INNI SACRI
Reading edition
NOTA.—La prima edizione ha questo frontispizio: Inni sacri | di | Alessandro Manzoni || Milano | Dalla Stamperia di Pietro Agnelli | in Santa Margarita | 1815. (pagg. 37, in 8º). L’opuscolo contiene (p. 5) I. La Risurrezione, con la data 1812; (p. 14) II. Il nome di Maria, 1813; (p. 22) III. Il Natale, 1813; (p. 31) IV. La Passione, 1815.—Nel 1822, presso Vincenzo Ferrario, ne fu fatta la seconda edizione; ove furon soppresse le date, e aggiunte, in fine dell’opuscolo, le Note, bibliche.—Nel 1823, gl’Inni furon ristampati a Cremona, a Torino, a Udine; nel 1826, a Cremona e a Roma; nel 1827, con la data d’Italia; nel 1829, a Milano e a Udine; nel 1831, a Terni; nel 1834, a Brescia e a Pesaro; e così via. (Cfr. Catalogo della Sala Manzoniana nella Braidense, Milano, 1890, pag. 32 ss.).
La Pentecoste fu pubblicata più tardi, e a parte. L’opuscoletto, di pagg. 14, e dello stesso formato dell’altro, ha questo frontispizio: La | Pentecoste | Inno | di Alessandro Manzoni | — | Stampato a 50 copie | in Milano | da Vincenzo Ferrario | 1822.—L’anno appresso comparve: La | Pentecoste | Inno | di Alessandro Manzoni | colla | traduzione latina | di | Fedele Sopransi | già Consigliere nella cessata Corte di Cassazione | — | Milano | da Vincenzo Ferrario | 1823. (pagg. 19, in 8º). E a Cremona, presso i Fratelli Manini (pagg. 22, in 8º), nello stesso anno, «colla traduzione latina in doppio metro dell’abate Luigi Bellò». Nel 1824, a Milano, per Giovanni Silvestri (pagg. 24, in 8º), «con la traduzione latina dell’abate Luigi Alvergna». Nel 1870, poi, in occasione di nozze, fu ripubblicato «colla versificazione latina di Benedetto Del Bene», e con una lettera del Manzoni al Del Bene, da Milano, 25 febbraio 1823 (Verona, tip. Vicentini e Franchini, pagg. 16, in 16º).
Le Strofe furono stampate nel 1832 e nel 1837, in un foglietto di pagg. 4, in 8º, che porta in testa: Strofe | da cantarsi | da | un coro di giovanetti | alla prima comunione | nella I. R. Chiesa prepositurale | di Santa Maria della Scala in S. Fedele || Milano | coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola | 1832 (o 1837).—Delle sette strofe, come furon poi ripubblicate tra le Opere varie nel 1845 e come qui si riproducono, in questa prima stampa eran solo la prima, la quarta e la settima.—Nel 1834, in un foglietto simile, e con la medesima intestazione, erano state stampate le due altre strofette: Questo terror divino...., Con che fidente affetto.....
Gl’Inni e le Strofe furon dal Manzoni ristampate, nell’ordine nella forma e con le Note che noi riproduciamo, tra le Opere varie, Milano, 1845. Diamo anche qui, a pie’ di pagina, le varianti dalle prime edizioni.
Scherillo.
IL NATALE
Qual masso[1097] che dal vertice Di lunga erta montana, Abbandonato all’impeto[1098] Di rumorosa[1099] frana, Per lo scheggiato calle[1100] Precipitando a valle, Batte sul fondo e sta; Là dove cadde, immobile Giace in sua lenta mole; Nè, per mutar di secoli,[1101] Fia che riveda[1102] il sole Della[1103] sua cima antica, Se una virtude amica In alto nol trarrà: Tal si giaceva il misero Figliol[1104] del fallo primo, Dal dì che un’ineffabile[1105] Ira promessa all’imo[1106] D’ogni malor gravollo, Donde[1107] il superbo collo Più non potea levar. Qual mai tra[1108] i nati all’odio,[1109] Quale era mai persona[1110] Che al Santo inaccessibile Potesse dir: perdona? Far novo patto eterno? Al vincitore inferno La preda sua strappar? Ecco ci è nato un Pargolo,[1111]a) Ci fu largito un Figlio: Le avverse forze tremano[1112] Al mover del suo ciglio: All’uom[1113] la mano Ei porge, Che si ravviva, e sorge Oltre l’antico onor. Dalle[1114] magioni eteree[1115]b) Sgorga una fonte, e scende,[1116] E nel borron de’[1117] triboli Vivida si distende: Stillano mele i tronchi; Dove copriano i bronchi, Ivi germoglia il fior. O Figlio, o Tu cui generac) L’Eterno,[1118] eterno seco; Qual ti può dir de’[1119] secoli: Tu cominciasti meco? Tu sei: del vasto empiro Non ti comprende il giro: La tua parola il fe’. E Tu degnasti assumere Questa creata argilla? Qual merto suo, qual grazia A tanto onor sortilla? Se in suo consiglio ascoso Vince il perdon, pietoso Immensamente Egli è. Oggi Egli è nato: ad Efrata,d) Vaticinato ostello, Ascese un’alma Vergine, La gloria d’Israello, Grave di tal portato: Da cui[1120] promise è nato, Donde era[1121] atteso uscì. La mira Madre in poverie) Panni il Figliol[1122] compose, E nell’umil[1123] presepio Soavemente il pose; E l’adorò: beata! Innanzi al Dio prostrata, Che il puro sen le aprì. L’Angel[1124] del cielo, agli[1125] uomini Nunzio di tanta sorte, Non de’[1126] potenti volgesi Alle[1127] vegliate porte; Ma tra[1128] i pastor devoti,f) Al duro mondo ignoti, Subito in luce appar. E intorno a lui[1129] per l’ampia Notte calati a stuolo, Mille celesti strinsero Il fiammeggiante volo;[1130] E accesi in dolce zelo, Come si canta in cielo, A Dio gloria cantar. L’allegro inno seguirono, Tornando al firmamento: Tra[1131] le varcate nuvole Allontanossi, e lento Il suon sacrato ascese, Fin che più nulla intese La compagnia fedel. Senza indugiar, cercarono L’albergo poveretto Que’[1132] fortunati, e videro, Siccome a lor fu detto, Videro in panni avvolto, In un presepe accolto,[1133] Vagire il Re del Ciel. Dormi, o Fanciul;[1134] non piangere; Dormi, o Fanciul celeste: Sovra il tuo capo stridere Non osin le tempeste, Use sull’empia[1135] terra, Come cavalli in guerra, Correr davanti[1136] a Te. Dormi, o Celeste: i popoli Chi nato sia non sanno; Ma il dì verrà che nobile Retaggio tuo saranno; Che in quell’umil riposo, Che nella[1137] polve ascoso,[1138] Conosceranno il Re.
