IL CONTE DI CARMAGNOLA TRAGEDIA.
Reading edition
NOTA.—La prima edizione è del 1820, Milano, dalla Tipografia di Vincenzo Ferrario. Ristampata anch’essa varie volte, da varii, in Italia e fuori, questa tragedia fu poi, nel 1845 e nel 1870, ristampata, con parecchi ritocchi, dall’autore. Seguiamo pur qui le due ristampe autentiche, rilevando a piè di pagina le varianti della prima stampa.—Abbiamo altresì notate, questa volta, le molte e considerevoli differenze che corrono fra le tre stampe curate dall’autore, della Prefazione e delle Notizie storiche. Nel tener dietro a una così incontentabile ricerca e a una così instancabile elaborazione e correzione della forma, si prova, oltre il resto, un vero diletto; e il confrontare i tre diversi testi, può riuscire, a chi lo faccia con amorosa diligenza, istruttivo, più e meglio di una qualunque lezione di rettorica o di stilistica, se campata in aria e librata sulle fragili ali delle teorie e delle astrattezze.
Scherillo.
AL SIGNOR CARLO CLAUDIO FAURIEL IN ATTESTATO DI CORDIALE E RIVERENTE AMICIZIA L’AUTORE.
PREFAZIONE
Pubblicando un’opera d’immaginazione che non si uniforma ai canoni di gusto ricevuti comunemente in Italia, e sanzionati dalla consuetudine dei più, io non credo però di dover annoiare[469] il lettore con una lunga esposizione de’ princìpi che ho seguiti in questo lavoro. Alcuni scritti recenti contengono sulla poesia drammatica idee così nuove e vere e di così vasta applicazione, che in essi si può trovare facilmente la ragione d’un dramma il quale, dipartendosi dalle norme prescritte dagli antichi trattatisti, sia ciò non ostante condotto con una qualche intenzione. Oltredichè,[470] ogni componimento presenta a chi voglia esaminarlo gli elementi necessari a regolarne un giudizio; e a mio avviso sono questi: quale sia l’intento dell’autore; se questo intento sia ragionevole; se l’autore l’abbia conseguito. Prescindere da un tale esame, e volere a tutta forza giudicare ogni lavoro secondo regole, delle quali è controversa appunto l’universalità e la certezza, è lo stesso che esporsi a giudicare stortamente un lavoro: il che per altro è uno de’ più piccoli[471] mali che possano accadere in questo mondo.
Tra i vari espedienti[472] che gli uomini hanno trovati per imbrogliarsi reciprocamente, uno de’ più ingegnosi[473] è quello d’avere, quasi per ogni argomento, due massime opposte, tenute ugualmente[474] come infallibili. Applicando quest’uso anche ai piccoli[475] interessi della poesia, essi dicono a chi la esercita: siate originale, e non fate nulla di cui i grandi poeti non vi abbiano lasciato l’esempio. Questi comandi che rendono difficile l’arte più di quello che è già, levano[476] anche a uno scrittore la speranza di poter rendere ragione d’un lavoro poetico; quand’anche non ne lo ritenesse il ridicolo a cui s’espone sempre l’apologista de’ suoi propri versi.
Ma poichè la quistione delle due unità di tempo e di luogo può esser trattata tutta in astratto, e senza far parola della presente qualsisia[477] tragedia; e poichè queste unità, malgrado gli argomenti a mio credere inespugnabili che furono addotti contro di esse, sono ancora da moltissimi tenute[478] per condizioni indispensabili del dramma; mi giova di riprenderne[479] brevemente l’esame. Mi studierò[480] per altro di fare piuttosto una picciola[481] appendice, che una ripetizione degli scritti che le hanno già combattute.
I. L’unità di luogo, e la così detta unità di tempo, non sono regole fondate nella ragione dell’arte, nè connaturali all’indole[482] del poema drammatico; ma sono venute da una autorità non bene intesa, e da princìpi arbitrari: ciò risulta evidente a chi osservi la genesi di esse. L’unità di luogo è nata dal fatto che la più parte delle tragedie greche imitano un’azione la quale si compie in un sol luogo, e dalla idea che il teatro greco sia un esemplare perpetuo ed esclusivo di perfezione drammatica. L’unità di tempo ebbe origine da un passo di Aristotelea), il quale, come benissimo osserva il signor Schlegelb), non contiene un precetto, ma la semplice notizia di un fatto; cioè della pratica più generale del teatro greco. Che se Aristotele[483] avesse realmente inteso di stabilire un canone dell’arte, questa sua frase avrebbe il doppio inconveniente di non esprimere un’idea precisa, e di non essere accompagnata da alcun ragionamento.
Quando poi vennero quelli che[484], non badando all’autorità, domandarono la ragione di queste regole, i fautori di esse non seppero trovarne che una, ed è: che, assistendo lo spettatore realmente alla rappresentazione d’un’azione, diventa per lui inverosimile che le diverse parti di questa[485] avvengano in diversi luoghi, e che essa duri per un lungo tempo, mentre lui[486] sa di non essersi mosso di luogo, e d’avere impiegate solo poche ore ad osservarla. Questa ragione è evidentemente fondata su un[487] falso supposto, cioè che lo spettatore sia lì come parte dell’azione; quando è[488], per così dire, una mente estrinseca che la contempla. La verosimiglianza[489] non deve nascere in lui dalle relazioni[490] dell’azione col suo modo attuale di essere, ma da quelle[491] che le varie parti dell’azione hanno tra[492] di loro. Quando si considera che lo spettatore è fuori dell’azione, l’argomento in favore delle unità svanisce.
II. Queste regole non sono in analogia con gli[493] altri princìpi dell’arte ricevuti da quegli stessi che le credono necessarie. Infatti s’ammettono nella tragedia come verosimili molte cose che non lo sarebbero se ad esse s’applicasse il principio sul quale si stabilisce la necessità delle due unità; il principio, cioè, che nel dramma rappresentato siano verosimili que’ fatti soli[494] che s’accordano con la presenza dello spettatore, dimanierachè[495] possano parergli[496] fatti reali. Se uno[497] dicesse, per esempio: que’ due personaggi che parlano tra loro di cose segretissime, come se credessero[498] d’esser soli, distruggono ogni illusione, perchè io sento d’esser loro visibilmente presente, e li veggo esposti agli occhi d’una moltitudine; gli[499] farebbe precisamente la stessa obiezione[500] che i critici fanno alle tragedie dove sono trascurate le due unità. A quest’uomo non si può dare che una risposta: la platea non entra nel dramma: e questa risposta vale anche per le due unità. Chi cercasse il motivo per cui non si sia esteso il falso principio anche a questi casi, e non si sia imposto all’arte anche questo giogo, io credo che non ne troverebbe altro, se non che per questi casi non ci era[501] un periodo d’Aristotele.
III. Se poi queste regole si confrontano con l’esperienza[502], la gran prova che non sono necessarie alla illusione è[503], che il popolo si trova nello stato d’illusione voluta dall’arte, assistendo ogni giorno[504] e in tutti i paesi a rappresentazioni dove esse non sono osservate; e il popolo in questa materia è il miglior testimonio. Poichè non conoscendo esso la distinzione dei diversi generi d’illusione, e non avendo alcuna idea teorica del verosimile dell’arte definito da alcuni critici pensatori; niuna idea astratta, niun precedente giudizio potrebbe fargli ricevere un’impressione di verosimiglianza da cose che non fossero naturalmente atte a produrla. Se i cangiamenti di scena distruggessero l’illusione, essa dovrebbe certamente essere più presto distrutta nel popolo che nelle persone colte, le quali piegano più facilmente la loro fantasia a secondar l’intenzioni dell’artista.
Se dai teatri popolari passiamo ad esaminare qual caso[505] si sia fatto[506] di queste regole ne’ teatri colti delle diverse nazioni[507], troviamo che nel greco non sono mai state stabilite[508] per principio, e che s’è fatto contro ciò che esse prescrivono, ogni volta che l’argomento lo ha richiesto; che i poeti drammatici inglesi e spagnoli[509] più celebri, quelli che[510] sono riguardati come i poeti nazionali, non le hanno conosciute, o non se ne sono curati; che i tedeschi le rifiutano per riflessione. Nel teatro francese vennero introdotte a stento; e l’unità di luogo in ispecie incontrò ostacoli da parte de’ comici stessi, quando vi fu messa[511] in pratica da Mairet[512] con la sua Sofonisba, che si dice la prima tragedia regolare francese: quasi fosse un destino che la regolarità tragica deva[513] sempre cominciare da una Sofonisba noiosa. In Italia queste regole sono state seguite come leggi, e senza discussione, che io sappia, e quindi probabilmente senza esame.
IV. Per colmo poi di bizzarria, è accaduto che quegli stessi che le hanno ricevute non le osservano esattamente in fatto. Perchè, senza parlare di qualche violazione dell’unità di luogo che si trova in alcune tragedie italiane e francesi, di quelle chiamate esclusivamente regolari, è noto che l’unità di tempo non è osservata nè pretesa nel suo stretto senso, cioè nell’uguaglianza del tempo fittizio attribuito all’azione col tempo reale che essa occupa nella rappresentazione. Appena in tutto il teatro francese si citano tre o quattro tragedie che adempiscano[514] questa condizione. Comme il est très-rare (dice un critico francese) de trouver des sujets qui puissent être resserrés dans des bornes si étroites, on a élargi la règle, et on l’a étendue jusqu’à vingt-quatre heuresc). Con una tale[515] transazione i trattatisti non hanno fatto altro che riconoscere l’irragionevolezza[516] della regola, e si sono messi in un campo dove non possono sostenersi in nessuna maniera[517]. Giacchè si potrà ben discutere con chi è di parere che l’azione non deva oltrepassare il tempo materiale della rappresentazione; ma chi ha abbandonato questo punto, con qual[518] ragione pretenderà che uno si tenga[519] in un limite fissato così[520] arbitrariamente? Cosa[521] si può mai dire a un critico, il quale crede[522] che si possano allargare le regole? Accade qui, come in molte altre cose, che sia più ragionevole chiedere[523] il molto che il poco. Ci sono ragioni[524] più che sufficienti per esimersi da queste regole; ma non se ne può trovare una per ottenere una facilitazione a chi le voglia seguire[525]. Il serait donc à souhaiter (dice un altro critico) que la durée fictive de l’action pût se borner au temps du spectacle; mais c’est être ennemi des arts, et du plaisir qu’ils causent, que de leur imposer des lois qu’ils ne peuvent suivre, sans se priver de leurs ressources les plus fécondes, et de leurs plus rares beautés. Il est des licences heureuses, dont le Public convient tacitement avec les poètes, à condition qu’ils les employent à lui plaire, et à le toucher; et de ce nombre est l’extension feinte et supposée du temps réel de l’action théâtraled). Ma le [526] licenze felici sono parole senza senso in letteratura; sono di quelle molte espressioni che rappresentano un’idea chiara nel loro significato proprio e comune, e che usate qui metaforicamente rinchiudono una contradizione.[527] Si chiama ordinariamente licenza ciò che si fa contro le regole prescritte dagli uomini; e si danno in questo senso licenze felici, perchè tali regole possono essere, e sono spesso, più generali di quello che la natura delle cose richieda.[528] Si è trasportata questa espressione nella grammatica, e vi sta bene; perchè le regole[529] grammaticali essendo di convenzione, e per conseguenza alterabili, può uno scrittore, violando alcuna di queste, spiegarsi meglio; ma nelle regole intrinseche alle arti del bello la cosa sta altrimenti. Esse devono essere fondate sulla natura, necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de’ critici, trovate, non fatte; e quindi la trasgressione di esse non può esser altro che infelice.[530] — Ma perchè queste riflessioni su due parole? Perché nelle[531] due parole appunto sta l’errore. Quando s’abbraccia un’opinione storta, si usa per lo più spiegarla con frasi metaforiche e ambigue, vere in un senso e false in un altro; perchè la frase chiara svelerebbe la contradizione. E a voler mettere in chiaro[532] l’erroneità della opinione, bisogna[533] indicare dove sia[534] l’equivoco.
V. Finalmente queste regole impediscono molte bellezze, e producono molti inconvenienti.
Non discenderò a dimostrare[535] con esempi la prima parte di questa proposizione: ciò è stato fatto egregiamente più d’una volta. E la cosa resulta[536] tanto evidentemente dalla più leggiera osservazione d’alcune tragedie inglesi e tedesche, che i sostenitori[537] stessi delle regole sono costretti a riconoscerla[538]. Confessano essi che il non astringersi ai limiti reali di tempo e di luogo lascia il campo a una imitazione ben altrimenti varia e forte: non negano le bellezze ottenute a scapito delle regole; ma affermano che bisogna rinunziare a quelle bellezze, giacchè per ottenerle bisogna cadere nell’inverosimile. Ora, ammettendo l’obiezione, è chiaro che l’inverosimiglianza tanto temuta non si farebbe sentire[539] che alla rappresentazione scenica; e però la tragedia da recitarsi sarebbe di sua natura incapace di quel grado di perfezione, a cui può arrivare[540] la tragedia, quando non si consideri che come un poema in dialogo, fatto soltanto per la lettura, del pari che il narrativo. In tal caso, chi vuol cavare dalla poesia ciò che essa può dare, dovrebbe preferire sempre questo secondo genere di tragedia: e nell’alternativa di sacrificare o la rappresentazione materiale, o ciò che forma l’essenza del bello poetico, chi potrebbe mai stare in dubbio? Certo, meno d’ogni altro quei critici i quali sono sempre[541] di parere che le tragedie greche non siano[542] mai state superate dai moderni, e che producano il sommo effetto poetico, quantunque non servano più che alla[543] lettura. Non ho inteso con ciò di concedere che i drammi senza le unità riescano inverosimili alla recita; ma da una conseguenza ho voluto far sentire il valore del principio.
