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La vita intima e la vita nomade in Oriente

SCENE E RICORDI DI VIAGGIO IN ASIA (continued 3)

Reading edition

Partimmo all'indomani, sfidando le minaccie del tempo e le truppe turche fecero altrettanto. La strada si allontanava sempre più dalla riva del mare ed errava traverso a valli, gole e montagne. Il paese era magnifico, tutto fresco e verde e scorgevo ad ogni tratto deliziosi rifugi sotto i folti pergolati formati dagli arrampicanti. Come erano pure le acque che zampillavano a quelle ombre, e scorrevano con un dolce mormorio in mezzo ai prati in fiore! Come si disegnavano armoniose le linee delle montagne che si profilavano da lungi su un azzurro immacolato! Suppongo che durante l'estate infuocata della Siria questi luoghi perdono molto del loro fascino, mi figuro che questo spettacolo incantevole di freschezza, di forza e di opulenza, che questa calma serenità della natura scompaia presto e duri appena qualche tempo; ma fu appunto durante quei giorni privilegiati che attraversammo il paese e non potrò mai dimenticare le impressioni che suscitò in me.

La scena non aveva mutato l'indomani. Ci avvicinavamo a Latakiè ed al mare, che scorgevamo talora da lungi, dall'alto dei monti. Il tempo era capriccioso; a delle pioggie torrenziali di breve durata, succedevano intervalli di pace luminosa nei quali si potevano vedere le goccioline d'acqua sospese alle foglie riflettere i raggi del sole. L'arcobaleno si lanciava spesso da un monte all'altro quasi fosse un ponte gettato dagli spiriti dell'aria. Durante una di quelle brevi burrasche ci dirigevamo verso un villaggetto che sembrava invitante e dove speravamo di potere asciugare le nostre vesti e prendere un po' di cibo. Si può giudicare quale fu la nostra sorpresa quando, avvicinatici al villaggio, ci scontrammo nelle donne, nei bimbi, negli stessi uomini che escivano dalle case carichi di tutto ciò che potevano trasportare, sacchi di grano e di farina, provviste di ogni genere, materassa, coperte, spingendo pure innanzi a sè mucche, capre, galline e tacchini. Quella popolazione terrorizzata correva verso il monte con tutti i sintomi dello spavento e del dolore. Accelerammo il passo colla speranza di raggiungerli, ma man mano che noi ci affrettavamo essi facevano altrettanto sicchè presto li ebbimo perduti di vista. Al nostro arrivo nel villaggio abbandonato, non trovammo che una vecchia donna e due ragazzetti che, non so per qual motivo, non avevano seguito gli altri. Domandammo loro latte e uova offrendo di pagare ciò che avremmo consumato ed essi ne parvero stupitissimi. Si guardavano in faccia e talora parevano pronti a concederci fiduciosi i viveri richiesti; ma poi si voltavano a guardare dal lato donde eravamo giunti e riprendevano a gemere e tremare. Uno dei due fanciulli si fece coraggio sino a chiederci se gli «altri» fossero ancora lontani ed incoraggiato dalla nostra risposta ci additò la causa di quel misterioso spavento. Eravamo stati scambiati per l'avanguardia del corpo d'esercito che seguiva la medesima nostra strada e gli abitanti si erano affrettati a porre ciò che possedessero al riparo dal saccheggio. Ecco qual simpatia esiste in certe provincie turche fra le truppe nazionali, cioè i difensori armati dello stato e della legge, e le popolazioni delle campagne! Ne fui tanto più confermata nel mio proposito di rimanere durante tutta la durata del mio viaggio all'infuori dalle autorità regolari e dai loro rappresentanti armati. Cominciai già quel giorno a raccogliere i frutti della mia saggezza. Quella buona gente era così contenta di non aver a che fare se non con stranieri col denaro alla mano che frugò nei nascondigli e ci offerse tutto quello che i fuggiaschi non avevano potuto portar via... Poi, mentre uno dei ragazzi andava ad avvertire i suoi amici che non dovevano temer nulla dai loro ospiti, l'altro giovanetto e la vecchia ci raccontarono la triste storia di tutti i saccheggi di cui erano stati vittime quegli abitanti. Questa parte della Siria è stata il teatro di molte battaglie fra turchi ed egiziani, e dopo che è ritornata in potere della Porta perdura la guerra civile fra i turchi e le tribù bellicose delle montagne. I poveri contadini che lavorano i campi, senza parteggiare nè per gli uni nè per gli altri, sono malmenati da tutti. Nessuno li teme nè ha interesse a risparmiarli, o per lo meno quest'interesse che non è diretto ed immediato non potrebbe essere valutato in Asia. La stessa loro povertà non li mette al riparo dal saccheggio perchè fin che uno vive evidentemente possiede qualche cosa che può essergli tolta. La schiera dei fuggiaschi rientrava nel villaggio quando noi ne uscivamo e tutti ci salutarono augurandoci buon viaggio con cordialità e buon umore. Se ci fossimo imbrancati colle truppe turche, quel giorno non avremmo fatto colazione.

Era destino per altro che dovessimo finire tristemente la giornata. I nostri bagagli ed una parte della nostra gente, la cui marcia era meno rapida della nostra, ci avevano preceduti, dandoci convegno per la notte in un piccolo villaggio turcomano a quattro ore da Latakiè. Il nome di questo villaggio mi sfugge; ma il guajo fu che non ce ne ricordammo più appunto quel giorno. La strada si stendeva allora lungo la linea delle colline sabbiose che fiancheggiano il mare, e noi scorgevamo da tutte le parti villaggi ed accampamenti fra i quali dovevamo scegliere. Cadeva la sera e, nella nostra incertezza, continuavamo a camminare. Finimmo per renderci conto che avevamo oltrepassato la nostra meta. Ci convenne di ritornare sui nostri passi e, avendo scorto a breve distanza un accampamento di turcomani, lo raggiungemmo per cercare di scoprire che fosse accaduto dei nostri bagagli e della loro scorta.

Un bimbo che rincasava col suo gregge ci assicurò di aver inteso dire che in un dato villaggio si erano alloggiati mulattieri spettanti ad una carovana di viaggiatori. A stento consentì con una mancia anticipata a farci da guida. Lo seguimmo per più di un'ora, ormai in piena notte, mentre la stanchezza mi opprimeva. D'un tratto il fanciullo fuggì dopo averci additato alcuni fuochi lontani che annunciavano un villaggio ove, asseriva, avremmo trovato quanto cercavamo. Sebbene questi presagi non fossero favorevoli, ad un'ora così avanzata della notte non ci rimaneva altro da fare che di recarci là ove ci aveva indirizzato il ragazzo e doveva evidentemente sorgere un villaggio, per aspettarvi l'alba anche senza bagagli. Ci toccò infatti di trascorrere in tali condizioni quelle ore notturne.

Le notti passate così sono orribili. Viaggiando in Oriente, non si porta con sè nulla di superfluo, un materasso, qualche oggetto per ripulirsi, un po' di zucchero, di riso e di caffè, non altro; ci si riduce allo stretto necessario e si riesce a contentarsi. Ma più sono semplici questi preparativi tanto più gravoso è il rinunciare anche ad essi. E cosa vi si offre in aggiunta, supponendo che i vostri ospiti sieno buona gente disposta ad offrirvi qualcosa? Come materassa avete una coperta imbottita che si piega in due e nell'interno della quale siete invitata a stendervi come tra i fogli di un libro. Il pasto consiste di solito in un piatto di riso cotto nell'acqua e condito con un burro Dio sa di quale data. Nelle case ben montate vi servono dei cucchiaj di legno utilissimi per mangiare; nelle piccole case vi si lascia la scelta o di prendere il riso colle dita o di fabbricarvi voi stessi sul posto dei piccoli recipienti con un pezzo di pane. E bisogna ancora spiegare che il pane d'Asia non assomiglia affatto a quello d'Europa. Si mescola della farina d'orzo coll'acqua senza impastarla, poi con un cilindro la si stende su di un asse lasciandole lo spessore di un grosso quaderno di carta; si posa quindi la miscela su un largo coperchio di casseruola o di marmitta che si avvicina al fuoco. Quando vi è rimasta due o tre minuti, il pane è fatto. Questo pane che è molle come il cotone deve servirvi da tovaglia, anzi da piatto, da tovagliolo per asciugarvi le dita e per involgervi le provviste dell'indomani; infine ne fate dei cornetti per riempirli di riso o di qualche altra miscela poco solida e portarti alla bocca nel modo più pulito possibile. Talora vi è servito anche un po' di latte agro e cagliato. Ormai mi ci sono avvezza, ma a quell'epoca del mio soggiorno nel Levante non lo potevo tollerare. Quanto al caffè, non solo è servito senza zucchero, ma è di regola che metà della tazza sia occupata dal fondo. Al momento di porgerlo è scosso in modo che il fondo sale alla superficie e si mescola a tutto il liquido.

Un'altra causa d'imbarazzo per il viaggiatore rimasto senza bagagli consiste in ciò che i pettini e le spazzole sono oggetti completamente sconosciuti nelle campagne dell'Oriente. Fra i piccoli inconvenienti che chiedo scusa di enumerare aggiungo l'impossibilità di versare l'acqua in una catinella per lavarsi il viso e le mani. I catini orientali sono, per solito, in ferro smaltato od in rame ed il fondo ne è composto da un leggero reticolato attraverso al quale l'acqua scorre man mano che è versata, in un secondo sudicissimo bacino dello stesso metallo. Gli orientali tengono le loro mani sopra i fori del primo catino mentre un servo versa loro l'acqua che si raccoglie poi nel catino inferiore. Mentre hanno le mani bagnate in tal guisa se le passano sul viso e sulla barba e le loro abluzioni sono terminate. Imperfette come sono queste abluzioni sono però ripetute parecchie volte in un giorno. Vedete a quali noie si espone il viaggiatore europeo che faccia troppo a fidanza coi mezzi dell'ospitalità orientale; mi basta di averle indicate senza insistere troppo. Aggiungerò solo un particolare. Guai a chi visiti alcune parti del Levante senza aver provvisto all'illuminazione. Nei villaggi ed anche nelle piccole città, candele e candellieri sono sconosciuti. Vi si bruciano scheggie di un legno resinoso che dà una luce molto viva, ma ancor più fumo che luce. Si tengono in mano questi bastoncelli accesi a rischio di spargere la resina infiammata su tutti gli oggetti circonvicini e spesso sulle proprie dita, senza parlare del pericolo che possono correre la casa e gli ospiti.

Appena alzato il sole ci rimettemmo in cammino. Dovevamo arrivare prima della fine del giorno a Latakiè[24]. Non era ancora mezzogiorno quando incontrammo, a poca distanza dalla città, una cavalcata composta dei principali abitanti che veniva, secondo l'uso, a darci il benvenuto e ad accompagnarci alla casa del console inglese dal quale eravamo attesi ed ove ritrovammo bagagli e scorta. La casa e la famiglia del console inglese di Latakiè dovrebbero essere additate a tutti gli stranieri come il tipo più attraente delle case e delle famiglie arabe. Ogni cosa vi è assolutamente nazionale, vale a dire propria dell'Oriente, e nondimeno è difficile l'immaginare alcunchè di più elegante che questa casa e di più rispettabile e grazioso della famiglia che vi abita.

L'uso di far comunicare gli appartamenti gli uni cogli altri è sconosciuto nell'Oriente arabo; la corte ricollega fra loro tutte le stanze di una casa che bastano a loro stesse. Quante sono le camere del primo piano, altrettante le scale che terminano tutte nella corte. Non si economizza certo così nè lo spazio nè i materiali nè la mano d'opera, tutte cose che non costano care nel Levante, e del resto così si usa. Si entra nella casa del console inglese di Latakiè da una piccola porta bassa che si apre da un lato sulla strada e dall'altro su un andito stretto e scuro che conduce alla corte. Questa ha un pavimento di lastroni di marmo ed è circondata dai vari corpi di fabbrica. Quello in fondo contiene la sala comune, ove si giunge da una scala esterna in due rami come le scalinate d'accesso alle nostre case di campagna. Il salotto è grande, rischiarato da sette finestre che danno sui giardini e mobiliato da un divano che si stende lungo tutte le pareti sotto le finestre; parecchi altri sofà più piccoli sono addossati al muro. Tutti i mobili sono coperti di seta verde, le tende delle finestre sono della stessa stoffa, il pavimento di legno è risplendente di nettezza, un lampadario sospeso in mezzo alla stanza ne completa l'addobbo. In faccia a questo corpo di fabbrica sorge la sala da pranzo, vasto locale a pianterreno che non ha aperture fuor che sulla corte e che ha in giro un rialzo riempito da file di piastrelle e da divani. I due fabbricati laterali contengono le camere da letto, gli uffici, la credenza ecc. La mia camera era collocata in alto d'una scala scoperta che dava sui giardini, trovandosi allo stesso livello delle terrazze che costituiscono i tetti delle case orientali e sulle quali, nella stagione calda, si trasportano i letti. Il console era un giovane arabo di Latakiè che parlava benissimo l'italiano ed aveva tutte le belle maniere di un vero gentiluomo inglese. Mite, intelligente ed attivo, egli esercitava un'influenza abbastanza grande sui Drusi come pure sui Fellah e gli Ansariati dei dintorni e non adoperava questa influenza che per calmare le passioni violente di quelle schiatte, per mantenere o ricondurre la pace fra esse ed il governo. Il giorno stesso del mio arrivo — non precedevo che di alcune ore le truppe ottomane — egli aveva ricevuto una lettera del capo della tribù ribelle, che si diceva pronto a trattare coll'amministrazione imperiale sulla base delle condizioni che il console avesse giudicato opportuno di proporgli. Il giovine mediatore era felice del suo successo nell'interesse del paese e della pace in primo luogo, e poi anche perchè sperava di acquistare un merito a Costantinopoli.

