PARTE QUINTA. PRIMO DISCORSO AI SORDI
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Questo Primo discorso ai Sordi fu composto in tempi diversi, a mano a mano che le occasioni e gli eventi muovevano l’ispirazione. Alcuni frammenti furono pubblicati nel Secolo, nella Revue Universelle, nell’Illustration, e nell’Hearst’s Magazine di New-York. Lo pubblico qui intero, come conclusione e coronamento di questa storia ragionata di quattro anni.
INTRODUZIONE.
Noi non sappiamo quel che facciamo: questa è la nuda verità. Non conosciamo il passato, non ci curiamo dell’avvenire, non sappiamo neppur vivere nel presente. Viviamo fuori del tempo, fuori della ragione, fuori della realtà, nel rapimento di un’allucinazione torbida.
Che cosa vogliamo? È un mistero, che non possiamo mai chiarire a noi stessi, perchè vogliamo sempre l’opposto di quel che vogliamo. Sembra assurdo, ma è così. Noi vogliamo l’assenzio volendo il miele; la tenebra volendo la luce; la schiavitù volendo la libertà, la povertà volendo la ricchezza, l’anarchia volendo l’ordine, la guerra volendo la pace.
Noi costringiamo, tiranni crudeli, tutte le cose del mondo, anche le più sacre, o a rinnegare la propria ragione di esistere, o a entrare in guerra con se medesime, o a falsificare la propria natura, o addirittura a suicidarsi sotto i nostri occhi per il nostro capriccio; ma senza cessar di volere i beneficî di cui potevano esserci larghe quando erano vive, schiette, coerenti.
Mi guardate stupiti, o miei diletti contemporanei, come se parlassi il linguaggio della Sibilla? Queste parole vi sembrano oscure? Cercherò di spiegarle con alcuni esempi, se le vostre orecchie non saranno colpite da una sordità fulminea, appena giungerà loro la prima parola di verità.
I. Il suicidio della forza
Noi abbiamo creato l’impotenza moltiplicando la forza.
Le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, anche le più gloriose, erano deturpate da tre piaghe: l’ignoranza, l’ozio, l’isolamento. Pochi studiavano; chi lavorava, e chi no; e ciascuno da solo, o quasi; e schiavo delle regole dell’arte sua. Di costoro i più diventavano alla fine maestri; ma guai a coloro che l’eccellenza respingeva come indegni e incapaci! Cadevano nell’ozio, nell’accattonaggio o nel delitto.
Nè i popoli, se rispettavano l’autorità, erano molto obbedienti. Obbedivano al re e allo Stato, ma solo quando l’uno e l’altro erano la voce e il braccio della tradizione e finchè si contentavano di poco. Aborrivano dal nuovo, non volevano balzelli e imposte, odiavano le armi; erano deboli, timidi, poveri, lenti, dispersi. Nè gli Stati erano forti. Paghi del rispetto, esigevano poco oro e punto sangue; poco potevano e poco osavano.
Che mutamento, nel secolo XIX! Il mondo pullula di giganti dalle membra ciclopiche: popoli e Stati. Gli Stati diventano mostruose divinità onnipotenti. Obbligano i popoli a studiare, a lavorare, a fare la guerra; li smungono e taglieggiano senza tregua. Non li lasciano più dormire; non cessano un istante dal tormentarli con qualche nuova esigenza, in nome della libertà, del progresso, della patria, del re, dell’imperatore, della repubblica, del socialismo — nomi diversi che coprono tutti lo stesso dovere: obbedire, lavorare, pagare. Ma più sono tormentati, più i popoli si prestano, si fondono in grandi masse omogenee di professioni, di classi e di partiti; imparano a lavorare indefessamente e gregariamente; si lasciano addottrinare dal maestro, spremere dal pubblicano, maltrattare dal capo e dal sergente; vanno alla scuola, all’officina e alla caserma; obbediscono a tutte le leggi che i governi fanno in loro nome; vestono nel secolo della libertà, l’abito di tre discipline — lavoro, stato, esercito!
L’ordine nato da questo straordinario rivolgimento era, fino a pochi anni fa, la meraviglia della storia. Era così perfetto e così solido, che pareva addirittura incastrato nell’ordine cosmico. Il giro delle cose umane — lavoro, soddisfacimento dei bisogni, sollazzi, riposo — procedeva regolare e puntuale come il giro del sole. Nella propria cerchia, e purchè non volesse uscirne, ogni uomo, dall’artigiano al milionario, poteva soddisfare ogni suo desiderio. L’obbedienza allo Stato era pronta e precisa, come un riflesso. Una parola ed un cenno: e le casse dello Stato rigurgitavano d’oro; e gli uomini più dolci e miti partivano infuriati per la guerra; e sarebbero stati pronti a volare, se una legge l’avesse ordinato.
Che cosa resta oggi, dopo dieci anni, di questo ordine meraviglioso? Pochi rottami perduti in un caos apocalittico. Tutte le luci si spengono nel cielo e tutte le autorità cadono sulla terra. Le corone e gli scettri più antichi e venerati sono stati gettati dai popoli inferociti nel rigagnolo. I parlamenti sono esautorati e disprezzati. I figli non obbediscono più al padre; le donne non vogliono più dipendere dall’uomo; i cittadini si ribellano allo Stato, i soldati agli ufficiali, gli impiegati e gli operai ai capi. Chi ha il diritto di comandare? Chi ha il dovere di ubbidire? Mistero. Coloro che fino a dieci anni fa comandavano, oggi tremano. Coloro che ubbidivano, ridono del dovere come di una superstizione passata. Si lavora ancora, ma disordinatamente e a capriccio.
Come accadde? Perchè un ordine, che pareva così saldo, si sciolse in così breve tempo nel caos? Si sono mai posti questi quesiti, i molti Sisifi di ogni lingua che ogni tanto si radunano in qualche città dell’Europa per ricominciare l’eterno lavoro della pace? Nessuna preparazione sarebbe migliore che il meditare questo punto. Poichè nella guerra mondiale noi abbiamo veduto compiersi uno dei fenomeni più terribili e meravigliosi della storia: il suicidio della forza. I vinti sono morti e i vincitori sono moribondi, perchè hanno abusato della propria forza, i vinti anche più dei vincitori, oltre i limiti dell’umano.
Sì, i popoli obbedivano. E perciò gli Stati li hanno sottoposti alla più arbitraria delle tirannie, disponendo a capriccio della vita e dei beni di tutti, dissipando in sei anni, in folli spese, la fortuna faticosamente accumulata in cinquanta, gettando da un giorno all’altro alla rinfusa tutte le età, la giovinezza imberbe insieme con la maturità quasi canuta, in mezzo agli orrori e ai terrori della guerra più micidiale che abbia mai insanguinato la terra; falsificando la misura del lavoro, e profondendo tra gli uomini una vana ricchezza di carta filogranata.
Neppure Tebe, Ninive e Babilonia hanno conosciuto questo delirio; hanno esercitato sul gregge umano l’onnipotenza quasi divina degli Stati moderni, tutti sorti in nome della libertà. Ma perciò i popoli non vogliono più obbedire a nessuno, e gli Stati giacciono tutti fulminati, rovinati, inermi, esautorati, senza finanze e senza esercito, i vincitori ridotti a dar quotidiano spettacolo della loro impotenza in faccia ai vinti, ai quali non resta nemmeno più la parvenza della forza.
La Germania inerme o quasi disarmata incute più terrore che mai ai suoi nemici. Sui pianori dell’Asia Minore sono cominciate le resistenze passive, ben più difficili a vincere che i milioni di baionette e le migliaia di cannoni mostruosi della guerra mondiale.
La forza si è suicidata! Noi non mediteremo mai abbastanza su questa verità semplice, luminosa e profonda, che è la chiave del presente e dell’avvenire. C’è un limite, oltre il quale la forza si annienta. La civiltà occidentale l’ha spensieratamente oltrepassato; e colpita fulmineamente da un’improvvisa incurabile debolezza, è stramazzata ansante.
Noi abbiamo ancora milioni di soldati e milioni di baionette; ma non possiamo più servircene che per distruggere noi stessi. Le armi ormai non feriscono più che chi le fabbrica e le maneggia. La guerra e la rivoluzione — le due figlie gemelle della forza — sono ormai egualmente impotenti. Potranno impaurire, devastare, insanguinare ancora il mondo; inferociranno forse ancora spietatamente; ma non debelleranno più la debolezza inerme. A questa spetta ormai il dominio del mondo, sulle rovine della forza, esautorata dal suo stesso eccesso.
Di nuovo il mondo si è capovolto. I deboli vinceranno i forti.
Ma saranno i tempi capaci di intendere queste parole di verità?
II. L’eterno passato
Carichi di sapienza arcana, noi non sappiamo più quello che sanno i fanciulli: che il fuoco brucia, arde, consuma, incenerisce; che l’emorragia dissangua; che la distruzione vince sempre la creazione alla corsa.
Il mondo non può credere ancora ai suoi occhi. Quella, proprio quella è la Russia, che dieci anni fa abbagliava l’Europa con la corona di Giustiniano e il mantello di Teodora? Quella che, coperta di piaghe, affamata, a brandelli, insozzata di fango e di sterco, tende la mano al passante sulle vie del mondo? L’antica regina dell’Oriente e dell’Occidente?
Il nostro stupore non vuol arrendersi alla realtà. I re diventano mendicanti e i mendicanti re solo nelle favole dei poeti e sulle scene del teatro. Che questa regina sia stata deposta e condannata a marcire per lungo tempo nella miseria e nella sozzura, non ci pare possibile.
Eppure, tra i dettami del buon senso e gli insegnamenti della pratica, c’è anche questo: il distruggere essere più facile e pronto che il creare. Occorrono all’uomo diciotto o venti anni per imparare a sussistere da sè. Un secondo basta ad ucciderlo. Il fuoco, acceso dalle nostre mani, è capace di divorare in una notte l’opera di molti secoli. L’ascia, che noi abbiamo arrotata sulla mola, orba in un giorno del loro pupillo prediletto — l’albero — gli innumerevoli anni, che lo tirarono su a poco a poco dal seno della terra.
Se applicassimo questo dettame del buon senso alla Russia, non misureremmo con una occhiata sola la voragine del così detto «problema russo», spalancatasi nell’Europa orientale? Quattro anni di guerra e quattro anni di rivoluzione hanno divorato l’opera di parecchie generazioni. Molte generazioni saranno necessarie per rifarla. Il resto è illusione.
Ma noi non ragioniamo così. Tra noi e questa verità elementare si interpone il ricordo di una favolosa avventura.
Più di un secolo fa, un popolo volle rifare l’«edificio dei tempi»: l’ordine sociale. Per rifarlo, rovesciò la colonna maestra dell’edificio: l’autorità del Re. L’edificio rovinò addosso al demolitore; e sembrò seppellirlo per sempre, sotto le macerie. Quand’ecco, a un tratto, il popolo, scosse di dosso queste macerie, e sbucò fuori non solo illeso, ma con una forza così indiavolata, che in un baleno rifece l’edificio dei tempi, e conquistò mezza Europa, infondendole la propria energia.
Dopo venti anni di guerra si trovarono tutti, vinti e vincitori, più forti che prima di impugnare le armi. Per la prima volta una civiltà fu rinsanguata e ritemprata da una emorragia torrenziale. Una guerra implacabile di venti anni fu il vestibolo del più operoso e del più fortunato tra i secoli della storia.
Non c’è, da quattro generazioni, precetto umano o divino, dottrina sacra o profana, ammonimento dell’esperienza o dettame del buon senso, il quale abbia forza di resistere al ricordo di questa favolosa avventura, nella civiltà occidentale. Da quattro generazioni, la Rivoluzione e la Guerra sono due divinità, a cui la civiltà occidentale offre i suoi sacrifici in segreto, quando non osa pubblicamente. La poesia le ha inghirlandate; la scultura le ha onorate con il marmo e con il bronzo; la filosofia e la storia le hanno inchinate, adulate, sfruttate. Due antiche dinastie — gli Hohenzollern e i Savoia — le hanno prese tutte e due — non la Guerra soltanto, ma anche la Rivoluzione — al loro servizio, insieme con la Religione e la Scienza. E i popoli in travaglio, le classi e gli uomini maltrattati dalla fortuna, le dottrine in lotta con il presente le hanno invocate e attese come la vendetta e il riscatto.
