SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA (continued 4)
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Allontaniamoci ora un poco; traversiamo Betlemme, bel villaggio quasi intieramente costruito in pietra bianca e posto sul fianco dirupato di un monte: andiamo verso i giardini di Salomone. Ci piace credere che il Cantico dei Cantici sia stato inspirato da quelle fresche ombre.
L'impressione prodotta da quell'asilo delizioso è tanto più viva, in quanto che per giungervi occorre affrontare una marcia faticosa attraverso ad una delle regioni più aride della Giudea. Effettivamente i miei occhi non avevano mai veduto lo spettacolo di più ricche aiuole di fiori olezzanti, nè mai canti di uccelli più melodiosi avevano risuonato alle mie orecchie. Stavo forse per veder apparire il Re e la Sunamite in mezzo a quel paesaggio fatato? Ero quasi tentata di crederlo, allorchè uno spettacolo molto inatteso venne a dissipare le visioni che mi sforzavo di evocare, e mi trovai frammista ad una «party» inglese. Una di quelle colonie britanniche che si incontrano su tutti i punti del globo si era impossessata per la stagione estiva dei giardini di Salomone e li aveva presi in affitto, come si può fare di una casa di campagna a Saint Cloud o di una villa a Capo di Monte. Tende di forma e di colore variate formavano l'abitazione della società; ma durante il giorno erano vuote e tutto lo sciame si godeva la prateria ed i boschetti. Vi erano signore in abito da mattina altrettanto corretto che se avessero abitato un castello in piena Inghilterra, poi un'ondata di signorine giovani vestite di bianco che lasciavano scendere le loro treccie sparse di nastri celeste e rosa, sulle loro spalle scoperte. Un poco più in là scorsi un gruppo di «gentlemen» in costume di caccia intenti ai lavori della campagna. Venni a sapere che la colonia era composta di missionari che si erano proposti il compito di additare agli arabi, e specialmente agli ebrei, i risultati salutari delle società bibliche e degli aratri brevettati. Non si può negare che sia un pensiero poetico e gentile quello di valersi dei giardini di Salomone per introdurre in Palestina i benefici della civiltà; ma è un'idea sterile che naufragherà certo contro l'invincibile forza d'inerzia di quelle popolazioni.
Volete sapere ora qualcosa di un'escursione al Giordano od al Mar Morto? Per questo complemento di rito di un pellegrinaggio a Gerusalemme è prudente assicurarsi una buona scorta. Il pascià di Gerusalemme, al quale avevo annunciato la mia intenzione di visitare le rive del Giordano, mi aveva posto sotto la protezione di uno sceicco arabo, singolare protettore che era, dovetti presto convincermi, l'agente degli sceicchi del deserto, incaricato di farsi pagare un riscatto dai viaggiatori a casa loro. Lo sceicco arabo, vecchio di una sessantina d'anni, venne infatti a trovarmi due giorni dopo la mia visita al pascià e mi presentò una specie di passaporto che mi avrebbe immunizzata, secondo lui, da qualsiasi cattivo trattamento delle tribù del deserto durante tutto il mio viaggio, ma che non mi dispensava per altro dall'assoldare una scorta e mi obbligava anzi a pagare cento piastre a testa, in parte prima della partenza ed in parte al ritorno. Questo metodo nuovo e pacifico di spillare quattrini ai viaggiatori deve essere estremamente redditizio, perchè la sola nostra gita al Giordano faceva passare nelle mani degli arabi mille duecento piastre. Una volta che ciò fu deciso, ci mettemmo in istrada verso le nove del mattino con alcune persone del consolato di Francia che si erano unite a noi.
Io avevo l'animo oppresso e lo spirito inquieto. Temevo per mia figlia i calori deprimenti che regnano sulle rive del Giordano e del Mar Morto. La nostra spedizione, fortunatamente, non ebbe alcuno strascico dannoso per quanto abbia messo più di una volta alla prova il nostro coraggio. Da Gerusalemme al convento di San Saba, meta della nostra prima tappa, la distanza non è lunga, ma possono bastare poche ore per far molto soffrire. Cavalcavamo fra roccie che colla loro bianchezza smagliante e coll'assoluta aridità ci rendevano doppiamente penoso il riverbero della luce e del caldo. Finimmo per dimenticare un momento le nostre sofferenze scorgendo una stretta gola dominata da montagne ed il cui fondo scompariva sotto un'agglomerazione di blocchi giganteschi. Quel dirupo era il letto diseccato del torrente Hebron. Una delle montagne che lo stringono ci appariva scavata da numerosissime grotte nelle quali si asserisce che abbiano vissuto San Saba ed i suoi discepoli; l'altra montagna, che sorge sulla riva sinistra del torrente, è coperta da diversi edifici, case, chiese, fortilizi circondati da un solo muro di cinta. Questo gruppo di fabbricati non è una rocca come si potrebbe credere, ma il convento di San Saba, proprietà della chiesa greca ed abitato da monaci che dovettero sostenere parecchi assedi per difendere i loro ricchi beni dai tentativi degli arabi. Per solito, l'ospitalità dei monaci greci di San Saba è molto fastosa, ma era loro accaduta pochi giorni prima della nostra visita una curiosa avventura. Parecchi giovani inglesi, muniti di lettere di raccomandazione del Patriarca greco per il superiore del convento, avendo avuto da lamentarsi del ricevimento loro fatto dai monaci, non avevano trovato altro di meglio che picchiare di santa ragione i venerandi padri, più avvezzi a valersi della loro artiglieria contro gli arabi che a respingere un assalto di box e di bastone. Da che quei temibili ospiti li avevano lasciati, i frati greci di San Saba, avevano giurato di non aprir più il loro convento a verun straniero, se anche recasse una lettera dello stesso Czar ortodosso. Pertanto quando, esausti di sete e di stanchezza, battemmo alla porta del monastero, non ottenemmo altro esito che di richiamare sul bastione un monaco che brandiva un'enorme pietra minacciando di gettarcela sul capo se ci fossimo fermati più a lungo. Il nostro sceicco arabo intervenne allora e chiese, non di poter entrare nel monastero, ma di poter comprare qualche provvista. Queste trattative fecero accorrere sulle mura altri frati armati di fucili coi quali ci prendevano di mira. Eravamo sul punto di accettare battaglia, quando un nuovo sforzo d'eloquenza dello sceicco ebbe finalmente ragione della resistenza dei monaci che consentirono a calare dall'alto di quel bastione colle corde qualche secchio ricolmo di un'acqua tiepida che ci dividemmo avidamente. Solo gli uomini a cavallo della nostra scorta araba rifiutarono di bagnarvi le labbra. Avvezzi alla vita sobria del deserto, essi non provavano alcuna delle sofferenze dei nostri compagni europei: all'ora del mezzogiorno, dopo una mezza giornata di marcia, erano così calmi e freschi come al momento della partenza.
