PARTE QUARTA. VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE
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La quarta parte si compone di articoli pubblicati nel Secolo tra il 1921 e il 1923, che analizzano e studiano alla luce delle idee le conclusioni esposte nella terza parte, gli eventi di maggiore importanza accaduti in quei due anni: la conferenza di Washington e quella di Genova, la proclamazione dell’indipendenza dell’Egitto, le difficoltà dell’Europa orientale, la riscossa della Turchia nell’Asia Minore, la questione dei debiti, l’aggrovigliarsi del nodo delle riparazioni, la nuova guerra tra la Francia e la Germania, incominciata con l’occupazione della Ruhr. Mentre tutti questi eventi si spiegano con le conclusioni della parte precedente, a loro volta le confermano, mostrando come molte delle previsioni precedenti si sono verificate.
I. L’Europa dopo due anni di pace (8 novembre 1921)
Sono due anni che la pace è stata scritta sulla carta. In che condizione si trova l’Europa? Diamo un’occhiata in giro.
I trattati avevano intimato ai vinti di consegnare le armi. Invece di obbedire, la Turchia le ha passate al governo di Angora, il quale demolisce con quelle il trattato di Sèvres prima ancora che entri in vigore. La guerra mondiale continua in Oriente; e gli Alleati possono soltanto dare ai turchi e ai greci dei buoni consigli, che nessuno dei belligeranti ascolta. Invano l’Inghilterra ha spinto innanzi la Grecia! Mezza Asia Minore è devastata; la Grecia è rovinata e speriamo non susciti per disperazione o per vendetta qualche grosso disordine; gli affari d’Oriente precipitano in una anarchia, a cui non ci sarà per lungo tempo rimedio. Strana ironia del destino! Quando tanti eserciti formidabili della coalizione germanica si sono sciolti o sono stati sbaragliati, tiene il campo, nell’interno dell’Asia, invincibile, un piccolo esercito raccogliticcio di turchi, che si sostiene come può.
Un po’ meglio vanno le cose in Bulgaria. Qui almeno c’è un partito, il quale riconosce giuste e prende sul serio le intimazioni e le minaccie dell’Intesa... Ma quanto pesa la Bulgaria sui destini del mondo?
Come procedono le cose in Ungheria si è visto or ora.[14] L’Ungheria non ha disarmato, ma ha nascosto armi e soldati dietro una tenda; quanto basta, affinchè le apparenze siano salve, e l’Intesa possa far le viste di non vedere. Di chi la colpa? L’Italia sospetta la Francia, la Francia l’Inghilterra, l’Inghilterra l’Italia. Ma la colpa è della Geografia che non vuole essere, come l’opinione degli uomini, umile ancella della Vittoria. L’Ungheria fa oggi il comodo suo, perchè due anni dopo l’armistizio, le grandi Potenze dell’Intesa non hanno più nessun mezzo di imporle il disarmo, mancando tra l’una e le altre quella contiguità di frontiera, che tiene gli stati deboli nella soggezione dei forti. Gli stati nuovi che circondano l’Ungheria e la isolano, non hanno potuto assumersi il compito di imporre e di controllare di giorno in giorno il disarmo, perchè hanno cento altre faccende e forse anche perchè il compito supera le loro forze. Hanno preferito stringere la piccola Intesa.
L’Ungheria non ha disarmato e non disarmerà, come non pagherà il suo riscatto. E poichè è stata in certe parti mutilata a capriccio, sta in agguato, aspettando l’occasione. Carlo di Absburgo ha avuto troppa fretta. Il paese è spossato, acefalo, in guerra con sè medesimo. Ma che di qui a qualche anno ritrovi un po’ di forza, un governo ed una occasione...
La Germania è, insieme con l’Austria, la sola tra le nazioni vinte che abbia disarmato davvero, costretta dalla contiguità territoriale con la Francia. La Germania, dunque, se non ha adempiuto proprio alla lettera il trattato di pace, ha consegnato le armi che per quattro anni furono il terrore del mondo; e per il momento non è in grado di minacciare nessuno. Possiamo almeno qui respirare? Consolarci, che la minaccia tedesca è sventata? Che la Francia potrà a sua volta deporre l’armatura che la schianta?
Proprio all’opposto. La Francia e il Belgio sono costretti a tenere sotto le armi quasi un milione di uomini, perchè hanno disarmato la Germania. Questo è il paradosso, che strangola l’Europa come un laccio.
L’ho già scritto e lo ripeterò una volta ancora, perchè questa semplice verità è la chiave di tutto il disordine presente. Il trattato di Versailles, con le clausole del disarmo e con certe clausole che riguardano le riparazioni, ha fatto della Germania un protettorato comune dell’Italia, dell’Inghilterra e della Francia. Immaginarsi che quella che era ancora, sette anni fa, la prima potenza del mondo, accetti di diventare il Marocco di tre potenze, discordi tra di loro e ciascuna più debole, è vivere con la testa nelle nuvole. La Germania subirà questo protettorato, nella misura in cui la forza lo imporrà. Ha disarmato perchè ai confini c’era un milione di soldati, pronti ad invaderla. Sinchè questo milione di soldati minaccerà le sue frontiere, obbedirà ruggendo di furore.
Ma per quanto tempo la Francia potrà mantenere, insieme con il Belgio, questo milione di soldati sotto le armi? La Francia, già indebitata per trecento miliardi?
Dal giorno dell’armistizio è cominciato tra la Francia e la Germania un nuovo duello; incruento, muto, quasi direi immobile, ma non meno implacabile e terribile che la guerra. C’è in Germania un partito, che vuole eseguire il trattato, come esso dice, «nella misura del possibile». Questo partito governa oggi. Ma perchè neppure questo partito riesce a tranquillare la Francia? Perchè, in Francia, l’ansietà pubblica non si calma mai, sia che il governo tedesco accenni ad eseguire il trattato, sia che mostri di rifiutarsi? Perchè anche quella debole e vacillante volontà di eseguire il trattato è legata, in Germania, alla minaccia imminente di quel milione di uomini in armi. Ma ad eseguire il trattato occorrerà, a dir poco, mezzo secolo almeno; e chi può illudersi che la Francia, spossata dalla guerra, oberata di debiti, reggerà per mezzo secolo al compito erculeo? La Germania non ebbe da tendere altrettanto muscoli e nervi, dopo il 1870, per far rispettare il trattato di Francoforte; eppure non ha resistito più di 44 anni, e alla fine fu, dallo stesso suo sforzo, precipitata nella guerra. La resistenza passiva della Germania metterà la Francia ad un cimento forse più terribile che la rivolta aperta.
Il tragico nodo della pace per la Francia è proprio questo. Quel milione di soldati, con cui oggi la Francia e il Belgio impongono alla Germania l’obbligo suo, non possono restare per anni ed anni a guardare un nemico, che resiste passivamente, come non l’hanno potuto, e in condizioni meno difficili, i grossi eserciti della Germania vittoriosa dopo il 1870. Presto o tardi, se si lasciano andare le cose per la loro china, accadrà o che i debiti rovineranno e sposseranno la Francia, o questo esercito precipiterà sulla Germania, trascinato dalla sua stessa mole e dal suo stesso peso, come una valanga che si stacca dal monte. Le occasioni e le ragioni non mancheranno. Per quanto si guardi, non si vede a quale altro fine siano avviate le cose dell’Europa, se non o a una grande crisi in Francia o all’invasione della Germania, o forse all’una e all’altra.
In tutti e due i casi avverrebbe il grande schianto dell’Europa. Una grande crisi interna in Francia diroccherebbe quel che resta dell’ordine sociale; e chi potrebbe prevedere tutti gli effetti di un’invasione della Germania? Entrare in Germania sarà facile ad un esercito francese e belga. Il difficile sarà d’uscirne.
Washington si accinge intanto a ripigliare l’opera fallita a Parigi. Il Congresso, convocato dal presidente Harding per le limitazioni degli armamenti, ha incominciato a sedere.
II. L’America e i mari (25 ottobre 1921)
Washington si accinge dunque a ripigliare in parte l’opera fallita a Parigi. E la ripiglia dalla questione dei mari cui il Congresso di Parigi voltò le spalle per frugare nelle tasche della Germania qualche miliardo di più, o per recuperare qualche quadro rubato un paio di secoli fa. Non poteva essere altrimenti. Risaliamo con la memoria di otto anni il corso della storia; e scopriremo facilmente perchè la questione dei mari è vitale oggi per tutta la civiltà occidentale.
Una pace sonnolenta regnava allora sulle acque. Primeggiava per numero e per reputazione la flotta inglese. Ma le cresceva accanto la flotta tedesca, più piccola, tutta nuova, tutto ardore e impazienza di mostrare quel che sapeva fare; e sapeva — al Jutland si vide — manovrare e tirare meglio dell’inglese. Venivano poi la armata americana, poderosa per numero di navi e potenza d’armi; la francese, un po’ invecchiata e di crescita lenta, ma illustre per tradizioni e memorie, forte di navi magnifiche e condotta da ufficiali valenti; l’italiana, giovane, un po’ ineguale, ma plastica e di forza crescente; la russa, ferita dalla sconfitta recente e in convalescenza; l’austriaca, piccola ma saldamente annidata nell’Adriatico. Nell’Estremo Oriente la cadetta della famiglia, ma già celebre e ammirata per le prodezze compiute nell’ultima guerra: la flotta giapponese.
Tutte queste armate si facevano allora equilibrio con il solo mostrarsi, nella sottintesa volontà comune a tutti i popoli di rispettare il mare come la grande via del genere umano, e di non intralciare l’accesso alle terre, se non con un protezionismo ancora blando, non universale, e quasi dappertutto temperato da trattati di commercio. Che nei libri dei giureconsulti e negli archivi dei ministeri sonnecchiasse un diritto di guerra sul mare barbaro e corsaro, chi lo sapeva? Il mondo viveva beato nella sicurezza di tutti i suoi mari, finalmente esplorati in ogni più recondito seno, finalmente purgati dagli ultimi avanzi della pirateria, liberi finalmente e aperti a tutti i popoli laboriosi.
Che resta di questo bell’ordine, meraviglia dell’ultimo secolo? Tre di queste flotte sono sparite in fondo al mare: la tedesca, l’austriaca, la russa. Due — la francese e l’italiana — vegeteranno per molti anni, scarseggiando il denaro a mantenerle. Scomparse o declinanti le altre armate, l’Inghilterra è ormai padrona dell’Atlantico e del Mediterraneo, il Giappone del Pacifico. L’armata inglese sarà anch’essa costretta, per economia, a rimpicciolirsi, ma senza danno, perchè resterà più forte dei rivali che nel 1914, alcuni di questi essendo morti, gli altri feriti. Il Giappone invece è diventato in questi sette anni un colosso dei mari. Arricchito dalla guerra mondiale e liberato dalla rivalità della Russia, giganteggia nell’Estremo Oriente come il campione dell’Asia contro i barbari dell’Occidente.
L’equilibrio delle forze è rotto sui mari; e con l’equilibrio delle forze qualunque nozione di diritto. Nessuna dottrina o tradizione, nessun trattato o pezzo di carta tenta neppure più di definire, nonchè di garantire, i diritti che i più deboli potrebbero vantare contro i più forti sui mari. La libertà dei mari, di cui godevamo prima del 1914, era uno stato di fatto, mantenuto dall’equilibrio e dal consenso; e perciò vacilla ora che, venuto meno l’equilibrio delle forze, non si sa più se il consenso sussista ancora. Se l’Inghilterra, per il momento, non sembra voler abusare della sua forza, il Giappone è un enigma. Il Congresso di Parigi, infuriato a disputarsi i brandelli dell’Europa, ha lasciato il Giappone e l’Inghilterra impadronirsi dei mari senza condizioni, restrizioni e servitù, in tempi in cui un furore selvaggio di prepotenza agita tutti gli Stati, e il mondo sembra voler ripiombare in un secondo Medio Evo, irto di monopolî e di pedaggi.
