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La tragedia della pace

PARTE SECONDA. IL CONGRESSO DI PARIGI

Reading edition

Questa seconda parte contiene alcuni studi sul Congresso della pace che, come i lettori ricordano, si tenne a Parigi tra il Gennaio e il Luglio del 1919. Di questi studi i primi cinque furono scritti a Parigi nei mesi di Marzo e di Aprile, da me passati nella capitale francese appunto per studiare le cose del Congresso: ma il quarto solo fu pubblicato nel Secolo, gli altri quattro sono nuovi, facendo parte di un Diario della pace inedito, in cui scrivevo le notizie e le riflessioni di maggior importanza. L’ultimo studio, il sesto, è un articolo pubblicato nel Secolo il 31 Dicembre 1919: occhiata retrospettiva all’annata e al suo lavoro per la pace.

Ristampo questi studi tali e quali, lasciando in essi quell’apprensione sospesa per un pericolo intravisto, ma non ancora ben delineato nei suoi contorni, di cui sono pieni. I lettori vedranno in questi studi definirsi a poco a poco più precisamente i dubbi già espressi nella prima parte intorno alla fermezza e sincerità, con cui i vincitori compirebbero il loro ufficio di improvvisati campioni dell’89 e del ’48. E vedranno spuntar l’idea che mi farà scrivere un anno dopo le Memorie e confessioni di un sovrano deposto e che mi sembra oggi la chiave di tutte le presenti difficoltà dell’Europa: il principio monarchico è caduto, ma il principio democratico, invece di trionfare, vacilla sulle rovine del principio rivale; onde una insicurezza universale che sembra dover durare a lungo e che richiederà rimedi più profondi di quelli a cui pensano i medici oggi in voga.

Nell’ultimo di questi scritti è enunciato un primo e risoluto giudizio sul trattato di Versailles. Esso non è riconosciuto dai vinti come un obbligo d’onore, riposa sulla forza soltanto; è dunque un trattato di Francoforte, capovolto e di proporzioni più grandi.

I. Il Reno[6]

Arrivammo a Parigi, Mario Borsa ed io, dopo un viaggio lungo e incomodo, in un treno zeppo di ufficiali, che tornavano dall’Oriente. Sentimmo tutti e due lo stesso fluido dell’aria. Sarei tentato di definirlo: l’ossessione dell’indennità. Non s’è ragionato, si può dire, d’altro. Tutti parlavano dell’indennità con una specie di gioia vendicativa e maligna, come se tutto stesse ormai nel fare una richiesta enorme, strabiliante, inaudita, ed ai tedeschi non restasse più che impegnare il giaciglio e le pentole per pagare i vincitori; come se la vittoria conferisse ai vincitori un diritto illimitato sui vinti. Ho cercato di persuadere qualche viaggiatore che se l’imporre una taglia sulla carta è facile, il riscuoterla è più difficile; che, a tirarla troppo, anche questa corda potrebbe spezzarsi. Fiato sprecato! «Que les Boches payent, d’abord!» È il ritornello obbligatorio.

Impressione penosa e prologo di cattivo augurio. Ho paura che questo stato d’animo abbia a fruttificare grosse difficoltà per tutti. Che le riparazioni stiano a cuore ai francesi, agli italiani, ai belgi e a tutti i popoli devastati, si capisce. Ma le riparazioni appartengono al regno della materia; e noi dobbiamo ricostruire in Europa, oltre le case ed i muri, anche l’ordine. Badiamo, per la fretta di rifare le case e i mobili, di non distruggere l’ordine per un secolo: chè allora non solo le case e i mobili distrutti dalla guerra non sarebbero rifatti, ma correrebbero il pericolo di essere distrutti anche quelli che dalla guerra sono scampati!

Appena arrivato, corsi, come al solito, da M.....[7] Lo trovai nel suo ufficio: un meraviglioso salone d’oro, fulgente delle più belle eleganze di Luigi XV. Gli chiesi non senza una certa trepidazione, come andava il Congresso della pace. Il suo viso si rannuvolò.

«La conferenza non va — mi disse — perchè non crede in nessun principio e manca di direzione. Il solo che tenta di trovare questa direzione, è Wilson; ma è solo, è combattuto aspramente, conosce poco l’Europa, ha idee confuse, non vede chiaro egli stesso nel suo pensiero e nei suoi principî, e perciò non può far molto o almeno non può far tutto ciò che sarebbe necessario. Negli affari dell’Europa, — Reno, Austria, Boemia, Polonia e via dicendo — l’Inghilterra è assente, mezzo assonnata, senza opinioni chiare e ferme, come se si trattasse di un altro pianeta. Quando non c’è di mezzo un porto, uno stretto, un canale, una linea di navigazione, su cui mettere le mani, l’Europa non esiste. E poi Lloyd George deve correre tutti i momenti a Londra, per qualche affare interno. Uno sciopero dei suoi ferrovieri lo mette in ansie e lo tiene in pensiero più che i confini della Polonia o la sorte dell’Austria. Anche l’Italia è taciturna e passiva. Resta la Francia... Non avendo voluto accettare i principî di Wilson come un abbozzo per chiarirli, svolgerli, precisarli con le dottrine politiche che la Francia difende da più di un secolo; non avendo voluto o saputo infondere loro la chiarezza del nostro pensiero, la nostra esperienza, lo spirito costruttivo di cui una volta eravamo dotati, gli uomini che rappresentano la Francia sono stati costretti a ripiegare, più o meno consapevolmente, per trovare delle direttive, sulle tradizioni della politica francese: mescolo, come lei sa, di Antico Regime, di Rivoluzione e di Impero. Ma Wilson ha in orrore queste tradizioni. Onde lunghe e accanite discussioni, in cui Clemenceau e Wilson disputano, senza intendersi, perchè parlano un linguaggio diverso, e delle quali è spesso arbitro Lloyd George, che ha assistito alla discussione distratto, senza capir bene nè l’uno nè l’altro, pensando all’Egitto, all’Irlanda, ai ferrovieri, che ogni tanto gli giuocano un tiro birbone. Wilson spesso ha ragione, ma non sa quasi mai difendere bene il suo punto; e alla fine cede all’avversario, che, più esperto delle cose europee, più agile e pronto, lo mette all’impiccio, gli strappa una dopo l’altra le concessioni e le transazioni, imaginate troppo spesso da Lloyd George, che hanno la virtù di scontentar tutti. I piccoli popoli hanno capito a volo la discordia dei grandi, e tirano l’acqua al loro mulino, senza scrupoli. Aggiunga la questione dell’indennità, che imbroglia ancor più le faccende...».

Lo interruppi per accennare a quell’ossessione dell’indennità, di cui lo spirito pubblico mi sembra schiavo; e gli dissi che mi pareva di scorgere in quell’ossessione un pericolo.

«Ha ragione — mi rispose. L’avvenire dell’Europa dipende dal prezzo del riscatto che il Congresso imporrà alla Germania. Se il Congresso si sbaglia ed eccede, l’Europa sarà prima o poi chambardée da capo a fondo. I tedeschi firmeranno il trattato, ma poi studieranno ogni astuzia per non eseguirlo, e faranno il possibile e l’impossibile per buttar tutto all’aria».

Gli chiesi che prevedesse.

«Potrebbe anche accadere che il Congresso si sciogliesse, senza aver conchiuso la pace. Speriamo di no, perchè sarebbe una calamità spaventosa. Ma anche se arriverà a conchiudere la pace, che stento sarà! L’Europa, non può fare la pace, perchè non sa quello che vuole. Io mi domando a volte, se non incomincia in Europa una guerra di cento anni!»

***

Da due settimane ogni giorno ha confermato le previsioni dell’amico. Questo Congresso è la Torre di Babele rifabbricata ai piedi di Montmartre. Da due settimane mi pare di penetrare tutto quanto, con il corpo e con la mente, nel più intimo e profondo senso filosofico del racconto biblico. Ogni giorno odo le lingue del genere umano confondersi ai piedi della torre, che l’orgoglio e la leggerezza umana hanno edificata.

Non mi ero, purtroppo, ingannato punto, quando avevo visto nel discorso di Clemenceau sulla pace un segno di stanchezza — sua e della Francia. L’antico trionfa sul nuovo; il passato risorge dalla tomba per strangolare in culla l’avvenire. Povera Lega delle Nazioni! Qui a Parigi tutti, inglesi e francesi, ce l’hanno a morte con Wilson. Si accusa il presidente americano d’essere tenero della Germania, di non rendere giustizia alla Francia, e ai suoi sacrifici, di guastare, impacciare e paralizzare il Congresso, con le sue ideologie di professore e di protestante, di voler imporre all’Europa la Lega tra le Nazioni, che è una utopia ridicola; di essere un ignorante, un visionario e un primaire. A volte mi domando se è questa la città che poco più di due mesi addietro intesseva per il presidente Wilson tante ghirlande. È mutato il vento dell’opinione popolare? O quelli che oggi lo vituperano tacevano allora?

Si sente nell’aria che forze occulte e potenti hanno agito sull’opinione pubblica per irritarla contro il presidente. Napoleone, scoperchiata la tomba degli Invalidi, presiede la conferenza, mentre Wilson si nasconde ormai esautorato e impotente nel suo palazzo della Place des Etats-Unis. Sul Reno e nell’Europa la pace porterà il sigillo dei Bonaparte. Wilson riuscirà ad imporre qualche addolcimento: quanto basterà per imputare a lui, di qui a qualche anno, tutte le delusioni di questa pace in ritardo.