Ricordate la spensierata baldanza della Russia, quando le fiamme della rivoluzione incominciarono a lambirla e l’investirono? Essa rideva e danzava. Era così sicura — e il mondo con essa — che il fuoco l’avrebbe ringiovanita! L’antico regime era così guasto, corrotto, iniquo! E quando di nuovo, spezzata la colonna maestra, l’edificio dei tempi cascò addosso al demolitore, nessuno si spaventò.
Come cento anni fa, il popolo sarebbe sbucato anche questa volta di sotto alle rovine più forte. Al dettame del buon senso, che il distruggere è facile, il creare difficile, nessuno pensò.
E nessuno se ne ricorda neppur ora. Il mondo aspetta sempre, dopo cinque anni, sperando o temendo, le grandi sorprese della nuova rivoluzione. Che anche una rivoluzione possa spegnersi oscuramente e lentamente in una lunga miseria, non viene in mente a nessuno.
Che giorno sarebbe quello in cui il mondo si persuadesse che la rivoluzione russa porta in grembo una sorpresa sola, la sorpresa che il semplice buon senso poteva prevedere sin dal principio: l’obbligo di rifare in molti anni quanto fu distrutto in poche settimane!
Da quel giorno la civiltà occidentale rientrerebbe, camminando verso l’avvenire, in quello che si potrebbe forse chiamare «l’eterno passato»; nel destino comune di tutte le generazioni. Nessuno lo conosce più, questo «eterno passato»; perfino la storia l’ha dimenticato, per lo zelo di servire la Guerra e la Rivoluzione; e perciò tutti aspettano di rivedere ancora una volta il miracolo del fuoco che rigenera, dell’emorragia che rinsangua, della creazione che vince la distruzione alla corsa.
Sì! più di cent’anni fa l’Europa uscì ringiovanita dal fuoco. Ma quando, di nuovo, tante benigne influenze pioveranno dalle stelle sopra il capo di un’epoca, come allora? Quanti secoli dovranno correre, prima che di nuovo tante circostanze favorevoli si incontrino nella breve ora di poche generazioni e si fondano in una unica spinta?
Paragoniamo la rivoluzione francese a quella russa: che distacco nei tempi! La rivoluzione francese nasce in grembo alla pace e ad una tradizione di disciplina antica di secoli; è fatta da una generazione che aveva imparato a ragionare e ad obbedire. La rivoluzione russa scoppia in grembo alla guerra e ad una anarchia spirituale già vecchia, in tutta l’Europa, di un secolo; è fatta da una generazione ormai avvezza a non obbedire più che per forza e a ragionare con la logica della passione e dell’interesse.
La rivoluzione francese distrugge lo Stato; ma libera l’industria, l’agricoltura, il commercio dalle catene degli antichi privilegi e monopolî: parziale compenso ai danni dell’anarchia. La rivoluzione russa distrugge lo Stato; e incatena, imbavaglia, soffoca l’industria, l’agricoltura, il commercio.
La rivoluzione francese arma le masse, incomincia le guerre dei popoli, invade l’Europa, distrugge le antiche istituzioni e si salva con la guerra dal fallimento. L’oro e l’argento, che la pietà dei fedeli aveva deposti nelle chiese e nei conventi dell’Europa cattolica, i tesori grandi e piccoli, pubblici e privati, dei paesi conquistati risarciscono le sue distruzioni. Per guarire la piaga degli assegnati prima che incancrenisca, la rivoluzione trova un rimedio: i tesori degli uomini e di Dio.
La rivoluzione russa — fortunatamente! — è ridotta a difendersi con gli avanzi dell’esercito imperiale. Nell’arte della guerra ha mutato solo il colore delle insegne. Ma anche avesse la forza di saccheggiare l’Europa, potrebbe curare la piaga degli assegnati con l’oro delle conquiste? I tempi sono mutati. Oggi i metalli preziosi si nascondono sotto terra come serpenti. Gli eserciti rossi non sarebbero ancora giunti alla prima tappa e già tutto l’oro e l’argento dell’Occidente si sarebbe messo in salvo. Non c’è speranza: la cancrena degli assegnati divorerà la rivoluzione.
Vera scossa tellurica, la rivoluzione francese sprigionò il fuoco interno, che da secoli ardeva, invisibile, sotto la crosta solidificata dell’Europa. Da due secoli l’uomo aveva accumulato un tesoro di cognizioni e di scoperte che, animato da una ambizione conquistatrice, poteva far di lui un semidio. Al di là dell’Oceano l’America, immensa, ricca di climi, feconda di biade e di messi, rigurgitante di metalli e di combustibili, aspettava. Quando, alla fine, dalle mistiche nozze del Fuoco con l’Imaginazione nacque la macchina a vapore, incominciò la parte più gloriosa della favolosa sventura: la conquista della terra e dei suoi tesori.
I cento anni, che corsero dalla battaglia di Waterloo alla battaglia della Marna furono l’epoca più fortunata della storia universale. Nessun secolo godè i privilegi, che un destino misterioso ha accumulato sul capo di questo figlio prediletto della rivoluzione. Esso potè sognare l’anarchia, adorare la Rivoluzione, giocare a distruggere e a rifare il mondo sulla carta, godendo dell’ordine più solido e perfetto che fosse mai stato stabilito sulla terra. Potè adorare la guerra, inventare e fabbricare più armi che da Caino in poi, in grembo alla pace più feconda che abbia mai allietato il genere umano.
Chi può sperare fortune simili a questa, dalla nuova rivoluzione che, guardando torva verso l’Occidente, si ritira nelle steppe?
Non illudiamoci sulla fragilità della fortuna, che ha favorito quel secolo felice tra tutti. Noi stiamo per rientrare «nell’eterno passato», sotto l’impero di quelle semplici verità del buon senso, che la fortuna aveva sospese a beneficio di poche generazioni.
Guerre e rivoluzioni ricorrono ogni tanto; fanno parte anch’esse, come la pace e l’ordine, del nostro destino. Ma son prove lunghe e terribili, che consumano alcune generazioni a beneficio di altre. Guai a quelle, cui tocca! Solo ogni tanto, per misteriose ragioni, la prova si muta in una avventura trionfale e in una specie di eroico baccanale.
L’errore universale dei nostri tempi è proprio questo. Noi ragioniamo oggi, ricordando troppo l’eroico baccanale di guerre e di rivoluzioni di un secolo fa. Perciò i fatti voltano le spalle tutti i giorni alle nostre previsioni e speranze. Perciò ci domandiamo sgomenti se l’universo si è capovolto, se l’asse della terra si è spostato, se la ragione stessa è entrata in delirio.
No, l’universo non si è capovolto, e l’asse della terra non si è spostato. Questo caos universale degli imperi e delle idee, dei popoli e delle dottrine, è una grande semplificazione. La mano misteriosa, che muove le cose del mondo, ha scritto in quello, con caratteri giganteschi, sulla faccia degli oceani e dei continenti, alcune semplici verità, che avevamo dimenticate. Questa, per esempio: che il fuoco brucia, incenerisce, distrugge, devasta, non rigenera o crea.
A ragione noi cerchiamo il filo che lega la rivoluzione francese e la rivoluzione russa. L’una nasce dall’altra; ma non è la ripetizione di ciò che non poteva e non potrà mai ripetersi. Tutte e due sono invece il principio e la fine. La rivoluzione francese è la porta fiammeggiante per cui la civiltà occidentale si slancia impetuosa, giovane, spensierata nella favolosa avventura della conquista della terra. Con la rivoluzione russa, essa inciampa e cade per la prima volta a mezzo del suo cammino, stanca, ansante, invecchiata.
Si rialzerà di nuovo, curerà le ginocchia ferite, ripiglierà il cammino: ma quando capirà di nuovo il senso profondo di quella umile preghiera, che per tanti secoli la Chiesa insegnò ai popoli:
A peste a fame a bello libera nos, Domine?
Anche questa è una parola di verità, alla quale il mondo è sordo.
III. Il culto del fuoco
Noi siamo ritornati al culto del vecchio Agni; e in lui solo crediamo.
Ricordate le speranze, di cui si infiorarono l’Europa e l’America tanti anni fa, quando la rivoluzione scoppiò in Turchia ed in Cina? L’aurora della libertà e della democrazia albeggiava dunque anche sull’Asia, antica madre del dispotismo! Ma l’illusione durò poco. Se gli antichi regimi giacevano a terra, morti, il mondo vide presto i nuovi rotolarsi nella polvere, come epilettici, nelle convulsioni dei colpi di stato, dei pronunciamenti, delle dittature e delle guerre civili.
Ricordate le promesse anche più abbaglianti del 1918? Ad un tratto, sul cadere di quell’anno, il grande sogno del 1848 parve realtà: la Polonia risorta, la repubblica a Mosca, a Berlino, a Vienna; le corone nel rigagnolo; i re in esilio; i popoli chiamati a governarsi da sè.
Ma anche questa volta l’illusione fu breve. In Russia e in Ungheria la rivoluzione subito inciampò e cadde dopo i primi passi. In pochi mesi il suffragio universale fu spossessato da dittature militari, il cui solo titolo a governare era la forza: di tutti i titoli del comando, il più incerto, mutevole e debole.
Negli altri Stati, che sono sorti sulle rovine degli Absburgo e degli Hohenzollern, la volontà del popolo, espressa dal suffragio universale, governa ancora. Ma chiamata da un giorno all’altro a cingere la corona, è fiacca, incerta, vacillante; non comanda, balbetta; a stento riconosce di volta in volta se stessa. Ed è in guerra con se medesima, in tutti i nuovi stati; qui per antichi odî di parte, là per inveterate rivalità di classi o di interessi; altrove per discordie religiose, per diversità di lingua o di razza.
Tutto è incerto in questi governi; il titolo dell’autorità, la forza di cui dispongono, la vera volontà che li muove. I loro discorsi sibillini, i loro atti equivoci, non lasciano capire agli altri ciò che forse è oscuro a essi stessi. Non si sa bene nè donde vengono, nè dove vanno, nè quanto dureranno, nè quel che vogliono, nè quel che possono fare, nè quali impegni prendere, nè in che misura mantenerli. La loro natura è l’incertezza. Due volte il mondo fu illuso e deluso? Perchè? La verità è questa: che i governi sono le ossa delle nazioni; e che il mondo intero è affetto da rammollimento delle ossa.
L’enorme scossa dell’Europa si è sentita, sotto, sotto, anche in Asia. Anche là gli edifici più antichi si screpolano e scricchiolano. Gli uomini di Stato inglesi avevano fatto un bel sogno: impadronirsi dell’Asia dopo la caduta della Russia, con la penna ed il gesto. Errore! La Russia la trascina con sè nella polvere. In Turchia, in Persia, in India, l’Inghilterra aveva appoggi, amici, partiti che ne desideravano l’aiuto e la protezione, sinchè il colosso russo era, nel lontano settentrione, il terrore dell’Asia. Ma ora che il male maggiore è sparito, l’Asia non vuole neppure il minore. L’Inghilterra ha dovuto restituire all’Afghanistan la sua indipendenza e libertà, pericola in India, non ha potuto mantenersi in Persia, non si reggerà a lungo nè in Mesopotamia, nè a Costantinopoli, proprio perchè non c’è più la sua potente rivale a disputarle la preda.
La dominazione europea vacilla in Asia come in Egitto. I popoli orientali non possono più reggersi con le antiche istituzioni paesane, nè far proprie le istituzioni dell’Occidente. L’Asia è insonne per questa doppia impossibilità; e rovescierà la dominazione dell’Europa, per cascare anch’essa in una lunga anarchia.
Le nazioni, che hanno ancora ossa dure e salde, sono poche. E anche queste per quanto tempo?