Ha lasciato: o piuttosto, avrebbe lasciato, se non ci fosse stata l’America. Gli Stati Uniti sono ancora in grado di varare una flotta pari all’inglese; e perciò possono assumersi il compito di chiarire se il tridente di Nettuno sia un gingillo, da borseggiare nelle sale di un congresso diplomatico, approfittando della distrazione degli altri Stati.
Gli Stati Uniti non furono delusi dalla guerra meno che i grandi Stati europei. Cadute la Russia e la Germania, indebolite la Francia e l’Italia, mutato in un odio e in un sospetto universale quel tacito consenso dei popoli, che era la legge non scritta dei mari, l’America s’è trovata, a guerra finita, minacciata sui due fianchi.
In fondo ai due Oceani, che ne bagnano le coste e che sono le sue porte sul mondo, stanno ora le due potenze egemoni del mare. Che esse vogliano abusare della loro forza, non è provato: ma quali garanzie offre il futuro? Chi potrebbe, per esempio, impedire domani al Giappone, alleato con l’Inghilterra, di tentar di fare della Cina una colonia? La Russia per il momento è in catalessi.
Molte cose, intorno a cui l’Europa farnetica assai, si spiegano se non si dimenticano questi fatti. Si spiega che gli Stati Uniti abbiano stracciato il trattato di Versailles, il quale imponeva loro grandi obblighi e non riconosceva nessun diritto. Si spiega che vogliano varare una grande armata. Si spiega che esigano i loro crediti di guerra. Si spiega che convochino la conferenza di Washington. Non si spiega invece — o si spiega come una contraddizione dei tempi babelici — che vogliano fare di Panama un passaggio americano privilegiato: pericoloso esempio, che l’Inghilterra potrebbe ritorcere contro gli Stati Uniti.
La Conferenza di Washington, massime se l’America, come si dice, tenterà di indurre le potenze ad un accordo, che apra a tutti egualmente le porte della Cina e che limiti gli armamenti navali, tenterà dunque per la prima volta di strappare gli Oceani a quell’anarchia della forza, a cui il Congresso di Parigi li ha abbandonati. Le potenze navali minori, quelle minacciate più seriamente dalla presente anarchia, provvederanno al proprio interesse aiutando l’America, perchè se la Conferenza non riescisse in questo suo compito, non resterebbe a queste potenze minori, che lasciare la gara degli armamenti infuriare tra i due colossi superstiti sino al cozzo definitivo; e cercare allora che questo termini con la distruzione del più forte e l’irrimediabile spossamento del più debole. Se spesso la saggezza è impotente, qualche volta l’impotenza è saggia.
III. Guerra e pace al Congresso di Washington (20 novembre 1921)
Per trent’anni la pace fu la più solenne tra le imposture ufficiali. Ogni Stato era solito dichiararsi pronto a disarmare, se gli altri avessero dato l’esempio; e siccome tutti aspettavano che qualcun altro incominciasse, nessuno si muoveva. Non si potrà negare agli Stati Uniti il merito di aver rotto questa tacita cospirazione di pravi intendimenti e di aver preso le altre potenze in parola, dicendo loro: «se davvero siete disposte a limitare gli armamenti, purchè una grande potenza prenda l’iniziativa, son qua io. Eccomi pronta».
Dopo tante promesse, dopo tante menzogne, dopo tanti sofistici contorcimenti, questa rude e quasi brutale franchezza è un ristoro. Gli Stati Uniti hanno fatto quello che la Francia, l’Inghilterra, l’Italia avrebbero dovuto fare a Parigi due anni fa. Hanno posto al mondo il quesito, se vuol la pace o la guerra, se vuol rinascere o dissolversi; hanno messo il mondo a confronto con la propria coscienza; gli hanno intimato di uscire dalla torbida contraddizione, in cui si logora da tanti anni, preparando la guerra mentre dice che vuole la pace.
Il merito è grande. Ma grande è pure la responsabilità. La prova è ardua per gli Stati Uniti non meno che per gli altri Stati. Che benedizione sarà, per l’intero universo, se il tentativo riesce, anche soltanto in parte. Ma se non riesce?
Al quesito, posto così rudemente dall’America: «volete la pace o la guerra?», tutti gli Stati hanno risposto: «la pace». Quale avrebbe osato rispondere: «la guerra?» Ma non lasciamoci illudere dalla unanimità di queste risposte. Il mondo non farà senza disperate resistenze l’esame di coscienza e la scelta, a cui l’America lo sforza con così categorico invito. La proposta americana non ha trovato e non troverà innanzi a sè che sorrisi, inchini e vie cosparse di fiori! Nessuno oserà affrontarla a viso aperto. Ma attenta alla spalle! Quante insidie la minacceranno nei particolari tecnici, nelle applicazioni pratiche, nelle commissioni segrete!
Quelli che mi fanno paura sono i «periti», gli «esperti», i «tecnici», che gli uomini di Stato hanno condotti a Washington in tanto numero. Che curioso personaggio, l’«esperto», della guerra mondiale! È quasi sempre un uomo oscuro e ignoto, pescato in fondo a qualche pubblico ufficio, il quale in virtù di una competenza indefinibile dovrebbe sapere tutte le cose, che nessun altro sa, anche le più difficili e oscure. Come sarebbe: quali siano i giusti confini tra due Stati, che non esistono ancora; o quali i necessari armamenti di due Stati, che non sanno se sono amici o nemici. A Parigi gli «esperti» furono i piloti nascosti che condussero a rompersi su scogli invisibili molti buoni propositi.
In verità sono una delle tante imposture moderne: compiacenti prestanome, dietro i quali gli uomini di Stato, con il pretesto della competenza tecnica, mettono in salvo la propria responsabilità. Confini e armamenti sono materie che appartengono non ai professori di statistica e di geografia, o agli ufficiali di terra e di mare, ma alla grande arte di governo, in cui l’uomo di Stato deve essere solo esperto, perito, competente e maestro, con piena responsabilità. Se avessimo uomini veri di Stato, essi creerebbero dalla propria mente i principî direttivi della limitazione degli armamenti, consultando gli uomini dell’arte militare soltanto per i particolari e per l’applicazione. Con uomini come quelli che oggi reggono tanti governi, deboli, incerti, poco autorevoli, gli «esperti» possono diventare gli occulti e irresponsabili sicari, che strozzeranno al buio, con i sofismi e gli egoismi della propria arte limitata, un’idea di valore universale.
Nè la tecnica è il solo pericolo. Non si potranno limitare gli armamenti, se non si freneranno le cupidigie e le ambizioni che si appiattano dietro le armi e che le muovono. Un disarmo parziale suppone una parziale pacificazione; e perciò richiede che almeno alcune tra le maggiori discordie, da cui i popoli sono oggi fatti l’uno all’altro nemici, siano composte con una transazione, che accontenti per qualche tempo tutte le parti. La Conferenza sarà dunque costretta a tentare di comporre le discordie e le rivalità di maggior momento: compito arduo, nel quale i nemici occulti della pace cercheranno di colpire a morte il piano della limitazione degli armamenti.
I popoli vogliono la pace, ma non sempre ne sanno il prezzo, o son disposti a pagarlo. Facilmente si accendono per rivalità e per interessi, che un giorno o l’altro li obbligheranno alle armi, quando meno se lo aspetteranno e quando sarà troppo tardi. Dalla rivoluzione francese in poi tutti i macchinatori di guerre hanno approfittato di questa debolezza dei popoli, per sforzarli a combattere. Ne hanno approfittato a Parigi, per deludere l’universale desiderio di pace; e ne approfitteranno per far fallire anche il Congresso di Washington!
È necessario dunque che l’opinione di tutti i paesi vigili; perchè molti tentativi saranno fatti per ingannare anche a Washington «lo spirito del mondo». La stretta è forse decisiva; perchè chi potrebbe prevedere gli effetti di una seconda delusione, che seguisse quella di Parigi?
In Europa la disperazione si impadronisce dello spirito pubblico, in tutti i paesi. Pur sapendo che se gli Stati non conchiudono almeno una tregua di mezzo secolo, nessuno potrà sfuggire ad una ruina totale, i popoli hanno quasi perduto la speranza che questa tregua salvatrice si possa mai stringere. Se dopo Parigi, anche Washington dovesse fallire, la disperazione diventerebbe irrimediabile. Gli odî e i sospetti tra gli antichi alleati, già così grandi, divamperebbero irrefrenabili. Nulla esaspera più che un tentativo fallito di pacificazione. O la conferenza di Washington riuscirà ad assestare un po’ le cose del mondo, o sprofonderemo nell’anarchia e nel disordine per generazioni.
Sarebbe puerile imaginare che Washington possa comporre tutte le discordie, che oggi aizzano gli uni contro gli altri i popoli. Ma avrà fatto poco meno di un miracolo, se riuscirà a comporre alcune di queste discordie, perchè avrà mostrato con i fatti all’universale scetticismo che il comporle non è impossibile. Indicibile sarà il conforto che questa rinascente fiducia infonderà nello spirito del mondo, oggi sgomento. Riconfortato, lo spirito del mondo che oggi sta per abbandonarsi disperato alla minacciosa oscurità del destino, ritroverà la forza di provvedere alla propria salvezza. In ogni impresa, il difficile è cominciare.
Siano i popoli questa volta, più attenti, più chiaroveggenti, più fiduciosi, che non durante il Congresso di Parigi. È il solo consiglio, che sembri quadrare con la realtà, sulle soglie della nuova Conferenza, nell’imminenza della seconda prova.
IV. Concatenazione (3 dicembre 1921)
Il proposito del presidente Harding di circonscrivere le discussioni è già stato in parte deluso. La terra e il mare, l’Oriente e l’Occidente sono così legati, che da tre settimane le discussioni di Washington si svolgono attive e feconde solo quando si allargano, mentre quelle che non si allargano si spengono.
È apparso subito chiaro che non si potevano bilanciare secondo una certa proporzione le tre maggiori armate del mondo, lasciando fuori del conto le due minori: Francia e Italia. Ma come fissare una proporzione tra le due flotte minori e le maggiori, e tra l’una e l’altra delle due flotte minori senza pesare almeno i maggiori interessi inclusi in quella che si suole chiamare la politica mediterranea? Francia e Italia sono potenze continentali. Le armate navali e gli eserciti di terra sono i due bracci della loro difesa. Se nell’Estremo Oriente la necessaria potenza delle flotte dipende in parte dalla Cina, dalle sue rivoluzioni, dalla politica che le potenze vogliono seguire nel vasto impero di mezzo, nel Mediterraneo dipende in parte anche dall’assetto del continente europeo. Per questa sola concatenazione, la questione dei mari tende ad allargarsi fino ad abbracciare mezza la terra. Ma non è la sola.
Si è discusso e si discute assai, a Washington, dei sottomarini. Ma le sorti dei sottomarini sono legate al diritto di blocco e al contrabbando di guerra. Sinchè l’Inghilterra non rinuncierà a dichiarare contrabbando di guerra tutto ciò che le piace, e al diritto di fare morire di fame i suoi nemici, che hanno bisogno del mare per nutrirsi, nessun popolo potrà gettar via quest’arma.
Il sottomarino è la fionda di David nel duello contro il Golia dei mari. I tedeschi l’hanno infamato, distruggendo le navi invece di catturarle; ma hanno ricorso a questo odioso procedimento, perchè i loro porti erano troppo distanti dai mari dove operavano. Nel Mediterraneo i sottomarini potrebbero far la guerra di corsa come gli incrociatori, catturando e rimorchiando nei porti le navi mercantili del nemico, in regola con la coscienza del mondo.
Sembra che la discussione intorno agli armamenti terrestri si sia già o stia per arenarsi a Washington, nonostante gli sforzi della delegazione inglese e della delegazione italiana. Chi può meravigliarsene? Armi e trattati di pace sono legati tra loro in Europa. Dei trattati conchiusi nel 1919 e nel 1920 alcune parti di maggiore importanza non si reggono, se non perchè sono puntellate da parecchi milioni di baionette. L’Ungheria e la Bulgaria stanno ferme, solo perchè strette in una cerchia di ferro. Il trattato di Sèvres è un pezzo di carta, perchè l’Intesa non ha le forze per imporlo. Limitare l’esercito francese e voler piegare la Germania sotto il mezzo protettorato del trattato di Versailles, è un controsenso.
