PARTE TERZA. I TRATTATI
Reading edition
Questa terza parte si compone di articoli pubblicati dal Secolo nel 1920 e nel 1921, che sono qui ristampati con qualche ritocco, dopo essere stati legati in un insieme coerente. La data posta sotto il titolo indica il giorno in cui l’articolo fu pubblicato nel giornale. L’ultimo scritto, La politica realistica, è inedito: breve nota che ho ritrovato tra i miei appunti del 1920.
Questi articoli riuniti sono uno studio sulla pace, fatto circa un anno dopo la conclusione dei trattati, e quindi maturato nella meditazione e alla luce dell’esperienza. Le impressioni, i presentimenti, le intuizioni, ancora oscillanti e confuse, che avevo fissate sulla carta durante il Congresso della pace, si precisano e si confermano in alcune conclusioni definitive sulla natura, gli effetti, i difetti della pace, le quali si appuntano e si riassumono in una conclusione generale: un trattato o un corpo di trattati non poter reggersi che o per la forza o per il consenso o per l’uno o l’altra; ai recenti trattati di pace far troppo spesso difetto così la forza come il consenso. Onde una specie di protettorato del mondo impotente, scritto sulla carta, e ragione di malcontento universale, di insicurezza persistente e di oscuri pericoli.
I. L’America e i mari (27 novembre 1920)
I trattati, che dovevano ripristinare la pace in Europa, sono stati sottoscritti da più di un anno, ratificati tutti, sia pure a denti stretti, fuorchè il trattato di Sèvres; e in parte applicati. A mano a mano che ci allontaniamo dal Congresso, la «tragedia della pace», osservata durante il Congresso nei singoli episodi staccati, si allinea innanzi al mio sguardo, come un insieme ed una unità. Tragedia meno vistosa e clamorosa che la guerra, perchè quasi clandestina. Non l’hanno capita neppure gli attori da strapazzo, che l’hanno recitata. Ma se meno vistosa, è forse più terribile che la guerra. Una catastrofe, i cui effetti colpiranno le generazioni, è accaduta in poche settimane, all’insaputa di tutti, senza che alcuno se ne accorgesse, nei conciliaboli segreti di pochi uomini, che un destino cieco aveva scelti a caso, a cui aveva conferito il potere quasi divino di disporre dei destini del mondo, e che se ne sono serviti senza sapere quello che facevano.
Il principio della catastrofe fu così semplice, che nessuno se ne accorse. Chi ricorda ancora come la cosa avvenne? Sul finire del 1918 Clemenceau pronunciò alla Camera francese un grande discorso, per esporre le viste e i propositi del Governo francese intorno alla pace. In quel discorso il Clemenceau lasciò chiaramente capire che non credeva alla Lega delle Nazioni; che rimaneva fedele alla vecchia scuola delle alleanze e degli equilibrî, e che vagheggiava una alleanza tra l’Italia, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti per imporre la pace al mondo. Aggiunse avergli Lloyd George chiesto se a parer suo senza l’armata inglese la guerra sarebbe stata vinta; come egli avesse risposto che no; e si fosse accordato con il primo ministro inglese di opporsi insieme nel Congresso a tutte le proposte, che diminuissero o limitassero la potenza di quella armata. La Francia e l’Inghilterra si dichiaravano avverse alla libertà dei mari, chiesta dall’America; e rifiutavano di discutere al Congresso un nuovo statuto delle acque, meno barbaro di quello che oggi impera sui mari.
Nessuno, in Europa, badò allora a questo annuncio. Eppure in quel rifiuto era già contenuto, come la pianta nel seme, così il fallimento della Lega delle Nazioni disegnata dal Wilson, come il fallimento delle alleanze vagheggiate dal Clemenceau; così il riaccendersi delle dispute e delle discordie che già avevano minacciato di distruggere la civiltà occidentale, come il fallimento di tutto il Congresso. Per quale ragione? Il velo del destino oggi si squarcia.
Perchè l’America dichiarò la guerra alla Germania? Perchè la Germania voleva chiudere a suo arbitrio le vie del mare al commercio tra l’America e i suoi nemici. L’America non volle riconoscere il monopolio e la padronanza degli Oceani, che la Germania si arrogava. Ma non la Germania sola: chè l’America ebbe, sin dal principio della guerra, fiere dispute anche con l’Inghilterra intorno al blocco, al contrabbando e ai diritti che anche l’Inghilterra si arrogava sul commercio tra le potenze neutre e i suoi nemici. Scoppiata la guerra europea, gli Stati Uniti hanno ad un tratto trovato sul mare, di cui essi si erano serviti sino allora liberamente, come della grande via comune del genere umano, due potenze nemiche tra loro, ma concordi nell’affermare che quella via era invece loro proprietà e monopolio, e che esse avevano il diritto di chiuderla a tutti, quando i propri interessi lo richiedevano. L’America ha allora affermato, sotto nome di libertà dei mari, i diritti generali di tutto il genere umano sulla via comune delle acque; ma non potendo sostener questi diritti contro le due potenze ad un tempo, si è unita alla più arrendevole e conciliante, contro la più fiera e intransigente.
Senonchè l’America si impegnava nella guerra mondiale, in parte almeno, come nemica della sua alleata e come alleata della sua nemica. Nell’ardore del combattere, sinchè la guerra durò, il mondo, e la stessa America, non si accorsero della contraddizione; ma la contraddizione si fece manifesta, appena la guerra finì. Vinta in terra e sul mare, catturata la flotta con cui aveva atterrito gli Oceani, la Germania si univa subito all’America per chiedere la libertà dei mari; ossia si mutava in alleata. A sua volta l’America non poteva più chiedere il premio della sua vittoria alla nemica, perchè la Germania, catturata la flotta, non la minacciava più sui mari; doveva chiederlo all’alleata, all’Inghilterra, che, distrutta la flotta tedesca, restava più potente e prepotente di prima sui mari. L’alleata prendeva dunque, nei negoziati, il posto della nemica; e lo prendeva così pienamente, che rifiutava di pagar essa all’America, al posto della Germania, il premio della vittoria. Lo statuto dei mari doveva restare barbaro e confuso come prima della guerra; nessuna soddisfazione doveva essere data ai popoli, che reclamavano il mare come via comune del genere umano.
Questo diceva, a chi avesse orecchie per intendere, il rifiuto dell’Inghilterra, annunciato dal Clemenceau alla Camera francese, sul finire del 1918, come un fatto che si intendeva di per sè. Quel rifiuto era la prima catastrofe della vittoria. L’America fu defraudata del giusto premio e doppiamente delusa; perchè ebbe danno, e grave, dalla vittoria. Annientando la flotta tedesca l’America ha accresciuto il pericolo inglese sul mare; tanto è vero che oggi è costretta a far sui mari le veci della Germania, varando una immensa armata, per bilanciare la forza inglese. Ma il rifiuto non colpì solo direttamente l’America; colpì anche di rimbalzo l’Europa. L’Europa non potè più, dopo quel rifiuto, chiedere all’America che partecipasse o alla Lega delle Nazioni o a qualsiasi alleanza europea.