«Chi ha il diritto di comandare e in quali limiti? Chi ha il dovere di obbedire e sino a qual punto?» Ecco l’eterno e tormentoso quesito, che non dà pace agli uomini. Gli uomini non possono vivere felici, se non sono persuasi di averlo sciolto alla perfezione: onde tutti i secoli e tutti i popoli si illudono, via via, di aver trovato la risposta perfetta, ma per un istante solo! Chè presto o tardi tutti i governi, anche i più ammirati, vengono in odio, sia che i governi con il tempo si guastino, sia che si guastino gli uomini. E allora l’eterna questione si ripresenta, ora qua ora là, sulla faccia del globo.
Senonchè oggi l’universo intero sembra malcontento di tutti i principî di autorità, che il genere umano ha sinora inchinati, in Oriente e in Occidente, nell’antichità e nel presente. Nessuno lo appaga interamente; nessuno gli pare giusto, verace, schietto, scevro di insidie nascoste; di nessuno si fida e a nessuno si affida. Perciò odia il presente e dispera dell’avvenire.
Chi lamenta che il mondo si sfascia, non delira. Le sue ossa sono frolle. Viviamo in tempi di disordine universale. Eppure, eppure.
Eppure ogni mattina, l’antico servitore, nostro prepotente Signore e Dio, il Fuoco, si risveglia e risveglia il mondo. Le caldaie si accendono, le ruote e le cinghie ricominciano a girare, allacciate. Il contadino ritorna al campo, l’operaio all’officina, il mercante alla bottega, l’impiegato all’ufficio, il banchiere e l’avvocato allo studio. Non tutti ci ritornano volentieri; ma tutti ci ritornano, sia pur brontolando.
Tutti i giorni, in Europa e in America, la grande macchina, che il Fuoco anima, si rimette a girare, mantenendo nel mondo un certo ordine, in luogo delle antiche autorità, o indebolite o cadute. Il Fuoco è il nostro tiranno, perchè ci sforza a produrre e a consumare, anche quando siamo stanchi e sazî; ma in compenso ci condanna a un lavoro, che non è più, come il lavoro degli antichi, solitario. Appunto perchè è gregario, il lavoro moderno lega le città alle campagne e i cittadini allo Stato; incatena l’uno all’altro gli uomini, le classi, le regioni, i popoli, i continenti. Finchè questa catena non si spezzi o non si sciolga, un certo ordine regnerà nel mondo, anche orbo di leggi.
Il Fuoco è oggi il guardiano dell’ordine, il vicario dei Re e di Dio, che esso ha deposti. Se le ossa dei popoli e delle nazioni rammolliscono, il lavoro è una specie di busto o di armatura che sorregge, invece delle ossa tramutate in poltiglia, i popoli e le nazioni.
È vero che il mondo si sfascia, ma è vero anche che ci regna ancora un ordine quasi miracoloso, se si pon mente che nessuno lo governa più: nè Dio nè lo Stato; nè la Legge nè la Spada. Ha dunque il mondo trovato un principio di ordine nuovo, nel Fuoco? Il Fuoco non è più soltanto il padre delle arti, ma il legislatore dell’Universo senza gendarmi e senza demonî?
Molti lo sperano e lo pensano. Il mondo moderno non è nè cristiano nè ateo; è ritornato senza accorgersene alla idolatria; adora ancora un Dio con fervore, e quello solo: il Fuoco, il vecchio Agni risorto dopo tanti secoli. Lo adora con tanto fervore, che confida in lui, perchè lo salvi anche dalla propria follìa.
Ed i fatti sembrano dargli ragione. Paragonate la Russia e la Germania. In poche settimane i russi avevano rovesciate le colonne della società: la Monarchia, la Chiesa, la Burocrazia, l’Esercito. La dinastia deposta, l’amministrazione decapitata, la religione esautorata, l’esercito sciolto, rimaneva intatto tra tante rovine il tempio del Fuoco, la grande macchina della produzione, la proprietà sola e nuda, non più difesa dal prestigio della Corona, dall’autorità della religione, dalla forza dello Stato. «Distruggete anche quella: abbiamo fatta la rivoluzione sopratutto per distruggere la proprietà», gridarono milioni di miserabili.
Incominciò allora il tragico dubbio della rivoluzione russa. Le moltitudini non sentivano ragioni, volevano i beni dei ricchi; ma la rivoluzione, dopo aver deposto Dio e lo Czar, esitava, esitava, esitava, sacrilegamente savia, a devastare anche il tempio del Fuoco: le officine, le fattorie, le banche. Esitò per otto mesi, dal Marzo al Novembre, non osando dire che la proprietà era più sacra della croce e dello scettro; ma riserbandole quel po’ di rispetto che ancora sopravviveva. Sinchè la Follìa arrivò, armata di clava. Aveva letto in un libro tedesco, che se tutto il mondo è fatto male, la macchina della produzione è la sua parte più difettosa, che crea e distribuisce la ricchezza nel dolore e nell’ingiustizia, che per rifare il mondo bisogna rifarsi da quella. E poichè la trovava sola, e senza difesa, con pochi colpi la spezzò.
Il castigo fu pronto. Gli uni non potendo e gli altri non dovendo più neppur lavorare, non sopravvivendo alcun principio di ordine e di coesione, neppure il lavoro, tutto si sciolse. Invano i demolitori tentarono di improvvisare una rozza dittatura militare con gli avanzi dell’esercito e della polizia dell’antico regime. Tre anni accumularono nell’impero russo tante rovine, a cui in altri tempi non avrebbero bastato tre secoli: città abbandonate, vie distrutte, terre devastate, arti e industrie spente, peste, fame, guerra!
La Germania invece...
Il popolo, che dieci anni fa era retto dal governo più forte per autorità e per armi, non ha oggi, e quel che è più terribile, non può più avere — governo di sorta. Odia l’antico regime, perchè ha distrutto la sua fortuna e una civiltà; non ama il nuovo, perchè è un ripiego della disperazione imposto dalla forza delle cose al suo orgoglio.
Improvvisata, figlia della sventura, nuda di autorità e di prestigio, retta da uomini oscuri, servita a malincuore da una burocrazia ligia al passato, la repubblica tedesca è l’organo di una gigantesca dilapidazione della fortuna pubblica. Non uno Stato, ma la sua negazione. Il vecchio Dio dei tedeschi s’è ritirato, dopo l’armistizio, in fondo al cielo, come i loro re nei castelli aviti.
Ma che importa? Il Fuoco impera in Germania, più potente che gli antichi re, principi e duchi: e da solo mantiene l’ordine e la prosperità. Disarmata, mutilata, isolata, la Germania si è tutta immedesimata, anima e corpo, con la sua gigantesca macchina di produzione: ammirazione e invidia del mondo. Si è rimessa all’opera quasi con raddoppiato furore. Sole ormai nel mondo le sue navi non marciscono neghittose nei porti; sole, le sue officine lavorano a pieni fuochi; soli, i suoi operai protraggono la fatica oltre il terzo del giorno, e, fatto il ragguaglio della moneta, per una mercede più piccola, che quella che chiedevano prima della guerra. Pare che un nuovo destino stia per rivelarsi all’uomo in Germania: governarsi senza governo.
Ma è l’ultima delle illusioni che il secolo XIX ha seminate con tanta prodigalità! Diffidate, diffidate, diffidate di questa illusione, se non volete aggiungere nuove rovine alle antiche. La Russia si è suicidata distruggendo dopo lo Stato anche la macchina della produzione; la Germania si suicida, più lentamente, quando abbandona lo Stato alla rovina, pur di lavorare senza riposo. Il Fuoco è un Dio potentissimo; ma non può governare il mondo. Una nazione non può reggersi a lungo per il sostegno di un busto; ossa sane, dure ed elastiche insieme, ci vogliono.
Il mondo ha bisogno di autorità in cui creda, di governi che la governino. Ne hanno bisogno i popoli mussulmani come i cristiani, la razza bianca come la razza gialla, l’Europa come l’America.
L’armatura degli interessi economici regge ancora alla meglio la civiltà occidentale; ma stolto chi crede possa reggerla a lungo e da sola! Tutti vogliono oggi farsi alchimisti, costruire macchine, incanalare e maneggiare il fulmine. I tempi ci insegneranno tra poco che il compito delle nuove generazioni non è preparare nuove ricchezze per le future dilapidazioni, ma rispondere di nuovo all’eterno quesito: «Chi ha il diritto di comandare? Chi ha il dovere di obbedire?»
Compito più difficile che il crear ricchezze.
Ma quando lo riconosceremo, e ci accingeremo ad assolverlo, non con balorde improvvisazioni, ma seguendo gli insegnamenti dei savî?
IV. Il supremo fiore della Storia
Noi abbiamo contraffatto, svisato, falsificato anche il Comunismo: supremo fiore della storia!
Bussa a denari, e forte, il nuovo Comunismo![15]
Per una rivoluzione, che pochi anni fa gridava ai quattro venti di volere rifare il mondo ab imis; che per un pezzo si è vantata di aver ricominciato la storia, abolendo la moneta, non c’è male. In quattro anni i riedificatori del mondo non solo hanno tentato di rifare alla meglio la polizia, l’esercito e l’amministrazione degli Czar, ma ora ritornano addirittura, seguendo le traccie dell’impero moscovita, a bussare alle porte ben note, anche se qualche volta un po’ sorde, delle banche dell’Occidente.
Chi se ne meraviglia? Gli ingenui o gli ignoranti, forse. Con la rivoluzione, s’è sprofondato in Russia un ordine antico di cose; non sono esplose forze nuove, capaci di creare un ordine diverso e migliore. E non sono esplose, perchè non c’erano e non ci sono, queste forze nuove, nè in Russia nè altrove; perchè sotto le dottrine che sembrano più rivoluzionarie, anche sotto il socialismo e il comunismo, si nascondono oggi le stesse passioni, che muovono e animano i tempi presenti e il regime borghese: ricchezza e potere.
Il comunismo, per esempio: terrore dei borghesi e speranza dei proletari! Siete voi proprio persuasi che il comunismo sia contrario alla natura umana, come ripetono tutte le cattedre ufficiali? Come si spiegherebbe allora che la storia sia piena di istituzioni comuniste, alcune delle quali antiche come la civiltà? La famiglia è una istituzione comunista. Istituzioni comuniste sono i più antichi, gloriosi e meravigliosi ordini monastici.
No, non si può dire che in sè e per sè il comunismo sia contrario alla natura umana. Vero è invece che le è conforme, ma solo nella misura in cui la natura umana è capace di spirito di sacrificio e di rinuncia. Non c’è comunismo, se non là dove i singoli rinunciano ad una parte dei beni — proprietà e libertà — che potrebbero godere da soli, per un fine ideale; se non quando una forte passione — l’amore paterno o il fervore religioso, per esempio — rintuzza e deprime l’egoismo, avido di godimenti. Inteso così, il comunismo è uno dei fiori più belli della storia — ed uno dei più rari.
Senonchè il comunismo, che parla dalla Russia ai popoli come un maestro, e li incita ad applicare le sue dottrine, non chiede alle masse rinuncie e sacrifici in vista di un bene ideale; ma promette loro quegli stessi beni che prometteva il capitalismo — ricchezza, agi, piaceri, potenza — e in misura maggiore, e con minor sacrificio; offrendosi alle moltitudini come il continuatore del capitalismo, che compirà la stessa opera ma molto meglio. Esso promette agli uomini un’abbondanza anche più facile che la passata; ossia quello che, per la sua stessa natura, non può dare. Il comunismo può assicurare agli uomini le gioie spirituali di una convivenza allietata da alte speranze comuni, non le orgie dell’abbondanza. A queste provvede il «capitalismo».
Alla società moderna si possono rinfacciare mille difetti, appunto perchè essa ha tutto sacrificato alla quantità, anche la virtù e la bellezza. Ma non si può negare che abbia almeno scoperto il segreto dell’abbondanza, moltiplicando le ricchezze del mondo. Supporre che un «sistema comunista» possa vincerla in questa lizza è un sogno.
