SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA (continued 2)
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La parte sedentaria e pacifica di questa popolazione consiste in vecchi, in donne e in bambini; numerosi villaggi sparsi sul fianco delle montagne o celati in fondo alle valli sono il loro rifugio. Il mussulmano, bisogna riconoscerlo, ha un gusto istintivo per le bellezze della natura. Fabbrica sempre i suoi villaggi all'ombra di begli alberi, nel mezzo di verdi aiuole od in riva a limpidi ruscelli. Se gli domandate le ragioni che gli hanno fatto scegliere un posto più di un altro per dimorarvi, sarà imbarazzatissimo a rispondervi, perchè non saprebbe spiegare a sè stesso le sue preferenze. Quand'egli cerca le posture pittoresche obbedisce al medesimo istinto che guida l'aquila fra le roccie, che spinge la rondine ad annidarsi sotto ai tetti, il passero a rifugiarsi nei giunchi, la quaglia a nascondersi nel grano. Egli ha udito ai piedi di un albero, sulla vetta di quella collina il gorgoglio dell'acqua fra le erbe alte od il fruscio del vento nel bosco vicino: l'ombra gli è parsa gradevole e l'aria imbalsamata e si è fermato. A qual pro andar più innanzi? Così sorge un villaggio turco laddove la vita è parsa facile e la natura aveva l'aspetto ricco ed attraente. I greci, ben diversi dai turchi, non vedono che il lato positivo nella collocazione dei villaggi. Nella scelta di una dimora si preoccupano, a ragione, che il terreno sia solido, le pietre per costruire abbondino e non manchino le comunicazioni coi mercati periodici. I greci non disdegnano la vicinanza degli alberi, ma allo scopo di fare assi dei tronchi e fascina dei rami. Così a prima vista e da lungi un villaggio greco si può distinguere da uno turco. Il primo è triste e repugnante, attraente il secondo; ma purtroppo la differenza cessa quando si penetra nelle strade. Vedute da vicino le case greche e le case turche si rivelano tutte egualmente brutte, tetre ed inabitabili.
Gli abitanti validi del Giaur-Daghda non s'incontrano, come ho detto, che lungo le strade e quei rozzi montanari non sono vicini molto comodi. Guai alle carovane che essi sorprendono ed alle tribù che vivono nel raggio delle loro incursioni! Ogni popolazione che abita in case di legno facili a bruciare o che non ha granaio per ricoverare i suoi cereali è trattata da nemico dagli abitanti del Giaur-Daghda dediti alle avventure. Perciò le strade che attraversano il loro paese sono le meno frequentate che esistano al mondo. Un bey, dipendente dal pascià di Adana, delegato del potere imperiale, dovrebbe, è vero, governare nelle montagne del Giaurro, ma non si può negare che il potere centrale qui non esiste che in apparenza. Per quanto gli ordini di Costantinopoli possano essere promulgati nel Giaur-Daghda, imponendo leve e tasse, non troverete un montanaro che indossi l'uniforme o che versi un centesimo al fisco. Agiscono così, non per vigliaccheria, ma per amore della vita indipendente. Il Levante novera molte popolazioni nello stesso caso e dalla Siria all'Egitto potrete incontrare i Drusi, gli Ansariani, i Mettuali, ecc. Tanti popoli ad un tempo non potrebbero esser fronteggiati che da eserciti così numerosi come quelli di Senacheribbo e per ottenere qualcosa da schiatte così indomite è preferibile ricorrere ai mezzi pacifici. Nondimeno talvolta scoppiano delle crisi ed un pascià si risolve a mandare alcune compagnie di fantaccini contro le tribù ribelli. Queste allora hanno due vie da seguire: o si ritirano in massa in rifugi sicuri e lasciano le truppe regolari in balìa dei rischi di marcie mal sicure, in paesi deserti, oppure sdegnose della tattica di Fabio prendono l'offensiva, dopo essersi assicurate una grande superiorità numerica. Per esempio 25,000 montanari affrontano un migliaio di soldati, gesto che di regola basta a terminare le ostilità. Le truppe rientrano nelle loro caserme; i montanari riprendono le loro faccende e si ristabilisce la buona armonia fra governo e popolo fino alla prossima leva od alla scadenza delle imposte.
Ecco il popolo di cui dovevo traversare il territorio dopo aver lasciato Adana. Aspettando il giorno della partenza vivevo come ho detto, molto piacevolmente. Ero lieta di dimorare finalmente in quella vecchia terra delle palme e dei cedri, fra genti arabe che nel tipo e nei costumi evocavano ai miei sguardi le splendide scene della Bibbia. È sotto il cielo d'Oriente che dovreste leggere le pagine dell'antico Testamento. I casi del vecchio Giobbe, fra gli altri, si rinnovano qui ogni giorno. La ricchezza di un abitante della campagna non consiste che nelle sue greggi; l'orientale non tiene capitali in deposito in una banca o presso un notaio. Il ricco non ha denaro in maggiore abbondanza del povero; ma ha i suoi granai, grandi buche scavate nella terra e riempite di grano avuto in cambio dei prodotti del bestiame, ha il bestiame stesso, dal quale ricava tutto ciò che gli occorre. Con questi cespiti, i granai e le greggi, il ricco deve pure mantenere una famiglia e un gran numero di servi, ha una tenda sempre aperta al viaggiatore o all'amico che presentandosi trova una tavola sempre servita, se si può dare questo nome al vassojo di stagno che piega sotto il peso di agnelli e di capretti arrostiti intieri e ripieni d'uva secca e di fichi. Ecco ciò che nel Levante si chiama un ricco proprietario, un gran signore; ma che accadrà di lui se un'eruzione infetta le greggi di questo potente? Se un fiume inonda i suoi granai? Esattamente quello che è accaduto al vecchio Giobbe, giacchè non gli rimane che la terra che qui non ha alcun valore venale. Io non dubito che vi sia a quest'ora più di un Giobbe in Oriente, e, se molti secoli ci separano dai tempi biblici, si può dire che le grandi famiglie arabe, dalle quali furon tratti quei tipi, hanno serbata intatta in fondo la loro fisionomia e che, a differenza degli altri popoli, non hanno subito profonde metamorfosi.
Io osservava con un'attenta simpatia i costumi orientali quali mi si presentavano dal mio arrivo ad Adana, quando un medico piemontese, il signor Orta, stabilito da parecchi anni in Oriente e possessore di una bellissima collezione di antichità, mi propose di andare a visitare un villaggio fellah non lontano dalle porte di Adana. Rimasi male, perchè io credeva che i fellah non vivessero che in Africa, sulle rive del Nilo. Il dottor Orta, vedendomi disorientata, venne in ajuto della mia erudizione presa in fallo e mi assicurò che questi fellah derivavano realmente da quelli d'Egitto ed erano stati qui trapiantati da Jbrahim Pascià. La mia sorpresa doveva però crescere ancora. Non appena avevo coordinato l'esistenza alle falde del Tauro dei fellah del buon medico, colle nozioni attinte sul loro conto in una quantità di libri eccellenti, ecco un altro abitante di Adana affermarmi che alquanti milioni di fellah indigeni della Siria vivono lungo tutto il litorale, da Tarso fino ai dintorni di Beyrut ed anche nelle montagne che dal litorale si protendono verso l'interno. Cosa potevano essere i pochi fellah del dottore dirimpetto a queste schiere di fellah disseminate in una gran parte della Siria, malgrado tutte le affermazioni dei viaggiatori che danno loro l'Egitto per culla? In realtà i fellah venuti dall'Egitto e quelli della Siria non si assomigliano affatto: i primi sono veri negri che alloggiano in grandi ceste di vimini ove trascorrono giorno e notte, obbedendo al capo della loro razza che onorano col titolo di re e che si distingue dagli altri per la sua lunga veste rossa e per un parasole rosso anch'esso, che uno schiavo tiene sempre aperto sul suo capo.
— Quali sono le attribuzioni di questo monarca?
— Nessuna.
— E le sue rendite?
— Non ne ha.
— Qual'è il suo potere?
— È nullo.
— Che fanno i suoi sudditi?
— Niente.
— Ma come e di cosa vivono?
— Dei legumi e dei frutti che crescono quasi spontaneamente accanto alle loro capanne di vimini.
Ecco le dimande che rivolsi alla mia guida e le risposte che ne ottenni. Che aveva dunque pel capo Ibrahim Pascià quando condusse seco questa popolazione fino sulle frontiere della Siria e ve la lasciò perchè crescesse e si moltiplicasse? Crescere e moltiplicarsi costituisce un programma molto semplice e poco ambizioso; nondimeno i fellah di Adana non hanno saputo eseguirlo, poichè il loro numero diminuisce tutti i giorni. Non si adattano al clima e ne soffrono. Per uomini avvezzi sin dall'infanzia alle cocenti carezze del sole africano, un leggero vento di levante è una calamità.
Quanto agli altri fellah della Siria, che ho poi visto in buon numero, nulla li distingue dagli indigeni salvo le loro vesti ed i loro turbanti completamente bianchi. La loro origine è ignota; ma si sono stabiliti lungo le coste della Siria probabilmente da lungo tempo. Non è il caso di domandarsi perchè il tempo non abbia attenuato la diffidenza che isola questa razza dagli altri popoli dell'Oriente. La tenacia di sentimenti e di pregiudizi che regna fra gli orientali supera ogni immaginazione; io suppongo che i fellah ignorino perchè essi detestino e disprezzino i turchi e gli arabi allo stesso modo che questi non conoscono il motivo della loro esecrazione per i fellah, ciò che non impedisce nè agli uni nè agli altri di augurarsi scambievolmente i maggiori mali e di danneggiarsi tutte le volte che lo possono fare impunemente. I fellah possiedono od hanno in affitto quasi tutti i terreni coltivati di quelle contrade della Siria che essi abitano, mentre gli indigeni cacciano lungo le strade ed inseguono le carovane. Come accade nelle società semi-barbare, il lavoro non è punto onorato in Asia e gli oziosi, per non dire i briganti, guardano gli artigiani ed i coltivatori dall'alto della loro nobiltà. Arti e mestieri sono l'appannaggio dei greci e degli armeni e l'agricoltura è riservata ai fellah.
Sebbene poveri ed ignoranti, disprezzati ed odiati, essi hanno un'aria seria, dolce e melanconica e fatico a crederli così crudeli e perfidi come vogliono dipingerli. La loro religione è un mistero, e, a dir il vero, l'intolleranza dei mussulmani ha costretto tutte le genti non maomettane a compiere i loro riti in segreto. Solo i cristiani hanno osato proclamare a testa alta la loro fede di fronte ai mussulmani e perciò hanno sofferto persecuzioni e martirio. Quanto ai fellah, sono accusati a volte di adorare il fuoco oppure un animale favoloso o un idolo di legno, altre volte di non aver religione.
Dopo aver visitato quel villaggio in vimini volli far visita al pascià di Adana, premendomi di assicurarmene la protezione prima di penetrare fra i monti del Giaurro. Quando entrai nella corte che ha in fondo una torre quadrata di legno, che ospita l'alto funzionario, constatai ancor meglio il trapasso che avevo compiuto dal mondo turco all'arabo. L'Oriente turco non assomiglia affatto, ahimè, all'Europa; ma le si accosta assai più che non l'Oriente arabo, il quale reca l'impronta sua propria sia nelle sue ricchezze, sia nelle sue miserie. Molte cose vi sono sgradevoli, assurde, incomode, repulsive; noi vi ci troviamo via via a disagio, scontenti, inquieti, indignati; ma lo siamo in modo diverso che in qualunque altro luogo e indubbiamente, finchè questo stato di cose è per noi nuovo, tanta novità vale a compensarci di molti inconvenienti.
È difficile vedere qualche cosa di più brutto, sudicio ed irregolare dell'esterno del palazzo abitato dal pascià di Adana. La corte nella quale ero entrata è chiusa da un lato dalla torre quadrata di sua Eccellenza, e dagli altri tre lati con edifici ad un solo piano, le cui linee pesanti e disadorne corrispondono esattamente alla loro destinazione, a scuderie, prigioni e cucine. Un pajo di palmizi, colla corteccia in brandelli, ombreggiano qualche poco un angolo della corte. Questo recinto così mal decorato brulicava, quando vi entrai, di tante persone singolari nelle forme, nelle fisionomie, nei costumi, nella lingua, nelle movenze, che avrei voluto rimanervi un giorno intiero a contemplarle. Qua stavano degli arnauti albanesi colla loro veste bianca floscia e corta, le loro ghette rosse ricamate a lame metalliche, la loro casacca colle maniche spioventi ed il corpetto carico d'oro e di argento, giocando ai dadi sul pavimento lastricato della corte, ben decisi tutti ad un modo a non perdere la partita. Un poco più in là un beduino del deserto ritto accanto al suo cavallo nella cui briglia aveva passato il braccio, tutto avvolto in un immenso mantello bianco, salvo la testa coperta da un fazzoletto di seta gialla e rossa che ricadeva come un velo sul suo viso scuro e fiero, guardava con sdegnosa indifferenza i giocatori avidi ed impazienti reggendo colla mano la sua lunga picca di dodici piedi. Lungo i muri di destra splendidi cavalli arabi, attaccati da catene agli anelli di ferro infissi nella parete, ricevevano nitrendo e scalpitando le cure attente di palafrenieri egizi vestiti di tela turchina, piccoli, magri, di colorito quasi nero, ma vigorosi ed intelligenti. Infine, sporgendo un poco dal muro di sinistra, un piccolo spazio riservato fra la muraglia ed una palizzata di legno custodiva una decina di uomini seminudi, incatenati alle mani ed ai piedi, che tendevano le braccia chiedendo l'elemosina. Fra quei banditi rilevai dei visi espressivi e delle movenze che sarebber piaciute a Salvator Rosa; tutta la loro bellezza era nei tratti e nell'espressione viva, prepotente della brutalità delle passioni. Non potrei dire che quei visi sembrassero dimessi; non basta di avere un'anima, occorre sentire la presenza di quel divino ospite per soffrire, nella vergogna e nel turbamento, della sua decadenza. La Dio mercè, quasi tutti i delinquenti del nostro mondo occidentale recano in fronte le traccie di una lotta più o meno recente contro la loro perversa natura. Quella stessa aria di trionfo che risplende così spesso in viso al colpevole recidivo non rende anch'essa testimonianza della realtà di un interno combattimento? Qui si tratta di ben altro e purtroppo il delinquente non è un uomo profondamente diverso dal buon cittadino. Talune azioni sono riprovate dalle leggi umane, ma devo supporre che questa legge religiosa le ignori, perchè, se i colpevoli sono qualche volta puniti nel loro corpo, non perdono affatto la loro riputazione. In nessun paese io vidi mai un così gran numero di uomini entrare ed uscire di prigione con tanta naturalezza ed indifferenza.