Durante tutto il Congresso della pace il Presidente Wilson e il Clemenceau hanno voluto salvare il mondo, ma ciascuno a modo suo e meglio dell’altro; l’uno con la Lega delle Nazioni, l’altro con la vagheggiata alleanza tra l’Europa e l’America. Alla fine, dopo molto combattere, si sono accordati di salvarlo due volte, con la Lega delle Nazioni e con l’alleanza della Francia, dell’Inghilterra e dell’America. Nè l’uno nè l’altro sembrano aver neppur sospettato che ormai, dopochè l’Inghilterra aveva rifiutato di venire a patti sugli Oceani, ambedue i disegni non erano più che utopie; perchè l’America non poteva prender parte nè alla Lega delle Nazioni nè ad un’alleanza europea, di cui l’Inghilterra facesse parte.
Eppure è così. Che cosa era comune alla Lega delle Nazioni imaginata dal Wilson e alla alleanza proposta dal Clemenceau? Lo scopo: mettere al sicuro tutte le potenze che ne facessero parte, anche l’Inghilterra, da una egemonia continentale in Europa. Ma si poteva chiedere all’America di impegnarsi a difendere l’Inghilterra sul continente europeo e contro i suoi futuri dominatori, quando l’Inghilterra rifiutava di darle alcuna garanzia contro i pericoli di una egemonia degli Oceani? Ormai il pericolo per l’America era in Inghilterra, non in Germania: e si voleva che si alleasse all’Inghilterra contro la Germania? Quando mai s’è vista un’alleanza od una lega, che addossa tutti gli oneri ad una parte e riconosce tutti i vantaggi all’altra?
Il giorno in cui l’Inghilterra rifiutò di discutere quella che gli americani avevano chiamata «la libertà dei mari», gli Stati Uniti erano esclusi dagli affari europei. Non riconoscendo l’Europa il solo interesse, che avrebbe potuto spingere l’America a garantire in parte l’ordine e la pace dell’Europa, non restava agli Stati Uniti che ritornarsene a casa loro. Le poche persone, che non sognavano ad occhi aperti, come i bevitori di haschisch, non si sono meravigliate punto che, non ostante i generosi sforzi del Presidente Wilson, il popolo americano abbia, nelle elezioni recenti, con un gesto risoluto, buttato dalla finestra tutti i protocolli di Parigi: Lega delle Nazioni e alleanze. Il solo miracolo che si ripete a giorno fisso è quello di San Gennaro.
II. Le garanzie (15 dicembre 1920)
Mentre l’Inghilterra rifiutava di riconoscere nel Congresso della pace la libertà dei mari, la Francia chiedeva garanzie e riparazioni. Richiesta non indiscreta, ma che pur troppo era in contraddizione con le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra. Prendendo per sè i mari, l’Inghilterra toglieva alla Francia e agli altri alleati così le garanzie come le riparazioni. Il Congresso non se n’è accorto; e perciò ha perduto sei mesi per sciogliere un nodo insolubile.
Cerchiamo di chiarir questo nesso un po’ nascosto tra i mari e la terra. Da che pericolo voleva essere garantita la Francia? Dalla forza della Germania. In che sta questa forza? Nel numero. Tra le ragioni per cui la guerra mondiale è scoppiata, non bisogna dimenticare lo sbilancio della popolazione tra Francia e Germania. La guerra non sarebbe scoppiata, se ci fossero stati dieci milioni di francesi di più o dieci milioni di tedeschi di meno. Ma questo sbilancio non è stato livellato dalla guerra mondiale. Oggi la Germania non soltanto è più popolata che la Francia; ma, caduta la Russia e smembrata l’Austria, è il primo Stato di Europa per il numero degli uomini, e resterà tale sinchè la Russia non risusciti. È chiaro che, finchè la Germania potrà opporre tre tedeschi a due francesi, la Francia sarà in pericolo; e l’Europa tutta in bilico e malsicura. La Francia chiedeva dunque garanzia, che i tedeschi non potessero approfittare a suo danno dell’essere in più.
La richiesta, pur essendo giusta, non era semplice e facile. Ma non poteva essere soddisfatta che o per imposizione o per accordo. Per imposizione, se, come Napoleone dopo aver vinto a Jena la Prussia, l’Intesa avesse approfittato della presente prostrazione della Germania per imporle una limitazione unilaterale degli armamenti. Per accordo, se, sotto nome di Lega o Società delle Nazioni, le grandi potenze europee avessero conchiuso una tregua alla gara degli armamenti e alla lotta per le alleanze; e se in forza di questa tregua la Germania si fosse impegnata a limitare i suoi armamenti in modo da non minacciare più la Francia. La Lega delle Nazioni sarebbe stata allora simile alla Santa Alleanza, che fu per l’appunto una tregua.
Tutti sanno che il Congresso di Parigi ha preferito di imitare il grossolano empirismo di Napoleone, anzichè prendere esempio dal Congresso di Vienna. Nè è dubbio che in parte questa scelta deve essere imputata ai popoli, perchè nei sei mesi seguìti all’armistizio nessuno dei vincitori, in Europa, ha voluto sentir parlare sul serio di una tregua o di una lega per la pace, che imponesse dei doveri ai vincitori. Ma anche se i popoli fossero stati meno pazzi, se avessero desiderato davvero di conchiudere una tregua, non avrebbero potuto, dopo che l’Inghilterra aveva chiuso i mari al Congresso. In una tregua universale, simile a quella conchiusa un secolo fa a Vienna, che cosa poteva chiedere la Germania all’Europa, che cosa poteva offrire l’Europa alla Germania in cambio della sua rinuncia al primato del numero sul continente e ai suoi vantaggi? Una sola cosa: una rinunzia equivalente dell’Inghilterra al primato navale e ai suoi vantaggi. Messa in disparte la questione dei mari non si poteva più stringere una lega volontaria per la pace e una tregua universale, perchè tutto il beneficio sarebbe stato per l’Inghilterra, tutto il peso per la Germania. L’Europa avrebbe chiesto alla Germania di spogliarsi della sua forza sulla terra in cambio di nulla, così come aveva chiesto all’America di entrare gratuitamente, con doveri soltanto e senza diritti, in un’alleanza permanente a favore delle potenze dell’Intesa!
Nei primi mesi dell’armistizio le ambizioni oceaniche dell’Inghilterra si sono trovate d’accordo con la pazzia dei popoli vittoriosi, per strangolare nella culla quella tregua fra le grandi potenze europee, che sola poteva salvarle tutte. Esclusa la tregua e l’accordo, era necessità ricorrere all’imposizione; accettare il disarmo coattivo e unilaterale, che già aveva fallito a Napoleone, sebbene la Prussia del 1806 fosse più debole che la Germania moderna e la Francia potesse allora contare sull’alleanza della Russia. Questo famoso fallimento avrebbe dovuto indurre il Congresso e l’Europa a chiedersi un po’ seriamente, se era il caso di ritentare la prova, senza la Russia anzi con la Russia nemica. Non solo invece nessuno ha dubitato; ma anche oggi uomini di Stato e di penna, diplomatici e soldati, stentano a capire quel che pure i fatti dimostrano ogni giorno a chi ha occhi e sa vedere: la garanzia esser diventata uno spavento. Una garanzia, se è davvero una garanzia, rassicura e tranquilla: questa invece inquieta, spaventa, toglie il sonno anche a chi, per ora almeno, potrebbe dormire tranquillo.
