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Le tragedie, gl'inni sacri e le odi di Alessandro Manzoni

IL CONTE DI CARMAGNOLA TRAGEDIA. (continued 2)

Reading edition

Non fosser poi nel resto, ed i sospetti

Facili a palesar come a deporli;

Se una parola di lusinga, un atto

Di sommessa amistà non li volgesse

A talento di quel che l’usa a tempo;

A che saremmo? ubbidiria[898] la spada?

Saremmo ancora i signor noi?

PRIMO COMMISSARIO.

Sta bene.

Riesca, o no, questo partito è il solo.

Fine dell’atto terzo.

ATTO QUARTO.

SCENA I.

Sala dei Capi del Consiglio dei Dieci, in Venezia.

MARCO Senatore, e MARINO uno dei Capi.

MARCO.

Eccomi al cenno degli eccelsi Capi

Del Consiglio de’ Dieci.

MARINO.

Io parlo in nome

Di tutti lor. Vi si destina un grave

Incarco, fuor[899] di qui: se un argomento

Di confidenza questo sia[900].... la vostra

Coscienza il diravvi.

MARCO.

Essa[901] mi dice

Che scarsa al merto ed all’ingegno mio

Dee la patria concederla, ma intera

Alla fede ed al cor.

MARINO.

La patria! È un nome

Dolce a chi l’ama oltre ogni cosa, e sente

Di vivere per lei; ma proferirlo

Senza tremar non dee chi resta amico

De’ suoi nemici.

MARCO.

Ed io....

MARINO.

Per chi parlaste

Oggi in Senato? Per la patria? I vostri

Sdegni, i vostri terrori eran per lei?

Chi vi rendea sì caldo? Il suo periglio,

O il periglio di chi? Chi difendeste....

Voi solo?

MARCO.

Io so davanti a chi[902] mi trovo.

Sta la mia vita in vostra man, ma il mio

Voto non già: giudice ei non conosce

Fuor che il mio cor; nè d’altro esser può reo

Che d’avergli mentito. A darne conto

Pur disposto son io.

MARINO.

Tutto che puote

Por la patria in periglio, essere inciampo

All’alte mire sue, dargli sospetto,

È in nostra man. Perchè ci siate or voi,

Se nol sapete, se mostrar vi giova

Di non saperlo, uditelo. Per ora

D’oggi si parli; non vogliam di tutta

La vostra vita interrogar che un giorno.

MARCO.

E che? fors’altro mi si appon? Di nulla

Temer poss’io; la mia condotta....

MARINO.

È nota

Più a noi che a voi. Dalla memoria vostra

Forse assai cose ha cancellato il tempo:

Il nostro libro non obblia.

MARCO.

Di tutto

Ragion darò.

MARINO.

Voi la darete quando

Vi fia chiesta. Non più: quando il Senato

Diede il comando al Carmagnola, a molti

Era sospetta la sua fede; ad altri

Certa parea: potea parerlo allora.

Ei discioglie i prigioni, insulta i nostri

Mandati, i nostri pari; ha vinto, e perde

In perfid’ozio la vittoria. Il velo

Cade dal ciglio ai più. Nel suo soccorso

Troppo fidando, il Trevisan s’innoltra

Nel Po, le navi del nemico affronta;

Sopraffatto dal numero, richiede[903]

Al Capitan rinforzo, e non l’ottiene.

Freme il Senato; poche voci appena

S’alzano ancor per lui. Cremona è presa,

Basta sol ch’ei v’accorra; ei non v’accorre.

Giunge l’annunzio oggi al Senato: alfine

Più non gli resta difensor che un solo:

Solo, ma caldo difensor. Per lui

Innocente è costui, degno di lode

Più che di scusa; e se ci[904] fu sventura,

Colpa è soltanto del destino.... e nostra.

Non è giustizia che il persegue: è solo

Odio privato, è invidia, è basso orgoglio

Che non perdona al sommo, a chi tacendo

Grida co’ fatti: io son maggior di voi.

Certo inaudito è un tal linguaggio: i Padri

Nel lor Senato oggi l’udiro; e muti

Si volsero a guardar donde tal voce

Venìa, se uno straniero oggi, un nemico

Premere un seggio nel Senato ardìa

Chiarito è il Conte un traditor; si vuole

Torgli ogni via di nocere[905]. Ma l’arte

Tanta e l’audacia è di costui, che reso

Ei s’è tremendo a’ suoi signori; è forte

Di quella forza che gli abbiam fidata;

Egli ha il cor de’ soldati; e l’armi nostre,

Quando voglia[906], son sue; contro di noi

Volger le puote, e il vuol. Certo è follia

Aspettar che[907] lo tenti; ognun risolve

Ch’ei si prevenga, e tosto. A forza aperta

È impresa piena di perigli. E noi

Starem per questo? E il suo maggior delitto

Sarà cagion perchè impunito ei vada?

Sola una strada alla giustizia è schiusa,

L’arte con cui l’ingannator s’inganna.

Ei ci astrinse a tenerla; ebben, si tenga:

Questo è il voto comun. Che fece allora

L’amico di costui? Ve ne rammenta?

Io vel dirò; chè men tranquillo al certo

Era in quel punto il vostro cor, dell’occhio

Che imperturbato vi seguia. Perdeste

Ogni ritegno, oltrepassaste il largo

Confin che un resto di prudenza avea

Prescritto al vostro ardor, dimenticaste

Ciò che promesso v’eravate, intero

Ai men veggenti vi svelaste, a quelli

Cui parea novo[908] ciò che a noi non l’era.

Ognuno allor pensò che oggi in Senato

C’era[909] un uom di soverchio, e che bisogna

Porre il segreto dello Stato in salvo.

MARCO.

Signor, tutto a voi lice: innanzi a voi

Quel che ora io sia, non so; però non posso

Dimenticarmi che patrizio io sono,

Nè a voi tacer che un dubbio tal m’offende.

Sono un di voi: la causa dello Stato

È la mia causa; e il suo segreto importa

A me non men che altrui.

MARINO.

Volete alfine

Saper chi siete qui? Voi siete un uomo

Di cui si teme, un che lo Stato guarda

Come un inciampo alla sua via. Mostrate

Che nol sarete; il darvene agio ancora

È gran clemenza.

MARCO.

Io sono amico al Conte:

Questa è l’accusa mia; nol nego, io il sono:

E il ciel ringrazio che vigor mi ha dato

Di confessarlo qui. Ma se nemico

E della patria? Mi si provi, è il mio.[910]

Che gli si appone? I prigionier disciolti?

Non li disciolse il vincitor soldato?

Ma invan pregato il condottier non volle

Frenar questa licenza. Il potea forse?

Ma l’imitò. Non ve lo astrinse un uso,

Qual ch’ei sia, della guerra? ed al Senato

Vera non parve questa scusa? e largo

D’ogni onor poscia non gli fu? L’ajuto[911]

Al Trevisan negato? Era più grave

Periglio il darlo; era l’impresa ordita

Ignaro il Conte; ei non fu chiesto a[912] tempo.

E la sentenza che a sì turpe esiglio

Il Trevisan dannò, tutta la colpa

Non rovesciò sovra di lui? Cremona?

Chi di Cremona meditò l’acquisto?

Chi l’ordin diè che si tentasse? Il Conte.

Del popol tutto che a rumor[913] si leva

Non può scarso drappel l’inaspettato

Impeto sostener; ritorna al campo,

Non scemo pur d’un combattente. Al Duce

Buon consiglio non parve incontro un novo[914]

Impensato nemico avventurarsi;

E abbandonò l’impresa. Ella è, fra tante

Sì ben compiute, una fallita impresa;

Ma il tradimento ov’è? Fiero, oltraggioso

Da gran tempo, voi dite, è il suo linguaggio:

Un troppo lungo tollerar macchiato

Ha l’onor nostro. Ed un’insidia, il lava?

E poi che un nodo, un dì sì caro, ormai

Non può tener Venezia e il Carmagnola,

Chi ci vieta disciorlo? Un’amistade

Sì nobilmente stretta, or non potria

Nobilmente finir? Come! anche in questo

Un periglio si scorge! Il genio ardito

Del condottier, la fama sua si teme,

De’ soldati l’amor! Se render piena

Testimonianza al ver, colpa si stima;

Se a tal trista temenza oppor non lice

La lealtà del Conte; il senso almeno

Del nostro onor la scacci. Abbiam di noi

Un più degno concetto; e non si creda

Che a tal Venezia giunta sia, che possa

Porla in periglio un uom. Lasciam codeste

Cure ai tiranni: ivi il valor si tema

Ove lo scettro è in una mano, e basta

A strapparlo un guerrier che dica: io sono

Più degno di tenerlo; e a’ suoi compagni

Il persuada. Ei che tentar potria?

Al Duca ritornar, dicesi, e seco

Le schiere trar nel tradimento. Al Duca?

All’uom che un’onta non perdona mai,

Nè un gran servigio, ritornar colui

Che gli compose e che gli scosse il trono?

Chi non potè restargli amico in tempo

Che pugnava per lui, ridivenirlo

Dopo averlo sconfitto! Avvicinarsi

A quella man che in questo asilo istesso

Comprò un pugnal per trapassargli il petto!

L’odio solo, o signor[915], creder lo puote.

Ah! qual sia la cagion che innanzi a questo

Temuto seggio fa trovarmi, un’alta

Grazia mi fia, se fare intender posso

Anco una volta il ver: qualche lusinga

Io nutro ancor che non fia forse invano.

Sì, l’odio cieco, l’odio sol potea

Far che fosse in Senato un tal sospetto

Proposto, inteso, tollerato. Ha molti

Fra noi[916] nemici il Conte: or non ricerco

Perchè lo siano[917]: il son. Quando nascoste

All’ombra della pubblica vendetta,

Le nimistà private io disvelai;

Quando chiedea che a provveder s’avesse

L’util soltanto dello Stato, e il giusto;

Allora ufizio[918] io non facea d’amico,

Ma di fedel patrizio. Io già non scuso

Il mio parlar: quando proporre intesi

Che sotto il vel di consultarlo ei sia

Richiamato a Venezia, e gli si faccia

Onor più dell’usato, e tutto questo

Per tirarlo nel laccio.... allor, nol nego....

MARINO.

Più non pensaste che all’amico.

MARCO.

Allora,

Dissimular nol vo’, tutte sentii[919]

Le potenze dell’alma sollevarsi

Contro un consiglio.... ah fu seguito!.... Un solo

Pensier non fu; fu della patria mia

L’onor ch’io vedo[920] vilipeso, il grido

De’ nemici e de’ posteri; fu il primo

Senso d’orror che un tradimento inspira

All’uom che dee stornarlo, o starne a parte.

E se pietà d’un prode a tanti affetti

Pur si mischiò, dovea, poteva io forse

Farla tacer? Son reo d’aver creduto

Che util puote a Venezia esser soltanto

Ciò che l’onora, e che[921] si può salvarla

Senza farsi....