Poichè parliamo dei prigionieri incarcerati dietro la staccionata della corte del pascià, debbo dire che il loro sguardo era così sicuro, forse anche più sicuro che il nostro mentre li stavamo guardando. Mi era impossibile di riconoscere in essi uomini che non avessero una natura diversa dalla nostra, effettivamente ignari del senso delle parole vizio e virtù. Anche in Europa mi furono additati più volte autori di grandi delitti come incapaci di comprendere il senso di quelle due parole; ma devono esser stati giudicati male, giacchè nessuno nella società cristiana può essere estraneo alla distinzione tra il vizio e la virtù. Solo all'infuori del Cristianesimo, anzi della natura primitiva, solo in seno ad una civiltà quasi altrettanto antica che la cristiana, ma basata su tutt'altri principii, si deve cercare questo fenomeno: un uomo senza coscienza!
Scorsi un altro gruppo poco numeroso nascosto in un angolo della corte, sotto una specie di tetto che sporgeva sopra una finestra. Questi uomini che contrastavano negli abiti e negli atteggiamenti col resto della folla variopinta erano ricchi negozianti armeni di Adana che forse per la ventesima volta venivano a chiedere un'udienza che il pascià si dimenticava sempre di accordare loro. I sudditi cristiani del Sultano ormai non hanno nulla da temere nè per le loro persone, nè per i loro averi; ma la timidezza è naturale nei figli delle vittime. Guardando i loro turbanti neri, le loro lunghe vesti sbiadite e lacere, l'espressione umile e timorosa del loro viso, la linea sempre curva della loro spina dorsale, potreste credervi ancora al tempo delle confische, delle spogliazioni, dei ratti e delle impiccagioni. Chiedendo loro di che temono, il loro spavento si accresce; se poi cercate di far loro comprendere che la crudeltà, la violenza, la cupidigia sono così estranee all'anima del giovane sultano come lo sarebbero a quella di un bimbo appena nato, rischiereste di farli svenire. Tutto fa loro l'effetto di uno spauracchio ed il meglio che vi resta a fare è di lasciarli rabbrividire quanto vogliono, per la paura che cercando di rassicurarli non abbiate a gettarli in un parossismo di terrore.
Avrei ben voluto fermarmi qualche momento in questa corte, ma gli amici che mi accompagnavano mi andavano ripetendo che la mia visita era già stata annunciata al pascià, che questi mi attendeva e che bisognava che ci affrettassimo. Quando fui giunta all'ingresso del vestibolo della torre quadrata, le loro esortazioni divennero superflue. Mi venne incontro una fiumana di segretari, sottosegretari, accenditori di pipe, tostatori di caffè, camerieri ed altri simili dignitari vestiti mezzo all'europea secondo l'uso di Costantinopoli. Facevano un gran baccano: e chi mi prendeva per il braccio, per l'orlo della mia veste o per un lembo del mio mantello, chi si slanciava innanzi per annunciarmi al padrone, chi infine chiudeva il corteo, sì che fui sollevata, come in un vortice, fino all'alto della scala. Ho una vaga idea d'aver camminato sui piedi, sulle ginocchia ed anche sulle mani di tutta una serie di sollecitatori che aspettavano l'udienza accoccolati sui gradini; ma in ogni caso quei disgraziati devono aver compreso che ubbidivo ad una spinta altrui, giacchè non udii levarsi dietro a me alcuna di quelle imprecazioni così naturali in circostanze simili e dalle quali forse neppur io avrei saputo trattenermi.
Trovammo il pascià nella sua sala d'udienza di cui tutto il lato sul quale si aprivano le finestre era accompagnato nell'intera sua lunghezza da un divano, secondo l'uso ottomano. Tutto il mobilio consisteva in tale sedile, una tavola rotonda posta in mezzo alla sala, un lampadario appeso sopra la tavola ed inoltre un piccolo scrittojo collocato sullo stesso divano accanto al pascià. Bisogna dire che tale divano non è un mobile che possa rimpiazzare i nostri sofà, ma una serie di assi che sono considerati un semplice rialzo del pavimento, tanto che la gente vi si siede sui tacchi come farebbe in mezzo alla stanza, giacchè qui non si crede possibile di sedersi dove non si è camminato o non si è rimasti in piedi. A casa mia, cioè nella mia fattoria d'Asia Minore, ho alcune seggioline intrecciate in isparto che mi sono state mandate da Milano; nei primi tempi del mio soggiorno in Turchia ebbi l'imprudenza di offrirle, come sedile, ad un bey, piuttosto corpulento, che veniva a farmi visita. Quale non fu il mio spavento allorchè lo vidi rialzare il suo abito come per eseguire un movimento difficile e porre il suo piede largo sulla mia seggiolina! La disgraziata fece udire uno scricchiolio di cattivo augurio ed il bey terrorizzato ritirò il suo piede e si sedette per terra. Da quel momento si radicò l'opinione nel paese che i Franchi sono incomparabilmente più leggeri che i Turchi poichè usano sedersi sui mobili che si sfasciano sotto il peso dei Turchi. A nessuno venne in mente che il modo di sedersi potesse influire su tale fenomeno.
Il pascià di Adana è cortesissimo, sembra intelligente ed abbastanza istruito. Credo abbia viaggiato, parla il francese e discorre volontieri cogli stranieri. Non avrebbe potuto essere più amabile con me; ma v'è sempre qualcosa che ci sorprende nel tratto di chi differisce così completamente dalla nostra educazione e dai nostri costumi. Il loro modo d'interrogare non può che imbarazzare l'interlocutore. M'era appena seduta al posto d'onore che il pascià mi aveva forzato ad accettare, ed avevo risposto ai complimenti di rito sul mio arrivo, il mio soggiorno e la mia partenza, quando il pascià mi indirizzò a bruciapelo domande simili:
— Cosa pensate che la Russia potrà fare in Oriente? Quanto credete che durerà in Francia la forma attuale di governo? Credete il movimento rivoluzionario represso per sempre in Europa?
Cercai invano di tergiversare e di declinare il compito di oracolo che mi si offriva, insinuando inutilmente che problemi così gravi e complessi non potevano essere risolti con poche parole ed in pochi minuti. Ma il pascià, senza badare alle mie scappatoje, ripeteva imperturbabilmente le sue domande. Finii per rassegnarmi e con tutta la mia presunzione risposi in tono serio qualche banalità, ciò che non impedì al pascià di sembrare incantato della profondità e della precisione delle mie idee.
Dopo ciò parlammo di cose meno gravi, fra l'altro del tempo che avrei impiegato per arrivare a Gerusalemme ed il pascià venne a sapere che intendevo viaggiare per terra. Il mio proposito lo allarmò visibilmente, come la maggiore delle imprudenze, «giacchè senza parlare degli arabi che infestano tutti i valichi del Libano» egli diceva «avrei dovuto attraversare, tra Adana ed Alessandretta, una parte dei monti del Giaurro che, a buon diritto, spaventano non meno delle regioni più mal famate del deserto».
— Ma perchè non andreste per mare? — mi ripeteva continuamente.
Ebbi allora l'idea di chiedergli se, rinunciando al mio progetto per imbarcarmi, avrei potuto trovare un battello a vapore che mi trasportasse da Tarso a Giaffa. La domanda era opportuna, giacchè il pascià guardò in viso i suoi segretari, confidenti e domestici che scossero il capo. Dopo qualche minuto di consulti e di discussioni in arabo, S. Ecc. finì per confessare che il passaggio del vapore aveva luogo molto irregolarmente, che Tarso non era uno scalo cioè uno dei porti toccati dal servizio di navigazione, che vi sarebbe forse un'occasione nel corso del seguente mese, ma che essa avrebbe potuto tardare tre mesi. Mi propose anche d'imbarcarmi su una nave a vela, ma quando gli ebbero obbiettato che nel golfo i venti soffiavano in tutte le direzioni e gli ricordarono tutti i naufragi dell'ultimo inverno, il buon pascià fini là dove avrebbe dovuto cominciare e concluse che, se volevo essere a Gerusalemme per le feste di Pasqua, dovevo prendere la via di terra.
Mi rimaneva da affrontare un ultimo argomento. Poichè stavo per attraversare questo terribile Giaur-Daghda ed il dado era tratto, sì che non vi era più luogo a smentirsi, si trattava di superare il pericolo. Il pascià mi aveva parlato del bey della montagna come di un uomo che conoscesse e stimasse in modo particolare e credetti di potergli chiedere senza indiscrezione qualche riga di raccomandazione. L'ottenni, anzi dovetti accettare una scorta di venti uomini; inoltre uno de' miei amici di Adana mi procurò un'altra lettera di un negoziante che aveva reso molti servizi al bey, sì che ormai mi consideravo al riparo dei pericoli. Preso congedo da quel gentile pascià, ritornai al mio alloggio per prepararmi alla partenza che ebbe luogo l'indomani mattina.
In una città del Levante la partenza, come l'arrivo, è una faccenda importante: tutta la città è in subbuglio. Anzitutto la curiosità, poi quel sentimento d'ospitalità di cui nessuno oserebbe mostrarsi privo, da ultimo la consuetudine fanno sì che per il momento qualsiasi viaggiatore, fosse pure insignificante per sè stesso, diventa una specie di idolo che non si saprebbe onorare abbastanza. Tutte le case gli si aprono, si scaldano per lui tutte le caffettiere e tutti i vasi di marmellate hanno la loro parte in queste cerimonie del saluto. Non voglio svelare la parte che vi hanno l'ostentazione, l'abitudine od i sentimenti davvero benevoli; tale ricerca sarebbe tanto più difficile in quanto che le proporzioni varierebbero da un luogo all'altro. Ciò che è certo si è che il viaggiatore non si sente straniero in una città che visita per la prima volta e dove non conosce nessuno. Come ho detto tutte le porte gli sono aperte, anzi si potrebbe dire altrettanto dei cuori; quanto alle borse lo sono di certo. Più di una volta mi accadde di esaurire la somma, colla quale avevo contato di raggiungere la residenza di un banchiere, quando non ero ancora a mezza strada. In un caso simile in Europa avrei interrotto il mio viaggio, e scritto al banchiere, presso il quale ero accreditata, di mandarmi il denaro là dove rimanevo ad attenderlo. Ma in Oriente, grazie all'irregolarità ed alla lentezza delle comunicazioni postali, il ritardo avrebbe potuto prolungarsi parecchi mesi. Non dovetti mai sottostare ad una così lunga attesa, giacchè fra tante domande che ovunque mi rivolgevano i miei ospiti ed i numerosi miei amici non mancava quasi mai questa: — Avreste bisogno di denaro? — E se rispondevo di sì, non vedevo dei visi lunghi, perchè le offerte de' miei bravi ospiti non erano vane formule di cortesia. Mi avevano offerto il denaro e me lo recavano colla stessa intonazione e collo stesso viso. Naturalmente non ho bisogno di dire che queste somme erano restituite puntualmente; ma chi lo garantiva a' miei ospiti?
Una volta in un villaggio in pieno Libano, ove avevo dovuto fermarmi oltre 15 giorni, dopo una serie di incidenti, un monaco carmelitano sopraggiunse e mi chiese perchè io non continuassi il mio viaggio. Gli risposi che avevo speso, con quella forzata interruzione, il denaro col quale avrei dovuto raggiungere Homs, ove avevo dei fondi e che vi avevo scritto di mandarmi del denaro. Il frate ritornava da Tripoli, dove si era recato per riscuotere alcune centinaia di piastre. Trattele dalla bisaccia che era attaccata alla sella del suo cavallo, me le consegnò dicendo: «Il mio convento è a pochi passi di distanza, io ed i miei confratelli potremo aspettare nelle nostre celle più facilmente che voi sotto le vostre tende. Arrivando ad Homs rimettete la somma al tale.» Mi diede le istruzioni sul modo di fargliele pervenire e riprese la sua strada. Altre volte ricevetti la stessa prova di fiducia, da un negoziante, da un turco, da un latino, e anche da un armeno! Questa fiducia era concessa non a me personalmente, ma al viaggiatore, all'ospite, giacchè ogni abitante di una città considera suo ospite lo straniero che vi si trova.