Poichè questo è il tragico nodo della politica continentale. La Francia, che per il momento è sicura, si crede in pericolo, perchè le hanno dato questa garanzia di sicurezza!
Che un nuovo 1813 minacci, ora o tra poco, non pare verosimile. Il paragone non regge. L’Intesa, se non ha saputo fare la pace, non ha abusato della vittoria come Napoleone. La Germania è spossata e ha bisogno di riposo. Lo stato presente dell’Europa è dunque per la Francia una seria garanzia. Ma questo disarmo imposto e accompagnato da tanti controlli offende e umilia la Germania, perchè la sottopone al protettorato dei vincitori. Nessuno sembra essersi accorto ancora che il trattato di Versailles contiene in potenza il protettorato della Germania. Chi può supporre che il popolo, ieri ancora più potente del mondo, ieri ancora ammirato, a torto o a ragione, come il leader della civiltà occidentale, si rassegni da un giorno all’altro a esser trattato come il Marocco? Subirà l’imposizione, ingoierà l’umiliazione, sinchè abbia sul collo la mano del nemico più forte, ma protestando che è ingiusta, maledicendo quella mano, anche se non possa sperare in una pronta riscossa.
Ed ecco voltarsi in veleno tutte le garanzie con cui la Francia potrebbe e dovrebbe rassicurarsi. Che tranquillità possono darle alcune migliaia di cannoni distrutti o gli effettivi ridotti, quando sa che la Germania è piena di odio, e che, se la vendetta si offrisse, non esiterebbe? La garanzia vera non è negli strumenti ma nell’animo. Il numero e le armi senza l’animus nocendi non inquieterebbero la Francia. Il numero e l’animus, anche con poche armi, la spaventano. Quali garanzie imaginare contro l’odio di un popolo, e contro le occasioni che le vicende dei tempi possono offrirgli? Anche disarmata la Germania, con la sua popolazione soverchiante e con il terrore che risveglia il ricordo di quello che osò e seppe fare, apparirà sempre un pericolo ai vicini che essa odia. E a rinfocolare il suo odio provvede appunto ed egregiamente il disarmo obbligatorio, dato dal Congresso alla Francia come garanzia!
Purtroppo l’Europa è già ricascata in quel circolo vizioso in cui si dibatteva prima del 1914. La Germania ha paura della Francia e l’accusa di opprimerla spietatamente; la Francia a sua volta ha paura della Germania e l’accusa di volerla distruggere. La paura genera l’odio, e l’odio alimenta la paura. La Germania è esasperata dalla umiliazione del disarmo obbligatorio e sorvegliato; ma questa esasperazione non lascia dormire la Francia, a cui quel disarmo doveva conciliare i sonni tranquilli. Più la Germania disarmerà e più la Francia si insospettirà, perchè crescerà l’odio della nemica. Non può accadere altrimenti. È una catena. Un anno dopo la pace, la Francia arma 700.000 uomini per disarmare la Germania; ma mentre la Germania si crede vittima di una intollerabile iniquità, la Francia si sente minacciata. I due popoli, uno disarmato e l’altro armato sino ai denti, si odiano più che mai, perchè tutti e due hanno paura.
Il più grande orrore della storia europea!
III. Le riparazioni (1 gennaio 1921)
I tedeschi hanno fatto la guerra con il proposito di vincere e di rovinare i nemici. Il crudele Dio della guerra, da essi adorato e obbedito dopo il 1870, comandava di distruggere anche la proprietà del nemico. Non è meraviglia che, terminata la guerra, le nazioni più straziate abbiano chiesto le giuste riparazioni.
Ma la giustizia è spesso impotente a colpire gli uomini alla spicciolata: imaginarsi i popoli! I governi, pur tentando di soddisfarlo nella misura del possibile, avrebbero dovuto cercar di frenare questo giustificato risentimento, ricordando ai popoli che, purtroppo, è sempre più facile distruggere che creare, fare il male che ripararlo. Invece lo hanno eccitato. Sul finire del 1918 Lloyd George prometteva all’Inghilterra la testa del Kaiser e il risarcimento totale delle spese di guerra, affermando pubblicamente che la Germania avrebbe potuto pagare anche 600 miliardi. Ma quando i grandi delirano, chi può sperare che i popoli siano savi? L’ossessione dell’indennità si impadronì dello spirito pubblico.
Chi lo ha osservato da vicino al lavoro, sa con quanta leggerezza il Congresso della Pace trattò questa materia. Non discusse mai seriamente nè in quale misura si potesse chiedere riparazione secondo giustizia e con fondata speranza di ottenerla; nè con quali mezzi ottenerla e con che garanzie; nè come misurare il danno e il risarcimento di ciascun alleato. Discusse invece tumultuariamente cifre grosse, mediocri, piccole, ma tutte campate in aria; alla fine, come in un mercato, dopo un lungo contrattare, venne nell’accordo di chiedere alla Germania un primo acconto di 125 miliardi e di affidare ad una «Commissione delle riparazioni» il compito di fissare la somma totale entro il 1º maggio 1921; quanto al pagamento, qualche santo aiuterebbe. Nella fretta non si accorse neppure, che aveva condannato la Germania a essere debitrice in perpetuità, ingiungendole di pagare sul suo debito totale un interesse annuo del cinque per cento. Non i tedeschi, ma i francesi, hanno calcolato che sommando quell’interesse ogni anno al capitale, la Germania, pur pagando da 3 a 5 miliardi all’anno, di qui a 30 anni dovrebbe ai suoi nemici su per giù la stessa somma!
Non c’è da farsi illusioni. Queste riparazioni abborracciate e incoerenti, invece di riparare i guasti fatti dalla guerra, guasteranno anche quel che alla guerra è scampato. Che la Germania voglia e possa pagare anche solo 125 miliardi nello spazio di una generazione, sembrerà per lo meno molto dubbio ad ogni persona di buon senso. Gli scrittori francesi si sforzano da qualche tempo di dimostrare che la Germania può pagare. Ma i loro argomenti, se sono ingegnosi, peccano tutti per lo stesso difetto; suppongono che la Germania voglia, perchè può e deve, lavorare per le sue vittime e per i suoi nemici, con lo stesso fervore con cui prima della guerra lavorava per sè, per la sua ricchezza e per i suoi piaceri. La Germania potrebbe pagare, se acconsentisse a dare al mondo un così sublime esempio di pentimento cristiano. Ma chi la crederà ambiziosa di questa palma?
La civiltà occidentale da un secolo non conosce riposo. Ma con che pungolo ha incitato l’innata pigrizia degli uomini all’insonne travaglio? Con l’allettamento di maggiori comodità e di maggiori piaceri.
Da un secolo in Europa e in America l’agiatezza e il lusso delle moltitudini crescono, con spavento non piccolo e scandalo di molti; ma che cosa sono l’uno e l’altra se non il premio e lo sprone della cresciuta alacrità? L’uomo non lavora, se non spera un premio. Gli europei e gli americani lavorano molto più che gli orientali, perchè hanno contratto bisogni e si sono avvezzati a godere molti beni, che gli orientali non conoscono. Chi spera che i tedeschi lavoreranno per una o due generazioni anche più indefessamente che nel passato, contentandosi di vivere poveramente, come dei mussulmani, si illude. E se i tedeschi non faranno questo sacrificio, come potranno riparare il male? Risarcire una vittima vuol dire lavorare per essa gratuitamente.