Si cercherà di disarmare la Germania, come Napoleone tentò di disarmare la Prussia, togliendole le armi che ha e proibendole di fabbricarne delle nuove. Si cercherà di minare sotto sotto, se sarà possibile, la sua unità. Si cercherà di creare sul suo fianco orientale una forte Polonia, una forte Boemia, una forte Rumania, una forte Jugoslavia, come se la forza di questi stati dipendesse dal volere e dall’interesse delle grandi potenze che hanno vinto la Germania e che vogliono mettersi al sicuro dalle sue vendette; come se nessuno di questi stati, dopo essersi fatto, con il nostro aiuto, le ossa e i muscoli, non potesse tradire i suoi protettori e passare al nemico. Si studieranno insomma delle combinazioni più o meno artificiose di forze, simili a quelle in cui si ostinò si illuse e si suicidò il grossolano empirismo di Napoleone; e a cui dovrebbe servire di ragione l’interesse degli stati che le fanno. Come se uno stato potesse esistere soltanto per il comodo e l’utilità d’un altro!

«Ma crede lei — mi accade di ripetere quasi ogni giorno a questo e a quello dei numerosi artefici della pace, maggiori e minori, che mi vien fatto di incontrare — crede proprio che i tedeschi, i ruteni, i lituani, condannati ad arrotondare a loro dispetto i territori della nuova repubblica polacca; o i tedeschi, gli ungheresi, i ruteni che la Boemia riceverà in dono, e tutti gli altri allogeni che la Conferenza vuol consegnare ai nuovi stati dell’Europa orientale senza una carta, senza uno statuto, senza una garanzia e per nessun’altra ragione, se non perchè così torna comodo a questi stati e alle Potenze che oggi compilano il trattato di pace, obbediranno? Un Governo si regge parte per la forza e parte per il consenso, per un sentimento sincero del grande numero, che riconosce come legittimo il comando e doverosa l’obbedienza. Questi due elementi — forza e consenso — devono incontrarsi ed integrarsi, perchè ciascuno è impotente da solo. Il consenso cederebbe presto, anche nei popoli più docili, all’istinto della rivolta, se la forza non stesse all’erta pronta a reprimerlo appena leva il capo. Ma neppur la forza sola, senza l’aiuto del consenso spontaneo, non riesce a governare. Nessun stato può mettere un gendarme a fianco di ogni uomo, il quale non si riconosca obbligato ad obbedirgli, perchè professa una religione diversa, perchè parla un’altra lingua o perchè ha la pelle tinta di un altro colore. Crede lei, per citare solo questo esempio, che i tedeschi di cui il Congresso vuol far dono ai polacchi e ai boemi riconosceranno per legittima e si sentiranno in coscienza obbligati ad obbedire alla repubblica del professore Masaryk e del pianista Paderewski?

«L’ordine che il Congresso di Vienna impose all’Europa non ha durato che 44 anni; e qualche strappo, come nel Belgio per esempio, l’aveva già ricevuto prima del ’59. Eppure un secolo fa il prestigio delle Corone era così grande, che in ogni paese un re, quali fossero le sue virtù o i suoi vizi, poteva farsi riconoscere per un sovrano legittimo, mandato da Dio. Tanto è vero che, per indurre i popoli a gettare quelle Corone nella Neva, nella Sprea e nel Danubio, c’è voluto un secolo di lotte e di guerre, il risveglio del sentimento nazionale, il fermento delle idee liberali e democratiche, l’incredulità quasi universale, un immenso rivolgimento della ricchezza e una rovina apocalittica. Ma oggi? Oggi il solo crisma che abbia forza di attribuire ad un Governo il carattere sacro di autorità legittima è lo spirito nazionale. Il Congresso non è il Papa del Medio Evo: può assegnare dei territori; non può dispensare patenti di legittimità. I polacchi ed i boemi obbediranno al proprio Governo: non i tedeschi, gli ungheresi, o i ruteni al Governo, per essi straniero, dei polacchi e dei boemi. Di fronte ai popoli allogeni i nuovi stati non avranno che un titolo di autorità: la forza».

«Nè basta: siete poi sicuri di quello che fate? Anche ammesso che questi sudditi incorporati a forza irrobustiscano davvero la gracile complessione dei nuovi stati, resteranno poi tutti fedeli al giuramento di odiare fino all’estremo sospiro il nome tedesco?

«Gli umori dei popoli, come le inclinazioni degli stati, non sono eterni: esempio, il Piemonte. Il Congresso di Vienna aveva sprangato con il Piemonte le porte d’Italia in faccia alla Francia. Anzi perchè la spranga fosse più robusta, la aveva saldata con i territori della repubblica di Genova: quella astuta e intraprendente repubblica, che nel seicento e nel settecento aveva sempre fatto parte a sè; che era stata l’alleata e il banchiere della Spagna nella guerra dei trenta anni. E il calcolo riuscì. Per trentatrè anni il Piemonte fece la guardia sulle Alpi, sentinella vigile della Santa Alleanza contro la Francia. Ma un bel giorno, nel ’59, la sentinella invece di chiudere le porte d’Italia alla Francia, le aprì, e lasciò passare un esercito francese, perchè l’aiutasse a scacciar l’Austria dalla valle del Po e a diroccare l’ordine di cose costituito dalla Santa Alleanza in Europa».

«Non sarebbe savio far tesoro di questo insegnamento? Riordinare il mondo cascato nel caos, creare stati nuovi, dire ad uomini, che sino a ieri furono un gregge di sudditi: «da questo momento siete un popolo, levatevi e governatevi», non è forse esercitare sulla terra un frammento della potenza divina? Ma un popolo non diventa da un giorno all’altro Dio o Semidio solo gonfiandosi nel suo orgoglio, o ripetendo sino a ubriacarsi: «Noi siamo i vincitori, i vincitori... i vincitori». Uno stato non può sussistere per la sola virtù della forza; gli occorre anche un’anima: o una tradizione, o una dottrina politica, o un principio giuridico, o una fede religiosa, o una passione nazionale. I due scalpelli che deve maneggiare lo scultore di stati sono la spada e la penna. Con la spada sola e con la sola penna non si scolpisce che qualche sgorbio....».

Fiato sprecato! Questi discorsi sono avidamente ascoltati e capiti solo dagli estranei al Congresso. Quando li tengo a qualche membro, illustre od oscuro, della Conferenza, mi pare di discorrere, io nella mia lingua ed egli nella sua, con un tibetano. Entrando in quella che chiamerei la zona del Congresso, mi pare di trovarmi come isolato in un vuoto, in cui del mondo troppo lontano non giunge più che qualche rumore affievolito. È una illusione mia? O costoro sognano, e impostano sotto forme di stati nuovi delle ipotesi, che il tempo rovescierà?

Ma non è questo il peggio. Il Congresso brancola e tasta la strada col bastone, come il cieco, proprio là dove dovrebbe veder più chiaro e procedere più risoluto. La Francia ha vinto la Germania, ma con l’aiuto di una coalizione mondiale. A sua volta la Germania, se è stata vinta da una coalizione mondiale, ha distrutto l’impero russo; e se non si vuole o non si può smembrarla, a lei spetteranno le spoglie opime di questa vittoria sul grande impero slavo: il primato del numero. La Germania, restando unita, sarà la nazione più numerosa dell’Europa, sinchè la Russia non risusciti, anche se non riuscirà a incorporare in sè i tedeschi dell’Austria. E poichè la Germania ha provato di saper adoperare la forza del numero molto meglio della Russia, neppure questa terribile guerra ha tolto via dal centro dell’Europa quello squilibrio di forze, che fu lo spavento e il tormento della nostra generazione. Alcuni vogliono persino che l’abbia accresciuto. E il Congresso che siede appunto per restaurare questo equilibrio, che cosa pensa di fare? Vengon i brividi a pensarlo!

Vuole innanzi tutto ricorrere al grossolano empirismo di Napoleone, disarmando la Germania con una ingiunzione unilaterale, sorretta da un diritto perpetuo di vigilanza sullo stato tedesco. Sembra incredibile, eppure è vero. Francia, Inghilterra, Italia, America, Giappone insieme non hanno saputo trovare altra garanzia di pace fuorchè questo rozzo e screditato espediente, il quale fallì già clamorosamente più di un secolo fa! Eppure chi non lo vede? Le amputazioni territoriali e le taglie di guerra possono fare strazio del corpo e della carne di uno stato: il disarmo unilaterale e la sorveglianza ledono l’autonomia e l’indipendenza, feriscono l’anima. Costretta a rendere l’Alsazia, la Lorena, la Polonia, e financo ricacciata sulla sponda destra del Reno, la Germania sarebbe sempre uno stato, eguale a tutti gli altri stati europei. Disarmata in mezzo ad una Europa padrona delle proprie armi e vigilata, degraderà a stato protetto, come la Persia o poco meno. E c’è al governo del mondo gente così stolta da credere che un popolo in armi fino dagli albori della storia, che la più formidabile potenza guerresca di tutti i secoli deponga umilmente e per sempre la spada, solo perchè i signori Clemenceau, Lloyd George, Wilson e Orlando hanno fatto un cenno?