Quando lasciai Adana, la guida che camminava in testa alla carovana aveva già oltrepassato le ultime case del sobborgo e l'ultimo cavaliere della mia scorta non era ancor escito dalla porta di casa mia. Come si vede, formavamo una processione di aspetto molto imponente e la popolazione della città, assiepata sul nostro passaggio, poteva esser soddisfatta dello spettacolo che le offrivamo. Tutte le persone che avevo conosciute, durante il mio soggiorno ad Adana, tutte quelle che erano venute da Tarso per vedermi, avevano voluto accompagnarmi fino ad una certa distanza dalla città. Aggiungete al corteo la scorta del pascià e la nostra vera e propria carovana, bagagli, domestici e viaggiatori e comprenderete che potevamo ben occupare una metà di Adana.
Confesso che mi allontanavo con rammarico da quel piccolo mondo di cui ero stata il centro durante una settimana, da quegli uomini che avevano tralasciato i loro affari per non occuparsi che di rendermi la vita dolce e gradevole, per quanto il mio soggiorno ad Adana fosse stato breve e quei nuovi amici di data recente. La partenza non è mai cosa lieta e del resto non ero la sola a provare questi rimpianti e coloro che li inspiravano non ne erano immuni. Non vi era solo della tristezza sul volto de' miei amici; vi notai qualche ansietà, specie se accadeva ad uno di essi di trattenersi qualche momento a parte cogli uomini della scorta. Questi non avrebbero avuto un'aria più cupa e grave se avessero accompagnato al patibolo una schiera di condannati. Devo ammettere che cominciavo ad aver paura. Tutti tremavano per me e giungevo a rimproverarmi l'ostinazione che poteva compromettere non solo la mia vita, ma quella di una cara fanciulla che non aveva che me per proteggerla e difenderla. Se a quel momento qualcuno della carovana mi avesse proposto di ritornare indietro credo che avrei accettato l'invito con trasporto; ma chi sa mai che avviene nel cuore del suo vicino? Mentre io formavo i voti più timidi, forse i miei compagni deploravano la mia temerità.
Gli abitanti di Adana che mi avevano scortato finirono per fermarsi presso un vecchio albero disseccato che segna il limite oltre il quale non si accompagnano mai i partenti. Grandi strette di mano, le formule commoventi di augurio delle quali tutti sono così prodighi in Oriente e che si imparano facilmente da loro furono scambiate e ripetute da ognuno: «Dio vi benedica e vi riconduca! Dio vi conceda la salute e la pace! Voglia farvi felici in quelli che voi amate! Possano i miei occhi rivedervi! Possa la vostra voce rallegrare il mio cuore!» Voltarono poi i loro cavalli verso la città ed il settentrione; noi indirizzammo i nostri verso il deserto ed il mezzogiorno. Da ambo i lati la nebbia copriva il paese a breve distanza e ci nascondeva la vista dei luoghi ove ci dirigevamo; ma quelli che ci lasciavano sapevano bene che vi fosse dietro quella nebbia, la città, il focolare, la famiglia. Noi invece andavamo verso l'ignoto: a che gli valeva quel velo?
IL BEY DEL MONTE DEL GIAURRO ED IL SUO HAREM
La vita di viaggio non tardò a vincere, colla varietà delle sue impressioni, il rimpianto che mi lasciava il soggiorno di Adana. Appena varcata la frontiera del Giaur-Daghda, salivamo le ultime colline che ci separavano dal golfo di Alessandretta, quando un gruppo di donne e di fanciulli apparve all'estremo limite del nostro orizzonte, ristretto in quel punto dall'aprirsi di una valle di cui stavamo per raggiungere i primi pendii senza poterne ancora misurare l'ampiezza. Ben presto conoscemmo la causa di quell'affollamento, che non aveva nulla di terrificante: le famiglie di una tribù di montanari accampate, colle loro greggi, nella valle vicina venivano a presentarci i loro omaggi, mentre i loro padri e mariti vagavano altrove. Ci mostrammo sensibilissimi a quest'atto di riguardo, e dopo avere gettato qualche piastra a quelle brave matrone, proseguimmo il cammino, lasciando molto delusa una di quelle signore che aveva avuto la speranza di farsi regalare della biancheria vecchia. Da buona occidentale io credeva che il denaro potesse tener luogo, se non di tutti i beni di questa terra, per lo meno di quelli che si comprano e vendono, ma quella buona donna, alla quale cercavo di comunicare la mia convinzione, mi rispose che, per quanto le dessi del denaro, non ne avrebbe mai abbastanza per comprarsi del pane e che le mancherebbe sempre il modo di soddisfare i suoi gusti in fatto di corredo.
Qualche passo più in là incontrammo una ventina di cavalieri, piuttosto bene in arcioni, ed abbastanza ben armati, ai quali comandava un uomo d'alta statura coperto da uno di quegli ampi mantelli di panno rosso che hanno il medesimo taglio dei nostri scialli e che sono indossati dai Curdi meridionali. Il capo della nostra scorta ed il personaggio vestito alla curda si accostarono come veri fratelli d'arme. Il nostro capitano mi presentò il cavaliere dal mantello rosso, facendomi conoscere il suo nome ed il suo titolo: era Dedè bey, luogotenente di Mustuk-bey, principe della montagna. Il luogotenente era venuto a conoscenza del mio passaggio negli stati del suo signore e veniva ad offrirmi i suoi servigi e quelli de' suoi uomini promettendomi di condurmi, senza ostacoli nè impicci, alla residenza del principe Mustuk. Non mi rimaneva che di ringraziare quel luogotenente, e lo feci nel miglior modo possibile. Dedè per altro era un personaggio troppo importante per porsi egli stesso alla testa della scorta che mi recava. Rivolse ai suoi soldati un bel discorso per rammentar loro i riguardi che dovevano avere per me, per la mia qualità di viaggiatrice, e per l'onore stesso di quelle popolazioni della montagna, impegnato ad assicurarmi la traversata di quel territorio pericoloso. Soggiunse che aveva motivo di credere che essi adempirebbero puntualmente il loro dovere di condurmi al gran bey Mustuk. Dopo avere così istruito il suo drappello armato, Dedè ne affidò il comando ad uno de' suoi ufficiali, poi risalì a cavallo e disparve in un labirinto di roccie.
Il luogo dove si svolgeva questa scena mi colpì col suo aspetto pittoresco. È chiamato la porta delle tenebre, da un antico arco di trionfo le cui rovine fanno una bellissima figura nel paesaggio, giacchè l'arco sorge in fondo ad un dirupo che ha una ricca vegetazione contrastante colla china arida che conduce laggiù. Gli alberi che circondano la porta delle tenebre sono tanto frondosi da spegnere, per così dire, la luce del sole, non lasciandone giungere, sino a quelle venerande arcate, che qualche pallido raggio. Dall'alto delle colline che incorniciano quella gola, la vista si stende sul mare di Siria, di cui si ascoltano muggire le onde a poca distanza, e sulla linea azzurra delle sue coste. Lo spettacolo è splendido sovratutto per occhi attristati fino allora dalle ombre sinistre dei primi gioghi del Giaur-Daghda.
Non ci rimanevano che alcuni scaglioni da scendere per toccare la spiaggia del mare, e ben presto i sentieri rocciosi cedettero all'arena fine e morbida della riva. L'aria era vibrata, il cielo di un turchino senza venature, solo leggermente dorato verso il levante. Neppure il mare aveva una sola increspatura, al punto da lasciar distinguere i pesci che si dibattevano in quelle acque limpide e tranquille. I nostri cavalli erano felici di correre su un terreno uguale, di immergere i loro piedi nelle onde spumose. I nostri cavalli europei sembrano muti, confrontati al cavallo arabo. Questi ha tutto un linguaggio, capace delle più varie sfumature, sia che saluti con mille dolci fremiti la presenza di un padrone amato, sia che chiami con grida reiterate la cavalla che s'indugia nel prato vicino, sia che provochi un rivale alla lotta con urla selvaggie. Per il momento i nostri cavalli manifestavano ingenuamente le impressioni che destava in essi una così bella natura. Che gioia vederli scalpitare, soffiare, aspirare l'aria colle loro narici rosate, scuotere le loro lunghe criniere, frementi di soddisfazione, accarezzati dal vento del mare! Devo dire che noi partecipavamo interamente alla letizia di quei nobili animali e le fatiche di sei settimane di viaggio erano quasi dimenticate in pochi minuti, quando fummo distolte da quelle dolci sensazioni dai suoni di una musica barbara che si faceva udire a qualche distanza. L'acuto sibilo di qualche piffero e di qualche zampogna si mescolava al rullo dei tamburi ed ai colpi sordi delle gran casse. Ed ecco comparire i musicanti che precedevano una banda di montanari in campagna, cioè nel corso di una delle loro spedizioni lungo le carovaniere. Il nostro passaggio era stato annunziato a quei guerrieri nomadi che accorrevano ad augurarci buon viaggio, anzi ad invitarci a prendere con loro qualche rinfresco. Sarebbe stato inurbano il rifiutare. In un attimo saltammo a terra e, affidati i nostri cavalli alla custodia di quegli ospiti premurosi, ci sedemmo sull'erba, mescolando le nostre provviste a quelle dei montanari. Un pasto in comune con una banda di simili avventurieri è una di quelle occasioni che chi ricerca le emozioni non può incontrare che nel Levante. A dir il vero i montanari resistettero a tutte le nostre insistenze per deciderli a prendere la loro parte delle nostre provviste. I doveri dell'ospitalità non permettevano loro di consentire alle nostre richieste: se essi ci avevano offerto il loro latte, il loro formaggio, la loro galletta d'orzo ed i loro aranci era perchè ci riconoscevano come loro ospiti e per ciò stesso non potevano accettare nulla da noi. Dopo il pasto venne la siesta, nella giornata calda, mentre il sole, al colmo della sua corsa, ci dardeggiava co' suoi raggi cocenti. I montanari si ritirarono in un canto per lasciarci riposare; ognuno si stese per terra all'ombra di un boschetto. Sdraiata accanto a mia figlia cercai dapprima di resistere al sonno, ma la stanchezza non tardò a gettarmi in una sorte di sopore. Quando riapersi gli occhi potei constatare con grande soddisfazione che quei montanari erano stati fedeli al loro compito di guardiani ospitali. D'accordo colla nostra scorta essi vegliarono sui nostri cavalli e sui nostri bagagli. Mi sembrava però che fosse tempo di partire separandomi da quei curiosi amici. Dopo aver distribuito un po' di denaro a tutta la banda, e seguiti dalle sue benedizioni ci allontanammo. Era ormai sera quando giungemmo in vista del monte che ha dato il nome di Giaur-Daghda al gruppo al quale sovrasta. L'aspetto del paese che percorrevamo allora, richiamava taluni angoli verdeggianti e ricchi dell'Inghilterra. Avevamo alla nostra destra la distesa del mare, illuminata sulla spiaggia dagli ultimi raggi del sole, velata nello sfondo azzurrigno dalle prime ombre della notte. A sinistra e dinanzi a noi si ergeva la cima verdeggiante del Giaur-Daghda sui cui fianchi arrotondati sorgevano molti villaggi. È raro che in Siria la costa si levi a picco dal mare. Qui, come in tutto il paese, graziose ondulazioni separano i pendii dalle onde che ne lambono la base. Lo spazio fra il mare ed il monte assomigliava ad una fresca vallata della Svizzera. Il borgo di Bajaz[19], residenza del bey, era nascosto ai nostri occhi da gruppi di alberi giganteschi e collegati fra loro dalle ghirlande che vi intrecciava capricciosa la vite selvatica. Tutto intorno a noi era calmo, ridente e sereno; le campanelle che risuonavano qua e là nella campagna annunziavano il ritorno delle greggi all'ovile; qualche merlo in ritardo svolazzava di ramo in ramo a guisa di un gaio compare che, reduce da un banchetto troppo prolungato, incespichi nel cercare la porta di casa. Le tortore tubavano tristemente sugli alberi, e tratto tratto si udivano i primi lagni dell'usignuolo che salutavano il cader della notte.
Allo svolto di un sentiero cinto di siepi vive ci trovammo ad un tratto all'entrata di una corte irregolare. In fondo sorgeva un edificio di poca apparenza. Era la casa del bey, ed egli stesso ci attendeva sulla soglia della sua residenza. L'accoglienza che ci fece non lasciava nulla a desiderare ed io fui personalmente abbastanza fortunata di ottenere il permesso di ritirarmi nella mia tenda. Il tempo cospirava contro di me; piovve così dirottamente durante tutta la notte che, non volendo incorrere nella taccia di stravagante, dovetti decidermi a riparare sotto un tetto. Io temeva di essere condannata ad abitare l'harem; ma il bey, uomo di spirito, indovinò i miei segreti pensieri, mise a mia disposizione un vasto locale del suo appartamento, avvertendomi nel tempo stesso che le sue mogli riceverebbero le mie visite e me le renderebbero tutte le volte che ne avessi piacere. Una volta rassicurata sulla libertà de' miei movimenti, cominciai col prender possesso del mio domicilio, ma subito dopo profittai dell'occasione che mi si offriva, per studiare, a volontà, e sotto un nuovo aspetto, quella vita dell'harem di cui il mio soggiorno presso il mufti di Scerkess mi aveva già dato una ben triste idea. Poichè l'harem è una delle istituzioni più misteriose della società turca non si troverà forse male che ancor una volta io m'indugi a parlarne.