MARINO.

Non più: se tanto udii

Fu perchè ai Capi del Consiglio importa

Di conoscervi appien. Piacque aspettarvi

Ai secondi pensier; veder si volle

Se un più maturo ponderar v’avea

Tratto a più saggio e più civil consiglio.

Or, poichè indarno si sperò, credete

Voi che un decreto del Senato io voglia

Difender ora innanzi a voi? Si tratta

La vostra causa qui. Pensate a voi,

Non alla patria: ad altre, e forti, e pure

Mani è commessa la sua sorte; e nulla

A cor le sta che il suo voler vi piaccia,

Ma che s’adempia, e che non sia sofferto

Pure il pensier di porvi impedimento.

A questo vegliam noi. Quindi io non voglio

Altro da voi che una risposta. Espresso

Sovra quest’uomo è del Senato il voto;

Compir si dee; voi, che farete intanto?[922]

MARCO.

Quale inchiesta, signor!

MARINO.

Voi siete a parte

D’un gran disegno; e in vostro cor bramate

Che a voto[923] ei vada; non è ver?

MARCO.

Che importa

Ciò ch’io brami, allo Stato? A prova ormai

Sa che dell’opre mie non è misura

Il desiderio, ma il dover.

MARINO.

Qual pegno

Abbiam da voi che lo farete? In nome

Del Tribunale un ve ne chiedo[924]: e questo,[925]

Se lo negate, un traditor vi tiene.

Quel che si serba ai traditor, v’è noto.

MARCO.

Io.... Che si vuol da me?

MARINO.

Riconoscete

Che patria è questa a cui bastovvi il core

Di preferire uno stranier. Sui figli

A stento e tardi essa la mano aggrava;

E a perderne soltanto ella consente

Quei che salvar non puote. Ogni error vostro

È pronta ad obbliar; v’apre ella stessa

La strada al pentimento.

MARCO.

Al pentimento!

Ebben, che strada?

MARINO.

Il Mussulman[926] disegna

D’assalir Tessalonica: voi siete

Colà mandato. A quale ufizio[927], quivi

Noto vi fia: pronta è la nave; ed oggi

Voi partirete.

MARCO.

Ubbidirò.

MARINO.

Ma un’arra

Si vuol di vostra fè: giurar dovete

Per quanto è sacro, che in parole o in cenni

Nulla per voi traspirerà di quanto

Oggi s’è fisso. Il giuramento è questo:

(gli presenta un foglio)

Sottoscrivete.

MARCO

(legge).

E che, signor? Non basta?....

MARINO.

E per ultimo, udite. Il messo è in via

Che porta[928] al Conte il suo richiamo. Ov’egli

Pronto ubbidisca[929], ed in Venezia arrivi,

Giustizia troverà[930].... forse clemenza.

Ma se ricusa, se sta in forse[931], e segno

Dà di sospetto; un gran segreto udite,

E tenetelo[932] in voi; l’ordine è dato

Che dalle nostre man vivo ei non esca.

Il traditor che dargli un cenno ardisce,

Quei l’uccide, e si perde. Io più non odo

Nulla da voi: scrivete; ovvero....

(gli porge il foglio)

MARCO.

Io scrivo.

(prende il foglio e lo sottoscrive)

MARINO.

Tutto è posto in obblio. La vostra fede

Ha fatto il più; vinto ha il dover: l’impresa

Compirsi or dee dalla prudenza; e questa

Non può mancarvi, sol che in mente abbiate

Che ormai due vite in vostra man son poste.

(parte)

SCENA II.

MARCO.

Dunque è deciso!.... un vil son io.... fui posto

Al cimento; e che feci?.... Io prima d’oggi

Non conoscea me stesso!.... Oh che segreto

Oggi ho scoperto! Abbandonar nel laccio

Un amico io potea! Vedergli al tergo

L’assassino venir, veder lo stile[933]

Che su lui scende, e non gridar: ti guarda!

Io lo potea; l’ho fatto.... io più nol devo[934]

Salvar; chiamato in testimonio ho[935] il cielo

D’un’infame viltà.... la sua sentenza

Ho sottoscritta.... ho la mia parte anch’io

Nel suo sangue! Oh che feci!... io mi lasciai

Dunque atterrir?.... La vita?.... Ebben, talvolta

Senza delitto non si può serbarla:

Nol sapeva io? Perchè promisi adunque?

Per chi tremai? per me? per me? per questo

Disonorato capo?.... o per l’amico?

La mia ripulsa accelerava il colpo,

Non lo stornava. O Dio, che tutto scerni,

Rivelami il mio cor; ch’io veda[936] almeno

In quale abisso son[937] caduto, s’io

Fui più stolto, o codardo, o sventurato.

O Carmagnola, tu verrai!... sì certo

Egli verrà.... se anche[938] di queste volpi

Stesse in sospetto, ei penserà che Marco

È senator, che anch’io l’invito; e lunge

Ogni dubbiezza scaccerà[939]; rimorso

Avrà d’averla accolta.... Io son che il perdo!

Ma.... di clemenza non parlò quel vile?

Sì, la clemenza che il potente accorda

All’uom che ha tratto nell’agguato[940], a quello

Ch’egli medesmo accusa, e che gli preme[941]

Di trovar reo. Clemenza all’innocente!

Oh! il vil son io che gli credetti, o volli

Credergli; ei la nomò perchè comprese

Che bastante a corrompermi non era

Il rio timor che a goccia a goccia ei fea

Scender sull’alma mia: vide che d’uopo

M’era un nobil pretesto; e me lo diede.

Gli astuti! i traditor! Come le parti

Distribuite hanno tra lor costoro!

Uno il sorriso, uno il pugnal, quest’altro

Le minacce.... e la mia?... voller che fosse

Debolezza ed inganno... ed io l’ho presa!

Io li[942] spregiava; e son da men di loro!

Ei non gli sono amici!.... Io non doveva

Essergli amico: io lo cercai; fui preso

Dall’alta indole sua, dal suo gran nome.

Perchè dapprima non pensai che incarco

È l’amistà d’un uom che agli altri è sopra?

Perchè allor correr solo io nol lasciai

La sua splendida via, s’io non potea

Seguire i passi suoi? La man gli stesi;

Il cortese la strinse; ed or ch’ei dorme,

E il nemico gli è sopra, io la ritiro:

Ei si desta, e mi cerca: io son fuggito!

Ei mi dispregia, e more[943]! Io non sostengo

Questo pensier.... Che feci!.... Ebben, che feci?

Nulla finora: ho sottoscritto un foglio,

E nulla più. Se fu delitto il giuro[944],

Non fia virtù l’infrangerlo? Non sono

Che all’orlo ancor del precipizio; il vedo,[945]

E ritrarmi poss’io.... Non posso un mezzo

Trovar?.... Ma s’io l’uccido? Oh! forse il disse

Per atterrirmi.... E se davvero il disse?

Oh empi, in quale abbominevol rete

Stretto m’avete! Un nobile consiglio

Per me non c’è[946]; qualunque io scelga, è colpa.

Oh dubbio atroce!.... Io li ringrazio; ei m’hanno

Statuito un destino, ei m’hanno spinto

Per una via; vi corro: almen mi giova

Ch’io non la scelsi: io nulla scelgo; e tutto

Ch’io faccio è forza e volontà d’altrui.

Terra ov’io nacqui, addio per sempre: io spero

Che ti morrò lontano, e pria che nulla

Sappia di te: lo spero: in fra i perigli[947]

Certo per sua pietade il ciel m’invia.

Ma[948] non morrò per te. Che tu sii grande

E gloriosa, che m’importa? Anch’io

Due gran tesori avea, la mia virtude,

Ed un amico; e tu m’hai tolto entrambi.

(parte)

SCENA III.

Tenda del CONTE.

IL CONTE, e GONZAGA.

IL CONTE.

Ebben, che raccogliesti?

GONZAGA.

Io favellai,

Come imponesti[949], ai Commissari; e chiaro

Mostrai che tutta delle vinte navi

Riman la colpa e la vergogna a lui

Che non le seppe comandar; che infausta

La giornata gli fu perchè la imprese

Senza di te; che tu da lui chiamato

Tardi in soccorso, romper non dovevi

I tuoi disegni per servir gli altrui;

Che l’armi lor, tanto in tua man felici,

Sempre il sarian[950], se questa guerra fosse

Commessa al senno ed al voler d’un solo.

IL CONTE.

Che dicon essi?

GONZAGA.

Si mostrar convinti

Ai detti miei: dissero in pria, che nulla

Dissimular volean; che amaro al certo

De’ perduti navigli era il pensiero,

E di Cremona la fallita impresa;

Ma che son lieti di saper che il fallo

Di te non fu; che di chiunque ei sia,

Da te l’ammenda aspettano.

IL CONTE.

Tu il vedi,

O mio Gonzaga; se dài fede al volgo,

Sommo riguardo, arte profonda è d’uopo

Con questi uomin di Stato. Io fui con essi

Quel ch’esser soglio; rigettai l’ingiuste

Pretese lor, scender li feci alquanto

Dall’alto seggio ove si pon chi avvezzo

Non è a vedersi altri che schiavi intorno;

Io mostrai lor fino a che segno io voglio

Che altri signor mi sia: d’allora in poi

Mai non l’hanno passato[951]; io li provai

Saggi sempre e cortesi.

GONZAGA.

E non pertanto

Dar consiglio ad alcuno io non vorrei

Di tener questa via. Te da gran tempo

La gloria segue e la fortuna; ad essi

Util tu sei, tu necessario e caro,

Terribil forse: e tu la prova hai vinta;

Se pur può dirsi che sia vinta ancora.

IL CONTE.

Che dubbi hai tu?

GONZAGA.

Tu, che certezza? Io vedo[952]

Dolci sembianti, e dolci detti ascolto:

Segni d’amor; ma pur, l’odio che teme,

Altri ne ha forse?

IL CONTE.

No: di questo io nulla

Sono in pensier. Troppo a regnar son usi;

E san che all’uom da cui s’ottiene il molto

Chieder non dessi improntamente il meno.

E poi, mi credi, io li guardai dappresso:

Questa cupa arte lor, questi intricati

Avvolgimenti di menzogna, questo

Finger, tacere, antiveder, di cui

Tanto li loda e li condanna il mondo,

È meno assai di quel che al mondo appare.

GONZAGA.

Se pur non era di lor arte il colmo

Il parer tali a te.

IL CONTE.

No: tu li vedi,

Con l’occhio[953] altrui: quando col tuo li veda[954],

Tu cangerai pensiero. Havvene[955] assai

Di schietti e buoni; havvene[955] tal che un’alta

Anima chiude, a cui pensier non osa

Avvicinarsi che gentil non sia:

Anima dolce e disdegnosa, in cui

Legger non puoi, che tu non sia compreso

D’amor, di riverenza, e di desio

Di somigliarle. Non temer; non sono

Di me scontenti; e quando il fosser mai,

Io lo saprei ben tosto.