Sebbene molto giovane, il console era marito in seconde nozze di una vedova che sembrava escita allora dall'infanzia. Questa bella giovane indossava il grazioso costume delle donne della Siria che fa davvero onore al loro gusto squisito. Una veste di seta di color chiaro, rosa, celeste, viola, verde tenero, all'incirca del taglio d'una veste da camera per uomo, aperta sul davanti ed ai lati, lascia il petto quasi completamente scoperto. Questo abito scende fino alla caviglia ed ha una coda che però quelle signore rialzano generalmente attaccandola con una spilla; poi esse risvoltano i due pezzi anteriori e li attaccano parimenti con spille sulla parte già rialzata. Larghi pantaloni rigonfi stretti alla caviglia mostrano le loro pieghe di seta attraverso l'abito aperto in vari punti. Una larga sciarpa di stoffa indiana o di broccato ricinge la vita al disotto del seno che è appena velato da una camiciola di garza di seta con lunghe maniche pendenti. Una bustina molto attillata ricamata con oro e perle e aperta sul petto come la veste da camera completa l'acconciatura. Le treccie scendono tanto in basso quanto lo consentono la natura o l'arte. La testa è coperta da un fez adorno di perle. Ecco per l'insieme del costume, ma che dire degli accessori? Chi ha mai fatto il conto delle migliaja di bottoncini, dei metri di passamanteria e di cordoncino che ornano la veste da camera, i pantaloni e la camiciola? Delle catene, delle spille, dei fermagli e dei braccialetti accumulati su quelle braccia, sul petto e sul collo di cigno di quelle signore? Anche il fez che serve da copricapo è ornato in cento modi curiosi. Il fazzoletto di seta di Damasco o d'Aleppo annodato intorno al fez ricade senza pretesa sulla spalla sinistra; molti nastri si intrecciano sul fazzoletto frammisti a pizzi. Fez, fazzoletto, nastri e merletti non costituiscono del resto che la simpatica intelaiatura di quell'opera d'arte: su di essa si colloca tutta un'aiuola di fiori naturali, che occorre rinnovare ad ogni momento. Un mazzo di rose ricade sull'orecchio, un ramo di fior d'arancio accarezza la guancia, gelsomini, garofani, fiori di melagrano si stendono come un diadema sulla fronte e ciascuno di questi fiori è fissato sul fazzoletto da spilloni di diamanti di stile orientale che arieggiano pure del fiori e delle farfalle. Le signore Siriane sembrano aver accolto il principio che non si ha mai troppo delle cose buone e che i giojelli sono una cosa ottima. Immaginate ora, sotto una simile acconciatura, delle donne di statura alta e slanciata sebbene di curve perfette, con grandi occhi neri straordinariamente scintillanti, un colorito che avrebbe destato l'ammirazione del Tiziano, lineamenti fini, delicati e regolari e un'espressione sempre atteggiata al più grazioso sorriso: avrete allora un'immagine esatta della bellezza siriaca. Dal canto mio ho veduto tipi di bellezza più notevoli, ma ben raramente di più seducenti. Per dir tutto nondimeno soggiungerò che le usanze europee, così poco note e così mal viste nel Levante, minacciano di farvi breccia colla moda femminile che è forse il solo lato del mondo mussulmano che converrebbe rispettare. Le signore d'Aleppo cominciano ad abbandonare la veste da camera e la coda per adottare la gonna rotonda dell'Occidente, i broccati ed i rasi d'Aleppo e di Damasco per le stoffe di Lione e, ciò è molto peggio, i tessuti dell'India, della Persia e del Thibet per il cachemir imitato in Francia.

Latakiè è una cittadina fabbricata meglio delle città dell'Asia Minore; l'architettura esteriore delle abitazioni non ha nulla di degno di nota; ma le case vi hanno l'aria di case e non di capanne rovinate. I marciapiedi sono così alti e le strade così sporche nel mezzo che il solo modo di traversarle senza infangarsi fino al ginocchio, consiste nel saltare da un marciapiede all'altro, ciò che rende il passeggiare nella città di Latakiè alquanto faticoso. Mi recai a visitare un arco di trionfo antico attribuito a Vespasiano; ma questo monumento assai degradato non era forse di una grande bellezza anche quando era intatto. Ne fui poco soddisfatta. Preferivo a quelle rovine insignificanti i boschi di aranci, di ulivi e di fichi che circondano la città ed i palmizi solitari che sorgono qua e là nella campagna impregnandola a distanza del loro profumo.

LA LEGGENDA DEL SULTANO IBRAHIM UNA SOSTA A TRIPOLI — BADUN I MISSIONARI INGLESI IN SIRIA

Non lasciammo Latakiè e gli amabili nostri ospiti che l'indomani piuttosto tardi nel pomeriggio. Poco male, perchè ci aspettava solo una tappa di quattro ore. Dovevamo passare la notte a Gubletta[25], cittaduzza in riva al mare ove, da parecchi giorni, il fratello del console inglese era intento a sorvegliare il ricupero di una nave russa che aveva fatto naufragio in quei paraggi e di cui si sperava di ritrovare il rame.

Non so se Gubletta esista perchè non l'ho veduta. Il fratello del console inglese (che era a sua volta console di Russia) doveva aspettarci alle porte della città, ma non trovai nè porte, nè città, nè nulla che meritasse tal nome. Vidi soltanto una moschea ove il console ci aveva fatto preparare un alloggio. Fui ben lieta di venire a sapere pochi momenti più tardi ch'egli non aveva visitato quel locale e che si era accontentato di farne escire i sotto-ufficiali della guarnigione di Gubletta che l'occupavano. Dico che ne fui lieta perchè avevo veduto a Latakiè la giovane moglie di quel console russo e mi sarebbe stato penoso di dovermi formare un'opinione sfavorevole sul suo conto. Ora, solo un selvaggio avrebbe potuto considerare come un alloggio il canile che mi era stato offerto.

Il console non ne era colpevole e lo vidi anzi arrossire quando gettò uno sguardo nell'interno del mio appartamento. Non posso dire cosa questo fosse, ma è certo che le tane degli animali più immondi sarebbero ricoveri preferibili alle camere dei sott'ufficiali della guarnigione di Gubletta. Nonostante la fama che ha l'aria di Gubletta dì procurare le febbri, e sebbene la sera fosse fresca e la notte promettesse di essere addirittura fredda, mi stabilii sulla terrazza che copre il tetto della moschea dove neppure l'aria libera valse a farmi dimenticare un istante solo come mi trovassi nelle vicinanze di un appartamento testè occupato dai sotto-ufficiali di Gubletta. Malgrado tutto ciò, che bell'edificio era la vecchia moschea di Gubletta! E come è commovente la leggenda collegata a quel monumento!

Seicent'anni or sono un sultano chiamato Ibrahim, stanco delle grandezze, si volle votare alla vita contemplativa. Una notte, dopo essersi procurato un abito da derviscio, escì solo dal suo palazzo e dalla sua capitale, ed errò lungamente a caso, vivendo d'elemosina, ma contento della sua indipendenza e della sua solitudine. Finalmente la sorte lo condusse sulle rive del ruscello che scorre a qualche passo dalla moschea. Se questo luogo era allora come è oggi, non mi meraviglio che il sultano siasi deciso a fissarvisi pel resto de' suoi giorni. A breve distanza dalla spiaggia, dietro una siepe selvatica di arboscelli in fiore, un corso d'acqua abbastanza largo, ricco di acque chiare e limpide, si snoda tortuoso per una prateria di circa centocinquanta metri quadrati ch'esso abbraccia e quasi interamente racchiude. Verso il centro di questa prateria, in cui il fresco ed il verde durano in ogni stagione, grazie all'acqua del ruscello che filtra nel sottosuolo, un albero immenso, di cui non saprei dire il nome, stende i suoi rami ombrosi sopra la terrazza che corona la moschea. Se da un rifugio così calmo e verdeggiante voi levate gli occhi in giro, voi scorgete da un lato una serie interminabile di boschetti e dall'altra il mare, in riva al quale sono ancora ritti gli avanzi di un anfiteatro romano. Il sultano Ibrahim comprese la bellezza di quel luogo, risolse di stabilirvisi e di terminarvi i suoi giorni nella meditazione e nella preghiera. La sua vita fu corta e la leggenda non ci dice quale sia stata la causa della sua morte prematura. Cadde forse vittima sotto i colpi di qualche orda sanguinaria? Gli fecero difetto le cose indispensabili alla vita, anche a quella di un anacoreta? La sua costituzione formatasi fra gli agi ed i piaceri non resistette alle austere aspirazioni della sua anima? Non sappiamo nulla. La leggenda ci mostra soltanto la madre del giovine sovrano che lascia la Corte tosto dopo suo figlio, ne segue da lungi le orme, le perde oggi per ritrovarle domani e giunge finalmente sulle sponde di quel limpido ruscello dove io stavo seduta ad ascoltare questa storia narratami da un vecchio santone arabo. Non trovò di quel figlio così a lungo cercato che il cadavere ancora caldo. La leggenda descrive coll'enfasi dell'Oriente il dolore di quella madre in lagrime. «È giunta dunque troppo tardi? Tanti giorni passati sulle strade deserte, fra i pericoli, tante sofferenze, tante privazioni non avranno nessun risultato? Non può essa più nulla per quel figlio ch'era venuta a cercare e di cui voleva dividere l'esistenza? No, non può esser così; le rimane qualcosa a fare per lui; essa gli innalzerà un monumento che perpetuerà il ricordo delle sue virtù e Dio saprà bene mostrare ai fedeli che il corpo sepolto sotto quelle volte è stato d'uno de' suoi eletti.» Qui finisce la leggenda, ma il santone soggiunse a modo di conclusione: «La validè (sultana madre) eseguì il suo progetto e Dio ricompensò la sua fede. Da seicento anni cioè, dacchè il corpo del sultano Ibrahim riposa in questa moschea, innumerevoli miracoli sono stati compiti sulla sua tomba e tutti i viaggiatori che passano da Gubletta vengono a farvi le loro preghiere ed a deporvi la loro offerta. Tu, che sei cristiana, non rivolgerai le tue preghiere al sultano Ibrahim, ma se vuoi sarai ammessa nell'interno di quel monumento e ricompenserai chi ti avrà procurato questo favore.»

Io non domandava di meglio che di ricompensare quel buon santone e lo seguii rispettosamente fino nella sala funeraria che racchiude l'immenso catafalco del sultano Ibrahim. Non vi trovai nulla di più di ciò che aveva visto in tutte le moschee che custodiscono ceneri illustri. Una cappella, o per dir meglio, una camera collocata nella parte più remota dell'edificio e separata dalla moschea propriamente detta contiene un cofano gigantesco posto su un piedestallo di legno che lo rialza ancora e che è coperto da tappeti, scialli indiani e piume. La luce del giorno non penetra che debolmente in quel recinto e vi è sostituita da una moltitudine di lampadine ad olio che diffondono fumo piuttosto che raggi di luce. Tutt'intorno alla stanza sono sospese le offerte, come in alcune delle nostre chiese.