Il Briand ha fatto al Congresso una pittura della Germania, che all’ingrosso è fedele. La Germania si chiude in un odio torvo che, se è impotente per ora, è già una tacita sfida ai vincitori. È quindi probabile che un parziale disarmo della Francia accrescerebbe piuttosto il coraggio di questo odio che non ne addolcirebbe il furore. Ma se la tesi ufficiale della Francia si ferma qui, un osservatore imparziale deve procedere oltre e chiedersi per quale ragione la Germania, che pure anch’essa ha tanto bisogno di pace, ritorna a desiderar nel fondo del cuore la guerra. La risposta è sicura: perchè nel trattato di Versailles sono scritte alcune condizioni così umilianti, che nessuna grande potenza accetterà mai, anche se possa essere costretta per qualche tempo a subirle da una forza soverchiante. I posteri stupiranno, che uomini di Stato si sieno illusi di poter fare della Germania un Marocco europeo, senza condannare l’Europa alla guerra perpetua.
Un Congresso, che non possa o non voglia considerare nel suo insieme lo stato presente dell’Europa tutta, potrà soltanto sfiorare la questione degli armamenti.
Si direbbe che l’universo intero prema alle porte del Congresso di Washington, per invaderlo con tutti i suoi disordini, le sue furie, i suoi dolori, i suoi feroci egoismi; e che nella angusta sala in cui si radunano, gli uomini del Congresso facciano forza alla porta, perchè resista alla spinta. Il giorno in cui la porta si spalancasse e l’Universo irrompesse con il suo terribile corteo, gli uomini del Congresso dovrebbero fuggire saltando dalle finestre!
Si ricasca in quel tormento che non dà pace agli uomini dal giorno in cui la guerra è cominciata. Il mondo è diventato troppo grande, troppo complesso, troppo difficile, per la mente degli uomini, che devono governarlo. La creatura è confusa dalla enormità della propria creazione; e si perde in piccoli vaneggiamenti. Che cosa fu il Congresso di Parigi, se non la tragica frantumazione e dispersione di un pensiero universale? Si doveva rifare il mondo; ma l’Inghilterra era ipnotizzata da pochi pozzi di petrolio, la Francia dal Reno, l’Italia da Fiume. Spaventato dalla grandezza del mondo e dei compiti che nel mondo lo aspettano, lo spirito della civiltà occidentale corre a rifugiarsi in se medesimo, facendosi piccino piccino. Quanto siamo lontani dal pensiero sintetico e costruttivo, che regnò nel Congresso di Vienna! Di qui l’universale trionfo, proprio quando più necessiterebbero le grandi menti, di tanti piccoli sofisti e di tanti piccoli rètori: i primi, abilissimi nel rimpicciolire le cose grandi, i secondi nell’ingrandire le piccole, e gli uni e gli altri nel confondere, illudere, ingannare insieme lo spirito pubblico.
V. La Germania e il suo riscatto (17 marzo 1921)
Non mi ero ingannato.
Il nodo delle indennità tedesche è peggio che un nodo gordiano, perchè non può essere nè sciolto nè tagliato. È inutile tormentare tabelle, numeri e cifre per sapere se la Germania possa o non possa pagare: gli oracoli matematici non rispondono della volontà dell’uomo. La Germania non vuole pagare; il popolo tedesco tutto quanto, dai contadini e dagli artigiani ai magnati dell’industria e della finanza, non vuole espiare la guerra mondiale con mezzo secolo di lavori forzati. I vincitori si trovano alle prese non con le arti e gli accorgimenti volpini d’un governo; ma con la chiara, risoluta, brutale volontà di un popolo. Non pago! Hanno essi il mezzo di piegarla?
Nel governo tedesco, che dovrebbe essere il collettore del riscatto, gli Alleati non hanno trovato e non troveranno che un’invincibile malavoglia, figlia di un deliberato proposito e di una reale impotenza. Rovesciata la monarchia ereditaria, il governo tedesco deriva oggi i suoi poteri, la sua autorità, la sua legittimità dal suffragio universalissimo. La repubblica tedesca sarà, se volete, un’impostura in tutto il resto; in questo no. L’unico appoggio su cui può far leva, per agire, è la volontà del popolo, vera o supposta, espressa dal suffragio universale. Ma poichè il popolo tedesco non vuol pagare il riscatto, il governo tedesco dovrebbe far leva sulla volontà del popolo per violentarla proprio nel suo desiderio più vivo e più forte. Questo è, come avrebbero detto gli antichi, un «problema d’Archimede»: la quadratura del circolo.
Se gli Alleati vogliono il riscatto, dovranno andare a riscuoterlo da sè. Questa è la verità. La logica implacabile dei loro errori e delle loro illusioni li spinge a invadere la Germania. Fanno ora un primo passo, timido e incerto, sperando di spaventare il governo tedesco, di forzargli la mano e di poter tornare presto indietro con la cambiale firmata, annunciando ai popoli che la questione è assestata e che il riscatto sarà pagato. Hanno essi, gli invasori, almeno tanta voglia di poter domani ritornare indietro, quanto i tedeschi di vederli partire! Ma anche questa è una nuova illusione. Ceda o non ceda il governo tedesco, firmi la cambiale o la laceri, non ci sarà guadagno. Sinchè il popolo tedesco tutto quanto non voglia nè intender ragione nè espiare nè pagare — e pur troppo non lo vorrà mai — gli Alleati dovranno passo passo avanzare in Germania sino ad occuparla tutta: operazione gigantesca, che supera le forze degli Alleati, che costerebbe più che non possa fruttare, e che, riuscendo, sconvolgerebbe l’Europa.
Se la Germania fosse governata da una monarchia autorevole e potente, come era ai suoi bei giorni quella che cadde nel 1918, essa potrebbe forse, in una certa misura, costringere il popolo a pagare il riscatto ai vincitori. Ma ora c’è la repubblica, il governo del popolo anche in Germania; il suffragio universale anche in Germania ha debellato il principio dinastico e calpestato il diritto divino; e non c’è mezzo di venire a capo di nulla con quest’obbligo, che pure dovrebbe essere sacrosanto per tutti i tedeschi, di aiutare le loro vittime a rifarsi il tetto e il focolare distrutto. Ma i popoli sono dei bestioni irresponsabili, peggio dei re assoluti di un tempo, dallo spirito semplice, che non si curano di molti proprî interessi, perchè non li conoscono neppure; che non chiedono sul serio se non pace e lavoro, pane e companatico, circensi e baldorie; che di solito si contentano di buone parole e di bei discorsi. Ma guai se alcuno di questi bestioni si fissa in una idea semplice, che sia capita dal suo grosso cervello e che esalti qualche sua forte passione! Nessuna forza dello spirito e della materia potrà vincere quell’ossessione. I ragionamenti dell’Equità, della Saggezza, del Buon senso e della stessa Evidenza non avranno altro effetto che di mettere il bestione in un furore indicibile. Nessuna parola, neppure se risuoni dal cielo, troverà la via della sua mente e del suo cuore. Nessuna frusta, o bastone, o flagello, o catena avrà ragione del suo cuoio indurito, anche se i suoi guardiani osassero adoperarli. Ma i guardiani non oseranno adoperarli; perchè appena il bestione monta in furia, fuggono tutti spaventati a rimpiattarsi.
Di nuovo la Francia vede insorgere contro di sè le dottrine e i principî della rivoluzione che essa ha bandito al mondo per liberarlo; è delusa in un suo diritto da quel suffragio universale, per cui versò il suo sangue migliore nel ’48. Quale è l’oscuro e profondo disegno della Provvidenza — uso il linguaggio della Chiesa — nel ferire la nobile nazione con le armi stesse della sua spensierata generosità? O vecchio mandarino cinese, forse tu solo hai letto a libro aperto nella storia dell’Europa, che per tanti di noi è ancora un libro chiuso. Ad un illustre deputato socialista belga, che alcuni anni fa si trovava a Pechino, e che magnificava la rivoluzione francese, il vecchio mandarino disse, scrollando il capo:
«Sì, sì: la rivoluzione francese è stata un grande evento. Ma è ancora molto recente. Sarebbe forse prudente, prima di giudicarla, aspettare a vedere dove va a finire!»
È forse questa la ragione profonda per cui la Francia sembra abbandonare la rivoluzione e le sue dottrine, quando l’una e le altre stanno per trionfare? La Rivoluzione sarebbe forse una figlia snaturata, di cui la madre deve diffidare, perchè la tradisce?
VI. La guerra e la ricchezza (17 dicembre 1921)
Ma la Germania è proprio povera come si dice? O tende la mano e si veste di cenci per impietosire il passante e disarmare il creditore? Questo è il rompicapo con cui il mondo è da due anni alle prese.
Anche questo è un caso strano davvero. Nessuna epoca ha tanto amato, magnificato, studiato la ricchezza. La ricchezza passa per essere la cosa più positiva, solida, reale, che esista. Ed ecco che, tutto ad un tratto, nessuno la sa più distinguere dalla povertà e riconoscere a segni sicuri e stabili, in uno degli Stati più grandi del mondo e che, fino a sette anni fa, passava per uno dei più ricchi.
Ogni tanto l’Europa rabbrividisce. Un grido di spavento si leva dalle Borse, dalle Banche, dalle Gazzette, «La Germania sta per fallire; la sua moneta è vilissima carta; il suo governo implora dai vincitori una dilazione del riscatto, come lo scampo supremo dalla imminente catastrofe». Ogni tanto giungono dalle città, un tempo così floride, dell’impero, notizie di una miseria profonda, che rode le ossa e i muscoli della nazione: le classi lavoratrici e la condizione media.
Senonchè nel tempo stesso l’Europa si domanda se per caso l’asse della terra non si sarebbe spostato. Con la moneta ancora poco inquinata e la finanza non del tutto a brandelli; con un immenso impero di cui la vittoria ha arrotondato i confini, gli inglesi hanno sulle braccia milioni di operai senza lavoro. Invece la Germania, sola tra le grandi potenze manifatturiere, può oggi mantenere accesi tutti i fuochi, far muovere tutti i telai. Essa ha già riconquistato tutti i mercati, da cui la guerra l’aveva staccata, scacciandone i concorrenti inglesi, americani e francesi; e già ricomparisce con navi e commercio suo sugli Oceani, su cui l’Inghilterra si era illusa di non ritrovarla per secoli. La flotta mercantile tedesca è la sola che non marcisce nei porti, e tutti prevedono che sarà tra poco la prima, se non per il numero bruto, per la giovinezza, per l’attività, per la potenza. Perfino con la Russia i tedeschi sembrano avviare di nuovo il commercio, e con profitto! Gli inglesi ci si erano provati, anche essi; e non era certo la voglia che difettava loro. Lloyd George non aveva forse dichiarato che «un popolo di mercanti non può aver troppi pregiudizi?» Un imperatore romano non aveva già detto dell’oro non olet e gli inglesi non si vantano di essere i romani moderni? Ma il desiderio è stato vano. Là dove essi hanno fallito, soli i tedeschi sembrano riuscire.
L’Europa assistè ad una specie di risurrezione della Germania, che sembra una sfida a tutte le leggi della ragione e della giustizia, perchè segue una sconfitta rovinosa, una rivoluzione più rovinosa ancora, e procede di passo con il fallimento dello Stato. Ebbi spesso occasione, negli anni passati, di osservare che la guerra mondiale era tutto un tragico groviglio di controsensi. Ma questa risurrezione del vinto è l’ultimo, il più profondo ed arcano di quei controsensi; quello che colpisce più fortemente la immaginazione dei popoli e turba con una specie di sbigottimento mistico quel po’ di buon senso, che ancora sopravvive nelle menti. Molti si domandano in cuor loro, con un certo terrore, se la Germania non era nel vero, quando mosse alla guerra con quelle dottrine, da sette anni oggetto di tante maledizioni ufficiali. Altri si chiedono se non abbia fatto qualche patto con il Diavolo, così caro ai suoi poeti e ai suoi filosofi; e conosciuto dal Diavolo il segreto di cavar oro, fortuna e prosperità anche dalle catastrofi. E non pochi spiano ogni suo atto e gesto, per veder se riesca loro di scoprire questo segreto.
