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La vita intima e la vita nomade in Oriente

SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA

Reading edition

I. GLI HAREM, I PATRIARCHI E I DERVISCI, LE ARMENE DI CESAREA.

Fra i giorni che ho passato in Oriente, me ne ricordo alcuni di un incanto singolare, nonostante le fatiche e le emozioni che li riempirono: sono i giorni di marcie penose, interrotte da soste ancor più penose, che si succedettero dalla mia partenza dall'Anatolia nel gennaio 1852 fino al mio arrivo a Gerusalemme nella stessa primavera. Nel corso di qualche mese mi fu dato osservare, in ciò che ha di triste e al tempo stesso di attraente, la vita orientale, di cui il mio lungo soggiorno in una pacifica valle dell'Asia Minore non mi aveva rivelato che gli aspetti più calmi. Pertanto, quando cerco di raccogliere, di fissare le mie idee sul mondo strano nel quale fui trasportata per un istante, non saprei interrogare più volontieri altri ricordi, fra tutti quelli che mi son portata venendo dall'Oriente. Alcuni episodi staccati di quest'epoca della mia vita potranno forse bastare a giustificare la preferenza con cui il mio pensiero vi si riconduce oggi ancora. Mostreranno, nei tratti essenziali, la fisionomia delle popolazioni che questo viaggio mi ha permesso di osservare, mentre i racconti, sin qui pubblicati, non avevano potuto darmene che un'idea molto inesatta.

Ad esempio, la Siria, come io l'ho visitata, non assomiglia affatto alla Siria che avevo potuto scorgere traverso ai libri. È ben vero che io ero in condizioni assai più favorevoli della gran maggioranza dei viaggiatori per conoscere tutto un lato importantissimo della società mussulmana, il lato domestico dominato dalla donna. L'harem, santuario dei Maomettani, ermeticamente chiuso a tutti gli uomini, mi era aperto. Io potevo penetrarvi liberamente, potevo discorrere con quegli esseri misteriosi, che i «Franchi» non scorgono se non velati, interrogare alcune di quelle anime di cui non si conoscono confidenze e provocarne di preziose su tutto un mondo ignoto di passioni e di dolori. I racconti dei viaggiatori, così incompleti per ciò che riguarda la civiltà mussulmana, lo sono troppo spesso anche in ciò che concerne la natura e l'aspetto materiale dei luoghi. Essi adoperano molte parole senza spiegarle, di quelle che, in ciò che si potrebbe chiamare la «lingua europea», hanno un significato assai differente dalla loro portata effettiva in relazione agli usi dell'Oriente. Non voglio per altro insistere sulle difficoltà di dare conto di un viaggio in Oriente: non so infatti neppure io se riescirò a superarle tutte quante. Mi par meglio di affrontarle senz'altri preamboli, lasciando al racconto stesso l'incarico di giustificare il narratore.

I DERE-BEYS — IL MUFTÌ DI SCERKESS

Una parola anzitutto sul paese nel quale io abito. La valle d'Eiaq-Maq-Oglu (valle del «Figlio della pietra da fucile») si trova ad alcune giornate di cammino dalla città rilevante che ha per nome Angora. Ho fissato la mia dimora in quest'angolo pittoresco e fertile dell'Oriente; da questa valle sono partita per lanciarmi nella vita nomade. Su questa terra, solcata durante tanti secoli da tutti gli eserciti del mondo, dai soldati di Mitridate e di Pompeo, come da quelli di Bajazet e di Tamerlano, non v'è regione, per quanto romita, che non abbia un passato tragico e sanguinoso, e non evochi ricordi funebri e dolenti. Si sono tentati ai nostri giorni sforzi diretti a risvegliare in Oriente la dolce influenza del benessere e della civiltà, ma i benefici della pace non sembrano sul punto di giunger così presto a cancellare quassù le traccie della guerra. Permangono le rovine, ma non appajono ancora gli edifici nuovi.

La valle d'Eiaq-Maq-Oglu è uno dei luoghi in cui l'impronta del passato è rimasta profonda e l'azione del presente non si rivela che con conati incompleti.

La borgata più vicina a casa mia si chiama Veranceir[1], nome che significa città distrutta e ricorda sinistre avventure. Al posto di quel borgo, non sono ancora trent'anni, sorgeva una città fiorente, con una popolazione di circa 40,000 anime. Veranceir, munita di buone fortificazioni, era la residenza favorita di un pascià potente, il cui governo, ormai smembrato, ha formato due o tre provincie. Comandava alle città di Bolo, di Angora, di Scerkess, d'Eraclea, ecc.; ma il signore di quelle grandi città le lasciava volontieri per venire a cercare il riposo nella vallata verde, in mezzo alla quale sorge Veranceir, in riva al fiume che ne bagna i ridenti giardini. A questa predilezione del pascià Osman, Veranceir andò debitrice della sua prosperità, ahimè quanto effimera!

Mentre Veranceir così prosperava la Turchia obbediva al Sultano Mahmud[2], che proseguiva la sua opera di rinnovamento fra lotte sanguinose. La dominazione dei Dere-beys, feudatari militari in perpetua rivolta contro il gran signore e non rifuggenti dal fargli la guerra colle truppe reclutate nel loro feudo, era una di quelle vestigia dell'antico sistema turco che Mahmud riteneva necessario distruggere. Quasi tutta l'Asia Minore era divisa fra alcuni pochi di questi beys, buoni principi in fondo, per quanto male intendessero i loro doveri verso il sultano. Essi incoraggiavano fino ad un certo punto l'agricoltura e il commercio ed i loro interessi non erano sempre contrari a quelli dei loro popoli. La guerra sostenuta dai Dere-beys contro il sultano imponeva certo agli abitanti onerose gravezze; ma i capi ribelli non trascuravano nulla per circoscrivere le ostilità in un territorio assai limitato, e ad ogni campagna seguivano lunghe tregue acciocchè il lavoro dei campi, fonte della prosperità delle famiglie, non fosse completamente abbandonato.

Osman pascià aveva molte mogli e molti figli. Disgrazia volle che uno di questi figli, chiamato Mussa, fosse sedotto dall'esempio di uno dei suoi cugini, che aveva fama d'essere uno dei più turbolenti fra i Dere-beys. Mussa prese a percorrere il paese sottoposto a suo padre, s'impadronì dei tributi, adunò delle truppe, spiegò la bandiera dei Dere-beys e ne indossò l'abito. Il vecchio Osman, rimasto fedele suddito del sultano e desolato del colpo di testa di suo figlio, mandava un messaggio dopo l'altro a Costantinopoli per attestare la sua innocenza ed il suo rammarico. Commosso da queste proteste, Mahmud volle allontanare il padre dai luoghi ove il suo esercito poteva esser condotto ad incrudelire contro il figlio ribelle e affidò ad Osman pascià un comando nella Rumelia. Avviandosi alla sua nuova sede, Osman si scontrò col corpo d'esercito mandato a combattere contro suo figlio. Il padre rassegnato, rivolgendosi al capo delle truppe del sultano, esclamò: Dio ti doni la vittoria! Il generale del sultano aveva cercato inutilmente di ottenere da Osman qualche indicazione sullo stato del paese e dei popoli insorti, ma non riescì a strappargli che lagrime e singhiozzi. Qualche giorno più tardi Osman non avrebbe marciato a sua volta contro Mahmud? Il sultano l'aveva mandato a tempo in Rumelia.

Ed ecco il giovane bey, liberato dal peso dell'autorità paterna, impegnarsi decisamente in una guerra lunga e terribile. Le sue reclute si battevano bene perchè combattevano sui loro campi, sulla soglia delle loro case, e quei montanari dell'Asia Minore avevano la sensazione di difendere la causa dell'indipendenza nazionale contro un esercito straniero. I Turchi di Costantinopoli con uniformi ed armi europee apparivano loro come degli stranieri. Mussa aveva una cavalleria leggera che si faceva ammontare a 20 o 30,000 uomini; con essa, sopratutto, il giovine bey faceva prodigi. Ogni anno, nuovi corpi d'esercito erano gettati da Costantinopoli sulle truppe del figlio di Osman; ogni anno, se ne ritornavano dopo aver lottato invano contro i rozzi soldati del capo insorto.

Erede delle ricchezze e dell'influenza di suo padre, Mussa bey lo imitava nella sua predilezione per Veranceir. Vi si trovava meglio che nelle grandi città come Angora, ove una popolazione mista rende la difesa più difficile. Stabilito nella sua residenza favorita e circondato da' suoi valorosi e fedeli cavalieri, Mussa bey si credeva invincibile; e lo sarebbe forse stato se il sultano non avesse fatto intervenire nella contesa un elemento nuovo contro il quale nulla eravi di pronto. Alludo all'artiglieria che in Asia Minore non era nota che per fama; ma, sotto il comando di alcuni europei rinnegati, parecchi pezzi da campagna e d'assedio partirono da Costantinopoli e vennero ad assediare la città di Veranceir le cui fortificazioni non eran state costruite per resistere a tal sorta d'attacchi. L'ignoranza del bey in materia è provata dal suo errore di lasciarsi rinchiudere da un corpo d'artiglieria in una città inetta alla difesa; essa fu bombardata, le mura abbattute e la vittoria toccò al più abile, non al più intrepido. Forse il bey avrebbe avuto un'ultima via di scampo con una vigorosa sortita alla testa della sua cavalleria; ma la guerra durava da 10 anni, la stanchezza si era impadronita del cuore dei più valorosi ed i nuovi nemici, le cui armi insospettate compivano così orribili devastazioni, inspiravano una sorta di terror panico più fatale che i pericoli più reali. D'altronde i successori dei Solimani, dei Selim e dei Bajazet non avevano ancora abiurato le massime odiose della loro antica politica e a quei tempi i mussulmani non avevano rossore d'ingannare e di tradire. Il comandante dell'esercito imperiale fece sapere al bey ch'era munito d'ordini speciali a suo riguardo, che il sultano, ammiratore della sua valentia coraggiosa, voleva prenderlo al suo servizio, non avendo dimenticato i meriti del padre e volendo rimunerarne il figlio. Il generale ottomano aveva incarico di promettere a Mussa un completo perdono ed anche, per più tardi, i maggiori onori, purchè deponesse le armi e si recasse solo a Costantinopoli per farvi atto di sottomissione e vivervi poi tranquillamente, in attesa che piacesse al sultano di ricompensarne l'obbedienza. Mussa bey diede ascolto a queste proteste e forse non gli restava in realtà altra via da seguire. Pattuite non pertanto alcune condizioni per il suo paese, per i suoi fedeli e per la sua famiglia, il bey partì per Costantinopoli accompagnato da una scorta d'onore datagli dal pascià trionfante, e, tutto essendo stato sistemato con generale soddisfazione, lo stendardo del bey fu abbassato e sostituito dalla bandiera imperiale e le truppe del sultano presero possesso di ciò che restava della città.

Non vi fu a Veranceir nè saccheggio, nè massacro, nè esecuzioni militari: fu il bey che pagò per tutti. Appena fu arrivato a Costantinopoli vide i soldati della scorta d'onore tramutarsi in guardie ed in carcerieri; Mussa fu chiuso in una prigione e vi fu decapitato dopo tre giorni di captività. Non basta: le sue mogli, i suoi giovani fratelli e i suoi figli furono arrestati nei dintorni di Veranceir, nella loro proprietà d'Eiaq-Maq-oglu, dove la sua famiglia si era ritirata alla partenza del bey. Furono inviati alla lor volta a Costantinopoli e venduti come schiavi. I loro beni furono confiscati e di tutta quella casa, testè così potente, non rimase che il vecchio Osman che non si permise il menomo mormorio e ricevette, in cambio delle sue perdute ricchezze, una pensione sufficiente a sostenere il rango che gli era lasciato. Il vecchio morì pochi mesi dopo suo figlio, triste ma silenzioso, senza lamentarsi e senza parlare delle sue sventure, attestando al suo sovrano quell'amore e quella gratitudine che riscaldano il cuore del pio e vero cristiano quando loda e glorifica il Signore d'aver gravato la mano su di lui e sui suoi. Ma cos'era dunque quest'Osman pascià? Un'anima stoica, un cuore devoto, un fanatico, un imbecille od un furbo compare? Non mi assumo di rispondere a queste domande.

