Brachi, Guglielmo Belluzzi, Emanuele Griffi aiutante del Generale Garibaldi, e più illustre di tutti il colonnello Pietro Mellara da Bologna, che una palla di moschetto colse nello interno della coscia sinistra, e lì rimase; parve da prima lieve piaga, o per lo meno sanabile; il fato rese monco lo augurio; egli periva dopo lunghi dolori; di lui più tardi a infamia del popolo, che vanta il primato di civile.

I colonnelli Buenaga per la parte di Spagna e D'Agostino per quella di Napoli recaronsi al campo di Francia offerendo aiuto, e concorso; l'aiuto accettava l'Oudinot dal Re di Napoli, il parco dell'artiglieria d'assedio, come se dei suoi cannoni egli non ne avesse di avanzo, tanto gli premeva vincere a mano salva; altro concorso no; bastargli i suoi; a questa ora se quei cialtroni dei diplomatici non erano sarebbe entrato in Roma non mica una volta ma dieci. Ciò era conforme al fine riposto della impresa di Francia, il quale consisteva nel surrogare il suo al patronato dell'Austria in Italia e durò sotto lo Impero quando ella parve venisse ad affrancarci da un'oppressore, e ce ne impose due; nè punto menoma, almeno per ora; di ciò ne porge testimonio la respinta proposta testè messa innanzi dalla Spagna di formare una lega cattolica per proteggere la ragione del Papa in Italia; di vero avendo la Francia (a suo parere) ottenuto con forza, e con astuzia simile patronato in Italia intende esercitarlo sola, non già in società con altrui, che chi ha socio ha padrone, e questo è detto antico. Al deputato Minghetti pare altrimenti, ed ebbe cuore e fronte per affermarlo in Parlamento; basta, il meno che possiamo dire di costui gli è che e' venne al mondo dalla parte dei piedi.

Valentissimi gl'ingegneri francesi, e indefessi non menochè intrepidi gli esecutori; riparato il guasto fatto alle opere loro dalle nostre artiglierie costruiscono la terza batteria e l'armano di obici per battere con fuochi verticali i bastioni sesto e settimo; i Romani dal canto loro compiscono le trincee del Vascello, altre ne imprendono a sinistra di porta San Pancrazio a fine d'impedire, caso mai che qualche sortita venisse respinta, che vinti e vincitori entrassero in Roma alla rinfusa; ripigliasi il fuoco nel giorno sesto, e con maggior furia di prima, anco il cielo si commuove e piglia parte alla lotta; tempesta in terra, tempesta in cielo; fuoco, e strepito da empire di spavento da una parte e dall'altra; natura ed uomini parevano risoluti a sconquassare il mondo, nè il peggio sarebbe stato se fossero riusciti. Il Vaillant vigilissimo sospettando sorpresa alle ville Corsini, e Valentini asserraglia le prossime strade, e si avanza senza intromissione; non così i Romani i quali cominciano opere grandi, e per certo utilissime, ma poi lo smettono o che mancasse loro la costanza o piuttosto, come credo, la potenza; per siffatta guisa idearono erigere un trincerone il quale servisse a mo' di piazza di arme dove milizie nostre ad ogni evento si assembrassero per contrastare al nemico, il quale, superate le trincee giungesse e scacciarne i difensori; ed altre più difese si disegnarono, ed anco fu statuito condurre a termine per asserragliare le strade, forare le case onde porgersi aita scambievole giusta la imminenza del pericolo per quinci rifuggire senza danno o con poco nella città leonina, dove potesse rinfocolarsi la guerra più acerba, più feroce, e forse meno disperata di esito propizio. Tutto questo o non si fece del tutto, o principiato appena fu smesso, per lo che ai Francesi venne agevolato, e di molto il conquisto di Roma.