GONZAGA.

Il Ciel non voglia

Che tu t’inganni.

IL CONTE.

Altro mi duol: son stanco

Di questa guerra che condur non posso

A modo mio. Quand’io non era ancora

Più che un soldato di ventura, ascoso

E perduto tra i mille, ed io sentia

Che al loco mio non m’avea posto il cielo,

E dell’oscurità l’aria affannosa

Respirava fremendo, ed il comando

Si bello mi parea.... chi m’avria detto

Che[956] l’otterrei, che a gloriosi duci,

E a tanti e così prodi e così fidi

Soldati io sarei capo; e che felice

Io non sarei perciò!....

(entra un Soldato)

Che rechi?

SOLDATO.

Un foglio

Di Venezia.

(gli porge il foglio, e parte)

IL CONTE.

Vediam.[957]

(legge)

Non tel diss’io?

Mai non gli ebbi più amici: a loro il Duca

Chiede la pace,[958] e conferir con meco

Braman di ciò. Vuoi tu seguirmi?

GONZAGA.

Io vengo.

IL CONTE.

Che dì tu di tal pace?

GONZAGA.

Ad un soldato

Tu lo domandi?

IL CONTE.

È ver; ma questa è guerra?

O mia consorte, o figlia mia, tra poco

Io rivedrovvi, abbraccerò gli amici:

Questo è contento al certo. Eppur[959] del tutto

Esser lieto non so: chi potria dirmi

Se un sì bel campo io rivedrò più mai?

Fine dell’atto quarto.

ATTO QUINTO.

SCENA I.

Notte.—Sala del Consiglio dei Dieci illuminata.

IL DOGE, i DIECI, e IL CONTE seduti.

IL DOGE.

(al CONTE)

A questi patti offre la pace il Duca:

Su ciò chiede il Consiglio il parer vostro.

IL CONTE.

Signori, un altro io ve ne diedi; e molto

Promisi allor: vi piacque. Io attenni in parte

Quel che promesso avea: ma lunge ancora

Dalle parole è il fatto; ed or non voglio

Farle obbliar però; sul labbro mio

Imprevidente militar baldanza

Non le mettea[960]. Di novo[961] avviso or chiesto,

Altro non posso che ridirvi il primo.

Se intera e calda e risoluta guerra

Far disponete, ah! siete a tempo[962]: è questa

La miglior scelta ancora. Ei vi abbandona

Bergamo e Broscia; e non son vostre? L’armi

Le han fatte vostre: ei non può tanto offrirvi

Quanto sperar di torgli v’è concesso.

Ma, da un guerrier che vi giurò sua fede

Voi non volete altro che il ver, se il modo

Mutar di questa guerra a voi non piace,

Accettate gli accordi.

IL DOGE.

Il parlar vostro

Accenna assai, ma poco spiega: un chiaro

Parer vi si domanda.

IL CONTE.

Uditel dunque.

Scegliete un duce, e confidate in lui:

Tutto ei possa tentar; nulla si tenti

Senza di lui: largo poter gli date;

Stretto conto ei ne renda. Io non vi chiedo[963]

Ch’io sia l’eletto: dico[964] sol che molto

Sperar non lice da chi tal non sia.

MARINO.

Non l’eravate voi quando i prigioni

Sciolti voleste, e il furo? Eppur la guerra

Più risoluta non si fea per questo,

Nè certa più. Duce e signor nel campo,

Forse concesso non l’avreste.

IL CONTE.

Avrei

Fatto di più: sotto alle mie bandiere

Venian quei prodi; e di Filippo il soglio

Voto[965] or sarebbe, o sederiavi un altro.

IL DOGE.

Vasti disegni avete.

IL CONTE.

E l’adempirli

Sta in voi: se ancor nol son, n’è cagion[966] sola

Che la man che il dovea sciolta non era.

MARINO.

A noi si disse altra cagion: che il Duca

Vi commosse a pietà, che l’odio atroce

Che già portaste al signor vostro antico,

Sovra i presenti il rovesciaste intero.

IL CONTE.

Questo vi fu riferto? Ella è sventura

Di chi regge gli Stati udir con pace

L’impudente menzogna, i turpi sogni

D’un vil di cui non degneria privato

Le parole ascoltar.

MARINO.

Sventura è vostra

Che a tal riferto il vostro oprar s’accordi,

Che il rio linguaggio lo confermi, e il vinca.

IL CONTE.

Il vostro grado io riverisco in voi,

E questi generosi in mezzo a cui

V’ha posto il caso: e mi conforta almeno

Che il non mertato onor di che lor piacque

Cingere il loro capitan, lo stesso

Udirvi io qui, mostra ch’essi han di lui

Altro pensiero.

IL DOGE.

Uno è il pensier di tutti.

IL CONTE

E qual?

IL DOGE.

L’udiste.

IL CONTE.

È del Consiglio il voto

Quello che udii?

IL DOGE.

Si: il crederete al Doge.

IL CONTE.

Questo dubbio di me?....

IL DOGE.

Già da gran tempo

Non è più dubbio.

IL CONTE.

E m’invitaste a questo?

E taceste finor?

IL DOGE.

Sì, per punirvi

Del tradimento, e non vi dar pretesti

Per consumarlo.

IL CONTE.

Io traditor! Comincio

A comprendervi alfin: pur troppo altrui

Creder non volli. Io traditor! Ma questo

Titolo infame infino a me non giunge:

Ei non è mio; chi l’ha mertato il tenga.

Ditemi stolto: il soffrirò, chè il merto:

Tale è il mio posto qui; ma con null’altro

Lo cambierei[967], ch’egli è il più degno ancora.

Io guardo, io torno col pensier sul tempo

Che fui[968] vostro soldato: ella è una via

Sparsa di fior. Segnate il giorno in cui

Vi parvi un traditor! Ditemi un giorno

Che di grazie e di lodi e di promesse

Colmo non sia! Che più? Qui siedo; e quando

Io venni a questo che alto onor parea,

Quando più forte nel mio cor parlava

Fiducia, amor, riconoscenza, e zelo....

Fiducia no: pensa a fidarsi forse

Quei che invitato tra[969] gli amici arriva?

Io veniva all’inganno! Ebben, ci caddi;

Ella è così. Ma via; poichè gettato

È il finto volto del sorriso ormai,

Sia lode al ciel; siamo in un campo almeno

Che anch’io conosco. A voi parlare or tocca;

E difendermi a me: dite, quai sono

I tradimenti miei?

IL DOGE.

Gli udrete or ora

Dal Collegio segreto.

IL CONTE.

Io lo ricuso.

Ciò che[970] feci per voi, tutto lo feci

Alla luce del sol; renderne conto

Tra insidiose tenebre non voglio.

Giudice del guerrier, solo è il guerriero.

Voglio scolparmi a chi m’intenda; voglio

Che il mondo ascolti le difese, e veda[971]....

IL DOGE.

Passato è il tempo di voler.

IL CONTE.

Qui dunque

Mi si fa forza? Le mie guardie!

(alzando la voce, si move per[972] uscire).

IL DOGE.

Sono

Lunge di qui. Soldati!

(entrano genti armate)

Eccovi ormai

Le vostre guardie.

IL CONTE.

Io[973] son tradito!

IL DOGE.

Un saggio

Pensier fu dunque il rimandarle: a torto

Non si pensò[974] che, in suo tramar sorpreso,

Farsi ribelle un traditor potria.

IL CONTE.

Anche un ribelle, si: come v’aggrada

Ormai[975] potete favellar.

IL DOGE.

Sia tratto

Al Collegio[976] segreto.

IL CONTE.

Un breve istante

Udite in pria. Voi risolveste, il vedo[977],

La morte mia; ma risolvete insieme

La vostra infamia eterna. Oltre l’antico

Confin l’insegna del Leon si spiega

Su quelle torri, ove all’Europa è noto

Ch’io la piantai. Qui tacerassi, è vero;

Ma intorno a voi, dove non giunge il muto

Terror del vostro impero, ivi librato,

Ivi in note indelebili fia scritto

Il benefizio[978] e la mercè. Pensate

Ai vostri annali, all’avvenir. Tra poco

Il dì verrà che d’un guerriero ancora

Uopo vi sia: chi vorrà farsi il vostro?

Voi provocate la milizia. Or sono

In vostra forza, è ver; ma vi sovvenga

Ch’io non ci[979] nacqui, che tra gente io nacqui

Belligera, concorde: usa gran tempo

A guardar come sua questa qualunque

Gloria d’un suo concittadin, non fia

Che straniera all’oltraggio ella si tenga.

Qui c’è[980] un inganno: a ciò vi trasse un qualche

Vostro nemico e mio: voi non credete

Ch’io vi tradissi. È tempo ancora.

IL DOGE.

È tardi.

Quando il delitto meditaste, e baldo

Affrontavate chi dovea punirlo,

Tempo era allor d’antiveggenza.

IL CONTE.

Indegno!

Tu mi rendi a me stesso. Tu credesti

Ch’io chiedessi pietà, ch’io ti pregassi[981]:

Tu forse osasti di pensar che un prode

Pe’ giorni suoi tremava. Ah! tu vedrai

Come si mor[982]. Va: quando l’ultim’ora

Ti coglierà sul vil tuo letto, incontro

Non le starai con quella fronte al certo,

Che a questa infame, a cui mi traggi, io reco.

(parte il CONTE tra i soldati[983]).

SCENA II.

Casa del CONTE.

ANTONIETTA, e MATILDE.

MATILDE.

Ecco l’aurora; e il padre ancor non giunge.

ANTONIETTA.

Ah! tu nol sai per prova: i lieti eventi

Tardi, aspettati giungono, e non sempre.

Presta soltanto è la sventura, o figlia:

Intraveduta appena, ella c’è sopra.

Ma la notte passò: l’ore penose

Del desio più non son: tra pochi istanti

Quella del gaudio sonerà[984]. Non puote

Ei più tardar; da questo indugio io prendo

Un fausto augurio: il consultar sì a lungo

Tratto non han, che per fermar la pace.

Ei sarà nostro, e per gran tempo.

MATILDE

O madre,

Anch’io lo spero. Assai di notti in pianto,

E di giorni in sospetto abbiam passati.

È tempo ormai che, ad ogni istante, ad ogni

Novella, ad ogni susurrar del volgo

Più non si tremi, e all’alma combattuta

Quell’orrendo pensier più non ritorni:

Forse colui che sospirate, or more[985].

ANTONIETTA.

Oh rio pensier! ma almen per ora è lunge.

Figlia, ogni gioia col dolor si compra.

Non ti sovvien quel dì che il tuo gran padre

Tratto in trionfo, tra[986] i più grandi accolto,

Portò l’insegne de’ nemici al tempio?