Gl’inconvenienti che nascono[544] dall’astringersi alle due unità, e specialmente a quella di luogo, sono ugualmente[545] confessati dai critici. Anzi non par credibile che le inverosimiglianze esistenti nei drammi orditi secondo queste regole, siano così tranquillamente tollerate da coloro che vogliono le regole a solo fine d’ottenere la verosimiglianza. Cito un solo esempio di questa loro rassegnazione: Dans Cinna il faut que la conjuration se fasse dans le cabinet d’Émilie, et qu’Auguste vienne dans ce même cabinet confondre Cinna, et lui pardonner: cela est peu naturel. La sconvenienza[546] è assai bene sentita, e sinceramente confessata. Ma la giustificazione è singolare. Eccola: Cependant il le faute).
Forse si è qui eccessivamente ciarlato su una questione[547] già così bene sciolta, e che a molti può parer[548] troppo frivola. Rammenterò[549] a questi ciò che disse molto sensatamente in un caso consimile un noto scrittore[550]: Il n’y a pas grand mal à se tromper en tout cela: mais il vaut encore mieux ne s’y point tromper, s’il est possiblef). E del rimanente, credo che[551] una tale questione abbia il suo lato importante. L’errore solo è frivolo in ogni senso. Tutto ciò che ha relazione con l’arti della parola, e coi diversi modi d’influire sulle idee e sugli affetti degli uomini, è legato di sua natura con oggetti gravissimi. L’arte drammatica si trova presso tutti i popoli civilizzati: essa è considerata da alcuni come un mezzo potente di miglioramento, da altri come un mezzo potente di corruttela, da nessuno come una cosa[552] indifferente. Ed è[553] certo che tutto ciò che tende a ravvicinarla o ad allontanarla dal suo tipo di verità e di perfezione, deve alterare, dirigere, aumentare, o diminuire la sua influenza.
Quest’ultime riflessioni conducono a una[554] questione più volte discussa, ora quasi dimenticata, ma che io credo tutt’altro che sciolta; ed è: se la poesia drammatica sia utile o dannosa. So che ai nostri giorni sembra pedanteria il conservare alcun dubbio sopra di ciò[555], dacchè il Pubblico di tutte le nazioni colte ha sentenziato col fatto in favore del teatro. Mi sembra però che ci voglia molto coraggio per sottoscriversi senza esame a una sentenza contro la quale sussistono le proteste[556] di Nicole, di Bossuet, e di G. G. Rousseau, il di cui[557] nome unito a questi viene qui ad avere una autorità singolare. Essi hanno unanimemente inteso di stabilire due punti: uno[558] che i drammi da loro conosciuti ed esaminati sono immorali: l’altro che ogni dramma deva esserlo, sotto pena di riuscire freddo, e quindi vizioso secondo l’arte; e che in conseguenza la poesia drammatica sia una di quelle cose che si devono abbandonare, quantunque producano dei piaceri, perchè essenzialmente dannose. Convenendo interamente sui vizi del sistema drammatico giudicato dagli scrittori nominati qui sopra, oso credere illegittima la conseguenza che[559] ne hanno dedotta contro la poesia drammatica in generale.[560] Mi pare[561] che siano stati tratti in errore dal non aver supposto possibile altro sistema che [562] quello seguito in Francia. Se ne può dare, e se ne dà un altro suscettibile del più alto grado d’interesse e immune [563] dagl’inconvenienti di quello: un sistema conducente allo scopo morale, ben lungi dall’essergli contrario. Al presente saggio di componimento drammatico, m’ero proposto [564] d’unire un discorso su tale argomento. Ma costretto da alcune circostanze a rimettere questo lavoro ad altro tempo, mi fo lecito d’annunziarlo; perchè mi pare [565] cosa sconveniente il manifestare una opinione contraria [566] all’opinione ragionata d’uomini di prim’ordine, senza addurre le proprie ragioni, o senza prometterle almenog).
Mi rimane a render conto del Coro introdotto una volta in questa tragedia, il quale, per non essere nominati personaggi che lo compongano [567], può parere [568] un capriccio, o un enimma [569]. Non posso meglio spiegarne l’intenzione, che riportando in parte ciò che il signor Schlegel ha detto dei Cori greci: Il Coro è da riguardarsi come la personificazione de’ pensieri morali che l’azione ispira, come l’organo de’ sentimenti del poeta che parla in nome dell’intera umanità. E poco sotto: Vollero i greci che in ogni dramma il Coro.... fosse prima di tutto il rappresentante del genio nazionale, e poi [570] il difensore della causa dell’umanità: il Coro era insomma lo spettatore ideale; esso temperava l’impressioni violente [571] e dolorose d’un’azione qualche volta [572] troppo vicina al vero; e riverberando, per così dire, allo spettatore reale le sue proprie emozioni, gliele rimandava raddolcite dalla vaghezza d’un’espressione lirica e armonica, e lo conduceva così nel campo più tranquillo della contemplazioneh). Ora m’è parso [573] che, se i Cori dei greci non sono combinabili col sistema tragico moderno, si possa però ottenere in parte il loro fine, e rinnovarne lo spirito, inserendo degli squarci lirici composti sull’idea [574] di que’ Cori. Se l’essere questi indipendenti dall’azione e non applicati a personaggi li priva d’una [575] gran parte dell’effetto che producevano quelli, può però, a mio credere, renderli suscettibili d’uno slancio più lirico, più variato e più fantastico. Hanno inoltre sugli antichi il vantaggio d’essere senza inconvenienti: non essendo legati con l’orditura dell’azione, non saranno mai cagione che questa si alteri e si scomponga per farceli[576] stare. Hanno finalmente un altro vantaggio per l’arte, in quanto, riserbando al poeta un cantuccio dov’egli possa parlare in persona propria, gli diminuiranno la tentazione d’introdursi nell’azione, e di prestare ai personaggi i suoi propri sentimenti: difetto dei più notati negli scrittori drammatici. Senza indagare se questi Cori potessero mai essere in qualche modo adattati alla recita, io propongo soltanto che siano destinati alla lettura: e prego il lettore d’esaminare questo progetto indipendentemente dal saggio che qui se ne presenta; perchè il progetto mi sembra potere essere atto a dare all’arte più importanza e perfezionamento, somministrandole un mezzo più diretto, più certo e più determinato d’influenza morale.
Premetto alla tragedia alcune notizie storiche sul personaggio e sui fatti che sono l’argomento di essa, pensando che chiunque si risolve a leggere un componimento misto d’invenzione e di verità storica, ami di potere, senza lunghe ricerche, discernere ciò che vi è conservato di avvenimenti reali.
NOTE DEL MANZONI ALLA PREFAZIONE DEL “CARMAGNOLA„
a) «Sono differenti in questo (l’Epopea e la Tragedia), che quella ha il verso misurato semplice, ed è raccontativa, e formata di lunghezza; e questa si sforza, quanto può il più, di stare sotto un giro del sole, o di mutarne poco; ma l’Epopea è smoderata per tempo, ed in ciò è differente dalla Tragedia». Traduzione del Castelvetro.
b) Corso di Letteratura drammatica, Lezione X.
c) Batteux, Principes de la littérature, Traité V, chap. 4.
d) Marmontel, Éléments de littérature, art. Unité.
e) Batteux, l. c.
f) Fleury, Mœurs des Israélites, X.
g) Altre circostanze non hanno permesso all’autore di mantenere questa promessa. E lo dice senza riguardo, sapendo bene che sono mancanze le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso quello di benemerito. Del rimanente, questo punto è stato toccato in parte nella Lettre à M.r Ch..... sur l’unité de temps et de lieu dans la tragédie. E forse, per ciò che riguarda la questione generale, basta osservare che tutta l’argomentazione di quegli scrittori è fondata sulla supposizione, che il dramma non possa interessare se non in quanto comunichi allo spettatore o al lettore le passioni rappresentate in esso. Supposizione venuta dall’aver preso per condizione universale e naturale del dramma ciò ch’era un fatto speciale de’ drammi esaminati da loro, e della quale la più parte de’ drammi immortali de Shakespeare sono una confutazione tanto evidente quanto magnifica.—[Questa nota, s’intende, è stata aggiunta nell’edizione del 1845. Ma vedi più avanti i Materiali estetici, dov’è pur pubblicato quanto altro il Manzoni aveva buttato giù intorno alla questione della moralità nelle opere tragiche.—Sch.].
h) Corso di Letteratura drammatica, Lezione III.
NOTIZIE STORICHE.
Francesco di Bartolommeo[577] Bussone, contadino, nacque in Carmagnola, donde prese il nome di guerra che gli è rimasto nella storia. Non si sa di certo in qual anno nascesse: il Tenivelli[578], che ne scrisse la storia[579] nella Biografia Piemontese, crede che sia stato[580] verso il 1390. Mentre ancor giovinetto[581] pascolava delle pecore[582], l’aria fiera del suo volto fu osservata da un soldato di ventura, che lo invitò a venir con lui[583] alla guerra. Egli lo seguì volentieri,[584] e si mise[585] con esso al soldo[586] di Facino Cane, celebre condottiero.
Qui la storia del Carmagnola comincia ad esser legata con quella del suo tempo: io non toccherò di questa se non[587] i fatti principali, e particolarmente quelli[588] che sono accennati o rappresentati nella tragedia. Alcuni di essi sono raccontati[589] così diversamente dagli storici, che è impossibile[590] formarsene e darne una opinione, certa ed unica: tra le relazioni[591] spesso varie, e talvolta opposte, ho scelto quelle che mi sono parse[592] più verosimili, o sulle quali gli scrittori vanno più d’accordo.[593]
Alla morte di Giovanni Maria Visconti Duca di Milano (1412), il di lui fratello[594] Filippo Maria Conte di Pavia era rimasto erede, in titolo, del Ducato. Ma questo Stato, ingrandito dal loro padre[595] Giovanni Galeazzo, s’era[596] sfasciato nella minorità di Giovanni, pessimamente tutelata, e nel suo debole e crudele governo.[597] Molte città s’erano[598] ribellate, alcune erano tornate in potere de’ loro antichi[599] signori, d’altre s’erano fatti padroni i condottieri[600] stessi delle truppe ducali. Facino Cane, uno di questi[601], il quale di Tortona, Vercelli ed altre città s’era[602] formato un piccolo principato, morì in Pavia lo stesso giorno che[603] Giovanni Maria fu ucciso da’ congiurati in Milano. Filippo sposò Beatrice Tenda vedova di Facino, e con questo mezzo si trovò padrone delle città già possedute[604] da lui, e de’ suoi militi.
Era tra essi il Carmagnola, e ci[605] aveva già un comando. Questo esercito corse col nuovo Duca sopra Milano, ne scacciò[606] il figlio naturale di Barnabò Visconti, Astorre, il quale se n’era impadronito, e[607] lo sforzò a ritirarsi in Monza, dove assediato, rimase ucciso. Il Carmagnola si segnalò tanto in quest’impresa, che fu nominato condottiero dal Duca[608].
Tutti gli storici riguardano il Carmagnola come artefice della potenza di Filippo. Fu il Carmagnola che gli riacquistò in poco[609] tempo Piacenza, Brescia, Bergamo, e altre città. Alcune ritornarono allo Stato per vendita o per semplice cessione di quelli che le avevano occupate: il terrore che già ispirava il nome del nuovo condottiero sarà probabilmente stato il motivo di queste transazioni. Egli espugnò inoltre Genova, e la riunì agli stati del Duca. E questo[610], che nel 1412 era senza potere e come prigioniero in Pavia, possedeva nel 1424 venti città «acquistate», per servirmi delle parole di Pietro Verri, «colle nozze della infelice Duchessaa), e colla fede e col valore del Conte Francesco». Venne il Carmagnola creato dal Duca conte di Castelnuovo; sposò Antonietta Visconti parente di esso[611], non si sa in qual grado; e si fabbricò in Milano il palazzo chiamato ancora[612] del Broletto.
L’alta fama dell’esimio condottiero[613], l’entusiasmo de’ soldati per lui, il suo carattere fermo e altiero, la grandezza forse de’ suoi servizi[614], gli alienarono l’animo del Duca. I nemici del Conte, tra i quali il Bigli, storico contemporaneo, cita Zanino Riccio e Oldrado Lampugnano, fomentarono i sospetti e l’avversione del loro signore. Il Conte fu spedito governatore a Genova, e levato[615] così dalla direzione della milizia. Aveva conservato il comando di trecento cavalli; il Duca gli chiese per lettere che lo rinunziasse. Il Carmagnola rispose pregandolo che non volesse spogliare dell’armi un uomo nutrito tra l’armi: e ben s’accorse, dice il Biglib), che questo era un consiglio[616] de’ suoi nemici, i quali confidavano di poter tutto osare, quando lo avessero ridotto a condizione privata. Non ottenendo risposta nè alle lagnanze, nè alla domanda espressa d’essere licenziato dal servizio[617], il Conte si risolvette di recarsi in persona a parlare col Principe. Questo[618] dimorava in Abbiategrasso. Quando il Carmagnola si presentò per entrare nel castello, si sentì[619] con sorpresa dire[620] che aspettasse. Fattosi annunziare al Duca, ebbe in risposta ch’era[621] impedito, e che[622] parlasse con Riccio. Insistette[623], dicendo d’aver poche cose e da comunicarsi al Duca stesso; e gli fu replicata la prima risposta. Allora rivolto a Filippo, che lo guardava da una balestriera[624], gli rimproverò la sua ingratitudine, e la sua perfidia, e giurò che presto[625] si farebbe desiderare da chi non voleva allora ascoltarlo: diede volta[626] al cavallo, e partì coi pochi compagni che aveva condotti[627] con sè, inseguito invano da Oldrado, il quale, al dir del Bigli, credette meglio di non arrivarlo[628].