LA PASSIONE
O tementi dell’ira[1139] ventura, Cheti e gravi oggi al tempio moviamo, Come gente che pensi a sventura, Che improvviso s’intese annunziar. Non s’aspetti di squilla il richiamo; Nol concede il mestissimo rito: Qual di donna che piange il marito, È la veste[1140] del vedovo altar. Cessan gl’inni e i misteri beati, Tra[1141] cui scende, per mistica via, Sotto l’ombra de’[1142] pani mutati, L’ostia[1143] viva di pace e d’amor. S’ode un carme: l’intento Isaia Proferì[1144] questo sacro lamento, In quel dì che un divino spavento Gli affannava il fatidico cor.[1145] Di chi parli, o Veggente di Giuda? Chi è costui che, davanti all’Eterno,[1146]g) Spunterà come tallo da nuda Terra, lunge da fonte vital? Questo fiacco pasciuto di scherno, Che la faccia si copre d’un velo, Come fosse un percosso dal cielo, Il novissimo d’ogni mortal? Egli è il Giusto che i vili han trafitto, Ma tacente, ma senza tenzone; Egli è il Giusto; e di tutti il delittoh) Il Signor sul suo capo versò. Egli è il Santo, il[1147] predetto Sansone, Che morendo francheggia Israele; Che volente alla[1148] sposa infedele La fortissima chioma lasciò. Quei che siede sui cerchi[1149] divini, E d’Adamo si fece figliolo;[1150] Nè sdegnò coi fratelli tapini Il funesto retaggio partir:[1151] Volle l’onte, e nell’anima[1152] il duolo, E l’angosce[1153] di morte sentire, E il terror che seconda il fallire, Ei che mai non conobbe il fallir. La repulsa al suo prego sommesso, L’abbandono del Padre sostenne: Oh spavento! l’orribile amplesso D’un amico spergiuro soffrì. Ma simile quell’alma divenne Alla[1154] notte dell’uomo[1155] omicida: Di quel Sangue[1156] sol ode le grida, E s’accorge che Sangue[1156] tradì.i) Oh spavento! lo stuol de’[1157] beffardi Baldo insulta a quel volto divino, Ove intender non osan gli sguardi Gl’incolpabili figli del ciel. Come l’ebbro[1158] desidera il vino, Nell’offese[1159] quell’odio s’irrita; E al maggior dei delitti gl’incita Del delitto la gioia[1160] crudel. Ma chi fosse quel tacito reo, Che davanti[1161] al suo seggio profano Strascinava il protervo Giudeo, Come vittima innanzi a l’altar, Non lo seppe il superbo Romano; Ma fe’ stima il deliro potente,[1162] Che giovasse col sangue innocente La sua vil sicurtade comprar. Su nel cielo in sua doglia raccolto Giunse il suono d’un prego esecrato: I celesti copersero il volto: Disse Iddio: Qual[1163] chiedete sarà. E quel Sangue dai padri imprecato Sulla[1164] misera prole ancor cade, Che mutata d’etade in etade, Scosso ancor dal suo capo non l’ha. Ecco appena sul letto nefando Quell’Afflitto depose la fronte, E un altissimo grido levando, Il supremo sospiro mandò:[1165] Gli uccisori esultanti sul[1166] monte Di Dio l’ira già grande minaccia; Già dall’ardue[1167] vedette s’affaccia, Quasi accenni: Tra[1168] poco verrò. O gran Padre! per Lui che s’immola, Cessi alfine quell’ira tremenda; E de’[1169] ciechi l’insana parola Volgi in meglio, pietoso Signor. Sì,[1170] quel Sangue sovr’essi discenda;j) Ma sia pioggia di mite lavacro: Tutti errammo;k) di tutti quel sacro- santo Sangue cancelli l’error. E tu, Madre, che immota vedesti Un tal Figlio morir sulla[1171] croce, Per noi prega, o regina de’[1172] mesti, Che il possiamo in sua gloria veder; Che i dolori, onde il secolo atroce Fa de’ boni[1173] più tristo l’esiglio, Misti al santo patir del tuo Figlio, Ci sian[1174] pegno d’eterno goder.