MATILDE.

Oh giorno!

ANTONIETTA.

Ognun parea minor di lui;

L’aria sonava[987] del suo nome: e noi

Scevre dal volgo, in alto loco intanto

Contemplavam quell’uno in cui rivolti

Eran tutti gli sguardi: inebbriato[988]

Il cor tremava, e ripetea: siam sue.

MATILDE.

Felici istanti!

ANTONIETTA.

Che avevam noi fatto

Per meritarli? A questa gioia il cielo

Ci trascelse tra mille. Il ciel ti scelse,

Il ciel ti scrisse un sì gran nome in fronte;

Tal don ti fece, che a chiunque il rechi,

N’andrà superbo. A quanta invidia è segno

La nostra sorte! E noi dobbiam scontarla

Con queste angosce.

MATILDE.

Ah! son finite.... ascolta;

Odo un batter di remi... ei cresce... ei cessa...

Si spalancan le porte.... ah! certo ei giunge:

O madre, io vedo[989] un’armatura; è lui.[990]

ANTONIETTA.

Chi mai saria s’egli non fosse?... O sposo...

(va verso la scena).

SCENA III.

GONZAGA, e DETTI.

ANTONIETTA.

Gonzaga!... ov’è il mio sposo? ov’è?... Ma voi

Non rispondete? Oh cielo! il vostro aspetto

Annunzia una sventura.

GONZAGA.

Ah che pur troppo

Annunzia il vero!

MATILDE.

A chi sventura?

GONZAGA.

O donne!

Perchè un incarco si crudel m’è imposto?

ANTONIETTA.

Ah! voi volete esser pietoso, e siete

Crudel: tremar più non ci fate. In nome

Di Dio, parlate; ov’è il mio sposo?

GONZAGA.

Il cielo

Vi dia la forza d’ascoltarmi. Il Conte....

MATILDE.

Forse è tornato al campo?

GONZAGA.

Ah! più non torna...

Egli è in disgrazia de’ Signori.... è preso.

ANTONIETTA.

Egli[991] preso! perchè?

GONZAGA.

Gli danno accusa

Di tradimento.

ANTONIETTA.

Ei traditore?[992]

MATILDE.

Oh padre!

ANTONIETTA.

Or via, seguite: preparate al tutto

Siam noi: che gli faran?

GONZAGA.

Dal labbro mio

Voi non l’udrete.

ANTONIETTA.

Ahi l’hanno ucciso!

GONZAGA.

Ei vive;

Ma la sentenza è proferita.

ANTONIETTA.

Ei vive?

Non pianger, figlia, or che d’oprare è il tempo.

Gonzaga, per pietà, non vi stancate

Della nostra sventura: il ciel v’affida

Due derelitte: ei v’era amico: andiamo,

Siateci scorta ai giudici. Vien meco,

Poverella innocente: oh! vieni: in terra

C’è[993] ancor pietà: son sposi e padri anch’essi.

Mentre scrivean l’empia sentenza, in mente

Non venne lor ch’egli era sposo e padre.

Quando vedran di che dolor cagione

È una parola di lor bocca uscita,

Ne fremeranno anch’essi; ah! non potranno

Non rivocarla: del dolor l’aspetto

È terribile all’uom. Forse scusarsi

Quel prode non degnò, rammentar loro

Quanto[994] per essi oprò; noi rammentarlo

Sapremo. Ah! certo ei non pregò; ma noi,

Noi pregheremo.

(in atto di partire)

GONZAGA.

Oh ciel, perchè non posso

Lasciarvi almen questa speranza! A preghi

Loco non c’è[995]: qui i giudici son sordi,

Implacabili, ignoti: il fulmin piomba,

La man che il vibra è nelle nubi ascosa.

Solo un conforto v’è concesso, il tristo

Conforto di vederlo, ed io vel reco.

Ma il tempo incalza. Fate cor; tremenda

È la prova; ma il Dio degl’infelici

Sarà con voi.

MATILDE.

Non c’è[996] speranza?

ANTONIETTA.

Oh figlia!

(partono)

SCENA IV.

Prigione.

IL CONTE.

A quest’ora il sapranno. Oh perchè almeno

Lunge da lor non moio[997]! Orrendo, è vero,

Lor giungeria l’annunzio; ma varcata

L’ora solenne del dolor saria;

E adesso innanzi ella ci sta: bisogna

Gustarla a sorsi, e insieme. O campi aperti!

O sol diffuso! o strepito dell’armi!

O gioia de’ perigli! o trombe! o grida

De’ combattenti! o mio destrier! tra voi

Era bello il morir. Ma... ripugnante

Vo dunque incontro al mio destin, forzato,

Siccome un reo, spargendo in sulla via

Voti impotenti e misere querele?

E Marco, anch’ei m’avria tradito! Oh vile

Sospetto! oh dubbio! oh potess’io deporlo

Pria di morir! Ma no: che val di novo[998]

Affacciarsi alla vita, e indietro ancora

Volgere il guardo ove non lice il passo?

E tu, Filippo, ne godrai! Che importa?

Io le provai quest’empie gioie anch’io:

Quel che vagliano or so. Ma rivederle!

Ma i lor gemiti udir! l’ultimo addio

Da quelle voci udir! tra quelle braccia

Ritrovarmi.... e staccarmene per sempre!

Eccole! O Dio, manda dal ciel sovr’esse

Un guardo di pietà.

SCENA V.

ANTONIETTA, MATILDE, GONZAGA, e il CONTE.

ANTONIETTA.

Mio sposo!....

MATILDE.

Oh padre!

ANTONIETTA.

Così ritorni a noi? Questo è il momento

Bramato tanto?....

IL CONTE.

O misere, sa il cielo

Che per voi sole ei m’è tremendo. Avvezzo

Io son da lungo a contemplar la morte,

E ad aspettarla. Ah! sol per voi bisogno

Ho di coraggio; e voi, voi non vorrete

Tormelo, è vero? Allor che Dio sui boni[999]

Fa cader la sventura[1000], ei dona ancora

Il cor di sostenerla. Ah! pari il vostro

Alla sventura[1000] or sia. Godiam di questo

Abbracciamento: è un don del cielo anch’esso.

Figlia, tu piangi! e tu, consorte!.... Ah! quando

Ti feci mia, sereni i giorni tuoi

Scorreano in pace; io ti chiamai compagna

Del mio tristo destin: questo pensiero

M’avvelena il morir. Deh ch’io non veda[1001]

Quanto per me sei sventurata!

ANTONIETTA.

O sposo

De’ miei bei dì, tu che li festi; il core

Vedimi; io moio[1002] di dolor; ma pure

Bramar non posso di non esser tua.

IL CONTE.

Sposa, il sapea quel che in te perdo; ed ora

Non far che troppo il senta.

MATILDE.

Oh gli omicidi!

IL CONTE.

No, mia dolce Matilde; il tristo grido

Della vendetta e del rancor non sorga

Dall’innocente animo tuo, non turbi

Quest’istanti: son sacri. Il torto è grande[1003];

Ma perdona, e vedrai che in mezzo ai mali

Un’alta gioia anco riman. La morte!

Il più crudel nemico altro non puote

Che accelerarla. Oh! gli uomini non hanno

Inventata la morte: ella saria

Rabbiosa, insopportabile: dal cielo

Essa ci[1004] viene; e l’accompagna il cielo

Con tal conforto, che nè dar nè tôrre

Gli uomini ponno. O sposa, o figlia, udite

Le mie parole estreme: amare, il vedo[1005],

Vi piombano sul cor; ma un giorno avrete

Qualche dolcezza a rammentarle insieme.

Tu, sposa, vivi; il dolor vinci, e vivi;

Questa infelice orba non sia del tutto.

Fuggi da questa terra, e tosto ai tuoi

La riconduci: ella è lor sangue; ad essi

Fosti sì cara un dì! Consorte poi[1006]

Del lor nemico, il fosti men; le crude

Ire di Stato avversi fean gran tempo

De’ Carmagnola e de’ Visconti il nome.

Ma tu riedi infelice; il tristo oggetto

Dell’odio è tolto: è un gran pacier la morte.

E tu, tenero fior, tu che tra l’armi

A rallegrare il mio pensier venivi,

Tu chini il capo: oh! la tempesta rugge

Sopra di te! tu tremi, ed al singulto

Più non regge il tuo sen; sento sul petto

Le tue infocate lagrime cadermi;

E tergerle non posso: a me tu sembri

Chieder pietà, Matilde: ah! nulla il padre

Può far per te; ma pei diserti in cielo

C’è[1007] un Padre, il sai. Confida in esso, e vivi

A[1008] dì tranquilli se non lieti: ei certo

Te li prepara[1009]. Ah! perchè mai versato

Tutto il torrente dell’angoscia avria

Sul tuo mattin, se non serbasse al resto

Tutta la sua pietà? Vivi, e consola

Questa dolente madre. Oh ch’ella un giorno

A un degno sposo ti conduca in braccio!

Gonzaga, io t’offro questa man che spesso

Stringesti il dì della battaglia, e quando

Dubbi eravam di rivederci a sera.

Vuoi tu stringerla ancora, e la tua fede

Darmi che scorta e difensor sarai

Di queste donne, fin[1010] che sian[1011] rendute

Ai lor congiunti?

GONZAGA.

Io tel prometto.

IL CONTE.

Or sono

Contento. E quindi, se tu riedi al campo,

Saluta i miei fratelli, e dì lor ch’io

Moio[1012] innocente: testimon tu fosti

Dell’opre mie, de’ miei pensieri, e il sai.

Dì lor che il brando io nol macchiai con l’onta

D’un tradimento: io non macchiai: son io

Tradito. E quando squilleran le trombe,

Quando l’insegne agiteransi al vento,

Dona un pensiero al tuo compagno antico.

E il dì che segue la[1013] battaglia, quando

Sul campo della strage il sacerdote,

Tra il suon lugubre, alzi le palme, offrendo

Il sacrifizio[1014] per gli estinti al cielo,

Ricordivi di me, che anch’io credea

Morir sul campo.

ANTONIETTA.

Oh Dio, pietà di noi!

IL CONTE.

Sposa, Matilde, Ormai[1015] vicina è l’ora;

Convien lasciarci.... addio.

MATILDE.

No, padre....

IL CONTE.

Ancora.

Una volta venite a questo seno;

E per pietà partite.

ANTONIETTA.

Ah no! dovranno

Staccarci a forza.

(si sente[1016] uno strepito d’armati)

MATILDE.

Oh qual fragor!

ANTONIETTA.

Gran Dio!

(s’apre la porta di mezzo, e s’affacciano genti armate; il capo di esse s’avanza verso il CONTE: le due donne cadono svenute).

IL CONTE.