I nostri cavalli attendevano insellati ed imbrigliati alla porta della moschea, avevamo la prospettiva di una lunga marcia ed ero impaziente di trovarmi in aperta campagna; ma non fu facile l'escire. Ho detto che ero dispostissima ad esprimere la mia riconoscenza al santone che mi aveva narrato la leggenda; sgraziatamente quella leggenda era unica, i santoni erano parecchi ed i pretendenti alla mia gratitudine si assiepavano in una tal folla all'escita della moschea che arrischiai di rimanerne soffocata. Anche in Europa vi sono molti mendicanti, ma ricevono quello che voi date loro o si ritirano senza far rumore se voi non date loro nulla. I mendicanti arabi sono d'una specie molto diversa. Non havvi differenza fra essi e i briganti, salvo che questi cercano i luoghi solitari a teatro delle loro gesta, mentre quelli esercitano la loro professione in mezzo ad una popolazione che sta a vedere guardandosi bene dall'intervenire. Malgrado la protezione del console di Russia e delle mie guardie non so cosa sarebbe accaduto di me se avessi rifiutato l'elemosina a questi mendicanti. Non vi pensai neppure, ma la mia buona volontà fu inutile. È una massima generalmente ammessa e praticata nel Levante che non bisogna mai accontentarsi di ciò che vi si offre quand'anche vi si offrisse il doppio di ciò che vi proponevate di chiedere. Ho ritrovato traccie di questo sistema, a Venezia, ove certamente è stato introdotto da negozianti levantini. Un bottegaio delle Procuratie mi domandava un prezzo stravagante di non so più quale oggetto. Non piacendomi di mercanteggiare, gli volsi le spalle; ma il mercante mi richiamò e mi disse:

— Diavolo! signora mia. Come scappate! Non si domanda il prezzo che si vuole avere!

Strano principio di cui non ho ben compreso tutto il valore che dopo il mio soggiorno in Oriente!

Fortunatamente i miei cavalli stavano alla porta della moschea. Il console frugò nelle sue tasche, ne trasse tutti i quattrini che aveva e li gettò in aria in modo da farli cadere un po' lontano da' miei persecutori. Appena il suono della moneta, che batteva sulle lastre del tempio, si fece udire, il cerchio che mi chiudeva si spezzò e mi trovai libera. Ne profittai per lanciarmi a cavallo e partire di galoppo, gettando uno sguardo pieno di rimpianto all'anfiteatro diroccato che avevo dovuto rinunciare a visitare. I miei compagni di viaggio, che non erano entrati nel sepolcreto del sultano Ibrahim, avevano percorso, in compenso, le rovine romane e ne ritornavano incantati. A parer loro, l'anfiteatro di Gubletta era un monumento del miglior stile ed in un raro stato di conservazione. Ci seguiva la numerosa scorta di «Basci-bozuk» che dovevano lasciarci quando avessimo oltrepassato un certo posto considerato molto pericoloso. Fu nondimeno in tal punto che ci fermammo a far colazione e vi avrei passato volentieri qualche giorno a dispetto di tutti i briganti dell'universo, tale era il fascino di quel luogo. Le rive del mare sono generalmente molto aride, in Siria più che in qualunque altro luogo; ma non so per quale segreta influenza le leggi fisiche sono talora annullate in questa terra prodigiosa ed i paesaggi più meravigliosi si spiegano d'un tratto ai vostri occhi là dove non credevate di incontrare che sassi, roveti e sabbie. Talune oasi della Siria sfuggono a tutte le spiegazioni, a tutte le ipotesi e per la loro estensione e per la natura degli ostacoli che hanno vinto. L'aria salata del mare non dovrebbe agire allo stesso modo su tutti i terreni che costituiscono la spiaggia? Come accade che, dopo aver camminato intere giornate nel greto sabbioso, fra arbusti nani e rattrappiti, vi troviate d'un tratto alla soglia d'un giardino inglese? La sabbia cede il campo all'aiuola; i cespugli e le boscaglie sono sostituiti da alberi vigorosi di tutte le specie, ricoperti di fiori. Questi fiori smaglianti di colore, con ampie corolle, deliziano gli occhi e rendono balsamica l'aria; gli uccelli cantano a migliaia con un ardore ed un'energia che gli uccelli dei climi più temperati non potrebbero raggiungere. Per esempio, le nostre rondini gettano durante il volo un grido monotono e null'altro; ma quella d'Asia, più piccola delle nostre, con ali lunghe ed una coda allungata a forchetta di un bel turchino metallico, col petto ed il collo di color arancione, canta presso a poco come un usignuolo. Il timbro della voce è più profondo, ma il suo canto si scosta assai poco per ritmo e per melodia da quello del nostro grande concertista boschereccio. La natura orientale rivela qui la sua potenza e non ci era mai apparsa così meravigliosa come nell'oasi ove ci siamo fermati dopo aver lasciato Gubletta. Un vecchio castello, non so di quale epoca, dominava una piccola altura a pochi metri dal mare. Non era facile di distinguere a prima vista le rovine, coperte com'erano da una tunica di edera e di altri arrampicanti. Ogni screpolatura di quei vecchi muri non sembrava aperta che per lasciar passare ciuffi di fiori. Tutt'intorno il paese aveva la medesima colorazione datagli da una ricca vegetazione e, sebbene il sole fosse già abbastanza alto sull'orizzonte, l'ombra di alberi immensi si disegnava sulla prateria con larghe chiazze scure. Impossibile d'imaginarsi in un tale paradiso nulla che non fosse dolce, ridente, soave. Occorre una cornice ad ogni quadro ed una scena di sangue e di violenza avrebbe spezzato in modo criminoso tanta armonia fra quel mare, quel cielo, quelle rovine coperte di fiori, quei prati e quei boschetti. Mi si narrava che quel vecchio castello era spesso riparo di briganti, ma io non lo potevo credere. Nondimeno le guardie che ci dovevano accompagnare fino a Tripoli (Tarabulus) ci facevano premura ricordandoci che mancavano ancora dieci ore di marcia di cammello per arrivare a Tortosa ove dovevamo pernottare. Convenne cedere alle loro insistenze e mi staccai molto di malumore dal vecchio castello, dal suo velario di fogliame e di fiori, dalla verde prateria e dall'ombra opaca. Quando si abbandonano di questi paesaggi siriani si finisce per dire: «Non vedrò mai più qualcosa di così bello!» È triste, perchè vi sono grandi probabilità che sia proprio così.

La giornata che seguì quella simpatica sosta fu molto gravosa. Dalle 11 del mattino alle 4 del pomeriggio il caldo divenne intollerabile. Ci fermammo qualche tempo sotto le mura di Baynas[26], città antica le cui fortificazioni rimontano all'epoca delle crociate e sono evidentemente un lavoro europeo. Lambivamo il mare e circa un'ora prima del cader del sole scorgemmo dinanzi a noi, all'estremità di una lingua di terra che si avanza nel mare, una massa nerastra e frastagliata che ci fu detto essere Tortosa[27]. Accanto al promontorio e quasi aderente alla terra è un'isola chiamata l'isola delle donne. Ha ricevuto questo nome perchè è quasi esclusivamente abitata da donne, madri, sorelle o figlie di pescatori e marinaj che trascorrono la loro vita sulle onde. Ci facemmo coraggio allo scorgere Tortosa. Una delle nostre guide osservò: Non vi siamo ancora! Se tale riflessione gettata in viso ad un povero viaggiatore sfinito dalla stanchezza è ben irritante, l'esperienza che avevo ormai acquistato delle delusioni solite dei viaggi nel Levante, mi sforzava purtroppo ad ammettere che la guida poteva aver ragione.

La notte scese rapidamente: la luna non compariva, ma le notti in Oriente non sono mai molto nere. Sembrano piuttosto un crepuscolo. Talora il paesaggio è così ben rischiarato verso mezzanotte come poteva esserlo un'ora dopo il tramonto, sebbene voi non scorgiate una stella perchè il cielo è completamente coperto di nubi. Checchè ne sia, la notte era scesa, una di quelle notti dubbie, in cui si è più esposti a perdere la strada che in mezzo alle più folte tenebre. Si scorgono gli oggetti circonvicini, ma se ne vedono anche altri che non sono vicini, anzi non esistono, e quelli reali vi appajono talora sotto forme interamente nuove e quasi irriconoscibili. Avevamo intravisto Tortosa quand'era ancor chiaro, credemmo riconoscerla a notte fatta. Era là, dinanzi a noi, ad una piccolissima distanza. Ecco, dicevamo, le sue antiche mura fortificate, ecco la sua vecchia torre; la città occupa una distesa di terreno molto notevole: dev'essere abbastanza importante. E così commentando, camminavamo sempre verso la nostra città. Una svolta della strada ce la nascose un istante, ma, appena girata la punta che ci stava dinanzi, non potevamo esserne molto discosto. Svoltiamo e non vediamo nulla: il fantasma della città s'era dileguato nell'aria e dovemmo camminare ancora più di due ore prima di raggiungere le mura che avevamo creduto un momento di poter toccare.

Non ho visto a Tortosa che le strade che dovetti percorrere per arrivare al mio alloggio; ma ciò che ne ho veduto assomiglia ad una vecchia cittadina europea. Le case, fabbricate in pietra, si aprono sulla strada, mentre ovunque qui le vie consistono in una serie di muri di cinta, e le case sorgono al di là di quei muri, rimanendo nascoste agli sguardi dei passanti. La camera dove passai la notte era costruita a volta come lo sono in genere le case di Gerusalemme e di tutte le città della Siria nelle quali i Crociati hanno dimorato a lungo. Traversando la città, l'indomani, rilevai parecchi edifici costrutti all'europea, che mi ricordavano certi palazzi municipali della Normandia. Hanno un aspetto cupo, in fondo triste; ma havvi nulla di triste per l'esule in ciò che gli ricorda la patria lontana?

Da Tortosa a Tripoli vi è la stessa distanza che da Gubletta a Tortosa. La prima giornata ci aveva mal preparato alla seconda; alcuni dei nostri cavalli erano ancor peggio disposti di quello che non fossimo noi, e per completare la serie dei nostri guaj non ci si offriva un solo rifugio lungo la strada. Circa alla metà della giornata scorgemmo per altro in vetta ad un pendio un villaggio arabo, il primo della sua specie che abbia veduto, composto in tutto di una dozzina di tende in stoffa bruna, tessuta in pelo di capra o di cammello. Non so dove fossero gli uomini; ma le donne custodivano le tende e pensammo che fosse possibile trovarvi del latte. Fu una cattiva idea. Avevamo creduto che quelle donne arabe fossero donne come le altre. Fummo sgradevolmente sorprese allo scorgere esseri bizzarri che si precipitavano fuor dalle tende al nostro arrivo: enormi cani le precedevano, abbajando, urlando, mostrando i denti e lanciandosi tra le gambe dei nostri cavalli. Ma quei furibondi mastini erano ancora cortesi in confronto alle donne. Esse erano vestite d'una tunica di tela turchina e uno straccio dello stesso colore avvolgeva la loro testa e ricadeva sulle loro spalle; una cintura in cuojo le stringeva alla vita; la loro pelle nera e grassa era coperta di tatuaggi neri e bleu; e in particolar modo le labbra scomparivano completamente sotto uno strato d'indaco e la punta del loro naso non era che un ricettacolo di girasoli non ancora sbocciati, di anelli d'oro e di rame oppure di fiorellini di filagrana. Fra queste donne ve ne dovevano essere di giovani, ma tutte sembravano avere la stessa età, cioè una molto rispettabile; tutte parevano ugualmente di umore intrattabile. Ci mostravano i pugni facendoci delle orribili smorfie con accompagnamento d'ingiurie e di maledizioni, tutto ciò perchè venivamo a domandar loro qualche tazza di latte. Così edificati sull'ospitalità delle signore dalle labbra turchine, non volevamo prolungare le trattative. Lanciammo i nostri cavalli al galoppo, cosa poco comoda, con tutti i calci che quelle povere bestie tiravano continuamente ai cani che mordevano loro le gambe e non rallentammo il passo che dopo esserci messi fuori del tiro delle loro grida e dei sassi che facevano piovere su di noi. Mi ripromisi, mentre mi allontanavo, di non domandare mai più latte a donne arabe.