Ma il segreto non c’è. La Germania si è messa a lavorare con furore, perchè è stata impoverita molto più che i suoi nemici dalla guerra. Impoverimmo tutti durante la guerra; ma noi popoli dall’Intesa meno della Germania, perchè facemmo guerra da signori, indebitandoci fra noi, con i neutri di tutto il mondo e con gli Stati Uniti, limitando quanto era possibile, sia pure a spese dell’avvenire, le privazioni. Questo è oggi il vero, l’unico e semplice segreto della ricchezza e della povertà in Europa.
Che la guerra abbia impoverito il mondo, tutti, più o meno, sono persuasi. Molti, tuttavia, osservando che il danaro circola, che se ne spende più di prima e che il mondo continua a camminare, almeno in apparenza, come una volta, si domandano in che cosa consista questo impoverimento; e se veramente è grande quanto si suppone. Cerchiamo di rispondere a questi dubbi, e di chiarire come la guerra abbia distrutto una parte della ricchezza comune.
L’ha distrutta con lo sterminio degli uomini e con la devastazione dei territori. Ogni uomo che sa lavorare è un capitale, perchè ha costato e perchè produce. Noi raccapricceremmo, se potessimo valutare in denaro gli otto o dieci milioni di uomini che la guerra ha uccisi, le devastazioni che hanno mutato in deserti tanti floridi territori. La lista era già lunga nel 1918; bisogna ora aggiungere l’Asia Minore, spopolata dai Greci e dai Turchi.
Ma la guerra non ha soltanto ucciso milioni di uomini e devastato ricchi territori; ha anche sperperato immensi capitali. Prima della guerra l’Europa e l’America consumavano ogni anno una parte di quello che possedevano, non per soddisfare i propri bisogni ma per produrre altri beni; per costruire fabbriche, per coltivare terre, per sfruttare miniere, e via dicendo. Perciò la ricchezza totale cresceva ogni anno. Dal 1914 al 1921 pochissimi capitali sono stati destinati alla moltiplicazione dei beni che gli uomini consumano; i risparmi sono stati quasi tutti, negli Stati più ricchi del mondo, inghiottiti dalla guerra o dai disavanzi dei bilanci; non hanno dunque servito ad accrescere il lavoro ma ad alimentare il consumo; ossia a permettere a molte, a troppe persone di consumare più che non producessero. Da un anno, per questo rispetto, si va un po’ meglio; ma il miglioramento è lento. E quanti anni ci vorranno per recuperare il perduto!
Si aggiungano i paesi ormai esclusi dal giro degli scambi, come la Russia, l’Austria, la Turchia. Si aggiungano gli impegni contratti dai governi con i debiti di guerra, con le pensioni, con i risarcimenti. Si aggiungano le imposte, il caos monetario e gli impacci del commercio, moltiplicati dalla guerra e dalla pace. Questa lista delle cause che spiegano la povertà presente del mondo, è già lunga. Ma non basta. C’è ancora una complicazione, a cui troppo poco si bada, ma che è di grandissima importanza, perchè esaspera la povertà comune. La ricchezza totale non è soltanto diminuita, ma è anche distribuita in maniera diversa. In tutti i paesi la guerra ha smisuratamente arricchito un piccolo numero di persone e impoverito più o meno le masse.
Quando la ricchezza totale aumenta, tutti possono arricchire, perchè ognuno migliora il suo stato, attingendo a questa nuova ricchezza aggiunta all’antica. La guerra invece arricchisce sempre un piccolo numero di persone nel tempo stesso in cui, attirando a sè tutti i capitali, impedisce che la ricchezza totale cresca, e, distruggendone una parte, la diminuisce. Ma se la somma della ricchezza totale resta uguale o diminuisce, un piccolo numero di persone non può arricchirsi che impoverendo tutti gli altri. E questo è successo, più o meno, dappertutto, dopo il 1914.
Così è accaduto che in tutti i paesi belligeranti, le classi medie sono impoverite ed ora impoveriscono anche le moltitudini, mentre un piccolo numero ha accumulato favolose fortune. Proprio come accadde in tutta l’Europa durante le guerre della Rivoluzione e dell’Impero. Ma in Germania questo sbilancio della fortuna tra i pochi arricchiti e la massa impoverita è maggiore che nei paesi dell’Intesa, perchè noi abbiamo in parte fatto la guerra col danaro del mondo. Dal 1914 al 1919 l’America e l’Inghilterra hanno guadagnato favolose ricchezze, vendendo al mondo intero a caro prezzo le loro materie gregge, i loro manufatti, i loro servizi. Con questi guadagni hanno pagato una parte delle proprie spese di guerra e fatto i prestiti agli alleati: prestiti che sono stati fino ad ora dei regali, perchè i debitori non hanno pagato nessun frutto. C’è dunque stato durante la guerra, e per causa della guerra, un trasporto di ingenti ricchezze da tutto il mondo nei paesi dell’Intesa, per il quale una piccola minoranza ha potuto arricchirsi senza troppo impoverire la massa.
Lo sbilancio apparisce invece in tutto il suo orrore nella Germania, la quale ha dovuto far la guerra e sostenere gli alleati con la sua sola sostanza; senza altro sussidio di ricchezze esterne fuorchè i saccheggi dei territori invasi, il Belgio e gli altri. Questi saccheggi le hanno fruttato, ma le hanno anche costato assai; e non si possono paragonare ai vantaggi assicurati all’Intesa dal commercio mondiale dell’Inghilterra e dell’America. E questa è la vera ragione per cui la Germania è agli estremi. Sulla Germania corrono oggi due opinioni contradditorie. C’è chi la dice prospera; e chi la vuole rovinata. Ma tutte e due le affermazioni sono, in un certo senso, vere. Una parte della Germania — industriali, banchieri, speculatori, proprietari grandi e piccoli — si è favolosamente arricchita; la condizione media e le classi operaie sono impoverite. Il rinvilio della moneta è stato l’agente più attivo di questa rivoluzione economica.
Gli operai si sono meno impoveriti che le classi medie, perchè possono difendersi meglio, ma anche per gli operai la prosperità del 1914 è ormai un lontano ricordo. E questo è, secondo me, il grande spavento e pericolo della Germania, che non dobbiamo mai perder di vista, se vogliamo capire ciò che succede e ciò che purtroppo succederà tra poco nell’antico impero degli Hohenzollern.
Parlavo, alcuni giorni fa, con un uomo politico, colto e intelligente, il quale mi diceva di non capire come la Germania potesse esser stremata, poichè non aveva debiti con l’estero. «Ma la ragione della sua povertà è appunto questa — risposi. La Germania è rovinata, perchè ha dovuto far tutta la guerra con le sue sostanze, e non ha potuto far debiti fuori. Chi fa un debito, finchè non lo paga, arricchisce. Quello che ci ha salvati, sinora, noi dell’Intesa, son questi debiti. In parte noi abbiamo fatto la guerra con il danaro altrui».
Singolare paradosso da aggiungere agli altri! I debiti sono oggi la nostra vera ricchezza.
Ma sotto questa luce si vede subito quanto è vitale la questione nei debiti, che tanti trattano così leggermente!
VII. I debiti (16 maggio 1922)
In che consiste la vera questione dei debiti? Ci è facile di rispondere ora che sappiamo come la guerra ha impoverito il mondo.
Indebitati siamo tutti, più o meno, in Europa. Vinti e vincitori siamo tutti imprigionati in una intricatissima rete di crediti e debiti, il cui capo è di là dell’Atlantico nelle mani dell’America, creditrice di tutti. Di fronte agli Stati Uniti, che non hanno debiti ma crediti soltanto, e in tutto il mondo, si allineano la Russia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria, che sono soltanto debitrici. In mezzo stanno l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, il Belgio, la Rumenia, la Serbia, il Portogallo, che sono a volta a volta creditrici e debitrici: tra loro, con l’America, con gli altri Stati vinti.
Quale è la dottrina dell’America, creditrice universale? Che i debiti devono essere pagati. Ma a questa dottrina, gli Stati, che hanno debiti soltanto, oppongono di non potere. Gli Stati intermedi, creditori e debitori ad un tempo, inclinano a professare una dottrina a doppia faccia: aver diritto di riscuotere interi i crediti, ma non poter pagare i debiti. Come raccapezzarsi, ai piedi di questa nuova Babele?
Che tutti gli impegni — debiti antichi, debiti di guerra, riparazioni — dovrebbero essere mantenuti, è ovvio. Uno Stato, che promette e non mantiene, compie un atto ostile, perchè defrauda lo Stato contraente del suo diritto. Che fiducia e quale Spirito di intesa può regnare tra Stati, i quali minacciano tra i denti l’uno all’altro di distruggere le tavole su cui scrissero d’accordo i diritti e i doveri reciproci?
Un impegno è un impegno, se non è un pezzo di carta. Ma se è vero che i debiti dovrebbero essere pagati, è anche vero, purtroppo, che a pagarli c’è un impedimento quasi insuperabile in ogni paese; quello sbilancio delle fortune, quell’impoverimento del maggior numero, quell’arricchimento di pochi che è stato di tutti i frutti della guerra il più amaro.
Soltanto le classi più numerose possono alimentare di somme ingenti gli erari. Sulle classi più numerose vivevano prima della guerra i grandi Stati. Ma chi può pensare che il popolo e le classi medie stremate dalla guerra potrebbero oggi provvedere allo Stato le immense somme, con cui ognuno potrebbe liberarsi?
La Germania per esempio: affinchè la Germania mantenesse gli impegni del trattato, occorrerebbe un governo così forte, da potere estorcere alle classi medie e alle moltitudini, senza compenso, per trenta o quaranta anni, la somma di lavoro, necessaria a rifare in Francia e altrove quanto gli eserciti hanno distrutto. Senonchè anche in Germania, ora che la monarchia è caduta, il governo è creatura del suffragio universalissimo, cosa propria di quelle classi medie e popolari, che dovrebbe spremere sino alle ossa. Il suffragio universale dovrebbe creare un governo, il quale lo riducesse dalla povertà in cui è ora alla disperazione; essere, come un asceta di altri tempi, il proprio tormentatore e flagellatore! Chi crederà che ciò sia possibile?
L’Italia non è stata impoverita dalla guerra, quanto la Germania e l’Austria; perchè essa non è stata costretta a nutrire la guerra soltanto con la propria sostanza; e ha potuto in parte alimentarla con il credito altrui. Quei venti miliardi di oro, che l’Italia deve alla Francia, all’Inghilterra, all’America, colmano la differenza tra la sua discreta agiatezza e la povertà della Germania o dell’Austria. Ma se noi dovessimo restituire quelle somme dovremmo spolparci e diventare, come l’Austria, scheletri ambulanti. Gli Absburgo hanno potuto, durante la guerra, ridurre il loro impero pelle e ossa: ma sono caduti proprio per questa ragione. Nessun governo potrebbe ripetere questa crudele operazione, in Italia ed in tempo di pace. Il governo che la tentasse non arriverebbe al terzo giorno.
Per uscire da questa stretta mortale, non si vede che un mezzo: non già le tabulae novae, la cancellazione, ma una riduzione generale di tutti i debiti: russi, tedeschi, austriaci, ungheresi, bulgari, francesi, italiani e via dicendo. Bisognerebbe che i creditori acconsentissero di buon grado a ridurre i propri diritti alla misura del possibile; e che i debitori si accingessero sul serio a mantenere gli impegni così ridotti, riconoscendoli sacri. La America, che riceverebbe il danno maggiore da questa riduzione universale, dovrebbe ricevere compensi d’ordine politico.
Sarà possibile un atto di così generosa saggezza? Io non lo so. Ma mi pare manifesto che, senza questo accordo, non ci sia modo di sfuggire ad una frantumazione morale dell’Europa, ancora più atroce del disordine, che oggi imperversa. Il fallimento universale, di cui gli Stati si minacciano a vicenda, lascerebbe dietro sè rancori e diffidenze implacabili, poichè tutti i popoli si crederebbero vittime, i creditori spogliati come i debitori insolventi. Il diritto, in nome del quale i creditori denuncerebbero la frode subìta, sarebbe incriminato dai debitori come una mostruosa sopraffazione.