O Dio pietoso, tu le involi a questo

Crudel momento; io ti ringrazio. Amico,

Tu le soccorri, a questo infausto loco

Le togli; e quando rivedran la luce

Dì lor.... che nulla da temer più resta.

Fine della tragedia.

APPENDICE IL PRIMO GETTO DEL “Conte di Carmagnola„

Anche del Conte di Carmagnola rimangono, tra i manoscritti manzoniani, tre forme: un primo abbozzo; una minuta messa al pulito del primo e del secondo atto; una minuta netta di tutta la tragedia.

Nel primo abbozzo, avanti all’atto I è segnata la data: «15 gennaio 1816»; avanti all’atto II: «18 dicembre 1816»; in principio dell’atto III: «5 luglio», in fine: «15 luglio»; in principio dell’atto IV: «20 luglio»; e del V: «6 agosto»; in fine: «12 agosto». Le scene e i brani, non più compresi nella forma definitiva della Tragedia, che noi diamo qui, seguendo, e qua e là correggendo, il Bonghi (Opere inedite o rare di A. M.; vol. I, pp. 204-235), son tratti appunto da questo primo abbozzo.

La seconda e la terza minuta offrono poche e poco notevoli divergenze dalla stampa.

Scherillo.

Atto I, sc. 1.ª e 2.ª, cancellate poi dall’autore.

SCENA I.

Sala del Senato.

STEFANO, MARINO [Senatori].

STEFANO.

Io, Marino, per me non credo mai

Esser venuto tanto inutilmente

In Senato, quant’oggi: e son ben fermo

D’udir tacendo; chè ogni mia parola

In questo affar saria parola al vento.

MARINO.

Dunque credete risoluta affatto

La guerra?

STEFANO.

Oh risoluta, e così certa

Qual se intimata io la vedessi e rotta.

Dubbio ancor forse ci rimane? Il Doge

Quanto se l’abbia a cor, voi lo sapete.

D’altro ei non parla: e gli parria l’estremo

Giorno della Repubblica esser giunto,

Se fosse vinto ch’ella resti in pace.

Gran parte del Senato egli e l’ardente

Orator di Firenze in questo avviso

Avean già tratto. E quando io ’l vidi in prima

Porre a tutti l’assedio, instar, pregare,

E d’ognuno indagar l’animo: a questo,

Gli ampj disegni riandar del Duca,

E che il dì che Firenze alfin cadesse

Tremerìan di Venezia i fondamenti:

Dipinger lieve la vittoria a quello,

Anzi certa: a quest’altro, dello Stato

Allargati i confini; ognuno, insomma,

Da quel lato tentar donde più aperta

Al suäder fosse la via; ben vidi

Che i più ne avrebbe persuasi, e a voi,

Se vi ricorda, io lo predissi.

MARINO.

È il vero.

STEFANO.

Se ciò non basta, non vi par che brami

La guerra il Duca di Milano, anch’egli,

Mentre manda Oratori a chieder pace?

Che ambasceria! la petulanza al senno

Quasi per gioco unita. E che buon frutto

I savii detti di Giovan d’Arezzo

Han prodotto fin qui, che tosto in nulla

Del Lampugnano non mandasse il modo?

Tal noncuranza nel pregar, che male

Starebbe a quei che la preghiera ascolta;

E un vagar curioso e da contento

Viaggiator, qual se ai palagi e ai tempj

Fosse inviato: un orator davvero

A nozze o ad un torneo. Se il Duca vuole

Davver la pace, non potea costui

Meglio tradire il suo signor. Non parlo,

M’intendete, per ben ch’io voglia al Duca

(Foss’egli in fondo!): ben mi duol che tutto

Ei spinga a inutil guerra, anzi (bugiardi

Faccia, io nel prego, i miei presagj il Cielo!)

Dannosa al certo. Eppure, io vedo ancora

Che il più sano consiglio avria potuto

Vincere alfine, se non era il Conte

Di Carmagnola. Egli, dal Duca offeso,

Sul cui labbro sospetta ogni parola

Esser dovea, chè il suo dolor la forma

Non l’util nostro; egli è colui che ha vinti

Col suo dir violento anche i più saggi;

Egli è che a poco men che a tutti infuse

Quella febbre di guerra, ond’egli è invaso

Al par di lui che un dì la mosse in cielo.

MARINO.

Quanto ad orgoglio non gli cede al certo!

Ma a tal siam noi, che deggia e l’oro e il sangue

Profonder la Repubblica, lo Stato

Anco arrischiar, per vendicar gli affronti

D’un Francesco Busson da Carmagnola?

STEFANO.

Ella è così.

MARINO.

D’uno stranier? d’un figlio

Di vil guardiano del più vile armento?

D’uno che tutti quanti siamo (amara

A proferirsi ell’è questa parola;

Pur la dirò, ch’ella è conforme al vero)

Tutti ci sprezza; e se il vedemmo a molti

Inchinarsi finor, piaggiarne alcuni,

Già celar non potea con che fatica

La sua superbia ai fini suoi piegasse.

Ma poi ch’egli ebbe a questo modo i molti

Tirati dalla sua, svelatamente

Gli altri costui (così foss’egli in fondo!)

Guardò coll’occhio con che l’uom passando

Guarda l’arnese ond’ei non ha bisogno.

Occhio imprudente! Oh! non fa patti eterni

Con alcun la fortuna[1017]; e non dispero

Vederti un dì verso la polve inchino,

Ed il sorriso mendicar sui volti

A cui più imperturbabile e più fosco

Ora ti volgi!

STEFANO.

Non mi par sì presso

Questo momento.

MARINO.

E che, Stefano? Un uomo,

Fatto nimico al suo Signore, al suo

Benefattor, potrà trovar chi a lungo

A lui si fidi? Che stupor se il Duca

Cacciò da sè quest’odioso alfine,

Che sol prezza la guerra, e fra le guerre

Quelle sole ch’ei fe’; che ogni vittoria

Rinfacciata gli avrà? Men duro assai

Vedersi tôrre una città di mano,

Che doverla a costui. Chi degnamente

Può pagare i suoi merti? A udirlo, il Duca

È il più ingrato degli uomini; che mai

Far quel prence dovea? scender dal trono,

E locarvi costui? Soffrirem noi

Che il simile ne avvenga? E voi volete

In così grave occasion tacervi?

STEFANO.

O Marino, un naviglio al quale il vento

Gonfia ogni vela e a tutto corso il porta,

Volete voi ch’io con la mano il fermi?

Non quel che si vorrebbe è da tentarsi,

Ma quel che ottener puossi. Al par di voi,

E d’altri pochi, per la pace io sono;

Ma i più voglion la guerra. Il Conte io l’amo

Al par di voi; sulla sua fè riposo

Al par di voi; ma che possiam noi dire?

È un traditore, e traditor chiarirlo?

Ricantate i sospetti, e cento voci

Vi chiederanno prove. Egli ed il tempo

Ce le daranno, e certe, ove sappiamo

Aspettarle e vegliare. Questo è il suo giorno:

Lasciatelo passar; non glielo fate

Più splendido. Gli amici, ond’ora è cinto,

Ad uno ad un se li farà nemici;

Tale è la sua natura; allor potrete

Farvi ascoltar.

MARINO.

Tacete: apparir veggio

Un Senatore; è Marco.

STEFANO.

Omai dovrieno

Tutti esser giunti; chè mi par d’assai

Trascorsa l’ora del Senato.

SCENA II.

MARCO, e DETTI.

STEFANO.

O Marco,

Siete voi solo?

MARCO.

A brevi istanti il Doge

Giunge, e con lui, cred’io, tutto il Senato.

Tutti gli sono intorno: or ora un messo

Gli sopravvenne; egli ad ognun ne parla.

STEFANO.

L’udiste voi?

MARCO.

Pur troppo.

MARINO.

E che novelle?

MARCO.

Atroci.

MARINO.

E quali?

MARCO.

Esser vi dee di nome

Noto un Giovan Liprando.

STEFANO.

Un fuoruscito

Di Milano?

MARCO.

Quel desso: e ancor saprete

Quanto colui paresse al Carmagnola

Affettuoso e riverente amico.

Ei, confidente, come i prodi il sono,

Ogni accesso gli dava; e benchè tanto

Maggior di fama e d’animo gli fosse,

Chiamarlo amico ei si degnava; un sacro

Nodo stimando, un insolubil nodo,

La comune sventura ed il comune

Persecutor. Lo sciagurato intanto

Chiede al Duca in segreto il suo perdono:

Il Duca un pegno gli domanda, e quale!

La vita dell’amico! Ed ei, l’infame,

La pattuisce, e tiene il patto, e tenta

Dare al Conte il veleno. Il Ciel non volle

Che potesse una tal coppia di vili

Dispor così di così nobil vita:

La trama è discoverta, e salvo il Conte.

STEFANO.

Oh detestabil fatto!

MARINO.

Ecco che importa

Fidarsi a’ fuorusciti! Una funesta

Novella inver recate voi: ma quando

In tanta ambascia vi mirai che quasi

Vi togliea la favella, io, vel confesso,

Peggio temea: quasi in periglio avrei

Creduto la Repubblica.

MARCO.

O Marino,

Cessi ch’io men pacatamente ascolti

Un simil fatto! Io sono amico al Conte:

Nulla mi cal che un fuoruscito ei sia.

Il suo cuor lo conosco appieno, al pari

Del mio: pensiero che non sia gentile

Non ha loco in quel cor[1018]: questo mi basta.

E fuoruscito! obbrobrio a quell’ingrato

Che tale il rese. Al generoso oppresso

Che rimarria, per vostra fè, se in mano

Stesse al potente, al suo nemico, a quegli

Da cui gli è tolta ogni più cara cosa,

Rapirgli anco la gloria? e far che, ov’egli

A scellerate insidie il capo involi,

Ne sia per questo a vil tenuto? Io sono

Amico al Conte, e ad alto onor mel reco.

Ma s’anco all’uomo ch’io giammai non vidi

Fosse tal coppa da tal mano or pôrta;

S’anco ella fosse ministrata al labbro

Del mio nemico; orrore e sdegno pari

Avrei sul volto in raccontarlo, estimo.

In quanto alla Repubblica, non parmi

Che lieve danno le saria d’un tanto

Cittadino la perdita. Non dico

Porla in periglio: lode al Ciel, non pende

Da un uom, qual ch’ei pur sia, la sua salvezza:

Ma assai tal uom le importa or più che mai.

Ecco il Doge e il Senato: udir potrete

Che senta e pensi in questo affar ciascuno.

SCENA III.

[corrispondente alla sc. I della stampa].

Entra il DOGE seguito dai Senatori, MARCO si frammischia a questi.

STEFANO.

(a MARINO)

Come giovane ei parla.

MARINO.

E chi nol vede?

(siede il DOGE, e dopo lui tutti i Senatori).

IL DOGE.