La nostra artiglieria durante la notte o rallentava i tiri o li cessava dando occasione al nemico di spingere innanzi le sue opere, alacre, e sicuro, nè andavano con miglior fortuna le cose pel contado dintorno a Roma, che il generale Morris scorrazzando per la campagna dalla sinistra del Tevere sovente s'impadroniva del fodero avviato alla città penuriante. E pazienza si fossero rimasti i Francesi a pigliare le robe, ma per atterrire straziavano le persone, nè solo le nocenti, bensì ancora le pacifiche: veruna arte di barbaro nonmenochè vile predone tralasciarono per accertarsi la vittoria: e perchè non paia che io mi comporti narrando più passionatamente che a storico non convenga scerrò tra i moltissimi due casi, dei quali il commissario Andreini riferì all'Assemblea. Gervasio Pasquali, e Vincenzio Sandroni mitissimi agricoltori alieni da ogni rumore pensarono potersi rimanere alla cura delle proprie vigne fuori delle mura, che chiudono il Vaticano: spaventati poi dagli orrori della battaglia s'intanarono dentro certe grotte scavate lì presso la vigna, il primo solo, l'altro, il Sandroni, con la moglie e tre figli uno dei quali pargolo alla mammella. I Francesi spintisi sotto le mura, e disseminati a combattere non tardarono a scoprirli, e ad incrudelire su cotesti inermi supplicanti la vita; furono esauditi a colpi di fucile; nè contenti di tanto il Pasquali stramazzato e stretto a gridare: «viva Pio IX» poi rovistategli le tasche dei pochi baiocchi che possedeva io rubarono.—Più lacrimevole fato incolse al Sandroni però che di prima colta rimanessero feriti lui e due figliuoli, e poichè ricaricati i moschetti con cera micidiale inoltravansi i Francesi, la misera madre genuflessa al fianco del giacente marito, e circondata dai due figli insanguinati, sporgeva il lattante gridando: pietà! Come alla prima invocazione fu dato alla seconda una risposta di piombo: tutti ne andarono da capo percossi, eccetto il pargolo per ventura che parve e fu creduto miracolo. Il Sandroni poi per coteste ferite periva nell'ospizio di Santa Maria lasciando desolati la moglie e i tre figli: dopo ciò, neghi chi ha cuore, che là dove occorre una causa di civiltà a sostenere quivi non isventoli benefico il vessillo di Francia.

Che cosa di peggio potessero fare gli Ostrogoti, o gli Unni noi per verità non sappiamo; e tuttavia non mancò chi scrivesse a cotesti tempi; «la missione di Francia avere per fine speciale la tutela delle libertà europee contro le dottrine del comunismo…. per lei il diritto combattere il socialismo di cui il santuario di Vesta con orribile profanazione era diventato centro e sinagoga.» Nè simile mostro di concetti e di favella si partiva di Francia, bensì d'Italia, e neppure da papisti interessati o fanatici ma sì dal preteso autore del risorgimento italico abate Gioberti; però meritamente la sua fama periva prima di lui, e la sua memoria si conserva nel gelido simulacro di marmo a Torino, non già pio affetto nel cuore degl'Italiani.

Tolsero i Francesi pertanto l'acqua alla città, ma di un tratto gliela resero con gli arretrati, ed ecco come: sospettando essi che i nostri insinuandosi per gli acquedotti ci caricassero mine, col consiglio di distruggerlo vi spinsero dentro le ritenute acque, la quale cosa fu origine di una assai piacevole avventura alla fontana di San Piero in Montorio. Questa fontana di apparenza mirabile, fra le vaste romane vastissima, nudrisce di acqua il lago di Bracciano che ce la versa quasi a fiume ed è chiamata Paola; sotto la fontana altissima una vasca stragrande la riceve, e nelle ore calde tra per l'ombra, che manda la fabbrica, e tra per le acque rotte dal rimbalzare, ch'esse fanno vi si gode refrigerio di frescura: ora l'acqua cessata, restava l'ombra, sicchè da cinquanta e più soldati sdraiatisi nel cavo della vasca in santa pace dormivano; quando ecco di repente una fiumana di acqua prorompere, precipitarsi dalla altezza di ben venti e più piedi e con fracasso orribile riempirla in un'attimo. Pensate voi la meraviglia e la paura dei tapini a forza desti: chi schizza di là, chi di quà, per fuggire fanno gruppo urtansi e si rovesciano da capo; la fretta disordinata raddoppia le dimore; gli atteggiamenti vari e tutti burlevoli; non incolse male a nessuno, tranne trovarsi bagnati fino all'osso.