Col nome di harem si designa qualcosa di complesso e di molteplice. V'è l'harem del povero, quello delle classi medie e del gran signore, l'harem della provincia e quello della capitale, l'harem della campagna e quello della città, quello del giovinotto e quello del vecchio, del pio mussulmano che rimpiange i tempi andati e del maomettano spirito forte, scettico, riformatore, che veste la redingote. Ognuno di questi harem ha il suo carattere speciale, il suo grado d'importanza, i suoi costumi, le sue abitudini. Il meno strano di tutti, quello che più si accosta ad un'onesta famiglia cristiana, è l'harem del povero abitante della campagna. La moglie del contadino, costretta a lavorare nei campi e nell'orto, a condurre le greggi al pascolo, a recarsi nei villaggi per farvi o vendere le provviste, non è prigioniera nelle mura del suo harem. Quand'anche, ed è raro, la casa coniugale abbia due stanze, di cui una teoricamente riservata alle donne, gli uomini non ne sono banditi rigorosamente. È raro che il contadino abbia parecchie mogli. Ciò non accade che in casi straordinari, per esempio quando un giornaliero, cioè un servo, un inferiore, sposi la vedova del suo padrone, fatto che non si verifica che se la signora non è più in età da poter aspirare a miglior partito. Con questo matrimonio il servo viene ad essere un poco più ricco di prima e, dopo qualche anno di fedeltà coniugale, quando vede che gli anni hanno camminato più presto per sua moglie che per lui, profitta della sua agiatezza per aggiungersi una compagna più di suo gusto. Non conosco altri contadini poligami che quelli che abbiano sposato, nella loro prima gioventù, una vecchia possidente.
Salvo quest'eccezione la famiglia del contadino turco è simile a quella del contadino cristiano e, lo dico con rammarico, il primo potrebbe spesso servire d'esempio al secondo. Con pari fedeltà, il vantaggio sarebbe del turco, perchè tale virtù non gli è imposta nè dalla legge religiosa, nè dalla civile, nè dagli usi, nè dai costumi, nè dall'opinione pubblica, e non può esservi indotto che dalla bontà della sua natura, alla quale ripugna il pensiero di affliggere la sua compagna. E non le fa mai pagare il privilegio, di cui non osa privarla, di esser sola padrona di casa, con cattivi trattamenti o malumori; non si compensa mai col tormentarla del freno che si impone per riguardo ad essa. La sua anima semplice e generosa sarebbe incapace delle piccole vigliaccherie. La tradizione della debolezza della donna in Oriente non è relegata nel dominio della favola, ed i riguardi cui ha diritto il debole da parte del più forte sono ancora considerati cosa seria. Tutto o quasi è concesso alla donna dacchè è ritenuta debole. Ha il privilegio di arrabbiarsi senza motivo, di mancare di senso comune, di parlare per diritto e per traverso, di agire a rovescio di ciò che le si domanda e sovratutto di ciò che le si ordina, di lavorare quando le pare e piace, di spendere come crede il denaro guadagnato da suo marito, di pretendersi malata, di lamentarsi senza alcuna ragione. In forza di quale legge o di quale istituzione, per effetto diretto od indiretto di quale usanza o di qual principio, gode essa di tale privilegio? La legge l'abbandona senza difesa al capriccio del suo signore e padrone, l'uso la condanna; ma la bontà d'animo, la tenerezza, la generosità naturale dell'uomo garantiscono alla donna un'impunità quasi assoluta. Il contadino turco ama la sua compagna come un padre e come un amante; non la contraria mai di proposito e scientemente e non v'è noia ch'egli non affronti di buon grado per amor di sua moglie. La donna invecchia presto in questi climi, sotto l'influenza di un nutrimento grossolano e malsano, e di continui parti, di cui nè la scienza nè l'arte attenuano i pericoli. L'uomo invece, che ha una costituzione più adatta a sopportare le fatiche e le privazioni, rimane quasi eternamente vegeto. È frequentissimo qui il caso di vecchi di più di ottant'anni che abbiano intorno bimbi che sono la loro progenitura diretta. Nonostante questa disparità fra l'uomo e la donna, l'unione stretta sulle soglie dell'infanzia è di regola spezzata solo dalla morte. Ho veduto donne decrepite, inferme, orribili, condotte per mano, curate ed adorate da bei vecchi ritti come i pini dei monti, colla barba d'argento, ma lunga e folta, coll'occhio vivace e limpido. Un giorno uno di questi splendidi vecchi di cui ho parlato mi aveva condotto la sua vecchia moglie, cieca e paralitica, colla speranza ch'io potessi renderle il moto e la vista. La vecchia era arrivata a cavalcioni su un asino che suo marito teneva per la briglia, camminando allato. L'aveva poi presa nelle braccia e, depostala su un banco vicino alla mia porta, vi aveva installato la sua povera compagna su un ammasso di cuscini, con tutta la sollecitudine di una madre per il suo figliolo. Dissi alla cieca:
— Dovete voler molto bene a vostro marito?
— Vorrei bene vederci — mi rispose.
Io guardavo il marito che sorrideva melanconicamente, ma senza l'ombra di un rancore. Si passò il rovescio della mano sugli occhi e disse:
— Povera donna! la sua cecità la rende molto infelice e non sa abituarvisi. Ma voi le renderete la vista, non è vero, Bessadea?
Io scuotevo la testa e stavo per protestare la mia impotenza, ma egli mi tirò il lembo della veste e mi fece segno di tacere. Gli chiesi allora:
— Avete dei figli?
— Ahimè! ne ho avuto uno; ma è morto da tanto tempo.
— E come mai non avete preso un'altra moglie, più robusta e che avesse miglior salute, sì da potervi dare dei figli?
— È presto detto; ma questa povera creatura ne avrebbe avuto dispiacere, e ciò mi avrebbe impedito di esser felice con un'altra anche se feconda. Vedete, Bessadea, non si può aver tutto a questo mondo. Io ho una moglie alla quale voglio bene da quasi quarant'anni, non ne sceglierei un'altra.
L'uomo che mi parlava in questa guisa era un turco. Sua moglie gli apparteneva come un mobile; nessuno l'avrebbe biasimato, nessuna legge l'avrebbe punito se si fosse sbarazzato di quel peso inutile con qualche atto violento. In tal caso gli avrebbero semplicemente domandato quali fossero stati i suoi motivi per agire a quel modo. Fortunatamente il carattere del popolo turco corregge ciò che tali costumi hanno di odioso. Vi ha in lui un fondo prezioso di bontà, di dolcezza, di semplicità, un notevole istinto di rispetto per ciò che è bello, di pietà per ciò che è debole. Quest'istinto ha resistito, e speriamo resista ancora per molto tempo, all'azione di istituti deleterii, basati unicamente sul diritto della forza e sull'egoismo. Per comprendere quanto vi abbia di dolcezza e di serenità innate nel turco, bisogna osservare i contadini di origine ottomana, sia nel loro campo, sia al mercato o sulla soglia d'un caffè. Il raccolto, le seminagioni, il prezzo dell'orzo, la loro famiglia, ecco l'argomento invariabile delle loro conversazioni. Nessuno di essi alza la voce, nessuno spinge lo scherzo fino a ferire od annoiare i suoi compagni; niuno mescola a' suoi discorsi delle bestemmie o quelle parole grossolane che il popolo predilige in altri paesi. Questo squisito riserbo, questi modi al tempo stesso così nobili e così semplici gli vengono dall'educazione? No, dalla natura, che è stata prodiga pel popolo turco; ma tutti i doni ch'essa gli ha dato tendono ad essere alterati dalle istituzioni. Man mano che ci si allontana dalle classi nelle quali si conserva il carattere primitivo, man mano che si penetra nella borghesia, od in istrati ancora più alti, ecco apparire il vizio che giganteggia, prevale e finisce per regnare solo. Abbiamo visto testè i sani istinti del popolo turco quali si rivelano nel contadino; bisogna ora studiare l'influenza esercitata sulle classi superiori dalla deplorevole costituzione della famiglia mussulmana. Questa funesta influenza può sovratutto essere constatata ne' suoi effetti, negli strati medi della società turca, nelle imitazioni servili provocate dagli esempi della nobiltà.
Entriamo in un harem borghese o di un piccolo gentiluomo di campagna. È necessario anzitutto che la viaggiatrice privilegiata che vuol visitare un così triste luogo non si faccia alcuna illusione e si prepari a superare molte ripugnanze. Imaginatevi un corpo di fabbrica, separato dalla casa propriamente detta, ove il padrone riceve i suoi ospiti, ove i domestici maschi hanno soli il diritto di abitare. L'ingresso di questo fabbricato si apre di solito su una larga tettoia ove le galline vivono in mezzo ad ogni sorta di detriti e di immondizie. Una scala in legno, coi gradini guasti e disgiunti, conduce alle stanze superiori che consistono in un grande vestibolo dal quale si ha accesso a quattro camere. Una di queste è riservata al padrone di casa che vi abita colla favorita del momento. Le altre stanze sono occupate dal rimanente di ciò che qui si chiama la famiglia. Donne, ragazze, ospiti di sesso femminile, schiave del padrone o della padrona compongono la popolazione dell'harem. In Oriente non esistono veri letti, nè camere specialmente destinate al riposo. Grandi armadi racchiudono, durante il giorno, mucchi di materassi, coperte e guanciali. Venuta la sera, ognuna delle abitanti dell'harem leva dall'armadio ciò che le è necessario, fa il suo letto dove Dio vuole e si sdraia vestita. Quando una camera è piena, quelli che sopraggiungono si collocano altrove, e, se le camere sono ricolme, le ultime venute vanno nel vestibolo o sulla scala. Nulla di più sgradevole per occhi europei che l'aspetto di quelle signore quando si alzano il mattino nelle loro acconciature della sera precedente, cincischiate e sfiorite per la pressione delle materassa ed i moti impulsivi del sonno.
Lo scopo principale di un padre di famiglia turco è di avere il maggior numero possibile di figli e tutto, nella vita domestica, è subordinato a questa considerazione. Se una donna rimane due o tre anni sterile è subito allontanata, suo marito la sostituisce con una compagna più feconda. Nessuno si impiccia dei rimpianti e della gelosia della povera reietta; ma bisogna aggiungere che, se invece di gemere e di piangere questa trova modo di disfarsi in un modo qualsiasi della sua rivale, nessuno si cura del destino di quest'ultima. Perciò io non credo che vi siano in nessun luogo creature più degradate delle donne turche della classe media; la loro abbiezione si legge sul loro viso. È difficile di pronunciarsi sulla loro bellezza per gli spessi strati di belletto che, applicati senza gusto nè misura, sfigurano le loro guancie, le loro labbra, le sopracciglia e i contorni degli occhi. La loro figura è resa difforme dal taglio ridicolo delle loro vesti ed al posto dei capelli mettono dei peli di capra tinti in arancio acceso; il loro viso non esprime che stupidaggine, volgare sensualità, durezza ed ipocrisia. Non hanno la menoma traccia di principi morali o religiosi. I bimbi le occupano e le annoiano al tempo stesso, ne prendono cura come di uno scalino di cui si possono servire per ottenere il favore del marito; ma qualsiasi idea di dovere materno è loro straniera, come si vede dalla frequenza degli aborti che queste donne si procurano sfacciatamente ogni volta che la nascita di un figlio non entra nei loro piani.
Circa quindici giorni prima della mia partenza per Angora, il capo di una confraternita di dervisci, stabilita in una cittaduzza poco lontana dalla mia dimora, venne a chiedermi un rimedio per sua figlia che soffriva di vari disturbi che riconobbi come altrettanti sintomi di gravidanza. Quando espressi il mio parere al venerando personaggio, mi rispose sorridendo che sua figlia non voleva trovarsi in tale stato: «Lo voglia o non lo voglia» replicai «se lo è effettivamente, bisognerà che vi si rassegni». Il vecchio rispose: «Cara signora, non è possibile, suo marito è partito per l'esercito e mia figlia è ben decisa a non avere altri bimbi prima ch'egli ritorni.» Lasciai capire al derviscio che io non lo comprendevo più affatto. Il vecchio sembrava imbarazzato, e grattandosi l'orecchio, entrava in nuove spiegazioni, quando uno de' miei famigli che lo aveva seguito per facilitare la conversazione, si rivolse al vecchio gridandogli, con aria seccata: «Non te lo avevo detto di non parlare di queste cose alla mia padrona? I Cristiani d'Occidente non ammettono questi compromessi e non otterrete niente.» Queste parole mi illuminarono ed io dichiarai all'uomo venerando che perdeva il suo tempo, come se mi avesse domandato del veleno; ma dovetti faticar molto a sbarazzarmene. Ritornava sempre al suo grande argomento della partenza del genero per l'esercito ed assicurava del resto che il marito conosceva ed approvava la decisione di sua figlia. Per fortuna sua, e forse anche mia, quel modello di padre non comprese una parola del mio piccolo discorso, anzi se ne partì dandomi la sua benedizione, attestandomi la sua tenera amicizia e pregandomi di riflettere alla domanda che mi aveva rivolto. Sono transazioni che accadono tutti i giorni e non urtano la coscienza di nessuno.