Il sultano Mahmud non sopravvisse lungamente al suo fedele servitore Osman e il suo giovane figlio Abdul-Megid[3] gli succedette. Che un tale figlio sia nato da un tal padre, che un principe di tal fatta abbia regnato su un popolo simile, che un mussulmano siasi rivelato così dissimile dai mussulmani di tutti i tempi sono ben strane anomalie. Tosto dopo la sua assunzione al trono, Abdul-Megid attese a scoprire quali fossero state le sorti delle famiglie di tutte quelle vittime illustri che avevano insanguinato il regno di suo padre. Sulla lista di quelle famiglie sventurate non mancava quella di Osman pascià. Si rintracciarono alcuni discendenti del padre di Mussa che dalla sua rivolta in poi eran tenuti schiavi. Restituita loro la libertà ed alcune delle loro antiche terre, tutti, uomini, donne e bimbi vi ritornarono abbandonando Costantinopoli. Il fratello maggiore di Mussa, uno degli amnistiati, sposò la più cospicua vedova del Dere-bey. I beni resi a questa famiglia non prosperarono nelle mani di questi beneficati dalla clemenza di Abdul-Megid. I degeneri figli di Osman, invece di sfruttare le loro terre, preferirono darsi all'usura, al commercio e vi furon anche quelli che vissero di rapine. Ben presto il territorio della valle d'Eiaq-Maq-Oglu fu trascurato, i mulini vi si fermarono, i canali d'irrigazione furono ostruiti, e il paese, un tempo abitato da Osman, si trovava in così triste stato allorchè io vi giunsi. Vedete con quali uomini io doveva aver a che fare. La fama pubblica mi annunciava ai proprietari fondiari dei paesi vicini a Costantinopoli come una dama «franca» che la guerra cacciava dalla propria patria e che veniva a trascorrere l'esilio in Turchia. I discendenti di Osman sopratutto si ripromisero di far buoni affari con una straniera sbarcata in Turchia in tali condizioni, e non avevano interamente torto. Venni da Costantinopoli per visitare la vallata così cara al vecchio pascià; la situazione, la bellezza del paese, la calma di quel ritiro incantato vinsero tosto le mie esitazioni. Comprai per cinque mila franchi la valle d'Eiaq-maq-Oglu, cioè una pianura di circa due leghe di lunghezza, per un terzo di lega di larghezza, traversata da un corso d'acqua e incorniciata da montagne boscose, con una casa, un mulino e una segheria. I fratelli del Dere-bey avevano fatto una magnifica retata e quando nel paese si seppe qual somma avevano riscossa si andò dicendo che la fortuna favorisce gli inetti. In ogni caso non ebbi troppo da lagnarmi degli antichi possessori della mia piccola tenuta, ed, allorchè disegnai di allontanarmene per qualche mese per recarmi a Gerusalemme, mi decisi a cominciare il viaggio in compagnia del più giovine dei fratelli di Mussa-bey. Ho fatto il racconto particolareggiato della storia di questa famiglia di cui avevo in parte riscattato l'eredità, perchè essa riassume assai bene le condizioni nelle quali languivano talune provincie della Turchia trent'anni or sono. I miei ricordi faranno forse apparire gli stessi paesi sotto un altro aspetto e si potrà così confrontare l'epoca di Abdul-Megid a quella di Mahmud.

In una fredda giornata di gennaio io lasciai dunque il mio tranquillo rifugio, colla scorta di uomini a cavallo senza la quale è impossibile viaggiare in Oriente. Un fratello minore di Mussa, come ho detto, mi accompagnava. Dovevamo traversare, per raggiungere la piccola città di Bajandur[4], termine della nostra prima tappa, la contrada un tempo governata dal figlio di Osman. Il mio compagno mi mostrava i luoghi dove il derebey aveva battuto le truppe imperiali, il boschetto in cui una spia del nemico era stata impiccata sotto gli occhi e per ordine del capo dei ribelli, il posto già occupato dalle fortificazioni di Veranceir, il lato che aveva maggiormente sofferto dall'artiglieria del Sultano. La mia guida ravvisava spesso nei vecchi contadini che incontravamo lungo la strada dei compagni di Mussa bey; egli mi parlava della propria captività, delle sofferenze da lui sopportate, dello stato misero al quale era ridotto. Infine al nostro arrivo a Bajandur, ove presi alloggio in casa del Direttore delle poste, che era a sua volta un cognato di Mussa, il mio giovine compagno si accomiatò da me: ritornava al suo piccolo villaggio appollajato in cima ad un'alta montagna come il nido di un uccello di rapina. Seguii a lungo cogli occhi quel giovine, nato alla lotta e ristretto precocemente in una vita di ozio senza gloria. Triste spettacolo quello del fiero montanaro che su una cavalla curda, magra e gracile, seguiva faticosamente le svolte della strada. Gli abiti del giovine cavaliere contradicevano del resto a ciò ch'egli mi aveva detto della sua povertà: il suo turbante verde, il suo ricco mantello d'Aleppo, in lana bianca intessuta d'oro e d'argento, annunciavano in lui il discendente di una nobile schiatta. Per un istante mi dolsi di non avere il pennello di Decamps[5] per fissare sulla tela quella figura fiera e selvaggia.

Non saprei dir nulla di Bajandur; ma a Scerkess[6] ove mi fermai la mattina seguente, incontrai un tipo della società orientale che contrastava in modo caratteristico con quello del mio compagno del giorno innanzi. È per mezzo de' miei ospiti che vorrei far conoscere l'Oriente. La vita domestica è uno degli aspetti meno conosciuti della civiltà mussulmana, uno di quelli che ho potuto meglio studiare.

A Scerkess scesi da un muftì[7] che avevo guarito qualche mese prima d'una febbre intermittente, e che m'aspettava a braccia aperte. Si è tanto parlato dell'ospitalità orientale, che m'asterrei volontieri d'intavolare questo discorso, se parlandone molto non se ne fosse parlato assai male. Ho letto, per esempio, dei racconti di viaggio in cui gli autori cantavano le lodi dell'ospitalità dei Turcomani[8], mentre io ho sempre riconosciuta l'origine turcomana della popolazione d'un villaggio dal miserando ricevimento che mi si faceva. Del resto si accetta come seria offerta d'ospitalità qualunque complimento indirizzato da un indigeno ad un forestiero senza pensare agli strani equivoci che produrrebbe da noi un'interpretazione troppo letterale di certe formule della cortesia europea. Il fatto è che, di tutte le virtù tenute in conto nella società cristiana, l'ospitalità è la sola che i mussulmani si credano in obbligo di praticare. Là dove i doveri sono poco numerosi, essi sono maggiormente rispettati, cosa del resto perfettamente naturale. Gli orientali hanno dunque preso sul serio questa sola ed unica virtù, questo vincolo isolato ch'essi hanno consentito ad imporsi. Sventuratamente una virtù che si appaga di apparenze è esposta ad alterarsi ben presto. E questo è appunto ciò che è accaduto, è ciò che accade giornalmente nell'ospitalità orientale. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi dell'ospitalità. Entrate in casa sua, pregatelo d'uscirne, lasciatelo esposto alla pioggia, al sole alla porta del suo stesso alloggio, devastate la sua dispensa, esaurite pure le sue provviste di caffè e d'acquavite, rovesciate in ogni senso i suoi tappeti, i suoi materassi, i suoi cuscini, spezzate il suo vasellame, inforcate i suoi cavalli e rendeteli esausti, se tale è il vostro capriccio. Il mussulmano non vi indirizzerà un solo rimprovero perchè voi siete «un muzafir» un ospite: è Dio stesso che vi ha inviato e qualunque cosa voi facciate siete e sarete sempre il benvenuto. Tutto ciò è ammirevole; ma, se un mussulmano trova modo di sembrare altrettanto ospitale quanto è richiesto dalle leggi e dai costumi, senza sacrificare un centesimo od anche guadagnando una grossa somma di denaro, al diavolo la virtù, evviva l'ipocrisia! È ciò che accade novantanove volte su cento. L'ospite vi ricolma di cortesie mentre soggiornate in casa sua; poi, se alla vostra partenza non gli pagate venti volte il valore di ciò che vi ha dato, aspetterà bensì che siate uscito dalla sua casa, che abbiate deposto quindi il vostro sacro carattere di «muzafir», ma poi vi getterà delle pietre.

Naturalmente voglio parlare della moltitudine volgare, e non dei cuori semplici e buoni che amano il bene perchè lo trovano amabile e che nella pratica della virtù procurano a sè stessi un'intima gioja. Il mio vecchio mufti di Scerkess può entrare in questo numero. La sua casa è costituita, come quella di tutte le buone famiglie del Levante, da un corpo di fabbrica riservato alle donne e ai bambini, di un padiglione esterno, con un salone d'estate ed uno d'inverno e finalmente di qualche camera per i domestici. Il salotto d'inverno è una bella camera riscaldata da un buon camino, coperta da grossi tappeti ed abbastanza ben mobiliata da divani ricoperti in stoffe di seta e lana e distribuiti tutt'intorno. L'arredamento della sala d'estate consiste in una fontana che sorge nel mezzo della stanza, alla quale si accostano, occorrendo, cuscini e materassi per sedersi e sdrajarsi. Del resto non si vedono nè finestre, nè porte e l'esterno non è separato dall'interno dalla menoma barriera. Il mio vecchio mufti, che ha novant'anni, possiede parecchie mogli, la più vecchia di soli trent'anni ed ha figli di tutte le età, da un marmocchio di sei mesi ad un uomo di sessant'anni. Egli professa una ripugnanza di buon gusto per il frastuono, il disordine e la sudiceria dell'harem. Vi si reca durante la giornata, come va a vedere ed ammirare i suoi cavalli in scuderia; ma abita e dorme, secondo la stagione, nell'uno o nell'altro de' suoi salotti. Quell'uomo eccellente comprese che, se non aveva potuto adattarsi con una lunga abitudine agli inconvenienti dell'harem, ben peggio doveva essere per me, recentemente sbarcata da quella terra di raffinatezze incantevoli che qui si chiama il «Franguistan». Mi dichiarò dunque subito che non mi confinerebbe in quel luogo oscuro e confuso, male odorante e fumoso che si chiama l'harem, e mi offerse il suo appartamento che accettai con gratitudine. Dal canto suo si insediò nella sua sala d'estate, preferendo, anche alla fine di gennaio e mentre la neve ricopriva città e campagne, la sua fontana ghiacciata, col pavimento umido e tutte le correnti d'aria, all'atmosfera calda ma fetida dell'harem.

Temo di distruggere qualche illusione quando parlo degli harem con così scarso rispetto. Avendo letto le descrizioni che ce ne danno le «Mille e una notte» ed altri racconti orientali, udendo che quei luoghi sono il soggiorno della bellezza e degli amori, siamo autorizzati a credere che le descrizioni letterarie, sieno pure esagerate, abbiano un fondamento nella realtà e che in quei misteriosi rifugi debbano trovarsi riunite tutte le meraviglie del lusso, dell'arte e della più sontuosa voluttà. Quanto siamo lontani dal vero! Immaginatevi dei muri anneriti e screpolati, dei soffitti in legno con fenditure, polvere e ragnatele, dei divani stracciati ed unti, delle portiere strappate, macchie di cera e di olio in ogni angolo.

Tale spettacolo era urtante per me, poichè entravo per la prima volta in luoghi simili, ma le padrone di casa non se ne accorgevano. Sono vestite come Dio vuole e, poichè gli specchi sono rarissimi in quei paesi, le donne si mettono intorno a caso ornamenti di cui non possono valutare esattamente le strane ripercussioni. Arrotolano intorno al capo dei fazzoletti di cotone stampato e vi puntan sopra spilloni di diamanti e di pietre preziose. I loro capelli sono trascuratissimi ed i pettini sono solo conosciuti dalle gran signore che abbiano abitato alla capitale. Fanno un uso smodato di belletti di tutti i colori: ma non possono regolarne la distribuzione che ajutandosi l'un l'altra coi reciproci suggerimenti e, rivali come sono tutte queste donne che convivono nella stessa casa, non trovano di meglio che d'incoraggiarsi mutualmente alle dipinture più grottesche. Esse pongono del carmino sulle labbra, del rossetto sulle guancie, sul naso, sulla fronte, sul mento, del bianchetto arbitrariamente e come sfondo, del bleu intorno agli occhi e sotto il naso. Quello che è ancora più strano è il modo con cui si tingono le sopraciglia. Devono aver udito dire che le sopraciglia acquistano bellezza col formare un grande arco, e ne concludono di potersi far tanto più ammirare quanto più grande sarà questa curva, senza domandarsi se essa non abbia il suo posto delimitato irrevocabilmente dalla natura. Attribuiscono quindi alle loro sopraciglia tutto lo spazio tra una tempia e l'altra e si dipingono sulla fronte due archi immensi che partono dal culmine del naso e se ne vanno, ciascuno per conto suo, fino alle tempia. Non mancano, per quanto sieno casi rari, delle giovani beltà bizzarre che preferiscono la linea retta alla curva e che disegnano una grande riga nera traverso la fronte.