Bisogna riconoscere che i calzolai del 1815 conoscevano il mestiere meglio dei ciabattini del 1919! Nel 1814 l’Europa doveva sciogliere un nodo simile a questo. La Francia era stata vinta da una coalizione; ma era pur sempre la prima lama del mondo, poichè avrebbe potuto sconfiggere, da sola a sola, tutti i suoi nemici, che soltanto insieme e a fatica l’avevano debellata. Che cosa fecero gli uomini, anzi i tiranni della Santa Alleanza? Imaginarono forse di fare protetta e ancella dell’Europa, la nazione, che per tanti anni era stata l’arbitra? No: si intesero per mantenere la pace e per difendersi, reciprocamente, in caso di attacco, dando però nel tempo stesso l’esempio della moderazione, rinunciando alle ambizioni pericolose, limitando gli eserciti; e inclusero in questa intesa la Francia, incatenandola senza umiliarla. Senza aver troppo l’aria di mischiarsi nelle sue faccende interne, l’aiutarono a ricostituire un governo, il quale dovesse sperare più dalla pace che dalla guerra. Riuscirono a mettere di guardia al trattato di pace se non la Francia tutta, una parte almeno; e proprio quella che per più di trenta anni tenne il potere.

Così bisognerebbe fare adesso, anche se sia più difficile. Ma chi ci pensa? Chi vuol sentir parlare di coteste utopie? L’Inghilterra è persuasa che, tolte le armi alla Germania, non avremo da temere più nulla. La Francia invece è più scettica; non vuol affidarsi al solo disarmo e chiede una giunta: la garanzia fisica del Reno.

In che cosa dovrebbe consistere questa «garanzia fisica» del Reno? Seguendo i consigli del maresciallo Foch, il governo francese ha rifatto sua e illustrato in parecchie memorie l’antica dottrina romana: che il Reno è la difesa di tutta l’Europa meridionale e occidentale contro i Germani; che la Germania minaccerà non la Francia sola, ma l’Italia e l’Inghilterra, sinchè possegga sulla riva sinistra del Reno un ampio e popoloso territorio, in cui preparare vaste imprese di guerra a mezzogiorno e ad occaso; che i ponti del Reno sono le porte di casa nostra — di tutti noi, abitanti dell’Europa meridionale. Di questi principî, che la storia e l’arte militare riconoscono veri, il governo francese non si fa forte, come dicono molti, per esigere la riva sinistra del Reno. Quale governo oserebbe chiedere all’Europa per proprio scudo, alla fine di una così terribile guerra, un’Alsazia-Lorena ingigantita e a rovescio? Il governo francese propone che il trattato di pace stacchi dalla Germania i territori tedeschi posti sulla sinistra del Reno, li costituisca in uno o più stati indipendenti, e vieti loro di conchiudere con la Germania trattati di alleanza e di unione doganale.

Ma l’Inghilterra e l’America non vogliono sentir parlare di questa «garanzia fisica»; ed hanno ragione, come i francesi hanno ragione di non fidarsi troppo della «garanzia militare» del disarmo. Che l’Europa meridionale sarebbe sicura, il giorno in cui la Germania rivalicasse il Reno, chi può dubitarne? Da Ariovisto in poi, tutta l’Europa meridionale è stata inquieta e in pericolo, quando ai tedeschi è riuscito di metter piede sulla riva sinistra del Reno. «Non oltrepassare il Reno, ma difenderlo a oltranza»: aveva raccomandato Augusto, morendo, ai suoi successori; i quali avrebbero fatto bene a non dimenticare mai, per venti secoli, il solenne consiglio di colui che fu forse il più grande dei Romani. Ma poichè l’hanno dimenticato troppe volte, è venuto proprio adesso il momento di rinfrescare nella memoria degli uomini e dei governi d’Europa, quel canone di antica sapienza? Basterebbe separare con l’inchiostro, in un trattato, i tedeschi di qua e i tedeschi di là del Reno, per cancellare dalla storia quell’oblìo e le sue conseguenze?

Molti francesi pensano oggi che la Francia sarebbe sicura in aeternum se le frontiere occidentali della Germania fossero tracciate al Reno. Ma ho paura che anche questa sia un’altra allucinazione della nostra epoca. Se ci fosse domani una repubblica renana indipendente, essa sarebbe dilaniata da due partiti: uno favorevole al nuovo ordine di cose, l’altro avverso e legato con il pangermanesimo. I due partiti si farebbero asprissima guerra con la parola, con la penna, con le bombe; cercherebbero di far leva con tutte le passioni e tutti gli interessi; e la Francia sarebbe inquieta per la malsicura fedeltà della repubblica, che dovrebbe farle da scudo, come è inquieta oggi per i torbidi umori della Germania tutta.

Il Reno sarebbe un baluardo inespugnabile di Roma e di tutti i suoi figli, se le popolazioni rivierasche volessero far corpo con noi, ed essere l’avanguardia dell’Europa meridionale contro le invasioni germaniche; o se noi fossimo in grado di costringerle con la forza ad essere la nostra avanguardia. Ma chi può illudersi, in tanta esaltazione delle passioni nazionali, che le popolazioni tedesche vogliano fare la guardia al Reno contro il germanesimo; o che noi possiamo costringerle a difenderci, neppure con il disperato espediente di una annessione? Sinchè il principio nazionale regnerà così forte, una repubblica tedesca sarà, contro la lancia acuminata del germanesimo, un povero scudo di cartone.

Purtroppo, con la rivoluzione francese e con il movimento nazionale che essa ha generato, i tedeschi hanno riconquistato, nel secolo XIX, la riva sinistra del Reno, che i loro antenati avevano conquistata e colonizzata nei secoli della grande rovina romana!

Mi sbaglierò: ma per riconciliare la Francia e la Germania entro il rifatto consorzio europeo non ci sarebbe che un mezzo: tentare una specie di Santa Alleanza dei popoli, o, per parlare un linguaggio meno mistico, tentare un sistema universale di mutue garanzie e di reciproci controlli, nel quale la Germania fosse inclusa a condizioni pari. Wilson ha buttato sulla carta un abbozzo di questo sistema. Ma della Lega o Società delle Nazioni tutti ridono! Più pratico questi restauratori del mondo o architetti di Babele — come chiamarli non so — più mi sbalordisce la singolare allucinazione, in cui sono fissi. Nel considerare la guerra e la pace, essi non tengono conto che degli elementi favorevoli. Chi non sa che in tutte le cose umane non c’è mai bene senza male, vantaggio senza inconvenienti, attivo senza passivo; e che l’uomo di stato deve saper fare la differenza? Questi allegri computisti fanno invece il loro bilancio sommando soltanto i crediti e cancellando i debiti!

La caduta dell’impero d’Austria libera l’Italia da un vicino potente, ma ci obbliga ad assestare le cose adriatiche diversamente dai nostri piani antichi. Niente affatto: noi vorremmo goderci tutti i vantaggi della sparizione dell’Austria e stabilirci sulle due rive dell’Adriatico, come se sulle rovine dell’impero degli Absburgo non fosse sorto uno stato slavo, nazionale di forme e di spiriti. La caduta della monarchia in Germania è l’ultimo e più clamoroso trionfo della rivoluzione francese; ma rafforzerà l’unità tedesca, perchè il particolarismo in Germania si è sempre immedesimato con il principio dinastico. I vincitori non ci sentono da questo orecchio, e sognano che la sconfitta distrugga l’unità tedesca, perchè così fa comodo a lor signori! Noi abbiamo vinto la Germania, ma la Germania ha vinto la Russia. Eppure qui nessuno ci pensa. Ragionano tutti come se la Russia posasse ancora il suo pesante stivalone sul petto della Turchia. Senza la Russia forte in Asia, potremo noi tenere Smirne?

II. La nuova infanzia del mondo[8]

Talleyrand, Talleyrand! Nessun miracolo ti può resuscitare? Tutta la tua sapienza è stata dunque dispersa, come la cenere di un rogo, dal vento del secolo decimonono? Solo il ricordo delle colpe e dei vizi doveva sopravvivere di te?

Mi hanno mostrato questa mattina una carta dell’Ungheria con le amputazioni che si vogliono fare, per «darle una buona lezione». Sono rimasto di sale. Ma questa gente crede proprio sul serio di essere stata delegata a punire popoli e stati da una luogotenenza generale della giustizia divina sulla terra? L’Ungheria è uno stato millenare; una unità storica e geografica, stagionata dai secoli e legata internamente da forze di coesione che nè la penna, nè la spada possono sciogliere da un giorno all’altro. In ogni tempo e luogo una ragione di stato, che non fosse smaniosa di seminare tempeste e terremoti, si sarebbe fatta scrupolo di spezzare e di mutilare, senza gravi e ben ponderati motivi, questa unità a profitto di stati antichi e nuovi, perchè il bene fatto a questi popoli pesa troppo poco a paragone del male fatto a quella. Anche non ricevendo tutti i territori ungheresi reclamati con titoli più o meno legittimi, la Boemia, la Rumenia, la Jugoslavia non potrebbero lagnarsi della guerra e considerarsi vittima dell’altrui prepotenza: se le sarà tolto tutto ciò che l’Intesa vuol toglierle, l’Ungheria maledirà i vincitori, si considererà come una vittima, sognerà vendette e riscosse, cospirerà in permanenza contro la pace, farà lega, aperta o segreta, con tutti i nemici dell’Inghilterra e della Francia. Questa sola considerazione avrebbe dovuto consigliare moderazione e prudenza, a uomini di stato, i quali non si credano investiti del potere di rifare in un giorno quel che la storia ha fatto nei secoli. Ma non basta. Quando mezza Europa è in dissoluzione, è savio distruggere con la forza uno dei pochi stati, che avrebbe ancora la forza di reggersi per coesione interna? O il Congresso della pace, come il Nerone della leggenda, vuole godersi dalla cima della torre Eiffel lo spettacolo del mondo che brucia?