Quella sera non fu molto più gradevole della precedente. I nostri cavalli ci deposero, dopo una marcia faticosissima, e già a notte fatta, a Tripoli[28], innanzi alla casa del console d'Austria, cognato dei miei ospiti di Latakiè e di Gubletta. I due consoli avevano dovuto scrivere a quell'agente per annunciargli il mio arrivo e mi avevano incaricata di molti messaggi per la loro sorella. Era dunque colla maggiore fiducia che io battevo alla porta del console d'Austria a Tripoli, pregustando il piacere delle buone notizie che recavo alla sua famiglia e della gioja che stavo per procurarle. Mandai il mio dragomanno ad annunciare il mio arrivo, ed attesi il suo ritorno, a cavallo, nella strada, stentando a lottare contro la stanchezza ed il sonno che si erano impadroniti di me. Siccome il ritorno si faceva aspettare al di là del prevedibile, pregai uno de' miei compagni di viaggio di andare a riconoscere lo stato delle cose. Egli ritornò dopo qualche istante col viso acceso per informarmi tutto sconvolto che il console non sembrava affatto disposto a riceverci e faceva valere tutti i pretesti immaginabili per dispensarsi dall'aprirci la sua porta. Ero così bene avvezza all'accoglienza amabile degli orientali, poveri e ricchi, che il modo di agire di quell'agente consolare mi indignò davvero. La mia stanchezza scomparve come d'incanto, ed avrei volontieri passato la notte su un paracarro, se ve ne fossero stati a Tripoli, piuttosto che mettere i piedi in quella casa così poco ospitale. Doveva per altro esservi un mezzo termine fra il paracarro e il palazzo del console d'Austria, e m'informai dai curiosi, che malgrado l'ora avanzata si erano riuniti intorno a noi, per sapere se conoscessero alcuno che potesse riceverci per buon cuore od in cambio di denaro. Vi era, è vero, un convento di Carmelitani, ma situato all'estremità opposta della città; le porte non erano più aperte dopo una certa ora ed era dubbio che le donne vi fossero ammesse. Mi avevano affidato una lettera per il medico della quarantena, ma era assente. L'opinione comune era che non avrei trovato in nessun luogo un alloggio così buono come in quel consolato; ed ognuno sembrava ritenere che la via più spiccia e più savia fosse quella di proseguire le trattative per ottenere di entrarvi. Quanto alla questione della mia dignità offesa, agli occhi dei cittadini di Tripoli era un particolare completamente impercettibile.

Ne eravamo a questo punto, e confesso che col nostro discutere non avevamo fatto un passo innanzi, quando il mio dragomanno e quello del consolato comparvero e mi annunciarono, coll'aria di gente che aveva appena terminato una lotta accanita, che il console mi attendeva e che potevo far scaricare i nostri bagagli. Esitavo ancora, ma come fare? Era quasi mezzanotte, non conoscevo nessuno a Tripoli nemmeno di nome; uomini e bestie erano al limite delle loro forze e della loro volontà. Seguii dunque i due dragomanni. Traversai una vasta corte lastricata in marmo, curata colla più squisita nettezza e circondata da vigne. Il primo vestibolo ben illuminato e le cui luci si riflettevano sulla superficie lucida dei marmi e dei rivestimenti in legno come su specchi di Venezia, mi abbagliò al primo mio entrare. Nella camera vicina, quasi altrettanto grande che il vestibolo, ma meno rilucente e più ammobigliata, il terribile console stava steso sul divano con un berretto da notte in testa ed il corpo avviluppato in una veste da camera. Dal primo colpo d'occhio mi avvidi che non si era ancora riconciliato colla necessità alla quale si arrendeva, non so neppure se avrebbe potuto dominarsi abbastanza per negarsi la soddisfazione d'indirizzarmi un complimento di cattiva lega; ma non gliene lasciai il tempo. Egli era molto malcontento e quindi di cattivo umore; io non ero che in collera, ciò che è sempre molto meglio. Pertanto, camminando dritta verso di lui mentre egli si moveva sul suo sedile come per alzarsi, gli dissi con una voce molto chiara e scandendo le parole: «Vi prego di credere, signore, che non mi sarei presentata a casa vostra se la vostra famiglia non me ne avesse insistentemente pregata, ed in questo momento stesso io escirei da questa casa se potessi trovare un altro alloggio. Io non accetto quindi da voi che quello che non potete rifiutarmi, un asilo per questa notte. Il vostro vestibolo mi basterà e domattina all'alba proseguirò il mio viaggio.» Il console d'Austria non era punto un uomo cattivo e non aveva avuto l'intenzione di farmi una scortesia. Era semplicemente un uomo di cattiva salute, nervoso, ipocondriaco; quelli che hanno vissuto lungamente in Oriente hanno perduto l'abitudine di frenarsi, e quelli che non ne sono mai esciti non l'hanno mai imparata. Gli era stato annunciato che una ventina di persone reclamava la sua ospitalità alle undici di sera; ne era rimasto imbarazzato ed aveva mostrato il cattivo umore che gli era derivato dal trovarsi così in impiccio. Quando s'avvide di avere veramente offeso i suoi ospiti, ne ebbe dispiacere e me lo manifestò colla stessa vivacità e la stessa schiettezza colla quale aveva prima dato sfogo al suo malcontento. La mia ira si dileguò subito come per incanto. La mia attenzione si era del resto riportata sopra un oggetto infinitamente più attraente che non fosse il console. Sua moglie, la sorella de' miei ospiti di Latakiè, era seduta nell'ombra quando io entrai. Essa non parlava e non capiva che l'arabo; ma indovinò facilmente che suo marito ed io non stavamo scambiandoci frasi troppo tenere. Si alzò, con grande dolcezza si accostò a me, mi prese la mano e mormorò a bassa voce qualche parola araba che non compresi, ma di cui intuii il significato.

La moglie del console d'Austria a Tripoli è forse la più bella donna che abbia veduto in Siria e la sua acconciatura era la più graziosa, la più carina di tutte quelle che avevo ammirato prima di allora. Fece segno al dragomanno del consolato di avvicinarsi e lo incaricò di dirmi tutto quello che il suo bel viso m'aveva già detto. La mia camera era già pronta, essa stessa andava a prepararmi la cena e voleva servirmela; suo marito si era messo di cattivo umore temendo ch'io non trovassi in casa sua tutti gli agi ai quali avevo diritto d'aspettarmi. Era malato e la menoma agitazione lo metteva fuori di sè; ma essa lo aveva rassicurato promettendogli che non mi sarebbe mancato nulla o che almeno essa otterrebbe il mio perdono per ciò che essa non riescirebbe a procurarmi. Mentre parlava così ed accompagnava le sue parole coi più graziosi sorrisi e con uno sguardo in cui una punta d'inquietudine si mescolava alla lieta dolcezza che sembrava essere nella sua natura, io aveva bell'e dimenticata la mia ira e la causa che l'aveva procurata. Guardavo via via quella donna ancor così bella, così giovane ed attraente, un gruppo di bambini che giocavano in un canto serbando un silenzio che rivelava un certo timore, ed il padre di famiglia, il marito, il padrone, avvolto nella sua veste da camera e nel suo malumore. Mi venivano in mente altre coppie europee, viventi sulle stesse basi, offrenti lo stesso contrasto, e dicevo a me stessa che la natura umana è la medesima sotto tutte le latitudini e con tutte le usanze.

Bisognò seguire senza cerimonie la bella padrona di casa nella sala da pranzo, e ricevervi dalle sue bianche mani tutto ciò che le piacque offrirmi. Qualche momento più tardi, io gustavo il riposo più assoluto in una camera confortevolmente ammobigliata. L'indomani il nostro console si rivelò d'eccellente umore. Mentre io dormivo ancora, egli aveva ricevuto la lettera de' suoi cognati che annunciava il mio arrivo e che aveva avuta in ritardo per un incidente inatteso. Partii dunque da Tripoli soddisfattissima del breve soggiorno che vi avevo fatto, e perfettamente riconciliata coll'ottimo console che, dopo tutto, era semplicemente un galantuomo, d'umore un po' vario e molto malato. Quattro sole ore di marcia ci separavano da Badun[29]; il tempo era bello e caldo, i nostri bagagli ci avevano preceduto, secondo il solito, ed eravamo liberi da ogni noia; ma è precisamente in mezzo ad una sicurezza completa che quasi sempre ci accadono guai.

Ci era impossibile di smarrirci durante la prima parte del nostro viaggio verso Badun, poichè non dovevamo lasciare la spiaggia del mare, ma fatalità volle che noi raggiungessimo un promontorio che segna il punto dal quale la strada si stacca dal mare proprio quando la notte spegneva gli ultimi bagliori del crepuscolo. Un'altra circostanza molto disgraziata, di cui risentii gli effetti durante tutto il tempo del mio viaggio, fu di avere per dragomanno un uomo altrettanto vano quanto sciocco ed ignorante. Piccolo di statura e molto brutto, questo personaggio, alternatamente ossequioso ed arrogante, era di origine europea, perchè era nato a bordo di una nave danese che recava sua madre nel Levante. Questo bastimento era tutto ciò che avesse mai conosciuto dell'Europa, e la sola lingua occidentale che fosse riescito a balbettare era l'italiana. Stabilitosi a Costantinopoli egli era riescito, non so come, ad occupare una discreta posizione. Durante il primo anno del mio soggiorno in Asia, lo avevo impiegato per qualche mese nella fattoria, poi avendolo incontrato al mio passaggio da Angora avevo acconsentito ad ammetterlo di nuovo nella mia scorta. Dacchè ero entrata nella Siria, mi ero però accorta che l'arabo non gli era meno straniero degli altri idiomi orientali ed occidentali e rimpiansi, ma troppo tardi, di avere ingrossato il mio seguito con quell'importuno. Ai suoi occhi, il titolo d'interprete e quello di primo ministro si equivalevano: pertanto egli profittava di ogni occasione per mandare innanzi il grosso della carovana e darsi la soddisfazione di pavoneggiarsi al mio fianco, col fucile in ispalla, sul più alto de' miei cavalli e ostentando un'immensa sciarpa rossa guarnita di pugnali e di pistole. Se questo bizzarro dragomanno non fosse stato che inutile non avrei preso al tragico l'impiccio della sua presenza; sgraziatamente, non meno ignorante in geografia che in linguistica, egli aveva la pretesa di possedere nei menomi particolari la carta dei paesi che percorrevamo. Il giorno della nostra marcia su Badun riconoscemmo a nostre spese quanto questa pretesa fosse infondata.

Guidati dal personaggio testè descritto, seguimmo dapprima la costa fino al promontorio che taglia la strada di Badun. A partire da quel promontorio, la via fa una svolta a sinistra, attraversa alcuni avvallamenti e poi ritorna a sboccare sulla riva a breve distanza da Badun. Il nostro dragomanno, giunto al promontorio, ci avviò verso le alture; ma, invece di seguire la strada tracciata, ci gettò dietro a lui nel letto di un torrente che, non solo ci allontanava dalla nostra direzione, ma opponeva ai nostri cavalli numerosi ostacoli. All'escire dal torrente ci trovammo sul declivio di un'alta montagna faccia a faccia con un cumulo di roccie che chiudevano da ogni lato l'orizzonte. Era evidente, dall'aspetto desolato di quel paesaggio, illuminato dalla luna, che la nostra guida si era ingannata e questa volta anche la sua fiducia sembrava scossa. Avremmo dovuto passare la notte all'aria aperta? Dovevamo proseguire, tornare indietro o fermarci? Dibattevamo melanconicamente queste varie soluzioni, quando uno di noi credette di riconoscere un sentiero che doveva condurre ad un villaggio. Non c'era da esitare: non era più Badun, ma un rifugio qualsiasi che avevamo premura di raggiungere. Prendemmo dunque la direzione indicata da alcune traccie, che fortunatamente non ci ingannarono, perchè ci condussero sulla spianata di una montagna donde scoprimmo un villaggio abbastanza vicino. Non fu difficile arrivare alle prime case, ma il penetrarvi, giacchè le strade silenziose in cui eravamo assomigliavano ai viali di una necropoli e le case non avevano all'esterno nè porte nè finestre. Era evidente che i pacifici abitanti di quel villaggio avevano adottato tutto un sistema di precauzioni notturne contro le tribù erranti, di cui avevano certamente dovuto subire più di una volta le incursioni. Due o tre dei nostri erano andati frattanto in una capanna che sorgeva all'ingresso del paese e che sembrava meno barricata e meno inaccessibile delle case vicine. In fatti la porta che seppero scovare cedette ai loro colpi ed essi ricomparvero ben tosto spingendosi innanzi un uomo mezzo svestito, mentre lamenti di donne cominciarono a levarsi da tutte le abitazioni finitime, come un segnale d'allarme. Dovemmo penar molto per convincere il nostro prigioniero che non esigevamo da lui alcun prezzo di riscatto, anzi che eravamo disposti a pagarlo abbondantemente se avesse voluto condurci a Badun. Il mariuolo pretendeva d'essere cieco e gli risposimo che toccava a lui di guidarci seguendo quello de' suoi sensi che l'aiutava per solito a raccapezzarsi. Non eravamo del resto malcontenti di mortificare il nostro dragomanno, col sostituire una guida cieca ad una ignorante. Sgraziatamente il contadino che avevamo catturato era cieco fino ad un certo punto, e, dopo aver camminato un bel pezzo dietro a lui, ci accorgemmo che per scroccarci un po' di denaro si limitava a farci gironzare intorno al suo villaggio. Occorse che uno della nostra scorta accostasse all'orecchio di quell'individuo la canna della sua carabina minacciandolo di tirare se avesse continuato a burlarsi di noi. Da quel momento il sedicente cieco smise d'incespicare e di andare a tastoni, camminò dritto e svelto davanti a noi fino a Badun, che era lontano due ore di marcia dal villaggio in cui eravamo penetrati.