Andò il Carmagnola in Piemonte, dove abboccatosi con Amedeo duca di Savoia suo natural principe, fece di tutto per inimicarlo a Filippo; poi attraversando la Savoia, la Svizzera e il Tirolo, si portò a Treviso. Filippo confiscò i beni assai ragguardevoli che il Carmagnola aveva nel Milanesec).
Giunto il Carmagnola a Venezia il giorno 23 di febbraio del 1425, vi fu accolto con distinzione, gli fu dato alloggio dal pubblico nel Patriarcato, e concessa licenza di portar armi a lui e al suo seguito. Due giorni dopo, fu preso al servizio[629] della Repubblica con 300 lanced).
I Fiorentini, impegnati allora in una guerra infelice contro[630] il Duca Filippo, chiedevano[631] l’alleanza dei Veneziani: il Duca instava presso di essi perchè volessero rimanere in pace con lui. In questo frattempo un Giovanni Liprando, fuoruscito milanese, pattuì col Duca d’ammazzare il[632] Carmagnola, purchè gli fosse concesso di ritornare a casa[633]. La trama fu sventata, e levò[634] ai Veneziani ogni dubbio che il Conte fosse mai più per riconciliarsi col suo antico principe. Il Bigli attribuisce in gran parte a questa scoperta la risoluzione dei Veneziani per la guerra. Il doge propose in senato che si consultasse il Carmagnola: questo[635] consigliò la guerra: il doge opinò pure caldamente per essa: e fu risoluta. La lega coi Fiorentini e con altri Stati d’Italia fu proclamata in Venezia il giorno 27 gennaio del 1426. Il giorno[636] 11 del mese seguente il Carmagnola fu creato capitano generale delle genti di[637] terra della Repubblica; e il 15[638] gli fu dato dal doge il bastone e lo stendardo di capitano, all’altare di san Marco.
Trascorrerò più rapidamente che mi sarà possibile sugli avvenimenti di questa guerra, la quale fu interrotta da due paci, fermandomi solo sui fatti che hanno somministrato materiali[639] alla tragedia.
«Ridussesi la guerra in Lombardia, dove fu governata dal Carmagnola virtuosamente, ed in pochi mesi tolse molte terre al Duca insieme con la città di Brescia; la quale espugnazione in quelli tempi, e secondo quelle guerre, fu tenuta mirabile»e). Papa Martino V s’intromise; e sul finire dello stesso anno fu conclusa[640] la pace, nella quale Filippo cedette ai Veneziani Brescia col suo territorio.
Nella seconda guerra (1427) il Carmagnola mise[641] per la prima volta in uso un suo ritrovato[642] di fortificare il campo con un doppio recinto[643] di carri, sopra ognuno de’ quali stavano tre balestrieri. Dopo molti piccoli fatti, e dopo la presa d’alcune terre, s’accampò[644] sotto il castello di Maclodio, ch’era difeso[645] da una guarnigione duchesca.
Comandavano nel campo del Duca quattro insigni condottieri, Angelo della Pergola, Guido Torello, Francesco Sforza, e Nicolò Piccininof). Essendo nata[646] discordia tra di loro[647], il giovine[648] Filippo vi mandò con pieni poteri Carlo Malatesti pesarese, di nobilissima famiglia; ma, dice il Bigli, alla nobiltà mancava l’ingegno. Questo storico osserva che il supremo comando dato[649] al Malatesti non bastò a levar di mezzo[650] la rivalità de’ condottieri; mentre nel campo veneto a nessuno repugnava d’ubbidire[651] al Carmagnola, benchè avesse sotto di sè[652] condottieri celebri, e principi, come Giovanfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, Antonio Manfredi, di Faenza, e Giovanni Varano, di Camerino.
Il Carmagnola seppe conoscere il carattere del generale nemico, e cavarne[653] profitto. Attaccò Maclodio, in[654] vicinanza del quale era il campo duchesco. I due eserciti si trovarono divisi da un terreno paludoso, in mezzo al quale passava una strada elevata, a guisa d’argine: e tra le paludi s’alzavano qua e là delle macchie poste su un[655] terreno più sodo: il Conte mise in queste degli agguati[656], e si diede a provocare il nemico. Nel campo duchesco i pareri erano vari: i racconti degli storici lo sono poco[657] meno. Ma l’opinione che pare più comune[658], è che il Pergola e il Torello, sospettando d’agguati, opinassero di non dar battaglia: che lo Sforza e il Piccinino la volessero a ogni costo[659]. Carlo fu del parere degli ultimi; la diede, e fu pienamente sconfitto. Appena[660] il suo esercito ebbe affrontato il nemico, fu assalito a destra e a sinistra[661] dall’imboscate, e gli furono fatti, secondo alcuni, cinque, secondo altri, otto mila prigionieri. Il comandante fu preso anche lui[662]; gli altri quattro, chi in una maniera, chi nell’altra[663], si sottrassero.
Un figlio[664] del Pergola si trovò tra i prigionieri.
La notte dopo la battaglia, i soldati vittoriosi lasciarono in libertà quasi tutti i prigionieri. I commissari veneti, che seguivano l’esercito[665], ne fecero delle lagnanze col[666] Conte; il quale domandò a qualcheduno de’ suoi cosa fosse avvenuto de’ prigionieri[667]; ed essendogli risposto che tutti erano stati messi[668] in libertà, meno un[669] quattrocento, ordinò che anche questi fossero rilasciati[670], secondo l’usog).
Uno storico che non solo scriveva in que’ tempi, ma aveva militato in quelle guerre, Andrea Redusio, è il solo, per quanto io sappia, che abbia indicata la vera ragione di quest’uso militare d’allora. Egli l’attribuisce al timore che i soldati avevano di veder presto finite le guerre, e di sentirsi[671] gridare dai popoli: alla zappa i soldatih).
I Signori veneti furono punti e insospettiti dal procedere del Conte; ma senza giusta ragione[672]. Infatti, prendendo[673] al soldo un condottiero, dovevano aspettarsi che[674] farebbe la guerra secondo le leggi della guerra comunemente seguite; e non[675] potevano senza indiscrezione pretendere che prendesse il rischioso impegno d’opporsi a un’usanza[676] così utile e cara ai soldati, esponendosi a venire in odio a tutta la milizia, e a privarsi d’ogni appoggio. Avevano bensì ragione di pretender da lui[677] la fedeltà e lo zelo, ma non una devozione illimitata: questa s’accorda solamente[678] a una causa che s’abbraccia per entusiasmo o per dovere. Non trovo però che dopo le prime osservazioni de’ commissari, la Signoria[679] abbia fatte[680] col Carmagnola altre lagnanze su[681] questo fatto: non si parla anzi che d’onori e di ricompense.
Nell’aprile del 1428 fu conclusa tra i Veneziani e il Duca un’altra di quelle solite paci.
La guerra risorta[682] nel 1431, non ebbe per il Conte così prosperi cominciamenti come le due passate. Il castellano che comandava in Soncino per il[683] Duca, si finse disposto a cedere per tradimento quel castello al Carmagnola. Questo ci[684] andò con una parte dell’esercito[685], e cadde[686] in un agguato, dove lasciò prigionieri, secondo il Bigli, secento[687] cavalli e molti fanti, salvandosi lui[688] a stento.
Pochi giorni dopo, Nicola[689] Trevisani, capitano dell’armata veneta sul Po, venne alle prese coi galeoni del Duca[690]. Il Piccinino e lo Sforza, facendo le viste di voler attaccare[691] il Carmagnola, lo rattennero[692] dal venire in aiuto[693] all’armata veneta, e intanto imbarcarono gran parte delle loro genti di[694] terra sulle navi del Duca. Quando il Carmagnola s’avvide dell’inganno, e corse per sostenere i suoi, la battaglia era vicino all’altra[695] riva. L’armata veneta fu sconfitta, e il capitano di essa fuggì in una barchetta.
Gli storici veneti accusano qui il Carmagnola di tradimento.[696] Gli storici che non hanno preso[697] il tristo assunto di giustificare i suoi uccisori, non gli danno altra taccia che[698] d’essersi lasciato ingannare da uno stratagemma. Par certo che la condotta del Trevisani fosse imprudente da principio[699], e irresoluta nella battagliai). Fu[700] bandito, e gli furono confiscati i[701] beni; «e al capitano generale (Carmagnola)[702], per imputazione di non aver dato favore all’armata, con lettere del Senato fu scritta una lieve riprensionej)».
Il giorno 18 d’ottobre[703], il Carmagnola diede ordine al Cavalcabò, uno de’ suoi condottieri, di sorprender Cremona. Questo riuscì a occuparne una[704] parte; ma essendosi i cittadini levati a stormo, dovette[705] abbandonare l’impresa, e ritornare al campo.
Il Carmagnola non credette a proposito d’andar[706] col grosso dell’esercito a sostenere quest’impresa; e mi par[707] cosa strana che ciò gli sia stato imputato a tradimento dalla Signoria[708]. La resistenza, probabilmente inaspettata, del popolo spiega benissimo perchè il generale[709] non si sia ostinato a combattere una città che[710] sperava d’occupare tranquillamente per sorpresa: il tradimento non ispiega nulla; giacchè non si sa vedere perchè il Carmagnola avrebbe ordinata la spedizione, il cattivo esito della quale non fu d’alcun vantaggio per il nemico.[711]
Ma la Signoria, risoluta, secondo l’espressione del Navagero, di liberarsi del Carmagnola, cercò in qual maniera potesse[712] averlo nelle mani disarmato; e non ne trovò una più pronta[713] nè più sicura, che[714] d’invitarlo a Venezia col[715] pretesto di consultarlo sulla pace. Ci[716] andò senza sospetto, e in tutto il viaggio furono fatti onori straordinari a lui e al Gonzaga che l’accompagnava.[717] Tutti gli storici, anche veneziani[718], sono d’accordo in questo[719]; pare anzi che raccontino con un sentimento di compiacenza questo procedere, come un bel tratto di ciò che altre volte si chiamava prudenza e virtù politica. Arrivato[720] a Venezia, «gli furono mandati incontro otto gentiluomini, avanti ch’egli smontasse a casa sua, che l’accompagnarono a San Marcok)». Entrato che fu[721] nel palazzo ducale, si rimandarono le sue genti, dicendo loro che il Conte si fermerebbe a lungo col doge. Fu arrestato nel palazzo e condotto in prigione. Fu esaminato da una Giunta, alla quale il Navagero dà nome di Collegio secreto; e condannato a morte, fu, il[722] giorno 5 di maggio del 1432, condotto con le sbarre alla bocca tra le due colonne della Piazzetta, e[723] decapitato. La moglie e una figlia[724] del Conte (o due figlie[725], secondo alcuni) si trovavano allora in Venezia.
Nulla d’autentico si ha sull’innocenza o sulla reità di questo grand’uomo. Era da aspettarsi che gli storici veneziani[726], che volevano scrivere e viver tranquilli, l’avrebbero trovato colpevole[727]. Essi esprimono quest’opinione[728] come una cosa di fatto[729], e con quella negligenza che è naturale a chi parla in favore della forza. Senza perdersi in congetture, asseriscono che il Carmagnola fu convinto coi tormenti, coi testimoni e con le sue proprie lettere. Di questi tre mezzi di prova il solo che si sappia di certo essere stato adottato[730] è l’infamissimo primo, quello che non prova nulla.
Ma oltre la mancanza assoluta di testimonianze dirette storiche, che confermino la[731] reità del Carmagnola, molte riflessioni la fanno parere[732] improbabile. Nè i Veneziani hanno rivelato mai quali fossero le condizioni del tradimento pattuito; nè d’altra parte s’è saputo mai nulla d’un tale trattato. Quest’accusa è isolata nella storia, e non si appoggia a nulla, se non a qualche svantaggio di guerra, il quale anche si spiega senza ricorrere a questa supposizione: e sarebbe una legge stravagante non meno che atroce quella che volesse imputato a perfidia del generale ogni evento infelice. Si badi[733] inoltre all’essere il Conte andato[734] a Venezia senza esitazione, senza riguardi e senza precauzioni; si badi all’aver sempre la Signoria fatto un mistero di questo fatto, malgrado la[735] taccia d’ingratitudine e d’ingiustizia che gli si dava in Italia; si badi[736] alla crudele precauzione di mandare il Conte al supplizio con le sbarre alla bocca, precauzione tanto più da notarsi, in quanto s’adoprava[737] con uno che non era veneziano, e[738] non poteva aver partigiani nel popolo; si badi finalmente[739] al carattere noto del Carmagnola e del Duca di Milano, e si vedrà che l’uno e l’altro ripugnano alla supposizione d’un trattato di questa sorte tra di loro. Una riconciliazione segreta con un uomo che gli era stato orribilmente ingrato, e che aveva tentato di farlo ammazzare; un patto di far la guerra da stracco, anzi di[740] lasciarsi battere, non s’accordano con l’animo impetuoso, attivo, avido di gloria del Carmagnola. Il Duca non era perdonatore; e il Carmagnola che lo conosceva meglio d’ogni altro, non avrebbe mai potuto credere a una riconciliazione stabile e sicura con lui. Il disegno di ritornare con Filippo offeso non poteva mai venire in mente[741] a quell’uomo che aveva esperimentate[742] le retribuzioni di Filippo beneficato.
Ho cercato se negli storici contemporanei si trovasse qualche traccia d’un’opinione[743] pubblica, diversa da quella che la Signoria veneta[744] ha voluto far prevalere[745]; ed ecco ciò che n’ho[746] potuto raccogliere[747].
Un cronista di Bologna, dopo aver raccontata la fine de Carmagnola, soggiunge: «Dissesi che questo hanno fatto perchè egli non faceva lealmente per loro la guerra contra il Duca di Milano, come egli doveva, e che s’intendeva col Duca. Altri dicono che, come vedevano tutto lo Stato loro posto nelle mani del Conte, capitano d’un tanto esercito, parendo loro di stare a gran pericolo, e non sapendo con qual miglior modo potessero deporlo, han trovato cagione di tradimento contra di lui. Iddio voglia che abbiano fatto saviamente; perchè par pure, che per questo la Signoria abbia molto diminuita la sua possanza, ed esaltata quella del Duca di Milanol)».