VIII. I trionfi dell’imperialismo europeo: l’indipendenza dell’Egitto (23 marzo 1922)
Per quanto il proposito di eludere il principio nelle eccezioni provvisorie sia manifesto, non è cosa di poco rilievo che l’Inghilterra si rassegni a riconoscere l’indipendenza dell’Egitto. Gli artigli incominciano ad aprirsi. Il tempo farà giustizia delle riserve mentali e dei tranelli diplomatici.
La formula, che può definire la guerra dell’Intesa, si trova già nella Somma di S. Tommaso. Fu una guerra combattuta «per una causa giusta ma con prava intenzione». Le grandi potenze dell’Intesa volevano la pace, perchè della guerra avevano troppa paura, e se fosse dipeso dalla volontà loro, le armi sarebbero rimaste appese alla parete. Assalite con perfidia e all’improvviso, corsero a staccarle con il solo proposito di difendere la propria vita. Ma poi, quando videro che erano in molti, e in forze, e in grado di aver ragione del nemico, si lasciarono tentare dalla gola di fare qualche «buon colpo». L’occasione pareva di quelle che non tornano due volte in un secolo. La prava intenzione entrò nella giusta causa, come un baco in un bel frutto intatto.
L’Inghilterra fu la prima e la più audace ad allungare le mani. Già il 13 dicembre del 1914, con il pretesto di abolire gli ultimi diritti sovrani della Sublime Porta sulla terra dei Faraoni, proclamava il protettorato dell’Egitto. L’occupazione del 1882 era stata un atto arbitrario e temerario, del quale l’Italia e la Francia onestamente e saviamente non vollero essere complici; perchè mancava di ragione e giustificazione, ed ebbe terribili conseguenze alla distanza di più che trent’anni. Per quale ragione, nel 1914, la Turchia prendeva le armi e scendeva in campo a fianco degli imperi centrali? Perchè l’altra parte l’aveva costretta a questo passo, pericoloso per sè e funesto pel mondo, con un seguito di minaccie e violenze, che incominciano appunto con la occupazione dell’Egitto e terminano con la conquista della Tripolitania. La Turchia incomincia a staccarsi dall’Inghilterra e ad avvicinarsi alla Germania, dopochè, occupando l’Egitto, l’Inghilterra si fu interposta tra essa e l’Africa mussulmana. Gli Inglesi furono nel 1882 troppo lesti di mano con il Nilo e l’Egitto; e perciò nel 1914 la Turchia isolava la Russia dai suoi alleati, la precipitava nell’abisso, e con la Russia avrebbe forse precipitato tutta la Intesa, se l’America non accorreva al soccorso.
Gli uomini di Stato seminano vento e i popoli raccolgono tempesta. L’Egitto è tanta parte del mondo mussulmano e del sistema mediterraneo, che soltanto un imperialismo senza cervello poteva illudersi di impadronirsene senza generare, presto o tardi, qualche enorme disordine. Ma alla reazione degli eventi contro la sua prima violenza, l’Inghilterra rispose ribadendo l’errore; proclamandosi protettrice di un paese mussulmano che tollerava di mala voglia perfino la sovranità nominale del Sultano di Costantinopoli; assumendo senza autorità l’alto governo di un vasto paese, che non potrebbe reggere se non con la forza. Ma di queste piccolezze nessuno si diede pensiero a Londra, nel 1914. Il ferro e il fuoco dominavano allora la terra ed i mari. Il mondo formicolava di soldati. La legge marziale impose all’Egitto il protettorato, strappò alla gleba i coloni per arruolarli negli eserciti, confiscò al «fellah» il cotone che aveva coltivato con il suo sudore....
Ma alla fine la pace ritornò. L’Inghilterra si accorse allora che non aveva alcuna autorità per installarsi in Egitto come erede dei Faraoni e dei Tolomei: che non avrebbe potuto «proteggere» l’Egitto, se non opprimendolo con centinaia di migliaia di soldati; e che questi soldati non aveva. E allora, di mala voglia, si è a poco a poco incamminata sulla via delle necessarie rinuncie....
Avrebbe dovuto accorgersi prima, che non possedeva nè l’autorità nè la forza per governare l’Egitto, come potenza sovrana. La tragedia della guerra e della pace sta tutta qui. Socialisti e imperialisti hanno deriso insieme la «guerra liberatrice dei popoli» e «la pace giusta e democratica»; hanno canzonato Wilson e coloro che lo hanno preso sul serio; hanno detto che non c’è nulla di nuovo sotto il sole; che anche questa guerra, come tutte le altre, doveva terminare con la spogliazione e lo sterminio dei vinti. Eppure se coloro che bandirono quelle formule, spesso le intesero confusamente, le spiegarono male e confondendole si confusero essi stessi, essi balbettavano almeno la verità vitale della guerra e della pace, chiusa agli ottenebrati intelletti degli altri. Il mondo versa in tremenda confusione, perchè non ha saputo estrarre questa verità da quelle formule confuse.
A quale mutamento soggiace l’ordine universale, per effetto del grande cozzo dei popoli e degli imperi? Anche i meno chiaroveggenti lo vedono: il mondo si sta spartendo tra un grande numero di stati medî. I grandi imperi, o sono già stati distrutti come l’impero russo, l’impero turco, l’impero austro-ungarico, o sono stati amputati e ritagliati come l’impero tedesco, o vacillano, come l’impero inglese e il francese. Francia e Inghilterra possono sperare di conservare ciò che possedevano fuori di Europa prima della guerra, se useranno la necessaria prudenza; ingrandirsi, no. La guerra le ha troppo indebolite.
«Il vincitore cadrà moribondo sul cadavere del vinto», dissi nel 1916. Non occorreva virtù profetica, per indovinarlo; bastava avere occhi e vedere. L’uomo di Stato può essere indifferente al bene e al male; ma deve almeno capire e indovinare l’inevitabile. Invece i governi dell’Intesa incominciano ad accorgersene appena adesso, dopo tre anni di vaneggiamenti e litigi; leggono nel libro del destino, solo quando la necessità li obbliga a compitarlo. Eppure l’avvenire è scritto a lettere cubitali in quel libro, aperto a tutti. Non espansioni, conquiste, nuove rivalità; ma o, come nel 1815, raccoglimento e riconciliazione, o la rovina. L’Inghilterra cederà l’Egitto, sgombrerà Costantinopoli, non si reggerà a lungo in Mesopotamia e in Palestina; e Dio solo sa quel che l’aspetta in India. La Francia ha sgombrato la Cilicia e non pare probabile che possa prender saldo piede in Siria, tanto più che inglesi e francesi non sono riusciti ad andare d’accordo. Molto incerto appare anche nell’Africa il destino delle più recenti conquiste: Tripolitania e Marocco.
Il mondo si sta spezzettando in un grande numero di Stati di media grandezza, distinti più o meno chiaramente e sicuramente secondo lo spirito nazionale, retti da istituzioni elettive. L’êra dei grandi imperi è finita. Quella condizione di cose per cui fu possibile ad alcuni Stati europei, nel secolo XVIII e XIX, di raccogliere sotto il loro dominio un grande numero di popoli e di territori, viene meno. Se sarà bene o sarà male, si può discutere: ma è così. Sono queste le due grandi realtà storiche, adombrate sotto le formule un po’ nebulose: diritto dei popoli a governarsi e pace democratica. Gli imperialisti e gli imperialismi arrivano in ritardo, come frutti fuori di stagione. Non c’è ambizione, che possa resistere a questa forza dei fati e dei fatti.
Alle grandi potenze superstiti dell’Europa — all’Italia, alla Francia, all’Inghilterra, alla Germania — non resterebbe più che intendersi per esercitare, aiutandoli, una certa autorità morale su questi nuovi governi che sorgono, o sugli antichi che si rinnovano; per impedire eccessi, sbalzi, scosse troppo violente; e per assicurare la pace e la ricostruzione della fortuna universale. Questa è la sola politica «realistica», a cui dovrebbe por mano la Lega delle Nazioni, il giorno in cui scendesse dalle nuvole, dove amici e nemici l’hanno collocata. Fuori di questo vero «realismo» non ci sarà per l’Europa che il disordine, la violenza e la povertà.
IX. L’imbroglio orientale (15 maggio 1922)
Nessuno cancro fu più difficile ad estirpare dalla chirurgia diplomatica, che quello da cui oggi è rosa l’Europa: i recenti, non imperialisti, ma chimerici trattati di pace. Se Stati e popoli sono pronti a rifarli nelle parti di cui si lagnano, nessuno vuole che siano toccati là dove gli assicurano — o sembrano assicurare — qualche vantaggio o speranza, vera o illusoria. Pacificare il mondo, sì, tutti vogliono — popoli e Stati: ma nessuno è poi capace per pacificarlo davvero di fare un sacrificio serio e fecondo; tutti sperano anzi di rifarsi nella Conferenza di Genova di molte delusioni passate, vere e immaginarie.
Prendiamo un esempio solo: gli affari orientali. Molti li credono pericolanti a danno e con minaccia di tutti, solo perchè alcuni Stati di Europa si ostinano a fare il broncio al governo dei Sovieti. Aspettano quindi con impazienza che la pace con i bolscevichi sia suggellata, per gridare anch’essi: nunc est bibendum! A leggere certi giornali si direbbe che il giorno in cui tutta l’Europa abbraccerà la Russia e con questo abbraccio accoglierà di nuovo la figliuola prodiga nella famiglia, la antica felicità perduta ritornerà a far lieti tutti i popoli.
Ma sono anche queste illusioni. Purtroppo gli affari dell’Europa orientale non sono così semplici, come molti pensano. Quale è il pericolo, che sordamente minaccia quella tormentata parte dell’Europa? L’incerta posizione in cui la Polonia, la Ceco-Slovacchia e la Rumenia stanno di fronte alla Germania e alla Russia. Amici o nemici? In guerra o in pace? Non si sa. Intermettendosi tra la Germania e la Russia, la Polonia e la Ceco-Slovacchia si sono poste in istato di ostilità latente con ambedue. La Polonia ha anche esasperato la ostilità latente, quando ha preso territori, che la Germania e la Russia, a torto o a ragione, considerano ancora come proprî.
A sua volta la Ceco-Slovacchia è sorta come una sfida al mondo germanico, che per tanti secoli aveva oppresso le popolazioni slave della Boemia. Che meraviglia se i tedeschi la guardano con occhio torvo? Nè la Rumenia ha esitato ad aprire un grosso conto con la Russia, prendendo la Bessarabia. La piccola Intesa si schiera dunque sopra un doppio fronte: contro la Russia e contro la Germania. Ed ha alle spalle l’Ungheria che, persuasa anch’essa di essere stata derubata, spia un’occasione....
Le nuove frontiere tracciate dall’Intesa nell’Europa orientale tra le rovine degli imperi moscovita e austro-ungarico non sono riconosciute nè dalla Germania, nè dalla Russia, nè dall’Ungheria, come l’annessione dell’Alsazia e della Lorena non fu riconosciuta dalla Francia dopo il 1870. Il nuovo ordine di cose, creato nell’Europa orientale dai trattati di pace del 1919, posa sopra un diritto, riconosciuto per tale soltanto dai vincitori, il che vuol dire che non posa su nessun diritto, ma sulle baionette. E allora, come si regge? Si regge perchè, per il momento, Ungheria, Russia, Germania sono incatenate.