Non avendo potuto fermarci a San Saba, non cessammo di camminare fino al termine della giornata.
Bivaccammo la notte ai piedi di una torre diroccata, nelle vicinanze di San Saba ove i monaci si degnano di tollerare la presenza dei viaggiatori. L'indomani ci rimettemmo in marcia prima del levar del sole ed eravamo giunti sul culmine delle ultime montagne che delimitano la valle del Giordano, quando il sole cominciò a levarsi. Dapprima non vedemmo che una coltrice di nebbie stesa ai nostri piedi. Poco alla volta quelle nebbie si raggrupparono formando una specie di padiglione sopra le nostre teste, fortunato presagio di una di quelle giornate nuvolose così rare in Oriente a quell'epoca dell'anno. Vasta e spoglia la valle del Giordano si apriva davanti a noi. Alla nostra destra era chiusa da una distesa di acqua nerastra sulla quale ondeggiavano ancora i vapori del mattino. Era quel Mar Morto che batte colle sue onde le rovine di Sodoma. A sinistra la valle si stendeva lontano quanto poteva giungere la vista, sempre arida e sempre sterile. Dov'era dunque il Giordano? Per quale via si gettava nel Mare Morto? Dall'altura su cui mi trovava io non scorgeva nulla che mi annunciasse il corso di un fiume, nulla, salvo ad una grande distanza una linea di un verde cupo quasi impercettibile che risaltava come su un fondo cretaceo.
Fatta una breve sosta, prendemmo la via della valle ed impiegammo più di due ore nella discesa, giacchè il Mar Morto è uno dei posti più bassi del globo. Ci fermammo un momento sulle rive. Uno dei nostri compagni pretendeva di trasportare nella valle del Giordano le abitudini parigine e trovava il posto comodo per farvi colazione, sicchè ebbimo molto da penare per mostrargli l'imprudenza di un pasto simile lontano da ogni acqua potabile, quando eravamo ancora separati dal Giordano da una tappa abbastanza lunga. Finalmente riescimmo a convincerlo ed io mi allontanai dal lago Asfaltide pensando invece a' miei bei laghi lombardi. L'idea di un lago si unisce a tal punto in me, lo confesso, ad impressioni di calma e di gioia che mi era difficile, anche in vista del Mar Morto, di pensare alla sua terribile origine. Senza dubbio la regione che circonda questa terra è aspra e triste, ma il limpido specchio delle acque salse riflette in modo mirabile la bellezza del cielo. Si è narrato che i pesci non possono vivere nel Mar Morto, che gli uccelli lo evitano, che niuna vegetazione vi projetta la sua ombra; ebbene posso assicurare che a quel lago maledetto non mancano pesci guizzanti e vivi, arbusti fioriti ove cantano gli uccelli, che nulla gli manca, fuor dell'acqua che si possa bere. Ma, malgrado la mia predilezione per i laghi che rimonta all'infanzia, lasciai il Mar Morto senza troppo rammarico. Due ore di marcia erano trascorse dalla nostra fermata in riva al Mar Morto e non vedevamo ancora nulla. La strada seguiva un pendio ripartito in immensi gradini e che si svolgeva dinanzi a noi come una scala gigantesca di cui non potevamo intravedere il termine. D'un tratto osservai una certa agitazione fra i nostri arabi. Stendevano il braccio verso il sud pronunciando rauchi monosillabi; i nostri cavalli nitrivano rialzando il capo; presero il galoppo, e noi li lasciammo correre sebbene nessun fiume ci apparisse. Nondimeno cominciai ad udire un sordo mormorio, finalmente giunti al basso della strana scalinata di roccie, che ci nascondeva il fiume, scorgemmo uno degli spettacoli più impressionanti che abbia ammirato durante il mio viaggio. Dinanzi a noi il Giordano trascinava fragorosamente le sue acque un poco fangose, ma profonde ed abbondanti, fra due sponde coperte di alberi immensi e, per così dire, ammucchiati gli uni sugli altri. Entrammo in quella foresta, ma non fu senza fatica che ci aprimmo un varco fra le macchie degli arrampicanti tutte ripiene del ronzio di miriadi di insetti alati. Una volta in riva all'acqua corrente mi affrettai a cercare un angolo solitario ove, dopo aver mangiato qualcosa, potessi abbandonarmi alla contemplazione del fiume sacro. Passai così parecchie ore in un raccoglimento che non potè turbare neppure un allarme dato alla nostra scorta dall'apparire di una tribù di predatori, subito dispersi. Spero di conservare tutta la vita il ricordo chiaro e distinto delle ore affascinanti di riposo passate in riva al Giordano, spero che l'immagine di quelle acque, di quelle rive, di quei boschi non si cancellerà mai dalla mia memoria. Il Giordano non è solo un gran fiume storico, è un fiume meraviglioso e che trasforma intorno a sè la natura come per un incantesimo.