Nè la forza può in questa materia far nulla. Anche la vittoria è impotente. Lo staffile e la paura possono muovere alla meglio un rozzo schiavo maldestro; non un operaio, nè un contadino dei nostri tempi, e tanto meno un intero popolo. Se si tenterà di obbligare con la forza la Germania a lavorare per le sue vittime, la Germania si spopolerà. Già l’industria tedesca ha incominciato ad emigrare, per lo spavento delle imposte che la minacciano. La guerra mondiale ha impoverito la Germania più che i suoi nemici; e molti fatti inducono a credere che questa miseria durerà a lungo, se pure non crescerà. Ma come sperare che la Germania impoverita voglia e possa rifare tutto ciò che i suoi eserciti hanno devastato?
Questi non sono arcani di saggezza riposta ma considerazioni del buon senso. Molti ne convengono, ragionando a quattro occhi: ma a che serve? L’Europa è incatenata dai trattati. I governi si attengono ai testi di questi trattati; come se potessero eseguirsi alla lettera. I ministri delle finanze fanno i loro conti, come se i crediti sulla Germania fossero di scadenza infallibile. E potrebbero gli uni e gli altri fare altrimenti? Potrebbe un governo, un anno dopo aver firmato dei trattati di quella mole e averli proclamati la felicità e il prodigio del mondo, dire che non sono applicabili? Potrebbe un ministro delle Finanze dichiarare di sua testa inesigibile un credito, scritto in alcuni dei più solenni documenti della storia universale?
A loro volta nessun giornale, nessun uomo eminente e autorevole vuole assumersi la responsabilità di dichiarare imaginarî e irreali dei diritti, che i governi dichiarano validi e fermi. Tutti coloro, che sanno come stiano le cose, si legano a vicenda nella menzogna o nel silenzio complice. Il pubblico, che non può discernere chiaramente in così grandi cose il possibile dall’impossibile, e che è spinto a chiedere riparazione e vendetta dalla giustizia e dall’interesse, si conferma nella persuasione che la Germania pagherà. Che pagherà, perchè deve pagare.
Ma questa sicura aspettazione dei popoli lega i governi. Quale governo oserebbe denunciare per malsicuri quei crediti, quando i popoli già si immaginano di palpare il denaro? I popoli non intenderebbero ragione; e si risentirebbero, come derubati, contro i governi.
Senonchè questo malinteso non può durare eternamente. Un giorno o l’altro tutte le illusioni saranno sbugiardate dalla brutalità del reale. Prima o poi, i popoli dovranno accorgersi che la Germania non può perchè non vuole, e non vuole perchè non può pagare se non una piccola parte delle indennità imposte. Che cosa accadrà quel giorno tra i popoli illusi e delusi, e i governi compromessi e impegnati?
Io non so che cosa accadrà, e non voglio tentare di indovinarlo. Ma confesso di non poter pensare a quel giorno senza ansietà, perchè troppo dubito e temo che il terribile nodo non possa sciogliersi a poco a poco, tranquillamente, senza strappi.
In questo almeno il Keynes ha ragione: un aiuto serio e efficace non poteva esser dato ai paesi che più hanno sofferto per le devastazioni delle guerre, all’Italia, alla Francia, al Belgio, alla Serbia, se non da un accordo tra gli alleati. I più ricchi e fortunati tra i vincitori avrebbero dovuto integrare, a condizioni eque e con sussidi diretti e indiretti, le ragionevoli indennità imposte ai vinti, per salvar ciascuno in particolare, salvando tutti insieme, vincitori e vinti. Il sacrificio consentito dagli alleati più ricchi sarebbe stato presto ricompensato dal rapido rifiorire della prosperità generale. Ma questa intesa rigeneratrice non poteva essere stretta senza l’America; e poteva l’Europa chiedere questo servizio e questo sacrificio all’America, quando le aveva tolto il frutto della sua vittoria? Si ricasca sempre lì. Esclusa dal Congresso della pace la questione dei mari, tutte le questioni continentali sono diventate insolubili. Perfino quella delle riparazioni.
IV. Trattati di carta velina (13 gennaio 1921)
Fu un tempo, che i trattati si incidevano nel bronzo e nel marmo. I tempi nuovi si accingono a copiarli sulla carta velina? L’inchiostro dei trattati di Versailles e di Sèvres non era ancora seccato, e già si parlava di rifarli! Non s’era visto ancora nella storia un così pronto pentirsi dell’irrevocabile.
Sul trattato di Versailles cadono fitte le accuse. Sarebbe iniquo, oppressivo, dettato dall’odio alla prepotenza. Esagerazioni. Il trattato ha pregi e difetti; e tutt’assieme l’Europa potrebbe forse compensare gli uni e gli altri in una applicazione savia e giudiziosa, se non avesse davvero un difetto di cui nessuno parla, ma che è peggiore di tutti i vizi denunciati, veri o falsi. Ed è che non si sa precisamente se esista o non esista; se sia un trattato vero e vivo, o un pezzo di carta inoperante a dispetto delle ratifiche. Chi dice che è un trattato vero e chi dice di no; tutti aspettano impazienti che i fatti sciolgano il dubbio, ma i fatti non hanno fretta; la parte buona come la parte cattiva del trattato riposa sopra un’«incertezza», che non vuol chiarirsi. Onde la strana ansietà che si impossessa dell’Europa, perchè non sa se ha o se non ha fatto la pace.
L’evento è così strano, che giova intenderlo bene. Un pezzo di carta scritta non diventa un trattato operante, un impegno sacro, una legge imperativa tra i popoli se non per virtù di consenso spontaneo o di coazione. Affinchè un trattato non resti lettera morta e sia osservato, è necessario che, o il vinto lo riconosca e si consideri obbligato, sia dall’onore, sia dal suo stesso interesse, a obbedirgli; o che il vincitore sia tanto forte che il vinto non osi ribellarsi e l’osservi.
Il trattato di Versailles sfugge all’uno e all’altro dei due requisiti. Questo è il suo vero difetto. A torto o a ragione, i tedeschi sono persuasi di aver dovuto subire a Versailles il ricatto di Brenno. Come i francesi dopo il trattato di Francoforte, essi maledicono il trattato e denunciandolo iniquo si considerano tenuti ad osservarlo soltanto nella misura in cui la forza li costringa. Alla forza spetterebbe dunque di far rispettare il trattato. Ma la forza c’è? In questo sta il tutto. La Germania è stata vinta nella guerra mondiale da una coalizione, che in parte si è sciolta, in parte si è rallentata. Nessuno potrebbe oggi dire quali forze sarebbero pronte domani per imporre il trattato alla Germania recalcitrante. La Francia sola? La Francia e il Belgio? La Francia, l’Inghilterra, il Belgio? Nè è facile indovinare quel che la Germania potrebbe fare domani, se volesse tentare di lacerare il trattato od opporre una resistenza passiva. Nessuno lo sa, neppure la Germania. Chi dice la Germania prostrata per secoli; chi la rivede tra pochi anni più potente e minacciosa di prima.