LA RISURREZIONE
È risorto: or come a morte La sua preda fu ritolta? Come ha vinte l’atre porte, Come è salvo un’altra volta Quei che giacque in forza altrui? Io lo giuro per Colui Che da’ morti il suscitò,l) È risorto: il capo santo Più non posa nel sudario: È risorto: dall’un[1175] canto Dell’avello[1176] solitario Sta il coperchio rovesciato: Come un forte inebbriato[1177]m) Il Signor si risvegliò. Come a mezzo del cammino, Riposato alla[1178] foresta, Si risente il pellegrino, E si scote dalla[1179] testa Una foglia inaridita, Che dal ramo dipartita,[1180] Lenta lenta vi ristè: Tale il marmo inoperoso, Che premea l’arca scavata, Gittò via quel Vigoroso, Quando l’anima tornata Dalla[1181] squallida vallea,[1182] Al Divino che tacea: Sorgi, disse, io son con Te.[1183] Che parola si diffuse Tra[1184] i sopiti d’Israele! Il Signor le porte ha schiuse! Il Signor, l’Emmanuele![1185] O sopiti in aspettando, È finito il vostro bando: Egli è desso, il Redentor. Pria di Lui nel regno eterno Che mortal sarebbe asceso? A rapirvi al muto inferno, Vecchi padri, Egli è disceso: Il sospir del tempo antico, Il terror dell’inimico,[1186] Il promesso Vincitor. Ai mirabili Veggenti, Che narrarono il futuro, Come il padre ai figli intenti Narra i casi che già furo, Si mostrò quel sommo Sole[1187]n) Che, parlando[1188] in lor parole, Alla terra[1189] Iddio giurò; Quando Aggeo, quando Isaia Mallevaro al mondo intero Che il Bramato un dì verria;o) Quando, assorto[1190] in suo pensiero,[1191] Lesse i giorni numerati,p) E degli[1192] anni ancor non nati Daniel si ricordò. Era l’alba;[1193] e molli il viso,[1194] Maddalena e l’altre donne Fean lamento sull’Ucciso;[1195]q) Ecco tutta di Sionne Si commosse la pendice,[1196] E la scolta insultatrice Di spavento tramortì. Un estranio giovinetto Si posò sul monumento: Era folgore l’aspetto, Era neve il vestimento: Alla[1197] mesta che ’l richiese Diè risposta quel cortese: È risorto; non è qui. Via co’ palii[1198] disadorni Lo squallor della[1199] viola: L’oro usato a splender torni: Sacerdote, in bianca stola, Esci ai grandi ministeri, Tra[1200] la luce de’[1201] doppieri, Il Risorto ad annunziar.r) Dall’altar[1202] si mosse un grido: Godi, o Donna alma del cielo;s) Godi; il Dio cui fosti nido A vestirsi il nostro velo, È risorto, come il disse: Per noi prega: Egli prescrisse, Che sia legge il tuo pregar. O fratelli, il santo rito Sol di gaudio oggi ragiona; Oggi è giorno di convito; Oggi esulta ogni persona: Non è madre che sia schiva Della[1203] spoglia più festiva I suoi bamboli vestir. Sia frugal del ricco il pasto; Ogni mensa abbia i suoi doni; E il tesor negato al fasto Di superbe imbandigioni,[1204] Scorra amico all’umil[1205] tetto, Faccia il desco poveretto Più ridente oggi apparir. Lungo il grido e la tempesta De’ tripudi[1206] inverecondi: L’allegrezza non è questa Di che i giusti son giocondi; Ma pacata in suo contegno, Ma celeste, come segno Della gioia[1207] che verrà. Oh beati! a lor più bello Spunta il sol de’ giorni santi;[1208] Ma che fia di chi rubello Torse, ahi stolto! i passi erranti[1209] Nel sentier che a morte guida?[1210] Nel Signor chi si confida[1211] Col Signor risorgerà.
LA PENTECOSTE
Madre de’[1212] Santi; immagine Della città superna; Del Sangue incorruttibile Conservatrice eterna; Tu che, da tanti secoli,[1213] Soffri, combatti e preghi;[1214] Che le tue tende spieghi Dall’uno all’altro mar;t) Campo di quei che sperano;[1215] Chiesa del Dio vivente; Dov’eri mai? qual angolo Ti raccogliea nascente, Quando il tuo Re, dai perfidi Tratto a morir sul colle, Imporporò le zolle Del suo sublime altar?u) E allor che dalle tenebre La diva spoglia uscita, Mise il potente anelito Della seconda vita; E quando, in man recandosi Il prezzo del perdono, Da questa polve al trono Del Genitor salì; Compagna del suo gemito, Conscia de’ suoi misteri, Tu,[1216] della sua vittoria Figlia immortal, dov’eri? In tuo terror sol vigile, Sol nell’obblio secura, Stavi in riposte mura, Fino a quel sacro dì, Quando su te lo Spirito Rinnovator discese, E l’inconsunta fiaccola Nella tua destra accese; Quando, segnal de’[1217] popoli, Ti collocò sul monte,[1218]v) E ne’ tuoi labbri il fonte Della parola aprì. Come la luce rapida Piove di cosa in cosa, E i color vari[1219] suscita[1220] Dovunque si riposa; Tal risonò moltiplice La voce dello Spiro: L’Arabo, il Parto, il Siro In suo sermon l’udì. Adorator degl’idoli, Sparso per ogni lido,[1221] Volgi lo sguardo a Solima, Odi quel santo grido: Stanca del vile ossequio, La terra a LUI ritorni: E voi che aprite i giorni Di più felice età, Spose che[1222] desta il subito Balzar del pondo ascoso;[1223] Voi già vicine a sciogliere Il grembo doloroso; Alla bugiarda pronuba Non sollevate il canto: Cresce serbato al Santo Quel che nel sen vi sta. Perchè, baciando i pargoli, La schiava ancor sospira? E il sen che nutre i liberi Invidiando mira? Non sa che al regno i miseri Seco il Signor solleva? Che a tutti i figli d’Eva Nel suo dolor pensò? Nova franchigia annunziano I cieli, e genti nove; Nove conquiste, e gloria Vinta in più belle prove; Nova, ai terrori immobile E alle lusinghe infide, Pace, che il mondo irride, Ma che rapir non può. O Spirto! supplichevoli A’[1224] tuoi solenni altari; Soli per selve inospite; Vaghi in deserti mari; Dall’Ande algenti al Libano, D’Erina[1225] all’irta Haiti, Sparsi per tutti i liti, Uni per Te di cor,[1226] Noi T’imploriam![1227] Placabile Spirto discendi ancora, A’[1228] tuoi cultor propizio, Propizio a chi T’ignora;[1229] Scendi e ricrea; rianima I cor nel dubbio estinti; E sia divina ai vinti Mercede il vincitor.[1230] Discendi Amor; negli animi L’ire superbe attuta: Dona i pensier[1231] che il memore Ultimo dì non muta: I doni tuoi benefica Nutra la tua virtude;[1232] Siccome il sol che schiude Dal pigro germe il fior; Che lento poi sull’umili[1233] Erbe morrà non colto, Nè sorgerà coi fulgidi Color del lembo sciolto, Se fuso a lui nell’etere Non tornerà quel mite Lume, dator di vite, E infaticato altor. Noi T’imploriam![1234] Ne’[1235] languidi Pensier dell’infelice[1236] Scendi piacevol alito, Aura consolatrice: Scendi bufera ai tumidi Pensier del violento; Vi spira uno sgomento Che insegni la pietà. Per Te sollevi il poveroz) Al ciel, ch’è suo, le ciglia,[1237] Volga i lamenti in giubilo, Pensando a Cui somiglia: Cui fu donato in copia,[1238] Doni con volto amico, Con quel tacer pudico, Che accetto il don ti fa. Spira de’[1239] nostri bamboli Nell’ineffabil riso; Spargi la casta porpora Alle donzelle in viso; Manda alle ascose vergini Le pure gioie[1240] ascose; Consacra delle spose Il verecondo amor. Tempra de’[1241] baldi giovani Il confidente ingegno; Reggi il viril proposito Ad infallibil segno; Adorna la canizie Di liete voglie sante; Brilla nel guardo errante Di chi sperando muor.