Il risultato più certo e più deplorevole di tutto ciò è il sovrapporsi di tutta questa pittura alla pigrizia ed alla sudiceria che riescono così naturali alle donne dell'Oriente. Ogni viso di donna diventa un'opera d'arte molto complessa e non si potrebbe rifarla tutte le mattine. Perfino le mani ed i piedi tinteggiati in color arancione sfuggono all'azione dell'acqua che può compromettere queste bellezze. La massa di bambini e di schiave, specialmente nere, che affolla gli harem, congiunta all'uguaglianza del tenor di vita fra serve e padrone, costituisce un aggravante della mancanza generale di pulizia. Non è necessario di spiegare come vivano ovunque i bambini piccoli; ma immaginiamoci inoltre quale sarebbe il destino dei nostri mobili fini d'Europa, se le nostre cuoche, le donne di fatica, venissero a riposarsi sulle nostre poltrone, appoggiando i piedi sui nostri tappeti e la schiena alle nostre tende. Per di più, i vetri sono tuttora per l'Asia un oggetto di curiosità, le finestre sono di solito chiuse con carta oliata, e, dove scarseggia anche la carta, si sopprimono senz'altro le finestre e ci si contenta di quel po' di luce che penetra dal camino e che è più che bastante per fumare, per bere e per battere i bambini troppo riottosi, sole occupazioni alle quali si dedicano durante il giorno le spose dei fedeli mussulmani. Non crediate per questo che in tali camere senza finestre regni una vera oscurità. Le case non hanno mai più di un piano, le cappe dei camini non sorgono mai più alte del tetto e sono molto ampie, sì che accada, piegando un poco il capo davanti al camino, di scorgere facilmente il cielo dall'apertura. È l'aria che manca completamente in quegli alloggi. Ma quelle signore non se ne lagnano affatto perchè soffrono naturalmente il freddo e non sanno cacciarlo col moto: rimangono durante ore intere accoccolate per terra dinanzi al fuoco e non riescono a comprendere che talora altri vi si senta soffocare. Mi pare di venir meno solo che ripensi a quelle caverne artificiali, ingombre di donne in istracci e di bimbi maleducati e benedico con tutto il cuore l'eccellente mufti di Scerkess e la sua singolare delicatezza che mi risparmiò un soggiorno di ventiquattr'ore nel suo harem, tanto più che non è dei meglio tenuti.

È un personaggio ben straordinario il mio vecchio amico, il mufti di Scerkess, a giudicarlo almeno dal nostro punto di vista europeo, perchè armonizza perfettamente colla società mussulmana. Non gli avrei dato più di sessant'anni, è alto di statura e leggermente incurvato, ma sembra piegarsi piuttosto per condiscendenza che per debolezza; porta con grazia congiunta a nobiltà la lunga toga e la pelliccia rossa dei dottori in legge. I suoi lineamenti regolari, il suo colorito chiaro e quasi trasparente, il suo occhio limpido ed azzurro, la sua lunga barba bianca che scende ondulata sul suo petto, la sua bella fronte alla quale sovrasta un turbante bianco o verde rigonfio alla moda antica, tutto ciò potrebbe servire degnamente come modello per un ritratto di Giacobbe o di Abramo.

Quando si vede un così bel vecchio, circondato da una famiglia tanto numerosa ed onorato da' suoi concittadini come il simbolo vivente di tutte le virtù, è difficile trattenersi da un sentimento profondo di venerazione. Io non abitavo, mi venivo dicendo, la casa di un semplice mortale, ero ammessa in un santuario. Le vicinanze ne erano affollate ad ogni ora da devoti di ogni età e di ogni condizione accorsi a baciare il lembo dell'abito del Santone, a chiedergli consigli, preghiere ed elemosine. Tutti ripartivano contenti cantando le lodi del loro benefattore. Egli stesso sembrava corazzato contro tutte le debolezze umane: la noia, l'impazienza, il disprezzo, il motteggio, il malumore, l'egoismo. Quale spettacolo incantevole lo scorgere il vecchio coi più giovini de' suoi figli che gli si arrampicavano sulle ginocchia, nascondevano il loro viso giovine nella sua lunga barba e si addormentavano nelle sue braccia, mentr'egli sorrideva loro con tenerezza, ascoltava attentamente i loro lagni e le loro apologie, li consolava de' loro crucci con dolci parole, li esortava allo studio rifacendo con essi e per essi il pesante cammino dell'alfabeto. Io mi smarriva nella contemplazione di quel giusto dicendo fra me: felice il popolo che tuttora possiede e sa apprezzare tali uomini! Ma una conversazione, che ebbi col mufti e con uno de' suoi confidenti, gettò qualche ombra sulla mia ingenua ammirazione. Il vecchio stava seduto con uno de' suoi bimbi su ciascun ginocchio. Ebbi l'idea di chiedergli se avesse molte mogli. Mi rispose: «Non ne ho che due in questo momento (ed era un po' vergognoso di mostrarsi così sprovvisto), le vedrete domani e non vi piaceranno — poi fece una smorfia di disprezzo: — quelle vecchie donne, proseguì, sono state abbastanza belle, ma è passato molto tempo».

— Che età hanno? — domandai.

— Non ve lo potrei dire esattamente, sono sulla trentina.

— Oh! — esclamò allora uno dei servitori del mufti, — il nostro signore non può contentarsi di mogli simili e non tarderà a riempire i vuoti che la morte ha lasciato nel suo harem. Se voi foste venuta un anno fa, avreste veduto una donna degna di sua Eccellenza; ora che è morta ne troverà delle altre, non dubitatene.

— Ma — chiesi a mia volta — sua Eccellenza non è giovane, ha sempre avuto, a quanto pare, parecchie mogli giovani e non le considera tali che al dissotto dei trent'anni. Calcolo quindi che nel corso della sua lunga vita deve averne ricevute nel suo harem un numero molto notevole.

— Probabilmente — fece il sant'uomo impassibile.

— E vostra Eccellenza ha senza dubbio molti figli?

Il patriarca ed il suo domestico si guardarono scoppiando in una risata: poi, quando l'accesso d'ilarità fu passato, il padrone rispose:

— Se ho molti figli? lo credo bene, ma non saprei dirvene il numero.

— Dimmi, Hassan — soggiunse rivolto al suo confidente — mi potresti dire quanti figli io abbia e dove si trovino?

— In verità, no. Sua Eccellenza ne ha in tutte le provincie dell'impero ed in tutti i distretti di ogni provincia; ed è tutto quello che io so e scommetterei che egli stesso non ne sa più di me a questo proposito.

— Come potrei saperlo? — disse il vecchio.

Io volli insistere, perchè il mio patriarca perdeva a vista d'occhio nella mia estimazione e volevo mettermi il cuore in pace; perciò ripresi:

— Come sono allevati questi figlioli, chi ne ha cura? A quale età lasciano il padre? Ove sono stati mandati? e confidati a chi? A quale carriera sono indirizzati e quali sono i mezzi di sussistenza? E come li riconoscete?

— Oh Dio mio! Posso sbagliarmi come qualunque altro, ma poco importa. Del resto li ho tutti allevati, come vedete che faccio con questi fino all'età in cui hanno potuto bastare a loro stessi. Le ragazze sono state sposate o regalate a 10 o 12 anni e non ne ho più sentito parlare; i maschi non sono così precoci e non possono trarsi soli d'impiccio prima dei 14 anni. Io dò allora a ciascuno una lettera di raccomandazione per qualche amico che diriga una grande casa od occupi una carica; egli li colloca in casa sua od altrove, ma tocca ai giovani stessi di far fortuna, io me ne lavo le mani.

Io domandai ancora: — E non li vedete più?

— Che ne so io? Io ricevo, abbastanza spesso, la visita di persone che si dicono miei figli e che possono anche esserlo; faccio loro buon'accoglienze e li ospito per qualche giorno senza chieder loro nulla. Finiscono bene per comprendere che qui non vi è posto per essi e che non vi hanno assolutamente nulla da fare. Le loro madri sono morte, essi sono degli stranieri per me. Per cui se ne vanno spontaneamente e, dopo essere venuti una volta, non ricompaiono più. Sta bene, perchè altri arrivano al posto loro e fanno poi come quelli che li hanno preceduti. Meglio così.

Io non era ancora soddisfatta e continuai:

— Ma questi bei bambini che accarezzate e che vi abbracciano così teneramente sono destinati a subire la stessa sorte?

— Senza dubbio.

— Ve ne separerete quando avranno raggiunto l'età di 10 o 14 anni? Non vi preoccuperete cosa diverranno? Non li rivedrete forse più? E, se ritorneranno un giorno per sedersi ancora una volta alla tavola famigliare, li tratterete come degli stranieri e li vedrete ripartire, questa volta per sempre, senza dar loro un solo di quei baci che prodigate loro adesso? Che accadrà di voi un giorno nella vostra casa deserta quando la voce dei vostri bimbi non vi risuonerà più?

Io cominciavo ad animarmi ed i miei uditori non mi capivano più. Il domestico riuscì ad afferrare il senso delle mie ultime parole e si affrettò a rassicurarmi circa l'isolamento futuro del suo venerato padrone.

— Oh, — disse — quando questi bimbi saranno grandi, sua Eccellenza ne avrà altri piccolini, potete rimettervi a lui su questo punto, non se ne lascerà mancare.

Padrone e servitore scoppiarono in una nuova risata, ma il vecchio aveva osservato che l'effetto prodotto in me da questa conversazione non aveva aumentato la mia stima per lui che teneva a conservare. Affrontò quindi una dissertazione con una certa pretesa di serietà a proposito delle famiglie troppo numerose e dei loro inconvenienti, dell'impossibilità di nutrire e di allevare fino in fondo tutti i propri figlioli, specialmente in una vita così lunga come la sua. Quest'apologia era svolta in un tono solenne, ma le argomentazioni sulle quali si fondava non erano per questo meno assurde ed odiose, tanto che fui ripetutamente sul punto d'interrompere il patriarca. Mi limitai a compiangere in silenzio il popolo che onora uomini di tal fatta come modelli di virtù.

L'indomani ricevetti la visita della principale sposa del patriarca; era un bel donnone, ma orribilmente impiastricciata di rosso e di nero; vi sarà stato anche del bianco, ma non lo si vedeva. Quando le restituii la visita, la trovai circondata da tutte le signore della città che le rendevano onore come alla moglie del personaggio più importante del paese. Essa sembrava comprendere tutta la dignità della sua posizione e ne godeva senza scrupoli. Poichè mi piaceva poco non feci con essa una conoscenza più intima e profittai del permesso del mufti per tenermi ad una certa distanza dalla porta dell'harem.

Se devo poi darvi un'idea della città di Scerkess, l'antica Antoniopolis, vi additerò tante piccole case in legno ed in fango più o meno in rovina, distribuite a caso sul terreno, abbandonando alle immondizie lo spazio rimasto libero fra l'una e l'altra. Le funzioni di spazzino sono affidate ai cani quasi selvatici, agli sciacalli ed agli uccelli di rapina. Nessuno si preoccupa di assicurare agli abitanti il transito da una casa all'altra. I solchi, le buche, i detriti dei muri crollati, tutto ciò si accumula, si sfascia, aggravando uno stato di cose al quale nessuno rimedia. In alcune città, nell'interno dell'Asia Minore, per traversare le strade si ricorre a dei pattini, che potrebbero anche esser chiamati dei trampoli, tanto sono alti. Altrove le suole delle scarpe devono essere rimpiazzate da sandali in pelle di capra o in pelle di bufalo non conciata e non spogliata del suo pelo. Non ultimo inconveniente è quello che una persona di statura appena superiore alla media arrischia di urtare negli spigoli dei tetti delle case, se non sta in mezzo alla strada. Ecco un quadro fedele di Scerkess che può applicarsi a tutte le città dell'Asia Minore.

ANGORA E IL CONVENTO DEI DERVISCI

Due giorni di marcia separano Scerkess da Angora[9], viaggio faticoso. Traversiamo a cavallo montagne nevose e, caso singolare, splende un sole molto caldo, ma il suolo che scricchiola sotto i nostri passi è tutto ghiacciato. La prima tappa mi riservò un incidente che poteva emozionarmi. Eravamo arrivati verso sera ai piedi di una montagna dai fianchi tappezzati da fitti boschi di pini. Era il tramonto quando arrivai sulla nuda spianata di quel monte, e il vento del nord che vi turbinava per poco non mi gettò dal cavallo. Dovevo ancora salire un'erta nell'oscurità, aggravata da incessanti raffiche di neve. D'un tratto il cavallo si ferma avendo perduto la traccia del sentiero che serpeggiava dinanzi a noi come le strade che valicano le Alpi e gli Appennini. Tutta la mia scorta era immobilizzata e, per aumentare l'imbarazzo, una mandra di mucche e di asini, guidata da qualche ragazzo, ostruiva il passaggio nel quale ci sforzavamo invano di avviare le nostre cavalcature. Era per altro necessario di uscire da quell'immobilità che ci minacciava di un congelamento, dato il freddo intensissimo che regna su quelle alture. Il nostro cavass prese una decisione eroica e lanciò il suo cavallo a caso fendendo gli strati di neve che avevamo d'intorno. Seguii il suo esempio affidandomi alla Provvidenza ed il mio cavallo traversò con impeto la distesa di neve nella quale l'avevo lanciato: perdette piede due volte e due volte ritrovò un punto d'appoggio, finchè raggiungemmo un terreno più solido al di là di quel passo pericoloso. Eravamo sulla cima della montagna non lungi da una casa di rifugio di cui potevamo già scorgere il fumo ospitale; pochi minuti dopo la nostra scorta ci raggiungeva ed una mano mezzo gelata, della quale fu difficile riattivare la circolazione, fu il solo strascico che ebbe per me un incidente come può aspettarsene qualsiasi viaggiatore che si rechi nell'inverno dall'Anatolia alla Palestina.