Il male segreto che strugge l’Europa è proprio questa incertezza. La Germania vorrebbe accertarsi che la coalizione nemica è sciolta o impotente: ma i fatti la confortano appena di qualche malsicura speranza. A sua volta la Francia vorrebbe esser certa che la coalizione con cui ha vinto la guerra non l’abbandonerà mai; e che anche se si sciogliesse, basterebbero al trattato le sue sole forze. Ma anche per la Francia i segni dei tempi sono confusi e malsicuri. Le altre potenze aspettano gli eventi, senza far nulla per chiarire quell’incertezza, parlando come se la coalizione sussistesse ancora ed operando come se non ci fosse più. Onde la coalizione e quindi la forza che dovrebbe imporre il trattato c’è e non c’è; ora par che ci sia, ora no; e il trattato compilato con tanta fatica sussiste e non sussiste, ora c’è, ora non c’è, secondo che pare o non pare esistere una forza adeguata per imporlo. La Germania si acconcia ad eseguire ad uno ad uno gli impegni meno gravosi del trattato, ma tutti all’ultimo momento, lentamente, cercando di guadagnar tempo e sperando che alla fine il trattato apparisca non essere altro che un pezzo di carta, per la parte non eseguita. La Francia invece fa disperati sforzi per tenere legata la coalizione, e, temendo che alla fine si sciolga, cerca di affrettare l’esecuzione; ma è sempre in ansia di trovarsi tra le mani una lettera morta.
Del trattato di Sèvres il discorso è ancora più semplice. Qui non ci sono dubbi. La forza per imporlo non è mai esistita; e perciò il trattato non è esistito mai fuorchè nell’immaginazione dei suoi compilatori. L’Inghilterra, la Francia, la Grecia fecero un giorno un bel sogno: spartirsi le spoglie della Turchia, vinta nella guerra mondiale, e della Russia, smembrata dalla rivoluzione. Senonchè non bastava aver vinto un esercito tedesco sul Reno per impadronirsi della Mesopotamia, della Palestina, della Siria, di Costantinopoli, del Mar Nero; occorreva mandare in Asia un esercito, e strappare con una nuova guerra quei paesi alla religione che ancora li domina. Nè la Francia, nè l’Inghilterra potevano; e allora Lloyd George immaginò di intendersi con Venizelos, offrendo in premio Smirne e la Tracia. Senonchè la combinazione pericola, un po’ perchè l’esercito greco non basta al compito, un po’ perchè il popolo greco non vuol più saperne di questa guerra. Per odio alla guerra il suffragio universale ha rinnegato Venizelos.[13] Ma se viene a mancare la sola forza, su cui l’Europa poteva fare assegnamento per imporlo, che altro sarà il trattato di Sèvres se non un pezzo di carta? L’Inghilterra cerca oggi di mettersi d’accordo con re Costantino, affinchè continui in Asia Minore la guerra incominciata dal Venizelos: ma questo stratagemma puerile potrà soltanto ingrandire la catastrofe, differendola di qualche mese.
«Il mondo non muta — dicevano volentieri, durante la guerra, i «realisti» e gli scettici. — In questa come in tutte le guerre, i vincitori cercheranno alla fine di ingrandirsi a spese dei vinti, obbedendo al proprio egoismo. È un sogno supporre che l’Inghilterra acconsentirà mai a spogliarsi anche parzialmente, a favore del genere umano, del dominio del mare; o che le grandi potenze superstiti, amiche e nemiche, potranno intendersi tra loro e con l’America per tentare un riordinamento generale degli affari di Europa, prendendo le mosse dalla limitazione degli armamenti».
E purtroppo lo scetticismo ha avuto ragione. I vincitori hanno fatto la pace, come se questa fosse una delle solite guerre, badando ciascuno al suo interesse singolo e imponendolo nella misura della sua forza. Ma si è avverata anche la previsione, che la saggezza veggente opponeva a quello scetticismo: la pace non è pace e sta deludendo l’orgoglioso egoismo che l’ha dettata. Non avendo riordinato l’Europa su principî di solidarietà accettati dai vinti e dai vincitori, i vincitori non hanno potuto nè dare alla Francia le garanzie da questa richieste, nè agevolare ai paesi devastati dalla guerra la necessaria restaurazione; ed alla fine hanno compilato dei trattati, la cui osservanza dovrebbe essere imposta da una forza che spesso non c’è; più spesso non è ben sicuro se esista o no.
V. Il capovolgimento dell’Austria-Ungheria (29 gennaio 1921)
Nata dall’antico odio di Francia e Germania, la guerra mondiale ha distrutto gli Absburgo. Ai vincitori è toccato anche il compito di spartire l’eredità di quella corona.
Tutti sanno come si governava l’impero poliglotta degli Absburgo. Molte razze diverse erano sottoposte al dominio di due razze egemoni, i tedeschi e gli ungheresi, e all’autorità della corona imperiale che le governava tutte, dominate e dominatrici, per mezzo di un’antica aristocrazia e di una burocrazia fedelissima. Non erano pochi i difetti di questo governo. Teneva in soggezione le classi medie e l’intelligenza; cercava di soffocare la coscienza nazionale di tutti i popoli dell’impero, che non parlavano tedesco o magiaro; accarezzava la plebe e le permetteva anche di civettare con la rivoluzione sociale, purchè fosse contenta di essere plebe soltanto e non aspirasse a diventare nazione. A compenso di tutti questi difetti l’impero aveva una qualità: non si reggeva soltanto per la forza. Tra i suoi titoli di autorità c’era, oltre l’esercito e la polizia, anche il prestigio della dinastia. Sebbene nell’ultimo mezzo secolo il sentimento nazionale si fosse risvegliato nei popoli soggetti all’egemonia tedesca e magiara, non aveva spento l’antica devozione alla dinastia. L’impero si reggeva ancora, negli anni che precedettero la guerra, perchè milioni di uomini parlanti lingue diverse veneravano l’imperatore come il legittimo signore, e si credevano obligati ad obbedirgli.
La guerra l’ha provato. Da principio molti predissero che l’impero sarebbe stato dopo pochi mesi sfracellato dall’esplosione degli odî nazionali. Invece tra le razze dell’impero sottoposte all’egemonia tedesca e magiara solo gli czechi hanno, sino dal principio della guerra, resistito con un certo vigore all’autorità imperiale. Le altre hanno combattuto fedelmente fino al 1918. Soltanto nella seconda metà del 1918, quando la misura delle sofferenze fu colma, il sentimento nazionale esplose nelle moltitudini, come un accesso di disperazione. Tutti quei popoli vollero essere nazioni, quando s’accorsero che la corona austro-ungarica non poteva più salvarli.
Così si sfasciò l’impero degli Absburgo. Con i suoi frammenti e con numerose amputazioni dell’Ungheria, della Germania e dell’antico impero russo, i trattati di pace hanno costituito tre nuovi stati: la Polonia, la Czeco-Slovacchia, la Jugoslavia. Ma come li hanno costituiti? Capovolgendo l’antica Austria-Ungheria degli Absburgo. In questa il governo era monarchico e aristocratico. In quei nuovi stati è repubblicano, fuorchè nella Jugoslavia; e in tutti è democratico, perchè il suffragio universale è la fonte dell’autorità. Nell’impero degli Absburgo i tedeschi e i magiari erano i dominatori e gli oppressori: nei nuovi stati i tedeschi ed i magiari hanno preso, insieme con alcuni popoli nuovi, il posto delle antiche loro vittime, mentre queste salivano al rango di dominatori.