Non temo d'insistere su simili avventure. Quei ritardi, quelle delusioni, quelle dispute fra viaggiatori e dragomanni, quel ricorrere alla forza di fronte a popolazioni malevole o perverse, tutto ciò caratterizza un viaggio in Oriente e deve trovar posto nelle narrazioni di chiunque voglia far comprendere costumi così nuovi ad un europeo. Posso ormai raccontare più rapidamente le due giornate di viaggio che mi separavano ancora da Beyrut. Non ho nulla da dire di Badun, salvo che vi trovai con una soddisfazione ben comprensibile una buona camera ed una buona cena. Da Badun a Beyrut la strada costeggia il mare. Camminavamo per un tratto nella rena della spiaggia ed i nostri cavalli bagnavano i piedi nelle onde salse; oppure seguivamo le traccie di antiche strade elevate dall'epoca romana sui pendii rocciosi dei monti che si ergono a picco fuor dalle onde. Passammo davanti alla vetusta città di Biblos, le cui fortificazioni sono opera dei Crociati e che ora ha il nome di Gibel. Durante questo tratto di strada, per la prima volta dopo il mio arrivo nella Siria, incontrammo viaggiatori europei, un ministro della Chiesa Anglicana colla moglie. Il marito era vestito interamente di nero, come fosse sul punto di salire sul pulpito, con una cravatta bianca e stretta, un cappello di feltro candido accompagnato da un crespo nero. La moglie era vestita come per una passeggiata in un parco inglese, salvo che portava sopra il suo cappello una specie di cappuccio molto complicato fabbricato con cartone, tela ed ossi di balena e destinato a garantirla dai raggi del sole. Con tutto ciò l'ombrellino conservava i suoi privilegi ed ondeggiava sopra il cappuccio. Questa coppia così poco orientale nelle sue abitudini e nella sua apparenza era in missione. Non parlava altra lingua che l'inglese e, munita di un certo numero di Bibbie, di una grammatica e di un dizionario arabo, percorreva le città e le campagne, i monti e le pianure, il deserto e i luoghi abitati, convertendo, o cercando di convertire al protestantesimo tutti in un fascio turchi ed arabi, mussulmani, idolatri, ebrei e cattolici.

La Siria è invasa, percorsa in tutti i sensi dai missionarii inglesi ed americani, il cui candore e la cui buona fede sono incontestabilmente superiori al tatto ed all'intelligenza. La conversione è divenuta, per gli orientali, una specie di situazione sociale molto remunerativa ed il convertito, che ha rappresentato questa parte due o tre volte, diventa un uomo molto solvibile; possiede beni, si mette nel commercio e fa fortuna. Ecco come le cose vanno in quasi tutte le sette e religioni di quel paese; ma principalmente fra gli ebrei, che sono del resto, non so perchè, i favoriti della propaganda protestante. Uno di questi assiste più o meno a qualche conferenza tenuta dai missionarii, per rispondere alle obbiezioni che gli infedeli potrebbero elevare contro le dottrine di Lutero o di Calvino. Non ho mai assistito ad alcuna di queste conferenze, ma confesso che vi sarei andata colla maggiore premura se avessi potuto farlo in incognito per udire quei curiosi dibattiti fra uomini educati e nutriti in tutte le sottigliezze della dialettica religiosa ed i figli degeneri d'Israele o di Giuda pei quali intelligenza e morale sono parole senza senso. Qualunque sia la presumibile singolarità di queste conferenze, l'ebreo che abbraccia il protestantesimo riceve una gratificazione od una pensione che è però passeggera, cioè gli è pagata solo finchè non ottenga un onesto impiego. Perde allora la pensione e si spegne l'ardore della sua fede: parte, passa in una provincia poco frequentata dagli europei e sovratutto dai missionarii, rientra nella sua comunione, se non trova più proficuo d'abbracciare l'islamismo: ciò dipende da circostanze assolutamente estranee alla fede. I suoi nuovi correligionari, particolarmente se sono stati ben scelti, rivaleggiano in generosità, se non in candore coi missionarii protestanti: non accordano pensioni alla pecorella rintracciata, perchè le pensioni sono un uso occidentale, non gli affidano lavoro da compiere trattandosi di un genere d'incoraggiamento che è ritenuto poco adatto per attirare proseliti; ma tutte le case gli sono aperte ed il penitente va a dormire dall'uno, a mangiare dall'altro e si fa vestire dal terzo. Ciò dura qualche mese, poi il ricordo della sua conversione si perde e la pecorella negletta ritorna allora a mettersi a portata di qualche pio missionario evangelico, badando solo ad evitare il teatro delle sue prime gesta e l'incontro del suo precedente benefattore. Vi sono parecchi mascalzoni che hanno passato così la loro gioventù a vagare di chiesa in chiesa senz'altro scopo che di alimentare una vita di ozio nè altro risultato che di gettare il discredito, e qualche volta anche il ridicolo, sugli sforzi, del resto onorevolissimi, del clero protestante.

Beyrut, ove giungemmo un giorno e mezzo dopo aver lasciato Badun, segnava il termine della marcia faticosa che aveva avuto Alessandretta per punto di partenza ed i cui incidenti mi parvero atti a mostrare l'ospitalità orientale in qualcuno de' suoi tratti caratteristici. A Beyrut cominciava per me un'altra serie di spettacoli. Non era più verso l'Oriente mussulmano, ma su quello cristiano che la mia attenzione si sarebbe ormai rivolta.

I paesaggi ed i monumenti dovevano ormai avere la loro parte nell'interesse svegliato in me fino allora quasi unicamente dai costumi. Mi attendevano numerose sorprese ed anche qualche delusione. Non era senza fatica che calpestando luoghi celebri dovevo vedermi forzata a scordare i miei sogni per contemplare una realtà meno severa o meno graziosa a mio gusto. Già al mio arrivo a Beyrut, riconobbi che la mia immaginazione stava per essere esposta a qualche disinganno. Scorgevo l'arida catena del Libano e cercavo invano cogli occhi le foreste di cedri di cui parla la Sacra Scrittura. Questi cedri esistono in realtà, ma non occupano più di mille o milleduecento pertiche quadrate, mentre il Libano copre un'intera regione. Da questo genere di sorprese è minacciato ogni viaggiatore che visiti le terre bibliche recandovi il ricordo troppo vivo dei sacri testi. Fui messa così sull'avviso e, tra le impressioni che si collegano per me al soggiorno di Beyrut, questa è la sola che mi abbia lasciato serie traccie. Quanto alla città in se stessa, si può definirla con una parola: fra le città dell'Asia è la meno asiatica; fra le città dell'Oriente è la più europea.

IV. GLI EUROPEI A GERUSALEMME LA TURCHIA ED IL CORANO

LE MONTAGNE DI GALILEA E L'ANTICO REGNO DI GIUDA

Giunta all'ultimo periodo del mio viaggio, attendevo con qualche impazienza i compensi alle faticose giornate che avevo passato da qualche mese sulle strade dell'Asia Minore. Posso dire che quest'attesa fu soddisfatta? Malgrado i ricordi vivaci e dolci che serbo del mio soggiorno a Gerusalemme, devo confessare che più di un disinganno mi era riservato, e che troppo spesso fu messa alla prova la mia tendenza ad anticipare colla fantasia l'aspetto di luoghi celebri ed a restare quindi fredda dinanzi alla realtà. Fortunatamente io cercavo altro nel Levante che dei paesaggi e dei monumenti. È la vita orientale, ma la vita dell'Oriente cristiano questa volta, che nell'antica metropoli ebraica richiamava anzitutto la mia attenzione; e avrei potuto farmi un'idea dell'ospitalità monastica. Dopo essermi riposata via via sotto il tetto dei mufti, nei palazzi dei principi della montagna, e nelle ville dei consoli, mi apprestavo a vivere sempre più, da Beyrut a Gerusalemme, in mezzo ai numerosi rappresentanti che il mondo cattolico ha tuttora in Oriente. Era un nuovo argomento di studio che mi si offriva per distrarmi dalle aspre emozioni della vita nomade.

Non avevo per altro preso congedo da questa vita ed appena esciti da Beyrut ci ritrovammo alle prese coi mille ostacoli d'un viaggio in Oriente. Non fu che dopo una marcia delle più faticose, iniziata di giorno, proseguita di notte, che raggiungemmo Seida[30], la nostra prima tappa. Una volta arrivate a Seida, ci affrettammo a battere alla porta del «Khan» francese, perchè Seida ne possiede uno ed i viaggiatori europei, che passano per questa città, lo conoscono bene. Il padrone del Khan è al tempo stesso uno dei più simpatici agenti consolari che la Francia conti in Oriente. Munita di una raccomandazione del console di Francia a Tripoli pel suo collega di Seida, vi fui accolta con una cordialità che mi fece rimpiangere vivamente di non poter farvi una sosta più prolungata sotto il tetto di quel Khan francese. Il console che mi riceveva così simpaticamente ha una numerosa famiglia, forse dieci figli. Riscuote uno stipendio scarso, garantito in gran parte dalla rendita dell'ospizio, il cui ammontare diminuisce continuamente. La carovana che veniva a sorprenderlo era composta di circa venti persone, senza contare le guide, i mulattieri e la mia scorta indigena. Non avevamo mangiato da circa ventiquattr'ore, ed avevamo passato una notte senza sonno. Nondimeno ci saremmo fatti uno scrupolo di far colazione a spese di un ospite di cui conoscevamo la situazione difficile e ci proponevamo, dopo una breve visita al console, di andare a far colazione con provviste comperate al bazar sotto i primi alberi che avremmo incontrato all'escire di città. L'estrema cortesia dei console non ci permise di eseguire un piano così ben architettato. Comprendemmo facilmente che le insistenze del nostro ospite non erano vane formole di urbanità. Alle nostre reiterate obbiezioni egli oppose argomenti irresistibili conducendoci in una sala da pranzo ove, su una tavola imbandita all'europea, fumava in nostro onore una splendida colazione. Fu necessario allora di arrendersi ed il console francese venne tanto più facilmente a capo de' miei scrupoli in quanto che l'Asia non era rappresentata in quell'imbandigione che da frutti squisiti e da eccellenti confetture.

E mentre noi facevamo una così gradevole colazione il nostro seguito era trattato colla medesima liberalità, sicchè lasciammo il Khan francese con un sentimento di gratitudine che il miglior pasto non basta talora a suscitare. Ci rimaneva da raggiungere Gerusalemme il più presto possibile. Il console di Seida ci diede tutte le indicazioni necessarie e, secondo il suo consiglio, ci avviammo invece che a Giaffa a Nazareth donde un giorno o due di marcia dovevano condurci a Gerusalemme.

Il rimanente di questa giornata così ben cominciata passò senza incidenti; terminò, dopo una marcia abbastanza lunga, in una locanda di Sur (l'antica Tiro). Il padrone dello stabilimento era una specie di meticcio, mezzo europeo e mezzo asiatico, il cui aspetto triste ed abbattuto ci prometteva un cibo magro, promessa che fu mantenuta anche troppo. Si deve credere che l'antica Tiro abbia esistito là dove oggi sorgono le umili case di Sur? Se è così, non è mai accaduto che una città grande e potente sia scomparsa più completamente sotto orribili ciarpami. Come? Nemmeno un fusto di colonna! Non un arco, non un pavimento! Palmira, Balbek, Ninive hanno lasciato vestigia di preziose rovine. Ove sono le rovine di Tiro? Il mare ha senza dubbio inghiottito tutta la capitale del re Hiram. Quanto a Sur, è una piccola e brutta città, senza carattere nè originalità, eretta in una pianura ove il sole di Siria non lascia crescere nessuna vegetazione.

La giornata seguente fu una delle più tristi del nostro viaggio. Appena il sole era apparso sopra le montagne della Galilea, noi eravamo in cammino lieti di lasciare quella malinconica locanda di Sur. La strada che dovevamo seguire lungo il mare non aveva per altro nulla di attraente; era stata recentemente il teatro di una scena sanguinosa. Un piccolo bastimento, comandato da un capitano arabo e noleggiato da pellegrini greci, spinto sugli scogli dai venti, era venuto a naufragare presso la costa. I disgraziati pellegrini, in maggioranza donne e vecchi, riempirono tosto l'aria delle loro grida di disperazione. Furono trasportati a terra dal capitano e dai marinai arabi della navicella, in vista di una ventina di cavalieri che si erano adunati sulla spiaggia; ma man mano che sbarcavano cadevano sotto i colpi di assassini che li massacravano e si impadronivano delle loro spoglie. Non uno di quei poveretti era scampato alla morte ed il capitano arabo era sospettato d'aver provocato il naufragio per saccheggiare i passaggeri d'accordo coi cavalieri della costa. Il capitano era stato arrestato, ma s'era tratto d'impiccio col pagare una parte del prezzo del sangue. I cadaveri dei naufraghi erano rimasti esposti sulla riva senza che nessuno si desse la pena di seppellirli. Tale era per lo meno la voce pubblica, ma ebbimo la fortuna di non scorgere alcuna traccia di quel recente massacro. Secondo tutte le apparenze gli uccelli di rapina delle vicine montagne avevano già terminato il loro banchetto.