Ritornammo a Gerusalemme da una strada diversa da quella che ci aveva condotto, con tanta fatica, fino al Giordano. Fra i ricordi di quest'ultima parte della nostra escursione, il solo che abbia presente è quello di un'ora passata presso una torre in rovina, di costruzione araba, in mezzo ad un delizioso boschetto. Questa torre sorge nelle vicinanze della città di Gerico o piuttosto dell'ammasso di capanne informi che si chiama così e che ha preso il posto della fortezza rovesciata dalle trombe di Giosuè. L'ora di riposo che gustai là dove sorgeva l'antica Gerico fu gradevolissima. Avevamo stabilito il nostro accampamento sotto alberi da frutta, in mezzo a fresche aiuole che i più bei parchi dell'Inghilterra avrebbero potuto invidiare alla piana del Giordano. Quelle verdi oasi, gettate qua e là fra le sabbie, sono una delle singolarità di questa terra araba. La fantasia vi evoca involontariamente tipi poetici, e vorrebbe crearvi un popolo che ne fosse degno. Oh, perchè l'umanità non vi deve apparire che sotto le spoglie le più misere al cospetto di quella grande e magnifica natura?
Ritornati a Gerusalemme il giorno seguente, non avevamo più nulla da imparare sui luoghi e monumenti di Terrasanta; è sugli abitanti che la nostra attenzione doveva riportarsi.
I PROTESTANTI E GLI EBREI A GERUSALEMME — GLI OSPIZI
Se anche i luoghi e i monumenti non avessero alimentato la mia curiosità, Gerusalemme mi avrebbe offerto un simpatico argomento di studi, l'ospitalità cristiana in Oriente. Ho passato fra i monaci e le suore di carità alcuni dei migliori momenti del mio pellegrinaggio. Gli uni mi incantavano colla loro ingenua bonarietà, le altre vegliavano con materna cura sulla mia figliola, giovane neofita che la direttrice di quella Comunità, una donna amabile e dolce, giudicò degna di accostarsi ai Sacramenti con grande sorpresa di taluni di quei religiosi che mi credevano dedita al culto ed alla pratica delle dottrine di Voltaire e di Rousseau. Il giorno della prima Comunione era arrivato e la cerimonia fu a parer mio molto commovente. Il Sacramento era conferito a due sole giovinette, a quella che non ho più bisogno di nominare e ad una giovane tedesca che aveva appena abjurato il Protestantesimo e che s'incominciò dal battezzare. Scopo palese di quest'ultima cerimonia era di far credere alle anime semplici che i luterani non fossero cristiani, ma l'atto non era per questo meno contrario alle vere intenzioni della Chiesa che non permette un secondo battesimo condizionale che nei casi in cui è realmente dubbio che il primo sia stato amministrato. La sola scusa che avrebbero potuto invocare i promotori di quella manifestazione ostile ai protestanti consisteva nelle prove di malevolenza che quei medesimi protestanti risparmiavano tanto poco alla minoranza cattolica, in lega coi mussulmani, greci, ebrei e gli armeni scismatici, attualmente così numerosi a Gerusalemme.
Bisogna ammettere che tutte le simpatie dei protestanti vanno in Siria agli ebrei. Ma devo anche confessare che gli ebrei sono circondati a Gerusalemme da un certo prestigio poetico. Un giorno della settimana, sopratutto, ed un'ora particolare, richiamano volontieri l'interesse su quello strano popolo: l'ora del mezzogiorno di ogni venerdì. Si vedono allora gli ebrei riunirsi fuor delle mura esterne del loro tempio trasformato in moschea, in un punto in cui le antiche pietre sono ancora ritte: ivi piangono e si lamentano, in conformità alle parole del profeta, sui loro peccati e la loro caduta. Ebbi voglia di ascoltare una volta quei lamenti settimanali e me ne partii profondamente commossa. Vi è in quell'usanza un sentimento vero che non può non commuovere. Dacchè Tito prese Gerusalemme, ogni venerdì le lamentele degli ebrei si rinnovano su quei sacri ruderi. Sembra forse agli eterni proscritti che la vecchia patria risponda una volta la settimana all'appello della loro voce lamentosa? Non so; ma quel punto dell'antico Israele è abbastanza forte per attrarre ogni anno, verso Gerusalemme, schiere di emigranti israeliti dal fondo dei più ridenti villaggi della Germania. Questi strani coloni popolano quasi esclusivamente le città di Safed e di Tiberiade. Non vengono a coltivare la terra, nè a scambiare le merci europee coi prodotti di un paese remoto, no, vengono a chiedere un sepolcro alla terra che ricopre le ossa dei loro antenati; sono convinti che, se muojono entro il recinto di talune città di Palestina, non hanno nulla a temere dai tormenti della vita futura. Tutti gli ebrei del Levante non sono purtroppo, dei coloni di Safed e di Tiberiade; ma come potrebbero i cristiani non mostrare a questi ultimi benevolenza e misericordia?
All'epoca del mio soggiorno a Gerusalemme, il consolato d'Inghilterra manifestava agli ebrei di Palestina una vivissima simpatia. Il console era un vero «gentleman» naturalmente benevolo. Sua moglie, ch'era del resto una persona molto per bene, non aveva un carattere del tutto pacifico come quello del marito. Ancor giovanissima, era profondamente versata nelle lingue e nelle letterature orientali. Figlia di uno dei principali agenti dell'Inghilterra nell'estremo Oriente, aveva recato a Gerusalemme abitudini di attività politica che erano senza dubbio una tradizione di famiglia. Era essa che, d'accordo col vescovo protestante, dirigeva vari stabilimenti di beneficenza fondati in favore degli ebrei. Ne ho veduti i due principali, l'ospedale e la scuola. Ho poco a dire di quest'ultima; ma l'ospedale è un simpatico asilo, in una bella postura, ben tenuto e bene ammobiliato ed ove i sani non corrono il rischio di ammalarsi, come può accadere in parecchi ospedali europei. Vi è un'eccellente farmacia e l'amministrazione si regge con mezzi abbondanti. Quest'ospedale protestante, riservato agli ebrei, offre uno stridente contrasto coll'ospedale cattolico, misera istituzione sostenuta a fatica dalle scarse forze dei fedeli, ma ove anche un protestante sarebbe accolto, se si presentasse.