Il che può anche parere giustizia, almeno in una certa misura. Qui gladio ferit, gladio perit. I tedeschi e i magiari hanno troppo abusato della loro potenza nell’impero, impegnandolo nell’orribile guerra. Che questi nuovi regni e queste nuove repubbliche siano stati fondati quasi per rappresaglia contro l’impero, e che le minoranze, prima della guerra sottoposte all’egemonia tedesca e magiara, vogliano far sentire agli antichi padroni che il mondo si è capovolto, si capisce, sino ad un certo punto. Il Congresso della pace, impegnato a voler sciogliere tanti nodi insolubili, non ha avuto la forza di frenare queste vendette.
Ma un pericolo c’è. Nell’impero degli Absburgo i tedeschi e i magiari imponevano la loro egemonia un po’ colla forza, un po’ con il prestigio secolare della corona degli Absburgo. Nei nuovi stati l’egemonia dei polacchi, degli czechi, dei serbi sui tedeschi, sugli ungheresi, sui croati, sugli sloveni, sui montenegrini, sugli albanesi e sui bulgari potrà farsi valere soltanto con la forza. Appunto perchè i nuovi stati riposano sul principio nazionale, non possono giustificare con nessun principio di diritto l’oppressione delle altre nazionalità, la persecuzione delle loro lingue, la chiusura delle loro scuole, la loro degradazione politica. La forza resta il solo argomento. Onde la guerra ha liberato i popoli, regalando loro dei governi che, sinchè lo spirito attuale di rappresaglia infierisca, saranno molto più duri che l’impero degli Absburgo; tanto più duri e violenti, quanto più deboli.
Poichè questi stati nascono deboli. Nascono esauriti dalla guerra, e già falliti prima di aver cominciato ad amministrare; senza uomini e senza mezzi adeguati al compito, senza altro principio di autorità che il suffragio universale, ossia in balìa di moltitudini avvezze da secoli ad obbedire un’autorità quasi assoluta. Potranno soverchiare minoranze indocili, perchè avvezze da secoli a comandare?
E infatti vivono già tutti nel sospetto. La Polonia ha paura della Russia e della Germania; e non è nemmeno sicura della Czeco-Slovacchia. La Czeco-Slovacchia guarda con diffidenza la Germania e l’Ungheria. La Jugoslavia ha paura dell’Ungheria e della Bulgaria; e, dopo la caduta di Venizelos, non si fida più nemmeno troppo della Grecia. Ogni stato si chiude in sè, si isola, vieta persino il commercio con i vicini. I grossi eserciti sarebbero un buono scudo; e la voglia di possederli non mancherebbe a nessuno di questi stati. Manca invece il denaro; e non son neppur sicuri gli uomini, perchè nelle moltitudini, ieri schiave oggi sovrane, le idee comuniste fanno strada. Incominciano gli intrighi diplomatici, le intese, i progetti di alleanza offensiva e difensiva, man mano che in ogni stato l’odio tra dominanti e oppressi si inasprisce. La piccola Intesa è il primo tentativo di corroborare, con gli accordi e con diplomazia, forze vacillanti e poco sicure di sè.
Insomma nella pace austriaca ritroviamo lo stesso difetto che nelle altre paci. Anche questi trattati hanno creato un ordine di cose che non può reggersi se non sulla forza: ma se la forza necessaria per reggerlo esista, è dubbio. Onde un’incertezza, un sospetto, un’ansietà universali. Se oggi ci sia nel cuore dell’Europa più giustizia che prima della guerra, non so; ma è certo che c’è molto più odio e molta più paura. L’odio che genera la paura; e la paura che genera l’odio. Come uscire da questa tragica stretta?
VI. La Polonia e la Russia (28 agosto 1920)
L’Intesa è miracolosamente scampata ad una disfatta in Polonia.
Quando la fortuna volgeva favorevole alle armi sue, il Governo di Mosca, prendendo a testo e ad esempio il trattato di Versailles, aveva annunciato di voler imporre alla Polonia, tra le condizioni di pace, il disarmo obbligatorio. Se la Polonia non avesse avuto la forza di respingere l’invasore, che cosa avrebbe potuto fare l’Intesa? L’Intesa non poteva aiutarla nè con armi temporali nè con armi spirituali. Non poteva mandare soldati in Polonia; non poteva protestare contro il disarmo imposto dai bolscevichi, poichè essa l’aveva imposto alla Germania.
Difatti il governo inglese aveva già consigliato la Polonia di chinare il capo, aggiungendo che il vinto aveva meritato la sua sorte; e molti, in Inghilterra e altrove, aguzzavano i sofismi per dimostrare che le condizioni poste dai bolscevichi alla pace erano eque e generose! Non sembrerà vero ai posteri, ma è così. La Polonia sarebbe diventata un protettorato russo: invece di essere il cuneo cacciato tra la Russia e la Germania per separarle, sarebbe stata il ponte che le avrebbe congiunte; il primo passo verso l’alleanza della Russia e della Germania sarebbe stato fatto; e si sarebbe visto il primo schieramento per una nuova guerra generale, più o meno lontana. Sarebbe difficile immaginare per l’Intesa una disfatta più grave. Eppure l’Inghilterra e l’Italia parevano già rassegnarsi in precedenza!
La Polonia, se ha commesso molti errori nel suo primo anno di vita, ci ha almeno risparmiato questa calamità. Ad una condizione però: che Francia, Italia, Inghilterra sappiano meritare l’insperata fortuna delle vittorie polacche.
La politica russa dell’Intesa è viziata da una contraddizione, che è la ragione profonda di molti guai presenti e che sarà seme di infiniti mali futuri.
L’Intesa vuole che la Russia risusciti. Lo sprofondamento del grande impero ha fatto in Europa ed in Asia un tal vuoto, che l’equilibrio dell’intero pianeta è stato alterato. Sinchè questo vuoto non sia in qualche modo riempito, non si potrà rimettere in pernio e bilanciar bene nè l’Europa e nè l’Asia. Ma poichè i grandi e sùbiti rivolgimenti ripugnano alla natura umana, sembra ai governi dell’Europa che più prontamente e meglio di ogni altro riempirebbe quel gran vuoto uno stato che rassomigliasse all’impero caduto: ossia unito e vastissimo. Si aggiunga che nel vuoto fatto dall’impero russo sprofondando, è sparita anche una parte della fortuna dell’Europa. Non potendo scendere nell’abisso a rintracciare i suoi tesori, l’Europa non vedrebbe di malocchio che di sotto ai rottami uscisse un nuovo gigante, capace di riportarli sulle sue spalle alla luce del sole. Francia e Inghilterra sognano un impero sifatto, che pagherebbe i debiti contratti dall’antica Russia.
Per queste ragioni l’Intesa vorrebbe che la Russia rinascesse con la forza e il vigore e la ricchezza di un tempo, se non maggiore. Ma aspettando che risorga, la mura viva in precedenza, per il giorno della resurrezione, nell’interno dell’Europa e dell’Asia. L’Inghilterra l’ha isolata dal Baltico, con la sua oscura politica, che mira a far clienti le repubblichette sorte negli ultimi anni sulle sponde di quel mare. La Polonia è stata ricostituita, perchè sia la sua carceriera dalla parte di Occidente e della Germania. Il trattato di pace con la Turchia consegna Costantinopoli all’Inghilterra, alla Francia e all’Italia; e sbarra di una triplice porta le sue comunicazioni con il Mediterraneo. Il trattato tra la Persia e l’Inghilterra, per fortuna già sospeso e che sarà abrogato, sarebbe stato un altro sbarramento, che la Russia, ritornata a vita, avrebbe trovato nell’Asia Centrale.