È impotente l’Ungheria, mutilata e decapitata: monarchia senza re. È impotente la Russia, la cui spada, già spuntata dagli czar, è stata spezzata dai bolscevichi. È impotente la Germania, esausta dalla guerra, disarmata dai trattati, e minacciata sul Reno da un grosso esercito di francesi e di belgi. Molti giornali si meravigliano che a Genova la piccola Intesa segua la Francia, piuttosto che la Inghilterra e l’Italia. Pensano forse che, per far l’Europa obbediente ai vincitori, bastino i discorsi di Lloyd George? Ma le catene dell’Ungheria, della Germania e della Russia, non saranno eterne. Se le tre nazioni sono oggi impotenti, quanto tempo potrà durare per noi questa comoda felicità di cose? In questo sta il tutto. È inutile farsi illusioni: le potenze vittoriose saranno fra poco capaci forse di pacificare il mondo, ma non più di sorreggere con la forza gli Stati che hanno creati o ingranditi nell’Europa Orientale. L’Inghilterra e l’Italia hanno già ridotto i loro eserciti alla stretta misura della difesa; e presto la Francia dovrà imitarle. La Francia sta impegnando il letto e la pentola per fare con un grosso esercito il gendarme dell’Intesa e dei trattati nell’Europa continentale, lucrando per di più, come ricompensa, l’odio universale. Si stancherà di questo ingrato e rovinoso ufficio. E allora? Che cosa accadrà, quando la Polonia, la Ceco-Slovacchia e la Rumenia dovranno fare assegnamento sulle proprie forze soltanto? Massime se al Sansone moscovita ricominceranno a spuntare i capelli?
Quel che prepari l’avvenire nell’Europa orientale, nessuno può indovinarlo. Ma il presente è minato sotto sotto da una incertezza incurabile, perchè i vincitori si sono illusi di potere rifare l’Europa orientale da soli, contro la Russia e contro la Germania ad un tempo. Bisognava rifarla o d’accordo con la Germania o d’accordo con la Russia: d’accordo con la Germania, dunque, poichè l’Occidente aveva voltato le spalle alla Russia, infuriato, dopo la rivoluzione.
Si ricasca sempre lì. I vincitori non hanno capito che la rivoluzione russa — la massima vittoria della Germania nella guerra — imponeva loro l’obbligo, se non volevano precipitare l’Europa nel caos, di fare alla Germania condizioni molto miti, perchè se la Germania era vinta, non era però messa, e non poteva esser messa, nell’impossibilità di vendicarsi di una pace cartaginese. Dico oggi queste cose, perchè le ho dette e scritte nel 1919: ma allora chi dava retta, in Italia, in Francia, in Inghilterra? Appena si nominava la Germania, si vedeva spuntare, sul volto dei vincitori, il cipiglio truculento di Brenno.
Ci voleva invece il sorriso di Alessandro I, di Talleyrand e di Metternich. Come le cose dell’Europa non poterono essere assestate nel 1815 senza il concorso e il consenso della Francia, così nel 1919 erano condannate a restare in un rovinoso disordine senza il concorso e il consenso della Germania. Lo so: soltanto una saggezza quasi sovrumana avrebbe saputo sorridere nel 1919, sanguinanti ancora le ferite. Il risentimento, che ha dettato i trattati di pace, era umano. Ma non sarà, per questo, meno funesto alle vittime.
Sia che discutano la pace con la Russia, sia che preparino patti di garanzia, sia che cerchino nella riduzione degli armamenti uno scampo dal fallimento, sia che vagheggino l’intesa e la riconciliazione con la Germania, i vincitori inciampano sempre in quello scoglio: l’ordine di cose, creato da loro nell’Europa orientale, è subìto, non è riconosciuto per giusto e legittimo dai vinti. Proprio come accadde alla Germania, dopo il 1870, nell’Alsazia e nella Lorena. La storia si ripete. La Polonia, la Ceco-Slovacchia, la Rumenia fanno ora vive istanze, perchè i bolscevichi si impegnino per iscritto, nero sul bianco, a riconoscere i mutamenti territoriali, operati dai trattati di pace. E i bolscevichi acconsentiranno, come prometteranno di pagare i debiti e di accogliere fraternamente i capitali stranieri. Ma i patti sarebbero osservati, se domani le forze crescessero alla Russia? Quando la buona fede non fosse più la maschera dell’impotenza?
Pericolo lontano, ma che turba e inquieta, quasi fosse imminente. Nè può essere altrimenti. L’errore, commesso nell’ebbrezza della vittoria, quando si volle rifare l’Europa orientale contro la Germania e contro la Russia, è di quelli che incatenano a sè per lungo tempo; che non si possono riparare, senza averne prima pagato il fio con molte sofferenze e delusioni. Almeno se vinti e vincitori non fossero disposti nell’Europa orientale a far omaggio alla Pace, gli uni di una parte dei loro rancori e delle loro proteste, gli altri di una parte delle loro ambizioni e delle loro cupidigie....
Ma sarebbe un miracolo!
X. I trionfi dell’imperialismo europeo: la riscossa turca (22 settembre 1922)
Le grandi Potenze dell’Intesa possono ora contemplare in Oriente l’opera propria e dichiararsi soddisfatte. La Grecia, rovinata e tra poco in rivoluzione; l’Asia minore devastata; la Turchia in armi, nemica, furente, e in procinto di chiudersi ai cristiani e all’Europa forse per secoli.
Non la piccola Grecia è stata vinta, sotto Smirne; ma la grande Inghilterra, ma l’Europa, ma tutto il mondo, che si dice ancora ed è cristiano di nome soltanto, con le sue torbide o impotenti ambizioni.
Il male è sempre quello: il non voler riconoscere, i vincitori della guerra mondiale, che la vittoria, se ha accresciuto la loro sicurezza, ha diminuito la loro potenza. In Inghilterra, in Francia, in Italia, gruppi pur troppo influentissimi, ma ciechi, si imaginano ancora che la vittoria abbia conferito loro una specie di sultanato del mondo; un diritto regio di dominazione su territori, su razze, su popoli che sfuggono invece al loro infiacchito vigore. E per correre dietro a questa immaginaria potenza quei gruppi farebbero getto anche del frutto acquistato davvero con tanti sacrifici: la sicurezza!
Eppure anche questa pagina della storia è scritta in caratteri chiari, per chi sa leggere il libro.
Negli ultimi secoli l’Europa ha potuto conquistare tante parti del mondo, perchè dal giorno in cui un tedesco incominciò la guerra chimica tritando e mescolando del carbone, del salnitro e dello zolfo, gli europei sono stati sempre superiori nelle armi. Ma questa superiorità è finita con la guerra mondiale. Con la guerra mondiale l’Europa si è disarmata forse per secoli.
Se la spada dei vinti è spezzata, quella dei vincitori è spuntata ed ottusa: questa è la verità. Nè l’Inghilterra, nè la Francia, nè l’Italia non possono più mandare eserciti in terre lontane, per spedizioni di lunga lena. Potremmo rifare, domani, l’impresa di Tripoli?
Quando uno Stato è più forte per armi, può giustificare le sue conquiste con la ragione del cannone. Tuttavia, se vuol ricorrere alla dottrina, è regola di buona prudenza, anche per lo Stato più forte, non contraddire con la dottrina la propria violenza: non incatenare in nome della libertà, non saccheggiare a difesa del diritto di proprietà!
Ma i vincitori della guerra mondiale hanno commesso anche questo errore. Mentre si assumevano, quasi inermi, una specie di protettorato del globo, bandivano la teoria dei diritti delle nazioni. Il vero nemico dell’imperialismo è il nazionalismo; eppure quasi dappertutto i nazionalisti sono anche imperialisti.
Se la patria è il sommo bene per gli italiani, sarà il sommo bene anche per i francesi, per i tedeschi, per gli slavi, per i magiari, per i turchi. Che logica è questa, di volere che di qua da un palo il difendere la patria sia il più santo dei doveri e il più infame dei delitti di là da quel termine? Se le patrie non imparano a rispettarsi, il patriottismo diventerà legge di universale sterminio per la distruzione di tutte le patrie.
Se la logica manca, ci fossero almeno i cannoni! Se i cannoni arruginiscono, ci fosse almeno un po’ di logica! Ma la bizzarra insegna del nuovo imperialismo, fermentato nelle ebbrezze della vittoria, è proprio questa: senza logica e senza cannoni. Inerme, impotente, prepotente. Contro la ragione, fuori della verità, nella sfera dei torbidi sogni!
Che meraviglia se le catastrofi si seguono? Poichè anche questa di Smirne è una catastrofe. Aspettando di subirne gli effetti, poniamo il quesito: quale fu la cagione?
Una piccola dimenticanza, in cui sono incorsi gli uomini di Stato che imbastirono a San Remo il trattato di Sèvres. Costoro avevano dimenticato una cosa da nulla: che la Russia era caduta; che, sparita la Russia, non c’era più, in tutta l’Asia continentale, altro esercito fuorchè l’indiano, troppo piccolo e troppo lontano, per servire al caso; che quindi non c’era più alcuna forza capace di imporre alla Turchia vinta il trattato, nelle parti in cui la Turchia non lo accettasse.
Mezzo secolo fa, quando l’Europa era ancora un continente civile e colto, queste cose si sapevano nelle Cancellerie. Nel 1920, i capi di tre grandi Stati, tra i quali quel Lloyd George, a cui alcuni si affiderebbero addirittura per l’alto governo dell’Europa, non ci hanno pensato!
Kemal pascià si rifugiò tre anni fa ad Angora con tremila uomini. Perchè ha potuto preparare pazientemente l’esercito, che ha riconquistato l’Asia minore? Perchè non c’era più nessun esercito in Asia, che potesse rompergli a tempo la tela sul telaio. L’Inghilterra chiamò in aiuto i Greci: espediente vano e quasi ridicolo. La religione e il sentimento nazionale fecero l’opera loro d’accordo. Il governo di Angora ha puntato contro l’Intesa non solo i cannoni della vecchia Turchia e dei bolscevichi, ma anche i principî della libertà dei popoli, con cui l’Intesa avea sollevato il mondo contro i tedeschi.
Ed ora molti credono che, per ristabilire la pace in Oriente, l’Inghilterra, la Francia e l’Italia debbano interporsi tra i Turchi e i Greci. Beati coloro, che non hanno occhi! Ma se è proprio contro i supposti pacieri che i Turchi combattono, per la riconquista di Costantinopoli e di Adrianopoli! Smirne è solo una tappa: meta il Bosforo, e le città sante dell’Islam.
Se i turchi non sono in grado di riconquistare Costantinopoli, dominata dal mare, non andrà molto che il terreno di Bisanzio scotterà sotto i piedi alle Potenze che la occupano. Presto o tardi — o forse più presto che non si creda — l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, saranno costrette o a stracciare anche le ultime pagine del trattato di Sèvres, sgombrando Costantinopoli, o a mandare in Asia eserciti a combattere i turchi. Tener Costantinopoli dal mare è come voler appendere una donna a un albero per i capelli.
Perciò non c’è da sperare una pace facile e prossima. Dopo la guerra dell’Europa contro se stessa, incomincia con questa rivincita dell’Islam la guerra dell’Asia contro l’Europa. Come le guerre della rivoluzione e dell’impero fecero perdere all’Europa la maggior parte dell’America, la guerra mondiale le costerà l’Asia e una parte dell’Africa.
Dall’Asia minore lo spirito aggressivo dell’Islam passerà in Siria, in Palestina, in Mesopotamia, in India, in Egitto, nell’Africa settentrionale. Inghilterra, Francia, Italia si troveranno presto impegnate in una guerra lunga, minuta e implacabile contro l’Islamismo. Molto sangue sarà ancora versato; molte ricchezze saranno disperse e distrutte.
Chi semina vento raccoglie tempesta. E l’Europa ha seminato tanto vento, da un secolo in qua!
XI. Il nodo insolubile delle riparazioni (24 maggio, 6 giugno e 22 novembre 1922)
Che la Germania non pagherà se non una piccola parte del riscatto iscritto nei trattati, ed a stento, sono forse stato il primo a dirlo, sino dal 1919. Dissi allora, ed ho ripetuto molte volte, che la Germania non manterrà i suoi impegni, perchè le classi medie e le masse sono state impoverite troppo dalla guerra; onde nessun governo sarà così forte, da poter estorcere alla nazione le favolose somme del riscatto. La giustizia sarà impotente contro questa immunità, assicurata alla Germania dalla immensità stessa delle sue distruzioni. Purtroppo la Germania gode «l’irresponsabilità del terremoto». Ma per quanto sia persuaso di esser nel vero, riconosco che non tutti sono obbligati a pensar così, perchè questa è una congettura verosimile, ma non obbligatoria per la sua evidenza; perchè le teste non sono fatte a squadra, e le passioni e gli interessi divergono anche più delle teste. Anzi riconosco che a due popoli è ancor quasi impossibile di vedere questa verità, che agli altri apparisce ogni giorno più evidente: onde una nuova lacerazione dell’Europa.