«Io rido, quanto sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi che gridano primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni! L’impero del capitale rovinerà il giorno in cui il popolo prenderà in orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta con quelli».
Così scrivevo più di dieci anni fa, prima del cataclisma. In questo passo sta la chiave di molti presenti misteri. Sinchè il popolo aspirerà a calzarsi di seta, a mangiar polli, ad andare ai bagni come alla perfezione e alla felicità, il «capitalismo» sarà il padrone del mondo. Socialismo e comunismo dovranno servirlo, anche immaginandosi di combatterlo. Il vero difetto del capitalismo sta nel crear troppa ricchezza.
Non è dunque meraviglia che i bolscevichi siano oggi costretti a fare la corte ai banchieri d’Occidente. I bolscevichi hanno potuto distruggere, in Russia, il corpo della «società borghese», non lo spirito. Questo vive anche in essi. Essi vogliono ciò che volevano i loro predecessori: una Russia quanto più è possibile ricca e potente. Per rifare rapidamente la ricchezza e la potenza della Russia è necessario del «capitale». Per trovare del capitale è forza rivolgersi al «capitalismo», anche dopo averlo maledetto. Anche questa è una catena; e per spezzarla una rivoluzione politica non basta. Occorrerebbe la sapienza di Socrate e di Aristotile, la saggezza di Augusto e di Talleyrand, la poesia di Virgilio e di Dante, l’insegnamento del Vangelo, un po’ dello spirito di San Francesco d’Assisi e di San Francesco Saverio, qualche brandello dell’Ecclesiaste, l’essenza depurata delle dottrine di Comte, di Mazzini, di Lamennais. Troppe cose, perchè ci possiamo pensare! Sordi alla voce del vero comunismo, ascolteremo noi il falso?
V. Nè Cristo, nè Anticristo
Abbiamo esautorato lo spirito e la materia. Non obbediamo più nè a Cristo nè all’Anticristo.
Molte leggende la passione politica ha accreditate intorno agli atti ed ai disegni della Santa Sede e di Benedetto XV durante la guerra mondiale. Si è perfino denunciato il Vaticano come un ufficio di propaganda tedesca! Vero è invece che la Santa Sede fu alacre e zelante nell’addolcire le crudeltà e nel lenire i dolori della ferocissima lotta, quanto timida ed esitante nell’affrontare gli interessi, le passioni e le dottrine, che hanno scatenato il flagello. La Chiesa fu tra i combattenti ministra della Carità più che Cattedra della Giustizia!
La paura della Russia, che ambiva immensi territori cattolici in Europa e in Asia, soffocò nel papato, per tre anni, l’orrore della violenza germanica. «La vittoria della Russia sarebbe stata una rovina per la Chiesa non minore della Riforma» — disse a me, nella primavera del 1918, uno dei più alti prelati della Curia. Se per le potenze occidentali lo czar era il sovrano di un immenso impero, un amico e alleato potentissimo, per Roma era il capo di una Chiesa scismatica, che avrebbe tentato di sradicare il cattolicismo dagli Stati, in cui fosse entrato. Curiosa coincidenza: la alleanza della Russia costò alla Francia e all’Inghilterra non soltanto le simpatie dei partiti più rivoluzionari, ma anche quelle della Chiesa cattolica!
Caduto l’impero russo e dileguate queste paure, le simpatie per la Francia, per l’Italia e per l’Inghilterra presero forza anche in Vaticano; ma non al punto da scuotere la persuasione, che gli imperi centrali avrebbero vinto la guerra. Questa persuasione — molto diffusa in tutti i paesi neutrali ed anche in quelli dell’Intesa, tra le persone che non erano obbligate a credere alla vittoria per dovere d’ufficio — spiega forse molti atti e atteggiamenti della Santa Sede, a cui si sono cercati fini più reconditi. Molti, anche nel governo della Chiesa, consideravano la vittoria della Germania e dell’Austria una calamità: ma siccome la ritenevano sicura, pensavano che la Chiesa dovesse, con una neutralità prudente, prepararsi a intervenire come moderatrice presso il troppo feroce vincitore.
La forza e il furore degli Stati combattenti intimidirono anche la più antica potenza spirituale della civiltà occidentale. Indebolita dai colpi che il secolo XIX le ha inflitti e da quella specie di irrigidimento ombroso con cui cerca di difendersi contro lo spirito avverso dei tempi; armata solamente di libri e di pergamene, di carta e di penna, la Chiesa non ha osato affrontare il furore di ambizioni, di cupidigie, di odî, di orgogli scatenato dalla guerra sul mondo; le coalizioni di interessi, che hanno armato per quattro anni l’Europa contro se stessa. Ha cercato, quanto poteva, di soccorrere le vittime di questo furore, ma senza correre il pericolo di esasperarlo, cercando di frenarlo senza forze adeguate.
Che questa politica non fosse animata da uno spirito eroico, è manifesto. Ma è pure manifesto che riesce oggi più facile ad un critico e ad uno storico vantare a tavolino l’audacia del grande eroismo cristiano, che non fosse al papa di praticarlo tra il 1914 e il 1918. Lasciamo dunque all’avvenire giudicare se Benedetto XV sia stato o non sia stato troppo cauto. L’osservatore contemporaneo deve piuttosto cercare che cosa indichi e di che cosa sia segno questa prudenza. Dell’indebolirsi e declinare dell’autorità spirituale della Chiesa?
Molti lo pensano e l’hanno ripetuto, in questi anni. Il coraggio è il compagno della forza. Un potere che si lascia disarmare, confessa la propria debolezza. E fino a questo punto chi ragiona così ragiona bene. Se la Chiesa si fosse sentita più forte, avrebbe levato maggiormente la voce in difesa dei deboli, che tante volte l’hanno chiamata in aiuto, durante la guerra, come ministra di Carità e di Giustizia. Ma l’illusione comincia, quando si spera, come tanti hanno sperato durante la guerra, che su questo indebolimento della potenza spirituale più antica debbano grandeggiare le nuove potenze spirituali e temporali, che oggi reggono il mondo: lo Stato, la scienza, i grandi organi dell’opinione, i maggiori imperi che si spartiscono il globo, il capitale e i potenti strumenti che esso muove, le masse organizzate e la loro volontà.
Purtroppo, Berlino e Parigi, la guerra e il Congresso della pace, dimostrano che le potenze nuove non sono meno inferme delle antiche, anche se la malattia di cui soffrono è diversa. Finchè l’impegno fu di distruggersi a vicenda, le potenze spirituali e temporali del secolo hanno fatto meraviglie: quando invece si sono accinte a rifare quello che avevano distrutto, sono state forse meno modeste e caute della Chiesa, ma non più capaci. Se la Chiesa ha potuto far poco, con le sue pergamene e con i suoi libri, per ridare al mondo la pace, gli Stati non furono più fortunati, con i mezzi immensi di cui disponevano.
Gli imperi centrali erano più forti per armi e sapevano fare meglio la guerra. Questa è la ragione per cui la loro vittoria sembrò a tanti sicura sino all’ultimo. Ma questa fu invece la ragione della loro sconfitta. A che cosa ha servito la smisurata forza di cui disponevano, se non a distruggere se medesimi, dopo avere dissanguato i nemici? La Germania non è forse soggiaciuta ad una specie di congestione della propria forza? Oggi i vincitori sono i più forti, per armi, per ricchezza e per saldezza interiore; ma a che serve loro questa forza se invano cercano di mettere pace e ordine nel mondo? Nè le ricchezze dell’America, nè l’armata dell’Inghilterra, nè l’esercito della Francia, nè la scienza degli esperti, nè la sottigliezza dei diplomatici, nè la volontà dei popoli, nè le vociferazioni dei giornali, nè l’oro e i consigli dei banchieri, nè le sedute dei Parlamenti, nè la potenza gregaria e l’infatuazione dottrinale del socialismo hanno potuto, finora, far più che le encicliche di Benedetto XV. La parola sembra avere perduto la sua antica potenza sulle menti degli uomini; ma dalla stessa impotenza sono colpite le armi, la ricchezza, la scienza e tutte le altre forze, a cui i moderni facevano più largo credito che alla parola.
Questa universale impotenza è il vero terrore dei nostri tempi. È vero: Benedetto XV, non ostante il suo zelo cristiano e l’immensa autorità di cui era investito, è riuscito soltanto a lenire alcune tra le più atroci sofferenze della guerra. Ma gli altri potentati non sono stati capaci di fare nè meglio nè più per ridare al mondo la pace. Nel groviglio delle autorità spirituali e delle potenze temporali che se la contendono annullandosi, l’Europa resta abbandonata a se stessa, prostrata nell’inerzia smaniosa di un esaurimento spirituale, che sembra disperare della propria guarigione.
Il pontificato di Benedetto XV, come il tormentoso smarrimento in cui si dibattono gli Stati tutti dell’Europa, vincitori o vinti, provano che nè la Chiesa nè lo Stato moderno, ciascuno da sè, sono in grado di trarre l’Europa dalla stretta in cui si è cacciata. Ma potrebbero riuscire meglio, unendo le loro forze? E se questo accordo non sia possibile, quale sarà il destino dell’una e dell’altro nell’avvenire prossimo? Quale la sorte dell’Europa?
Tremendi quesiti, con cui si troveranno alle prese i successori di Benedetto XV, per molte generazioni! Che essi almeno non siano sordi, come sono sordi i tempi!
VI. Il ritorno dei barbari
«È vero: — si ripete spesso quando si ragiona dei nostri tempi e dell’avvenire — l’autorità si sfascia oggi in Europa, come si sfasciò nel terzo secolo. Ma oggi non ci sono più barbari capaci di approfittare della nostra anarchia!»
È vero. I tempi sono mutati. Nel terzo secolo della nostra êra, civiltà e barbarie combattevano ad armi uguali. Oggi non più. La barbarie è inerme, di fronte alla civiltà. Il suo ardire e il suo impeto sono impotenti contro le nostre armi.
Ma siamo noi veramente sicuri? È proprio vero che i barbari vivono tutti sotto la tenda?
Barbara non è l’epoca in cui la forza e la materia dominano, non limitate e non regolate nè dalla legge, nè dalla giustizia, nè dall’amore, nè dalla socievolezza, nè dalla bellezza, nè dalla cultura? Non diciamo barbari i popoli, che al disciplinato regno della giustizia e della ragione preferiscono la violenta tirannide della passione e della forza?
Ma allora quanti barbari ci sono ancora e vivono nel cuore stesso della civiltà occidentale! Se ne incontrano dappertutto: nelle accademie e nei governi, nelle università e nelle officine, fra gli eruditi e fra gli analfabeti, in mezzo al popolo e in mezzo ai grandi, tra i ricchi e tra i poveri. Anzi, ognuno di noi è quasi una doppia persona; in parte civile, in parte barbaro. Guardiamo un po’ dentro noi, e ci accorgeremo che l’uomo civile e il barbaro non guerreggiano più, come un tempo, ai confini dell’Impero Romano, ma in ogni coscienza.
Noi siamo barbari, quando assumiamo la massa, il peso e il numero come misura del merito e della eccellenza. Siamo barbari, quando ammiriamo un edifizio perchè è massiccio e vistoso, una chiesa perchè luccica d’oro e di marmi, un vestito perchè costa molto, un popolo e un uomo perchè sono ricchi e potenti.
Siamo barbari, quando beviamo, mangiamo e fumiamo oltre il ragionevole, con intemperanza. Siamo barbari, quando prodighiamo la ricchezza solo per far vedere che la possediamo e per abbagliare i vicini. Siamo barbari, quando ammiriamo con uguale ardore la bellezza di una donna e il diamante che luccica nei suoi capelli. Siamo barbari, quando ci lasciamo abbrutire dalla rude potenza delle macchine e dalla furia frenetica dei nostri tempi. Siamo barbari, quando ci spogliamo del più grande tesoro che Dio ci ha donato — la intelligenza — per infonderla nella materia; quando ci vantiamo di rimbecillire, per creare dei congegni di ferro ogni giorno più intelligenti.