Poichè sto parlando d'ospedali, dirò che mi recai a visitare l'asilo dei lebbrosi e soggiungerò di passaggio che è una gran fortuna che il de Maistre[33] non abbia fatto come me, perchè non avremmo avuto il suo mirabile racconto. Nella maggior parte delle città della Siria, i lebbrosi conducono un'esistenza singolare, ma felice. Sono alloggiati a spese del comune o della carità di cittadini che si quotano per ajutarli. L'alloggio non è caro e neppure sontuoso, perchè a Gerusalemme, per esempio, consiste in un piccolo spazio in cui gli stessi lebbrosi si son fabbricati alcune capanne, ove gli ultimi venuti prendono successivamente il posto degli anziani che scompajono. Ognuno di essi impiega il suo tempo come gli garba ed il loro gusto uniforme li induce alla mendicità. Pertanto si trovano nelle strade e nei pubblici passeggi con un bacile in mano ed il viso scoperto, ciò che basta di solito a chiarire la loro situazione ed i loro bisogni. Al tramonto, tutti rientrano nel loro parco, vi fanno la loro cucina, mangiano e si addormentano come giusti che abbiano soddisfatto la loro sete.
Quelli che prendono cura dei lebbrosi passano loro una piccola pensione di pochi parà (la metà di un centesimo) al giorno, somma che del resto basta largamente a sostentarli. La lebbra non è considerata da nessuno in Oriente come una malattia contagiosa e neppure come un'infermità vergognosa e ripugnante, tanto più che il senso di disgusto è molto poco diffuso in quei paesi. E sì che l'aspetto di un lebbroso sarebbe proprio fatto per ispirarlo! La sua pelle, sovratutto quella della fronte, si copre dapprima di lenticchie che poi si tagliano per formare sia delle scaglie, sia delle croste. Le sue labbra e le sue palpebre si gonfiano e perdono la loro forma originaria, mentre le cartilagini delle orecchie e del naso si allungano smisuratamente al punto che le orecchie pendono talora fin sulle spalle. La loro testa si denuda e non hanno più nè sopracciglia al disopra degli occhi, nè ciglia alle palpebre. Si aggiunga a tutto ciò un colorito livido e cereo che è loro speciale e si avrà un'immagine abbastanza fedele dei men maltrattati fra i lebbrosi, perchè ve ne sono di coperti da orribili piaghe e di cui le ossa stesse, consumate dalla putrefazione, escono a scheggie da quelle ulceri ripugnanti, mentre in altri casi le ossa si stortano e si dislocano, senza giungere a dissolversi. Vidi per altro piuttosto con soddisfazione che con ripugnanza, come genitori di quei disgraziati si stabilissero presso di essi dividendo con loro l'asilo e prestando loro quelle cure che avrebbero dedicato loro in qualsiasi altra circostanza. Ma ciò che mi fece indietreggiare dall'orrore fu il sapere che le passioni e le debolezze umane non erano spente nè per essi nè per quelli che li circondavano. I matrimoni sono frequenti nel quartiere dei lebbrosi e, siccome la religione mussulmana vi predomina, tali matrimoni non sono che l'unione passeggera di un uomo con parecchie donne. Finchè io viva non potrò dimenticare una giovinetta lebbrosa che, senz'essere ancora escita dall'infanzia, era già completamente sfigurata dalla malattia e che stava tranquillamente seduta sulle ginocchia di una specie di titano senza più forma umana. Egli aveva completamente perduto la voce e per farsi ascoltare da lei accostava le sue labbra tumide alle orecchie pendenti della fanciulla. Osservai che essa sembrava ascoltarlo con piacere, e che lo stiramento dei muscoli del suo viso sarebbe diventato un sorriso se tal cosa fosse stata possibile, e ne conclusi che avevo dinanzi agli occhi uno sgradevole ma onesto spettacolo di amor paterno e di tenerezza figliale. «È vostra figlia?» chiesi al colosso. Egli fece udire un grugnito e niente di più, ma la piccina si affrettò a far valere i suoi titoli alla mia considerazione.
— Son sua moglie e da un mese! — esclamò rizzandosi...
L'espressione di vanità soddisfatta che riescì a palesarsi su quell'orrendo viso all'idea della lunga durata del suo impero, la specie di fiamma che lampeggiò un istante negli occhi glabri del marito, tutto ciò suscitò in me un orrore misto di pietà e di ripugnanza che pose un termine alla mia visita.
Avevo veduto i frati e le suore di Carità, ero penetrata negli ospizi dei protestanti e delle altre confessioni, mi rimaneva da visitare il convento degli armeni[34]. Mi vi recai e vi trovai la più amabile accoglienza. Gli armeni dell'Asia Minore non assomigliano ai greci di quel paese, che, sotto la dominazione dei loro barbari padroni, hanno contratto non so quale ruvidezza estranea alla razza ellenica. Posti sopra i greci dall'ingegno e dalla ricchezza, gli armeni di Siria e di Palestina sovrastano loro anche per una grazia e per una dignità tutte speciali.
Nulla è più bello, più ricco e di miglior gusto che i loro edifici, gli ornamenti delle loro chiese e le loro case. In tutte le città dell'impero ottomano, le più belle case appartengono agli armeni ed esse, come le chiese, non sono solo magnifiche, ma pulite, ben tenute, eleganti e comode. I loro modi sono quelli di gran signori e l'interno dei loro palazzi risponde perfettamente all'idea che ci facciamo in Europa di una dimora principesca in Asia. Il convento armeno di Gerusalemme è immenso, composto di parecchi corpi di casa e circondato da deliziosi giardini. Una biblioteca ricca in bei manoscritti ed in miniature su pergamena, il tesoro ricolmo di pietre preziose montate con un gusto squisito, infine i loro arredi sacerdotali intessuti d'oro, d'argento, e delle sete più smaglianti, tutto ciò abbaglia gli occhi e incanta l'immaginazione. Il patriarca armeno circondato da' suoi monaci dalle lunghe barbe accurate, dalla tonaca violacea, con un berretto ed un velo svolazzante dello stesso colore, non assomiglia affatto ad un capo di comunità monastica europea. Dev'essere costato molto ad essi l'umiliarsi come fecero durante tanti secoli di fronte al potere del conquistatore o piuttosto devono aver tratto gran profitto da un'umiliazione sopportata con tanta pazienza, perchè non sono gente capace di prosternarsi nella polvere solo perchè è pericoloso di rimanere in piedi.