Nobil’uomini, in pria che il parer mio

Io proponga al Consiglio, io deggio un grave,

Crudo, recente avvenimento esporvi.

I più di voi già l’han fremendo inteso;

Quei che ora in pria dal labbro mio l’udranno,

Con raccapriccio l’udiran. La vita

Fu insidiata al Carmagnola: in ceppi

È il sicario; e non nega il suo delitto.

Mandato egli era; e quei che a noi mandollo,

Ei l’ha nomato: ed è.... quel Duca istesso

Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora

A chieder pace, a cui più nulla preme

Che la nostra amistà: tale arra intanto

Ei ci dà della sua! Taccio la vile

Perfidia della trama, e la tentata

Vïolazion di questa terra, e l’onta

Che in un nostro soldato a noi vien fatta.

Due sole cose avverto: assai fanno esse

Al proposito nostro. Egli odia adunque

Veracemente il Conte: ella è fra loro

Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto

Tra lor d’eterna inimicizia un patto.

L’odia e lo teme. Ei sa che il può dal trono

Quella mano sbalzar che in trono il tenne.

A chi incerto parea l’animo avverso

Ver noi del Duca, si diè cura ei stesso

Di tôrre ogni dubbiezza: io di cotesta

Novella prova non avea bisogno;

E l’avviso ch’io son per proferire,

Fermo in mente l’avea pria che scoperto

Fosse un tal fatto. Udiste, o Senatori,

Nell’ultimo consiglio il Fiorentino

Che ci richiede di soccorso; udiste

L’ambasciator del Duca, il qual domanda

Che la pace con esso si mantenga.

Ecco il mio avviso, apertamente il dico:

Firenze è da soccorrersi; comune

Con essa e il rischio e le speranze abbiamo.

Per qual dei due stia il giusto, ognun di voi

Chiaro sel vede: non è forse il Duca

Che ruppe i patti della tregua? Il riso

Move e lo sdegno udirlo al suo nemico

Rimproverar la vïolata fede,

E protestar che l’armi in man null’altro

Che una giusta difesa gli ponea:

Come se veramente egli potesse

Di Firenze temer; come se al forte

Ingiusta guerra si movesse, e fosse

Il debol quei che infrange i patti, e ascoso

Fosse ad alcun ch’ei sol ruppe gli accordi,

Il Panare e la Magra oltrepassando.

Ma il principio obbliam di questa guerra:

Il processo vediamne. In gran periglio

Stassi Firenze, e tal che, s’ella è sola,

Non può far che non caggia. E s’ella cade,

Siam fermi noi? Che vuole altro costui,

Fuor che i liberi Stati divorarsi

Ad uno ad uno? E un tal disegno omai

Fa più spavento che stupor. Tant’alto

Salir dal nulla nol vedemmo noi?

Frale arboscello in fra gli sterpi ascoso,

Tacitamente egli nascea: sterparlo,

Anco il più oscuro passeggier potea[1019];

Or le radici ha messe, or larghi spande

Nell’aria i rami, e, soverchiando ogni altro,

Si fa veder da lunge, e tanta parte

D’Italia aduggia. Ha sol tre lustri, ed uomo

Non obbediva a cui soggette or sono

Venti città. Chi gliele diede in mano?

La virtù pria del Carmagnola, e poscia

Un’arte sola: essa fu ognor la sua:

Con un solo aver guerra, e gli altri intanto

Addormentar con ciance. Anco a Firenze,

Come a noi fa, chiese la pace un giorno;

Supplicando la chiese, e di promesse

Men liberal non sarà stato, io credo,

Che a noi non è; l’ebbe: e che fece intanto?

Genova in pria sorprese. E qui mi giovi

Rammemorarvi con che ardenti preghi

Quell’afflitta città dai Fiorentini

Implorasse l’aiuto; invan: l’ignaro

Mormorar della plebe, e una meschina

Cupidigia, coi suoi corti disegni

Di tôr Livorno ai più fiaccati amici,

Fecer più forse del periglio, certo

Ma lontano. E Firenze, sorda ai preghi

D’una libera gente, e non pensando

Ch’essa ben presto anco pregar dovria,

Col suo provato e natural nemico

Fermò la pace; ond’or si morde il dito.

Parma quindi fè sua, Bergamo quindi,

Quindi Cremona e Brescia; e finalmente,

Contro i patti, Forlì. Conobbe il fallo

Firenze allora; ma che pro? Quel fallo

Fatto avea forte il suo nemico; e quegli

Ch’essa non volle aver con sè, contr’essa

Or forzati combattono. L’amara

Prova ch’essa ne fece, a noi sia scuola.

Odo altri dir: che giunga a tanto estremo

La Repubblica nostra esser non puote;

Troppo ella è forte. E perchè è tal? perch’ella

Sempre guardossi, e non sofferse mai

Che i suoi nemici diventasser forti.

La pace or vuol sinceramente il Duca.

Io ’l credo, o Senatori; e la ragione

È che il momento della guerra ei vuole

Sceglierlo ei solo, e non è questo il suo:

Il nostro egli è, se non ci falla il senno

Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno:

Andiamo tutti insieme. Il nostro assenso,

Per pigliar l’armi a un punto, Italia aspetta

Pressochè tutta: il Duca di Savoja,

Di Mantova il signor, quel di Ferrara,

E Alfonso re. Si dirà mai che questi

Stringer lega volean contro un tiranno,

E Venezia vi pose impedimento?

Pur se la pace anco possibil fosse,

Io tacerei; benchè onorata pace

Quella non sia, per cui libero Stato

Di tal Signor si lasci in fra gli artigli.

Ma questa guerra ritardar ben puossi,

Non evitare: o farla or noi volenti,

O attender ch’egli a noi la faccia quando

Firenze sarà sua. Fate voi stima

Manchino allor pretesti a sì discreto

E verecondo vincitor? ma forse

Non ne ha già messi in campo? Egli al Gonzaga

Ridimandò Peschiera, e pur sapea

Che di nostra amistade all’ombra ei vive.

E che motivo addusse? Aver su quella

Terra ragion, chè un dì la tenne il Padre,

E per retaggio è sua. Pensa egli adunque

Che quel che a’ suoi diede la guerra, a lui

Tôr la guerra non possa e darlo ad altri?

Che tutto quel che in sua maggior possanza

Avea Gian Galeazzo, ei tosto o tardi

Riaver deggia? Ricordiamci in tempo

Che anco Verona, anco Vicenza egli ebbe,

Anco Belluno e Feltre; e pria che ardisca

Ripeterle da noi, pria che il torrente

Roda tanto terren che al nostro arrivi,

Argine li si faccia, in fin che puossi

Ancor per sempre regolargli il letto,

E restringerlo forse; e qualche parte

Del mal rapito a lui rapir. Non lieve

Altra ragione affrettar deve il vostro

Deliberare. Abbiamo a soldo il Conte;

Tra i Capitani, che in Italia or sono

Più rinomati, il primo; eterno al Duca

E capital nemico; e, quel che monta,

Assai d’ogni arte sua, d’ogni sua forza

Perito appieno. Egli che tante volte

Vinse per lui, sa più d’ogni altro come

Vincer si possa: egli saprà la punta

Por della spada al lato, ove più certa

E più mortal fia la ferita. Ei meco

Di ciò sovente e a lungo s’intertenne;

Util mi sembra assai, pria che in Senato

Nulla di questo si risolva, udirlo.

Da me chiamato i vostri cenni attende;

E se il Senato non dissenta, io stimo

Ch’ei s’introduca.

(dopo breve pausa)

S’introduca il Conte.

(Esce un Segretario o Bidello o altro magnariso qualunque, a scelta del capo comico).

SCENA V.

[corrispondente alla sc. III della stampa].

IL DOGE

.......

Non fia per questo che salirlo ancora

Un cauto e franco cavalier non voglia.

MARINO.

Ma in questa leale alma, che chiude

Tante virtù da farne appien securi,

Quella per certo esser non de’ sbandita

Che anco nel petto più volgar s’annida:

L’amor de’ suoi. Crederem noi ch’ei ci ami

Più del suo sangue, e possa un risoluto

Coral nemico esser di lui che tiensi

E la sua moglie e la sua figlia? d’uno

Che gli puote ogni dì mandar dicendo:

—Pensa ch’è in mano mia farti il più lieto

Marito e padre, o far che tu sia stato

Marito e padre?

IL DOGE.

Egli è fondato e grave

Questo sospetto; e in me pur nacque, e in tutti

Sarà nato, cred’io: pur, se mia mente

Troppo a persuäder non è leggiera,

Ragion dirò per cui sarà da voi

Sgombro, come da me. Spesso del Conte

Io l’animo tentai, se da quel lato

Speme o timor lo ritenesse ancora

Avvinto al Duca; e questo ognor vi scorsi:

Pei cari suoi tema ei non ha.—Filippo,

Ei mi dicea sovente, in ciò diverso

Da tanti suoi feroci avi, bruttarsi

D’inutil sangue non fu visto mai.

E sparger quello d’innocenti donne,

E strette affini sue, che gli varrebbe?

A farlo infame e obbrobrioso, al segno

In cui non puote un re tenersi in trono

S’ogni uomo in forza ed in valor non passa

Come in perfidia e in crudeltà! Speranza

Di riaverle per accordo, è sogno;

Chè il Duca è tal che non compensa mai

Con beneficj nuovi ingiurie antiche,

Nè mai dal far vendetta altro il ritenne

Che il non poter: quindi a colui che fatto

Gli sia nemico, un sol partito è buono:

Esserlo a morte.—Nè per questo il Conte

Vedovo tiensi; nè ogni speme ei lascia

Di conquistare i suoi, ma in noi la fonda.

Tôrgli tai pegni, collo Stato insieme,

Coll’armi nostre ei si confida; o trarlo

A tale estremo, ch’ei li renda almeno.

Ciò che quindi potea farcel sospetto,

A noi più ligio e più devoto il rende.

MARINO.

Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge

.......

SCENA VI.

[corrispondente alla sc. V della stampa, dacchè nell’abbozzo manca una scena che corrisponda alla IV, a quella cioè del monologo del CONTE].

IL CONTE.

Anco il Doge hai tu detto?

MARCO.

Il Doge, e quanto

Ha di più illustre la città, s’aduna

Or nel Palazzo ad aspettarti; e vuole

Fino alla riva accompagnarti, in pieno

Corteggio.

IL CONTE.

Il premio che precorre all’opra

È incitamento a meritarlo; e spero

A questa alma tua patria offrir ben presto

Più che la mia riconoscenza. Or tutta

Abbila tu, ch’io qui ti vegga: acerbo

M’era il partir, se alla sfuggita, e tra la

Folla dei salutanti, oggi io doveva

Cercar lo sguardo dell’amico.

MARCO.

Pensa

S’io lascerei che tu partissi, senza

Darti un più speciale intimo addio.

Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro

Verrà quel nuncio, che la gloria tua

Con la salvezza della patria arrechi![1020]

IL CONTE.