L'aspetto dei luoghi che attraversavamo non era punto fatto per distrarmi dalle impressioni destate in me dal racconto del massacro di Sur. Un calore opprimente gravava su di noi. I piedi dei nostri cavalli affondavano, fin sopra la caviglia, in una sabbia cocente. Alla nostra sinistra, al posto del Libano incoronato di villaggi, avevamo le aride montagne di Galilea. Dopo qualche ora di marcia, raggiungemmo una specie di oasi costituita da qualche cespuglio con un tenue filo d'acqua che serpeggiava fra quei pochi arbusti. Ci parve prudente di sostare attendendo con pazienza all'ombra di quella macchia, che il sole cominciasse a declinare, ma dovemmo pentirci amaramente di tale decisione. Quando volemmo rimetterci in cammino ci accorgemmo che una strana malattia aveva colpito i nostri cavalli. La maggior parte delle nostre cavalcature, che sembrava avesse goduto fino allora d'una salute eccellente, non si trascinava più che con un'estrema lentezza. Madide di sudore, l'occhio spento e la pelle gelata, quelle povere bestie sembravano agonizzanti. Ci risolvemmo a mandare innanzi i più malati sotto la sorveglianza di uno dei nostri domestici, buon tedesco del Ducato di Baden, molto pio ed onestissimo, per ciò che ci risultava; poi, pensando che gli altri cavalli avrebbero sempre facilmente raggiunto la nostra avanguardia, demmo loro qualche istante di riposo. Sgraziatamente questa nuova sosta non fu meno fatale della precedente. Ci eravamo appena rimessi in cammino, quando uno dei nostri cavalli, di una buona razza d'Anatolia, si fermò fra i gemiti. L'uomo che lo cavalcava saltò a terra e si rassegnò a seguirci adagio tirandolo per la briglia. Un altro cavallo diede ben presto gli stessi segni d'esaurimento e pochi passi più in là incontrammo il nostro Badese che ci aspettava a fianco di un cavallo turcomano steso al suolo e prossimo a spirare. Egli ci confessò poi d'aver mancato di pazienza e di esser ricorso, per combattere la spossatezza del cavallo, ad un mezzo poco caritatevole, quello di spingerlo dinanzi a lui coprendolo di bastonate.

Continuammo alla meglio la nostra marcia fra i lamenti dei cavalli e le imprecazioni dei cavalieri, ma malgrado i nostri sforzi il sole tramontò prima che avessimo potuto raggiungere un villaggio designato per la nostra sosta notturna e di cui credevamo di avere perfettamente ritenuto il nome. Per evitare il ritorno degli incidenti della giornata ero decisa di non fermarmi più prima di essere arrivata alla meta. Proseguivo dunque malgrado l'oscurità fidandomi delle indicazioni del dragomanno e credendo di trovarmi sulla strada del villaggio. D'un tratto m'accorsi che nella mia premura avevo lasciato dietro a me tutta la mia scorta. Non mi vedevo più al fianco che mia figlia Maria, il dragomanno e due domestici. Questi mi tranquillarono sulla sorte de' miei compagni che dicevano seguirci alla meglio rianimando le loro cavalcature. Stimolai allora di nuovo il mio cavallo mentre il nostro dragomanno ci precedeva nell'atteggiamento di un uomo che ha sempre il suo posto segnato dalla natura nelle prime fila. Illusi da una presunzione così sicura di sè, cavalcavamo dietro di lui con una ingenua fiducia che doveva ben presto essere punita. Infatti il dragomanno non sapeva meglio di noi dove andassimo. L'oscurità intanto cresceva, le rocce prendevano intorno a noi forme bizzarre, il menomo cespuglio si trasformava ai nostri occhi in un gruppo di viaggiatori in ritardo, le strida degli uccelli notturni risuonavano alle nostre orecchie come voci umane. Quanto ai nostri compagni, ne avevamo decisamente perduto le traccie.

Che brutte ore si passano lottando così contro la stanchezza della marcia aggiunta alle allucinazioni dei sensi! E con qual gioia febbrile sono accolti, dopo momenti simili, i primi indizi di una abitazione umana! Fummo debitori di tal sentimento ad un profumo di aranci che ci avvolse d'un tratto come in una nube. Questo profumo benedetto ci annunciava la vicinanza d'un giardino, d'una casa, forse di un villaggio. Rianimati dalla speranza spingiamo i cavalli nella direzione di quell'olezzo inebriante e penetriamo in un labirinto di freschi boschetti irrorati da acqua corrente! Giunti tosto nel bel mezzo di un orto folto ci troviamo ai piedi di un pendio sormontato da case. Un fuoco di stramaglia al quale si scalda una vecchia donna dal viso tatuato in bianco e nero ci attira su una spianata che costeggia la collina. Domandiamo notizie del resto della scorta. «Sonvi viaggiatori nel villaggio che si scorge da qui?» — «Nessuno» risponde la vecchia.

— Nessuno? ma che succederà di noi? Una donna, una bimba, due uomini ed un dragomanno, senza denaro e quasi inermi, a cavallo di bestie malate: c'era di che agitarsi seriamente. Il dragomanno ordinò alla vecchia di condurci dallo Sceicco del vicino villaggio. Essa, dopo qualche momento di esitazione, si mise a correre dinanzi a noi. Risparmio al lettore i particolari di ciò che accadde quando la seguimmo in un villaggio diverso di quello in cui ci aspettava la nostra scorta e, scoperto quest'inganno, raggiungemmo finalmente i nostri compagni accampati come potevano in una casa araba del primo villaggetto che avevamo scorto. Questi incidenti mi ricordarono altre noie di cui già avevo avuto occasione di parlare narrando le mie prime impressioni di viaggio. La notte che seguì una peregrinazione così laboriosa non mi procurò per colmo di sventura alcun riposo. La camera che mi attendeva non era coperta dal tetto che a metà e il vento che vi turbinava a suo agio sollevava le ceneri del focolare in guisa da rendere impossibile il sonno.

Malgrado gli inconvenienti di un asilo così misero, ci decidemmo a passarvi la giornata seguente per medicare i nostri cavalli e numerare le nostre perdite. Avevamo in tutto tre cavalli morti e tre altri gravemente ammalati. Ma cos'era questa malattia? Avevano mangiato qualche erba velenosa? Avevano bevuto troppo presto dopo il loro pasto d'orzo? Il cavallo d'Oriente abbeverato prima del tempo è di fatti colpito sovente da una paralisi, che si cura con bagni freddi alternati a moto forzato. Del resto nessuno di noi seppe scoprire la causa del male che ci aveva fatto passare una così triste giornata dalla nostra partenza da Sur. Quelle povere bestie erano state trasportate in una prateria all'ombra di fichi, ove le nostre tende erano state rizzate. Il cadavere di uno de' miei cavalli favoriti, ch'era fra i morti, era stato deposto poco lontano; dovemmo faticar molto a strappare di là, quando giunse l'ora della partenza, un grosso mastino stabilitosi a sentinella per scacciare gli uccelli di rapina e gli sciacalli che ronzavano intorno. Strana cosa queste affezioni che si stabiliscono fra taluni animali e che si possono osservare sopratutto in Oriente! In un paese ove i rapporti degli animali cogli uomini sono rari, essi tendono ad associarsi fra loro e serbano una specie d'indipendenza assai più interessante a parer mio della sottomissione delle razze addomesticate dei nostri paesi.

Il martedì della settimana Santa giunse quando camminavamo di buon mattino sulla via di Nazaret con una pioggia dirotta tra i valloncelli ai quali sovrastano le montagne della Galilea. Essi sono deliziosi coi loro lauri, con mirti alti come le nostre quercie e che intrecciano le loro ombre sulle aiuole verdi e fiorite. Salvo una caduta che feci, ma che, per l'abilità del mio buon cavallo Kur, non ebbe alcun seguito pericoloso, la giornata si era svolta normalmente. Non ebbimo altro guajo fuor dell'arrivo a Nazaret a notte fatta, quando poche luci sparse nella campagna ci preannunciarono sole il celebre villaggio. Entrammo nelle sue strade senza poter distinguere nulla intorno a noi, sinchè la nostra carovana si fermò dinanzi alla porta d'una casa d'aspetto europeo. Un frate francescano stava sulla soglia con una fiaccola in mano. Avevamo raggiunto il nostro asilo; e non fu senza una profonda emozione che udii il monaco darmi il benvenuto in italiano e con quell'accento del settentrione della penisola al quale la mia infanzia è stata avvezzata. Provavo una gran gioia a sentir risuonare sotto la volta di un chiostro orientale le pie formule che avevano così spesso eccheggiato alle mie orecchie nelle campagne di Lombardia. E perchè lo nasconderei? I canti dei mufti e la glorificazione del santo nome di Allah cominciavano a stancarmi alquanto. Non avevo nulla a ridire contro il Dio dei mussulmani; ma sapevo ormai che pensare di coloro che lo invocano dal gorgo delle sensualità con labbra corrotte dalla menzogna. Mi sembrava che il Dio dei cristiani era ben differente; così la mia anima, rimasta fredda alle solenni invocazioni dei mufti, si associava con slancio alle umili preghiere del frate di Nazaret indirizzate alla Vergine Maria ed a San Francesco. Con questo arrivo a Nazaret io entrava in un mondo interamente nuovo. Avevo visto la società mussulmana, sapevo quali fossero nell'Asia Minore i risultati del regime creato dal Corano. Quale poteva essere in Oriente l'azione del Cattolicismo? Come mantiene la sua influenza fra sette rivali e di fronte alla religione mussulmana? Mi ponevo questi problemi, mentre ammiravo la bella cameretta ove stavo per passare la notte. La casa dove ero scesa a Nazaret apparteneva al convento dei Cappuccini; è specialmente destinata ai viaggiatori, perchè le donne non sono ammesse nell'interno del convento. La mia camera era a volta, secondo l'uso di tutti gli appartamenti in Palestina ed era scavata in una specie di torre. Un letto di ferro, un mobilio semplice e comodo, tutto mi vi ricordava la buona ospitalità dell'Europa... e nondimeno io mi trovava a Nazaret! Entravo in una regione consacrata dall'adorazione di tutte le epoche. M'ero dapprima rammaricata di dover giungere a notte alta; qualche ora più tardi me ne rallegravo perchè avevo così ritardato una prova penosa e singolare alla quale ho già accennato, vale a dire l'incapacità di trarre dalla vista reale dei luoghi celebri le emozioni che me ne procura in qualche guisa la contemplazione interiore ed anticipata. Avevo già provato una delusione analoga ad Atene ed a Roma. Mi ricordo ancora d'aver invidiato, nella pianura di Maratona, l'emozione che il ricordo di Temistocle suscitò in uno de' miei compagni di viaggio. Quest'uomo intelligente e colto aveva uno spirito più positivo che poetico; ma io vidi una lagrima scorrere sulle sue guancie e per me, lo confesso a mia vergogna, tutto ciò che potei osservare nella mia visita a Maratona fu che in quel giorno vi faceva molto caldo.