Frattanto era arrivato il momento della partenza. Io era da un mese a Gerusalemme, avevo raggiunto lo scopo del mio viaggio e non avevo più tempo da perdere se volevo ritrovarmi in climi più temperati prima che la canicola regnasse in Siria. Partii dunque, escii dalla cinta merlata che avevo varcata con tanta emozione e, arrivata in cima alla collina donde un mese innanzi avevo scorto Gerusalemme, mi voltai indietro per dare alla città santa un ultimo sguardo. Ultimo? Che so io se lo sarà davvero? Me lo domandavo lasciando Gerusalemme e me lo chiedo ancor oggi.
IL CORANO E LE RIFORME IN TURCHIA
I luoghi che visitai dopo aver lasciato Gerusalemme, Damasco, Aleppo, il Libano, mi offersero aspetti della vita nomade e di quella intima poco diversi da quelli che avevo osservato ad Angora, Latakiè o nelle montagne del Giaur-Daghda. Non mi rimane più che da riassumere le impressioni lasciatemi da quella lunga corsa nell'Oriente turco ed arabo. Di ritorno nella mia pacifica vallata d'Anatolia, comprendevo meglio le condizioni fatte alle popolazioni che mi circondavano dalle tradizioni che le dominano e dagli istituti che le regolano. Meglio illuminata sul vero carattere dell'islamismo, mi domandavo quali fossero i suoi destini probabili con una sollecitudine in cui entrava pure della simpatia. Sarebbe tradire un'ospitalità generosa e cordiale l'esporre qui tutto il mio pensiero su un argomento di cui oggi l'Europa si preoccupa a ragione? Non lo credo perchè se devo segnalare piaghe profonde posso pure additare qualità reali e porre meritati elogi accanto a severi rimproveri. È facile del resto spiegare la mia severità giacchè mi pongo al punto di vista cristiano per giudicare i principii e le istituzioni dell'Oriente. Ciò che devo dire della morale e della religione degli ottomani non potrà dunque essere che l'espressione di credenze e di dottrine diametralmente opposte alle loro.
Qual'è il principio che regge il governo turco? Quali germi di vitalità rinchiude in sè? Quali elementi offre per una riforma? Che genere di relazione può esistere fra esso e l'Europa cristiana? Sono questioni molto gravi, ma che è impossibile di non porsi dopo parecchi anni di soggiorno in mezzo alle popolazioni mussulmane. Non temete che io inizii qui un lungo dibattito; mi limito ad esporre qualche veduta, a raccogliere qualche osservazione.
L'impero ottomano è uno stato teocratico, ha per legislatore il suo profeta, per codice il suo libro sacro, per giuristi i suoi sacerdoti. Quando ci si pone fra i barbari, di fronte a popoli incapaci di dirigersi da soli, non preoccupandosi che di dare al patto fra governanti e governati la maggior solennità possibile, nessun principio di governo, nè quello del diritto divino, nè quello dell'elezione popolare può rivaleggiare col principio teocratico. Quale fonte più diretta, quale origine più nobile che la rivelazione, le profezie, i miracoli? Una volta ammesso il punto di partenza, rapporti immutabili si stabiliscono fra il principe ed i sudditi. I problemi di diritto e di legislazione non dipendono più dall'umano raziocinio; risolti dal dogma, sfuggono come lui ad ogni discussione. Se l'immobilità è una prova di forza, lo stato teocratico può guardare con compassione alle perturbazioni degli altri governi. Il guajo di un tal regime è che alle epoche di barbarie nelle quali prospera, succedono epoche in cui si fa sentire il bisogno del progresso. Perfino le popolazioni allevate sotto la protezione del sistema teocratico giungono a riconoscerne gl'inconvenienti. Esse sentono che è condannato, che non risponde più allo spirito dei tempi nuovi, esse sono allora poste fra due vie, o rassegnarsi al mantenimento di quel sistema colla certezza di dare al mondo lo spettacolo di una penosa agonia, oppure lanciarsi nei rischi di una crisi che può essere funesta se già troppo pronunciata fosse la decadenza prodotta dalla lunga durata delle istituzioni teocratiche.
È giunto l'impero ottomano all'epoca critica in cui si pone una tale alternativa? Prima di rispondere esaminiamo bene quale sia il carattere particolare della teocrazia mussulmana.
Molti anni mi separano dall'epoca in cui lessi per la prima volta il Corano. Non fui colpita allora che dal lato bizzarro di quel libro ed a stento capivo come dottrine, apparentemente più adatte a sorprendere che a convincere, avessero potuto sedurre tante anime ed imporsi a tante intelligenze. La mia sorpresa è cessata. Ho veduto l'Oriente e, una volta eccettuato il cristianesimo, credo la religione di Maometto superiore a tutte quelle che reggevano prima di lui o che reggono ancor oggi i popoli dell'Asia. I drusi hanno i loro riti misteriosi, i fellah di Siria il loro strano naturalismo, i Metuali del Libano e dell'Antilibano adorano il fuoco; gli Jezibi, tribù curda secondo alcuni, araba secondo altri, fanno oggetto del loro culto lo spirito delle tenebre. Questi, ai numerosi avversarii della loro religione, spiegano con una certa ingegnosità: «Perchè dovremmo inchinarci all'autore d'ogni bene? Non abbiamo nulla da temerne e non sarà mai nostro nemico. Quanto allo spirito del male, non lo amiamo e saremmo felicissimi che scomparisse; ma, poichè esiste e manifesta tutta la sua potenza, siamo bene obbligati a cercare di ottenerne le grazie e la prudenza ci ordina di adorarlo.»