Questi popoli sono la Francia ed il Belgio.
Molti credono che il nodo delle riparazioni sia insolubile, perchè la Francia è governata ora da partiti a cui si fa colpa di essere «militaristi» e «imperialisti». A un secolo di distanza Napoleone minaccerebbe ancora la pace dell’Europa dalla tomba degli Invalidi. Perciò molti sperano nelle elezioni future. Anche Mario Borsa è di questo parere. Ma credo che questa illusione sia frutto di una scarsa conoscenza delle cose francesi. Che la Camera francese del 1924 abbia a rosseggiare in confronto della presente, è possibile; ma non per questo la politica della repubblica muterà, nelle questioni che nascono dall’applicazione dei trattati, almeno se la situazione non muta.
In questa politica è necessario distinguere le parole e i fatti, la forma e la sostanza. I discorsi degli uomini che da tre anni governano la Francia possono essere stati qualche volta poco felici; ma chi ha seguito i convegni diplomatici, tenuti dal 1920 in poi per discutere intorno all’applicazione dei trattati, sa che, pur cercando di non dar troppo nell’occhio e spesso affettando un’aria di transigenza, il governo francese ha concesso molto alla Germania. Per ricordare un esempio solo: le ha concesso l’anno scorso di pagare un miliardo, invece di dodici, alla prima grossa scadenza. Non è poco, mi pare. Quando gli «zelanti» — chiamiamoli così — rimproverano al governo francese di abbandonare in tutti i convegni qualche diritto della Francia, esagerano, forse, ma non inventano.
Ma se gli atti inclinano spesso alla conciliazione, i discorsi sono quasi sempre fieri. E non quelli degli uomini di governo soltanto. Nessun capo di quella opposizione, che forse governerà domani la Francia, ha mai ammesso che il trattato di Versailles possa essere riveduto; tutti ripetono sempre, come il governo, che il trattato deve essere rispettato. Come si spiega questa contraddizione?
Chi ama rovistare nei vecchi libri, può trovare nel Vattel, giurista famoso del XVIII secolo, questa curiosa teoria: i sovrani in guerra non dovere mai presumere che la causa propria sia più giusta di quella dell’avversario o che l’avversano abbia torto in suo confronto; ma considerare sempre la causa avversaria altrettanto giusta quanto la propria, e quindi scendere in campo, ammettendo che il proprio avversario abbia ragione.
Teoria strana e paradossale, che il giurista conforta con una giustificazione non meno singolare. Egli dice che, tra due stati in guerra, nessuna autorità può decidere. Ogni parte è giudice della propria causa; tutte e due quindi si persuaderanno di avere la ragione per sè; e una volta persuase tutte e due di difendere la giustizia, la guerra diventerà eterna e universale. Diventerà eterna, perchè, le due parti essendo persuase di avere ragione, nessuna si vorrà mai rassegnare alla propria sconfitta, giudicandola immeritata. Diventerà universale, perchè le due parti, persuase di difendere il diritto, si crederanno obbligate a cercare in ogni parte quanti più alleati potranno.
Anche a me le pagine del vecchio giurista erano parse strane ed oscurissime, quando le lessi per la prima volta, tanti anni fa. Che pretesa era questa, che uno Stato scendesse in campo contro un altro Stato, ammettendo che le ragioni avversarie valevano le proprie? Ma come la oscura dottrina mi sembra chiara e profonda, dopo le tragiche esperienze degli ultimi anni!
Può sembrare strano, ma è così: l’Europa rischia di non avere più pace, appunto perchè nella guerra mondiale gli animi sono stati infiammati dall’idea della giustizia! Appunto perchè alla guerra i popoli sono stati chiamati come a una grande ordalia, i vincitori non furono paghi di averla vinta, ma vollero anche restaurare il diritto violato e fare giustizia. Se no, la vittoria sarebbe apparsa parziale e in parte inutile.
Il vero nodo delle riparazioni, che nessun convegno, accordo, progetto, transazione o minaccia riesce a sciogliere, è questo. Si considerano di solito le riparazioni come una questione di dare e di avere. Così fossero! Le difficoltà, per quanto grandi, sarebbero piccole. Ma, pur troppo, nello spirito dei due popoli maggiormente offesi dalle invasioni tedesche, la Francia e il Belgio, le riparazioni sono anche una questione di giustizia, un risarcimento dovuto al diritto violato. Perciò la Francia e il Belgio sono intrattabili su questo punto; ed è loro così difficile di intendersi con l’Italia e con l’Inghilterra, che le considerano come un interesse economico. Gli uni parlano una lingua, che gli altri non capiscono.
Provatevi a ragionare con un francese o con un belga, a dimostrargli che la Germania, impoverita dalla guerra e dalla altrui povertà, governata da un governo impotente, non riuscirà mai a mettere insieme le somme del riscatto. Nove volte su dieci, egli vi ascolterà per un po’, poi vi interromperà, dicendo concitatamente: «Noi volevamo la pace. I tedeschi, un bel giorno, hanno voluto la guerra, sono entrati nel Belgio a tradimento; grazie a questo tradimento hanno potuto invadere la Francia, fare scempio dei suoi dipartimenti più floridi. Hanno rotto: paghino. Non è giusto che la Francia e il Belgio debbano essere ridotte alla miseria, perchè un bel giorno ai tedeschi è venuto in mente di assalirli a tradimento, per la speranza di un grosso bottino».
Che cosa possono i numeri, gli argomenti, i calcoli del possibile e dell’impossibile, contro questo ragionamento, dettato dal risentimento dell’offesa ricevuta? Molti francesi e belgi vogliono il denaro tedesco, come noi desideriamo che l’autore di un feroce assassinio sia giustiziato. Noi sappiamo che la morte del reo non ridarà la vita alle sue vittime; ma vogliamo la sua morte come una vendetta ed una espiazione necessarie a placare il nostro senso della giustizia offesa. Che la Germania non pagherà nè nella misura nè nei termini stabiliti dai trattati, molti incominciano a pensarlo, anche in Francia e in Belgio. Ma non importa: non vogliono rinunciare ai loro diritti, anche se in parte illusorî; vogliono con quelli spaventare, umiliare, maltrattare la Germania, perchè queste rappresaglie soddisfano il sentimento della giustizia offesa dall’aggressione.
Moltiplicate questo stato d’animo per milioni di uomini e calcolate. Che marea di pubblica collera!
L’Europa pericola tutta quanta, per la contraddizione, che corre tra questo stato d’animo e la realtà. Sinora si è tirato avanti alla meglio, supponendo l’insolvenza della Germania passeggera. Tutti gli accordi e i convegni dei capi di Stato si fanno per concedere differimenti e moratorie, che dovrebbero essere provvisorie, affinchè la Germania abbia il tempo necessario per prepararsi a pagare.
Il giorno apocalittico sarà quello in cui la insolvenza della Germania dovrà essere riconosciuta ufficialmente come definitiva.
Questo giorno, presto o tardi, verrà, e forse verrà più presto che non si creda.
Che cosa accadrà quel giorno? In quali moti e scatti proromperanno la Francia ed il Belgio sotto il colpo di questa, che offenderà i due popoli come una delle più orrende ingiustizie della storia? Questo è l’enigma dell’avvenire: enigma pauroso, perchè in quel giorno le annose teorie del Vattel potrebbero avere qualche terribile riprova.
Nè purtroppo si vede, almeno per ora, quel che si potrebbe fare, per parare questo pericolo. Ma forse sarebbe già un vantaggio, se gli altri popoli si convincessero che le riparazioni sono, per la Francia e per il Belgio, non soltanto affari di danaro, ma anche questione di giustizia. Comprendendo questo animo dei due popoli, gli altri Stati potrebbero almeno astenersi da argomenti e procedimenti che, pur dettati dal desiderio di riconciliare gli antichi avversari, irritano ancora più le ferite troppo fresche degli aggrediti.
Appunto perchè avevano chiamato i popoli a combattere per la giustizia e per il diritto, gli uomini di Stato avrebbero dovuto sapere che era una tremenda responsabilità l’avere vinto la guerra e il fare la pace. Il fare giustizia tra i popoli è compito quasi divino. E invece... Ma chi legge ancora il Vattel?
Aspettiamo, dunque, vigilando, che gli effetti degli errori maturino, con la speranza che maturi insieme anche qualche rimedio; e sforziamoci non tanto di fare la pace con la Russia quanto di prevenire una nuova guerra tra Francia e Germania. Poichè questo è il vero pericolo che ci minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non contrastata, della Germania e finire....
Come potrebbe finire, nessuno lo sa. Non auguro alla nostra generazione, di veder come potrebbe finire, e perciò le auguro di non vederla neppur incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto a quelle che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e nel presente.
XII. Sisifo (9 gennaio 1923)
Una volta ancora il mondo aveva sperato che il nodo delle riparazioni sarebbe sciolto, e una volta ancora è stato deluso. Ma la speranza era vana. Non mi ero ingannato, quando avevo, mesi e anni addietro, giudicato che le riparazioni sono un nodo che «rebus sic stantibus», nella presente condizione delle cose europee, non può essere nè tagliato nè sciolto. E neppure è difficile scoprire per quale ragione, a chi sappia che cosa è un trattato.
Un trattato è un impegno tra Stati. Ora gli impegni tra gli Stati sono simili agli impegni tra i singoli: valgono o per il consenso o per la forza. Io fo’ a voce una promessa; e mi sento così obbligato dalla mia parola, che la mantengo spontaneamente anche a mio danno: questo è un impegno, che vale per consenso. Ma firmo un contratto, poi me ne pento, e vorrei, giunto il tempo, non osservarlo; senonchè ho paura di un processo, della giustizia, dell’usciere, e perciò lo adempio: ecco un impegno che vale per la forza. È manifesto che tutti gli impegni, privati o pubblici, con cui i singoli uomini e gli Stati si legano — contratti, promesse, trattati, convenzioni — vanno ascritti all’una o all’altra famiglia. Dove non c’è nè volontà pronta ad adempiere, nè forza capace di costringere la volontà riluttante, non c’è nè contratto nè trattato, ma un inutile pezzo di carta.
Tale è purtroppo il caso delle riparazioni tedesche. Quale è la forza che potrebbe costringere la Germania a pagare per quaranta, o cinquanta anni il riscatto del sangue? Minacciando di varcare il Reno, gli alleati possono costringere il governo tedesco a firmare nuove cambiali e nuovi «pagherò», che alla scadenza saranno poi gettati con gli impegni precedenti nella fossa comune degli inadempienti. Per spremere dalla nazione tedesca i miliardi del riscatto, neppure l’occupazione della Ruhr basterà; gli alleati dovrebbero impossessarsi addirittura dell’intero governo del paese. Lo scrissi qui nel 1919, quando l’universale si illudeva che la vittoria avesse conferito all’Intesa una specie di sovranità illimitata sulle cose del mondo; lo ripeto ora, che i fatti incominciano a parlare chiaro anche ai sordi. Un riscatto, che deve essere pagato in cinquanta anni, non è una indennità di guerra, è un tributo. Ma per riscuotere un tributo, e un tributo di quella forza, occorre un esattore spietato. Sperare che in Germania, e in una repubblica governata dal suffragio universale per giunta, ci sarà mai un governo nazionale, disposto ad affrontare l’odio della esazione per il piacere all’Intesa, è puerile. La Intesa dovrà andare ad esigere il tributo in Germania, in tutta la Germania, e non soltanto nella Vestfalia, se proprio vuole il denaro. Ma chi crede gli alleati capaci di assumersi per mezzo secolo anche il governo della Germania, alzi la mano.