Finalmente si levò il sole ed io corsi alla mia finestra impaziente di paragonare la realtà collo spettacolo adombrato tante volte in sogno. Ed ecco ciò che potei vedere. La casa dei Francescani, fabbricata nella parte bassa della città, che è scaglionata sul pendio di un monte, dominava da un lato il fondo della valle, mentre dall'altro guardava la città che si svolgeva in anfiteatro sopra la mia testa. Il colpo d'occhio era ammirevole. Casette bianche, intramezzate da fresche ombre, fra le quali spiccavano i fiori purpurei del melograno, risaltavano vigorosamente sulla terra rossiccia. Tutto il paesaggio era una festa per gli occhi; ma, ahimè, invano io cercava fra le donne arabe di Nazaret i tipi che si era foggiata la mia immaginazione, invano invocavo i grandi ricordi della Bibbia e del Vangelo. Nulla valeva ad eccitare in me quell'entusiasmo che tanti spiriti eletti aveano provato messi in presenza di quegli stessi luoghi. Umiliata e scoraggiata andai alla ricerca del Padre Cappuccino che doveva farmi gli onori di Nazaret. Egli mi addusse alla chiesa dell'Annunciazione, poi nei vari santuarii eretti nelle località indicate dalle Scritture. Senza discutere l'autenticità del monumenti di Nazaret, dirò soltanto in cosa consistano. La chiesa dell'Annunciazione, piccola e bizzarramente costrutta avendo la navata centrale meno profonda di quelle laterali, sovrasta ad una cappella sotterranea ove vien mostrata la colonna dinanzi alla quale la Vergine sarebbe stata inginocchiata quando ricevette la visita del Messaggero Celeste. Osserviamo frattanto che i padri di Terrasanta collocano in grotte sotterranee il teatro di tutti i grandi avvenimenti dell'antico e del nuovo Testamento. Questa circostanza si spiega colle abitudini che durano ancora in quella popolazione che scava volentieri le sue dimore nel fianco dei monti. A Nazaret la vita deve esser stata parecchi secoli or sono tal quale è attualmente. Mi fu additata ancora una cappella eretta sul posto ove Gesù Cristo si rifocillò co' suoi discepoli, un'altra destinata a consacrare gli avanzi della casa abitata da Giuseppe. La cappella ha muri imbiancati a calce e finestre adorne di tendine bianche colorate in rosso. Ripugna di collocare in un luogo simile le scene dell'infanzia di Gesù. A dir il vero l'origine delle indicazioni che si danno qui sulle varie località illustrate dalle scene del Vangelo non rimonta al di là dello stabilirsi a Gerusalemme della Custodia di Terrasanta. Quei buoni frati sono stati i grandi raccoglitori delle tradizioni locali. Su tutti i punti che esse segnalavano alla nostra venerazione, hanno eretti santuarii e monasteri. Come si potrebbero biasimare d'un eccesso di credulità che testimonia dopo tutto di una fede ardente? Val meglio accogliere le loro narrazioni colla simpatia che merita ogni slancio d'ingenua religiosità, ma colla riserva eziandio che bisogna recare sempre di fronte a testimonianze trasmesse, e spesso fors'anche alterate, dalla tradizione orale.

Il paese che si attraversa da Nazaret a Gerusalemme è l'antico regno di Giuda; la popolazione che l'abita è oggi come un tempo temuta per il suo carattere feroce e per la sua scostumatezza. Sulla strada da Nazaret a Gerusalemme s'incontra anzitutto Naplusa, l'antica Samaria, dopo aver oltrepassato una pianura incolta e deserta, sulla cui sinistra sorge il Monte Tabor. Dinanzi al viaggiatore si svolgono paesaggi votati alla siccità; una atmosfera infuocata vi stanca il petto dell'uomo e denuda il suolo da qualsiasi vegetazione. Le torture della sete divengono insopportabili. Quanto ai buoni samaritani di cui parla il Vangelo, non conviene cercarli in quelle cittaduzze inerpicate sulle vette dei monti vicini e che evita ogni pellegrino prudente. Le nostre guide, due cristiani cattolici di Nazaret, ci raccontavano lungo la strada storie poco rassicuranti che concordano troppo bene coll'aspetto sinistro della contrada. La nostra prima notte trascorse a Gienim, piccola borgata ove fummo ospitati nella casa di un medico che per il momento si trovava a Gerusalemme. L'indomani riprendemmo la nostra marcia attraverso solitudini alpestri in cui non si poteva disconoscere la bellezza dei contorni. Roccie di forme bizzarre si sovrapponevano intorno a noi, macchiate qua e là sui dorsi rossastri da zone scure che vi indicavano abitazioni umane. In riva ai torrenti inariditi crescevano lauri rosati ed ulivi secolari. Avvicinandomi a Naplusa, il carattere fosco di quelle lande desolate, che vieppiù si accentuava, mi ricordava, quasi a mio malgrado, la storia sanguinosa dei re di Giuda. Su quelle vette scoscese erano stati eretti i templi di Baal; in quei selvaggi valloni avevano echeggiato i canti blasfemi. Con qual piacere salutavamo le oasi che recano in mezzo a quelle sabbie ed a quelle pietre la freschezza delle vive sorgenti ed il profumo dei fiori di campo! Ma le oasi sono purtroppo molto rare e non consiglierei mai ai temperamenti melanconici, come una distrazione, un viaggio nell'antico regno di Giuda. Il più intrepido esploratore che fosse condotto cogli occhi bendati da Marsiglia ai dintorni di Naplusa sarebbe colto da un senso di terrore al cadergli della benda che gli scoprisse per la prima volta quella terra sciagurata.

Naplusa contrasta coll'orrore dei luoghi circonvicini. Protetta da boschi di ulivi e di fichi, l'antica Samaria mi sembrò un asilo delizioso e sarei stata felice di riposarmi in quella città dalle fosche impressioni che mi avevano accompagnata a partire da Nazaret. Ma eravamo al Venerdì Santo, non ci rimaneva che un giorno per arrivare a Gerusalemme per le feste di Pasqua. Dovevamo passare la notte in un villaggio a due leghe da Naplusa. Forti della nostra decisione, senza entrare in Naplusa proseguimmo verso la nostra meta ancora lontana traversando le montagne sulle quali è tuttora additato il pozzo di Giacobbe, quello stesso accanto al quale il Cristo incontrò la Samaritana. Agli ultimi bagliori del crepuscolo, scorgemmo un ammasso di pietre recinto da un piccolo muro in rovina; era il celebre pozzo. Debbo soggiungere che alcuni de' miei compagni, che ci raggiunsero lì accanto dopo aver seguito un'altra strada, avevano veduto per conto loro un pozzo designato come il teatro del colloquio di Gesù colla donna di Samaria. Qual'è la vera tradizione? Dovetti rinunciare a scoprirla.

La giornata seguente doveva terminare a Gerusalemme. Durante la nostra marcia verso la città santa noi incontrammo parecchi arabi che ritornavano da una festa costituente, secondo mi si disse, la Pasqua mussulmana. Per la prima volta potei osservare testimonianze non equivoche dell'odio dei maomettani contro i Cristiani. Gli uomini che si scontravano con noi ci lanciavan dietro ingiurie e maledizioni grossolane. Fui sul punto di perdere la pazienza e di chieder conto a quei burberi pellegrini della loro condotta inurbana. Fortunatamente avevo messo in quel giorno nell'arcione della mia sella un volume di «Don Chisciotte» e mi bastò per riacquistare la calma di gettare gli occhi sul romanzo ironico del Cervantes. Più tardi a Gerusalemme riconobbi che un piglio schietto e qualche frase scherzosa mantengono senza troppa fatica i buoni rapporti fra il cristiano e l'arabo più fanatico. Bisogna fare attenzione di non mostrare a quest'ultimo collera o paura che l'arabo interpreta come sintomi di debolezza e che lo rendono allora spietato. Miss Harriett Martineau attribuisce al suo abito la cattiva accoglienza che riceveva spesso dagli orientali. La malevolenza di cui essa si lagna tocca a tutti i cristiani che non sappiano recare fra le popolazioni mussulmane una forte dose di tatto e di buona volontà.

Al momento in cui facevo queste riflessioni, la giornata volgeva al termine. Già da qualche tempo osservavo che i villaggi appollajati sulle montagne divenivano più numerosi, e che i gruppi dei viaggiatori, che andavano e venivano intorno a me, si moltiplicavano. Il sole stava per coricarsi dietro alle montagne prossime al mare, quando scorsi le mie due guide immobili ed a capo scoperto sul vertice del pianoro che sorgeva a pochi passi di distanza, e corsi a raggiungerli. Ciò che le mie guide avevano scorto erano le mura merlate di Gerusalemme che coronavano una collina posta di faccia al pianoro. Dietro a quelle mura una linea azzurrognola che si fondeva nell'orizzonte indicava il mare di Galilea. Mi abbandonai per un tratto alla contemplazione di quel grandioso spettacolo. Uno strano tumulto si rivelava in me; sentivo contrarsi la mia gola ed i miei occhi riempirsi di lagrime, come se avessi ritrovato una patria più antica di quella da cui era esiliata. Cosa strana, questa sensazione di benessere, di gioja intima non mi lasciò mai durante il mio soggiorno a Gerusalemme. L'arrivo in questa città sconosciuta aveva per me tutto il fascino del ritorno.

Alcuni minuti di buon galoppo ci condussero sotto le mura di Gerusalemme e davanti alla porta di Damasco. Non lontano da questa sorge la casa che i francescani tengono a disposizione dei viaggiatori, e le ombre della notte scendevano appena sulla città quando smontammo dinanzi all'ospizio che era ingombro di pellegrini. Si trovò per altro per me una camera abbastanza comoda, mobiliata all'europea, ciò che aveva un gran valore ai miei occhi. Ben presto vi fui insediata e vi passai in un raccoglimento pieno di serenità la prima notte del mio soggiorno nella città del Cristo.

I MONUMENTI DELLA BIBBIA E DEL VANGELO A GERUSALEMME

L'indomani era alzata di buon mattino per recarmi con uno dei Padri alla chiesa del Santo Sepolcro ed al Calvario. Mi ero sempre immaginata il Calvario come una collina dominante la città santa, e non fui poco sorpresa di dover seguire per giungervi una strada in discesa. La Chiesa del Santo Sepolcro è costruita in una depressione: non mi fermerò a descrivere l'interno. Se non avete letto le numerose narrazioni dei pellegrini che l'hanno visitata, potete figurarvi una chiesa cristiana del Medio Evo, non ancora terminata, che offre le linee curve, le vaste arcate che si possono osservare negli antichi monasteri lombardi di Pavia e di Monza. A sinistra della porta si erge una grande torre mezzo diroccata; a destra sporge come un saliente una cappelletta sormontata da una cupola. Chi entra nella basilica si trova dapprima in un ampio vestibolo che contiene nel muro di sinistra una specie di palco riservato al «Cadi» mussulmano ed ai suoi assessori. Questo tribunale permanente sarebbe stato richiesto (mi fu riferito dagli stessi cristiani) come il solo mezzo di porre un termine ai conflitti delle tre comunioni cristiane che si scontrano nella chiesa. Pochi passi più in là si giunge nel corpo principale della basilica, cioè in una rotonda che ha i lati guarniti di cappelle e nel centro un altar maggiore. Presso l'altare una piccola porta bassa conduce nel santuario che racchiude la tomba del Cristo. Una camera quadrata in fondo alla porta d'ingresso è riservata al culto greco. Ecco tutto il monumento. Ciò non vuol dire che ci si debba fermare a quest'aspetto generale poco significativo; l'interesse proviene dall'esame dei particolari e sopratutto delle varie cappelle contenute nel recinto della chiesa.

La mia attenzione fu attratta innanzi tutto dalla cappella dei Cristiani d'Abissinia[31]. Essi erano abbastanza numerosi quel giorno dinnanzi all'altare, ed il loro aspetto mi colpì. Uomini d'alta statura, di tratti regolari, non ricordavano la razza africana che coi loro capelli crespi, il colorito bruno e le labbra un po' spesse. Una sorta di sajo in tela bleu, un mantello dello stesso colore, un largo turbante e dei sandali componevano il loro vestiario. Dopo la cappella degli abissini ne visitai parecchie altre; ad ognuno degli episodi della Passione corrisponde un santuario. Come supporre che uno spazio così ristretto come quello della chiesa del santo Sepolcro, costruito sul posto stesso sul quale sorgeva il Calvario, sia stato sufficiente allo svolgimento di tanti diversi episodi del grande mistero? I protestanti criticano questa pretesa dei cattolici di rintracciare e venerare tutti i luoghi citati nel Vangelo. Confesso che su tutta questa topografia sacra io non ho che dei dubbi, per quanto la buona fede dei frati mi sembri evidente, ma ho già detto con qual sentimento mi paja che si debbano accogliere le loro ingenue indicazioni.