Ho esposto questi pensieri a un uomo politico francese di molta coltura, di grande acume e che conosce bene l’Europa. Mi ha detto: «vous avez raison; mais les Hongrois ne sont pas interessants».

Talleyrand è morto; e non risusciterà. Non risusciterà, perchè il mondo vuole l’ordine a parole, e il disordine a fatti; e vuole il disordine, perchè è ridiventato bambino. Proprio così. Un secolo fa l’uomo si imaginò di essere giunto alla maggiore età; e distrusse tutte le tradizioni, le dottrine politiche, i principî giuridici, le credenze religiose con cui e per cui gli stati si reggevano. Sapeva però ancora che uno stato e un ordine sociale non possono durare senza principî e credenze; e aveva distrutto gli antichi perchè era persuaso di averne scoperti dei nuovi, più veri e più giusti, e di poter con questi creare un ordine di cose nel quale gli uomini sarebbero stati più felici. Ma nel grande tramestio del distruggere gli antichi e del creare i nuovi principî, nacquero delle guerre; e in queste acquistò fama e credito un giovane ufficiale, nato in una isola aspra e selvaggia del Mediterraneo. Aveva grande ambizione, quel giovane guerriero, una smisurata presunzione che i successi precoci gonfiarono, pochi studi, nessuna dottrina, grande astuzia e conoscenza delle piccole passioni che muovono i singoli uomini, nessuna profonda conoscenza delle correnti spirituali che vivificano gli stati e muovono i popoli, molta prontezza e fiuto e intuito approssimativo delle cose... In quella epoca torbida, in cui molti non credevano più nè ai principî antichi nè ai nuovi, nè agli idoli in piedi da secoli nè a quelli eretti allora allora, venne a questo guerriero fortunato il pensiero infantile di dire agli uomini che, poichè non credevano a nulla, credessero a lui; che egli con i suoi soldati, con il suo denaro, con le sue idee, con il suo genio basterebbe a far le veci di tutti quegli elementi spirituali che ab aeterno erano stati l’anima degli stati; che egli da solo con la sua penna e con la sua spada vincerebbe e distruggerebbe stati e popoli, imperi e regni, repubbliche e religioni. E molti scambiarono i fuochi di bengala che le vittorie accendevano intorno alla sua persona per il nimbo di un vero Dio; cosicchè, abbagliati dalla gloria o allettati dai premi, gli credettero e lo seguirono.

Non fu la politica di Napoleone una improvvisazione tumultuaria e confusa di combinazioni instabili, che non avevano altra ragione se non l’interesse politico della sua persona, della sua famiglia, della Francia, come egli lo giudicava a volta a volta — e Dio sa se in questi giudizi era capriccioso e volubile? Una improvvisazione tumultuaria e confusa della forza, sempre sorpresa e delusa dagli effetti delle sue combinazioni e sempre in lotta con quelli? Una improvvisazione tumultuaria e confusa della forza che, cercando di servirsi, con eguale indifferenza, dei principî antichi e dei nuovi, confondeva, screditava e indeboliva gli uni e gli altri, preparando l’anarchia universale per il giorno in cui la forza, di sua natura instabile, sarebbe venuta meno? Vedetelo all’opera in Italia. Entra come un uragano; rovescia a furia di decreti non solo gli antichi stati, ma, come Lenin in Russia, tutte le leggi, su cui riposava l’ordine sociale da secoli; spoglia e spossessa la Chiesa e la Aristocrazia; raccoglie in fretta e furia una nuova classe governante tra gli elementi più loschi, mettendo a capo di questa quei Commissari della repubblica, che si direbbero proprio i fratelli maggiori dei Commissari di Lenin e che ad ogni modo hanno con questi un’aria manifesta di famiglia; divide, impasta, rimaneggia territori. Quale è il naturale effetto di questo frenetico rimescolamento? I piemontesi, i lombardi, i veneti, sinchè erano governati ciascuno dal Re di Piemonte, dall’Impero, dalla Serenissima, dalle aristocrazie e dalle istituzioni secolari, a cui tante generazioni avevano obbedito, vivevano tranquilli, contenti ciascuno del proprio governo particolare, non pensando neppure che potesse essere mutato. Ma quando Napoleone ebbe mostrato loro, distruggendoli, che anche i governi più antichi potevano essere distrutti; che la forza poteva da un giorno all’altro fare e disfare le istituzioni dei paesi, incominciarono subito a pensare quale sarebbe la forma dello stato più conveniente per essi, e a chiedere l’unificazione della valle del Po gli uni, della penisola tutta gli altri. C’era da aspettarselo. Per quale ragione, per esempio, i piemontesi che tanti secoli avevano vissuto sotto lo scettro dei Savoia, dovevano ora obbedire gli uni alla Francia, gli altri far parte della Cisalpina o del Regno italico? O ciascun popolo sotto gli antichi governi e le antiche istituzioni, o tutti uniti in un solo stato nazionale: non c’era terreno solido e posizione stabile tra i due corni di questo dilemma.

Ma Napoleone, che aveva fatto dell’unità una necessità vitale distruggendo in Italia i governi e le istituzioni particolari in cui era da secoli divisa, non ne vuol sapere, perchè quell’unità avrebbe disturbato la sua politica e molestato la Francia; e grida, strepita, va in furia contro le conseguenze naturali della sua politica. «La Cisalpina è per me una posizione offensiva contro l’impero e la casa d’Austria» — dice un giorno al duca Melzi, che gli espone i lagni e i desiderî degli italiani. Una civiltà immortale, un popolo vecchio di duemila anni, e pur giovane, che era stato per secoli il maestro dell’Europa, le sue tradizioni, le sue istituzioni, il suo passato, il suo avvenire, non sono più, nel suo pensiero, che una «posizione offensiva», un bastione, una trincea, una casamatta, nella guerra tra lui, Napoleone, e la Casa d’Austria! Chi avrebbe potuto governare un paese di antica civiltà con queste dottrine? E difatti Napoleone tormenta per più di dieci anni l’Italia; la maltratta e la benefica; la umilia e la rafforza; le regala stati e corone, strade e leggi; le insegna a maneggiare le armi. Vana fatica, lavoro di Sisifo! Appena la sua potenza vacilla, l’Italia rinnega e maledice, non ostante i beneficî ricevuti, l’uomo che aveva voluto governare il mondo, senza sapere che anche gli stati hanno un’anima oltre il corpo, e che se la forza ha giurisdizione piena sul corpo, poco può sull’anima. Napoleone sparisce, lasciando alla Francia, sola eredità della sua dominazione in Italia, un odio non spento neppur oggi, dopo un secolo.

E in Germania, Napoleone e la rivoluzione francese non son forse il padre e la madre dell’impero tedesco, tormento e spavento del mondo? Distruggendo egli stesso, aiutando l’Austria e la Germania a distruggere l’antico ordine di cose, Napoleone non ha liberato le tempestose energie di quel popolo, che quell’ordine aveva incatenate? Volendo fare della Germania uno strumento della propria fortuna, non ne ha fatto il martello e il flagello della Francia? Quest’uomo è sembrato a molti un gigante perchè l’hanno giudicato alla stregua del destino comune degli altri uomini, anche dei più grandi, come se tra la fortuna di un uomo e la sua grandezza spirituale ci fosse una proporzione, che non c’è quasi mai. Ma per la giusta misura, occorre paragonare ciò che ei volle, sentì, disse e fece con i doveri che la natura degli uomini e degli stati impone a coloro che li governano: e allora apparirà una specie di Dio fanciullo che, per divertirsi nei suoi giochi favoriti, tenta di distruggere in aeternum l’ordine del mondo, e non lo sa, e crede d’essere un Dio serio e adulto, il quale regga il cosmo con sapienza adorabile! In tutta l’opera sua c’è qualche cosa d’infantile, che riconduce i tempi alla prima fanciullezza della storia. Infantile era l’illusione che l’ammirazione e la paura del suo genio e dei suoi soldati potessero far le veci, e non in Francia soltanto, ma in mezz’Europa, delle mille anime secolari e originarie degli stati europei. Infantile era l’illusione che egli avrebbe potuto improvvisare una nuova dinastia sul terreno dell’Europa già minato sotto dalla rivoluzione; e farla sacra e inviolabile agli occhi di tutti con il doppio crisma della polvere da schioppo e dell’acqua santa. Infantile era l’illusione che dieci secoli di storia si inchinerebbero come lacchè al suo comparire e gli farebbero largo, in tutta Europa, affinchè egli potesse salire sopra un altissimo trono improvvisato dai suoi soldati e di lassù largire con un gesto all’Europa e al mondo una felicità nuova. Infantile era l’illusione che i popoli da lui taglieggiati, tiranneggiati, dissanguati per arricchire e ingrandire la Francia, dovessero essere felici di immolarsi per lui; ammirare non solo lui ma tutti i suoi fratelli e le sue sorelle; e scambiare allegramente il proprio oro e il proprio sangue con qualche frase retorica di dubbio gusto.