E il Poggio: «Certuni dicono che non abbia meritata la morte con delitto di sorte veruna[748]; ma che ne fosse cagione la sua superbia, insultante verso i cittadini veneti, e odiosa a tuttim)».
Il Corio poi, scrittore non contemporaneo, ma di poco posteriore, dice così[749]: «Gli tolsero il valsente di più di trecento migliaia di ducati, i quali furono piuttosto cagione della sua morte che altro».
Senza dar molto peso a quest’ultima congettura, mi pare[750] che le prime due, cioè il timore e le vendette private dell’amor proprio, bastino, per que’ tempi, a dare di questo avvenimento una spiegazione probabile, e certo più probabile di un tradimento contrario all’indole e all’interesse dell’uomo a cui fu imputato.[751]
Tra quegli storici moderni, che non adottando ciecamente le tradizioni antiche, le hanno esaminate con un libero giudizio, uno solo, ch’io sappia, si mostrò persuaso affatto che il Carmagnola sia stato colpito[752] da una giusta sentenza. Questo[753] è il Conte Verri; ma basta leggere il passo della sua Storia, che si riferisce a questo avvenimento, per esser[754] convinti che la sua opinione è venuta dal non aver lui[755] voluto informarsi esattamente de’ fatti sui quali andava stabilita. Ecco le sue parole: «O foss’egli allontanato, per una ripugnanza dell’animo, dal portare così la distruzione ad un Principe, dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori, e sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero foss’egli ancora nella fiducia, che umiliato il Duca venisse a fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i meschini nemici, che avevano ardito di nuocergli, cioè i vilissimi cortigiani suoi; o qualunque ne fosse il motivo, il Conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei Procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare disarmati bensì, ma liberi al Duca tutti i generali ed i soldati numerosissimi, che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 di ottobre 1427.... Il seguito delle sue imprese fece sempre più palese il suo animo; poichè trascurò tutte le occasioni, e lentamente progredendo lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. In somma giunse a tale evidenza la cattiva fede del Conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, decapitato in Venezia.... come reo di alto tradimento». Fa stupore il vedere addotto in prova della reità d’un uomo un giudizio segreto di que’ tempi, da uno storico che ne ha tanto conosciuta l’iniquità, e che tanto si studia di farla conoscere a’ suoi lettori. In quanto[756] al fatto de’ prigionieri[757], ognuno vede gli errori della relazione che ho trascritta. Il Conte di Carmagnola non rimandò liberi tutti[758] i soldati, ma quattrocento soli; non rimandò i generali, perchè di questi non fu[759] preso che il Malatesti, e fu[760] ritenuto; non è esatto il dire che i soldati fossero rimandati al Duca: furono semplicemente messi in libertà. Non vedo poi perchè si entri in congetture per ispiegare la condotta del Carmagnola in questa occasione, quando la storia ne dà per motivo un’usanza comune[761].
La sorte del Carmagnola fece un gran rumore[762] in tutta l’Italia; e pare[763] che in particolare i Piemontesi la sentissero più[764] acerbamente, e ne serbassero memoria, come lo indica il seguente aneddoto raccontato dal Denina.[765]
Il primo sospetto che i Veneziani ebbero del segreto della lega di Cambrai venne dalle relazioni d’un loro agente in Milano, il quale era venuto a sapere[766] «che un Carlo Giuffredo, piemontese, che si trovava fra i Segretari di Stato del Governo di Milano ai servigi del Re Luigi, andava fra i suoi famigliari dicendo essere venuto il tempo in cui sarebbesi abbondantemente vendicata la morte del Conte Francesco Carmagnola suo compatriotton)».
Non ho citato questo tratto per applaudire a un sentimento di vendetta, e di patriottismo municipale, ma come un indizio del caso che si faceva di[767] questo gran capitano in quella nobile e bellicosa parte d’Italia, che lo considerava più specialmente come suo.
A quegli avvenimenti che si sono scelti per farne il materiale della presente Tragedia, s’è conservato il loro ordine cronologico, e le loro circostanze essenziali; se se ne eccettui l’aver supposto accaduto in Venezia l’attentato contra[768] la vita del Carmagnola, quando in vece accadde[769] in Treviso.
NOTE DEL MANZONI ALLE NOTIZIE STORICHE
a) Filippo la fece decapitare come rea d’adulterio con Michele Orombelli. Il più degli storici la credono innocente.[770]
b) Hist., lib. 4; Rer. Ital. script., t. XIX, col. 72.
c) Tutto questo racconto è cavato[771] dal Bigli.
d) Sanuto, Vite dei duchi di Venezia; Rer. Ital., XXII, 978.
e) Machiavelli, Ist. Fior., lib. 4.
f) Per servire alla dignità del verso, il nome di quest’ultimo personaggio nella Tragedia venne cambiato con quello di Fortebraccio. La storia stessa ha suggerito questo cambiamento[772]; giacchè[773] il Piccinino era nipote di Braccio Fortebracci, e dopo la morte dello zio fu capo de’ soldati della fazione Braccesca.
g) Istos quoque jubeo solita lege dimitti. Bigli, lib. 6.
h) Ad ligonem stipendiarii. Chron. Tarv.; Rer. Ital., XIX, 864.
i) Ai 13 di luglio, essendo stato proclamato Nicolò Trevisano, che fu capitano nel Po, ed essendosi egli assentato, gli Avvogadori di Comune andarono al consiglio de’ Pregadi, e messero di procedere contro di lui, per essere stato rotto in Po da’ galeoni del Duca di Milano ai 21 di giugno passato, in vitupero del Dominio, e per non aver fatto il suo dovere, immo vilissime essersi portato; immo perchè andò pregando gli altri che fuggissero via.—Sanuto, Rer. Ital., XXII, 1017.
j) Navagero, Stor. Ven.; Rer. Ital., XXIII, 1096.
k) Sanuto, Rer. Ital., XXII, 1028.
l) Cronica di Bologna; Rer. Ital., XVIII, 645.
m) Poggii, Hist., lib. 6.
n) Rivoluzioni d’Italia, lib. 20, cap. I.
PERSONAGGI STORICI.
IL CONTE DI CARMAGNOLA.
ANTONIETTA VISCONTI, sua moglie.
UNA LORO FIGLIA, a cui nella tragedia si è attribuito il nome di MATILDE.
FRANCESCO FOSCARI, Doge di Venezia.
GIOVANNI FRANCESCO GONZAGA,
PAOLO FRANCESCO ORSINI,
NICOLÒ DA TOLENTINO, Condottieri al soldo dei Veneziani.
CARLO MALATESTI,
ANGELO DELLA PERGOLA,
GUIDO TORELLO,
NICOLÒ PICCININO, a cui nella tragedia si è attribuito il cognome di FORTEBRACCIO,
FRANCESCO SFORZA,
PERGOLA figlio, Condottieri al soldo Duca di Milano.
PERSONAGGI IDEALI.
MARCO, Senatore veneziano.
MARINO, uno de’ Capi del Consiglio dei Dieci.
PRIMO COMMISSARIO veneto nel campo.
SECONDO COMMISSARIO.
UN SOLDATO del Conte.
UN SOLDATO prigioniero.
Senatori, Condottieri, Soldati, Prigionieri[774], Guardie.
ATTO PRIMO.
SCENA I.
Sala del Senato, in Venezia.
IL DOGE e SENATORI seduti.
IL DOGE.
È giunto il fin de’ lunghi dubbi, è giunto,
Nobiluomini[775], il dì che statuito
Fu a risolver da voi. Su questa lega,
A cui Firenze con sì caldi preghi
Incontro il Duca di Milan c’invita,
Oggi il partito si porrà. Ma pria,
Se alcuno è qui cui non sia noto ancora
Che vile opra di tenebre e di sangue
Sugli occhi nostri fu tentata, in questa
Stessa Venezia, inviolato asilo
Di giustizia e di pace, odami: al nostro
Deliberar rileva assai che alcuno
Qui non l’ignori. Un fuoruscito al Conte
Di Carmagnola insidiò la vita;
Fallito è il colpo, e l’assassino è in ceppi.
Mandato egli era; e quei che a ciò mandollo.
Ei l’ha nomato, ed è.... quel Duca istesso
Di cui qui abbiam gli ambasciatori ancora
A chieder pace, a cui più nulla preme
Che la nostra amistà. Tale arra intanto
Ei ci dà della sua. Taccio la vile
Perfidia della trama, e l’onta aperta
Che in un nostro soldato a noi vien fatta.
Due sole cose avverto: egli odia dunque
Veracemente il Conte; ella è fra loro
Chiusa ogni via di pace; il sangue ha stretto
Tra[776] lor d’eterna inimicizia un patto.
L’odia.... e lo teme: ei sa che il può dal trono
Quella mano sbalzar che in trono il pose;
E disperando che più a lungo in questa
Inonorata, improvida, tradita
Pace restar noi consentiamo, ei sente
Che sia per noi quest’uom; questo tra i primi
Guerrier d’Italia il primo, e, ciò che meno
Forse non è,[777] delle sue forze istrutto
Come dell’arti sue; questo[778] che il lato
Saprà tosto trovargli ove più certa,
E più mortal sia[779] la ferita. Ei volle
Spezzar quest’arme in nostra mano; e noi
Adoperiamla, e tosto. Onde possiamo
Un più fedele e saggio avviso in questo,
Che dal Conte aspettarci? Io l’invitai;
Piacevi udirlo?
(segni di adesione)
S’introduca il Conte.
SCENA II
IL CONTE, e DETTI.
IL DOGE.
Conte di Carmagnola, oggi la prima
Occasion s’affaccia in che di voi
Si valga la Repubblica, e vi mostri
In che conto vi tiene: in grave affare
Grave consiglio ci abbisogna. Intanto
Tutto per bocca mia questo Senato
Si rallegra con voi da sì nefando
Periglio uscito; e protestiam che a noi
Fatta è l’offesa, e che sul vostro capo
Or più che mai fia steso il nostro scudo,
Scudo di vigilanza e di vendetta.
IL CONTE.
Serenissimo Doge, ancor null’altro
Io per questa ospital terra, che ardisco
Nomar mia patria, potei far che voti.
Oh! mi sia dato alfin questa mia vita,
Pur or sottratta al macchinar de’ vili,
Questa che nulla or fa che giorno a giorno
Aggiungere in silenzio, e che guardarsi
Tristamente, tirarla in luce ancora,
E spenderla per voi, ma di tal modo,
Che dir si possa un dì, che in loco indegno
Vostr’alta cortesia posta non era.
IL DOGE.
Certo gran cose, ove il bisogno il chieda[780],
Ci promettiam da voi. Per or ci giovi
Soltanto il vostro senno. In suo soccorso
Contro il Visconte l’armi nostre implora
Già da lungo Firenze. Il vostro avviso
Nella bilancia che teniam librata
Non farà piccol[781] peso.
IL CONTE.
E senno e braccio
E quanto io sono è cosa vostra: e certo
Se mai fu caso in cui sperar m’attenti
Che a voi pur giovi un mio consiglio, è questo.
E lo darò: ma pria mi sia concesso
Di me parlarvi in breve, e un core[782] aprirvi,
Un cor[783] che agogna sol d’esser ben noto.
IL DOGE.
Dite: a questa adunanza indifferente
Cosa che a cor vi stia giunger non puote.
IL CONTE.
Serenissimo Doge, Senatori;
Io sono al punto in cui non posso a voi
Esser grato e fedel, s’io non divengo
Nemico all’uom che mio signor fu un tempo.
S’io credessi che ad esso il più sottile
Vincolo di dover mi leghi ancora,
L’ombra onorata delle vostre insegne
Fuggir vorrei, viver nell’ozio oscuro
Vorrei, prima che romperlo, e me stesso
Far vile agli occhi miei. Dubbio veruno
Sul partito che presi[784] in cor non sento,
Perch’egli è giusto ed onorato: il solo
Timor mi pesa del giudizio altrui.
Oh! beato colui cui la fortuna
Così distinte in suo cammin presenta
Le vie del biasmo e dell’onor, ch’ei puote
Correr certo del plauso, e non dar mai
Passo ove trovi a malignar l’intento
Sguardo del suo nemico. Un altro campo
Correr degg’io, dove in periglio sono
Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto
Nome d’ingrato, l’insoffribil nome
Di traditor. So che de’ grandi è l’uso
Valersi d’opra ch’essi stiman rea,
E profondere a quel[785] che l’ha compita
Premi e disprezzo, il so; ma io non sono
Nato a questo; e il maggior premio che[786] bramo,
Il solo, egli è la vostra stima, e quella
D’ogni cortese; e, arditamente il dico,
Sento di meritarla. Attesto il vostro
Sapiente giudizio[787], o Senatori,
Che d’ogni obbligo sciolto inverso il Duca
Mi tengo, e il sono. Se volesse alcuno
De’ benefizi[788] che tra noi son corsi
Pareggiar le ragioni, è noto al mondo
Qual rimarrebbe il debitor dei due.
Ma di ciò nulla: io fui fedele al Duca
Fin che[789] fui seco, e nol lasciai che quando
Ei mi v’astrinse. Ei mi balzò dal[790] grado
Col mio sangue acquistato: invan tentai
Al mio signor lagnarmi. I miei nemici
Fatto avean siepe intorno al trono: allora
M’accorsi alfin che la mia vita anch’essa
Stava in periglio: a ciò non gli diei tempo.
Chè la mia vita io voglio dar, ma in campo,
Per nobil causa, e con onor, non preso
Nella rete de’ vili. Io lo lasciai,
E a voi chiesi un asilo; e in questo ancora
Ei mi tese un agguato. Ora a costui
Più nulla io deggio; di nemico aperto
Nemico aperto io sono. All’util vostro
Io servirò, ma franco e in mio proposto
Deliberato, come quei ch’è certo
Che giusta cosa imprende.