Ormai siamo ad Angora, l'antica Ancira. Mi trattenni in questa città una quindicina di giorni nel febbraio del 1852. L'archeologo non trova che poveri avanzi dell'antica capitale della Galazia, ma un viaggiatore incuriosito dalla vita attuale dell'Oriente può raccogliervi materia d'osservazioni interessanti. Gli europei, poco esperti di usanze amministrative del paesi mussulmani, devono aspettarsi purtroppo ogni sorta di noie.

Io avevo dimenticato, al momento della mia partenza, di far rettificare un errore che era sfuggito nella redazione del mio passaporto. Contavo porvi rimedio ad Angora, ove risiede un Caimacan[10], ma egli si rifiutò di prestarvisi senza una mancia di 15,000 piastre. Non fu possibile di piegare quell'avido funzionario nè con osservazioni, nè con rimproveri, nè con preghiere, e mi riescì appena di ottenere una riduzione nel prezzo. Messa così alle strette e decisissima a non dare un centesimo a quel mascalzone, gli dichiarai che non avevo su di me che il denaro indispensabile per arrivare fino a Cesarea e che non potevo quindi pagarlo che con una tratta su Costantinopoli. L'accettò ed io gli consegnai la cambiale, ma scrissi al mio banchiere di non pagarla. Il blocco fu levato non appena consegnai la cambiale e mi affrettai ad uscire da Angora e dalla giurisdizione di quello sciagurato Caimacan. Mentre questa faccenda s'era imbrogliata e risolta dovetti far passare il tempo e pazientare.

Il mufti di Scerkess mi aveva indirizzata al suo amico, il mufti di Angora, personaggio ancora più vecchio e non meno rispettabile del suo collega. Egli aveva varcato i cent'anni e possedeva anch'egli delle mogli giovani e dei bambini piccolissimi. Questo valentuomo aveva perduto la vista da qualche anno e i dervisci, che aveva consultato, avevano parlato di una cataratta. Volle sapere ciò che io ne pensassi, perchè la mia reputazione nella scienza medica è così ben stabilita in Asia come può essere a Parigi quella del Dottor Andral[11]. Gli potevo dare qualche speranza perchè non scorgevo una vera cataratta e gli consigliai una cura che intraprese senza esitazione e che, sin dall'inizio, gli procurò qualche sollievo. Bastò perchè il buon vecchio concepisse una grande amicizia per me. Mandava tutte le mattine i suoi coadiutori a prendere le mie notizie, ed a mettersi a mia disposizione per tutte le spedizioni e le ricerche che volessi fare. Quei bravi mufti mi offersero, fra le altre distrazioni, la visita di un celebre convento di dervisci situato nella città stessa ed io accettai con premura la loro proposta.

Questo nome di dervisci compare spesso in tutti i racconti orientali ed in tutti gli scritti che trattano dell'Oriente e de' suoi costumi, ma, se io vedo bene, l'idea che ci si dà di tali personaggi è inesatta ed incompleta. Dal canto mio m'ero sempre rappresentato il derviscio come un frate mendicante mussulmano, un sant'uomo a modo suo, sottoposto ad una regola più o meno austera, subordinato a capi appartenenti ad una gerarchia sacerdotale, e costretti ad adempiere compiti di beneficenza e di sacrificio. Un personaggio così foggiato dalla fantasia non assomiglia affatto al vero derviscio. Derviscio può diventare istantaneamente qualsiasi mussulmano purchè si leghi al collo od infili nella sua cintura un talismano qualsiasi, una pietra raccolta sul territorio della Mecca, una foglia secca caduta da un albero che dia ombra al sepolcro di un santo o qualunque altra cosa di suo gusto. In mancanza di reliquie può scegliere semplicemente un corno nel quale soffia a date ore del giorno od anche un semicerchio in ferro innastato su di un bastone destinato a reggere il suo capo nei brevi momenti nei quali è supposto abbandonarsi al riposo, ciò che vuol dire che il santone si è condannato alla veglia perpetua. Difatti il bastone che porta all'estremità questo semicerchio che deve servire da cuscino, non rimane fermo che per un miracolo d'equilibrio e, non appena l'asceta ha chiuso gli occhi, il bastone oscilla, cade e sveglia il dormiente. Vi sono poi dervisci che si accontentano di portare in testa una pelle di capra a foggia di berretto in punta e questa strana decorazione basta ad assodare, in favore di chi la porta, il diritto al titolo di derviscio ed alla venerazione dei fedeli. I dervisci hanno raramente un domicilio stabile; quasi tutti viaggiatori, vivono, cammin facendo, di elemosina, salvo a trasformarsi in ladri quando non basti loro la beneficenza nazionale. Sono chiamati talora a guarire gli infermi, uomini o bestie, a far cessare la sterilità delle donne, delle cavalle e delle mucche, a scoprire i tesori nascosti nel seno della terra, a cacciar gli spiriti maligni che abbiano stregato le greggi o le ragazze, insomma ad intervenire in tutto ciò che ha del maraviglioso. Come ogni buon mussulmano essi hanno delle mogli, ma le lasciano nel villaggio dove sono nate, mentre proseguono i loro eterni pellegrinaggi scegliendosi una nuova sposa quando si sentono troppo soli, e abbandonandola quando siano ripresi dalle attrattive del vagabondaggio. Accade talora che un derviscio ritorni dopo qualche anno per ritrovare quella delle sue mogli che gli abbia lasciato i più teneri ricordi. Se la donna lo ha atteso riannoda il matrimonio per qualche tempo; se quella ha trovato di meglio od ha perduto la pazienza si scusa come può e non ha nulla da temere dalle vendette del suo primo sposo. Bisogna riconoscere che questi costumi sono assai facili e non hanno nulla di crudele.

Tale è nella realtà il derviscio, spoglio delle virtù che gli hanno attribuito novellieri e viaggiatori. In sostanza non è che un fannullone, un impostore che diventa talora brigante colla complicità delle circostanze. Qua e là vi sono però delle associazioni di dervisci che vivono in comune ed obbediscono a dei superiori. Esse sono molto più rispettabili dei loro confratelli erranti e si consacrano particolarmente a talune opere buone, espressione che nei riguardi dei dervisci esigerebbe un commento, perchè si vedrà fra breve a qual genere di opere buone si dedichino i dervisci regolari di Angora. Non dimentichiamo poi che l'ortodossia dei dervisci è molto problematica e che uno dei loro ordini in ispecial modo, quello della «Pietra della salvezza», è molto sospetto di indifferentismo riguardo al Profeta ed a' suoi precetti.

Me ne andai dunque, scortata da due de' coadiutori principali del mufti, a visitare il convento dei dervisci, o per dir meglio, la loro residenza d'estate, giacchè, durante l'inverno, quasi tutti si ritirano nella città, ove vivono come gli altri mussulmani in mezzo alle loro famiglie ed estranei alla comunità. In uno dei sobborghi di Angora si trova un giardino, non più grande di cinquanta pertiche quadrate, chiuso da tutti i lati da dei corpi di fabbrica staccati gli uni dagli altri e talmente ingombro di chioschi che rimane appena lo spazio necessario per passare da uno all'altro. Questo strano giardino, che può avere qualche attrattiva durante la bella stagione quando i chioschi e le case che li circondano sono tappezzate di arrampicanti, presentava allora un aspetto deplorevole. Mi sedetti tristemente in uno di quei chioschi privi delle loro verdi ghirlande, ad ascoltare distratta ed incredula le descrizioni che i dervisci mi facevano senza posa degli incanti del loro soggiorno estivo. Ripetevano sopratutto che l'acqua vi è sempre fresca. È uno dei vantaggi ai quali gli orientali danno maggior importanza. Quando vi hanno detto che in un paese l'aria è buona e l'acqua è fredda, si meravigliano che non vi affrettiate a farne la vostra dimora. Quante volte mi hanno domandato se a Parigi ed a Londra l'aria sia buona e l'acqua fresca, e alla mia risposta di non saperne nulla rimanevano tutti sorpresi!

Una buona merenda, consistente in uva ed in pere squisite, miele, marmellate ed acqua freschissima, mi era stata servita senza poter vincere la mia crescente inclinazione alla malinconia, tanto che le mie guide credettero giunto il momento di variarmi i piaceri. Fui fatta passare in una delle case che circondano il giardino, ove le mogli dei dervisci stavano riunite per ricevermi e farmi gli onori della dimora. Ve ne saranno state trenta, pigiate in una stanzetta ermeticamente chiusa, abbastanza ben mobiliata, ma riscaldata a tal punto da una stufa in ghisa che avrei avuto uno svenimento se una di quelle signore non avesse avuto l'estrema bontà di stracciare uno dei telaj di carta delle finestre per darmi un poco d'aria. In un clima così caldo nulla è tanto temuto quanto il freddo, e si prendono cure infinite per ripararsene anche nei momenti in cui i poveri europei come noi non pensano ad altro che al pericolo di morire soffocati. Così nei mesi più torridi d'estate potete scorgere degli asiatici avviluppati in mantelli di panno foderati di pelliccia e tutti attorno ad un fuoco fiammeggiante, mentre le donne esauriscono la fertilità del loro ingegno nel trovare il mezzo d'impedire all'aria libera di penetrare nelle loro case. Durante tutto il tempo del mio soggiorno ad Angora non riescii a liberarmi un momento solo da un violento mal di capo prodottomi dalle esalazioni della stufa a carbone. Nelle case armene si sta ancor peggio: le donne e, qualche volta anche gli uomini, adoperano per scaldarsi il così detto «tandur», mobile che sembra un tavolo ricoperto da una lana che si strascina fino per terra. Sotto questo tavolo si colloca un braciere coi carboni accesi e molta brace. Tutta la famiglia si pone intorno al tavolo ed ognuno tira a sè la coperta di lana, ponendovi sotto le sue mani e le sue braccia, così da arrostirsi alla mite temperatura di 38-40 gradi Reaumur per lo meno. I più sgraziati accidenti derivano da questi usi, e mi ricordo ancora di essere stata svegliata la notte precedente alla mia partenza da Angora perchè una famiglia in pianti mi recava un povero bambino che s'era bruciato nel domestico «tandur». Il fuoco s'era appiccato a' suoi abiti di lana e non se n'erano accorti che quando il corpicino era annerito come il carbone. Nonostante simili disgrazie, che si rinnovano abbastanza spesso, gli asiatici hanno un grande attaccamento per il loro «tandur» col quale si abbrustoliscono a buon mercato.

Le mogli dei dervisci mi soffocarono d'amabilità e di testimonianze d'amicizia, forzandomi ad accettare un fagotto di calze e di guanti di pelo di capra d'Angora, oltre ad un magnifico gattone della specie conosciuta fra noi col nome di «gatti d'Angora». Discorremmo naturalmente delle qualità specialissime degli animali di una tale regione dell'Asia Minore. È infatti notevole, e meriterebbe di richiamare l'attenzione degli scienziati europei, la superiorità della lana delle bestie nate nella provincia d'Angora, in confronto di quella degli animali di tutto il resto dell'Asia ed anzi del mondo intero. Le capre d'Angora sono le più graziose bestiole che si possano vedere; la loro seta, giacchè non si può neppure chiamarla lana, è di solito bianca, talora rossiccia, grigia od anche nera, ma qualunque ne sia il colore è sempre altrettanto fina, morbida e lucente. Si potrebbe scambiarla colla seta più fina che fosse stata ondulata od arricciata mediante qualche processo recentemente scoperto. Con questo pelo si fabbrica ad Angora un tessuto molto stimato e si lavorano a maglia calze e mezzi guanti d'ogni specie. I gatti sono meno utili, ma non possono sprezzarsi per lo meno da parte di chi ama la bellezza ovunque si trovi. Questi gatti sono enormi ed hanno il corpo ricoperto da una densa lanuggine abbastanza simile a quella dei cigni. La loro testa è molto larga, hanno una coda lunga e folta. La maggiore attrattiva di questi animaletti consiste nella grazia delle loro movenze, nella leggerezza dei loro salti, nella rapidità della loro corsa e nel coraggio col quale picchiano i cani più grossi, che di solito si guardano dal replicare. Basta che vi allontaniate da Angora di qualche lega e le capre ridivengono brutte, i gatti comuni ricompaiono col loro piglio volgare ed il loro carattere sornione. A Conia soltanto capre e gatti si accostano a quelli di Angora senza raggiungerne la bellezza incomparabile.