Siamo barbari, quando, inorgogliti e inferociti dalla intelligenza micidiale che abbiamo risvegliata nella materia, abdicando la nostra sovranità, aspiriamo ad essere i re dell’Universo, innanzi a cui tutte le cose della creazione devono inchinarsi.
Siamo barbari, quando crediamo di poter riscattare con le invenzioni meccaniche e con le scoperte chimiche le nostre colpe, i nostri errori, la nostra cecità e le nostre follìe. Siamo barbari, quando ci illudiamo che il vapore, l’elettricità, i raggi X, il telegrafo senza fili, il radium, i crogiuoli dei chimici, le imprese del commercio, le audacie delle industrie, le meraviglie dell’agricoltura, effettueranno la seconda redenzione del genere umano, dopo il sangue di Cristo; e purificheranno il mondo dalle cattive passioni che lo infestano, inaugurando il Regno della Pace e della Saggezza.
Spesso i barbari «ab intus» sono più pericolosi che i barbari di fuori. Quelli di fuori si avanzano allo scoperto, e si possono segnalare, contare e fermare con la forza. Ma a quale segno sicuro riconoscere i barbari dei nostri tempi? Quando neppur essi hanno sentore dell’essere proprio e gli altri sanno così poco discernerli, che spesso li ammirano come i campioni e i difensori della civiltà?
Anche questo è un pericolo che ci minaccia sulle vertiginose altezze della nostra potenza. Scambiando per segni di progresso i vizi della barbarie, grossolanamente mascherati e contraffatti, la civiltà occidentale si affida troppo spesso, per salvarsi, alla distruzione e alla morte.
Osservate tutte le armi di cui è così fiera: quelle natanti fortezze di acciaio, che infestano i mari; quei cannoni dalle gole profonde come un abisso; quelle mitragliatrici che irrorano la terra con una pioggia di morte minuta, incessante, invisibile; quei falchi di metallo, da cui piovono i fulmini; quei milioni di baionette che scintillano ai raggi del sole.
Ci siamo affidati a questi terribili strumenti di guerra, affinchè tenessero a distanza i popoli che, a torto o a ragione, chiamiamo barbari. Al riparo di questa muraglia di ferro e di fuoco, innalzata dal nostro genio, noi viviamo sicuri, che non dovremo più fuggire innanzi a una nuova passata alluvionale di Mongoli. Ma donde è mosso l’uragano di violenza, che per cinque anni ha devastato l’Europa, se non da quegli stessi strumenti di guerra, in cui avevamo posto la nostra sicurezza e la nostra speranza?
La civiltà occidentale giace prostrata e agonizza sotto la mole di quelle armi, con cui si era rivestita per difendersi.
Le armi che dovevano difenderci dai barbari, si sono rivolte contro di noi. Eccoli, anzi, i veri barbari del nostro tempo: sono esse! Barbari di ferro e di acciaio, temprati nel fuoco dalle nostre braccia, e contro i quali siamo impotenti come i Romani erano impotenti contro i Germani ed i Goti.
L’intelligenza letale, che abbiamo risvegliata nella materia con il nostro orgoglio e la nostra ambizione; quell’intelligenza letale che ammiravamo come il prodigio del nostro genio, quando sterminava i nostri nemici, ha ormai annientato anche noi: vinti e vincitori insieme. Questa è la grande nemica della civiltà occidentale, più implacabile delle orde barbariche che distrussero l’Impero Romano. Non potremo salvarci dai nuovi barbari con il ferro, poichè sono essi stessi il ferro; non potremo salvarci con quell’oro che Roma gettò così spesso agli invasori per fermarli quando non poteva respingerli, perchè non sono avidi, come gli antichi barbari, della nostra ricchezza, ma della nostra distruzione.
Visibili o invisibili, questi barbari ab intus non potranno essere vinti che da armi invisibili e immateriali: la Ragione, la Giustizia, la Saggezza. Il giorno in cui la Ragione, la Giustizia, la Saggezza riappariranno nel mondo, i barbari, che sono ritornati a devastare l’Europa, volteranno le spalle e partiranno per sempre. Ma per quanto tempo, prima di questo ritorno, il mondo volterà le spalle anche a questa parola della verità?
VII. L’idropisia del denaro
Noi abbiamo tolto valore alla misura di tutti i valori concreti.
Una nuova malattia è apparsa nel mondo: «l’idropisia del denaro». La civiltà occidentale è gonfia di una mostruosa idropisia di oro, d’argento e di carta monetata.
Vi parrà forse inverosimile, o uomini del mio tempo: eppure è così. C’è troppo denaro nel mondo; e perciò c’è troppo bisogno, tormento, insoddisfazione, vizio, perversione, odio e povertà. Troppo denaro vero — oro e argento, negli Stati Uniti d’America, e in tutti gli Stati neutrali, impinguati sulla guerra degli altri; e troppo denaro spurio — carta monetata — negli Stati che furono belligeranti.
Dalle trincee, nel 1914, incominciò a fluire un Pactolo rosseggiante, nel quale si confondevano sangue e oro: il sangue di una generazione immolata al Dio della guerra, e le ricchezze di tre generazioni liquidate per acquistar ferro, bronzo, fuoco e congegni di guerra. Piccolo in principio, questo fiume d’oro e di sangue è gonfiato di anno in anno, finchè ha straripato sulla faccia della terra. Non c’è mai stato tanto denaro nel mondo — vero o spurio. In dieci anni si è raddoppiato, quintuplicato, decuplicato a seconda dei paesi. L’alluvione l’ha trasportato dappertutto, anche nelle capanne e nei tuguri. Tutti ormai lo posseggono, il denaro, che per tanti secoli non aveva voluto rifugiarsi che in pochi palazzi. Il mondo dovrebbe dunque essere felice secondo la nostra saggezza. Il denaro non è la ricchezza? La ricchezza non è la felicità? Il mondo invece è malato e soffre!
Sì: mentre tutte le altre ricchezze servono l’uomo soltanto secondo la propria natura, rigida e limitata, il denaro è — o sembra — uno schiavo docile e mobile, pronto a tutti i travestimenti, solo che il suo signore comandi.
Chi possiede una casa, una terra, del ferro, della lana, del grano non può servirsene che per i fini e gli uffici a cui la natura destina questi oggetti. Se vuol servirsene ad altri fini ed uffici deve venderli, ossia convertirli in denaro. Ne è dunque il padrone, a condizione di essere schiavo della loro destinazione. Il denaro no: fa tutto ed è tutto. Si nasconde e si ostenta; corrompe e benefica; incoraggia il genio e lo sfrutta; premia la virtù e assolda il delitto; onora Dio e incoraggia il vizio. È amico e nemico, maestro e lenone, creatore e distruttore.
Insomma è angelo e demonio. Ed è pronto a servir l’uomo come egli vuole, nell’una o nell’altra di queste opposte persone.
Gli uomini, che sono persuasi di essere furbi, si sono accorti da un pezzo di questa prodigiosa virtù. Perciò hanno immedesimato il denaro e la ricchezza, sebbene il denaro sia non la ricchezza ma una ricchezza, quando è d’oro e d’argento; e non sia neppure una ricchezza, ma un segno della ricchezza spesso ipotetico e non di rado addirittura fallace, quando è di carta. Perciò sono stati così cupidi in tutti i tempi e in tutti i luoghi di denaro vero o spurio; e non si reputano felici se non quando lo posseggono, sebbene a un uomo perduto nel Sahara un pane ed un otre di acqua sarebbero più preziosi che un sacco di monete d’oro.
Ma questo servo docile e sorridente è un nemico nascosto e implacabile. La storia ce lo ripete a ogni pagina: quando, per una ragione o per un’altra, una età è sorpresa da una improvvisa abbondanza di denaro, ecco crescere il prezzo delle gioie, dei vini, delle vesti preziose; ecco sorgere da ogni parte edifici di lusso e di piacere; ecco l’amore farsi prodigo e venale; il Piacere e la Voluttà aprire taverne, teatri, danze, lupanari e tutti i luoghi in cui l’uomo può comperare per denaro e al minuto la spicciola felicità dei sensi.
Appunto perchè questo pericoloso servitore si offre all’uomo per servirlo a suo piacere, come un angelo o come un demonio, l’uomo è più facilmente vinto dalla curiosità di vedere come serve un demonio. Che cosa è stata la guerra mondiale? Una notte di Getsemani della civiltà occidentale o un saturnale? Al genere umano, che sudava sangue nella trincea, il denaro consigliava di consolarsi e rifarsi, dandosi all’orgia nelle città.
Fortunata ancora l’America, che almeno ridonda di vero denaro — oro, argento e biglietti che si possono convertire in oro ed in argento. Il denaro vero è immune dalla moltiplicazione illimitata; perchè a scavare dalle viscere della terra dell’oro e dell’argento ci vuole tempo e fatica. Ha quindi un peso, una consistenza e un valore stabile, se non immutabile; onde gli uomini sono spinti a conservarlo. L’Europa invece è idropica di falso denaro.
In America il denaro, appunto perchè è vero ed autentico, è raddoppiato soltanto. In Europa s’è moltiplicato in dieci anni, cinque, dieci, venti volte. La carta e l’inchiostro costano così poco; i torchi girano così veloci!
Ma moltiplicandosi all’infinito coi giri del torchio, questo denaro perde via via consistenza, peso e quindi sicuro valore; perdendo consistenza, peso e valore si volatizza e sfugge anche alle mani, che più bramose vorrebbero stringerlo. Perchè conservare un denaro fluido, volatile, il cui valore scompare da un giorno all’altro, come il profumo di una fiala aperta? Tutti gli dànno la caccia, ma appena lo afferrano, se ne disfanno per ricominciare la caccia e per disfarsene di nuovo; il circolo non si ferma mai, anzi gira ogni dì più veloce; il denaro non sta più fermo un minuto, passa da una mano all’altra, insegnando l’ozio, la prodigalità, il lusso, la dissolutezza, la ghiottoneria a milioni di uomini, che ieri ancora vivevano semplicemente.
Il denaro vero, autentico, che ha un peso certo, una forma obbligatoria, un conio indelebile, che l’uomo deve fabbricare di buon metallo con lunga fatica, può servire l’uomo come angelo o come demonio. Il denaro falso, segno menzognero di ricchezza immaginaria, stampato in materie fragili e caduche, che l’uomo moltiplica senza fatica, non può servirlo che come demonio.
Molti congegni infernali ha inventato la civiltà occidentale, ebbra di morte, per suicidarsi al cospetto dei secoli. Tra questi congegni, accanto alla bomba, al siluro, alle miscele esplodenti e all’otre dei vapori letali, occorre annoverare anche l’umile pietra che stampa e il suo torchio. Essa non ha sfondato tetti, affondato navi, ma ha fatto di peggio: ha falsato una cosa sacra, una misura, la misura del lavoro umano. Poichè in mezzo a tanti servigi loschi, frivoli o brutti che esso rende all’uomo, questo è l’ufficio augusto del denaro, quello per cui partecipa un poco della natura divina e corrompendolo, corrompiamo noi stessi.
Ha falsato la misura del lavoro; e falsandola, se non ha ucciso uomini, donne, fanciulli nel sonno, come la bomba e il siluro, ha ucciso e uccide nel cuore degli uomini l’amore del lavoro, la preveggenza, la parsimonia, la virtù di contentarsi; delude, tormenta, inganna tutto il genere umano con il nuovo supplizio di Tantalo, con il miraggio di una ricchezza che si allontana, appena l’uomo tende la mano per ghermirla. Inganna e inferocisce, perchè l’uomo, esasperato da questo gioco maligno, va in furia, dà in smanie, e vuol vendicarsi su qualche cosa e su qualcuno.
Non ci fu mai tanto denaro nel mondo e non ce ne fu mai così poco. Tutti ne hanno maggior bisogno, e si sentono più poveri, quanto più abbondano di questo falso denaro che invilisce moltiplicandosi: Stato, città, banche, industrie, commerci, famiglie. Ci fu mai per il genere umano supplizio più atroce?