IL DOGE.
E tal vi tiene
Questo Senato: già tra il Duca e voi
Ha giudicato irrevocabilmente
Italia tutta. Egli la vostra fede
Ha liberata, a voi l’ha resa intatta,
Qual gliela deste il primo giorno. È nostra
Or questa fede; e noi saprem tenerne
Ben altro conto. Or d’essa un primo pegno
Il vostro schietto consigliar ci sia.
IL CONTE.
Lieto son io che un tal consiglio io possa
Darvi senza esitanza. Io tengo al tutto
Necessaria la guerra, e della guerra,
Se oltre il presente è mai concesso all’uomo
Cosa certa veder, certo l’evento;
Tanto più, quanto fien gl’indugi meno.
A che partito è il Duca? A mezzo è vinta
Da lui Firenze; ma ferito e stanco
Il vincitor; voti[791] gli erari: oppressi
Dal terror, dai tributi i cittadini
Pregan dal ciel sull’armi[792] loro istesse
Le sconfitte e le fughe. Io li conosco,
E conoscer li deggio: a molti in mente
Dura il pensier del glorioso, antico
Viver civile; e subito uno sguardo[793]
Rivolgon di desio là dove appena
D’un qualunque avvenir si mostri un raggio,
Frementi del presente e vergognosi.
Ei conosce il periglio; indi l’udite
Mansueto parlarvi; indi vi chiede
Tempo soltanto da sbranar la preda
Che già tiensi tra l’ugne, e divorarla.
Fingiam che glielo diate: ecco mutata
La faccia delle cose; egli soggioga
Senza dubbio Firenze; ecco satolle
Le costui schiere col tesor de’ vinti,
E più folte e anelanti a nove[794] imprese.
Qual prence allor dell’alleanza sua
Far rifiuto oseria? Beato il primo
Ch’ei chiamerebbe amico! Egli sicuro
Consulterebbe e come e quando a voi
Mover la guerra, a voi rimasti soli.
L’ira, che addoppia l’ardimento al prode
Che si sente percosso, ei non la trova
Che ne’ prosperi casi: impaziente
D’ogni dimora ove il guadagno è certo,
Ma ne’ perigli irresoluto: a’ suoi
Soldati ascoso, del pugnar non vuole
Fuor che le prede. Ei nella rocca intanto,
O nelle ville rintanato attende
A novellar di cacce e di banchetti,
A interrogar tremando un indovino.
Ora è il tempo di vincerlo: cogliete
Questo momento: ardir prudenza or fia.
IL DOGE.
Conte, su questo fedel vostro avviso
Tosto il Senato prenderà partito;
Ma il segua, o no, v’è grato; e vede in esso,
Non men che il senno, il vostro amor per noi.
(parte il Conte).
SCENA III.
IL DOGE, e SENATORI.
IL DOGE.
Dissimil certo da sì nobil voto
Nessun s’aspetta il mio. Quando il consiglio
Più generoso è il più sicuro, in forse
Chi potria rimaner? Porgiam la mano
Al fratello che implora: un sacro nodo
Stringe i liberi Stati: hanno comuni
Tra lor rischi e speranze; e treman tutti
Dai fondamenti al rovinar d’un solo.
Provocator dei deboli, nemico
D’ognun che schiavo non gli sia, la pace
Con tanta istanza a che ci chiede il Duca?
Perchè il momento della guerra ei vuole
Sceglierlo, ei solo; e non è questo il suo.
Il nostro egli è, se non ci falla il senno,
Nè l’animo. Ei ci vuole ad uno ad uno;
Andiamgli incontro uniti. Ah! saria questa
La prima volta che il Leon giacesse
Al suon delle lusinghe addormentato.
No; fia tentato invan. Pongo il partito
Che si stringa la lega, e che la guerra
Tosto al Duca s’intimi, e delle nostre
Genti da terra[795] abbia il comando il Conte.
MARINO.
Contro sì giusta e necessaria guerra
Io non sorgo a parlar; questo sol chiedo,[796]
Che il buon successo ad accertar si pensi.
La metà dell’impresa è nella scelta
Del capitano. Io so che vanta il Conte
Molti amici tra noi; ma d’una cosa
Mi rendo certo, che nessun di questi
L’ama più della patria; e per me, quando
Di lei si tratti, ogni rispetto è nulla.
Io dico, e duolmi che di fronte io deggia,
Serenissimo Doge, oppormi a voi,
Non è il duce costui quale il richiede
La gravità, l’onor di questo Stato.
Non cercherò perchè lasciasse il Duca.
Ei fu l’offeso; e sia pur ver: l’offesa
È tal che accordo non può darsi; e questo
Consento: io giuro nelle sue parole.
Ma queste sue parole importa assai
Considerarle, perchè tutto in esse
Ei s’è dipinto; e governar sì ombroso,
Sì delicato e violento orgoglio,
O Senatori, non mi par che sia
Minor pensiero della guerra istessa.
Finor fu nostra cura il mantenerci
La riverenza de’ soggetti; or altro
Studio far si dovria, come costui
Riverir degnamente. E quando egli abbia
La man nell’elsa della nostra spada,
Potrem noi dir d’aver creato un servo?
Dovrà por cura di piacergli ognuno
Di noi? Se nasce un disparer, fia degno
Che nell’arti di guerra il voler nostro
A quel d’un tanto condottier prevalga?
S’egli erra, e nostra è dell’error la pena,
Chè invincibil nol credo, io vi domando
Se fia concesso il farne lagno;[797] e dove
Si riscotan per questo onte e dispregi,
Che far? soffrirli? Non v’aggrada, io stimo,
Questo partito; risentirci?[798] e dargli
Occasion che, in mezzo all’opra, e nelle
Più difficili strette ei ci abbandoni
Sdegnato, e al primo altro signor che il voglia,
Forse al nemico, offra il suo braccio, e sveli
Quanto di noi pur sa, magnificando
La nostra sconoscenza, e i suoi gran merti?
IL DOGE.
Il Conte un prence abbandonò; ma quale?
Un che da lui tenea lo Stato, e a cui
Quindi ei minor non potea mai stimarsi;
Un da pochi aggirato, e questi vili;
Timido e stolto, che non seppe almeno
Il buon consiglio tôr della paura,
Nasconderla nel core, e starsi all’erta;
Ma che il colpo accennò pria di scagliarlo:
Tale è il signor che inimicossi il Conte.
Ma, lode al ciel, nulla in Venezia io vedo[799]
Che gli somigli. Se destrier, correndo,
Scosse una volta un furibondo e stolto
Fuor dell’arcione, e lo gettò[800] nel fango;
Non fia per questo che salirlo ancora
Un cauto e franco cavalier non voglia.
MARINO.
Poichè sì certo è di quest’uomo il Doge,
Più non m’oppongo, e questo a lui sol chiedo[801]:
Vuolsi egli far mallevador del Conte?
IL DOGE.
A sì preciso interrogar, preciso
Risponderò: mallevador pel Conte,
Nè per altr’uom che sia, certo, io non entro;
Dell’opre mie, de’ miei consigli il sono:
Quando sien fidi, ei basta. Ho io proposto
Che guardia al Conte non si faccia, e a lui
Si dia l’arbitrio dello Stato in mano?
Ei diritto anderà; tale io diviso.
Ma s’ei si volge al rio sentier, ci manca
Occhio che tosto ce ne faccia accorti,
E braccio che invisibile il raggiunga?
MARCO.
Perchè i princìpi di sì bella impresa
Contristar con sospetti? E far disegni
Di terrori e di pene, ove null’altro
Che lodi e grazie può aver luogo? Io taccio
Che all’util suo sola una via gli è schiusa;
Lo star con noi. Ma deggio dir qual cosa
Dee sovra ogni altra far per lui fidanza?
La gloria ond’egli è già coperto, e quella
A cui pur anco aspira; il generoso,
Il fiero animo suo. Che un giorno ei voglia
Dall’altezza calar de’ suoi pensieri,
E riporsi tra i vili, esser non puote.
Or, se prudenza il vuol, vegli pur l’occhio;
Ma dorma il cor nella fiducia; e poi
Che in così giusta e grave causa, un tanto
Dono ci manda Iddio; con quella fronte,
E con quel cor che si riceve un dono,
Sia da noi ricevuto.
MOLTI SENATORI.
Ai voti, ai voti!
IL DOGE.
Si raccolgano i voti; e ognun rammenti
Quanto rilevi che di qui non esca
Motto di tal deliberar, nè cenno
Che presumer lo faccia. In questo Stato
Pochi il segreto hanno tradito, e nullo
Fu tra quei pochi che impunito andasse.
SCENA IV.
Casa del Conte.
IL CONTE.
Profugo, o condottiero. O come il vecchio
Guerrier nell’ozio i giorni trar, vivendo
Della gloria passata, in atto sempre
Di render grazie e di pregar, protetto
Dal braccio altrui, che un dì potria stancarsi
E abbandonarmi; o ritornar sul campo,
Sentir la vita, salutar di nuovo
La mia fortuna, delle trombe al suono
Destarmi, comandar; questo è il momento
Che ne decide. Eh! se Venezia in pace
Riman, degg’io chiuso e celato ancora
In questo asilo rimaner, siccome
L’omicida nel tempio? E chi d’un regno
Fece il destin, non potrà farsi il suo?
Non troverò tra tanti prenci, in questa
Divisa Italia, un sol che la corona,
Onde il vil capo di Filippo splende,
Ardisca invidiar? che si ricordi
Ch’io l’acquistai, che dalle man di dieci
Tiranni io la strappai, ch’io la riposi
Su quella fronte, ed or null’altro agogno
Che ritorla all’ingrato, e farne un dono
A chi saprà del braccio mio valersi?
SCENA V.
MARCO, e il CONTE.
IL CONTE.
O dolce amico; ebben qual nova[802] arrechi?
MARCO.
La guerra è risoluta, e tu sei duce.
IL CONTE.
Marco, ad impresa io non m’accinsi mai
Con maggior cor che a questa: una gran fede
Poneste in me: ne sarò degno, il giuro.
Il giorno è questo che del viver mio
Ferma il destin: poi che quest’alma terra
M’ha nel suo glorioso antico grembo
Accolto, e dato di suo figlio il nome,
Esserlo io vo’ per sempre; e questo brando
Io consacro per sempre alla difesa
E alla grandezza sua.
MARCO.
Dolce disegno!
Non soffra il ciel che la fortuna il rompa.....
O tu medesmo.
IL CONTE.
Io? come?
MARCO.
Al par di tutti
I generosi, che giovando altrui
Nocquer sempre a sè stessi, e superate
Tutte le vie delle più dure imprese,
Caddero a un passo poi, che facilmente
L’ultimo de’ mortali avria varcato.
Credi ad un uom che t’ama: i più de’ nostri
Ti sono amici; ma non tutti il sono.
Di più non dico, nè mi lice; e forse
Troppo già dissi. Ma la mia parola
Nel fido orecchio dell’amico stia,
Come nel tempio del mio cor, rinchiusa.
IL CONTE.
Forse io l’ignoro? E forse ad uno ad uno
Non so quai siano[803] i miei nemici?
MARCO.
E sai
Chi te gli ha fatti? In pria l’esser tu tanto
Maggior di loro, indi lo sprezzo aperto
Che tu ne festi in ogni incontro. Alcuno
Non ti nocque finor; ma chi non puote
Nocer[804] col tempo? Tu non pensi ad essi,
Se non allor che in tuo cammin li trovi;
Ma pensan essi a te, più che non credi.
Spregia il grande, ed obblia; ma il vil si gode
Nell’odio. Or tu non irritarlo: cerca
Di spegnerlo; tu il puoi forse. Consiglio
Di vili arti ch’io stesso a sdegno avrei,
Io non ti do, nè tal da me l’aspetti.
Ma tra la noncuranza[805] e la servile
Cautela avvi una via; v’ha una prudenza
Anche[806] pei cor più nobili e più schivi;
V’ha un’arte d’acquistar l’alme volgari,
Senza discender fino ad esse: e questa
Nel senno tuo, quando tu vuoi, la trovi.
IL CONTE.
Troppo è il tuo dir verace: il tuo consiglio
Le mille volte a me medesmo io il diedi;
E sempre all’uopo ei mi fuggì di mente;
E sempre appresi a danno mio che dove
Semina l’ira, il pentimento miete.
Dura scola[807] ed inutile! Alfin stanco
Di far leggi a me stesso, e trasgredirle,
Tra me fermai che, s’egli è mio destino
Ch’io sia sempre in tai nodi avviluppato
Che mestier faccia a distrigarli[808] appunto
Quella virtù che più mi manca, s’ella
È pur virtù; se è mio destin che un giorno
Io sia colto in tai nodi, e vi perisca;
Meglio è senza riguardi andargli incontro.
Io ne appello a te stesso: i buoni mai
Non fur senza nemici, e tu ne hai dunque.
E giurerei che un sol non è tra loro
Cui tu degni, non dico accarezzarlo,
Ma non dargli a veder che lo dispregi.
Rispondi.
MARCO.
È ver: se v’ha mortal di cui
La sorte invidii, è sol colui che nacque
In luoghi e in tempi ov’uom potesse aperto
Mostrar l’animo in fronte, e a quelle prove
Solo trovarsi ove più forza è d’uopo
Che accorgimento: quindi, ove convenga
Simular, non ti faccia maraviglia
Che poco esperto io sia. Pensa per altro
Quanto più m’è concesso impunemente
Fallire in ciò che a te; che poche vie
Al pugnal d’un nemico offre il mio petto;
Che me contra[809] i privati odii assecura
La pubblica ragion; ch’io vesto il saio
Stesso di quei che han la mia sorte in mano.