In genere gli animali dell'Asia sono molto superiori a quelli dell'Europa ed ogni distretto si vanta di possedere il tipo più perfetto dell'una o dell'altra specie. Se Angora ha le sue capre e i suoi gatti, i Turcomani, che abitano i vasti deserti della Cappadocia, hanno i loro montoni colla coda larga, i loro levrieri colle orecchie spioventi come i «king-Charles» inglesi, i loro cavalli più grandi e più robusti di quelli arabi. I montoni turcomani, che si trovano anche fra i curdi, hanno forme assai più graziose dei nostri: il collo lungo, il muso affilato, lunghe orecchie che scendono parallelamente al muso e ne seguono il contorno, come i ricci all'inglese accompagnano il viso di una giovinetta. Il carattere principale di queste bestie è una coda tanto grossa che pesa talvolta fino a 10-12 oche, misura turca che equivale a circa 44 once. Questo peso oscillante al di fuori del centro di gravità imbarazza alquanto la bestiola che è talvolta nell'impossibilità assoluta di trascinare la sua coda, sì che si cerca di sollevarla attaccandola a carrettine che reggono l'incomoda appendice.

Mentre le mogli dei dervisci di Angora mi vantavano le razze privilegiate della loro provincia, non potevo trattenermi dall'esprimere a un altro punto di vista la mia ammirazione per i nobili animali di quei paesi. Ciò che sopratutto mi aveva colpito era la loro estrema dolcezza, la loro mansuetudine singolare. Il bufalo che ovunque ha la riputazione d'una bestia selvaggia quasi del tutto ribelle ai tentativi di addomesticarla non è qui più bellicoso di un bue. Gli sciacalli, che riempiono queste valli e queste foreste, non fanno altro che urlare come dei dannati e si tengon paghi di venirvi a rubare il burro fresco ed il latte fin nella vostra tenda, se l'avete. Il cavallo, che noi conosciamo così fiero ed indocile, non manifesta qui nè ribellione, nè collera, nè ostinazione. Anzi le fiere stesse sembrano partecipi di questa bonarietà universale. Le montagne sono abitate da pantere e da leopardi, ma non v'ha esempio che queste belve abbiano attaccato pacifici viaggiatori, nemmeno se andavano a caccia. Anche il cinghiale non fa la guerra che ai giardini ed alle risaie. Tutto ciò dipende, almeno per alcuni animali, dall'atteggiamento usato a loro riguardo. Un Turco, od anche un Arabo, non maltratterà mai un suo cavallo neppure per correggerlo. Gli parlerà, cercherà di ricondurlo sulla retta via, ma non riescendo si rassegnerà: «Allah Kerim!» Mi rammento d'aver molto scandalizzato la mia scorta mussulmana un giorno in cui, dopo che il mio bel cavallo aveva voluto adagiarsi in un fiume durante il guado, mi permisi, appena uscita dal mio bagno inatteso, di infliggergli un salutare castigo. «Oh, non colpitelo!» mi si gridava da ogni parte. «Che peccato! È così buono e così bello!» Tutti gli si accostavano per lusingarlo ed accarezzarlo facendogli dimenticare la mia ruvidezza. Lo stesso accade cogli animali destinati a lavorare la terra. I bufali non lavorano che finchè lo vogliono e nel modo che preferiscono. Il pastore non guida mai il suo gregge, ma lo segue e, occorrendo, lo protegge; così le sue bestie gli vogliono un gran bene. Ci pare strano udire tutta questa gente discorrere cogli animali e ciascuno nella propria lingua, cioè indirizzandosi ad ogni specie di animali con un certo numero di parole, prive di un senso preciso per gli uomini, ma che le bestie capiscono benissimo. Vi è una parola ed una cadenza speciale che avverte le capre dell'avvicinarsi del lupo ed il medesimo monito è dato al cane con altre parole ed altri suoni. «Voltate a sinistra, voltate a destra, fermatevi, andate avanti»; tutto ciò si dice in modo diverso ad un montone o ad un cavallo, a un mulo o ad un bufalo. E sempre bene! Ognuno sa ciò che questo voglia dire. Tali diversi linguaggi non possono avere suoni molto delicati nelle sfumature; occorre procedere a grandi linee, o per meglio dire a grandi strida. Infatti nulla è più curioso delle rumorose melodie dei contadini, dei cacciatori, dei mulattieri e dei pastori dell'Asia proseguite da un monte all'altro ed alle quali gli animali rispondono a modo loro. Si potrebbe comporre uno strano dizionario colla lingua che gli animali di quassù capiscono, se anche non la parlano.

Ritorno, come devo ormai, ai miei dervisci. Questa brava gente voleva assolutamente divertirmi facendomi passare nel modo più gradevole che fosse possibile il tempo del mio soggiorno forzato nella città di Angora. Si erano accorti che la visita al convento aveva avuto un successo mediocre: immaginarono dunque qualcos'altro, e una bella mattina che, sdraiata sul mio sofà, mi sforzavo invano di scuotere il torpore e l'emicrania prodotti dal fumo di carbone della stufa di ghisa che infestava la mia camera chiusa, vidi entrare un vecchietto col mantello bianco, la barba grigia, un berretto appuntito di feltro grigio circondato da un turbante verde. Il suo occhio era vivace e la sua fisionomia benevola quanto ingenua. Questo vecchio si annunciava come il capo di certi dervisci autori di miracoli che il gran mufti mi mandava perchè potessi assistere alle loro operazioni. Mi profusi in ringraziamenti dicendomi pronta ad assistere allo spettacolo che mi si offriva. Il vecchietto allora socchiuse la porta e, fatto un segnale, ricomparve subito con un seguito di discepoli.

Erano otto e di certo se li avessi incontrati durante il mio viaggio al limitare di un bosco non mi sarei rallegrata di vederli apparire. I loro abiti in brandelli, le loro lunghe barbe irsute, i visi pallidi, le figure emaciate, un non so che di feroce e di stralunato che balenava nei loro occhi, costituivano un contrasto impressionante col viso rotondo e fresco del loro capo, che aveva una fisionomia aperta, sorridente ed era vestito con qualche pretesa. All'entrata i discepoli si prosternarono davanti al loro capo, gli fecero un saluto d'etichetta e si sedettero ad una certa distanza aspettando gli ordini del vecchietto che, dal canto suo, attendeva i miei comandi. Provavo un certo imbarazzo che sarebbe stato assai più penoso, se la seduta che si annunciava fosse stata da me richiesta. Per fortuna io non ne aveva nessuna responsabilità, pensiero che mi rimetteva un poco in sesto: con tutto ciò io non osava far segno che si cominciasse... non sapevo neppur cosa. Mi aspettavo una scena d'impostura grossolana che sarei stata costretta a lodare per cortesia e che avrei dovuto fingere di prendere seriamente, non fosse che per educazione. Il mio amor proprio non era in gioco, ma temevo di non saper bene recitare la mia parte e del resto, lo confesso, la mia coscienza di persona incivilita stava alquanto in allarme.

Feci servire il caffè per guadagnar tempo, ma solo il capo accettò; i discepoli si scusarono, allegando la gravità delle prove che dovevano superare. Io li guardavo; erano serii e impassibili come uomini che aspettassero la visita di un ospite, anzi di un padrone venerato. Dopo un breve silenzio, il vecchietto mi domandò se i suoi figlioli potessero cominciare; ed io risposi che non dipendeva che da essi, risposta che fu interpretata come un incoraggiamento, sicchè il vecchio fece un segno ed uno dei dervisci si alzò. Anzitutto andò ad inginocchiarsi dinanzi al capo e baciò la terra; il capo gl'impose le mani in atto di benedirlo e gli disse a voce bassa alcune parole che non afferrai. Alzatosi il derviscio lasciò cadere il suo mantello, la sua pelliccia di pelo di capra, tolse di mano ad uno de' suoi confratelli un lungo pugnale che aveva l'impugnatura guernita di campanelli e si pose in piedi nel mezzo della stanza. Da principio era calmo e raccolto, ma gradatamente si animava sotto l'azione di una forza interna: il suo petto si sollevava, gli si gonfiavano le narici e roteava gli occhi nelle orbite con una velocità straordinaria. La trasformazione era accompagnata e certamente agevolata dalla musica e dai canti degli altri dervisci che, avendo preso le mosse dal monotono recitativo, trascorsero tosto a grida, ad urli in cadenza, seguendo un certo ritmo misurato dai colpi regolari ed affrettati di un tamburino. Quando la febbre musicale raggiunse il suo parossismo il primo derviscio prese ad alzare e ad abbassare successivamente il braccio che stringeva il pugnale senza sembrare d'aver coscienza de' suoi movimenti e quasi obbedisse ad una forza estranea. Un brivido convulso percorreva tutte le sue membra; egli univa la sua voce a quella de' suoi confratelli, ma presto li ridusse all'umile ufficio di accompagnatori, tanto le loro grida erano soverchiate e dominate dalle sue. Il ballo s'aggiunse alla musica ed il protagonista eseguì salti così prodigiosi, pur seguitando ad inneggiare come un energumeno, che il suo torso nudo era madido di sudore.

Era il momento dell'ispirazione. Il derviscio protese il braccio, brandendo il pugnale che aveva sempre nelle mani, facendone risuonare i campanelli alla menoma scossa, poi d'un tratto ripiegò con forza il braccio, infisse il ferro nella guancia fino a farne escire la punta nell'interno della bocca. Il sangue sgorgava dalle due aperture della piaga e non potei trattenere un gesto per far cessare quell'orribile scena. «La signora vuol vedere più da vicino» disse allora il vecchio che non mi perdeva di vista. Fece avvicinare il paziente e, per farmi constatare che la punta del pugnale aveva realmente traversato le carni, non fu soddisfatto finchè non mi ebbe costretta a toccare col dito quella punta.

— Siete convinta che la ferita di quest'uomo è reale? — soggiunse il vecchio.

— Non ne dubito menomamente — risposi con ogni premura.

— Basta figliol mio — riprese egli allora indirizzandosi al derviscio che era rimasto durante l'esame colla bocca aperta piena di sangue e col ferro nella piaga, — andate a guarirvi.

Il derviscio inchinatosi tolse il ferro dalla piaga, s'accostò a uno de' suoi colleghi e inginocchiatoglisi dinanzi gli offerse la guancia perchè gliela lavasse di fuori e di dentro colla propria saliva. L'operazione non si prolungò più di qualche secondo, ma, quando il ferito si rialzò e si volse verso di noi, ogni traccia di ferita era scomparsa.

Un altro derviscio, colla medesima messa in scena, si inferse una ferita al braccio, che collo stesso metodo fu medicata e guarita. Un terzo mi riempì di spavento: era armato di una grande sciabola ricurva che prese colle due mani per le due estremità e dopo essersi applicata la lama dal lato concavo sopra il ventre ve la fece penetrare con un leggero movimento bilanciato. Tosto una linea porporina si disegnò sulla pelle lucida e bruna, ed io supplicai il vecchio di non spinger più oltre quelle prove. Egli sorrise e mi assicurò che non avevo ancor visto nulla, che quello non era che un prologo, e che i suoi figli si tagliavano impunemente tutte le membra ed occorrendo anche la testa, senza che ne derivasse loro il menomo inconveniente. Io credo ch'egli era stato contento di me, e mi riteneva degna di apprezzare i loro miracoli, ma ne ero mediocremente soddisfatta.

Fatto sta che io rimaneva meditabonda ed imbarazzata. Di che si trattava? I miei occhi avevano ben veduto? Non avevo toccato colle mie mani? Il sangue non aveva forse sprizzato? Avevo un bel rammentarmi i giochi dei nostri più celebri prestidigitatori, non ritrovavo ne' miei ricordi nulla che potesse avvicinarsi a quello che avevo visto testè. Avevo dinnanzi uomini ignoranti e della massima semplicità, come semplicissimi erano gli atti loro che non lasciavano alcun campo all'artificio. Non pretendo d'aver assistito ad un miracolo, narro fedelmente una scena che da parte mia non saprei spiegare.

Ero molto commossa, lo confesso, e l'indomani ascoltai senza sorridere il racconto di altri fatti meravigliosi di cui mi parlò il dottor Petranchi stabilito da molti anni ad Angora con funzioni di Agente Consolare inglese. Il signor Petranchi crede che questi dervisci possiedano secreti naturali, o per dir meglio soprannaturali, coi quali compiono prodigi simili a quelli degli antichi sacerdoti egiziani. Non enuncio la mia opinione; mi contento di non averne alcuna, è l'unico modo di non sbagliarsi in certi casi.