Se le madri non provano vera tenerezza per i loro figli, questi se ne curano ben poco. I ragazzi considerano le loro madri come serve, dando loro ordini, le rimproverano per la loro pigrizia o per la loro trascuratezza e non so se si limitano sempre a delle parole. Il pudore, questo ornamento virgineo della prima età, non esiste nè per i ragazzi, nè per quelli che li circondano. Tutte queste donne si vestono, si svestono davanti ai loro figli ed i discorsi più liberi si fanno in loro presenza. I fanciulli disprezzano le loro madri e questa vita in comune, che fa loro perdere il rispetto per i genitori, comunica loro spesso le tristi passioni dalle quali essi sono dominati. La rivalità del potere che agita le madri è per i figli una sorgente di animosità, d'invidia, di dispetto, d'orgoglio e di ira. «Mia madre è più bella, più ricca, più giovane! è nata a Costantinopoli!» Ecco di cosa si vantano questi ragazzi quando vogliono umiliare quelli che essi chiamano fratelli.
Chi avesse le idee e gli affetti di un Cristiano in seno ad una simile famiglia, dovrebbe esser molto compianto; ma non sarebbe esposto a trovarvisi. Il turco, che non è mai escito dalla sua provincia, che non conosce altra società all'infuori di quella basata sulle istituzioni mussulmane, che considera come articolo di fede che nulla havvi di bello e di buono al mondo oltre il suo paese, le sue leggi, le sue usanze, che ritiene animali immondi tutti gli uomini di un'altra religione che la sua, questo turco della classe media si compiace della corruzione in mezzo a cui vive. Egli non ama nessuno intensamente; non è del resto violento e crudele che in un modo negativo. Purchè i suoi pasti siano pronti all'ora voluta, egli non chiede nulla di più alla Divinità. I suoi figli gli sono cari, ma se muoiono egli non pensa che a colmare i vuoti causati dalla loro perdita. Le sue mogli soffrono per caso nell'anima o nel corpo, forse egli ne riderà, forse vi rimarrà perfettamente indifferente. Ignorantissimo, non sapendo neppure che esistano paesi nei quali il culto delle arti e delle lettere occupano e deliziano la vita dell'uomo, egli non conosce che i piaceri sensuali ed il riposo che prolunga e varia finchè può coll'uso dell'oppio, dell'hascisch, dell'acquavite e del tabacco. Le attrattive della conversazione sono per lui lettera morta; parla per domandare o per ordinare quello che gli occorre; poi tace e, siccome tutti stanno in silenzio intorno a lui, non gli rimane neppure di stare ad ascoltare ciò che si racconta. Allorchè una delle sue mogli ha perduto la freschezza della gioventù o, per un motivo qualsiasi, ha cessato di piacergli, egli si astiene dal chiamarla a sè e presto dimentica che esista. Se ha veduto al bazar una schiava che gli piaccia, la compera, la porta a casa sua e la proclama sua favorita. Può essere idiota, golosa, ladra: lo sa, ma che gliene importa? Non ha illusioni, e come potrebbe averne? E perchè? Egli sa benissimo che la giovane donna, ch'egli stringe nelle sue braccia, non prova per lui che odio e disgusto, sa che essa gli caccierebbe volontieri un pugnale nel cuore pur di guadagnare dieci piastre, sa pure che il suo amore non è che una febbre effimera. Ma potrebbe esserne altrimenti? Sonvi altrove donne, amori, febbri, risvegli diversi dai suoi? Se ne esistono, non si cura di conoscerli. Egli ignora le gioie intime, ineffabili del sacrificarsi. Non ha mai confessato nulla che possa nuocergli, dicendo a sè stesso: Sono stato fedele alla verità! Non ha mai preferito la soddisfazione di un altro alla sua propria e non si è mai detto: Sono stato fedele alle mie affezioni! Non ha mai considerato la morte un'aurora, l'aurora di un giorno eterno, senza nubi. Pure quell'uomo si crede felice; ma può egli esserlo più dell'ultimo mendicante al quale è stato concesso nella vita di sapere che significhi amare, consacrarsi a qualcosa, credere ed attendere?
La famiglia del ricco, del nobile, del turco di Costantinopoli, che ha frequentato la società Franca, o che ha viaggiato in Europa, non presenta lo stesso spettacolo d'immoralità o d'ingenua turpitudine, ma, ohimè, salvo qualche rara eccezione, la seta ed il broccato non ricoprono ancora che uno scheletro abbietto. Le dame di quegli harem di primo ordine non indossano, per una settimana o per un mese, la stessa veste sudicia e spiegazzata. Ogni mattina, levandosi dai loro letti sontuosi, esse lasciano gli abiti del dì innanzi, cambiandoli con nuove acconciature. I loro vestiti, i loro pantaloni e le loro sciarpe escono dalle fabbriche di Lione, e sebbene le manifatture europee non spediscano in Oriente che gli avanzi della loro fabbricazione, questi rifiuti fanno ancora un effetto quando avvolgono le forme splendide di una di quelle Georgiane o di quelle Circasse che popolano gli harem. Ma che vale l'apparenza, se la realtà, così impiastricciata, non è per questo meno ripugnante?
Voglio dire una parola a proposito delle due razze che per la nostra immaginazione inesperta rappresentano il prototipo della bellezza femminile. Alta, formosa, colla persona ben modellata, uno splendido colorito, masse di capelli neri e lucenti, la fronte spaziosa e completa, il naso aquilino, gli occhi neri enormi e spalancati, labbra vermiglie modellate come quelle delle statue greche di buona epoca, denti di perla, il mento rotondo, l'ovale del viso perfetto, tale è la Georgiana. Ammiro di tutto cuore le donne di quella razza; poi, quando le ho bene ammirate, volgo il capo e non le guardo più, perchè sono certa di ritrovarle, quando mi piacerà, tali e quali le ho lasciate, senza un sorriso di più nè di meno, senza la menoma variante nella fisionomia. Un bimbo può nascerle e morirle, il suo signore adorarla o detestarla, la sua rivale trionfare od essere inviata in esilio, nulla ce ne rivela il viso della Georgiana. Non so neppure se gli anni rechino qualche mutamento a quella bellezza marmorea di cui m'impazienta l'immobile splendore.
La Circassa non ha nè gli stessi pregi, nè le stesse lacune. È una bellezza nordica, che mi ricorda le bionde e sentimentali figlie d'Allemagna; ma la somiglianza non va al di là delle forme esterne. Le circasse sono in maggioranza bionde; il loro colorito è di una freschezza incantevole; i loro occhi sono azzurri, grigi o verdi ed i loro tratti, per quanto fini e graziosi, sono irregolari. Quanto la Georgiana è sciocca ed altera, altrettanto la Circassa è falsa ed astuta. Una è capace di tradire il suo signore, l'altra di farlo morire di noia.
Il farsi belle è la grande occupazione di queste signore. A qualunque ora voi le trovate vestite di crespo rosso o di raso celeste, la testa coperta di diamanti, con collane al collo, pendenti agli orecchi, spille sui loro abiti, braccialetti alle loro braccia ed alle loro gambe, anelli alle dita. Talora piedi nudi appaiono fuor dal vestito di crespo rosso ed i capelli sono tagliati quadri sulla fronte, come usano gli uomini dei nostri paesi, ma sono questi particolari dell'acconciatura che hanno poca importanza. Gli atteggiamenti del bel mondo femmineo devono esprimere il più profondo rispetto misto d'un timore reverenziale per il signore dell'harem. Non appena egli entra, subito si fa silenzio, una delle sue mogli gli leva gli stivali, l'altra gli mette le pantofole, quest'altra gli offre la sua veste da camera, una quarta gli reca la sua pipa, il suo caffè od i dolci. Egli solo ha il diritto d'indirizzarle la parola e, quando degna di rivolgersi ad una delle sue compagne, questa china gli occhi, sorride e risponde a voce bassa, quasi temesse di far cessare l'illusione e di svegliarsi da un sogno troppo dolce perchè possa durare a lungo. Tutto ciò non è che una commedia che non inganna nessuno, come non prendiamo alla lettera le pose d'innocenza e di timidezza delle nostre educande. In realtà, tutte quelle donne nutrono scarsa simpatia per il loro signore e padrone. Esse, che sembrano così facili ad una dolce commozione, che non parlano se non con un debole sussurro, si rimandano l'un l'altra delle ingiurie grossolane su di un tono acuto e rumoroso e non vi è eccesso a cui non possano giungere contro quella delle loro compagne che gode il favore del Sultano. Le schiave favorite sarebbero molto da compiangere, se non si permettessero delle rappresaglie, ma si guardano bene dal non concedersele.
Ciò che mi ha rivoltato più d'ogni altra cosa, e non è dir poco, è l'harem in miniatura dei giovinetti di grandi famiglie. Questi ragazzi, da nove a dodici anni, possiedono delle schiavette della loro età presso a poco, colle quali fanno la parodia delle gesta dei loro padri. Queste giovani, vittime di una costituzione sociale davvero mostruosa, fanno così un orrendo tirocinio della vita che le attende, giacchè non v'ha nulla di più crudele d'un ragazzo scostumato e la barbara depravazione del vecchio licenzioso si ritrova all'altra estremità della vita. Ho veduto di questi ragazzi, embrioni di pascià, picchiare a calci ed a pugni, graffiare, ferire tutta una schiera di ragazzine che ardivano appena piangere, mentre la giovane tigre si leccava la lingua con un sorriso singolare che mi rammentava certe pagine di Petronio. Con tutto ciò, voglio ancora ripeterlo, niuno sarebbe più lontano da sentimenti così odiosi che il turco, quale l'ha fatto la natura. Dirò di più, quel ragazzo crudele diventerà probabilmente un uomo abbastanza buono quando avrà l'età per eseguire senza troppo sforzo il compito sotto il quale, per il momento, soccombe.
Le grandi dame di Costantinopoli non si tengono paghe di vedere il mondo attraverso alle griglie delle loro finestre; vanno a passeggio nella città, nel bazar, ovunque loro garba e senz'essere sottomesse ad alcuna sorveglianza incomoda. Un tempo la maschera procurava alle veneziane un'estrema libertà; il velo delle donne turche rende loro il medesimo servizio. Il marito più geloso passerebbe accanto alla sua sposa mentre questa segue un'avventura, senza poter avere il menomo sentore di ciò che gli accade, poichè, non solo il velo copre il viso, non solo il mantello, detto ferragiah, copre tutta la persona e le dà l'aspetto di un involto, ma veli e ferragiah sono tutti della stessa stoffa, della stessa forma e quasi dello stesso colore; è un domino che assomiglia a tutti gli altri domino. Le signore turche possono quindi star sicure di salvaguardare il loro incognito finchè lo desiderano e l'infedeltà non fa loro correre alcun rischio. Perchè mai sarebbero allora fedeli? Non per amore dei loro mariti, che detestano cordialmente, non per rispetto ai loro doveri, giacchè anche la parola dovere non significa nulla per esse. Profittano dunque, come loro piace, della libertà che accordano loro le usanze. Invocate la testimonianza degli europei che hanno abitato a Costantinopoli: vi confesseranno, se vogliono esser sinceri, che hanno annodato più di un intrigo amoroso nella strada o nei bazar. La morale che si può trarre da tutto ciò è che le maggiori precauzioni non valgono nulla, quando è scomparsa l'idea del dovere.
Dopo tutto ciò che ho detto dell'atteggiamento del mariti orientali verso le loro mogli, si potrebbe credere che la brutalità sia l'essenza del loro carattere. La conclusione sarebbe falsa, giacchè il turco, di ogni età e di qualunque classe della società, ha ricevuto dalla natura una cortesia, una delicatezza ed una dolcezza di modi che gli occidentali non acquistano che dopo lunghi studii, sforzi faticosi e dominandosi continuamente. Un turco non si renderà mai colpevole nè di una parola, nè di un gesto che possa offendere una donna, e, se tratta sua moglie presso a poco come un essere irragionevole, in realtà essa non fa nulla per elevarsi ad una condizione superiore. Vorrei che vedeste l'attitudine imbarazzata e scandalizzata di un turco che si trovi collocato fra una signora europea e la sua mandra di odalische. Si badi che odalisca può esser tradotto letteralmente «cameriera» o meglio ancora «donna per la camera»!
Bisogna imparare il turco per perdere così le ultime illusioni! Un turco dunque in un caso simile si mostra più ruvido del solito colle sue mogli, e le riduce al silenzio appena socchiudono le labbra, le allontana con un pretesto o coll'altro, ed intanto lancia all'europea delle occhiate di traverso che rivelano il suo timore e la sua diffidenza e le ripete ad ogni momento: «Non badate a quello che dicono, sono turche!» od ancora: «Voi mi trovate ben grossolano con queste donne, non è vero? che volete, sono turche!» Ah Dio mio! Sì, sono delle turche, nel senso che voi date a tale parola, vale a dire delle creature sciocche e degradate; ma chi le ha rese tali? E perchè il nome che date alle vostre compagne è divenuto il sinonimo di tutto ciò che vi ha di basso e di incolto nel sesso femminile? Gli è che voi avete costituito la famiglia coll'unico intento di moltiplicare i vostri piaceri sensuali. Avete voluto che la donna vi fosse sottomessa come una schiava; che può dunque essere se non una schiava? Ma forse io ho già troppo prolungato queste riflessioni generali. Ormai il lettore sa cosa voglia dire il nome di harem in Oriente e lo posso ricondurre alla residenza che mi aveva suggerito queste divagazioni, all'abitazione del nobile mio ospite Mustuk bey.