Abbagliati o violentati o allettati, i tempi, già disorientati dalla rivoluzione, ricascarono rapidamente in infanzia sotto questo Dio fanciullo; e giocando ogni giorno con quel Dio a creare con la forza degli stati nuovi senza anima, si sarebbero alla fine dissolti tutti in una selvaggia anarchia, se l’Europa a un certo momento non si fosse scossa, per ritrovare con la propria virilità un ordine coerente e duraturo. Il Congresso di Vienna salvò l’Europa dalla anarchia, a cui il regime napoleonico l’avrebbe necessariamente condotta con quella moltiplicazione di stati chimerici. Il Congresso di Vienna, oggetto per un secolo di tante stolide declamazioni ed accuse, io non l’ho capito che in questi mesi, dopochè ho veduto il Congresso di Parigi. O Mani di Talleyrand, di Metternich, di Luigi XVIII, di Guglielmo Federico III, di Alessandro I: che cerimonia d’espiazione vi dovrà un giorno l’Europa, se mai le accada di uscir di questa senilità che l’ha rifatta bambina! Ma quel lucido intervallo di saggezza durò poco. Ben presto l’Europa ricascò nell’infanzia e quindi nel culto del Dio fanciullo; raffigurò e ammirò in lui la propria cecità politica, le ambizioni impazienti, l’arrivismo senza scrupolo, la fatuità, la prepotenza arbitraria e capricciosa degli uomini e delle classi nuove, che via via, di generazione in generazione, salivano al potere nel disordine dei tempi, senza preparazione, e che imaginavano di poter fare tutto appunto perchè non avevano mai fatto nulla, e perchè la loro ignoranza e impreparazione non conoscevano i limiti del potere. Napoleone doveva essere l’idolo di tutti i parvenus del secolo — che sono milioni e milioni! Onde il suo spirito domina il Congresso, dove son tutti dei Napoleoncini in borghese, dai rappresentanti dei piccoli stati ai capi dei grandi; e s’immaginano di poter come Dio crear popoli e stati a piacere con la matita; e seminano, come Napoleone un secolo fa, spensieratamente a piene mani, tempeste.

Napoleone e Nietzsche: questi due nomi mi tornano spesso alla mente insieme. Non è Nietzsche il Napoleone del pensiero moderno: formidabile nel distruggere, infantile nel costruire? Non ha rovesciato dalle fondamenta l’edificio dei tempi per giocare tra le sue rovine con dei tirannelli di piombo, come i bambini giocano sul pavimento o sulla tavola con soldatini di Norimberga? Napoleone è l’eroe, Nietzsche è il pensatore di una civiltà cascata in infanzia, e che ormai precipita addirittura nel così detto attivismo, nella filosofia dell’azione per l’azione, ossia del gioco.... I fanciulli si distinguono dagli adulti appunto perchè saltano, gridano, corrono per saltare, gridare, correre e non per uno scopo: agiscono dunque per agire, e non per ottenere qualche effetto preciso; sono attivisti, come il secolo nostro...

No, l’Europa non avrà pace, perchè non la vuole, perchè vuole e cerca il disordine, illudendosi di poter dominarlo e costringerlo a servire, come un docile servo, le proprie passioni. Così finisce la tragedia di un secolo, che ha fatto grandissime cose, ma che ha falsificato tutti i metri, rimbarbarita l’arte di governare, smarrito il senso dei limiti e la nozione del bene e del male. Il Congresso di Vienna, che volle davvero ristabilire l’ordine, seguì un principio, che era antico, ma vivo ancora; e seppe distinguere abbastanza bene il possibile dall’impossibile, anche se qualche volta si sbagliò nel fare i suoi conti. Incerto tra due epoche, e desideroso di ordine e di pace solo a parole, il Congresso di Parigi sembra non credere più nei principi antichi, non credere ancora nei nuovi, e confonde ad ogni momento quel che può farsi ed esistere con quello che si può desiderare o sognare!

III. L’America e il miracolo di San Gennaro[9]

Il «realismo» degli Stati europei è davvero una cosa molto singolare.

Ricordo alcuni fatti.

All’intervento dell’America l’Intesa deve forse la salvezza; e certo un grande addolcimento degli ultimi cimenti. Nella primavera del ’17, quando gli Stati Uniti scesero in campo, la Russia agonizzava; la Francia, l’Inghilterra, l’Italia, esauste da uno sperpero inaudito di uomini e di ricchezze, incominciavano a scoraggiarsi e a smarrire la fiducia reciproca, proprio mentre la guerra si inaspriva nell’ultima e ferocissima stretta. Non ostante il troppo vantato dominio dei mari anche le potenze dell’Intesa erano allora in procinto di trovarsi alle prese con la fame vera e propria. Avrebbero resistito? L’America, proprio allora, ci mandò un esercito fresco, ci aprì un credito illimitato, ci diede il pane e il companatico necessari per far la guerra senza i crampi di stomaco....

E quell’intervento era poco meno che un miracolo. Bisogna conoscere l’America per imaginare che impresa sia stata imporsi la coscrizione, allestire un esercito di milioni di uomini e mandarlo a combattere nelle trincee della Champagne o della Lorena! Chi vuol farsene un’idea, senza andare in America, rovesci il cannocchiale, e imagini quel che sarebbe per i contadini della Romagna o del Poitou, per gli operai di Milano o di Birmingham essere mandati a combattere sulle rive del Missisipì. L’America ha compiuto una prodezza di questa natura. I nostri vecchi avrebbero detto che quell’aiuto ci veniva dal cielo.

Invece i grandi Stati dell’Intesa fecero da prima i difficili. A quante discussioni ho assistito, nel febbraio del 1917, a Parigi, nei circoli ufficiali di tutta l’Intesa! Uomini gravi e di grande autorità pesavano gli inconvenienti e i vantaggi dell’intervento americano ormai imminente; e i più aggrottavano le ciglia, inquieti. Purtroppo gli inconvenienti pesavano più dei vantaggi! Senonchè poche settimane dopo che l’America aveva dichiarato la guerra alla Germania, circoli ufficiali e popoli erano già persuasi che l’America aveva fatto soltanto il proprio dovere, e purtroppo molto in ritardo. Se l’America fosse intervenuta un po’ prima, la guerra sarebbe stata più corta e l’Intesa, come era un suo sacrosanto diritto, avrebbe vinto con minor fatica. Insomma il miracolo era diventato un avvenimento naturale, e l’Europa aveva qualche recriminazione da fare all’America, che aveva esitato un po’ troppo. Naturale era pure che l’America mettesse tutti i suoi uomini e tutto il suo oro a nostra disposizione, perchè ce ne servissimo senza contare! Combattevamo o non combattevamo per la libertà, la giustizia e il diritto?

La guerra finisce; l’armistizio è firmato; alla fine di dicembre Clemenceau annuncia alla Camera francese che l’Inghilterra e la Francia sono d’accordo nell’escludere la questione dei mari dalla pace: ossia nel passar sopra, come non esistesse, al maggiore tra gli interessi che avevano spinto l’America a prendere le armi. Chi ha neppur badato a quell’accenno? Chi ha neppur supposto in Europa che l’America potesse avere nella guerra un interesse suo particolare, legittimo quanto tutti gli interessi particolari delle altre singole potenze? E che sarebbe stato, nel tempo stesso cavalleria e accortezza riconoscere e soddisfare lealmente questi interessi?

Ora fanno tutti il broncio a Wilson ed all’America; accusano l’uno e l’altra di voler pesar sulla pace oltre la misura dei sacrifici consentiti per la vittoria; si lagnano che abbiano offerto all’Europa, che ha bisogno di una spada, una vescica vuota e una lanterna veneziana, la Lega delle Nazioni; e lodano il Clemenceau di aver strappato al Wilson l’impegno di una alleanza formale. Alle persone serie che incontro sembra che, acconsentendo a questa alleanza, l’America abbia un po’ riscattato gli intollerabili capricci del suo fantastico presidente, compiendo almeno una parte del suo dovere verso l’Europa.

Mi sbaglierò: ma mi pare che l’Intesa abusa un po’ dell’America e dei suoi miracoli. Invece di ringraziare Dio perchè ha fatto per lei un miracolo, essa esige, e non senza una certa arroganza, che il miracolo si rinnovi ogni sei mesi, a richiesta. Pare che con la Lega delle Nazioni e con la promessa dell’alleanza Wilson stia impegnando doppiamente e in anticipazione l’America a intervenire negli affari d’Europa, ogni qual volta questi siano un po’ perturbati. E in cambio di che cosa? Che cosa l’Europa promette a sua volta all’America, fuorchè la gloria di combattere per «la giustizia e il diritto» a fianco dell’Inghilterra e della Francia? A chi sa quanto è largo l’Atlantico, questo impegno apparisce così grande, così grave, così insolito, così disinteressato, che definirlo il secondo miracolo, dopo l’intervento, non è esagerato. A tutti i politici «realisti» che incontro qui, sembra la cosa più naturale e più semplice del mondo.

Sono io che farnetico o questa gente ha preso l’haschisch? A questa gente, ad ogni modo, occorre ricordare che solo il miracolo di San Gennaro si ripete a richiesta e a data fissa.

IV. Gli assenti presenti: Russia e Germania[10]

La pace è un’impresa così difficile, perchè la guerra è stata tutta un gigantesco controsenso. L’avevo già detto nel 1917, nel primo studio della Vecchia Europa e la Nuova: la gente non ha voluto persuadersene; se ne accorgerà ora! Si direbbe che la civiltà occidentale conteneva nel proprio grembo, sotto la sua crosta solidificata da un secolo, un altro mondo a rovescio di se stessa, simile a quelle imagini capovolte dei villaggi posti in riva ad un lago che si vedono nell’acqua; e che questo mondo a rovescio è salito in parte a mescolarsi con quello ritto in un caos indecifrabile, attraverso gli squarci della crosta spezzata in cento punti dalla guerra.