Giunse finalmente il giorno fissato per la mia partenza da Angora. Durante il mio soggiorno in quella città ero stata piuttosto ammalata e quando mi ritrovai sul mio cavallo non in piena campagna, ma in pieno deserto (come è l'intervallo che separa qui le grandi città), esposta a tutte le brine, senz'altra difesa che le mie pelliccie, senz'altro riparo che un misero tetto e alla peggio la mia tenda, mi sentii stringere il cuore in segreto. Occorre maggior forza d'animo di quanto si potrebbe credere a prima vista per intraprendere simili viaggi. Non è la fatica che spaventa, giacchè non si cammina più di sette od otto ore al giorno, al passo od ambando, su dei cavalli facilissimi; i pericoli sono piuttosto immaginari che reali, le privazioni tollerabili, perchè, oltre le provviste che il viaggiatore reca con sè, può esser quasi sicuro di trovare ovunque galline, ova, burro, riso, orzo, miele, caffè e dei materassi. Ma quando ci si pone a riflettere che non sarebbe possibile procurarsi altro, che quand'anche le forze venisser meno, dopo sei ore di marcia, bisognerà nondimeno terminare la tappa, che la malattia ci troverà senza risorse, che la strada si svolgerà senza rifugio e che la neve e l'uragano possono sorprenderci nel corso della marcia, una specie di debolezza angosciosa ci assale involontariamente, sentimento che occorre respingere, perchè guai al viaggiatore che vi indulgesse!

CESAREA E LE CITTÀ DEL TAURO

Mi si permetta di mutare ancor qui di colpo la scena. Avendo lasciato la Galazia per venire in Cappadocia, siamo fra le popolazioni turcomane. Da quattro giorni abbiamo lasciato Angora alle spalle. Dobbiamo raggiungere la città di Adana, traversando Kirsceir, Cesarea e qualche altra località notevole per i suoi ricordi o per l'importanza che ha tuttora. Uno degli incidenti caratteristici di questo viaggio si svolse nel villaggio chiamato Cuprin. Io dovevo cambiare la scorta in quel villaggio e vi ebbi campo di adempiere all'ufficio di medico presso una giovinetta malata da un anno, e che suo padre, superando la propria avversione pei Cristiani, mi aveva pregato di visitare. I miei compagni di viaggio si erano allontanati quando vidi apparire la giovane accompagnata dalla madre. Era una magnifica creatura alta e di proporzioni grandi, ma perfette: un bel viso ovale, occhi tagliati a mandorla e di un nero vellutato, un naso piuttosto aquilino che greco, un colorito che doveva esser stato stupendo e che risplendeva tuttora, ma ormai di quell'ardore malsano che la febbre sostituisce alla freschezza. Questa bella giovane aveva l'aria profondamente triste ed era impossibile di guardarla senza prendervi interesse. Sua madre, ancor bella dello stesso genere di bellezza della figliola, sembrava molto inquieta ed afflitta dello stato dell'ammalata, e quelle due donne si rivolgevano a me, manifestandomi una benevola fiducia che contrastava col riserbo arcigno del padrone di casa.

Non faticai a convincermi che la giovine soffriva di malattia di cuore e, sebbene rifugga dalle ipotesi romantiche, fui presa dal sospetto che la malattia avesse cause morali. I privilegi del medico sono quasi illimitati in questi paesi ove i medici sono così rari, ed io non temetti di commettere una indiscrezione informandomi se qualche dolore, qualche scossa accidentale non avesse preceduto i sintomi della malattia.

— Ahimè, sì, — mi rispose la madre — fra otto giorni compirà l'anno dal dì che la mia povera figliola provò un terribile spavento ed è da allora che langue così.

— E posso conoscere la ragione di questo spavento?.

La madre guardò sua figlia che arrossì, abbassò gli occhi, e vidi il suo seno sollevarsi in fretta come se il suo respiro divenisse sempre più difficile e faticoso.

— Ma perchè ti turbi a questo modo? — riprese la madre. — Sai bene che bisogna dir tutto al medico. — Si voltò poi verso di me: — La poveretta non può ascoltare la menoma allusione a quella notte funesta senza sentirne ancora il contraccolpo; ma si allontanerà per qualche momento ed io vi racconterò ogni cosa.

Infatti la giovinetta si alzò e si avvicinò alla finestra, mentre sua madre, chinandosi verso di me si preparava alla confidenza: ed io pensava fra di me: ci siamo; che si tratti di un amante scoperto da quel padre snaturato?

— Ebbene, signora, voi dovete sapere che la mia figliola, dopo esser stata a passare la giornata presso un'amica, rincasava allo scendere della notte; nel salire la scala senza lume accompagnata da una delle sue donne, un essere esce da una delle camere disopra, scende qualche gradino dinanzi a mia figlia, la raggiunge, inciampa nelle sue vesti e la fa cadere; essa getta un grido, si rialza.... la luna appariva in quel punto e la mia povera figliola credette di scorgere un gatto nero che fuggiva a gambe levate. Forse non era vero, forse era semplicemente un gatto grigio; è quello ch'io mi sforzai invano di farle capire; ma non fu possibile di torle dal capo che il gatto dal quale era stata rovesciata fosse un gatto nero.

Io aspettava sempre la fine della storia; ma non vi era più nulla e la storia era finita. Cercai di scoprire, senza peraltro tradire la mia ignoranza in una simile materia, ciò che vi fosse di particolarmente spaventoso in tale incontro. Tutto ciò che potei comprendere fu che i gatti neri sono degli spiriti malefici il di cui incontro è del più cattivo augurio. Per quanto assurda ne fosse la causa tuttavia il male esisteva per davvero. Raccomandai la distrazione, il moto; ma quali distrazioni è possibile procurarsi, che moto si può fare nel recinto di un harem, e sopratutto d'un harem di campagna? Mi ripromisi di non passar più da Cuprin nel mio viaggio di ritorno perchè mi sarebbe costato di vedere quali danni altri mesi di malattia avrebbero potuto arrecare alla graziosa figliuola del mio burbero ospite.

Durante i tre giorni che seguirono la nostra sosta a Cuprin, la pioggia cadde quasi ininterrottamente e non ci abbandonò che a Kirsceir. Di tutte quelle lunghe ore di marcia non mi è rimasto che il ricordo di una serata trascorsa in un villaggio turcomano chiamato Merdecè. Eravamo arrivati poco prima del cader del sole e, mentre il nostro cuoco ci preparava la cena, io escii dal villaggio dirigendomi verso la fontana, che ne era poco discosta. Appena vi era giunta quando una processione di giovinette escita dall'abitato venne per attingervi l'acqua. Esse portavano pantaloni larghi di colore azzurro legati alla caviglia, una sottanella stretta di color rosso aperta sulle anche e con una coda dietro che era rialzata e trattenuta da cordicelle multicolori. Una sciarpa arrotolata più volte intorno alla vita separava la sottana rossa da una giacca dello stesso colore colle maniche strette e lunghe solo fino al gomito, aperta sul seno che solo copriva una finissima camicia di stoffa bianca. Recavano in capo semplicemente un fez con un lungo fiocco adorno e quasi interamente ricoperto di monetine. I capelli legati in treccie giungevano quasi sino a terra ed ogni treccia era terminata da un pacchetto di altre monete che erano come seminate su tutte le parti dell'acconciatura, sul giubbetto, sulle maniche, sulla camicia. Ognuna di quelle giovini portava in testa l'anfora appena riempita e la riportava a casa nello stesso modo. Quando esse giunsero alla fontana risonò tutto un grazioso concerto di chiacchiere, di risate e di canzoni. La mia presenza che prima sembrava imbarazzare le loro espansioni finì per eccitarle. Alcune mi si avvicinavano timidamente per esaminare il modo in cui i miei capelli erano rialzati e gettavano delle esclamazioni di meraviglia allo scorgere il mio pettine; altre, più audaci, si arrischiavano a toccare la stoffa del mio mantello, poi scappavano via correndo e ridendo come se avessero compiuto un atto di straordinario coraggio. Intanto il sole era scomparso dietro le montagne, le greggi traversavano il fondo della vallata per avvicinarsi alle case; i cani, guardiani fedeli della proprietà dei loro padroni, si accoccolavano dinanzi alle porte; veloci si stendevano le ombre e qua e là si accendevano dei fuochi. Fu forza lasciare il gaio sciame delle ragazze, la limpida fontana, la verde vallata per rincasare. Che simpatica serata!

A Kirsceir[12] potemmo comprendere come l'ospitalità orientale aumenti di valore in seguito alle traversie che spesso ne sono in pratica il preludio. Un uomo ci aspettava alle porte della città per condurci sino al nostro alloggio; lungo il tragitto un sospetto ingiurioso sulla fedeltà della guida ci tormentava. Erravamo in un labirinto di stradette e di angiporti affondando nella mota fino al petto dei cavalli, inciampando in grosse pietre mal celate nei pantani, dando di cozzo nei tetti spioventi delle botteghe, incrociando lunghe file di camelli che spaventavano i nostri cavalli d'Anatolia. Disperavamo quasi di raggiungere ormai un tetto ospitale quando la nostra guida entrò con gran premura in un portone che dalla strada si apriva su una vasta corte selciata; vi erano riuniti il nostro dragomanno, la nostra scorta, il padron di casa con parenti, amici e conoscenti, tutti convocati per farci festa. Fummo ben alloggiati, salvo la completa mancanza di finestre; ma chi ci pensava più? Nel camino la legna scoppiettava accesa, sorgente di infinito diletto per chi da tanti giorni aveva dovuto ricorrere, come noi, al combustibile dei Turcomani, cioè alle dejezioni disseccate degli animali, mucche, buoi, cavalli e camelli e che si bruciano in quei paesi privi di alberi. Non c'è male per scaldarsi e, checchè se ne pensi, dal focolare non esce alcun cattivo odore; ma ci si perde d'animo riflettendo che simili carboni servono a cuocere i cibi: e che dire quando vi è recato un narghilè acceso con tal metodo e che dovreste aspirarne il fumo? Confesso che la mia filosofia non ha mai avuto la forza di vincere questa prova e ho preferito di bruciare i piuoli di tutte le mie tende piuttosto che piegarmi a respirare un fumo prodotto da quel carbone animale.

Il nostro ospite di Kirsceir volle presentarci uno de' suoi amici, trasformato per l'occasione in mastro di cerimonie. Era un arabo d'Algeria che voleva farsi passare per un francese e pretendeva di conoscere bene gli usi occidentali. Aveva infatti abbandonato tutto il riserbo e la serietà che vigono in Oriente e poteva gabellarsi di fronte a' suoi compatriotti asiatici come un saggio delle buone maniere europee. Entrò ridendo clamorosamente fregandosi le mani, dondolando la testa e dimenandosi più che poteva. Parlava però in arabo: — Sono francese, signora — si indirizzava a mia figlia: — Signorina — e questa era per me. — Sono francese, servitor vostro, — poi alzò una bottiglia che teneva sotto il braccio: «Volete acquavite? Ordinate, disponete di me e di tutto quello che mi appartiene». Proseguiva su questo tono, portando ad ogni tratto alla bocca la bottiglia, facendo schioccare la lingua dopo ogni bevuta, rovesciandosi sul divano, alzando le gambe in aria, abbandonandosi a tutte le pazzie naturali in un uomo ubbriaco che si crede tutto lecito, col pretesto di essere un francese in mezzo ai Turchi. I miei compagni di viaggio finirono per metterlo alla porta senza offenderlo menomamente, a quanto pare, ma sorprendendo un poco il nostro ospite, suo amico, che credeva di averci offerto uno de' nostri simili e aveva attribuito tutte quelle stravaganze agli usi dell'Occidente.

Non saprei veramente qual motivo abbia potuto determinare tanti personaggi illustri a venir a morire in una città così poco importante come Kirsceir, il cui nome è sconosciuto a tutte le carte. Per una ragione o per l'altra, certo è che la città è popolata, ricinta di tombe. La maggior parte sono moschee, costituite da una specie di cappella o di cupola, alla quale si giunge per una scala esterna, e sotto la quale giacciono le ceneri del morto. Uno di questi monumenti è, a dir il vero, un lavoro mirabile, sia per la vastità delle sue proporzioni, che per la grandiosità del disegno, la ricchezza e l'eleganza dei particolari. Forma una gran sala con dodici pareti, ciascuna aperta su una stanza in ismalto azzurro, riservata un tempo come abitazione di un derviscio. Questi dodici dervisci avevano la mansione di vegliare e pregare sulla tomba. Accanto a questo edificio sorge un minareto benissimo conservato, in terra cotta, di una tinta più pallida di quella dei nostri mattoni, intramezzata di smalto bleu che risalta gradevolmente su quel fondo grigio rossastro. I muri del monumento sono ricoperti, nella loro parte superiore, da iscrizioni che non si possono esaminare nè copiare senza l'aiuto di una scala, tanto sono collocate in alto. Non mi sembravano scritte in caratteri turchi e, avendo domandato agli abitanti in quale lingua fossero redatte: in arabo mi fu risposto da taluni, in turcomano, da altri. Questa seconda versione mi parrebbe più plausibile, perchè i caratteri arabi non sono diversi dai turchi. In tal caso non potremo mai tradurre queste iscrizioni, perchè i caratteri turcomani non sono più in uso, e non credo che esista, nemmeno nel collegio di Francia o a quello della Propaganda a Roma, un professore che conosca il turcomano antico o letterario. Quel popolo ora non parla che il turco, anzi, a sentirlo, dovrebbe essere il turco più puro.