Ma tu stranier, tu condottiero al soldo
Di togati signor, tu cui lo Stato
Dà tante spade per salvarlo, e niuna
Per salvar te..... fa che gli amici tuoi
Odan sol le tue lodi; e non dar loro
La trista cura di scolparti. Pensa
Che felici non son, se tu nol sei.
Che dirò più? Vuoi che una corda io tocchi,
Che ancor più addentro nel tuo cor risoni?[810]
Pensa alla moglie tua, pensa alla figlia
A cui tu se’ sola speranza: il cielo
Diè loro un’alma per sentir la gioia,
Un’alma che sospira i dì sereni,
Ma che nulla può far per conquistarli.
Tu il puoi per esse; e lo vorrai. Non dire
Che il tuo destin ti porta; allor che il forte
Ha detto: io voglio, ei sente esser più assai
Signor di sè che non pensava in prima.
IL CONTE.
Tu hai ragione. Il ciel si prende al certo
Qualche cura di me, poichè m’ha dato
Un tale amico. Ascolta; il buon successo
Potrà, spero, placar chi mi disama:
Tutto in letizia finirà. Tu intanto
Se cosa odi di me che ti dispiaccia,
L’indole mia ne incolpa, un improvviso
Impeto primo, ma non mai l’obblio
Di tue parole.
MARCO.
Or la mia gioia è intera.
Va, vinci, e torna. Oh come atteso e caro
Verrà quel messo che la gloria tua
Con la salute della patria annunzi!
Fine dell’atto primo.
ATTO SECONDO.
SCENA I.
Parte dal campo ducale con tende.
MALATESTI e PERGOLA.
PERGOLA.
Sì, condottier; come ordinaste, in pronto
Son le mie bande. A voi commise il Duca
L’arbitrio della guerra: io v’ho ubbidito[811],
Ma con dolor; ve ne scongiuro ancora,
Non diam battaglia.
MALATESTI.
Anzian d’anni e di fama,
O Pergola, qui siete; io sento il peso
Del vostro voto; ma cangiar non posso
Il mio. Voi lo vedete; il Carmagnola
Ci provoca ogni dì: quasi ad insulto
Sugli occhi nostri alfin Maclodio ha stretto:
E due partiti ci rimangon soli;
O lui cacciarne, o abbandonar la terra,
Che saria danno e scorno.
PERGOLA.
A pochi è dato,
A pochi egregi il dubitar di novo[812],
Quando han già detto: ell’è così. S’io parlo
E che tale vi tengo. Italia forse
Mai da’ barbari in poi non vide a fronte
Due sì possenti eserciti: ma il nostro
L’ultimo sforzo è di Filippo. In ogni
Fatto di guerra entra fortuna, e sempre
Vuol la sua parte: chi nol sa? Ma quando
Ne va il tutto, o Signore, allor non vuolsi
Dargliene più ch’ella non chiede; e questo
Esercito con cui tutto possiamo
Salvar, ma che perduto in una volta
Mai più rifar non si potria, non dèssi
Come un dado gittarlo ad occhi chiusi,
Avventurarlo in un sì piccol[813] campo,
E in un campo mal noto, e quel che è peggio
Noto al nemico. Ei qui ci trasse: un torto
Argin divide le due schiere: a destra
E a sinistra paludi, in esse sparsi
I suoi drappelli; e noi fuori de’ nostri
Alloggiamenti non teniamo un palmo
Pur di terren. Credete ad un che l’arti
Conosce di costui, che ha combattuto
Al fianco suo: qui c’è[814] un’insidia. Forse
La miglior via di guerreggiar quest’uomo
Saria tenerlo a bada, aspettar tempo,
Tanto che alcun dei duci ai quali è sopra
Prendesse[815] a noia il suo superbo impero;
E il fascio ch’egli or nella mano ha stretto
Si rallentasse alfin. Pur, se a giornata
Venir si deve[816], non è questo il loco:
Usciam di qui, scegliamo un campo noi,
Tiriam quivi il nemico: ivi in un giorno,
Senza svantaggio almanco, si decida.
MALATESTI.
Due grandi schiere a fronte stanno; e grande
Fia la battaglia: d’una tale appunto
Abbisogna Filippo. A questi estremi
A poco a poco ei venne, e coi consigli
Che or proponete: a trarnelo, fia d’uopo
Appigliarci agli opposti. Il rischio vero
Sta nell’indugio; e nel mutare il campo
Rovina certa. Chi sapria dir quanto
Di numero e di cor scemato ei fia,
Pria che si ponga altrove? Ora egli è quale
Bramar lo puote un capitan; con esso
Tutto lice tentar.
SCENA II.
SFORZA, FORTEBRACCIO, e DETTI.
MALATESTI.
Ditelo, o Sforza,
E Fortebraccio; voi giungete in tempo:
Ditelo voi, come trovaste il campo?
Che possiamo sperarne?
SFORZA.
Ogni gran cosa.
Quando gli ordini udìr, quando lor parve
Che una battaglia si prepari, io vidi
Un feroce tripudio: alla chiamata
Esultando venièno, e col sorriso
Si fean cenno a vicenda. E quando io corsi
Entro le file, ad ogni schiera un grido
S’alzava; ognuno in me fissando il guardo
Parea dicesse: o condottier, v’intendo.
FORTEBRACCIO.
E tai son tutti: allor ch’io venni a’ miei,
Tutti mi furo intorno. Un mi dicea:
Quando udremo le trombe? Altri: noi siamo
Stanchi d’esser beffati; e tutti ad una[817]
La battaglia chiedean, come già certi
Dell’ottenerla, e dubbi sol del quando.
Ebben, compagni, io rispondea, se il segno
Presto s’udrà, mi date voi parola
Di vincere con me? Gli elmi levati
Sull’aste, un grido universal d’assenso
Fu la risposta[818], ond’io gioisco ancora.
E a tai soldati ci venia proposto
D’intimar la ritratta? e che alle[819] mani,
Che già posate sulle spade aspettano
L’ordin di sguainarle e di ferire,
Si comandasse di levar le tende?
Chi fronte avria di presentarsi ad essi
Con tal ordine ormai?
PERGOLA
Dal parlar vostro
Un novo[820] modo di milizia imparo;
Che i soldati comandino, e che i duci
Ubbidiscano[821].
FORTEBRACCIO.
O Pergola, i soldati
A cui capo son io, far da quel Braccio
Disciplinati, che per tutto ancora
Con maraviglia e con terror si noma;
E non son usi a sostener gli scherni
Dell’inimico.
PERGOLA
Ed io conduco genti
Da me, qual ch’io mi sia, disciplinate;
E sono avvezze ad aspettar la voce
Del condottiero, ed a fidarsi in lui.
MALATESTI.
Dimentichiamo or noi che numerati
Sono i momenti, e non ne resta alcuno
Per le gare private?
SCENA III.
TORELLO, e DETTI.
SFORZA.
Ebben, Torello,
Siete mutato di parer? Vedeste
L’animo ardente de’ soldati?
TORELLO.
Il vidi;
Udii le grida del furor, le grida
Della fiducia e del coraggio; e il viso
Rivolsi altrove, onde nessun dei prodi
Vi leggesse il pensier che mal mio grado
Vi si pingeva: era il pensier che false
Son quelle gioie e brevi; era il pensiero
Del valor che si perde. Io cavalcai
Lungo tutta la fronte: io tesi il guardo,
Quanto lunge potei; rividi quelle
Macchie che sorgon qua e là dal suolo
Uliginoso che la via fiancheggia:
Là son gli agguati, il giurerei. Rividi
Quel doppio cinto di muniti carri,
Onde assiepato è del nemico il campo.
Se l’urto primo ei sostener non puote,
Ha una ritratta ove sfuggirlo e uscirne
Preparato al secondo. Un novo[822] è questo
Trovato di costui, per tôrre ai suoi
Il pensier primo che s’affaccia ai vinti,
Il pensier della fuga. Ad atterrarlo
Due colpi è d’uopo: ei con un sol ne atterra.
Perchè, non giova chiuder gli occhi al vero,
Non son più quelle guerre, in cui pe’ figli
E per le donne e per la patria terra
E per le leggi che la fan sì cara,
Combatteva il soldato; in cui pensava
Il capitano a statuirgli un posto,
Egli a morirvi. A mercenarie genti
Noi comandiamo, in cui più di leggieri
Trovi il furor che la costanza: e’ corrono
Volonterosi alla vittoria incontro;
Ma s’ella tarda, se son posti a lungo
Tra la fuga e la morte, ah! dubbia è troppo
La scelta di costoro. E questo evento
Più che tutt’altro antiveder ci è forza.
Vil tempo in cui tanto al comando cresce
Difficoltà, quanto la gloria scema!
Io lo ripeto, non è questo un campo
Di battaglia per noi.
MALATESTI.
Dunque?
TORELLO.
Si muti.
Non siam pari al nemico; andiamo in luogo
Dove lo siam.
MALATESTI.
Così Maclodio a lui
Lascerem quasi in dono? I valorosi,
Che vi son chiusi, non potran tenersi
Più che due giorni.
TORELLO.
Il so; ma non si tratta
Nè d’un presidio qui, nè d’una terra;
Trattasi dello Stato.
SFORZA.
E di che mai
Se non di terre si compon lo Stato?
E quelle che indugiando, ad una ad una
Già lasciammo sfuggir, quante son elle?
Casal, Bina, Quinzano e.... se vi piace
Noveratele voi, chè in tal pensiero
Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto,
Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano
Soffriam così che in nostra man si scemi,
E che a lui messo omai da noi non giunga
Che una ritratta non gli annunzi. Intanto
Superbisce il nemico, e ai nostri indugi
Sfacciato insulta.
TORELLO.
E questo è segno, o Sforza,
Ch’ei brama una battaglia.
SFORZA.
Oh, che puot’egli
Bramar di più, che innanzi a sè cacciarne
Con la[823] spada nel fodero?
PERGOLA.
Che puote
Bramar di più? Dirovvel io[824]: che noi
Tutto arrischiam l’esercito in un campo
Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo
Poniamo in salvo; chè le terre è lieve
Riprender[825] con gli eserciti.
FORTEBRACCIO
Con quali?
Non, per mia fè, con quelli a cui s’insegna
A diloggiar quando il nemico appare,
A non mirarlo in faccia, a lasciar soli
Nelle angosce i compagni; ma con genti
Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese,
Impazienti di pugnar, con queste
Si riparan le perdite, e si vince.
Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati,
Perchè lasciarli irrugginir?
SFORZA.
Torello,
Voi temete d’agguati? Anch’io dirovvi:
Non son più quelle guerre, in cui minuti
Drappelletti movean, con l’occhio[826] teso
Ogni macchia guatando, ogni rivolta.
Un’oste intera sopra[827] un’oste intera
Oggi rovescerassi: un tanto stuolo
Si vince sì, ma non s’accerchia; ei spazza
Innanzi a sè gl’intoppi, e fin ch’è unito,
Dovunque sia, sul suo terreno è sempre.
FORTEBRACCIO.
(a PERGOLA e TORELLO)
Siete convinti?
TORELLO.
Sofferite....
MALATESTI.
Io il sono.
Omai vano è più dir. Certo io mi tengo
Che tutti andrete in operar d’accordo
Più che non foste in divisar disgiunti.
Poi che un partito e l’altro ha il suo periglio,
Scegliamo almen quel che più gloria ha seco.
Noi darem la battaglia: alla frontiera
Io mi pongo coi miei; Sforza vien dietro
E chiude la vanguardia; il mezzo tenga
Della battaglia Fortebraccio: e il nostro
Ufizio[828] sia con impeto serrarci
Addosso al[829] campo del nemico, aprirlo,
E spingerci a Maclodio. Voi, Torello,
E voi, Pergola, a cui sì dubbia sembra
Questa giornata, io pongo in vostra mano
L’assicurarla: voi, discosti alquanto,
Il retroguardo avrete. O la fortuna,
Pur come suol, seconda i valorosi,
E rompiamo il nemico; e voi piombate
Sopra i dispersi. Ma s’ei dura incontro
L’impeto nostro, e ci vedete entrati
D’onde[830] uscir soli non possiam; venite
A noi, reggete i periglianti amici;
Chè, per cosa che avvenga[831], io vi prometto,
Retrocedere a voi non ci vedrete.
FORTEBRACCIO.
Non ci vedrete, no.
SFORZA.
Siatene certi.
FORTEBRACCIO.
Sia lode al ciel, combatteremo alfine:
Mai non accadde a capitan, ch’io sappia,
Per fare il suo mestier contender tanto.
PERGOLA.
O Carmagnola, tu pensasti che oggi
Il giovenil corruccio alla prudenza
Prevarrebbe dei vecchi; e ti apponesti.
FORTEBRACCIO.
Sì, la prudenza è la virtù dei vecchi:
Ella cresce con gli anni, e tanto cresce
Che alfin diventa.....
PERGOLA.
Ebben, dite.
FORTEBRACCIO.
Paura;
Poi che volete ad ogni modo udirlo.
MALATESTI.
Fortebraccio!
PERGOLA.
L’hai detto. Ad un soldato
Che già più volte avea pugnato e vinto
Prima che tu vedessi una bandiera,
Oggi tu il primo hai detto.....
MALATESTI.
Da quel lato
Presso Maclodio è posto il Carmagnola.
Quegli fra noi che avere oggi pensasse
Altro nemico che costui, sarebbe
Un traditor: pensatamente il dico.
PERGOLA.
Ritratto il voto che dapprima io diedi;
E il do per la battaglia: ella fia quale
Predissi allor; ma non importa. Allora
Potea schifarsi; or la domando io primo:
Io son per la battaglia.
MALATESTI.
Accetto il voto
Ma non l’augurio: lo distorni il cielo
Sul capo del nemico.
PERGOLA.
O Fortebraccio,
Tu m’hai offeso.
MALATESTI.
Or via....