Esciamo ora dal Santo Sepolcro, cerchiamo i ricordi di Gerusalemme in luoghi un po' meno frequentati dai viaggiatori. Le mura della città santa non sono uno de' suoi monumenti meno curiosi. Se havvi una città al mondo che serbi intatte le fortificazioni delle quali fu dotata dal Medio Evo, è certo Gerusalemme. Le basi di queste fortificazioni dal lato della valle di Giosafat e del monte degli ulivi sono immense pietre levigate di quindici a venti piedi di lunghezza per sette od otto di altezza e che sono fatte risalire fino al re Salomone. Ho veduto a Balbek un pezzo di muro presso a poco simile che è attribuito agli Assiri, ed è certo che tali costruzioni non appartengono ad alcun stile dell'architettura europea. D'altronde quel lato delle fortificazioni di Gerusalemme è appunto quello che si accosta al tempio costruito da Salomone od almeno al posto che esso occupava. Mi sembra dunque che nulla si opponga a che quelle mura gigantesche siano state collocate al tempo e per ordine del grande re degli ebrei. Gerusalemme è situata su una altura che si eleva gradatamente dal lato di settentrione e domina a picco la stretta valle dal lato opposto, mentre all'Oriente ed all'Occidente il suolo che la circonda degrada lentamente fino alle rive del Cedron o piuttosto del suo letto, che è tutto ciò che rimane di quel torrente. Se seguiamo dal di fuori le mura gerosolimitane da settentrione a ponente e da ponente a mezzogiorno, troviamo prima un ciglione poco alto che si stende sulla destra e forma così una spianata quasi al livello della città santa. È il solo posto in cui le mura della cinta fortificata non dominano interamente il paese all'esterno. Questo monticello è la «Città di Davide» di cui gli Armeni hanno fatto il loro cimitero, e che, senza serbare alcuna traccia del suo antico splendore, non è per questo meno visitato da tutti i pellegrini che vi sono attratti da due monumenti celebri. Uno è la sala in cui Gesù Cristo sedette per l'ultima volta a tavola co' suoi discepoli, l'altro una cameretta ove passò la prima notte dopo il suo arresto ed udì il canto del gallo che ricordò a San Pietro la profezia del divino Maestro e la propria debolezza. Il primo di questi monumenti è oggi la residenza di un derviscio o santone mussulmano che l'insudicia con tutta la sporcizia inerente a quella specie miserabile di uomini. È uno spettacolo penoso e ripugnante quello di un tal luogo trasformato in una tana ed occupato da ciò che l'umanità ha di più immondo e spregevole. Giustizia vuole però che io aggiunga come questa profanazione non indichi nè disprezzo nè intenzioni ostili. Se i maomettani disdegnano ed odiano i cristiani, non estendono questi sentimenti nè al Cristo nè al cristianesimo. Anzi è probabilmente con un proposito rispettoso che hanno posto in tale luogo un essere che la loro religione li induce a venerare; ma è colpa delle cose più ancora che degli uomini se la personificazione divina della purezza non può essere convenientemente onorata dagli adoratori dei sensi. Quando si è veduta la dimora di un santone, non è più possibile dubitare dello stretto legame che esiste fra l'impurità dell'anima e quella del corpo.

Il secondo di questi monumenti, di cui gli Armeni si sono impadroniti a scapito dei Latini che lo possedevano un tempo, ha un aspetto ben diverso. Una piccola corte lastricata in marmo bianco e circondata da un portico a volta e piuttosto basso racchiude le tombe dei vescovi della Comunione armena. Una cappella forma il lato meridionale della corte e non si potrebbe trovar nulla di più elegante, pulito ed accurato dell'interno dì quel santuario, intarsiato di piastrelle di majolica smaltata, genere di ornamento molto diffuso nel Levante. Una porta alla sinistra dell'altare si chiude su una celletta così piccola che si fatica a credere abbia mai potuto esser destinata a contenere una creatura umana. Sarebbe là che Cristo avrebbe dovuto esser lasciato tosto dopo il suo arresto al monte degli ulivi. Non è infatti una prigione propriamente detta, ma un locale temporaneo di detenzione per deporvi i catturati in attesa del loro interrogatorio. Tal quale è oggi questa celletta assomiglia allo spogliatojo di una cappella di un bel castello di campagna.

Continuando a seguire esternamente le mura di Gerusalemme da ponente a mezzogiorno si scopre ben presto la valle di Giosafat che non è altro in realtà che il letto del Cedron prosciugato, chiuso da un lato dal colle che serve di base a Gerusalemme, dall'altro dal monte degli ulivi. Un villaggetto arabo, che è tuttora chiamato Siloe, occupa il fondo del vallone alla sua estremità occidentale là dove comincia un poco ad aprirsi. Quasi in faccia a questo villaggio, ai piedi della collina di Gerusalemme, scorre dolcemente l'acqua della fontana di Siloe. Un muro quadrangolare grossolanamente costruito raccoglie anzitutto le sue acque che vanno poi ad irrigare i giardini del paese. Più lontano, sempre nel fondo della valle, ma dal lato di Siloe, tre piccoli edifici di forma bizzarra racchiuderebbero gli avanzi di Assalonne e di due de' suoi compagni. Subito dopo si scorge quasi ai piedi del monte degli ulivi un muro bianco che serve di chiusura ad un rettangolo di terreno sul quale crescono ulivi secolari e contorti. È il giardino degli ulivi e fu il rifugio prediletto di Colui che ha dimora nei Cieli.

Nessuno potrà questa volta contestare che sia quello il giardino degli ulivi. Sebbene il muro di cinta sia moderno e possa racchiudere qualche braccia di più o di meno dell'antico giardino, tutta questa parte della collina è coperta di ulivi vecchi e, se non è sotto uno di essi che si sedette il Cristo per piangere sopra Gerusalemme, alcuni di quelli che vediamo oggi ne derivano di certo.

Un frate della Custodia di Terrasanta passa tutta la giornata dall'alba al tramonto, senza escire da questo recinto; vi coltiva qualche fiore e riceve i viaggiatori che la pietà o la curiosità vi attirano. Questi alberi sono immensi e numerosi virgulti circondano le radici mezzo scoperte. Ho invidiato la vita di quel monaco. La solitudine in un bel giardino, all'ombra di alberi che si collegano coi più grandi ricordi dei quali possa essere pervaso lo spirito umano, ha in sè un fascino che forse è senza eguali nel mondo.

Un ponte gettato sul fondo della valle ove scorre il Cedron riunisce la città al monte degli ulivi. Questo ponte e la strada che sale il pendio separano il giardino degli ulivi da un gran monumento in cui sono conservati gli avanzi mortali della Madonna. Tale per lo meno è la fede di tutti i cristiani orientali, che si sono contesa e si contendono tuttora la proprietà di quella tomba con un ardore appassionato. La cappella, poichè è tale, ove si scende da una larga scalinata è ampia e bella; ma il clero latino non ha il permesso di celebrarvi i divini uffici. Dietro a questa cappella si trova la grotta ove Gesù Cristo si sarebbe ritirato vedendo avvicinarsi i soldati che venivano ad arrestarlo e dove sarebbe stato infatti preso e legato. Alcuni altari eretti nell'interno di questa grotta sono proprietà del clero latino.

Il monte degli ulivi non è che una collinetta vicino alla quale sorge una moschea. La pietra ove il Cristo era in piedi quando fu assunto in cielo e che serberebbe, secondo dicono, la sua impronta, è conservata nel recinto di questa moschea e riceve gli omaggi dei cristiani come dei mussulmani. La distanza da questo luogo a Gerusalemme è poco rilevante ed è dalla finestra di un piccolo belvedere annesso alla moschea, che ho veduto la città santa sotto il suo aspetto, non dirò solo il più bello, ma il più soddisfacente. L'occhio ne abbraccia l'insieme senza perdere alcun particolare. Per noi altri cristiani sopra tutto, che siamo condannati a non vedere il tempio, (attualmente moschea d'Omar) che dal tetto d'una caserma, è una vera fortuna questo belvedere. Gli eruditi affermano che tutto quello che esiste attualmente là dove Salomone aveva innalzato il suo meraviglioso edificio è una costruzione mussulmana[32] ed io mi asterrò, seguendo la mia norma prudente, dall'immischiarmi in una simile discussione. Posso dire però che la moschea di Omar non assomiglia ad alcuna delle numerose moschee che coprono tutta l'Asia. Le moschee sono di solito precedute da una corte, circondata da alte mura, alberata e rallegrata da una fontana. Quella di Omar è invece collocata nel mezzo di un immenso spazio vuoto, la cui forma quadrata è determinata da frazioni di portico poste ad intervalli. Le moschee sono in genere composte di una riunione di costruzioni svariate, come tombe, celle per alloggio dei dervisci, fachiri o santoni, una sala per la danza dei dervisci ecc., oltre lo spazio aperto a tutti i fedeli mussulmani che vanno a farvi le loro preghiere. Ignoro la disposizione interna della moschea d'Omar; può darsi che l'abbiano divisa in tanti appartamenti quanti sono i giorni dell'anno, ma nulla rivela all'esterno un tale adattamento che risulta evidente in tutte le altre moschee. Se apro ora la Bibbia e leggo il capitolo sulla costruzione del Tempio di Salomone, vi ritrovo il grande spazio vuoto, il portico ed il colonnato in giro, infine tutto ciò che rende la moschea d'Omar così diversa dalle altre. Dal canto mio, siccome dopo tutto le opinioni sul Tempio di Salomone e sulla moschea d'Omar sono libere, preferisco pensare che rimanga qualcosa del primo nella seconda.

La salvezza del mondo, se si dovesse credere ai mussulmani, è connessa alla rigida applicazione della regola che tien lontani gli infedeli dalla moschea d'Omar, ed ho rischiato di procurarmi un guajo serio quando scorgendo, sotto una volta che conduce alla moschea, delle finestre ogivali che mi ricordavano la vecchia e cara Europa, feci qualche passo per esaminarle meglio. Ero ancora sotto la prima arcata e mi ero fermata a guardare le mie ogive quando un gigante snello, quasi nero e quasi nudo, si accostò non a me, ma agli uomini che si trovavano vicino a me, con una violenza di gesti e d'intonazione che rendevano la sua barbara loquela fin troppo intelligibile. Era evidente che ci minacciava di tutto il suo furore se non ubbidivamo a ritirarci immediatamente. La mia avversione per ciò che noi italiani chiamiamo prepotenza, mi dava una gran voglia di camminare diritto dinanzi a me; ma un ottimo vecchietto che si era fatto per quel giorno il mio cicerone si mostrò tanto allarmato e desolato, parlò all'arabo con tale rapidità e prolissità che credetti di dovermi rimettere, per riparare i miei torti, alla prudenza ed all'eloquenza della mia guida, ed era senza dubbio il miglior partito da prendere. L'arabo non ci lasciò che dopo averci visto retrocedere.

Gerusalemme non è solo la città del Cristo, è anche quella dei Re e dei Profeti. Accanto ai ricordi del Vangelo vi si incontrano quelli della Bibbia. A Gerusalemme vi sono anzitutto le grotte d'Isaia ed i sepolcri dei Re; nei dintorni della città i giardini di Salomone, più lontano ancora il Giordano e il Mar Morto. Riassumendo qualche impressione su questi luoghi spesso descritti, completerò la mia peregrinazione attraverso la Gerusalemme storica ed a' suoi dintorni, per passare quindi alla Gerusalemme vivente, in mezzo alla quale ho trascorso i primi giorni della primavera del 1852.

Le grotte d'Isaia mi hanno offerto l'occasione di osservare una volta di più il gusto col quale gli Orientali, Turchi od Arabi, sanno scegliere per le loro case i luoghi più pittoreschi.

A pochi passi da Gerusalemme, in mezzo a campagne ombreggiate da ulivi magnifici, sorge una collina rossastra ed entro le sue pareti è stato scavato uno stretto passaggio. Questo passaggio conduce alla grotta d'Isaia, ampia cavità tappezzata di arrampicanti. Fra il passaggio e l'ingresso della grotta si osserva una specie di giardinetto all'ombra di un vecchio fico dai rami molto larghi. Vive colà un santone che mi sembrò assai felice. Non so se questi monaci mussulmani facciano voto di povertà, ma sono convinta che non possiedono nulla e che quest'estrema indigenza non pesa loro affatto. Il santone della grotta d'Isaia ha un vantaggio sui suoi confratelli, di condurre cioè quella strana vita di fronte ad una magnifica natura. Dà prova di un gusto squisito nella scelta della sua residenza e questo gusto distingue, lo ripeto, tanto gli arabi che i turchi. Gli uni e gli altri sanno sempre trovare per i loro villaggi la postura più comoda, le ombre più fresche e le acque più limpide.

Dalla grotta d'Isaia non occorre camminar molto per giungere al sepolcreto degli antichi re d'Israele. Per poco che ci si inoltri, in mezzo a quel labirinto di boschetti e di roccie, si va presto a battere contro un vecchio muro, che serve da cinta ad una specie di corte. Sulla porta è scolpito un bassorilievo raffigurante una ghirlanda di pampini, che mi sembra difficile di poter attribuire all'epoca dei re d'Israele ed alla nazione ebrea. Si passa ginocchioni sotto questa porta. Si entra ancor meno facilmente nelle sale sotterranee che costituiscono il sepolcreto. Queste sale sono vuote; un tempo comunicavano fra loro mediante porte massiccie in pietra che sono state scardinate e giacciono al suolo. La sola impressione che produce questa necropoli è il desiderio di allontanarsene, di varcarne la soglia il più presto possibile, tanto è stretta che ai visitatori sembra di essere condannati al carcere perpetuo.

Notes in this chapter

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