Il principe del Giaur-Daghda ha ormai varcato i limiti della prima gioventù. È un uomo d'una quarantina d'anni, alto e ben fatto, con una fisionomia che sarebbe un po' volgare, se non fosse illuminata da due begli occhi azzurri, limpidi, sorridenti e penetranti come due spade. Nulla rivela in lui il feudatario ambizioso ed astuto che resiste senza posa agli ordini del suo sovrano, pur conservando le apparenze del rispetto e della sottomissione. In Mustuk bey, o per lo meno ne' suoi modi e nel suo linguaggio, vi è una certa bonomia. Egli non ostenta il lusso orientale dei pascià e dei capi della sua tribù; il suo abito, il suo contegno, la sua casa, la sua tavola, tutto in lui respira la massima semplicità.
Dietro la casa del bey vi è una piccola corte quadrata, cinta di fabbricati bassi ad un solo piano. Poichè la corte è rettangolare, i due edifici che formano i lati occupano una superficie doppia all'incirca di quella che coprono le costruzioni collocate alle estremità. Una di queste non è che il muro divisorio fra l'harem e la casa del bey e vi è praticata la porta d'ingresso. Due porticine, fiancheggiate entrambe da due finestre, comunicano con ciascuno degli edifici laterali della corte selciata. Il fabbricato in fondo non ha che una porta e due finestre, ed è impossibile di entrare in quel chiostro silenzioso senza ripensare all'interno di un convento di certosini. Si accede anzitutto ad una stanza piuttosto grande, mobiliata con materassa e cuscini e che si apre a sua volta su un'altra camera adoperata come magazzeno e granajo. In ognuna delle celle disposte intorno alla camera principale, regna e governa una delle spose del bey. Si sussurra nel villaggio, ed anche nelle città vicine, che l'universo non è concentrato per il bey in quelle quattro mura e che altri stabilimenti, analoghi a questo, sono scaglionati ad una certa distanza sui pendii del monte del Giaurro. A dir il vero, sarebbe quello un lusso un po' dispendioso.
La gerarchia è sempre rispettata negli harem e, per Sardanapalo che possa essere, e per innamorato che sia di una o dell'altra delle sue giovani spose, Mustuk bey terrà sempre circolo presso la prima sua moglie in ordine di data. Infatti mi condusse da lei, quando, dopo aver visto che la grande sala fuori dalla cinta sacra era stata apparecchiata perchè io vi potessi dormire, mi dichiarai pronta a fare il dover mio con quelle signore.
La «signora in capo» mi sembrò stranissima nell'aspetto e, guardandola, pensavo involontariamente ad una acrobata pensionata. Questa sultana era stata bellissima e la sua bellezza non era ancor tutta scomparsa; il suo colorito presentava una strana mescolanza della secchezza recatavi dal sole e di una serie di strati di pittura sotto la quale la pelle originaria non era più visibile. I suoi grandi occhi verde-mare erano straordinariamente cerchiati: si sarebbero detti serbatoi posti sotto la glandola lacrimale per raccogliere i torrenti che ne potessero escire. La sua bocca grande, ma ben modellata, lasciava vedere dei denti ancora bianchissimi, ma troppo staccati gli uni dagli altri e che sembravano oscillare nelle gengive, il cui rosso troppo vivo e la malsana enfiagione evocavano cattivi pensieri. Evidentemente essa sdegnava le parrucche di pelo di capra, ma aveva tinto in rosso fulvo i suoi propri capelli. Tutta la sua acconciatura era, non solo accurata, ma ricercata e colpiva col contrasto offerto dallo spettacolo de' suoi bimbi vestiti come piccoli mendicanti. Finchè suo marito fu presente essa si mostrò timida e spaventata come una giovanissima sposa il giorno del matrimonio, coprendosi il viso col velo, colle mani, con tutto ciò che era alla sua portata, e non rispondendo che a monosillabi. Voltato il naso contro il muro, essa tratteneva lo scoppiettare di un riso nervoso, sembrava sul punto di piangere alla prima occasione favorevole, ripeteva insomma le piccole manovre che avevo veduto eseguire così spesso da donne nella stessa posizione e che lusingano sempre visibilmente i mariti orientali.
Essi si dicono che tale turbamento deriva, nelle donne, dal senso della loro inferiorità e, poichè l'inferiorità di chi ci circonda suppone necessariamente la nostra propria superiorità, il padrone di un harem interpreta come un omaggio l'imbarazzo prodotto dalla sua presenza. È questo un sentimento che non spetta, del resto, esclusivamente, nè ad un popolo nè all'uno dei due sessi: fa parte degli elementi che costituiscono la natura umana.
Dopo aver goduto per qualche tempo il simpatico turbamento che egli produceva ed avermi supplicata più volte di non fare attenzione a sua moglie che era una semplice turca, il bey ci lasciò soggiungendo che io non avrei potuto cavare una parola da lei, finchè egli fosse stato presente. Quand'ebbe varcato la soglia, io mi voltai verso sua moglie ed al primo momento credetti che fosse scomparsa in una botola, lasciando dietro di sè a rappresentarla i suoi vestiti accomodati in un pacco. Una leggera ondulazione in quell'informe ammasso mi convinse del mio errore e tosto il viso dipinto della mia bella ospite ne emerse come da una nuvola. L'addio del suo caro sposo l'aveva piombata in una così grande emozione che aveva provato la necessità di nascondere la sua testa fra le sue gambe. Quelli che conoscono il modo di sedersi degli orientali capiranno che le evoluzioni della moglie di Mustuk non offrivano grandi difficoltà.
Quando fummo sole, essa depose la sua maschera di fosca timidezza e chiacchierò per qualche tempo a suo agio. Mi fece domande sulle nostre usanze che le sembravano altrettanto strane quanto divertenti, se devo giudicare dalle risate che si ripetevano così spesso come i ritornelli di una canzone ed altrettanto a proposito. Rimasi nondimeno convinta che quella bella signora era assai più intelligente di quello che volesse ammettere suo marito, giacchè vedevo l'interesse che essa prendeva ad una quantità di cose che non la riguardavano e la costanza con cui essa mi domandava il perchè di ogni cosa. Mi sarebbe stato difficilissimo di rispondere categoricamente a tutte le sue domande in modo da farmi comprendere; ma io conoscevo già la parola magica, il talismano che addormenta e paralizza subito ogni curiosità degli orientali. Supponete il vostro interlocutore meravigliato al massimo grado ed intento a chiedervi la ragione di ciò che a lui sembra inesplicabile, mostruoso, pazzesco: vi basterà di rispondere: «Così si usa nel nostro paese» e la sorpresa si dissiperà, non udrete più ripetere la domanda ed il curioso si dichiarerà interamente soddisfatto. Non vi accadrà mai che vi risponda: «Ma perchè si usa così?» e neppure: «Chi vi impedisce di cambiare?» No, gli orientali sono così bene avvezzi dalla più tenera infanzia a vedere, fare e tollerare un numero infinito di assurdità consacrate dall'uso, che giungono a considerare quest'ultimo come gli antichi consideravano il destino, come una divinità immutabile, inesorabile, superiore a tutte le altre, e contro la quale è inutile irrigidirsi. Quando mi accada di trovarmi in mezzo di un popolo che si contenti di venire a sapere che una cosa è in uso in un dato posto, per credersi dispensato dall'esaminarla meglio e dal giudicarla, saprò cosa pensare del valore delle sue istituzioni.
La striscia di luce che entrando dalla porta aperta, disegnava un grande rettangolo sul pavimento, apparve d'un tratto intercettata; un rumore di ciarle sussurrate e di pantofole strascicate sulle pietre umide si fece udire dal di fuori e le tre altre mogli del bey, che si trovavano per il momento a casa, vennero a fare la mia conoscenza ed a darmi il benvenuto. La seconda e la terza si assomigliavano a tal punto che le credetti sorelle: erano due grassoccie, la cui salsedine precoce poteva essere scambiata per freschezza in un paese di gusti poco raffinati. Entrambe trascinavano al loro seguito la schiera di bimbi che la Provvidenza aveva loro regalato.
Dietro queste due donne, stava umilmente nell'ombra una figura che attrasse subito i miei sguardi e li tenne avvinti a sè, malgrado tutte le manovre compiute dalle altre sultane per farmi voltare dalla loro parte. Io non ricordo d'aver mai visto nulla di più bello. Questa donna indossava una lunga veste a strascico di raso rosso, aperta sul seno che era appena velato da una camiciola di garza di seta, le cui larghe maniche giungevano fin sotto il gomito. L'acconciatura del suo capo era quella delle Turcomane e, per farsene un'idea, occorre imaginare una complicazione, una molteplicità infinita di turbanti, messi gli uni sugli altri o gli uni attorno agli altri, fino a raggiungere altezze inaccessibili. Eranvi sciarpe rosse arrotolate, sei o sette volte a spirale e formanti una torre nel genere della dea Cibele; fazzoletti di tutti i colori intrecciati colle sciarpe che salivano o scendevano senza un disegno prestabilito e componendo dei fantastici arabeschi; metri e metri di mussola fina che coprivano col loro candore una parte dell'impalcatura, incorniciavano con cura la fronte e ricadevano in drappeggi lunghi e leggeri lungo le guancie, intorno al collo, fino sul petto. Catenelle d'oro o piccoli zecchini, infilati gli uni negli altri, spille in pietre preziose od in diamanti puntate nella mussola, ondeggiavano graziosamente fra le pieghe, dando loro una certa stabilità che non sarebbe stato ragionevole di attendersi da un tessuto così vaporoso. I piccolissimi piedi di bambina, che sembravano scolpiti nel marmo, apparivano e scomparivano tratto tratto sotto la lunga veste scarlatta, mentre braccia e mani, come non ne vidi giammai, scuotevano un numero infinito di braccialetti e di anelli che non dovevano pesar poco e scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un insieme bizzarro e grazioso al tempo istesso, ma si cessava dal vederlo appena si avesse guardato il viso cinto da quei drappeggi ondeggianti e che una così grande toeletta mirava ad abbellire. La bellezza di quel viso era così singolare che io rinuncio a descriverla perchè non è possibile dare, a chi non ha potuto contemplarla, un'idea di un capolavoro così incantevole della natura, di un misto tanto delizioso di grazia e di timidezza.
Come ho detto, ciascuna delle due nuove venute trascinava con sè, aggrappati alla sua veste, i frutti delle sue viscere, assolutamente come la madre dei Gracchi. Invece la bella donna che prediligevo camminava sola dietro alle sue «metà», come è chiamato in Oriente il grado di parentela che consiste nell'avere un marito comune. Essa teneva la testa bassa e sembrava piuttosto umiliata che umile. Feci in fretta i miei convenevoli colle due prime, perchè ero impaziente di arrivare all'ultima e di vedere quel bel viso animarsi nella conversazione. La saluto e non mi risponde. Le domando perchè non ha condotto con sè i suoi bimbi, sempre silenzio. Allora le tre altre metà, parlando tutte insieme, m'informano colla maggiore soddisfazione che essa non ne ha, mentre la bella china il capo ed arrossisce esageratamente. Mi dolsi di aver toccato un tasto così delicato; ma non si indovinerebbe mai ciò che soggiunsi per attenuare l'effetto della mia imprudenza. Avrei dato prova della più odiosa brutalità, se avessi parlato a qualsiasi altra donna che non fosse stata un'abitante dell'harem; ma vivevo da tre anni in Asia, e conoscevo abbastanza bene il terreno sul quale mi inoltravo. Prendendo dunque un'aria di confidenza elogiosa, come se dovessi dire qualcosa che potesse metter certo un termine all'imbarazzo della bella Turcomana e restituirle l'onore, replicai: «Certo i figli della signora son morti?»
— Non ne ha mai avuti, — urlarono le tre arpie ridendo a crepapelle. Questa volta due lagrime scesero lungo le gote infiammate della poveretta.
Nulla è più spregiato, vilipeso, rejetto in Oriente di una donna sterile. Avere dei figli e perderli è certo un dolore, ma è possibile consolarsene, dimenticarli, sostituirli. Dopo tutto, se anche mancassero i conforti, l'oblio, ed i nuovi rampolli, la madre che ha perduto i suoi figli non resta per questo meno una signora e la sua posizione sociale e domestica rimane la medesima; è rispettata, ammirata, fors'anche amata e non ha nulla da arrossire. Ma non mettere al mondo figliuoli, quella è una disgrazia vera, immensa, irreparabile, che vi getta nel fango e nella polvere e che autorizza l'ultima delle schiave, pur che sia incinta, a calpestarvi. Siate pur bella, graziosa, adorata, abbiate pur recato a vostro marito la sostanza di cui vive, corra nelle vostre vene sangue imperiale, mentre vostro marito non è che un facchino, dal momento che la vostra sterilità è accertata, non avete più da sperare salvezza. Sarebbe meglio per voi finirla colla vita, perchè ognuno dei vostri giorni sarà riempito di dolorose umiliazioni e d'insulti.
Durante tutto il tempo che passai con quelle signore, non mi riescì di strappare alla più bella una sola parola. Abbassava le sue lunghe ciglia con un gesto ammirabile, i più incantevoli colori andavano e venivano sulle sue guancie di velluto, i sorrisi più amabili gareggiavano sulle sue labbra, ma se fosse stata muta non avrebbe potuto rimanere più ostinatamente silenziosa. Non fu che alla fine della mia visita, quando prendevo congedo dalle mie ospiti, ed avevo fatto osservare alla bella taciturna, che la lasciavo senz'aver udito il suono della sua voce, allora soltanto, fatto un passo verso di me e, assunto un atteggiamento deciso, come se stesse per salire su una breccia, essa disse tutto d'un fiato, con una voce dolcissima e molto pura, ma priva della menoma modulazione nel suono:
— Signora, rimani ancora, perchè ti voglio molto bene.