C’è troppo denaro nel mondo; e perciò ce nè troppo poco.
Questo falso denaro è la lebbra dei nostri tempi, la lebbra che la civiltà occidentale ha riportato a casa dalle trincee. Per quanto tempo ci tormenterà? Il fuoco soltanto può salvarci dal contagio micidiale di questa lebbra incurabile. Ritorniamo a coniare il denaro vero, che è la misura sacra e autentica del lavoro umano. Tra le espiazioni del sangue versato, a cui la civiltà occidentale dovrà sottostare, è necessaria anche una purificazione del denaro. Non l’esige l’Economia, scienza senza cuore: la vogliono la Verità, la Rettitudine, la Lealtà.
Ma questa parola di verità sarà intesa dagli uomini?
VIII. La vittoria acefala e l’ora di Barabba
Domenico Giuliotti ha letto sull’orologio della storia che questa è «l’ora di Barabba». L’intuizione è profonda.
Questa cronaca di quattro anni narra una storia sanguinante di errori caparbi. Hanno sbagliato tutti e sempre, impantanandosi nel proprio errore: i governi, le diplomazie, la Banca, gli Stati maggiori, la Scienza, gli oracoli della pubblica opinione e perfino la Retorica! Sono stati delusi nelle loro speranze i popoli, gli Stati, i partiti, cosicchè tutti maledicono oggi la pace e si accusano a vicenda. Non è contenta l’Inghilterra, che invece di conquistar tutta l’Asia e tutti gli Oceani, ha perduto e sta perdendo l’Egitto, l’India, l’Irlanda, la parte migliore della sua clientela forestiera; ed è minacciata sul mare dall’America e dal Giappone. Non è contenta la Francia, che si sente in pericolo quanto più la Germania si indebolisce; non è contenta l’Italia, non è contenta la Polonia, non è contenta la Jugoslavia... Dei vinti non parliamo. L’Europa è tutta rancori, dispetto e rabbia. La pace è il lavoro di Sisifo. Ogni stagione arriva con una nuova promessa; ma il solleone uccide insieme con le rose anche le speranze della primavera, e l’autunno volta le spalle al solleone e alle sue promesse, per rincorrere un’altra illusione e delusione.
Sì, lo so: fare la pace era difficile, ma non più, e forse meno, che nel 1814. Quando Napoleone sprofondò con tutto lo scenario dipinto di quella sua spettacolosa coreografia a cui aveva dato il nome di impero, lasciò — monumento della sua sapienza — l’Italia, la Francia, il Belgio, l’Olanda, la Spagna e una metà della Germania senza governo. E a quei tempi i popoli, quando si trovavano ignudi a quel modo, avevano ancora bisogno del sarto, che facesse loro il vestito, perchè non sapevano maneggiare la forbice e l’ago. La sartoria di Vienna dovette, nel 1814 e 15, tagliare e cucire molti abiti nuovi, ripulire rattoppare e rammodernare molti abiti vecchi, per tanti popoli che la rivoluzione e l’impero avevano lasciati in camicia e che aspettavano il vestito da quella famosa bottega. Ma ora i popoli sanno come si fa, quando un regime casca; sanno come in dodici ore si taglia nel panno di una rivoluzione un governo provvisorio, e in un mese o due, una costituente, una costituzione e una repubblica definitiva. Nel 1919, quando il Congresso di Parigi aprì le porte, tedeschi, polacchi, russi, ungheresi, boemi, austriaci, tutti i popoli che sul finire del 1918 avevano gettato la livrea della Corte, s’eran già tagliati da sè un casacca repubblicana. Il Congresso di Parigi doveva soltanto giudicare se la casacca era troppo ampia o troppo piccola, fare qua e là qualche ritocco al taglio, e cucire.
Se gli uomini nel 1814 seppero tagliare e cucire tanti vestiti, come mai gli uomini del 1919 non sono stati capaci neppure di cucirli alla meglio? L’arte della grande sartoria è così decaduta? Eppure nel suo piccolo studio nascosto in fondo a un giardino, senz’altro oracolo da consultare che pochi volumi nei quali era scritta la storia del secolo XIX, lontano dai conciliaboli dei grandi e senza partecipare ai loro segreti consigli, uno scrittore aveva capito, e giorno per giorno aveva avvertito i popoli e i governi, che quei trattati resterebbero in molte parti lettera morta, che in troppi punti deluderebbero le speranze e befferebbero gli ingenui propositi dei compilatori. Nè lo spirito di Ezechiele era entrato in lui: l’involontario profeta vuole essere il primo ad attestarlo! Gli era bastato conoscere che cosa è un trattato, come si osservi e si imponga; gli era bastato sapere che cosa è un governo, come si regga e donde attinga la forza di comandare e il diritto di farsi obbedire; gli era bastato possedere una nozione approssimativa dei limiti oltre i quali la forza non può essere adoperata con buon successo da uno Stato con i suoi e fuori dei confini; gli era bastato conoscere un po’ la storia dell’Europa prima e dopo il 1789 e applicare con buon senso e serenità queste conoscenze ai compiti differenti dei compilatori del trattato. Gli era bastato, insomma, avere un po’ di testa...
Senonchè qui appunto, nella testa, era il vizio. La vittoria, che per quattro anni noi abbiamo cercata ansiosamente con gli occhi in tutti gli angoli dell’orizzonte; la vittoria, che apparve all’improvviso un giorno, ad Oriente, dopo quattro anni di disperati richiami e di inenarrabili stragi, era acefala, come il marmo di Samotracia. Nessuno, lì per lì, nel tumulto della gioia, se n’accorse. Ed era acefala, perchè era apparsa, quando sull’orologio dei secoli batteva l’ora di Barabba.
Il male, di cui l’Europa muore, è questo. Non l’intelletto soltanto è tocco, ma anche, e più, la volontà. I vincitori hanno fatto male i loro conti allora; e oggi che si accorgono di averli sbagliati, non sanno rifarli, perchè hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono se non nella eccitata fantasia; e hanno voluto e vogliono abusare di una forza che non posseggono, perchè non sanno e non vogliono più sapere che cosa è un trattato, un governo, un esercito; e non lo sanno e non vogliono più saperlo, perchè sono dominati da cattive passioni: ambizione, orgoglio, prepotenza, cupidigia, vendetta, fatuità. La catena che la vittoria acefala ha gettato al loro collo e con cui li trascina al macello, è questa.
Scampati alla disfatta quasi per miracolo, e soltanto per una abbondanza di uomini, di armi e di denaro così soverchiante, che tutti gli errori, le negligenze, le leggerezze, le inettitudini non hanno potuto annullarla, i vincitori tanto più si sono inebriati, perchè da un pezzo ormai, in fondo al cuore, disperavano di vincere; hanno dimenticato, sebbene fosse manifesto, che erano anch’essi spossati poco meno dei vinti e che la vittoria aveva accresciuto la sicurezza, ma diminuito la potenza di tutti i grandi Stati dell’Intesa; si sono invaniti, esaltati, inferociti. Tutte le passioni del dominio e dell’acquisto, che sonnecchiavano in questo o quel gruppo dei ceti governanti; tutti i vulcani che durante la guerra parevano spenti per sempre hanno ricominciato a fiammeggiare. Gli uni adocchiarono territori; gli altri sognarono vendette e rappresaglie, che amareggiassero agli avversari la disfatta quanto la loro tracotanza aveva inferocito la lotta; tutti furono invasi da una smodata smania di bottino e di preda; tutti si convinsero che erano stati i più valorosi che avevano fatto i sacrifici maggiori, che potevano rivendicare il merito più insigne e i trofei più smaglianti della vittoria, che il proprio interesse era diventato il fulcro dell’universo. Intanto i redivivi delle trincee si precipitavano affamati nell’orgia in cui già da tre anni tripudiavano i favoriti della guerra; e facevano della pace una gigantesca kermesse. Tutti credevano — o vivevano come se credessero — che la pace potrebbe continuare in eterno a liquidare il capitale, di cui la guerra aveva già divorato tanta parte: fabbricanti e mercanti, banchieri e accollatari, funzionari e giornalisti, ministri e diplomatici. Era opinione universale — perchè nessuno voleva pensare alle imminenti, fatali scadenze — che incominciava un’êra di straordinaria prosperità per l’industria ed il commercio; e questa sorridente ma un po’ sventata opinione si faceva forte, per rassicurare i dubbiosi, di ragioni sostanziose come questa: esserci nel mondo nazioni intere — la Russia, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la Rumania e via dicendo — bisognose di tutto, perchè avevano logorato nella guerra il proprio corredo! «Ma se domani io avessi bisogno del castello di Versailles, non per questo potrei acquistarlo — dissi una sera a Parigi, a tre banchieri, che si lusingavano a vicenda con questo bel ragionamento. Per comperare un oggetto, non basta averne bisogno; è necessario anche possedere i mezzi di acquistarlo, ossia qualche cosa da scambiare con colui che lo possiede!» Ma questo ragionamento, cascando in mezzo a quel crocchio di finanzieri, fece proprio il tonfo di un incredibile paradosso. Tutti comperavano, vendevano, giocavano, speculavano, spendevano, gozzovigliavano da un capo all’altro dell’Europa. Uno sgualdrinaggio impudente svergognava le strade, i caffè, i balli, i ritrovi privati; l’oro e i diamanti scintillavano, la seta luccicava, le pelliccie si gonfiavano pettorute in alto e in basso, in una ostentazione sfrenata che confondeva principesse e contadine, meretrici e matrone, in ogni paese. Lo Stato, stava al centro della kermesse, simile a un Gambrino ubriaco a cavalcioni di una botte gigantesca; e dominava dall’alto il baccanale, lo incoraggiava con la voce, con il gesto, con l’esempio, continuando a gettare alle folle ubriache il salvadanaio di tutti a manciate. Guai ad accennare che ormai gli impegni degli Stati erano tanti, da doversi pensare con prudenza non solo a ritornare all’antica parsimonia, ma a verificare se gl’impegni presi si potevano mantenere! Disfattismo della pace; crimine di lesa patria!
Il mondo era a tal punto impazzito, che mentre affilava i coltelli per scuoiare la Germania con il trattato di Versailles, le regalava miliardi e miliardi per premiarla di aver fatto la guerra all’universo. Proprio così: parlo sul serio. Un caso così straordinario non si era ancora veduto. «Non comprate marchi. La Germania è stata rovinata dalla guerra. Chi compera marchi, presta a un fallito».
Quante volte ho ripetuto questo consiglio, nel 1919, quando il marco di carta valeva ancora un mezzo marco d’oro! Non ho mai presunto di dare consigli al denaro in cerca di profitti. Ma mi pareva di dovere e di poter dare questo consiglio, non come uomo di finanza, ma come uomo provveduto di qualche grano di buon senso.
Ma anche questo savio consiglio, come tutti gli altri, è stato inutile. I miei amici, ricchi e poveri, uomini e donne, ammiratori e avversari del nome tedesco, comperarono marchi, marchi, marchi. E non i miei amici soltanto, ma tutta la città, in cui abito, ma tutta l’Italia, ma tutta l’Europa e l’America. «La Germania è intatta. La Germania lavora. La Germania è la Germania. La sua carta sarà domani oro di zecchino», dicevano e pensavano tutti. E ad ogni ruzzolone che il marco faceva, in folla e a precipizio, a comperare!
Chi potrebbe contare oggi i miliardi che l’Europa e l’America hanno regalati alla Germania, dall’armistizio in poi, speculando balordamente sul marco? Poichè le somme che i compratori hanno perdute sono state in parte guadagnate dalla Germania; sono dunque un dono del mondo a quella che ieri ancora era la «nemica del genere umano», fatto o in monete buone o in monete migliori della sua.