Penso oggi al più gigantesco di questi controsensi: la Russia, che è, insieme con la Germania, la grande assente presente del Congresso, perchè nè l’una nè l’altra son qui, ma non si pensa che ad esse e di esse solo quasi si parla. Non è stata la Russia, nel tempo stesso, la salvezza delle democrazie occidentali e il loro mortale pericolo? L’odio postumo dei partiti e delle scuole può coprire la fossa dello Czarismo di contumelie, ma non cancellerà dalle pagine della storia questa verità: che senza l’aiuto della Russia, gli Hohenzollern e gli Absburgo sarebbero oggi padroni dell’Europa. I voti e gli augurî delle radunanze socialiste non avrebbero salvato, nell’estate del 1914, la Francia, se la Germania e l’Austria non avessero dovuto combattere anche contro la Russia; e caduta la Francia che cosa avrebbe potuto fare l’Inghilterra, sola, sul continente europeo, dove soltanto poteva la guerra esser decisa? Ma non è neppure dubbio che l’impero moscovita ha compromesso prima le democrazie occidentali e la loro causa con le sue ambizioni; poi le ha esposte al pericolo estremo con le ineguaglianze, con i mezzi tradimenti, con gli errori e infine con la caduta.

Nè il doppio giuoco è terminato con la rivoluzione. Ritornata nelle sue steppe, al momento di dividere le spoglie, la Russia è in questo momento la salvezza dell’Europa. Il conchiudere la pace non è impresa facile; ma sarebbe impresa poco meno che disperata, se al congresso fossero presenti, e nel partito vittorioso, i rappresentanti e i consiglieri dell’imperatore russo. Quel che questi signori avrebbero chiesto in Europa, in Asia e nel pianeta Marte, è facile immaginare. Ma l’astensione della Russia, se per un verso spiana, per un altro arruffa le cose. Sinchè tanta parte della Russia sarà nemica dei suoi antichi alleati, la Germania avrà in Oriente un appoggio per resistere all’Occidente; e finchè la Germania non sarà lealmente riconciliata con le democrazie dell’occidente, la Russia sarà inviolabile, poichè la chiave degli affari russi è in Germania. La Germania è la migliore specola da cui osservare, il miglior ponte da cui assaltare la Russia; la Germania è la porta dell’Europa sull’antico impero moscovita e la porta dell’impero moscovita sull’Europa; la Germania è la scuola degli slavi e il mercato a loro più vicino sulle vie della civiltà occidentale, il loro nemico più temibile ma anche l’alleato più valido.

Neppure la resurrezione della Polonia sembra possa mutare di molto questo stato di cose, del quale molti non si accorgono. Sarebbe bene invece ricordarsene, nel giudicare certe condizioni che il Congresso di Parigi intenderebbe imporre alla Germania, almeno se quel che si racconta è vero: ricordare, per esempio, che Napoleone potè imporre la pace di Tilsitt, ma dopo aver vinto la battaglia di Friedland. Quanti conoscono la storia delle guerre dell’impero intenderanno l’ammonimento. La Germania è oggi il baluardo che copre il bolscevismo contro le democrazie occidentali, obbligando queste, per giungere in Russia, a fare il lungo giro di Arcangelo, di Odessa o addirittura di Vladivostock. Ma è nel tempo stesso il baluardo che copre le democrazie occidentali contro il bolscevismo, al quale sbarra la strada dell’Occidente. Posizione intermedia, singolarmente labile e pericolosa, per quanto non priva di certi vantaggi. Non potrà durare a lungo. Se il Governo massimalista resiste e si rafforza, verrà giorno in cui la Germania dovrà o allearsi con le democrazie occidentali contro il bolscevismo o allearsi con il bolscevismo contro le democrazie occidentali. Non si faccia troppo affidamento sul furore con cui il Governo perseguita in Germania i partiti, che più rassomigliano a quello dominante in Mosca. Il Cardinale di Richelieu ha fatto scuola in Europa anche troppo!

Sarebbe bene non provocare il destino neppure ad Oriente. Ma chi ci pensa?

V. Sfogo[11]

Questa mattina mi sono sfogato. La persona con cui mi sono sfogato era uno di quegli uomini rari, che per quanto non abbondino neppure qui, si trovano in Francia più spesso che altrove: coltissimo, intelligente, largo di mente, generoso di cuore, amico sincero e fedele. Sapevo di parlare ad una persona che mi avrebbe capito. E gli ho parlato così.

«Lei sa che io sono un amico fedele. Ho avuto fiducia nella Francia prima della prova, e quando tutta l’Europa o vi odiava, o vi disprezzava, o diffidava di voi. Ma perciò debbo dirvi francamente che me ne ritornerò in patria tra pochi giorni inquieto e pieno di tristi presentimenti. Io non capisco la Francia, in questo momento; o, se volete, ho paura di capirla. Ma come? Voi avete fatto, più di un secolo fa, una immensa rivoluzione che ha sconvolto il mondo; e l’avete imposta con la penna e con la spada all’Europa nolente. C’era allora un ordine antico da secoli, di cui i popoli, buono o cattivo che fosse, erano soddisfatti. C’era un diritto pubblico, che regolava in una certa misura i rapporti tra gli stati, che proteggeva abbastanza bene i piccoli e i deboli in mezzo ai grandi e ai forti, che risparmiava il sangue e il denaro delle moltitudini, poichè le guerre allora erano combattute tra sovrani e non tra popoli, con un piccolo numero di soldati, e quasi tutti volontari. C’erano repubbliche e monarchie e principati e ducati e staterelli in quantità; non c’erano imperi, ma c’era l’impero, quello di Augusto, di Traiano e di Costantino ancora vivo; e tutti questi governi erano deboli ma rispettati come sacri, davano poco ai sudditi ma esigevano poco. Non c’era per nessuno la libertà di riveder le buccie a Dio e alle Chiese che lo rappresentavano; ma c’era per tutti quella di fare o di non fare la guerra, a piacere. Voi non avete avuto rispetto per nessuna parte di questo venerando edificio. Voi avete implacabilmente distrutto in casa vostra prima, avete distrutto o aiutato a distruggere in tutta Europa questo ordine di cose e i principî su cui posava, in nome dei principî nuovi, che voi avevate annunciato al mondo, gli «immortali principî» — come voi dite. Vi siete impegnati in una lotta terribile, in casa vostra e fuori, in Francia e in Europa, contro tutti i partiti, gli ordini sociali, le istituzioni che volevano difendere l’antico ordine di cose; contro la aristocrazia, contro la Chiesa, contro la Monarchia, contro l’Impero, contro la Casa d’Austria, contro la Casa di Savoia, la Prussia, la Russia, l’Inghilterra. Questa lotta è durata più di un secolo; e quanti colpi avete ricevuti, quanto sangue avete versato, quanti sacrifici avete sostenuti! Per quattro generazioni siete stati, si può dire, soli o quasi soli in guerra, con la spada e con la penna, contro tutta la Europa. Le disgrazie che vi sono capitate nel secolo XIX, sono nate, si può dire, dal vostro attaccamento a idee e a dottrine, che l’Europa ha respinte ostinatamente nel 1793 come nel 1848, restringendosi ogni tanto a sfruttarle cautamente, e il più spesso contro di voi.

«Ed ecco alla fine, quando nessuno ci sperava più, nemmeno voi, accade il miracolo. In un anno e mezzo, tra il marzo del 1917 e il novembre del 1918, la nemica implacabile di voi e delle vostre dottrine, la Monarchia, morde la polvere. Prodigio a cui nessuno nella nostra generazione aveva mai sperato di assistere, i Romanoff, gli Hohenzollern, gli Absburgo, i Wittelsbach sono scacciati dai loro popoli. La Europa tutta si volge, come alla suprema speranza, verso le idee e le dottrine che voi avete bandite al mondo nel 1793 e nel 1848: suffragio universale, principio di nazionalità, fratellanza e lega dei popoli, democrazia, diplomazia palese. L’America stessa viene in Europa e si dichiara pronta ad aiutarla con tutte le sue forze e ricchezze a far la pace e a costituire il nuovo ordine di cose sul principio della sovranità popolare. La rivoluzione francese sta per trionfare; il ’48 sta per prendere la sua clamorosa rivincita; sta per scoccar l’ora in cui voi potrete raccogliere il frutto di un secolo, erigere con un nuovo ordine di cose il vero, l’immenso arco di trionfo della Francia a cavallo dell’Europa, non il piccolo arco dell’Etoile che ricorda una lunga fila di vittorie provvisorie, terminate con una disfatta sola, ma irreparabile.

«E in questo momento supremo voi vi schermite, vi appartate e quasi direi vi togliete con la fuga al vostro trionfo? Voi lasciate gli Anglosassoni empirici e confusionari impadronirsi della vostra dottrina, tentare di formularla e applicarla; li guardate con un sorriso ironico mentre con maldestra serietà si sforzano di compire l’ufficio che voi soli, insieme con noi italiani e con i tedeschi, se essi avessero voluto, e se voi li aveste lasciati metterci mano, avreste potuto compiere; e poi dichiarate che quelle sono chiacchiere e favole, che a voi occorrono riparazioni e garanzie, miliardi per rifare le vostre provincie distrutte, e cannoni, soldati, alleanze, confini strategicamente sicuri, disarmo del nemico; non protocolli diplomatici, pezzi di carta e ideologie di professori? Che altro vuol dire questo atteggiamento ufficiale della Francia verso la lega delle nazioni e nelle trattative per la pace, se non che la Francia non ha fiducia nelle dottrine della rivoluzione, per cui ha combattuto un secolo intero? È questo o non è questo il senso profondo ma luminoso della politica francese nel trattato di pace?