Il Generale Garibaldi dalla sua torretta di Villa Savorelli contemplava quel continuo avanzarsi delle opere francesi, e comecchè forte temesse di poterle impedire tuttavia sentiva, che ormai a lui e agli altri correva l'obbligo di far prova di disperata virtù; nè ciò solo per rintuzzare la insopportabile iattanza del nemico, quanto per non parere da meno nello indomito coraggio delle stesse donne romane, le quali senza porre mente, alle palle che fioccavano recavansi verso sera a udire i suoni militari davanti alla sua villa, e non pure donne popolane erano, ma altresì nobili donne: i soldati poi inuzzoliti dal suono su quel luogo ballavano, e se taluno tocco da qualche palla cessava gli altri datagli la buona notte continuavano. Ma la buona notte, che augurarono al centurione Molina fu eterna, imperciocchè nel trasportarlo ferito morisse per via; spreco di vita non mai abbastanza deplorabile, e deplorato!

Ma parliamo delle donne romane; e' non si può rivocare in dubbio, che in esse viva latente, e talora si palesi nella sua magnificenza il sangue della madre dei Gracchi e di Lucrezia; tra i miei ricordi noto come un mio amico passando per una contrada presso ponte Sisto di Roma vide due fanciulle bellissime intente a cucire panni in certa stanza terrena senza curarsi della pioggia di bombe, che mandavano i Francesi; di un tratto una bomba lì presso sfonda una casa, e cascata sul letto dove riposavano due vecchi gli ammazza; placide e chete esse lasciarono i lavori per recarsi a vedere che mai fosse successo, e ad apprestare soccorso; udito il caso funesto, levarono gli occhi al cielo e sospirarono: «pace all'anima loro!» e senza più parole tornavano a riprendere il compito interrotto. E noi pure avemmo le nostre Cammille, e le nostre Pantasilee, anzi, quotidianamente, ed alla stregua, che il pericolo cresceva, si presentavano fanciulle per arrolarsi come soldati e combattere, nè tutte si poterono rifiutare; le rimaste si distinsero non solo nella ferocia (cose che notiamo ordinaria nelle femmine una volta, che piglino le armi) ma nella costanza, ed è più difficile, di sopportare di ogni maniera disagi.

Non il dolore della ingiusta aggressione, nè i danni sofferti così ci fanno forza, da negare ai Francesi il pregio del valore, nondimanco è vero, che in questa guerra procederono oltremodo cauti e anzichè no rispettivi; forse la prima batosta rilevata li persuase a questo: certo quel risoluto consacrarsi che fa la gente alla morte commuove l'animo dei mortali e li sgomenta. Taluni dei loro scrittori immaginando cose vane, ovvero usurpando per loro tratti di magnanimità che da loro furono uditi soltanto, seguendo l'usato costume attribuirono ad un soldato francese l'avventura di essere andato a cogliere albicocche sur un'albero in mezzo al tempestare delle palle nemiche; ciò è vero, ma invece di albicocche elle erano fragole e fin qui non monta, ma il soldato invece di francese era italiano anzi il Cadolini nostro, che se nella gloria della eloquenza valesse quanto vale nelle armi, la Italia moderna non avrebbe ad invidiare Cicerone all'antica; egli, nè solo, si attentò andare a raccoglierle negli stessi giardini occupati dai Francesi, e farne dono al Medici l'Aiace dello Assedio di Roma.