In quale Stato di Europa una favilla di civismo sincero sopravvisse a questo orrendo baccanale, celebrato su dieci milioni di tombe? Guerra e pace, forza e diritto, patria e umanità, conservazione e rivoluzione, ordine e disordine, bianco e rosso non furono più, dal giorno dell’armistizio, che bandiere di interessi e di passioni in guerra. Sulla rovina della monarchia e sulla inesperienza della democrazia, gli uomini e i partiti più avversi sognarono tutti il potere eterno e incontrollato, la dittatura; e se la disputarono, esaltando il sentimento popolare già delirante con una gara di folli promesse. I partiti e i gruppi che, per essersi trovati al potere quando finalmente la Vittoria era apparsa, si erano imaginati di averla essi chiamata, la presero in ostaggio e la costrinsero a promettere al popolo quel che non poteva dare: territori, corone, tesori, ricchezze. Ma i socialisti si erano accorti che la Vittoria era acefala; e stavan pronti a coglierla in fallo con le sue promesse bugiarde, e ad ammutinare le masse perchè la lapidassero.
I conciliaboli, in cui la pace fu tramata, erano infettati dalle esalazioni asfissianti di queste torve passioni nemiche. Immersi nella nebbia di quelle esalazioni, gli spiriti si sono ottenebrati, non hanno potuto più discernere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il fittizio dal solido, il sogno dal reale. Per pensare rettamente, come per pregare, occorre una certa purezza di anima. La passione a volte fa incespicare, nonchè la logica, anche l’abbaco. Accadde così che i vincitori — popoli e governi — non intesero più nè i comandi del dovere nè i consigli della prudenza. Non hanno capito che, tolte alla Germania l’Alsazia e la Lorena, spolverato l’articolo del vecchio trattato di Praga ancora ineseguito dopo tanti anni che le faceva obbligo di indire i plebisciti nelle terre dello Schlesvig, strappate alla Danimarca, bisognava rispettare l’integrità della Germania, anche a costo di deludere qualche speranza; andar piano con il coltello ad oriente; sforzarsi di ottenere il suo consenso a quei mutamenti territoriali che la risurrezione della Polonia imponeva; in ogni caso non smembrare l’Alta Slesia ma lasciarla tutta alla Germania, dopo che il plebiscito aveva scelto. Non hanno capito che avevano il diritto e il dovere di dire alla Polonia: «tu sei resuscitata; e chi resuscita, può essere contento anche se resuscita con le sole ossa e la sola pelle. L’adipe verrà poi, se i tempi e la salute e il destino e la Provvidenza vorranno...». Non hanno capito che dovevano incoraggiare e aiutare la repubblica tedesca, mostrandosi con essa meno esigenti che con la monarchia, e offrendole in ogni caso una pace non umiliante ma decorosa, come quella che gli alleati avevano offerto nel 1814 a Luigi XVIII e alla monarchia legittima restaurata sul trono di Francia. Non hanno capito che, mettendo in un fascio, oltre il Reno, repubblica e monarchia con un trattato umiliante, toglievano alla repubblica la forza, nonchè di eseguire il trattato, di governare la Germania e la precipitavano nel caos. Non hanno capito che le riparazioni e le indennità non dovevano essere imposte in misura arbitraria e accettate senza discussione come l’espiazione di un delitto orrendo, di cui il popolo tutto fosse responsabile; ma presentate alla discussione e al consenso del vinto, come un pegno della sua sincera volontà di riconciliarsi con il mondo, contribuendo alla restaurazione di una pace umana per tutti. Non hanno capito che il disarmo della Germania o faceva parte di una tregua conchiusa con animo sincero dalle maggiori potenze d’Europa sulla terra e sul mare, simile a quella che le grandi monarchie avevano conchiusa a Vienna nel 1814, o non sarebbe che una maldestra imitazione di uno dei più barocchi impiastri dell’empirismo napoleonico. Non hanno capito che la Germania era stata rovinata dalla guerra; e che era ridicolo immaginarsela scintillante di oro e di raso quando era coperta di cenci, per non rinunciare alla speranza di spogliarla. Non hanno capito che la caduta della Russia mutilava la loro vittoria; che vincitori in Occidente, essi erano stati vinti in Oriente; che tra i due punti cardinali poteva intervenire soltanto un compenso parziale; che, caduta la Russia, tutta la dominazione europea nell’Asia vacillava e la Turchia poteva essere annoverata piuttosto tra le potenze vincitrici che tra le vinte, essendo stata liberata dal nemico implacabile che da due secoli la perseguitava a morte. Non hanno capito infine che, scioltosi il nesso dinastico da cui sino al 1918 popoli e genti di lingua e di razza diversa erano stati legati insieme, in vasti e potenti imperi, nel cuore dell’Europa, occorreva legarli con qualche altro nesso, se non si voleva che la Libertà si presentasse a questi popoli tenendo in mano, come primo regalo, delle catene di ferro; e che questo nesso nuovo non poteva essere cercato che nella volontà profonda dei popoli stessi, espressa dai plebisciti. Non inarcate le ciglia per lo stupore, o lettori. La volontà dei popoli, nella quale l’Europa cerca oggi affannosamente quel principio di diritto, senza cui un governo non è che un odioso atto di prepotenza, non può esprimersi e articolarsi, ossia farsi una realtà viva e operante, se non per plebisciti, lealmente fatti e osservati. Al di fuori di questa, per quanto rozza articolazione, la volontà dei popoli è soltanto una maschera, di cui si copre l’arbitrio del più forte, il quale si arroga di sapere quel che un popolo vuole, meglio del popolo stesso! Bisognava dunque concedere i plebisciti chiesti dall’Ungheria e dagli altri popoli vinti; bisognava moltiplicare i plebisciti su tutti i punti controversi, dal Montenegro all’Alta Slesia; farli e osservarli con quella lealtà, che un anno prima della guerra mondiale avevo già invocata come divinità tutelare dei tempi, i quali non credono più a nessun vero trascendente e assoluto, ma si reggono su principî convenzionali, limitati e facilmente rovesciabili. L’Europa non sarebbe, no, un Eden di pace oggi; ma ci sarebbe già, sotto questa mobilità universale, qualche punto fermo.
I vincitori non hanno capito nè queste cose nè molte altre, che li avrebbero aiutati a salvarsi. Senonchè mi pare che questo studio mancherebbe della sua conclusione e terminerebbe senza finire, se, giunti a questo punto, non ci proponessimo il quesito: per quale ragione queste cattive passioni sono state così forti, da spegnere addirittura il senso di conservazione in Stati e in popoli interi? Quale demonio è entrato in questi popoli e in questi Stati, che sembrano tutti usciti di senno e posseduti? Se noi riusciamo a sciogliere questo quesito, potremo abbracciar con una occhiata sola, da una specola dominante, tutte le osservazioni fatte via via e sparse nelle pagine di questo volume. E lo possiamo sciogliere con una risposta sicura. L’Europa non ha avuto, alla fine della guerra, la purezza d’animo necessaria a pensare rettamente e a discernere la realtà dalle allucinazioni, perchè dal 1848 in poi ha logorato la sua antica riserva degli ideali, senza rinnovarla, come un erede dissennato che divora il patrimonio degli avi.
Questa riserva ideale si componeva di tre tesori: il cristianesimo, l’umanesimo, l’umanitarismo liberale del secolo XVIII; e tutti e tre i tesori rigurgitavano di sentimenti, di dottrine, di tradizioni, di regole, di esercizi, di scuole e di precetti, che servivano a comprimere e contenere gli egoismi violenti e brutali della natura umana, a mansuefare la bestia, che sonnecchia in ognuno di noi. Ma tutti questi tesori sono ormai dispersi e... Sì: in ogni strada le chiese aprono le porte ospitali al passante, officiano, pregano, suonano le campane. Ma dove e quanti sono ancora i veri cristiani, i quali sentono che l’uomo è un Dio decaduto; e che non può lucrare la redenzione di cui ha bisogno più che dell’aria per vivere, se non riconosce tutta la depravazione della propria natura, per impegnare con quella un disperato duello? Dove sono e quanti sono in questa strana epoca, in cui ogni uomo è persuaso nel fondo della sua coscienza di essere un Dio perfetto; ed è soddisfatto di sè al punto, che non trova altra ragione di dolersi, se non della sorte e degli altri? Ci sono ancora delle cattedre da cui si leggono e si spiegano Orazio e Pindaro, Virgilio e Omero, Livio e Tucidide; ce n’è più che non ci siano mai state e che non occorra. Ma queste cattedre oggi pretendono di spiegare il vero Orazio e il vero Pindaro, il vero Virgilio e il vero Omero, il vero Livio e il vero Tucidide. Chi cerca più, in quegli avanzi di una civiltà morta, in parte anche falsandoli con una ammirazione che riconosce in essi soltanto bellezze e virtù, e le vuole esagerare di proposito per farne uno specchio di perfezione immacolato; chi cerca più il modello di una compostezza, di una sobrietà, di una eleganza, di una moderazione, di una nobiltà che temperi e raffini così lo stile delle lettere come il pensiero politico, il gusto delle arti come il costume privato? Dal secolo XVIII tre magiche parole erano venute a volo fino a noi, come tre arcangeli, attraversando le tempeste, e avevano messo il piede nel cuore dell’Europa: libertà, uguaglianza, fratellanza. Erano parole un po’ leggere, e leggermente vestite di un ottimismo iridescente un po’ frivolo; ma erano anch’esse maestre, anche se talora un po’ deboli e svenevoli, di buoni sentimenti, perchè insegnavano ai potenti a non abusare del potere, ai fortunati a non presumere della loro fortuna sino al punto di credersi migliori, agli uomini, alle classi, ai popoli ad aiutarsi ed amarsi. Volgete oggi gli occhi intorno: che scempio e che rovina! Chi crede ormai a queste parole, quando la nostra epoca le pronuncia, più che alle moine contrattate della prostituta?
Noi viviamo — fu detto — del profumo di un vaso vuoto. La civiltà quantitativa e l’ideale della potenza hanno bruciato a poco a poco le radici dei sentimenti nobili, dei gusti delicati, del pensiero disinteressato. A mano a mano che la popolazione cresceva, a mano a mano che crescevano i bisogni, l’avidità, la fretta di lucrare; a mano a mano che le ambizioni e le cupidigie si rincorrevano furiosamente a gara nel mondo, come in un immenso circo, per contendersi il premio, le masse acquistavano una certa istruzione e scioltezza di spirito, una alacrità, una prontezza, una agilità prima ignote. Ma le élites spirituali sparivano; tutte le eccellenze si livellavano in medie nè troppo basse nè troppo alte; dal monte alla valle la terra a poco a poco si spianava; si diffondeva vittoriosa una brutalità procacciante, a cui non importava null’altro fuorchè il lucro, il successo e il libro dei delitti e delle pene: non la carità e non il diritto, non la legalità e non l’urbanità. Lavorare, produrre, vincere i rivali, correre a rompicollo, non dormire, guadagnare, spendere, credersi Dio, non ricordare mai il passato, non pensare all’avvenire, viver solo nel momento presente, pensare solo e sempre all’interesse urgente e alla passione traboccante! Tutti gli istinti nobili e tutte le aspirazioni disinteressate si ottundevano, tutti i pensieri sostanziosi e profondi si volatizzavano in queste frenesie. L’uomo disimparava il pregare e il pensare; appunto perchè l’una e l’altra operazione richiedono un’anima non troppo impura. Sulla smania del lucro singolo si accavallò la ambizione della potenza e prepotenza comune. Tra il 1890 e il 1895 i grandi popoli dell’Europa parevano in procinto di dimenticare e di perdonare. Perfino la Germania sembrava voler nascondere i suoi recenti e troppo vistosi trofei di guerra. Ma l’ambizione delle conquiste si risvegliò in Inghilterra nell’ultimo quinquennio del secolo. Una sciagurata parola «imperialismo» contaminò il dizionario di tutta la civiltà occidentale. Il cattivo esempio dell’Inghilterra fece subito scuola, in America, in Germania, in Francia, in Russia, in Italia. Mentre meccanici e chimici inferocivano la guerra armando la Morte di mostruose falci a vapore, poeti, filosofi, pubblicisti incitavano i popoli ad abusare spietatamente della propria forza contro i popoli inermi o deboli; e i governi si impegnavano in una bassa gara di prepotenze e di perfidie per «etwas erwerben», come diceva Nicola II a Guglielmo II: per arraffar qualche cosa, poco importa che cosa e in che modo. Neppure i popoli fratelli di razza, di lingua, di civiltà, di storia, seppero più essere amici; Caino fu l’inconsapevole modello e maestro di una civiltà dilaniata; la prepotenza, il disprezzo dei trattati, lo spergiuro, l’inganno, la slealtà furono vantati come le carte di nobiltà dei popoli grandi. E venne il giorno in cui noi, figli primogeniti della civiltà europea, noi carichi di venticinque secoli di gloria, tripudiammo tutti per tre mesi — popolo e signori — e ci gridammo rinati all’antica grandezza, perchè, senza essere provocati, avevamo assalito un impero decrepito e gli avevamo strappato una provincia, che non poteva difendere!