Ciò detto, la bocca si richiuse, gli occhi ricominciarono a guardare il pavimento, l'ardore della risoluzione si spense su quel magnifico viso; l'impresa era stato coronata da successo, il complimento era giunto al suo indirizzo e la bella fra le belle poteva riposare sugli allori.
Non so perchè, ma a partire da quel momento fui perseguitata dall'idea che la mia regina di bellezza potesse essere idiota e che mi avesse servito una delle frasi, forse l'unica, colla quale salutava il signore suo sposo. Quando lo rividi gli feci, secondo l'uso, molte lodi delle sue donne, ma insistetti sopratutto sulla rara bellezza della mia favorita.
— La trovate dunque così bella? — disse egli con una certa sorpresa.
— Mirabilmente bella! — gli risposi.
Parve che riflettesse un momento, poi rialzò le sopraciglia, disegnando, con questo movimento una quantità di rughe orizzontali sulla sua fronte; spinse innanzi il labbro inferiore ed il mento, abbassò la testa allungando il collo, alzò leggermente le spalle ed un poco le braccia per lasciarle poi ricadere sulle coscie; finalmente mi disse in tono semi-confidenziale:
— Non ha figli.
Era giudicata!
Avevo fretta di rimettermi in cammino.
Dopo aver passato alcuni giorni presso il principe del Giaur-Daghda, dovevo raggiungere Alessandretta per dirigermi di là a Beirut. Sgraziatamente il tempo piovoso venne a contrariare i miei progetti di partenza e dovetti, molto a malincuore, prolungare il mio soggiorno nella residenza di Mustuk, senz'altri mezzi di distrazione che conversazioni molto monotone, un poco col bey ed un poco colle sue mogli. Finalmente il sole ricomparve, ed io abbandonai il monte del Giaurro, con un senso vivissimo di soddisfazione, cioè in una disposizione d'animo ben diversa da quella in cui mi trovavo alla mia partenza da Adana.
III. IL VIAGGIATORE EUROPEO NELL'ORIENTE ARABO
LA VALLE D'ANTIOCHIA — LATAKIÈ LE DONNE DI SIRIA
Quattro ore di marcia separano il palazzo del principe Mustuk dalla cittadina di Alessandretta[20]. Il viaggiatore che da Alessandretta si reca a Beirut comincia a percorrere le montagne fino ai dintorni di Latakiè: di là segue le coste del Mediterraneo fino a Beirut. La regione che quest'itinerario mi fece attraversare è una delle più pittoresche della Siria, ed il tratto da Alessandretta a Beirut segna un periodo distinto nel viaggio di cui vado raccogliendo i ricordi. Non ebbi mai un'occasione migliore per constatare come siano esagerate le apprensioni che sembrano inseparabili da una marcia in talune parti del Levante. Si temono le fatiche e le privazioni quando ci si avvia verso solitudini di apparenza molto inospite. Se tali timori sono a volte giustificati, non bisogna dimenticare che i nostri viaggi in Europa hanno pure le loro noie e le loro fatiche, e che le gioie di una corsa avventurosa, come quella di cui voglio rievocare le vicissitudini, non vengono sempre a riscattarne i pesi.
Per non prolungare troppo questo saggio di riabilitazione della vita alquanto laboriosa che s'impone nel Levante ad ogni viaggiatore, mi contenterò di dire: Non visitate la Siria nel mese di luglio, nè l'Asia Minore in inverno; dovreste temere l'apoplessia o la congelazione. Scegliete un'epoca favorevole, prendete un buon cavallo di cui regolerete il passo a modo vostro, buttatevi attraverso le montagne o sulle spiaggie bagnate dal Mediterraneo, e venite poi a dirmi se la corsa di otto ore al giorno, fatta in simili condizioni, non valga mille volte le lunghe giornate del viaggiatore trascinato da una comoda berlina, sulle migliori strade d'Europa. Certo il pericolo, accanto alla stanchezza, deve esser calcolato nelle previsioni di chiunque voglia visitare l'Oriente, ma il miglior modo di affrontarlo consiste nel liberarsi dai timori puerili, alimentati da vecchi pregiudizii, e di cui si vantano volontieri le donne. Lasciando che altri collochi una sorta di pusillanimità pretenziosa e finta fra le grazie femminili, per conto mio faticherò sempre a comprenderla, e non riuscirò mai a scusarla. La paura, più o meno sincera, è uno dei nemici più temibili nel viaggiatore e, sovratutto nel Levante, chi non sa trionfare di un così triste sentimento, deve condannarsi alla vita sedentaria.
Veniamo alla città di Alessandretta ed alle avventure del mio pellegrinaggio verso Beirut. A dispetto dei geografi, devo negare che Alessandretta sia una città. Potrò ammettere, se si vuole, che lo sia stata parecchi secoli or sono, sebbene non vi siano rovine ad attestarlo; ma non vado più in là; e non potrò mai considerare Alessandretta che come un punto di partenza. Il paesaggio è bello; il littorale poi magnifico. Il vasto anfiteatro di montagne colleganti il monte del Giaurro col Libano è meraviglioso. Nulla di più ridente della verde pianura limitata per tre lati da queste montagne, e per l'altro lato dal mare, la pianura sulla quale sorge Alessandretta. Ma che si può dire delle case che rappresentano la città, case in pessimo stato, anche se sono nuove, costruite senz'ordine nè disegno e che lasciano fra di esse, invece di strade, piccoli spazi tagliati in tutti i sensi? Di Alessandretta si può solo dire che la temperatura vi è eccessiva sia in estate che in inverno, che il caldo vi è intollerabile ed il freddo rigorosissimo, che le infiltrazioni del mare vi provocano febbri periodiche, che il bazar vi è poverissimo e la maggior parte delle mercanzie spedite da Aleppo scompaiono quasi immediatamente nelle mani di otto o dieci abitanti privilegiati. La città di Alessandretta, lo ripeto, non vale che quando la si abbandona.
Vi passai nondimeno circa 48 ore. Pochi momenti dopo la nostra partenza dal palazzo di Mustuk bey, eravamo stati sorpresi da un orribile temporale che ci forzò a rifugiarci in una capanna di doganieri, posta in riva al mare. Lo spazio troppo stretto non ci aveva permesso di ricoverare le nostre cavalcature e, quando arrivammo ad Alessandretta, ci accorgemmo che uno dei nostri cavalli, un bel turcomano color isabella, col muso e la criniera neri, era come reumatizzato in tutta la faccia. Non si poteva pensare a condurlo più lontano, e ci piangeva il cuore all'idea di abbandonarlo così al suo triste destino. Decidemmo dunque di consacrargli un'intera giornata, durante la quale avremmo potuto prendere disposizioni necessarie per farlo ben curare.
Non si trattava più che di allogarci per un giorno e per due notti ad Alessandretta. Eravamo scesi in casa del console di Sardegna, che ci aveva ricevuti con tutta la cordialità alla quale i viaggiatori sono così sensibili, ma egli viveva da celibe nella sua triste residenza, e la sua casa, sebbene abbastanza grande, non era adatta per ricevere la nostra numerosa carovana. Il console comunicò il suo imbarazzo ad un collega, agente consolare della Gran Bretagna, ed il risultato della conferenza fu di mettere a nostra disposizione la dimora del console inglese, allora in congedo, e tutto ciò che essa conteneva. Accolsi questa decisione con una gioia quasi infantile. Avevo osservato, nella casa del console d'Inghilterra, certi particolari di griglie verdi, di balconi coperti che mi riportavano come d'incanto in mezzo alle simpatiche dimore di Cheltenham e di Brighton. Passare un giorno e due notti in uno di quegli eden in miniatura, che mi appariva inaspettatamente, sulle rive del mare di Siria, dopo esser rimasta digiuna, durante degli anni, di ogni lusso e di ogni eleganza, ciò somigliava ad un sogno, ad un sogno d'Europa.
Ma nulla è al mondo in c'uom s'affida
ha detto il Petrarca e mi ricordavo questo verso entrando nel mio piccolo eden; il sogno si era dileguato lasciando solo rammarichi dietro di sè. Il console era assente da parecchi mesi ed una squadra di servitori arabi si era insediata in tutte le stanze e le traccie del loro soggiorno erano troppo evidenti. Dovetti strapparmi alle belle visioni che mi avevano un momento arriso, poi ordinare e sorvegliare le purificazioni senza le quali non è possibile abitare in una casa araba. Scelsi una stanza esposta al nord, per non disturbare gli esseri microscopici che preferiscono le camere esposte a mezzogiorno. Misi in azione durante il resto della giornata parecchie scope ed altrettante spazzole; feci del mio meglio per moltiplicare le correnti d'aria favorite dagli assiti mal connessi e dalle mura screpolate; m'impadronii d'un letto in ferro verniciato che mi parve d'aspetto rassicurante, e terminati questi preparativi potei prendere un po' di riposo. Si capisce nondimeno che cercai tutti i modi per star lontana da un simile alloggio e le ore della mia sosta ad Alessandretta furono sovratutto occupate da passeggiate in riva al mare. Come dovetti rimpiangere allora la mia ignoranza in storia naturale! Camminavo su un mosaico di marmi preziosi e di pietre rilucenti. Il mare, che li aveva gettati sulla spiaggia con una quantità di graziose conchiglie, dava pure ad essi il riflesso del suo umido scintillio su cui i raggi del sole di Siria si rifrangevano in colori mutevoli ed indefinibili, splendendo come diamanti. Mi chinai a raccogliere manciate di quelle pietre e di quelle conchiglie andando e venendo dalla riva alla mia camera per deporvi la mia raccolta, ma finii per gettarla tutta dalla finestra dopo aver riflesso che quelle pietre che mi erano parse così preziose non potevano avere alcun valore per uno scienziato. Un altro spettacolo destò la mia sorpresa ad Alessandretta, quello di una piccola mandra di maiali domestici che annusavano dibattendosi a loro agio in un recinto accanto al consolato, giacchè quelle bestie appartenevano al console. Non ho potuto dimenticare quest'incontro perchè un armeno di Diarbekir, che avevo al mio servizio, scambiò quegli animali per cani di una razza di gran pregio e non riescii a convincerlo del suo errore. Se ben compresi, egli si era imaginato che i maiali fossero degli elefanti con una tromba più piccola.
All'escire da Alessandretta, la strada penetra quasi subito nelle montagne che sono a sud-est e si aggira per ben quattro ore in un labirinto di lauri e di mirti. La cittadina di Beinam[21], ove pernottammo appunto a quattro ore di distanza da Alessandretta, ha sparpagliato le sue case tra il fondo del vallone e l'alto del pendio, in modo da occupare uno spazio più ampio di quello che convenga alle sue piccole dimensioni. La casa di campagna del console inglese, ove dovevamo scendere, era una delle ultime della città. Da quell'altura si scopre un bellissimo panorama. Le montagne, o meglio le colline, in mezzo alle quali avevamo camminato a partire da Alessandretta giacevano ai nostri piedi, ed i nostri sguardi si fermavano al di là, sul mare scuro e turchino che dal lato della Siria incorniciavano capricciosamente le cime ritagliate a festoni dei monti e le masse verdi delle foreste. Quanto al nostro alloggio dirò solo che lo raggiungemmo inerpicandoci su per la montagna come le mosche si arrampicano sui muri e che, dopo aver ben considerato il locale offertomi, feci un interrogatorio al mio cavass per scoprire quali reconditi motivi lo avessero determinato a condurmi in quel Purgatorio e perchè non avesse subito cercato di collocarmi altrove. Egli mi squadrò tutto sorpreso ed attribuì la stranezza delle mie domande e delle mie valutazioni dei beni di questa terra ad un'imperfetta conoscenza delle usanze turche. Finì per giurarmi, su quanto può avere di più sacro un buon mussulmano, che la casa in cui mi trovavo era senza confronto la più bella di Beinam. Senza insistere più oltre avrei desiderato sapere, non foss'altro per mia istruzione, come fosse fatta la più brutta.