E siccome noi sopra tutto detestiamo la taccia d'ingrati, pessimi tra i rei, i quali dovrebbero nelle nostre contrade come presso i Chinesi punirsi, dacchè giudichiamo la ingratitudine non solo delitto in se, ma sì generatrice di ogni altro delitto, ci guarderemo di passare inonorati nelle nostre scritture due generosi stranieri uno francese, l'altro pollacco di cui mi occorre memoria nei libri, e nelle note del Generale Sacchi. Chiamavasi il primo Laviron capitano di stato maggiore presso il Garibaldi, il quale un dì avvampante di sdegno per le spesse morti cagionate dai Cacciatori di Vincennes salta sul parapetto, e additando la croce della legione di onore, che gli fregiava il petto si mise a gridare: «assassini! tirate su questa croce, che ebbi dal grande imperatore.» E venne pur troppo esaudito, imperciocchè nonostante che allora fosse tregua, i Cacciatori non potendo stare alle mosse lo colsero per lo appunto nel petto: ond'ei periva esclamando: «viva la Italia!» La notte, che successe a cotesto dì il cielo mandò giù acqua a bigonce; dissero averla mandata per lavare la macchia fratricida di cui i Francesi avevano polluto la sacra terra romana, e non è così, Iddio raccatta il sangue versato proditoriamente, e lo conserva là dove non si cancella; paiono fisime queste, ma se ne accorge chi reietto Dio persuasore di vivere incolpevole lo prova più tardi come chiodo confitto nelle tempie di Sisara.

L'altro caso è affatto simile a questo, sicchè dubitai fosse il medesimo applicato a diversi; ma adoperataci debita diligenza trovai essere due: non importa ripeterlo, basterà dire che il nuovo accadde al capitano pollacco chiamato Vert o Wern; e che lo esito per lui non volse sinistro come al francese essendo rimasto unicamente ferito nell'omero destro.

La sortita disegnata ebbe luogo a vespero del giorno nove, il suo scopo era guastare i lavori nemici, precipuamente quelli di faccia al bastione secondo; ci presero parte 200 finanzieri, e 500 uomini del primo reggimento leggero: questi per assalire; un'altro battaglione ed una compagnia di bersaglieri si attelarono fuori della porta San Pancrazio per riserva, e per proteggere la ritirata: proposero al Generale operare simultaneamente altra sortita fuori della Porta Portese, e non l'approvò: perocchè conosciuta la mala prova degli assalti alla spicciolata, ora volesse attenersi ai corpi grossi. L'assalto di faccia in colonna serrata fu respinto dal fuoco che proruppe turbinoso dalle trincee francesi; con incredibile valore i finanzieri lo tentarono una seconda volta, e con pari fortuna; virtù non valse contro la forza soverchiante, e si ebbero a ripiegare laceri verso la porta. Questa fazione riuscì senza utilità non però senza compianto; tante e tante furono le morti che resero non so bene se io mi abbia a dire sacri od esecrabili cotesti luoghi, che a raccontarle tutte non ci basterebbe la lena: questo giovi sapere, che da ora in poi il popolo a diritto prese a chiamare la porta San Pancrazio, porta San Crepazio, il Vascello Macello, e San Pietro in Montorio San Pietro in Mortorio. In questo giorno deplorammo il tenente Bolognesi, e Bartolommeo Rozat capitano: sopramodo pietosa la morte di questo ultimo; nacque a Ginevra, e militò volontario; apparve un giorno su i confini del Tirolo al cospetto del Manara, e gli si profferse fratello di armi; il Manara lo accettò a braccia quadre, e amaronsi nè l'uno quindi in poi si vide disgiunto dall'altro nei pericoli; li scompagnò la morte: ferito, il 3 il Rozat non potè tenersi il 9, e armato di eletta carabina non come ufficiale ma come volontario volle pigliar parte al combattimento dal secondo bastione: senonchè dopo i primi colpi fastidì il parapetto, e si scoperse a un tratto dalla cintola in su agitando il berretto in ispregio del nemico: avendoglielo una palla portato via di netto dalle mani, i soldati, che assai lo amavano lo costrinsero a scendere: egli però scivolando si recava subito dopo davanti la più larga apertura del muro; quivi una palla, lo colse nell'occhio sinistro; il resto lo dica l'Hoffstetter, che per me a raccontare di tanto sangue scelleratamente tradito mi sento inverdire: «fu portato all'ospedale fuori di sensi; e quivi spirò fra le braccia di una signora, unica cura, ch'egli accettasse, dopo due giorni di orribili patimenti. Io fui due volte a trovarlo, ma il meschino non mi riconobbe più; egli era tutto sfigurato: aveva la cavità dell'occhio piena di sangue, e la parte sinistra del capo soprammodo gonfia. La donna romana con un braccio lo sorreggeva, e con l'altro lo impediva ch'egli nell'angoscia disperata si strappasse la benda.» Trentasei ore, che tanto si prolungò la sua agonia, la donna stette a canto al moribondo senza lasciarlo mai: affermano lei ignota al Rozat, e questo alla donna; se così sta lo affetto superando la natura terrena diventava divino, ed io per me lo giudicherei divino dove anco ci si fosse mescolato qualche po' di amore men puro: ottimamente immaginarono gli antichi di origine celeste ogni amore, che avesse l'ale per sollevarsi da terra.