Quando scoppiò la guerra il mondo, per un momento, ritornò in se stesso, scorse l’abiezione in cui era caduto, volle rialzarsi... Chi l’ha udito e veduto, non dimenticherà mai il silenzio religioso in cui, durante gli ultimi mesi del 1914, si avvolse Parigi: simbolo di un’epoca che capiva ad un tratto di avere troppo errato. Ma durò poco. Questa diabolica guerra esasperò in tutti, negli uni con il pericolo, la sofferenza, la schiavitù, negli altri con la baldoria, i piaceri, gli immeritati lucri, l’atroce egoismo del tempo. Quando la strage finalmente cessò, erano morte tutte le virtù, per cui la civiltà nostra era stata nobile e grande; la santità, la saggezza, la giustizia, la cavalleria, l’umanità, il senso del dovere, il disinteresse civico, la sobrietà del pensiero, la compostezza del sentimento, il rispetto dell’altrui diritto e dell’altrui dignità. Sopravvivevano ancora un po’ di carità nelle donne, e negli uomini il temerario eroismo di Icaro. Chi negherà all’ardore con cui tanti giovani delle classi alte e colte si sono sacrificati nella guerra, l’omaggio che merita ogni forma del sacrificio? Ma è forza riconoscere pure che questo spirito di sacrificio era facilmente trascinato dal suo impeto fuori dell’umano, talora perfino nel selvaggio; e che dopo aver moltiplicato gli eroi in mezzo alla mischia furente del genere umano, moltiplica ora nella pace i dervish urlanti del nazionalismo, che vanno in giro per l’Europa predicando la guerra eterna.
Ma qui odo una voce irritata interrompermi: «Lo confessate dunque. La guerra per la libertà e per la giustizia, che i governi dell’Intesa avevano bandito, era una impostura. Se ci avete creduto in buona fede foste degli imbecilli. Avevamo ragione noi di ammonire il popolo; si combatteva per il carbone e per il petrolio. Noi soli vedemmo chiaro». No: non vedeste punto chiaro. Il sentimento che mosse l’Europa a prendere le armi contro la soverchiante potenza della Germania era sincero; e non era punto, come troppi stolti che si credano savi ripetono, una romanticheria quarantottesca; era un moto improvviso e irresistibile dell’istinto di conservazione, finalmente ridesto. L’Europa aveva capito, in quel breve ma lucido intervallo, che la forza, di cui era così fiera, distruggerebbe alla fine la sua ricchezza, la legge equa e savia sotto cui viveva, i tesori più preziosi di una civiltà secolare. Quale era il dovere di chi conosceva, perchè era stato il solo ad esplorarlo nelle sue pieghe più riposte, il disordine morale e intellettuale in cui il Ferro e il Fuoco, il trionfo della civiltà quantitativa, la rozza ideologia del progresso avevano gettato la civiltà occidentale? Doveva dire all’Europa, proprio nell’istante in cui sembrava accorgersi dei suoi errori e dei suoi vizi e volersi emendare: «tu sei dannata; non sperare redenzione; ogni tuo buon proposito sarà vano; ritornerai dalla guerra come una Furia anguicrinita?» La civiltà occidentale è da un secolo tiranneggiata da alcune passioni violente e feroci che ormai, nelle generazioni viventi, non sentono più freno alcuno: nè la religione, nè la tradizione, nè la saggezza di qualche autorità rispettata, e neppur la nozione chiara del proprio interesse o l’istinto di conservazione, se si vuole adoperare una parola più corrente. Per questo ha combattuto la guerra più atroce della storia. Per questo non sa fare la pace, ossia non sa ricavare dalla guerra il solo frutto che avrebbe potuto compensare in parte i vincitori e salvare dalla disperazione i vinti. Per questo è minacciata di distruzione totale e rimbarbarisce; perchè civiltà è il prevalere di certe virtù difficili e di certi sentimenti generosi sulle passioni elementari della perversa natura umana. Si potrebbe definirla altrimenti? Ma la tirannia sempre più fiera di queste passioni non s’è stabilita in un giorno e non dura per caso, senza ragione profonda, anche se porta nel suo grembo una rovina apocalittica. Chi potrebbe presumere di indovinare quando questa tirannide cederà lo scettro a sentimenti più umani e a dottrine più illuminate? Forse domani, forse tra un secolo. Ed anche se ci fosse un genio così potente, da indovinare che il grande rivolgimento avverrà tra un secolo, sarebbe forse dispensato dal dovere di ripetere ai contemporanei che le loro passioni li accecano, e di incoraggiare tutti i tentativi, anche se timidi e saltuari, di detergere dalla propria vista questa cecità? Quale è il grande movimento della storia che non ha incominciato con parziali fallimenti? Chi ha una coscienza e una fede, consulta forse, prima di difendere un principio, il lunario del successo e tira l’oroscopo per sapere quando trionferà?
Scrivevo nel 1920: «tutte le autorità sono cadute; e perciò la sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di qualche cencio rosso o di qualche brandello della bandiera nazionale; e governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento, straziandolo, perchè la forza è così debole, quando è sola e nuda! Non illudetevi, o uomini: in Europa i soli titoli di autorità che ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, come il diritto divino. A volte a volte governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora da centomila baionette, e ad impadronirsi dei torchi ufficiali che stampano la carta moneta[16]». Questa pagina annunciava il fascismo e il suo avvento. Dovevo perciò mettermi alla testa anche io di spedizioni punitive o sovvenzionare squadre d’azione? Appunto perchè la libertà è morta, non voglio fare il becchino; ma preparare la resurrezione, prossima o lontana. Chi non è un commediante di dottrine così fa.
Sì: la guerra, incominciata come una crociata per la difesa di idee e di principî, termina in una furibonda rissa per i carboni della Ruhr e per i petroli di Mossul. I vincitori non sono stati degni nè della causa che difesero nè della vittoria che la fortuna aveva loro largito perchè ne facessero uso migliore. Sono forse per questo mutate le leggi che regolano il mondo e la pazzia è diventata ragione, il vizio virtù? È vero nel 1923, come era vero nel 1914, che l’Europa non avrà mai la pace finchè non la vorrà; ma l’avrà subito, intera, totale, sicura, il giorno in cui la vorrà, ossia il giorno il cui le torve passioni oggi dominanti cederanno il posto a un po’ di modestia, a un po’ di generosità, a un po’ di considerazione, a un po’ di saggezza. Ridotto a questi termini, che soli son veri, quanto è semplice e quanto è complesso il «problema» della pace! È semplicissimo, poichè un moto dell’animo, che mille volte si ripete nella vita dell’uomo più umile, basta a risolverlo. È complicatissimo, perchè un moto, che è così facile nell’animo del singolo, diffuso a tutta la civiltà occidentale, deve sollevare e capovolgere il peso di un secolo — e di che secolo!
I nostri tempi possono calpestare, vilipendere, fare scempio del cristianesimo, dell’umanesimo, dell’umanitarismo, quanto loro piace. Ma dovranno ritornare ad essi con un po’ di sincerità, se vorranno la pace, la prosperità e l’ordine; e sinchè non ci ritorneranno, si struggeranno nella guerra, nell’odio, nella miseria, nell’anarchia rossa o nella tirannia bianca. In questo sta il tutto.
Al lavoro, dunque. I quattro calamitosi anni che ci separano dalla guerra sono soltanto un momento della lunga storia che racconta gli inciampi, le cadute, gli errori, le emende, le riprese dell’uomo nella sua via tribolata. Non disperiamo; e se l’avvenire è oscuro, rivolgiamoci a contemplare il passato, poichè lì almeno vediamo più chiaro; e rallegriamoci che, a dispetto di tanti amari disinganni, il troppo sangue profuso non fu tutto sprecato, perchè un acquisto almeno è ormai assicurato: un acquisto immenso, di cui i secoli esulteranno a mano a mano che, allontanandosi dai nostri tempi, lo vedranno grandeggiare in cospetto della storia. La guerra ha spezzato nelle mani dell’Europa quell’arme mostruosa, che era il tormento, il terrore, l’orrore del mondo. Poco importa se dei governi spauriti impegnano gli ultimi arredi per vestire e mantenere soldati, soldati, soldati! Quella mostruosa elefantiasi della forza, che incominciò con la rivoluzione francese e con l’impero napoleonico, è finita, e per sempre. L’esercito tedesco, non è più. Non è più l’esercito austro-ungarico. Dell’esercito russo sopravive un’ombra. Esistono ancora o non esistono più un esercito inglese e un esercito italiano? Nessuno saprebbe rispondere con sicurezza. L’esercito francese è ancora in armi, smisurato; e molti eserciti minori, ma troppo grossi, luccicano tra le rovine dell’impero degli Absburgo, agitando coccarde e bandiere nazionali. Ma manca ormai a tutti questi eserciti, per mantenersi e per crescere, così il denaro come il modello; quel modello da imitare, francese prima, tedesco dopo il 1870, senza il quale non c’è e non ci può essere nè spirito nè tradizione che vivifichi dei corpi così massicci. Il sistema è stato distrutto dalle sue iperboli. Mole ruit sua. L’Europa non sarà più lo scandalo e il terrore del mondo con la elefantiasi militare, che l’aveva sformata.
Guardate l’America, guardate l’Asia: sono forse due selve di baionette? Non si reggono con poche forze armate? Tutte le civiltà che furono prima della rivoluzione francese, non professarono il principio che le armi, per servire, devono essere buone ma poche? La mostruosa parentesi, aperta con la rivoluzione francese, sta per chiudersi. Ritorneremo anche noi, Europei, nell’eterno passato, in quella che è stata — e sarà — la legge costante della vita, la regola indefettibile della saggezza: non solo per vivere e camminare, ma anche per poter combattere, esser necessario non caricarsi troppo di ferro.
E insieme con il sistema militare, agonizza anche l’imperialismo europeo. Si può ora ricominciare a sperare che il mondo, liberato da questo flagello, respirerà domani. Quella condizione di cose, per cui alcuni popoli d’Europa poterono negli ultimi due secoli conquistare così smisurati territori e assoggettare al prepotente loro dominio tanti popoli, dei quali parecchi avrebbero dovuto venerare e ammirare come maestri, volge al suo termine. Come le guerre della rivoluzione e dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior parte dell’America, la guerra mondiale le strapperà l’Asia e una parte dell’Africa. Noi vedremo l’Asia madre e maestra, il continente che diede la luce a Confucio, a S. Paolo, a Maometto, dove si svolse il mistero della Redenzione, dove furono scritti i Vangeli, libero finalmente dal prepotente dominio dei barbari occidentali, adoratori del Fuoco.
Giorno memorando nella storia sarà quello in cui, scacciata dall’Asia, l’Europa rientrerà in se stessa e nell’«eterno passato»! L’orgoglio, per cui s’è creduta maestra e sovrana dell’universo, proprio quando smarriva la nozione stessa del governo e dell’autorità, sarà umiliato quanto merita.
Aspettiamo dunque quel giorno con fede. Quel giorno, forse, i sordi incominceranno ad udire.
FINE.