FORTEBRACCIO.
Se così credi,
Sia pur così: perchè a te spiaccia, o a quale
Altro pur sia, non crederai ch’io voglia
Una parola ritirar che uscita
Dalle labbra mi sia.
MALATESTI.
(in atto di partire)
Chi resta fido
A Filippo, mi segua.
PERGOLA.
Io vi prometto
Che oggi darem battaglia, e che di noi
Non mancheravvi alcuno. O Fortebraccio,
Non giunger onta ad onta; io ti ripeto,
Tu m’hai offeso. Ascolta, io t’offro il modo
Che tu mi renda l’onor mio, serbando
Intatto il tuo.
FORTEBRACCIO.
Che vuoi?
PERGOLA.
Dammi il tuo posto.
Ovunque tu combatta, a tutti è noto
Che tu volesti la battaglia, ed io,
Io devo[832] ad ogni modo essere in luogo
Che l’amico e il nemico aperto veda[833]
Ch’io non ho... tu m’intendi.
FORTEBRACCIO.
Io son contento.
Prendi[834] quel posto; poi che il brami, è tuo.
O forte, or m’odi: ora m’è dolce il dirti
Ch’io non t’offesi, no: per la fortuna
Del signor nostro tu soverchio temi:
Questo dir volli. Ma il timor che nasce
In cor di quel[835] che ama la vita, e l’ama
Più dell’onor, ma che nel cor del prode
Muore al primo periglio ch’egli affronta,
E mai più non risorge, o valoroso,
Pensavi tu?...
PERGOLA.
Nulla pensai: tu parli
Da generoso qual tu sei.
(a MALATESTI)
Signore,
Voi consentite al cambio?...
MALATESTI.
Io ci consento[836];
E son ben lieto di veder tant’ira
Tutta cader sovra il nemico.
TORELLO.
(allo SFORZA)
Io stava
Col Pergola da prima; ingiusto, io spero,
Non vi parrà.....
SFORZA.
V’intendo; e con lui state
Alla vanguardia: ultimi e primi, tutti
Combatterem; poco m’importa il dove.
MALATESTI.
Non più ritardi. Iddio sarà coi prodi.
(partono)
SCENA IV.
Campo veneziano. Tenda del Conte.
IL CONTE, un SOLDATO.[837]
SOLDATO.
Signor, l’oste nemica è in movimento:
La vanguardia è sull’argine, e s’avanza.
IL CONTE.
I condottieri dove son?
SOLDATO.
Qui tutti
Fuor della tenda i principali; e stanno
Gli ordin vostri aspettando.
IL CONTE.
Entrino tosto.
(parte il Soldato)
SCENA V.
IL CONTE.
Eccolo il dì ch’io bramai tanto.—Il giorno
Ch’ei non mi volle udir, che invan pregai,
Che ogni adito era chiuso, e che deriso,
Solo, io partiva, e non sapea per dove,
Oggi con gioia io lo rammento alfine.
Ti pentirai, dicea, mi rivedrai,
Ma condottier de’ tuoi nemici, ingrato!
Io lo dicea; ma allor pareva un sogno,
Un sogno della rabbia; ed ora è vero.
Gli sono a fronte: ecco mi balza il core:
Io sento il dì della battaglia..... E s’io.....
No: la vittoria è mia.
SCENA VI.
IL CONTE, GONZAGA, ORSINI, TOLENTINO, altri CONDOTTIERI.
IL CONTE.
Compagni, udiste
La lieta nova[838]: l’inimico ha fatto
Ciò ch’io volea; così voi pur farete.
E il sol che sorge, a ognun di noi, lo giuro,
Il più bel dì di nostra vita apporta.
Non è tra voi chi una battaglia aspetti
Per farsi un nome, il[839] so; ma questa sera
L’avrem più glorioso; e la parola
Che al nostro orecchio sonerà[840] più grata,
Omai fia quella di Maclodio. Orsini,
Son pronti i tuoi?
ORSINI.
Sì.
IL CONTE.
Corri all’imboscate
Sulla destra dell’argine; raggiungi
Quei che vi stanno, e prendine[841] il comando.
E tu a sinistra, o Tolentino. E quindi
Non vi movete, che non sia lo scontro
Incominciato; quando ei fia, correte
Alle spalle al nemico. Udite entrambi.
Se dell’insidie egli s’avvede, e tenta
Ritrarsi, appena avrà voltato il dorso,
Siategli addosso uniti: io son con voi.
Provochi, o fugga, oggi dev’esser vinto.
ORSINI.
E[842] lo sarà.
(parte).
TOLENTINO.
T’ubbidirem[843], vedrai.
(parte).
IL CONTE.
(agli altri)
Tu, Gonzaga, al mio fianco. I posti a voi
Assegnerò sul campo. Andiam, compagni;
Si resista al prim’urto: il resto è certo.
CORO.[844]
S’ode a destra uno squillo di tromba; A sinistra risponde uno squillo: D’ambo i lati calpesto rimbomba Da cavalli e da fanti il terren. Quinci spunta per l’aria un vessillo; Quindi un altro s’avanza spiegato: Ecco appare un drappello schierato; Ecco un altro che incontro gli vien.
Già di mezzo sparito è il terreno; Già le spade respingon le spade; L’un dell’altro le immerge nel seno; Gronda il sangue; raddoppia il ferir. —Chi son essi? Alle belle contrade Qual ne venne straniero a far guerra? Qual è quei che ha giurato la terra Dove nacque far salva, o morir?
—D’una terra son tutti: un linguaggio Parlan tutti: fratelli li dice Lo straniero: il comune lignaggio A ognun d’essi dal volto traspar. Questa terra fu a tutti nudrice, Questa terra di sangue ora intrisa, Che natura dall’altre ha divisa, E ricinta con l’alpe e col mar.
—Ahi! Qual d’essi il sacrilego brando Trasse il primo il fratello a ferire? Oh terror! Del conflitto esecrando La cagione esecranda qual è?[845] —Non la sanno: a dar morte, a morire Qui senz’ira ognun d’essi è venuto; E venduto ad un duce venduto, Con lui pugna, e non chiede il perchè.
—Ahi sventura! Ma spose non hanno, Non han madri gli stolti guerrieri? Perchè tutte i lor cari non vanno Dall’ignobile campo a strappar? E i vegliardi che ai casti pensieri Della tomba già schiudon la mente, Chè non tentan la turba furente Con prudenti parole placar?
—Come assiso talvolta il villano Sulla porta del cheto abituro, Segna il nembo che scende lontano Sopra[846] i campi che arati ei non ha; Così udresti ciascun che sicuro Vede lungi le armate coorti, Raccontar le migliaia de’ morti, E la pieta dell’arse città.
Là, pendenti dal labbro materno Vedi i figli che imparano intenti A distinguer con nomi di scherno Quei che andranno ad uccidere un dì; Qui le donne alle veglie lucenti De’ monili far pompa e de’ cinti, Che alle donne diserte de’ vinti Il marito o l’amante rapì.
—Ahi sventura! sventura! sventura! Già la terra è coperta d’uccisi; Tutta è sangue la vasta pianura; Cresce il grido, raddoppia il furor. Ma negli ordini manchi e divisi Mal si regge, già cede una schiera; Già nel volgo che vincer dispera, Della vita rinasce l’amor.
Come il grano lanciato dal pieno Ventilabro nell’aria si spande; Tale intorno per l’ampio terreno Si sparpagliano i vinti guerrier. Ma improvvise terribili bande Ai fuggenti s’affaccian sul calle; Ma si senton più presso alle spalle Anelare[847] il temuto destrier.
Cadon trepidi a piè de’ nemici, Gettan[848] l’arme, si danno prigioni: Il clamor delle turbe vittrici Copre i lai del tapino che mor.[849] Un corriero è salito in arcioni; Prende un foglio, il ripone, s’avvia, Sferza, sprona, divora la via; Ogni villa si desta al rumor.[850]
Perchè tutti sul pesto cammino Dalle case, dai campi accorrete? Ognun chiede con ansia al vicino, Che gioconda novella recò? Donde ei venga, infelici, il sapete, E sperate che gioia favelli? I fratelli hanno ucciso i fratelli: Questa orrenda novella vi do.
Odo intorno festevoli gridi; S’orna il tempio, e risona[851] del canto; Già s’innalzan dai cori[852] omicidi Grazie ed inni che abbomina il ciel. Giù dal cerchio dell’alpi frattanto Lo straniero gli sguardi rivolve; Vede i forti che mordon la polve, E li conta con gioia crudel.
Affrettatevi, empite le schiere, Sospendete i trionfi ed i giochi,[853] Ritornate alle vostre bandiere: Lo straniero discende; egli è qui. Vincitor! Siete deboli e pochi? Ma per questo a sfidarvi ei discende; E voglioso a quei campi v’attende Dove[854] il vostro fratello perì.
Tu che angusta a’ tuoi figli parevi, Tu che in pace nutrirli non sai, Fatal terra, gli estrani ricevi: Tal giudizio[855] comincia per te. Un nemico che offeso non hai, A tue mense insultando s’asside; Degli stolti le spoglie divide; Toglie il brando di mano a’ tuoi re.
Stolto anch’esso! Beata fu mai Gente alcuna per sangue ed oltraggio? Solo al vinto non toccano i guai; Torna in pianto dell’empio il gioir. Ben talor nel superbo viaggio Non l’abbatte l’eterna vendetta; Ma lo segna; ma veglia ed aspetta; Ma lo coglie all’estremo sospir.
Tutti fatti a sembianza d’un Solo, Figli tutti d’un solo Riscatto, In qual ora[856], in qual parte del suolo, Trascorriamo quest’aura vital, Siam fratelli; siam stretti ad un patto: Maledetto colui che l’infrange,[857] Che s’innalza sul fiacco che piange, Che contrista uno spirto immortal!
Fine dell’atto secondo.
ATTO TERZO.
SCENA I.
Tenda del Conte.
IL CONTE e il PRIMO COMMISSARIO.
IL CONTE
Siete contenti?
PRIMO COMMISSARIO.
Udir l’alto trionfo
Della patria; vederlo; essere i primi
A salutarla vincitrice; a lei
Darne l’annunzio; assistere alla fuga
De’ suoi nemici; e mentre al nostro orecchio
Rimbomba il suon della minaccia ancora,
Veder la gloria sua fuor del periglio
Uscir raggiante e più che mai serena,
Come un sol dalle nubi; è gioia questa
Forse, o signor, cui la parola arrivi?
Voi la vedete: essa vi sia misura
Della riconoscenza; e ben ci tarda
Di rendervi tal grazie in altro nome
Che non è il nostro, e del Senato a voi
Riferir la letizia e il guiderdone.
Ei sarà pari al merto.
IL CONTE.
Io già lo tengo.
Venezia è salva; ho liberata in parte
Una grande promessa; ho fatto alfine
Risovvenir di me tal che m’avea
Dimenticato; ho vinto.
PRIMO COMMISSARIO.
Ed or si vuole
Assicurar della vittoria il frutto.
IL CONTE.
.....Questa è mia cura.
PRIMO COMMISSARIO.
Or che dal vostro brando
Sgombra è la via, noi ci aspettiam che tutta
Voi la farete, nè starem fin tanto
Che non si giunga del nemico al trono.
IL CONTE.
Quando fia tempo.
PRIMO COMMISSARIO.
E che? Voi non volete
Inseguire i fuggenti?
IL CONTE.
Ora non[858] voglio.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma il Senato lo crede.... E noi ben certi
Che pari all’alta occasion, che pari
Alla vittoria il vostro ardor saria
Nel proseguirla, abbiamo a lui....
IL CONTE
Vi siete
Troppo affrettati.
PRIMO COMMISSARIO.
E che dirà mai quando
Udrà che ancor siam qui?
IL CONTE.
Dirà, che il meglio
È di fidarsi a chi per lui già vinse.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma.... che pensate far?
IL CONTE.
Ve l’avrei detto
Più volentier pochi momenti or sono;
Pur convien ch’io vel dica. Io non mi voglio
Allontanar di qui pria ch’espugnate
Non sian le rocche che ci stan d’intorno.
Voglio un solo nemico, e quello in faccia.
PRIMO COMMISSARIO.
Or dunque i nostri voti....
IL CONTE.
I vostri voti
Più arditi son del brando mio, più rapidi
De’ miei cavalli;.... ed io.... la prima volta
È che mi sento dir pur ch’io[859] m’affretti.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma pensaste abbastanza?
IL CONTE.
E che! Sì nova[860]
Mi giunge una vittoria? E vi par egli[861]
Che questa gioia mi confonda il core
Tanto che il primo mio pensier non sia
Per ciò che resta a far?
SCENA II.
Il SECONDO COMMISSARIO, e DETTI.
SECONDO COMMISSARIO.
(al CONTE)[862]
Signor, se tosto
Non correte al riparo, una sfacciata
Perfidia s’affatica a render vana
Sì gran vittoria; e già l’ha fatto in parte.
IL CONTE.
Come?
SECONDO COMMISSARIO.
I prigioni escon del campo a torme;
I condottieri ed i soldati a gara
Li mandan sciolti, nè tener li puote
Fuor che un vostro comando.
IL CONTE.
Un mio comando?
SECONDO COMMISSARIO.
Esitereste a darlo?
IL CONTE.
È questo un uso
Della guerra, il sapete. È così dolce
Il perdonar quando si vince! e l’ira
Presto si cambia[863] in amistà ne’ cori
Che batton sotto il ferro. Ah! non vogliate
Invidiar sì nobil premio a quelli
Che hanno per voi posta la vita, ed oggi
Son generosi, perchè ier fur prodi.
SECONDO COMMISSARIO.
Sia generoso chi per sè combatte,
Signor; ma questi, e ad onor l’hanno, io credo,
Al nostro soldo han combattuto; e nostri
Sono i prigioni.
IL CONTE.