Rimanemmo un giorno a Kirsceir per fare qualche provvista ed il secondo giorno dopo il nostro arrivo ci rimettemmo in cammino. Da che avevamo lasciato Angora, il paesaggio aveva preso un aspetto sempre più cupo, pioveva, i villaggi divenivano sempre più rari e la popolazione malevola. Si continuò a peggiorare da Kirsceir a Cesarea. Camminavamo delle giornate intiere nel fango, quando non era nella neve, fra montagne tagliate a picco, o arrotondate come delle zolle, senza poter posare lo sguardo su una linea gradevole o per lo meno nuova. Nei miseri villaggi ove passavamo la notte, non scorgevamo che dei visi torvi, talora anzi minacciosi e non udivamo che insulti. La nostra scorta di regola non ci serviva a nulla e talvolta poteva anche esserci di danno, rappresentando agli occhi di quel popolo scontento l'autorità di cui gli pesa il giogo. Ci avvicinavamo per altro a Cesarea. Sbucando fuor da una gola stretta e fosca che si apriva fra montagne nude, di una roccia grigia, ci ritrovammo in una immensa pianura, limitata ad occidente ed a mezzogiorno da catene di montagne. Questa pianura è tagliata da tanti corsi d'acqua che nella maggior parte non consiste che in paludi, dimora di una moltitudine di anitre selvatiche. All'imperatrice Elena[13] è attribuita, come tutte le opere analoghe di origine antica, la strada selciata che si inoltra fra quelle acque stagnanti; il menomo scarto dei nostri cavalli ci avrebbe precipitato in un mare di fango. Lontano, dal lato di mezzogiorno, e quasi al piede delle montagne, una linea incerta e rossastra ci indicava Cesarea[14]. Ci eravamo fermati a far colazione in un paesino perduto in mezzo alle paludi, ove ci avevano offerto in abbondanza un latte buonissimo. Stavamo per risalire sui cavalli, quando vedemmo accorrere a briglia sciolta un cavaliere vestito press'a poco all'europea che mise piede a terra e, presentandomi una lettera, ci rivolse un saluto in italiano.

Era la prima volta dopo la nostra partenza dalla vallata d'Eiaq-Maq-Oglu che una voce umana ci rivolgeva la parola in una lingua famigliare e cara. Il messaggero non era però che un greco, ma aveva vissuto per lunghi anni in mezzo agli europei ed aveva acquistato i modi e le abitudini dell'Occidente. Il suono di quegli accenti, così ben noti e da tanto tempo stranieri a' miei orecchi, mi aveva tanto scossa che non apersi subito la lettera e restai per qualche istante pensierosa. Chi mi scriveva era il console inglese di Cesarea, il signor Sutter, che è il solo ad esercitare un compito di ospitalità a favore di tutti gli europei di passaggio. Egli mi annunciava che una casa da lui approntata era a mia disposizione e che il suo cavass era incaricato da lui di accompagnarmi fino a quella dimora. Stavamo dunque per partire quando una cavalcata, questa volta molto numerosa, comparve nelle vicinanze del villaggio e vi si fermò, mentre due cavalieri venivano a congratularsi, in nome del pascià e dei principali cittadini, del nostro arrivo nella loro città. Il pascià mi mandava inoltre un cavallo con una ricca bardatura sul quale mi invitava a fare il mio ingresso in Cesarea, cortesia un poco imbarazzante, giacchè non mi sorrideva di cambiare il mio cavallo al quale era tanto avvezza, con uno che non conoscevo. Il nostro ingresso nella città di Cesarea si effettuò colla maggior pompa. La nostra cavalcata era composta di più di trenta persone, parecchie delle quali vestite con tutto il lusso che implica tuttora l'Oriente. A dir il vero noi non facevamo troppo buona figura, colle nostre vesti sdruscite e maltrattate dalla polvere e dal fango, in mezzo a quei colori smaglianti ed a quei sfarzosi ricami di oro e di seta. Nondimeno tutti gli sguardi si fermavano sopra di noi, nello stato in cui eravamo o meglio in cui ci aveva ridotto il viaggio. Eravamo ospiti di un ricco negoziante armeno, padre di una numerosa famiglia. La sua figlia maggiore, già sposa e madre, era ritornata ad abitare nella casa paterna mentre suo marito viaggiava per commercio. Alcuni parenti, che dimoravano nella provincia, si erano riuniti presso il ricco negoziante per godere degli ultimi giorni del Carnevale e dei suoi divertimenti. Le tre o quattro camere che compongono una casa in quella parte del mondo erano ricolme di una quantità di donne, di giovinette, di ragazzi e di bimbi, in abito di gala come se dovessero andare ad una festa e ciò dall'alba al tramonto e dal cader della notte al mattino, giacchè in Oriente non si usa svestirsi per andare a riposare. Potete rivedere il mattino, tanto presto quanto volete, quelle stesse acconciature che avete scorto la sera prima, naturalmente un po' spiegazzate. È un uso generale che non presenta grandi inconvenienti per i ricchi i quali possono cambiar d'abito nel corso della giornata come noi facciamo nell'andare a letto e nell'alzarci; ma gli effetti sono disastrosi nei poveri che tengono sul loro corpo gli stessi stracci durante un mese ad anche più.

Ho detto testè che eravamo alla fine del Carnevale ed i miei ospiti mi ritenevano ben fortunata di esser giunta in tempo per godere di questi divertimenti più semplici che numerosi. Tutte le feste avevano per teatro i tetti delle case che, comunicando con scalette od anche con scale a mano, costituiscono una specie di pubblica piazza, ove gli abitanti di uno stesso quartiere circolano liberamente pur restando al riparo da un'invasione di estranei. La popolazione armena di Cesarea (il numero dei greci vi è assai ristretto) se ne stava dunque tutta quanta in cima alle sue case, dal principio alla fine del giorno, nelle più ricche vesti. Per gli uomini il maggior lusso consiste nella bellezza delle loro pelliccie; ma le donne non sono contenute in fatto di acconciatura in limiti così rigidi. Portano, come tutte le donne in oriente, pantaloni larghi, lunghe vesti che formano come delle guaine aperte sui fianchi per dar adito al rigonfiamento dei pantaloni, vari corpetti, messi l'uno sopra l'altro, di stoffe e colori diversi, una sciarpa attorcigliata alla vita, un fez, capelli a treccie pendenti e sovra tutto ciò monili formati di monete. I modi di combinare le varie parti di quest'abbigliamento possono variare come anche la disposizione degli accessori e degli ornamenti. Le armene di Cesarea si segnalano, fra le donne delle altre città dell'Asia Minore, per la delicata armonia dei colori delle loro stoffe, per la ricchezza ed il buon gusto dei ricami che adornano le loro bustine ed anche per l'acconciatura del capo. Queste donne eleganti non si avvolgono il capo con quelli orribili fazzoletti di cotone stampato che ogni anno dalla Svizzera sono spediti in Asia a migliaia. Il fondo del fez ed il fiocco che ne pende sono ricamati in oro ed anche, talvolta, in perle. I capelli formano dodici o quindici treccine di uguale lunghezza che scendono più in basso che sia possibile; ma qui le monete, che sono d'oro, non sono relegate all'estremità delle treccie, sono cucite su un piccolo nastro nero che si applica poi sulle treccie a mezza strada fra la nuca e le reni, così da formare un quarto di circolo rilucente che spicca, in modo caratteristico, sulla tinta scura dei capelli. Una profusione di questi stessi zecchini copre la parte anteriore del fez, pende sulla fronte e dalle orecchie, cinge d'una corazza il collo, il seno e le braccia. Fra tante monete si trovano pure altre gemme; così fiori in diamanti sono collocati in giro al fez o sui capelli che incorniciano la fronte; fermagli in pietre preziose, collane o catene di perle servono ad abbottonare la bustina sotto il seno, o passano sotto il mento andando da uno all'altro orecchio. Le figlie da marito di genitori ricchi sono le più sontuosamente adorne perchè portano indosso, a guisa di giojelli, tutta la loro dote che sale talora a somme molto forti; è vero che, dopo qualche anno di matrimonio, gli zecchini e le pietre tendono a diminuire, ciò che mi indurrebbe a credere che la dote delle giovani armene di Cesarea non è così garantita come quella delle nostre signorine europee dalle usurpazioni maritali.

Era effettivamente uno spettacolo curioso quello di tutte queste signore che si pavoneggiavano all'aria aperta coi loro diamanti, a una altezza che nei nostri paesi non è aggiunta che dai gatti e dagli spazzacamini. Esse passeggiavano, si facevano delle visite, sempre sui tetti e si dedicavano lietamente ai giochi ed ai balli. Musicanti girovaghi andavano e venivano ed appena apparivano su una terrazza, quelle vicine riversavano su di essa tutti i loro abitatori più giovani, poi il ballo cominciava intorno ai suonatori. Non vi è che un ballo in tutto l'impero ottomano ed è lo stesso per i turchi, gli arabi e tutte le nazioni mussulmane sparse sul territorio dell'impero; è lo stesso per i greci e gli armeni sudditi della Sublime Porta, ed a dire il vero quest'esercizio così diffuso merita a stento il nome di ballo. Due persone dello stesso sesso, ma sempre vestite da donna, si collocano l'una in faccia all'altra, recando in mano delle castagnette se le hanno, e se non le hanno, due cucchiai di legno che ne fanno le veci od anche con nulla in mano; ciò che è di rigore è il moto delle dita e la pantomima delle castagnette. I due ballerini piegano e stendono, o per essere più esatti, stirano le braccia, scuotono rapidamente le anche, mentre fanno ondeggiare più adagio la parte più alta del corpo e scuotono leggermente i piedi senza per altro staccarli dal suolo. Mentre proseguono queste varie contorsioni, si avanzano, arretrano, girano su sè stessi ed intorno a chi sta loro dirimpetto, mentre la musica, che consiste, di solito, in un tamburo a sonagli, in una gran cassa ed in un piffero da pastore, segna il tempo vieppiù concitato. Non so cosa questa danza possa avere di grazioso; ma gli occhi meno esperti sono subito colpiti dalla sua indecenza.

A Cesarea avevo potuto osservare i turchi nell'abbandono di una festa popolare. Uno di quei contrasti che riserba spesso l'Oriente, mi doveva colpire a breve distanza da quell'antica capitale, a Giudiesu[15], città ove trovai una popolazione greca rinomata per la sua attività commerciale. Di lì vengono i principali droghieri di Costantinopoli. Scesi nella casa di uno dei maggiorenti che era stata posta a mia disposizione e mi fu servita una colazione abbondante preparata secondo gli usi locali, tanto diversi dai nostri che non ho mai potuto acconciarmivi. Il riso cotto, che per noi è una minestra, è sempre servito alla fine del pasto, del pari che il piatto forte, che può consistere anche in un capretto od in un agnello tutto intero. È vero che indipendentemente dal riso è talora servita una zuppa, ma fatta col sugo di limone e quindi insopportabile per dei palati europei. Il resto del pasto è costituito da quindici o venti piattini: palline di carne tritata, legumi d'ogni specie cotti nell'acqua o nel grasso, zucchette condite coll'aglio e col latte agro cagliato, paste di riso o di avena pestata avvolte in foglie di vite crude, «purée» di zucca, pasticceria e marmellate servite in mezzo a tutto il resto; frutta secca e candita, frutta fresca o maturata nella paglia, miele, farina d'avena cotta nel latte e nel miele, infine tutto ciò che può soddisfare l'appetito più vigoroso ed il gusto meno difficile. Siete condannati a non bere durante tutto un pasto così mostruoso perchè l'uso vuole in Oriente che non si mescolino i cibi solidi ai liquidi. Finito il pranzo vien portata una compostiera od una grande coppa piena di «Scerbett» cioè di acqua e siroppo, con intorno una fila di cucchiai di legno; ognuno dei commensali ne prende uno e l'immerge alternatamente nel «Scerbett» e nella sua bocca quante volte gli garba.