IL NOME DI MARIA
Tacita un giorno a non so qual pendiceA) Salia d’un fabbro nazaren la sposa; Salia non vista alla[1242] magion felice D’una pregnante annosa; E detto salve a lei, che in reverenti Accoglienze onorò l’inaspettata, Dio lodando,[1243] sclamò: Tutte le genti Mi chiameran beata.B) Deh! con che scherno udito avria i lontani Presagi allor l’età superba! Oh tardo Nostro consiglio! oh degl’intenti[1244] umani Antiveder bugiardo! Noi testimoni che alla[1245] tua parola Ubbidiente[1246] l’avvenir rispose, Noi serbati all’amor,[1247] nati alla[1248] scola Delle[1249] celesti cose, Noi sappiamo, o Maria, ch’Ei solo attenne L’alta promessa che da Te s’udìa, Ei che in cor la ti pose: a noi solenne È il nome tuo, Maria. A noi Madre di Dio quel nome sona:[1250] Salve beata![1251] che s’agguagli ad esso Qual fu mai nome di mortal persona, O che gli[1252] vegna appresso? Salve beata![1253] in quale età scortese Quel sì caro a ridir nome si tacque? In qual dal padre il figlio non l’apprese? Quai monti mai, quali acque Non l’udiro invocar? La terra antica Non porta sola i templi tuoi, ma quella Che il Genovese divinò, nutrica I tuoi cultori anch’ella. In che lande selvagge, oltre quai mari Di sì barbaro nome fior si coglie, Che non conosca de’ tuoi miti altari Le benedette soglie? O Vergine, o Signora, o Tuttasanta, Che bei nomi ti serba ogni loquela! Più d’un popol superbo esser si vanta In tua gentil tutela. Te,[1254] quando sorge, e quando cade il die, E quando il sole a mezzo corso il parte, Saluta il bronzo[1255] che le turbe pie Invita ad onorarte. Nelle[1256] paure della[1257] veglia bruna, Te noma il fanciulletto; a Te,[1258] tremante, Quando ingrossa ruggendo la fortuna, Ricorre il navigante. La femminetta nel tuo sen regale La sua spregiata lacrima[1259] depone, E a Te[1260] beata, della[1261] sua immortale Alma gli affanni espone; A Te[1262] che i preghi ascolti e le querele, Non come suole il mondo, nè degl’imi[1263] E de’[1264] grandi il dolor col suo crudele Discernimento estimi. Tu pur, beata, un dì provasti il pianto; Né il di verrà che d’oblianza[1265] il copra: Anco ogni giorno se ne parla; e tanto Secol vi corse sopra. Anco ogni giorno se ne parla e plora In mille parti; d’ogni tuo contento Teco la terra si rallegra ancora, Come di fresco evento. Tanto d’ogni laudato esser la prima Di Dio la Madre ancor quaggiù dovea; Tanto piacque al Signor di porre in cima Questa fanciulla ebrea. O prole d’Israello, o nell’estremo[1266] Caduta, o da sì lunga ira contrita, Non è Costei che in onor tanto avemo, Di vostra fede uscita? Non è Davidde il ceppo suo? Con[1267] Lei Era il pensier de’ vostri antiqui vati,[1268] Quando annunziaro i verginal trofeiC) Sopra[1269] l’inferno alzati. Deh![1270] a Lei volgete finalmente i preghi, Ch’Ella vi salvi, Ella che salva i suoi; E non sia gente nè tribù che neghi Lieta cantar con noi: Salve, o degnata del secondo nome, O Rosa, o Stella ai periglianti scampo; Inclita come il sol, terribil come Oste schierata in campo.D)
STROFE PER UNA PRIMA COMUNIONE
PRIMA DELLA MESSA.
Sì, Tu scendi ancor dal cielo; Sì, Tu vivi ancor tra noi; Solo appar, non è, quel velo: Tu l’hai detto; il credo, il so; Come so che tutto puoi, Che ami ognora i tuoi redenti, Che s’addicono i portenti A un amor che tutto può.
ALL’OFFERTORIO.
Chi dell’erbe lo stelo compose? Chi ne trasse la spiga fiorita? Chi nel tralcio fe’ scorrer la vita? Chi v’ascose—dell’uve il tesor? Tu, quel Grande, quel Santo, quel Bono, Che or qual dono—il tuo dono riprendi; Tu, che in cambio, qual cambio! ci rendi Il tuo Corpo, il tuo Sangue, o Signor. Anche i cor che T’offriamo son tuoi: Ah! il tuo dono fu guasto da noi; Ma quell’alta Bontà che li fea, Li riceva quai sono, a mercè; E vi spiri, col soffio che crea, Quella fede che passa ogni velo, Quella speme che more nel cielo, Quell’amor che s’eterna con Te.
ALLA CONSACRAZIONE.
Ostia umìl, Sangue innocente; Dio presente,—Dio nascoso; Figlio d’Eva, eterno Re! China il guardo, Iddio pietoso, A una polve che Ti sente, Che si perde innanzi a Te.
PRIMA DELLA COMUNIONE.
Questo terror divino, Questo segreto ardor, È che mi sei vicino, È l’aura tua, Signor! Sospir dell’alma mia, Sposo, Signor, che fia Nel tuo superno amplesso! Quando di Te Tu stesso Mi parlerai nel cor!
ALLA COMUNIONE.
Con che fidente affetto Vengo al tuo santo trono, M’atterro al tuo cospetto, Mio Giudice, mio Re! Con che ineffabil gaudio Tremo dinanzi a Te! Cenere e colpa io sono: Ma vedi chi T’implora, Chi vuole il tuo perdono, Chi merita, Chi adora, Chi rende grazie in me.
DOPO LA COMUNIONE.
Sei mio; con Te respiro: Vivo di Te, gran Dio! Confuso a Te col mio Offro il tuo stesso amor. Empi ogni mio desiro; Parla, chè tutto intende; Dona, chè tutto attende, Quando T’alberga, un cor.
NOTE DEL MANZONI AGL’“INNI SACRI„.