Quale distanza separa superstizioni così grossolane dalla dottrina di Maometto! Sarebbe superfluo l'insistervi. Osserviamo ancora che la maggior parte delle usanze mussulmane che feriscono il nostro senso morale di cristiani, come la poligamia, la schiavitù, il disprezzo della vita umana ecc. non potrebbero essere attribuite senza ingiustizia al legislatore arabo che ha piegato la sua dottrina ai costumi dei popoli dei quali voleva farsi uno strumento. Il suo scopo non era nè di creare una società nuova e migliore nè neppure di formare una nazione: egli voleva creare un esercito, una falange di uomini devoti, rotti a tutte le esigenze di un grande compito militare. Interdire ai suoi partigiani le dolcezze della vita sedentaria concedendo loro tutti i godimenti che è possibile procurarsi nel recinto di un accampamento, prometter loro la felicità eterna in cambio di una sottomissione illimitata tale fu il disegno che dominò senza posa il legislatore mussulmano. Gli affetti famigliari legano naturalmente l'uomo al focolare domestico, indeboliscono troppo spesso il suo ardore bellicoso: la famiglia fu, non dico abolita e distrutta, perchè non esisteva fra i popoli che abbracciavano l'islamismo, fu condannata a non aver mai un posto nelle loro istituzioni. La donna, quell'artefice operoso ed infaticabile della mitezza dei costumi e della gentilezza delle nazioni, fu relegata al livello degli strumenti del vizio e della lascivia. Una volta annichilita moralmente la donna, il gran capitano che solo poteva col suo genio rude concepire ed eseguire un atto simile sembrò non aver più da temere alcun rivale. Là ove non esiste l'amore conjugale, l'amore paterno non esercita che una debole influenza. I legami famigliari divennero così illusorii. Vi sono nondimeno altri vincoli che legano gli uomini alla società: lo studio delle scienze, delle arti, il senso dell'eleganza e del benessere materiale hanno anch'essi la loro influenza, incompatibile coi doveri di un popolo organizzato per la guerra e per la conquista. Maometto proscrisse il culto delle arti: la pittura e la scultura furono condannate come invenzioni dello spirito maligno, la musica e la poesia disprezzate come giochi puerili. L'amore delle ricchezze fu collocato fra le tendenze più pericolose dell'umanità, e la politica dei successori di Maometto lo combattè senza tregua. Non sono più di venti anni che è possibile in Asia di essere impunemente ricco. Fino all'assunzione al trono di Abdul-Megid, nè il negoziante armeno nè il pascià turco osavano mettere vetri alle finestre della loro casa, per timore di attirare su di essi la gelosia del potere e di dover perdere la vita coi tesori. Ora il condannare la ricchezza a nascondersi è toglierle ciò che ha di meglio, la sua azione civilizzatrice. Accadeva pertanto che i capitali, forse più abbondanti in Turchia nelle mani dei privati che ovunque altrove, si trasformassero in diamanti ed in piastre sotterrate nei giardini senza mai servire ai miglioramenti così necessari nella vita morale e materiale del paese.
Restavano ancora taluni appetiti grossolani che potevano far trattenere gli uomini delle infime classi nelle città piuttosto che sui campi di battaglia. Furon dunque proscritti l'uso del vino ed i piaceri della tavola, ma, proscrivendo il vino, il legislatore mussulmano non proibì nè la cupa ebbrezza dell'oppio, nè l'estasi, cento volte più terribile, prodotta dall'hascisch. Ho seguito in Oriente gli effetti di quelle ubbriacature su vari individui e me ne è rimasto un profondo senso di terrore. Sovratutto gli effetti dell'hascisch sono terribili. Il paziente, poichè non saprei chiamarlo diversamente, prova spasimi al diaframma e nella regione del cuore che coprono le sue guancie di un livido pallore e la sua fronte di un sudore diacciato. Le angosce così provocate assomiglierebbero a quelle dell'agonia se non fossero traversate d'un tratto da scoppi di pazza allegria. Il più strano risultato di tale ebbrezza è una specie di spaventosa e completa confusione del piacere e del dolore. Si trattava infine di proteggere il popolo così foggiato contro l'influenza delle civiltà straniere. Il genio implacabile che aspirava a sottomettere il mondo seppe inspirare a' suoi fedeli il più fosco disprezzo per tutti i popoli che non riconoscessero la sua fede. «Gli Osmanli soli sono degli uomini, diceva loro, sono stati scelti da Dio per conoscere la verità e la prova si è che io mi trovo in mezzo a voi. Disprezzate le altre nazioni, guardatele con orrore e disgusto. Che vale che i vostri abiti siano coperti di polvere, che le vostre case siano aperte a tutti i venti, mentre i popoli dell'Occidente hanno cura delle loro vesti ed adornano le loro case? Essi sono impuri. Ogni purezza è solo in voi.»
Testimonianze troppo persistenti ci mostrano abbastanza quale influenza abbia esercitato questo ragionamento sui popoli mussulmani.
Non dirò che una parola della dottrina del Corano sulla vita futura, sul Paradiso. Fu detto che le donne ne fossero escluse e che ad esse fosse rifiutato il dono di un'anima immortale. In realtà non si parla di esse nella descrizione di quel luogo di delizie ove «Huri» immortali rendono superflua la presenza di femmine. Io credo sinceramente che il silenzio di Maometto intorno all'ammissione delle donne nel Paradiso equivale, nel pensiero del legislatore, ad una completa esclusione.
In compenso di queste promesse e della libertà di condotta quasi assoluta concessa dalle istituzioni, che chiedeva Maometto ai suoi fedeli? Tre cose: Obbedire, combattere e morire.
È noto se il patto concluso fra il capo ed il suo popolo sia stato religiosamente adempito. Un momento quel genio rude ed audace potè credere che si compisse il suo sogno; l'eroe orientale aveva voluto creare un popolo di eroi, e risultati portentosi coronarono dapprima l'impresa temeraria. Leggendo le narrazioni della marcia vittoriosa degli arabi e dei turchi attraverso l'Asia Minore, la Grecia e l'Europa orientale da una parte, l'Africa, la Spagna, la Francia Meridionale e l'Italia dall'altra, vien fatto di chiedersi se fossero quelli uomini accessibili alle debolezze ed agli affetti umani, od una razza di esseri superiori creata per inesplicabili trionfi. Pertanto l'Europa fu colpita di stupore ed una serie di strane catastrofi venne ad atterrirla. La città di Davide e quella di Costantino videro librarsi sulle loro mura lo stendardo degli infedeli. La Spagna obbedì ad orde invincibili venute da Tunisi, il Mediterraneo divenne un lago asiatico; poi, quando l'Europa impegnò decisamente la lotta, l'opera delle Crociate non potè compirsi che dopo parecchi secoli di spedizioni sanguinose, ed anche al termine di quella guerra, il Levante quasi intero rimase in balìa della teocrazia mussulmana.