Marco, ad impresa io non m’accinsi mai

Con maggior cor che a questa. È giunto il tempo

Che quell’ingrato, che da’ miei servigj

Estimarmi non seppe, or dal travaglio

Che gli darò m’estimi; e finalmente

Gli risovvenga che gli manca un uomo:

Quell’uom, su cui nelle più dure strette

Solea posarsi il suo pensier, gli manca,

Anzi è quel desso che l’incalza; e solo

Perch’egli il volle. Oh venga il dì che alcuno

Mi dica:—Io il vidi sbigottito, affranto,

Tra i fidi suoi, che non ardian levargli

Lo sguardo in fronte, e l’udii dire: io fui

Mal consigliato, allor che offesi il Conte!—

Questa parola t’uscirà dal labbro,

O Duca di Milano; ed anco io spero

A tal ridurti, che ti sembri acquisto

Conservar parte del tuo regno, e darmi

Ciò che a gran torto ora mi neghi, e ch’io

Ho di più caro al mondo. Or tu sei lieto

D’aver tai pegni; ma vedrai che importi

Tenersi in man quel ch’è dei prodi!—O amico,

Questo è il pensier che sempre è meco, e forte

Più che il desìo della vendetta: intera

Gioja mai non avrò, se d’essa a parte

La sposa mia, la figlia mia non viene.

So che in corte del Duca a lor non fassi

Altro che onor; son certo che un capello

Torcere a lor non ardirà: ma il giorno

Ch’io rivedrolle, e le potrò dir mie,

Sarà il più bello di mia vita.—Ascolta:

Non è d’alcuno l’avvenir, ma quale

È l’uom che sopra non vi fa disegno?

Or questo è il mio: se vincitor ritorno,

E non solo (chè, vinto e senza speme,

So quel che far dovrei), qui finalmente

Restarmi; il vecchio genitor con noi

Qui trarre; e, poi che questa nobil madre

M’ha nel suo glorioso antico grembo

Accolto, e dato di suo figlio il nome,

Esserlo, e tutto, e correr sempre, il primo

Tra i figli suoi, s’ella gli chiami all’arme,

Per guardar la santissima quiete

Che a lei senno e giustizia han partorita;

E se la spada mi perdona, e s’io,

Cresciuto in campo di battaglia, gli occhi

Non chiuderò sul campo, in questa sede

Chiudergli, fra i congiunti e fra gli amici,

Qualche desìo lasciando e qualche nome.

..............

A questa scena, che nell’abbozzo era anche indicata come 1ª dell’atto II, seguivano una 2ª ed una 3ª, delle quali non v’ha traccia nella stampa, e che noi riproduciamo qui sotto.

Atto II.

SCENA II.

Via con molto popolo.

Due CITTADINI.

1.º CITTADINO.

Io vengo dal Palazzo: il Conte v’era

Arrivato in quel punto, ed il corteggio

Stava per avviarsi: non avremo

Ad aspettar qui molto.

2.º CITTADINO.

Assai son vago

Di veder questa festa. A stranier mai

Qui non si fece tanto onor, ch’io sappia.

1.º CITTADINO.

Trattasi d’un guerrier, che non ha forse

Chi il pareggi in Italia; d’uno, a cui

Presso che tutta si affidò la cura

Della nostra salvezza.

2.º CITTADINO.

Della nostra?

Tra vecchi amici e’ si può dir talvolta

Liberamente il ver: dovreste dire

Della salvezza dei Signori. Ormai

Che siam noi più, poi che ogni affar di Stato

È divenuto un loro affar? Che importa

A noi la guerra? ov’ella a ben riesca,

Tutto sarà per lor, gloria e guadagno.

1.º CITTADINO.

Ma se riesce a mal, parte del danno

Non saria nostro? Il Ciel ne tenga lunge

Questo malvagio Duca, e i suoi soldati,

E i suoi rettori, e i cortigiani; guai

Se gli caschiam nell’ugne! A qual mai prezzo

Comprar dovremmo il divenir più schiavi!

2.º CITTADINO.

Oh guai davvero!

1.º CITTADINO.

A ragion dunque io dissi

Che dal valore di quest’uom dipende

Or la nostra salvezza.

2.º CITTADINO.

È ver, pur troppo!

SCENA III.

BARTOLOMEO BUSSONE, e DETTI.

BARTOLOMEO.

Di grazia, o cittadini, ella è ben questa

La via per cui deve passare il Conte

Di Carmagnola?

1.º CITTADINO.

È questa; egli non puote

Indugiar molto.

BARTOLOMEO.

Lode al Cielo, io fui

Ben avviato. Io m’era fatto in prima

Indicar la sua casa; ivi il richiesi:

Detto mi fu ch’egli partiva, e senza

Più tornare al palagio, e ch’io potrei

Di qui vederlo; e benchè nuovo affatto

Di questa terra, dimandando or questo

Or quello, al fine ove bramai mi trovo.

E appena in tempo; voi gli ultimi siete

Che importunai di mie richieste, e a voi

Rendo pur grazie. Io vengo assai da lunge

Per riveder quest’uomo, e favellargli.

1.º CITTADINO.

Per vederlo, o buon vecchio, acconcio è il luogo:

Noi pur qui siamo a questo fine; e quando

Cresca la folla, vi farem riparo

Sì che veggiate: ma parlargli è cosa

Da levarne il pensiero.

BARTOLOMEO.

Ov’ei mi scorga,

Avrò campo a parlargli.

1.º CITTADINO.

Egli è col Doge,

E con tal compagnia, da non tenersi

Così a bada per via. Ma voi, mi sembra

Siate suo paesano?

BARTOLOMEO.

Il sono, ed anche

Assai più che paesano: io son suo padre.

1.º CITTADINO.

Il Conte è vostro figlio?

BARTOLOMEO.

Io ve l’ho detto.

2.º CITTADINO.

Poss’io darvi un consiglio?

BARTOLOMEO.

Un buon consiglio

Vien sempre a tempo, e più d’ogni altro assai

N’ha mestier chi si trova in strania terra.

2.º CITTADINO.

S’io fossi voi, non vorrei qui mostrarmi;

E poi che al campo assai difficil cosa

Saria vedere il Conte, attenderei

Il suo ritorno, onde parlar con esso

Privatamente.

BARTOLOMEO.

Egli saria fidarsi

Troppo del tempo. Il figlio mio va in guerra,

Ed io, voi lo vedete, ho già vissuto

Più assai di quel che a viver mi rimane.

Ma perchè questo indugio?

2.º CITTADINO.

Tolga il Cielo

Ch’io voglia farvi dispiacer, ma il vostro

Figlio è patrizio veneziano e conte,

E sgradir gli potrà che innanzi a tutti,

E cotai testimonj, gli facciate

Risovvenir ch’ei non è nato tale.

BARTOLOMEO.

Egli? In qualunque luogo, in qualunque ora,

Gli si affacci suo padre, esser non puote

Che non n’abbia gran gioja: io lo conosco!

1.º CITTADINO.

(al 2.º)

Che importa a voi? Lasciatel far: vedremo

Come va questo fatto.

2.º CITTADINO.

Udite; ei giungono.

La scena 4ª manca; ma è indicata così: Il Doge, il Conte, e seguito.

Rinunziando poi a queste scene, nello stesso primo getto l’Atto II si apriva con queste altre due scene, che pur esse furon da ultimo soppresse.

SCENA I.

Campo Veneziano presso Maclodio.—10 ottobre 1427.

MICHELETTO DI COTIGNOLA, LORENZO DI COTIGNOLA.

LORENZO.

Fratello, io giungo tardi; a quel ch’io veggio,

Qui s’è già fatto assai.

MICHELETTO.

Prode Lorenzo,

Oggi appunto di te mi chiese il Conte.

Non dubitar, tu vieni a tempo; il meglio

Riman da farsi.

LORENZO.

Io non avrei creduto,

Poi che Brescia fu presa, e poi che il Duca

Con tanta istanza domandò la pace

(E parea averne gran bisogno invero),

Che a nova guerra si verria sì tosto.

MICHELETTO.

Tu conosci Filippo. A piè d’un trono

Il fè nascer fortuna; a piè d’un trono,

Di cui nè un grado egli avria mai salito

Da sè. Fortuna, che il volea pur duca,

Gli diede un uom che per la mano il prese,

E in trono il pose. Or ei vi siede, e starvi

È risoluto ad ogni costo: appena

Sotto di sè crollar lo sente, ei cala

Tosto agli accordi: il rischio passa, e pargli

Che fermo ei sia, come ingrandirlo ei pensa.

Brescia ei diè per la pace: ai Milanesi

Parve il trattato obbrobrioso; ed era:

Armi in fretta gli offriro: ira e vergogna

Valsero al buon voler; quindi agli antichi

Disegni ei torna[1021]; eccolo in campo.

LORENZO.

E mai

Ai nostri dì, se mi fu detto il vero,

Due sì gran campi non fur visti a fronte.[1022]

MICHELETTO.

È il vero.

LORENZO.

E voi foste a giornata intanto

Più d’una volta.

MICHELETTO.

È ver, ma niuna è tale

Che una maggior non se ne aspetti; e questa

Non può tardar: nè passa dì che il Conte

Non provochi il nemico. Or, come vedi,

Da noi Maclodio è stretto; e due partiti

Gli rimangono soli: o noi cacciarne,

E non fia lieve; o abbandonar la terra,

E Cremona con essa: e saria questo

Non men onta che danno.[1023]

LORENZO.

Il Duca, udii,

Partì dal campo: e chi lasciovvi capo?

MICHELETTO.

Il Pergola, il Torello, il Piccinino,[1024]

Francesco Sforza.

LORENZO.

Egli non è guerriero,

Ma sa sceglierli almen: due volpi antiche,

E due giovin leoni. E’ ci daranno

Da fare assai. Picciol pensiero al Conte

Esser non dee, trovarsi incontro uniti

Tai quattro condottieri.

MICHELETTO.

Egli avria caro

Che fosser dieci.

LORENZO.

Che di’ tu?

MICHELETTO.

Che dove

Son più le voglie, ivi la forza è meno.

Ognun di lor, se comandasse solo,

Fomidabil sarebbe: essi l’han môstro

In altre imprese; ma fra lor s’è messa

Tanta discordia, che ci sembra ormai

Piuttosto aver quattro drappelli a fronte

Che un esercito.

LORENZO.

Intendo.—Or non vorrei

Più ritardar di presentarmi al Conte.

Ove poss’io trovarlo?

MICHELETTO.

Alla sua tenda

Meglio è aspettarlo; ei tornerà fra breve.

Or sarà forse a visitare i posti,

O coi Provveditori a far consiglio.

LORENZO.

Nojoso incarco!

MICHELETTO.

Sì davver, nojoso:

Per questo solo, io non invidio al Conte

Il supremo comando.