È possibile supporre che la Russia, il giorno in cui ricuperasse una parte dell’antico vigore, si acconcerebbe a vivere entro quella prigione? I trattati di pace firmati nel 1919 e nel 1920 portano nei loro fianchi molte guerre future; e tra queste anche una grande guerra tra l’Inghilterra e la Russia e una grande guerra tra la Russia e la Polonia. La Russia non potrà tollerare, se non per debolezza e impotenza, di essere esclusa dal Baltico, di esser sorvegliata ed isolata in Europa da una Polonia diffidente ed ostile, di aver tre grandi potenze europee come sue carceriere a Costantinopoli. Quel che farebbe la Russia il giorno in cui avesse recuperato le forze, si può argomentare da quel che fa oggi, quasi agonizzante.
Nè si creda che l’Europa avrebbe da guadagnare, per questo rispetto, da un mutamento di regime. Qualunque fosse il governo con cui si reggesse la Russia, anche fosse un governo insediato dalle armi dell’Intesa, sarebbe costretto a tentar di lacerare i trattati di pace del ’19 e del ’20, appena potesse, da una necessità vitale.
Questo stato di cose spiega in parte, se non giustifica, l’attacco della Polonia. Esso è stato severamente biasimato. Non si negherà che da un popolo, al quale la forza e la conquista avevano inflitto tanti tormenti, si poteva aspettare di meglio, che questa fretta famelica di conquistatori arrivati troppo tardi! Senonchè non bisogna dimenticare che la Polonia è stata posta dall’Intesa in una posizione quasi disperata di sentinella morta e che deve pensare ai casi suoi. Si trova tra due giganti feriti; e sa che il primo, che abbia fasciate le sue piaghe e recuperato le forze, le salterà addosso, se non le salteranno addosso tutte e due insieme. Se anche prima della guerra presente essa si faceva delle illusioni, non potrebbe più ignorare che in una guerra con la Russia, essa non può sperare nessun aiuto se non di consigli e di parole dai suoi alleati di Occidente. Essa deve perciò cercare di indebolire quanto più può la Russia, anche con guerre aggressive, per non ritrovarsi domani a subire una pace simile a quella che i bolscevichi volevano imporle; poichè non c’è altra alternativa finchè un nuovo spirito non soffi sull’Europa. O la Russia muore di estenuamento e si dissolve in pulviscolo; o risorge, e la Polonia non può sperare miglior sorte che di essere la sua protetta e il ponte che la congiunge alla Germania.
Se ne ricordi, chi vuol orientarsi nel caos presente. Occorre, se si vuol ridare la pace all’Europa, rifare la pace con la Russia; ma sarebbe imprudente credere che la pace con la Russia sia minacciata soltanto dall’imperialismo polacco. Grande e lodevole è lo zelo per la pace di Lloyd George, dei pacifisti e dei laburisti inglesi; ma si risveglia un po’ tardi. Sarebbe stato meglio si fosse manifestato non soltanto quando i polacchi incominciavano ad essere respinti dagli eserciti rossi; ma allorchè il Governo inglese firmava il trattato con la Persia, o incominciava la sua oscura politica baltica, o compilava il trattato di pace con la Turchia.
Se lo spirito e l’indirizzo di tutta la politica dell’Intesa verso la Russia non mutano; se non si cesserà di considerare la Russia come un moribondo, caduto sul campo di battaglia, e che i saccomanni possono spogliare prima ancora che sia spirato, le vittorie dei polacchi non serviranno a nulla.
VII. Il protettorato del mondo (10 agosto 1921)
Ho riletto in questi giorni, uno dopo l’altro, tutti i trattati di pace, che avrebbero dovuto sigillare per qualche secolo le porte di Giano. Mi è parso di leggere un nuovo capitolo delle «Mille e una notte». Poichè in quei trattati sta scritto il protettorato del mondo: nè più nè meno. In forza di quei trattati la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e il Giappone si assumono di governare, o ciascuna in nome proprio o tutte insieme, o per governo diretto o per via di protettorato, l’Europa, l’Africa e quasi tutta l’Asia, ad eccezione dei territori in potere dei bolscevichi: quello, insomma, che per gli antichi era il mondo.
Non si potranno accusare i vincitori della guerra mondiale di soverchia modestia!
Il trattato di Versailles sottopone le armi della Germania e le industrie che fabbricano le armi alla sorveglianza di commissioni permanenti delle potenze alleate. L’obbligo delle riparazioni, nella forma in cui è stato imposto alla Germania, necessita il controllo delle finanze. La commissione delle riparazioni ha già ricevuto ampi poteri dal trattato di Versailles; ma questi non bastano. Già si parla di una vera e propria commissione internazionale, che riveda i conti dello stato tedesco, imponga economie e balzelli, impedisca alla Germania di frodare i creditori dissipando la sua fortuna. Ma dal controllo delle armi e delle finanze al controllo della politica estera il passo sarà breve. È una catena. A che giova controllare le armi ed i conti, se poi si lascia libero lo stato disarmato di cercare alleanze, che compensino la sua debolezza? La Germania è dunque ormai un protettorato collettivo della Francia, dell’Italia e dell’Inghilterra. Quella che era ieri la prima potenza del mondo è oggi protetta da tre potenze, ciascuna delle quali è molto più debole di essa!
Eguale è la condizione in cui i trattati di pace hanno posto l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria. Le potenze vincitrici si sono assunta la sorveglianza delle armi e delle finanze. Dell’Austria anche la politica estera è sottoposta a controllo, almeno nei riguardi della Germania.
L’Ungheria invece è sorvegliata, se non dai trattati, dalle Cancellerie, nelle sue istituzioni interne, poichè non può sciegliere tra la repubblica e la monarchia o eleggere un nuovo re senza il consenso dei vincitori.
Dell’antico impero turco la Siria, la Palestina, la Mesopotamia sono diventate, sia pure per l’interposta persona della Società delle Nazioni, e con la formola dei mandati, protettorati dell’Inghilterra e della Francia. Le chiavi dei Dardanelli passano alla Commissione degli Stretti, ossia all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia. Il trattato di Sevrès vorrebbe che il Califfo difendesse l’Islam da Costantinopoli non più sua, come inquilino e protetto delle grandi potenze europee, mezzo cristiane e mezzo miscredenti. Disarma la Turchia e sottopone il suo esercito alla vigilanza di una commissione; le impone una gendarmeria comandata da ufficiali europei, alleati o neutri; crea una commissione finanziaria, che rivedrà i conti del governo turco, e sarà composta dai rappresentanti dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra e della Turchia, ma quest’ultimo a solo titolo di consultazione. Senza il consenso di questa commissione nessun bilancio sarà valido e il governo turco non potrà alterare nè imposte nè dogane!