Il Natale.
a) Parvulus enim natus est nobis, et Filius datus est nobis. Is. IX, 6.
b) Et fons de domo Domini egredietur, et irrigabit torrentem spinarum. Ioel. III, 18.
c) Filius meus es tu, ego hodie genui te. Psalm. II, 7.
d) Et tu, Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda: ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel, et egressus eius ab initio, a diebus æternitatis. Mich. V, 2.
e) Et pannis eum involvit, et reclinavit eum in præsepio. Luc. II, 7.
f) Et pastores erant in regione eadem vigilantes... Et ecce angelus Domini stetit iuxta illos, et claritas Dei circumfulsit illos... Et subito facta est cum angelo multitudo militiæ cælestis laudantium Deum, et dicentium: Gloria in altissimis Deo... Luc. II, 8, 9, 13, 14.
La Passione.
g) Et ascendet sicut virgultum coram eo, et sicut radix de terra sitienti... Despectum et novissimum vivorum, virum dolorum, et scientem infirmitatem; et quasi absconditus vultus eius... et nos putavimus eum quasi leprosum et percussum a Deo. Is. LIII, 2, 3, 4.
h) Posuit Dominus in eo iniquitatem omnium nostrum. Is. LIII, 6.
i) Peccavi, tradens sanguinem iustum. Matth. XXVII, 4.
j) Sanguis eius super nos et super filios nostros. Matth. XXVII, 25.
k) Omnes nos quasi oves erravimus. Is. LIII, 6.
La Risurrezione.
l) Qui suscitavit eum a mortuis. Paul. ad Galat. I, 1.
m) Et excitatus est tanquam dormiens Dominus, tanquam potens crapulatus a vino. Psalm. LXXVII, 65.
n) Et orietur vobis timentibus nomen meum Sol iustitiæ. Malach. IV, 2.
o) Et veniet Desideratus cunctis gentibus. Agg. II, 8.
p) Ab exitu sermonis, ut iterum ædificetur Ierusalem, usque ad Christum ducem, hebdomades septem, et hebdomades sexaginta duæ erunt.... Et post hebdomades sexaginta duas occidetur Christus, et non erit eius populus qui eum negaturus est. Dan. XI, 25, 26.
q) Vespere autem sabbati, quæ lucescit in prima sabbati, venit Maria Magdalene et altera Maria videre sepulchrum.—Et ecce terræmotus factus est magnus. Angelus enim Domini descendit de cœlo: et accedens revolvit lapidem, et sedebat super eum.—Erat autem aspectus eius sicut fulgur, et vestimentum eius sicut nix.—Præ timore autem eius exterriti sunt custodes, et facti sunt velut mortui.—Respondens autem angelus dixit mulieribus:...—Non est hic; surrexit enim. Matth. XXVIII, 1-6.
r) Christus Dominus surrexit. La Chiesa.
s) Regina cœli lætare, quia quem meruisti portare, resurrexit sicut dixit: ora pro nobis Deum. La Chiesa.
La Pentecoste.
t) Et dominabitur a mari usque ad mare. Ps. LXXI, 8.—[Cfr. nel Cinque maggio: «Scoppiò da Scilla al Tanai, Dall’uno all’altro mar».—Sch.]
u) Altare de terra facietis mihi. Exod. XX, 24.
v) Non potest civitas abscondi supra montem posita. Matth. V, 14.
z) Beati pauperes, quia vestrum est regnum Dei. Luc. VI, 20.
Il nome Di Maria.
APPENDICE IL PRIMO GETTO DEGL’«INNI SACRI»
IL NATALE.
Nel manoscritto (cfr. Opere Inedite o rare di A. M. pubblicate da R. Bonghi; vol. I, p. 173 ss.) v’è, in principio, la data: 13 luglio 1813: in fine, 29 settembre 1813, e tra molti sgorbi e svolazzi: Explicit infeliciter.
Tra le molte strofe rifatte e rifiutate, credo che metta conto di riferire solo le quattro che, nel primo getto, tenevan luogo delle due: L’Angel del cielo..... e E intorno a lui..... Eccole:
Non lunge a veglia stavano Dal gregge lor pastori: Ecco repente un Angelo, Ecco del ciel fulgori; Grave terror li prese, Ma tosto a lor cortese Quel nuncio favellò: —Non paventate; altissima Nuova di gaudio io porto: Il salvator de gli uomini Fra voi quest’oggi è sorto; Il Cristo io dico: andate, Ne la città cercate; Questo segnal vi do: Entro un presepe, un bambolo Vedrete in panni involto: Egli è!—Disse, e per l’ampia Notte scendea disciolto D’altri celesti un volo, Che si libraro a stuolo Intorno al messaggier. Gloria al Signor cantarono, E in terra pace al buono, In cor volgendo, attoniti, Che ben voler, che dono; Ma vinta in tanta piena, Perdeasi la serena Possa di quei pensier.
LA PASSIONE.
Il Bonghi annota (p. 177): «È di tutti quello che ha meno strofe rifatte; e più varianti non cancellate delle strofe attuali.—Ha in principio la data: Incipit 3 marzo 1814, però non ne furono scritte che le due prime strofe, e smise; innanzi alla terza, è scritto: Ripreso il giorno 11 luglio, e dopo la strofa terza e quarta, levò mano da capo; innanzi alla quinta, è scritto: 1815, ripreso 5 gennajo, e scrisse le strofe quinta, sesta, settima, ottava: innanzi alla nona, è posta la data: 26 settembre; innanzi alla decima, 28 settembre; in ultimo: Explicit ottobre 1815».
LA RISURREZIONE.
In principio è la data: Aprile 1812; in fine: Explicit 23 giugno. Da correggersi. «Però», osserva il Bonghi (p. 165), «non si vede che lo correggesse: l’inno è stato stampato come qui è scritto».
La strofa: Ai mirabili Veggenti..... fu più volte tentata.
Voi che a gente ahi troppo sorda Ragionaste del futuro, Come il vecchio si ricorda De le cose che già furo, E le narra a i figli intenti Che l’ascoltano sedenti Al notturno focolar..... Voi che un dì vi ricordaste De l’età non nate ancora, E rapiti le narraste A l’Ebreo fedele allora, Come narra i prischi eventi Il buon padre a i figli intenti Al notturno focolar..... Voi Profeti, che a le genti Favellaste del futuro.....