E voi potete adunque
Creder così: quei che gli han visti a fronte,
Che assaggiare i lor colpi, e che a fatica
Su lor le mani insanguinate han poste,
Nol crederan sì di leggieri.
PRIMO COMMISSARIO.
È questa
Dunque una giostra di piacer? Non vince
Per conservar, Venezia? E vana al tutto
Fia la vittoria?
IL CONTE.
Io già l’udii, di novo[864]
La devo[865] udir questa parola: amara,
Importuna mi vien come l’insetto
Che, scacciato una volta, anco a ronzarmi
Torna sul volto.... La vittoria è vana?
Il suol d’estinti ricoperto, sparso
E scoraggiato il resto.... il più fiorente
Esercito! col qual, se unito ancora
E mio foss’egli, e mio davver, torrei
A correr tutta Italia; ogni disegno
Dell’inimico al vento; anche[866] il pensiero
Dell’offesa a lui tolto; a stento usciti
Dalle mie mani, e di fuggir contenti
Quattro tai duci, contro a’ quai pur ieri
Era vanto il resistere; svanito
Mezzo il terror di que’ gran nomi; ai nostri
Raddoppiato[867] l’ardir che agli altri è scemo;
Tutta la scelta della guerra in noi;
Nostre le terre ch’egli han sgombre.... è nulla?
Pensate voi che torneranno al Duca
Que’ prigioni? che l’amino? che a loro
Caglia di lui più che di voi? ch’egli abbiano
Combattuto per esso? Han combattuto
Perchè all’uomo che segue una bandiera,
Grida una voce imperiosa in core:
Combatti, e vinci. E’ son perdenti; e’ sono
Tornati in libertà; si venderanno....
Oh! tale ora è il soldato.... a chi primiero
Li comprerà.... Comprateli, e son vostri.
PRIMO COMMISSARIO.
Quando assoldammo chi dovea con essi
Pugnar, comprarli noi credemmo allora.
SECONDO COMMISSARIO.
Signor, Venezia in voi si fida; in voi
Vede essa[868] un figlio; e quanto all’util suo,
Alla sua gloria può condur, s’aspetta
Che si faccia da voi.
IL CONTE.
Tutto ch’io posso.
SECONDO COMMISSARIO.
Ebben, che non potete in questo campo?
IL CONTE.
Quel che chiedete: un uso antico, un uso
Caro ai soldati violar non posso.
SECONDO COMMISSARIO.
Voi cui nulla resiste, a cui sì pronto
Tien dietro ogni voler, si ch’uom[869] non vede
Se per amore o per timor si pieghi,
Voi non potreste in questo campo, voi
Fare una legge, e mantenerla?
IL CONTE.
Io dissi
Ch’io non potea: meglio or dirò: nol voglio.
Non più parole; con gli[870] amici è questo
Il mio costume antico, ai giusti preghi
Soddisfar tosto e lietamente, e gli altri
Apertamente rifiutar. Soldati!
SECONDO COMMISSARIO.
Ma.... che disegno è il vostro?
IL CONTE.
Or lo vedrete.
(a un Soldato che entra)
Quanti prigion restano ancora?
IL SOLDATO.
Io credo
Quattrocento[871], signor.
IL CONTE.
Chiamali.... chiama
I più distinti.... quei che incontri i primi:
Vengan qui tosto.
(parte il Soldato)
Io ’l potrei certo.... Ov’io
Dessi un tal cenno, non s’udria nel campo
Una repulsa[872]; ma i miei figli, i miei
Compagni del periglio e della gioia,
Quei che fidano in me, che un capitano
Credon seguir sempre a difender pronto
L’onor della milizia ed il vantaggio,
Io tradirli così! Farla più serva,
Più vil, più trista che non è!.... Signori,
Fidente io son, come i soldati il sono;
Ma se cosa or da me chiedete a forza,
Che mi tolga l’amor de’ miei compagni,
Se mi volete separar da quelli,
E a tal ridurmi ch’io non abbia appoggio
Altro che il vostro, mio malgrado[873] il dico,
M’astringerete a dubitar....
SECONDO COMMISSARIO.
Che dite!
SCENA III.
I PRIGIONIERI,[874] tra i quali PERGOLA figlio, e DETTI.
IL CONTE.
(ai Prigionieri[874])
O prodi indarno, o sventurati!.... A voi
Dunque fortuna è più crudel? Voi soli
Siete alla trista prigionia serbati?
UN PRIGIONIERE.[875]
Tale, eccelso signor, non era il nostro
Presentimento: allor che[876] a voi dinanzi
Fummo chiamati, udir ci parve il messo
Di nostra libertà. Già tutti l’hanno
Ricovrata color che agli altri duci,
Minor di voi, caddero in mano; e noi....
IL CONTE.
Voi, di chi siete prigionier?
IL PRIGIONIERE.
Noi fummo
Gli ultimi a render l’armi. In fuga o preso
Già tutto il resto, ancor per pochi istanti
Fu sospesa per noi l’empia fortuna
Della giornata; alfin voi feste il cenno
D’accerchiarci, o signor: soli, non vinti,
Ma reliquie de’ vinti, al drappel vostro....[877]
IL CONTE.
Voi siete quelli? Io son contento, amici,
Di rivedervi; e posso ben far fede
Che pugnaste da prodi: e se tradito
Tanto valor non era, e pari a voi
Sortito aveste un condottier, non era
Piacevol tresca esservi a fronte.
IL PRIGIONIERE.
Ed ora
Ci fia sventura il non aver ceduto
Che a voi, signore? E quelli a cui toccato
Men glorioso è il vincitor, l’avranno
Trovato più cortese? Indarno ai vostri
La libertà chiedemmo; alcun non osa
Dispor di noi senza l’assenso vostro;
Ma cel promiser tutti. Oh! se potete
Mostrarvi al Conte, ci dicean; non egli
Certo dei vinti aggraverà la sorte;
Non fia certo per lui tolta un’antica
Cortesia della guerra,... ei che sapria
Esser piuttosto ad inventarla il primo.
IL CONTE.
(ai Commissari)
Voi gli udite, o signori..... Ebben, che dite?....
Voi, che fareste?....
(ai Prigionieri)
Tolga il ciel che alcuno
Più altamente di me pensi ch’io stesso.
Voi siete sciolti, amici. Addio: seguite
La vostra sorte, e s’ella ancor vi porta
Sotto una insegna che mi sia nemica....
Ebben, ci rivedremo.
(segni di gioia tra i Prigionieri, che partono; il CONTE osserva il PERGOLA figlio, e lo ferma)
O giovinetto,[878]
Tu del volgo non sei; l’abito, e il volto
Ancor più chiaro il dice; e ti confondi
Con gli[879] altri, e taci?
PERGOLA FIGLIO.
O capitano, i vinti
Non han nulla da dir.
IL CONTE.
La tua[880] fortuna
Porti così, che ben ti mostri degno
D’una miglior. Quale è il tuo nome?
PERGOLA FIGLIO.
Un nome
Cui crescer pregio assai difficil fia,
Che un grande obbligo impone a chi lo porta:
Pergola è il nome mio.
IL CONTE.
Che? Tu sei figlio
Di quel valente?
PERGOLA FIGLIO.
Il son.[881]
IL CONTE.
Vieni ed abbraccia
L’antico amico di tuo padre. Io era
Quale or tu sei, quando il conobbi in prima.
Tu mi rammenti i lieti giorni, i giorni
Delle speranze. E tu fa cor: fortuna
Più giocondi principi a me concesse;
Ma le promesse sue sono pei prodi;
E o presto[882] o tardi essa le adempie. Il padre
Per me saluta, o giovinetto[883], e digli
Ch’io non tel chiesi, ma che certo io sono
Ch’ei non volea questa battaglia.
PERGOLA FIGLIO.
Ah! certo,
Non la volea; ma fur parole al vento.
IL CONTE.
Non ti doler: del capitano è l’onta
Della sconfitta; e sempre ben comincia
Chi da forte combatte ove[884] fu posto.
Vien meco;
(lo prende[885] per mano)
ai duci io vo’ mostrarti, io voglio
Renderti la tua spada.
(ai Commissari)
Addio, signori;
Giammai pietoso coi nemici vostri
Io non sarò, che dopo averli vinti.
(partono il CONTE e PERGOLA figlio).
SCENA IV.
I due COMMISSARI.
SECONDO COMMISSARIO.
(dopo qualche silenzio)
Direte ancor che a presagir perigli
Troppo facil son io? che le parole
De’ suoi contrari, il mio sospetto antico,
L’odio forse, chi sa? mi fanno ingiusto
Contro[886] costui? ch’egli è sdegnoso, ardente,
Ma leal? che da lui cercar non dèssi
Ossequi, ma servigi, e quando in grave
Caso il nostro volere[887] a lui s’intimi,
Il dubitar ch’egli resista è un sogno?
Vi basta questo?
PRIMO COMMISSARIO.
C’è[888] di più. Gli dissi
Che a noi premea che s’inseguisse il vinto:
Ei ricusò.
SECONDO COMMISSARIO.
Ma che rispose?
PRIMO COMMISSARIO.
Ei vuole
Assicurarsi delle rocche.... ei teme....
SECONDO COMMISSARIO.
Cauto ad un tratto è divenuto.... e dopo
Una vittoria.
PRIMO COMMISSARIO.
La parola a stento
Gli uscia di bocca: ella parea risposta
All’indiscreto che t’assedia, e vuole
Il tuo segreto che per nulla il tocca.
SECONDO COMMISSARIO.
Ma l’ha poi detto il suo segreto? E questo
Motivo ond’egli accontentar vi volle,
Vi parve il solo suo motivo, il vero?
PRIMO COMMISSARIO.
Nol so, non ci[889] badai, tempo non ebbi
Che di pensar ch’io mi trovava innanzi
Un temerario, e ch’io sentia parole
Inusitate ai pari nostri.
SECONDO COMMISSARIO.
E s’egli
Al suo signore antico, al primo ond’ebbe
Onor supremi, all’alta creatura
Della sua spada, più terror che danno
Volesse far? fargli pensar soltanto
Quel ch’egli era per lui, quel che gli è contro?
Tal nemico mostrarglisi, ch’ei brami
D’averlo amico ancor? S’ei non potesse
Tutto staccare il suo pensier da un trono
Ch’egli alzò dalla polve; ov’ebbe il primo
Grado dopo colui che v’è seduto?
Se un duca ardente di conquiste, e inetto
A sopportar d’una corazza il peso,
Che d’una mano ha d’uopo e d’un consiglio,
E[890] al condottier lo chiede, e gli comanda
Ciò ch’ei medesmo gl’inspirò, più grato
Signor, più dolce al condottier paresse,
Che molti, e vigilanti, e più bramosi
Di conservar che d’acquistar, cui preme
Sovr’ogni cosa il comandar davvero?
PRIMO COMMISSARIO.
Tutto io m’aspetto da costui.
SECONDO COMMISSARIO.
Teniamo
Questo sospetto: il suo contegno, i nostri
Accorgimenti il faran chiaro in breve,
O ad altro almen ci guideranno. Ei trama
Certo. Colui che trama, e del successo
Si pasce già, come se il tenga,[891] ardito
Parla ancor che nol voglia; e quei che sprezza
In faccia il suo signor, già in cor ne ha scelto
Un altro, o pensa a diventarlo[892] ei stesso.
No: da Filippo ei non è sciolto in tutto.
A quella stirpe onde la sposa egli ebbe
Non è stranier: troppo gli è caro il nodo
Che ad essa un dì lo strinse. In quella figlia,
Che ha tanta parte in suo pensier, non scorre
Col suo confuso de’ Visconti il sangue?
PRIMO COMMISSARIO.
Come parlò! Come passò dall’ira
Al non curar! Con che superba pace
Disubbidì! Siam noi nel nostro campo?
Di Venezia i mandati? Eran costoro
Vinti e prigioni? E più sicuro il guardo
Portavano di noi! Noi testimoni
Del suo poter, del conto in cui ci tiene,
De’ nostri acquisti così sparsi al vento,
Di tal gioia, di tai grazie, di tali
Abbracciamenti! Oh! ciò durar non puote.
Che avviso è il vostro?
SECONDO COMMISSARIO.
Haccene[893] due? Soffrire,
Dissimular, fargli querela ancora
D’un’offesa che mai creder non puote
Dimenticata, e insiem la strada aprirgli
Di ripararla a modo suo; gradire
Che ch’ei ne faccia; chiedergli soltanto
Ciò che siam certi d’ottenerne; opporci
Sol quanto basti a far che vera appaia
Condiscendenza il resto; a dichiararsi
Non astringerlo mai; vegliare intanto;
Scriverne ai Dieci, ed aspettar comandi.
PRIMO COMMISSARIO.
Viver così! Che si diria di noi?
Dell’alto ufizio[894] che ci fu commesso,
A cui venimmo invidiati, e or tale
Diviene?
SECONDO COMMISSARIO.
È sempre glorioso il posto
Dove si serve la sua patria, e dove
Si giunge ai fini suoi. Soldati e duci
Tutti sono per lui, l’ammiran tutti,
Nessun l’invidia; a sommo onor si tiene
Che ad essergli secondo ognuno aspira.
Voce sì cara e riverita in prima,
Che forza avrebbe in lor poscia che udita
L’hanno in un tanto dì, che forza avrebbe
Se proferisse mai quella parola,
Che in core han tutti, la rivolta? Guai!
Che più? gli udimmo pur; come de’ suoi,
È nel pensiero de’ nemici in cima.
PRIMO COMMISSARIO.
Ma siamo a tempo[897]? Ei già sospetta.
SECONDO COMMISSARIO.
Il siamo.
Essi armati, e sol essi; avvezzi tutti
A prodigar la vita, a non temere
Il periglio, ad amarlo, e delle imprese
A non guardar che la speranza, alfine
Più ch’uomini nel campo: ah! se fanciulli