Vedete ora quale sia il carattere di questa teocrazia. Essenzialmente collegata ad un'opera militare, essa poteva grandeggiare nella guerra, ma aveva tutto da temere dalla pace. Noi sappiamo ciò che la guerra fece dei mussulmani; poniamoci ora nell'impero ottomano nello stato in cui era prima dell'ultima crisi e vedremo che ne abbia fatto la pace.
L'aspetto generale della Turchia, durante gli anni di pace che hanno preceduto la lotta attuale, non attestava affatto, bisogna pur dirlo, quel progresso materiale che si manifesta in altri paesi coll'abbellire le città, lo sfruttare coll'intelligenza il suolo e l'accrescimento della popolazione. Le proscrizioni lanciate dal Corano contro la ricchezza e le arti potevan giudicarsi anche troppo duramente nei loro effetti. Si era forse mantenuta collo stesso vigore l'azione morale del libro sacro? Le scene intime che l'ospitalità orientale mi permise di osservare durante il mio viaggio mi costringono a rispondere affermativamente, ma devo soggiungere che spesso quest'influenza è largamente corretta dall'indole eccellente del popolo turco, e qui ho l'occasione di mescolare qualche simpatico augurio ai giudizi severi che ho dovuto portare sulle istituzioni mussulmane. Mi sono chiesta spesso cosa diventerebbe, non dico una nazione, ma solo una famiglia europea che pretendesse non seguire altra legge che quella dell'Islam ed oso appena formulare una risposta alla mia propria domanda. Ora i risultati deplorevoli che avrebbe fra europei lo stabilirsi della legge maomettana non sono qui visibili. Per quanto autorizzato a disprezzare ed a maltrattare le sue mogli, il turco le circonda di riguardi e di tenerezza. La legge vuole la donna schiava; ma l'uomo che potrebbe comandarle preferisce ingraziarsela. Spesso anzi essa abusa di tale impero, al quale non può pretendere, ma, per quanto essa faccia, non accade che la forza maschile sia adoperata per ridurla al dovere. Vi è qualcosa di commovente nello spettacolo di quell'infinita indulgenza che il tiranno legale concede alla sua schiava legittima, in quel completo abbandono di un diritto che gli sarebbe così facile di far rispettare, in quella dimenticanza voluta di una potenza e di prerogative illimitate. E non solo si accorda alla donna tanta indulgenza, non le è mai rifiutato neppure il rispetto e Dio sa se lo possa meritare. L'indole dolce e nobile del turco si compiace, forse inconsciamente, nella stretta osservanza delle norme del pudore. Ho abitato durante più di tre anni in mezzo alle popolazioni le più grossolane e le più ignoranti dell'Anatolia; eravamo tre donne europee e non ho mai udito una parola, nè scorto un gesto, e neppure un'intenzione che ci facesse arrossire. Mi ricordo che un giorno un contadino turco dei dintorni era venuto, secondo gli usi locali, a recarci la sua offerta di miele e di latte, e ignaro della disposizione interna dell'appartamento era penetrato in una delle nostre camere al momento in cui ci alzavamo. Il turco non fece che socchiudere la porta, perchè un grido d'allarme gettato dall'interno con voce femminile lo ammonì del suo errore, e lo mise tosto in fuga. Fu ritrovato pochi minuti dopo, mentre nascondeva la testa fra le mani e tremava di confusione al pensiero di ricomparire dinanzi a noi.
Le virtù istintive del popolo turco non sono racchiuse del resto entro gli stretti confini de' suoi rapporti colle donne. La stessa dolcezza, la stessa delicatezza, direi quasi la stessa grazia sentimentale lo seguono ovunque. Il bimbo non soffre quasi mai del malumore di suo padre, e neppure lo schiavo di quello del suo padrone. Le risse sono rare, anche nelle infime classi del popolo, e quando vengono a scoppiare danno difficilmente occasione a quelle scenate volgari e brutali che insanguinano troppo spesso i luoghi di riunione della plebe nella nostra Europa. Un certo istinto di nobiltà preserva il turco da ogni violenza ignobile. Egli espone i suoi rancori oppure si difende con calma, e se l'accordo non è ristabilito spontaneamente le parti avverse si recano presso un uomo rispettabile per l'età o per il carattere e ne accettano il verdetto come si inchinerebbero alla sentenza di un magistrato. Un sentimento di sincera pietà, una fede cieca, una meravigliosa pazienza, una rassegnazione commovente nelle disgrazie, il gusto del bello, del vero e dell'onesto, l'abnegazione personale, ecco i caratteri principali dell'indole turca. Non parlo qui degli abitanti delle grandi città, nè dei membri delle classi alte che copiano le esteriorità degli stranieri, sebbene affettino di disprezzare e di odiare tutto ciò che non è turco. Il turco elegante, affettato, spirito forte non mi piace. Voglio parlare solo del popolo delle campagne e degli abitanti poveri delle città di provincia. La condotta di questi ultimi non concorda sempre coi loro sentimenti, che però esistono ed hanno radici forti, vigorose e profonde nei cuori. Hanno resistito a dure prove, alla corruzione degli esempi, dei costumi e della legge. Colui che saprà svilupparli, sfruttarli e renderli fecondi, sarà il rigeneratore degli Ottomani.