La gioia dei fanciulli, che ora è accennata nella sola seconda metà della strofa: O fratelli, il santo rito..., era prima espressa in un’intera strofa, cui manca o il penultimo o l’antipenultimo verso.
Se il fanciullo in tanta festa A la madre sua gioconda Chiederà: che gioja è questa? —È risorto—gli risponda— Quei che disse un di: lasciate I fanciulli a me venir.
LA PENTECOSTE.
Nel manoscritto, il principio è scritto in due forme molto diverse. Innanzi alla prima, che va sino alla decima strofa, è la data 21 giugno 1817. Il Manzoni l’ha abbandonata, ma non cancellata. Le prime tre strofe son molto tormentate di varianti, e rifatte per intero due volte, prima di lasciare da parte. Sonavano così (la prima stesura della prima strofa non ha ancora a posto i versi tronchi):
1. Monte ove Dio discese, Ove su l’ardue nuvole Le ardenti ale distese La gloria del Signor, Salve, o pendice eletta Del solitario Sinai Salve infocata vetta, Ove il Signor posò. Caliginosa rupe, Ove ristette Adonai, E su le nubi cupe L’ignito solio alzò, Salve, o solingo Sinai, Ov’ei, fra il tuono e il lampo De’ suoi redenti al campo Il suo voler dettò. 2. Ma tu più cara a Dio, Sionne, or di silenzio Coperta e non d’obblio, Vedova de’ tuoi re; Tu bella un tempo e libera, Che bella ancor sarai, Tu che saluto avrai Che degno sia di te? Ma tu che un dì signora Fosti di tanti popoli, Che il sarai forse ancora, Sion, madre di re, Sepolta or nel silenzio Ma nell’obblio non mai, Tu che saluto avrai Che degno sia di te? 3. Poi che su’ colli tuoi Scese il potente Spirito, Che l’universo poi Empiè di sua virtù; Senza di cui l’amabile Legge di Dio che vale? Al duro cor mortale La legge è servitù. Fra la tua doppia cima Scese il promesso Spirito, Ivi diffuse in prima Le piene sue virtù; Senza di cui l’amabile Legge di Dio che vale? Al duro cor mortale La legge è servitù.
Seguivano poi tre altre strofe, qua e là variate ma non rifatte. Esse dicono:
4. È face alta su l’onda Che scogli e sirti illumina, Che fa veder la sponda Ma che non può salvar. Invan da lunge il naufrago Il suo periglio ha scorto, Invan, ch’ei piomba absorto Nel conosciuto mar. 5. Ma questa eterna in Dio Pietosa Aura ineffabile, Di cui giammai desio Indarno un cor non ha; Questa d’Adamo al misero Germe il cammino addita, E alla promessa vita Gioja e vigor gli dà. 6. O del peccato ancella E della colpa immemore Terra, al Signor rubella, Chi ti cangiò così? Donde su tanta tenebre Sì viva luce uscìa? E su che fronti in pria Dovea levarsi il dì?
La settima strofa appar ritentata più volte:
7. Come la piccioletta Prole al suo nido stringesi, E della madre aspetta Indarno il noto vol: Ella, tornando al tepido Nido con l’esca usata, Per l’aria insanguinata Cadde percossa al suol;... Come, ristretti al nido, I non pennuti parvoli Stanno aspettando il fido Vol della madre invan;... ..................... Cadde percossa al pian;... Qual, se gran tempo il fido Vol della madre aspettano, Treman ristretti al nido I non pennuti ancor: Lei, che reddiva al tepido Nido con l’esca usata, Nell’aria insanguinata Percosse il cacciator;... Come lo stuolo immoto Dei non pennuti parvoli Freme aspettando il noto Vol della madre invan;... ................... ................... Qual, se la madre è lunge, Stringonsi al nido e chiamano [aspettano] La madre che non giunge I non pennuti ancor....
E poi ancora tre strofe:
8. Tal, poi che tratto al colle Il buon Maestro esanime Imporporò le zolle Del suo sublime [eminente] altar, Dei trepidanti Apostoli Il mesto [l’orbato] stuol confuso Solea sovente al chiuso Ostello ricovrar; 9. Ove credenza al vero [al non visto vero] Non diè [Negò] l’errante [Negò credenza] Didimo,[1271] E fe’ promessa...... Che vana al rischio uscì; E poi che in nube il videro Ascendere all’empiro, Del suo promesso spiro Ivi attendeano il dì. [Da omettersi o da rifarsi.] 10. Ecco un fragor s’intese Qual d’improvviso turbine; Fiamma dal ciel discese E sovra lor ristè: [Da correggersi.] Sui labbri indotti [Sui rozzi labbri] il vario Mirabil suono Ei pose, Da quel parlar [E da quel suon] pensose Pender le genti Ei fè. [Rifiutato.]
Innanzi alla nuova forma è scritto: Ricominciato il 17 aprile 1819; e in fine: 2 ottobre. «Nessun altro inno ha più pentimenti, cancellature, tentativi di questo», scrive il Bonghi, che vi si sofferma. Io mi limiterò a notare che, dopo le prime due strofe, che gli fluirono dalla penna come poi le stampò (salvo che, in luogo de’ vv. 3 e 4 della 1ª, aveva prima scritto:
Custode e testimonio Dell’alleanza eterna),
il Manzoni ritentò d’incastrare la tenera e cara similitudine, intorno a cui aveva tanto, e sì vanamente, lavorato nella prima stesura (str. 7ª e 8ª); ma anche questa volta dovè abbandonare per disperata l’impresa. Ecco i più notevoli tra i nuovi rimaneggiamenti:
Come in lor nido [macchia] i parvoli, Sparsi di piuma lieve, Cheti la madre aspettano Che più tornar non deve, Chè, discendendo al tepido Nido con l’esca usata, Per l’aria insanguinata Cadde percossa al suol.... Siccome augei che trepidi Invan da lungo il fido Vol della madre aspettano Cheti nell’alto nido; Ella, tornando al tepido Covo coll’esca usata.... [Ella che a lor sollecita Reddia coll’esca usata].... .......... Qual se, tornando al tepido Nido con l’esca usata, Cadde percossa tortora Per l’aria insanguinata; E all’improvviso strepito Udì fermarsi il volo; Trema l’imbelle stuolo Dei non pennuti ancor.... Siccome augei che pavidi, Chiusi nell’alte fronde, L’alata madre chiamano, Che al grido non risponde... .......... .......... .......... .......... Con questo cuor [Mesto così] degli undici Il vedovo drappello Giva in quei giorni a chiudersi Nell’ignorato [Nel solitario] ostello. Qual era il tuo principio, Sposa immortal di Dio! Timor, silenzio, obblio, E inoperoso duol.