Continuano i lavori, e le jattanze francesi; essi però conducono a termine la batteria quinta prima per far tacere il nostro fuoco del bastione settimo, e poi per aprire la breccia; mandano scorrerie sul Teverone per rompere i ponti Salaro, Nomentano, e Mammolo, e così chiudere da questo lato ogni comunicazione con Roma; sorprendono il colonnello Pianciani, che in compagnia di un suo ufficiale veniva nella carrozza del corriere, e lo tengono prigioniero di guerra: l'Oudinot vanta questa presa come una conquista, ed è ciurmatore; aggiunge nel rapporto averla conseguita dopo combattuta aspra pugna, ed è bugiardo: fa una funata di poveri contadini, e gl'invia in Francia trofei di guerra, e così conferma la sentenza che sopra tutte le passioni la vanità è crudele.

Testimoniano alcuni storici come ora dai supremi capitani si concepisse il disegno d'ingaggiare una battaglia campale assaltando la sinistra dei Francesi, e prese le opere loro a rovescio, spingerli nel Tevere; ma a ciò io non credo; forse taluno lo desiderò e lo disse, ma dal detto al fatto ci ha gran tratto, nè con tanta disparità di forze poteva avventurarsi anco dagli audacissimi; all'opposto fu tentata una sortita notturna: notte tempo a lume di torce assembraronsi 7500 uomini; 1500 rimasero col generale Avezzana fuori della porta San Pancrazio; agli altri 6000 si pose a capo Garibaldi, e li menò alla campagna uscendo dalla porta dei Cavalleggieri; suo scopo dar dentro la sinistra dei Francesi: consigliato a moltiplicare gli assalti nega, e non fa bene; la colonna lunga disadatta a pigliare parte con molta forza al combattimento; se respinta di fronte si rovescia sopra i sorvegnenti con non riparabile scompiglio. L'ordine della marcia questo, la legione polacca all'antiguardo; 200 uomini o poco più; subito dopo tre coorti della legione italiana; alla dietroguardia due battaglioni di bersaglieri lombardi; quattro battaglioni del Rosselli, e i lancieri del Garibaldi alla riscossa. Il Garibaldi non volle moversi prima che sorgesse la luna, che fu verso le dieci, e ciò per impedire confusione, lasciando perduto per questa via il vantaggio di cascare addosso ai Francesi; ed al medesimo intento ordinò eziandio i soldati alle vesti soprammettessero la camicia, gli uffiziali intorno al braccio legassersi un panno bianco; pratica di guerra antica, che chiamasi incamiciata, ed è fama la inventasse Alfonso Davalos il vecchio marchese di Pescara; i pratici di guerra la giudicano in varie maniere: anco quì il fine loda l'opera.