La forza dunque non c’è. E non c’è neppure il consenso. È ridicolo chiedersi e discutere con tanta serietà, come fanno i governi, i ministri, gli esperti, i giornali, se la Germania possa o non possa pagare il riscatto. Ma se volesse, potrebbe pagare anche le somme che Lloyd George chiedeva nel 1918! Se volesse: ossia, se il popolo tedesco fosse disposto a vivere di pane e acqua e ad andare a piedi scalzi, per mettersi in regola con il trattato di Versailles. Ma non vuole, purtroppo; e non vuole perchè...
Il «perchè» è il punto che la stoltezza dei vincitori non ha voluto capire nel 1919 e non vuol capire nemmeno adesso. Eppure in questo sta il tutto. Si dice spesso nei discorsi ufficiali — a Capodanno l’ha ripetuto anche il Presidente Millerand — che in Europa non ci sarà nè ordine nè pace, finchè i trattati internazionali non saranno rispettati. Verissimo. Ma poichè i trattati non sono rispettati che o per forza o per consenso, sarebbe stato necessario che i vincitori, là dove la loro forza non giungeva, avessero cercato di assicurare ai trattati il consenso «spontaneo e sincero» dei vinti. Non c’è impegno valido, nè nel diritto pubblico nè nel privato, se il consenso è viziato dalla violenza. Voler imporre ai vinti con la forza dei patti che i vinti non vogliono, e pretendere poi, quando la forza per imporli manca, che li osservino spontaneamente, come impegni d’onore liberamente accettati, è vana illusione.
Molti si meravigliano che nel 1814 Talleyrand, pochi giorni dopo essere arrivato a Vienna per sostenere le ragioni della Francia vinta, fosse trattato dai vincitori come un amico, un collaboratore, un maestro. Ma quei vincitori che, nonostante la vittoria, avevano conservato un po’ di testa e un po’ di buon senso, sapevano che con la forza sola non avrebbero potuto imporre il trattato per molti anni alla Francia; volevano che valesse nel tempo e nello spazio oltre il breve raggio delle loro spade sguainate; si proponevano di esigere il rispetto anche in nome dell’onore e della lealtà. Ma come avrebbero potuto, se il consenso della Francia fosse stato strappato a forza, con la spada alla gola?
La diplomazia del Sei e del Settecento era piena di singolari artifici, per escludere dalle trattative di pace l’argomento della forza. I protocolli del congresso di Vestfalia sono una interminabile accademia di discussioni giuridiche. Quanto hanno riso di queste sottogliezze, durante il secolo XIX, gli uomini di penna e di spada! Ma quei sovrani erano più savi dei loro matti motteggiatori; poichè essi volevano — e perciò aguzzavano l’ingegno a quelle sottigliezze — che i trattati valessero per se stessi, come impegni liberi dell’onore, e non solamente nella misura della forza pronta ad imporli.
Che cosa hanno fatto, invece, i vincitori nel 1919? Hanno addirittura ostentato di imporre ai vinti i trattati di pace con la forza, con la sola forza, non tenendo conto del loro consenso, al punto che si son rifiutati di discuterli! Quando il Brockdorf-Rantzau tentò a Versailles di mercanteggiare la somma del riscatto offrendo cento miliardi, non fu nemmeno ascoltato. I tedeschi dovettero impegnarsi a occhi chiusi a pagare la somma, che una certa commissione fisserebbe nell’avvenire; ossia firmare una cambiale in bianco, sulla quale i vincitori avrebbero poi scritto a piacere la cifra del debito! E ora si vorrebbe che i tedeschi si sentissero impegnati dall’onore ad adempiere il patto? Ma siamo sinceri: ci sentiremmo noi in obbligo, se un trattato di questo genere ci fosse stato imposto dai tedeschi? I tedeschi ripetono oggi il ragionamento che i francesi fecero dopo il 1870: «il trattato ci è stato imposto con il coltello alla gola; nella misura in cui ci costringeranno ad osservarlo, lo subiremo; ma non lo riconosceremo mai».
Per salvare nel 1919 l’Europa da una pace calamitosa quanto la guerra, occorreva capire il grande esempio del 1815 e sforzarsi di imitarlo: consorziare la Germania in una pace, discussa ed accettata da lei con la maggiore sincerità e libertà, che possano accordarsi con lo stato di necessità in cui si trova un vinto; impegnarla moralmente e interessarla nel tempo stesso a fare il possibile per riparare i guasti della guerra. L’impresa, lo so, era molto più difficile che nel 1815; ma bisognava almeno tentarla! Invece i vincitori volsero brutalmente le spalle al dovere. Ed ora le conseguenze dell’errore maturano...
Sarà forza espiarle. Se le riparazioni sono un nodo insolubile nelle condizioni presenti, non vuol dire che il nodo non sarà sciolto mai e che ministri e giornalisti continueranno in aeternum a emulare Sisifo. Questo problema, che non può essere sciolto nelle condizioni presenti, graverà su queste condizioni, per trovar modo di sciogliersi in una condizione di cose diversa. Il non poter gli alleati nè applicare nè modificare il trattato in una parte di tanta importanza come le riparazioni, indica che tutto l’ordine di cose creato dai trattati è precario; e che potrebbe essere sconvolto da inaspettati rivolgimenti. Il primo di questi rivolgimenti sarà l’invasione della Germania. Questa invasione era scritta, per chi lo sapeva leggere, nel trattato di Versailles; e il momento in cui non potrà esser differita dalla tardiva ma impotente saggezza dei vincitori, non dovrebbe esser lontano. Incomincerà timidamente; e forse è destinata a scatenare quella rivoluzione, che a molti segni si vede maturare in Germania, e a cui la caduta della dinastia servirà forse soltanto di modesto prologo.
XIII. La nuova guerra (10 settembre 1923)
«Una nuova guerra tra Francia e Germania è il vero pericolo che ci minaccia. Il trattato di Versailles matura lentamente nei suoi fianchi questa nuova guerra, che potrebbe incominciare con una invasione, non contrastata, della Germania e finire.
Come potrebbe finire nessuno lo sa. Non auguro alla nostra generazione di vedere come potrebbe finire, e perciò le auguro di non vederla neppure incominciare. La nuova guerra non rassomiglierebbe punto a quelle, che i due popoli hanno combattuto nel secolo passato e presente».
Così scrivevo nel Secolo il 24 maggio 1922. La facile previsione si è avverata. La nuova guerra tra la Francia e la Germania, che maturava da quattro anni, è incominciata con la invasione non contrastata della Vestfalia; e non rassomiglia alle altre guerre della famiglia.
La resistenza passiva, a cui il Governo tedesco si appiglia, sarà impotente. Utile nelle lotte intestine di un popolo e nelle guerre civili, lo sciopero e il sabotage sono un telum imbelle, contro un esercito che avanza numeroso, agguerrito, compatto. In questa guerra tra un armato e un inerme, l’inerme non ha speranza. Chi tra le due parti in guerra ne andrà di mezzo sarà la Vestfalia, ridotta a grande scuola pratica di tattica rivoluzionaria — scioperi, sabotage e via dicendo — per il proletariato dei due paesi. Poichè anche i soldati francesi, combattendo la guerriglia rivoluzionaria dei tedeschi, impareranno come si fa. Oh intelligenza dei governi!
Ma se la resistenza della Germania è sterile, sterile è pure la forza della Francia e del Belgio. Nè la parte armata nè l’inerme possono sperar nulla da questa strana guerra. Quale risultato positivo palperanno la Francia e il Belgio alla fine della loro spedizione? Se la Francia e il Belgio vogliono che il Governo tedesco sottoscriva qualche nuovo «pagherò», vinceranno facilmente. Ma quello che importa alla Francia e al Belgio sono i pagamenti. E questi pagamenti, nelle condizioni in cui è ridotta, la Germania, neanche volesse, non potrà più farli per lungo numero di anni. L’effetto più terribile — o il più benefico — del rinvilio della moneta è proprio questo: che di quanto esso cresce, altrettanto diminuisce la potenza fiscale dello Stato. Là dove la moneta è distrutta, come in Germania, l’erario dello Stato non esiste più.
L’esercito francese e l’esercito belga potranno arrivare fino a Berlino; non potranno spazzare via il lenzuolo di assegnati sotto cui la Germania è sepolta. Eppure questo miracolo soltanto potrebbe salvare i loro crediti e con i loro crediti l’Europa. La Germania è uno Stato fallito e insolvente. Solo il giorno in cui la sua moneta e il suo erario fossero ricostituiti, si potrebbe ricominciare a parlare sul serio dei suoi debiti e dei suoi impegni. Ma quanti anni ci vorranno, ed anni di vera pace?
E allora?
Più medito sugli eventi, e più mi pare probabile che dobbiamo aspettare o un miracolo o grossi rivolgimenti. La stretta a cui siamo giunti può definirsi così. Il trattato di Versailles e la Germania, quale oggi è, non possono coesistere. O il trattato di Versailles è stracciato; o la Germania presente sparirà per ricomparire in altra forma: quale, Dio solo lo sa.
Molti inclinano oggi in Italia a credere che per la Francia il denaro del riscatto sia un pretesto, e copra il proposito di spezzare e smembrare la Germania. Questa supposizione sembra invece a me uno di quegli errori storici con cui il senno di poi fa combaciare le intenzioni e gli effetti. Il trattato di Versailles fu fatto con il sincero proposito che la integrità morale e territoriale della Germania fosse salva. La Francia aveva chiesto da principio che i territori posti sulla sinistra del Reno fossero staccati e ridotti a forma di repubblica indipendente. Inorriditi, Wilson, Lloyd George e Orlando gridarono «no»; e posto il principio che, quando avesse restituito il mal tolto, la Germania dovesse essere inviolabile nel corpo e nell’anima, come tutte le altre nazioni, compilarono il trattato di Versailles, credendo di togliere di mano alla Francia il coltello con cui avrebbe volentieri squartato il nemico.
L’Europa può oggi misurare dagli effetti la chiaroveggenza degli uomini, a cui essa affidò il compito di fare la pace. Ormai il trattato di Versailles non è più, e non può essere più che uno strumento per distruggere la Germania. In che misura potrà distruggerla, nessuno lo sa. Ma non c’è dubbio, per chi ha occhi e vede, che una distruzione parziale o totale della Germania è il solo frutto, che esso può ancora maturare. Ineseguibile e chimerico nelle sue parti più importanti, ma non abrogabile perchè ci sono potenze che non possono rinunciare gratuitamente e per buon cuore ai diritti che conferisce loro, il trattato spinge e spingerà alcune tra le potenze vittoriose a misure di coercizione, che si aggraveranno per via e che non potranno aver altro effetto sicuro se non di gettare la Germania, già rovinata dalla guerra e dalla pace, nel caos.
I lettori fedeli sanno con quale ostinazione batto e ribatto da quattro anni questo chiodo: che il trattato di Versailles piega la Germania sotto il protettorato collettivo dell’Italia, della Francia e dell’Inghilterra; che questo protettorato è una combinazione politica stravagante e fantastica, e sarà domani il vaso di Pandora di tutta l’Europa! Immaginate quello che era stato sino al novembre del 1918 il popolo più potente del mondo, mutato da un giorno all’altro nel Marocco di tre potenze tra loro discordi e di cui ciascuna è più debole; questo, sì, è futurismo politico! Ma all’ignoranza dei popoli il futurismo di Wilson, di Lloyd George, di Clemenceau e di Orlando, piacque, anzi parve un po’ timido, e fu perfino accusato di umanitarismo democratico. Erano stati davvero poco esigenti quegli uomini, che non avevano neppur voluto andare a dettar la pace a Vienna e a Berlino!
Ed ecco, dopo quattro anni, la Francia e il Belgio sono presi nell’ingranaggio micidiale di questo protettorato impossibile, e trascinati dall’impegno di imporlo a misure di coercizione, di cui si può sicuramente prevedere che riusciranno a tutto fuorchè ai fini a cui mirano; che rovineranno la Germania senza salvare, anzi spossando, i suoi nemici. Poichè non è da credere che la Francia ed il Belgio possano sostenere per mesi e mesi una fatica di tanta mole, senza risentirsene.