La magnifica strofa: Come la luce rapida... è costata molto lavoro. Da prima il Manzoni scrisse:
Felici turbe, in Solima Nel sacro dì venute, Che in sermon vario udirono Il suon della salute; E al gran principio attonite, Pensar che in ogni lido Risonerebbe il grido Che da quel loco uscì.
Poi, cercò d’esprimere l’effetto della discesa dello Spirito sui popoli con una similitudine, che, ritentata, lasciò da ultimo a mezza strada:
Tale il pastor d’Elvezia, Col gregge errando in volta, Ad or ad or lo strepito D’acque sorgenti ascolta.... Tal nell’alpestre Elvezia Talor s’arresta il vago Pastor, là dove il Rodano Esce dal freddo lago....
Poi, si rifece alla prima forma (cfr. str. 6ª del primissimo getto):
O della colpa immemore E delle colpe ancella, Terra, divota agl’idoli E al tuo signor rubella, È nato il Sol che splendere Dovrà sovr’ogni lido, Porgi l’orecchio al grido Che da Sionne uscì.
Poi, finalmente, spuntò la similitudine della luce; che si presentò così:
Qual sulla terra il rapido Lume del sol discende, E sulle cose in vario Color distinto splende.... Come la luce rapida Piove di cosa in cosa, E prende il color vario Del loco ove si posa.... Come quaggiù la rapida Luce, dovunque posa, Va suscitando i varii Color di cosa in cosa.... Come la luce rapida Piove di cosa in cosa, E adduce i color varii Ovunque si riposa....
E seguitava:
Tal la parola, al fervido Spirital soffio [Soffio repente] accesa, In cento suoni intesa Dalle tue labbra uscì.
A mezzo della strofa seguente, Adorator degl’idoli..., ripigliava:
Colui che spinge il fulmine Per l’infiammata [infocata] via, Che ai mari il turbo invia, E le rugiade al fior; Quei che comanda al fulmine, Quei che diè nome al cielo, Che sul romito stelo Fa germogliare il fior; Che diè la penna all’aquila, Che sul tuo nobil viso Scrisse il pensier, che ai bamboli Diè l’ineffabil riso, Che di sua man fra l’opere Invan cercando vai Quel che adorar non sai Ma che ti senti in cor; È un solo; è fuor dei secoli, Generator perenne: È Verbo eterno, è spirito Che oggi a salvar ti venne. A Lui dall’empie immagini La terra alfin ritorni; E voi che aprite i giorni Di più felice età,....
Dopo il verso Nel suo dolor pensò?..., ripigliava:
Dalle infeconde lagrime Una speranza è nata, Che sugli erbosi [sui deserti] tumuli Siede pensosa [tranquilla] e guata, E alzando il dito, al vigile Pensiero un calle [segno] accenna, Che l’immortal sua penna Tutto varcar [Oltrepassar] non può. Oh vieni ancora, o fervido Spiro, nei nostri seni; Odi, o pietoso, i cantici Che ti ripeton: Vieni! A te la fredda Vistola, A te risuona il Tebro, A te la Senna e l’Ebro, E il Sannon mesto a te. Te sanguinose invocano Consolator le sponde Che le vermiglie cingono E le pacifich’onde; Te salvator l’armigero Coltivator d’Hajti, Fido agli eterni riti, Canta, disciolto il piè. Vieni!, a te grida il Libano, Il Libano fedele, Ove crescean sì vividi I cedri ad Israele. Oggi il fedel che al Golgota La vuota tomba adora, Dove scendesti allora Prega che scenda ancor. Oh scendi, altor di Vergini, Allevator [Suscitator] di prodi; Tu che spirar negli animi I santi pensier godi, Quei che formò, benefica Nutra la tua virtude; Siccome il sol che schiude Dal pigro germe il fior, Che lento poi, sulle umili Erbe, morrà non colto, Nè sorgerà coi fulgidi Color del lembo sciolto, Se l’almo sol nol visita Nel mite aer sereno, Se non gli nutre in seno La vita che gli diè. Scendi nel cor, cui l’arida Via dell’esiglio piace, Che già divora i gaudii Dell’avvenir fallace; ..................... ..................... Sgombra da’ nostri petti Ciò che immortal non è. Ma se talor dal piangere, Dal bramar vano affranti, Cadiamo, in sulla sterile Via del deserto, ansanti ..................... .....................
Ma qui gli fallì la lena. Vi scrisse più tardi: Ripreso di nuovo il 26 settembre 1822. Ricopiò la strofa: Perchè, baciando i pargoli.... e ad essa fece seguire le altre, di poco variate.
IL NOME DI MARIA.
In principio ha la data: 9 novembre 1812; in fine: 19 aprile 1813. Nel manoscritto, in calce della prima pagina, dov’è la prima strofa (il cui quarto verso suona: «D’una cognata annosa»), è la seguente osservazione (cfr. più sù, i Materiali estetici):
All’ingegno umano pajono belle quelle cose dell’arte che hanno analogia con esso. Le regole sono i modi già trovati e posti in uso per arrivare a questa analogia. Coloro che giudicano secondo le regole, intendono principalmente a scoprire l’analogia dell’opera colle regole, e così l’animo loro preoccupato non può sentire se vi sia quell’altra prima analogia. Questi giudizj sono imperfetti per molte ragioni; e le principali sono: che le regole non comprendono tutte le possibili analogie, e che si può errare nell’applicazione di esse anche buone. Il vocabolo pedantesco pare significhi tali maniere di giudizj.
L’Inno sembra avesse da principio questo diverso cominciamento:
Cara è a molti fidanza il patrio suolo E il dì supremo oltre passar col grido; Ma di mille volenti, appena un solo Vince il cimento infido [Ma il voglion mille, e vince appena un solo L’esperimento infido.] Questa cura superba ardea quei grandi Per cui fu [Figli di] Roma ad imperar nudrita, Che diero in cambio de la fama i blandi Ozj e la dolce vita. E quando, oltre tant’Alpe e tanta in pria Mal tentata onda, in mille terre dome [E quando ogni Alpe, ogni tentata in pria Onda varcata............] Più che mai bello risonar s’udia Di quei prestanti [più degni, valenti] il nome....