Opinione, ed anco comando era si avesse a camminare per via retta, ma il Garibaldi, che precedeva la colonna vestito del mantello bianco di un tratto piega, conforme in questo a se stesso, che dei suoi riposti consigli di guerra non conferisce con alcuno, e caso mai lo venisse a sapere la sua camicia, io penso, ch'ei la brucerebbe. Così procedendo arrivano al convento di San Pancrazio dove l'ufficiale di guardia annunzia verun moto essersi osservato da tempo in qua nelle Trincere francesi, e gli pareva buon segno; altri tenne avviso contrario; volle inoltre porgere istruzioni alla guida sul cammino da farsi, ma questa prosuntuosa vantò saperne di avanzo: allora il Garibaldi scese e seduto sopra un tronco di albero tolse a dirigere le mosse; e innanzi tratto ordinava all'Hoffstetter precedesse co' 200 Pollacchi a schiarire il cammino, lo seguitasse la legione italiana; il Manara non comandato, consentendo all'impeto della sua generosa natura lo seguita; ammonito dall'Hoffstetter che una scarica potrebbe ammazzarli tutti e due in un punto con danno della impresa, si allontana, ma poi non regge e ritorna. Persuasi dalla guida si cacciano dentro ad un canneto, oltre il quale, pensano sboccare davanti le Trincee francesi, onde si raccomanda ai Pollacchi ripongansi sotto la camicia la quale ormai non poteva apportare altro che impaccio e danno; la legione italiana rimane su l'orlo estremo del canneto; i Pollacchi dopo molto avvolgersi si trovano avere girato il convento di San Pancrazio, chè la guida prosuntuosa aveva sbagliato strada: toccò loro rifare i passi, e questa volta senza errore, sicchè riusciti ormai davanti una siepe, oltre quella, affacciandosi, vedevano le opere francesi. Mentre pertanto si accingono a saltar su, ecco nel canneto udirsi strepito come di cavalli ch'entrando a furia atterrino, e pestino le canne troncate.—Non erano cavalli ma fanti, non nemici ma amici; la colonna del Sacchi, la quale sbarattando senza riguardo il canneto mosse cotesto rumore, che riuscì esiziale, imperciocchè non pure i soldati, ma gli ufficiali altresì temerono ruinasse addosso loro la cavalleria nemica; per la qual cosa taluni, i più forti, fatto di se gomitolo con la baionetta calata si disposero a mo' di istrice; gli altri, e furono troppo più, vinti da subito terrore fecero impeto l'uno sopra l'altro, urtaronsi, rovesciaronsi, e pestaronsi; chi perse l'arme, e chi i berretti; molti i feriti; pareva un fiume che straripi; il Manara, il quale pretese opporsi stramazzato ebbe a sentirsi ammaccare tutta la persona; Garibaldi agguantandosi a un albero non buttarono a terra; la legione italiana non resse meglio degli altri, e andò sossopra nella fuga; chi resse furono i bersaglieri, i quali incrociate le baionette, le opposero al petto dei fuggenti e li trattennero; il Garibaldi montato in furia, riavutosi appena, salta a cavallo e con lo scudiscio frustando intorno urlava: «ah! codardi, ah! svergognati!» Anco il Mezzacapo in cotesta occasione fece mostra di coraggio a tutta prova. Riordinata alla peggio la milizia scomposta domandarono gli ufficiali al Generale se si avesse a proseguire la impresa, dacchè per somma ventura pareva che i Francesi non se ne fossero addati; rispose nulla potersi imprendere con gente codarda; rientrassero: ultimo come sempre alla dietroguardia; passate le porte o sia che la stanchezza lo vincesse, o sia che ormai sentisse lo interno turbamento dell'animo non potere più reprimere si gettò a terra fingendo dormire.

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