Al punto in cui si trova oggi, che avvenire attende il popolo turco? Subirà fino agli ultimi limiti le funeste conseguenze della teocrazia? Non havvi per lui che questa crudele alternativa di perire oppure di riscattare la sua vita a prezzo della sua indipendenza? Dio lo salvi da un destino così triste! Non voglio atteggiarmi nè a profeta, nè a dottore; ma credo d'aver dimostrato che questo popolo ha in sè gli elementi di una vita morale migliore. Che può farsi per svilupparli, stornando le minacce di sventure? L'Europa si è prefissa ora, come primo scopo, la salvaguardia dell'indipendenza turca; ma può venire l'ora per un altro lavoro, per uno sforzo rigeneratore. Cosa si intenderà di fare allora? Mi limito ad indicare due necessità che dovranno certo rivelarsi, quella di costituire sul territorio turco le forze materiali capaci di svilupparne la ricchezza, ma anche quella di preparare una riforma ormai riconosciuta indispensabile nel regime creato da Maometto con scopi che ora contrastano cogli interessi e coll'incivilimento del mondo.
Il territorio ottomano invita, coll'abbondanza e la varietà delle sue risorse, alle più larghe applicazioni dell'agricoltura. Inoltre quel suolo che feconda tutte le sementi da quelle degli immensi alberi a quelle dei fiori dei prati, che nutre greggi innumerevoli e preziose, quello stesso suolo non è meno ricco in giacimenti mineralogici. Ogni valle, ogni montagna possiede vene di rame, di ferro, di piombo ed anche d'argento. Sonvi ruscelli che trascinano polveri d'argento ben note agli abitanti dei villaggi vicini e che nondimeno questi non pensano a raccogliere. Questo paese possiede dunque tutti gli elementi necessari per divenire il più ricco, come è già forse il più bello degli stati del vecchio mondo. Non v'è dubbio che esso sia in grado di offrire alle potenze europee che prendono la sua difesa il compenso dei servizi che riceve da essi.
Rimane un'altra opera, che non dipende più solo dall'Europa, ma dagli stessi Ottomani.
Se è vero che la costituzione dell'islamismo, creatrice di soldati così intrepidi, sia stata fatale allo sviluppo della vita civile, se è vero inoltre che le teocrazie si ricusano ad ogni idea di progresso e di mutazione, e se, nondimeno, una trasformazione almeno parziale è oggi necessaria alla salvezza nazionale, che se ne potrà concludere? Sarà deciso l'abbandono della forma e delle basi teocratiche del governo? Attualmente ciò sarebbe inattuabile. Se anche i capi del governo avessero il coraggio eroico di rinnegare il dogma che garantisce loro un'autorità illimitata, il popolo, sinceramente ed intimamente attaccato alle sue credenze religiose, non ratificherebbe questo sacrificio. Esiste però un mezzo termine fra l'abbandono completo di un sistema e la sua rigida esecuzione. Questo mezzo termine si chiama riforma, parola odiosa ai membri delle teocrazie, ma che in questo caso speciale è già stata pronunciata molte volte dagli uomini più illustri della Turchia. È vero che il favor popolare non ha circondato questa parola e neppure le cose che essa annuncia ed esprime. Ai miei occhi la ragione ne è evidente. Sebbene le riforme sin qui introdotte nella costituzione dell'Impero Ottomano fossero saggie e tendessero ad abbassare la barriera eretta dall'islamismo fra l'Europa cristiana e l'Asia mussulmana, esse non potevano recare alcun sollievo immediato alle sofferenze degli Osmanli; avevano del resto per scopo la distruzione delle limitazioni imposte nel passato ai sudditi cristiani della Porta e quest'emancipazione, reclamata dalla giustizia del pari che dalla politica, urtava pregiudizi dei maomettani zelanti. L'odio ed il disprezzo verso i cristiani fanno parte del simbolo della loro fede religiosa; intaccarli era ribellarsi contro le prescrizioni del loro libro sacro e ciò per ragioni politiche incomprensibili per la gran maggioranza dei turchi. Una riforma politica non sarà mai accolta da un popolo così profondamente credente, se non è appoggiata ad una riforma religiosa. Resta a sapere come quest'ultima dovrebbe procedere. Il Cristianesimo ha avuto anch'egli al XVI secolo i suoi riformatori. Cosa fecero? Si rivolsero alle coscienze più delicate, agli spiriti più esaltati in fatto di religione; i timidi sarebbero rimasti neutri in quella gran contesa. Gli zelanti se ne preoccuparono militando nell'uno o nell'altro campo. Perchè non accadrebbe la medesima cosa nel Levante? Occorre che i dotti scendano al livello delle menti semplici, che i grandi si facciano piccini e non rifuggano anche dall'impiegare un linguaggio mistico, dal rivendicare una partecipazione all'ispirazione divina, sola capace di procurar loro la fiducia e l'obbedienza. È necessario che in nome di quello stesso potere e di quel medesimo principio che trasformavano un tempo gli ottomani in un popolo di soldati, sappiano farne oggi degli uomini. Si decidano a rovesciare ed a calpestare la fatale muraglia che separa l'Oriente dalla civiltà, insegnino al loro popolo a rivolgersi verso l'Occidente quando pronuncia le sue preghiere, perchè è da questo lato che si leva il sole ed ormai continuerà a levarsi. Gli dischiudano le vie dello studio e dell'azione, gli diano una famiglia coll'abolire la poligamia, perchè, se una moglie costituisce una famiglia, parecchie la distruggono. Inizino i turchi alle dottrine di incivilimento ed alla morale del cristianesimo, pur senza pronunciare il nome del Cristo; atteggiandosi a commentatori del Corano, ne modifichino profondamente le massime ed i precetti. Questi propositi non sono facili a realizzarsi, lo so, e non potrebbero attuarsi in Europa nel secolo in cui viviamo; ma l'Asia non è l'Europa. Del resto le circostanze premono imperiose ed è ora di decidersi.
Credo di aver detto abbastanza per mostrare a quali condizioni una trasformazione salutare potrebbe compiersi in Turchia. Mi fermo dinanzi a prospettive nelle quali sarebbe temerario di arrischiarsi troppo a lanciare uno sguardo. Volevo nondimeno lasciarle intravvedere e, dopo aver narrato un viaggio che mi aveva rivelato sotto aspetti così tristi l'applicazione delle dottrine del Corano, volevo combattere queste ultime in nome del carattere stesso e degli interessi del popolo che esse reggono.
FINE