«Lei sa quel che io penso degli «immortali principî...». Mi paiono troppo confusi, vaghi, elastici, sentimentali; e perciò, almeno così come sono oggi, non possono servire da ossatura solida ad un sistema di diritto pubblico che si regga. Dovranno, per servire, essere elaborati dalla dottrina e stagionati dal tempo. Ma non sono neppure un semplice flatus vocis, o parole vuote, o astrazioni, come pretendono troppi critici frettolosi. Esprimono oggi sentimenti che, pur essendo confusi, sono forti nelle moltitudini: tanto è vero che hanno infuso in queste il coraggio e la pazienza di combattere una guerra così lunga e così atroce. E poi, buoni o cattivi che siano, abbiamo noi l’embarras du choix? Altri principî più chiari e definiti, che regolino in qualche modo, con un’ombra di legge, i rapporti tra gli stati europei? La monarchia è caduta in Europa; e con essa il principio dinastico, che a dispetto delle sue manchevolezze e ingiustizie, aveva mantenuto dal 1815 al 1914 un po’ d’ordine e una certa legge nei rapporti tra gli stati europei. Caduto questo, se noi non riusciamo ad imporre un altro principio di ordine, anche se grossolano e imperfetto, l’Europa si dissolverà nella anarchia delle guerre perpetue. La forza sarà la sola legge riconosciuta e rispettata tra gli Stati. Ora lasciamo i discepoli imbecilli di Hegel ripetere che il diritto è la forza e che gli Stati sono fatti per divorarsi a vicenda come belve feroci. Sappiamo tutti e due che cosa sarebbe in Europa un nuovo medio evo alla nitroglicerina, armato di bombe e di tritolo, senza Cristo e senza Inquisizione. L’Europa non solo rimbarbarirebbe; ma precipiterebbe dal suo trono...».

«Bisognava dunque precisare e formulare nel Congresso di Parigi i principî che dovevano regolare i rapporti tra gli Stati d’Europa, ormai quasi tutti ordinati a repubblica, come il Congresso di Vienna aveva precisato e formulato, come legge tra gli Stati monarchici di un secolo fa, i principî della legittimità e dell’equilibrio. Occorreva mettersi d’accordo sopra un modo di definire la nazionalità, che servisse come equa norma per decidere almeno i più grandi fra i conflitti nazionali. Occorreva riconoscere i diritti nazionali delle minoranze, che sarebbero incluse nei nuovi stati e rimarrebbero prigioniere nella cerchia degli antichi, e trovare il mezzo di garantirli. Occorreva imaginare una formula per limitare gli armamenti, che conciliasse le legittime armi d’ogni singolo stato con la libertà degli altri e con il loro diritto di non subire, come un’imposizione prepotente di un solo, gare illimitate di armamenti e guerre all’ultimo sangue. Se il Congresso avesse affrontato queste tre questioni capitali, non ci sarebbe stato tanto da discutere intorno ai fini della Lega delle Nazioni. La Lega avrebbe dovuto mantenere la pace fondata su questi principî, perfezionandoli nell’applicazione.

«Era questo un compito impossibile, anche se era più difficile di quello che spettò al Congresso di Vienna? Non so. Ma chi aveva il dovere di tentarlo almeno, se non voi, aiutati dall’Italia e dall’America? Se non temessi di domandar troppo, aggiungerei che anche i tedeschi avrebbero potuto e dovuto aiutarci. Poco assegnamento invece si poteva fare sugli inglesi. Ma voi vi siete tratti sdegnosamente in disparte, gli italiani non hanno fatto nulla e gli americani da soli erano ridotti all’impotenza...».

A questo punto il mio interlocutore mi ha interotto.

«Lei ha ragione, pur troppo. La tragica contradizione in cui la Francia è impigliata è questa. Ma non è difficile di spiegarla. Nel paese coloro che hanno fiducia nei principî della rivoluzione del ’48, sono numerosi».

«È vero — dissi io. — Quello che si può chiamare il gran pubblico mi sembra abbia seguito più che spinto il governo della sua politica».

«Per l’appunto. Bisogna dunque spiegare l’atteggiamento del governo. Questo fu l’opera del Quai d’Orsay e dello Stato Maggiore, che nutriti ancora di tradizioni napoleoniche, amano poco e poco si fidano delle ideologie rivoluzionarie. Ma è pure vero che il governo ha seguìto docilmente questi consigli, e che il suo capo ha difeso le tradizioni della politica imperiale con un ardore di novizio. Lei mi dirà che Clemenceau è stato per tutta la vita un campione quasi fanatico della rivoluzione e delle sue dottrine, e che un giorno la definì un «bloc». E mi domanderà perchè questo discepolo fanatico ha voltato le spalle alle sue dottrine proprio quando gli si apriva un’occasione unica di mantenere almeno in parte le promesse che la Francia ha fatte al mondo. Le confesso di non saper rispondere. È un mistero, per me...!»

«Si direbbe — ripresi io — destino della rivoluzione, che quando i suoi principî stanno per vincere, apparisca un uomo il quale con l’autorità acquistata combattendo per il loro trionfo li sconfigge definitivamente e li ricaccia nel nulla. Il caso di Clemenceau non ripete, meno vistosamente, la palinodia di Napoleone? Senonchè guardi in che singolare postura la Francia viene a trovarsi di fronte all’Europa, e l’Europa di fronte alla Francia. Più di un secolo fa la Francia annuncia di aver scoperto i principî da cui deve cominciare un secolo nuovo di felicità, si impegna in una terribile lotta per applicarli, la vince. Ma allora apparisce l’uomo che confisca per sè i frutti della vittoria; e che invece del nuovo ordine di cose promesso, impone all’Europa un dispotismo militare molto più oppressivo e cupido che i governi dei Re, da cui la rivoluzione voleva liberare l’Europa. Con un forte scossone l’Europa rovescia questo dispotismo; e per riavere un po’ di ordine e di pace restaura alla meglio, come si poteva dopo tante demolizioni, i principi dell’ordine antico, da voi indebolito o distrutto... L’ordine ricostituito non era perfetto; tuttavia l’Europa, pur brontolando, ci si acconciava, per paura di peggio. Siete stati voi di nuovo a rovesciare nel 1848 questo ordine vacillante, ripromettendo al mondo la felicità nuova contenuta nelle vostre dottrine. Ma di nuovo il mondo l’ha aspettata invano, cosicchè, dopo il ’48 si trovò senza i beneficî dell’ordine antico e senza i beneficî nuovi da voi promessi nel grande anno; finchè anche questa volta, per ridare un assetto un po’ stabile all’Europa, si ritornò dopo il 1870 nella misura del possibile ai principî antichi e all’ordine dinastico. Che cosa furono il regime bismarckiano e la triplice alleanza se non una ristampa in riduzione della Santa Alleanza? Ma neppure di questo nuovo ordine voi foste contenti, e avevate ragione, poichè era stato fondato con una violenza iniqua e scellerata a vostro danno. La restante Europa, desiderosa di pace, ossequiosa per il più forte dell’ultim’ora, cupida di ricchezze e di benessere, era pronta a sopportare con rassegnazione cristiana l’iniquità inflitta a voi, e avrebbe voluto eterno quell’ordine: voi no, voi lo avete implacabilmente minato, non riconoscendo il trattato di Francoforte che ne era il fondamento, dichiarandolo nullo in aeternum poichè violava l’imprescrittibile diritto dell’Alsazia e della Lorena. Voi avete affermato, a rischio della vostra esistenza, esserci certi diritti dei popoli che la forza deve rispettare: azione memorabile nella storia, gloria imperitura della vostra nazione, che voi potete aggiungere a quella di tante altre generose azioni da voi compiute nei secoli... Ma quando quest’ordine, di cui l’Europa era soddisfatta, è finalmente caduto, un po’ perchè il popolo che l’aveva creato a suo profitto ha voluto abusarne, un po’ perchè voi l’avevate minato sotto sotto con la vostra generosa e implacabile protesta, non aveva il mondo diritto che voi faceste un grande sforzo per definire questi diritti imprescrittibili dei popoli, per i quali il mondo intero andava in fiamme? Per fare una realtà di quella fratellanza dei popoli liberi, che avevate annunciata come la legge di vita all’Europa sino dal 1848?

«Invece voi — o almeno il governo che vi rappresenta — non ha trovato, per riordinare il mondo, che delle combinazioni di forze nello stile del Bonaparte!... Saranno ingegnose, quanto volete, queste combinazioni; ma credete voi di poter fermare i tedeschi sulla via delle loro ambizioni, opponendo loro soltanto dei cannoni e dei soldati, e non una dottrina e un’idea? Se il domani sarà in balìa della forza, pensate che i tedeschi hanno il numero. E pensate che l’Europa attende da voi il compimento di una promessa che data ormai da più di cento anni...».

Il mio interlocutore mi ha guardato, e poi levandosi, mi ha detto con forza: «Noi manterremo la promessa. La nostra storia è piena di contradizioni, di violenze, di catastrofi; ma è pura di tradimento. Non tradiremo i popoli, che avranno avuto fiducia in noi».

— «Speriamo» — conchiusi io, rassicurato un po’, ma sino a un certo punto soltanto.