Da Beinam ad Antiochia la tappa è molto lunga, qualcosa come dieci o dodici ore secondo le previsioni. A tale riguardo devo dire che è difficilissimo stabilire nella Siria un calcolo esatto delle ore e delle distanze. Siccome non si è ancor pensato a misurare il terreno ed a suddividerlo in leghe, miglia o metri, non si valutano le distanze che dal tempo impiegato a percorrerle. Non basta, v'è di peggio; perchè non tutti camminano collo stesso passo e non è stato scelto un passo qualsiasi che serva come unità di misura. Se per esempio vi dicono che occorrono dieci ore da Beinam ad Antiochia e vi appagate di tale indicazione potreste pentirvene, perchè può darsi che voi superiate la distanza in cinque ore e fors'anche in quindici, senza poterlo rinfacciare a chi vi ha dato l'informazione. La colpa sarà tutta vostra per non aver soggiunto: quali ore? di pedone, di cammello, di mulo? Di cavallo d'affitto o di cavallo di posta? In alcuni cantoni si conta sempre ad ore di cammello, in altre ad ore di mulo e così via. Quando sbucammo dalle montagne eravamo circa a mezza strada e scendemmo in una valle che ha nel centro un lago ed il lato verso occidente limitato da una catena di montagne basse lungo le quali serpeggia la strada. A breve distanza dal lago una vecchia locanda quasi interamente diroccata faceva ancora una certa figura. La grandezza e la magnificenza con cui furono costruiti quei monumenti dell'ospitalità orientale sono proprio straordinarie. A prima vista si direbbero palazzi reali o templi consacrati a qualche Dio ignoto. Porte simili ad archi di trionfo, enormi pilastri che sostengono volte alte cento piedi, vastissime corti aperte su altre ancor più immense e selciate a pietroni, tutto ciò non contiene che scuderie e tettoie per le merci. Per ciò che concerne i viaggiatori, non vi è ostacolo a che si stabiliscano per la notte fra le gambe dei cavalli, oppure sotto la loro testa, cioè su un rialzo che fiancheggia le mangiatoie. I dintorni di Antiochia armonizzano coll'antica grandezza di quella città in decadenza[22]. Sul vertice di una delle montagne che chiudono la valle in mezzo alla quale sorge l'antica capitale della Siria, si possono ancora scorgere rovine di fortificazioni. L'Oronte bagna la valle e, prima di entrare nella città, si suddivide in parecchie braccia che formano degli isolotti sui quali sono stati eretti dei mulini. Le conche, scaglionate di tratto in tratto, regolano il corso delle acque che servono ad irrigare deliziosi giardini. Il riposo ci era offerto ad Antiochia dall'agente consolare d'Inghilterra, ricco mercante armeno, che con una cordialità perfetta aveva messo a mia disposizione tutta la sua casa. Mi sarebbe stato pur dolce di fermarmi ad Antiochia! Tutto mi vi invitava, le rovine ed i giardini, i boschetti dei lauri rosa e le fontane sacre; ma bisognava proseguire senza guardare oppure rinunciare a raggiungere Gerusalemme prima delle feste di Pasqua. Non tardai a decidermi ed allorchè, dopo la prima notte passata ad Antiochia, il mio ospite venne a domandarmi qual monumento doveva farmi visitare, rimase male all'udire come avessi rinunciato a vedere le rarità di Antiochia e contassi partire il giorno stesso.
Lasciavamo dunque Antiochia senza aver nulla veduto di quanto essa racchiude; ma la Provvidenza dei viaggiatori che doveva conoscere ed apprezzare i motivi della mia condotta ci riservava un compenso, conducendoci verso uno dei luoghi più celebri e, ciò che vale assai meglio, più belli dei dintorni della città. Era la fontana di Dafne[23], ove si ergeva una volta, a pochi passi da una sorgente limpida e copiosa, un tempio che credo fosse dedicato a Venere. Il sole già alto sull'orizzonte bruciava il nostro capo e cercavamo cogli occhi fin da lungi un poco di ombra, quando scorgemmo un boschetto di gelsi che coronava il vertice di una collina. Attraverso a quel fogliame scuro si indovinavano masse biancastre di varie forme e misure. Erano colonne di marmo bianco; talune giacevano al suolo, altre, sebbene tronche, si reggevano tuttora in piedi; il suolo era ingombro di moltissimi frammenti. In mezzo sorgevano alberi di ogni età, dal lauro e dall'olivo il cui tronco nodoso era annerito dal tempo al gelso giovane e flessibile che levava al cielo i suoi rami snelli come le dita di una mano supplichevole. Le mura del tempio erano crollate, le colonne rovesciate, e quelle che rimanevano in piedi non reggevano più nè volte nè frontoni. Ma gli alberi portavano tuttora le loro foglie, i fiori ed i frutti. E, se i succhi di alcuni si erano disseccati, ciò non era accaduto prima d'aver affidato alla terra, custode e tutrice fedele, i germi fecondi destinati alla riproduzione. La vanità umana non ha ancor imparato la lezione che la natura le ripete sin dall'inizio della creazione. L'uomo crede innalzare edifici che dureranno quanto il marmo e gli stessi metalli. Ahimè! Quei fragili steli, quei fiori e quelle foglie così delicati, che proiettavano un tempo la loro ombra sui gradini del santuario decantato come perenne, non ombreggiano oggi che le sue rovine. Anche la più gracile creazione della natura è immortale ed il lavoro più solido dell'uomo non dura al di là di un certo tempo.
Non avrebbe dipeso che da noi di partire da Antiochia in una carovana numerosa. Il Giaur-Daghda non è la sola montagna dell'impero ottomano che ripari fra le sue roccie sudditi ribelli. La grande tribù araba degli Ansariati, che occupa una parte notevole del Libano e dell'Antilibano, da Latakiè fino ai dintorni di Damasco, si era appena rivoltata ed il pascià d'Aleppo mandava truppe contro quegli indomiti montanari che pretendevano di sottrarsi alla coscrizione. Vi fu chi ci consigliò di accompagnarci ai soldati per porci al riparo dai briganti. Ritenni invece che il viaggiare colle truppe voleva dire affrontare il nemico; preferii dunque di viaggiare per conto mio e di non pormi sotto la protezione di alcuno. Durante tutta la mia lunga spedizione non mi sono allontanata una sol volta da questa regola di condotta e, quando mi è stato impossibile di rifiutare una scorta, ho avuto cura di non ammettervi che dei «basci-bozuk» (ciò che si potrebbe tradurre: capi scarichi), specie di guardia urbana o comunale che deve avere un gran potere di seduzione poichè è così ben vista dai briganti come dai suoi propri capi. Non so quali sarebbero state le conseguenze del sistema opposto, ma non devo preoccuparmene se il mio non ha dato cattivi risultati. Ho attraversato paesi assai pericolosi, a giudicare da quanto mi si diceva, e non ho mai subito gravi noie.
La mia decisione di non unirmi alle truppe del pascià era più facile da prendere che da eseguire. Quando si parte dallo stesso posto, si cammina nella stessa direzione e presso a poco collo stesso passo, non si può rimanere distanti uno dall'altro. Potevamo rimanere indietro di una o due giornate, ma sarebbe stato tempo perso e non ne avevamo da gettar via. Ci esponevamo inoltre, in tal guisa, a non trovare nei villaggi che magazzeni vuoti ed alloggi infestati d'insetti. Ci rassegnammo dunque ad oltrepassare i soldati ed a lasciarci oltrepassare ad ogni tratto, talora fino dieci volte in un giorno, ripromettendoci bene di non trascurar nulla per convincere gli indigeni che i nostri incontri colle truppe non erano che fortuiti e passaggeri. Ogni volta che noi eravamo raggiunti dai soldati questi ci inviavano una salva di maledizioni turche che mettevano a dura prova la mia pazienza. Un corpo d'armata che insulta una ventina di viaggiatori! Converrà ammettere che è spingere un po' lontano l'abuso della forza; solo a gran fatica mi rassegnai a non rendere a quegli insolenti armati anatema per anatema. Il mio cavallo diede prova il primo giorno di quella marcia da Antiochia a Latakiè di un grado di intelligenza e di sensibilità che mi sorprese. La tappa era lunga, il tempo piovoso e la strada, scavata dalla pioggia, serpeggiava attraverso alla vallata o sul fianco dei monti. La giornata era sul finire e la stanchezza aveva rotte le nostre fila: i cavalli più deboli si erano lasciati distanziare dai più forti e coraggiosi e, quando le curve della strada nascondevano alcuni cavalieri agli sguardi dei loro compagni, quelli che erano in testa si fermavano e chiamavano ad alte grida i ritardatarii, non rimettendosi in cammino che dopo aver udito la voce o scorto la figura di ciascuno dei viaggiatori. «Kur», che non conosce nè pigrizia nè stanchezza, era come sempre il primo della fila. «Kur» è il nome del mio cavallo bianco perchè kur significa bianco in turco e quel cavallo non ha un pelo che non sia del più puro candore. Osservo di passaggio che nè turchi nè arabi fanno grandi sforzi d'imaginazione per dar nome ai loro cavalli ed ai loro cani. Quasi sempre il nome della bestia è dato dal colore del manto. Possiedo per altro un bel stallone arabo il cui nome vale: «Cavallo verde» per quanto sia grigio pomellato. È del resto un nome di razza, di famiglia e non un nome proprio. Eravamo giunti ai piedi di una montagna ripida su cui la strada tracciata colla più primitiva semplicità si lanciava verticalmente dalla base alla cima. Kur fece esattamente come la strada, per quanto lo invitassi colla voce e colla briglia a temperare i suoi ardori. Egli non mi ascoltava: ritto il capo e le orecchie, le narici dilatate, sembrava ch'egli aspirasse avidamente l'emanazione inebbriante recatagli dall'aria dei monti; ai miei richiami rispondeva con un nitrito sordo, a sbalzi, fremente, ed accelerava maggiormente il passo. Quasi sulla vetta la strada aveva una piccola svolta che Kur nella sua impazienza si guardò bene dal seguire. Mirando dritto dinanzi a sè, egli raggiunse la cresta che dominava a picco l'opposto versante o piuttosto una specie di voragine incorniciata dalle grandi roccie strapiombanti all'ingiro. Con un movimento naturale ed involontario tirai la briglia, ma prima che avessi l'agio di riflettere che forse io faceva in quel momento l'ultima galoppata della mia vita, eravamo ai piedi di quelle roccie precipitando dal monte con altrettanta foga quanta ne avevamo messa a salire. Soddisfatta di questo esito scorgevo con gioia sullo stesso pendio pel quale scendevamo a precipizio il villaggio dove dovevamo pernottare ed ammiravo la forza e l'elasticità dei garretti del mio cavallo preoccupandomi solo del suo stato morale, giacchè non è necessario d'essere arabo per affezionarsi a quelle bestie così eroiche quanto miti e così miti quanto belle. Il mio povero Kur, dicevo fra di me, è divenuto pazzo; quand'ecco scorsi in mezzo alla strada che conduceva al villaggio un arabo su un bel cavallo riccamente equipaggiato, che aveva l'aria di aspettarci. Mi affrettai a balzare a terra avendo constatato che non vi era più alcuna speranza di far partire Kur in qualsiasi direzione. I due cavalli uniti da una misteriosa amicizia, che dava la spiegazione della corsa sfrenata di Kur, nitrivano, scalpitavano, facevano i salti più straordinari e si rizzavano sulle gambe posteriori agitando le anteriori come se avessero accarezzato l'ambizioso disegno di stringersi la mano. Il cavaliere arabo, che era stato mandato dal capo di quella località per offrirmi la sua casa, pose termine al mio stupore narrandomi che i nostri due cavalli erano compatriotti e, fors'anche un po' consanguinei, che un pascià li aveva comprati entrambi nello stesso villaggio, ch'egli stesso aveva acquistato il suo da quel pascià e che i due amici, riconosciutisi da lontano, esprimevano a modo loro il piacere che provavano a rivedersi. Aggiunse che nulla era più normale dell'attaccamento che i cavalli arabi sentono per esseri della loro specie e che i loro sensi sono così raffinati da rivelar loro a grande distanza l'avvicinarsi di un essere amato od anche di un luogo famigliare. Pregai l'arabo di far chiudere i due cavalli nella stessa scuderia per procurare loro qualche ora di gradevole convivenza, ed egli mi promise di esaudire la mia domanda. La riunione dei due amici si prolungò più che non avessi supposto dapprima, giacchè il cattivo tempo ci obbligò a passare il giorno seguente nel villaggio e le truppe giunte qualche ora dopo di noi imitarono in ciò il nostro esempio. Passai la giornata a visitare malati. Il governatore locale, bellissimo uomo, molto ricco ed affarista poco scrupoloso, mi confessò bonariamente che riscoteva le imposte, ma non le versava al fisco. Ed alzava le spalle dicendo: «Come potrei pagarle? Non mi rimarrebbe abbastanza denaro per la mia famiglia e per me». Egli era inquieto per la sua salute soffrendo di attacchi di nervi, di una vista molto indebolita e talora anche di un tremito alle gambe. Mi condusse nel suo harem e mi presentò alle sue due spose, che mi parvero due delle più belle persone ch'io avessi veduto in Asia. Erano però spudorate quanto belle e le manifestazioni erotiche che esse prodigavano al loro signore e padrone in mia presenza erano sorprendenti. Egli stesso ne parve sconcertato; ma le due signore dal viso di bronzo non erano di quelle che si turbino così facilmente. In un altro harem dello stesso villaggio potei assistere ad una scena intima molto più di mio gusto. Due giovani donne sposate da qualche anno ad un vecchio Effendi non avevano mai avuto figli, ma la terza sposa dell'Effendi era morta mettendo al mondo un piccolo infermo che passava la sua triste vita a gemere ed a piangere. Nulla di più commovente delle tenere cure colle quali le due giovani madri addottive circondavano il gracile orfanello figlio della loro rivale. Rimasi con esse qualche tempo studiando quel quadretto interessante di vita famigliare mussulmana. Il bimbo mancava di grazia e di bellezza, la sua testa troppo pesante per il suo corpo ricadeva talora sul petto e tal'altra si rigettava indietro come se dovesse scivolare lungo la sua schiena; le sue gambette gracili ed arcuate non sembravano destinate a poterlo mai reggere; eppure vi era nella sollecitudine di quelle due giovani donne per il povero orfano un misto di ingenuo e di grazioso, di pietà, d'ammirazione e di rispetto; un certo imbarazzo nel loro modo di curare quel malatino mostrava esaurientemente che esse non avevano mai dedicato tali cure ad un figlio delle proprie viscere. Così, assorte in un compito nuovo e delicato, quelle donne erano certo felici, più felici che molte gran signore di Costantinopoli.