Mi ero alzata da tavola quando mi fu annunciata la visita delle autorità e degli ottimati locali e del clero greco. Questi si compone di un vescovo o patriarca, de' suoi coadiutori, e di un giovane prete stabilito da poco nella città come capo di una nuova scuola fondata pe' ragazzi greci. Questo sacerdote che aveva una fisionomia intelligente, dolce e triste, insegnava a leggere e a scrivere il turco ed il greco nonchè l'aritmetica, la geografia, il catechismo, un po' di storia e di francese. Aveva circa 300 scolari di cui un po' meno di un terzo erano fanciulle. Mi aveva invitato a visitare la sua scuola: glielo promisi ed egli, tutto contento, se ne andò per prepararsi a ricevermi, faccenda di maggior conto ch'io non potessi pensare. Ritornò un'ora dopo ad annunciarmi che tutto era pronto e che i suoi allievi mi aspettavano. Partiamo, traversiamo una parte della città e, tirandoci dietro quasi tutta la popolazione, arriviamo all'edificio della scuola che parrebbe molto bello anche in Europa. Costrutto in cima alla montagna, accanto alla cinta murata, esso domina in tutta la sua ampiezza la conca occupata dalle case di Giudiesu. Un portico sostenuto da colonne serve da vestibolo ad una sala vasta, ben illuminata e ben arieggiata, arredata con banchi e leggii ed in fondo una cattedra per l'insegnante. Tutto, dai banchi ai leggii, dai quaderni ai libri era di una nettezza scrupolosa ed avrei proprio potuto credermi trasportata in una cittadina della Germania o della Svizzera. Ammiravo l'influenza salutare che un uomo illuminato ed attivo può esercitare su tutta una popolazione e non volevo tardare ad esprimere tutta la mia soddisfazione al degno ecclesiastico autore di quei prodigi, senonchè il valent'uomo pensava allora a ben altro che a ricevere delle congratulazioni. Egli ci aveva preceduto per correre alla scuola e lo vedemmo tosto dirigersi verso di noi in abiti pontificali e guidando i suoi allievi che dietro a lui cantavano inni greci. Si allinearono nel vestibolo per lasciarci passare, e al nostro seguito entrarono nella sala; dovetti salire sulla cattedra e prendervi posto mentre il professore disponeva gli scolari in due file in faccia a me. Cessati i canti greci furono sostituiti purtroppo con altri in francese composti sul momento in mio onore e di cui ebbi una copia scritta di propria mano di uno degli allievi. Da quella strana poesia fui condotta alla conclusione che gli allievi avevano ben poco da perdere se la lezione di francese dovesse cessare di far parte del programma dei loro studii; nondimeno è un gran passo nell'incivilimento di quella popolazione orientale il propagarvi in tal guisa la conoscenza, sia pure superficiale, di una lingua europea. I più ricchi abitanti di Giudiesu avevano eretto la scuola a spese loro e, fatto venire il professore dall'isola di Candia, gli pagavano seimila piastre (all'incirca mille cinquecento franchi) all'anno. È un esempio che i greci del resto dell'impero hanno veramente torto di non imitare ed incoraggiare. Informatami dell'appoggio che i greci di Giudiesu avessero potuto trovare nel concorso a tale iniziativa dei loro compatrioti di Costantinopoli, venni a sapere con mio rammarico che questi ultimi avevano assistito quasi indifferenti ad un simile saggio di rivoluzione pacifica, come può ben definirsi l'apertura di una tale scuola in una povera cittaduzza dell'Asia Minore. Ma temo assai che il prete, consacratosi con tanto zelo e con tanta abnegazione a quest'opera di incivilimento, non abbia a soccombere fra breve ad una fatica così grande. Come potrebbe infatti bastare un sol uomo ad educare ed istruire centocinquanta fanciulli e settanta fanciulle? Devo soggiungere purtroppo che, in tutto il mio viaggio in Asia Minore ed in Siria, non ho mai visto nulla che, nemmeno alla lontana, mi potesse rammentare la scuola ed il professore di Giudiesu.

Qualche giorno più tardi camminavamo in mezzo a montagne sempre più alte che preannunciavano la catena del Tauro. Mi ricordo di una notte passata ai piedi di una di quelle montagne che porta il nome di Allah-Daghda[16]. Sostammo per la notte in un piccolo villaggio: il caldo era eccessivo quando smontammo di cavallo in pieno mezzogiorno; ma non appena il sole era scomparso dietro le cime dell'Allah-Daghda, la neve cominciò a cadere ed il freddo divenne intollerabile. Ci chiudemmo nella parte della stalla che ci era stata destinata e là, avvolti nelle pelliccie, ascoltavamo il fragoroso soffiare della tramontana che, dapprima impetuosa, finiva per cadere alla base delle roccie. Da qualche momento la tempesta era stata seguita dal silenzio ed io sentivo che il sonno a poco a poco gravava sulle mie palpebre, sulle mie membra e sui miei pensieri quando fui riscossa di soprassalto da un colpo battuto alla porta. Un uomo della scorta mi mandava a chiamare in gran fretta perchè stava male e si credeva in pericolo di morte. Alzatami mi copersi alla meglio con tutti i mantelli che trovai a portata di mano ed escii con colui ch'era venuto a cercarmi. Ma mi fermai appena posto il piede sulla soglia rimanendo estatica ad ammirare. Era notte alta da gran tempo; là dove prima fosche nubi serravano tutto l'orizzonte precipitandosi come masse d'ombra nelle strette gole delle montagne, io non scorgeva sopra il mio capo che un cielo turchino come lo zaffiro, sparso di stelle così scintillanti che l'occhio ne era abbagliato. La luna raggiava sopra l'Allah-Daghda, diffondendo sul villaggio e sul tappeto di neve circonvicino la sua luce dolce. Nemmeno un soffio d'aria moveva i rami degli alberi che sorgevano qua e là intorno alle case. Era una delle più belle notti che avessi ammirato in vita mia ed il suo fascino era accresciuto dalla serata tempestosa alla quale succedeva quasi senza transizione. Attraversai il villaggio addormentato e le strade deserte per giungere alla capanna occupata dal malato che si trovava all'altra estremità di quel gruppo di case. Il poveretto era semplicemente in preda ad un delirio manifestatosi in lui come in un accesso. Gli feci prendere un calmante, lo tranquillai come mi fu possibile e rientrai nel mio antro.

Di buon'ora giungemmo l'indomani a Medem[17], che è città ben nota nell'impero turco in grazia delle sue miniere di piombo. Fui alloggiata dal Direttore delle miniere che ne aveva pure l'appalto e che mi accompagnò a visitare i forni, primitivi quant'altri mai. Il minerale veniva gettato in grandi buche in mezzo alla fornace, donde il piombo liquefatto esciva traverso piccoli canali scavati nella terra e veniva a cadere ed a raffreddarsi in una cavità aperta sotto alla fornace. Qua e là nella montagna vi sono parecchie di queste miniere, in maggioranza non ancora sfruttate. Se osservavo la quantità di piombo che esciva continuamente dai forni, il numero ristretto degli uomini che accudivano all'estrazione e l'estrema semplicità dei mezzi adoperati dovevo concludere che la speculazione fosse propizia all'intraprenditore. Lo pregai di darmi qualche indicazione sulle spese ed i profitti dell'impresa. Egli non domandava di meglio, ma sgraziatamente mi accorsi subito che si era cacciato in un'iniziativa per lui temeraria non essendosi mai posto i quesiti intorno ai quali io l'interrogavo. Mi chiese allora il permesso di far venire il suo amministratore che sarebbe stato meglio in grado di illustrarmi i particolari, come egli li voleva chiamare; ma padrone e collaboratore erano allo stesso punto. Rinnovando le mie domande in varie forme, ottenni che i due «Effendi» cominciassero a darmi qualche risposta colla quale provavano per altro che non mi capivano, sicchè era ancora peggio di prima.

Medem è alle porte del Tauro, e appena si è perduta di vista la città ci si ritrova in mezzo alle montagne note sotto questo nome. Per Tauro, Anti-Tauro, Libano, Anti-Libano non sono designati monti come il San Bernardo, il Sempione, il Monte Bianco, bensì grandi catene di montagne come le Alpi, gli Appennini, i Pirenei, racchiudenti vasti territori ed una molteplicità di cime e di vallate. Ci occorsero cinque giorni per traversare il Tauro, cioè per andare da Medem ad Adana[18]. Consacrammo quei giorni ad errare di valle in valle, percorrendo un paese magnifico, ma completamente deserto, senza un villaggio e solo qualche rovina in cui gli armeni od anche qualche turco intraprendente hanno stabilito delle locande per i viaggiatori. Inutile descrivere quei cinque giorni, insistere sui soliti incidenti che derivano sempre in certe parti dell'Oriente dal cattivo stato delle strade e degli ospizii. Più di una tappa faticosa mi separava tuttora dal termine di questo primo periodo di viaggio di cui mi preme di affrettare il racconto. La società turca, quale può essere osservata in regioni che gli europei non visitano quasi mai, è tratteggiata in questi primi quadri della mia vita nomade. Ad Adana si entra in una contrada che è la parte dell'Oriente meglio nota ai viaggiatori od almeno creduta tale, ed ove l'azione della civiltà dell'Occidente si fa sentire in modo più diffuso. Avrei potuto ormai osservare i Franchi accanto agli Orientali ed ero abbastanza iniziata alla vita intima di questi ultimi per poter paragonare a mio agio le due società così avvicinate in ciò che esse hanno di essenziale e di caratteristico.

II. LE MONTAGNE DEL GIAURRO L'HAREM DI MUSTUK BEY — LE DONNE TURCHE

IL GIAUR DAGHDA — UN VILLAGGIO FELLAH — IL PASCIÀ D'ADANA

Dal giorno in cui avevo lasciato la tranquilla mia vallata nell'Asia Minore avevo avuto, come si è potuto vedere, non poche occasioni di avvezzarmi agli stenti ed ai pericoli della vita dei viaggiatori nel Levante. Da Angora ad Adana mi ero fermata poco e di rado, mentre le marcie erano state faticose e quasi continue. Pertanto i pochi giorni che passai ad Adana, giorni di riposo e di festa rallegrati dalla presenza di europei ed anche di italiani, mi hanno lasciato un ricordo gradevole. Debbo dire che il fascino di quel mio soggiorno mi era aumentato dall'idea che avrei dovuto affrontare altri pericoli appena lasciata la città.

Sul punto d'intraprendere una spedizione abbastanza pericolosa attraverso il Giaur-Daghda (montagne del Giaurro), mi sentivo meglio disposta ad apprezzare qualche momento di calma trascorso in mezzo ad amici devoti. Vi è in ogni vita attiva qualcuna di queste tregue, quasi sempre troppo brevi e che hanno un incanto tanto maggiore quando devono esser seguite da un domani avventuroso.

Ma cos'era dunque questo Giaur-Daghda, che mi si descriveva ad Adana con colori così poco rassicuranti? È una catena di montagne tre volte più vasta dell'Alvernia e con una popolazione di 500 mila anime. Io ripeto quanto mi è stato detto senza garantire nulla. Questa popolazione è divisa in due gruppi che potrebbero essere chiamati dei deboli o sedentari e dei forti o nomadi: i primi abitano i villaggi, i secondi errano lungo le strade. Converrà parlare degli uni e degli altri.

Notes in this chapter

Note 1 · Veranceir è situata nel vilayet di Castamuni, che costeggia per lungo tratto il Mar Nero e comprende pure il bacino minerario di Eraclea.Note 2 · Il sultano Mahmud II, che regnò a Costantinopoli dal 1808 al 1839, dovette fronteggiare l'insurrezione della Grecia che finì per collegare aNote 3 · Abdul-Megid salì al trono il 1º luglio 1839 nella giovanissima età di sedici anni mentre Ibrahim pascià alla testa dei rivoltosi egiziani avNote 4 · Bajandur è anche indicato nelle carte come Baindir, e si trova sul limite meridionale del vilayet di Castamuni.Note 5 · Allude ad Alessandro Gabriele Decamps pittore francese (1803-1860).Note 6 · Scerkess è ancora nel vilayet di Castamuni un poco più ad oriente di Bajandur.Note 7 · Muftì è il capo locale del sacerdozio mussulmano.Note 8 · I turcomani, di origine turanica e solo superficialmente islamizzati, sono nella maggior parte pastori nomadi che vivono nell'interno dell'ANote 9 · Angora, che è tuttora la sede dell'amministrazione di un vilayet turco, era sotto il nome di Ancira la capitale della Galazia, e, come centrNote 10 · Il Caimacan è il rappresentante del potere centrale turco nel vilayet.Note 11 · Il dottor Gabriele Andral (1796-1876) era un medico parigino di rinomanza europea.Note 12 · Kirsceir è nella Cappadocia e capoluogo di un sangiaccato, a metà strada fra Angora e Cesarea.Note 13 · l'imperatrice Elena, nata in Bitinia, moglie poi ripudiata di Costanzo Cloro, fu assunta ai massimi onori dell'impero Romano quando suo figlNote 14 · Cesarea, che come città romana deve il suo nome a Tiberio, è stata rifabbricata dai musulmani un poco ad oriente dell'antica metropoli dellaNote 15 · Giudiesu si trova nel sangiaccato di Cesarea, alquanto a sud-ovest da quest'ultima città.Note 16 · Il gruppo di montagne noto sotto il nome di Allah-Dagda è una propagine settentrionale del Tauro.Note 17 · La principessa Belgiojoso vorrà alludere alla città ora chiamata Maden.Note 18 · Adana, storica metropoli della Cilicia, è uno dei principali centri della civiltà armena.
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