VI. La radice del male[12]

Il 1919 non passerà nella storia come l’anno in cui il nuovo ordine di cose, ardentemente desiderato dagli uomini, è incominciato; ma come quello in cui la rovina dell’antico fu consumata. L’Europa è un caos, a paragone del quale l’ordine, che vigeva ancora nel 1914, poteva considerarsi come perfetto o poco meno. Quell’ordine si reggeva per un equilibrio di forze vere e per l’autorità di alcuni principî invecchiati ma non ancora morti. Oggi non c’è più nè equilibrio di forze nè autorità di principî. Tutte le forze sono state o distrutte o spossate dalla guerra; tutti i principî, esautorati o confusi dai trattati di pace, già compilati a Parigi o in preparazione.

Come nitida comincia ad apparire nelle sue linee maestre a chi ha occhi per vedere, la tragedia a cui l’Europa ha soggiaciuto inconsapevole, come l’agnello soccombe sotto il coltello del beccaio. Che cosa è un trattato? È un pezzo di carta che lega e comanda per una sua misteriosa e quasi magica virtù. Ma da che nasce questa virtù? Dalla forza soltanto, no: perchè non essendo sempre chiaro chi sia il più forte e chi oggi passa per più forte potendo domani scoprirsi più debole, ogni trattato sarebbe un’occasione di guerre continue. Quella virtù magica dei trattati nasce dalla autorità di un principio, riconosciuto dalle due parti contraenti come vero e inviolabile, e per rispetto al quale anche la parte a cui il trattato è di peso, consente ad osservarlo.

Nel diritto pubblico, che resse l’Europa prima della rivoluzione francese, questo principio imperativo era l’onore dinastico. Un trattato era considerato come un impegno d’onore del sovrano, che l’aveva firmato. Un sovrano guerreggiava lunghi anni prima di acconsentire a scrivere il proprio nome in fondo a un foglio di carta, nel quale dichiarava di ceder ad un suo fratello questo o quel territorio. Egli sapeva che quella goccia di inchiostro era indelebile. Riconosciuto dagli altri sovrani, il trattato era un titolo indiscutibile a favore del sovrano, a cui il territorio era stato ceduto.

Ma le firme dei sovrani, che nel secolo XVIII erano il simbolo di un principio di diritto pubblico, divennero a poco a poco una formalità nei trattati del secolo XIX, quando la coscrizione e le rivoluzioni democratiche ebbero scatenato sull’Europa le guerre dei popoli. Il principio dell’onore dinastico si indebolì, e tra gli avanzi dell’antico diritto pubblico si insinuò un principio nuovo: che un trattato non può esser considerato valido in sè e per sè, ma solamente in quanto non violi certi diritti dei popoli. La Francia sostenne, dal 1871 al 1914, la prova del fuoco per il nuovo principio. In forza di questo principio la Francia ha dichiarato quasi per mezzo secolo di subire ma di non riconoscere come valido il trattato di Francoforte, perchè questo trattato violava un diritto imprescrittibile dell’Alsazia e della Lorena, di cui nessun governo poteva disporre.

Questo principio ha preso forza nell’animo e nell’immaginazione dei popoli, durante la guerra mondiale. I governi dell’Intesa — e in parte anche i governi nemici — avevano dichiarato di riconoscerlo come il fondamento dell’ordine nuovo. Ed è un principio alto e nobile, dal quale un nuovo diritto pubblico dell’Europa potrebbe nascere, ad una condizione però: che ci sia un certo accordo ed una certa lealtà nel definire questi diritti dei popoli, di cui la forza non può fare scempio, a cui anche la vittoria deve inchinarsi. Se no, che cosa accadrà? Che cosa accadrà se ogni gazzettiere o filosofo o poeta o diplomatico o uomo di stato o cavadenti sarà libero di definire a volta a volta, come gli piace, questi diritti dei popoli; se ogni popolo vorrà essere giudice inappellabile del proprio diritto e del proprio dovere? Nessun trattato avrà più alcun valore, fuorchè quello che vorrà riconoscergli il capriccio dei contraenti; ogni popolo potrà dichiarar nulla la parte di un trattato che non gli garba come lesiva di qualche diritto, che ciascuno poi definirà come meglio gli piace.

È proprio quel che accade ora. Il diritto dei popoli sta precipitando l’Europa in un caos di discordie, di odî e di guerre: castigo meritato dell’incoerenza, con cui l’Europa ha lasciato la Francia, dopo il 1870, dichiarar nullo in aeternum, in nome di quel diritto, uno dei trattati su cui posava la pace del mondo, senza curarsi poi di definire questi inviolabili diritti dei popoli. Il concetto nuovo del diritto dei popoli ha indebolito l’antico rispetto in cui i trattati, come cosa sacrosanta, erano tenuti; ma senza acquistare consistenza, precisione, virtù imperativa da governar esso il mondo.

Il Presidente Wilson aveva intravisto la difficoltà; ed era venuto in soccorso dell’Europa. Proponendo i famosi quattordici punti, si era assunto il compito, adempiuto con tanto splendore dal Talleyrand nel Congresso di Vienna; aveva tentato di definire i principî, con i quali giudicare i diritti che i nuovi stati e gli antichi dicevano di poter vantare sui territori disponibili. Impresa necessaria, ma difficilissima: sia perchè i famosi punti erano soltanto un abbozzo; sia perchè, per pacificare davvero l’Europa, occorreva che questi principî fossero riconosciuti sinceramente non solo dei vincitori, ma anche dai vinti, come il principio di legittimità era stato riconosciuto da tutte le potenze nel Congresso di Vienna. Ma appunto perchè l’impresa era ardua, era dovere tentarla. Quale vertigine ha travolto le classi governanti e con esse i governi dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra? Per quale ragione, mentre le moltitudini avevano acclamato Wilson, come il salvatore, tante forze oscure hanno cospirato a screditare come un vano sogno il primo e più urgente tra i preliminari della pace?

L’Europa non sa ancora quello che ha fatto; non ha capito ancora di aver distrutto tutti i sostegni dell’ordine internazionale e quindi della pace, proprio nel momento in cui doveva restaurare nel mondo la più vasta pace che si fosse ancora fatta. Oggi i trattati non hanno più nessun punto fermo e solido a cui appoggiarsi: non la complicata e gagliarda struttura giuridica della società del secolo XVIII, non la tradizione diplomatica delle Corti e l’equilibrio delle forze del secolo XIX, non i principî del nuovo diritto pubblico, che nessuno vuol riconoscere, se non in quanto vanno d’accordo con le proprie ambizioni e cupidigie. Non resta che la forza. Ma chi sa ormai dove risiede la forza? L’Intesa ha vinto, ma insieme, e grazie alla mitraglia d’oro del nuovo mondo; chi può sapere oggi quale sia la forza di ciascuna delle potenze dell’Intesa da sola e quelle dei nuovi stati sorti dalle ruine degli antichi? Cento anni di guerra, dunque!

«Colpa del capitalismo» — dicono i socialisti. I socialisti non conoscono la storia dell’Europa meglio dei nazionalisti. Essi non sanno che la dissoluzione presente è l’ultimo effetto di un disordine intellettuale, che incomincia con il Rinascimento e con la Riforma; e di un rivolgimento militare e politico, che incomincia con la spartizione della Polonia e con la rivoluzione francese: prima che il «capitalismo» ossia la grande industria nascesse. Il male è più antico e profondo che i socialisti non credano; e il rimedio da essi proposto, la soppressione del capitalismo, non basterebbe a curarlo.

A leggere i fogli socialisti, d’Italia e di fuori, si direbbe che il trattato di Versailles è gemello del trattato di Brenno. Ma chi conosce il trattato scuote le spalle. Esso contiene, sì, alcune disposizioni che sono o troppo dure o ineseguibili accanto ad altre, che sono savie e giuste. Ma il suo vero difetto è pur troppo un altro: che tutte queste disposizioni — le giuste come le ingiuste — non riposano su principî chiari, precisi, riconosciuti dalla coscienza universale dei vinti e dei vincitori; ma su improvvisazioni e compromessi di principî opposti, spesso arbitrari, poco chiari e contradditorî. Onde tutti gli interessi lesi possono denunciare come ingiuste anche le sue clausole più giuste; e siccome ormai i trattati che non sono giusti, sono considerati come pezzi di carta, dichiararlo nullo, in tutto od in parte. Non se ne fanno scrupolo gli stessi vincitori: immaginarsi i vinti! La Germania non riconoscerà questo trattato come giusto ed impegnativo più che la Francia abbia riconosciuto il trattato di Francoforte; e non lo eseguirà che nella misura in cui sarà costretta ad adempierlo dalla forza. Impresa difficile e piena di pericoli, per un trattato che impegna almeno due generazioni e in tempi esausti dagli eccessi deliranti della nazione armata.

Non mi meraviglio punto che già la Francia e l’Inghilterra siano piene di inquietudini. L’inchiostro con cui il trattato è stato scritto non è ancora asciugato, le ratifiche non sono ancora perfette, e già da ogni parte si teme che la fatica di quest’anno sia stata quella di Sisifo. Mi meraviglio piuttosto che tanta gente si sia illusa e si illuda ancora, come se quel trattato potesse valere altrimenti, se non per la forza materiale su cui potrà fare assegnamento. E poichè le disgrazie non vengono mai sole, ecco che delle inquietitudini e della insicurezza, generate da questi trattati, a cui manca l’autorità per imporsi, approfittano i governi per tentare di ingrandire su questo immenso sfasciume di rottami, l’antico militarismo, autore e padre della rovina presente!

Notes in this chapter

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