Qui è scritto Incipit, e quella che poi fu la prima strofa. Dopo la strofa: O Vergine, o Signora..., seguiva quest’altra:
I re fan doni a’ tuoi delubri santi; Presso i talami aurati, le regine Orando stanno, a’ preziosi innanti Tuoi simulacri inchine.
La strofa: In che lande selvagge.... fu tentata più volte.
Non è di fior, cred’io, tanto selvaggia Famiglia omai, che de le pinte foglie [di sue ricche spoglie] Ornato ancor dell’are tue non aggia Le benedette soglie..... Qual famiglia di fiori in si selvaggia Landa a lontano sol tinge le foglie, Che ornato ancor......
La strofa: La femminetta.... fu cominciata così:
La femminetta nel tuo sen cortese L’inosservata lagrima accomanda;
poi postillò: «Et quae desperat tractata nitescere posse, relinquit»; ma, per buona fortuna, ci si rimise.
Tu de la femminetta che ti prega L’inosservata lagrima raccogli....
In margine, scrisse finalmente i due versi come ora si leggono.
FRAMMENTO D’UN INNO.
La signora Luisa Collet, essendo venuta a Milano sulla fine del 1859, presentò al Manzoni una copia del suo poemetto La femme. Il poeta, rivedendola, le disse: «Voi sentite profondamente la natura. Ho trovato nel vostro poema della donna, e particolarmente nella Paysanne, dei passi che me l’hanno fatto capire. C’è in quel racconto un paragone tra le anime le cui virtù rimangono nascoste, e certe bellezze della montagna dischiuse soltanto allo sguardo di Dio, che mi ha colpito. Io pure ho fatto un avvicinamento dello stesso genere, in una poesia che non ho poi pubblicata».
I versi della signora Collet, cui il Manzoni pare alludesse, son questi:
«Pour le désert la nature a ses fêtes: Des lieux choisis que l’homme n’a point vus, Sur les hauts monts des floraisons secrètes, Des gais sentiers, des lacs, des bois touffus. Fraîcheur des eaux, aménité des mousses, Senteurs montant de la terre au ciel bleu. Combien ainsi vous devez être douces, Vous dévoilant, vierges, à l’œil de Dieu! ................. Il est aussi des âmes inconnues Dont les vertus fleurissent en secret; Tout le parfum de ces urnes élues Se perd en Dieu comme un encens discret....».
Più tardi, quando la signora Collet era per lasciare Milano, il Manzoni le diresse la lettera seguente:
Madame, des vers comme ceux que vous avez eu la bonté de m’envoyer, et la bonté encore plus grande de m’adresser, m’auraient dans un autre temps donné l’envie irrésistible, quoique audacieuse, d’y répondre par d’autres vers; mais à présent il ne me reste plus pour la poésie que la faculté de la goûter; je dis cette poésie qui, sortant du cœur, passe par une imagination brillante et féconde. Et puisque sur ce sujet vous pourriez ne pas entendre à demi-mot, je suis forcé d’ajouter que c’est de votre poésie que j’entends parler. Je dois encore ajouter que j’aurais peut-être exprimé ce sentiment d’un cœur plus libre, avant de connaître les louanges qu’une indulgence excessive vous a dictées, et contre lesquelles je proteste du fond de ma conscience.
Vous trouverez pourtant des vers, madame, en tournant la page; car je ne puis résister à la tentation de vous transcrire ceux dont j’ai eu l’honneur de vous parler, et dans lesquels j’ai eu le bonheur de me rencontrer avec vous.
C’était dans un hymne commencé trop tard, et que j’ai laissé inachevé, sitôt que je me suis aperçu que ce n’était plus la poésie qui venait me chercher, mais moi qui m’essoufflais à courir après elle. J’y voulais répondre à ceux qui demandent quel mérite on peut trouver aux vertus, stériles pour la société, des pieux solitaires. Ce n’est que dans les deux dernières strophes que vous trouverez, je l’espère, madame, quelques-unes de vos pensées et de vos images, quoique moins vives; je transcris aussi les deux premières, pour l’intelligence de l’ensemble.
Ed ecco i versi:
A Lui che nell’erba del campo La spiga vitale nascose, Il fil di tue vesti compose, De’ farmachi il succo temprò; Che il pino inflessibile agli austri, Che docile il salcio alla mano, Che il larice ai verni, e l’ontano Durevole all’acque creò; A quello domanda, o sdegnoso, Perchè sull’inospite piagge, Al tremito d’aure selvagge, Fa sorgere il tacito fior; Che spiega davanti a lui solo La pompa del pinto suo velo; Che spande ai deserti del cielo Gli olezzi del calice, e muor.
La signora Collet li pubblicò nella sua Italie des Italiens (Paris, Dentu, 1862; vol. I, pag. 376). Li ripubblicarono poi: A. Stoppani, I primi anni di A. Manzoni, Milano, 1874, pag. 243-5; E. Bonghi, Opere ined. o rare, I, 201-3; G. Sforza, Epistolario di A. Manzoni, Milano, Carrara, 1883, II, 283.
Il Bonghi annotò: «Quale fosse il titolo dell’Inno cui questi versi appartengono, non è detto da lui; ma un suo amico, che ne ricorda un’altra strofa, crede che così queste trascritte dal Manzoni, come quella tenuta a mente da lui, appartengano ad un inno a’ Santi. Che sarebbe quello che nell’autografo degl’Inni ha titolo Ognissanti, ma di cui ivi non esistono se non i motti latini, che vi sarebbero stati scritti per epigrafe»:
in omnibus Christus. (Paul., Col. III, 11). Multa quidem membra, unum autem corpus. (Cor. 1, XII, 20). Omnes enim vos Unum estis in Christo Jesu. (Gal. III. 28).
La strofa, tenuta a mente dall’amico del Manzoni cui accenna il Bonghi, è questa:
Tu sola a Lui festi ritorno Ornata del primo suo dono, Te sola più sù che il perdono L’Amor che può tutto locò.
Scherillo.