LORENZO.

E dritto estimi.

Metter campo e levarlo, e dar battaglia

O rifiutarla, come piace, e senza

Darne conto ad alcun, quello è comando.

Ma fin ch’io non vi giunga, infin ch’io deggia

Ordini udir da un uomo, io voglio almeno

Che la man che si leva a comandarmi

Sia vestita di ferro; e pensar ch’egli

Solo innanzi mi sta perchè si mosse

Prima di me; ch’ei cominciò com’io

Dall’obbedir. Ma portar nome, e il vano

Onor di sommo condottier?... che giova

Il far disegni per condur la guerra,

Se l’eseguirli in te non sta, se pria

Dèi conferirne.... e con chi mai? con tali

Che al tuo consiglio non vorresti al certo!

Cento partiti ti saranno in mente

Corsi e ricorsi, e raffrontati, in pria

Ch’ella un ne scelga e dica: il meglio è questo;

E quando il tieni e ten compiaci, all’alto

Giudizio di costor, siccome un reo,

Dèi trascinarlo, e perorar per esso.

E te felice s’egli è inteso, e trova

Grazie dinnanzi a lor! Quindi t’è forza

I lor consigli udir; che, per mostrarti

Ch’ei san che cosa è guerra e che rivolte

Hanno le antiche carte, ei ti diranno

Che Fabio vinse con gl’indugj e seppe

Evitar le giornate, e che Scipione

Portò la guerra in Africa piuttosto

Che difender l’Italia, od altrettali

Sciocche novelle. Allor che poi le trombe

Fan la chiamata, e che si monta in sella,

Il più munito, il più riposto loco

Devi trovar per essi; ed ivi stanno,

Finchè guizza nell’aria un brando ignudo,

Incantucciati ad aspettar l’evento.

Alfin tu siedi, se pur siedi; e stanco,

Anelante, sudante e polveroso,

Devi a lor presentarti, a render conto.

Sei vincitor? Lieti li vedi, e presti

A côrre il frutto delle tue fatiche;

Ma se vinto ritorni, in quel momento,

In cui solo vorresti a tuo bell’agio

Maledir la fortuna, in cui la molle

Parola di conforto anco ti annoja

Sul labbro dell’amico, onte e rimbrotti

Ingozzar ti bisogna, e far tua scusa,

Mentre innanzi e’ ti stan col sopracciglio

Con che sgridar son usi il siniscalco

Che a voglia lor non ordinò il convito.

Ci nomano lor genti, e come tali

Ci trattano a un bisogno; e van dicendo:

Non son essi pagati? E quando l’oro

Cambian col nostro sangue, ei fanno stima

Dare assai più che non ricevon.

MICHELETTO.

Odi

Strepito di tamburi? è questi il Conte;

Dànno le trombe il segno.

SCENA II.

IL CONTE, e DETTI.

CONTE.

Voi siete il benvenuto.

LORENZO.

Io deggio in prima

Scusarmi dell’indugio: io volli tutta

Radunar la mia gente....

CONTE.

E non potea

Venir più a tempo: io mi tenea sicuro,

Chè mancar non solete a questi inviti.

Voi prometteste novecento lance,

S’io non m’inganno.

LORENZO.

E tante io ne conduco.

CONTE.

Un buon drappello, ed un buon duca; e questo

Talor conta assai più.

LORENZO.

Tutto alla vostra

Scuola dovrò, s’io tal divenga un giorno.

CONTE.

Noi non staremo in ozio a lungo, io stimo.

Vi reco una novella: il Duca ha fatto

Un condottier supremo; al campo ei giunse,

E il comando pigliò: pur or l’avviso

N’ebbi.

LORENZO.

CONTE.

Carlo Malatesti: un nome

Di lieto augurio.[1025] E a noi....s’aspetta

Torglielo, e farne più famoso il nostro.

Lorenzo, ov’è la vostra gente?

LORENZO.

È posta

All’entrata del campo; ivi ordinai

Ch’uom di sua schiera non uscisse, in fino

Che a voi piacesse di vederli.

CONTE.

Andiamo.

Coro dell’Atto II.

La sola strofa che nel manoscritto resti diversa, è la penultima:

Stolto anch’esso! Un più forte di lui

Gli domanda il rapito retaggio.

Stolto! ei venne sui campi non sui,

Senza gloria, non pianto, a perir.

E s’ei vive, e nell’empio viäggio

Lieto sempre e felice si mira,

Non lo segue, non veglia quell’ira,

Che l’attende all’estremo sospir?

Del terzo Atto, nel manoscritto, «è ritentata due volte la prima scena: nel primo getto sarebbe stata sino ad ho vinto, e di qui avrebbe continuato alla seconda. Nel rimanente, l’atto manoscritto è conforme a quello della stampa: ma alla forma in cui si legge, non giunge se non dopo molte e ripetute correzioni fatte nello scriverlo».

Del quarto Atto, il manoscritto non giunge che al verso del soliloquio di Marco, nella scena seconda: Stretto m’avete! Un nobile consiglio. Il rimanente dell’Atto manca. «Sin dove il manoscritto resta, si conforma, eccetto variazioni di minor conto, allo stampato. I personaggi della scena prima sono diversi da quelli che v’hanno parte nella tragedia stampata: I tre Inquisitori di Stato seduti—Il presidente solo parla—Marco in piedi».

Anche l’Atto quinto non è dissimile dallo stampato.

Il Bonghi avverte: «Quattordici fogli sciolti hanno rifacimenti di diverse parti del dramma; ed un foglio, non di mano del Manzoni, porta una serie di emendamenti e suggerimenti alla scena 1ª dell’atto II come si legge ora; sicchè è stata scritta tra la seconda minuta e la terza».

Notes in this chapter

Note 1 · Così anche nella prima ediz.; ma altrove, cfr. pochi versi più sù, aveva sempre scritto obbedire ecc.; che ora muta in ubbidire ecc.Note 2 · viaNote 3 · fiaNote 4 · EllaNote 5 · dinanzi a cuiNote 6 · domandaNote 7 · viNote 8 · nuocereNote 9 · ei vogliaNote 10 · ch’eiNote 11 · nuovoNote 12 · V’eraNote 13 · Ma se nemico È della patria; mi si provi, è il mio.—Del resto, tutto questo discorso di Marco riesce più cospicuamente punteggiato nella priNote 14 · Chi sa mai com’è sfuggita alla spietata persecuzione questa j!Note 15 · inNote 16 · romorNote 17 · incontra un nuovoNote 18 · solo, SignorNote 19 · Anche questo fra noi (nell’«Adelchi», I, 4ª: fra di noi) è riuscito a sgattaiolare! Poco prima c’è stato un fra tante, come pur nell’«AdelchNote 20 · sienoNote 21 · ufficioNote 22 · io sentiiNote 23 · veggioNote 24 · ; cheNote 25 · Voi, che pensieri avete?Note 26 · a vuotoNote 27 · chieggioNote 28 · questiNote 29 · MusulmanNote 30 · ufficioNote 31 · recaNote 32 · Nella prima stampa anche qui era già: Ubbidirò, ubbidisca: cfr. dianzi pag. 227.Note 33 · ei troverà,Note 34 · s’egli indugia, oNote 35 · serbateloNote 36 · stiloNote 37 · deggioNote 38 · ho in testimonioNote 39 · veggiaNote 40 · io sonNote 41 · ancoNote 42 · ei cacceràNote 43 · aguatoNote 44 · gl’importaNote 45 · gliNote 46 · muore!Note 47 · GiuroNote 48 · veggioNote 49 · v’haNote 50 · Sic!Note 51 · IoNote 52 · imponeviNote 53 · sarienNote 54 · varcato non l’hannoNote 55 · veggioNote 56 · Coll’occhioNote 57 · veggiaNote 58 · Avvene.—Il Manzoni rimase oscillante, nelle tragedie, circa il modo di scrivere le voci composte di codesto verbo. In questa stessa tragediaNote 59 · Ch’ioNote 60 · Veggiam.Note 61 · a lor la pace Domanda il Duca,Note 62 · E purNote 63 · poneaNote 64 · nuovoNote 65 · in tempo. Cfr. pag. 226.Note 66 · chieggioNote 67 · io dicoNote 68 · VuotoNote 69 · ragionNote 70 · Il cangereiNote 71 · Ch’io fuiNote 72 · in fra (ma cfr. pag. 240!).Note 73 · Quel ch’ioNote 74 · veggiaNote 75 · fa [ra] perNote 76 · OrNote 77 · stimòNote 78 · OmaiNote 79 · tribunalNote 80 · veggioNote 81 · beneficioNote 82 · viNote 83 · v’èNote 84 · Questi due versi furono aggiunti nell’ediz. del 1845.Note 85 · muorNote 86 · fra le genti armate.Note 87 · suoneràNote 88 · muoreNote 89 · in fraNote 90 · suonavaNote 91 · inebrïatoNote 92 · veggioNote 93 · è dessoNote 94 · Egli èNote 95 · Ei traditore!Note 96 · V’èNote 97 · Quel cheNote 98 · v’èNote 99 · v’èNote 100 · muojoNote 101 · di nuovoNote 102 · Iddio sui buoni.—«Quando.... nel “Carmagnola„ corresse allor che Dio sui boni.... il Manzoni cominciava a profanare con una pedanteria la seNote 103 · sciaguraNote 104 · veggiaNote 105 · muojoNote 106 · È grande il tortoNote 107 · Ella neNote 108 · veggioNote 109 · posciaNote 110 · V’èNote 111 · AiNote 112 · destinaNote 113 · infinNote 114 · sienNote 115 · MuojoNote 116 · allaNote 117 · sacrificioNote 118 · omaiNote 119 · odeNote 120 · È degno di nota che questa sentenza: «non fa patti eterni Con alcun la fortuna», fu poi smaltita dal Manzoni, mettendola in bocca di AdelchiNote 121 · Cfr. «Adelchi», V, 8ª: «loco a gentile Ad innocente non v’è».Note 122 · Nota marginale del Manzoni: «Accennare qui più distintamente le circostanze in cui si trovava il Duca alla morte di suo padre».Note 123 · Nella stampa, con questi ultimi tre versi, di poco variati, finisce l’Atto I.Note 124 · Cfr. «Adelchi», III, 1ª: «Torna agli antichi Disegni il re?».Note 125 · Ora, atto II, sc. 1ª, dice il Pergola: «Italia forse Mai da’ barbari in poi non vide a fronte Due sì possenti eserciti».Note 126 · Cfr. ora atto II, scena 1ª: MALATESTI. ....Voi lo vedete; il Carmagnola Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto Sugli occhi nostri alfin MaclodNote 127 · Cfr. ora la nota f), a pag. 169 e 177.Note 128 · Variante marginale: Di lieto augurio: sovverravvi forse Che il portava colui cui Brescia io tolsi.
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