Nè basta. Già il 13 dicembre del 1914 l’Inghilterra aveva proclamato l’Egitto un suo protettorato, spezzando, con una prepotenza innanzi a cui anche i tedeschi avrebbero forse esitato, quella che si potrebbe chiamare l’ossatura legale di una civiltà tanto antica. Nel ’19 essa tentava di impadronirsi, con un trattato, della Persia. Infine le grandi potenze vittoriose si sono impegnate ad aiutare con denari, con consigli, con funzionari, con appoggi diplomatici, gli stati nuovi e vecchi, che sono nati o si sono ingranditi sulle rovine dell’impero russo e della duplice monarchia: le repubbliche baltiche, la Polonia, la Czeco-Slovacchia, la Rumenia, la Jugoslavia, la Grecia. Anzi è già incominciata la gara per assicurarsi la clientela di queste piccole potenze, in cambio di una benevola protezione. La Francia mira alla Polonia, alla Czeco-Slovacchia, alla Rumenia, alla Jugoslavia; l’Inghilterra alla Grecia e alle repubbliche baltiche.
È noto a tutti, infine, quel che accade tra il Giappone e la Cina. Ma Giappone e Cina, per fortuna, sono molto lontani.
Siamo dunque i padroni del mondo. Roma è oscurata. Proconsoli, pubblicani, amministratori: avanti! Se ci siamo assunti di governare tre continenti e tante lingue, razze e religioni così diverse, vuol dire che il genio politico corre le strade.
Non voglio qui discutere se questo «sistema» attui o rinneghi le dottrine bandite dall’Intesa durante la guerra. Ma vorrei chiedere invece se l’Italia, la Francia e l’Inghilterra — poichè il Giappone si chiude negli affari dell’Oriente Estremo — hanno tutte insieme e singolarmente i soldati, le intelligenze, la scienza di stato, necessaria a reggere un così vasto e molteplice impero che abbraccia tanti popoli e stati diversi. Chi non vede che occorrerebbero milioni di soldati, ingenti capitali, un personale esperto che conoscesse a fondo tutti questi paesi, dei governi saggi, risoluti, concordi nell’azione comune, onniveggenti, che sapessero tenere d’occhio i quattro punti cardinali, conoscere egualmente bene quel che matura in Germania, nei Balcani, nell’Asia minore; provvedere con pari prontezza e sagacia a un pericolo o a un bisogno che nascesse o sulle frontiere della Persia o sulle rive del Baltico? Ci sono in Italia, in Francia, in Inghilterra questi soldati, questi capitali, questi funzionari, questi governi di esemplare saggezza? E se non ci sono, questo «sistema» non crollerà un giorno sul capo degli incauti architetti, come una torre di altezza spropositata?
Si rimprovera spesso a quei trattati lo spirito imperialista. Se almeno fossero davvero imperialistici! La forza è una forza, se esiste davvero, anche quando abusa. Ma i vincitori della Germania hanno voluto abusare di una forza, che non possedevano. I trattati sono non imperialisti, ma chimerici, perchè per applicarli occorrerebbero forze che non ci sono. Sembrano aver pensato solo ai vantaggi che assicuravano ai popoli, non agli impegni e alle responsabilità che assumevano in loro nome, imponendo certe condizioni ai nemici; cosicchè per disarmare, diminuire, umiliare il nemico vinto e obligarlo a risarcire una parte del male fatto, hanno caricato sulle spalle dei loro disgraziati popoli un peso, che questi non possono sopportare.
Dei quali pesi il più grave è forse il disarmo dei nemici vinti, che nella ingenua convinzione dei vincitori doveva essere il loro maggiore sollievo. I trattati di pace hanno disarmato la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia; ma i loro sagaci autori non sembrano aver pensato che, disarmando questi stati, i popoli vincitori si assumevano la responsabilità dell’ordine interno e della sicurezza esterna degli stati disarmati, ossia di immensi territori in Europa e in Asia, dei quali la maggior parte sfugge e sfuggirà sempre alla loro potenza. Dopo averli disarmati, gli Stati vincitori non possono e non potranno, se gli Stati vinti siano assaliti da nemici esterni od interni, dir loro che provvedano ai casi propri con le piccole forze di cui dispongono, anche se queste non bastano! Abbandonerebbero una terza parte dell’Europa all’anarchia.
L’Alta Slesia è un bell’esempio dei pericoli, che aspettano al varco questi protettori del mondo senza forze sufficienti. Inebriata dalla vittoria, l’Intesa si è immaginata che lo spirito di Salomone si fosse incarnato in lei; e che potrebbe dividere secondo giustizia l’Alta Slesia tra polacchi e tedeschi. Senonchè al momento di procedere alla spartizione, il novello Salomone si è accorto che spartire il paese non bastava, bisognava anche persuadere o costringere i due contendenti ad accontentarsi della parte che sarebbe toccata a ciascuno di loro. Quanto ai tedeschi, finchè la Francia potrà mantenere sotto le armi 700.000 soldati, Salomone, salvo l’imprevisto, non dovrebbe correre pericolo di essere vituperato come un giudice iniquo a Berlino. Ma i polacchi? Con qual mezzo costringerli a rispettare la giustizia di Salomone?
Il nodo insolubile dell’Alta Slesia è questo. L’Intesa non ha nessun mezzo sicuro per farsi obbedire dai polacchi. I cannoni della flotta britannica non servirebbero molto più che i discorsi di Lloyd George. Se i polacchi si ribellassero a Salomone, l’Intesa dovrebbe o permettere alla Germania di difendere i suoi diritti da sola annullando il disarmo, o impegnarsi essa in guerra con la Polonia a difesa della Germania disarmata. Chi può credere che la Francia acconsentirà ad annullare da un giorno all’altro il disarmo imposto alla Germania dal trattato di Versailles, senza i compensi e le garanzie che nessuno vuol dare? Chi può credere che i soldati francesi, inglesi e italiani rischieranno la vita per difendere gli interessi e i diritti tedeschi nell’Alta Slesia?
Ma l’Alta Slesia è il primo dei grossi imbrogli, nati da questo impotente protettorato del mondo. Il primo, non il maggiore. Altri nasceranno, e più pericolosi, in Europa e in Asia. Lasciate che i tempi e gli eventi maturino. Che peso è e sarà questo protettorato del mondo, assunto da Stati che dovrebbero piuttosto pensare ai casi proprî!
VIII. La politica realistica
I vincitori della guerra mondiale vogliono:
a) disarmare la Germania, imporle il proprio protettorato, costringerla a pagare una taglia di centinaia di miliardi;
b) mutilare l’Ungheria e fare la guardia all’Austria;
c) murare la Russia nell’interno dell’Asia e dell’Europa, addossandola ai ghiacci del polo;
d) togliere all’Islam Costantinopoli, smembrare l’impero turco, conquistare l’Asia minore, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia;
Nel tempo stesso:
a) hanno espulso dall’alleanza l’America;
b) si son fatti tra di loro mille dispetti e tradimenti, cosicchè oggi il Belgio ha ragione di rinfacciare ai grandi alleati la loro ingratitudine, l’Italia può lagnarsi a ragione d’essere stata maltrattata, sotto sotto c’è un gran malumore tra Inghilterra e Francia;
c) l’Inghilterra ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; l’Italia ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; il Belgio ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; restano ancora sotto le armi 700.000 francesi, che devono sostenere la pace e l’ordine del mondo; e la Francia si rovina per mantenerli.
Nel secolo XX questa si chiama «politica realistica».